La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Francesco Bellacci

Willie Peyote: la rabbia per la politica, la fiducia per ripartire

Per descrivere Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, sono stati usati tanti aggettivi, molti paragoni e giochi di parole. Io mi sento di aggiungere “uno di quelli che servono alle…

Per descrivere Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, sono stati usati tanti aggettivi, molti paragoni e giochi di parole. Io mi sento di aggiungere “uno di quelli che servono alle generazioni più giovani e alla musica”. Sui palchi italiani sta presentando il suo ultimo album Sindrome di Tôret uscito il 6 ottobre per l’etichetta 451.

Senza mai perdere la solennità per i temi trattati, riesce a essere allo stesso tempo provocante e dissacrante, ironico e irriverente, incazzoso e romantico (a modo suo). Il suo rappare si lega alle lezioni del cantautorato più classico, al pop e a mille altre sfumature. Non a caso dentro al suo ultimo disco le sonorità spaziano dal punk al funk, passando per il jazz fino all’hip-hop. Un vero mosaico. Per il Peyote la musica significa anche comunicare prendendo posizione e lo dice chiaro e tondo “non rimo: divulgo”.

Lo abbiamo intervistato dopo il suo concerto alla Festa dell’unità di Torrita di Siena e abbiamo imparato che non le manda a dire e che non si piegherebbe mai a nessuno. Ah, è anche “uno di noi”, uno easy.

C’è tantissimo “Daniele Silvestri” nei tuoi testi e nelle tue musiche. Mi sbaglio?

“Beh, l’ho ascoltato moltissimo. Secondo me è il più bravo di tutti i cantautori italiani di seconda generazione. Scrive da Dio. Tra tutti è quello che sicuramente mi ha influenzato di più, insieme ovviamente ad artisti più vecchi tipo Gaber, Iannacci, Buscaglione. Ha un modo molto ironico di gestire la scrittura e il palco. Poi ti dico che un mese fa a Roma è venuto a vedermi suonare con i figli… sembrerebbe essere fan.”

Un bel traguardo, no?

“Minchia! Una delle cose più belle che mi siano successe!”

Anche stasera, come sempre, hai dimostrato di aver riportato il rap sul piano sociale. Prima di te c’erano Frankie Hi-Nrg, Caparezza, i 99 Posse, poi però qualcosa è cambiato. In quale direzione è andato il rap?

“Ma sai, in realtà è un falso mito quello che vede il rap come strumento per far emergere le problematiche sociali. Ovviamente il rap nasce negli USA all’interno dei quartieri afroamericani, dove era forte il senso di rivalsa sociale. Ma vede la luce come genere per far divertire le persone, perciò non dobbiamo aspettarci che il rap abbia per forza contenuti sociali. In Italia s’è legato da subito alle posse, a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, quindi da sempre pensiamo che sia così. Dopodiché ti dico che non me ne frega un cazzo di quello che fanno gli altri. Io ho bisogno di dire delle cose, ho una coscienza politica e la metto nelle mie canzoni. Gli altri sono liberi di fare quello che vogliono. Non so verso quale direzione sia andato il rap, ma secondo me la musica non deve andare da nessuna parte. Ogni artista fa quello che sente. Ognuno deve fare quello che vuole fare.”

Il cantante oggi deve riappropriarsi della responsabilità politica?

“Solo chi se la sente. Non deve essere obbligatoria: se hai una coscienza politica è giusto che tu la metta nella tua musica. Se sei uno a cui non frega un cazzo è giusto che ti faccia i cazzi tuoi, perché un ignorante che parla di temi importanti è peggio di uno che non ne parla.”

Qualche giorno fa abbiamo intervistato I Ministri parlando, tra l’altro, di fiducia che poi è anche il loro nuovo album. Nelle tue canzoni c’è lo stesso appello e una critica verso chi questo atteggiamento l’ha dimenticato. Quanto è importante ritrovarlo?

“Senza fiducia non si può vivere. Io in realtà non ho molta fiducia negli esseri umani, soprattutto se tengo a una persona paradossalmente mi fido meno, perché mi sento vulnerabile e quindi ho più paura. Però sarebbe bello che tutti ci sentissimo parte della società sapendo che chi è di fianco a noi, se avessimo un momento di difficoltà, ci aiuterebbe. In italiana non è così. La fiducia nella persona che ti sta accanto andrebbe ritrovata, a prescindere da quale sia il grado di parentela o di amicizia. Sai perché non c’è fiducia? Perché tutti inconsciamente sanno che non si spenderebbero per l’altro e se tu per primo non lo fai pensi che l’altro si spenderebbe per te? È colpa nostra. Non coltiviamo più il concetto di comunità. Non c’è bisogno di essere tutti d’accordo: la comunità è anche un luogo in cui si discute, è la sensazione di poter essere utile e aiutare il prossimo. Questa roba non c’è. Dovremmo avere più fiducia nell’essere umano.”

Tu però ne parli sempre, sali sul palco e arrivi al punto di arrabbiarti. Ci credi davvero nel miglioramento?

“C’è un inizio. Bisogna tutti tornare a pensare di più, a pensare con la nostra testa e a prenderci la responsabilità dei nostri pensieri e delle nostre azioni. Quello è il meccanismo. Dobbiamo smettere di parlare per titoli di giornale, per slogan televisivi o da social network. Dobbiamo tornare a parlare e pensare come vogliamo noi. Sarebbe già un inizio. Nessuno deve pensare come me, ma con la propria testa. Poi se ne può parlare. Però ognuno dovrebbe essere consapevole di quello che pensa non andare avanti per sentito dire. C’è un momento in cui ti accodi a delle idee che funzionano. Succede nella musica, succede nella politica. Tutti lo facciamo, ci sta, ma troppi non hanno le palle di prendere posizione e staccarsi dal branco. Io prendo posizione e c’è un sacco di gente che mi dice “oh ma guarda che è un rischio, perdi del pubblico”. E vabbè. Non voglio essere ascoltato da gente che alla festa dell’unità mi manda a cagare se faccio un pezzo antifascista.”

Ecco, cosa è successo a Torrita? Sul palco ti sei preso a parole con qualcuno…

“C’erano due al bar che dopo la strofa a cappella mi hanno fatto un suca. È per quello che ho fatto quell’invettiva. Non me ne fotte di ricevere un suca, non è il primo e non sarà l’ultimo. È il contesto che mi fa incazzare: se alla festa dell’unità, in un posto di provincia, qualcuno si incazza se viene trattato un tema antifascista dal palco allora abbiamo tutti un problema grosso di identità. E nessuno se ne rende conto. C’erano un sacco di vecchi, del PD probabilmente, seduti su quelle cazzo di sedie. Io ho parlato di molti temi importanti, di cose su cui bisognerebbe ragionare, ma loro sono figli di una politica che è morta. Vincerà sempre Salvini se continueranno ad essere loro l’opposizione. Sono tutti morti dentro. Su questo hanno ragione i 5 stelle: intorno a loro c’era la morte, Salvini ha distrutto tutto quello che aveva intorno, perché ha la forza di chi parla male, ma parla alle persone. Invece la sinistra è staccata dalla popolazione da ormai un sacco di tempo e queste situazioni qua mi fanno prendere male, mi incazzo quando vedo ‘sta roba, perché c’è gente che organizza queste cose chiamandole Feste dell’unità, per retaggio, per tradizione. Di vero senso di appartenenza, qua dentro, non c’è più un cazzo e questo è grave.”

Per calmare un po’ gli animi, ci dici com’è suonare con Roy Paci?

“Figo. Con i musicisti così è sempre molto figo. Poi lui quando prende la tromba in mano è mostruoso.”

Com’è andata? Come vi siete conosciuti?

“Mi ha scritto e poi ci siamo beccati a un concerto. Siamo diventati amici e sono andato nel suo studio a Lecce a registrare Sindrome di Tôret. Siamo diventati ancora più amici, ogni tanto ci becchiamo. Mi piace che la musica sia condivisione. Deve esserlo.”

Suonerete insieme?

“Ma guarda, ora sarà difficile perché siamo in tour e come puoi immaginare ci sono un sacco di complicazioni logistiche. Però prima o poi succederà.”

In Toscana suoni spesso. Com’è la risposta del nostro pubblico?

“Ultimamente ci suono spesso sì: Arezzo al Mengo, a Fucecchio, a Firenze e qua. Abbiamo esordito con un sold-out alla Flog totalmente inaspettato e da lì la regione ha risposto molte bene: al di sopra delle nostre aspettative. In realtà tutta Italia sta rispondendo molto bene.”

Magari ne ha bisogno. Secondo me c’è una valanga di giovani che hanno urgenza di sentire queste cose: hanno bisogno di ritrovare fiducia, iniziando a riconoscerla fra coetanei.

“Bene. Io provo a farlo, poi ognuno si riconosce in ciò che vuole. È un momento storico in cui le cose da un punto di vista musicale funzionano. La gente va ai concerti, quindi bella storia. Se riusciamo a far divertire le persone e a farle pensare allora benissimo!”

Molti provano a circoscriverti in categorie musicali sempre diverse, a cucirti addosso un genere su misura. O ci dici tu cosa fai oppure ne invento un’altra anche io: RAPACAZZO. Un mix tra rap e cacacazzo, visto che rompi i coglioni a molti con la tua musica…

“Ci può stare. È la prima volta che mi viene detto, ma me l’accollo. Potrei essere io in effetti! Comunque io non mi definisco. Non ci si definisce da soli. Tu sei. Gli altri ti definiscono.”

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#MetticiLaFoto – L’esposizione fotografica a cielo aperto nelle vie di Foiano

Venerdì 27 luglio alle ore 19.00 in Piazza della Collegiata a Foiano della Chiana verrà inaugurata la terza edizione del progetto #MetticiLaFoto, organizzato dall’Associazione Fotoclub Furio Del Furia. Una grande…

Venerdì 27 luglio alle ore 19.00 in Piazza della Collegiata a Foiano della Chiana verrà inaugurata la terza edizione del progetto #MetticiLaFoto, organizzato dall’Associazione Fotoclub Furio Del Furia. Una grande esposizione collettiva aperta a chiunque, con installazioni fotografiche (dimensioni 70×50) che hanno come location i passaggi del centro storico di Foiano della Chiana: quelle viuzze in cui la gente troppo spesso non si sofferma, mancando di godere dell’intimità e dell’unicità del borgo chianino. Il progetto vede coinvolti oltre 200 partecipanti tra professionisti e amatori.

L’esposizione continuerà fino a tutto settembre, mese in cui verrà presentato un week-end di eventi fotografici in collaborazione con il Centro di Psicologia e Neuropsicologia Clinica-Aps (CPNC) che presenterà Si scrive Selfie si legge “ME”. Il fenomeno del selfie come strumento di costruzione sociale dell’identità, patrocinato dal Comune di Foiano.

La prima edizione dell’evento ha visto letteralmente avvolta una parte delle mura castellane di Foiano con una stampa gigante lunga 200 metri e contenente oltre 500 fotografie scattate dai partecipanti.

#Metticilafoto 2017

Lo scorso anno sono state allestite varie mostre permanenti nei luoghi più suggestivi del paese: l’effetto è stato incredibile. Tramite una campagna di crowdfunding, e con il sostegno del Comune, la mostra collettiva ha potuto prendere vita ed è stata poi arricchita da esposizioni fotografiche di livello internazionale che hanno caratterizzato tutto il mese di novembre.

Scopo del progetto è quello di dare risalto alle vie del paese quotidianamente percorse dai foianesi, ma che poco vengono apprezzate per la loro reale bellezza. Infatti, tra gli obiettivi che si prefigge il Fotoclub c’è quello di coinvolgere gli abitanti, mantenendo viva la loro partecipazione alla vita culturale del paese.

Le istallazioni fotografiche saranno allestite nel passaggio della Collegiata, nella porta della Collegiata, in Via XX Settembre e in Via Curtatone.

L’esposizione dei selfie è tutt’ora aperta e lo sarà fino a settembre. Chiunque volesse partecipare gratuitamente può inviare i propri scatti a foianofotografia@gmail.com che provvederà a stampare le foto. È possibile anche corredare l’immagine con una riflessione su cosa rappresenti l’autoritratto/selfie; le testimonianze verranno raccolte e approfondite negli incontri di settembre insieme al CPNC.

