La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Alessia Zuccarello

Sentieri del Monte Cetona – Itinerario 3 – dal borgo Fonte Vetriana a pian delle Contesse

Il monte Cetona, 1.148 metri, appartiene al territorio di 3 comuni, Sarteano, Cetona e San Casciano dei Bagni. Salire alla vetta del monte Cetona è un’esperienza interessante, essendo un cippo…

Il monte Cetona, 1.148 metri, appartiene al territorio di 3 comuni, Sarteano, Cetona e San Casciano dei Bagni.
Salire alla vetta del monte Cetona è un’esperienza interessante, essendo un cippo di confine naturale fra quattro province (Siena, Viterbo, Perugia e Terni) e tre regioni (Toscana, Lazio ed Umbria).
Offre splendide vedute sulla Val d’Orcia, l’Amiata, la Valdichiana e, in giornate limpide di tramontana, si spazia fino ai monti dell’Appennino Centrale. Ricoperto da boschi e da macchia mediterranea fino alla vetta, ospita flora e fauna di montagna. Molte strade sterrate e sentieri attraversano borghi e casali, intersecandosi fra loro. A metà del Novecento in questi borghi vivevano quasi 1.000 abitanti. Oggi i residenti stabili sono meno di 50. Alcuni percorsi sono inagibili, abbandonati da tempo, altri sono invece facilmente transitabili a piedi, a cavallo, in mountain bike e, in parte, anche in auto.

I 12 itinerari proposti in questa rubrica sono tutti agevoli, percorribili senza pericoli, a passo lento adatto anche a famiglie con bambini. Partendo da Sarteano, tutti gli itinerari sono compresi fra la strada provinciale 478 per Radicofani (al km 13,1 – località San Giuliano), la strada sterrata che collega San Giuliano con San Casciano dei Bagni (località Le Murate) e la strada della Montagna che riconduce a Sarteano, attraverso i Cancelli, comprendendo la deviazione al borgo medioevale di Camporsevoli nel comune di Cetona.


Itinerario 1
Itinerario 2

Itinerario 3 – dal borgo Fonte Vetriana a pian delle Contesse

 

Partenza: borgo di Fonte Vetriana
Arrivo: Pian delle Contesse, strada della montagna km 3,5
Lunghezza: 5 km
Grado di difficoltà: •••
Tempo di percorrenza a piedi: 2h 30’

Starting point: the village of Fonte Vetriana
Arrival: Pian delle Contesse (Strada della Montagna,km 3.5)
Length of the route: 5km
Difficulty degree: •••
Time on foot: 2h 30’

 

 

Si sale per la strada principale che porta alla cima del Cetona (foto 3.1). Dopo circa 1 km si giunge ad una curva con una sbarra sulla sinistra (foto 3.2,vedi itinerario 2); si attraversa la sbarra e si prosegue fino al Varco il punto più basso della costa del Monte Cetona. (foto 3.3) Attraversato il varco la strada scende a tornanti nel bosco lasciando sulla destra il vecchio podere l’Agabita ridotto a un rudere e dopo una svolta a sinistra si attraversa un’altra sbarra. Sulla sinistra si trova il podere le Contesse e sulla destra il viale alberato della nuova Agabita, quindi un pianoro e la strada della Montagna al km 3,5 (foto 3.4)

Go uphill following the main road to the top of Mount Cetona (photo 3.1) for about 1 km, until you meet, after a bend, a bar across the road on your left (photo 3.2 – see also Route 2); cross the bar and go on until you reach the Varco (photo 3.3), which is the lower spot on the side of Mount Cetona. Proceed downhill and through the wood, past the ruins of Podere Agabita (which you will see on your right); then, after a bend on the left, cross a bar. As you go forward you will see “PodereLe Contesse” on your left, and a tree-lined road that leads to New Agabita on your right. Going forward, you will reach a flat clearing and the Strada della Montagna at km 3.5  (photo 3.4).

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Sarteano Living, ProLoco Sarteano, Comune di Sarteano e Terre di Siena.
Puoi scaricare la guida digitale Strade e Sentieri del Monte Cetona (pdf) dal nostro negozio online o da Sarteano Living.
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Il turismo del benessere e la crescita economica

Quando si parla di turismo del benessere si intende la pratica di viaggiare verso Paesi o regioni straniere alla ricerca di tranquillità fisiologica e mentale, da ottenere grazie alle terapie…

Quando si parla di turismo del benessere si intende la pratica di viaggiare verso Paesi o regioni straniere alla ricerca di tranquillità fisiologica e mentale, da ottenere grazie alle terapie e alle risorse locali. Questo tipo di turismo è caratterizzato dalla ricerca di un’alimentazione sana, di strutture quali spa, terme, centri fitness e opportunità di sviluppo creativo e spirituale. L’obiettivo del viaggio diventa quindi il raggiungimento e mantenimento di uno stato di benessere psicofisico.

Dati globali e nazionali, previsioni e prospettive future (2015-17)

Il WHO (World Health Organization) definisce il benessere come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, che va oltre la cura delle malattie o delle infermità. L’organizzazione ne promuove il mantenimento proattivo attraverso l’adozione di comportamenti utili a migliorare la propria salute. Nell’era contemporanea, la globalizzazione ha favorito non solo lo scambio di merci e servizi, ma anche di culture. Di conseguenza, l’aspettativa è che la richiesta globale per il turismo del benessere continui ad aumentare nei prossimi anni. Marketing e promozione hanno giocato un ruolo cruciale nel diffondere l’idea che pace mentale e benessere fisico si possano ottenere attraverso una serie di esperienze come trattamenti erboristici o termali, percorsi in spa e attività rigeneranti in località esotiche. Questo fattore, unito all’incrementata capacità di spesa dei viaggiatori rispetto ai decenni passati, ha spinto sempre più la domanda turistica verso la nicchia del benessere.


Il settore del turismo del benessere è in forte crescita. La maggior incidenza di disagi psicologici legati allo stress nella vita quotidiana e professionale, o la maggiore percezione degli stessi, sta facendo aumentare la domanda per terapie di tipo olistico (caratterizzate da un approccio multidisciplinare che enfatizza lo studio di problemi caratterizzati da interazioni complesse tra le loro parti). Un altro fattore determinante per la crescita del turismo del benessere è la crescente propensione dei viaggiatori a immergersi nella cultura di un Paese straniero. L’interesse mostrato dal settore ricettivo ha portato a un notevole aumento dell’attenzione nei confronti di questa nicchia. Grandi catene alberghiere si sono dotate di centri benessere a disposizione dei loro ospiti, offrendo massaggi, trattamenti in spa, sessioni di meditazione e così via.

L’espansione del settore turistico si sta rivelando trainante per la nicchia del benessere. I viaggiatori desiderano sempre più sperimentare la cultura del benessere della loro destinazione, specie se antica e radicata nella tradizione locale. Anche quei viaggiatori per cui il benessere non è una priorità tendono sempre più a usufruire di tali servizi messi a loro disposizione. Il turismo del benessere sta acquisendo popolarità anche tra la generazione dei ‘baby boomers’ (nati tra il 1945 e il 1964), che vanno sempre più alla ricerca di trattamenti anti età e pacchetti spa.

Mantenere o migliorare il proprio stato di benessere è l’obiettivo primario dei wellness traveller. Il GWI (Global Wellness Institute) stima che il turismo del benessere rappresenti un mercato dal valore globale di 564 miliardi di euro (2017), e che stia crescendo al doppio della velocità rispetto al resto del mercato turistico. Con un volume stimato di 639,4 miliardi di dollari nel 2017, il turismo del benessere è un settore in rapida espansione ed è cresciuto del 6,5% annuo dal 2015 al 2017 (più del doppio del tasso di crescita del turismo in generale). Nel 2017 i viaggiatori hanno intrapreso 830 milioni di viaggi per il benessere, 139 milioni in più che nel 2015. La crescita è stata spinta da una classe media globale in espansione, un crescente desiderio di adottare stili di vita salutari, un crescente interesse nel turismo esperienziale e una maggiore convenienza di viaggi e trasporti.

Tra le regioni, l’Europa rimane la destinazione prescelta del maggior numero di viaggi per il benessere, mentre il Nord America primeggia nelle spese. L’Asia è l’area che ha visto la crescita più rapida, con una domanda stimolata da economie forti e una classe media in espansione.

Il volume della spesa per i viaggi di benessere in Europa è pari a 185 miliardi di Euro. Il target di riferimento del mercato del turismo del benessere include due tipi di viaggiatori:

    • quelli primari, che intraprendono il viaggio con l’obiettivo di migliorare la propria condizione psicofisica e scelgono le loro destinazione in base all’offerta di questi servizi;
    • quelli secondari, che auspicano a tenersi in forma o a intraprendere attività benefiche durante viaggi il cui obiettivo primario non è il benessere personale.

I viaggiatori del benessere secondari rappresentano la maggiore fetta di pubblico dei viaggi del benessere e della relativa crescita settoriale: a loro sono da imputare l’89% dei viaggi e l’86% della spesa (2017).

Il turismo del benessere secondario sta crescendo con un tasso annuale maggiore (10%) rispetto al mercato primario (8%) (2015-17). A livello globale, i viaggi domestici rappresentano l’82% del totale dei viaggi di turismo del benessere e il 65% della relativa spesa. I viaggi internazionali invece rappresentano una fetta di spesa proporzionalmente più grande, perché il livello medio di spesa per un viaggio internazionale è assai superiore. Il turismo del benessere internazionale è cresciuto più rapidamente (12% annuo) rispetto al turismo domestico (9% annuo) nel periodo 2015-2017.

I viaggiatori del benessere spendono di più per ogni viaggio rispetto al turista medio. Questo è vero sia per i viaggi domestici che per quelli internazionali: nel 2017, il turista del benessere internazionale ha speso di media 1.528 dollari per viaggio, il 53% in più del turista tipico. Le cifre aumentano per il turismo domestico: 609 dollari per viaggio, ovvero il 178% in più del turista tipico. Le proiezioni del GWI mostrano che il turismo del benessere continuerà a crescere con un tasso del 7,5% fino al 2022, decisamente più in fretta rispetto al 6,4% del turismo generico globale.

L’aspettativa è che la spesa totale per il benessere turistico superi i 919 miliardi di dollari nel 2022, ritagliandosi il 18% del mercato globale. Contemporaneamente, i viaggi dovrebbero aumentare dell’8,1% annuale a 1,2 miliardi di viaggi nel 2022. Più della metà delle spese previste fino al 2022 saranno collocate in Asia e nel Pacifico, America Latina e Caraibi, Medio Oriente e Nord Africa e Africa subsahariana, spinte dalla crescita massiccia del turismo domestico e intraregionale.

Il benessere, l’ospitalità e i viaggi di lavoro stanno convergendo. Da quando il turismo del benessere è entrato nelle tendenze del consumismo mainstream, qualche anno fa, l’industria si è evoluta rapidamente. Aziende e governi stanno investendo nello sviluppo di nuove strategie, prodotti, esperienze e destinazioni. Il benessere, l’ospitalità e il viaggio stanno convergendo in modi diversi e senza precedenti, sperimentando nuove partnership e modelli di business per aiutare i viaggiatori a integrare il benessere in ogni aspetto del loro soggiorno. I 639,4 miliardi di dollari spesi ogni anno dai viaggiatori del benessere sono distribuiti in diversi segmenti dell’industria turistica: cibo, alloggio, attività, escursioni, shopping e altri servizi. Ciascun segmento può includere attività relative al benessere (come la visita a una sorgente termale, concedersi un massaggio, fare una lezione di meditazione o di fitness), mentre altre spese sono più generiche (trasporti, ristorazione e alloggio normale, acquisto souvenir). Più i consumatori incorporano il benessere nel loro stile di vita, più crescono le opportunità per le aziende di integrarlo nella propria offerta, intercettando le spese dei viaggiatori del benessere.

Gli hotel pensati per trasmettere un’idea di benessere sono di tendenza. Più il turismo del benessere diventa popolare, più gli hotel sono incentivati a incorporare questa propensione al relax nel design della struttura, nonché in servizi e altre attività. Ad esempio, letti e illuminazione che aiutano a migliorare la qualità del sonno, finestre e scuri capaci di bloccare del tutto luce e suoni, strumenti da fitness collocati in camera e video guide per la ginnastica; snack e menù salutari, spa e palestre in struttura.

La crescita del settore sta stimolando l’innovazione: alcune aziende del settore offrono servizi aggiuntivi a coloro che intendono trattenersi per soggiorni di lunga durata. Ad esempio, una combinazione di coworking, convivenza e viaggio, in modo che il cliente possa esperire nuove culture e Paesi pur continuando a lavorare e a intrattenere rapporti con gruppi di persone con cui condivide idee e stili di vita.  L’avvento del turismo del benessere sta stimolando la comparsa di novità nel mercato, dando forma a nuove concezioni di turismo esperienziale.

Il marketing territoriale diventa più autentico e locale. Le sorgenti termali sono il settore che ha visto la maggiore crescita di marketing e sviluppo, soprattutto nei Paesi dalle tradizioni termali ben radicate. L’evoluzione del turismo del benessere rende possibile portare benefici su larga scala alle popolazioni ed economie locali: pertanto, il turismo del benessere è sempre più parte integrante della pianificazione turistica locale e dello sviluppo sociale. Il Tirolo austriaco ha fatto leva sul settore per sviluppare una rete regionale di strutture e aziende che offrono servizi di benessere personale, includendo più di 100 realtà che vanno dalla telemedicina all’enogastronomia, alla nutrizione, alla fornitura di equipaggiamenti e tecnologie per le spa, al benessere sul lavoro e così via.  Altre realtà americane hanno messo a punto veri e propri distretti urbani dove l’ospitalità interseca la sanità, con attenzione al design, all’inclusione di strumenti e servizi focalizzati su uno stile di vita sano e rilassante a disposizione non solo dei turisti, ma anche dei residenti e dei lavoratori in loco.

