La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Francesco Bellacci

Un Natale magico nel Presepe d’Arte a Torrita di Siena

La chiesa di San Domenico a Torrita di Siena è un piccolo edificio di culto nelle vicinanze della stazione ferroviaria e al suo interno, per le festività natalizie, tornerà un…

La chiesa di San Domenico a Torrita di Siena è un piccolo edificio di culto nelle vicinanze della stazione ferroviaria e al suo interno, per le festività natalizie, tornerà un Presepe d’Arte. Grazie all’impegno e alla passione di un gruppo di artisti e artigiani locali, guidati da Nico Posani e Carlo Becarelli, la tradizione è stata ripresa, con il coinvolgimento di tutta la comunità.

Il Presepe d’Arte si intitola “Ti lascio solo per un momento” ed è stato organizzato come un palco teatrale, con un proscenio e linee di profondità; è un presepe che parte da un’idea classica, ma che si muove verso simbologie e significati contemporanei, con un tocco magico in stile più “fantasy”. Abbiamo intervistato gli autori, per comprendere meglio la loro creazione.

Parlateci del presepe: che cosa volete rappresentare?

“Dopo circa sette anni abbiamo voluto ricreare il presepe nella nostra parrocchia, storicamente abbiamo sempre voluto comunicare un messaggio artistico. Quest’anno il titolo dell’opera è “Ti lascio solo per un momento”. Ci siamo immaginati la nascita su un carrozzone dei nomadi, degli zingari per intenderci, e il senso è che la Madonna lascia per un attimo il bambino da solo, perché deve parlare con i Re Magi impegnati a portare i regali arrivati da tutto il mondo.”

Da dove nasce l’idea di fare un presepe del genere?

“È ispirato alla vecchia Francia, alla Normandia per l’esattezza. Lo sfondo paesaggistico è ispirato a quelle zone. L’atmosfera è molto realistica, pur senza perdere quel tocco di magico. Ci piace pensare a un extra-mondo in cui lo spettatore può entrare in questa dimensione e tornare bambino, come per rivivere una favola. Abbiamo lavorato molto sul cielo, che è stata anche la parte più difficile, perché costellazioni e luna non dovevano rompere la dimensione prospettica di tutto il modello.”

Quali materiali avete usato e come vi siete fatti aiutare?

“Quest’anno abbiamo utilizzato il cartone al posto del polistirolo, che usavamo in passato. Il resto è materiale naturale, cartongesso per il cielo e l’illuminazione al led. In particolare, abbiamo cercato di ricreare in maniera realistica anche le ombre proiettate dalle luci della notte. Abbiamo ricevuto molto supporto da persone che volevano dare una mano, poi ci sono stati offerti materiali per la costruzione da aziende locali. La cosa più importante per noi è essere ripartiti con questo viaggio natalizio, che non era stato possibile ricreare per troppi anni.”

Come mai dare vita a un presepe del genere?

“Noi siamo innamorati dell’arte, ci sentiamo artisti e creare è la nostra missione. Inoltre, nella società contemporanea il messaggio del presepe si è perso, come anche il significato del Natale. Vogliamo ridare il vero significato a queste feste: il bene, la fratellanza, il ritorno all’infanzia nel momento in cui ci si ferma a guardare il presepe.”

Possiamo chiamarlo artigianato artistico?

“C’è un criterio legato alla realizzazione scenografica e quindi artistica, perché viene da un’idea e da un messaggio reso concreto tramite gli oggetti e gli elementi. Tutto quello che si può vedere è stato creato da una bottega d’arte. Perciò sì, chiamiamolo artigianato artistico.”

Siete tornati dopo sette anni a realizzare un presepe d’arte a Torrita: degli anni passati cosa ricordate con più affetto?

“Le emozioni forti che si provano durante la costruzione e quando poi lo vediamo finito, con le persone che rimangono affascinate. Per noi la cosa più importante è proprio questa: l’emozione che il presepe riesce a suscitare nella gente.”

Che obiettivi avete per il prossimo anno?

“Un’altra emozione. Sposteremo il viaggio in un’altra dimensione spazio-temporale rispetto a quella di quest’anno. Affronteremo un tema più profondo, meno classico, molto più scenografico, ma rimanendo sempre in una chiave facilmente leggile per lo spettatore.”

L’inaugurazione del presepe d’arte nella Chiesa di San Domenico è prevista per sabato 7 dicembre alle ore 18:30 in collaborazione con la Parrocchia, la Contrada Stazione e il patrocinio del Comune di Torrita di Siena. L’opera sarà visitabile tutti i giorni dalle 10:00 alle 22:00, per un viaggio magico nelle atmosfere natalizie che esprime tutta la passione dei suoi autori.

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Le Sardine devono creare laboratori di democrazia

Nato dall’idea di tre amici, il Movimento delle Sardine sta riscuotendo un successo inaspettato, confermato dai grandi numeri di adesione alle manifestazioni di piazza. Roberto Morotti, 31 anni, ingegnere, Giulia…

Nato dall’idea di tre amici, il Movimento delle Sardine sta riscuotendo un successo inaspettato, confermato dai grandi numeri di adesione alle manifestazioni di piazza. Roberto Morotti, 31 anni, ingegnere, Giulia Trappoloni, 30 anni, fisioterapista e Andrea Garreffa, 30 anni, guida turistica, sono gli organizzatori della mobilitazione d’esordio a Bologna. Ma cosa propongono di concreto le Sardine?

Il fatto che si identifichino esclusivamente come un movimento anti-Salvini mi fa riflettere sull’incapacità di una certa parte della società civile italiana di indirizzare le energie politiche verso percorsi a lungo termine, che includano proposte, soluzioni, dialogo e confronto. Non sono tra quelli appartenenti a una delle mille sinistre, che criticano a prescindere questo movimento. Mi schiero tra quelli che da una tradizione di sinistra ci provengono per educazione familiare, per trasmissione di valori democratici, antifascisti e resistenziali, tramandati da mio nonno (partigiano medaglia d’argento al valor militare) fino a me.  Sono uno di quelli che la Sinistra non l’ha mai vissuta, se non in contesti locali, associazionistici, familiari, intimi. Sono uno di quelli che per la Sinistra si è mosso e mobilitato, senza mai averla vista nascere.

Delle Sardine sono attualmente un sostenitore e in quanto tale ho aspettative, proposte e critiche per il rilancio di una parte politica avvilita, straziata, ma anche corrotta e smarrita. Qualche giorno fa stavo parlando con il Prof. Paul Ginsborg proprio a proposito di questo “banco di pesci” che sta provando a nuotare controcorrente nelle acque torbide e pericolose della politica. Le parole che più frequentemente risuonavano all’interno del suo studio, nel quale lo scorso anno ci riunivamo insieme ad altri ragazzi sotto il nome di “Serraglini”, erano “dialogo” e “passioni”. Per circa 40 minuti abbiamo discusso della crisi dell’Università, di chi la vive, delle mie incertezze e delle mie paure per il futuro. È stata anche l’occasione per parlare di un argomento che coinvolge proprio le Sardine e che è ben spiegato in un articolo uscito il 27 novembre sul Fatto Quotidiano, in cui Paul Ginsborg fa una breve – ma esaustiva – analisi delle mobilitazioni civili dell’ultimo anno in tutto il mondo. Ad animarle sono soprattutto giovani, a volte giovanissimi; sono studenti di ogni età e grado; sono donne coraggiose e forti. È una generazione in pieno dialogo, forse impaurita dal presente e dal futuro incerto, stanca della precarietà, decisa a muovere i primi passi per cambiare il mondo. Tra le manifestazioni globali dell’ultimo anno ce ne sono state anche di pericolose, come quelle dichiaratamente razziste e fasciste, ma la maggior parte si sono dette democratiche e progressiste, proprio come le Sardine. Qualcosa sta cambiando. Le rivolte contro il sistema liberista (e liberalista) in America latina ci parla di un risveglio di coscienze di proporzioni gigantesche; la lotta di una ragazza di 16 anni per nuove e concrete politiche ambientali, ha smosso milioni di persone in tutti gli angoli del pianeta, unendole come forse solo il Sessantotto era riuscito a fare; il movimento femminista è riuscito perfino a coinvolgere ambienti integralisti arabi, in cui le donne vivono ancora in condizioni di subordinazione inaccettabili. Il 2019 è stato l’anno delle mobilitazioni. Qualcosa sta cambiando e forse cambierà davvero.

