La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Francesco Bellacci

Le Fattorie Granducali in Valdichiana

Le fattorie granducali hanno contribuito nei secoli a creare l’immagine più conosciuta e amata della Valdichiana. Provate a sedervi, chiudete gli occhi e pensate a questa meravigliosa terra. Posso supporre…

Le fattorie granducali hanno contribuito nei secoli a creare l’immagine più conosciuta e amata della Valdichiana. Provate a sedervi, chiudete gli occhi e pensate a questa meravigliosa terra. Posso supporre che avrete visualizzato dolci colline, attraversate da bianche strade sterrate delimitate da alti cipressi, che salgono fino a vecchissime ville in mattoni in cui chiunque, almeno una volta nella vita, ha pensato “come sarebbe bello vivere lì”.

La valle attraversata dal Clanis, l’antico fiume dell’Etruria meridionale, abbonda di antiche fattorie costruite nella prima metà del XVIII secolo, come passo conclusivo del processo di bonifica e appoderamento della Valdichiana iniziato nei primi anni del ‘500 dalla dinastia Medici. Dopo decenni dedicati al risanamento della palude, che copriva 8.800 ettari di terreno e si estendeva da Arezzo a Chiusi, i fiorentini, che si erano impossessati dei territori di Arezzo nel XIV secolo e di Siena dopo la Battaglia di scannagallo nel 1554, ordinarono la costruzione di tredici fattorie. Disposte in modo da coprire l’intera vallata, queste imponenti abitazioni erano riservate ai proprietari terrieri o ai loro contadini e servivano a organizzare i lavori agricoli di tutti i terreni coltivati a cui facevano riferimento: i terreni erano suddivisi in poderi, generalmente condotti con il sistema della mezzadria. Le fattorie granducali in Valdichiana erano le seguenti: Foiano, Bettolle, Abbadia, Acquaviva, Dolciano, Chianacce, Creti o S. Caterina, Montecchio Vesponi (che comprendeva anche Capannacce), Brolio, Pozzo, Frassineto e Font’a Ronco.

È possibile leggere la Valdichiana granducale come l’esito di un grande piano che ha proceduto dal generale al particolare: piano territoriale, con la scelta tra le strategie e le opzioni di fondo; bonifica per colmata o per essiccamento; modalità insediative e appoderamento; ruolo delle colmate; ruolo dei canali allaccianti nell’assicurare lo scolo delle acque alte provenienti dalle colline; previsione delle vie e dei ponti principali, del numero e della dimensione delle varie fattorie; il loro piano urbanistico; la suddivisione in poderi ecc. Un percorso che ha permesso a queste meravigliose fattorie del ‘700 di giungere fino a noi, con la loro ricchezza storica che, come scrive il Prof. Gian Carlo Di Pietro nell’Atlante della Val di Chiana, fa di questa terra un monumento dell’identità toscana.

Nel corso degli anni le fattorie sono più volte cadute in disgrazia, ma sono comunque giunte fino a noi nel loro splendore, ricche di fascino e di tradizione. Nel 1799, a seguito dell’avvento di Napoleone in Italia, tutti i beni, comprese queste ville, vennero incamerati dal Governo francese; durante la Restaurazione passarono ai Lorena e da questi, infine, al nuovo Regno d’Italia, che le vendette a privati.

[Le immagini delle fattorie sono tratte da G. F. Di Pietro (a cura di), Atlante della Val di Chiana, Debatte Editore, Livorno, 2009]

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“Dillo a me”: a Chiusi apre un punto di ascolto per chi soffre di dipendenze

È nato a Chiusi il Punto di Ascolto “Dillo a me”, uno spazio dove le persone che soffrono di dipendenze possono aprirsi, parlare delle loro problematiche e trovare la strada…

È nato a Chiusi il Punto di Ascolto “Dillo a me, uno spazio dove le persone che soffrono di dipendenze possono aprirsi, parlare delle loro problematiche e trovare la strada verso la terapia. La presentazione del nuovo punto di ascolto era avvenuta lo scorso 21 settembre con un convegno dal titolo “Liberi dalle dipendenze” presso la sala conferenze San Francesco di Chiusi.

L’iniziativa è stata promossa dall’Associazione degli Anziani (A.D.A.) della provincia di Siena con l’intento di sensibilizzare e offrire un punto di riferimento per tutta la popolazione sulla tematica delle dipendenze. L’apertura dello spazio è la fase conclusiva di un percorso di contrasto alle dipendenze iniziato dal Comune della Città di Chiusi nel luglio 2018 portato avanti tramite convegni e incontri sulla tematica in collaborazione con il SERD della Zona Amiata Val d’Orcia e Valdichiana Senese. Ed è stata proprio l’A.D.A. a volere fortemente la creazione di un Punto di Ascolto sulle dipendenze dopo aver rilevato nella comunità il bisogno di aprirsi e affrontare una tematica così delicata.

Il servizio, completamente gratuito e attentissimo alla riservatezza della privacy di chi vi si rivolge, si è ufficialmente attivato nella prima settimana di ottobre. La presidente Nellina Quitti ha sottolineato l’importanza di dare ascolto alle necessità di chi soffre di dipendenze: «In generale sono situazioni molto difficili. Il problema non si limita alla complicata decisione di riconoscersi in difficoltà, ma si allarga al disagio della richiesta di aiuto. Aprirsi o confidarsi a degli estranei può sembrare un muro insormontabile. Ma la certezza è che una volta abbattuto questo ostacolo, la condivisione delle proprie esperienze risulterà molto più semplice e indirizzata verso la soluzione».

Al Punto di Ascolto lavorerà il personale formato direttamente dal SERD di Chianciano al quale si aggiunge il Dottor Becattini, un esperto psichiatra.

«Vorremmo che da noi si rivolgessero tutte quelle persone che soffrono a causa di dipendenze» ha dichiarato la presidente Quitti «siamo pronti ad ascoltare le loro storie, le loro difficoltà, le loro paure e le loro debolezze. Quello che voglio dimostrare è che con l’aiuto giusto si può uscire da certi tunnel che possono sembrare infiniti. Vorremmo dare speranza a tante persone».

Soltanto nella zona di Chiusi, secondo l’A.D.A., ci sono molte persone affette da dipendenze: giovani, adulti e anche anziani. La dipendenza da sostanze stupefacenti e quella da alcol sono ormai diventate una piaga tra i giovani, che oltretutto stanno cadendo vittime della ludopatia, convinti di trovare fortuna e una soluzione alla loro condizione di indigenza.

«Ci vuole coraggio sia da parte di chi soffre, che da parte delle istituzioni. Bisogna far venire allo scoperto chi soffre» ha continuato Nellina Quitti. «Il nostro vuole essere un punto d’ascolto per dubbi e informazioni, e uno strumento per tutti, operatori del settore e cittadini. Sarà quindi un’esperienza di prevenzione, di contatto con il territorio e di analisi, perché le dipendenze non devono essere solo curate».

Il Punto di Ascolto “Dillo a me” si trova nella Sede operativa dell’Associazione A.D.A. in Via Cassia Aurelia I, 88/90, Chiusi stazione aperto il primo e l’ultimo sabato del mese dalle 10:30 alle 12:30 e il secondo e terzo mercoledì del mese dalle 17:30 alle 19:00. Per maggiori informazioni è possibile contattare la segreteria organizzativa dell’associazione al numero 0578/226644.

Il convegno di presentazione del punto di ascolto a Chiusi

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Settimana Foianese: l’ANPI incontra gli studenti delle scuole medie

Da venerdì 20 fino a domenica 29 settembre si è svolta la Settimana foianese, organizzata dalla Pro Loco di Foiano della Chiana in collaborazione con il Comune e le associazioni…

Da venerdì 20 fino a domenica 29 settembre si è svolta la Settimana foianese, organizzata dalla Pro Loco di Foiano della Chiana in collaborazione con il Comune e le associazioni cittadine. Dieci giorni di iniziative culturali, culinarie, artistiche e sportive che hanno messo in luce le eccellenze chianine e foianesi. Le prime edizioni erano caratterizzate dagli artigiani locali che prendevano il loro spazio nei fondi del centro storico per esporre i propri prodotti e le loro opere; nel corso del tempo l’evento si è arricchito di occasioni di intrattenimento e di conoscenza, per vivere pienamente il borgo foianese. “Saperi e Sapori” è il nuovo nome che è stato dato a questa manifestazione che per dieci giorni ha riempito il centro storico del paese di musica, concerti, eventi, conferenze, laboratori e spettacoli

Nell’ambito di questa ricca serie di eventi è stata avviata una collaborazione tra l’Istituto Omnicomprensivo Guido Marcelli e la sezione locale dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), che si è concretizzata nella visita guidata all’Istituto storico dell’Antifascismo e della Resistenza in Valdichiana “Bernardo Melacci”. Gli studenti delle scuole medie hanno quindi avuto l’opportunità di visitare il centro di documentazione e l’archivio storico, che contiene un patrimonio documentario e bibliografico  che ha lo scopo di conservare per le future generazioni e per tutti gli studiosi le testimonianze del periodo della Resistenza.

