La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Francesco Bellacci

I segreti del cimitero monumentale di Foiano della Chiana – quarta parte

Parte uno Parte due Parte tre Poco distante dal cimitero monumentale di Foiano della Chiana, procedendo in direzione di Renzino, non si può fare a meno di notare un cancelletto…

Parte uno

Parte due

Parte tre


Poco distante dal cimitero monumentale di Foiano della Chiana, procedendo in direzione di Renzino, non si può fare a meno di notare un cancelletto nero che separa la stretta Via Del Porto da un giardino ben curato. File di lapidi bianche disposte in colonne parallele con incisi nomi poco familiari, sono piantate a terra circondate da un’erbetta soffice. Si tratta del Commonwealth War Graves: il cimitero degli inglesi, come lo chiamano in paese. Questa è anche l’ultima tappa del reportage sul cimitero di Foiano della Chiana.

Gli inglesi e gli americani, che facevano parte dell’Esercito alleato insieme all’Unione Sovietica e a tutti quegli stati che si opposero al nazifascismo, sbarcarono in Sicilia nel luglio del 1943 per liberare l’Europa dalla follia totalitaria di Hitler e Mussolini. Dall’autunno dello stesso anno iniziò la risalita della penisola. A questa lotta contribuirono anche le formazioni partigiane, coordinate dai partiti antifascisti e il Corpo Italiano di Liberazione, ovvero l’esercito del re d’Italia Vittorio Emanuele III fuggito in Puglia dopo l’armistizio.

Le perdite umane nel secondo conflitto mondiale coinvolsero, come tutti sappiamo, centinaia di migliaia di combattenti, ma anche civili inermi, donne, uomini, vecchi, bambini. Alla memoria di queste vite spezzate sono stati costruiti cimiteri e statue, poste targhe e intitolate vie e piazze. Anche gli Alleati venuti a combattere in Italia sono stati sepolti sul nostro territorio. Gli inglesi, a differenza degli americani, non concentrarono i loro caduti in pochi grandi sacrari, ma li tumularono sui campi di battaglia in cui combatterono.

Le operazioni militari che si svolsero nell’area del Trasimeno e della Valdichiana nel giugno del ’44 videro impegnate tre divisioni alleate, per un totale di circa 20.000-30.000 uomini. Si stima che le perdite alleate in questi scontri armati furono di 330 caduti e circa 700 feriti. A Foiano della Chiana, nel Commonwealth War Cemetery, riposano le spoglie di 256 soldati dell’Esercito Alleato. Uomini e giovani ragazzi venuti a combattere lontani migliaia di chilometri da casa, impegnati in una guerra che l’umanità si sarebbe volentieri risparmiata. Un sacrificio, insieme a quello degli antifascisti, dei partigiani combattenti e dei civili innocenti, che abbiamo il dovere di ricordare e tramandare alle generazioni future. Un esempio del quale è necessario farne tesoro.

Dopo la fine della guerra alcuni stati del Commonwealth, un’organizzazione intergovernativa di 53 Stati indipendenti, accomunati dalla passata appartenenza all’Impero britannico, si riunirono nella Commonwealth War Graves Commission (CWGC). Si tratta di un’organizzazione intergovernativa tutt’ora attiva responsabile della commemorazione di tutte le persone appartenenti al Commonwealth e decedute durante la guerra. I caduti sono commemorati in modo uniforme e uguale, a prescindere dal grado militare o titolo civile, etnia o credo religioso. La Commissione è attualmente responsabile della ricorrente commemorazione di 1,69 milioni di morti in 150 diversi paesi. Dalla sua istituzione la CWGC ha costruito approssimativamente 2500 cimiteri di guerra e numerosi monumenti alla memoria.


Fonti

https://it.wikipedia.org/wiki/Commonwealth_War_Graves_Commission

http://www.comune.foiano.ar.it/default.asp?cnt_id=1153&cnt_idpadre=817&tipodoc=1

Commonwealth War Graves Commission – https://www.cwgc.org/find/find-war-dead/results/?cemetery=FOIANO%20DELLA%20CHIANA%20WAR%20CEMETERY

https://it.wikipedia.org/wiki/Commonwealth_delle_nazioni

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I segreti del cimitero monumentale di Foiano della Chiana – terza parte

Parte uno Parte due  Dolores Seriacopi   “La crudeltà del destino rapì nel fiore degli anni all’affetto dei genitori che l’adoravano Dolores Seriacopi nata il 22 gennaio 1904 morta il…

Parte uno

Parte due 


Dolores Seriacopi

 

“La crudeltà del destino
rapì
nel fiore degli anni
all’affetto
dei genitori che l’adoravano
Dolores Seriacopi
nata il 22 gennaio 1904
morta il 22 giugno 1921”

 

 

 

 

 

Dolores era una ragazza di 17 anni, la cui vita fu segnata da grandi sofferenze, da delusioni e da troppo dolore. Dai familiari veniva ricordata come buona e bellissima, esperta ricamatrice al tombolo.

Di lei si innamorò un carabinierino, i cui sentimenti vennero presto ricambiati. Gli amanti cominciarono a vedersi di nascosto, perché all’epoca una ragazza di buona famiglia non poteva fidanzarsi con un carabiniere. Le testimonianze dicono che molte che lo avevano fatto venivano poi emarginate, perché nessuno voleva una donna “disonorata” e poi abbandonata a causa dei frequenti trasferimenti dei soldati da una caserma all’altra.

La famiglia di Dolores si oppose all’amore tra i due e così la bella ragazza smise di cantare e divenne sempre più triste. Il 17 aprile del 1921 un gruppo di antifascisti si ribellò alle camicie nere. Questa rivolta è passata alla storia come “I Fatti di Renzino“. I carabinieri intervenirono e in paese cominciò a circolare la voce che il suo adorato fosse rimasto ucciso. Straziata dalla disperazione, Dolores cercò di togliersi la vita ingerendo pasticche di cloruro di mercurio. Tuttavia, la notizia della morte dell’innamorato si rivelò infondata. Il carabinierino era vivo, ma per Dolores non ci fu nulla da fare. La bella ragazza morì dopo due mesi di atroci sofferenze.