Fondata a Foiano della Chiana nel 1977 in omaggio al noto farmacista foianese vissuto nei primi decenni del ventesimo secolo, l’Associazione Fotografica Furio Del Furia ha lo scopo di diffondere e promuovere la fotografia in tutte le sue forme e si impegna nella conservazione e nella promozione del patrimonio fotografico lasciato da Del Furia. La mancanza di fondi istituzionali per eventi culturali di questo tipo ha messo in moto i soci del “Club”, che hanno creato un progetto unico e innovativo, finanziato dagli stessi partecipanti tramite crowdfunding e patrocinato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Foiano.

#Metticilafoto 2017

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La consacrazione del Mengo Music Fest – Intervista a Paco Mengozzi

Si è appena concluso il Mengo Music Fest e l’affluenza record di 30mila spettatori che hanno preso parte al festival ha dato ragione dell’eccezionale lavoro fatto dagli organizzatori nel corso…

Si è appena concluso il Mengo Music Fest e l’affluenza record di 30mila spettatori che hanno preso parte al festival ha dato ragione dell’eccezionale lavoro fatto dagli organizzatori nel corso degli anni. Chi il Mengo lo segue da sempre, o comunque da molti anni, si sarà sicuramente accorto dei risultati raggiunti, frutto dell’impegno e dell’esperienza maturati nelle varie edizioni.

Il viaggio del Mengo Music Fest inizia nel 2004 e noi, dopo l’intervista a “I Ministri”, ci siamo fatti raccontare un po’ di cose da Paco Mengozzi, uno degli storici organizzatori.

Mengo Music Fest nel 2009

Com’è nata l’idea? Quali erano i sogni e le speranze di quel giovane di 14 anni fa?

Il Mengo nasce come una cosa del tutto spontanea. Al parco di Via Alfieri c’era il chiosco di mio babbo e un gruppo di ragazzi si riuniva lì per passare i pomeriggi parlando e bevendo birra; la maggior parte suonava in gruppi e nacque proprio su quelle sedie disposte intorno ai tavolini l’idea di suonare insieme. Chiamandosi il chioschino Mengo decidemmo di chiamare così le nostre serate.

Com’era allestito?

Una pedana con due casse e via (ride). Suonava chiunque volesse suonare. Era tutto organizzato fra amici all’ultimo minuto. Ci divertivamo tantissimo.

Come è potuto crescere fino a questo punto?

Già dall’anno successivo il numero dei partecipanti era aumentato e così quello dopo ancora. Creammo un’associazione che si chiama Music! allo scopo di dare maggiori opportunità a tutti quelli che ci chiedevano di suonare. Negli anni siamo cresciuti sempre più, soprattutto dal punto di vista organizzativo. Nel 2009 c’è stata una prima svolta in cui abbiamo ospitato I Ministri, erano anche loro agli inizi, ma già facevano la differenza. Da quella data i cantanti del panorama nazionale e internazionale si sono susseguiti sul nostro palco fino a comprendere lo Stato Sociale, Calcutta, Zen Circus, Fask, Levante, ecc. Quest’anno ha suonato anche Cosmo.

Chi sono le anime di tutto questo?

Inizialmente volontari che si erano riuniti nell’associazione Music!. Poi molti di loro sono diventati tecnici di palco, turnisti, musicisti, professionisti della musica insomma: i punti di riferimento per il festival. Ci sono anche tanti di noi che dedicano il proprio tempo al Mengo, prendendo ferie dal lavoro e si mettono qui a sudare in pieno luglio. Ovviamente ci sono gli sponsor, senza di loro non saremmo a questo livello.

Oggi cosa è diventato? Cos’è per te il Mengo? Te lo immaginavi così 14 anni fa?

È lo stesso piccolo palco con una pedana e due casse, in versione gigante. È il nostro sogno che si realizza. Sogno che richiede passione e impegno. Adesso è a tutti gli effetti un lavoro, perché l’organizzazione si protrae per tutto l’anno. È principalmente una festa dove il risultato è frutto dell’impegno di professionisti.

Tantissimi elogi e apprezzamenti su giornali e radio. Anche all’inizio dell’avventura erano tutti così entusiasti?

All’inizio non avevamo neanche aspettative. Poi dal secondo anno già la cosa si era ingrandita e l’asticella si alzava. Devo dire che il pubblico ci ha aiutato tantissimo e gli abitanti di Arezzo ci hanno sempre apprezzato, questo ci rende veramente orgogliosi.

Questa edizione la possiamo definire come la consacrazione a grande evento nazionale?

Sì dai. È l’edizione della svolta. Le serate sono state di grandissimo livello sia per le performance sul palco che per la risposta del pubblico. Siamo contentissimi. Molto è dovuto al fatto che questo è un festival gratuito, genere quasi del tutto sparito in Italia. Nonostante non ci sia un biglietto da pagare riusciamo comunque a dare un ottimo prodotto al pari di quegli eventi che invece richiedono il ticket. È importante sottolineare questa cosa della gratuità, perché è difficilissimo e faticosissimo ricercare sponsor e finanziamenti per mesi e mesi avendo come obiettivo quello di creare concerti di altissimo livello. Ci metteremo sempre tutto il cuore e l’impegno che abbiamo!

Mengo Music Fest nel 2018

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I Ministri, la rabbia, i dubbi, la fiducia… il romanticismo – Dal G8 del 2001 al Mengo Music Fest

Abbiamo voluto ripercorrere la storia de I Ministri legandola alla spettacolare evoluzione del Mengo Music Fest. Dagli esordi della band milanese nel 2006, passando per la svolta del festival aretino…

I Ministri

Abbiamo voluto ripercorrere la storia de I Ministri legandola alla spettacolare evoluzione del Mengo Music Fest. Dagli esordi della band milanese nel 2006, passando per la svolta del festival aretino nel 2009 che li vide come protagonisti, fino a questa stupenda XIV edizione dove si sono incontrati di nuovo.

Sei album in dodici anni. A marzo è uscito il loro ultimo lavoro, Fidatevi. Ci spiegano come il tema della fiducia sia uscito spontaneo dai loro testi, che neanche lo avessero pensato come base di partenza per la scrittura del CD: come se fosse esplosa una necessità inconscia in un periodo privo di fiducia.

Al Mengo c’eravate già stati nel 2009, che impressione vi fa a distanza di tanti anni?

Allora era un contesto molto diverso da quello di oggi: i ragazzi dell’organizzazione provavano a muovere i primi passi in una situazione davvero problematica, ereditiera della parabola di Arezzo Wave. Oggi per noi il Mengo è diventato una realtà grandiosa, essenziale sia per la Toscana che, soprattutto, per l’Italia.

Da alcuni anni si stanno risvegliando i festival. Come avete vissuto la loro fase di declino e di ripresa?

Innanzi tutto, non bisogna pensare che se un festival funziona allora ha raggiunto il quorum culturale che in realtà meriterebbe il concetto di festival. In Italia siamo attaccati all’idea di dover proporre le realtà musicali “del momento”. Il Mengo, come la maggior parte delle manifestazioni, chiama band in tour che presentano sempre i loro nuovi lavori e questo, per fortuna, richiama un gran pubblico. Ma cosa succederebbe se facessero come all’estero, dove si ingaggiano artisti e band di altissima qualità anche al di fuori dei loro tour personali? Inoltre, le serate dei festival italiani sono molto schematizzate in base al genere musicale. Ieri la serata hip-hop di Gemitaiz, oggi la serata rock e blues con i Bud Spencer Blues Explosion e I Ministri. Per noi tutto questo non dovrebbe esistere. Dovrebbe essere un grande calderone, un mix di sonorità, concetti e ritmi. La musica deve coinvolge tutte le persone, non creare fedi musicali. Purtroppo, a livello internazionale siamo ancora indietro da questo punto di vista, ma ben vengano momenti magnifici di festa: ne abbiamo davvero bisogno, soprattutto dopo un periodo in cui la musica italiana ha subito una specie di stagnazione.

Quando avete iniziato avevate i vostri punti di riferimento musicali. Adesso sentite la responsabilità di essere voi quel punto di riferimento per le nuove generazioni?

È bello sapere che sei un esempio per molti, ma non la viviamo come una responsabilità o un qualcosa che ci consacra nell’olimpo della musica. L’importante è ricordarsi di lavorare con serietà e professionalità, perché in fin dei conti è ancora più bello farlo per chi, là fuori, crede in te. È importante dare un esempio di serietà e dedizione verso la musica ai ragazzi che si approcciano a questo mondo bellissimo. Una cosa interessante del rock è il fatto che può essere replicabile, perché relativamente semplice. Un concetto molto distante da quello della musica del producing o dell’elettronica, perché rifare una cosa che di base non è concreta perde il suo significato sociale e culturale: non ho mai sentito nessuno rifare i Club Dogo o Dr. Dre. Questa differenza consente al rock di avere una tradizione indistruttibile, che dura dagli anni ’60. È un collante di umanità per le persone che hanno interessi e passioni comuni. La cosa che notiamo essendo una band perennemente in tour è che nelle grandi città questo sta scomparendo. L’individualismo è diventato imperante e ha portato a valorizzare i suoi contenuti tipici, che non apprezziamo affatto. Le persone di provincia cercano davvero di coinvolgersi nelle vite di tutti, si creano momenti di aggregazione e di cultura che portano a stare bene. Sembrano discorsi fuori tempo, ma tutto questo esiste.

Mi pare proprio che stiate parlando anche di voi stessi, della vostra storia, dove il discorso politico è sempre stato caratterizzante. Siete tra le pochissime band che provano a sensibilizzare sull’attualità, anche con parole e argomenti inusuali. Quanto è importante continuare a farlo?

Lo ripeto: la musica è fatta per stare bene, non per i soldi e il successo. Anche se chiunque guardandosi allo specchio con una chitarra ha pensato “quanto sono fico, quante ragazze mi faccio”, resta comunque qualcosa di naturale e frutto dell’inesperienza, ci siamo passati tutti: inutile nasconderlo. Il nostro obiettivo è ottenere il consenso di qualcuno, non sono la fama e i soldi. Ricerchiamo soprattutto il rispetto da parte delle persone che ci stanno a fianco. Le nostre parole sono molto poco popolari, ma questi siamo noi senza calcoli e costrizioni. È anche un modo per distinguersi. Sappiamo benissimo che i nostri messaggi arrivano solo a una minoranza di giovani, ma non c’è nulla di male nelle minoranze. A volte succede che sono proprio queste che formano un pensiero che metterà in moto il cambiamento. Questo disco ci rispecchia a pieno, molto più di atri che abbiamo fatto. Ci interessano molto i giovani che ci stanno scoprendo adesso con questi messaggi e queste parole. I dischi sono tappe di un percorso lunghissimo, sono dei momenti che cristallizzano un periodo di contemporaneità veramente vissuto, sono i capitoli delle nostre vite e le nostre vite sono sincere. È fondamentale continuare a cantare le parole che ci vengono da dentro, per noi e per chi in noi si riconosce.

Photo Credit: Giovanni Bellacci

Serviva davvero una band che in questo momento storico italiano prendesse posizione. Molti personaggi pubblici che potrebbero farlo non si espongono, come mai?

La nostra è una presa di posizione dalla base verso concetti di principio, più che sulle singole questioni. Oggi la gente è sempre pronta a ringhiare contro obiettivi occasionali, oggi gli immigrati, domani qualcun altro, insultando e mordendo in ogni modo possibile, soprattutto attraverso i social, usati in maniera indegna dai nostri ministri. Credo che sia frutto di tanta paura, che coinvolge tutte le classi sociali.

So che avete agganciato il G8 di Genova con la vostra partenza come band. Che rapporto c’è stato con quell’evento?

È stato un punto di chiusura di un’era e l’inizio di una nuova. Siamo cresciuti ascoltando una musica veramente alternativa cantata in italiano, ma con sonorità internazionali. Erano gli anni della ricerca di un’Italia diversa. Gli occhi e le orecchie erano puntati all’estero in ogni direzione per captare qualcosa che potesse migliorare il nostro mondo. In quegli anni tutti i percorsi musicali che seguivamo erano accomunati da una radice comune: quella dell’ideologia di sinistra. Il G8 ha messo in crisi la condivisione dei valori di questa parte politica: sono diventati pericolosi e tu all’improvviso diventavi comunicatore di qualcosa che era marchiato come terrorismo. I musicisti si sono ritrovati soli, accusati per le loro parole e le loro idee. Noi abbiamo visto Milano cambiare tantissimo dal 2001 a oggi. La nostra città aveva moltissimi centri sociali dove siamo cresciuti come band. Era un periodo in cui il rock e la musica erano profondamente legati ai centri di aggregazione di sinistra: luogo dove la cultura si muoveva e prendeva vita. Ad un certo punto hanno cominciato a chiuderli tutti e il circolo Arci è diventato “l’alternativa culturale”. Ma si trattava di una situazione molto curata dallo Stato e dal partito, non una situazione borderline, autogestita dalle persone, con nuove idee e proposte. Si è smesso di dar fiducia e di credere nella gente e questo ha portato ad un profondo e diffuso individualismo. Tutto doveva essere filtrato da un controllo di Stato e la musica è stata costretta ad autocensurarsi. Noi siamo cresciuti in quest’ambiente.