Il benessere del viaggiatore, infatti, è sempre più connesso a quello della popolazione locale. Con l’aumento di consumatori che adottano il benessere come stile di vita, essi pianificano i loro viaggi sempre più spesso secondo questo criterio, ponendo maggiore attenzione al benessere degli abitanti dei luoghi che visitano, dei dipendenti delle strutture dove soggiornano e delle persone con cui interagiscono. Il benessere di un luogo è il DNA della sua autenticità. Sempre più destinazioni e regioni stanno andando in questa direzione, garantendo il benessere dei residenti per poter proporre i propri valori come brand. In ottica olistica, star bene e fare bene sono strettamente connessi. Non possiamo stare veramente bene se le nostre comunità e i nostri ecosistemi non stanno bene. Le ricerche nei campi della felicità, compassione e altruismo suggeriscono che siamo più proni a ottenere un senso di pace e benessere più profondo e durevole se ci focalizziamo sugli altri, aiutando, donando e formando relazioni più solide. Il rapporto del Global Wellness Tourism Economy prevede che i futuri viaggiatori del benessere vedranno sempre più un parallelo tra la trasformazione personale e le relazioni sviluppate durante il viaggio, il loro impatto sulla gente del posto e i luoghi che toccano.

La qualità dei trasporti diventa sempre più importante per il mantenimento del benessere psicofisico. Viaggiare può essere logorante per la nostra salute fisica e mentale. Ressa, ritardi, controlli, bagagli e molti altri fattori causano stress, uniti a jet lag, carenza di sonno, alterazione della routine, cibo di scarsa qualità e tempo atmosferico avverso: spesso si torna dalle vacanze più stanchi di quando si è partiti. Nonostante ciò, viaggiare è comunemente considerato un’attività benefica per la salute. Fin dai tempi antichi, le persone si sono spostate per ricercare benessere e guarigione. Oggi, il viaggio è visto come evasione, avventura e rigenerazione. Una recente indagine sui millennials fatta da Expedia ha rivelato che per quattro intervistati su dieci la principale motivazione dei viaggi è la ricerca di relax. Dal momento che il viaggio aereo può essere deleterio e stressante, aeroporti e linee aeree stanno promuovendo programmi di benessere e salute per i loro clienti. Si stanno infatti sviluppando collaborazioni tra aeroporti, compagnie aeree e aziende del benessere: spa di fascia alta, centri fitness e lezioni di benessere all’interno dei terminal e delle lounge room; meditazione in volo, opzioni alimentari più sane fino alluci che aiutino la regolarità del ritmo circadiano dei passeggeri e riducano l’impatto del jet lag.

Il benessere si intreccia con la tradizione e la natura delle località in cui facciamo turismo. In Europa, il turismo del benessere si lega sempre più alle tradizioni e filosofie locali, come saune, banya, hygge e lagom scandinavi e baltici. Grecia, Germania, Ungheria, Portogallo, Francia e Bulgaria hanno dato via a un progetto di partnership internazionale chiamato “Roman Thermal Spas of Europe”, il cui obiettivo è promuovere il turismo termale di spa e resort di origini romane. In relazione a ciò, sta aumentando anche la domanda di attività parallele che abbiano a che fare con la natura, come camminare fino a una località panoramica per meditare, fare yoga o tai chi all’aperto.

Le nuove attività che potrebbero essere integrate nelle offerte alberghiere, tenendo conto del turismo del benessere, sono le seguenti:

    • ESERCIZIO: offrire ai clienti attività di fitness, ginnastica, yoga, meditazione. Assicurarsi che le stanze siano sempre ben areate e salubri, gli strumenti ben mantenuti.
    • ATTIVITÀ ALL’APERTO: offrire tragitti escursionistici, itinerari per jogging e bicicletta, magari legate ai luoghi d’interesse artistico-culturale, storico o naturalistico del territorio.
    • SPA E RIPOSO: offrire servizi che aiutino l’ospite a trovare relax e salute, a vivere emozioni positive. Si può tenere da parte una stanza dotata di una bella vista da usare come sala massaggi e offrire servizi di estetista. Gli ospiti cercano relax e silenzio, camere che trasmettano tranquillità. Un’atmosfera di pace e pulizia aiuta gli ospiti a sentirsi al sicuro dallo stress delle loro vite quotidiane.
    • CIBO E BEVANDE: la destinazione ideale di chi ricerca il benessere offre pasti salutari, ricchi di verdura stagionale e nutrienti. Si possono offrire opzioni per celiaci e vegani. Altra buona pratica è tenere lo staff ben informato sulle varie diete che vengono proposte e su come viene preparato il cibo.

I comparti dell’economia del benessere, a livello globale

Il settore del benessere o del wellness, a livello globale, è cresciuto da 3,2 trilioni di Euro nel 2015 a 3,6 trilioni di Euro registrati nel 2017, secondo la ricerca 2018 Global Wellness Economy Monitor rilasciata dal GWI. I nuovi dati evidenziano che il benessere sia uno dei settori che sta crescendo più velocemente a livello internazionale. Dal 2015 al 2017, l’economia del wellness è cresciuta del 6,4% all’anno, quasi il doppio rispetto alla crescita economica globale (+3,6%). I consumi totali in questo settore a livello globale superano la metà della spesa totale in salute e rappresentano il 5,3% dell’economia mondiale. Ecco nello specifico i dati relativi ai principali comparti.

Turismo del benessere

Mondo: Il mercato mondiale del turismo del benessere che vale 552 miliardi di Euro è cresciuto del 6,5% nel triennio 2015-2017, un dato più che doppio rispetto alla crescita del mercato del turismo in generale nello stesso periodo che si è attestata al +3,2%. Nel 2017 sono stati effettuati 830 milioni di viaggi wellness, 139 milioni in più rispetto al 2015 – oggi il turismo wellness rappresenta il 17% dell’intero mercato del turismo.

Europa: Si classifica al primo posto al mondo per numero di viaggi effettuati ogni anno: 292 milioni di viaggi nel 2017, in crescita rispetto ai 250 milioni del 2015 con un tasso medio di crescita del 8,1% all’anno. In termini di fatturato l’Europa si classifica al secondo posto con 182 miliardi di Euro totalizzati nel 2017, superata solo dal Nord America con 209 miliardi di Euro.

Italia: Si classifica al decimo posto come mercato per il turismo del benessere con un fatturato totale di 11,6 miliardi di Euro, in crescita rispetto agli 11 miliardi del 2015. L’Italia si classifica inoltre al 12° posto per crescita del numero di viaggi che nel 2017 si sono attestati a 13,1 milioni. Il comparto impiega circa 150mila persone.

Settore spa

Mondo: Il mercato mondiale delle spa è cresciuto dagli 85,2 miliardi di Euro del 2015 ai 102,7 miliardi nel 2017, un ritmo di crescita molto più alto di quello registrato nel triennio 2013-2015. Il numero di spa è cresciuto dalle 121.595 del 2015 ad oltre 149.000 nel 2017.

Europa: Rappresenta il primo mercato al mondo in termini di fatturato con un valore di 28,8 miliardi di euro, cresciuto del 10,1% rispetto al 2015. Circa una spa sul tre a livello mondiale si trova in Europa e circa 1 euro su 3 speso in servizi spa viene speso in Europa. Il settore impiega oltre 800mila persone.

Italia: Sesto mercato al mondo nel settore con un fatturato di 2,8 miliardi di Euro nel 2017, in crescita del 32% rispetto ai 2,1 miliardi del 2015. In Italia si contano quasi 4000 spa, in forte crescita rispetto alle circa 3000 del 2015, che impiegano 83 mila persone.

Settore Termale

Mondo: Il settore delle terme, in termini di fatturato, è cresciuto a livello globale dai 44 miliari di Euro del 2015 ai 48,6 miliardi registrati nel 2017, mentre il termini di strutture è cresciuto da 27.507 centri termali a 34.057. Il settore è fortemente concentrato in Europa e nell’area dell’Asia e del Pacifico, che assieme totalizzano il 95% del fatturato mondiale del comparto.

Europa: L’Europa, in cui le terme sono state per secoli al centro della cultura del benessere, rappresenta il secondo mercato mondiale del settore con quasi 6000 strutture che producono un fatturato totale di 18,7 miliardi di Euro, in crescita annua del 4,9% rispetto ai 17 miliardi del 2015. Il settore europeo impiega in totale oltre 438mila persone.

Italia: L’Italia si posiziona al quinto posto mondiale nel mercato delle terme superata solo da Cina, Giappone, Germania e Russia. Il mercato italiano vale 1,5 miliardi di Euro all’anno e conta 768 strutture termali.

Corporate Wellness

Mondo: Il settore vale 41 miliari di euro a livello mondiale, ma il dato è ancora estremamente basso rispetto al massiccio impatto economico che il settore potrebbe avere in termini di maggiore produttività. Si stima infatti che la perdita di produttività legata a malattie e demotivazione sul lavoro si pari al 10-15% dell’economia mondiale. Oggi solo il 9,8% dei lavoratori a livello mondiale sono interessati, in qualche forma, da programmi di benessere aziendale.

Europa: L’Europa è il secondo mercato al mondo nel settore, con un fatturato totale di 14,7 miliardi di Euro, superato solo dal Nord America con un fatturato di 17,6 miliardi di dollari. Si classifica però al primo posto in termini di tassi di crescita del settore. Oggi, circa il 25% dei lavoratori europei (101 milioni) hanno accesso a qualche servizio o programma per il benessere sul posto di lavoro.

Italia: L’Italia si posiziona al settimo posto a livello mondiale per fatturato nel settore corporate wellness che vale in totale 1,4 miliardi di Euro all’anno.


Fonti:
TMR Research
GWI – Global Wellness Tourism Economy Report
International Journal of Hospitality Management

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Sentieri del Monte Cetona – Itinerario 2 – dalla vecchia cava al borgo Fonte Vetriana

Il monte Cetona, 1.148 metri, appartiene al territorio di 3 comuni, Sarteano, Cetona e San Casciano dei Bagni. Salire alla vetta del monte Cetona è un’esperienza interessante, essendo un cippo…

Il monte Cetona, 1.148 metri, appartiene al territorio di 3 comuni, Sarteano, Cetona e San Casciano dei Bagni.
Salire alla vetta del monte Cetona è un’esperienza interessante, essendo un cippo di confine naturale fra quattro province (Siena, Viterbo, Perugia e Terni) e tre regioni (Toscana, Lazio ed Umbria).
Offre splendide vedute sulla Val d’Orcia, l’Amiata, la Valdichiana e, in giornate limpide di tramontana, si spazia fino ai monti dell’Appennino Centrale. Ricoperto da boschi e da macchia mediterranea fino alla vetta, ospita flora e fauna di montagna. Molte strade sterrate e sentieri attraversano borghi e casali, intersecandosi fra loro. A metà del Novecento in questi borghi vivevano quasi 1.000 abitanti. Oggi i residenti stabili sono meno di 50. Alcuni percorsi sono inagibili, abbandonati da tempo, altri sono invece facilmente transitabili a piedi, a cavallo, in mountain bike e, in parte, anche in auto.

I 12 itinerari proposti in questa rubrica sono tutti agevoli, percorribili senza pericoli, a passo lento adatto anche a famiglie con bambini. Partendo da Sarteano, tutti gli itinerari sono compresi fra la strada provinciale 478 per Radicofani (al km 13,1 – località San Giuliano), la strada sterrata che collega San Giuliano con San Casciano dei Bagni (località Le Murate) e la strada della Montagna che riconduce a Sarteano, attraverso i Cancelli, comprendendo la deviazione al borgo medioevale di Camporsevoli nel comune di Cetona.

Itinerario 1

Itinerario 2 – dalla vecchia cava al borgo Fonte Vetriana

Partenza: strada provinciale 478 per Radicofani, al km 8,7
Arrivo: borgo di Fonte Vetriana
Lunghezza: 5km
Grado di difficoltà: •••
Tempo di percorrenza a piedi: 2h 30’

Starting point: 478 provincial road to Radicofani, km 8.7
Arrival: the village of Fonte Vetriana
Length of the route: 5km
Difficulty degree: •••
Time on foot: 2h 30’

Come nell’itinerario 1 si parte dalla provinciale per Radicofani al km 8,7. Al primo bivio, dopo 50 metri, si prosegue tenendo la destra (foto 2.1), passando sotto il podere Troscione, e sopra il podere Boccatananna. Dopo circa 800 metri si attraversa una sbarra sulla sinistra (foto 2.2) e si sale su una sterrata al podere Pozzi, lasciandolo sulla destra. Passata una sbarra si trova un bivio, dove, a destra, si sale per oltre un km fino ad incontrare la strada del Varco (foto 2.3); qui, si scende a destra fino alla strada sterrata principale per la vetta del Cetona.
Scendendo ancora a destra si arriva al borgo di Fonte Vetriana (foto 2.4). Variante 2 bis per il cipresso centenario Camilla verso la fine a destra. Invece di salire al podere Pozzi, alla sbarra, si prosegue diritto passando sopra il podere Casalberna. Dopo il cipresso Camilla, tenendo la destra si raggiunge la strada provinciale per Radicofani al km 12.