L’enorme valore storico e culturale dell’Archivio di Piazza Cavour è stato mostrato ai giovani studenti degli ultimi anni delle scuole secondarie che si stanno avviando allo studio della Seconda guerra mondiale e della Lotta di liberazione nazionale. Ai ragazzi e alle ragazze è stata illustrata la storia dell’Istituto ed è stato spiegato loro il metodo di indagine impiegato dai ricercatori per la raccolta delle fonti. Hanno potuto toccare e maneggiare gli strumenti utilizzati da Ezio Raspanti, fondatore dell’Archivio, per la raccolta delle testimonianze e, infine, hanno esaminato alcuni dei risultati della ricerca, conservati all’interno dei fascicoli tematici.

A partire dagli anni Settanta l’Istituto storico ha promosso studi e ricerche che hanno messo in rilievo l’importanza della guerra partigiana tramite la raccolta delle testimonianze dirette di quegli avvenimenti e di materiale documentario sull’Antifascismo e la Resistenza toscana e della Valdichiana in particolare. Le fonti raccolte permettono anche di avere un quadro chiarissimo delle classi subalterne e del movimento contadino e operaio dall’inizio del Ventesimo secolo.

Mariangela Raspanti, Presidente dell’ANPI sez. Foiano della Chiana, si è detta «enormemente soddisfatta dall’opportunità che si è creata grazie alla volontà della Dirigente scolastica Anna Bernardini e quella della professoressa Laura Paolini. L’importanza di far conoscere la storia locale e nazionale ai ragazzi in maniera così approfondita e l’opportunità di parlare loro del metodo scientifico che sta alla base della ricerca storica è stata un’occasione formativa molto importante, che sicuramente andrà ad arricchire il loro bagaglio culturale. Ci terrei molto a ringraziare anche il Presidente della Pro Loco di Foiano, Luca Posani, per l’impegno che mette nel valorizzare le nostre eccellenze».

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Il primo romanzo di Emanuele Upini: Incontrando Igino

Uscito nel 2018, il romanzo storico Incontrando Igino proietta il lettore nella realtà foianese di inizio Novecento: quella dei Fatti di Renzino. Grazie al metodico lavoro di ricerca delle fonti…

Uscito nel 2018, il romanzo storico Incontrando Igino proietta il lettore nella realtà foianese di inizio Novecento: quella dei Fatti di Renzino. Grazie al metodico lavoro di ricerca delle fonti e delle testimonianze e al coinvolgimento empatico che nasce dal testo, Emanuele Upini riesce a farci rivivere quelle che furono le vicende e i risvolti, sociali ed emotivi, relativi agli inizi degli anni ’20.

Ciao Emanuele, parlaci di te.

Vivo a Foiano della Chiana. Sono un appassionato di scrittura e disegno, fumetti per la precisione. Adesso mi sto dedicando alla scrittura di romanzi, ma in passato ho fatto il vignettista. Ho anche collaborato con il mensile Fumo di china, il più autorevole in Italia in fatto di critica fumettistica.

Fumettista prima che scrittore. Com’è nata la passione per il disegno?

Dobbiamo tornare molto indietro. È merito di mio nonno, che aveva un’edicola in Foiano e per farmi stare buono, da piccolo, mi metteva sempre un giornalino in mano e pensa che ancora non sapevo neanche leggere e scrivere. Fantasticavo sui possibili risvolti delle avventure pagina dopo pagina, in base a quello che mi proponeva il disegno. È iniziata così. Probabilmente questo ha agevolato la formazione di una particolare fantasia che mi ha accompagnato nel tempo. Crescendo ho continuato a leggerli, li ho abbandonati e ripresi in vari momenti della mia vita. Ad un certo punto sono entrato in contatto con questo mondo, grazie anche al portale internet che curo IMIM. Ho conosciuto autori e scrittori che mi hanno aiutato a integrare le mie conoscenze.

Nel 2018 hai pubblicato “Incontrando Igino”, un romanzo storico. Raccontaci di cosa parla.

Il mio primo romanzo sì. È stato preceduto da una pubblicazione intitolata Spaesati #1 che racconta di vicende comiche ispirate a personaggi di Foiano. È stata la prima volta in cui mi sono confrontato con un progetto davvero strutturato. Dopodiché è uscito Incontrando Igino (Edizioni Helicon), scritto a più riprese dal momento che necessitava di una preparazione più impegnativa. La vicenda ripercorre i giorni dei famosi Fatti di Renzino del 1921: gli scontri tra fascisti e antifascisti in un’epoca in cui il fascismo doveva ancora affermarsi. Ho cercato di raccontare in una forma inedita cosa fosse successo nell’aprile del 1921. Mi sono immaginato un carabinierino, realmente esistito, che in quei giorni si trovava a Renzino per condurre le indagini relative agli scontri armati. Viene risucchiato nella realtà chianina che non gli apparteneva, essendo lui del nord, e si trova a vivere la storia degli abitanti della campagna foianese.

Perché questa esigenza di scrivere su Renzino?

È una vicenda che mi riguarda direttamente. Il titolo riprende il nome del mio bisnonno: Igino, che venne ucciso dai fascisti insieme a moltissimi altri innocenti nella rappresaglia che fecero in seguito agli scontri armati. Emblematicamente è l’incontro con la gente del tempo di Igino, del paese di Igino e non soltanto con lui. Con l’idea di propormi al pubblico come scrittore di romanzi volevo farlo per la prima volta con una storia che mi riguardasse direttamente.

Esempi di grandi scrittori che con le loro parole hanno reso indelebile parte della storia italiana non mancano di certo. Penso a Elsa Morante, Italo Calvino, Beppe Fenoglio (solo per citarne alcuni). Quant’è importante raccontare il passato, la storia italiana e quella ancora più vicina a noi: quella locale?

Credo che ci siano morali e lezioni profonde che è necessario raccontare e tramandare. Non è mai scontato ripetere che la storia insegna e io mi auguro che possa essere proprio questo il fine ultimo. Un romanzo storico ha l’obiettivo di intrattenere piacevolmente, o comunque di suscitare emozioni, e allo stesso tempo fornire le basi per una riflessione su realtà a noi vicine, nel caso di Incontrando Igino vicinissime.

Un romanzo di questo tipo necessita in maniera imprescindibile di una solida base scientifica: che è la ricerca storica. Come ti sei preparato alla stesura del libro?

La preparazione è stata fondamentale e necessaria, dalla durata di moltissimi mesi. Ho passato tanto tempo in biblioteca dovendo documentarmi su cosa effettivamente fosse successo in quei giorni. Ho letto libri e pubblicazioni, ho consultato archivi fotografici, ho studiato le testimonianze e i documenti raccolti da Ezio Raspanti, partigiano e ricercatore storico, e conservati nell’Istituto storico dell’Antifascismo e della resistenza in Valdichiana “Bernardo Melacci” di Foiano della Chiana. Grazie a Ezio posso dire che abbiamo la fortuna di avere una banca dati di notevoli dimensioni, quindi volendo entrare nello specifico dei giorni del ’21 in cui a Foiano ci furono omicidi e stragi, si ha la possibilità di capire cosa è successo. Ho cercato di rimanere il più possibile distaccato nel raccontare, pur cercando di suscitare nel lettore le emozioni dei protagonisti. Mentre i romanzi storici sono solitamente costituiti dal 20% di realtà, quindi una storia contestualizzata, e dall’80% di invenzione, Incontrando Igino è l’opposto: l’80% corrisponde a dati e fatti reali, ricostruzioni storiche e il restante 20% è fantasia.

Quanti libri ancora si potrebbero scrivere su Foiano e sulla Valdichiana? Sembra una terra inesauribile da un punto di vista umano, storico e culturale.

La storia della Valdichiana in sé è ricchissima. Così come penso sia lo stesso in tutta Italia. Sto preparando un libro, che uscirà a fine anno, un romanzo che io definisco fucsia, cioè non soltanto sentimentale, perché la base storica locale entra comunque a far parte della trama. La protagonista conosce, nel corso della sua vita, persone delle quali vengono svelate le esistenze legate alla guerra, al territorio aretino e del Valdarno. Proprio quello che hai detto io lo cerco di dimostrare con i romanzi.