Tra le voci di protesta si sono levate anche quelle di tre ragazzi capaci di condensare tutta l’avversione alle politiche fasciste e razziste in manifestazioni di piazza che hanno ormai raggiunto proporzioni impensabili. Solo a Firenze la sera del 30 novembre, secondo gli organizzatori della manifestazione, si sono radunate in Piazza della Repubblica 40mila persone. Il messaggio è contrastare l’avanzata della Lega di Salvini, la sua politica basata sull’odio e sulle bugie. È un popolo disgustato quello che sta scendendo in piazza contro l’arroganza e la volgarità di un leader politico circondato e sostenuto da personaggi scandalosi. Odio, rabbia, discriminazione, ancora odio. La gente non ne può più e allora si è unita, come per un processo naturale, per urlarlo in maniera pacifica e dignitosa all’ex “ministro della propaganda” (cit. G. Carofiglio).

Le Sardine a Firenze in Piazza della Repubblica

Gli ideatori delle Sardine non hanno intenzione di legarsi a nessun partito politico; non si candideranno alle elezioni regionali; e non hanno neanche un programma che contenga proposte o alternative concrete. Non è ancora chiaro quale sarà il loro futuro. Non è ancora chiaro se hanno intenzione di proporre qualcosa oppure se si limiteranno ai flash mob a tempo indeterminato. Ma dopo aver raggiunto un consenso così ampio, dopo essere riuscite a unire migliaia di persone in un’Italia politica altamente divisiva e a portare in piazza così tanti giovani, non costruire alcun programma politico sarebbe l’ennesima, cocente sconfitta della sinistra italiana. Significherebbe lasciare ricadere nella disaffezione politica tutta questa gente. Significherebbe darla vinta a Salvini. Significherebbe (come se già non ce lo avesse dimostrato da tempo) che la sinistra parlamentare non è più in grado di raccogliere la voce delle masse. Questo non se lo possono permettere, anzi non devono permettere che accada.

E allora le Sardine devono assolutamente avviare un profondo e intenso dialogo con la società civile democratica e antifascista come ad esempio Libertà e Giustizia, l’ANPI, Libera, i sindacati. Devono riuscire a riaprire la finestra del dialogo con i partiti politici, dalla quale dovranno passare gli umori della gente, le proposte che arriveranno dalle associazioni e l’aria di cambiamento nel modo di fare politica. Le Sardine dovranno allargarsi per coinvolgere non soltanto giovani e studenti, ma anche i lavoratori, i precari, gli operai, i disoccupati. Nel loro cammino, che auguro loro essere lungo e pieno di felicità, incontreranno ostacoli provenienti non soltanto dagli oppositori politici, ma anche da quella generazione che ha ridotto nello stato attuale l’Italia con incoscienza, arroganza e individualismo e che ha il coraggio di schierarsi a sinistra.

Insomma, se le Sardine vogliono entrare a pieno titolo nelle mobilitazioni che stanno scuotendo il mondo in questi mesi, dovranno cominciare a proporre. Nel 1968 gli studenti, ai quali si unirono gli operai delle fabbriche, avevano fatto delle loro assemblee universitarie dei veri e propri laboratori di democrazia. Occorre ricreare questi laboratori.

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Motta si racconta al Foiano Book Festival

Francesco Motta è un cantautore italiano cresciuto a Livorno, città con la quale ha un legame molto profondo e particolare. La sua carriera non è partita da X-Factor o da…

Francesco Motta è un cantautore italiano cresciuto a Livorno, città con la quale ha un legame molto profondo e particolare. La sua carriera non è partita da X-Factor o da altri talent simili. Ha fatto la gavetta, come gli piace ricordare spesso. Ha suonato per strada, ha messo su una band quando aveva poco più di 20 anni (i Criminal Jokers), ha lavorato come turnista scaricando gli strumenti dai furgoni, accompagnando sul palco musicisti del calibro di Nada e Zen Circus, fino al momento in cui si è accorto di essere entrato in un processo di maturazione umana e musicale che l’ha portato alla scelta di intraprendere la carriera solista.

I suoi due album “La fine dei vent’anni” e “Vivere o morire” hanno vinto il premio Tenco rispettivamente nel 2016 e nel 2018. E la performance di “Dov’è l’Italia” sul palco di Sanremo gli è valso il premio Miglior duetto insieme a Nada. Insomma, Motta è partito alla grande. I suoi sono testi che rimangono impressi, comunicano messaggi forti, nuovi nel mondo della musica, come in “Sei bella davvero”: una dolcissima canzone dedicata a una donna transgender.

Motta è stato ospite della prima edizione del “Foiano Book Festival”, la nuova kermesse letteraria che nel mese di Novembre ha portato scrittori, registi e cantautori tra le mura cittadine, con grande partecipazione da parte del pubblico e coinvolgimento da parte di autori locali. Nel corso dell’evento in cui si è raccontato al pubblico, abbiamo colto l’occasione per conoscerlo meglio e rivolgergli alcune domande.

Francesco è da poco tornato dal suo viaggio di nozze in Australia insieme alla moglie Carolina Crescentini. Un posto per vivere migliore dell’Italia, dice, in cui ha trovato nuove ispirazioni per lavori futuri. «Ci vivrei. Ho preso appunti che forse andranno a finire in una canzone o forse no. Chissà».

Una notizia importante per tutti i suoi fan è che sta scrivendo un libro. «Il mio rapporto con la letteratura è pessimo. Leggo troppo poco, ma sto scrivendo un libro in cui racconto la mia drammatica esperienza con gli insegnanti di musica». Da come lo dice sembra quasi una rivincita. Motta, infatti, ha più volte raccontato di quando da piccolo studiava musica con un maestro che riusciva a rendere odiosa una cosa così bella. «Invece, la musica per me è stata sempre l’unica via di fuga. Mi faceva stare bene e mi faceva sentire unico nei miei sbagli».

Il suo esordio da solista è stato un vero successo. Oltre ai premi della critica c’è stato il riconoscimento del pubblico, che ha risposto alla grande. Ma è stato un album preparato nel corso di tanti anni, in cui si sommano tante esperienze, come la gavetta da quando è ragazzo, i mesi passati a scaricare e caricare i furgoni con gli strumenti e una maturazione che l’ha portato a capire come meglio incanalare i suoi pensieri in un testo. «A mio figlio sconsiglierò di andare a X-Factor, perché è giusto che si faccia un culo così. Quella dei talent è una ricerca di te stesso più arrivista e molto meno passionale rispetto a un percorso che per strada. Lì ci vai per diventare famoso, ma io a 18 anni volevo suonare e basta». Un Motta idealista e romantico.

«I miei venti anni sono stati un periodo molto buio» e nelle sue canzoni si sente «per 10 anni mi sono sentito in ritardo con me stesso. Oggi sto scrivendo in un insolito periodo felice della mia vita. Comporre con questo stato d’animo è una cosa nuova per me. Sto scoprendo altre forme che mi stanno insegnando che ci sono più modi per esorcizzare le paure con le canzoni: può succedere che stai benissimo e diventa l’occasione per dire cose che non vanno».

Motta è uno di quei cantautori che fa della libertà dei suoi testi un marchio di fabbrica. Le esperienze che canta sono legate alla realtà di tutti i giorni e tra le righe si coglie quella necessità di schierarsi. «È una decisione che si paga. Ma a prescindere dalla politica, che ti tiene spesso sotto tiro, penso che gli artisti debbano sentirsi liberi di parlare di ciò che vogliono. Al Festival di Sanremo sono andato con l’esigenza di cantare “Dov’è l’Italia”, una canzone non semplice, politica, schierata, che andava in controtendenza con il clima di quel periodo. Non era interessante per tantissime persone che stavano lì, ma per me era importante. È stato come un faccia a faccia. Ho capito che farò sempre ciò che posso fare e che voglio fare».