This route starts like the previous one: follow the provincial road 478 and, at km 8.7, turn on the white road on your left. After 50 metres you reach a cross road. Now take the road on your right (photo 2.1) and go ahead. Along the path, upper on the hill, there is an old farmhouse, podere Troscioni, while podere Boccatananna will be lower than you. Go forth for about 800 metres, then turn left, pass a bar (photo 2.2) and go ahead on the white road to podere Pozzi. There, turn left and go on as far as you meet a crossroad; take the road on your right and go up to the hill until you get to the road called “Strada del Varco” (photo 2.3). Turn right and go on and you will cross the main white road which leads to the peak of Mount Cetona. Go ahead on your right until you reach the Fonte Vetriana village (photo 2.4). You can also take the “Variante 2 bis” to the very old Camilla cypress. Just before the bar on the way to Pozzi, go straight (instead of going left). Down this path you will see “Podere Casalberna”. Camilla cypress is close to the end of the path, on your right. Once you encounter it, follow the path on the right until you reach the provincial road to Radicofani at km 12.

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Sarteano Living, ProLoco Sarteano, Comune di Sarteano e Terre di Siena.
Puoi scaricare la guida digitale Strade e Sentieri del Monte Cetona (pdf) dal nostro negozio online o da Sarteano Living.
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L’impermeabilizzazione del suolo e il rischio idrogeologico in Valdichiana

Quando pensiamo al suolo, come lo vediamo? Come una risorsa, qualcosa di ovvio forse, che è sempre stato lì e sempre ci sarà; il suolo è ciò di cui è…

Quando pensiamo al suolo, come lo vediamo? Come una risorsa, qualcosa di ovvio forse, che è sempre stato lì e sempre ci sarà; il suolo è ciò di cui è fatto il mondo. Il suolo, l’epidermide del pianeta Terra (la nostra casa, l’unica minuscola pallina fluttuante nell’universo in cui ci siano le condizioni adatte allo sviluppo della vita come la conosciamo), quello strato di materia antica e fertile che ci permette di coltivare, di costruire, di vivere. Come molte delle cose che abbiamo, lo diamo spesso per scontato: infatti, il suolo non è una risorsa rinnovabile.

L’importanza del suolo

Il suolo svolge una gamma molto ampia di funzioni vitali per l’ecosistema: è alla base della produzione alimentare e di materiali da costruzione rinnovabili; crea habitat che favoriscono la biodiversità del sottosuolo e di superficie; regola il flusso delle acque verso le falde e filtra le sostanze contaminanti; riduce la frequenza e il rischio di alluvioni e siccità; aiuta a regolare il microclima in ambienti ad alta densità urbana, assorbendo il calore e nutrendo la vegetazione.

L’impermeabilizzazione del suolo intralcia ciascuna di queste funzioni e riduce in maniera considerevole i loro effetti benefici. Questo dovrebbe farci preoccupare molto, dato che il suolo non è una risorsa facilmente rinnovabile: i suoi tempi di rigenerazione sono lunghi e quelli di formazione addirittura secolari.

Cos’è l’impermeabilizzazione del suolo?

Il terreno e il suolo sono risorse fondamentali per la vita. Tuttavia, nel corso degli ultimi decenni l’occupazione di terreno per l’urbanizzazione e la costruzione di infrastrutture è aumentata a un ritmo più di due volte superiore al tasso di crescita demografica.

Quando la terra viene coperta da un materiale impermeabile, come per esempio il cemento o l’asfalto, si verifica un fenomeno chiamato impermeabilizzazione del suolo: una delle prime cause di degrado del terreno nell’Unione Europea (e quindi anche dell’Italia), che accresce il rischio di inondazioni e di scarsità idrica, contribuisce al riscaldamento globale, minaccia la biodiversità e riduce la disponibilità di terreni agricoli fertili.

L’occupazione del terreno in Europa è in aumento costante, specialmente nelle aree urbane, a causa soprattutto di un fenomeno detto città diffusa o sprawl urbano. Questa continua espansione urbana ha un impatto immenso sulla vita e sull’ambiente, anche se spesso non siamo educati a vederlo.

Gli impatti dell’impermeabilizzazione del suolo sull’ambiente e sull’uomo

Pressione sulle risorse idriche
L’impermeabilizzazione riduce l’assorbimento di pioggia da parte del suolo. L’acqua, non defluendo correttamente, si infiltra in maniera disordinata e aumenta il rischio di inondazioni (anche per collasso del sistema fognario). I terreni impermeabilizzati sono più soggetti alla siccità e necessitano di irrigazione più frequente: agricoltura e comunità dipendono sempre più dai bacini artificiali.

Perdita di biodiversità
Un quarto delle specie esistenti vive nel terreno e molte di esse si occupano di svolgere funzioni fondamentali (decomposizione, il riciclo dei nutrienti, ciclo del carbonio), rendono il suolo più permeabile da acqua e gas e sono spesso fondamentali per la sopravvivenza di altre specie.
L’impermeabilizzazione lineare (strade, autostrade) è legata alla frammentazione ambientale, fenomeno legato alla diminuzione delle specie selvatiche, al cambiamento climatico locale e all’aumento dell’inquinamento chimico e acustico.

Perdita di terreni fertili
I centri urbani tendono a svilupparsi in aree molto fertili, quindi l’impermeabilizzazione del suolo nelle aree urbane porta inevitabilmente a una diminuzione di terreni produttivi liberi. Questo rappresenta un pericolo per la sicurezza della disponibilità di cibo in Europa: un’analisi condotta dal Centro Comune di Ricerca (CCR) della Commissione Europea ha dimostrato che, tra il 1990 e il 2006, 19 Stati membri hanno perso un potenziale produttivo agricolo totale pari a 6,1 milioni di tonnellate di frumento (circa un sesto del raccolto annuale in Francia). Anche a causa dell’erosione del suolo, l’Italia è il paese che ha sperimentato la perdita maggiore.

Aumento del fenomeno delle isole di calore
La perdita di vegetazione nelle aree urbane, il maggiore assorbimento di energia da parte di superfici scure come l’asfalto e l’emissione di calore degli impianti di climatizzazione e del traffico danno vita al fenomeno cosiddetto ‘isola di calore urbano‘. Queste ondate di calore rappresentano un grande pericolo per le fasce di popolazioni più deboli.

Riduzione della vegetazione
I grandi alberi sono essenziali per l’assorbimento di particelle inquinanti e per mitigare la velocità e la turbolenza del vento. Aumentano l’umidità a livello del terreno, raffreddano, aiutano a regolare le risorse idriche. Una forte impermeabilizzazione del suolo genera ambienti più caldi, ventosi, inquinati, franosi e siccitosi.

Danni all’economia locale
Il degrado del territorio danneggia l’economia locale impattando negativamente sull’agricoltura e sul turismo, riducendo il valore dei terreni e la qualità della vita delle comunità locali.

Nonostante la portata immensa del problema, difficilmente ne sentiamo parlare, anche quando i suoi effetti si fanno sentire nella nostra quotidianità, con il risultato che nella percezione comune i rischi dovuti allo sfruttamento del suolo siano quasi nulli.

Iniziative e politiche locali atte ad arginare il problema sono disincentivate da alcuni importanti fattori:

  • la dipendenza delle autorità locali dal gettito di imposte e tasse di urbanizzazione;
  • l’inadeguatezza del trasporto pubblico o la mancanza di alternative ai veicoli privati;
  • l’aumento del valore del terreno entro i confini urbani e svalutazione delle periferie (che si ricollega allo sprawl urbano);
  • percezione comune che il problema non sussista, data l’abbondanza di spazi verdi nelle zone rurali.

L’impermeabilizzazione del suolo in Valdichiana

La Valdichiana, una pianura alluvionale, potrebbe essere definita un paesaggio d’acqua; per sua natura è un territorio delicato dal punto di vista idrogeologico, specialmente nella zona della piana. Eppure, lo sviluppo dei suoi centri abitati e delle infrastrutture che la attraversano non è stato progettato in modo da tenere conto di questa fragilità.
Quando si parla di impermeabilizzazione del suolo, i fattori da tenere in considerazione per comprenderne le conseguenze sono molti. In Valdichiana ci sono diversi aspetti che rendono il problema critico:

INFRASTRUTTURE VIARIE

Nel corso degli anni, l’urbanizzazione e l’artificializzazione hanno contribuito alla modifica del paesaggio, attraverso la rimozione delle colture miste in favore delle monocolture e l’aumento della pressione sui corsi d’acqua e sulle zone umide.

L’autostrada, la ferrovia e le statali che connettono i paesi ai piedi delle colline (come la direttiva Cortona-Castiglion Fiorentino-Arezzo) creano un effetto barriera longitudinale che attraversa tutto l’ecosistema chianino, che risulta tagliato e frammentato anche da tutte le opere connesse a queste importanti infrastrutture (zone industriali, nuovi centri urbani, centri commerciali). Tutto questo si ripercuote non solo a livello superficiale, ma anche sulla qualità degli ecosistemi acquatici che risentono dell’inquinamento civile e industriale.

AGRICOLTURA INTENSIVA

Il suolo della Valdichiana è fertile e per questo la sua vocazione è sempre stata quella agricola. Tuttavia, l’attività agricola si sta facendo sempre più intensa e specializzata (monocolture di cereali, frutteti, vasti vigneti specializzati, colture industriali come il tabacco e la barbabietola da zucchero), causando effetti collaterali come l’aumento del rischio di erosione del suolo, la pressione sulle risorse idriche, la riduzione della biodiversità e la rimozione della vegetazione nativa.

ESPANSIONE DEGLI INSEDIAMENTI URBANI

In Valdichiana i centri urbani si sono sviluppati attorno ai borghi storici collinari, andando a occupare anche le zone di pianura in maniera spesso dispersiva, causando una frammentazione ambientale. A queste dinamiche si vanno spesso ad aggiungere fenomeni di degrado degli edifici storici (leopoldine e ville granducali) conseguenti al loro abbandono. Oggi, però, si presta molta attenzione al patrimonio rappresentato dalle leopoldine e sono molti i progetti che ambiscono al loro recupero nel rispetto dei caratteri storico-architettonici che le contraddistinguono.

LE ACQUE SUPERFICIALI

I laghi di Montepulciano e Chiusi sono poco profondi e si trovano alla fine di un sistema di drenaggio artificiale che passa attraverso un’area di agricoltura intensiva e densamente abitata. Questo, quindi, rende il sistema idrico della Valdichiana molto delicato, essendo particolarmente esposto al rischio di inquinamento, impoverimento e interrimento. L’acqua che defluisce dalle colline circostanti alla valle e il drenaggio limitato rendono molte aree soggette a un elevato rischio idraulico, aggravato dalla densità di infrastrutture e di aree asfaltate o cementificate.

LE COLLINE

Tutte le debolezze del sistema idraulico a valle aumentano di conseguenza il rischio di erosione del suolo e frane anche in collina, accentuato dall’intensità dell’agricoltura e dall’abbandono. Essendo terreni molto fertili si è sviluppato uno squilibrio a favore delle attività produttive rispetto a quelle di difesa del territorio e dell’integrità dell’ecosistema, mentalità che nel lungo termine potrebbe comportare danni strutturali ingenti. Il dissesto idrogeologico in collina si traduce spesso in eventi franosi: in Valdichiana i rischi maggiori si trovano sulle colline che circondano Arezzo, sul preappennino e sulle colline intorno a Montepulciano.

Come si può arginare il problema?

I dati rendono evidente l’importanza di implementare al più presto politiche sostenibili che riducano gli effetti di degrado e di dissesto territoriale. L’impermeabilizzazione del suolo e il conseguente dissesto idrogeologico possono essere arginati solo tramite una gestione amministrativa consapevole e mirata, integrata con la progettazione del verde urbano, il cui effetto benefico sulle dinamiche del suolo e della rete idrografica è già stato dimostrato.

Le amministrazioni possono intervenire dando priorità al mantenimento della stabilità del reticolo idrografico, delle zone umide e dei sistemi di bonifica. Una buona pratica già in essere è, per esempio, il Contratto di Fiume, un patto volontario tra più soggetti con l’obiettivo comune della riqualificazione del territorio fluviale dell’area in cui operano.

Altre buone pratiche, suggerite anche dall’Unione Europea, sono:

– controllare e limitare lo sprawl urbano progettando con attenzione i nuovi insediamenti e le nuove infrastrutture, specialmente nelle aree pianeggianti di Civitella e Arezzo;

– limitare il più possibile la posa di nuove superfici impermeabili (asfalto, cemento);

– creare nuove aree verdi e boschi di connessione alle aree forestali rimaste;

– salvaguardare le aree verdi, le foreste e i pascoli esistenti, ma anche le aree agricole rimanenti come nel territorio di Sinalunga e Torrita lungo la Foenna;

– optare per colture sostenibili e diversificate, realizzare siepi, boschi e zone tampone nei pressi di fiumi e canali;

– riqualificare e riutilizzare aree già edificate o degradate;

– limitare o trovare soluzioni per ovviare all’effetto barriera costituito dalle infrastrutture viarie;

– proteggere le aree umide dalla contaminazione dei sistemi di drenaggio di superficie.

L’intenzione dell’Unione Europea è quello di far sì che tutte le sue politiche tengano conto delle loro conseguenze sull’uso del terreno, per giungere all’obiettivo di un incremento dell’occupazione netta di terreno pari a zero entro il 2050.