I fatti di Renzino sono stati un evento importantissimo nella storia aretina del ‘900. Si può dire che da Renzino sia partita la Resistenza foianese. Oggi non è raro imbattersi in revisionismi di quell’evento o in prese di posizione filofasciste. Come si combatte questa pericolosissima ignoranza?

È necessario farlo con il dibattito, ma spesso si sbatte contro un muro che pare essere insormontabile. Non è solo mancanza di cultura: è anche mancanza di intelligenza nel comprendere certe situazioni, che inizialmente possono sfuggire a causa dell’ignoranza, ma se avessimo un minimo di intelligenza dovremmo arrivare a mettere in discussione le nostre convinzioni. Servirebbe un minimo di spirito critico e di autocritica.

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I Dudes: “Prendiamo quello che viene e facciamo sentire la nostra musica”

I Dudes sono un quartetto alternative rock di Chiusi composto da Matteo Micheletti (voce e chitarra), Gianluca Lorenzoni (basso), Andrea Fei (batteria e sintetizzatore) e Mattia Mignarri (chitarra). Li abbiamo…

I Dudes sono un quartetto alternative rock di Chiusi composto da Matteo Micheletti (voce e chitarra), Gianluca Lorenzoni (basso), Andrea Fei (batteria e sintetizzatore) e Mattia Mignarri (chitarra). Li abbiamo conosciuti nel settembre del 2016, quando avevano appena cominciato a calcare i palchi del nostro territorio. Dopo tre anni esatti li abbiamo incontrati di nuovo al Live Rock Festival di Acquaviva. La filosofia di fondo è rimasta: vivere senza affanni. Ciò che è cambiato è la consapevolezza di essere arrivati al un punto di maturazione.

Cos’è cambiato da quando ci siamo conosciuti?

La nostra musica è cambiata tantissimo. Adesso è tutta un’altra cosa. Nel tempo abbiamo variato gli ascolti musicali e questo ha avuto un riflesso nelle nostre produzioni. Eravamo più acerbi, ovviamente, ma anche più legati a una tradizione indie italiana. Adesso siamo influenzati da artisti come Kurt Vile, Brian Jonestown Massacre, Black Angels, War on Drugs. Che poi è rock alternativo, ma non italiano. Sicuramente ci discostiamo dall’Hip Hop che va molto in voga ora. Siamo molto felici che esistano festival come il Live Rock, che permettono a band che suonano musica simile alla nostra di potersi esprimere in una scena dominata dalla trap e dall’Hip Hop. Nonostante ciò, manteniamo una radice italiana. I Verdena e gli Afterhours ci hanno lasciato tanto, rimangono le nostre basi.

Di cosa parlano le vostre canzoni?

Devo rispondere sinceramente? Diciamo disagio esistenziale, però in realtà parlano di fica. Delle varie sfumature, che possono essere tantissime cose. È la percezione del vivere che ho a 30 anni. Sono esperienze personali.

Progetti per il futuro?

Un disco. Da autoprodurci, perché stiamo provando a mettere su uno studio di registrazione. Già l’ultimo EP l’abbiamo registrato da soli, nonostante tutte le difficoltà. Ora abbiamo diversi pezzi in cantiere. Vorremmo anche spostarci dal territorio, cercare di farci ascoltare fuori dalla Toscana. Speriamo che il Festival di Acquaviva sia un trampolino di lancio per noi. Anche perché abbiamo delle date importanti in questo periodo, siamo molto soddisfatti. Tornando al disco, ci sentiamo maturi per creare qualcosa che davvero ci rappresenti, che faccia capire a chi ci ascolta chi siamo.

Obiettivi e aspirazioni?

Nessuna avidità. Far sentire la nostra musica. Rimanere belli puri. Come ci insegna il nostro mentore – il Drugo Lebowski – prendiamo quello che viene. Le aspirazioni le abbiamo, ovviamente. Non saremmo riusciti a salire su questo palco, altrimenti. Però vogliamo sempre rimanere attaccati a ciò che ci piace: sarebbe brutto scendere a compromessi per diventare più famosi.

(foto di Irene Trancossi – Live Rock Festival Acquaviva)

 

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Berlino – Techno – Komfortrauschen: musica dal futuro (o da qualche Km più a Nord)

Nel mio stereotipo della città di Berlino c’è il gelo, la birra, l’acciaio e una specie di nostalgia per un posto mai vissuto, nella parte est di questa città, visto…

Nel mio stereotipo della città di Berlino c’è il gelo, la birra, l’acciaio e una specie di nostalgia per un posto mai vissuto, nella parte est di questa città, visto appena una volta in vita mia, ma sentito come mitico e familiare (e mi pare che una volta ci fosse anche un muro). Nel mio stereotipo della città di Berlino c’è la musica. Anche questa me la immagino fredda e ubriacante, con suoni metallici e una costante ricerca di nuove sonorità, che scava, annusa e fruga febbrilmente gli anni del secolo scorso e quello che verrà. La Berlino musicale me la immagino un laboratorio sperimentale di suoni, generi, voci, testi. Ci starebbe proprio un bel viaggetto all’insegna della musica underground…

La prima cosa che ho pensato quando i Komfortrauschen hanno iniziato a suonare nella serata d’apertura dell’edizione 2019 del Live Rock Festival è stata: «Nel mio stereotipo della città di Berlino c’è il gelo, la birra, l’acciaio e una specie di nostalgia per un posto mai vissuto… [leggi sopra]».

I Komfortrauschen (comfort noise) sono un trio berlinese che, unendo chitarra, basso e batteria a una quantità esagerata di pedali sintetizzatori, creano un potente DJ set techno di altissima qualità. Il live che hanno proposto è stato una maratona di sudore ed elettronica, che ha fatto ballare il pubblico di Acquaviva senza sosta. E poi l’energia del sound, i loro vestiti bianchi e i balletti convulsi. Come fai a non intervistarli?

Prima di continuare a leggere vi consiglio di guardare questo loro video: tanto per farvi un’idea.

Raccontatemi la vostra storia

Ci siamo conosciuti 5 anni fa e abbiamo deciso di formare la band, perché eravamo tutti affascinati dalla musica elettronica. Non avevamo né sintetizzatori, né computer, ma soprattutto nessuno aveva la minima idea di come si usassero. C’era l’idea prima dell’oggetto: volevamo farlo, ma non sapevamo come si facesse.

E quindi cosa è successo? Perché avete appena fatto un concerto techno pazzesco…

Fondamentalmente le basi rimangono la chitarra, il basso e la batteria. È da lì che abbiamo iniziato e da lì continuiamo a strutturare le canzoni. Abbiamo studiato molto. Lentamente abbiamo imparato a usare i sintetizzatori, i pedali e la drum machine. La cosa importante è combinare tutti gli elementi in modo divertente e stupido e vedere cosa succede.

Direi che il risultato finale non è niente male…

Grazie. Pensa che a volte in studio ci guardiamo e diciamo «ragazzi questo è veramente stupido… rendiamolo più stupido!». La semplicità e la leggerezza ci portano a risultati che funzionano: divertono il pubblico e lo fanno ballare.

Quando il vostro manager vi ha proposto di venire a suonare al Live Rock Festival di Acquaviva, cosa avete pensato?

Nel 2015 abbiamo suonato in due date italiane ed è stato bellissimo. Fondamentalmente ci piace venire in Italia. Non è per niente male. Questo festival è molto interessante e poi c’è Leeroy Thornhill, uno dei fondatori dei Prodigy, quindi ci siamo detti “cosa stiamo aspettando? Andiamo!”

È strano attribuire significato a canzoni senza testi. Le vostre ce l’hanno?

Certo, sì. A volte c’è uno sfogo di aggressività che si trasforma in potenza elettronica. A noi piace ciò che è grande e metallico. Altre volte, come ho già detto, è puro divertimento, fantasia che gioca.

Com’è la scena musicale berlinese?

È molto elettronica, profonda, intensa per certi versi. Ci sono molti club che arrivano a negare l’ingresso al pubblico, perché straripano di persone all’interno. Ad altri club piace creare un certo clima o tendenza o moda che li caratterizzi e selezionano le persone da far entrare. Non è una mentalità completamente libera, ma se si vuole vedere il lato positivo, questo contribuisce a creare correnti artistiche che si sviluppano sempre di più. Le persone sono malate di musica a Berlino. Trovi molta gente che passa dalle 5 alle 7 ore nei locali, solo per ascoltare musica. Entra di notte ed esce con la luce del sole. È raro, invece, trovare chi viene a vedere esibizioni live e dopo due ore se ne va via. Ho amici che hanno passato 12 ore in dei club ad ascoltare musica. È uno stile di vita. Rispetto all’Italia c’è molta differenza: qua è tutto molto più inclusivo e super aperto, una sorta di festa collettiva ogni volta che c’è della musica sopra un palco.