Vi siete autocensurati voi?

Nah. Quando è successa tutta questa storia noi stavamo praticamente iniziando (era il 2006) e i fatti del G8 erano in una fase di rielaborazione. Già si vedeva come qualcosa di lontano e noi fummo tra i pochissimi che per la prima volta dopo cinque anni urlavano di nuovo quella tipica aggressività che nasce dalla protesta contro le ingiustizie. Per quasi un decennio venne addomesticata la denuncia tipica del rock e al suo posto subentrò lo stile, il ben vestire, l’ordine: una visione molto estetica, innaturale. Noi invece siamo stati fin da subito molto fisici e incazzati, sia nel modo di suonare sul palco che in quello di comunicare. Eravamo molto fuorimoda quando siamo usciti e lo siamo rimasti. Costruivamo le nostre canzoni sulla rabbia e la protesta, ma anche sul dubbio: un racconto interiore di come le cose ci trascinavano dentro e ci cambiavano nostro malgrado. Però con orgoglio ti possiamo assicurare che non siamo cambiati per un cazzo.

Cosa vorrebbero lasciare i Ministri?

L’idea che la musica possa continuare a essere qualcosa che davvero serve all’essere umano e che non sia fatta solo per intrattenere. Per noi è uno stile di vita che porta anche a sacrificare noi stessi. Vorremmo che venisse riconosciuto che la musica ha ancora una valenza nelle vite delle persone, qualcosa che si deposita nei cuori e ci accompagna per sempre. Un po’ di sano romanticismo!

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La Primavera della Costituzione a Monticchiello

Dal 1 al 3 Giugno a Monticchiello (Pienza) arriva la prima festa della Costituzione, in occasione del 70° anniversario dall’entrata in vigore della Carta. Un ricco cartellone fatto di convegni,…

Dal 1 al 3 Giugno a Monticchiello (Pienza) arriva la prima festa della Costituzione, in occasione del 70° anniversario dall’entrata in vigore della Carta. Un ricco cartellone fatto di convegni, musica e parole, organizzato dai circoli ANPI Valdichiana con il contributo del vasto panorama dell’associazionismo locale.

Il reportage della manifestazione:


Carlo Smuraglia e il futuro della memoria

Partigiano, docente e Presidente onorario dell’ANPI, Carlo Smuraglia ha chiuso la tre giorni di Monticchiello dedicata alla Costituzione. Una lucidissima analisi dall’alto dei suoi 95 anni.

«Il futuro della memoria è oggi. Il problema non è il futuro, ma il nostro presente. Bisogna pensare che se siamo a questo punto della vita nazionale niente è avvenuto per caso. La memoria della Liberazione è stata troppo strapazzata e negata negli anni repubblicani. L’ANPI ha fatto il possibile per tutelarla, ma non siamo riusciti a trasformarla in una battaglia nazionale. De Luna, storico e docente della contemporaneità, ha scritto un libro intitolato “La Repubblica del dolore” in cui dice che l’Italia è incline al cordoglio e alla commemorazione dei caduti; meno incline ad analizzare le ragioni per le quali si ricordano i morti. La memoria dice, sempre De Luna, si costruisce bene quando diventa collettiva. Ogni paese serio e civile dovrebbe avere una memoria collettiva tra i fondamenti della vita nazionale.

Dopo la liberazione abbiamo cominciato a lasciar cadere la memoria solo su ciò che era stato il fascismo, senza mai fare davvero i conti con quella minaccia. Non è mai stata fatta una vera analisi, non sono mai stati epurati i colpevoli dalle cariche pubbliche, dall’alto delle quali hanno continuato a perpetrare, se non le azioni, lo spirito del fascismo. Abbiamo consentito che si considerasse il fascismo una pagina conclusa della storia italiana, nonostante ci rendessimo conto che non fosse affatto così. Non curando questa memoria sono prima andati all’attacco i revisionisti: la tesi di un fascismo mite in confronto al cattivo straniero. Poi si è aggiunta quella secondo la quale conquistata la democrazia il problema della dittatura fosse chiuso. Il fascismo oggi non è una cosa superata, perché la questione della memoria non è stata affrontata correttamente. Operazione analoga è stata fatta sulla Resistenza, sulla quale l’ANPI si è prodigata fin da subito. Ma questo paese non ha l’immagine giusta di cosa fosse la lotta di liberazione nei suoi momenti difficili e bui, nei suoi azzardi, nel suo romanticismo.

La memoria, lo sanno tutti, ha due nemici: il decorso del tempo, cioè l’oblio, e il negazionismo di quelli che deformano la memoria per indirizzarla secondo le loro idee. Non abbiamo insistito abbastanza contro questi due nemici. Lo stesso vale per la Costituzione, che non chiamerò mai “la più bella del mondo” perché l’ha fatto un noto attore cinematografaro che poi ha votato per il “”. La nostra è una costituzione avanzata, assaltata e minacciata fin dalla sua entrata in vigore. Non abbiamo fatto in modo che avesse memoria e adeguata conoscenza. L’errore è dimostrato dal fatto che è stato più volte tentato di metterle mani addosso, con mancanza totale di serietà e rispetto.

Abbiamo bisogno di costruire quella memoria sulla quale si costruisce una nazione. Non ci riunisce solo Dante, la cultura e le bellezze naturali, ma anche la Costituzione e l’antifascismo. L’Italia, e il mondo intero, ha assistito a questa escalation dell’estrema destra e vorrei ricordare che il fascismo non è solo quello che si identifica con il ventennio e con il Duce. Ha detto bene il nostro Presidente della Repubblica “Se volete sapere che cosa sia il fascismo allora è tutto il contrario di ciò che sta scritto nella Costituzione”.

Dobbiamo recuperare le mancanze verso la memoria del passato e irrobustire la nostra azione. Partendo dal dire che la nostra costituzione è la meno attuata nel mondo. Bisogna ridare voce alle tante persone per bene che ci sono in Italia, che lavorano in tante manifestazioni della vita pubblica e della società civile. Facciamo sentire alta la voce della democrazia, della libertà e della solidarietà, che proprio nel piccolo trovano le loro forme di massima espressione. Questo sarà l’antidoto che ci servirà per avere una memoria duratura da lasciare ai giovani in modo che ne facciano la memoria di un’intera nazione».


Alberto Asor Rosa: “Studenti, lottate per la storia e la letteratura del Novecento”

Oggi si scrivono ancora libri sull’esperienza bellica o resistenziale?

“Mi pare proprio di no. La narrativa italiana contemporanea è impegnata ad analizzare e cercare le forme dell’esistenza nella contemporaneità più assoluta. L’elemento storico è quasi completamente scomparso. E in questo i giovani potrebbero, e anzi dovrebbero, fare un ragionamento. Tra la letteratura contemporanea e quella precedente, che arriva fino agli anni ’80, c’è una frattura radicale. La storia e la società in quanto tali spariscono di scena ed emerge una moltitudine di storie individuali calate in questa realtà amorfa, nella quale voi giovani sarete condannati a vivere.”

Resistenza e letteratura, unite nel filone letterario del neorealismo, hanno però costituito un binomio centrale per la cultura italiana del secondo dopoguerra. Cos’è cambiato nel corso degli anni?

“Negli anni ’60 la letteratura era vittima della strumentalizzazione politica, la quale operava sempre più alla ricerca di consenso. Noi giovani di allora sentivamo che da questa presentazione della cultura i valori più autentici e poetici venivano sotterrati. Capisce che questo tradiva l’impegno artistico e civile di quegli autori che vollero fissare in eterno l’esperienza più drammatica del popolo italiano. Voglio dirle che il binomio di cui parla ha subito fin dagli anni Sessanta un processo di trasformazione. È un argomento che ho approfondito sul mio saggio “Scrittori e popolo” uscito proprio nel 1965 e che prosegue con “Scrittori e massa”.”

Com’è affrontato il tema della Resistenza in ambito universitario?

“In modo assolutamente inadeguato. Come clima generale le facoltà di lettere sono praticamente estranee al tema. Anche lo studio di quel tipo di letteratura neorealistica sugli anni ’40 è uscita di scena. Si può dire che l’interesse e l’approfondimento sul primo ‘900 stia spaventosamente scomparendo.”

Una provocazione. Non sarebbe meglio dedicare un po’ più di attenzione a testi come Il sentiero dei nidi di ragno piuttosto che ai Promessi sposi?

“Non molto tempo ho scritto un articolo su Repubblica in conseguenza del fatto che la ex-ministra della pubblica istruzione Valeria Fedeli aveva preannunciato la sperimentazione dell’accorciamento di un anno della scuola media superiore: quattro anni invece di cinque. La motivazione si reggeva sul fatto che i giovani, oggi, crescono prima e che quindi devono andare prima all’Università. Contestai duramente questa proposta, contro-proponendo di organizzare i programmi della scuola media-superiore dal primo al quinto anno in maniera che i programmi dell’ultimo fossero dedicati esclusivamente o prevalentemente alla contemporaneità. Si insegnano una quantità drammatica di cose inutili. Sono certo del fatto che rielaborando i programmi si riesca a concentrare lo studio della letteratura, della storia e della filosofia al Novecento. È vitale. I programmi scolastici di letteratura, per esempio, iniziano dalla scuola siciliana e finiscono sempre a Giovanni pascoli o a D’Annunzio. È invece indispensabile dedicare il quinto anno alla contemporaneità nelle sue sfumature letterarie, storiche e filosofiche. Bisogna cambiare i programmi scolastici. Mettetevi in lotta.”


 


Tiziana Di Masi presenta a teatro #IOSIAMO “Le buone pratiche della Costituzione”

È bello ascoltare storie: fa tornare bambini. E se sono raccontate bene è possibile anche immedesimarsi nei personaggi narrati. Tiziana, quando recita sul palco, riesce perfettamente a trasmetterci queste sensazioni. Non ci racconta di storie pericolose o drammatiche. Non ci diverte con disavventure comiche o paradossali. Tiziana riesce a farci vivere altre vite… e a farci abbracciare.

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (Art. 2 dei Principi fondamentali della Costituzione)

Attrice e autrice campana, Tiziana Di Masi ha alle spalle un’esperienza ventennale di recitazione dedicata in gran parte al teatro civile. Dopo l’avvio di carriera improntato sul patrimonio della coscienza storica degli individui, si dedica alla promozione della legalità collaborando con Libera. Sperimenta anche un nuovo modello di narrazione, coniugando teatro e inchiesta giornalistica. Da poco ha scritto #IOSIAMO, dove racconta storie di volontari che hanno superato la dimensione dell’io per ragionare come un NOI.

L’ho incontrata alla Primavera della Costituzione di Monticchiello, dove si è esibita al tramonto fra i muri in pietra di quelle case che dagli anni ’60 si sono perdutamente innamorate del teatro e della commedia.

Chi sei?

“Sono un’artista. Ma anche una persona che ha fatto uno di quei viaggi che ti cambiano la vita, in cui scopri e conosci un sacco di persone straordinarie: i volontari. In Italia se ne parla molto poco, ma sono più di sei milioni e ogni giorno si impegnano per gli altri mettendo il noi al centro della loro vita: rivoluzionario. Le loro storie mi hanno coinvolta e catturata, anche per il modo che hanno di andare in controtendenza nazionale, quella che io chiamo del selfie costante. Queste persone agiscono senza urlare al clamoroso, senza sbraitare per attirare l’attenzione. Svolgono un ruolo vitale per il nostro paese, perché senza di loro il welfare, qua, in questa Italia, non esisterebbe. Si impegnano nei campi più svariati come quello della difesa dell’ambiente, l’aiuto ai disabili, il sostegno alla povertà. Sono persone delle quali valeva la pena raccontare, per questo lo faccio nei miei spettacoli.”

Come ti sei avvicinata a loro?