Conclusioni

Tutto ciò che abbiamo dipende dal suolo. La situazione sempre più drammatica che ci troviamo a vivere, non solo in Valdichiana, richiede un intervento urgente e serio. Per anni tematiche come quella del cambiamento climatico e dello sfruttamento selvaggio del terreno sono state trascurate, lasciate in secondo piano perché non percepite come prioritarie. Oggi la situazione è ben diversa: dalle scelte e dalle azioni che compiamo oggi dipenderà il futuro delle nostre città, del nostro territorio; esse determineranno la vita dei nostri figli, le loro opportunità, la loro sicurezza, la loro salute. E non è propaganda, non è un argomento che sia colloquialmente che politicamente si può liquidare come demagogia di sinistra o di destra: è dovere dell’intero spettro politico e di tutti i cittadini assumersi le proprie responsabilità e affrontare di petto il problema ambientale. Il benessere collettivo è il solo e ultimo scopo di una società.


Fonti:
http://ec.europa.eu/environment/soil/pdf/guidelines/pub/soil_it.pdf
http://www.regione.toscana.it/documents/10180/11377097/Ambito+15+Piana+Arezzo+Valdichiana.pdf/0dda665f-0b68-4cd5-8b20-8da273d97342
http://www.regione.toscana.it/documents/10180/11403978/Ambito15+Piana+Arezzo+Valdichiana.pdf/0bf4640f-19a4-4349-a9a7-6b625de6c40c
http://www.regione.toscana.it/enti-e-associazioni/pianificazione-e-paesaggio/pianificazione
http://www.globalissues.org/article/170/why-is-biodiversity-important-who-cares
https://geodata.appenninosettentrionale.it/mapstore/#/viewer/openlayers/988

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Sentieri del Monte Cetona – Itinerario 1 – dalla vecchia cava alla Strada della Montagna

Il monte Cetona, 1.148 metri, appartiene al territorio di 3 comuni, Sarteano, Cetona e San Casciano dei Bagni. Salire alla vetta del monte Cetona è un’esperienza interessante, essendo un cippo…

Il monte Cetona, 1.148 metri, appartiene al territorio di 3 comuni, Sarteano, Cetona e San Casciano dei Bagni.
Salire alla vetta del monte Cetona è un’esperienza interessante, essendo un cippo di confine naturale fra quattro province (Siena, Viterbo, Perugia e Terni) e tre regioni (Toscana, Lazio ed Umbria).
Offre splendide vedute sulla Val d’Orcia, l’Amiata, la Valdichiana e, in giornate limpide di tramontana, si spazia fino ai monti dell’Appennino Centrale. Ricoperto da boschi e da macchia mediterranea fino alla vetta, ospita flora e fauna di montagna. Molte strade sterrate e sentieri attraversano borghi e casali, intersecandosi fra loro. A metà del Novecento in questi borghi vivevano quasi 1.000 abitanti. Oggi i residenti stabili sono meno di 50. Alcuni percorsi sono inagibili, abbandonati da tempo, altri sono invece facilmente transitabili a piedi, a cavallo, in mountain bike e, in parte, anche in auto.

I 12 itinerari proposti in questa rubrica sono tutti agevoli, percorribili senza pericoli, a passo lento adatto anche a famiglie con bambini. Partendo da Sarteano, tutti gli itinerari sono compresi fra la strada provinciale 478 per Radicofani (al km 13,1 – località San Giuliano), la strada sterrata che collega San Giuliano con San Casciano dei Bagni (località Le Murate) e la strada della Montagna che riconduce a Sarteano, attraverso i Cancelli, comprendendo la deviazione al borgo medioevale di Camporsevoli nel comune di Cetona.

Itinerario 1 – dalla vecchia cava alla Strada della Montagna

Partenza: strada provinciale 478 per Radicofani, al km 8,7
Arrivo: strada della Montagna km 2,9 per San Casciano dei Bagni
Lunghezza: 3 km
Grado di difficoltà: •••
Tempo di percorrenza a piedi: 1h 30’

Starting point: provincial road 478 leading to Radicofani, km 8,7
Arrival: Strada della Montagna leading to San Casciano dei Bagni, km 2,9
Length of route: 3 km
Degree of difficulty: •••
Time on foot: 1h 30’

Partendo dalla strada provinciale 478 per Radicofani, al km 8,7 (foto 1.1) si prende la sterrata sulla sinistra. Dopo 50 metri si trova un bivio. Salendo a sinistra per circa 200 metri si raggiunge il culmine della cava, che viene costeggiato per altri 100 metri. A destra una strada sale al podere le Palaie (foto 1.2). Proseguendo in discesa lungo il culmine della cava si giunge a uno spiazzo. Sulla sinistra, un sentiero scende al podere Campitelli (foto 1.3). Proseguendo diritto si supera una sbarra attraversando nel bosco parte del versante sud del monte Cetona fino a raggiungere il podere La Contessina e la strada della Montagna, che da Sarteano conduce a San Casciano dei Bagni, al km 2,9 subito dopo e di fronte alla strada per Cetona (foto 1.4).

Starting from provincial road number 478 (photo 1.1) linking Sarteano and Radicofani, at km8,7 turn left onto the dirt road. After 50 meters you will reach a junction. Take the road going up on your left for about 200 meters to the top of the quarry and continue alongside it for another 100 meters. Here a road on your right leads up to an old farm house – podere Palaie (photo 1.2). Continuing downhill along the edge of the quarry you reach a clearing. On the left, a road leads down to Podere Campitelli (photo 1.3). Continuing ahead, past a bar across the road, the walk will take you through the woods covering part of the southern slopes of the mountain. The, you will reach podere La Contessina at km 2,9 of Strada della Montagna – the main road linking Sarteano to San Casciano dei Bagni – (photo 1.4), just after and on the opposite side of the road of the turning leading to Cetona.

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Sarteano Living, ProLoco Sarteano, Comune di Sarteano e Terre di Siena.
Puoi scaricare la guida digitale Strade e Sentieri del Monte Cetona (pdf) dal nostro negozio online o da Sarteano Living.
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Dalla Valdichiana al Lucca Comics & Games, fra arte e territorio

Autunno Quando si avvicina ottobre e le foglie sugli alberi ingialliscono, per moltissime persone inizia a farsi sentire lo spirito del Lucca Comics & Games. Per tutti gli appassionati di…

Autunno

Quando si avvicina ottobre e le foglie sugli alberi ingialliscono, per moltissime persone inizia a farsi sentire lo spirito del Lucca Comics & Games. Per tutti gli appassionati di fumetti, giochi e videogiochi, il ponte del 1 novembre è ormai da decenni sinonimo dell’immancabile appuntamento con la fiera lucchese, seconda del settore per importanza mondiale.

Non è un caso che in Toscana si stiano moltiplicando le fiere del fumetto, proprio sull’esempio del Lucca Comics: intere generazioni, dagli anni ’70 in poi, sono cresciute con fumetti, giochi da tavolo e videogiochi, che oggi fanno parte della loro cultura e ne definiscono in parte l’identità. Senza dubbio lo spazio maggiore è riservato alle imponenti e numerosissime produzioni giapponesi e statunitensi, ma è facile notare che il fumetto europeo sta vivendo un momento di rinascita, anche grazie alla mediazione del web. Le nuove produzioni occupano sempre più spazio negli stand della fiera, accanto a pezzi di storia come Tex o Dylan Dog.

È un mondo che diventa sempre più complesso e multisfaccettato: alla satira si affiancano le graphic novel a tema politico e sociale; poi ci sono le strip umoristiche, le strip intimiste, il fantasy, l’horror, le opere ispirate a racconti della letteratura mondiale e molto altro. Ce n’è per tutti i gusti, basta sapere dove cercare.

Il pellegrinaggio verso nordovest

Sono infinite le persone che ogni anno si mettono in viaggio da ogni angolo d’Italia per partecipare al Lucca Comics, e la Valdichiana non fa eccezione. Anche nelle nostre province il Comics viene sempre più percepito come un evento epocale: per andare al Comics si prendono le ferie, si prenota un albergo, si mette in pausa tutto. E se è vero che coloro che vanno al festival come visitatori sono moltissimi, è importante sottolineare la presenza di chianini dall’altra parte dello stand, da quella degli autori. Gli artisti della Valdichiana che espongono i loro lavori al Lucca Comics non sono molti, ma di qualità: l’aretino Lorenzo Palloni, sceneggiatore, disegnatore e docente alla Scuola Internazionale di Comics; il torritese Edoardo Natalini, originario di Poggibonsi, autore in particolare di due volumi su San Domenico e Leonardo da Vinci; il celeberrimo fumettista e illustratore, poliziano d’adozione, Max Frezzato e lo scrittore poliziano Alessio Banini tra i presenti.

Il Fumetto

Il fulcro del Lucca Comics è il fumetto, un media che, per sua natura, si presta a qualsiasi genere e a qualsiasi scopo. Forse l’arte più complessa (anche se paradossalmente la più intuitiva e indulgente), unisce scrittura, sceneggiatura, disegno, grafica e regia, la perfetta via di mezzo fra libro e cinema. Questa combinazione permette al fumetto di massimizzare l’espressività dell’artista, permettendogli di comunicare con il lettore attraverso le parole, il tratto, i colori, le espressioni dei personaggi, le onomatopee e addirittura attraverso la forma delle vignette e dei balloon. Non è difficile capire perché sempre più persone ne siano appassionate e si sentano emotivamente legate alle storie e ai personaggi che li popolano.

I Videogiochi

Più recente è la consacrazione dei videogiochi come vere e proprie opere d’arte narrativa (pensiamo ad Assassin’s Creed o The Witcher) che, infatti, nel tempo si sono ritagliati uno spazio sempre più grande nel comics, tanto da spingere l’organizzazione ad aggiungere la parola games al nome del festival. Proprio ai giochi è dedicato il padiglione più grande. Quando dico games non mi riferisco solo ai videogiochi, ma anche ai giochi da tavolo, giochi di ruolo, giochi di narrativa, LARP (giochi di ruolo dal vivo) e tutto ciò che c’è nel mezzo. Anche in questo caso è dato ampio spazio agli sviluppatori emergenti e alle case di produzione italiane.

Il Libro

Il Lucca Comics è un festival dedicato all’immaginazione in ogni sua forma: è quindi fisiologica la presenza dei libri, specialmente di fantascienza e fantasy. Case editrici grandi e minuscole propongono ai visitatori letture antiche e nuovissime, che traggono nutrimento da miti universali, dalla storia e dal folclore locale. Da sfatare la falsa credenza che videogiochi e fumetti allontanino le persone dai libri.

Aperta a tutti

A differenza delle altre fiere internazionali (l’unica che ha un impianto simile è quella di Angoulême), il Lucca Comics è caratterizzato dall’elemento unico che è la città di Lucca, che con le sue larghe mura, i suoi prati e i suoi baluardi si presta in magnificamente a fare da cornice alle creazioni e all’immaginazione dei visitatori. Proprio le mura sono il luogo più scenografico (e logisticamente adeguato) per ammirare e fotografare i numerosissimi cosplayer.

Uno degli aspetti più curiosi della nuova disposizione del festival è il numero sempre maggiore di padiglioni e mostre ad accesso gratuito, una scelta forse ottima per aprire il festival alla popolazione locale e ai visitatori casuali e per renderlo parte organica della città, anche se solo per cinque giorni.

Il pubblico del comics è un pubblico creativo che ha imparato ad amare la città di Lucca, raccontandola, scoprendola e vivendola. La città è il valore aggiunto, il motivo per cui il festival, per quanto grande possa diventare, non potrà mai spostarsi altrove. Lucca è il Lucca Comics.

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Fibromialgia: ritratto di una sindrome fantasma

“Non lascia segni, perciò va tutto bene, nessuno si è fatto male“ È notizia recente che la Toscana sia stata la prima regione italiana a riconoscere un percorso terapeutico per…

“Non lascia segni,
perciò va tutto bene, nessuno si è fatto male

È notizia recente che la Toscana sia stata la prima regione italiana a riconoscere un percorso terapeutico per il trattamento della fibromialgia, una sindrome idiopatica – cioè senza causa apparente – che si stima colpisca 250mila persone solo entro i confini regionali.

La si sente nominare sempre più spesso da quando, nel 2017, Lady Gaga rivelò al mondo di soffrirne, trovandosi poi costretta a cancellare un intero tour a causa del malessere. Da allora i media hanno cominciato a dare sempre più spazio a questa condizione oscura e ancora oggi incompresa, ma moltissime testate si sono accontentate di riportare informazioni parziali e non del tutto corrette. A loro discolpa, quando si parla di fibromialgia sono molte le teorie e le approssimazioni vendute come fatti certi anche da coloro che dovrebbero prestare attenzione a informare correttamente il pubblico. La mia intenzione, quindi, è quella di cercare di presentarla al pubblico della Valdichiana nella maniera più chiara e misurata possibile, dal punto di vista di qualcuno che ne soffre da oltre dieci anni.

Fibromialgia: cos’è? Cause e diagnosi

Partiamo dall’inizio, dal nome. Fibromialgia è un termine coniato dall’unione del latino fibro e del greco myo (muscolo) e algos (dolore); un nome che non descrive le cause del male ma i sintomi: chiunque presenti quel determinato set di sintomi soffre di fibromialgia. Si usa la parola sindrome proprio perché ci si riferisce ai sintomi di quella che potrebbe essere una malattia, ma non sappiamo di che malattia si tratti, da dove venga o da cosa sia causata. Non sappiamo nemmeno se le cause siano davvero le stesse per tutti.