La storia di Dolores e del carabiniere è raccontata anche nel libro “Incontrando Igino” di Emanuele Upini, che abbiamo intervistato proprio per parlare del suo romanzo.

 

Hovak – Caduto Jugoslavo

 

In questa piccola tomba a forno riposa un volontario jugoslavo che ha combattuto in Italia contro i nazifascisti. Non si sa se fosse arruolato tra le file dell’esercito regolare o se si fosse unito ai partigiani della zona.

Al termine della guerra i parenti cercarono di riportare il corpo in Jugoslavia, ma senza riuscirci. Non sappiamo nient’altro su quest’uomo, che sacrificò la sua vita per il bene dell’Europa.

 

I partigiani caduti

 

“Perché spinti da un sacro sdegno di ribellione
contro i nemici della patria
durante la lotta partigiana
per la liberazione nazionale
vennero fucilati in Foiano
la mattina del giorno 8/6/1944
dal plotone di esecuzione
delle belve nazi-fasciste
i familiari e i compagni posero”

 

 

 

 

Come in troppi paesi italiani anche Foiano conta vittime della scellerata politica e della disgustosa condotta morale del fascismo, che portò l’orrore e la sofferenza della morte in ogni luogo della penisola.

La mattina dell’8 giugno 1944 vennero fucilati al “Piazzone” i partigiani appena ventenni Carlo Grazi, Libero Sarri e Gabriele Antonini. Facevano tutti parte della banda del diciottenne Licio Nencetti, la “Volante Teppa”, che qualche mese prima aveva fatto ritorno in Valdichiana dai monti del Casentino, in seguito alla fucilazione del giovane Comandante.

I tre vennero catturati in un rastrellamento conseguente a un scontro armato tra partigiani e nazi-fascisti proprio nei pressi del cimitero. Davanti al plotone di esecuzione, Grazi, Sarri e Antonini, rifiutarono di essere bendati per dimostrare il loro coraggio e l’amore negli ideali per i quali combattevano a chi di coraggio e amore non ne aveva mai conosciuto il significato.

 

Galliano Gervasi

 

Galliano Gervasi è stato uno dei più meritevoli personaggi dell’intera storia di Foiano della Chiana. Era un artigiano falegname, fondatore della sezione comunista locale, i cui membri ottennero la direzione del paese con il passaggio al PCI dello stesso sindaco e della maggioranza dei rappresentanti del consiglio comunale, pur mantenendo una sincera collaborazione con il Partito Socialista. Fu questo di Foiano, uno dei primissimi casi in cui il Partito Comunista d’Italia ottenne la maggioranza in una giunta.

Il Gervasi fu tra gli antifascisti che a Renzino si ribellarono alle camicie nere venute a sopprimere la giunta comunale, picchiando e minacciando socialisti e comunisti e violentando le donne. In seguito ai “Fatti” il giovane falegname venne arrestato insieme ad altri ragazzi e mandato al confino. Qui, a contatto con molti altri prigionieri politici, approfondì e completò la sua formazione politica.

Il silenzio imposto con ergastoli e decenni di carcere fu improvvisamente interrotto nel 1933, quando Galliano Gervasi uscì dal carcere. Di fatti fu presto in grado di recuperare lo spirito ribelle della popolazione foianese. Il filo rosso che legava la ribellione del 1921 di Renzino tornò nelle sue mani e da qui mosse la tessitura della trama che, legando il primo antifascismo all’insofferenza delle nuove generazioni verso il regime, consentì di preparare nuove energie antifasciste: quelle che animarono la straordinaria partecipazione di giovani e giovanissimi alla lotta di Liberazione dopo l’8 settembre 1943. Dopo aver creato l’organizzazione clandestina comunista foianese, il Gervasi preparò il giovanissimo Licio Nencetti alla rivoluzione partigiana. Insieme a lui dette vita alla “Volante Teppa” operante all’interno della Linea Gotica in Casentino.

Al termine del conflitto venne nominato dal Comitato di Liberazione Nazionale sindaco della città di Foiano, ed ebbe l’enorme onore di essere eletto all’Assemblea Costituente nelle file del Partito Comunista. Venne in seguito eletto al Senato della Repubblica nella I e nella II Legislatura. Concluso il secondo mandato, rientrò a Foiano dove venne rieletto sindaco. Nel 1946 fu tra i fondatori della “Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa”, di cui ricoprì la carica di Presidente dal 1953 al 1959.

D’ora in avanti, cari foianesi, quando leggerete la Costituzione italiana (e auspico che ognuno di noi lo faccia almeno una volta all’anno), pensate che un vostro concittadino ha contribuito in prima persona alla sua scrittura.

 

Ezio Raspanti

 

“Voglio dedicare questi miei ricordi di anni tristi
e tribolati ai giovani di oggi e a quelli di domani
alle donne e agli uomini che la libertà
e la democrazia (ottenuta per merito nostro),
benché difettosa, se la sono trovata addosso
e non si sono mai chiesti a chi va il merito”

 

 

 

 

 

Ezio Raspanti è stato partigiano combattente all’età di 16 anni. Anzi, come diceva il suo comandante Licio Nencetti (più grande di un anno) a capo della banda “Volante Teppa”, poi torturato e fucilato dai fascisti, “siamo Ribelli […] non eravamo di parte, ma combattevamo per tutti”.

Dopo la Guerra di liberazione Ezio ha dedicato la sua vita alla ricerca storica sul territorio aretino. Il lavoro più importante, conservato insieme agli altri al Centro di documentazione e Archivio storico della Sezione ANPI di Foiano, l’ha condotto nella registrazione e conservazione delle memorie dei protagonisti del tragico biennio ’43-’45. Per il suo impegno nella lotta contro il nazi-fascismo gli è stata conferita la Medaglia d’argento al valor militare. Inoltre, come riconoscimento all’instancabile lavoro di ricerca e documentazione svolto negli anni, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l’ha insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica: il più alto tra tutti gli ordini.

Ezio Raspanti ha contribuito alla scrittura di numerosi libri basati sulle sue ricerche e sulle sue memorie, nati dalla collaborazione con professori universitari e ricercatori. Questi documenti vengono utilizzati nelle aule scolastiche e accademiche per la formazione delle nuove generazioni. L’ex partigiano ha inoltre prodotto centinaia di dipinti a china dove rappresentava scena quotidiane degli anni che lo videro protagonista come ribelle: un caso unico, che è arrivato ad appassionare addirittura professori universitari europei.

