La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Francesco Bellacci

La Casa del Vento e il Mare di Mezzo

Dall’inizio di questo nuovo secolo il mar Mediterraneo si è andato delineando come “mare di mezzo”. Una distesa d’acqua che divide due continenti culturalmente, socialmente ed economicamente distantissimi. Le vicende…

Dall’inizio di questo nuovo secolo il mar Mediterraneo si è andato delineando come “mare di mezzo”. Una distesa d’acqua che divide due continenti culturalmente, socialmente ed economicamente distantissimi. Le vicende di questo mare non sono più legate, come al tempo degli antichi, al commercio e allo sviluppo di civiltà mitiche. Il suo nome, oggi, si associa a una dicotomia profondissima: la bellezza delle sue sponde, del suo ambiente naturale, dei suoi porti e delle sue città da una parte e il fenomeno migratorio, con i suoi tremendi sacrifici immani, dall’altra. Troppe volte sono state date notizie di barconi affondati in mezzo a quel mare. Troppe volte uomini, donne e bambini in cerca di un futuro migliore sono stati ripescati senza vita da quelle acque. Troppe volte se ne è sentito parlare in maniera disumana.

Tra coloro che cercano di combattere l’indifferenza generale e l’odio insensato nei confronti dei migranti c’è Giulio Carlo Vecchini, liutaio cortonese. Vecchini ha creato uno strumento con i frammenti dei barconi arrivati a Lampedusa nel corso degli anni. A questa chitarra unica ha dato il nome di Mare di Mezzo, traduzione di Bahr Alwasat, “Mediterraneo” in arabo. Adesso, la voce dei migranti può parlare attraverso le note che escono da questo strumento. Lo scopo è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti dei movimenti migratori del mediterraneo.

Ad Arezzo ho incontrato la Casa del Vento, band folk con alle spalle 13 album pubblicati e una fedele compagna al loro fianco: Mare di Mezzo. Luca Lanzi (voce) e Francesco Moneti (violino e chitarre) hanno scritto una canzone che porta lo stesso nome della chitarra e coinvolto nel progetto tantissimi artisti italiani e internazionali.

Con Eugenio Finardi e la chitarra Mare di Mezzo

Com’è nata l’idea di portare in tour Mare di Mezzo?

È stata data dal liutaio cortonese Giulio Carlo Vecchini a Francesco Moneti, il nostro violinista e polistrumentista, che l’ha portata sui nostri palchi e su quelli dei Modena City Ramblers. Abbiamo sentito il bisogno di scriverci una canzone, perché il momento storico lo richiedeva e così è nato il singolo che porta il nome della chitarra.

Di cosa parla?

Del cammino di un genitore insieme al proprio figlio e in questo viaggio verso il futuro e una vita migliore affrontano il Mediterraneo, che è il mare di mezzo tra due mondi lontanissimi appunto, lo stesso nome che ha la chitarra.

La chitarra è stata fatta suonare a Patti Smith, Eugenio Finardi, Santana, Jovanotti e tanti altri. Che significato ha questo gesto?

Vuol dire far passare un messaggio di solidarietà in maniera molto capillare. Come tutte le cose che passano dalle mani o dalla bocca delle persone conosciute, l’effetto si amplifica e induce a una riflessione solidale più ampia, su un tema importantissimo e su una realtà che miete vite innocenti o comunque le mette di fronte a sfide disumane.

Luca Lanzi (Casa del Vento) e Patti Smith

Diventa sia strumento musicale che sociale allora?

Sì esattamente. Direi prima di tutto sociale. Nel testo della canzone c’è un messaggio importante che il babbo lascia al figlio: se non dovessero farcela qualcuno recupererà il legno della loro imbarcazione e lo farà suonare, come per dare nuova vita alle loro anime ricolme di speranza e rendere le persone dalla parte “buona” del mare consapevoli di quanto succede. Io credo che chi impugni una chitarra del genere faccia una scelta: quella di dare voce alla vita, al dolore, alla tragedia degli anni 2000. Il nostro è un Paese che ha vissuto tanti drammi immani come l’olocausto e le stragi nazi-fasciste e adesso siamo testimoni di nuove forme di sofferenza e di morte alle quali dobbiamo renderci sensibili e consapevoli.

Nelle canzoni della Casa del Vento vengono narrate le gesta di tantissimi e tantissime giovani che hanno sacrificato la loro vita per cambiare il loro futuro. Tutti questi personaggi avevano un sogno. Oggi sembra che noi italiani abbiamo smesso di sognare o che ci siamo dimenticati di chi l’ha fatto per noi. Quelli che lottano per un futuro migliore adesso sono altri esseri umani. Lo avvertite questo cambiamento?

Noi viviamo un periodo di stasi sociale che addormenta le persone. I migranti, invece, hanno la necessità di cambiare la loro vita, di rivoluzionarla. Affrontare viaggi del genere, con tutti i pericoli, con tutte le violenze, con tutti i rischi, è molto rivoluzionario. È quello che facevamo noi quando, in un passato non troppo lontano, dovevamo conquistare la libertà dalla dittatura o i diritti sui luoghi di lavoro.

In una provincia relativamente piccola come Arezzo come viene vissuto il problema migratorio?

Secondo me male, perché c’è una percezione diffusa che non rispecchia minimamente la realtà. Alle ultime elezioni comunali ed europee la gente ha avvertito il problema in maniera pressante e il risultato è stato il successo di Salvini e dalla destra, anche in situazioni sociali assolutamente tranquille, dove se i migranti ci sono, si contano sulle dita della mano. È incredibile. Il fatto davvero preoccupante è che si tratta di un fenomeno diffuso. Trovo assurdo che in Toscana, regione storicamente di sinistra, progressista e solidale si sia arrivati a questa situazione del tutto paradossale. Posso capire chi, per esempio, vive in periferie o condizioni particolari delle grandi città. Lì si può arrivare a delle situazioni di disagio. Quello che è certo è che i mezzi di informazione hanno portato le persone ha percepire un qualcosa che esiste solo in minimi termini. C’è un’ignoranza talmente diffusa che ha fatto da terreno fertile per questi semi marci.

Benché sia casa vostra è raro vedervi suonare qua. Che rapporto ha la Casa del Vento con Arezzo?

Da parte nostra c’è sincero amore. Gli abbiamo dedicato tanto, soprattutto nei due dischi che narrano storie di Resistenza e di lotta per il lavoro. Probabilmente è una connotazione forte che abbiamo dato in quei due album e la città, che è tendenzialmente di destra, non si riconosce nelle nostre canzoni. È evidente che esiste un tipo di Arezzo, che noi evochiamo, e un altro tipo, che è quello dei bar fighetti, dei salotti buoni, degli ex massoni: un ambiente gretto e chiuso. Si scontra con il nostro tentativo di dare a questa terra una tradizione dignitosa. Siamo la provincia con il più alto numero di stragi nazi-fasciste e non abbiamo praticamente una memoria in quel senso.

Sono rari anche i punti di ritrovo…

Esatto e non ci sono locali per la musica dal vivo dove le band possono esprimersi e, comunque, se ci sono vivono di recinti: quel locale fa solo musica indie, quell’altro solo musica folk. Ti chiudi all’interno di un muro. È una mentalità di destra. Per fortuna, però, ci sono delle realtà molto interessanti: entità in movimento.

Tipo?

Il gruppo di Arezzo che spacca che dà possibilità di esprimersi alle realtà musicali aretine. Queste associazioni rendono vitale una città, ma la classe politica di Arezzo non l’ha capito. La conferma è il fatto che l’assessorato alla cultura non esiste più: questo ruolo è stato dato in mano a un privato. È una cosa assurda.

La canzone e il nuovo disco quando usciranno?

Non manca molto. Stiamo aspettando che l’etichetta discografica sia pronta e poi daremo voce a chi non ce l’ha.

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Migrante in fuga dalla morte – La storia di Ibrahim, uno dei ragazzi di Don Biancalani

Tra i tanti giovani che Don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro, ha accolto nella sua parrocchia c’è Ibrahim. Ha 19 anni e viene dal Gambia, una striscia di terra inghiottita…

Tra i tanti giovani che Don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro, ha accolto nella sua parrocchia c’è Ibrahim. Ha 19 anni e viene dal Gambia, una striscia di terra inghiottita dal Senegal. Insieme a Don Biancalani, che accompagna nelle uscite pubbliche, sono ospiti alla Seconda edizione della Festa della Costituzione, organizzata dall’ANPI Valdichiana nel centro storico di Chiusi. Una cascata di treccine sottili gli esce dal cappello rosso che porta rialzato sulla testa, come i rapper e ricambia ai saluti con una stretta di mano e un simpatico sorriso bianco.

Piazza del Duomo è piena. Tra gli spettatori ci sono tantissimi giovani studenti delle scuole superiori. Dal palco, con il microfono che impugna ormai con disinvoltura, Ibrahim inizia il racconto della sua vita. Sui presenti cala subito un silenzio impressionante. Si sente solo la voce del ragazzo che esce amplificata dalle casse e qualche uccellino che riempie le pause tra una parola e l’altra. Ibrahim potrebbe benissimo trovarsi al posto di uno dei suoi coetanei seduti di fronte a lui, ma il destino gli ha impedito di godersi lo spettacolo.

Mio padre ha sposato due donne” comincia “perché la mia mamma non riusciva a dargli più di due figli. La seconda moglie, invece, ne ha fatti 5”. Tutti quanti vivevano sotto lo stesso tetto, ma tra le donne si crearono subito conflitti. “Il babbo lavorava ogni giorno fino a notte e la mamma andava a vendere verdura al mercato. L’altra moglie rimaneva sempre a casa e quando, con mio fratello più piccolo, tornavamo da scuola ci maltrattava”.

Quando Ibrahim ha soli 9 anni il padre muore e le due donne si dividono. Da allora si è sempre trattato di sopravvivere: andare a scuola, vendere verdure al mercato, restare in vita. “È stato difficile per la mamma rimasta sola pagare la scuola a me e mio fratello. Piangeva sempre. Piangeva ogni giorno. Dopo scuola la aiutavamo a vendere verdure, ma i soldi non bastavano”.

Fu per aiutare la mamma e il fratello che Ibrah prese la decisione di abbandonare la scuola: “me ne andavo in giro a cercare lavoretti. Volevo che mia mamma smettesse di piangere”. Ha lavorato alle pulizie, come meccanico e per due anni è stato cresciuto da un sarto, amico del padre, che gli garantiva un po’ di stabilità. Ma la tranquillità durò poco, perché anche quest’uomo se ne andò prematuramente.

Sono tornato sulla strada, ma nel 2014 ho trovato da lavorare come parrucchiere. Avevo 14 anni. I soldi però non bastavano, perché la mamma non guadagnava abbastanza e il mio fratellino doveva andare a scuola e la scuola costa tanto”. Ibrah ha tentato più volte di proporre alla madre di lasciare il paese per trovare maggiore fortuna, ma lei glielo vietava sempre.

Una notte scappai di casa e riuscii ad arrivare in Senegal. La mamma era disperata e voleva che tornassi, ma io ero intenzionato ad aiutarla. Cambiai la sim del telefono così non poteva più chiamarmi e io non ero tentato di ritornare da lei”. In totale è rimasto in Senegal 5 mesi, durante i quali ha lavorato come parrucchiere. Insieme ad altri amici migranti si è poi spostato in Mali, ma anche qui la situazione che trova è critica. Allora decide di raggiungere il Burkina Faso, dove però trova guerra, devastazione e morte. Nonostante i militari lo blocchino riesce comunque a entrare. Ma la paura lo spinge a fuggire di nuovo, stavolta in Niger.

È un paese molto più povero della Gambia e sono finito subito in mezzo alla strada. Dormivo al mercato, per terra, nei parcheggi. Mendicavo del cibo ogni giorno, fino a quando ho incontrato un uomo che mi ha portato a casa dalla sua famiglia dopo aver sentito la mia storia; mi lava e mi veste con vestiti nuovi; mi dice che in Niger non c’è speranza. Quest’uomo mi ha aiutato ancora una volta pagandomi il viaggio per attraversare il deserto e raggiungere la Libia”.

Insieme ad altre 40 persone Ibrahim è stato caricato in un pickup alle porte del deserto sud-sahariano con una bottiglietta d’acqua e un pacco di biscotti. Sarebbero dovuti durare 4 giorni. Il tempo necessario per attraversare il deserto o morire di stenti provandoci.

