La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Alessia Zuccarello

Raccolta differenziata: Organico

Il nostro appuntamento mensile con la raccolta differenziata oggi ci porta a parlare dei rifiuti organici, ovvero tutte quelle sostanze che hanno origine vegetale o animale e sono generalmente residui di…

Il nostro appuntamento mensile con la raccolta differenziata oggi ci porta a parlare dei rifiuti organici, ovvero tutte quelle sostanze che hanno origine vegetale o animale e sono generalmente residui di cucina, e che in media rappresentano circa un terzo dei rifiuti solidi urbani.

Il fatto di essere materia organica li rende soggetti a decomposizione, fermentazione e percolazione nelle discariche: questo fa sì che debbano essere trattati in modo particolare, diverso rispetto ai rifiuti inorganici. Oltretutto, il loro incenerimento può causare emissioni nocive, oltre ad essere molto dispendioso e quindi non sostenibile.

Per questo motivo, il modo migliore di riciclare i rifiuti organici è quello di trasformarli in compost o in altre preziose risorse derivate (bioidrogeno, biometano, energia elettrica e fertilizzanti). Tuttavia, non tutte le sostanze organiche sono adatte al compostaggio, anzi, alcune possono addirittura impedire il processo di trasformazione. Bisogna quindi escludere dalla raccolta organica qualsiasi rifiuto che potrebbe impedirne il corretto smaltimento: liquidi, metalli, vetro, porcellane, medicine, garze, assorbenti e pannolini.

SEI Toscana ci dice cosa va e cosa non va considerato rifiuto organico (queste informazioni sono riportate anche sui cassonetti stessi):

SI
Scarti alimentari
Alimenti deteriorati
Piccoli ossi e lische di pesce
Gusci d’uovo, di crostacei e di frutta secca
Farine
Fondi di tè o caffè
Fiori ed erba secca
Fogliame e piccole potature
Paglia
Segatura
Ceneri di legna fredde
Stoviglie, shopper e altro materiale in MaterBi o biodegradabile
Pannolini e altri rifiuti compostabili (ai sensi della norma UNI EN 13432)
Tappi di sughero (attenzione ai tappi sintetici in silicone)
Lettiere di animali domestici compostabili

NO
Ossi di grandi dimensioni
Legname verniciato o trattato
Oggetti in tessuto o pelle
Lettiere di animali domestici
Pannolini non compostabili
Oli vegetali
Inerti

Un discorso chiarificatore va fatto sulle potature del giardino. Le piccole potature, le foglie secche, i ramoscelli ed il legno tagliato in piccoli pezzi si raccolgono nei contenitori per i rifiuti organici, ma se si potano alberi e siepi allora no: è necessario raccogliere il materiale negli appositi sacchi e portarlo in discarica. La potatura di una singola siepe può riempire tutto un cassonetto, causando disagi agli altri cittadini.

Le ceneri del camino si gettano nei contenitori dei rifiuti organici solo quando si sono raffreddate (dopo almeno 48 ore). Altrimenti si può, infatti, innescare un nuovo processo di combustione ed il cassonetto può prendere fuoco.

C’è molta confusione riguardo al tipo di sacchetto che andrebbe usato per la raccolta dell’organico. Alcuni comuni forniscono sacchetti in plastica che verranno poi rimossi da appositi macchinari, ma in realtà queste sarebbero vietate per legge. I materiali plastici conferiti nella frazione organica dei rifiuti sono un grave problema: per rimuoverli e garantire il rispetto degli standard qualitativi del compost, servono interventi di raffinazione impegnativi dal punto di vista energetico e costosi per gli ingenti quantitativi di scarti prodotti.

Le buste più adatte per un corretto trattamento dell’organico restano quelle biodegradabili e compostabili (certificati a norma Uni En 13432 in carta o in bioplastica). Per riconoscerli, basta accertarsi che riporti le scritte “biodegradabile e compostabile”, quella dello standard europeo Uni En 13432:2002, e il marchio di un ente come il CIC (Consorzio Italiano Compostatori).

Il compostaggio dei rifiuti organici si può fare direttamente a casa, ma è importante seguire le regolamentazioni comunali (che si trovano sui siti web delle amministrazioni o si possono richiedere per via telefonica). Alcuni comuni forniscono le compostiere in comodato gratuito e garantiscono uno sconto sulla TARI ai privati che effettuano il compostaggio dei propri rifiuti organici. Online si trovano delle guide pratiche per valutarne i vantaggi e gli svantaggi.

Le modalità di raccolta dei rifiuti possono variare da zona a zona. Per questo, il CIC ha messo a nostra disposizione un elenco di consigli per riciclare correttamente l’organico:

Usare un contenitore aerato
Per evitare cattivi odori è necessario usare un sacchetto compostabile con un contenitore areato e traforato, per evitare condensa, ridurre il volume, il peso e gli odori del rifiuto.

Disporre dell’umido nel modo corretto
I rifiuti organici vanno sgocciolati e spezzettati se voluminosi (non schiacciati) prima di essere buttati.

Produrre meno rifiuti
Per evitare di produrre rifiuti in eccesso, in estate bisogna fare particolarmente attenzione al cibo: il caldo può accelerarne il deterioramento. Si consiglia di mettere gli alimenti che vanno conservati a temperatura ambiente in luoghi freschi e al riparo dal sole.

Evitare gli sprechi in cucina
Stesso discorso per gli avanzi: prima di gettarli nell’umido meglio chiedersi come riutilizzarli.

Informarsi sulle modalità di raccolta quando si va in vacanza
Spostandosi dalla località di residenza a quella di villeggiatura, possono variare le modalità di raccolta dei rifiuti. In questo caso è utile informarsi dal locatore o contattare il comune o l’azienda di igiene urbana locale per essere informati sulle modalità di raccolta o sui giorni di passaggio dei mezzi.

Imparare ad usare il compost
Il compost può essere utilizzato nell’orto, per una concimazione di fondo che favorisca un buon nutrimento per le piante. Le dosi consigliate dal Cic sono di 2/3 kg a mq: è necessario distribuire il compost sul terreno e interrarlo con una vanga nei primi 10-15 cm. Può essere impiegato anche come fertilizzante per piantare alberi e arbusti nonché per la pacciamatura: permette il controllo della crescita delle erbe infestanti, favorisce il mantenimento di una giusta umidità del terreno e il reintegro di sostanza organica.

Disporre correttamente dei nostri rifiuti ci aiuta a risparmiare e a tutelare l’ambiente, e anche se all’inizio ci si può trovare in difficoltà, la pratica e l’impegno ci permettono di far diventare queste abitudini virtuose una routine da portare avanti senza fatica.

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Raccolta differenziata: RAEE (Rifiuti Elettrici ed Elettronici)

I dispositivi tecnologici sono sempre più una parte integrante della nostra quotidianità: alle lampadine e agli elettrodomestici si sono andati ad aggiungere smartphone, tablet, batterie portatili e tantissimi altri oggetti…

I dispositivi tecnologici sono sempre più una parte integrante della nostra quotidianità: alle lampadine e agli elettrodomestici si sono andati ad aggiungere smartphone, tablet, batterie portatili e tantissimi altri oggetti tecnologici che semplificano la nostra vita.

Ma, prima o poi, anche loro finiscono in discarica. Perché si rompono o perché diventano obsoleti (spesso per via di un’obsolescenza programmata), ma siamo costretti a buttarli. Questi oggetti rientrano nella categoria cosiddetta RAEE, Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche. Si tratta di un rifiuto speciale, che va assolutamente portato nei centri di raccolta e disposto nella maniera corretta, in quanto altamente inquinante.

Da una parte, i RAEE sono un’importante risorsa, perché contengono importanti materie prime come il ferro, il rame, l’alluminio e la plastica, e in piccola parte oro, palladio, cobalto o grafite. Ricavare queste materie prime dai RAEE consente di risparmiare energia e implica meno sprechi rispetto all’estrazione delle stesse dalle miniere.
La raccolta differenziata dei RAEE permette quindi di effettuarne il riciclo, cioè di farli tornare a essere materie prime: è una grande opportunità, che – soprattutto in un Paese povero di risorse naturali come l’Italia – non può più essere ignorata o sottovalutata.

Una piastra abbandonata presso dei cassonetti in Valdichiana

Quello che rende i RAEE un rifiuto speciale è il loro potenziale inquinante. I gas e le polveri fluorescenti, i condensatori, il mercurio contenuti in molti apparecchi elettrici o elettronici, se dispersi nell’ambiente, sono altamente tossici e dannosi per l’ambiente e di conseguenza per la salute dell’uomo.

Le conseguenze dell’esposizione ai RAEE sulla salute umana sono più gravi nei bambini, perché le sostanze chimiche in essi contenute vanno a interferire con lo sviluppo degli organi e del sistema nervoso. Alcune condizioni derivate dall’esposizione prolungata ai RAEE includono problemi psichiatrici, complicazioni della gravidanza (aborto, nascita prematura, sottosviluppo fisico del neonato), disfunzioni della tiroide, del sistema riproduttivo, della crescita, danni a livello del DNA, disfunzioni polmonari e del funzionamento stesso delle cellule.