“Sono storie che non si leggono sui giornali e tantomeno si vedono in TV. Sono sempre stata a contatto con il mondo dell’attività sociale: ho presentato per tantissimi anni lo spettacolo Mafie in pentola in cui ho collaborato con Libera. Quasi per caso ho conosciuto un volontario e poi ho scoperto che queste storie, queste vite sono collegate fra loro come un’enorme ragnatela. Ho messo insieme tutte le esperienze dei volontari con i quali sono venuta a contatto dal nord al sud della penisola e ho raccontato le loro storie bellissime.”

Storie del tipo?

“Sono storie di vita, non hanno nulla di eclatante. Moltissimi pensano che le storie per essere interessanti debbano contenere avvenimenti spettacolari o elementi drammaturgici. Queste sono storie di persone che, ad un certo punto della loro vita, hanno capito di poter essere utili non solo alla società, ma anche a sé stesse. Mario, per esempio, bolognese di 70 anni aveva una malattia molto diffusa: la depressione. Nel momento in cui ha iniziato ad aiutare un disabile è guarito. Ha sviluppato un amore straordinario per la vita. Ha capito che per vivere felice doveva andare incontro a qualcuno che aveva bisogno di lui. In questa bellezza sta il senso del volontariato. Le fragilità degli altri sono anche le nostre, perché chiunque di noi si può trovare in difficoltà. Le cose mutano. I volontari hanno una visione più naturale della vita e riescono ad accettarla in tutte le sue sfumature.”

Che legame c’è con la nostra costituzione?

“Il volontariato concretizza i valori della Costituzione. L’articolo 2 parla del dovere di solidarietà, che, guarda caso, sta alla base del volontariato. Siamo, pur nelle diversità, tutti umani e fratelli e bisogna dimostrarcelo quotidianamente. I valori della Costituzione di rispetto, tolleranza, solidarietà, amore, convivenza si manifestano energicamente in Italia attraverso 6 milioni di volontari. Ho creduto fosse doveroso parlare di tutto il bene che c’è in questo paese, troppo taciuto, perché il bene non fa mai notizia.”

Ad un certo punto, nel mezzo del suo spettacolo, Tiziana si rivolge al pubblico. Accompagnata da note profonde che escono leggere dagli amplificatori, ci fa alzare tutti. Ci prega di prenderci per mano, di guardarci negli occhi e di abbandonarci in un abbraccio. L’effetto è meraviglioso. Per qualche minuto, per qualche istante abbiamo tutti applicato la Costituzione.


Neofascismo, la galassia nera

Giovanni Baldini coordina La galassia Nera, ricerca che per procedure e finalità è molto vicina all’inchiesta. L’indagine è cominciata nel 2016 con l’esplicito intento di fornire i mezzi e i metodi per imparare a conoscere il neofascismo. I risultati del lavoro del team sono pubblicati sul sito di Patria indipendente.

«Il nostro rischio» spiega il curatore della ricerca, Giovanni Baldini «è quello di dover combattere qualcosa che non conosciamo. Perciò ci siamo sentiti in dovere di aggiornarci. Abbiamo monitorato pagine Facebook che fanno riferimento a fascismo e razzismo. Ce ne sono addirittura alcune che si ispirano alle ideologie ottocentesche della razza. Uno dei risultati più interessanti sono le 900 pagine di Casapound che vengono usate come struttura metapolitica, che si allargano e operano nel territorio, toccando associazioni sportive e sociali per esempio».

«Il dilagare di queste ideologie è molto preoccupante. Il lavoro di monitoraggio continua attraverso un software da noi sviluppato che scava dentro Facebook ricavando le più svariate informazioni su queste pagine. Purtroppo, molti giovani cliccano e navigano all’interno di questa galassia, attratti da un linguaggio e da una comunicazione super-efficace da parte di queste organizzazioni nere».

Marco Sommariva, avvocato e candidato per Liberi e uguali, ha subito minacce da parte di militanti di partiti e gruppi di estrema destra, perché a più riprese ha chiesto (e continua a chiedere) lo scioglimento di organizzazioni incostituzionali come Casapound e Forza nuova. Pone l’attenzione sui cambiamenti interni alla galassia fascista:

«Molte categorie di persone, storicamente difese e accolte nell’orbita delle associazioni e dei partiti di sinistra, adesso vengono assistite dallo schieramento opposto. La sinistra ha abbandonato il suo compito storico di assistenzialismo lasciandolo all’estrema destra. Questo fenomeno è molto interessante quanto pericoloso».

Concludendo sull’apologia di fascismo ricorda «che è tutt’ora vietata dalla Costituzione, ma la legge non viene applicata. È difficile manifestare e portare all’attenzione pubblica questo nodo sociale e politico, perché si rischia di essere manganellati e arresati dalla polizia. Importante denunciare, non smettere di farlo, procedere giudizialmente anche per le minacce via Facebook, perché anche se poche alcune cause arrivano alla conclusione».

Saverio Ferrari, studioso della destra nera, si è guadagnato il nome di “Schedatore” all’interno del mondo neofascista.

«Facciamo analisi di ogni tipo volte a rendere pubbliche le singole personalità che si dichiarano fasciste. L’aspetto più pericoloso è il fatto che la galassia delle destre ha preso il posto sociale da sempre occupato dalla sinistra. Ci sono nuovi linguaggi che attirano anziani, cittadini in difficoltà e soprattutto giovani. In particolare, si fanno portavoce di simboli dei quali sposano le idee come per esempio Rino Gaetano per la sua critica alla classe borghese, Peppino Impastato che avrebbe combattuto la mafia con loro se fosse vivo e, assurdità, Che Guevara, idolatrato per essere un combattente rivoluzionario. Sono state condotte indagini anche sui finanziamenti dei partiti di estrema destra. Forza nuova, uno su tutti, utilizza fondi provenienti dalle rapine di Fiore durante gli anni della tensione, che in tutti questi anni sono stati investiti in attività e canali molto estesi tra cui vendita di quadri, partecipazioni a imprese, speculazioni finanziarie».

Infine, avverte «c’è un mutamento della natura e della forma del fascismo anche all’interno delle istituzioni. L’articolo 7 della legge Mancino dichiara che la magistratura può immediatamente inibire il funzionamento dell’organizzazione di stampo fascista, ma non viene praticamente mai applicato».

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La battaglia di Scannagallo per il nuovo titolo di Granduca

Niccolò Machiavelli scrisse: «Come si debba Ambizione usarla, lo esempio tristo di costor lo ’nsegna. Da poi che l’uom da sè non può cacciarla, debbe il giudizio, e l’intelletto sano…

Niccolò Machiavelli scrisse:

«Come si debba Ambizione usarla,
lo esempio tristo di costor lo ’nsegna.
Da poi che l’uom da sè non può cacciarla,
debbe il giudizio, e l’intelletto sano
con ordine, e ferocia accompagnarla
».

Proprio l’ambizione fu il tratto distintivo del primo Granduca di Toscana Cosimo I de’ Medici e come auspicava Machiavelli, il fiorentino seppe, attraverso il giudizio, e l’intelletto sano / con ordine, e ferocia domarla per cambiare il corso della storia della Toscana e della dinastia Medici.

Ci fu un passaggio cruciale che portò il giovane Cosimo I a elevarsi per prestigio su tutti gli altri signori d’Italia e del mondo conosciuto. Un avvenimento importantissimo che toccò le terre chianine, legandosi fra storia e leggenda: la Battaglia di Scannagallo. A questo scontro epico, forse il più importante del XVI secolo, si arrivò grazie ad un’accorta e lungimirante strategia politico-militare dell’allora Duca di Firenze.

Cosimo I dei Medici nacque a Firenze, il 12 giugno 1519, da Giovanni detto delle Bande Nere, famosissimo condottiero di ventura, e da Maria Salviati. Rimase però orfano di padre all’età di sette anni, dopo che gli fu trasmesso il culto dell’ardimento ed il gusto dei rischi del mondo della guerra. Altrettanto forte fu l’impronta della madre, donna austera e profondamente religiosa, orgogliosa della propria appartenenza alla famiglia Medici, attenta alle vicende fiorentine e romane. Entrambe le personalità dei genitori andarono a plasmare quella del figlio Cosimo, la quale emergerà prepotentemente nella crescita, tanto da spingerlo a scelte ardite e prese di forza decisive per il suo futuro.

Dopo i problemi emersi negli anni dell’infanzia del piccolo Cosimo, che videro la famiglia costretta a fughe rocambolesche per varie città italiane, tra difficoltà finanziarie e rivalse politiche, i Medici riuscirono a restaurare il loro dominio a Firenze nel 1530, dove però dovettero affrontare una crisi scoppiata in seno al principato. Nel 1537, a soli 18 anni, Cosimo I venne nominato dall’Imperatore spagnolo Duca di Firenze.

Da una posizione fragile che caratterizzò i primi anni di governo, insidiato dagli avversari politici, dai francesi e dal papa, il Duca seppe imporre la propria autorità su Firenze grazie alla precoce fermezza politica, alla spinta dell’orgoglioso ricordo delle proprie origini e dal disegno di ricostruire intorno a sé le milizie paterne.

Ambizioso fin dal giorno della sua nomina alla reggenza del Ducato di Firenze, Cosimo si adoperò in ogni modo per accrescere il prestigio della casata e portare a compimento il processo di concentrazione del potere nelle mani del Duca. Come per ogni grande Stato che si rispetti, la sua politica si concentrò nell’estensione dei confini. Cosimo concentrò i suoi sforzi soprattutto per ricevere un titolo regale che lo affrancasse dalla condizione di semplice feudatario dell’Imperatore e che gli desse quindi maggiore indipendenza politica. Titolo che solo un re, l’Imperatore o il Papa avrebbero potuto concedergli.

Ma l’ambizione del Duca toscano non era ben vista da nessuna delle autorità. Né da quella religiosa né, tantomeno, da quelle laiche, le quali osteggiarono la sua richiesta. La mossa degna di un grande stratega fu, quindi, quella di inserirsi nei conflitti franco-spagnoli all’interno della penisola Italiana. Perfettamente funzionale fu la volontà di espandere il dominio di Firenze su Siena. Non starò qui a dilungarmi sulla vicenda della guerra, perché ciò che m’interessa far emergere da questo racconto è come la nostra bellissima terra sia stata protagonista di un evento eccezionale nella storia europea.

Allo scoppio della Guerra di Siena, inquadrata all’interno dei conflitti franco-spagnoli in Italia del XVI secolo, Cosimo aveva quindi già messo gli occhi sulla città. Siena costituiva una forte minaccia a causa della calda accoglienza qui riservata nei secoli ai fuoriusciti fiorentini, avversari di sangue dei Medici. Inoltre, la città rappresentava pressoché l’unica via d’espansione territoriale praticabile, specialmente dopo la caduta di Piombino nella sfera d’influenza spagnola. Venne stipulato un trattato tra Regno di Francia e Repubblica di Siena, mediante il quale i francesi si impegnavano a difenderla. Enrico II di Francia promise l’invio di un esercito di rinforzo completo di armi, munizionamenti e logistica. Ovviamente, la reazione imperiale non si fece attendere e nel 1552 scoppiarono i conflitti. Fu l’occasione della vita per Cosimo.

La guerra proseguì per tre anni. Dopo la sconfitta nell’epica battaglia di Scannagallo, Siena resistette all’assedio per otto mesi; poi, abbandonata dai Francesi, si arrese il 17 aprile 1555.

Ottenuta la città, nonché i suoi territori e la nomina a Duca di Firenze e di Siena, Cosimo I si vide rifiutare dall’Imperatore la concessione del nuovo titolo tanto desiderato. Non bastò quindi il sostegno dato dai Medici alla dinastia imperiale in una delle guerre più importanti d’Europa.

Ma il fiorentino non si arrese ed escogitò un nuovo piano. Nel 1565 fece sposare suo figlio Francesco con Giovanna d’Asburgo figlia dell’Imperatore, sperando che fosse questa la chiave per la nomina di arciduca: duca due volte, duca di Firenze e duca di Siena. Ma l’Asburgo, preoccupato del prestigio che Cosimo stava acquisendo, non esaudì la richiesta.