 

Un pensiero su Foiano

Foiano è un paesino meraviglioso.

È ricco di storia, di cultura e di grandi personaggi che, con amore e dedizione, hanno contribuito a tessere la trama del suo destino. Foiano è un borgo unico. Lo è per lo spirito della sua gente. Lo è per ciò che ha vissuto durante i secoli passati. Foiano ha bisogno di mantenere viva la sua identità. Per farlo non deve dimenticare e combattere come un guerriero “con un piede nel passato / e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”.

Un ringraziamento particolare lo devo al custode del cimitero Stefano Valdambrini. È stato grazie a lui che ho potuto scoprire le bellezze e le storie del cimitero di Foiano. Stefano conosce perfettamente la collocazione delle tombe, cosa che ha facilitato moltissimo il mio lavoro e, inoltre, conserva la memoria e le storie dei personaggi di cui vi ho parlato. Anche questo ha alleggerito non di poco la fase di ricerca delle fonti, perché mi ha consentito di avere a disposizione già in prima analisi molti riferimenti per la consultazione in archivio e in biblioteca.

Infine, l‘uso delle fonti primarie e secondarie è stato di fondamentale importanza per dare valore scientifico e veridicità a tutti i racconti che avete letto.

Continuate a seguirci: la quarta e ultima parte dedicata alla scoperta del cimitero di Foiano sta per arrivare…

 


Fonti

AA VV, Antifascisti raccontano come nacque il fascismo ad Arezzo, Litostampa Sant’Agnese, Arezzo, 1974

Camera dei deputati – Portale storico – Galliano Gervasi, https://storia.camera.it/deputato/galliano-gervasi-18991115

Enzo Gradassi, Galliano Gervasi. Da Renzino al Parlamento, Editrice Grafica l’Etruria, Cortona, 1990

Ezio Raspanti e Giovanni Verni, Foiano e dintorni, EE VV, Firenze, 1991

Ezio Raspanti, a cura di Enzo Gradassi, Ribelli per un ideale, Edizioni Argonautiche, Foiano della Chiana, 2010

Francesco Bellacci, Formazione di un antifascista. Il caso di Ezio Raspanti, tesi di laurea in Lettere moderne, Università degli studi di Firenze, a. a. 2015-2016

Giorgio Sacchetti, L’imboscata, Foiano della Chiana 1921, un episodio di guerra sociale, Arti Tipografiche Toscane, Cortona, 2000

Palmerini Francesco, Un paese toscano Foiano della Chiana, Giardini, Agnano Pisano, 1964

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I segreti del cimitero monumentale di Foiano della Chiana – seconda parte

Nella prima parte di questo affascinante viaggio alla scoperta del cimitero di Foiano della Chiana vi ho mostrato le bellissime “catacombe” della cappella centrale. Conservate in queste cripte si possono…

Nella prima parte di questo affascinante viaggio alla scoperta del cimitero di Foiano della Chiana vi ho mostrato le bellissime “catacombe” della cappella centrale. Conservate in queste cripte si possono ammirare stupende opere d’artigianato, forgiate tra la fine del 1800 e i primi anni del 1900.

Vi sarà capitato almeno una volta nella vita di chiedervi chissà quali personaggi siano sepolti nel cimitero del vostro paese. È una domanda alla quale, non di rado, le persone più anziane sanno rispondere. Sono custodi di vicende appassionanti e misteriose o storie che, con il passare dei decenni, hanno assunto i contorni di leggende. Ho provato, quindi, a raccoglierne alcune in modo che non se ne perda la memoria. Ma non solo. Trovo importante che le nuove generazioni conoscano i loro antenati, che hanno vissuto e lasciato un segno nella storia del proprio paese.

Fin da piccolo ho letto molti libri di storia foianese che parlano di ragazze e ragazzi, uomini e donne protagonisti dei più importanti avvenimenti della zona. Perciò, ho deciso di ricercare le loro tombe che, in alcuni casi, restano l’unica presenza concreta della loro esistenza. Guidato dal custode del cimitero Stefano Valdambrini, ho potuto avvicinarmi e conoscere meglio chi ci ha preceduto su questa terra.


Iacopo Del Soldato

 

“Guardia d’onore di Napoleone I
Ufficiale nei cacciatori a cavallo
si distinse nel 6 marzo 1813
al passaggio del ponte sull’Elba
riportandone grato ricordo di gloriosa ferita
consigliere camarlingo gonfaloniere
operaio del monastero di S. Stefano
direttore dello spedale
spese l’intera sua vita
a vantaggio del proprio paese
nacque il 31 agosto 1790
morì il 30 giugno 1873
gli addolorati figli”

 

 

 

Quella di Iacopo Del Soldato è una delle tombe più antiche del cimitero. È sufficiente leggere l’epigrafe, che subito si viene proiettati indietro nel tempo di 200 anni. La Guardia d’Onore italiana, della quale faceva parte il soldato foianese, venne creata da Napoleone in persona il 26 giugno 1805 a Mantova, poco dopo essere stato incoronato imperatore. In Francia questo corpo militare (Garde impériale) era considerato la migliore unità di fanteria degli eserciti dell’Impero napoleonico. Formata reclutando agguerriti e fedeli veterani degli eserciti rivoluzionari, divenne una delle formazioni più temute sui campi di battaglia europei del XVIII secolo.

Del Soldato, come recita la scritta commemorativa, si distinse nella battaglia sul fiume Elba. Un tentativo di difesa dei confini dopo il disastroso fallimento della campagna di Russia del 1812. Fu inoltre Gonfaloniere di Foiano dal 1847 al 1848. Si trattava di una prestigiosa carica dei comuni medievali e rinascimentali italiani, che veniva utilizzata per indicare un magistrato con varie attribuzioni anche amministrative.