Sostanze pericolose sono ad esempio il piombo, il cadmio, cromo, il ritardante di fiamma bromurato (PCB). Il rischio di intossicazione nasce dall’inalazione di fumi tossici (dovuti per esempio alla combustione di componenti elettriche) e dall’accumulo di queste sostanze chimiche nel suolo, nell’acqua e quindi nel cibo.

I RAEE si distinguono in queste categorie:

R1 – tutto quello che ha a che fare con il raffreddamento o il clima: frigoriferi, condizionatori, congelatori
R2 – ferro bianco: forni, lavastoviglie, lavatrici, cappe
R3 – televisori e monitor
R4 – piccoli elettrodomestici (phon, ferri da stiro), piccoli dispositivi elettronici, informatica, corpi lampada
R5 – lampadine e sorgenti luminose

I RAEE R1 (frigoriferi), R3 (televisori) e R5 (lampadine) sono considerati dalla normativa vigente rifiuti pericolosi, perché sono quelli a maggior impatto ambientale. Una gestione di questi rifiuti pericolosi non conforme a quanto previsto dalla normativa è considerato un reato penale.

La quantità di RAEE che ogni cittadino italiano butta via ogni anno è di quasi 13kg a testa, per un totale di circa 800.000 tonnellate all’anno. Non è un dato positivo, se pensiamo che l’Unione Europea ha fissato come obiettivo quello di raggiungere i 10kg per abitante entro il 2019.

Quest’anno, la quantità di RAEE raccolti e riciclati è aumentata del 14%, ma ancora in 40 province italiane non si riescono a superare i 4kg per abitante (che era l’obiettivo prefissato per il 2015). Le uniche province italiane che superano i target degli anni 2015 e 2016 ( di 7,5 kg pro capite) sono Olbia-Tempio, Como, Aosta e Sassari.

Guardando nelle specifico alla nostra regione, la Toscana ha percentuali medie di raccolta differenziata di RAEE sopra alla media nazionale: nel 2015 si è attestata a 5,67 kg abitante. A livello provinciale, sopra ai 6 kg abitante, troviamo:
– Lucca (6,37)
– Firenze (6,32)
– Pisa (6,27)
– Siena (6,18)
– Grosseto (6,1)

È evidente che come cittadini c’è molto di più che possiamo fare per cercare di gestire al meglio i nostri rifiuti elettronici. È importante che le amministrazioni implementino sul territorio le politiche nazionali ed europee per il raggiungimento degli obiettivi prefissati, che investano in infrastrutture dedicate e adeguate, e che rendano più accessibile la raccolta per i cittadini. I singoli privati, però, hanno la responsabilità ad esempio di non abbandonare queste apparecchiature nei pressi dei cassonetti (o gettarle nei campi, come purtroppo spesso succede). Non solo, è anche loro dovere quello di opporsi all’inciviltà dei loro concittadini pretendendo comportamenti a norma di legge a tutela della propria salute, di quella dei propri cari e del decoro urbano.

Cittadinanzattiva mette a disposizione una guida per conoscere i RAEE e imparare a smaltirli correttamente: SCARICALA QUI

Nelle province di Arezzo e Siena esiste il programma RAEE@scuola, il progetto nazionale fortemente voluto dall’amministrazione comunale e supportato da SEI Toscanana promosso dall’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) insieme al Centro di Coordinamento RAEE (CdC RAEE), con il supporto operativo di Ancitel Energia & Ambiente e con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente. Il suo scopo è quello di educare i bambini alla gestione dei rifiuti tecnologici.

Testimonial del progetto è il comico Baz, con cui è stato realizzato questo video esplicativo:


Fonti:
WHO
The Lancet
Cittadinanzattiva
Sei Toscana
ARPAT

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Raccolta differenziata: l’Olio Esausto

Alla bontà delle fritture è difficile resistere, così come amiamo condire le nostre insalate con del buon olio d’oliva (magari della Valdichiana). L’olio è un ottimo alimento, specialmente se di…

Alla bontà delle fritture è difficile resistere, così come amiamo condire le nostre insalate con del buon olio d’oliva (magari della Valdichiana). L’olio è un ottimo alimento, specialmente se di alta qualità, ma molto spesso dopo averlo usato per cucinare i nostri manicaretti non ci preoccupiamo troppo di dove va a finire. Moltissime persone, ancora oggi, lo gettano nel lavandino: niente di più sbagliato! Come andremo a vedere, versare l’olio esausto o i grassi animali liquidi nel sistema fognario può creare una serie di problemi molto gravi, che impattano sia l’economia dei nostri paesi che l’ambiente.

L’olio esausto è un agente molto inquinante: è capace, disperso nel suolo, di impedire l’assunzione delle sostanze nutritive da parte della flora e, rientrando nella catena alimentare come mangime per gli animali, ha conseguenze anche sulla nostra salute. Se versato nell’acqua, invece, ricopre tutto quello su cui si posa, dalle piante agli animali, creando una pellicola sulla superficie di corsi d’acqua, laghi o mari che può privare i pesci dell’ossigeno e causare la morte per soffocamento (abbassando drasticamente i livelli di ossigeno presenti nell’acqua) di tutte le forme di vita presenti in quell’area. Pensiamo che un litro d’olio rende non potabile circa un milione di litri d’acqua!

Sono circa 280.000 le tonnellate di oli esausti da cucina prodotte in Italia che finiscono nei nostri lavandini, e oltre il 50% di esse proviene da utenze domestiche. Liberarsene in modo inappropriato è dannoso per l’economia della comunità: i grassi si solidificano negli scarichi dei lavandini e nelle fognature andando a intasarle, causando reflussi, ingorghi e allagamenti. Questo aumenta i costi di depurazione del sistema fognario a carico delle amministrazioni locali e quindi dei cittadini, che saranno costretti a pagare tasse più salate. Senza contare che ci sono animali e parassiti che si cibano di questi grumi di olio solidificato, ponendo le basi per potenziali infestazioni e problemi per la salute pubblica.

Per questo, è estremamente importante che disponiamo dell’olio usato nella maniera corretta.
Dopo che l’olio in cui abbiamo fritto i nostri fiori di zucca si è ben raffreddato, dobbiamo versarlo in un contenitore di plastica spessa e chiuderlo ermeticamente, per prevenire perdite e cattivi odori. Quando il contenitore è pieno basta portarlo in discarica, in modo che possa essere versato negli appositi contenitori e mandato al riciclo. Sì, perché l’olio esausto può essere raffinato e trasformato in biocarburante, creando opportunità economiche per il Paese e riducendo le emissioni di CO2 nell’atmosfera.

In Valdichiana, la raccolta dell’olio esausto è gestita da Sei Toscana, che oltre ai normali servizi annessi alla discarica ha da qualche anno avviato un progetto chiamato Olly. Si tratta di box automatizzati di colore giallo che vengono collocati in punti strategici dei paesi, per aiutare i cittadini a liberarsi di questo rifiuto scomodo in maniera corretta e civile, senza doversi preoccupare degli orari delle discariche. Solitamente, per servirsene è necessario richiedere una tessera nei punti adibiti del proprio comune.

In Valdichiana e Valdorcia i bidoni gialli Olly sono presenti a Chianciano Terme, Torrita di Siena, Sarteano, Pienza e Castiglione d’Orcia.

A Cortona è possibile conferire l’olio alimentare esausto, oltre che ai centri di raccolta, anche negli appositi punti di raccolta che si trovano presso: la Casina dell’acqua e in piazza Pertini, a fianco del supermercato Coop a Camucia; a Montecchio, di fronte alla farmacia e presso il centro commerciale di Fratta.

A Castiglion Fiorentino, i punti di raccolta dell’olio esausto sono stati posizionati: in loc. Cozzano presso il supermercato Eurospin; in via Martiri di Nassirya, nel parcheggio del supermercato Conad; presso il supermercato Hurrà sulla Strada Regionale 71 e presso la Casina dell’acqua in via del Fergiolo.

A Foiano della Chiana è a disposizione dei cittadini il punto di raccolta posizionato in via Foro Boario, accanto al palazzetto dello sport.

In tutti gli altri comuni, l’olio esausto va raccolto in contenitori adeguati e portato nelle isole ecologiche o discariche, che sono un luogo attrezzato per lo smaltimento corretto e per il recupero di molti materiali; l’accesso è gratuito e il personale di servizio è sempre a disposizione per ogni tipo di informazione e di aiuto per il corretto conferimento dei materiali. Gli orari di apertura delle varie discariche sono disponibili sul sito di Sei Toscana.

Ad oggi, la Toscana detiene il primato di regione più virtuosa nella gestione dell’olio esausto: un bel risultato, che però va mantenuto e migliorato per diventare un modello per le altre regioni!