Non trovando alcun appoggio da parte imperiale, Cosimo si rivolse al Papa. Già con Paolo IV aveva cercato di ottenere il titolo di Re o arciduca, ma invano. Finalmente però, fattosi strada anche fra l’ambiente ecclesiastico romano e trasformatosi in un devotissimo cattolico, Cosimo, corrompendo il conclave, riuscì a far eleggere Papa Pio V, rigido esponente della controriforma. In questo modo il Papa iniziò la sua carriera con un pesante debito da saldare: doveva al Duca di Firenze e di Siena la sua elezione. La questione venne perciò subito affrontata. Il Papa si adoperò per concedere al duca di Firenze un titolo che non lasciasse dubbio sulla supremazia dei Medici nei confronti degli altri principi italiani. Pio V, il 27 agosto 1569, emanò una bolla che insigniva Cosimo della carica di Granduca di Toscana, andando così a creare un nuovo titolo regale, unico in tutto il mondo.

La bolla attribuiva a chi reggeva lo Stato fiorentino, e pertanto anche quello senese, non solo una riconosciuta superiorità sugli altri principi italiani, ma soprattutto un aperto riconoscimento della natura “monarchica” e assolutistica del potere dei Medici sulla Repubblica Fiorentina.

Ma solo col passare del tempo, che come si sa fa dimenticare le cose, i sovrani italiani ed europei accettarono il titolo concesso a Cosimo: uno dei più ambiziosi uomini della storia, degno principe machiavelliano.

La lotta per la nomina granducale non fu, dunque, solo uno scontro per la preminenza sulla scena italiana nella concorrenza con gli Este o i Savoia, ma uno dei terreni sui quali Cosimo I si impegnò per il consolidamento della nuova dinastia sul piano internazionale e per una sua più forte legittimazione sul piano dell’esercizio del governo sullo stato fiorentino e sul nuovo possesso senese.

Per la realizzazione di questa corona si fece ricorso ad un’antica leggenda, che Cosimo I ritenne fondamentale per la storia toscana. Ricordate il frate Annio da Viterbo, il più grande falsario del tempo che attribuiva a Noè il ripopolamento della Toscana (L’origine di Foiano della Chiana) dopo il diluvio universale? A questo mito ci si ispirò per la fabbricazione, facendo riferimento alla corona dei re di Israele discendenti di David: la corona a raggi. Venne forgiato un capolavoro di oreficeria. Ovviamente diversa da quella principesca e da quella ducale, la corona era caratterizzata da un circolo d’oro ornato di smeraldi, rubini e perle, dal quale partivano punte triangolari d’oro verso l’alto. Priva del berretto di velluto interno, aveva la particolarità unica di avere, al centro nella parte anteriore, un grosso giglio, simbolo di Firenze.


Fonti

 

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Un capolavoro nato dai miracoli di Maria – Il cinquecentenario del tempio di San Biagio

Percorrendo il viale della Rimembranza, che costeggia il pendio a sud-ovest di Montepulciano, ci si trova immersi in quella che è la più tipica immagine toscana: le due file parallele…

Percorrendo il viale della Rimembranza, che costeggia il pendio a sud-ovest di Montepulciano, ci si trova immersi in quella che è la più tipica immagine toscana: le due file parallele di cipressi che ritmano le piccole stradine di campagna. Sono alberi della memoria, perché alla loro base stanno i cippi con i nomi dei poliziani morti nella Grande Guerra. Proseguendo verso nord, le chiome scure e affusolate lasciano lentamente intravedere uno scorcio di campanile che si staglia alto nel cielo. E pare che si metta in competizione con le punte dei cipressi, i quali riescono a tener testa alla torre fino a che la prospettiva gioca a loro favore.

Ed è proprio qui, dove la Val d’Orcia si innesta nella Valdichiana, che il 15 settembre 1518 venne posta la prima pietra del Tempio di San Biagio.

L’imponente tempio fu edificato sopra un’antica pieve altomedievale dedicata prima a Santa Maria e successivamente, intorno all’anno Mille, a San Biagio: vescovo, di origine armena che veniva interpellato dai fedeli per la sua esperienza di medico per la cura di mali fisici.

Dell’originaria costruzione sacra, all’inizio del Cinquecento, restavano soltanto il rudere della torre campanara e un brano d’affresco raffigurante la Madonna col bambino e San Francesco dipinta da Maestro di Badia a Isola. Proprio da questo quadro iniziò una serie di eventi miracolosi che indussero la Comunità a dare avvio a quell’impresa che tutt’oggi possiamo ammirare ai piedi di Montepulciano.

Il 23 aprile di cinquecento anni fa due fanciulle di nome Antilia e Camilla, mentre tornavano a casa dopo aver lavato i panni, videro la Madonna dell’affresco aprire e chiudere gli occhi in un movimento del tutto umano e naturale. Lo stesso giorno un pastore di nome Toto, passando dinanzi al dipinto sacro, trovò uno dei suoi buoi inginocchiato sotto la santa immagine. Ma i miracoli non finirono qui. Dalle Notizie del Cardinale Roberto Nobili degli altri illustri poliziani e della città di Montepulciano si racconta che “defonti recuperarono la vita; si viddero ciechi illuminati; stroppi raddrizzati; ossessi liberati; sordi recuperare l’udito, muti la favella et altri infermi guariti”.

Il tempio di San Biagio si deve dunque a un episodio di devozione popolare che portò, il 4 maggio, all’approvazione del modello proposto da Antonio Da Sangallo il Vecchio. Nato e cresciuto a Firenze, studiò fin da piccolo nella bottega del padre, abile legnaiuolo e architetto. Nella sua formazione influirono decisamente gli artisti del Quattrocento, come il Brunelleschi e l’Alberti e le loro concezioni della proporzione perfetta. Nonostante si fosse specializzato nell’arte del fortificare, riuscì a rendere il Tempio il suo più grande capolavoro. Anche il papa dell’epoca, Leone X Medici, promosse l’edificazione attraverso grandi auspici.

Un ruolo importante per l’edificazione della chiesa venne portato avanti dal contadino Toto, che si impegnò tutta la vita nella questua in favore della costruzione del Tempio. Secondo un’altra leggenda Toto fu protagonista di un secondo evento miracoloso. Dubitando della fedeltà della moglie incinta le colpì la pancia con un pugnale. Dallo squarcio la minuscola testa del bambino si rivolse al padre per difendere la donna: «Fermati padre, sono tuo figlio».

Proprio nel Cinquecento il volto della città di Montepulciano inizia il suo cambiamento con la costruzione di molti palazzi signorili. Ciò si dovette al fatto che le maggiori famiglie del luogo assunsero un rilievo su scala nazionale. Molti furono gli interventi di Antonio da Sangallo, commissionato dai signori Ciocchi del Monte. Fra le sue opere si annovera la scultura del Crocifisso nella Chiesa di Sant’Agostino.

L’armonia architettonica del Tempio di San Biagio è eccezionale. Sembra l’amplificazione di un modello in legno la cui maestosità monumentale viene espansa a dimensione di una cattedrale. Come se la pietra che la compone si fosse sostituita al legno del progetto in scala per espandersi nelle tre dimensioni.

Il “plastico” presentato da Antonio da Sangallo fu approvato dal Consiglio di Montepulciano il 14 maggio del 1518. A esattamente 4 mesi di distanza venne posta la prima pietra. Il risultato è un santuario di grandissime dimensioni, che rimangono comunque adeguate alla misura della città di Montepulciano, destinata, in quegli stessi anni, ad una forte crescita architettonica. Lo stesso Tempio viene inquadrato all’interno della sperimentazione architettonica del Cinquecento, testimoniata dalle parole dello storico dell’arte Giulio Carlo Argan, il quale conferma che San Biagio non è un organismo di corpi curvi, ma un incastro di volumi squadrati. Ordine e proporzione, ricercate nel Rinascimento, si riscontrano perfettamente fra le parti dell’edificio. Un concetto proposto nel trattato vitruviano del Da Vinci e ripreso da Leon Battista Alberti.

Nel complesso, San Biagio risulta un’eccezionale sintesi fra il linguaggio artistico del Rinascimento maturo ispirato alla perfezione dei classici e la devozione religiosa dalla quale è scaturita l’edificazione della chiesa. La commistione fra scienza e miracoli ho partorito un capolavoro.

Don Domenico Zafarana, parroco di Montepulciano, ha a cuore l’accoglienza dei pellegrini e dei turisti, nel “gioiello architettonico alle pendici del centro storico” e augura a laici e credenti “di scorgere un’oasi di pace in un mondo quasi sempre intento a correre”.

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I DaBoot e la mototerapia

Fra i bolidi in esposizione e gli spettacoli acrobatici su due e quattro ruote, allo Show dei motori che si è svolto al Centro affari di Arezzo dal 6 all’8…

Photo Credit: Giovanni Bellacci

Fra i bolidi in esposizione e gli spettacoli acrobatici su due e quattro ruote, allo Show dei motori che si è svolto al Centro affari di Arezzo dal 6 all’8 aprile c’erano anche i ragazzi del Team DaBoot freestyle.

Sono ragazzi che si divertono a fare acrobazie in aria con la moto da cross, saltando da una rampa che li proietta a 10 metri d’altezza e non contenti si mettono anche a fare capriole e giri della morte. L’adrenalina che trasmettono è tantissima. Il rombo dei motori e lo scoppio delle marmitte ti entra nel cervello in un misto di fascino e timore; lo spostamento d’aria che si sente fra i capelli quando sfrecciano sulle rampe fa venire i brividi e quando si alzano gli occhi al cielo per vedere il risultato della loro passione e della loro follia, dentro di te qualcosa esplode. Succede a chiunque. Anche ai ragazzi diversamente abili che vedo a bordo-pista, che, come tutti gli spettatori, in un vero e proprio stato di estasi tendono le braccia in attesa che i piloti sfreccino accanto alle loro mani per battere il cinque.

I DaBoot sono degli eroi. Proprio come quelli dei fumetti: con la maschera e la tuta. Ma non tanto per quello che riescono a fare in aria, quanto per la gioia che trasmettono ai ragazzi con disabilità attraverso la mototerapia.

Si tratta un progetto nato nel 2012 grazie a uno dei membri del team: Vanni Oddera. Consiste nel condividere la passione per la moto con i ragazzi disabili, passare una giornata assieme a loro ed immergerli nel mondo del freestyle motocross, facendoli divertire e facendo loro trascorrere una giornata da veri riders.

Vado a parlare con i tre motociclisti al termine della loro esibizione. Mi parlano delle loro esperienze e mi spiegano della mototerapia.

«Ovunque andiamo nel mondo a fare i nostri show chiediamo alle associazioni per ragazzi diversamente abili di partecipare. Si vedono lo spettacolo in prima fila, a pochi centimetri dalle moto che sfrecciano e volano. Poi, quando finiamo di saltare li montiamo in sella con noi e li portiamo in giro per la pista. Vista da lontano sembra una gita romantica, dove due persone che si vogliono bene attraversano collinette e saliscendi al tramonto»

E loro come reagiscono?

«Esplodono di gioia. Fra le vibrazioni della moto, il chiasso assordante della marmitta e del motore, la musica a tutto volume iniziano a ridere come matti, urlano e piangono di felicità. Tanti quando scendono iniziano a saltellare e a gridare “è la cosa più bella della mia vita”. Provano cose che li rendono davvero felici. Per noi è un gesto semplicissimo, non ci costa niente, ma ci riempie di orgoglio e pace»

Convincete i nostri lettori e le associazioni per disabili a provare la vostra terapia.

«Bèh, facciamo tanti show all’anno e in tutto il mondo, ormai dal 2012, e sempre più ragazzi partecipano, perché genitori e assistenti provano sulla propria pelle e soprattutto su quella dei figli i risultati, i miglioramenti. Non è una medicina scientifica, ma riusciamo a infondere gioia ed emozioni fortissime a chi è meno fortunato di noi. È una cosa che fa sentire più umani»

Il Team DaBoot raggruppa i migliori giovani italiani nella disciplina acrobatica del freestyle e permette loro di esibirsi nel mondo alle più importanti competizioni. Fra questi pazzi c’è anche Davide Rossi, casentinese di Pratovecchio. È uno dei più giovani piloti della squadra DaBoot e arriva direttamente dalla FMX school di Alvaro Dal Farra, grandissimo freestyler. Nel 2017 è stato selezionato fra i 15 top riders al mondo per competere in una delle tre gare di freestyle MX più prestigiose del panorama, i Nitro World Games organizzati a Salt Lake City da Travis Pastrana, il più grande di tutti i tempi. Mi sono fatto raccontare la sua esperienza.