Poi gli ho chiesto di parlarci del suo rapporto con Livorno:

«Livorno è una città strana

piena di gambe nude e personalissime posture

dei silenzi di mia madre

e della mia giustificata distrazione…»

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La street art di ExitEnter: raccontare l’umanità con un piccolo omino stilizzato

ExitEnter è un anonimo street artist di Firenze. Oggi sembra quasi impossibile pensare che ci sia qualcuno che non abbia ancora visto una sua opera in giro per i muri…

ExitEnter è un anonimo street artist di Firenze. Oggi sembra quasi impossibile pensare che ci sia qualcuno che non abbia ancora visto una sua opera in giro per i muri della città. I suoi disegni stanno diventando parte di Firenze e mi auguro che con il tempo arrivino a essere identificati con la stessa idea che si ha di questa città, che oggi è rappresentata dal David di Michelangelo, da Pontevecchio, da Santa Maria del Fiore e da tutti quei capolavori del Rinascimento. Le opere di ExitEnter sono sicuramente parte della vita quotidiana di chi vive Firenze, perché se passeggi in compagnia, se cammini da solo, se vai al lavoro o se torni a casa, ti troverai inevitabilmente di fronte a uno dei suoi inconfondibili disegni e magari a riflettere sul loro significato.

Sono linee semplici, dolci, sottili. Sono linee che parlano, che comunicano un messaggio. Provate a immaginare un fumetto. Ecco, ogni vignetta è un muro o un cassonetto o un box della corrente elettrica. C’è il protagonista, ci sono le parole, ci sono le storie da seguire. La street art di ExitEnter è questo: un racconto per le strade delle città.

Non solo Firenze. Le opere di questo street artist si trovano anche a Napoli, Lisbona, Livorno, Arezzo e Siena (ma non solo). E noi de La Valdichiana, curiosi come nutrie in cerca di cibo, l’abbiamo conosciuto e intervistato.

Chi è il protagonista dei tuoi disegni?

“È “l’Omino”. Ha sempre fatto parte dei miei disegni, ma è rimasto come nascosto in un mega caos di altre situazioni. Era più un dettaglio all’interno di altri quadri, poi, piano piano, ho iniziato a focalizzarmi su di lui. Ha iniziato a prendere forma adattandosi ai vicoli di Firenze, in cui dovevo dipingere veloce, con dimensioni ridotte, esclusivamente di notte, perciò “l’Omino” deve la sua immediatezza a questa città. È stato un personaggio fortunato, partorito dal caso, senza uno studio o un progetto di base. Lo disegnai per la prima volta in pubblico in un rave e piacque un sacco. Cominciai a disegnarlo in altre occasioni, ricevendo apprezzamenti da amici che già dipingevano per strada. Lentamente ho iniziato a dialogare sempre più con questo personaggio, fino a che è diventato il centro della mia produzione come street artist.”

C’è gente che se lo sta tatuando…

“Sì. Io credo che il fatto che sia stilizzato ne faciliti l’immedesimazione, quindi chiunque si può riconoscere nelle sue storie. Alcune volte mi scrivono sconosciuti raccontandomi le loro vicende personali, che legano all’Omino. Riesce a entrare bene in contatto un po’ con tutti.”

Cosa fa l’Omino?

“È un personaggio molto confuso. Porta messaggi di quello che c’è di buono e quello che c’è di negativo. A volte cerco io di mediare questi messaggi e farlo parlare di cose che stanno succedendo in determinati periodi. Di base descrive sogni, paure, storie passate e storie future. Credo che alla fine racconti un po’ di umanità in generale. Dopo tutto è anche lui un piccolo umano.”

Come mai dipingi in posti che richiedono uno sforzo per essere scoperti?

“Cerco di rispettare la città e il fatto che sia di chiunque la viva. Non voglio essere invasivo. Se scelgo di dipingere sui muri, allora ne trovo uno che secondo me ha bisogno del mio intervento per essere qualcosa di più. Fondamentalmente non sono spazi in vista, perché vengono abbandonati o lasciati all’incuria. A volte studio spot strategici, perché voglio che il messaggio arrivi in un certo modo. Secondo me ci sono dei vicoli bellissimi, che non vengono apprezzati, perciò cerco di valorizzarli. Ho notato che tante persone si sono trovate a girare nelle strade della loro città alla ricerca dell’Omino per scoprire luoghi che non avevano mai visto prima.”

L’Omino non è solo “entrate e uscite”, ma anche amore, resistenza, lotta, antirazzismo, accoglienza. Parole che rimandano a una cultura di sinistra. Ti ci riconosci?

“Io mi occupo di raccontare storie poetiche più che politiche. Nei disegni arrivo certamente a toccare temi che parlano delle conseguenze di certe scelte politiche, ma io mi considero apolitico.”

Hai dipinto anche sui muri di Arezzo e Siena. Che impressioni ti hanno fatto?

“Siena è stata una delle primissime città in cui ho portato l’Omino in “trasferta”. È magica, nonostante non l’abbia conosciuta veramente. Ho vissuto solo l’atmosfera della notte, in cui non c’era nessuno in giro e sembrava di stare in un dipinto. Ci sono scenari talmente pazzeschi, che non riuscivo a trovare muri sui quali disegnare: sono così belli e carichi di storia che mi sono limitato a dipingere su cabine del gas, pezzi di legno o muri completamente abbandonati. Ad Arezzo mi sono trovato nella stessa situazione. Città piccoline e super belle in cui sembra di tornare indietro di 500 anni. Mi dava la sensazione di stare in un film. È il bello delle città italiane e soprattutto toscane.”

Io vivo certi contesti artistici in maniera forzata. A Firenze, per esempio, ho la sensazione di stare in una città vetrina, in cui, nonostante ogni centimetro sia una meraviglia unica, sembra non esserci un’anima: tutto è finto e fatto per i turisti. È un po’ quello che sta succedendo ad Arezzo e a Siena, credo che sia una tendenza generale in Italia. Le città si chiudono e guardano solo al loro passato perché questo porta soldi?

“Anche io, come te, vengo dalla campagna, anzi dal mare per la precisione. L’arte è vissuta esclusivamente a livello speculativo ormai. Se si parla di Firenze ci sono delle manifestazioni interessanti, come la Biennale, ma quello che interessa maggiormente è fare soldi senza creare contesti culturali nuovi: c’è sempre la stessa roba. Allora, siccome tutto è trainato dai soldi, dovrebbero almeno creare delle nuove macchine da soldi, ma che creino anche nuova cultura. È inutile prendersi in giro. Ancora sopravvive il lato poetico dell’arte, ma quello che più conta oggi è il lato economico di ogni singola cosa. Fino a che non riusciremo a far girare soldi anche in altri circuiti artistici, come la cultura dal basso o la stessa street art, la situazione non cambierà e questi contesti verranno strumentalizzati solo in occasioni di tornaconto. È un discorso molto grande, difficile esaurire questo argomento in qualche battuta.”

C’è un modo per far dialogare la street art con l’arte classica?

“Guarda per esempio Blub, che disegna i personaggi storici e dei quadri famosi immersi sott’acqua con la maschera da sub. Quello è già un piccolo esempio. Si può fare in tanti modi. Se ti studi gli spot che ci sono in città, se studi la storia di Firenze e ti guardi le architetture e le situazioni si potrebbe benissimo integrare l’arte classica con molti aspetti della street art. Inoltre, un fenomeno molto interessante è quello della globalizzazione, dello scambio di idee, dell’integrazione che ci potrebbe aiutare a sviluppare questo dialogo. Non siamo fermi al Rinascimento: il mondo e le persone cambiano.”

Noi persone normali cosa possiamo fare per la street art?