Fonti:

COOU
L’Olio Esausto – COOU
http://www.plef.org/quanto-inquina-lolio-per-alimenti-impariamo-a-smaltirlo-correttamente/
Sei Toscana
ec.europa.eu
Hazardous Waste Experts

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I benefici di una dieta stagionale con i prodotti tipici della Valdichiana

In che stagione si può raccogliere il porro? Quali sono i mesi in cui è possibile mangiare il finocchio? Tutti, verrebbe da rispondere, vedendo la disponibilità di queste verdure sugli…

In che stagione si può raccogliere il porro? Quali sono i mesi in cui è possibile mangiare il finocchio? Tutti, verrebbe da rispondere, vedendo la disponibilità di queste verdure sugli scaffali dei supermercati. In realtà, in natura sarebbe molto difficile trovarle in estate, essendo il loro tempo di raccolta l’autunno.
Non siamo più abituati a prestare attenzione ai cicli agricoli, non è più importante conoscere le stagioni per avere la certezza di mangiare. Viviamo in un tempo di abbondanza costante che ci permette di non preoccuparcene, di non sapere. È un sistema globale così comodo che pochi sarebbero disposti a rinunciarvi. Come dire di no alle spremute di arancia ad agosto o alle fragole con lo zucchero a Natale? Eppure, questa disponibilità infinita di cibo ha un prezzo. Oltre al distaccamento dell’uomo dalla natura e dai suoi ritmi, la tassa che paghiamo per questa abbondanza è nutrizionale, economica ed ecologica.

È anche vero che viviamo in un’era di globalizzazione, e da qualche parte nel mondo è sempre la stagione giusta per raccogliere qualcosa. Per questo abbiamo le arance e i pompelmi dal Sudafrica o i kiwi dal Cile. Ma abbiamo veramente bisogno di mangiare i melograni a luglio (i melograni a luglio!!) o bere spremute tutte le mattine? Comprare cibo importato costa di più in cambio di una qualità inferiore. Forse non diamo più importanza ai sapori, forse siamo troppo abituati a mangiare frutta e verdura insipide. I pomodori di gennaio, pallidi e tristi, non avranno mai lo stesso sapore di quelli cresciuti e maturati bene sotto il sole estivo. Per questo esistono le conserve: per mantenere i sapori e usare i prodotti dell’estate anche in inverno.

C’è anche la questione della località. Perché comprare l’aglio spagnolo quando in Valdichiana abbonda e può essere coltivato anche in vaso (e i boccioli sono pure edibili)? Per risparmiare 80 centesimi? Quando un prodotto importato costa meno di un prodotto locale dovremmo fermarci a riflettere un attimo su cosa stiamo pagando, quindi. Quale potrà essere la qualità di quell’aglio che costa poco, nel cui prezzo è inclusa una lunghissima filiera di trasporto?
Abbiamo la fortuna di vivere in un territorio ricchissimo, in un Paese ricchissimo e vario dal punto di vista alimentare: tutelare il nostro territorio, il nostro suolo, le sue specie tipiche e coloro che si impegnano per mantenerli sempre in salute è una cosa importante.

Tra le varie correnti alimentari contemporanee, sta riprendendo piede la più antica dieta stagionale, ovvero quella che l’umanità era obbligata a seguire prima dell’avvento dei supermercati e dell’agricoltura industriale.

Quali sono i vantaggi che si ottengono scegliendo di seguire una dieta stagionale?


Molti studi indicano che i microbi all’interno del nostro intestino non rimangono gli stessi tutto l’anno, ma sembrano variare proprio a seconda delle stagioni in modo da essere più efficienti ad elaborare certi tipi di sostanze.
Spesso, i cibi stagionali sono più ricchi di quelle sostanze che ci sono utili per affrontare il freddo dell’inverno o il caldo torrido dell’estate.
I prodotti che richiedono lunghi tempi di trasporto e immagazzinamento dovranno essere trattati per durare di più, e quindi saranno più facilmente soggetti a contaminazioni chimiche derivate dai trattamenti di conservazione.


Perché il sapore dei prodotti stagionali è sempre più ricco, più intenso. Può essere sorprendente la differenza di gusto tra un prodotto raccolto e venduto fuori stagione e lo stesso frutto mangiato nella sua stagione, coltivato nel modo più naturale e maturato bene. La conservazione prolungata in ambienti refrigerati danneggia il sapore, quindi più fresco sarà il nostro cibo più sarà buono e nutriente! Tanti prodotti vengono raccolti acerbi e fatti maturare forzatamente prima di essere messi in vendita sugli scaffali dei supermercati (succede principalmente con i prodotti esotici e importati), e anche questo impedisce che i vegetali acquistino sapore.


I prodotti stagionali e locali sono più ricchi di sostanze nutrienti perché hanno avuto il tempo di raggiungere la maturazione a terra e non hanno subito processi di conservazione industriale. Più tempo passa tra la raccolta di un prodotto vegetale e il suo consumo, più grave sarà la perdita in antiossidanti e nutrienti. Per esempio, gli spinaci e i fagiolini perdono anche due terzi del loro contenuto di vitamina C entro una settimana dal raccolto. Aggiungiamoci i lunghi tempi di trasporto e il tempo passato sugli scaffali dei negozi, e possiamo solo immaginare quanto di nutriente possa rimanere in una verdura. Lo stesso concetto vale per l’alimentazione del bestiame, e di conseguenza anche il valore nutrizionale del latte varia a seconda dell’alimentazione degli animali, che in estate mangeranno più cibo fresco e nutriente.


I prodotti stagionali sono meno costosi perché la loro produzione è meno dispendiosa: essendo spontanea richiede meno trattamenti chimici e non ci sono costi di importazione. Inoltre, richiedono meno imballaggi (che ci vengono sempre fatti pagare), tempi di trasporto più brevi e hanno meno costi logistici.


I prodotti stagionali hanno meno bisogno di pesticidi e di interventi umani per crescere bene. I prodotti stagionali sono solitamente locali o richiedono viaggi più brevi, riducendo l’inquinamento causato dal trasporto del cibo.


Mangiare cibo locale e stagionale ci può aiutare a conoscere i produttori locali, a supportare l’economia del nostro territorio e a conoscerlo più a fondo, creando una comunità più unita.


Mangiando stagionale, si è spinti a comprare in maniera più oculata e a cucinare di più. Può essere un investimento a livello di tempo, ma sicuramente un beneficio per la salute: mangiando meno cibo industriale e studiando diversi modi per cucinare una determinata verdura, la nostra dieta sarà più sana e variegata. Conoscendo a fondo una verdura se ne scoprono infiniti usi, tutti i modi per conservarla e per assaporarla abbinata a diverse pietanze.

Un aspetto da non sottovalutare è la conoscenza delle stagioni e della natura che deriva dal seguire una dieta stagionale. Essere in armonia con il proprio ecosistema ci fa essere più sani e sereni, e ci rende anche più coscienti della sua salute, della sua fragilità e della sua importanza per la nostra sopravvivenza.

Per cibo stagionale si intendono quei prodotti che crescono e maturano naturalmente nella regione in cui viviamo. Al giorno d’oggi sarebbe un sacrificio forse eccessivo rinunciare alle arance di Sicilia per qualcuno che vive in Toscana, quindi il concetto di ‘locale’ si può, in certi casi, estendere a tutto il Paese, sebbene i veri prodotti a chilometro zero siano quelli venduti all’interno della zona di produzione.

La Valdichiana è un territorio dalla forte vocazione agricola, fertile e adatto alla coltivazione di molte varietà vegetali e all’allevamento, e vanta anche numerose specie locali che vengono coltivate solo sul suo territorio, alcune delle quali sono:

Aglione della Valdichiana

Mela rugginosa della Valdichiana

Cocomero nero della Valdichiana

Susina Coscia di Monaca

Pesca cotogna toscana

Fagiolina del Trasimeno

Non dimentichiamoci poi dell’olio, del vino, dei formaggi e della carne, e di tutti gli altri prodotti regionali che è possibile consultare nell’elenco fornito dalla Regione Toscana. Un capitolo a parte meriterebbero poi le erbe selvatiche, come la cicoria, la portulaca, l’ortica, la piantaggine o il tarassaco, tutte abbondanti nei nostri giardini dalla primavera all’autunno e perfettamente commestibili!

Per chi volesse provare a seguire un’alimentazione in armonia con le stagioni, esistono diversi siti che riportano l’elenco della frutta e della verdura tipici della nostra penisola disponibili mese per mese, come ad esempio Verdure di StagioneGreenMe.


Fonti:

https://www.theguardian.com/lifeandstyle/wordofmouth/2014/aug/12/seasonal-eating-vegetables-uk-does-it-matter
https://www.medimagazine.it/perche-e-meglio-scegliere-alimenti-di-stagione/
http://www.viversano.net/tag/mangiare-di-stagione/
http://www.regione.toscana.it/piramide-alimentare-toscana/i-livelli-della-piramide/1.-frutta-e-verdura
http://www.iltempo.it/cronache/2015/12/16/news/frutta-stagionale-un-gusto-unico-996349/

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La comunità sporca: c’è spazzatura ovunque

“La nazione che distrugge il proprio suolo distrugge sé stessa.” FRANKLIN D. ROOSEVELT L’estate è un momento dell’anno in cui, volenti o nolenti, passiamo molto più tempo fuori casa e a contatto con il…

“La nazione che distrugge il proprio suolo distrugge sé stessa.”
FRANKLIN D. ROOSEVELT

L’estate è un momento dell’anno in cui, volenti o nolenti, passiamo molto più tempo fuori casa e a contatto con il mondo esterno. Possiamo parlare di più con le persone, ascoltare le cose che dicono, vedere. Le persone escono, si guardano attorno e vedono innanzitutto i problemi. I rumori molesti, i parcheggi selvaggi, l’erba troppo alta. All’improvviso, tutta l’incapacità delle persone di rispettare gli spazi sia privati che pubblici sale su un piedistallo e causa attriti tra vicini di casa.