«Ho iniziato a saltare nel 2012. Vengo dal motocross e dall’enduro, un background che mi ha aiutato moltissimo. Il fascino del freestyle mi ha conquistato da subito, dalla prima volta che ho visto un pilota fare evoluzioni per aria. Allora mi sono trasferito a Belluno dove ho studiato in una scuola acrobatica. E da qui è iniziato tutto. Eventi, competizioni, tappe in giro per il mondo. Adesso è come una droga. Più salto e più vorrei saltare. È un’emozione che ti riempie anima e corpo ogni volta che ti sollevi dalla rampa di lancio»

Partecipi alla mototerapia?

«Certo! Le prime volte per me era molto dura, oltre che tanto emozionante. Poi ti accorgi di imparare da loro. Ci lamentiamo per la macchina nuova o il cellulare da cambiare perché è uscito il nuovo modello. Loro, con tutte le difficoltà della vita, riescono ad essere felici semplicemente stando in sella alla moto abbracciati a noi per 10 minuti. Bisogna ringraziarli, perché davvero ci insegnano tantissimo. È un’esperienza forte. All’inizio avevo il magone. Mi rendevo conto di quanto fosse difficile per loro e per i genitori. Adesso mi sento partecipe di un momento felice della vita di alcune persone. È stupendo»

Com’è Trevis Pastrana?

«Ho gareggiato nel suo circuito. È una persona speciale. Cordiale e gentilissima. Al termine della sessione è venuto a ringraziarci per essere venuti dall’Italia, nonostante che lui ci avesse concesso il privilegio di partecipare»

Mi ricordo del primo double back flip nella storia di questo sport. Eseguito proprio da Travis. Quanto ti manca per arrivare a quel livello?

«Vediamo… Ho degli obiettivi importanti e farò di tutto per raggiungerli. Sono scaramantico, perciò non dico nulla di più. Però il 14 luglio a Pratovecchio organizzo un evento di freestyle. Siete tutti invitati!»

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I fatti di Renzino – Le radici della Resistenza foianese: 17 aprile 1921

La repressione delle popolazioni nel corso di tutta la Storia ha puntualmente acceso focolai di rivolta, ed esempi che avvalorano questa naturale connessione fra oppressione e ribellione non mancano di…

La repressione delle popolazioni nel corso di tutta la Storia ha puntualmente acceso focolai di rivolta, ed esempi che avvalorano questa naturale connessione fra oppressione e ribellione non mancano di certo.

Dall’antichità fino ai giorni nostri, persone e popoli interi sono insorti contro politiche e concezioni della società volte alla segregazione e alla sopraffazione dei più deboli. Uno degli eventi più significati e peculiari della Storia italiana, che si iscrive all’interno di questo binomio oppressi-oppressori, fu il movimento della Resistenza nel biennio ’43 – ’45: la grande sollevazione popolare contro la dittatura e le violenze dei regimi fascista e nazista, che per più di 20 anni stremarono di torture l’Italia.

La storia che vi voglio raccontare parla di ribellione armata e fallimenti, di coraggio e dolore. I fatti che leggerete in questo secondo numero della rubrica dedicata agli avvenimenti storici nel territorio chianino ebbero luogo in un piccolissimo paesino di contadini, ai piedi del colle dominato da Foiano. Il nome di questo minuscolo agglomerato di case disposte lungo la via che porta ad Arezzo, segnò il punto d’avvio dell’azione antifascista foianese e allo stesso tempo il suo brusco arresto. Questo paese si chiamava, e si chiama tutt’oggi, Renzino.

Nella storiografia è fondamentale indagare la genesi e i processi evolutivi che portano allo sviluppo degli avvenimenti storici. Come il corso di un fiume non è fatto soltanto dalla foce e dal corpo principale, così gli avvenimenti storici non si possono né studiare né, tantomeno, comprendere senza che si risalga anche alla loro sorgente. Quelli che sono passati alla storia come I fatti di Renzino rappresentano metaforicamente la sorgente della Resistenza foianese, l’atto da cui, venti anni più tardi, i giovani di queste zone decisero di lottare per la libertà e la democrazia, sacrificando le proprie vite.

L’opposizione a ciò che sentiamo sbagliato o ingiusto, se ci pensiamo bene, scatta non appena questa situazione di oppressione si manifesta nelle sue primissime forme. Spontaneamente si creano contrasti, proteste più o meno accese e ribellioni. Le radici dell’opposizione al regime mussoliniano vanno cercate nell’ampio quadro dell’antifascismo e non nel fenomeno della Resistenza, che fu invece peculiare del biennio conclusivo della Seconda guerra mondiale. Il movimento resistenziale fu l’ultima fase di questo processo iniziato appena le squadre fasciste si mossero per reprimere con la violenza le forze politiche di sinistra.

Disegno di Ezio Raspanti sui fatti di Renzino – “Proprietà della famiglia Raspanti”

Le umiliazioni, le intimidazioni e i pestaggi contro la gente contadina e operaia di Foiano fecero sfociare tutta la sofferenza e la voglia di riscatto in un gesto di ribellione armata, che può benissimo rappresentare simbolicamente la nascita dell’antifascismo in Valdichiana. Il 17 aprile del 1921 un gruppo formato da anarchici, comunisti e socialisti assaltò e mise in fuga un convoglio fascista. Questa è la storia dei Fatti di Renzino. Questo è il simbolo del popolo di Foiano: un popolo resistente.

L’ambiente sociale in Valdichiana sì rivelò, fin dai primi mesi successivi alla fine della Grande Guerra, decisamente fertile per quelle nuove ideologie che, sull’eco assordante della Rivoluzione d’Ottobre, stavano investendo il continente europeo. La maggioranza schiacciante di braccianti e contadini fra la popolazione, permise al Partito Socialista di Turati di mettere solide radici in tutta la vallata chianina. In particolare, nel paese di Foiano arrivò presto ad ottenere la maggioranza assoluta nella giunta comunale.

Dopo la scissione di Livorno, dalla quale nacque il Partito Comunista d’Italia, Sindaco e giunta comunale aderirono alla nuova organizzazione politica, pur mantenendo una sincera collaborazione con il Partito Socialista. Fu questo di Foiano della Chiana, uno dei primissimi casi in cui il PCd’I ottenne la maggioranza in una giunta. Fondatore della sezione comunista del paese fu Galliano Gervasi, giovane falegname, definito poi nelle carte di polizia della prefettura di Arezzo come “Convinto ed accanito capeggiatore degli elementi più estremisti del suo paese”. Lo stesso che nel 1947, come deputato, parteciperà alla scrittura della Costituzione italiana.

Ma nello stesso periodo, un altro partito stava nascendo, spinto dall’appoggio della classe dirigente e dai proprietari italiani: il Partito Nazionale Fascista. In breve tempo questo manipolo di violenti venne sguinzagliato contro le leghe e i sindacati di tutta la penisola, portando con sé distruzione e morte.

Divenuti “padroni” di Arezzo i fascisti mal sopportavano la zona più rossa della provincia: la Valdichiana e in particolare Foiano, con sindaco e assessori comunisti. La mattina del 12 aprile del 1921, dopo che il sindaco e la giunta di Foiano della Chiana rifiutarono le minacciose e illegali richieste di dimissione da parte del marchese Perrone Compagni di Firenze, 150 fascisti, scortati dal regio esercito, invasero le strade di Foiano.

Vennero devastate la sezione socialista, la Camera del lavoro, la sede della Cooperativa badilanti e terrazzieri e i locali del Comune. Sfortunati passanti vennero bastonati e percossi, i genitori del sindaco e quelli di Gervasi minacciati. Durante tutta l’incursione le forze dell’ordine mantennero un atteggiamento accondiscendente nei confronti degli squadristi. Così, fra venerdì 15 e sabato 16 aprile, dopo le violenze e le distruzioni di pochi giorni prima, per tutelare l’incolumità dei cittadini si dimisero sindaco e giunta.

La domenica, alle cinque del mattino, partirono dal Capoluogo alla volta di Foiano due camion di fascisti con 22 camicie nere armate. I fucili, che avevano come equipaggiamento, furono messi a disposizione e concessi in prestito dai depositi del Regio esercito di Firenze, Arezzo, Perugia e Siena. Venne nuovamente messo a soqquadro il municipio, fecero irruzione nelle abitazioni minacciando di morte e malmenando i socialisti e i comunisti che vennero sorpresi nei loro letti. Stessa sorte toccò, ancora una volta, agli anziani genitori del Gervasi.

Nel pomeriggio, ad uno dei due camion fascisti di ritorno verso Arezzo, nella località di Renzino, venne tesa un’imboscata da un gruppo di ribelli, tra i quali parteciparono Bernardo Melacci, carismatico capo anarchico, e Galliano Gervasi. Colte alla sprovvista furono uccise tre camicie nere e molte altre vennero ferite.

Una reazione tutt’altro che istintiva. Tutt’altro che dettata da una situazione episodica, perché le violenze delle squadracce fasciste si protraevano da mesi in Valdichiana, addirittura anni nelle regioni del nord Italia. La violenza repressiva indirizzata dai proprietari e dai padroni contro quella povera gente che lottava per migliorare le proprie condizioni di vita, veniva applicata da uomini senza scrupoli, personaggi violenti ed esaltati. Sputavano a chi non si piegava alle loro malefatte, alle loro parole d’ordine. Riempivano di botte fino alla morte gli sventurati attivisti dei partiti di sinistra. Malmenavano i vecchi, stupravano donne e ragazze senza porsi il minimo scrupolo.

Quando i “ribelli di Renzino” decisero di armare i propri fucili da caccia e appostarsi nascosti lungo la strada, la loro indignazione contro questi soprusi non poteva più essere frenata. Tutte le violenze subite fecero sfociare la loro rabbia in un gesto disperato che riecheggiò per giorni sulle pagine di molti giornali italiani.

La reazione nera non si fece attendere. La sera stessa del 17 aprile Renzino pareva tutto un incendio: moltissime case e fattorie vennero bruciate e i contadini uccisi. Donne e madri vennero uccise sulla porta di casa, davanti ai figli e alle figlie. Molti padri vennero trascinati lungo i fossi e freddati con un colpo alla testa, colpevoli soltanto di far parte di quella classe avvilita e straziata dalla Storia. La stessa che in un gesto estremo di ribellione raccolse la rabbia di generazioni antiche, che si riconoscevano fraterne nello stesso misero destino.

Arrivarono squadre di fascisti da tutta la Toscana e perfino da Roma. Il giorno successivo nella piazza centrale di Foiano venne istituito un “tribunale fascista” e un numero mai precisato di abitanti della zona venne giustiziato con un colpo di fucile alla testa. Nelle settimane successive processi farsa e confini vennero imposti agli organizzatori dei Fatti di Renzino.

Questa ribellione spontanea nei confronti del regime venne sedata tramite massacri e arresti. Fu così che lo spirito ribelle foianese subì un bruttissimo colpo di arresto durante i 10 e più anni in cui le menti organizzatrici dei fatti vennero mandate al confino. Dopo la caduta del regime fascista però, tutti i prigionieri politici rinchiusi nelle carceri poterono tornare ai loro paesi d’origine. Ogni rivoluzione necessita di una guida e la rivoluzione antifascista aveva bisogno proprio di questi uomini: preparati politicamente nel sostenere la popolazione indifesa, carichi di esperienza per operare e organizzare la lotta contro il regime nella clandestinità.


Bibliografia:

  • Giorgio Sacchetti, L’imboscata, Foiano della Chiana 1921, un episodio di guerra sociale, Arti Tipografiche Toscane, Cortona, 2000.
  • AA VV, Antifascisti raccontano come nacque il fascismo ad Arezzo, Litostampa Sant’Agnese, Arezzo, 1974
  • Ezio Raspanti e Giovanni Verni, Foiano e dintorni, EE VV, Firenze, 1991.
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L’origine di Foiano della Chiana – Una leggenda per il prestigio dei Medici

Quando Niccolò Mannozzi pubblica nel 1613 l’opera Apologia, ovvero difesa dell’aria di Foiano dedicandola al Serenissimo Don Cosimo II Medici Granduca di Toscana questi ne rimane estremamente entusiasta, concedendo al…

Quando Niccolò Mannozzi pubblica nel 1613 l’opera Apologia, ovvero difesa dell’aria di Foiano dedicandola al Serenissimo Don Cosimo II Medici Granduca di Toscana questi ne rimane estremamente entusiasta, concedendo al lavoro dello scrittore foianese grande risalto all’interno del suo regno. Ma ciò che mosse davvero l’acuto interesse del grande Cosimo II fu soprattutto un’altra operetta del medesimo [Mannozzi] nel fine, che narra e da chi e quando fu edificata detta sua patria di Foiano.