La fibromialgia (FMS) è spesso definita come sindrome reumatica o muscoloscheletrica, post-traumatica, che in alcuni casi presenta caratteri ereditari. In Italia i trattamenti e le cure sono quindi responsabilità dei reparti ospedalieri di reumatologia. È però interessante notare che all’estero, nello specifico in Canada, la cura della fibromialgia non sia ritenuta competenza dei reumatologi, che quindi non avrebbero tecnicamente il permesso di occuparsene. Non è ben chiaro se la disciplina più adatta a occuparsene sia quindi reumatologia o neurologia: sebbene i sintomi della fibromialgia siano comuni a moltissime condizioni reumatiche e neurologiche, non sono presenti danni o lesioni evidenti su cui gli specialisti potrebbero intervenire. Il corpo di un malato fibromialgico, sulla carta, sembra perfettamente integro e funzionante.

Per questo, l’unico sistema diagnostico per la fibromialgia è quello differenziale: il paziente viene sottoposto a un certo numero di esami (tra cui elettromiografia, esame oculistico, esame ginecologico, valutazione psicologica, esami del sangue e delle urine, ecografie e radiografie etc.) e, se tutto risulta nella norma, la diagnosi è positiva. Si escludono artrite reumatoide, sclerosi multipla, lupus e moltissime altre malattie e condizioni che presentano sintomi molto simili alla fibromialgia ma che trovano un riscontro clinico e che spesso sono di natura degenerativa. La fibromialgia non degenera: i sintomi possono accumularsi, possono andare e venire, sparire per sempre o ripresentarsi dopo anni, ma l’unico vero danno che causa al corpo è quello indiretto da logoramento psicofisico, causato principalmente da un’infiammazione cronica sistemica.

La presenza di un quadro infiammatorio importante è infatti una delle ultime conferme che la ricerca è stata in grado di darci, nello specifico sembra trattarsi di un’infiammazione del cervello. Le nuove scoperte sembrano quindi dare la conferma definitiva che la fibromialgia non è una condizione psicosomatica, con grande sollievo di tutti noi che ci siamo sentiti ripetere per anni o decenni che eravamo stressati e avevamo solo bisogno di una vacanza.

Spesso la fibromialgia viene confusa con la sindrome da affaticamento cronico (CFS, un termine vago e colloquiale che non si riferisce a nessuna condizione in particolare) e soprattutto con la encefalomielite mialgica (ME), una malattia neurologica, spesso mortale, che ha origine da un’infezione virale. FM e ME non hanno in realtà nulla in comune, se non alcuni sintomi.

Come detto in precedenza, la ricerca sembra indicare il trauma come causa scatenante della fibromialgia. A molti viene diagnosticata dopo incidenti stradali; in altri casi è la rottura di un osso, una sindrome da stress post-traumatico. Non è raro che accompagni coloro che soffrono di malattie terminali, rendendo ancora più insopportabile la loro sofferenza.

Nella fibromialgia i fattori fisici e mentali sembrano mescolarsi in maniera indistinta; qualsiasi alterazione dello stato di quiete (quindi qualsiasi stimolo che sia percepito dal cervello come stress) può causare dolore: correre, viaggiare, mangiare pietanze insolite a orari insoliti, stendere i panni, sollevare pesi, essere esposti a sbalzi di temperatura o a rumori forti… tutto questo può allertare il cervello e scatenare i sintomi.

Recentemente sembra che le teorie riguardanti le cause cliniche della FMS stiano trovando conferma: è probabile che all’origine di tutto ci sia una microlesione o compressione a carico del sistema nervoso.

La d.ssa Laura Bazzichi dell’Ospedale Santa Chiara di Pisa ha da poco rilasciato un’intervista in cui presenta i progressi più recenti della ricerca:

  • Si configura un danno del sistema nervoso sia periferico che centrale (polineuropatia)
  • Sono stati identificati alcuni biomarker tipici della fibromialgia che potranno aiutare in fase diagnostica e terapeutica

I sintomi

Tra le caratteristiche della fibromialgia, quelle che suscitano più stupore sono la quantità e la diversità dei suoi sintomi, che sembrano includere tutti quelli più comuni e generici che si potrebbero pensare. Alcune fonti arrivano a elencare anche 100 sintomi diversi, ma è improbabile che un paziente arrivi ad averli tutti.
I sintomi caratteristici che fanno immediatamente indirizzare la diagnosi verso la fibromialgia sono tre:

  • Dolori migranti (simili a brevi contrazioni dolorose dei muscoli che sembrano saltare da un punto all’altro del corpo e che interessano tutti i muscoli, anche quelli più piccoli e misteriosi. Una fitta nel naso o nell’orecchio può sorprendere.)
  • Astenia (affaticamento cronico)
  • Allodinia (percezione di dolore in seguito a stimoli innocui, tender points. Può interessare diverse aree del corpo – anche il cuoio capelluto o gli organi genitali – ed essere scatenata da fattori meccanici o termici: anche il sole può fare male).

La lista potrebbe andare avanti ancora: deve essere chiaro che la FMS è una condizione che interessa tutto il corpo e ne influenza ogni sua parte. Tuttavia si può presentare in modo molto diverso da un paziente all’altro, e non è detto che la terapia che funziona per uno funzioni per l’altro.

Fonte: https://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/fibromialgia.html

Ai dolori e all’esaustione cronica (hai presente come ti senti quando hai l’influenza? La sensazione è simile a quella, ma quotidiana e impossibile da alleviare con i farmaci) si accompagnano frequenti disturbi di natura psichiatrica come alterazioni del sonno (insonnia o ESD), depressione, attacchi di panico, alterazioni della memoria (anche amnesia), sovraccarico sensoriale e la cosiddetta fibro-fog, uno stato di percepito annebbiamento mentale che crea difficoltà di concentrazione, apprendimento e comunicazione.

Se questo non sembrasse abbastanza, onnipresenti sono i disturbi gastrointestinali (sindrome del colon irritabile, difficoltà digestive, disfagia), le infiammazioni intestinali e del sistema urinario (cistite, anite), disturbi della pelle (psoriasi) e altre infiammazioni che possono alterare il funzionamento di una parte del corpo (disordini temporomandibolari, secchezza degli occhi, fotosensibilità, emicrania).

La fibromialgia colpisce principalmente le donne (con un rapporto 9:1), ma sono molti gli uomini che ne soffrono. Se le donne nel tempo si sono trovate ad affrontare stigma e diffidenza da parte della società, è importante non sottovalutare il disagio sociale sofferto dai pazienti di sesso maschile, che oltre al comune ostracismo devono fare i conti con le aspettative di una società che li vorrebbe sempre forti e insensibili al dolore.

«Il problema non sono le cicatrici che ti lascia questa malattia – ha detto un malato a Donna Moderna – Le ferite sono dentro, fuori la patologia non lascia segni. Tutti invece vogliono vedere la tua sofferenza. Per tutti noi, immersi come siamo nella cultura dell’immagine, tutto ciò che non si vede non esiste»

Le terapie

Ad oggi non esiste nessuna terapia universalmente convalidata per curare la FMS. I tipi di trattamento su cui sembra esserci un certo consenso sono:

  • esercizio fisico
  • terapia cognitivo-comportamentale
  • antidepressivi

Il fatto che ci sia consenso, però, non significa che funzionino davvero. La difficoltà nello stabilire un trattamento standard per la cura della fibromialgia sta nel fatto che i pazienti tendono a rispondere in modo molto diverso, quindi si può procedere solo per linee di massima.

Quindi cosa possiamo fare per stare meglio?

  • fare attività fisica dolce: yoga posturale, tai chi, pilates, trekking, stretching, da praticare nei giorni buoni;
  • prendersi cura del proprio sonno come se fosse questione di vita o di morte;
  • seguire una dieta salutare, personalizzata a seconda delle proprie necessità psicofisiche e antinfiammatoria. La mia esperienza personale è quella di evitare le diete preconfezionate (vegan, paleo, keto, senza glutine etc) e sottoporsi piuttosto a esami e alla valutazione di un nutrizionista competente;
  • psicoterapia. Non fa passare la FMS ma allontana lo spettro della depressione ed è indispensabile per riuscire a conciliare vita sociale e malattia, perché ritrovarsi all’improvviso con un corpo che non funziona ha un grandissimo impatto sulla nostra vita quotidiana e sui rapporti con chi ci sta vicino;
  • ignorare la malattia. Perché la mente comanda il corpo. Io neanche mi ricordo più com’è non sentire dolore, ma dedicandosi ad attività mentalmente stimolanti si può riuscire a spingerlo in secondo piano.

Quindi, una delle basi per tenere a bada la fibromialgia è fare quello che ci fa stare bene, ma non quello che è generalmente considerato ‘benefico’. Massaggi, terme, agopuntura, crioterapia, diete salutiste e attività fisica eccessiva sono risultati inutili o controproducenti.
Il fattore psicologico è molto importante in questi trattamenti, tanto che le terapie farmacologiche e i continui esami ospedalieri spesso finiscono per far aumentare lo stress e quindi il malessere del paziente.

Adattare lo stile di vita alle proprie condizioni fisiche è essenziale, quindi chiunque soffra di fibromialgia dovrebbe cercare di limitare il più possibile il tempo dedicato al lavoro e di evitare i lavori usuranti (io l’ho imparato dopo due esaurimenti nervosi e dieci anni di visite mediche inutili). In ogni caso, è importante informare le persone con cui si lavora della propria condizione e di quello di cui abbiamo bisogno. Purtroppo la fibromialgia non rientra nei Lea (livelli essenziali di assistenza) e non è riconosciuta come malattia dal Sistema Sanitario italiano, quindi l’unico modo per riuscire a conciliare salute e lavoro è quello di avere una buona comunicazione con capi e colleghi o riuscire a ottenere elasticità negli orari di lavoro (attraverso il lavoro da casa, per esempio). Il lavoro indipendente o part-time può essere una buona soluzione.

Farmaci

Le terapie farmaceutiche si basano principalmente sull’assunzione di integratori, farmaci e cannabis.

Alcuni integratori utili sono vitamina D e magnesio. I loro effetti sono praticamente invisibili, ma se c’è una carenza è sempre meglio compensarla.

La cannabis sembrerebbe essere la terapia farmacologica più efficace. In Toscana, i malati di fibromialgia possono acquistare cannabis terapeutica in farmacia, su prescrizione medica (non mutuata). La sfida è trovare un dottore competente nel prescriverla.

I farmaci che si usano per trattare la FMS sono principalmente antiepilettici (pregabalin), antidepressivi, miorilassanti, analgesici. In certi casi possono essere d’aiuto ketoprofene (per le infiammazioni localizzate) e paracetamolo. La loro efficacia varia da persona a persona.

La terapia ospedaliera più efficace nel trattamento della fibromialgia sembra essere l’ossigeno-ozonoterapia, che forza l’immissione di ossigeno nel corpo e migliora l’attività cerebrale. Non è però chiaro quanto la terapia dovrebbe durare per essere efficace.

Le associazioni a cui rivolgersi

In Italia esistono alcune associazioni che si battono per il riconoscimento della fibromialgia come malattia invalidante e per aiutare i malati nella ricerca di una terapia adeguata. A livello nazionale l’AISF è l’associazione di riferimento, mentre in Toscana opera Fibromialgia Toscana.

È sicuramente positivo che si parli sempre di più di questa sindrome, che affligge così tante persone ma che è anche così difficile da spiegare e da capire. I percorsi AFA che presto partiranno a Sinalunga e a Bettolle sono un’ottima testimonianza dell’impegno che la Regione Toscana sta mettendo nel cercare di migliorare la vita della popolazione affetta da FMS, distinguendosi come regione d’Italia più lungimirante.

Per questo credo che sia fondamentale continuare l’opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul tema, non tanto spiegando cos’è la fibromialgia ma come si può convivere con qualcuno che ne soffre, come comportarsi di fronte alle loro richieste di aiuto o di comprensione. Per quanto si può cercare di evitare che la malattia incida sulla vita sociale, è quasi impossibile che amici o parenti non si ritrovino, a un certo punto, a dover fare i conti con le disabilità che questa comporta. Spesso le reazioni sono di rifiuto e biasimo, e tendono far sentire il malato in colpa, inadeguato, bugiardo, incapace.

La fibromialgia è una condizione molto comune, che pesa sulla vita di tante delle persone che incrociamo per strada. La comunicazione è quindi fondamentale: il malato deve imparare a conoscere i suoi limiti e a comunicare i suoi bisogni; chi gli sta intorno deve imparare ad accettarli, cercando di fargli sapere che non è un problema, senza né sentirsi in dovere di salvarlo né umiliandolo. Anche qui come in ogni cosa, la buona comunicazione è sempre la base per la felice convivenza tra le persone, che sia in salute che in malattia finiranno sempre per percepire il mondo in modo diverso l’una dall’altra.

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Fridays For Future – Il 15 marzo 2019 di Siena e Firenze: anche la Toscana si è unita alla battaglia per il futuro del mondo

Foto di copertina di Francesca Cersosimo/Fridays For Future Siena Sono passati cinque giorni da venerdì 15 marzo, ma ho come l’impressione che pochi si rendano conto di quello che è…

Foto di copertina di Francesca Cersosimo/Fridays For Future Siena

Sono passati cinque giorni da venerdì 15 marzo, ma ho come l’impressione che pochi si rendano conto di quello che è successo (e che sta succedendo). È successa una cosa che non si era mai vista nella storia del mondo: una manifestazione senza leader, autoorganizzata e autocoordinata a livello locale, riesce a raggiungere e unire tutto il mondo nello stesso momento. Un movimento – Fridays For Future – nato e portato avanti dagli studenti, la categoria che più di tutte è fragile: senza diritti, senza soldi, senza libertà di scelta, senza ascolto. Eppure, il 15 marzo hanno dimostrato di sapere di non essere senza potere.
Quando dico che la manifestazione è stata globale, intendo proprio questo: globale.