“A essere paraculo ti direi comprare i quadri degli artisti [ride]. È importante che la gente si interessi, si incuriosisca, entri in contatto con questo piccolo mondo. Anche leggere un’intervista fatta a uno street artist potrebbe essere un inizio. Il bello di questa forma d’arte, essendo per strada, è che dovrebbe portare la gente per strada e questa mi sembra già una cosa bellissima. Si potrebbero creare situazioni nuove, amicizie nuove, si potrebbe imparare a conoscere meglio la propria città. A dire il vero non mi pongo tanto la domanda “come le persone possono aiutare la street art”, ma mi chiedo “come la street art può aiutare le persone”.

E la risposta ce l’hai?

“No [ride]. Alla fine per me il bello di fare “strada” è che conduci un continuo esperimento. Si tratta di posizionare un’opera artistica in mezzo al caos e osservarne i risultati. È sorprendente quello che ne esce fuori.”

A Firenze ci sono molti street artist e mi pare che si stia formando una specie di collettivo. Sbaglio?

“Un collettivo non esiste, ma spesso ci incontriamo per dipingere o semplicemente parlare. Firenze è una piccola città e nel giro ci conosciamo. Ma non si può sapere cosa riserva il futuro…”

In Italia a che punto siamo con la street art? Si possono fare confronti con altri paesi?

“Sì avoglia. Ci sono paesi in cui è già diventata un fenomeno commerciale, in cui è accolta come un’opportunità economica, con tutte le complicazioni che ne derivano. Ci sono città sicuramente molto più avanti per quanto riguarda la tutela e la promozione di questa forma d’arte. In Italia si sta iniziando a capire (come sempre in ritardo e molto lentamente), che si può usare la street art per creare contesti culturali. Purtroppo, bisogna aprire la parentesi dei soldi, perché tante amministrazioni e situazioni sfruttano a proprio vantaggio qualcosa che attira l’attenzione dei giovani, qualcosa di nuovo e fresco. A questa gente, soprattutto quando sta sotto elezioni, non gliene importa molto di creare contesti culturali, che durino, che siano a beneficio della gente: interessa solo fare un bella figura e pensa esclusivamente ai voti e ai soldi, dimenticandosi presto del murale. Servirebbero festival che partano dal basso, integrati con le comunità. Non critico quelli in cui “si fanno i muri” solo per fare bella figura, ma il rischio è quello di arrivare a comunicare sempre meno.”

Ce l’hai un sogno?

“Essere felice. Stare bene ed essere felice più a lungo possibile. Me lo sto già vivendo il sogno, quindi è un po’ un sogno in progress.”

Cari lettori, provate a esplorare le strade delle città toscane in cerca di un ExitEnter e inviateci una foto! Buona caccia!

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Le Fattorie Granducali in Valdichiana

Le fattorie granducali hanno contribuito nei secoli a creare l’immagine più conosciuta e amata della Valdichiana. Provate a sedervi, chiudete gli occhi e pensate a questa meravigliosa terra. Posso supporre…

Le fattorie granducali hanno contribuito nei secoli a creare l’immagine più conosciuta e amata della Valdichiana. Provate a sedervi, chiudete gli occhi e pensate a questa meravigliosa terra. Posso supporre che avrete visualizzato dolci colline, attraversate da bianche strade sterrate delimitate da alti cipressi, che salgono fino a vecchissime ville in mattoni in cui chiunque, almeno una volta nella vita, ha pensato “come sarebbe bello vivere lì”.

La valle attraversata dal Clanis, l’antico fiume dell’Etruria meridionale, abbonda di antiche fattorie costruite nella prima metà del XVIII secolo, come passo conclusivo del processo di bonifica e appoderamento della Valdichiana iniziato nei primi anni del ‘500 dalla dinastia Medici. Dopo decenni dedicati al risanamento della palude, che copriva 8.800 ettari di terreno e si estendeva da Arezzo a Chiusi, i fiorentini, che si erano impossessati dei territori di Arezzo nel XIV secolo e di Siena dopo la Battaglia di scannagallo nel 1554, ordinarono la costruzione di tredici fattorie. Disposte in modo da coprire l’intera vallata, queste imponenti abitazioni erano riservate ai proprietari terrieri o ai loro contadini e servivano a organizzare i lavori agricoli di tutti i terreni coltivati a cui facevano riferimento: i terreni erano suddivisi in poderi, generalmente condotti con il sistema della mezzadria. Le fattorie granducali in Valdichiana erano le seguenti: Foiano, Bettolle, Abbadia, Acquaviva, Dolciano, Chianacce, Creti o S. Caterina, Montecchio Vesponi (che comprendeva anche Capannacce), Brolio, Pozzo, Frassineto e Font’a Ronco.

È possibile leggere la Valdichiana granducale come l’esito di un grande piano che ha proceduto dal generale al particolare: piano territoriale, con la scelta tra le strategie e le opzioni di fondo; bonifica per colmata o per essiccamento; modalità insediative e appoderamento; ruolo delle colmate; ruolo dei canali allaccianti nell’assicurare lo scolo delle acque alte provenienti dalle colline; previsione delle vie e dei ponti principali, del numero e della dimensione delle varie fattorie; il loro piano urbanistico; la suddivisione in poderi ecc. Un percorso che ha permesso a queste meravigliose fattorie del ‘700 di giungere fino a noi, con la loro ricchezza storica che, come scrive il Prof. Gian Carlo Di Pietro nell’Atlante della Val di Chiana, fa di questa terra un monumento dell’identità toscana.

Nel corso degli anni le fattorie sono più volte cadute in disgrazia, ma sono comunque giunte fino a noi nel loro splendore, ricche di fascino e di tradizione. Nel 1799, a seguito dell’avvento di Napoleone in Italia, tutti i beni, comprese queste ville, vennero incamerati dal Governo francese; durante la Restaurazione passarono ai Lorena e da questi, infine, al nuovo Regno d’Italia, che le vendette a privati.

[Le immagini delle fattorie sono tratte da G. F. Di Pietro (a cura di), Atlante della Val di Chiana, Debatte Editore, Livorno, 2009]

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“Dillo a me”: a Chiusi apre un punto di ascolto per chi soffre di dipendenze

È nato a Chiusi il Punto di Ascolto “Dillo a me”, uno spazio dove le persone che soffrono di dipendenze possono aprirsi, parlare delle loro problematiche e trovare la strada…

È nato a Chiusi il Punto di Ascolto “Dillo a me, uno spazio dove le persone che soffrono di dipendenze possono aprirsi, parlare delle loro problematiche e trovare la strada verso la terapia. La presentazione del nuovo punto di ascolto era avvenuta lo scorso 21 settembre con un convegno dal titolo “Liberi dalle dipendenze” presso la sala conferenze San Francesco di Chiusi.

L’iniziativa è stata promossa dall’Associazione degli Anziani (A.D.A.) della provincia di Siena con l’intento di sensibilizzare e offrire un punto di riferimento per tutta la popolazione sulla tematica delle dipendenze. L’apertura dello spazio è la fase conclusiva di un percorso di contrasto alle dipendenze iniziato dal Comune della Città di Chiusi nel luglio 2018 portato avanti tramite convegni e incontri sulla tematica in collaborazione con il SERD della Zona Amiata Val d’Orcia e Valdichiana Senese. Ed è stata proprio l’A.D.A. a volere fortemente la creazione di un Punto di Ascolto sulle dipendenze dopo aver rilevato nella comunità il bisogno di aprirsi e affrontare una tematica così delicata.

Il servizio, completamente gratuito e attentissimo alla riservatezza della privacy di chi vi si rivolge, si è ufficialmente attivato nella prima settimana di ottobre. La presidente Nellina Quitti ha sottolineato l’importanza di dare ascolto alle necessità di chi soffre di dipendenze: «In generale sono situazioni molto difficili. Il problema non si limita alla complicata decisione di riconoscersi in difficoltà, ma si allarga al disagio della richiesta di aiuto. Aprirsi o confidarsi a degli estranei può sembrare un muro insormontabile. Ma la certezza è che una volta abbattuto questo ostacolo, la condivisione delle proprie esperienze risulterà molto più semplice e indirizzata verso la soluzione».