In questo video potete DIREZIONARE VOI la telecamera: buona visione e buon ascolto!

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Maurizio Landini (CGIL) a La Valdichiana: «risollevare l’Italia creando un rinascimento dei valori»

La distanza tra partiti politici e società civile non è mai stata così grande. Si potrebbe dire abissale, senza nessun rischio di esagerare le dimensioni del problema. La politica non…

La distanza tra partiti politici e società civile non è mai stata così grande. Si potrebbe dire abissale, senza nessun rischio di esagerare le dimensioni del problema. La politica non dialoga. Difficilmente riesce a farlo all’interno degli stessi partiti, figuriamoci se si trova nella condizione di poterlo fare con il popolo. Sembra proprio questo, infatti, il problema della politica (mondiale) del ventunesimo secolo.

Trovare soluzioni è tutt’altro che semplice, ma di proposte di miglioramento se ne trovano molte. Manca, però, la fiducia. Quella fiducia che per tutto il Novecento ha permesso di cambiare il mondo conquista (sociale) dopo conquista. I cittadini non si riconoscono più negli ambienti politici, intellettuali e sociali. Da 30 anni sembra che l’unica possibilità in mano agli elettori sia crocettare il nome del leader del momento. Quello che fa leva su grandi promesse irrealizzabili o su rottamazioni e cambi generazionali o sull’odio incondizionato.

Intenso dialogo, unione, rivoluzione dell’istruzione e nuove tutele sono alcune delle soluzioni che propone Maurizio Landini, Segretario generale della CGIL, intervistato in esclusiva per la nostra testata.

Il dialogo tra le componenti della società civile e tra queste e i partiti potrebbe essere la soluzione alla crisi della democrazia e della sinistra?

C’è sicuramente un nesso tra la crisi democratica e valoriale che stiamo vivendo e l’atteggiamento antisistema di gran parte dei partiti politici e dei loro esponenti. C’è una grave dimenticanza verso i fondamenti del nostro Paese, che sono la libertà, la democrazia e la solidarietà. Questa Italia è nata all’indomani della Seconda guerra mondiale sulle ceneri del fascismo, grazie alla collaborazione di tutte le forze sinceramente democratiche: i partiti, i sindacati, le associazioni laiche e cattoliche. E anche dopo, negli anni della ricostruzione e nelle situazioni di grave crisi non solo economica, ma anche civile – penso per esempio agli anni di piombo – è stato grazie alla collaborazione tra politica e società civile che si sono affrontate e gestite situazioni e problemi gravi. La delegittimazione della società civile come del resto delle istituzioni non sta facendo bene al Paese. Si dovrebbe ripartire da lì per un nuovo rinascimento valoriale.

La storia delle conquiste sociali e, nello specifico, della nascita e dello sviluppo dei sindacati è praticamente assente nei programmi scolastici e nei corsi universitari. È un’enorme falla all’interno del nostro sistema scolastico. Come mai si parla così poco di questo problema? Non potrebbe essere una base da cui ripartire? Ritrovare il contatto con le nuove generazioni ri-partendo dalla cultura, dall’insegnamento, dai docenti.

La storia del movimento dei lavoratori è la storia del nostro Paese. Dalle lotte bracciantili passando per le prime organizzazioni dei lavoratori, i sindacalisti assassinati dalle mafie e dai potentati, perché organizzavano i lavoratori nel rivendicare i propri diritti, fino alla conquista di quelle tutele oggi date quasi per scontate come malattia, ferie, parità, maternità: è la storia dei sindacati, ma anche dell’emancipazione del popolo italiano. A volte penso che le nuove generazioni fatichino a comprendere l’importanza dell’essere uniti e solidali nelle rivendicazioni per i diritti, perché non hanno idea di quale sia la loro genesi. Inserire nello studio della storia questi elementi favorirebbe lo sviluppo di una coscienza civile. È evidente che questi temi abbiano una fortissima valenza politica, il che forse spiega come mai non li ritroviamo nei programmi scolastici.

Oggi la definizione di classe lavoratrice è molto diversa da quella che l’ha caratterizzata per tutto il Novecento. Ne sono conferma, per esempio, le tante tipologie di contratto difficili da definire e da tutelare. È un altro tema del quale si parla pochissimo. La CGIL cosa ha intenzione di fare in proposito?

Il mondo del lavoro è profondamente cambiato nell’ultimo ventennio. Oggi dobbiamo confrontarci con una precarietà esasperata, con la somministrazione, l’impiego sistematico di false partite IVA, le piattaforme digitali, gli algoritmi. Dobbiamo essere tuttavia consapevoli che non sempre i lavoratori lamentano la loro condizione instabile. Si rende allora necessario trovare un meccanismo per riconoscere le tutele fondamentali a tutti i lavoratori, indipendentemente dalla tipologia contrattuale o di lavoro. Per farlo la Cgil, insieme a un team di giuslavoristi, ha elaborato una proposta di legge che è stata firmata da oltre un milione di persone e già depositata in Parlamento: è la Carta dei diritti universali del lavoro, che in sostanza è uno Statuto dei Lavoratori in linea col mondo del lavoro di oggi. Una legge che farebbe bene a tutti i lavoratori ma che, a dispetto delle promesse in campagna elettorale, non trova sponsor in Parlamento.

L’effetto delle grandi manifestazioni sembra avere esaurito la forza di incidere sulle decisioni politiche. Mi ricordo l’enorme delusione che provai dopo che, nel 2014, la meravigliosa manifestazione a Roma contro il Jobs Act risultò vana. È giusto puntare ancora su questo tipo di approccio per far sentire la voce dei cittadini e dei lavoratori?

Scioperi e manifestazioni sono lo strumento fondamentale della protesta dei lavoratori. Il punto non sta nella forma della protesta, ma nel mancato ascolto da parte di una politica che si è convinta di potere fare a meno dei lavoratori. Vorrei sommessamente ricordare che i partiti dei governi precedenti hanno perso le elezioni per non aver dato ascolto ai lavoratori che sono ancora la vera grande forza che manda avanti il Paese.

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Ashno oltre il kebab – Dal Togo ad Arezzo fra panini e trap

Nel marzo del 2018 un kebabbaro di Arezzo si rivolge a un rapper per registrare una canzone-spot per il suo negozio. Una trovata originale che ha dato i suoi frutti:…

Nel marzo del 2018 un kebabbaro di Arezzo si rivolge a un rapper per registrare una canzone-spot per il suo negozio. Una trovata originale che ha dato i suoi frutti: la canzone è diventata subito virale, l’attività di ristorazione conosciuta ben al di fuori delle mura cittadine. C’è addirittura chi viene apposta da fuori città per mangiare quel kebab, in quel negozio, che ormai è diventato un luogo mitico (anche se solo in una nicchia – ma il mondo dello spettacolo di oggi non è fatto di tante piccole nicchie?). Ne hanno parlato su La Nazione, Sky Uno e ovunque sul web. Il negozio è il Kebab La Stazione, il rapper Ashno.

Ok il successo di Kebab La Stazione, ok il tormentone virale in rete, ma chi è davvero Ashno? Abbiamo provato a conoscere meglio il trap boy di Arezzo, sicuri che dietro alla canzone-promo ci fosse un artista più profondo e con una storia da raccontare.

Chi eri in Togo?
Mi chiamo Asrafou Sesso, sono nato nel 1993 e ho studiato filosofia all’Università. Ero un ragazzo semplice.

Come sei arrivato ad Arezzo?
Volevo migliorare la mia vita. Sono arrivato come richiedente asilo e per fortuna sono stato adottato da una famiglia italiana con cui mi trovo benissimo. La vita continua. Qui faccio musica e cerco di diventare un business man: rapper-business man.

Come nasce il tuo rapporto con la musica?
Cantavo da quando avevo 13 anni, perché adoravo i rapper francesi e americani ed è così che ho iniziato a fare freestyle di quartiere. È stata una cosa automatica: quando ascolti tanti rapper ti viene voglia di provare a esprimerti come loro.

Come hai iniziato a fare musica in Italia?
Quando ero ospite all’interno di una struttura di accoglienza ho creato un piccolo studio in cui creavo materiale e mi esercitavo con le canzoni. Poi ho pubblicato un freestyle su YouTube in quattro lingue diverse e caricato online alcuni pezzi, ma non ero ancora famoso. Ho iniziato così a farmi conoscere. Tutto è cambiato quando abbiamo bombardato la rete con Kebab La Stazione.