Francesco Natale Seriacopi

 

“Cultore passionato di s[c]ienze fisiche e di arti
in sé e per esse consumò la vita
Genio acuto inventivo
tra le opere sue primeggia
ammira[t]o dai d[o]tti per novità di congegni e di effetti
l’organo della Collegiata
Citt[ad]ino raro per meriti pubblici e private virtù
amato stimato e sinceramente rimpianto
in età di anni LXXII il III di aprile MDCCCXCI
posava placido nel s[i]gnore la famiglia desolata
[***]”

 

A Foiano il nome di Francesco Natale Seriacopi viene associato all’organo della Collegiata, la chiesa dei santi Martino e Leonardo edificata entro le mura cittadine. Costruito nel 1857 lo strumento fu dichiarato “dai maggiori componenti dell’epoca cosa meravigliosa più unica che rara“. Si spense nel 1891.


Omero Corti

 

“Lieve sia la terra
al prode garibaldino del 1860
Omero Corti
mancato ai vivi
il 13 febbraio 1913
dopo 72 anni
di vita proba e operosa
da tale modesta tomba
si tragga un esempio
di ogni civica virtù i figli riconoscenti
[***]”

 

 

 

 

Omero Corti è stato una Giubba Rossa: un soldato di Giuseppe Garibaldi. Foiano aveva già incrociato il destino dell’Eroe dei due Mondi nel 1849 durante la sua marcia da Roma verso la Repubblica di Venezia, che stava resistendo alle potenze restauratrici e reazionarie. Il garibaldino foianese prese parte alla Spedizione dei Mille che da Quarto (Genova) avrebbe unificato l’Italia a partire dalla Sicilia. Si tratta di una tomba unica. Questo fa pensare che Corti fosse l’unico volontario del paese a essere partito con Garibaldi per unificare la Penisola. Nella foto al centro della lapide si può notare chiaramente la divisa e il berretto in dotazione ai volontari dell’esercito garibaldino. Sopra il ritratto è scolpito proprio lo stesso famoso cappello.


Aviatori caduti

Purtroppo non mancano nella storia di Foiano tragiche morti. Durante la Prima guerra mondiale, lungo la Via del Filo in località Pratoni, venne costruito un campo scuola per piloti d’aerei militari. Il 15 agosto 1918 tre giovanissimi aviatori stavano rientrando da una ricognizione. Durante la fase di atterraggio i tre soldati colpirono un albero con l’ala del velivolo, facendolo fracassare a terra. Un errore che costò la vita a tutti e tre. È una storia che si tramanda da padre in figlio da ormai cento anni.


Gherardi Gino – La Guardia Rossa

Il fatto che su questa lapide manchi l’epigrafe è significativo della storia di questo ragazzo. Il foianese Ezio Raspanti, che fu partigiano combattente all’età di 16 anni, ricordava Gino Gherardi con l’appellativo di Guardia Rossa.

Le Guardie Rosse furono una formazione di difesa proletaria attiva in Italia durante il biennio 1919-1920. Il Partito Comunista definiva questo combattente come “un proletario armato e l’arma che adopera deve incutere spavento non ai lavoratori ma alla borghesia – essa deve godere la stima ed il rispetto dei compagni perché difende i diritti del popolo. Unico scopo comune è la libertà e il comunismo e la difesa delle conquiste della Rivoluzione“. Il PCd’I, avendo ipotizzato l’imminenza della rivoluzione, ritenne necessario preparare una milizia proletaria allo scopo di “opporre una valida difesa e vigilanza attiva contro gli attacchi delle forze militari e della polizia” che spesso caricavano con violenza i cortei operai e coloro che scioperavano nelle fabbriche.

Gherardi Gino era un giovane calzolaio aretino di orientamento anarchico. All’età di 24 anni venne sequestrato con l’accusa di essere una guardia rossa e, pare, per un presunto litigio con un fascista di nome Roselli Aldo, studente di 18 anni. Il giorno successivo ai Fatti di Renzino, il 18 aprile 1921, il Gherardi venne condotto a Foiano insieme a due funzionari del Partito Socialista e a un suo esponente per “far luce sulla vicenda”. Nei pressi del paese chianino il giovane anarchico cercò di fuggire. Il tentativo fu vano. Raggiunto dalle camicie nere venne assassinato con 27 colpi di arma da fuoco.

Continua…

 


Fonti

AA VV, Antifascisti raccontano come nacque il fascismo ad Arezzo, Litostampa Sant’Agnese, Arezzo, 1974

Enzo Gradassi, Galliano Gervasi. Da Renzino al Parlamento, Editrice Grafica l’Etruria, Cortona, 1990

Ezio Raspanti e Giovanni Verni, Foiano e dintorni, EE VV, Firenze, 1991

Ezio Raspanti, a cura di Enzo Gradassi, Ribelli per un ideale, Edizioni Argonautiche, Foiano della Chiana, 2010

Giorgio Sacchetti, L’imboscata, Foiano della Chiana 1921, un episodio di guerra sociale, Arti Tipografiche Toscane, Cortona, 2000

La Guardia Reale Italiana, Guardia d’Onore – Sez.Storica Napoleonica, https://www.alfamodel.eu/storia-ed-uniformologia/smartsection_items_36/

Luca Ceccobao, il Valdarno e la Valdichiana aretina attraverso le vicende processuali (1919-1924), tesi di laurea in Scienze politiche, Università degli studi di Siena, a. a. 1993-1994

Palmerini Francesco, Un paese toscano Foiano della Chiana, Giardini, Agnano Pisano, 1964

Partito Comunista d’Itlaia, Circolare n. 7 Riservatissima. Scopi e fini delle Guardie Rosse, Milano 18 febbraio 1921

Wikipedia, Guardia imperiale (Primo Impero), https://it.wikipedia.org/wiki/Guardia_imperiale_(Primo_Impero)

Wikipedia, Cacciatori a cavallo, https://it.wikipedia.org/wiki/Cacciatori_a_cavallo

Wikipedia, Cavalleria napoleonica, https://it.wikipedia.org/wiki/Cavalleria_napoleonica

Wikipedia, Battaglia di Möckern, https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_M%C3%B6ckern

Wikipedia, Campagna di Russia, https://it.wikipedia.org/wiki/Campagna_di_Russia

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I segreti del cimitero monumentale di Foiano della Chiana – prima parte

Vi racconterò storie affascinanti di uomini e donne sepolti nel cimitero monumentale di Foiano della Chiana, le cui esistenze si sono intrecciate con le tappe più significative del passato del…

Vi racconterò storie affascinanti di uomini e donne sepolti nel cimitero monumentale di Foiano della Chiana, le cui esistenze si sono intrecciate con le tappe più significative del passato del borgo aretino. Vi condurrò in un freddo e umido sotterraneo, alle cui pareti sono appese incredibili decorazioni mortuarie, che da un secolo omaggiano defunti di altre epoche. Vi guiderò nella penombra di stanze interrate, abitate da grossi ragni neri, che per decenni hanno tessuto ragnatele dall’aspetto macabro e inquietante. Sarà un itinerario alla scoperta dei segreti del cimitero di Foiano, per riportare alla luce storia e arte di un piccolo paese già ricchissimo di cultura.