Ci hanno scaricati in una stalla. Era come una prigione: non potevamo neanche uscire per comprare il cibo e cercare lavoro. Ci sfamavano una volta al giorno, quando se lo ricordavano. Ci picchiavano e venivano a portarci a lavorare solo quando c’era richiesta di manovalanza e non sempre ci pagavano. Un giorno cercavano dei sarti, ma io avevo troppa paura per alzare la mano, perché vedevo i miei compagni tornare la notte con ferite e lividi. Ma non avevo scelta, avevo bisogno di soldi e alla fine ho deciso di accettare il lavoro”. Per sua fortuna il padrone della sartoria non si rivelerà un uomo violento.

Ogni mattina mi veniva a prendere nella stalla e mi riaccompagnava la sera. Un giorno mi pagò il taxi per andare al lavoro, perché lui non si sentiva bene. Nel tragitto, però, alcuni ragazzini libici armati di mitra mi rapirono e mi portarono in un carcere. Là dentro ho visto una vita che non avrei mai immaginato. Ho sofferto tanto nei due mesi in cui sono rimasto rinchiuso. Le guardie mi picchiavano, chiedevano soldi alle nostre famiglie come riscatto mentre ci torturavano”.

Insieme ad altri Ibrah partecipò a una fuga rischiando tutto. “I militari ci sparavano e c’erano tanti morti e tanto sangue. Io non sapevo dove andare se non dal sarto che mi aveva dato lavoro, ma anche lui era preoccupato, perché mi stava cercando la polizia. Allora mi ha portato al mare per attraversarlo e arrivare in Italia. Sulla spiaggia c’erano altre 250 persone. Andate a morire ci dicevano quelli che riempivano i gommoni. Io non sapevo neanche cosa stesse succedendo. Ero ignorante. Avevo paura”.

La storia e la vita di Ibrahim sono cambiate nel momento in cui la nostra guardia costiera lo salvò portandolo a Napoli e da lì a Pistoia da Don Massimo Biancalani. “Qui ho imparato la lingua e ho continuato a studiare”. L’intervento lo conclude rivolgendosi direttamente ai ragazzi delle scuole superiori, seduti a pochi metri da lui:

Ricordatevi che ognuno di noi ha dei sogni e abbiamo lasciato il nostro paese e le nostre famiglie per motivi diversi e bruttissimi; abbiamo rischiato la nostra vita e siamo stati torturati, perché cercavamo un futuro migliore per noi e per le nostre famiglie; siamo scappati dalla fame e dalla guerra. Quindi, prima di giudicarci, ascoltate le nostre storie. Così è meglio”.

Mentre ospiti, volontari e pubblico si incamminano per le stradine di Chiusi in cerca di ristoranti per pranzare, io mi trattengo per una chiacchierata con Ibrah.

Cosa hai messo nello zainetto la notte in cui sei partito?

Solo un pantalone, una maglia e il cellulare. Avevo solo questo quando sono partito per il Senegal.

Adesso cosa fai oltre a studiare?

Faccio il parrucchiere, ma non ho un contratto stabile; lavoro a chiamata e faccio solo tagli per uomo: sto facendo i corsi per imparare a tagliare i capelli alle donne. Faccio anche sartoria nella parrocchia: cucio i vestiti di Don Massimo e dei bambini della comunione.

Tu sei musulmano e vivi nella parrocchia di un prete cattolico. Com’è far convivere queste due religioni?

Noi siamo lì come una grande famiglia. Non ci distinguiamo in base alla religione: ci sentiamo tutti esseri umani, fratelli. Nella parrocchia di Massimo non conta la religione; conta il cervello e la persona, cosa pensa e cosa fa. Tra l’altro anche i musulmani credono in Gesù: noi lo chiamiamo Isa ed è un profeta. Questo riduce ancora di più le differenze all’interno della parrocchia. Come ha detto Massimo dobbiamo vivere come persone, non ha senso dire io sono del Gambia, io della Nigeria.

Avete dei compiti in parrocchia?

Sì, io cucio per esempio. Abbiamo avuto una pizzeria e facevamo corsi di cucina. Un po’ di tempo fa, però, abbiamo dovuto chiudere, ma vogliamo rifarla ancora. Inoltre, aiutiamo Massimo con le traduzioni e l’accoglienza quando arrivano ragazzi nuovi. E poi lo accompagniamo quando parla in pubblico.

So che giochi a pallone

Sì, la mia squadra sta facendo un bel campionato e stasera abbiamo le semifinali.

Chi è il tuo calciatore preferito?

Toni Kroos del Real Madrid, perché fa il centrocampista come me

E in Italia chi ti piace?

Mi piace tanto Dybala

Il tuo futuro come lo vedi? Hai un sogno?

Voglio vivere una vita serena e aiutare la mamma. Il mio sogno è fare l’università, studiare e diventare psicologo: per capire come mai ad alcuni la testa non funziona…

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La chiesa da campo di Don Massimo Biancalani, il parroco dei migranti

“Io, parroco degli ultimi, disobbedisco e accolgo” Don Massimo è uno di quei parroci che il Vangelo lo mette in pratica alla lettera. Il suo nome e la sua storia…

“Io, parroco degli ultimi, disobbedisco e accolgo”

Don Massimo è uno di quei parroci che il Vangelo lo mette in pratica alla lettera. Il suo nome e la sua storia sono diventati famosi dopo che un blitz delle forze dell’ordine ha decretato la chiusura del centro di accoglienza gestito proprio dal sacerdote, a Vicofaro in provincia di Pistoia. Adesso ospita i profughi all’interno della piccola chiesa, al piano superiore, dove i ragazzi dormono senza interferire con le funzioni quotidiane. La sua intenzione è di riaprire i progetti che stavano alla base del CAS (Centro di Accoglienza Straordinario) come la “Pizzeria del rifugiato”, che dava lavoro a molti ragazzi, la squadra di calcio, l’orto biologico e continuare a dare speranza agli ultimi.

Lo incontro a Chiusi il 31 maggio, alla seconda edizione della Festa della Costituzione organizzata dall’Anpi Valdichiana, dove ha parlato del diritto di asilo insieme a Flavio Lotti, coordinatore nazionale della “Tavola della pace” e Giovanni Visone, direttore della comunicazione per la ONG Intersos.

È un omone dal passo lento e lo sguardo severo, con le palpebre pesanti e le sopracciglia corrugate. Indossa un paio di sandali neri e i calzettoni di lana, perché, nonostante sia giugno, ancora il clima è incerto. Al suo fianco c’è un ragazzo di colore, che quasi sembra un ragazzino, ma del resto chiunque lo sembrerebbe se si trovasse a camminargli vicino. Finito il suo intervento dal palco lo intercetto per intervistarlo. Ha l’aria stanca e la voce calma, quasi lenta. Pare quella di chi ha lottato tanto e sa che dovrà farlo ancora per molto tempo.

Quanto ancora durerà il problema dell’emigrazione dall’Africa?

È un fenomeno epocale quello dell’immigrazione. Studi americani affermano che durerà per lo meno altri 40 / 50 anni e specialmente finché i paesi africani non avranno la possibilità di dare alla loro gente una vita dignitosa, le persone si sposteranno e troveranno il modo per arrivare in Europa. Un fenomeno epocale che certamente dovrebbe essere guardato con una visione globale, che purtroppo non abbiamo e non vedo uno scenario di possibilità da questo punto di vista: vedi Trump che cerca di contenere il fenomeno innalzando i muri, quando invece occorrerebbe cambiare il sistema economico internazionale e i meccanismi economici che impoveriscono i paesi del sud.

Ma i vari Stati possono fare qualcosa?

È evidente che le singole politiche nazionali possono moralmente fare qualcosa, ma non sono sufficienti: si è visto in questi anni. Purtroppo, l’Europa non ha una visione politica unica su questi temi. Sulla questione dell’accoglienza, per esempio, ogni paese ha una sua normativa e questo crea disfunzioni, disuguaglianze, problemi.

La scuola sta aiutando le nuove generazioni ad approcciare queste difficoltà?

La scuola e la chiesa avrebbero e dovrebbero avere questa forza, purtroppo però l’hanno persa. Io faccio l’insegnante e mi accorgo che è molto difficile parlare con i giovani di questi temi, perché sono imbevuti di messaggi negativi sui migranti. Cambiare mentalità non è semplice. La scuola dovrebbe essere un tassello fondamentale, ma in realtà è molto debole. I giovani escono dai licei con tante informazioni di carattere nozionistico, ma sui temi contemporanei sono molto fragili.

Il futuro dei suoi ragazzi come lo vede?

Inevitabilmente incerto. Assolutamente da costruire. Quello che mi rende fiducioso è che sono ragazzi con una forza morale enorme, perché hanno attraversato il mondo per arrivare qui. Hanno fatto sacrifici impensabili per ragazzi così giovani. Molti sono 4, 5 o 6 anni che non vedono i proprio genitori. Hanno una forza e un coraggio incredibili. Spero che tanti di loro si possano inserire, però il quadro normativo che riguarda l’inserimento è molto lacunoso, punitivo quasi. Sembra che si facciano delle leggi che avversano e ostacolano l’inserimento, l’integrazione e l’interazione. Abbiamo norme che non prevedono un investimento di tipo economico e culturale, che non puntano sul migrante come risorsa per il paese. Risorsa che di fatto lo è già. Ci sono moltissimi modi illegali, e forse voluti dall’alto, con cui molti migranti vengono sfruttati e sottopagati per mandare avanti interi settori economici: dalle aziende agricole del sud, passando per le imprese pistoiesi e pratesi.

La comunità di Vicofaro come risponde?

Abbiamo avuto diverse persone che ci hanno abbandonato venendoci a dire che non condividevano quello che facevamo. Molti per fortuna si sono avvicinati, soprattutto laici, persone di buona volontà che, comprendendo la difficoltà del fenomeno, hanno deciso di darci una mano: abbiamo insegnanti, chi si occupa di assistenza sanitaria, chi dell’organizzazione della casa stessa. C’è stato chi è partito e chi è arrivato. I ragazzi poi, convivendo in un ambiente così grande (si parla di più di 100 persone), vivono serenamente e non ci sono episodi di degrado. Poi chiaramente ci sta che due o tre vicini si possano lamentare, perché notano maggiore rumorosità. Quando ci sono 100 persone in un solo posto si sentono rumori, no? Abbiamo poi avuto l’inconveniente con Forza Nuova e Casapound, che hanno fatto irruzione durante una messa per verificare la mia ortodossia e ci hanno minacciato tramite facebook.

Come avete risolto?

È caduto tutto nel nulla. Fortunatamente quell’irruzione in chiesa riuscì a gestirla durante la funzione. Adesso la situazione è abbastanza tranquilla. Rimane l’emergenza dell’accoglienza, perché i ragazzi continuano a essere estromessi dai percorsi di lavoro e dalle cooperative e si ritrovano in mezzo alla strada senza un appoggio. La questura in questi giorni ha ripreso a non rinnovare più i nostri permessi di soggiorno e non riusciamo a capirne il motivo, perché, avendo ospitalità, i ragazzi hanno diritto a rinnovare i documenti. Per quanto ci riguarda siamo al limite delle nostre forze: dobbiamo dare loro da mangiare, garantirgli un alloggio dignitoso, ci sono tante spese, le utenze. Non è facile.

Quanto è importante un Papa che richiama l’attenzione sugli insegnamenti del Vangelo?

È fondamentale. Tra l’altro è stato un input che ci ha dato la spinta per iniziare questa esperienza. Un’immagine che mi ha sempre colpito molto è il modo in cui Francesco vede la chiesa, cioè come un ospedale da campo e noi ci ispiriamo a queste parole. Siamo un punto avanzato di soccorso per persone estromesse e abbandonate. L’importanza dei suoi messaggi è fondamentale lo ripeto, nonostante troppe volte cadano nel vuoto, anche negli stessi ambienti religiosi.

Ha parlato con Papa Francesco?

Ho avuto l’onore di essere invitato a un convegno mondiale in Vaticano su questi temi. C’è anche stato un veloce scambio di saluti. Qualche tempo dopo abbiamo ricevuto un lettera dal dicastero a nome del Papa dove ci ringraziava per il lavoro fatto e ci spronava ad andare avanti con forza e fantasia.

È vero che le hanno requisito la patente?