Ma come mai l’opera di uno storico “minore” sull’origine di un piccolo paesino destò tanta approvazione da parte di uno dei più grandi uomini della storia della Toscana?

Nella storia antica moltissime città vantavano un’origine leggendaria, ne è l’esempio più classico Roma. Le leggende, oltre ad avere valenza di testimonianza storica ufficiosa, conferivano enorme prestigio a dinastie che si riconoscevano discendenti dei protagonisti di quei racconti. E fu esattamente quello a cui mirava la famiglia Medici.

Le ricerche della Dottoressa Elena Giannarelli hanno evidenziato come in un periodo in cui si dibatteva su quali fossero le lingue più antiche, il mondo classico, di origine greca ed ereditato da Roma, non aveva rivali. Firenze, considerata figlia dell’Urbe e fondata dai Romani, era chiamata la nuova Atene e questo imponeva, sul piano politico, una subordinazione con quanto veniva deciso sulle sponde del Tevere. A Firenze serviva un modo per staccarsi da Roma e rivendicare la propria indipendenza. E quale modo migliore se non quello di documentare la discendenza diretta dei Medici con Noè? Colui che ripopolò la Terra dopo la più tremenda punizione di Dio.

Nel 1497 il domenicano viterbese Giovanni Nanni, detto anche Annio da Viterbo, scrisse un’opera intitolata “Antiquitatum variarum volumina XVII” (Diciassette volumi di antichità varie), elaborando così una singolare tradizione: Noè uscito dall’Arca dopo il diluvio universale venne in Italia dove fondò 12 città nell’odierna regione Toscana, tra le quali Arezzo e Cortona. Da qui i suoi discendenti avrebbero dato vita alla civiltà etrusca.

Le testimonianze presentate da Annio provenivano tutte da autori e da opere da lui stesso inventate. Oggi sappiamo che il grande ricercatore, figura di primo piano della corte papale, nonché consulente e teologo di Alessandro VI Bolgia, fu il più celebre falsario di tutti i tempi.

A volte anche le leggende hanno bisogno di “un aiutino”.

Il mito ricomparve nel clima di festa delle nozze fra Cosimo I dei Medici e Eleonora di Toledo nel 1539. In questa occasione una grande processione con rappresentate le personificazioni delle cittadine toscane, si snodò per le strade di Firenze. I paesi sottoposti all’autorità medicea giurarono fedeltà a Cosimo e alla sua politica. Con orgoglio esse vantarono la loro antichissima origine Biblica: dopo il ritiro delle acque, una volta sbarcato dall’Arca, Noè raggiunse il Tevere fino ad arrivare in Tuscia, dove il Patriarca fondò parte del suo regno, che circa 4000 anni più tardi sarebbe stato governato proprio da Cosimo I de’ Medici.

Così le città toscane in quel lontano 1539 riconoscevano a Cosimo I, discendente degli etruschi figli di Noè, il diritto a unificarle sotto il suo potere. Fu un’operazione non soltanto politica, ma anche culturale: il vero sapere era quello dell’oriente, dei semiti, della Bibbia, fondato sulla parola divina e non sull’empirismo e sul sentito dire di Greci e Latini. Cosimo I dette massimo risalto a questa vicenda per il prestigio che avrebbe reso alla Toscana e alla dinastia Medici, mettendosi nella posizione di vantare discendenti che avrebbero popolato l’Europa. Firenze otteneva in questo modo la sua indipendenza da Roma.

Quando il Mazzoni pubblicò il suo libro sull’origine di Foiano della Chiana nel 1613, le ricerche che aveva avviato lo portarono alla lettura delle opere di quegli stessi autori, che dal domenicano falsario Annio da Viterbo vennero inventati e usati come testi di riferimento per il suo Antiquitatum. Ecco, a questo punto, il racconto della nascita di Foiano.

«Dopo a quel grande e universal Diluvio, che inondò tutta la Terra e gran parte dell’Aria […] essendo uscito fuori dall’Arca il Gran Padre della salvata gente del Mondo, Noè, nelli alti monti dell’Armenia, divise ai propri figli il Mondo tutto. […] Se ne venne in Italia […] avanti la venuta di Christo, nostro Redentore, nell’anno 2203. Et questo Noè fu detto ancora Iano, ovvero Giano. […] Questo Iano adunque arrivato in Italia e entrato sù per il fiume Albula, qual poi […] fu detto Tevere […] e mentre contra acqua navigava scoperse un altro fiume […] qual’hoggi Paglia detto viene e entrato in questo, non navigò troppo su per il fiume, che trovò un altro fiume che in Paglia entrava. […] Bellanda nome gli pose.

E vedendo e l’una e l’altra riva di così piacevol fiume […] smaltata di verdeggianti herbette e di vari fiori quali gareggiando insieme e di colore e di suave odore e di lieta vista, li parea che allegramente l’invitassero a riposarsi quivi. […] Et invitato dal garrir de pargoletti augelli, quali salutando con dolce canoro volando da ramo in ramo di diversi alberi fu di grandissimo contento e gioia ripieno. […] Scoperse un Colle tanto ameno, tanto vago e tanto lieto che subito di sé degno lo fece. […] Fece pensier di lasciar qui memoria eterna del suo felice e glorioso nome.

Colle smaltato di mille fiori bianchi, vermigli e gialli e che riempivano il luogo di suave odore e gli occhi di gioconda vita, se lo elesse per suo giardino e nobile diporto e volle che chiamato fosse Foiano, quasi Flos Iani, Fior di Giardino. […] Forum Iani: cioè piazza e mercato di Iano. Quasi volendo dire che per l’abbondanza vi concorresse grandissima moltitudine di gente e che per questo vi fosse continuamente la fiera.

Saper dovete che fece fare molti Tempi e notabili luoghi […] nominandoli dal suo nome e dalli effetti che egli faceva: come Monte Giano, Marciano […] Lucignano, Chianciano e altri simili, dove Iano faceva una cosa e dove un’altra».

È dunque questa l’origine leggendaria del paese di Foiano in Valdichiana. Ma, chiaramente, nulla di tutto quanto scritto è vero. Si tratta, come più volte ripetuto, di un mito, per di più nato da fonti inventate. Nonostante ciò il nipote e successore del primo Granduca di Toscana, Cosimo II, al quale era dedicata l’Apologia, sulle orme del nonno volle dare massimo risalto a questa leggenda tanto funzionale per la politica e il prestigio mediceo nel difficile scacchiere europeo.

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‘100% Circo’, un circo dove si impara a volersi bene

Nell’immaginario collettivo il circo è un tendone enorme a righe bianche e rosse, in cui si esibiscono animali ammaestrati, acrobati spericolati e immancabili clown. Ma dalla seconda metà del 1900,…

Nell’immaginario collettivo il circo è un tendone enorme a righe bianche e rosse, in cui si esibiscono animali ammaestrati, acrobati spericolati e immancabili clown. Ma dalla seconda metà del 1900, attraverso lo sviluppo del Noveau Cirque francese, il circo ha avuto una vera e propria “svolta contemporanea” che ha significato l’avvicinamento a molte discipline come il teatro, la danza, la musica.

Le innovazioni che questa nuova realtà ha introdotto sono la rinuncia agli animali, il ruolo fondamentale della musica, l’utilizzo di tecniche attoriali e coreografiche da parte dell’artista, che segue e sviluppa in ogni esibizione un tema di fondo.

Simona è la fondatrice della scuola aretina di arti circensi ‘100% Circo’, fondata nel 2015 dopo una lunga gestazione iniziata 7 anni prima e che oggi conta 120 allievi. Si è formata in Trentino, alla Biennale di circo e tutt’ora prosegue i suoi studi inseguendo un grande sogno: far conoscere il circo contemporaneo. Incuriosito da questo mondo affascinante, ho voluto saperne di più.

Se dico “circo” la gente a cosa pensa?

Ci sono dei luoghi comuni molto radicati nell’immaginario collettivo. Rispecchiano certamente ciò che è stata la storia di quest’arte così meravigliosa, ma tutto va avanti e si evolve: il mondo cambia e con esso tutto ciò che ne fa parte, compreso il circo. La gente pensa soprattutto a tendoni altissimi, grandi arene con animali ammaestrati, giocolieri, pagliacci, acrobati e l’inconfondibile motivetto “ta ta tara tara ta ta tara“. Ancora oggi se si parla con molte persone si sente dire “mio figlio non farà mai il circo come quelli che vivono in mezzo a una strada”. È un preconcetto carico di ignoranza. Il circo, come altre arti, è anche stare in mezzo alla gente, coinvolgere passanti, esibirsi per le vie della città. Come si può dire che dedizione, passione e divertimento siano cose da evitare? È assurdo.

 Invece, qual è la vostra idea di circo?

L’idea che ricerchiamo è quella di un circo innovativo sulla scia del circo contemporaneo francese. Lo intendiamo sia come arte che come sport, sia come applicazione mentale che fisica, sia come modo di vivere la quotidianità che come momento di evasione. 100% Circo ha il compito di far conoscere l’arte circense e quello ancora più importante di far esprimere e far star bene ragazzi e ragazze, grandi e piccini. Lavoriamo molto sulle dinamiche di gruppo, sul rapportarsi con gli altri, sul confidarsi e parlare. Crediamo che il circo sia un ottimo mezzo per rendere felici le persone.

Quali sono le discipline che insegnate?

Giocoleria, equilibrismo, acrobatica a terra e in aria. “Tutti all’inizio fanno tutto” perché vogliamo far sviluppare ogni abilità del corpo umano. Si parte dall’acrobatica a terra, perché è necessario trovare confidenza con gli stati di equilibrio fra i corpi, imparare a conoscersi come strutture complesse e piene di possibilità espressive. Una volta capita questa fondamentale premessa si inizia con tutti gli attrezzi di giocoleria. Una preparazione generale solida serve per destreggiarsi al meglio nell’equilibrismo su corde sospese, sfere, palloni, trampoli, monocicli. Solo dopo aver imparato ognuna di queste cose si inizia l’acrobatica aerea sul famoso trapezio e sul cerchio. Quello che può sembrare un “giochino” comincia ad affascinarti quando ti rendi conto della sua complessità. È quasi una legge della natura: la difficoltà spinge a mettersi in gioco, a migliorare, a combattere con sé stessi per crescere, per capire.

Quello che fate è solo un gioco?

Gli equilibri e le lezioni che si imparano nel circo poi si ripropongono nella vita di tutti i gironi. Il circo fa provare gioia, come la prova un bambino che si innamora di un giocattolo e, come detto prima, ti mette in strettissimo contatto con altre persone. Mi sento di dire che il circo sia terapeutico, perché è pura felicità. Attenzione però, qui non manca affatto disciplina, dedizione, serietà e applicazione. È vero che si tratta di “giochi”, ma sono situazioni che richiedono concentrazione per non rendere il “gioco” pericoloso. In questo frangente una scuola di circo deve essere dotata di ogni sistema di sicurezza in modo da scacciare più velocemente possibile le paure. Gli studenti si prendono cura di sé e dei compagni agendo come veri e propri “dispositivi di sicurezza”. L’autostima aumenta progredendo con l’apprendimento. La fiducia in sé stessi cresce ad ogni ostacolo superato. Bisognerebbe che la gente iniziasse ad associare l’idea del circo ad un’attività fortemente pedagogica e allo stesso tempo ludica. E noi siamo qui per dimostrarlo.

So che avete progetti didattici all’interno delle scuole. Come si combina la scuola sui banchi con quella sui trampoli?

Sì, lavoriamo con le scuole medie e superiori cercando chiavi di accesso che si adattino ad ogni ragazzo, ad ogni personalità. Il metodo didattico si lega a quello di materie come educazione fisica, ovviamente, ma anche letteratura, teatro e psicologia. L’integrazione, la collaborazione, lo scambio di emozioni fanno parte del progetto formativo. È molto importante mettere in contatto i ragazzi cercando di frantumare le barriere che spesso si creano fra di loro. Una delle nostre regole è che ogni lezione inizia mettendosi in cerchio per conoscerci e scambiarci idee e termina con un altro cerchio in cui ognuno lascia un feedback e si mette in relazione con il gruppo. I ragazzi hanno libera scelta sul percorso. Scelgono attrezzi e ruoli in totale libertà, perché vogliamo liberare la loro espressività in autonomia e in modo più possibile soggettivo, stimolando un approccio di tipo sperimentale. Una delle differenze fondamentali tra il circo del passato e quello contemporaneo sta proprio nell’avere introdotto finalità pedagogiche ad ampio raggio.