Eppure, sembra che la gente sia turbata terribilmente dall’erba alta e dai serpentelli inoffensivi e assolutamente non velenosi (biacchi, orbettini) che occasionalmente possono comparire nei giardini, ma nessuno sembra battere ciglio di fronte alla quantità spaventosa di spazzatura che insozza le banchine delle strade, le aiuole e i campi. Mi è bastato fare un giro di 5 minuti per il mio quartiere, nella periferia di Montepulciano, per trovare ombrelli piegati e buttati nei fossi, palloni scoppiati e fatti a pezzi dai tagliaerba comunali (che erano accorsi per risolvere il grave problema degli orbettini nei giardini, che – per la cronaca – non sono neanche serpenti ma lucertole), cartelli stradali divelti e buttati tra le frasche, bottiglie di plastica, pancali marci, lattine di fanta, bricchi di estathé, polistirolo sparso letteralmente ovunque, diffusori di profumo per automobili, pezzi di tubi, tappeti di gomma semisepolti, pezzi di giocattoli, detersivi, accendini… tutto questo in meno di un chilometro. Allora mi sono decisa: mi sono infilata un paio di guanti di lattice (come già avevo fatto l’anno scorso), ho preso un sacco e mi sono messa a raccogliere tutto quello che era abbastanza grande per essere visto e raccolto. C’era talmente tanta spazzatura che avevo il sacco stracolmo ancora prima di finire il giro intorno a casa mia. I rifiuti più grossi, il tappetino di gomma e un grosso blocco di polistirolo, non mi entravano nel sacco e li ho appoggiati sul bordo della strada per andarli a prendere più tardi. Però, vista la stanchezza ho deciso di lasciarli lì per andarli a buttare via il giorno dopo. La mattina seguente vedo nel piazzale gli operai comunali che erano tornati a raccogliere l’erba tagliata, e ho pensato che forse avrebbero raccolto loro questi rifiuti. Quando sono scesa, effettivamente, il polistirolo era sparito ma il tappetino di gomma era stato rilanciato nel campo da cui l’avevo tolto, un paio di metri in là.

Ah, la civiltà. Che meraviglia vivere in una comunità che ha così a cuore la cura del territorio, che dimostra così tanta considerazione per la qualità dell’ambiente in cui crescono i loro figli.
D’altronde che sarà mai, un po’ di plastica nel campo? Prima o poi si sbriciolerà e potremo dimenticarcene tutti, no? Le cose smettono di esistere se non le vediamo, giusto? Certo. Per questo possiamo continuare a lanciare la spazzatura dal finestrino della macchina come se il mondo fosse un enorme, coloratissimo bidone della spazzatura.  È comunque il bidone della spazzatura di qualcun altro, non certo un mio problema, no? Bevo il mio estathé, butto il brick nell’aiuola e corro a casa felice a guardarmi Italia’s Got Talent. Domani, magari, qualcun altro lo raccoglierà.
O forse no. Forse rimarrà lì e il sole e la pioggia lo renderanno pian piano sempre più fragile, il colore dell’etichetta si scioglierà, la plastica si romperà e pian piano verrà sepolto. Magari qualche pezzo finirà a strozzare qualche uccello, qualcuno verrà portato nella fogna dalla pioggia e finirà, alla lunga, nel mare.
Ma chissenefrega, usare i cestini della spazzatura richiede uno sforzo troppo grande, meglio ritrovare il mio brick di estathé al mare a Follonica e nuotarci assieme che fare un passo e usare i cestini. Solo gli sfigati usano i cestini della spazzatura, dai. Le persone intelligenti, quelle che hanno frequentato la scuola della vita, buttano la spazzatura per strada e ne sono anche orgogliose, perché comunque non hanno tempo di preoccuparsi di queste stupidaggini, loro devono andare a tagliare l’erba che gli vengono i serpenti in giardino. Mi diverte come l’erba alta sia percepita come degrado ma la spazzatura no.

La spazzatura non è un problema, è solo il problema del secolo. Siamo sommersi dalla spazzatura: le nostre acque sono contaminate, il suolo è contaminato, l’aria è contaminata.
Ammiro l’ingenua serenità in cui vivono quelle persone che spargono plastica e sostanze tossiche nell’ambiente e che poi tornano a casa a preoccuparsi del futuro dei loro figli, che sperano diventino dottori, magari. Già, perché c’è bisogno di dottori per curare le malattie respiratorie e il cancro che causa la spazzatura che tutta la comunità ha sparpagliato nell’ambiente per decenni, bruciando plastica e versando sostanze chimiche nei campi, perché tanto erano i campi degli altri.
Peccato che le falde acquifere siano le stesse per tutti, e che in quei campi ci si coltivino cose che magari vengono mangiate dagli animali che mangiamo. Magari in quei campi di proprietà sconosciuta qualche anziano ha deciso di farci il suo orto senza chiedere il permesso a nessuno, senza sapere che magari il suolo è impregnato da misteriose sostanze tossiche che vengono assorbite dai pomodori che regala ai suoi nipoti.

Quali sono le conseguenze dell’inquinamento del suolo? Non sembra che siano in molti ad aver chiaro che tutte le schifezze sparpagliate nei campi abbiano effettivamente delle conseguenze sulla salute delle persone (poi tanti pensano: “vabbé non succederà di sicuro a me”. Certo ma, anche se fosse, potrebbe succedere ai vostri parenti, se degli altri proprio non ve ne frega niente).
Innanzitutto, bisogna dire che l’inquinamento del suolo è meno conosciuto e causa poca preoccupazione perché, a differenza dell’inquinamento atmosferico o dell’acqua, ha effetti meno immediati sulla salute dell’uomo, che ne subisce gli effetti secondari.
I rifiuti che inquinano il suolo si possono distinguere in solidi, liquidi e gassosi. Quelli solidi sono la carta, il vetro, la plastica, le pile scariche, i medicinali scaduti; quelli liquidi sono gli insetticidi, i fertilizzanti, i concimi chimici, il mercurio, i medicinali liquidi scaduti, i liquidi di pile usate. I rifiuti liquidi risultano molto dannosi per l’ambiente perché riescono a raggiungere le falde acquifere sotterranee e possono danneggiare il loro equilibrio, che è molto delicato. I rifiuti gassosi sono quelli come il CFC delle bombolette spray. L’eccesso di azoto e tracce di metalli come arsenico, cadmio, piombo e mercurio possono danneggiare il metabolismo delle piante e la produttività dei raccolti. Queste sostanze chimiche, quando entrano nella catena alimentare, mettono a rischio la sicurezza del cibo, le risorse acquifere, il sostentamento rurale e la salute umana. L’inquinamento del suolo può causare danni allo sviluppo cerebrale dei bambini (piombo), danni ai reni e al fegato (mercurio), danni al sistema nervoso, mal di testa, nausea e problemi alla pelle. Nei casi più gravi può causare il cancro e la leucemia, quando nel suolo sono presenti sostanze molto tossiche (pensiamo al Triangolo della Morte di Acerra-Nola-Marigliano).

Anche quando si tratta di semplici bottiglie e cartacce, la pulizia dell’ambiente pubblico è una questione anche di dignità. Chi inquina l’ambiente in cui vivono altri lede la proprietà pubblica, e pubblica significa DI TUTTI. Non di nessuno, di tutti.

La sporcizia genera degrado; il degrado porta degrado e abbassa la qualità della vita di chi ci vive, è sintomo di ignoranza e incentiva altri comportamenti che danneggiano la comunità, come sostiene la Teoria delle finestre Rotte.
Per questo, la raccolta dei rifiuti sparsi per strada è il dovere civico di ogni cittadino.
So che a tutti piace dirsi che è compito del Comune, che ‘sì ma io pago le tasse’, che ‘non ce l’ho mica buttata io’, ma la realtà è che no, non è vero. La spazzatura la devi raccogliere, se la vedi, se non lo fai è come se l’avessi buttata tu. Raccogliere la spazzatura è una responsabilità del cittadino. Non vogliamo essere persone che si lamentano e basta e non fanno mai niente per risolvere i loro problemi, vero? Io mi lamento, certo, ma sono anche andata a raccogliere la spazzatura dei miei concittadini (basta usare dei guanti) e sto scrivendo questo articolo nella speranza che qualcuno capisca, senza etichettarmi come (concedetemi il francesismo) ‘cacacazzi ambientalista’. E anche se fosse, sono stata educata ad esserlo, per fortuna.

