Houston, abbiamo un problema.

Correggo e rilancio: Italia, abbiamo un problema.

Forse certi problemi si capiscono veramente nel momento in cui li si affronta in prima persona. 

Chi scrive non è nessuno, per carità, ma mi sono resa conto che in Italia c’è un grosso, enorme problema. Faccio parecchie cose nel tempo libero, e perlopiù queste attività afferiscono al campo artistico – e capita ogni tanto di portare queste attività fuori dalla sala prove, cameretta, laboratorio. Rimango nessuno, ma rivendico il mio diritto a non essere trattata come un’imbecille da chi potrebbe darmi l’opportunità di suonare, recitare, distribuire e diffondere quanto scritto da me. 

Chi scrive si è resa conto che cercare di organizzare un qualsivoglia evento artistico interessante sia qualcosa che rasenta il TSO, o necessiti di una serie di sedute dallo psicoterapeuta dopo il trauma.

Parliamo di organizzare un concerto: partendo dal presupposto che non si sia la solita cover band – che, personalmente, penso che contribuiscano a rovinare il già disastrato panorama live italiano – suonare nel nostro Paese, soprattutto se si è una rock band e affini, è un disastro. Benissimo, lo sappiamo in tanti, è anche colpa dei gestori dei locali, che appunto, preferiscono una serata facile dando da suonare a una cover band. Il locale si riempie se uno sente “You Shook Me All Night Long” degli AC/DC, anziché un brano inedito di una band di emeriti nessuno. Insomma, le band con pezzi originali svuotano i locali, si sa. Meglio tenersi qualche copia maldestra di Angus Young in canna, è un successo assicurato, anche se le canzoni non sono proprio di per sé fresche e nuove. Insomma, come quando all’Inter c’era Siniša Mihajlović a battere le punizioni e i calci d’angolo – anche quando non era proprio più giovincello: tirava ed era un successo assicurato. Quasi lo si metteva in campo solo per un benedetto calcio d’angolo (Siniša ti voglio bene). Ma anche Mihajlović a un certo punto non funzionava più e si è ritirato. 

Detto questo, qualcuno dei lettori de La Valdichiana si ricorderà di certo la mia mini-guida sulla ricerca di lavoro – e sul fatto che uno dei problemi dei potenziali datori di lavoro era proprio la maleducazione nel non rispondere alle candidature. Bene, se vogliamo traslare il discorso in campo artistico, forse questo malcostume è anche più radicato e diffuso. Rarissimamente arrivano risposte o cenni d’interesse, se arrivano alcune sono il top dell’incompetenza o dell’arroganza. La comunicazione è un grosso problema (uno dei tanti), d’altronde uno non può neanche girare mezza Italia per distribuire una demo di locale in locale – e anche qua, ammesso che tu venga ben accolto e non trattato come un questuante e ammesso che il responsabile del locale sia di buon umore. Siccome una band in erba non ha i mezzi per girare l’Italia a scopo promozionale, si passa a contattare i locali via internet… E qua, bisogna tenere sottomano qualche farmaco appartenente alla famiglia delle benzodiazepine, perché si rischia un attacco di panico incontrollato. La comunicazione via internet è fattibile a patto che il locale in questione abbia anche solo una pagina Facebook aggiornata. O un indirizzo email utilizzato e controllato quotidianamente. Altrimenti, non proverete neanche la gioia e il gaudio di vedere un “visualizzato alle ore…”, ma proverete lo strazio di aspettare e aspettare ancora anche un “no, grazie, non siamo interessati”. Perché, seriamente, vi aprite una pagina Facebook se non siete neanche in grado di usare una basilare email? E mi taccio del fatto che alcuni locali non rispondano a prescindere, perché hanno il loro giro di band da far suonare

Non affronto neanche con il discorso del gestore del locale che chiede a chi vuole suonare “sì, ma quanta gente mi porti?”, perché la gente la si porterebbe anche volentieri, lo si fa il passaparola con piacere, ma se non sei capace di promuovere le serate nel tuo locale, quello è un problema del gestore, non della band. Da laureata in Linguaggi dei Media, devo dire che di siti o account di locali seriamente gestiti, forse li conto su una mano, due, al massimo. Comunicazione poco mirata, pubblico non selezionato, perché si passa allo spam generico e all’invito di massa. 