Al Punto di Ascolto lavorerà il personale formato direttamente dal SERD di Chianciano al quale si aggiunge il Dottor Becattini, un esperto psichiatra.

«Vorremmo che da noi si rivolgessero tutte quelle persone che soffrono a causa di dipendenze» ha dichiarato la presidente Quitti «siamo pronti ad ascoltare le loro storie, le loro difficoltà, le loro paure e le loro debolezze. Quello che voglio dimostrare è che con l’aiuto giusto si può uscire da certi tunnel che possono sembrare infiniti. Vorremmo dare speranza a tante persone».

Soltanto nella zona di Chiusi, secondo l’A.D.A., ci sono molte persone affette da dipendenze: giovani, adulti e anche anziani. La dipendenza da sostanze stupefacenti e quella da alcol sono ormai diventate una piaga tra i giovani, che oltretutto stanno cadendo vittime della ludopatia, convinti di trovare fortuna e una soluzione alla loro condizione di indigenza.

«Ci vuole coraggio sia da parte di chi soffre, che da parte delle istituzioni. Bisogna far venire allo scoperto chi soffre» ha continuato Nellina Quitti. «Il nostro vuole essere un punto d’ascolto per dubbi e informazioni, e uno strumento per tutti, operatori del settore e cittadini. Sarà quindi un’esperienza di prevenzione, di contatto con il territorio e di analisi, perché le dipendenze non devono essere solo curate».

Il Punto di Ascolto “Dillo a me” si trova nella Sede operativa dell’Associazione A.D.A. in Via Cassia Aurelia I, 88/90, Chiusi stazione aperto il primo e l’ultimo sabato del mese dalle 10:30 alle 12:30 e il secondo e terzo mercoledì del mese dalle 17:30 alle 19:00. Per maggiori informazioni è possibile contattare la segreteria organizzativa dell’associazione al numero 0578/226644.

Il convegno di presentazione del punto di ascolto a Chiusi

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Settimana Foianese: l’ANPI incontra gli studenti delle scuole medie

Da venerdì 20 fino a domenica 29 settembre si è svolta la Settimana foianese, organizzata dalla Pro Loco di Foiano della Chiana in collaborazione con il Comune e le associazioni…

Da venerdì 20 fino a domenica 29 settembre si è svolta la Settimana foianese, organizzata dalla Pro Loco di Foiano della Chiana in collaborazione con il Comune e le associazioni cittadine. Dieci giorni di iniziative culturali, culinarie, artistiche e sportive che hanno messo in luce le eccellenze chianine e foianesi. Le prime edizioni erano caratterizzate dagli artigiani locali che prendevano il loro spazio nei fondi del centro storico per esporre i propri prodotti e le loro opere; nel corso del tempo l’evento si è arricchito di occasioni di intrattenimento e di conoscenza, per vivere pienamente il borgo foianese. “Saperi e Sapori” è il nuovo nome che è stato dato a questa manifestazione che per dieci giorni ha riempito il centro storico del paese di musica, concerti, eventi, conferenze, laboratori e spettacoli

Nell’ambito di questa ricca serie di eventi è stata avviata una collaborazione tra l’Istituto Omnicomprensivo Guido Marcelli e la sezione locale dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), che si è concretizzata nella visita guidata all’Istituto storico dell’Antifascismo e della Resistenza in Valdichiana “Bernardo Melacci”. Gli studenti delle scuole medie hanno quindi avuto l’opportunità di visitare il centro di documentazione e l’archivio storico, che contiene un patrimonio documentario e bibliografico  che ha lo scopo di conservare per le future generazioni e per tutti gli studiosi le testimonianze del periodo della Resistenza.

L’enorme valore storico e culturale dell’Archivio di Piazza Cavour è stato mostrato ai giovani studenti degli ultimi anni delle scuole secondarie che si stanno avviando allo studio della Seconda guerra mondiale e della Lotta di liberazione nazionale. Ai ragazzi e alle ragazze è stata illustrata la storia dell’Istituto ed è stato spiegato loro il metodo di indagine impiegato dai ricercatori per la raccolta delle fonti. Hanno potuto toccare e maneggiare gli strumenti utilizzati da Ezio Raspanti, fondatore dell’Archivio, per la raccolta delle testimonianze e, infine, hanno esaminato alcuni dei risultati della ricerca, conservati all’interno dei fascicoli tematici.

A partire dagli anni Settanta l’Istituto storico ha promosso studi e ricerche che hanno messo in rilievo l’importanza della guerra partigiana tramite la raccolta delle testimonianze dirette di quegli avvenimenti e di materiale documentario sull’Antifascismo e la Resistenza toscana e della Valdichiana in particolare. Le fonti raccolte permettono anche di avere un quadro chiarissimo delle classi subalterne e del movimento contadino e operaio dall’inizio del Ventesimo secolo.

Mariangela Raspanti, Presidente dell’ANPI sez. Foiano della Chiana, si è detta «enormemente soddisfatta dall’opportunità che si è creata grazie alla volontà della Dirigente scolastica Anna Bernardini e quella della professoressa Laura Paolini. L’importanza di far conoscere la storia locale e nazionale ai ragazzi in maniera così approfondita e l’opportunità di parlare loro del metodo scientifico che sta alla base della ricerca storica è stata un’occasione formativa molto importante, che sicuramente andrà ad arricchire il loro bagaglio culturale. Ci terrei molto a ringraziare anche il Presidente della Pro Loco di Foiano, Luca Posani, per l’impegno che mette nel valorizzare le nostre eccellenze».

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Il primo romanzo di Emanuele Upini: Incontrando Igino

Uscito nel 2018, il romanzo storico Incontrando Igino proietta il lettore nella realtà foianese di inizio Novecento: quella dei Fatti di Renzino. Grazie al metodico lavoro di ricerca delle fonti…

Uscito nel 2018, il romanzo storico Incontrando Igino proietta il lettore nella realtà foianese di inizio Novecento: quella dei Fatti di Renzino. Grazie al metodico lavoro di ricerca delle fonti e delle testimonianze e al coinvolgimento empatico che nasce dal testo, Emanuele Upini riesce a farci rivivere quelle che furono le vicende e i risvolti, sociali ed emotivi, relativi agli inizi degli anni ’20.

Ciao Emanuele, parlaci di te.

Vivo a Foiano della Chiana. Sono un appassionato di scrittura e disegno, fumetti per la precisione. Adesso mi sto dedicando alla scrittura di romanzi, ma in passato ho fatto il vignettista. Ho anche collaborato con il mensile Fumo di china, il più autorevole in Italia in fatto di critica fumettistica.

Fumettista prima che scrittore. Com’è nata la passione per il disegno?

Dobbiamo tornare molto indietro. È merito di mio nonno, che aveva un’edicola in Foiano e per farmi stare buono, da piccolo, mi metteva sempre un giornalino in mano e pensa che ancora non sapevo neanche leggere e scrivere. Fantasticavo sui possibili risvolti delle avventure pagina dopo pagina, in base a quello che mi proponeva il disegno. È iniziata così. Probabilmente questo ha agevolato la formazione di una particolare fantasia che mi ha accompagnato nel tempo. Crescendo ho continuato a leggerli, li ho abbandonati e ripresi in vari momenti della mia vita. Ad un certo punto sono entrato in contatto con questo mondo, grazie anche al portale internet che curo IMIM. Ho conosciuto autori e scrittori che mi hanno aiutato a integrare le mie conoscenze.

Nel 2018 hai pubblicato “Incontrando Igino”, un romanzo storico. Raccontaci di cosa parla.