Torniamo un attimo alla questione del decoro. Abitiamo in un territorio meraviglioso, un posto in cui mezzo mondo sogna di vivere, che attira migliaia di visitatori ogni anno che rimangono senza fiato di fronte ai nostri paesaggi, che ci invidiano per quello che abbiamo. Immaginate queste persone, come si sentono, quando imboccano una stradina laterale fuori dal centro storico e vedono che la riva della strada è ricoperta di spazzatura brodosa incastrata tra i fiori e i cespugli. Che schifo. Questo non è sintomo “di una città viva”, è sintomo di una comunità incivile che dà per scontato tutto quello che ha la fortuna di avere e che non è interessata a tutelare il proprio futuro.
Dicendo questo non voglio condannare l’intera umanità, perché sia qui che in tanti altri posti ci sono tantissime persone che si interessano al problema e cercano di sensibilizzare quella parte di cittadinanza meno consapevole; le amministrazioni si prodigano spesso in iniziative lodevoli, ma credo che ci sia bisogno di fare qualcosa di più, e questo qualcosa di più deve venire dal basso. Dovremmo smetterla di vergognarci del fatto che ci preoccupiamo. Quante volte sono stata zitta quando gli amici lanciavano la loro spazzatura dal finestrino perché temevo di essere etichettata come ‘cacacazzi ambientalista’? Ma, sinceramente, anche se fosse? Chi se ne frega? Che problema mi crea essere una cacacazzi ambientalista? Nessuno, anzi. È vergognoso anche solo il fatto che esista ancora il termine ambientalista, perché esserlo dovrebbe essere una cosa scontata, oggi.
Sono nata e cresciuta a un passo dalla Svizzera, che è risultata essere il Paese più pulito del mondo. Aveva ragione mia mamma quando, passando la frontiera, osservava: “Guarda loro come tengono pulito! Appena entri in Italia… spazzatura ovunque!”. Buttare spazzatura per strada non ci rende persone libere dai rifiuti, ci rende persone sporche.

Fonti:

Protezione Civile: http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/inquinamento_suolo.wp

Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Inquinamento_del_suolo

https://www.environmentalpollutioncenters.org/soil/

FAO: http://www.fao.org/news/story/it/item/897263/icode/

Approfondimenti:

http://www.pollutionissues.com/Re-Sy/Soil-Pollution.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Bisfenolo_A

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Un Giardino rinnovato, la nuova stagione di Giardino Valdichiana

La Valdichiana, come testata, è nata dall’idea di fare un giornalismo che fosse un servizio per la comunità, che aiutasse veramente a documentare la nostra realtà e a creare dei…

La Valdichiana, come testata, è nata dall’idea di fare un giornalismo che fosse un servizio per la comunità, che aiutasse veramente a documentare la nostra realtà e a creare dei ponti tra le persone. Volevamo che fosse un punto di incontro virtuale in grado di stimolare e generare idee. A questo fine, raccontare le storie delle persone è indispensabile. La Valdichiana è un territorio ricco e vivace, dotato di un potenziale culturale e naturale tenuto a freno solamente dalla mancanza di canali di comunicazione adeguati.

Con l’avvento di Facebook Live, a Giugno dell’anno scorso abbiamo inaugurato la prima stagione di Giardino Valdichiana, un format in diretta streaming pensato per dare spazio a coloro che sono l’anima sociale di questo territorio: associazioni, artisti, artigiani, atleti e narratori locali. Abbiamo scelto di dedicare meno spazio alla politica e alle istituzioni di proposito, perché volevamo che il nostro programma fosse accessibile a tutti coloro che avessero voluto venire a raccontarci la propria storia, anche senza un invito formale. L’idea era proprio quella di creare un ambiente aperto ai visitatori occasionali, al divertimento e alle interazioni anche con chi ci guardava online.

A fronte dell’esperienza positiva dello scorso anno, nel 2017 Giardino Valdichiana si ripete con una formula simile ma con qualche sostanziale differenza: invece che ai Giardini Poggiofanti, i nuovi episodi verranno trasmessi dalla bellissima terrazza dell’Enoliteca del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, dentro la Fortezza; dal punto di vista tecnico, la nostra redazione avrà il preziosissimo supporto di Lightning Multimedia Solutions per arrivare al pubblico con immagini e audio di alta qualità.

Mi piace utilizzare il termine ‘evoluzione’ per definire quello che stiamo facendo quest’anno. Noi di Valdichiana Media non amiamo ripeterci, le idee dell’anno scorso non ci stimolano e anche un format molto apprezzato come Giardino Valdichiana per noi è sempre perfettibile, migliorabile.

Qualsiasi bravo scrittore sa che una regola importante della creazione è non affezionarsi troppo alle idee, perché prima o poi la buona riuscita dell’opera richiederà di sacrificarne più di una. Il nostro obiettivo per la seconda stagione è quello di proporvi un programma di qualità superiore e in grado di abbracciare meglio un territorio che è vasto e multiforme; con questa edizione vogliamo tendere la mano alla Valdichiana aretina che rimane ancora più difficile da raggiungere per noi che siamo nati dalla parte senese del fosso, affinché si crei un dialogo tra le due metà della valle. Questa è la nuova sfida che abbiamo scelto di affrontare, e mentre lavoriamo per darvi il prodotto migliore possibili in termini di qualità e contenuti, già pensiamo a cosa potremo fare l’anno prossimo per superarci.

Il successo di Giardino Valdichiana non è solo merito nostro, ma anche della fiducia che ci è stata data, dall’entusiasmo dei nostri spettatori che hanno partecipato in gran numero. Vi invitiamo a rimanere con noi e a farci sentire la vostra voce: fino ad Agosto ci troverete nella Fortezza di Montepulciano all’Enoliteca del Consorzio del Vino Nobile. Venite a trovarci, vi aspettiamo.

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L’Isola di Einstein: al Trasimeno la scienza è per tutti

Foto di Marco Giugliarelli L’abbiamo scoperta quasi per caso, l’Isola di Einstein, attraverso un contatto di Facebook che avrebbe tenuto uno spettacolo durante l’edizione di quest’anno. Nonostante quella del Trasimeno non…

Foto di Marco Giugliarelli

L’abbiamo scoperta quasi per caso, l’Isola di Einstein, attraverso un contatto di Facebook che avrebbe tenuto uno spettacolo durante l’edizione di quest’anno. Nonostante quella del Trasimeno non sia una zona di cui siamo soliti occuparci (essendo amministrativamente e geomorfologicamente separata dalla Valdichiana), è anche vero che i confini sono linee labili fatte apposta per essere scavalcate. Castiglione del Lago è un comune della cosiddetta Valdichiana umbra o romana, a poche decine di minuti di distanza dalla maggior parte dei comuni della Valdichiana toscana, meta di uscite domenicali e teatro di numerosi eventi culturali durante tutto l’anno.
Pur essendo stata diverse volte a Castiglione del Lago, non avevo mai avuto occasione di andare a visitare l’Isola Polvese, e questa è stata l’occasione perfetta per scoprire un angolo che definire magico sarebbe riduttivo. Si tratta della più grande delle tre isole che costellano il Lago Trasimeno, che dal 1995 è stata dichiarata parco scientifico. Una piccola oasi di pace, dove il prato lambisce le acque verdi del lago e il castello torreggia a pochi metri dai canneti. E’ proprio nei grandi prati dell’Isola che ogni anno si svolge il festival scientifico L’Isola di Einstein.

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Di cosa si tratta?
Gli organizzatori, la cooperativa Pisquadro e l’associazione Gurdulù, descrivono il loro festival come un evento unico in Europa:

“I protagonisti in scena sono esperimenti, fenomeni naturali e storie di scienza che divertono, incuriosiscono e appassionano. A presentarli sono abili artisti, divulgatori, scienziati e storytellers internazionali che sanno affascinare il pubblico e condividere la passione per la scoperta.”

Il festival dura tre giorni; l’ultima edizione ha ospitato 85 spettacoli tenuti da 50 ospiti provenienti da 8 Paesi. A dimostrazioe del suo essere pensato per un pubblico molto giovane, l’ingresso è gratuito per i bambini fino a 6 anni, proprio per incentivare la partecipazione dei più piccoli.

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L’Isola di Einstein è giunta quest’anno alla sua quarta edizione. L’affluenza in costante crescita (addirittura quadruplicata nel corso degli anni) testimonia la qualità dell’iniziativa, unica nel suo genere. Si tratta di un festival di divulgazione scientifica: esperimenti, droni, matematica, giochi, storie… la passione per la scienza può passare attraverso diverse forme, e il numero di bambini incantati e sorridenti che scorazzavano per l’Isola, durante l’ultima edizione, era davvero rincuorante. Ogni angolo dell’Isola era stato adibito ad una funzione specifica: sotto un grande albero c’era una band che suonava utilizzando strumenti musicali ottenuti da materiali di riciclo (giocattoli, latte, ombrelli, megafoni e altri oggetti improbabili), più avanti un’area dove i visitatori potevano sfidarsi nella costruzione di torri di cassette di plastica, due alla volta contro la gravità. Sotto una grande rete i bambini potevano provare a pilotare un drone, e nello spiazzo principale potevano assistere a esperimenti scientifici, giochi matematici e racconti sulla storia della scienza. Con un po’ di imbarazzo, non nascondo di essermi emozionata molto per la presenza di un artista delle bolle di sapone. Ho un debole per le bolle di sapone, piccoli, bellissimi e coloratissimi equilibrismi tra fisica e chimica.