Detto questo, passo al problema più serio. I musicisti stessi. Sì, a voi mi rivolgo: dov’è finita la solidarietà artistica verso le altre band? Suonare in Italia è diventata una guerra tra poveri. Perché, se fai parte di quel giro di band elette a suonare in maniera più o meno regolare, grazie a quei padri-padroni che gestiscono i locali, che di solito monopolizzano la scena di una città e la incancreniscono fino a far passare la voglia di suonare, tu band immanicata sei al sicuro. E le band emergenti che ti chiedono un contatto, anche solo un’informazione su come poter suonare nel locale dove oramai suoni fisso, finiscono per avere il silenzio o risposte evasive (sempre per la serie “ti faccio sapere” o “sono un adepto del Culto della Non-Risposta, spiacente”). Come se si avesse paura che qualcuno possa entrare nel giro di apprezzamenti e favori del padre-padrone e uscire dal giro buono. Che poi giro buono non è, è sempre un inganno, il giro di per sé è mediocre… Però… Se non fai parte di quel giro… “Eh, ma se non accettiamo quello che dice o ci vuole far fare Tizio Caio, che è immanicato con mezza città, noi non suoniamo da nessuna parte” questa è la giustificazione che ho sentito più volte. E posso assicurarvi che ogni volta che sento questa giustificazione il mio cuore perde un battito. Mi cascano le braccia, mi viene il latte alle ginocchia e quant’altro. Perché alla fine, le band che aderiscono a quel giro, accettano di comportarsi da membri di una setta esclusiva e accettano di non dare una possibilità a coloro che sono ai loro primi passi nella loro attività. Che è gravissimo – poi ci si lamenta che ci sono sempre le solite band in giro a suonare, poi ci si lamenta che gli eventi sono sempre quelli. Ma se non si dà una possibilità a tutti, spiegatemi come si può innovare e rinnovare un ambiente che sa di stantio? Ed è qua che gli artisti “fuori dal giro” possono riscattarsi, alla faccia di chi vi ha negato la possibilità di dire la vostra e di farvi conoscere.

Questo è un appello per gli artisti che si sentono tagliati fuori da un giro che viene spacciato per giro buono: non gettate la spugna, perché non tutto il male e il dispiacere provato viene per nuocere. E soprattutto, state fuori dal giro musicale dal sapor di mafia. È più faticoso, ma il vecchio adagio “chi fa da sé fa per tre” oggi deve essere la vera guida di tutti i creativi (e non). Createvi le occasioni da soli, è il momento della rinegoziazione di un valore di un live, dell’incisione di un album intero. Alleatevi con la tecnologia, inventatevi nuovi modi insoliti per farvi conoscere – registrate un live esclusivo dalla vostra saletta prove, preparatela per ospitare pochissime persone, fatevi aiutare per le riprese, mettetelo su YouTube una volta sistemato. Lasciate perdere le vecchie vie stantie – e se volete proprio combatterle, è ora di allearvi con quelle poche persone veramente fidate, che non vi dicono davanti che siete tanto bravi, mentre alle spalle ve ne dicono di ogni. Ed è ora di smettere di credere che la vecchia via sia sempre quella migliore. Se vogliamo, se volete veramente cambiare le regole del gioco, forse è il momento di scommettere sulle proprie facoltà e bisogna smettere di dipendere da qualche magica facoltà di qualche presunto padre-padrone che preferisce tenere tutti in un mare di mediocrità (e si conta i soldi e raccoglie la gloria alle nostre spalle). La spinta per il cambiamento deve arrivare da noi. Dobbiamo fare fatica, ma credo sempre che la fatica venga sempre ripagata. 

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