Il mio primo romanzo sì. È stato preceduto da una pubblicazione intitolata Spaesati #1 che racconta di vicende comiche ispirate a personaggi di Foiano. È stata la prima volta in cui mi sono confrontato con un progetto davvero strutturato. Dopodiché è uscito Incontrando Igino (Edizioni Helicon), scritto a più riprese dal momento che necessitava di una preparazione più impegnativa. La vicenda ripercorre i giorni dei famosi Fatti di Renzino del 1921: gli scontri tra fascisti e antifascisti in un’epoca in cui il fascismo doveva ancora affermarsi. Ho cercato di raccontare in una forma inedita cosa fosse successo nell’aprile del 1921. Mi sono immaginato un carabinierino, realmente esistito, che in quei giorni si trovava a Renzino per condurre le indagini relative agli scontri armati. Viene risucchiato nella realtà chianina che non gli apparteneva, essendo lui del nord, e si trova a vivere la storia degli abitanti della campagna foianese.

Perché questa esigenza di scrivere su Renzino?

È una vicenda che mi riguarda direttamente. Il titolo riprende il nome del mio bisnonno: Igino, che venne ucciso dai fascisti insieme a moltissimi altri innocenti nella rappresaglia che fecero in seguito agli scontri armati. Emblematicamente è l’incontro con la gente del tempo di Igino, del paese di Igino e non soltanto con lui. Con l’idea di propormi al pubblico come scrittore di romanzi volevo farlo per la prima volta con una storia che mi riguardasse direttamente.

Esempi di grandi scrittori che con le loro parole hanno reso indelebile parte della storia italiana non mancano di certo. Penso a Elsa Morante, Italo Calvino, Beppe Fenoglio (solo per citarne alcuni). Quant’è importante raccontare il passato, la storia italiana e quella ancora più vicina a noi: quella locale?

Credo che ci siano morali e lezioni profonde che è necessario raccontare e tramandare. Non è mai scontato ripetere che la storia insegna e io mi auguro che possa essere proprio questo il fine ultimo. Un romanzo storico ha l’obiettivo di intrattenere piacevolmente, o comunque di suscitare emozioni, e allo stesso tempo fornire le basi per una riflessione su realtà a noi vicine, nel caso di Incontrando Igino vicinissime.

Un romanzo di questo tipo necessita in maniera imprescindibile di una solida base scientifica: che è la ricerca storica. Come ti sei preparato alla stesura del libro?

La preparazione è stata fondamentale e necessaria, dalla durata di moltissimi mesi. Ho passato tanto tempo in biblioteca dovendo documentarmi su cosa effettivamente fosse successo in quei giorni. Ho letto libri e pubblicazioni, ho consultato archivi fotografici, ho studiato le testimonianze e i documenti raccolti da Ezio Raspanti, partigiano e ricercatore storico, e conservati nell’Istituto storico dell’Antifascismo e della resistenza in Valdichiana “Bernardo Melacci” di Foiano della Chiana. Grazie a Ezio posso dire che abbiamo la fortuna di avere una banca dati di notevoli dimensioni, quindi volendo entrare nello specifico dei giorni del ’21 in cui a Foiano ci furono omicidi e stragi, si ha la possibilità di capire cosa è successo. Ho cercato di rimanere il più possibile distaccato nel raccontare, pur cercando di suscitare nel lettore le emozioni dei protagonisti. Mentre i romanzi storici sono solitamente costituiti dal 20% di realtà, quindi una storia contestualizzata, e dall’80% di invenzione, Incontrando Igino è l’opposto: l’80% corrisponde a dati e fatti reali, ricostruzioni storiche e il restante 20% è fantasia.

Quanti libri ancora si potrebbero scrivere su Foiano e sulla Valdichiana? Sembra una terra inesauribile da un punto di vista umano, storico e culturale.

La storia della Valdichiana in sé è ricchissima. Così come penso sia lo stesso in tutta Italia. Sto preparando un libro, che uscirà a fine anno, un romanzo che io definisco fucsia, cioè non soltanto sentimentale, perché la base storica locale entra comunque a far parte della trama. La protagonista conosce, nel corso della sua vita, persone delle quali vengono svelate le esistenze legate alla guerra, al territorio aretino e del Valdarno. Proprio quello che hai detto io lo cerco di dimostrare con i romanzi.

I fatti di Renzino sono stati un evento importantissimo nella storia aretina del ‘900. Si può dire che da Renzino sia partita la Resistenza foianese. Oggi non è raro imbattersi in revisionismi di quell’evento o in prese di posizione filofasciste. Come si combatte questa pericolosissima ignoranza?

È necessario farlo con il dibattito, ma spesso si sbatte contro un muro che pare essere insormontabile. Non è solo mancanza di cultura: è anche mancanza di intelligenza nel comprendere certe situazioni, che inizialmente possono sfuggire a causa dell’ignoranza, ma se avessimo un minimo di intelligenza dovremmo arrivare a mettere in discussione le nostre convinzioni. Servirebbe un minimo di spirito critico e di autocritica.

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I Dudes: “Prendiamo quello che viene e facciamo sentire la nostra musica”

I Dudes sono un quartetto alternative rock di Chiusi composto da Matteo Micheletti (voce e chitarra), Gianluca Lorenzoni (basso), Andrea Fei (batteria e sintetizzatore) e Mattia Mignarri (chitarra). Li abbiamo…

I Dudes sono un quartetto alternative rock di Chiusi composto da Matteo Micheletti (voce e chitarra), Gianluca Lorenzoni (basso), Andrea Fei (batteria e sintetizzatore) e Mattia Mignarri (chitarra). Li abbiamo conosciuti nel settembre del 2016, quando avevano appena cominciato a calcare i palchi del nostro territorio. Dopo tre anni esatti li abbiamo incontrati di nuovo al Live Rock Festival di Acquaviva. La filosofia di fondo è rimasta: vivere senza affanni. Ciò che è cambiato è la consapevolezza di essere arrivati al un punto di maturazione.

Cos’è cambiato da quando ci siamo conosciuti?

La nostra musica è cambiata tantissimo. Adesso è tutta un’altra cosa. Nel tempo abbiamo variato gli ascolti musicali e questo ha avuto un riflesso nelle nostre produzioni. Eravamo più acerbi, ovviamente, ma anche più legati a una tradizione indie italiana. Adesso siamo influenzati da artisti come Kurt Vile, Brian Jonestown Massacre, Black Angels, War on Drugs. Che poi è rock alternativo, ma non italiano. Sicuramente ci discostiamo dall’Hip Hop che va molto in voga ora. Siamo molto felici che esistano festival come il Live Rock, che permettono a band che suonano musica simile alla nostra di potersi esprimere in una scena dominata dalla trap e dall’Hip Hop. Nonostante ciò, manteniamo una radice italiana. I Verdena e gli Afterhours ci hanno lasciato tanto, rimangono le nostre basi.

Di cosa parlano le vostre canzoni?

Devo rispondere sinceramente? Diciamo disagio esistenziale, però in realtà parlano di fica. Delle varie sfumature, che possono essere tantissime cose. È la percezione del vivere che ho a 30 anni. Sono esperienze personali.

Progetti per il futuro?

Un disco. Da autoprodurci, perché stiamo provando a mettere su uno studio di registrazione. Già l’ultimo EP l’abbiamo registrato da soli, nonostante tutte le difficoltà. Ora abbiamo diversi pezzi in cantiere. Vorremmo anche spostarci dal territorio, cercare di farci ascoltare fuori dalla Toscana. Speriamo che il Festival di Acquaviva sia un trampolino di lancio per noi. Anche perché abbiamo delle date importanti in questo periodo, siamo molto soddisfatti. Tornando al disco, ci sentiamo maturi per creare qualcosa che davvero ci rappresenti, che faccia capire a chi ci ascolta chi siamo.

Obiettivi e aspirazioni?

Nessuna avidità. Far sentire la nostra musica. Rimanere belli puri. Come ci insegna il nostro mentore – il Drugo Lebowski – prendiamo quello che viene. Le aspirazioni le abbiamo, ovviamente. Non saremmo riusciti a salire su questo palco, altrimenti. Però vogliamo sempre rimanere attaccati a ciò che ci piace: sarebbe brutto scendere a compromessi per diventare più famosi.