Mah. Quello è un episodio strano. Purtroppo, di cose strane ne sono successe. Le istituzioni in questi anni non ci hanno aiutato.

Le chiusure dei centri di accoglienza, gli sgomberi, l’impunita libertà dell’estrema destra fanno pensare che qualcuno voglia lasciare per strada questi ragazzi. Mi sbaglio?

Questa è la linea della politica italiana già da prima di Salvini: lasciare in mezzo alla strada questi ragazzi in modo che siano costretti a lasciare l’Italia.

Perché ha deciso di diventare sacerdote?

Nel mio percorso non c’è una caduta da cavallo. È stato un percorso lungo, da ritardatario. Sono diventato prete quando ero “molto” adulto. È una condizione che mi sono ritrovato lentamente addosso per le varie cose che facevo: l’insegnamento di religione a scuola e i campi giovanili per la parrocchia. Con il passare degli anni mi sono accorto che si trattava di una dimensione che mi si confaceva e quindi coinvolsi il vescovo il quale, dopo qualche anno, decise di ordinarmi nonostante tanti altri preti non fossero affatto d’accordo: non li avevo molto vicini.

Quindi è sempre stato un rompiscatole?

In qualche modo sì. L’importante, però, è vivere con sincerità d’anima e dare il meglio di sé con semplicità, senza strafare ed è quello che ho fatto per tutta la vita.

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“La bambina si chiamerà Italia!” – Quando Garibaldi passò da Foiano

Indagando sul passato di Foiano della Chiana, la cosa che più colpisce uno storico avventuroso è la tempra del suo popolo: geloso custode di antichissime e nobili tradizioni libertarie, strenuamente…

Indagando sul passato di Foiano della Chiana, la cosa che più colpisce uno storico avventuroso è la tempra del suo popolo: geloso custode di antichissime e nobili tradizioni libertarie, strenuamente difese in ogni epoca. Questi ideali di libertà e rivolta hanno lasciato ricordi legati anche a grandi personaggi della storia.

A confermare questa indole ribelle delle genti foianesi si possono rievocare a dimostrazione molti eventi di indiscutibile rilevanza storica, sia a livello locale, che a quello più ampio del contesto italiano ed europeo. Procedendo a ritroso negli anni e nei secoli ecco che si ricorda il ruolo attivo di molti giovani nella Resistenza antifascista; il coraggio di coloro che, tra i primi in Italia, si opposero alla violenza fascista con i famosi Fatti di Renzino; la nascente consapevolezza del movimento operaio e mezzadrile di inizio Novecento che, trasformata in coscienza di classe, combatté per il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita, ottenendo grandi successi come la modifica del patto colonico e il diritto di sciopero all’interno della fabbrica di tabacchi; la tradizione giacobina di Foiano, con la sua impermeabilità al movimento del Viva Maria e la profonda fede nella Rivoluzione francese scandita dal motto libertà, fraternità, uguaglianza; e, infine, l’interesse del famosissimo Machiavelli, che ebbe a scrivere il suo “Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati” scritto nel lontano 1503, dopo che i nostri antenati si opposero al dominio fiorentino.

Ma la storia di Foiano si lega anche con quella di un altro famosissimo personaggio storico, conosciuto come l’Eroe dei due mondi, ammirato e stimato in ogni continente: Giuseppe Garibaldi (1807 – 1882). La sua figura è da sempre associata alla spedizione dei Mille e all’Unità d’Italia del 1861, avvenimenti che si collocano in un contesto spazio-temporale molto più ampio della sola missione delle Giubbe rosse. La genesi di questo processo va ricercata nella Rivoluzione francese (1789 – 1799) e nei conseguenti avvenimenti sociopolitici che interessarono il Vecchio Continente.

I movimenti e le ribellioni nazionali che scossero l’intera Europa per tutto l’Ottocento, cominciarono a germinare negli anni successivi alla caduta di Napoleone, come contropartita alla bigotta e repressiva restaurazione dei principi. Verso la metà del XIX secolo una serie di conflitti sociali, economici, istituzionali e politici generatisi durante la restaurazione e usciti allo scoperto durante gli anni Trenta, portarono alla ribalta idee di libertà politica e civile, maturate negli ambienti intellettuali illuminati, espressioni anche della volontà popolare. Queste ideali si mescolarono a quelle di unità nazionale: esigenza che stava infuocando sempre più gli animi dei popoli che si volevano riconoscere liberi e fraterni sotto una comune tradizione e cultura. Erano gli anni dei Moti del 1848.

Fu un anno decisivo anche per l’Italia, dove scoppiarono rivolte sulla scia di quelle europee. Poco dopo quasi tutti i piccoli Stati (tranne il regno Lombardo-veneto e i ducati di Parma e Modena) avevano ottenuto un regime costituzionale. Negli stessi mesi i patrioti italiani intensificarono la loro lotta contro l’Austria usurpatrice e invasore, dando il via alla prima guerra di indipendenza italiana.

A Roma un moto insurrezionale mise in fuga il papa e dette vita alla Repubblica Romana (febbraio 1849), il cui governo provvisorio venne affidato ad un triumvirato formato da Mazzini, Armellini e Saffi; anche in Toscana venne cacciato il Granduca e creato un governo provvisorio. Questa situazione generale, però, si infranse pochi mesi dopo, quando la restaurazione ristabilì l’ordine con gli eserciti regi. A Roma il papa aveva chiesto alle potenze cattoliche di essere aiutato a ripristinare il potere temporale. Alla richiesta risposero la Spagna, l’Austria, il Regno delle Due Sicilie e la Francia repubblicana, il cui presidente, Luigi Napoleone, cercava l’appoggio dei cattolici per legittimare il suo potere. Dunque, nonostante la strenua difesa da parte di un gruppo di volontari capeggiati da Giuseppe Garibaldi, nel luglio 1849 la Repubblica Romana si arrese e i francesi. Solo Venezia, ora ultimo baluardo di speranza per i riformatori italiani, sembrava resistere all’assedio di Napoleone.

Così, il richiamo della libertà e della giustizia spinse Le lion de la liberté (come veniva chiamato Garibaldi in Francia) a intraprendere il pericolosissimo cammino da Roma, dove era appena stato sopraffatto dall’enorme forza francese, verso la Serenissima. Fu proprio per spostare le sue truppe lungo questo itinerario che Garibaldi attraversò la Valdichiana.

Dopo aver radunato i suoi fedeli in Piazza San Pietro, il Generale della Repubblica romana si incamminò al grido “Chi ama l’Italia mi segua!”. Numerose furono poi le tappe in Toscana: dopo l’ingresso a Palazzone risalì la Chiana passando per Cetona, Chianciano, Montepulciano, Foiano, Castiglion Fiorentino e Arezzo.

La sosta a Foiano il 21 luglio 1849, motivata anche dal maltempo oltre che dalla necessità di decidere la strada in base ai rapporti delle pattuglie di cavalleria, lasciò un lieto ricordo alla popolazione. Fatti accampare gli uomini, prese alloggio presso la casa di Pietro Pagliuccola, guardiano addetto ai regi possessi, a ridosso della Porta Cortonese. Nella notte la moglie del padrone di casa diede alla luce una bambina e, nell’entusiasmo generato dalla nascita, venne chiesto al Generale quale nome le si dovesse dare. Garibaldi la chiamò Italia!

La mattina seguente il Comune di Foiano sussidiò di denaro la spedizione garibaldina per il sostentamento dei suoi combattenti volontari, e fra applausi e incitamenti il Generale si allontanò dal piccolo paesino. Dopo quasi tre settimane di marce forzate, la colonna si era ridotta a circa 2000 uomini, causa le molte diserzioni, in fondo del tutto normali in un esercito composto da volontari, così lontani dalla base di partenza, in territorio ostile e braccati da ben 5 eserciti (tra i quali quello austriaco e quello francese).

A San Marino, sfuggito con abilità alla manovra a tenaglia degli austriaci volta a chiudergli la strada verso l’Adriatico, il 31 luglio sciolse la legione e, rifiutata la resa, “con un pugno di compagni” giunse a Cesenatico, dove, con un colpo di mano, s’imbarcò per Venezia. Ma gli eventi giocarono un bruttissimo colpo al Generale barbuto. Intercettati da una squadra navale austriaca, vide prima morire sua moglie e poi fu costretto a consegnarsi alle forze imperiali.

Ma i destini di Foiano e Garibaldi s’incrociarono ancora un’ultima volta. Dopo anni di esilio e dopo aver riunito l’Italia, l’Eroe dei due mondi progettò la conquista di Roma per annetterla al Regno. Durante gli spostamenti logistici dell’esercito in direzione della Città eterna, il Generale attraversò di nuovo la Toscana. Non appena i foianesi seppero del campo militare montato a Rapolano, inviarono una delegazione di cittadini per invitarlo in paese e notificargli la sua nomina a Presidente onorario della locale Società Operaia. Grato dell’affetto che il paese di Foiano gli riservava rispose con una lettera prima di tornare a far visita alla piccola Foiano.

«Poggio di S. Cecilia, 14 agosto 1867

Miei cari amici

accetto con gratitudine l’onorevole titolo di vostro presidente onorario. Circa a vedere la cara città di Foiano, che sì gentilmente mi hai dette ospitalità or sono 18 anni, i latori di questa vi recheranno la mia risposta.

Io sono per la vita il vostro

Giuseppe Garibaldi»

La targa commemorativa a Foiano della Chiana: “L’illustre generale Giuseppe Garibaldi reduce da Roma col nemico alle spalle nel dì 21 luglio 1849 qui soggiornò; al popolo foianese che vivamente l’acclamava rivolse parole di conforto; all’Italia predisse un migliore avvenire”


Bibliografia

Luigi Armandi, Nel nome di Garibaldi. Storia del risorgimento nell’aretino, Regione Toscana, Letizia editore, 2007

Francesco Asso, Itinerari garibaldini in Toscana e dintorni 1848-1867, Regione Toscana, 2011

Wikipedia, “Marcia di Garibaldi dopo la caduta di Romahttps://it.wikipedia.org/wiki/Marcia_di_Garibaldi_dopo_la_caduta_di_Roma

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Espana Circo Este: un piede oltre oceano per il sogno di suonare in ogni continente

Gli Espana li conosciamo ormai da 4/5 anni. Da quando aprirono (per la seconda volta) il concerto a Manu Chao al Vulci Music Fest e già una volta li abbiamo…

Gli Espana li conosciamo ormai da 4/5 anni. Da quando aprirono (per la seconda volta) il concerto a Manu Chao al Vulci Music Fest e già una volta li abbiamo intervistati per spiegarvi chi fossero. Impossibile non rimanere incuriositi da quattro bombe in calzamaglia saltellanti sul palco. La loro musica, poi, è una rarità in Italia: travolgente, energica, fresca, un calderone pieno di ritmi e suoni.

Non potevamo certo mancare all’unica data del loro tour europeo, proprio a Siena, insieme a Lo Stato Sociale, nella fantastica cornice di Piazza del Campo a fine settembre. Alla fine della serata mi sono ritrovato con Marcello, il frontman, a bere birra e parlare di viaggi, genti lontane e sogni a un passo dall’essere realizzati.

Ci siamo visti l’ultima volta alla Festa rossa di Lari. È passato un anno da allora cosa è cambiato? Cos’hanno fatto gli Espana nel frattempo?

Bè abbiamo attraversato l’oceano atlantico per incominciare a mettere un piede di “”. La nostra missione è girare il mondo, suonare in ogni continente. Andare oltre oceano è stato un passo gigantesco, soprattutto per quello che abbiamo fatto, perché abbiamo suonato all’SXSW un festival immenso ad Austin in Texas, con 500 band in giro per la strade e noi siamo stati fra le 15 band di tutte quelle invitate – che erano molto fighe fra l’altro – a suonare nel palco principale. Siamo rimasti di m***a. C’era tantissima gente, un vero macello è stato bellissimo. E comunque non è stata la cosa più importante che abbiamo fatto: ritornare in posti in cui avevamo già suonato è stata una figata, nel senso che l’Europa l’avevamo già esplorata due anni fa e ritornarci per il tour del 2018, con dei festival più importanti, è stato fantastico e poi lo Sziget Festival a Budapest, in cui abbiamo suonato ad agosto, è stato unico.

L’altra volta mi parlasti del vostro sogno: suonare in latino America. Perché proprio là?