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Il Concerto della memoria a Foiano della Chiana

«Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi…

«Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare». Con queste potentissime parole pronunciate dalla Senatrice Liliana Segre, la presidentessa dell’ANPI sez. Foiano della Chiana ha dato il via al Concerto della memoria, organizzato dall’Associazione partigiani, in collaborazione con Donne di carta, Slow Food Valdichiana e con il patrocinio del Comune, che si è tenuto domenica 26 gennaio.

Un evento necessario. Un pomeriggio che chiede di soffermarci su catastrofiche colpe che macchieranno per sempre il genere umano. Errori ed orrori commessi da mostri contro esseri umani. Violenze delle quali italiani fascisti e indifferenti sono stati complici.

“Il ricordo come prevenzione” si diceva fino a pochissimi anni fa. Adesso sembra sia diventato necessario “ricordare per curare”. Questo cambiamento è tangibile nel clima sociale e politico italiano ed europeo e la preoccupazione di Liliana Segre ce lo sbatte davanti agli occhi con la forza di chi sa, perché ha già sofferto: «Temo di vivere abbastanza per vedere cose che pensavo la Storia avesse definitivamente bocciato, invece erano solo sopite».

Gli allievi dei corsi di musica da camera del Conservatorio F. Morlacchi di Perugia, diretti da Acquarelli Antonella, si sono esibiti in brani e canti composti da autori legati in modo diretto o indiretto alla tradizione ebraica o all’universale canto di tutti gli esseri considerati “indesiderabili” su questa terra e per questo sterminati. La musica come mezzo per potenziare la comunicazione emotiva ed empatica. La musica che a volte penetra nella nostra coscienza con più forza delle parole. È questo il senso di ricordare l’olocausto attraverso la musica.

“Il fatto che gli eventi organizzati dall’ANPI – spiega Mariangela Raspanti, presidentessa dell’associazione – richiamino così tante persone da riempire ogni volta le sale messe a disposizione del comune, fa capire quanto sia fertile il tessuto sociale e culturale di Foiano.”

“Nei giorni scorsi – continua Mariangela – abbiamo assistito a un atto vile, vergognoso ed emblematico della grandissima ignoranza che in questo periodo avvolge il clima politico e sociale italiano. Ad azioni vili e senza pudore il pubblico dei media si sta pericolosamente abituando. Tale comportamento viene riproposto quotidianamente da politici e cittadini italiani, sicuri ormai di muoversi in un ambiente che lentamente viene privato di ogni regola morale. L’indecente scritta antisemita in tedesco “qui vive un’ebrea” comparsa sulla porta di casa di Aldo Rolfi, figlio di Lidia Beccaria Rolfi sopravvissuta ai campi di sterminio, è l’ultimo di una lunghissima serie di atti carichi di odio e violenza. La vicenda lascia chiaramente trapelare tutta l’ignoranza di un popolo che non ha mai fatto i conti con il proprio passato e che tutt’oggi non viene messo in condizioni di potersi formare secondo principi democratici, antifascisti e pacifisti, che sono i pilastri fondamentali della Costituzione italiana. Lidia Rolfi non era ebrea. Era una staffetta partigiana che venne deportata al campo di concentramento di Ravensbruck per la sua attività politica. Con questo vorrei invitare tutti a riflettere sull’importanza dell’istruzione antifascista nelle scuole, che viene garantita dai principi costituzionali, ma che non trova e non ha mai trovato un riscontro pratico, se non in rarissime eccezioni”

 

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Incontri di viaggio: l’inventore Pietro Proserpio (Lisbona)

Al piano più alto della libreria “Ler Devagar”, all’LX Factory di Lisbona, si trova un laboratorio che ospita le creazioni di Pietro Proserpio. Un artigiano giocherellone di origini italiane che…

Al piano più alto della libreria “Ler Devagar”, all’LX Factory di Lisbona, si trova un laboratorio che ospita le creazioni di Pietro Proserpio. Un artigiano giocherellone di origini italiane che si diverte a creare opere meccaniche.

Proprio sotto l’imponente Ponte 25 de Abril che sovrasta il quartiere Almada di Lisbona, si trova un’antichissima fabbrica di inizio Ottocento, abbandonata nel corso degli anni e dal 2008 riqualificata in un incredibile centro di aggregazione culturale: l’LX Factory.

Percorrendo le due strade parallele, divise da altissimi edifici con camini di sfogo e finestre giganti, ci si imbatte in negozi di artigianato, ristorantini alternativi ed esposizioni d’arte. Giovani e giovanissimi animano le vie, da ogni porta esce musica diversa. C’è chi suona la chitarra seduto su un muretto, chi la tromba mentre cammina tra i tavolini dei dehor. Gruppi di ragazzi e ragazze bevono birra e mangiano hamburgers. È gennaio, l’aria è fresca e piacevole e il sole non è ostacolato dalle nuvole.

Questo quartiere è famoso per la libreria Ler Devagar, in italiano “leggere lentamente”. Si possono comprare libri di prima e di seconda mano, ma anche CD di musica ed è possibile fare colazione o pranzare. La cosa più incredibile, però, è scoprire che all’interno viene ospitata la mostra permanente delle creazioni di Pietro. Appena notata la mia curiosità per quello che apparentemente ho scambiato per una caotica officina, l’inventore mi chiama tutto soddisfatto e orgoglioso per farmi da guida tra le sue macchine.