(foto di Irene Trancossi – Live Rock Festival Acquaviva)

 

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Berlino – Techno – Komfortrauschen: musica dal futuro (o da qualche Km più a Nord)

Nel mio stereotipo della città di Berlino c’è il gelo, la birra, l’acciaio e una specie di nostalgia per un posto mai vissuto, nella parte est di questa città, visto…

Nel mio stereotipo della città di Berlino c’è il gelo, la birra, l’acciaio e una specie di nostalgia per un posto mai vissuto, nella parte est di questa città, visto appena una volta in vita mia, ma sentito come mitico e familiare (e mi pare che una volta ci fosse anche un muro). Nel mio stereotipo della città di Berlino c’è la musica. Anche questa me la immagino fredda e ubriacante, con suoni metallici e una costante ricerca di nuove sonorità, che scava, annusa e fruga febbrilmente gli anni del secolo scorso e quello che verrà. La Berlino musicale me la immagino un laboratorio sperimentale di suoni, generi, voci, testi. Ci starebbe proprio un bel viaggetto all’insegna della musica underground…

La prima cosa che ho pensato quando i Komfortrauschen hanno iniziato a suonare nella serata d’apertura dell’edizione 2019 del Live Rock Festival è stata: «Nel mio stereotipo della città di Berlino c’è il gelo, la birra, l’acciaio e una specie di nostalgia per un posto mai vissuto… [leggi sopra]».

I Komfortrauschen (comfort noise) sono un trio berlinese che, unendo chitarra, basso e batteria a una quantità esagerata di pedali sintetizzatori, creano un potente DJ set techno di altissima qualità. Il live che hanno proposto è stato una maratona di sudore ed elettronica, che ha fatto ballare il pubblico di Acquaviva senza sosta. E poi l’energia del sound, i loro vestiti bianchi e i balletti convulsi. Come fai a non intervistarli?

Prima di continuare a leggere vi consiglio di guardare questo loro video: tanto per farvi un’idea.

Raccontatemi la vostra storia

Ci siamo conosciuti 5 anni fa e abbiamo deciso di formare la band, perché eravamo tutti affascinati dalla musica elettronica. Non avevamo né sintetizzatori, né computer, ma soprattutto nessuno aveva la minima idea di come si usassero. C’era l’idea prima dell’oggetto: volevamo farlo, ma non sapevamo come si facesse.

E quindi cosa è successo? Perché avete appena fatto un concerto techno pazzesco…

Fondamentalmente le basi rimangono la chitarra, il basso e la batteria. È da lì che abbiamo iniziato e da lì continuiamo a strutturare le canzoni. Abbiamo studiato molto. Lentamente abbiamo imparato a usare i sintetizzatori, i pedali e la drum machine. La cosa importante è combinare tutti gli elementi in modo divertente e stupido e vedere cosa succede.

Direi che il risultato finale non è niente male…

Grazie. Pensa che a volte in studio ci guardiamo e diciamo «ragazzi questo è veramente stupido… rendiamolo più stupido!». La semplicità e la leggerezza ci portano a risultati che funzionano: divertono il pubblico e lo fanno ballare.

Quando il vostro manager vi ha proposto di venire a suonare al Live Rock Festival di Acquaviva, cosa avete pensato?

Nel 2015 abbiamo suonato in due date italiane ed è stato bellissimo. Fondamentalmente ci piace venire in Italia. Non è per niente male. Questo festival è molto interessante e poi c’è Leeroy Thornhill, uno dei fondatori dei Prodigy, quindi ci siamo detti “cosa stiamo aspettando? Andiamo!”

È strano attribuire significato a canzoni senza testi. Le vostre ce l’hanno?

Certo, sì. A volte c’è uno sfogo di aggressività che si trasforma in potenza elettronica. A noi piace ciò che è grande e metallico. Altre volte, come ho già detto, è puro divertimento, fantasia che gioca.

Com’è la scena musicale berlinese?

È molto elettronica, profonda, intensa per certi versi. Ci sono molti club che arrivano a negare l’ingresso al pubblico, perché straripano di persone all’interno. Ad altri club piace creare un certo clima o tendenza o moda che li caratterizzi e selezionano le persone da far entrare. Non è una mentalità completamente libera, ma se si vuole vedere il lato positivo, questo contribuisce a creare correnti artistiche che si sviluppano sempre di più. Le persone sono malate di musica a Berlino. Trovi molta gente che passa dalle 5 alle 7 ore nei locali, solo per ascoltare musica. Entra di notte ed esce con la luce del sole. È raro, invece, trovare chi viene a vedere esibizioni live e dopo due ore se ne va via. Ho amici che hanno passato 12 ore in dei club ad ascoltare musica. È uno stile di vita. Rispetto all’Italia c’è molta differenza: qua è tutto molto più inclusivo e super aperto, una sorta di festa collettiva ogni volta che c’è della musica sopra un palco.

In questo video potete DIREZIONARE VOI la telecamera: buona visione e buon ascolto!

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Maurizio Landini (CGIL) a La Valdichiana: «risollevare l’Italia creando un rinascimento dei valori»

La distanza tra partiti politici e società civile non è mai stata così grande. Si potrebbe dire abissale, senza nessun rischio di esagerare le dimensioni del problema. La politica non…

La distanza tra partiti politici e società civile non è mai stata così grande. Si potrebbe dire abissale, senza nessun rischio di esagerare le dimensioni del problema. La politica non dialoga. Difficilmente riesce a farlo all’interno degli stessi partiti, figuriamoci se si trova nella condizione di poterlo fare con il popolo. Sembra proprio questo, infatti, il problema della politica (mondiale) del ventunesimo secolo.

Trovare soluzioni è tutt’altro che semplice, ma di proposte di miglioramento se ne trovano molte. Manca, però, la fiducia. Quella fiducia che per tutto il Novecento ha permesso di cambiare il mondo conquista (sociale) dopo conquista. I cittadini non si riconoscono più negli ambienti politici, intellettuali e sociali. Da 30 anni sembra che l’unica possibilità in mano agli elettori sia crocettare il nome del leader del momento. Quello che fa leva su grandi promesse irrealizzabili o su rottamazioni e cambi generazionali o sull’odio incondizionato.

Intenso dialogo, unione, rivoluzione dell’istruzione e nuove tutele sono alcune delle soluzioni che propone Maurizio Landini, Segretario generale della CGIL, intervistato in esclusiva per la nostra testata.

Il dialogo tra le componenti della società civile e tra queste e i partiti potrebbe essere la soluzione alla crisi della democrazia e della sinistra?

C’è sicuramente un nesso tra la crisi democratica e valoriale che stiamo vivendo e l’atteggiamento antisistema di gran parte dei partiti politici e dei loro esponenti. C’è una grave dimenticanza verso i fondamenti del nostro Paese, che sono la libertà, la democrazia e la solidarietà. Questa Italia è nata all’indomani della Seconda guerra mondiale sulle ceneri del fascismo, grazie alla collaborazione di tutte le forze sinceramente democratiche: i partiti, i sindacati, le associazioni laiche e cattoliche. E anche dopo, negli anni della ricostruzione e nelle situazioni di grave crisi non solo economica, ma anche civile – penso per esempio agli anni di piombo – è stato grazie alla collaborazione tra politica e società civile che si sono affrontate e gestite situazioni e problemi gravi. La delegittimazione della società civile come del resto delle istituzioni non sta facendo bene al Paese. Si dovrebbe ripartire da lì per un nuovo rinascimento valoriale.

La storia delle conquiste sociali e, nello specifico, della nascita e dello sviluppo dei sindacati è praticamente assente nei programmi scolastici e nei corsi universitari. È un’enorme falla all’interno del nostro sistema scolastico. Come mai si parla così poco di questo problema? Non potrebbe essere una base da cui ripartire? Ritrovare il contatto con le nuove generazioni ri-partendo dalla cultura, dall’insegnamento, dai docenti.