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Vi chiedete mai quali sono i segreti della natura che si nascondono dietro alle cose che usate? Vi capita mai di guardare il vostro smartphone e chiedervi qual’è la magia che si nasconde dietro il suo funzionamento, o dietro alla musica generata da una musicassetta? La scienza serve proprio a spiegare queste cose, a farcele capire e a permetterci di replicarle e migliorarle. Uso il termine magia perché è così che siamo soliti chiamare i fenomeni che non sappiamo spiegarci (che all’occorrenza diventano fenomeni paranormali, alieni, miracoli e altro), ma le scienze auree – matematica, fisica e chimica – sono in realtà in grado di spiegare quasi tutto… quasi, perché l’universo è ancora pieno di misteri enormi per noi, minuscoli esseri viventi che abitiamo questo minuscolo pianeta. Tanto per fare un esempio, nessuno ha ancora capito esattamente come fanno i gatti a fare le fusa, ma siamo fiduciosi: prima o poi troveremo la risposta.

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Quando ero al liceo, chiedevo al mio professore di matematica a cosa mi sarebbe servito quello che mi stava insegnando, nella vita di tutti i giorni. “Prof, mica devo risolvere le equazioni per fare la spesa!”. E invece sì.
Cosa?
Sì. Perché quello a cui serve davvero la matematica è imparare a ragionare. Logica. Più siamo bravi in matematica, più saremo gradi di compiere ragionamenti rapidi e complessi, e questa capacità non solo torna utilissima nella vita di tutti giorni, ma può essere determinante nella riuscita del nostro lavoro e dei nostri progetti. Provate a mettere, al posto di quei numeri incomprensibili, nomi di persone o qualsiasi altro tipo di dato. In un certo senso, la matematica spiana la strada a un futuro più facile. Idem per la fisica, la chimica… non è affatto sbagliato dire che più sappiamo più possiamo. Sembrano cose importanti da dare a un bambino, no?

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A fronte di tutto questo, dovrebbe essere quasi superfluo spiegare l’importanza dei festival scientifici per trasmettere ai nostri figli la bellezza della matematica e delle forze che muovono l’universo.
L’Isola di Einstein, come altri (pochi) festival in giro per il mondo, svolge l’importantissima funzione di mostrare ai bambini un pezzo di mondo – un pezzo fondamentale! – che visto dal banco di classe fa spesso paura. È importante che i nostri bambini vivano in un ambiente che stimoli la loro curiosità verso il mondo, che acuisca il loro pensiero e che ponga loro continuamente delle piccole sfide che, con un po’ di impegno, possono superare anche da soli, usando solo la propria testa.

È meraviglioso pensare che un gruppo di ragazzi sia riuscito a portare tutto questo qui, nel nostro territorio, e a trasformare quella che è già un’Isola bellissima in qualcosa di più grande. Non si tratta che di un (per adesso) piccolo festival a Castiglione del Lago, ma è di piccoli mattoncini che è fatta la strada per un futuro migliore per tutti.

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Mecenate cercasi: perché abbiamo scelto Patreon

In un’epoca di rivoluzione come quella che stiamo vivendo, l’editoria stenta a trovare una forma di sostentamento efficace di fronte alla saturazione del suo mercato. La disponibilità esagerata di fonti…

In un’epoca di rivoluzione come quella che stiamo vivendo, l’editoria stenta a trovare una forma di sostentamento efficace di fronte alla saturazione del suo mercato. La disponibilità esagerata di fonti di informazione svaluta il lavoro degli articolisti e dei giornalisti, che si trovano ogni giorno a combattere contro altri dieci colleghi pronti a scrivere delle stesse cose. È difficile emergere dal marasma di notizie, gossip e bufale che inondano ogni giorno la nostra bacheca di facebook, la nostra casella di posta o le nostre orecchie attraverso la tv e la radio: l’unico modo per creare qualcosa che abbia davvero un valore è quello di uscire dalle proprie case e andare alla ricerca di storie mai raccontate prima. Questo è quello che cerchiamo di fare con La Valdichiana: non cronaca e attualità ma storie dal territorio, racconti di cose dimenticate. Cerchiamo di dare voce a chi non trova mai uno spazio, asfissiato dalle urla della politica e della cronaca nera. Si tratta di storie che significano tutto per la Valdichiana, perché sono i tasselli della sua epopea che da secoli prosegue e si arricchisce.

La nostra ambizione è sempre stata quella di dare alla Valdichiana un’identità forte, indipendente dalle divisioni amministrative e unita dalle tradizioni e radici comuni, per riportare alla luce il suo valore, le sue bellezze, e aiutarla ad avere un’opportunità in più per il futuro.
Tuttavia, portare avanti un lavoro del genere non è semplice: non esistono finanziamenti pubblici per le realtà editoriali digitali come La Valdichiana, e i grandi investitori non credono più (o non hanno mai creduto) nel valore dell’informazione digitale locale. Se è vero che ancora si trova chi è disposto ad acquistare spazi pubblicitari (e qui ne approfitto per ringraziare tutti i nostri sponsor), è anche vero che sono sempre meno quelli disposti a investire in un progetto perché credono nel suo valore, e non per ottenerne per forza un ritorno di qualche tipo. Quello che un tempo si chiamava mecenatismo è diventato una pratica sempre meno capita e considerata, rendendo tutti i rapporti di finanziamento meramente utilitaristici. Ma una soluzione si trova sempre, e dobbiamo riconoscerci la fortuna di vivere in un momento storico in cui la crisi economica ha spinto le persone a unirsi per aiutarsi a vicenda: l’unione fa la forza.

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È secondo questa logica che è nato Patreon: perché andare alla ricerca di un contratto quando possono essere i nostri fan a sostenerci in prima persona? Patreon è una piattaforma di crowdfunding che permette ai ‘creatori’ – che possono essere scrittori, musicisti, fumettisti, videomaker, game designer, divulgatori e quant’altro – non tanto di raccogliere dei fondi per i propri progetti, ma di chiedere ai propri sostenitori una piccola donazione mensile in cambio di piccole ricompense. I patron – così si chiamano coloro che scelgono di supportare un creatore – collegano la propria carta di credito a Patreon (direttamente o attraverso sistemi più sicuri come PayPal), che poi procederà a scalare mensilmente la donazione scelta per versarla sul conto del creatore. Un sistema di mecenatismo condiviso, semplice da usare ed equo, che può essere interrotto liberamente quando il patron ritiene di non volere o potere più supportare un determinato progetto.

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Nei mesi scorsi avevamo valutato la possibilità di introdurre una versione a pagamento de La Valdichiana, una sorta di abbonamento, perché dopo tre anni di  impegni volevamo che il progetto continuasse a crescere. Non ci vogliamo accontentare di farla sopravvivere, noi vogliamo che La Valdichiana viva di vita propria e fornisca un servizio impeccabile ai suoi lettori.

L’editoria online ha sempre sofferto della gratuità quasi obbligatoria imposta dal formato: se fai pagare per leggere una notizia, probabilmente il lettore piuttosto che pagare andrà a leggerla da qualche altra parte. Non è possibile obbligare tutti a pagare (il sistema del paywall, infatti, stenta a ingranare), ma sembra molto più equo provare a chiedere ai propri lettori un’offerta spontanea proporzionata alle proprie disponibilità.

È stato proprio davanti a questo bivio che ci siamo ricordati dell’esistenza di Patreon. Perché chiedere a tutti di pagare, rendere più difficile l’accesso ai nostri contenuti, quando possiamo semplicemente chiedere una donazione a chi crede nel nostro lavoro, liberamente e spontaneamente?
Questa possibilità è in linea con i nostri valori etici e sicuramente più nobilitante. Abbiamo preparato la pagina, elencato i motivi per cui crediamo di essere meritevoli di un minimo supporto economico da parte vostra (la donazione base è di 5$, quindi circa 4,50€) e ora continueremo a lavorare, impegnandoci per dare sempre il nostro meglio e andare oltre i confini che abbiamo già tracciato.

Se, come noi, credete che raccontare La Valdichiana sia una cosa fondamentale per renderla forte e unita, continuate a leggerci. Dopodiché, se potete, dateci una mano a farlo diventando nostri patron, i nostri mecenate.

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C’è un Giardino in Valdichiana

Anche in Valdichiana è arrivata l’estate con la sua voglia di stare all’aperto, magari per un tuffo in piscina o per una passeggiata all’ombra degli alberi. Possiamo lasciare le finestre di casa…

Anche in Valdichiana è arrivata l’estate con la sua voglia di stare all’aperto, magari per un tuffo in piscina o per una passeggiata all’ombra degli alberi. Possiamo lasciare le finestre di casa spalancate, distenderci in giardino per abbronzarci un po’ e godere del sole che abbiamo aspettato per tutto l’inverno – e per buona parte della primavera. Attorno a noi è pieno di fiori e piccoli insetti dall’aspetto curioso, che ci ronzano attorno per capire cosa siamo e cosa abbiamo di interessante.