Letteratura, teatro, psicologia…?

Esatto. Il circo è un’arte che si intreccia ad altre discipline come la danza e la musica (oltre a quelle che ti ho già detto). È una grande valigia da viaggio dove poter mettere un sacco di esperienze e insegnamenti. Altro tabù da sfatare è che non si tratta soltanto di arte, ma anche di sport, dal momento in cui ci deve essere una preparazione fisica importante: per fare acrobazie servono forza e coordinazione. Gli studenti della nostra scuola si esibiscono a teatro in saggi e spettacoli e questo sta a significare la forte compenetrazione tra le discipline.

Gli artisti di teatro o i musicisti, per esempio, hanno il compito di comunicare con il pubblico. L’artista circense?

Il nostro artista mette nella sua performance tantissimo del suo vissuto. Esprime un viaggio che è una profonda ricerca interiore. Che poi il messaggio arrivi o meno allo spettatore a noi interessa relativamente: sappiamo che è molto difficile. Ciò che più vogliamo è che il ragazzo si sia conosciuto o ri-conosciuto durante il percorso circense. Lo spettacolo conclusivo (il saggio) rappresenta la ricerca che ogni artista fa di sé. Se pensiamo ai giullari che si esibivano instrada per il popolo, a modo loro esprimevano una situazione reale di disagio. Dobbiamo immaginare l’artista che porta al centro della scena le sue emozioni oltre alle sue capacità acrobatiche, con una regia e una sceneggiatura che supportano e definiscono la traccia dello spettacolo.

I vostri studenti come arrivano a conoscere la scuola di circo?

Soprattutto attraverso i progetti che facciamo nelle scuole: i ragazzi e i bambini osservano, provano, rimangono incuriositi e affascinati. Oppure vedono la mia macchina piena di attrezzi colorati, ormai diventata una specie di simbolo di 100% Circo, che ha come un “effetto miele”. Molti sono colpiti dalle esibizioni di aerea dove le ragazze volteggiano per aria. Rispetto a sport come calcio o nuoto, che coinvolgono un’infinità di bambini, ragazzi e adulti, il circo non ha lo stesso bacino di iscritti. Purtroppo è ancora un traguardo lontano. Bisogna continuamente dimostrare che quello che facciamo è una cosa bella. Il circo potrebbe anche essere fatto come attività congiunta ad altri sport, perché aumenta le capacità motorie e percettive a livello esponenziale: nei giocolieri e negli equilibristi lavorano entrambi gli emisferi del cervello.

A chi consiglieresti di iscriversi alla scuola di circo?

Lo consiglierei a chiunque, grandi e piccini, maschi e femmine. Fa bene al corpo e alla mente. Nella mia esperienza personale posso assicurarvi che il circo mi ha cambiata: mi ha aiutato a credere in me stessa, a non aver paura, a non mollare di fronte alle difficoltà. L’ambiente stesso è salutare, perché il corpo lavora a 360° si provano e si condividono tantissime emozioni. S’impara a volersi bene e a prendersi cura di noi. Purtroppo le persone non giocano più e questo non va affatto bene. Perciò, venite a giocare con noi!

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Chi ascolta gli Espana Circo Este? “Le persone felici”

Ho fatto dodici chiacchiere con gli España Circo Este, nel loro (tutt’altro che) lussuosissimo back-stage, dopo uno dei loro folli concerti. C’era tutto il necessario per un’intervista: birre, sedie  bagnate dalla guazza della notte,…

Ho fatto dodici chiacchiere con gli España Circo Este, nel loro (tutt’altro che) lussuosissimo back-stage, dopo uno dei loro folli concerti. C’era tutto il necessario per un’intervista: birre, sedie  bagnate dalla guazza della notte, tavoli con gravi problemi di menomazione alle gambe e quattro ragazzi maleducati con la testa piena di buchi.

Leggenda vuole che gli Espana Circo Este si siano formati nel 2013, in Argentina. Il loro sound, originale e inaudito, mescola melodie latine con il reggae, cumbia dei quartieri più poveri di Buenos Aires con il punk spaccatimpani transeuropeo: un crossover di generi musicali, una cornucopia ricchissima. Ecco perché viene naturale descriverli come una band che suona Tango-punk.

In 4 anni di attività hanno suonato sui palcoscenici di tutta Italia e di tutta Europa, in festival che sono il paradiso degli eventi live. Oltre 450 concerti e migliaia di km macinati per strade e autostrade del continente. La forza degli ECE sta proprio nei live: esplosivi, folli, simili a riti pagani dove movimenti convulsi, urla, rumori e fischi acuti trascinano il pubblico in un’irresistibile danza tribale. La parola energia trova sul palco degli Espana il suo significato più completo, la sua rappresentazione massima.

A gennaio 2017 è uscito il loro secondo album “Scienze della maleducazione” per la Garrincha Dischi e il tour che lo presenta si sta alternando tra concerti in Italia e festival europei.

Siete pazzi o è tutto normale così?

Siamo pazzi. Non puoi essere normale se vuoi fare un lavoro del genere. La vediamo come una cosa naturale: siamo pazzi di natura. Essere pazzi non vuol dire non essere normali, alla fine siamo tutti un po’ pazzi. Diciamo che noi abbiamo trovato un modo costruttivo per dare sfogo alla nostra pazzia. È più pazzo chi va a fare l’avvocato o studia Economia (Jimmy – alla batteria – si è laureato in economia, ma ha abbandonato per fare tango-punk bestiale).

Tango-punk, come vi è venuto in mente?

Siamo quattro personalità con influenze completamente diverse (dal Death-metal a Manu Chao). Abbiamo unito la patchanka con un basso distorto, ritmi sudamericani con una batteria punk ed è venuto fuori quello che suoniamo oggi. In realtà all’inizio non abbiamo saputo dire cosa facessimo, poi, un giorno, un giornalista ha recensito il nostro disco e da lì abbiamo detto «Tango-punk… È nostro!!». È stata una cosa non voluta. Per la prima volta ci siamo sentiti compresi. È stato bello.

Marcello… quante volte fischi in un concerto?

Si sente tanto? Da fastidio? Carica la situazione dai! Comunque tante: ogni 7 secondi un fischio che ne dura 8. Forse devo un po’ regolarmi. Metteremo i fischi di Marcello nel prossimo disco! (Ridono).

Il fischio è identificativo: il fischio è “Marcello degli Espana Circo Este”. Se non avete mai visto un loro live non potete comprendere la bellezza del fischio. Il fischio è sacro.

Voi fate tour in tutta Italia e in Europa, ogni anno. Quanto è importante muoversi, viaggiare, spostarsi da un paese all’altro, attraversare frontiere in un mondo che cerca di alzarne sempre di nuove?

Noi, come tutti gli occidentali, viviamo questi fenomeni in maniera più facile, distaccata. Abbiamo molta più libertà di quanta possa averne un libico, un africano, un siriano. Questo ti mette nella condizione di gioire di quello che hai e di quello che fai, ma ci fa anche capire in modo diretto che c’è gente che fa il “viaggio” sì, ma perché scappa dalla fame. Diciamo che si diventa più consapevoli stando vicino alla realtà.

Vi sentite di rompere queste barriere?

È difficile. È una cosa molto grande. Noi abbiamo la possibilità di osservare molti dei fenomeni che caratterizzano la società contemporanea. Possiamo provare a capire cosa vuol dire essere un migrante. Nel nostro piccolo cerchiamo di mandare messaggi, ovvio, sempre. Ma non siamo paladini di niente, ci sentiamo solo in dovere di rompere i coglioni a chi non ha un briciolo di umanità.

Gli Espana Circo Este hanno un sogno?

Suonare in America Latina. Fare un tour mondiale. Suonare ovunque, in tutto il mondo. Sarebbe bello poter vivere questi posti tutti assieme.

Combattere il Bau-Bau, lottare contro il Marasao, trapanare teste (ascoltate l’album La revolution del amor). Tra un concerto e l’altro fate questo. Ci spiegate di cosa si tratta?

Sono rivoluzioni. Ognuno di noi ha una sua piccola rivoluzione da fare, qualcosa da combattere, da cambiare e se tutti quanti uniamo queste piccole rivoluzioni si può creare qualcosa di grande e bellissimo. Una cosa che sto facendo io (Marcello – voce e chitarra) da un po’ di tempo è coltivare un orto, e da aprile a settembre non spendo soldi, non mangio cose zozze: con il mio pomodoro decido di combattere i pesticidi. Jimmy invece, ha detto no ai soldi, sì alla passione: non apre mutui a tassi svantaggiosi, non pignora case ecc. (Ridono) Quello che notiamo è che molti giovani mettono da parte sogni e passioni per dare priorità alla carriera e ai soldi. Noi cerchiamo di incrinare questo meccanismo. Servirebbe forse credere di più in sé stessi e nelle proprie idee. Non bisogna cadere nella trappola che ci fa credere che la società sia solo quella che vediamo. E comunque la società si può cambiare. Seguire la propria passione è anche serietà e rispetto, per sé stessi e per gli altri. Ci hai mai visto prendere anche un solo concerto sotto gamba? Anche quelli con poca gente! Insomma ne hai visti un sacco! Siamo sempre incazzati e carichi a bestia! Passione è la parola che più descrive quello che facciamo.

Le parole di Marcello quando mi viene a salutare prima di un concerto sono sempre «Bella raga. Stasera si spacca! Dai! A dopo».

Avete fatto una Revolution del amor e adesso, insieme alla disubbidienza, la state insegnando a scuola. Come va la vostra nuova Facoltà di Scienze della maleducazione? (Che poi sarebbe il vostro ultimo album).

Sorprendentemente bene. Ci siamo un po’ “induriti” rispetto all’ultimo disco e la gente la sta prendendo bene questa cosa, perciò siamo contentissimi che ci stia seguendo in questa fase. I nostri tour in Europa ci hanno dato tanta cattiveria. Volevamo fare un disco più forte. Le ultime 50 date fuori dall’Italia, in festival strafighi, ci hanno dato l’opportunità di vedere che la musica live ancora funziona bene e i musicisti picchiano forte. È tutto molto anni ’90. Là funziona così: quegli anni non sono mai finiti. In 4 mesi abbiamo ereditato molto di quella cultura. E poi, dopo che ti fai 6000 chilometri in autostrada lo fai per forza un CD un po’ incazzato. In Italia molte delle cose che abbiamo visto sono scomparse, ma noi ne abbiamo troppo bisogno. La musica ne ha bisogno. Ecco che il tour in Europa ci ha dato la carica per sperimentare e registrare questo nuovo album. Ci siamo estraniati completamente dall’Italia: le cose che stanno uscendo adesso sono molto patinate, molto pop. Noi non ci siamo adattati, non abbiamo seguito questa corrente, perché ci trovavamo lontani, in paesi dove ti costringono a lanciare via la chitarra acustica per stringere forte e violentare quella elettrica.

Facciamo un gioco. Avete un super-potere: potete far ascoltare i vostri album in loop nella mente di 3 persone. Chi scegliete?

(Marcello) Il mio Prof. di lettere del liceo, perché mi ha fatto venir fuori un sacco di passioni, vorrei ringraziarlo così.

Comunque ci pensiamo tutta la notte a questa cosa qua perché è una domanda troppo difficile e troppo figa. Ti rispondo per messaggio su Facebook, perché ora non saprei davvero cosa dirti.

Però Zanetti ha ascoltato il nostro album! Per la rubrica “Personaggi improbabili”.

Chi ascolta, secondo voi, gli Espana Circo Este?

Le persone felici. Le persone fiduciose, le persone positive.

Chi dovrebbe ascoltarli?

Gli infelici, i negativi. È una missione. Piano, piano… Il prossimo disco sarà un po’ più per gli infelici: ci avvicineremo a loro.

Il prossimo disco…?

Stiamo andando fuori di testa con le drum-machine. Sarà molto diverso: un’evoluzione degli Espana. Una figata! Fino ad ora abbiamo sempre cercato di rincorrere ed emulare il live per riproporlo nei nostri CD, ma abbiamo capito che è la cosa più sbagliata. Vogliamo che siano due realtà completamente diverse, due anime della stessa persona.

Sarà una bella sorpresa…

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