La storia del movimento dei lavoratori è la storia del nostro Paese. Dalle lotte bracciantili passando per le prime organizzazioni dei lavoratori, i sindacalisti assassinati dalle mafie e dai potentati, perché organizzavano i lavoratori nel rivendicare i propri diritti, fino alla conquista di quelle tutele oggi date quasi per scontate come malattia, ferie, parità, maternità: è la storia dei sindacati, ma anche dell’emancipazione del popolo italiano. A volte penso che le nuove generazioni fatichino a comprendere l’importanza dell’essere uniti e solidali nelle rivendicazioni per i diritti, perché non hanno idea di quale sia la loro genesi. Inserire nello studio della storia questi elementi favorirebbe lo sviluppo di una coscienza civile. È evidente che questi temi abbiano una fortissima valenza politica, il che forse spiega come mai non li ritroviamo nei programmi scolastici.

Oggi la definizione di classe lavoratrice è molto diversa da quella che l’ha caratterizzata per tutto il Novecento. Ne sono conferma, per esempio, le tante tipologie di contratto difficili da definire e da tutelare. È un altro tema del quale si parla pochissimo. La CGIL cosa ha intenzione di fare in proposito?

Il mondo del lavoro è profondamente cambiato nell’ultimo ventennio. Oggi dobbiamo confrontarci con una precarietà esasperata, con la somministrazione, l’impiego sistematico di false partite IVA, le piattaforme digitali, gli algoritmi. Dobbiamo essere tuttavia consapevoli che non sempre i lavoratori lamentano la loro condizione instabile. Si rende allora necessario trovare un meccanismo per riconoscere le tutele fondamentali a tutti i lavoratori, indipendentemente dalla tipologia contrattuale o di lavoro. Per farlo la Cgil, insieme a un team di giuslavoristi, ha elaborato una proposta di legge che è stata firmata da oltre un milione di persone e già depositata in Parlamento: è la Carta dei diritti universali del lavoro, che in sostanza è uno Statuto dei Lavoratori in linea col mondo del lavoro di oggi. Una legge che farebbe bene a tutti i lavoratori ma che, a dispetto delle promesse in campagna elettorale, non trova sponsor in Parlamento.

L’effetto delle grandi manifestazioni sembra avere esaurito la forza di incidere sulle decisioni politiche. Mi ricordo l’enorme delusione che provai dopo che, nel 2014, la meravigliosa manifestazione a Roma contro il Jobs Act risultò vana. È giusto puntare ancora su questo tipo di approccio per far sentire la voce dei cittadini e dei lavoratori?

Scioperi e manifestazioni sono lo strumento fondamentale della protesta dei lavoratori. Il punto non sta nella forma della protesta, ma nel mancato ascolto da parte di una politica che si è convinta di potere fare a meno dei lavoratori. Vorrei sommessamente ricordare che i partiti dei governi precedenti hanno perso le elezioni per non aver dato ascolto ai lavoratori che sono ancora la vera grande forza che manda avanti il Paese.

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Ashno oltre il kebab – Dal Togo ad Arezzo fra panini e trap

Nel marzo del 2018 un kebabbaro di Arezzo si rivolge a un rapper per registrare una canzone-spot per il suo negozio. Una trovata originale che ha dato i suoi frutti:…

Nel marzo del 2018 un kebabbaro di Arezzo si rivolge a un rapper per registrare una canzone-spot per il suo negozio. Una trovata originale che ha dato i suoi frutti: la canzone è diventata subito virale, l’attività di ristorazione conosciuta ben al di fuori delle mura cittadine. C’è addirittura chi viene apposta da fuori città per mangiare quel kebab, in quel negozio, che ormai è diventato un luogo mitico (anche se solo in una nicchia – ma il mondo dello spettacolo di oggi non è fatto di tante piccole nicchie?). Ne hanno parlato su La Nazione, Sky Uno e ovunque sul web. Il negozio è il Kebab La Stazione, il rapper Ashno.

Ok il successo di Kebab La Stazione, ok il tormentone virale in rete, ma chi è davvero Ashno? Abbiamo provato a conoscere meglio il trap boy di Arezzo, sicuri che dietro alla canzone-promo ci fosse un artista più profondo e con una storia da raccontare.

Chi eri in Togo?
Mi chiamo Asrafou Sesso, sono nato nel 1993 e ho studiato filosofia all’Università. Ero un ragazzo semplice.

Come sei arrivato ad Arezzo?
Volevo migliorare la mia vita. Sono arrivato come richiedente asilo e per fortuna sono stato adottato da una famiglia italiana con cui mi trovo benissimo. La vita continua. Qui faccio musica e cerco di diventare un business man: rapper-business man.

Come nasce il tuo rapporto con la musica?
Cantavo da quando avevo 13 anni, perché adoravo i rapper francesi e americani ed è così che ho iniziato a fare freestyle di quartiere. È stata una cosa automatica: quando ascolti tanti rapper ti viene voglia di provare a esprimerti come loro.

Come hai iniziato a fare musica in Italia?
Quando ero ospite all’interno di una struttura di accoglienza ho creato un piccolo studio in cui creavo materiale e mi esercitavo con le canzoni. Poi ho pubblicato un freestyle su YouTube in quattro lingue diverse e caricato online alcuni pezzi, ma non ero ancora famoso. Ho iniziato così a farmi conoscere. Tutto è cambiato quando abbiamo bombardato la rete con Kebab La Stazione.

Cos’è cambiato?
Le views sono aumentate e ho fatto tanti concerti. Sapete già che gli artisti fanno soldi con lo stream, no? Ora faccio moltissime visualizzazioni.

Nelle tue canzoni dici “Sempre sorridente anche se la gente parla male”, “Ashno l’ottimista”, “nero italiano”. Sei diventato virale grazie a Kebab la stazione, ma di cosa parlano le altre canzoni?
Prima di fare una canzone scelgo un tema: l’amore, la mia storia, l’immigrazione. Parlo dell’invidia delle persone e dei loro discorsi quando mi vedono camminare per strada. Io rimango sulla mia strada e la percorro a testa alta. Poi parlo del problema del razzismo: lo affronto dicendo che se sei nero e straniero e ti comporti rispettando la legge allora sei anche un cittadino italiano. E lo stesso avviene con gli italiani che vengono in Africa e si comportano bene. L’ottimismo è la mia forza, perché sono convinto di raggiungere tutti i miei obiettivi e poi bisogna essere sempre ottimisti per cercare di andare avanti.

Eyo-b e Tizzy: che legame c’è con loro?
Sono togolesi come me. Ci conoscevamo già in Togo solo che loro sono arrivati qualche anno prima di me in Italia. Ci siamo incontrati di nuovo qua e abbiamo fatto una canzone insieme

Ashno vs Bello Figo. C’è uno scontro, un dissing, come mai?
Perché io sono il contrario di Bello Figo. È anche venuto qui dal kebabbaro per rispondere alla canzone in cui lo critico. Non faccio quello che fa lui: i testi delle mie canzoni sono diversi. Lui è contro i suoi fratelli di colore. Io sono con loro. Quando Bello Figo canta, invece di difendere i neri come lui, si mette contro di loro, li mette in difficoltà.

Come mai?
Lui è furbo. Fa lo scemo e fa soldi. Lo fa per avere più views. Ha capito che per diventare famoso bisogna fare le cose trash come piacciono agli italiani ed è proprio quello che sta facendo lui. Per questo la gente sta sempre attaccata al suo canale: per vedere cosa pubblica.

Ashno non fa anche musica trash?
Nelle mie canzoni non ci sono attacchi al governo o insulti. Le mie canzoni sono simpatiche. Cerco di far sorridere i miei fans. Quindi può darsi che butto delle frasi che fanno ridere e che possono essere interpretate come trash. Ognuno la pensa come vuole, ma la mia idea è di far sorridere la gente senza offendere.

Che programmi hai per il futuro?
Ci sono progetti. Kebab La Stazione ha aiutato molto sia me che il ristorante, infatti ne è stato aperto un altro a Castiglion Fiorentino. Da parte mia ho collaborazioni con altri artisti, video e soprattutto a settembre uscirà un mio remix di Bella Ciao.

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