Mappa delle manifestazioni registrate al sito Fridays For Futre

Da Longyearbyen all’Antartide, dal Rio Grande al Novosibirsk russo, dall’Alaska alla Nuova Zelanda, gli studenti, i loro insegnanti, i loro genitori e tutto coloro che si sono voluti unire alla loro protesta sono scesi nelle piazze delle nostre città, dei nostri paesi e dei nostri villaggi per chiedere una cosa ai governi di tutto il mondo: garantire all’umanità un futuro, impegnandosi a mettere in atto misure drastiche per contenere il cambiamento climatico che già oggi miete vittime su vittime, che muoiono nel silenzio dei notiziari.

Secondo la WHO (World Health Organization), si stima che nei prossimi decenni saranno intorno alle 250.000 all’anno (nei prospetti più ottimisti) le morti aggiuntive da imputare al cambiamento climatico.

Già oggi si calcola che siano state milioni le vittime di fenomeni associati al cambiamento climatico (400.000-600.000 morti ogni anno), tra le cause principali: stenti, malattia, shock termico. Per fare un esempio che molti di noi hanno toccato con mano, ripensiamo all’ondata di calore che colpì l’Europa nel 2003 causando 70.000 vittime, di cui più di 14.000 solo in Francia. Il cambiamento climatico non è solo riscaldamento globale: nubifragi, uragani, escursioni termiche estreme sono solo alcune delle sue declinazioni. Il cambiamento climatico è una minaccia per tutti noi, per tutto il pianeta, nessuno escluso.

Questo è quello contro cui sta protestando il movimento Fridays For Future, nato dallo sciopero della quindicenne svedese Greta Thunberg e ripreso in tutto il mondo da presidi locali e auto organizzati. L’Italia si è unita tardi alle proteste, ma in breve tempo ha dimostrato di esserci, di essere cosciente dell’urgenza e della grandezza della manifestazione.

Il Climate Strike di Siena

Su La Valdichiana oggi vi voglio raccontare il 15 marzo 2019 di Siena e Firenze, e inizierò con un’intervista al comitato senese di Fridays For Future.

Foto di Francesca Cersosimo/Fridays For Future Siena

Quando e come è nato il comitato senese? Come vi relazionate con gli altri, nazionali e internazionali?

Il comitato senese è nato un po’ all’improvviso intorno al 12 febbraio. Una delle attuali organizzatrici, Elisa Furlan, studentessa di medicina al secondo anno, ha preso contatti con FFF Italia e Mondiale creando un primo scheletro che si uniformasse alle altre città italiane, europee e via dicendo. Il secondo step è stata la ricerca di appoggio da SDSN (Sustainable Developement Solutions Network) Youth Siena. Il referente, Massimo Gigliotti, entusiasta dell’idea è poi diventato uno dei tre organizzatori principali. La terza organizzatrice, sempre presente all’interno di SDSN, è Giulia Goffetti; sia lei che Massimo sono dottorandi di in scienze ambientali.

Perché è stato e sarà importante continuare ad aderire a questo sciopero globale?

Non solo è stato importante aderire a questo sciopero globale, ma è stato ed è tutt’ora fondamentale continuare perché, come dice il detto ”l’unione fa la forza”, così Fridays For Future è riuscito a far scendere in piazza migliaia e migliaia di ragazzi in tutto il mondo. Il motivo è semplice: c’è in gioco il destino dell’essere umano e della Terra stessa. Le decisioni prese dalla classe dirigente fino a ora ci hanno portati verso il punto di non ritorno, come ricorda anche Di Caprio nel celebre documentario di National Geographic. Ora dobbiamo fermarci e invertire la rotta. Se la classe dirigente si ostina a girarsi dall’altra parte faremo in modo che trovino noi a ricordarglielo. Ogni città sta proponendo e stimolando localmente dei cambiamenti; siamo certi che grazie a questa diffusione di informazioni alle elezioni europee saranno votati coloro che più si proporranno pronti a delle vere politiche ambientali che possano realmente portare a una presa di posizione dall’alto.

Foto di Michele Bettollini

Quali sono le cose importanti che sono state dette (e fatte) durante l’evento di Siena?

Durante l’evento principale del 15 marzo a Siena non c’è stata solo una manifestazione di studenti, docenti, bambini e cittadini, ma è stata una giornata di forte divulgazione. Infatti, tra un intermezzo di musica e un intermezzo teatrale, c’è stata una vera e propria lezione in piazza a cui hanno assistito circa 2.000 ragazzi, ascoltando docenti di spessore dell’Università di Siena ed esponenti delle diverse associazioni aderenti all’iniziativa, come WWF o ISDE (associazione medici per l’ambiente).
I giovanissimi della scuola elementare Peruzzi hanno letto ad alta voce il loro tema fatto in classe sul cambiamento climatico, come un vero e proprio proclama dell’evento, e hanno intonato il ”GiroTondo di Siena” ( giro giro tondo, salva il mondo, salva la Terra, niente più gas serra). Infine, per concludere l’evento ci sono state proposte concrete rivolte alla pubblica amministrazione, come per esempio riguardo alla limitazione della plastica monouso o all’incentivazione della raccolta differenziata.

Le critiche ai partecipanti sono state innumerevoli, sia da destra che da sinistra, dalle tesi di complotto alle accuse di essere un branco di fannulloni che vogliono saltare scuola. Pensate che l’iniziativa trascenda le barriere e le divisioni politiche? Perché?

Le critiche ci sono e ci saranno sempre per qualsiasi movimento o iniziativa, non è questo a farci paura. Il rischio di strumentalizzazione è alto così come è alto il pericolo che si faccia di tutta l’erba un fascio. Noi crediamo fortemente in questa iniziativa e siamo convinti che sia il primo vero movimento in grado di trascendere le divisioni politiche. FFF è un punto di convergenza per ogni singolo e per ogni gruppo; FFF nasce per salvare la Terra perché questa è la casa di ognuno di noi. L’adesione al movimento prescinde da tutto il resto.
Ci teniamo anche a far presente che, a Siena, gli eventi settimanali in preparazione all’evento del 15 si sono svolti tutti fuori dall’orario scolastico e che l’evento del 15 Marzo è stato una giornata di forte divulgazione promossa dagli enti universitari e sostenuta dal Magnifico Rettore dell’Università di Siena, poiché crediamo che il primo passo per il cambiamento sia l’informazione.

L’impegno del comitato non si ferma qui: so che avete già altre iniziative in programma, ce ne volete parlare?

Il 15 Marzo è stato un momento che ci ha permesso di dire: Siena c’è. Ora siamo pronti a spingere sull’amministrazione comunale e per azioni concrete in collaborazione con WWF, Legambiente, ISDE e molte altre associazioni. Questo venerdì 22 Marzo ci incontreremo per ripulire Piazza del Campo dai mozziconi di sigarette, che ricordo impiegano dai 5 ai 12 anni per essere degradati. Per il 30 marzo stiamo programmando un evento in collaborazione con WWF Siena per l’Earth Hour,  mentre domenica 31 lavoreremo in collaborazione con Legambiente per ripulire dai rifiuti il bosco di Lecceto. Siamo pieni di energie e sfrutteremo al meglio l’attenzione e la sensibilizzazione che siamo riusciti a ottenere riempiendo Piazza del Campo!
Per finire vorremo aggiungere un particolare: dopo il 15 marzo stiamo ricevendo decine di richieste di adesione al movimento da Siena e dintorni, stiamo crescendo esponenzialmente!

Foto di Michele Bettollini

Fridays For Future è una battaglia, una mossa strategica per il conseguimento di un obiettivo, che è quello di assicurare un futuro alle prossime generazioni, all’umanità e al nostro pianeta.
Sono convinta che la rassegnazione alla sconfitta sia una cosa che si acquisisce con la vecchiaia e la stanchezza; per questo so che, qualsiasi cosa dovesse succedere, qualsiasi atto di violenza dovesse essere perpetrato nei suoi confronti, questo movimento non si fermerà.

Sono le persone scese in piazza il 15 marzo i veri guerrieri (quasi un milione e mezzo secondo alcune fonti), non i politici, non i leoni da tastiera che dai divani delle loro case giudicano, criticano e liquidano il comportamento di questi studenti come ‘solo una scusa per saltare la scuola‘. Se l’umanità riuscirà a tenere fede all’Accordo di Parigi del 2015, se qualcosa di buono verrà fatto per le generazioni future, per i nostri figli e i nostri nipoti, non sarà certo merito di coloro che oggi dicono “tanto è tutto inutile” o “il cambiamento climatico non esiste“. Ci saranno sempre quelli che, spaventati dagli eventi che non sono in grado di capire, cercheranno il complotto, la strumentalizzazione, cercheranno un capro espiatorio e un colpevole. Eppure, quello che sta succedendo continuerà a succedere comunque, anche se non lo capiranno mai.

Foto di Francesca Cersosimo/Fridays For Future Siena

 


Gli studenti dei Licei Poliziani parlano di Fridays For Future su Radio Poliziana:

Ascolta “#FridaysForFuture e lo sciopero dei giovani contro il cambiamento climatico” su Spreaker.

 


Il Climate Strike di Firenze

Foto e testo di Francesco Bellacci

A Firenze Piazza Santa Croce è piena. È piena zeppa di giovani e giovanissimi, con le facce colorate come gli indiani d’America. Sulle migliaia di cartelloni che svettano sopra le teste si leggono slogan, moniti, frasi piene di paura e speranza, parole d’amore per una grande madre minacciata e ridotta in fin di vita. Il colpo d’occhio della manifestazione Climate Strike, lo sciopero mondiale per salvare il pianeta, è magnifico. L’atmosfera che si respira fantastica.

Il 15 marzo, Piazza Santa Croce era piena di ragazzi e ragazze. Sembravano un’affluente di quell’enorme fiume straripato grazie a una gocciolina con le treccine bionde, l’impermeabile giallo e il viso rotondo. Una minuscola molecola d’acqua che ha permesso di spezzare gli argini di contenimento di una struttura arcaica, inutile e dannosa. Questa lacrima (di gioia, ovviamente) si è messa a capo di un movimento di protesta colmo di attese, di rabbia, di fiducia, di rivalsa, che coinvolge giovani studenti di tutto il mondo. Si chiama Greta Thunberg, ha sedici anni e vive a Stoccolma. Negli ultimi mesi abbiamo imparato a conoscerla dalla TV e dai giornali per il suo enorme coraggio e la sua infinita forza di volontà, che sta mettendo nella lotta contro chi ammala il pianeta.

Il primo scienziato a studiare l’incidenza del CO2 sul clima fu lo svedese Svante August Arrhenius all’inizio del XX secolo e Premio Nobel per la chimica. Alcune ricerche pubblicate sui giornali europei indicherebbero che proprio il pioniere della teoria dell’effetto serra sarebbe l’antenato della piccola Greta. Una coincidenza strabiliante. La stessa ragazza ha raccontato il suo precoce interesse verso le problematiche ambientali, nato all’età di 8 anni. Dall’agosto del 2018 Greta ha iniziato uno sciopero che si ripete ogni venerdì: invece di andare a scuola, si reca davanti alla porta del parlamento svedese con qualche libro nello zainetto e in spalla un cartello con su scritto “Skolstrejk för klimatet”, sciopero per il cima. Questa azione di protesta è diventata famosa col nome di Fridays for Future. Da allora è riuscita a ottenere l’attenzione dei media locali e adesso è diventata il punto di riferimento per milioni di giovanissimi attivisti in tutto il mondo. Oggi, studenti di ogni lingua, paese e cultura rispondono all’appello di Greta. Un atto dimostrativo contro l’egoismo di governi e multinazionali sordi ai moniti sulla critica situazione ambientale della Terra.

Fatico a raggiungere le scale della chiesa. Da lontano riesco a intravedere gli striscioni più grandi disposti l’uno accanto all’altro, sul gradino più alto, sotto la facciata della chiesa; alcuni ragazzi coi megafoni puntati al cielo stanno in piedi sopra le panchine, ma sono resi muti dalle migliaia di voci che si sovrappongono attorno a me. Partono slogan e cori da zone diverse; si sviluppano tutt’intorno; poi muoiono, ma subito ne nascono altri e il ciclo si ripete. Lentamente mi avvicino. Fa caldo: siamo tutti appiccicati ed è una bellissima giornata di sole, di quelle che ti ricordano che la primavera è ormai vicina. La mattina seguente i giornali parleranno di un’affluenza di oltre 10.000 persone, ma dal centro di questo mare sembrano essere dieci volte tante.

È incredibile come una piccola donna sia riuscita a smuovere il mondo intero. C’era davvero un disperato bisogno di lei, ma è anche altrettanto incredibile che si sia arrivati a questo punto. A toccare un livello critico di sfruttamento delle risorse, a sfiorare il tipping point che condurrà la Terra alla morte. Il macabro individualismo e l’egoismo cieco dei governanti e delle grandi aziende stanno rischiando di compromettere la vita e il futuro delle nuove generazioni solo per rincorrere l’arricchimento sfrenato. A volte provo a mettermi nei panni di chi avrebbe la possibilità di cambiare veramente le cose con una legge, con un accordo ecologico o con un nuovo piano aziendale improntato sulla riduzione delle emissioni. Faccio una fatica immensa a immaginarmi quanta avidità ci vuole per anteporre le logiche capitalistiche al futuro di tutti gli esseri viventi.