Noi de La Valdichiana, un po’ come questi insetti laboriosi, abbiamo lasciato le vacanze al futuro prossimo e ci siamo insediati ai Giardini Poggiofanti di Montepulciano per curiosare tra le storie delle persone che vivono nel nostro territorio. Ormai non è più una novità, visto che è da un mese e mezzo che trasmettiamo il nostro programma, Giardino Valdichiana, in diretta Facebook Live tutti i venerdì alle 18:00, e tanti sono gli ospiti che sono già passati sotto il gazebo del Bar Giardino Poggiofanti (potete ritrovare le loro interviste sia sul nostro canale di YouTube che nella playlist su Soundcloud).

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Ma cos’è, di preciso, questo Giardino Valdichiana? È un esperimento innovativo proposto dalla nostra redazione per raccontare il territorio e approfondire le storie che vi abbiamo raccontato in settimana: di solito ve le facciamo leggere online, ma incontrarci dal vivo è ancora più bello! Abbiamo scelto di concentrarci in particolar modo sulle storie che coinvolgono i cittadini e li uniscono, specialmente quando partono dal basso e dai ragazzi. Ci piacerebbe raccontarvi anche quelle realtà a cui solitamente non viene data voce dalla stampa, storie di impegno, volontariato e innovazione. Vogliamo che il nostro Giardino sia uno spazio costruttivo dove parlare di esperienze positive e successi.

Vogliamo essere una via di comunicazione tra le menti creative della Valdichiana, perché lo scopo della nostra testata è sempre stato quello di raccontare il territorio e di essere a servizio dei nostri lettori.

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Il nostro impegno di offrire sempre contenuti originali e di qualità non è mai venuto meno, ed è importante che vengano diffusi nella maniera più efficace. Ogni volta che creiamo un articolo o un video, pensiamo sempre a quale sarà la sua destinazione: questa è una cosa molto importante nell’epoca dei social network, che non dovete scambiare per delle piattaforme di distribuzione, perché si tratta più che altro di reti di relazioni. Utilizzare i social come discarica di link per rimandare a un sito web, non avere alcun rapporto con i lettori che commentano gli articoli o i post, pubblicare i video che vanno in televisione anche in diretta streaming: noi le consideriamo tutte pratiche negative, che dimostrano scarsa conoscenza del mezzo e scarsa attenzione al lettore. Utilizzare i social network per dragare traffico e portarlo nel proprio sito significa non avere rispetto per chi si aspetta contenuti di qualità adatti alla piattaforma in cui ci sta seguendo.

Per questo motivo abbiamo deciso di sfruttare l’apertura di Facebook Live per realizzare delle dirette streaming che fossero destinate, appunto, alla nostra pagina di Facebook. Abbiamo allestito una sorta di mini studio televisivo itinerante, composto da smartphone, cavalletto, casse e microfono, e abbiamo definito una linea editoriale adeguata a quel formato, che inizialmente permetteva dirette della durata massima di 30 minuti (Facebook ha recentemente rimosso questo limite).

Il Bar Giardino Poggiofanti, di cui abbiamo raccontato la storia qualche mese fa, ha accettato di ospitarci con entusiasmo, permettendoci di diventare parte di una realtà storicamente percepita come luogo d’incontro e d’aggregazione giovanile, adibito alla socialità offline. Ed è proprio questo il bello, il poter unire online e offline e trasformare la relazione virtuale in una relazione reale. Il programma diventa quindi un appuntamento per gli spettatori ma anche per chi vive i giardini, che può assistere da vicino alla diretta in compagnia degli amici, magari facendo un aperitivo.

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All’inizio, il progetto Giardino Valdichiana è stato un po’ una scommessa: non sapevamo se sarebbe avuto successo e se gli ospiti sarebbero venuti, ma con nostra grande sorpresa abbiamo ricevuto un grande sostegno sia da parte dei nostri sponsor che dei nostri lettori. Dopo le prime settimane potevamo già osservare dei risultati positivi: circa 1.500 spettatori a settimana su Facebook (secondo le metriche del social), ospiti diversificati e numerosi che spesso hanno voluto partecipare di propria iniziativa.

Per rendere più fruibile il programma, abbiamo pensato che fosse il caso di caricare i video della diretta anche su YouTube in un’apposita playlist, per avere un comodo archivio facilmente navigabile per tutti. Per dare ancora più risonanza alle storie che raccontiamo, forse qualcuno di voi l’avrà notato, i video vengono inseriti anche nella nostra newsletter settimanale e condivisi sul canale Telegram de La Valdichiana.

Fin dall’inizio, abbiamo sempre voluto fatto riferimento allo stato dell’arte dell’editoria internazionale, con la quale ci misuriamo costantemente per crescere, migliorarci e offrire sempre qualcosa di nuovo e interessante ai nostri lettori. Per questo, con Giardino Valdichiana non abbiamo voluto creare contenuti per Facebook, che è una società privata, cedendogli lo scettro di editore (come invece si rischia di fare con gli istant articles, che non abbiamo intenzione di cavalcare), ma di creare un contenuto appositamente per quel mezzo e quindi per i nostri lettori. L’obiettivo è il servizio che diamo ai nostri lettori, utilizzando i social network a loro vantaggio sfruttandoli per quello che sono: reti di relazioni. Il nostro lavoro è quello di favorire le relazioni tra le persone, non di creare nuovi muri. Per questo abbiamo allestito un luogo di relazione, di incontro, di confronto. E quale posto migliore di un giardino?

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La bellezza che brucia delle lanterne volanti

Negli ultimi tempi si sta diffondendo sempre di più, su scala globale, la tradizione originariamente cinese delle lanterne volanti. Al primo impatto appaiono come una soluzione ecologica, esotica e più…

Negli ultimi tempi si sta diffondendo sempre di più, su scala globale, la tradizione originariamente cinese delle lanterne volanti. Al primo impatto appaiono come una soluzione ecologica, esotica e più romantica rispetto ai fuochi d’artificio, sempre più contestati per il rumore e per l’inquinamento che provocano.

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Si pensa che queste lanterne, in origine, siano state inventate dal pensatore e stratega militare Zhuge Liang. Furono sviluppate all’inizio del III secolo a.C. come palloni per uso bellico, e solo in seguito siano diventate un oggetto ricorrente nelle celebrazioni asiatiche.

Oggi possiamo vederle usate in ogni tipo di occasioni, dai matrimoni al capodanno, proprio per via del loro effetto scenico innegabile.

Tuttavia, pochi si fermano a riflettere quando arriva il momento di scegliere come rendere più catartica l’atmosfera di una festa: esattamente come per i palloncini, una volta che queste lanterne vengono lanciate in aria non si ha più controllo sul loro destino; non sappiamo dove andranno a finire o cosa andranno a colpire.

E, cronaca alla mano, i danni provocati da queste lanterne sono tali da aver già spinto moltissimi Stati in tutto il mondo a vietarle per legge (Svizzera, Germania, Austria, Australia, Brasile – che prevede persino la galera per chi le lancia -, Nuova Zelanda, Spagna, Argentina, Cile, Colombia, Vietnam, alcuni Stati del Canada, alcuni Stati degli Stati Uniti e alcune città della Cina).

Perché tutto questo? In che modo queste lanterne rappresentano un pericolo per cose, persone e animali? In verità, in molti.

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Incendio sviluppatosi da una lanterna cinese. 2013, Birmingham

Innanzitutto, il pericolo principale è quello di incendio. Non è raro che in concomitanza del lancio di queste belle lanterne si scatenino uno o anche più incendi: in Vietnam sono state vietate dopo che avevano causato quasi 20 incendi di foreste nel giro di un anno, oltre a diversi blackout dopo essere atterrate su centraline elettriche. Per stare entro i confini nazionali, a Brescia nei giorni scorsi hanno preso fuoco un albero di Natale e un capannone, e ovunque molte persone si sono ritrovate i resti delle lanterne in giardino o sul tetto di casa, come se qualcuno avesse lanciato della spazzatura nella loro proprietà. Qualche anno fa, in Germania, un bambino di 10 anni è morto in un rogo causato proprio da una di queste lanterne.

Specialmente in periodi di siccità come quello che stiamo passando a cavallo tra il 2015 e il 2016, l’ambiente secco favorisce la possibilità di incendi; per questo la moda delle lanterne cinesi è già da qualche anno di grande preoccupazione per le guardie forestali e per la protezione civile.

Ma i pericoli causati dalle lanterne volanti non si fermano qui: nonostante vengano vendute come ‘eco-friendly’ perché fatte di carta o poco altro, la realtà è che quando atterrano finiscono per diventare rifiuti inquinanti e pericolosi, perché contengono parti in metallo e cera non biodegradabili. Anche la stessa carta, prima di disfarsi, può intrappolare uccelli e altri animali e portarli alla morte.