Molte raccontano storie, come l’avventura meccanizzata del Don Chisciotte. Altre ancora sono proiezioni della sua immaginazione, come l’originale città del futuro provvista di ascensori, palazzi e trasporti pubblici. C’è anche l’incredibile riproduzione di una scena del film “Tempi moderni” del genio del cinema di inizio Novecento Charlie Chaplin. Pietro dà vita alle sue macchine schiacciando pulsanti e muovendo levette in un concerto di rumori metallici e lucine a intermittenza. Sono veri e propri capolavori di arte-meccanica.

Una volta finito di mostrarci le sue invenzioni, chiedo a Pietro di raccontarmi la sua storia:

«Ero un operaio tessile, ma i fili non mi piacevano: ero innamorato delle macchine. Così ho iniziato a costruire un sacco di marchingegni, utilizzando materiali di scarto e tutta la mia immaginazione».

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I Bangcock e il primo album: intervista alle “Cattive compagnie”

La notizia è che i Bangcok hanno pubblicato “Cattive compagnie”, il loro primo progetto uscito da uno studio di registrazione. Per dovere di cronaca è giusto evidenziare che questi ragazzi…

La notizia è che i Bangcok hanno pubblicato “Cattive compagnie”, il loro primo progetto uscito da uno studio di registrazione. Per dovere di cronaca è giusto evidenziare che questi ragazzi hanno vinto il 32° Sanremo Rock al teatro Ariston, aggiudicandosi il premio “Assomusica” per la migliore esibizione live, il premio “PMI” per la band più originale e “Parole Rock” per il miglior autore under 35. Una valanga di premi. La verità è che molti di noi non sanno neanche della loro esistenza. Quello che invece bisogna davvero sapere dei Bangcock è che sono fottutamente bravi.

La band nasce a Chianciano Terme nel 2017 dall’incontro tra il rapper Fake (Simone Falluomini) e quattro musicisti: Paolo Acquaviva al trombone, Daniele De Bellis alla batteria, Francesco Rossi Valenti alla chitarra e Alessio Zeppoloni al basso. L’unione di questi cinque in una band ve la potete immaginare come la creazione di un nuovo piatto composto da cibi che vi fanno impazzire, afrodisiaci, dolci, salati, freddi, caldi, per scoprire che… è buonissimo. Magari da un punto di vista culinario non si può fare e verrebbe un troiaio, ma loro ce l’hanno fatta. Musicalmente intendo.

Sì, perché ognuno di loro ha un background musicale diverso. Rap, hip-hop, jazz, metal si intrecciano fra loro, dialogano, si uniscono, si contaminano, senza che mai uno di questi perda la sua identità. Il risultato di questo “minestrone” di suoni ve lo andate a sentire, perché tanto è inutile parlare di musica se non la si ascolta. A maggior ragione per i Bangcock.

Il loro primo album è uscito il 24 dicembre, perciò ne abbiamo subito approfittato per saperne di più e per capire come facciano a convivere sul palco (ma non solo) personalità così differenti.

Avete fatto la serenata a mia nonna questa estate, in piazza a Foiano. Da allora è motivo di vanto per la famiglia…

“Nooo!! Troppo buffe quelle signore, davvero. È stato bellissimo. Pensa che nella stessa piazza, dalla parte opposta, c’erano delle ragazzine di 11 o 13 anni che stavano al telefono. Noi eravamo appena usciti dagli studi di Radio EFFE e siamo andati a chiedere se potevamo suonare una serenata per loro, ma erano imparanoiate e secondo me non capivano nemmeno cosa stessimo dicendo, perciò le abbiamo salutate scusandoci per il disturbo. Qualche metro più in là c’erano queste vecchine e il risultato è stata la Serenata Cock. C’è anche il video.”

Il 24 dicembre è uscito il vostro primo album, ce ne parlate?

“È il nostro primo progetto ufficiale. Avevamo già fatto uscire due brani di questo disco, senza però dire che ne facevano parte. Il primo è “Convenevoli” e il secondo è quello che ha dato il nome all’album. In questo disco ci sono sette tracce che cercano di analizzare gli aspetti grotteschi della società di oggi. La particolarità di questo progetto è che il messaggio non viene comunicato solo dal rapper, ma da tutta la band. La musica di ogni pezzo esprime esattamente quello che viene espresso dal testo.”

E questo come avviene?

“In maniera del tutto naturale. Il nostro lavoro crea un suono potentissimo e coeso. È qualcosa che è nato tra di noi, di alchemico. Ciò che creiamo non va in una direzione precisa, ma cresce e si plasma unendo le nostre differenze. Ognuno di noi appartiene a una scuola musicale completamente diversa. Questo però non ci snatura, anzi. Ognuno di noi mette in gioco le proprie particolarità esaltandole all’interno di questa apparente caciara.”

Quali sono gli aspetti grotteschi della società di cui parlavate prima?

“La musica, la società, la politica. Che poi è tutto connesso: religione, politica, media sembrano quasi la stessa cosa. Sono gli aspetti che non ci piacciono, per questo l’album si chiama “Cattive compagnie”.

Il vostro percorso in quale direzione va?

“Stiamo insieme da un anno e mezzo e abbiamo vinto il Sanremo Rock, suonato alla Flog, al The Cage e aperto ai Cure e ai Sum 41 al Firenze Rocks. Sono risultati che all’inizio erano inimmaginabili per noi. Vogliamo arrivare sempre più su. Non fermarci. Il bello deve sicuramente venire. Questo primo progetto è stato tirare fuori un qualcosa di embrionale per la band. Per il 2020 è già in fase di registrazione un nuovo album. A breve uscirà un nuovo singolo con video intitolato “La legge di Murphy”.

Adesso vorrei sapere perché vi chiamate Bangcock? Anche se un’idea me la sono fatta…

“[Risate]. Ci piace dire che, più che un nome, bangcock sia un’attitudine: vivere la musica, le passioni, la vita a c***o duro. La nostra musica vuole animare la gente e farle prendere coscienza.”

Vi consiglio di NON cercare su google immagini con la parola chiave “Bangcock”. Poi non dite che non vi avevo avvertito.

E buon ascolto.

