Da quando è iniziata la pandemia Cuba ha praticamente sbarrato le sue frontiere per proteggersi dalla diffusione incontrollata del virus, impedendo di fatto l’ingresso al turismo: la principale fonte di guadagno per l’economica dell’isola. La conseguenza è stata una crisi economica e alimentare che molti paragonano a quella degli anni ’90, quando crollò il blocco comunista in Europa al quale Cuba era legata. Oggi, come allora, la crisi è aggravata un embargo economico imposto da più di sessant’anni e senza alcun criterio dagli Stati Uniti, che le impedisce di commerciare liberamente.

Dopo aver prodotto attraverso l’industria farmaceutica statale un vaccino anti-Covid efficace al 90% e averlo somministrato a quasi tutta la popolazione (compresa quella in età pediatrica), il 15 novembre 2021 il Governo ha deciso per la riapertura delle frontiere.

L’Italia, tuttavia, ha impedito viaggi per turismo nell’isola caraibica, che da ormai 6 mesi registra non più di uno o due decessi per coronavirus al giorno. Nello stesso periodo in Italia si toccavano picchi di oltre 200 morti e le frontiere erano aperte in entrata e in uscita per Stati nei quali si stavano diffondendo varianti molto pericolose e il numero di contagi aumentava giorno dopo giorno in maniera esponenziale.

A distanza di 6 mesi il settore turistico è tornato a pieno regime e anche il Governo italiano ha finalmente sbloccato i viaggi a Cuba. Ma se per i turisti l’isola della Rivoluzione è tornata allegra, solare e incredibilmente bella, per i cubani la situazione è ben diversa.

Il reportage da un chianino a Cuba.


Verso le sei del pomeriggio il cielo sopra la campagna piatta di un paesino della provincia di Artemisa – a circa un’ora e mezza di autobus da L’Habana – è già colorato di rosso fuoco. Sul retro della casa il patrigno di Cari annota l’ultima puntata di una sorta di lotteria che gestisce insieme al nipote. Sul tavolo ci sono un sacco di pesos ordinati in pile e molti foglietti con appuntati nomi e numeri. Seduta lì accanto, una signora sulla sessantina gli detta le sue quotidiane speranze di arrotondare la pensione. In camera da letto Cari aiuta la sorellina di nove anni con i compiti, mentre la madre si muove tra la cucina e la rimessa per preparare la cena. Dalla strada si sente il rumore regolare di zoccoli, di carretti che fracassano rimbalzando a ogni buca della strada e le grida di passanti che si salutano. Finito di mangiare ci attardiamo a parlare della mitica Raffaella Carrà, di vecchi programmi televisivi cubani, delle poche cose successe in paese e soprattutto del costo e della scarsità del cibo.

Dall’inizio della pandemia nel 2020 Cuba è sprofondata in una crisi economica che a molti ricorda quella degli anni Novanta. Allora il crollo dell’Unione sovietica e del campo socialista ebbe ripercussioni violentissime sull’isola caraibica. Il Governo rivoluzionario si ritrovò privo di qualsiasi tipo di sostegno economico e finanziario e impossibilitato a commerciare con il resto del mondo a causa dell’embargo imposto dagli USA. Nel paese mancavano generi di qualsiasi tipo: dal cibo alle medicine, dagli elettrodomestici ai più semplici pezzi di ricambio. Quel decennio è passato alla storia come “periodo especial”: periodo speciale.

A distanza di trent’anni il popolo cubano sta affrontando un’altra gravissima emergenza e il blocco economico statunitense è sempre lì, inumano e privo di qualsiasi logica, denunciato nel corso degli anni dall’ONU, da Amnesty International e da gran parte della comunità internazionale. Ancora oggi nel circuito finanziario mondiale la maggioranza degli istituti bancari non accetta dollari statunitensi provenienti da Cuba, perché temono le pesanti sanzioni pecuniarie (anche milionarie) del bloqueo inasprito da Trump e mantenuto dall’attuale amministrazione Biden.

La nonna di Cari continua a ripetere incredula «200 pesos per qualche pomodoro! Un anno fa costavano 40!». Negli ultimi mesi praticamente ogni cosa nell’isola ha quadruplicato il suo costo: frutta e verdura, carne, carta igienica, shampoo, detersivo, ecc. A inizio 2021 il Governo rivoluzionario ha disposto la riforma dell’economia per l’aumento dei salari, l’unificazione nel pesos cubano delle due monete circolanti fino a quel momento – il CUP e il CUC – e l’introduzione il sistema di vendita di beni alimentari e generici conosciuto come “tiendas enmoneta libremente convertible” (MLC).

Si tratta di negozi che vendono cibo, prodotti per la casa e la cucina, elettrodomestici, accessori, ecc., dove è possibile acquistare solo con carta di credito contenente valuta estera. Questa decisione ha generato malumore tra la popolazione, perché costringe chiunque voglia fare certi acquisti a possedere “moneta forte”, estremamente complicata da reperire da quando la pandemia ha bloccato la principale fonte di guadagno per l’isola: il turismo.

Non tutti, però, possono comprare in questi negozi e ciò ha provocato nuove disuguaglianze. Inoltre, si è creato come una sorta di mercato parallelo in cui chi riesce ad accumulare euro, acquista e rivende i prodotti a prezzi elevati a chi possiede solo pesos. Legate alle tiendas en MLC sono sorte altre due problematiche: questi negozi sono pochi in rapporto al numero di persone che li utilizzano, per questo si creano sempre lunghe code, ma soprattutto i prodotti scarseggiano e spesso gli scaffali sono vuoti. «Per fare acquisti dovremmo andare a San Antonio de los Baños, che sta a 15 km da qui o all’Habana» mi spiega Cari. «In alternativa ci sono persone che si spostano per comprare e rivendere cose dalla città alla campagna. Per alcuni è diventato un lavoro molto remunerativo».

Il Ministro dell’economia Alejandro Gil Fernandez ha affermato che a causa dell’inasprimento del blocco economico voluto da Trump e l’assenza di turisti dovuta alla pandemia, Cuba si è trovata costretta a adottare misure “necessarie e non desiderate per accumulare valuta in grado di competere nel mercato mondiale e finanziare i settori interni dell’economia come – per esempio – trasporti, istruzione e industria (che sta praticamente paralizzata).

Pare inoltre che la scarsità di farina, latte, carne, fertilizzanti, insetticidi, mais, uova, galline, ecc. dipenda non solo dall’impossibilità di importare prodotti e materie necessarie alla coltivazione e all’allevamento, ma anche da una politica inefficace nel settore agropecuario.

La gente è stanca, perché vessata dalle difficoltà economiche e da due anni di pandemia. Si augura che i provvedimenti presi dal Governo servano davvero a qualcosa – anche se moltissimi sono scettici – e soprattutto che i negozi in MLC aprano all’utilizzo del pesos cubano.

Per l’ennesima volta (giugno 2021) Cuba ha fatto appello alla comunità internazionale affinché venga rimosso l’embargo statunitense: un provvedimento che potrebbe davvero ribaltare il destino dell’isola. Tuttavia, nonostante l’Assemblea Generale dell’ONU si sia espressa con 184 voti a favore della rimozione del bloqueo e 2 contrari (USA e Israele), il Presidente Biden non sembra intenzionato a cambiare politica nei confronti di Cuba.

Francesco Bellacci
La Habana, Cuba

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