Io c’ho vissuto per tanto e da quando sono ritornato in Italia il mio sogno è sempre stato rivedere quei posti da musicista, non solo viaggiatore. Ho questa duplice anima e la musica mi permette di fare entrambe le cose. Vorrei tornarci con addosso queste nuove vesti, quelle del musicista insomma. Infatti, ci siamo mossi in questa direzione, nel senso che abbiamo fatto un EP con Flora Margo che è un’artista molto importante in Messico e adesso stiamo cercando di andare da quelle parti. L’America latina è piena di realtà, di vita vissuta intensamente. Molte cose che viviamo noi in occidente sono fittizie, ma in Sud America la gente vive in modo reale e sensibile, come se avesse ancora un’anima e a me piace questo popolo ancora così vivo, mi piace scoprirlo, rincontralo e vedere se è come l’ho lasciato ormai 10 anni fa.

La senti come casa tua?

Bè sì, c’ho vissuto tanto e mi manca molto, mi manca la sua gente.

E adesso? Programmi a breve termine?

Stiamo facendo i pezzi nuovi!! Sono molto fighi ci saranno dei produttori importanti dietro. Figata!! Aspettiamo un attimino di capire i tempi giusti per la pubblicazione e spiegare meglio cosa stiamo facendo. La prossima volta che torneremo in Italia vogliamo presentarci in una maniera diversa quindi stiamo preparando bene ogni dettaglio.

Tipo?

Nuovi sound, nuova voglia di confrontarci con un mercato che in Italia è molto complicato per noi. Vogliamo vedere cosa succede dopo due anni dall’ultimo disco, a che punto siamo arrivati.

I vostri tour seguono tappe incredibili. Suonate spessissimo in Europa forse più che in Italia. Perché questa necessità? A cosa è dovuta?

Mah, in realtà è un’impressione distorta di chi ci vede da fuori. L’ultimo disco è uscito due anni fa, abbiamo fatto un anno in Italia con quasi 100 date ed è raro che in Italia succeda una cosa del genere e il fatto che quest’anno abbiamo detto basta Italia per suonare all’estero è solo una questione di organizzazione: il primo anno lo dedichiamo in Italia, il secondo sempre in Europa. Tutto qui. Ti dico che oggi siamo arrivati a Siena, unica data italiana, siamo entrati in piazza sbucando da un vicoletto, e di scatto, in maniera spontanea, ci siamo messi ad applaudire vedendo questo spettacolo magnifico. È perché siamo super affezionati all’Italia ci dà delle emozioni uniche e non vediamo l’ora di tornare a suonare qua.

Come t’è sembrata Siena? Com’è stato suonare stasera?

Bella, bellissima. Molto emozionante. Era anche un bel po’ che non suonavamo in Italia ed eravamo timorosi, perché l’Europa ti porta a suonare in una certa maniera, ti cambia e non sai cosa succede quando torni a casa, invece la gente è stata molto disponibile e presa bene! Siamo molto contenti.

Lo facciamo un viaggio insieme? Vi accompagno in Sud America, vi scarico il pullman, vi scrivo il diario di bordo

Se hai una macchina fotografica e una penna per raccontare vieni. Sarebbe bello far filmare i nostri viaggi. Non in maniera invasiva, ma spontanea, fluida, naturale.

Domandona. Ma la calzamaglia a righe e il trucco sugli occhi che fine hanno fatto?

È un’altra cosa raga… ho 32 anni (ride). Sicuramente tornerà la chitarra con lo scotch in stile punk!!

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Le Facce di Lù. Gli artisti camminano fra noi – Intervista all’artista Luigi Viroli

“Oggi come si fa arte visiva? Quali sono le nuove proposte? E soprattutto, gli artisti camminano fra noi?” Non ditemi che non ve lo siete mai chiesti. Almeno una di…

“Oggi come si fa arte visiva? Quali sono le nuove proposte? E soprattutto, gli artisti camminano fra noi?”

Non ditemi che non ve lo siete mai chiesti. Almeno una di queste domande vi sarà sicuramente passata per la testa, che siate esperti d’arte o semplicemente curiosi come il sottoscritto.

Qualche giorno fa ho conosciuto Luigi Viroli, in arte , all’inaugurazione della sua mostra “Puzzle” ad Arezzo. So bene che un solo artista non fa la regola generale, ma sicuramente un po’ di luce sopra i miei dubbi a proposito dell’arte ultra-contemporanea l’ha fatta.

Innanzi tutto, sì: gli artisti camminano fra noi. Egocentrici o timidi, solitari o festaioli, pazzi o nor… no, gli artisti sono tutti un po’ pazzi, dai. Guardatevi intorno e scoprirete una mostra qua, un laboratorio sotto casa vostra, un po’ di colori accanto al muro del vostro ufficio. , artista aretino, non fa eccezione.

Su quali siano i lavori proponibili dopo secoli in cui l’arte ha reso estremamente complicato ogni tentativo di confronto con il passato (vedi Rinascimento), bè, la risposta è molto più complicata e c’è ancora parecchio buio. Sta di fatto che ci sono tantissimi esempi di arte di altissima qualità nel terzo millennio, penso a Banksy o a Steve McCurry. L’unica cosa che mi sento di poter dire è SIATE CURIOSI e scoprirete un sacco di cose bellissime. Spesso strane, ma bellissime.

Come si fa arte visiva oggi? Ho provato a chiederlo a il giorno dell’inaugurazione della sua mostra, in mezzo ai suoi quadri incredibilmente coinvolgenti.

Come ti sei formato?

Ho fatto di tutto nella vita. Ho studiato architettura, ho disegnato gioielli, ho lavorato in un negozio di arredamento e alla fine ho messo su uno studio privato. L’aspetto artistico mi ha sempre accompagnato per tutta la vita. In ogni momento ho dipinto, creato e scritto ciò che sentivo dentro di me.

La passione per l’arte da dove viene?

Forse dalla passione per il bello in generale. A me piace il bello che mi arriva dalla musica, dall’arte, dai vestiti anche. È una ricerca di un equilibrio che probabilmente io non ho. Dipingere è la mia psicanalisi. Quest’ultima avventura delle Facce è nata da un iPad regalato per i miei 50 anni: ho iniziato a disegnare su quello schermo delle facce stilizzate mentre parlavo al telefono. Le ho pubblicate su Facebook per gioco e la gente mi chiedeva continuamente cosa fossero. all’ennesima richiesta mi sono deciso. Ho comprato una tela al negozio dei cinesi, ho riesumato i miei vecchi acrilici e ho iniziato a trasformare le facce in quadri.

C’è qualche corrente artistica o qualche autore al quale ti ispiri?

Io sono un grande osservatore. Guardo, scruto e probabilmente anche senza volerlo recepisco cose e immagini. Non credo di avere nessuna formazione specifica. Rubo immagini dal mondo e le rielaboro. Se una cosa mi colpisce prima o poi esplode, torna fuori. Non ho una grande competenza specifica in arte. Guardo e ripropongo in diversi modi ciò che per me è bello.

Prima delle Facce di Lù cosa facevi? Per esempio, a casa dei miei ho un bellissimo quadro in 3 dimensioni di una città al chiaro di luna, fatto interamente in legno. Una cosa unica.

Sì!! È vero, quanto tempo!! Ma io ho fatto di tutto. Ora mia riporti alla memoria una cosa che avrò fatto più o meno 20 anni fa. Ho lavorato molto con le mai: sculture, quadri particolari, pitture sui mobili. Mi è sempre piaciuto creare. Quando ho in testa una cosa la faccio diventare reale.

Le Facce di Lù cosa rappresentano?

Ti ho già detto che sono nate quasi per gioco. Oggi rappresentano la ricerca di un equilibrio tra spazi, forme, linee. Per me questi quadri diventano un equilibrio nel disordine, nella anormalità.

Dal momento che disegni facce immagino che l’equilibrio ti venga dalle persone che ti stanno intorno?

Non saprei di preciso. Sono anche un grande amante della fotografia e ciò che più di ogni altra cosa amo fotografare sono le persone. Anche se in realtà sono un gran solitario e da solo raggiungo il mio equilibrio, ho sempre bisogno delle persone, delle particolarità che si portano dietro.

Continuerai con le Facce o inizierai qualche altro progetto?

Penso di sì. Mi piace che ci sia qualcosa che mi contraddistingua. Può darsi che comincerà con gli animali, ma sempre di facce si tratterà. Continuerò così perché mi diverte molto e mi stimola. Sto dipingendo personaggi famosi, come la Drusilla l’attore che si veste da donna a teatro, quello che ha fatto Strafatto. Mi diverto ed è quello che ho voglia di fare. Alla gente piace molto questa cosa delle facce perciò mi rende ancora più felice.

La mostra, allestita in via Garibaldi 111 in pieno centro di Arezzo e curata da Giuseppe Simone Modeo, andrà avanti fino al 9 dicembre.

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Lo Stato Sociale in Piazza del Campo per la Notte dei Ricercatori – Intervista alla band

Dopo il successo di Sanremo arriva l’esibizione nella magnifica cornice di Piazza del Campo a Siena Al termine del concerto della band bolognese in Piazza del Campo, organizzato dall’Università di…

Francesco Bellacci e Lodo

Dopo il successo di Sanremo arriva l’esibizione nella magnifica cornice di Piazza del Campo a Siena

Al termine del concerto della band bolognese in Piazza del Campo, organizzato dall’Università di Siena e l’Università per stranieri, in collaborazione con il Comune di Siena, la Fondazione Monte dei Paschi, Uisp, l’azienda regionale per il diritto allo studio universitario e Toscana Life Sciences, per la Notte dei Ricercatori a Siena, mi sono intrufolato nel back-stage.

Un “dietro le quinte” molto particolare fra le sale del magnifico Palazzo Pubblico, dove i regaz de Lo Stato Sociale, ancora carichi di adrenalina da concerto, si stavano scolando le ultime bottiglie di birra vagando senza mete precise, ridendo e scherzando con los chicos degli Espana Circo Este e lo staff. L’ultimo sforzo della serata l’hanno fatto concedendomi un’intervista in perfetto Bolognese.

Com’è stato suonare a Sanremo?

Abbastanza divertente dai. In realtà suonare è una parola grossa, perché suonava l’orchestra: noi abbiamo cantato e fatto un po’ di casino. È stata una cosa strana, perché avevamo un pubblico di persone sedute, non c’eravamo abituati e poi ci sono tutte quelle telecamere… una cosa enorme! Ci stavamo cagando sotto, poi a metà del pezzo ci siamo caricati, perché abbiamo visto che il teatro era tutto in piedi e si muoveva. Da quel momento lì ci siamo divertiti un casino.

Tutto il teatro tranne due persone…

Bè sì… Matteo Salvini e la sua compagna. Erano fermi, immobili che si guardavano attorno con sdegno. Estranei a quella festa bellissima sembravano dire “io non mi voglio divertire con questi qui”, quasi fosse un motivo di orgoglio.

Come state vivendo il fatto di aver raggiunto una platea ancora più grande? Mi riferisco alle nonne, ai nipotini, alle mamme, ai babbi che vi hanno visto in tv.

È una figata! Questa estate abbiamo fatto un tour di concerti gratuiti nelle piazze e c’è stata la possibilità per i bambini, le famiglie e gli anziani di venirci a sentire. Abbiamo visto tantissime nuove facce di fronte a noi e questa roba qui è una figata, perché sai che stai facendo qualcosa che va un po’ oltre al circolo e alla nicchia. Poi in realtà abbiamo portato tutte le nostre canzoni, quelle che abbiamo fatto negli anni precedenti, quello che è la nostra storia fondamentalmente, e dopo i concerti ci sono state un sacco di persone che venivano a dirci “ma è divertentissimo è meglio della televisione!!”

Questa è “la rivoluzione che non passerà in TV” del vostro album L’Italia peggiore che diventa realtà!

Esatto!! Far uscire le persone di casa per noi è molto importante e ci piace molto. Speriamo di continuare con queste esperienze qua.

A me sembra un vostro piano per arrivare a dominare il mondo: farvi ascoltare dai bambini che crescendo chiederanno ai genitori “ma cosa significa stato sociale?” e i genitori saranno costretti a parlarne incuriosendo nuove generazioni. Confessate…

Esatto (ridono maliziosi). Infatti, prima il rettore dell’Università che ci ha detto “voi adesso state istruendo i bambini, state seminando e un giorno voteranno bene”, ma gli abbiamo subito risposto che voteranno bene se ci sarà qualcuno da votare. L’obiettivo di quello che facciamo è creare aggregazione, ma non si può fare solo con i giovani: c’è bisogno di allargare i confini e abbatterli per abbracciare generazioni diverse anche quelle molto più grandi. Siamo molto contenti di quello che ci sta succedendo e continueremo a fare questa operazione di estensione del dominio della lotta.