Cos’è cambiato?
Le views sono aumentate e ho fatto tanti concerti. Sapete già che gli artisti fanno soldi con lo stream, no? Ora faccio moltissime visualizzazioni.

Nelle tue canzoni dici “Sempre sorridente anche se la gente parla male”, “Ashno l’ottimista”, “nero italiano”. Sei diventato virale grazie a Kebab la stazione, ma di cosa parlano le altre canzoni?
Prima di fare una canzone scelgo un tema: l’amore, la mia storia, l’immigrazione. Parlo dell’invidia delle persone e dei loro discorsi quando mi vedono camminare per strada. Io rimango sulla mia strada e la percorro a testa alta. Poi parlo del problema del razzismo: lo affronto dicendo che se sei nero e straniero e ti comporti rispettando la legge allora sei anche un cittadino italiano. E lo stesso avviene con gli italiani che vengono in Africa e si comportano bene. L’ottimismo è la mia forza, perché sono convinto di raggiungere tutti i miei obiettivi e poi bisogna essere sempre ottimisti per cercare di andare avanti.

Eyo-b e Tizzy: che legame c’è con loro?
Sono togolesi come me. Ci conoscevamo già in Togo solo che loro sono arrivati qualche anno prima di me in Italia. Ci siamo incontrati di nuovo qua e abbiamo fatto una canzone insieme

Ashno vs Bello Figo. C’è uno scontro, un dissing, come mai?
Perché io sono il contrario di Bello Figo. È anche venuto qui dal kebabbaro per rispondere alla canzone in cui lo critico. Non faccio quello che fa lui: i testi delle mie canzoni sono diversi. Lui è contro i suoi fratelli di colore. Io sono con loro. Quando Bello Figo canta, invece di difendere i neri come lui, si mette contro di loro, li mette in difficoltà.

Come mai?
Lui è furbo. Fa lo scemo e fa soldi. Lo fa per avere più views. Ha capito che per diventare famoso bisogna fare le cose trash come piacciono agli italiani ed è proprio quello che sta facendo lui. Per questo la gente sta sempre attaccata al suo canale: per vedere cosa pubblica.

Ashno non fa anche musica trash?
Nelle mie canzoni non ci sono attacchi al governo o insulti. Le mie canzoni sono simpatiche. Cerco di far sorridere i miei fans. Quindi può darsi che butto delle frasi che fanno ridere e che possono essere interpretate come trash. Ognuno la pensa come vuole, ma la mia idea è di far sorridere la gente senza offendere.

Che programmi hai per il futuro?
Ci sono progetti. Kebab La Stazione ha aiutato molto sia me che il ristorante, infatti ne è stato aperto un altro a Castiglion Fiorentino. Da parte mia ho collaborazioni con altri artisti, video e soprattutto a settembre uscirà un mio remix di Bella Ciao.

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Ritmi latini, passione, armonia e amore: il Son (nei camerini coi Buena Vista Social Club)

Le leggende sono sempre nate da storie incredibili, da avvenimenti epici, dalla necessità dell’uomo di ricercare una giustificazione del divino in questa terra. Quella dei Buena Vista Social Club, invece,…

Le leggende sono sempre nate da storie incredibili, da avvenimenti epici, dalla necessità dell’uomo di ricercare una giustificazione del divino in questa terra. Quella dei Buena Vista Social Club, invece, è una leggenda fuori dagli schemi, come fuori dagli schemi sono l’isola di Cuba e tutto il suo popolo. Nessuna divinità, nessuna vicenda inverosimile: il mito dei BVSC è quanto di più terreno, quotidiano e vivo si possa pensare.

La band dei Super Abuelos (i super nonni) si è formata negli anni ’90, quando il musicista statunitense Ry Cooder decise di registrare un disco sulla musica cubana coinvolgendo i migliori interpreti dell’isola, tra cui il chitarrista Compay Segundo.

Nel 1997 è uscito l’omonimo album che ha riscosso un successo planetario, confermato dalla vittoria del Grammy l’anno seguente. Attualmente il numero di copie vendute supera di gran lunga gli otto milioni. La tradizione cubana del Son (genere musicale nato nelle province orientali dell’Isola) si presenta al mondo con una forza e una bellezza inaudite. Sulla band è stato girato anche un bellissimo documentario ambientato a l’Avana, con interviste ai membri e registrazioni di storici live.
Oggi l’eredità di Compay Segundo è affidata al figlio, che porta lo stesso nome, e a un mix di giovani e vecchie glorie che continuano a far sognare e danzare i palchi di tutto il mondo. I BVSC si sono esibiti alla Festa della Musica di Chianciano Terme dove li abbiamo intervistati nei camerini.

Il Grupo Compay Segundo è l’unica formazione scelta direttamente da Compay Segundo come suo successore spirituale. Come va il lavoro?

I musicisti che attualmente compongono il gruppo Compay Segundo sono quelli che hanno accompagnato Compay durante la sua vita artistica, sono i membri del progetto originale Buena Vista e ci sono anche dei giovani formidabili musicisti. Ci è stato lasciato un patrimonio importantissimo di canzoni, di storia, di vita e tradizione che sempre riproponiamo al pubblico con trasparenza e calore.

Compay Segundo una volta ha detto «io suono questa musica perché è storia. I giovani vogliono conoscere le loro radici e ci deve essere qualcuno che gliele mostra. Questa è la storia della musica, questo è ciò che rappresento». I giovani cubani sentono ancora questa necessità?

Certo! Abbiamo moltissimi gruppi di musica tradizionale cubana che si legano a Compay riproponendo le sue canzoni. Chiaro, con altri ritmi e con altre forme, ma sempre mantenendo quel legame profondo. La musica a Cuba è imprescindibile: fa parte dell’essere cubani.

Ancora Compay Segundo: «è una musica che va vissuta e condivisa. È questa la sua vera forza». Cosa significa?

Significa che dentro l’ambiente culturale cubano la musica accompagna il popolo in tutto ciò che fa. E il cubano sempre vede la musica come una forma di resistenza, di benessere, di felicità e allegria e quindi penso che quando Compay usava queste parole pensava soprattutto al suo popolo: era convinto che il cubano necessita della musica per realizzare tutti i sogni che ha nel cassetto. La storia dei BVSC ne è la conferma.

Compay Segundo dava molta importanza alle parole del cantante. Di cosa parlano le canzoni dei BVSC?

Parlano di esperienze personali e anche questioni quotidiane della vita del cubano. In una canzone, per esempio, si parla di matrimonio. Una ragazza e un giovane di umili famiglie volevano accasarsi e unirsi in matrimonio. Cominciarono a costruirsi una casa povera e la muchacha tutti i pomeriggi andava a prendere la terra al fiume e quando stava dentro l’acqua, il vestito si bagnava e diventava trasparente. Allora, come puoi immaginare, il desiderio del marito aumentava ogni giorno di più, perché la vedeva molto bella. Di questo parlano le canzoni: della vita quotidiana, delle relazioni, dell’amore, del rispetto della donna e soprattutto di armonia.

Com’era suonare, ballare e fare festa nella prima metà del ‘900? Quali le differenze rispetto a oggi?

Durante tutto lo sviluppo della musica si sono create nuove sonorità e nuovi strumenti. In quegli anni non esistevano gli strumenti elettrici, la televisione, la radio, ecc. Erano strumenti rudimentali, molto folclorici e oggi, con tutto lo sviluppo mediatico, la musica è cambiata molto e ha molte sonorità. Io ricordo che mio padre, Compay Segundo, quando sentiva le nuove canzoni mi diceva: “la musica di oggi non è la stessa della mia epoca e va cambiando, ma va bene perché la musica si esprime in nuove forme e noi siamo felici di questo”.

Nonostante i passaggi di testimone i BVSC sono rimasti legati alla tradizione e alla necessità di fare musica di altissimo livello: vera e propria arte. Da qualche anno è uscita un’altra forma musicale da Cuba: il reggaeton. Cosa ne pensano i BVSC? Sono curiosissimo!

Noi pensiamo che il reggaeton sia un’altra manifestazione della musica. La chiamano musica urbana, perché riflette molte cose che succedono nelle strade e nella vita domestica e la riflettono in una forma molto realistica. La differenza che c’è tra questa e la musica tradizionale è che esalta le relazioni tra persone e la convivenza tra la gente e molte volte viene fatto in modo deciso. Sono cose che sempre esistono nella canzone tradizionale e non devono staccarsi da essa.