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Il trio acustico Combat Folk a Foiano della Chiana

Stefano “Cisco” Belotti (voce e accompagnamento) fondatore dei Modena City Ramblers, Luca Lanzi (voce e chitarre) cantante della Casa del Vento e Francesco Moneti violinista eccezionale, entrambi aretini, hanno portato…

Stefano “Cisco” Belotti (voce e accompagnamento) fondatore dei Modena City Ramblers, Luca Lanzi (voce e chitarre) cantante della Casa del Vento e Francesco Moneti violinista eccezionale, entrambi aretini, hanno portato il loro Combat Folk a Foiano della Chiana nella serata di giovedì 2 gennaio.

Il progetto, come ci spiega lo stesso Cisco, «nasce dall’idea di riunirci insieme tutti e tre. Abbiamo beccato Francesco in una pausa del tour con i Modena, perciò ho proposto di mettere in piedi una manciata di date, che poi si sono rivelate molte di più. L’idea è nata a settembre dal desiderio di suonare insieme a Luca le canzoni storiche che abbiamo scritto insieme e che hanno dato vita al disco del 2001 “Novecento”. Un album diventato appena maggiorenne. Alla fine, abbiamo fatto 26 concerti in due mesi, in inverno. Una cosa impensabile, molto impegnativa. Abbiamo raccolto un sacco di adesioni. Stasera è stata l’ennesima conferma: la sala era strapiena, la gente si è seduta davanti al palchetto o stava in piedi tutt’intorno. Mi piace pensare che questa cosa si possa riprendere in mano l’anno prossimo e riproporla, perché è stato veramente bello».

I Modena City Ramblers e la Casa del Vento hanno collaborato spesso insieme dagli anni Novanta. Queste band si sono fatte conoscere non soltanto per il folk suonato da musicisti incredibilmente capaci, ma soprattutto per l’impegno politico e sociale che trova espressione nei testi delle loro canzoni. Il valore di questi artisti è stato riconosciuto dalla leggendaria Patti Smith, che ha deciso di registrare un brano e suonare nel suo tour con i ragazzi della Casa del Vento.

Qualche mese fa li abbiamo intervistati dopo un concerto ad Arezzo e ora, vederli a Foiano, è qualcosa di speciale. Nelle loro canzoni, infatti, si parla molto della storia di questo piccolo borgo orgoglioso. «A Foiano come Casa del Vento avevamo già suonato in una iniziativa dell’ANPI locale in memoria dei partigiani che combatterono i nazi-fascisti. Su questo palco mi sono commosso, perché proprio qui sono germogliati i semi dell’antifascismo e della lotta partigiana aretina. Licio Nencetti, Ezio Raspanti, Sarri, Grazi e Antonini e tutti quei ragazzi che hanno dato la loro vita sono stati formati da esperienze che sono avvenute nel territorio foianese a inizio ‘900, come i Fatti di Renzino, e da quei personaggi che hanno portato avanti i valori dell’antifascismo nonostante un ventennio di dittatura. È per questo che Foiano ha un tessuto sociale così forte e coeso. Essere qui e poter raccontare del sacrificio di giovani di 16, 17, 18 anni mi emoziona in modo indescrivibile».

Anche il pubblico ha reso omaggio ai suoi combattenti partigiani con un lungo e affettuoso applauso. «La risposta che ha dato questo pubblico» ha continuato Luca Lanzi «è stata meravigliosa. Io dico sempre che il concerto si fa in due: i musicisti e la gente. Mi ha fatto molto piacere che ci fossero tanti ragazzi giovani».

Riempire una sala come la Furio del Furia di Foiano è stato possibile grazie all’iniziativa dell’amministrazione locale che ha voluto inaugurare il 2020 con una band di grande calibro formata da un trio d’eccezione.

«Far venire tutta questa gente è importantissimo» ci dice Cisco Belotti «la sala non è affatto piccola e c’era gente in piedi che non sapeva dove stare. È stato veramente significativo. Mi ha colpito la partecipazione di questo paese: c’era gente venuta per sentire le nostre canzoni e cantare con noi. È stato un grande risultato sia per chi ha organizzato che per noi».

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GiFra e amici presentano lo spettacolo “La bella addormentata”

GiFra è l’associazione della gioventù francescana, una fraternita di ragazzi e ragazze che vogliono prepararsi alle scelte importanti della vita seguendo l’esempio di San Francesco d’Assisi, con il Vangelo come…

GiFra è l’associazione della gioventù francescana, una fraternita di ragazzi e ragazze che vogliono prepararsi alle scelte importanti della vita seguendo l’esempio di San Francesco d’Assisi, con il Vangelo come guida e i poveri e gli ultimi come fratelli. A Lucignano, la GiFra organizza ogni Natale una recita il cui incasso viene devoluto in beneficenza. Anche quest’anno l’appuntamento è fissato per lunedì 23 dicembre alle ore 21:00, per la messa in scena dello spettacolo “La Bella Addormentata” al teatro Rosini.

Abbiamo incontrato Viola Meacci, presidentessa della fraternità di Lucignano, per farci raccontare cosa vedremo a teatro e quali sono le attività di questo gruppo.

 La Bella Addormentata è una favola diventata famosa grazie al film prodotto dalla Disney. La vostra è una rivisitazione?

“Sì, sarà una rivisitazione in chiave comica. Apriremo lo spettacolo con una parte di varietà con ospiti e amici che canteranno, balleranno e faranno sketch simpatici.”

Non è il primo spettacolo che portate a teatro, sbaglio?

“No. È dal 2006 che li facciamo. Negli anni passati abbiamo fatto il Re leone, Pinocchio, la Bella e la Bestia, Shrek, gli Aristogatti e tantissimi altri. Praticamente la Disney l’abbiamo reinterpretata tutta.”

Qual è lo scopo di questi eventi?

“Raccogliere fondi che daremo in beneficenza. Cerchiamo di aiutare ogni anno realtà diverse, sia in Italia che nel mondo. Per esempio, dopo il terremoto ad Amatrice abbiamo devoluto il denaro raccolto alla città. Quest’anno il ricavato verrà donato alla comunità Cenacolo che aiuta i bambini meno fortunati in Brasile, in Messico e in altre parti del mondo. Negli anni passati, tramite il Comune, abbiamo aiutato famiglie di Lucignano in difficoltà economica e ancora abbiamo contribuito alla realizzazione di una piscina riabilitativa in un ospedale pediatrico in Africa.”