Parlate spesso di Bologna come una realtà dove i centri sociali ancora resistono, dove l’aggregazione è ancora una parola e una pratica radicata nella gente. Questo non esiste più nella maggior parte delle città italiane: non ci sono più punti di aggregazione, posti dove riscoprire e fare politica assieme, che non vuol dire assolutamente politica parlamentare. Quanto è grave questo problema?

È un problema molto grosso, che deriva da anni di mancanza di cure verso questo aspetto. La sinistra si è persa in un intellettualismo e in un atteggiamento che nasce dalla presunzione di conoscere il verbo divino e questa arroganza l’ha fatta allontanare dalla realtà.

Questo è quello che è successo alla sinistra parlamentare. E invece ai giovani?

Secondo me i giovani, ci assumiamo il rischio di dire una cazzata, hanno perso i punti di riferimento per quanto riguarda lo spirito della scoperta, della curiosità e sono diventati un po’ arrendevoli. Non soltanto per colpa loro, ma soprattutto per quello che ci viene imposto. Sia chiaro, non è un’imposizione rigida e granitica, ma qualcosa dettato dalla necessità. Non vedendo alternative ci si concentra nel portare a casa uno stipendio o nello studiare la cosa giusta per garantirsi un lavoro sicuro e non, invece, la cosa che ti interessa e ti rende felice. Questo è il problema… un bel mondo sarebbe dove le persone inseguono veramente quello che per loro è importante e non quello che gli viene detto di essere. Questa cosa non succede solo in Italia, ma in tutto il mondo. Da parte della sinistra manca la spinta culturale verso un atteggiamento carico di curiosità. Se non si stimola la curiosità si cade nell’apatia e nell’accettazione di quello che è il sistema e oggi il risultato è il disastroso declino dell’impegno… che poi sarebbe una cosa bellissima e divertente a differenza di quello che crede la gente.

Non è solo sacrificio, infatti.

No, assolutamente! Il sacrificio è una roba cristiana, di uno che ha stabilito che il sacrificio dovesse essere la via definitiva per tutte le cose. È chiaro che bisogna sbattersi, però se ti sbatti per una cosa in cui credi è per forza un piacere. Una vita in vacanza è questo: vivere di quello di cui hai voglia di vivere, di quello che credi sia giusto vivere. Solo che ormai s’è persa anche la volontà di stabilire cosa sia giusto, non per il mondo, perché sarebbe arrogante, ma per te stesso, per il tuo bene.

Il vostro nome nasce dal fatto che sentivate spesso lamentare la mancanza del welfare-state e in qualche modo, anche scherzoso, vi siete incaricati di riportarlo fra la gente. Come va il lavoro? Siete riusciti a rimediare?

Mah (ridono), purtroppo non siamo riusciti a bucare il grosso della barriera. Lo stato sociale è una cosa novecentistica in cui c’era un’idea di fondo che diceva che tutte le persone dovevano avere la stessa possibilità e le stesse opportunità, e lo Stato in teoria avrebbe dovuto aiutare lo sviluppo della società in questa direzione. Ora ci siamo noi e basta (ridono).

Dopo Sanremo qualcosina può cambiare?

Mah, siamo una goccia nell’oceano…

Ma non siete soli. Band che come voi si impegnano ce ne sono eccome: gli Espana Circo Este, Willie Peyote, I Ministri…

Ma certo! Per fortuna che nel mondo della cultura e della produzione artistica c’è chi si impegna in questa cosa qua. Sarebbe bello avere sempre, da parte di chi fa musica, da parte di chi fa cultura, una risposta o un segnale importante su quello che succede attorno.

A me pare che negli ultimi anni la musica stia facendo di nuovo suoi questi temi. Dopo il periodo delle Posse, di Caparezza, di Frankie Hi-Nrg, degli Offlaga Disco pax c’è stata una decina d’anni in cui questo modo di fare musica è scomparso del tutto, fino a quando siete tornati voi e altri artisti. Non sono esempi da poco, perché state avendo un ottimo seguito. Quindi questo momento della musica italiana mi sembra molto positivo, mi sbaglio?

Vero, sì assolutamente. Il problema è che nel mondo della produzione musicale non c’è interesse a creare un pensiero critico, ci si accontenta di fare una canzone che funzioni, che passi in radio e raggiunto lo scopo ci si limita a quello. Che va bene, non voglio fare una critica ferrea, ma solo dire che una volta che arrivi ad avere tutte le possibilità che ti dà un pubblico, perché non passare un decimo del tuo tempo a dire una cosa importante per provare a sensibilizzare sulle situazioni che vivi e vive chi ti ascolta?

Secondo me non si dà il giusto merito al lavoro di certe etichette discografiche. Quanto è importante il lavoro che fa la Garrincha?

È molto importante ed è una roba estremamente collettiva e comunitaria per come si è sviluppata. Soprattutto il fatto di essere in molti, spessissimo a contatto gli uni con gli altri, ti porta ad accettare e comprendere i difetti, perché sia noi che Garrincha, e tutte le persone con le quali lavoriamo, siamo pieni di difetti. Il bello è che abbiamo imparato ad accettarci e a convivere per cercare di fare qualcosa in più, e quindi in questo confronto constante fra di noi si cresce e si raggiungono risultati bellissimi da proiettare all’esterno: dal palco al pubblico. Per risponderti in breve: è una ricchezza.

“Approccio alla vita secondo il cazzeggio” è un po’ il mantra de Lo Stato Sociale. Ci spiegate cosa significa?

Consapevolezza del fatto che moriremo tutti e quindi è bene cercare di fare qualcosa di buono con il sorriso, godendotela il più possibile. Non ha senso struggersi, ha senso promuovere una gioia nel fare anche cose complicate. E poi ogni tanto ci sta di cazzeggiare, come facciamo nei concerti (ridono).

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Willie Peyote: la rabbia per la politica, la fiducia per ripartire

Per descrivere Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, sono stati usati tanti aggettivi, molti paragoni e giochi di parole. Io mi sento di aggiungere “uno di quelli che servono alle…

Per descrivere Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, sono stati usati tanti aggettivi, molti paragoni e giochi di parole. Io mi sento di aggiungere “uno di quelli che servono alle generazioni più giovani e alla musica”. Sui palchi italiani sta presentando il suo ultimo album Sindrome di Tôret uscito il 6 ottobre per l’etichetta 451.

Senza mai perdere la solennità per i temi trattati, riesce a essere allo stesso tempo provocante e dissacrante, ironico e irriverente, incazzoso e romantico (a modo suo). Il suo rappare si lega alle lezioni del cantautorato più classico, al pop e a mille altre sfumature. Non a caso dentro al suo ultimo disco le sonorità spaziano dal punk al funk, passando per il jazz fino all’hip-hop. Un vero mosaico. Per il Peyote la musica significa anche comunicare prendendo posizione e lo dice chiaro e tondo “non rimo: divulgo”.

Lo abbiamo intervistato dopo il suo concerto alla Festa dell’unità di Torrita di Siena e abbiamo imparato che non le manda a dire e che non si piegherebbe mai a nessuno. Ah, è anche “uno di noi”, uno easy.

C’è tantissimo “Daniele Silvestri” nei tuoi testi e nelle tue musiche. Mi sbaglio?

“Beh, l’ho ascoltato moltissimo. Secondo me è il più bravo di tutti i cantautori italiani di seconda generazione. Scrive da Dio. Tra tutti è quello che sicuramente mi ha influenzato di più, insieme ovviamente ad artisti più vecchi tipo Gaber, Iannacci, Buscaglione. Ha un modo molto ironico di gestire la scrittura e il palco. Poi ti dico che un mese fa a Roma è venuto a vedermi suonare con i figli… sembrerebbe essere fan.”

Un bel traguardo, no?

“Minchia! Una delle cose più belle che mi siano successe!”

Anche stasera, come sempre, hai dimostrato di aver riportato il rap sul piano sociale. Prima di te c’erano Frankie Hi-Nrg, Caparezza, i 99 Posse, poi però qualcosa è cambiato. In quale direzione è andato il rap?

“Ma sai, in realtà è un falso mito quello che vede il rap come strumento per far emergere le problematiche sociali. Ovviamente il rap nasce negli USA all’interno dei quartieri afroamericani, dove era forte il senso di rivalsa sociale. Ma vede la luce come genere per far divertire le persone, perciò non dobbiamo aspettarci che il rap abbia per forza contenuti sociali. In Italia s’è legato da subito alle posse, a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, quindi da sempre pensiamo che sia così. Dopodiché ti dico che non me ne frega un cazzo di quello che fanno gli altri. Io ho bisogno di dire delle cose, ho una coscienza politica e la metto nelle mie canzoni. Gli altri sono liberi di fare quello che vogliono. Non so verso quale direzione sia andato il rap, ma secondo me la musica non deve andare da nessuna parte. Ogni artista fa quello che sente. Ognuno deve fare quello che vuole fare.”

Il cantante oggi deve riappropriarsi della responsabilità politica?

“Solo chi se la sente. Non deve essere obbligatoria: se hai una coscienza politica è giusto che tu la metta nella tua musica. Se sei uno a cui non frega un cazzo è giusto che ti faccia i cazzi tuoi, perché un ignorante che parla di temi importanti è peggio di uno che non ne parla.”

Qualche giorno fa abbiamo intervistato I Ministri parlando, tra l’altro, di fiducia che poi è anche il loro nuovo album. Nelle tue canzoni c’è lo stesso appello e una critica verso chi questo atteggiamento l’ha dimenticato. Quanto è importante ritrovarlo?

“Senza fiducia non si può vivere. Io in realtà non ho molta fiducia negli esseri umani, soprattutto se tengo a una persona paradossalmente mi fido meno, perché mi sento vulnerabile e quindi ho più paura. Però sarebbe bello che tutti ci sentissimo parte della società sapendo che chi è di fianco a noi, se avessimo un momento di difficoltà, ci aiuterebbe. In italiana non è così. La fiducia nella persona che ti sta accanto andrebbe ritrovata, a prescindere da quale sia il grado di parentela o di amicizia. Sai perché non c’è fiducia? Perché tutti inconsciamente sanno che non si spenderebbero per l’altro e se tu per primo non lo fai pensi che l’altro si spenderebbe per te? È colpa nostra. Non coltiviamo più il concetto di comunità. Non c’è bisogno di essere tutti d’accordo: la comunità è anche un luogo in cui si discute, è la sensazione di poter essere utile e aiutare il prossimo. Questa roba non c’è. Dovremmo avere più fiducia nell’essere umano.”

Tu però ne parli sempre, sali sul palco e arrivi al punto di arrabbiarti. Ci credi davvero nel miglioramento?

“C’è un inizio. Bisogna tutti tornare a pensare di più, a pensare con la nostra testa e a prenderci la responsabilità dei nostri pensieri e delle nostre azioni. Quello è il meccanismo. Dobbiamo smettere di parlare per titoli di giornale, per slogan televisivi o da social network. Dobbiamo tornare a parlare e pensare come vogliamo noi. Sarebbe già un inizio. Nessuno deve pensare come me, ma con la propria testa. Poi se ne può parlare. Però ognuno dovrebbe essere consapevole di quello che pensa non andare avanti per sentito dire. C’è un momento in cui ti accodi a delle idee che funzionano. Succede nella musica, succede nella politica. Tutti lo facciamo, ci sta, ma troppi non hanno le palle di prendere posizione e staccarsi dal branco. Io prendo posizione e c’è un sacco di gente che mi dice “oh ma guarda che è un rischio, perdi del pubblico”. E vabbè. Non voglio essere ascoltato da gente che alla festa dell’unità mi manda a cagare se faccio un pezzo antifascista.”