Oggi, però, è un giorno bellissimo e si riesce a pensare solo a un futuro migliore, sicuro, felice. Inizio a girare su me stesso. Scatto alcune foto. Mi guardo intorno sorridendo, come fanno tutti del resto, e vedo: ragazze e ragazzi cantare, ridere e stringersi in abbracci; maestre delle scuole con i loro piccoli alunni, ognuno con un cartello colorato urlante rabbia innocente. Sopra di me una ragazza con i capelli ricci e il giubbotto legato in vita avvicina la bocca al megafono e tutt’intorno voci fresche la seguono in coro. Lì nel mezzo si avverte tanta complicità, vera fratellanza. Lì nel mezzo mi sento leggero, spensierato e allo stesso tempo tremendamente consapevole di quello che sta succedendo al nostro presente. Quand’è stata l’ultima volta che milioni e milioni di studenti hanno manifestato per il loro futuro in modo così appassionato e pacifico? A stare lì nel mezzo sembra che sia davvero esplosa una bellissima rivoluzione, dopo che la miccia ha bruciato svelta, appicciata dalla piccola Greta qualche mese fa. Lì nel mezzo c’è qualcosa di antico, ma profondamente rinnovato negli interpreti e nei suoi leader.

Si leggono e si sentono ovunque attacchi al movimento, tentativi per screditarlo, accuse di incoerenza rivolte ai giovani. Sono gli sforzi di chi si aggrappa ancora a un sistema che infinite volte ha dimostrato il suo fallimento in ogni direzione. Sono gli sforzi di quella classe dirigente senza ideali, piegata al dio denaro e lontana dalla razza umana. Sono gli sforzi vergognosi del capitalismo.

Verso le 10:00 il corteo si muove. Lento. D’altronde, in un giorno così non c’è fretta di finire e rimanere soli. In un giorno così si sta bene tutti insieme. Una sosta viene fatta sotto Palazzo Vecchio e una tipina con i capelli viola si mette davanti alla testa del serpentone e fa uscire dal megafono parole di rabbia contro Nardella e il PD, accusati di complicità con chi ammala la Terra per aver dato il consenso alla costruzione del nuovo aeroporto. La marcia riparte. I canti riprendono. Gli applausi rimbalzano fra i palazzi del centro. E oggi è una giornata bellissima.

Non è vero che siamo tutti un po’ colpevoli per la situazione drammatica in cui verte il pianeta. Sono le patetiche accuse di chi cerca di ferire questa bellissima rivoluzione. I colpevoli sono coloro che non credono nel cambiamento. I veri colpevoli sono quelli che seguono ancora le logiche capitalistiche.

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Shi Yang Shi al Poliziano, un’autobiografia sospesa tra due culture

Lo spettacolo inizia a sipario alzato e con un vassoio di Ferrero Rocher. Yang scende dal palco in una divisa elegante, offrendo e negando il piattino al pubblico. E poi…

Lo spettacolo inizia a sipario alzato e con un vassoio di Ferrero Rocher.
Yang scende dal palco in una divisa elegante, offrendo e negando il piattino al pubblico. E poi due bandiere, quella cinese e quella italiana.

È chiaro fin da subito che Arle-Chino, traduttore/traditore di due padroni (Tong Men-G), andato in scena domenica 13 al Teatro Poliziano, è qualcosa di più complesso di un semplice spettacolo: è un one man show che per due ore oscilla costantemente tra l’italiano e il cinese mandarino, un’esperienza dualistica che ha grande coscienza della natura del suo pubblico, al Poliziano formato in parte dalla popolazione locale e in parte da una delegazione dell’Università per Stranieri di Siena, con larga partecipazione cinese. Due lingue, due codici, due culture, ma un solo attore sul palcoscenico.

“我叫 Yang Shi”
Io sono Yang Shi, esordisce. Attorno a lui la scenografia consiste in tre semplici teli bianchi di sfondo e alcuni sacchi di riso – un mare di riso – sparpagliati sul palco.

Shi Yang è nato in Cina, a Jǐnán, nel 1979. Lo spettacolo è un’autobiografia che parte dal 1800, dalla storia della sua trisavola, dei suoi bisnonni, dei suoi genitori e dei suoi zii; un fiume che in uno scorrere naturale e organico prosegue nel racconto dell’infanzia di Yang, del suo arrivo in Italia a 11 anni, per sfociare alla fine nel teatro stesso. La storia, rilegata in un volume dal titolo ‘Cuore di Seta: la mia storia italiana Made in China‘ che l’attore ha presentato a fine spettacolo, racconta le vicissitudini di un bambino che da primo della classe nella sua scuola in Cina si ritrova a essere bocciato in Italia, che da una situazione di agio si ritrova a lavare i piatti – abusivamente – in un albergo in Calabria. Un viaggio tortuoso, imprevedibile e senza dubbio avventuroso, se è vero che le avventure sono spesso momenti difficili che ricordiamo con ironia e a cui siamo felici di essere sopravvissuti. Dalla poltrona del teatro, la vita di Yang appare come una mulattiera fatta di salite e discese improvvise, sempre caratterizzata da un terreno accidentato anche nei punti in cui il sentiero si fa più largo, in cui lui diventa l’interprete dei VIP, in cui viene arruolato da Le Iene. Nel 2009, Yang collabora con lo Spazio Compost di Prato, un centro indipendente e multietnico di ricerca, formazione e produzione artistica, il cui destino si è però scontrato con un panorama culturale italiano arido.

Qui i ruoli per tutti gli stranieri, compresi quelli per gli italiani dalle facce ‘diverse’, sono ancora relegati alla marginalità. Fare teatro indipendente per anni in Italia è quasi impossibile, se non scendi ai compromessi politici. Infatti il pjt Compost Prato è fallito nel 2016 dopo 7 anni di attività a Prato.

Lo spettacolo di Yang mostra in modo chiaro quanto questa forma d’arte si presti più di molte altre, forse per la sua natura sia gestuale che narrativa, a facilitare la comprensione tra culture diverse e a favorire l’integrazione.

In Italia ho scoperto quanto il teatro sia importante per riconnettersi alle proprie origini e sia un luogo di libertà per potersi esprimere senza troppo farsi imbavagliare dai meccanismi produttivi. Dico ‘troppo’ perchè, ovviamente, il teatro professionale ha un mercato e delle sue regole. Conosco poco il teatro mainstream italiano per aver fatto solo due anni di tournée con Madre Coraggio (di Isa Danieli, regia di Cristina Pezzoli) dieci anni fa, ma posso dire che il tipo di teatro sociale a cui ho partecipato io ha giovato moltissimo alla cittadinanza tutta per confrontarsi profondamente sui temi come difficoltà della convivenza tra cinesi ed italiani e altre comunità, le regole, il futuro ecc.

Il mondo è pieno di porte chiuse, dice Yang.
Il teatro, in quanto frammento delle possibilità artistiche date all’uomo dalla sua mente, può essere allora inteso come una scialuppa di salvataggio che rende agevole l’esplorazione del proprio super-ego che, conducendoci tra rapide e acque tranquille, ci permette trovare tutte le chiavi necessarie per dialogare con noi stessi.

Yang ha intrapreso la via del teatro quasi all’improvviso, abbandonando un corso di laurea alla Bocconi, trovando in esso la vera realizzazione.

In genere, un artista dice che sa fare bene solo quello che fa, ovvero l’arte. Il mio caso è il contrario: posso fare molte altre cose, ma solo quando recito e mi occupo di comunicare con tutto me stesso, in scena come davanti alla telecamera, mi realizzo totalmente. Da bambino in Cina dipingevo e l’Italia mi ha fatto completamente perdere quella passione. Ahaha, ho trovato la colpa nello Stivale! No, è il Karma… intesa come concatenazione di cause ed effetto magari proveniente da vite precedenti, che mi ha portato qui. E a 24 anni ho lasciato per disperazione la Bocconi, che stavo per completare, per passare alla Paolo Grassi, perché volevo provarci con la recitazione, complice anche l’incoraggiamento di Gong Li e Tian Zhuangzhuang, grande attrice e grande regista conosciuti traducendo al Venezia Film Festival, subito dopo aver finito quell’estate stessa di fare, per il settimo anno consecutivo, il vous compra a Cesenatico (l’Università l’ho lasciata ad aprile 2016).

Lo spettacolo ripercorre i momenti difficili che Yang ha dovuto superare nel corso della sua infanzia e adolescenza. A me, occidentale che solo ora sta approfondendo lo studio della filosofia europea, è venuto spontaneo fare una riflessione sul fenomeno della spersonalizzazione, nel suo senso più antropologico, che viene associato talvolta sia alla guerra sia al mondo del lavoro. Eppure, quando vado a porre la mia domanda a Yang, lui la stronca sul nascere:

No Alessia, il concetto dell’uomo al centro del mondo viene dalle vostre origini elleniche, illuministiche e oggi democratiche. Non fa parte della cultura confuciana da cui provengo io, legata al sacrificio e alla giustificazione di questo per progredire socialmente. Solo quando sono cresciuto artisticamente, dopo i 24, anni mi sono reso conto che, vuoi per motivi culturali vuoi per karma, intesa come concatenazione delle cause e degli effetti, strada facendo mi ero fatto “fregare” il sogno da me stesso…

Nel titolo dello spettacolo, Yang si riferisce a sé stesso come “traduttore/traditore al servizio di due padroni”. Due padroni, la Cina e l’Italia, che si contendono la sua fedeltà, che si aspettano da lui una presa di posizione, una dichiarazione, una certezza. La doppia fedeltà è una cosa inaccettabile per chi esercita il potere, perché rappresenta l’incertezza di controllo su un individuo. Tu che sei fedele a due padroni, quando scoppierà la guerra, con chi ti schiererai? Quando verrà dato un ordine, a chi ubbidirai? Quando dovrai votare, a chi darai ascolto? Un dubbio inaccettabile, una minaccia al controllo. Esatto, una minaccia. Le persone hanno bisogno di sentirsi al sicuro entro i confini di quello che conoscono, della loro confortevole, ripetitiva quotidianità, delle loro immutabili certezze scolpite nella pietra. Come è possibile che uno sia cinese e italiano allo stesso tempo? No, le persone hanno bisogno di capire le cose attraverso etichette chiare, semplici, per sentirsi al sicuro. L’ambiguità è sempre spiacevole per la mente umana.

La più antica e potente emozione umana è la paura – scriveva Howard Phillips Lovecraft – e la paura più antica e potente è la paura dell’ignoto”. Per questo abbiamo bisogno di stereotipi che ci facilitino l’inquadramento delle cose e delle persone, in modo che possiamo sapere subito come comportarci per non incorrere in qualche pericolo sconosciuto. Come ci si comporta nei confronti di qualcosa che è indefinibile e fluido, e che sfugge alle limitazioni delle etichette e dei concetti semplici?

Anche se, nel nostro piccolo, tutti apparteniamo a più mondi e ci siamo lasciati alle spalle quel momento nel tempo e nello spazio che era per noi un nido sicuro – la casa dei nostri genitori, il nostro paesino d’origine – più le distanze si fanno grandi più è difficile capirsi e comunicare una volta che ci si trova a dover interagire faccia a faccia. Il nostro bisogno di etichettare tutto, anche noi stessi, ci costringe spesso a cercare un compromesso o un equilibrio nella definizione della nostra identità, un percorso diverso per ciascuno, che dura per tutta la vita. Così è stato anche per Yang.

Penso di essere meno squilibrato di prima grazie al percorso buddhista tibetano e la terapia psicologica che mi hanno permesso, soprattutto dopo aver lasciato Prato, di trovare gradualmente una profonda pace, specie dopo aver concluso di scrivere il libro “Cuore di seta: la mia storia italiana made in China”. Nella stesura di questo, infatti, quando ho dovuto toccare le pagine più intime del mio rapporto adolescenziale con me stesso e i miei genitori, nella quasi totale chiusura in cui vivevo (anni ’90 a Milano), ho capito che quel dolore andava affrontato con tutto me stesso, per uscire dai meccanismi della dipendenza affettiva e i suoi derivati. Solo così, mi dicevo, avrei potuto uscirne più forte e magari consegnare ai lettori una storia pacificata in cui identificarsi o ispirarsi.

Yang, straniero in Cina e in Italia, è in realtà una somma maggiore delle sue parti. È più di un Cinese e più di un Italiano perché porta in sé entrambe pur essendo qualcosa che solo chi è entrambe le cose può essere. E chi vuole vedere in lui solo il cinese Shi Yang o solo l’italiano Yang Shi non capirà immediatamente l’essenza di questa terza identità che lui rappresenta, la loro sintesi, Shi Yang Shi.

Questo suo essere la crasi di due culture è proprio quello che lo rende una minaccia per l’immutabilità sterile dell’ordine, perché per essere compreso obbliga le persone ad ascoltarlo, a pensare invece di soddisfarsi di quei concetti semplici che mantengono la mente in un lieto letargo. Il sapere che porta dentro di sé è quel tipo di potere che rende liberi di pensare e ragionare autonomamente, che distacca l’individuo dall’apatia della familiarità e gli apre le porte su un mondo nuovo. Si può imparare a capire l’indefinito, a coglierne la bellezza.

E non si può certo dire che la Cina sia povera di questa bellezza indefinita, un Paese che affascina sia per la sua storia millenaria che per la sua vastità e la sua ricchezza culturale. Eppure, rimane ancora un luogo misterioso per noi europei, nonostante la sua importanza sulla scacchiera politica ed economica mondiale, anche se i segni di avvicinamento tra la cultura occidentale e quella cinese si fanno sempre più marcati.