Oltre alle attività recitative cosa fate?

“Ci incontriamo al convento dei cappuccini di Lucignano dove facciamo momenti di preghiera e di formazione per quanto riguarda la vita cristiana e francescana. facciamo anche incontri con le altre GiFre e organizziamo eventi come il carnevale per i bambini o il villaggio di Babbo Natale.”

Quanti siete nella fraternità?

“Siamo giovani dai 14 ai 30 anni. A Lucignano siamo una decina, ma per eventi come gli spettacoli di Natale ci aiutano anche degli amici che non fanno parte della GiFra, ma che sono interessati allo scopo dello spettacolo.”

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La musica (e la grafica) dei Maestro

I Maestro sono una band aretina, nata a marzo del 2019. Le loro idee sono chiare: far dialogare musica e grafica in cerca di messaggi densi di significati. Si tratta…

I Maestro sono una band aretina, nata a marzo del 2019. Le loro idee sono chiare: far dialogare musica e grafica in cerca di messaggi densi di significati. Si tratta di un progetto in corso d’opera, composto da un trio molto particolare. Alberto Nepi alla voce e ai sintetizzatori è accompagnato da Lorenzo Camilletti, basso e “spippolini”. E poi c’è Francesco Camporeale, l’illustratore grafico, l’elemento visivo del gruppo.

Sì, perché è proprio questa la particolarità dei Maestro: musica elettronica e illustrazioni che si intrecciano e si influenzano a vicenda. Una bella novità nel campo musicale aretino, a dispetto di un ambiente tanto restio alle proposte artistiche giovanili (pur con le solite lodevoli eccezioni). Li ho intervistati in uno dei locali di Corso Italia, proprio ad Arezzo.

Com’è nato questo progetto?

“Del tutto casualmente da un incontro in studio di registrazione. Dialogavamo sull’accostamento tra immagine e musica da molti anni. Con i Whao! (band di cui fa parte Alberto), per esempio, facemmo un brano molto elettronico (Anxiety 2.0), che accompagnammo a un video pieno di immagini bellissime create al PC dalle mani e dalla mente di Francesco. Qualche mese fa abbiamo conosciuto Lorenzo e ci siamo accorti di avere molte idee in comune, soprattutto per quanto riguarda l’elettronica nella musica. Questi interessi simili hanno fatto scattare una scintilla. A livello sonoro e testuale volevamo creare qualcosa che dialogasse con le immagini di Francesco. Da lì è partito questo trio composto da una coppia che fa elettronica e un grafico che illustra.”

A cosa serve il grafico?

“Musica e arte visiva qui sono qualcosa che si completano a vicenda. Il progetto è in fase di sperimentazione, abbiamo enormi margini di crescita anche per imparare a conoscere le nostre potenzialità. La grafica è una sintesi dei brani fatta al computer. La creazione dell’immagine avviene in maniera autonoma rispetto alla composizione della musica, ma da questa deve essere influenzata, perché vogliamo che dialoghino a vicenda. Sono le sensazioni create da suono e voce riportate sotto forma di immagini o video. Nel nostro primo pezzo “Chimera” i disegni dialogano totalmente con i musicisti che vengo rappresentati in maniera stilizzata, essenziale. Inoltre, ci sono dei richiami all’arte italiana come Giotto, il Cristo morto del Mantegna, Michelangelo. Altri video che abbiamo sono immagini con una storia dietro. Lo scopo è quello di creare altre letture del messaggio testo-suono.”

Come i Gorillaz?

“Loro sono una Cartoon-band. Noi abbiamo in mente qualcosa di diverso. Mentre la band inglese usa i cartoni animati per dare vita al gruppo, noi vogliamo che musica e immagini si fondano per creare qualcosa di nuovo, che sia un altro componente del lavoro complessivo.”

 

Come mai questo nome?

“Nella musica classica il Maestro è il musicista che ha letteralmente dedicato gran parte della sua vita alla musica e a un certo strumento. Da tanti anni i miei amici mi chiamano Maestro, per giocare sul fatto che suono da sempre e sono effettivamente un maestro di musica. Questa cosa autobiografica l’abbiamo sfruttata per dare profondità al progetto già a partire dal nome. Volevamo che la band avesse un po’ di spessore, perché ci sembra che la musica oggi ne abbia perso un bel po’, insieme alle tematiche che finiscono nei testi. Anche Jim Morrison, per esempio, parlava di sesso e droga, ma le canzoni dei Doors trattavano anche la guerra, la politica e la vita quotidiana. Poi Maestro è anche una parola internazionale, speriamo sia di buon auspico. Vorremmo che la nostra musica fosse qualcosa verso cui approcciarsi con la voglia di avere sensazioni visive, sonore e di ogni altro tipo. Ci piacerebbe che le persone ci ascoltassero con attenzione e calma, come qualcosa a cui bisogna dedicare più energia e concentrazione, ma che alla fine ripaga dello sforzo.”

Ricercate un pubblico specifico quindi?

“No. Perché si può parlare di temi culturali a diverse profondità e con linguaggi diversi, universali. Non facciamo cose difficilissime e complesse. Il nostro è un linguaggio fruibile da tutti. Non sono esercizi di stile per far vedere quanto siamo bravi. Abbiamo anche strofe e ritornelli! C’è del POP!”

Di cosa parlano i Maestro?

“Di una cultura generalmente intesa, ma non come quella sbandierata sui social da qualche politico sempre affamato. Una cultura che crea conoscenza e pensieri da condividere, non quella che ti fa andare su facebook a scrivere cazzate o a esprimere opinioni da ignorante. Parliamo anche di esperienze personali e di affetti. Che si parli di amore o di politica o di quello che vuoi l’importante è avere un contenuto dignitoso e profondo.”

Durante i live come funziona con la grafica?

“Prepariamo le immagini che passeranno nello schermo durante l’esibizione. Sul palco siamo un duo elettronico e lo schermo ci sta molto bene lì nel mezzo. A proposito di live, il 2 gennaio suoneremo al Velvet Underground di Castiglion Fiorentino. È una bellissima opportunità, non vediamo l’ora.”

 

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