Ecco, cosa è successo a Torrita? Sul palco ti sei preso a parole con qualcuno…

“C’erano due al bar che dopo la strofa a cappella mi hanno fatto un suca. È per quello che ho fatto quell’invettiva. Non me ne fotte di ricevere un suca, non è il primo e non sarà l’ultimo. È il contesto che mi fa incazzare: se alla festa dell’unità, in un posto di provincia, qualcuno si incazza se viene trattato un tema antifascista dal palco allora abbiamo tutti un problema grosso di identità. E nessuno se ne rende conto. C’erano un sacco di vecchi, del PD probabilmente, seduti su quelle cazzo di sedie. Io ho parlato di molti temi importanti, di cose su cui bisognerebbe ragionare, ma loro sono figli di una politica che è morta. Vincerà sempre Salvini se continueranno ad essere loro l’opposizione. Sono tutti morti dentro. Su questo hanno ragione i 5 stelle: intorno a loro c’era la morte, Salvini ha distrutto tutto quello che aveva intorno, perché ha la forza di chi parla male, ma parla alle persone. Invece la sinistra è staccata dalla popolazione da ormai un sacco di tempo e queste situazioni qua mi fanno prendere male, mi incazzo quando vedo ‘sta roba, perché c’è gente che organizza queste cose chiamandole Feste dell’unità, per retaggio, per tradizione. Di vero senso di appartenenza, qua dentro, non c’è più un cazzo e questo è grave.”

Per calmare un po’ gli animi, ci dici com’è suonare con Roy Paci?

“Figo. Con i musicisti così è sempre molto figo. Poi lui quando prende la tromba in mano è mostruoso.”

Com’è andata? Come vi siete conosciuti?

“Mi ha scritto e poi ci siamo beccati a un concerto. Siamo diventati amici e sono andato nel suo studio a Lecce a registrare Sindrome di Tôret. Siamo diventati ancora più amici, ogni tanto ci becchiamo. Mi piace che la musica sia condivisione. Deve esserlo.”

Suonerete insieme?

“Ma guarda, ora sarà difficile perché siamo in tour e come puoi immaginare ci sono un sacco di complicazioni logistiche. Però prima o poi succederà.”

In Toscana suoni spesso. Com’è la risposta del nostro pubblico?

“Ultimamente ci suono spesso sì: Arezzo al Mengo, a Fucecchio, a Firenze e qua. Abbiamo esordito con un sold-out alla Flog totalmente inaspettato e da lì la regione ha risposto molte bene: al di sopra delle nostre aspettative. In realtà tutta Italia sta rispondendo molto bene.”

Magari ne ha bisogno. Secondo me c’è una valanga di giovani che hanno urgenza di sentire queste cose: hanno bisogno di ritrovare fiducia, iniziando a riconoscerla fra coetanei.

“Bene. Io provo a farlo, poi ognuno si riconosce in ciò che vuole. È un momento storico in cui le cose da un punto di vista musicale funzionano. La gente va ai concerti, quindi bella storia. Se riusciamo a far divertire le persone e a farle pensare allora benissimo!”

Molti provano a circoscriverti in categorie musicali sempre diverse, a cucirti addosso un genere su misura. O ci dici tu cosa fai oppure ne invento un’altra anche io: RAPACAZZO. Un mix tra rap e cacacazzo, visto che rompi i coglioni a molti con la tua musica…

“Ci può stare. È la prima volta che mi viene detto, ma me l’accollo. Potrei essere io in effetti! Comunque io non mi definisco. Non ci si definisce da soli. Tu sei. Gli altri ti definiscono.”

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#MetticiLaFoto – L’esposizione fotografica a cielo aperto nelle vie di Foiano

Venerdì 27 luglio alle ore 19.00 in Piazza della Collegiata a Foiano della Chiana verrà inaugurata la terza edizione del progetto #MetticiLaFoto, organizzato dall’Associazione Fotoclub Furio Del Furia. Una grande…

Venerdì 27 luglio alle ore 19.00 in Piazza della Collegiata a Foiano della Chiana verrà inaugurata la terza edizione del progetto #MetticiLaFoto, organizzato dall’Associazione Fotoclub Furio Del Furia. Una grande esposizione collettiva aperta a chiunque, con installazioni fotografiche (dimensioni 70×50) che hanno come location i passaggi del centro storico di Foiano della Chiana: quelle viuzze in cui la gente troppo spesso non si sofferma, mancando di godere dell’intimità e dell’unicità del borgo chianino. Il progetto vede coinvolti oltre 200 partecipanti tra professionisti e amatori.

L’esposizione continuerà fino a tutto settembre, mese in cui verrà presentato un week-end di eventi fotografici in collaborazione con il Centro di Psicologia e Neuropsicologia Clinica-Aps (CPNC) che presenterà Si scrive Selfie si legge “ME”. Il fenomeno del selfie come strumento di costruzione sociale dell’identità, patrocinato dal Comune di Foiano.

La prima edizione dell’evento ha visto letteralmente avvolta una parte delle mura castellane di Foiano con una stampa gigante lunga 200 metri e contenente oltre 500 fotografie scattate dai partecipanti.

#Metticilafoto 2017

Lo scorso anno sono state allestite varie mostre permanenti nei luoghi più suggestivi del paese: l’effetto è stato incredibile. Tramite una campagna di crowdfunding, e con il sostegno del Comune, la mostra collettiva ha potuto prendere vita ed è stata poi arricchita da esposizioni fotografiche di livello internazionale che hanno caratterizzato tutto il mese di novembre.

Scopo del progetto è quello di dare risalto alle vie del paese quotidianamente percorse dai foianesi, ma che poco vengono apprezzate per la loro reale bellezza. Infatti, tra gli obiettivi che si prefigge il Fotoclub c’è quello di coinvolgere gli abitanti, mantenendo viva la loro partecipazione alla vita culturale del paese.

Le istallazioni fotografiche saranno allestite nel passaggio della Collegiata, nella porta della Collegiata, in Via XX Settembre e in Via Curtatone.

L’esposizione dei selfie è tutt’ora aperta e lo sarà fino a settembre. Chiunque volesse partecipare gratuitamente può inviare i propri scatti a foianofotografia@gmail.com che provvederà a stampare le foto. È possibile anche corredare l’immagine con una riflessione su cosa rappresenti l’autoritratto/selfie; le testimonianze verranno raccolte e approfondite negli incontri di settembre insieme al CPNC.

Fondata a Foiano della Chiana nel 1977 in omaggio al noto farmacista foianese vissuto nei primi decenni del ventesimo secolo, l’Associazione Fotografica Furio Del Furia ha lo scopo di diffondere e promuovere la fotografia in tutte le sue forme e si impegna nella conservazione e nella promozione del patrimonio fotografico lasciato da Del Furia. La mancanza di fondi istituzionali per eventi culturali di questo tipo ha messo in moto i soci del “Club”, che hanno creato un progetto unico e innovativo, finanziato dagli stessi partecipanti tramite crowdfunding e patrocinato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Foiano.

#Metticilafoto 2017

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La consacrazione del Mengo Music Fest – Intervista a Paco Mengozzi

Si è appena concluso il Mengo Music Fest e l’affluenza record di 30mila spettatori che hanno preso parte al festival ha dato ragione dell’eccezionale lavoro fatto dagli organizzatori nel corso…

Si è appena concluso il Mengo Music Fest e l’affluenza record di 30mila spettatori che hanno preso parte al festival ha dato ragione dell’eccezionale lavoro fatto dagli organizzatori nel corso degli anni. Chi il Mengo lo segue da sempre, o comunque da molti anni, si sarà sicuramente accorto dei risultati raggiunti, frutto dell’impegno e dell’esperienza maturati nelle varie edizioni.

Il viaggio del Mengo Music Fest inizia nel 2004 e noi, dopo l’intervista a “I Ministri”, ci siamo fatti raccontare un po’ di cose da Paco Mengozzi, uno degli storici organizzatori.

Mengo Music Fest nel 2009

Com’è nata l’idea? Quali erano i sogni e le speranze di quel giovane di 14 anni fa?

Il Mengo nasce come una cosa del tutto spontanea. Al parco di Via Alfieri c’era il chiosco di mio babbo e un gruppo di ragazzi si riuniva lì per passare i pomeriggi parlando e bevendo birra; la maggior parte suonava in gruppi e nacque proprio su quelle sedie disposte intorno ai tavolini l’idea di suonare insieme. Chiamandosi il chioschino Mengo decidemmo di chiamare così le nostre serate.

Com’era allestito?

Una pedana con due casse e via (ride). Suonava chiunque volesse suonare. Era tutto organizzato fra amici all’ultimo minuto. Ci divertivamo tantissimo.

Come è potuto crescere fino a questo punto?

Già dall’anno successivo il numero dei partecipanti era aumentato e così quello dopo ancora. Creammo un’associazione che si chiama Music! allo scopo di dare maggiori opportunità a tutti quelli che ci chiedevano di suonare. Negli anni siamo cresciuti sempre più, soprattutto dal punto di vista organizzativo. Nel 2009 c’è stata una prima svolta in cui abbiamo ospitato I Ministri, erano anche loro agli inizi, ma già facevano la differenza. Da quella data i cantanti del panorama nazionale e internazionale si sono susseguiti sul nostro palco fino a comprendere lo Stato Sociale, Calcutta, Zen Circus, Fask, Levante, ecc. Quest’anno ha suonato anche Cosmo.

Chi sono le anime di tutto questo?

Inizialmente volontari che si erano riuniti nell’associazione Music!. Poi molti di loro sono diventati tecnici di palco, turnisti, musicisti, professionisti della musica insomma: i punti di riferimento per il festival. Ci sono anche tanti di noi che dedicano il proprio tempo al Mengo, prendendo ferie dal lavoro e si mettono qui a sudare in pieno luglio. Ovviamente ci sono gli sponsor, senza di loro non saremmo a questo livello.

Oggi cosa è diventato? Cos’è per te il Mengo? Te lo immaginavi così 14 anni fa?

È lo stesso piccolo palco con una pedana e due casse, in versione gigante. È il nostro sogno che si realizza. Sogno che richiede passione e impegno. Adesso è a tutti gli effetti un lavoro, perché l’organizzazione si protrae per tutto l’anno. È principalmente una festa dove il risultato è frutto dell’impegno di professionisti.

Tantissimi elogi e apprezzamenti su giornali e radio. Anche all’inizio dell’avventura erano tutti così entusiasti?

All’inizio non avevamo neanche aspettative. Poi dal secondo anno già la cosa si era ingrandita e l’asticella si alzava. Devo dire che il pubblico ci ha aiutato tantissimo e gli abitanti di Arezzo ci hanno sempre apprezzato, questo ci rende veramente orgogliosi.

Questa edizione la possiamo definire come la consacrazione a grande evento nazionale?

Sì dai. È l’edizione della svolta. Le serate sono state di grandissimo livello sia per le performance sul palco che per la risposta del pubblico. Siamo contentissimi. Molto è dovuto al fatto che questo è un festival gratuito, genere quasi del tutto sparito in Italia. Nonostante non ci sia un biglietto da pagare riusciamo comunque a dare un ottimo prodotto al pari di quegli eventi che invece richiedono il ticket. È importante sottolineare questa cosa della gratuità, perché è difficilissimo e faticosissimo ricercare sponsor e finanziamenti per mesi e mesi avendo come obiettivo quello di creare concerti di altissimo livello. Ci metteremo sempre tutto il cuore e l’impegno che abbiamo!

Mengo Music Fest nel 2018

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I Ministri, la rabbia, i dubbi, la fiducia… il romanticismo – Dal G8 del 2001 al Mengo Music Fest

Abbiamo voluto ripercorrere la storia de I Ministri legandola alla spettacolare evoluzione del Mengo Music Fest. Dagli esordi della band milanese nel 2006, passando per la svolta del festival aretino…

I Ministri

Abbiamo voluto ripercorrere la storia de I Ministri legandola alla spettacolare evoluzione del Mengo Music Fest. Dagli esordi della band milanese nel 2006, passando per la svolta del festival aretino nel 2009 che li vide come protagonisti, fino a questa stupenda XIV edizione dove si sono incontrati di nuovo.

Sei album in dodici anni. A marzo è uscito il loro ultimo lavoro, Fidatevi. Ci spiegano come il tema della fiducia sia uscito spontaneo dai loro testi, che neanche lo avessero pensato come base di partenza per la scrittura del CD: come se fosse esplosa una necessità inconscia in un periodo privo di fiducia.

Al Mengo c’eravate già stati nel 2009, che impressione vi fa a distanza di tanti anni?

Allora era un contesto molto diverso da quello di oggi: i ragazzi dell’organizzazione provavano a muovere i primi passi in una situazione davvero problematica, ereditiera della parabola di Arezzo Wave. Oggi per noi il Mengo è diventato una realtà grandiosa, essenziale sia per la Toscana che, soprattutto, per l’Italia.