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La Casa del Vento e il Mare di Mezzo

Dall’inizio di questo nuovo secolo il mar Mediterraneo si è andato delineando come “mare di mezzo”. Una distesa d’acqua che divide due continenti culturalmente, socialmente ed economicamente distantissimi. Le vicende…

Dall’inizio di questo nuovo secolo il mar Mediterraneo si è andato delineando come “mare di mezzo”. Una distesa d’acqua che divide due continenti culturalmente, socialmente ed economicamente distantissimi. Le vicende di questo mare non sono più legate, come al tempo degli antichi, al commercio e allo sviluppo di civiltà mitiche. Il suo nome, oggi, si associa a una dicotomia profondissima: la bellezza delle sue sponde, del suo ambiente naturale, dei suoi porti e delle sue città da una parte e il fenomeno migratorio, con i suoi tremendi sacrifici immani, dall’altra. Troppe volte sono state date notizie di barconi affondati in mezzo a quel mare. Troppe volte uomini, donne e bambini in cerca di un futuro migliore sono stati ripescati senza vita da quelle acque. Troppe volte se ne è sentito parlare in maniera disumana.

Tra coloro che cercano di combattere l’indifferenza generale e l’odio insensato nei confronti dei migranti c’è Giulio Carlo Vecchini, liutaio cortonese. Vecchini ha creato uno strumento con i frammenti dei barconi arrivati a Lampedusa nel corso degli anni. A questa chitarra unica ha dato il nome di Mare di Mezzo, traduzione di Bahr Alwasat, “Mediterraneo” in arabo. Adesso, la voce dei migranti può parlare attraverso le note che escono da questo strumento. Lo scopo è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti dei movimenti migratori del mediterraneo.

Ad Arezzo ho incontrato la Casa del Vento, band folk con alle spalle 13 album pubblicati e una fedele compagna al loro fianco: Mare di Mezzo. Luca Lanzi (voce) e Francesco Moneti (violino e chitarre) hanno scritto una canzone che porta lo stesso nome della chitarra e coinvolto nel progetto tantissimi artisti italiani e internazionali.

Con Eugenio Finardi e la chitarra Mare di Mezzo

Com’è nata l’idea di portare in tour Mare di Mezzo?

È stata data dal liutaio cortonese Giulio Carlo Vecchini a Francesco Moneti, il nostro violinista e polistrumentista, che l’ha portata sui nostri palchi e su quelli dei Modena City Ramblers. Abbiamo sentito il bisogno di scriverci una canzone, perché il momento storico lo richiedeva e così è nato il singolo che porta il nome della chitarra.

Di cosa parla?

Del cammino di un genitore insieme al proprio figlio e in questo viaggio verso il futuro e una vita migliore affrontano il Mediterraneo, che è il mare di mezzo tra due mondi lontanissimi appunto, lo stesso nome che ha la chitarra.

La chitarra è stata fatta suonare a Patti Smith, Eugenio Finardi, Santana, Jovanotti e tanti altri. Che significato ha questo gesto?

Vuol dire far passare un messaggio di solidarietà in maniera molto capillare. Come tutte le cose che passano dalle mani o dalla bocca delle persone conosciute, l’effetto si amplifica e induce a una riflessione solidale più ampia, su un tema importantissimo e su una realtà che miete vite innocenti o comunque le mette di fronte a sfide disumane.

Luca Lanzi (Casa del Vento) e Patti Smith

Diventa sia strumento musicale che sociale allora?

Sì esattamente. Direi prima di tutto sociale. Nel testo della canzone c’è un messaggio importante che il babbo lascia al figlio: se non dovessero farcela qualcuno recupererà il legno della loro imbarcazione e lo farà suonare, come per dare nuova vita alle loro anime ricolme di speranza e rendere le persone dalla parte “buona” del mare consapevoli di quanto succede. Io credo che chi impugni una chitarra del genere faccia una scelta: quella di dare voce alla vita, al dolore, alla tragedia degli anni 2000. Il nostro è un Paese che ha vissuto tanti drammi immani come l’olocausto e le stragi nazi-fasciste e adesso siamo testimoni di nuove forme di sofferenza e di morte alle quali dobbiamo renderci sensibili e consapevoli.

Nelle canzoni della Casa del Vento vengono narrate le gesta di tantissimi e tantissime giovani che hanno sacrificato la loro vita per cambiare il loro futuro. Tutti questi personaggi avevano un sogno. Oggi sembra che noi italiani abbiamo smesso di sognare o che ci siamo dimenticati di chi l’ha fatto per noi. Quelli che lottano per un futuro migliore adesso sono altri esseri umani. Lo avvertite questo cambiamento?

Noi viviamo un periodo di stasi sociale che addormenta le persone. I migranti, invece, hanno la necessità di cambiare la loro vita, di rivoluzionarla. Affrontare viaggi del genere, con tutti i pericoli, con tutte le violenze, con tutti i rischi, è molto rivoluzionario. È quello che facevamo noi quando, in un passato non troppo lontano, dovevamo conquistare la libertà dalla dittatura o i diritti sui luoghi di lavoro.

In una provincia relativamente piccola come Arezzo come viene vissuto il problema migratorio?

Secondo me male, perché c’è una percezione diffusa che non rispecchia minimamente la realtà. Alle ultime elezioni comunali ed europee la gente ha avvertito il problema in maniera pressante e il risultato è stato il successo di Salvini e dalla destra, anche in situazioni sociali assolutamente tranquille, dove se i migranti ci sono, si contano sulle dita della mano. È incredibile. Il fatto davvero preoccupante è che si tratta di un fenomeno diffuso. Trovo assurdo che in Toscana, regione storicamente di sinistra, progressista e solidale si sia arrivati a questa situazione del tutto paradossale. Posso capire chi, per esempio, vive in periferie o condizioni particolari delle grandi città. Lì si può arrivare a delle situazioni di disagio. Quello che è certo è che i mezzi di informazione hanno portato le persone ha percepire un qualcosa che esiste solo in minimi termini. C’è un’ignoranza talmente diffusa che ha fatto da terreno fertile per questi semi marci.

Benché sia casa vostra è raro vedervi suonare qua. Che rapporto ha la Casa del Vento con Arezzo?

Da parte nostra c’è sincero amore. Gli abbiamo dedicato tanto, soprattutto nei due dischi che narrano storie di Resistenza e di lotta per il lavoro. Probabilmente è una connotazione forte che abbiamo dato in quei due album e la città, che è tendenzialmente di destra, non si riconosce nelle nostre canzoni. È evidente che esiste un tipo di Arezzo, che noi evochiamo, e un altro tipo, che è quello dei bar fighetti, dei salotti buoni, degli ex massoni: un ambiente gretto e chiuso. Si scontra con il nostro tentativo di dare a questa terra una tradizione dignitosa. Siamo la provincia con il più alto numero di stragi nazi-fasciste e non abbiamo praticamente una memoria in quel senso.

Sono rari anche i punti di ritrovo…

Esatto e non ci sono locali per la musica dal vivo dove le band possono esprimersi e, comunque, se ci sono vivono di recinti: quel locale fa solo musica indie, quell’altro solo musica folk. Ti chiudi all’interno di un muro. È una mentalità di destra. Per fortuna, però, ci sono delle realtà molto interessanti: entità in movimento.

Tipo?

Il gruppo di Arezzo che spacca che dà possibilità di esprimersi alle realtà musicali aretine. Queste associazioni rendono vitale una città, ma la classe politica di Arezzo non l’ha capito. La conferma è il fatto che l’assessorato alla cultura non esiste più: questo ruolo è stato dato in mano a un privato. È una cosa assurda.

La canzone e il nuovo disco quando usciranno?

Non manca molto. Stiamo aspettando che l’etichetta discografica sia pronta e poi daremo voce a chi non ce l’ha.

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Migrante in fuga dalla morte – La storia di Ibrahim, uno dei ragazzi di Don Biancalani

Tra i tanti giovani che Don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro, ha accolto nella sua parrocchia c’è Ibrahim. Ha 19 anni e viene dal Gambia, una striscia di terra inghiottita…

Tra i tanti giovani che Don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro, ha accolto nella sua parrocchia c’è Ibrahim. Ha 19 anni e viene dal Gambia, una striscia di terra inghiottita dal Senegal. Insieme a Don Biancalani, che accompagna nelle uscite pubbliche, sono ospiti alla Seconda edizione della Festa della Costituzione, organizzata dall’ANPI Valdichiana nel centro storico di Chiusi. Una cascata di treccine sottili gli esce dal cappello rosso che porta rialzato sulla testa, come i rapper e ricambia ai saluti con una stretta di mano e un simpatico sorriso bianco.