Assolutamente ci sono questi segni e anche moltissimi! Più che nascondersi dietro alla parola ‘europei‘, però, secondo me gli italiani dovrebbero riconoscersi di essere piuttosto indietro rispetto a tutto il potenziale che hanno di conoscere profondamente i cinesi, anche per via della storia che ci accomuna, tanto per cominciare (mi riferisco a Marco Polo e a Matteo Ricci. Gli unici due stranieri che i cinesi conoscono da sempre sono italiani!). E, magari, trarne vantaggio, non solo economico. Peccato essere così indietro, rispetto ai tedeschi e ai francesi per esempio. Le ragioni si perdono nell’italianità stessa che fatica a mettersi d’accordo e a fare sistema. Penso però alla mia amica Diletta di Pistoia e alle sue fotografie di questi giorni su Facebook con Long, il neomarito conosciuto a Firenze. Ora vivono da anni a Nanchino e hanno appena celebrato ‘il mio grasso truzzo matrimonio cinese‘! Sono molto idealista sul futuro tra i due paesi e i due popoli. D’altronde, se non mi raccontassi sane frottole per motivarmi, come porterei speranza in giro per l’Italia? La realtà è molto più complessa e forse crudele, ma per fortuna non sono uno studioso della statistica.

Lo spettacolo, portato a Montepulciano dal Chinese Corner della Biblioteca Calamandrei, si conclude con un richiamo a kintsugi, l’arte giapponese di riparare le ceramiche riempiendone le crepe di lacca e oro. Yang, una raffinata porcellana danneggiata dalle asperità della vita, è riuscito a ricomporsi e ha scelto di non nascondere quelle cicatrici che sono parte integrante della sua storia e che, rimarginandosi, l’hanno reso una persona non solo più forte, ma anche più preziosa.

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Dalla Valdichiana a Cambridge per un’edilizia più sostenibile: intervista a Giacomo Torelli

Innanzitutto, la presentazione: chi sei? Sono nato in Valdichiana, ad Acquaviva di Montepulciano per la precisione, dove ho le mie radici, gli amici di una vita e la mia famiglia….

Innanzitutto, la presentazione: chi sei?

Sono nato in Valdichiana, ad Acquaviva di Montepulciano per la precisione, dove ho le mie radici, gli amici di una vita e la mia famiglia. Sono cresciuto tra un picio al sugo e un bicchiere di vino, come tutti gli abitanti di questa terra meravigliosa. Ho frequentato il Liceo Scientifico di Montepulciano; in quel periodo ho trascorso molto più tempo a giocare a calcio, ascoltare musica e suonare la batteria che a studiare. Penso che quella del liceo sia stata una delle fasi che hanno formato di più la mia personalità: si entra da adolescenti e se ne esce di fatto adulti, passando attraverso la scoperta di sé stessi, dei propri interessi e soprattutto del nostro rapporto con gli altri. Sono ancora fortemente legato alla Valdichiana, ai suoi abitanti ed alle sue manifestazioni, prima fra tutte il Live Rock Festival di Acquaviva, al quale cerco di dare ancora un piccolo contributo attivo ogni anno pianificando le mie ferie in anticipo.

Qual è stato il percorso che ti ha portato dalla Valdichiana a Cambridge?

Il percorso che mi ha portato dalla Valdichiana a Cambridge passa per tre città: Firenze, Londra e Manchester.

Ho conseguito una laurea triennale ed una laurea magistrale in Ingegneria Civile presso l’Università di Firenze, dove è nata la mia passione per la ricerca. Durante gli studi magistrali ho avuto la fantastica opportunità di studiare il comportamento sismico di edifici storici monumentali quali il Battistero di Firenze e la torre Cagnanesi a San Gimignano, in collaborazione con il dipartimento di Ingegneria dello UCL (University College London). Questa collaborazione mi ha permesso di lavorare alcuni mesi come ricercatore a Londra, dove il mio interesse per il mondo dei materiali e della ricerca in ingegneria strutturale si è invigorito ancor più.

A poche settimane dalla laurea magistrale sono partito per Manchester, dove ho ottenuto un dottorato in strutture dedicandomi al comportamento termomeccanico di centrali nucleari in calcestruzzo armato soggette a condizioni estreme. Durante gli ultimi due anni di dottorato a Manchester ho anche insegnato come docente del corso di Modellazione Parametrica di Strutture all’interno del corso di laurea triennale in Ingegneria Civile.

Tutto ciò mi ha portato, lo scorso novembre, a ad iniziare a lavorare all’Università di Cambridge come ricercatore associato.

Di cosa tratta il tuo progetto e come è nato?

Il progetto a cui lavoro, recentemente finanziato per circa 1.5 milioni di euro dall’ente pubblico EPSRC (Engineering and Physical Sciences Research Council), nasce da una delle più grandi sfide che ci troviamo ad affrontare ai giorni nostri: il contenimento della minaccia del riscaldamento globale. L’idea fondamentale della ricerca è contribuire alla lotta al riscaldamento globale minimizzando l’uso del cemento su scala mondiale.

Il calcestruzzo è un materiale straordinario ed indispensabile per l’umanità, con un consumo mondiale stimato superiore ai 20 miliardi di tonnellate ed in continua crescita. In altri termini, è la sostanza più utilizzata al mondo dopo l’acqua. È un materiale composito formato prevalentemente da particelle di sabbia e ghiaia tenute insieme da un legante, la cosiddetta pasta di cemento, composta a sua volta da cemento ed acqua. Il cemento è quindi l’ingrediente chiave del calcestruzzo che vediamo pressoché ovunque intorno a noi.
A livello globale, la produzione industriale di cemento è responsabile del 7-8% delle emissioni di CO2 (diossido di carbonio) connesse ad attività umane, ovvero un’enorme porzione delle emissioni totali. Essendo le emissioni di CO2 la causa principale del riscaldamento globale, ridurre l’uso di cemento a scala mondiale rappresenta un’assoluta priorità ambientale, un’incredibile opportunità per contenere il pericolo di surriscaldamento del nostro pianeta. Il progetto si basa sull’idea di sviluppare tecniche volte alla minimizzazione dell’uso del cemento su due diverse scale: quella materiale e quella strutturale.

Ridurre l’uso di cemento a scala materiale significa progettare delle “ricette” di calcestruzzo che consentano di ottenere un materiale di alta qualità pur riducendo il quantitativo di cemento nell’impasto. In particolare, cerchiamo di minimizzare in maniera sostanziale il contenuto in cemento mantenendo inalterate quelle proprietà che fanno del calcestruzzo un materiale unico: resistenza, inerzia termica e durabilità nel tempo. Tutte queste proprietà sono strettamente connesse al rapporto tra i quattro ingredienti principali, nonché alla presenza di specifici additivi organici che, introdotti in piccole quantità nel mix, modificano le prestazioni del prodotto finale. La natura composita del calcestruzzo e la molteplicità dei processi chimici e fisici che hanno luogo nell’impasto durante la fase di indurimento del materiale, fanno del rapporto tra ricetta e prestazioni un dilemma tanto complesso quanto affascinante. Il nostro approccio al problema si basa su analisi di carattere multidisciplinare che spaziano dallo studio dei processi chimici che avvengono nella fase di indurimento del calcestruzzo, a quello dei fenomeni di danneggiamento meccanico e diffusione di umidità e calore all’interno del materiale indurito.

In parallelo, lavoriamo allo sviluppo di tecnologie volte alla riduzione dell’uso di calcestruzzo, e quindi di cemento, a livello strutturale. Ossia, cerchiamo di formulare nuovi metodi di progettazione strutturale che consentano di minimizzare il volume totale di calcestruzzo impiegato in strutture quali travature di ponti ed edifici civili, mantenendo inalterate le prestazioni delle strutture stesse. Il problema principale degli attuali metodi di progettazione, riportati nelle norme tecniche attuali ed utilizzati dagli ingegneri strutturali di tutto il mondo, risiede nella pressoché assenza del concetto di progettazione strutturale sostenibile. Le pratiche progettuali attuali hanno infatti come unico obiettivo quello di garantire la resistenza, e quindi la sicurezza, di elementi strutturali quali travi, pilasti, solai e pareti in calcestruzzo: trascurano la necessità di minimizzare l’uso di calcestruzzo. Nel nostro dipartimento sperimentiamo metodi che consentano di ottimizzare la geometria degli elementi strutturali, sfruttando a fondo le caratteristiche intrinseche del calcestruzzo e utilizzandolo solo dove strettamente necessario. Concettualmente, è un’arte simile a quella della scultura: si toglie materia nelle zone in cui la sua presenza è superflua, dove non porta alcun tipo di beneficio.

Qual è l’impatto ambientale del cemento comunemente usato nelle costruzioni edilizie?

Un dato che non lascia spazio ad interpretazioni è il seguente: per produrre di 1000 chilogrammi di cemento Portland, il cemento comunemente usato nelle costruzioni edilizie, si immettono in atmosfera 913 chilogrammi di CO2.

L’origine di queste emissioni risiede nelle metodologie produttive. In particolare le emissioni totali possono essere scomposte in due contributi di entità paragonabile:

• Le emissioni indirette, connesse ai consumi energetici di estrazione, trasporto e lavorazione delle materie prime.
• Le emissioni dirette, dovute alla al rilascio chimico di CO2 da parte delle materie prime in fase di “cottura”.

La polvere grigia che chiamiamo cemento è ottenuta in stabilimenti industriali partendo da materie prime naturali: rocce calcaree ed argillose. Una volta estratte dalla cava e trasportate in stabilimento, calcare ed argilla vengono macinati finemente e cotti fino a temperature di 1350-1400°C. La fase di cottura ha il fine di innescare reazioni chimiche che conferiscono al materiale la proprietà di “legante”, ovvero la capacità di indurire se combinato con acqua, e rilasciano CO2. Il prodotto della cottura viene poi ulteriormente macinato e miscelato a piccole quantità di agenti secondari per ottenere polvere di cemento.

Pertanto la produzione industriale di cemento ed il suo impiego per la realizzazione di elementi strutturali in calcestruzzo possono essere visti come un processo di rimodellazione artificiale di materiali rocciosi presenti in natura. Questo processo può essere realizzato solo a fronte in un significativo impatto ambientale.

In che modo si può minimizzare l’impatto ambientale dell’edilizia?

Progettisti, committenti e urbanisti hanno a disposizione una moltitudine di strumenti per rendere i nostri edifici, le nostre infrastrutture ed i nostri agglomerati urbani più sostenibili, ovvero in grado di essere realizzati, fruiti e rigenerati senza pregiudicare l’uso delle risorse del territorio alle prossime generazioni.

Attualmente, il tema centrale e preminente è quello del contenimento delle emissioni di CO2 legate ad ognuna delle fasi che compongono il ciclo di vita dell’edificio: costruzione, uso e dismissione. Negli scorsi decenni ci si è prevalentemente concentrati sulla riduzione delle emissioni connesse alla fase di uso dell’edificio, ovvero quelle associate all’energia utilizzata per il riscaldamento, il condizionamento e l’illuminamento dell’edificio stesso. Ciò ha portato allo sviluppo di tecnologie rinnovabili all’avanguardia, tecniche di isolamento termico super efficienti e componenti impiantistici ad alte prestazioni che permettono di abbattere considerevolmente le emissioni in fase d’uso. D’altra parte, credo che ci sia ancora molta strada da fare per quanto riguarda le emissioni connesse alle fasi di costruzione e dismissione dell’edificio. Tali emissioni rappresentano ad oggi il 30-40% delle emissioni globali e, in virtù del continuo perfezionamento delle tecniche di efficientemente energetico, si prevede possano presto diventare il contributo più significativo delle emissioni totali. È in questo contesto, ed in particolare in quello delle emissioni legate alla fase di costruzione di edifici in calcestruzzo, che si inserisce il progetto di ricerca a cui lavoro a Cambridge.

Un altro grande tema e quello della crescita urbanistica. Una delle piaghe maggiori dei tempi odierni è lo sviluppo incontrollato, “a macchia d’olio”, delle nostre periferie urbane. La continua migrazione verso la città fa sì che queste si espandano consumando, progressivamente, sempre più terreno vergine, in maniera del tutto insostenibile. In Europa abbiamo eccellenti esempi di risposta a questa tendenza. Londra, ad esempio, si è dotata di una cintura verde, la cosiddetta “Green Belt”, oltre la quale ha deciso di non espandersi, e continua a rigenerarsi su sé stessa, andando a riqualificare le sue aree degradate e dismesse e completandosi dall’interno. È un’idea di una crescita per implosione, anziché per esplosione, che ha portato e sta portando ad uno sviluppo organico e sostenibile della città.

Quanto è importante intervenire al fine di rendere il settore edilizio più sostenibile?

È una questione morale ed etica: l’idea che i cambiamenti climatici e le risorse del pianeta che lasceremo ai nostri figli e nipoti dipenderanno da noi dovrebbe farci riflettere. In questo senso, il settore edilizio ha un’enorme responsabilità. Pensiamo ad esempio al riscaldamento globale. Per causa nostra, il mondo si sta riscaldando ad una velocità allarmante. Se non cambieremo il nostro comportamento il surriscaldamento potrebbe portare a conseguenze gravissime come scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento del livello dei mari, l’inondazione di città costiere, l’inaridimento delle foreste, l’estinzione di specie animali e l’aumento di eventi climatici estremi. Purtroppo è impossibile sapere con certezza come cambierà il clima nel futuro, ma possiamo prospettare un ventaglio di possibilità. Le attuali proiezioni vedono le temperature del nostro pianeta aumentare di un valore compreso tra 2°C e 6°C nei prossimi 100 anni. In altri termini, lo scenario può variare da grave, ma sotto controllo, a catastrofico, e l’effettiva evoluzione del sistema Terra dipenderà in maniera sostanziale da come ci comporteremo nei prossimi decenni.


Fonti:

http://gtr.rcuk.ac.uk/projects?ref=EP%2FN017668%2F1
Giacomo Torelli

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