Da alcuni anni si stanno risvegliando i festival. Come avete vissuto la loro fase di declino e di ripresa?

Innanzi tutto, non bisogna pensare che se un festival funziona allora ha raggiunto il quorum culturale che in realtà meriterebbe il concetto di festival. In Italia siamo attaccati all’idea di dover proporre le realtà musicali “del momento”. Il Mengo, come la maggior parte delle manifestazioni, chiama band in tour che presentano sempre i loro nuovi lavori e questo, per fortuna, richiama un gran pubblico. Ma cosa succederebbe se facessero come all’estero, dove si ingaggiano artisti e band di altissima qualità anche al di fuori dei loro tour personali? Inoltre, le serate dei festival italiani sono molto schematizzate in base al genere musicale. Ieri la serata hip-hop di Gemitaiz, oggi la serata rock e blues con i Bud Spencer Blues Explosion e I Ministri. Per noi tutto questo non dovrebbe esistere. Dovrebbe essere un grande calderone, un mix di sonorità, concetti e ritmi. La musica deve coinvolge tutte le persone, non creare fedi musicali. Purtroppo, a livello internazionale siamo ancora indietro da questo punto di vista, ma ben vengano momenti magnifici di festa: ne abbiamo davvero bisogno, soprattutto dopo un periodo in cui la musica italiana ha subito una specie di stagnazione.

Quando avete iniziato avevate i vostri punti di riferimento musicali. Adesso sentite la responsabilità di essere voi quel punto di riferimento per le nuove generazioni?

È bello sapere che sei un esempio per molti, ma non la viviamo come una responsabilità o un qualcosa che ci consacra nell’olimpo della musica. L’importante è ricordarsi di lavorare con serietà e professionalità, perché in fin dei conti è ancora più bello farlo per chi, là fuori, crede in te. È importante dare un esempio di serietà e dedizione verso la musica ai ragazzi che si approcciano a questo mondo bellissimo. Una cosa interessante del rock è il fatto che può essere replicabile, perché relativamente semplice. Un concetto molto distante da quello della musica del producing o dell’elettronica, perché rifare una cosa che di base non è concreta perde il suo significato sociale e culturale: non ho mai sentito nessuno rifare i Club Dogo o Dr. Dre. Questa differenza consente al rock di avere una tradizione indistruttibile, che dura dagli anni ’60. È un collante di umanità per le persone che hanno interessi e passioni comuni. La cosa che notiamo essendo una band perennemente in tour è che nelle grandi città questo sta scomparendo. L’individualismo è diventato imperante e ha portato a valorizzare i suoi contenuti tipici, che non apprezziamo affatto. Le persone di provincia cercano davvero di coinvolgersi nelle vite di tutti, si creano momenti di aggregazione e di cultura che portano a stare bene. Sembrano discorsi fuori tempo, ma tutto questo esiste.

Mi pare proprio che stiate parlando anche di voi stessi, della vostra storia, dove il discorso politico è sempre stato caratterizzante. Siete tra le pochissime band che provano a sensibilizzare sull’attualità, anche con parole e argomenti inusuali. Quanto è importante continuare a farlo?

Lo ripeto: la musica è fatta per stare bene, non per i soldi e il successo. Anche se chiunque guardandosi allo specchio con una chitarra ha pensato “quanto sono fico, quante ragazze mi faccio”, resta comunque qualcosa di naturale e frutto dell’inesperienza, ci siamo passati tutti: inutile nasconderlo. Il nostro obiettivo è ottenere il consenso di qualcuno, non sono la fama e i soldi. Ricerchiamo soprattutto il rispetto da parte delle persone che ci stanno a fianco. Le nostre parole sono molto poco popolari, ma questi siamo noi senza calcoli e costrizioni. È anche un modo per distinguersi. Sappiamo benissimo che i nostri messaggi arrivano solo a una minoranza di giovani, ma non c’è nulla di male nelle minoranze. A volte succede che sono proprio queste che formano un pensiero che metterà in moto il cambiamento. Questo disco ci rispecchia a pieno, molto più di atri che abbiamo fatto. Ci interessano molto i giovani che ci stanno scoprendo adesso con questi messaggi e queste parole. I dischi sono tappe di un percorso lunghissimo, sono dei momenti che cristallizzano un periodo di contemporaneità veramente vissuto, sono i capitoli delle nostre vite e le nostre vite sono sincere. È fondamentale continuare a cantare le parole che ci vengono da dentro, per noi e per chi in noi si riconosce.

Photo Credit: Giovanni Bellacci

Serviva davvero una band che in questo momento storico italiano prendesse posizione. Molti personaggi pubblici che potrebbero farlo non si espongono, come mai?

La nostra è una presa di posizione dalla base verso concetti di principio, più che sulle singole questioni. Oggi la gente è sempre pronta a ringhiare contro obiettivi occasionali, oggi gli immigrati, domani qualcun altro, insultando e mordendo in ogni modo possibile, soprattutto attraverso i social, usati in maniera indegna dai nostri ministri. Credo che sia frutto di tanta paura, che coinvolge tutte le classi sociali.

So che avete agganciato il G8 di Genova con la vostra partenza come band. Che rapporto c’è stato con quell’evento?

È stato un punto di chiusura di un’era e l’inizio di una nuova. Siamo cresciuti ascoltando una musica veramente alternativa cantata in italiano, ma con sonorità internazionali. Erano gli anni della ricerca di un’Italia diversa. Gli occhi e le orecchie erano puntati all’estero in ogni direzione per captare qualcosa che potesse migliorare il nostro mondo. In quegli anni tutti i percorsi musicali che seguivamo erano accomunati da una radice comune: quella dell’ideologia di sinistra. Il G8 ha messo in crisi la condivisione dei valori di questa parte politica: sono diventati pericolosi e tu all’improvviso diventavi comunicatore di qualcosa che era marchiato come terrorismo. I musicisti si sono ritrovati soli, accusati per le loro parole e le loro idee. Noi abbiamo visto Milano cambiare tantissimo dal 2001 a oggi. La nostra città aveva moltissimi centri sociali dove siamo cresciuti come band. Era un periodo in cui il rock e la musica erano profondamente legati ai centri di aggregazione di sinistra: luogo dove la cultura si muoveva e prendeva vita. Ad un certo punto hanno cominciato a chiuderli tutti e il circolo Arci è diventato “l’alternativa culturale”. Ma si trattava di una situazione molto curata dallo Stato e dal partito, non una situazione borderline, autogestita dalle persone, con nuove idee e proposte. Si è smesso di dar fiducia e di credere nella gente e questo ha portato ad un profondo e diffuso individualismo. Tutto doveva essere filtrato da un controllo di Stato e la musica è stata costretta ad autocensurarsi. Noi siamo cresciuti in quest’ambiente.

Vi siete autocensurati voi?

Nah. Quando è successa tutta questa storia noi stavamo praticamente iniziando (era il 2006) e i fatti del G8 erano in una fase di rielaborazione. Già si vedeva come qualcosa di lontano e noi fummo tra i pochissimi che per la prima volta dopo cinque anni urlavano di nuovo quella tipica aggressività che nasce dalla protesta contro le ingiustizie. Per quasi un decennio venne addomesticata la denuncia tipica del rock e al suo posto subentrò lo stile, il ben vestire, l’ordine: una visione molto estetica, innaturale. Noi invece siamo stati fin da subito molto fisici e incazzati, sia nel modo di suonare sul palco che in quello di comunicare. Eravamo molto fuorimoda quando siamo usciti e lo siamo rimasti. Costruivamo le nostre canzoni sulla rabbia e la protesta, ma anche sul dubbio: un racconto interiore di come le cose ci trascinavano dentro e ci cambiavano nostro malgrado. Però con orgoglio ti possiamo assicurare che non siamo cambiati per un cazzo.

Cosa vorrebbero lasciare i Ministri?

L’idea che la musica possa continuare a essere qualcosa che davvero serve all’essere umano e che non sia fatta solo per intrattenere. Per noi è uno stile di vita che porta anche a sacrificare noi stessi. Vorremmo che venisse riconosciuto che la musica ha ancora una valenza nelle vite delle persone, qualcosa che si deposita nei cuori e ci accompagna per sempre. Un po’ di sano romanticismo!

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La Primavera della Costituzione a Monticchiello

Dal 1 al 3 Giugno a Monticchiello (Pienza) arriva la prima festa della Costituzione, in occasione del 70° anniversario dall’entrata in vigore della Carta. Un ricco cartellone fatto di convegni,…

Dal 1 al 3 Giugno a Monticchiello (Pienza) arriva la prima festa della Costituzione, in occasione del 70° anniversario dall’entrata in vigore della Carta. Un ricco cartellone fatto di convegni, musica e parole, organizzato dai circoli ANPI Valdichiana con il contributo del vasto panorama dell’associazionismo locale.

Il reportage della manifestazione:


Carlo Smuraglia e il futuro della memoria

Partigiano, docente e Presidente onorario dell’ANPI, Carlo Smuraglia ha chiuso la tre giorni di Monticchiello dedicata alla Costituzione. Una lucidissima analisi dall’alto dei suoi 95 anni.

«Il futuro della memoria è oggi. Il problema non è il futuro, ma il nostro presente. Bisogna pensare che se siamo a questo punto della vita nazionale niente è avvenuto per caso. La memoria della Liberazione è stata troppo strapazzata e negata negli anni repubblicani. L’ANPI ha fatto il possibile per tutelarla, ma non siamo riusciti a trasformarla in una battaglia nazionale. De Luna, storico e docente della contemporaneità, ha scritto un libro intitolato “La Repubblica del dolore” in cui dice che l’Italia è incline al cordoglio e alla commemorazione dei caduti; meno incline ad analizzare le ragioni per le quali si ricordano i morti. La memoria dice, sempre De Luna, si costruisce bene quando diventa collettiva. Ogni paese serio e civile dovrebbe avere una memoria collettiva tra i fondamenti della vita nazionale.

Dopo la liberazione abbiamo cominciato a lasciar cadere la memoria solo su ciò che era stato il fascismo, senza mai fare davvero i conti con quella minaccia. Non è mai stata fatta una vera analisi, non sono mai stati epurati i colpevoli dalle cariche pubbliche, dall’alto delle quali hanno continuato a perpetrare, se non le azioni, lo spirito del fascismo. Abbiamo consentito che si considerasse il fascismo una pagina conclusa della storia italiana, nonostante ci rendessimo conto che non fosse affatto così. Non curando questa memoria sono prima andati all’attacco i revisionisti: la tesi di un fascismo mite in confronto al cattivo straniero. Poi si è aggiunta quella secondo la quale conquistata la democrazia il problema della dittatura fosse chiuso. Il fascismo oggi non è una cosa superata, perché la questione della memoria non è stata affrontata correttamente. Operazione analoga è stata fatta sulla Resistenza, sulla quale l’ANPI si è prodigata fin da subito. Ma questo paese non ha l’immagine giusta di cosa fosse la lotta di liberazione nei suoi momenti difficili e bui, nei suoi azzardi, nel suo romanticismo.

La memoria, lo sanno tutti, ha due nemici: il decorso del tempo, cioè l’oblio, e il negazionismo di quelli che deformano la memoria per indirizzarla secondo le loro idee. Non abbiamo insistito abbastanza contro questi due nemici. Lo stesso vale per la Costituzione, che non chiamerò mai “la più bella del mondo” perché l’ha fatto un noto attore cinematografaro che poi ha votato per il “”. La nostra è una costituzione avanzata, assaltata e minacciata fin dalla sua entrata in vigore. Non abbiamo fatto in modo che avesse memoria e adeguata conoscenza. L’errore è dimostrato dal fatto che è stato più volte tentato di metterle mani addosso, con mancanza totale di serietà e rispetto.

Abbiamo bisogno di costruire quella memoria sulla quale si costruisce una nazione. Non ci riunisce solo Dante, la cultura e le bellezze naturali, ma anche la Costituzione e l’antifascismo. L’Italia, e il mondo intero, ha assistito a questa escalation dell’estrema destra e vorrei ricordare che il fascismo non è solo quello che si identifica con il ventennio e con il Duce. Ha detto bene il nostro Presidente della Repubblica “Se volete sapere che cosa sia il fascismo allora è tutto il contrario di ciò che sta scritto nella Costituzione”.