Piazza del Duomo è piena. Tra gli spettatori ci sono tantissimi giovani studenti delle scuole superiori. Dal palco, con il microfono che impugna ormai con disinvoltura, Ibrahim inizia il racconto della sua vita. Sui presenti cala subito un silenzio impressionante. Si sente solo la voce del ragazzo che esce amplificata dalle casse e qualche uccellino che riempie le pause tra una parola e l’altra. Ibrahim potrebbe benissimo trovarsi al posto di uno dei suoi coetanei seduti di fronte a lui, ma il destino gli ha impedito di godersi lo spettacolo.

Mio padre ha sposato due donne” comincia “perché la mia mamma non riusciva a dargli più di due figli. La seconda moglie, invece, ne ha fatti 5”. Tutti quanti vivevano sotto lo stesso tetto, ma tra le donne si crearono subito conflitti. “Il babbo lavorava ogni giorno fino a notte e la mamma andava a vendere verdura al mercato. L’altra moglie rimaneva sempre a casa e quando, con mio fratello più piccolo, tornavamo da scuola ci maltrattava”.

Quando Ibrahim ha soli 9 anni il padre muore e le due donne si dividono. Da allora si è sempre trattato di sopravvivere: andare a scuola, vendere verdure al mercato, restare in vita. “È stato difficile per la mamma rimasta sola pagare la scuola a me e mio fratello. Piangeva sempre. Piangeva ogni giorno. Dopo scuola la aiutavamo a vendere verdure, ma i soldi non bastavano”.

Fu per aiutare la mamma e il fratello che Ibrah prese la decisione di abbandonare la scuola: “me ne andavo in giro a cercare lavoretti. Volevo che mia mamma smettesse di piangere”. Ha lavorato alle pulizie, come meccanico e per due anni è stato cresciuto da un sarto, amico del padre, che gli garantiva un po’ di stabilità. Ma la tranquillità durò poco, perché anche quest’uomo se ne andò prematuramente.

Sono tornato sulla strada, ma nel 2014 ho trovato da lavorare come parrucchiere. Avevo 14 anni. I soldi però non bastavano, perché la mamma non guadagnava abbastanza e il mio fratellino doveva andare a scuola e la scuola costa tanto”. Ibrah ha tentato più volte di proporre alla madre di lasciare il paese per trovare maggiore fortuna, ma lei glielo vietava sempre.

Una notte scappai di casa e riuscii ad arrivare in Senegal. La mamma era disperata e voleva che tornassi, ma io ero intenzionato ad aiutarla. Cambiai la sim del telefono così non poteva più chiamarmi e io non ero tentato di ritornare da lei”. In totale è rimasto in Senegal 5 mesi, durante i quali ha lavorato come parrucchiere. Insieme ad altri amici migranti si è poi spostato in Mali, ma anche qui la situazione che trova è critica. Allora decide di raggiungere il Burkina Faso, dove però trova guerra, devastazione e morte. Nonostante i militari lo blocchino riesce comunque a entrare. Ma la paura lo spinge a fuggire di nuovo, stavolta in Niger.

È un paese molto più povero della Gambia e sono finito subito in mezzo alla strada. Dormivo al mercato, per terra, nei parcheggi. Mendicavo del cibo ogni giorno, fino a quando ho incontrato un uomo che mi ha portato a casa dalla sua famiglia dopo aver sentito la mia storia; mi lava e mi veste con vestiti nuovi; mi dice che in Niger non c’è speranza. Quest’uomo mi ha aiutato ancora una volta pagandomi il viaggio per attraversare il deserto e raggiungere la Libia”.

Insieme ad altre 40 persone Ibrahim è stato caricato in un pickup alle porte del deserto sud-sahariano con una bottiglietta d’acqua e un pacco di biscotti. Sarebbero dovuti durare 4 giorni. Il tempo necessario per attraversare il deserto o morire di stenti provandoci.

Ci hanno scaricati in una stalla. Era come una prigione: non potevamo neanche uscire per comprare il cibo e cercare lavoro. Ci sfamavano una volta al giorno, quando se lo ricordavano. Ci picchiavano e venivano a portarci a lavorare solo quando c’era richiesta di manovalanza e non sempre ci pagavano. Un giorno cercavano dei sarti, ma io avevo troppa paura per alzare la mano, perché vedevo i miei compagni tornare la notte con ferite e lividi. Ma non avevo scelta, avevo bisogno di soldi e alla fine ho deciso di accettare il lavoro”. Per sua fortuna il padrone della sartoria non si rivelerà un uomo violento.

Ogni mattina mi veniva a prendere nella stalla e mi riaccompagnava la sera. Un giorno mi pagò il taxi per andare al lavoro, perché lui non si sentiva bene. Nel tragitto, però, alcuni ragazzini libici armati di mitra mi rapirono e mi portarono in un carcere. Là dentro ho visto una vita che non avrei mai immaginato. Ho sofferto tanto nei due mesi in cui sono rimasto rinchiuso. Le guardie mi picchiavano, chiedevano soldi alle nostre famiglie come riscatto mentre ci torturavano”.

Insieme ad altri Ibrah partecipò a una fuga rischiando tutto. “I militari ci sparavano e c’erano tanti morti e tanto sangue. Io non sapevo dove andare se non dal sarto che mi aveva dato lavoro, ma anche lui era preoccupato, perché mi stava cercando la polizia. Allora mi ha portato al mare per attraversarlo e arrivare in Italia. Sulla spiaggia c’erano altre 250 persone. Andate a morire ci dicevano quelli che riempivano i gommoni. Io non sapevo neanche cosa stesse succedendo. Ero ignorante. Avevo paura”.

La storia e la vita di Ibrahim sono cambiate nel momento in cui la nostra guardia costiera lo salvò portandolo a Napoli e da lì a Pistoia da Don Massimo Biancalani. “Qui ho imparato la lingua e ho continuato a studiare”. L’intervento lo conclude rivolgendosi direttamente ai ragazzi delle scuole superiori, seduti a pochi metri da lui:

Ricordatevi che ognuno di noi ha dei sogni e abbiamo lasciato il nostro paese e le nostre famiglie per motivi diversi e bruttissimi; abbiamo rischiato la nostra vita e siamo stati torturati, perché cercavamo un futuro migliore per noi e per le nostre famiglie; siamo scappati dalla fame e dalla guerra. Quindi, prima di giudicarci, ascoltate le nostre storie. Così è meglio”.

Mentre ospiti, volontari e pubblico si incamminano per le stradine di Chiusi in cerca di ristoranti per pranzare, io mi trattengo per una chiacchierata con Ibrah.

Cosa hai messo nello zainetto la notte in cui sei partito?

Solo un pantalone, una maglia e il cellulare. Avevo solo questo quando sono partito per il Senegal.

Adesso cosa fai oltre a studiare?

Faccio il parrucchiere, ma non ho un contratto stabile; lavoro a chiamata e faccio solo tagli per uomo: sto facendo i corsi per imparare a tagliare i capelli alle donne. Faccio anche sartoria nella parrocchia: cucio i vestiti di Don Massimo e dei bambini della comunione.

Tu sei musulmano e vivi nella parrocchia di un prete cattolico. Com’è far convivere queste due religioni?

Noi siamo lì come una grande famiglia. Non ci distinguiamo in base alla religione: ci sentiamo tutti esseri umani, fratelli. Nella parrocchia di Massimo non conta la religione; conta il cervello e la persona, cosa pensa e cosa fa. Tra l’altro anche i musulmani credono in Gesù: noi lo chiamiamo Isa ed è un profeta. Questo riduce ancora di più le differenze all’interno della parrocchia. Come ha detto Massimo dobbiamo vivere come persone, non ha senso dire io sono del Gambia, io della Nigeria.

Avete dei compiti in parrocchia?

Sì, io cucio per esempio. Abbiamo avuto una pizzeria e facevamo corsi di cucina. Un po’ di tempo fa, però, abbiamo dovuto chiudere, ma vogliamo rifarla ancora. Inoltre, aiutiamo Massimo con le traduzioni e l’accoglienza quando arrivano ragazzi nuovi. E poi lo accompagniamo quando parla in pubblico.

So che giochi a pallone

Sì, la mia squadra sta facendo un bel campionato e stasera abbiamo le semifinali.

Chi è il tuo calciatore preferito?

Toni Kroos del Real Madrid, perché fa il centrocampista come me

E in Italia chi ti piace?

Mi piace tanto Dybala

Il tuo futuro come lo vedi? Hai un sogno?