Dobbiamo recuperare le mancanze verso la memoria del passato e irrobustire la nostra azione. Partendo dal dire che la nostra costituzione è la meno attuata nel mondo. Bisogna ridare voce alle tante persone per bene che ci sono in Italia, che lavorano in tante manifestazioni della vita pubblica e della società civile. Facciamo sentire alta la voce della democrazia, della libertà e della solidarietà, che proprio nel piccolo trovano le loro forme di massima espressione. Questo sarà l’antidoto che ci servirà per avere una memoria duratura da lasciare ai giovani in modo che ne facciano la memoria di un’intera nazione».


Alberto Asor Rosa: “Studenti, lottate per la storia e la letteratura del Novecento”

Oggi si scrivono ancora libri sull’esperienza bellica o resistenziale?

“Mi pare proprio di no. La narrativa italiana contemporanea è impegnata ad analizzare e cercare le forme dell’esistenza nella contemporaneità più assoluta. L’elemento storico è quasi completamente scomparso. E in questo i giovani potrebbero, e anzi dovrebbero, fare un ragionamento. Tra la letteratura contemporanea e quella precedente, che arriva fino agli anni ’80, c’è una frattura radicale. La storia e la società in quanto tali spariscono di scena ed emerge una moltitudine di storie individuali calate in questa realtà amorfa, nella quale voi giovani sarete condannati a vivere.”

Resistenza e letteratura, unite nel filone letterario del neorealismo, hanno però costituito un binomio centrale per la cultura italiana del secondo dopoguerra. Cos’è cambiato nel corso degli anni?

“Negli anni ’60 la letteratura era vittima della strumentalizzazione politica, la quale operava sempre più alla ricerca di consenso. Noi giovani di allora sentivamo che da questa presentazione della cultura i valori più autentici e poetici venivano sotterrati. Capisce che questo tradiva l’impegno artistico e civile di quegli autori che vollero fissare in eterno l’esperienza più drammatica del popolo italiano. Voglio dirle che il binomio di cui parla ha subito fin dagli anni Sessanta un processo di trasformazione. È un argomento che ho approfondito sul mio saggio “Scrittori e popolo” uscito proprio nel 1965 e che prosegue con “Scrittori e massa”.”

Com’è affrontato il tema della Resistenza in ambito universitario?

“In modo assolutamente inadeguato. Come clima generale le facoltà di lettere sono praticamente estranee al tema. Anche lo studio di quel tipo di letteratura neorealistica sugli anni ’40 è uscita di scena. Si può dire che l’interesse e l’approfondimento sul primo ‘900 stia spaventosamente scomparendo.”

Una provocazione. Non sarebbe meglio dedicare un po’ più di attenzione a testi come Il sentiero dei nidi di ragno piuttosto che ai Promessi sposi?

“Non molto tempo ho scritto un articolo su Repubblica in conseguenza del fatto che la ex-ministra della pubblica istruzione Valeria Fedeli aveva preannunciato la sperimentazione dell’accorciamento di un anno della scuola media superiore: quattro anni invece di cinque. La motivazione si reggeva sul fatto che i giovani, oggi, crescono prima e che quindi devono andare prima all’Università. Contestai duramente questa proposta, contro-proponendo di organizzare i programmi della scuola media-superiore dal primo al quinto anno in maniera che i programmi dell’ultimo fossero dedicati esclusivamente o prevalentemente alla contemporaneità. Si insegnano una quantità drammatica di cose inutili. Sono certo del fatto che rielaborando i programmi si riesca a concentrare lo studio della letteratura, della storia e della filosofia al Novecento. È vitale. I programmi scolastici di letteratura, per esempio, iniziano dalla scuola siciliana e finiscono sempre a Giovanni pascoli o a D’Annunzio. È invece indispensabile dedicare il quinto anno alla contemporaneità nelle sue sfumature letterarie, storiche e filosofiche. Bisogna cambiare i programmi scolastici. Mettetevi in lotta.”


 


Tiziana Di Masi presenta a teatro #IOSIAMO “Le buone pratiche della Costituzione”

È bello ascoltare storie: fa tornare bambini. E se sono raccontate bene è possibile anche immedesimarsi nei personaggi narrati. Tiziana, quando recita sul palco, riesce perfettamente a trasmetterci queste sensazioni. Non ci racconta di storie pericolose o drammatiche. Non ci diverte con disavventure comiche o paradossali. Tiziana riesce a farci vivere altre vite… e a farci abbracciare.

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (Art. 2 dei Principi fondamentali della Costituzione)

Attrice e autrice campana, Tiziana Di Masi ha alle spalle un’esperienza ventennale di recitazione dedicata in gran parte al teatro civile. Dopo l’avvio di carriera improntato sul patrimonio della coscienza storica degli individui, si dedica alla promozione della legalità collaborando con Libera. Sperimenta anche un nuovo modello di narrazione, coniugando teatro e inchiesta giornalistica. Da poco ha scritto #IOSIAMO, dove racconta storie di volontari che hanno superato la dimensione dell’io per ragionare come un NOI.

L’ho incontrata alla Primavera della Costituzione di Monticchiello, dove si è esibita al tramonto fra i muri in pietra di quelle case che dagli anni ’60 si sono perdutamente innamorate del teatro e della commedia.

Chi sei?

“Sono un’artista. Ma anche una persona che ha fatto uno di quei viaggi che ti cambiano la vita, in cui scopri e conosci un sacco di persone straordinarie: i volontari. In Italia se ne parla molto poco, ma sono più di sei milioni e ogni giorno si impegnano per gli altri mettendo il noi al centro della loro vita: rivoluzionario. Le loro storie mi hanno coinvolta e catturata, anche per il modo che hanno di andare in controtendenza nazionale, quella che io chiamo del selfie costante. Queste persone agiscono senza urlare al clamoroso, senza sbraitare per attirare l’attenzione. Svolgono un ruolo vitale per il nostro paese, perché senza di loro il welfare, qua, in questa Italia, non esisterebbe. Si impegnano nei campi più svariati come quello della difesa dell’ambiente, l’aiuto ai disabili, il sostegno alla povertà. Sono persone delle quali valeva la pena raccontare, per questo lo faccio nei miei spettacoli.”

Come ti sei avvicinata a loro?

“Sono storie che non si leggono sui giornali e tantomeno si vedono in TV. Sono sempre stata a contatto con il mondo dell’attività sociale: ho presentato per tantissimi anni lo spettacolo Mafie in pentola in cui ho collaborato con Libera. Quasi per caso ho conosciuto un volontario e poi ho scoperto che queste storie, queste vite sono collegate fra loro come un’enorme ragnatela. Ho messo insieme tutte le esperienze dei volontari con i quali sono venuta a contatto dal nord al sud della penisola e ho raccontato le loro storie bellissime.”

Storie del tipo?

“Sono storie di vita, non hanno nulla di eclatante. Moltissimi pensano che le storie per essere interessanti debbano contenere avvenimenti spettacolari o elementi drammaturgici. Queste sono storie di persone che, ad un certo punto della loro vita, hanno capito di poter essere utili non solo alla società, ma anche a sé stesse. Mario, per esempio, bolognese di 70 anni aveva una malattia molto diffusa: la depressione. Nel momento in cui ha iniziato ad aiutare un disabile è guarito. Ha sviluppato un amore straordinario per la vita. Ha capito che per vivere felice doveva andare incontro a qualcuno che aveva bisogno di lui. In questa bellezza sta il senso del volontariato. Le fragilità degli altri sono anche le nostre, perché chiunque di noi si può trovare in difficoltà. Le cose mutano. I volontari hanno una visione più naturale della vita e riescono ad accettarla in tutte le sue sfumature.”

Che legame c’è con la nostra costituzione?

“Il volontariato concretizza i valori della Costituzione. L’articolo 2 parla del dovere di solidarietà, che, guarda caso, sta alla base del volontariato. Siamo, pur nelle diversità, tutti umani e fratelli e bisogna dimostrarcelo quotidianamente. I valori della Costituzione di rispetto, tolleranza, solidarietà, amore, convivenza si manifestano energicamente in Italia attraverso 6 milioni di volontari. Ho creduto fosse doveroso parlare di tutto il bene che c’è in questo paese, troppo taciuto, perché il bene non fa mai notizia.”

Ad un certo punto, nel mezzo del suo spettacolo, Tiziana si rivolge al pubblico. Accompagnata da note profonde che escono leggere dagli amplificatori, ci fa alzare tutti. Ci prega di prenderci per mano, di guardarci negli occhi e di abbandonarci in un abbraccio. L’effetto è meraviglioso. Per qualche minuto, per qualche istante abbiamo tutti applicato la Costituzione.


Neofascismo, la galassia nera

Giovanni Baldini coordina La galassia Nera, ricerca che per procedure e finalità è molto vicina all’inchiesta. L’indagine è cominciata nel 2016 con l’esplicito intento di fornire i mezzi e i metodi per imparare a conoscere il neofascismo. I risultati del lavoro del team sono pubblicati sul sito di Patria indipendente.

«Il nostro rischio» spiega il curatore della ricerca, Giovanni Baldini «è quello di dover combattere qualcosa che non conosciamo. Perciò ci siamo sentiti in dovere di aggiornarci. Abbiamo monitorato pagine Facebook che fanno riferimento a fascismo e razzismo. Ce ne sono addirittura alcune che si ispirano alle ideologie ottocentesche della razza. Uno dei risultati più interessanti sono le 900 pagine di Casapound che vengono usate come struttura metapolitica, che si allargano e operano nel territorio, toccando associazioni sportive e sociali per esempio».

«Il dilagare di queste ideologie è molto preoccupante. Il lavoro di monitoraggio continua attraverso un software da noi sviluppato che scava dentro Facebook ricavando le più svariate informazioni su queste pagine. Purtroppo, molti giovani cliccano e navigano all’interno di questa galassia, attratti da un linguaggio e da una comunicazione super-efficace da parte di queste organizzazioni nere».

Marco Sommariva, avvocato e candidato per Liberi e uguali, ha subito minacce da parte di militanti di partiti e gruppi di estrema destra, perché a più riprese ha chiesto (e continua a chiedere) lo scioglimento di organizzazioni incostituzionali come Casapound e Forza nuova. Pone l’attenzione sui cambiamenti interni alla galassia fascista:

«Molte categorie di persone, storicamente difese e accolte nell’orbita delle associazioni e dei partiti di sinistra, adesso vengono assistite dallo schieramento opposto. La sinistra ha abbandonato il suo compito storico di assistenzialismo lasciandolo all’estrema destra. Questo fenomeno è molto interessante quanto pericoloso».

Concludendo sull’apologia di fascismo ricorda «che è tutt’ora vietata dalla Costituzione, ma la legge non viene applicata. È difficile manifestare e portare all’attenzione pubblica questo nodo sociale e politico, perché si rischia di essere manganellati e arresati dalla polizia. Importante denunciare, non smettere di farlo, procedere giudizialmente anche per le minacce via Facebook, perché anche se poche alcune cause arrivano alla conclusione».

Saverio Ferrari, studioso della destra nera, si è guadagnato il nome di “Schedatore” all’interno del mondo neofascista.

«Facciamo analisi di ogni tipo volte a rendere pubbliche le singole personalità che si dichiarano fasciste. L’aspetto più pericoloso è il fatto che la galassia delle destre ha preso il posto sociale da sempre occupato dalla sinistra. Ci sono nuovi linguaggi che attirano anziani, cittadini in difficoltà e soprattutto giovani. In particolare, si fanno portavoce di simboli dei quali sposano le idee come per esempio Rino Gaetano per la sua critica alla classe borghese, Peppino Impastato che avrebbe combattuto la mafia con loro se fosse vivo e, assurdità, Che Guevara, idolatrato per essere un combattente rivoluzionario. Sono state condotte indagini anche sui finanziamenti dei partiti di estrema destra. Forza nuova, uno su tutti, utilizza fondi provenienti dalle rapine di Fiore durante gli anni della tensione, che in tutti questi anni sono stati investiti in attività e canali molto estesi tra cui vendita di quadri, partecipazioni a imprese, speculazioni finanziarie».

Infine, avverte «c’è un mutamento della natura e della forma del fascismo anche all’interno delle istituzioni. L’articolo 7 della legge Mancino dichiara che la magistratura può immediatamente inibire il funzionamento dell’organizzazione di stampo fascista, ma non viene praticamente mai applicato».

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