Voglio vivere una vita serena e aiutare la mamma. Il mio sogno è fare l’università, studiare e diventare psicologo: per capire come mai ad alcuni la testa non funziona…

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La chiesa da campo di Don Massimo Biancalani, il parroco dei migranti

“Io, parroco degli ultimi, disobbedisco e accolgo” Don Massimo è uno di quei parroci che il Vangelo lo mette in pratica alla lettera. Il suo nome e la sua storia…

“Io, parroco degli ultimi, disobbedisco e accolgo”

Don Massimo è uno di quei parroci che il Vangelo lo mette in pratica alla lettera. Il suo nome e la sua storia sono diventati famosi dopo che un blitz delle forze dell’ordine ha decretato la chiusura del centro di accoglienza gestito proprio dal sacerdote, a Vicofaro in provincia di Pistoia. Adesso ospita i profughi all’interno della piccola chiesa, al piano superiore, dove i ragazzi dormono senza interferire con le funzioni quotidiane. La sua intenzione è di riaprire i progetti che stavano alla base del CAS (Centro di Accoglienza Straordinario) come la “Pizzeria del rifugiato”, che dava lavoro a molti ragazzi, la squadra di calcio, l’orto biologico e continuare a dare speranza agli ultimi.

Lo incontro a Chiusi il 31 maggio, alla seconda edizione della Festa della Costituzione organizzata dall’Anpi Valdichiana, dove ha parlato del diritto di asilo insieme a Flavio Lotti, coordinatore nazionale della “Tavola della pace” e Giovanni Visone, direttore della comunicazione per la ONG Intersos.

È un omone dal passo lento e lo sguardo severo, con le palpebre pesanti e le sopracciglia corrugate. Indossa un paio di sandali neri e i calzettoni di lana, perché, nonostante sia giugno, ancora il clima è incerto. Al suo fianco c’è un ragazzo di colore, che quasi sembra un ragazzino, ma del resto chiunque lo sembrerebbe se si trovasse a camminargli vicino. Finito il suo intervento dal palco lo intercetto per intervistarlo. Ha l’aria stanca e la voce calma, quasi lenta. Pare quella di chi ha lottato tanto e sa che dovrà farlo ancora per molto tempo.

Quanto ancora durerà il problema dell’emigrazione dall’Africa?

È un fenomeno epocale quello dell’immigrazione. Studi americani affermano che durerà per lo meno altri 40 / 50 anni e specialmente finché i paesi africani non avranno la possibilità di dare alla loro gente una vita dignitosa, le persone si sposteranno e troveranno il modo per arrivare in Europa. Un fenomeno epocale che certamente dovrebbe essere guardato con una visione globale, che purtroppo non abbiamo e non vedo uno scenario di possibilità da questo punto di vista: vedi Trump che cerca di contenere il fenomeno innalzando i muri, quando invece occorrerebbe cambiare il sistema economico internazionale e i meccanismi economici che impoveriscono i paesi del sud.

Ma i vari Stati possono fare qualcosa?

È evidente che le singole politiche nazionali possono moralmente fare qualcosa, ma non sono sufficienti: si è visto in questi anni. Purtroppo, l’Europa non ha una visione politica unica su questi temi. Sulla questione dell’accoglienza, per esempio, ogni paese ha una sua normativa e questo crea disfunzioni, disuguaglianze, problemi.

La scuola sta aiutando le nuove generazioni ad approcciare queste difficoltà?

La scuola e la chiesa avrebbero e dovrebbero avere questa forza, purtroppo però l’hanno persa. Io faccio l’insegnante e mi accorgo che è molto difficile parlare con i giovani di questi temi, perché sono imbevuti di messaggi negativi sui migranti. Cambiare mentalità non è semplice. La scuola dovrebbe essere un tassello fondamentale, ma in realtà è molto debole. I giovani escono dai licei con tante informazioni di carattere nozionistico, ma sui temi contemporanei sono molto fragili.

Il futuro dei suoi ragazzi come lo vede?

Inevitabilmente incerto. Assolutamente da costruire. Quello che mi rende fiducioso è che sono ragazzi con una forza morale enorme, perché hanno attraversato il mondo per arrivare qui. Hanno fatto sacrifici impensabili per ragazzi così giovani. Molti sono 4, 5 o 6 anni che non vedono i proprio genitori. Hanno una forza e un coraggio incredibili. Spero che tanti di loro si possano inserire, però il quadro normativo che riguarda l’inserimento è molto lacunoso, punitivo quasi. Sembra che si facciano delle leggi che avversano e ostacolano l’inserimento, l’integrazione e l’interazione. Abbiamo norme che non prevedono un investimento di tipo economico e culturale, che non puntano sul migrante come risorsa per il paese. Risorsa che di fatto lo è già. Ci sono moltissimi modi illegali, e forse voluti dall’alto, con cui molti migranti vengono sfruttati e sottopagati per mandare avanti interi settori economici: dalle aziende agricole del sud, passando per le imprese pistoiesi e pratesi.

La comunità di Vicofaro come risponde?

Abbiamo avuto diverse persone che ci hanno abbandonato venendoci a dire che non condividevano quello che facevamo. Molti per fortuna si sono avvicinati, soprattutto laici, persone di buona volontà che, comprendendo la difficoltà del fenomeno, hanno deciso di darci una mano: abbiamo insegnanti, chi si occupa di assistenza sanitaria, chi dell’organizzazione della casa stessa. C’è stato chi è partito e chi è arrivato. I ragazzi poi, convivendo in un ambiente così grande (si parla di più di 100 persone), vivono serenamente e non ci sono episodi di degrado. Poi chiaramente ci sta che due o tre vicini si possano lamentare, perché notano maggiore rumorosità. Quando ci sono 100 persone in un solo posto si sentono rumori, no? Abbiamo poi avuto l’inconveniente con Forza Nuova e Casapound, che hanno fatto irruzione durante una messa per verificare la mia ortodossia e ci hanno minacciato tramite facebook.

Come avete risolto?

È caduto tutto nel nulla. Fortunatamente quell’irruzione in chiesa riuscì a gestirla durante la funzione. Adesso la situazione è abbastanza tranquilla. Rimane l’emergenza dell’accoglienza, perché i ragazzi continuano a essere estromessi dai percorsi di lavoro e dalle cooperative e si ritrovano in mezzo alla strada senza un appoggio. La questura in questi giorni ha ripreso a non rinnovare più i nostri permessi di soggiorno e non riusciamo a capirne il motivo, perché, avendo ospitalità, i ragazzi hanno diritto a rinnovare i documenti. Per quanto ci riguarda siamo al limite delle nostre forze: dobbiamo dare loro da mangiare, garantirgli un alloggio dignitoso, ci sono tante spese, le utenze. Non è facile.

Quanto è importante un Papa che richiama l’attenzione sugli insegnamenti del Vangelo?

È fondamentale. Tra l’altro è stato un input che ci ha dato la spinta per iniziare questa esperienza. Un’immagine che mi ha sempre colpito molto è il modo in cui Francesco vede la chiesa, cioè come un ospedale da campo e noi ci ispiriamo a queste parole. Siamo un punto avanzato di soccorso per persone estromesse e abbandonate. L’importanza dei suoi messaggi è fondamentale lo ripeto, nonostante troppe volte cadano nel vuoto, anche negli stessi ambienti religiosi.

Ha parlato con Papa Francesco?

Ho avuto l’onore di essere invitato a un convegno mondiale in Vaticano su questi temi. C’è anche stato un veloce scambio di saluti. Qualche tempo dopo abbiamo ricevuto un lettera dal dicastero a nome del Papa dove ci ringraziava per il lavoro fatto e ci spronava ad andare avanti con forza e fantasia.

È vero che le hanno requisito la patente?

Mah. Quello è un episodio strano. Purtroppo, di cose strane ne sono successe. Le istituzioni in questi anni non ci hanno aiutato.

Le chiusure dei centri di accoglienza, gli sgomberi, l’impunita libertà dell’estrema destra fanno pensare che qualcuno voglia lasciare per strada questi ragazzi. Mi sbaglio?

Questa è la linea della politica italiana già da prima di Salvini: lasciare in mezzo alla strada questi ragazzi in modo che siano costretti a lasciare l’Italia.

Perché ha deciso di diventare sacerdote?

Nel mio percorso non c’è una caduta da cavallo. È stato un percorso lungo, da ritardatario. Sono diventato prete quando ero “molto” adulto. È una condizione che mi sono ritrovato lentamente addosso per le varie cose che facevo: l’insegnamento di religione a scuola e i campi giovanili per la parrocchia. Con il passare degli anni mi sono accorto che si trattava di una dimensione che mi si confaceva e quindi coinvolsi il vescovo il quale, dopo qualche anno, decise di ordinarmi nonostante tanti altri preti non fossero affatto d’accordo: non li avevo molto vicini.

Quindi è sempre stato un rompiscatole?

In qualche modo sì. L’importante, però, è vivere con sincerità d’anima e dare il meglio di sé con semplicità, senza strafare ed è quello che ho fatto per tutta la vita.

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