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Diversi casi di cronaca riportano che i resti di lanterne cinesi sono stati ritrovati nei campi coltivati o sono addirittura finiti nel mangime del bestiame. Il filo di ferro che viene usato per mantenere la forma della lanterna è molto sottile e impiega mesi, se non anni, a degradarsi. Un fattore inglese, proprietario di una tenuta dove vengono celebrati matrimoni, ha deciso di proibire agli sposi di lanciare lanterne volanti perché il filo di ferro delle lanterne, se ingerito dal bestiame, può essere come la lama di un rasoio.

Sembrerebbe abbastanza, ma i problemi non si fermano qui. L’isola cinese di Sanya ha proibito il lancio di lanterne perché il rischio che queste vengano risucchiate dalle turbine degli aerei, causando gravi incidenti, era molto alto; e anche la guardia costiera inglese ha espresso la richiesta che vengano proibite, perché è capitato numerose volte che le lanterne venissero confuse dai civili con segnali di richiesta d’aiuto.

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Se a tutto questo aggiungiamo il danno ambientale rappresentato dalla sola dispersione di questo materiale nell’ambiente, improvvisamente appare chiaro che la bellezza di queste lanterne viene a caro prezzo.

Sta a noi scegliere se continuare a seguire una moda così bella ma anche così pericolosa per le nostre comunità, o se è invece meglio preferire un modo di festeggiare più etico anche se meno spettacolare, nel rispetto di tutti gli operatori civili che si impegnano per mantenerci al sicuro, nel rispetto dell’ambiente in cui viviamo, delle persone e delle nostre città.

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La Valdichiana e Tele Idea, forze unite per il territorio

Se c’è qualcosa che la storia ci ha insegnato, è che l’unico modo per costruire qualcosa e per superare le difficoltà è quello di unire le forze. La collaborazione è…

Se c’è qualcosa che la storia ci ha insegnato, è che l’unico modo per costruire qualcosa e per superare le difficoltà è quello di unire le forze.

La collaborazione è un meccanismo costruttivo, che permette alle persone di mettere in pratica idee comuni e di realizzare progetti che un individuo da solo non sarebbe in grado di portare a termine, e spesso nemmeno di cominciare.

Contrapposto alla collaborazione c’è l’atteggiamento distruttivo del tutti contro tutti e ciascuno per sé stesso: non è raro che, per danneggiare qualcun altro, le persone finiscano per danneggiare prima di tutto sé stesse, in una dimostrazione di miopia e mancanza di etica che purtroppo vediamo spesso in atto nella quotidianità.

Essendo costituite da persone che credono fortemente nel potere della collaborazione, Valdichiana Media e Tele Idea hanno recentemente stretto un accordo di reciproco supporto tra le due società: l’obiettivo è quello di unire l’esperienza e il valore umano di una rete televisiva storica come Tele Idea con la freschezza di idee e la competenza nei nuovi linguaggi comunicativi di una realtà giovanissima come quella di Valdichiana Media.

Alla base di questo accordo c’è la convinzione che una sinergia tra diverse realtà del campo dell’informazione, che rimangono comunque autonome tra loro, potrà non solo migliorare il servizio complessivo che queste offrono ai cittadini della Valdichiana e delle aree limitrofe, ma anche portare quell’innovazione e quella creatività che è fondamentale per poter marciare a testa alta nel mondo iperconnesso e rapidissimo in cui viviamo oggi.

Avete già visto Valdichiana Media e Tele Idea al lavoro assieme durante il programma Libero Accesso, andato in onda lo scorso inverno e ora integralmente disponibile sul canale YouTube de La Valdichiana. Con Libero Accesso avevamo provato a realizzare qualcosa di diverso, un programma di approfondimento politico che stimolasse discussioni e riflessioni sia negli ospiti che negli spettatori, che erano invitati a partecipare in diretta tramite i profili social delle due testate. La risposta del pubblico è stata ottima, così come l’esperienza degli addetti ai lavori.

Il nostro desiderio è quello di offrire contenuti stimolanti per ogni fascia d’età, valorizzanti per il territorio e per i suoi abitanti, sperimentali e multimediali. Perché considerare televisione e web due mondi separati, quando possono lavorare in sinergia tra loro e arricchirsi vicendevolmente?

Per fare questo, le redazioni della nostra testata La Valdichiana e quella di Tele Idea lavoreranno a stretto contatto, mettendo sul tavolo le rispettive eccellenze professionali per dare a tutti voi, che ci leggete e ci guardate, il massimo.

I risultati si vedranno presto e speriamo che anche voi vogliate unirvi a noi in quest’avventura giornalistica che stiamo intraprendendo, in cui vogliamo investire tutte le nostre forze e la nostra fantasia, trovando sempre il coraggio di provare a costruire qualcosa di nuovo ed emozionante.

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Saragiolino: birrificio per passione

Nonostante ci si aspetti, durante un viaggio attraverso le colline toscane, di incontrare numerose cantine vinicole e frantoi, ci si imbatte sempre più di frequente anche nei birrifici artigianali, una…

Nonostante ci si aspetti, durante un viaggio attraverso le colline toscane, di incontrare numerose cantine vinicole e frantoi, ci si imbatte sempre più di frequente anche nei birrifici artigianali, una realtà in costante crescita anche nel nostro territorio fortemente legato alla cultura del vino.

Il perché della scelta di aprire un birrificio si ritrova facilmente nell’unione tra la passione per il fai-da-te e la bellezza di un’operazione artigianale legata all’agricoltura. Un valore che può creare una miscela esplosiva, se inserito nello scenario paesaggistico ed enogastronomico di un territorio come quello chianino e catalizzato dalla passione di una coppia di fratelli.

Questa è stata la prima impressione che ho avuto quando ho messo piede all’interno del Birrificio Saragiolino, una giovane start-up agricola nata da pochi mesi tra le dolci colline di Torrita di Siena.

È stato Andrea a raccontarmi la storia dell’azienda e i motivi che l’hanno spinto a seguire la sua passione assieme al fratello Lorenzo: la coppia di giovani fratelli torritesi ha ereditato l’azienda agricola dai genitori e ha investito il proprio futuro nella creazione del progetto Saragiolino.

Il birrificio sorge all’interno di un’azienda agricola che è stata tramandata di generazione in generazione da veri contadini toscani. I fratelli che hanno ereditato la conduzione dell’impresa hanno pensato di sviluppare un progetto ambizioso per la riqualificazione aziendale, il rinnovamento dei macchinari, la riduzione dei prodotti chimici usati e le concimazioni, perseguendo l’obiettivo dell’agricoltura biologica.

IMG_0557Nella birra artigianale si trova la risoluzione perfetta del progetto: attraverso una filiera corta che utilizza fonti di energie rinnovabili per la trasformazione del prodotto agricolo, l’orzo coltivato nei campi di famiglia viene utilizzato per la produzione della birra agricola, arrivando alla chiusura del ciclo.

Il progetto è nato nel 2012 e i lavori per la realizzazione della cantina nel 2013.  L’edificio è in tipico stile toscano e al suo interno trovano spazio il magazzino per l’olio extra vergine e il birrificio, dove avviene il processo di trasformato dell’orzo e del frumento. A chiusura della filiera agricola è presente anche uno spazio per la vendita diretta e per la degustazione dei prodotti, sapientemente abbinati ad altre eccellenze prodotte da aziende locali.

Andrea è entusiasta nel raccontare la sua passione per la birra e i motivi che l’hanno spinto a intraprendere questa sfida, aziendale e personale, in un territorio come quello della Valdichiana senese:

“Quella per la birra artigianale era una passione che io e mio fratello avevamo già da molti anni. Facevamo delle prove, mettevano da parte le bottiglie in garage, le facevamo assaggiare agli amici. Quando si è presentata l’occasione di innovare l’azienda di famiglia abbiamo fatto questo investimento.”

Indubbiamente, il nostro territorio è più famoso a livello internazionale per il vino e per altri prodotti enogastronomici di grande qualità. Anche se negli anni sono nati alcuni birrifici artigianali, la birra non è certo uno dei prodotti tradizionalmente ricollegati all’area chianina. Ma questo non spaventa i fratelli Crociani: anzi, pensano che questa coesistenza possa creare un interesse maggiore nel loro prodotto, che non ci sia concorrenza né rivalità con il vino, ma che possa aumentare l’offerta complessiva del territorio.

L’arte del mestiere l’hanno imparata da soli, nella piena tradizione di un birrificio artigianale appassionato:

“Abbiamo imparato da autodidatti, attraverso internet, articoli e studi personali. Ci siamo informati per fare la birra da soli e abbiamo imparato sulla nostra pelle. Prima abbiamo maltato del grano con il quale abbiamo prodotto la prima birra, che è venuta buonissima, ed è stato uno stimolo per fare ancora di più e ancora meglio. Con il birrificio chiudiamo la filiera dei cereali: abbiamo i campi, ci facciamo l’orzo e poi la birra. Quindi, filiera completa.”

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Ma qual’è il procedimento utilizzato dal Birrificio Saragiolino per produrre la sua birra agricola? L’orzo viene trasformato in malto, macinato e ammostato; rimane a bagno nel  tino di ammostamento e dall’impasto di acqua e malto si va a creare il mosto dolce, che viene poi bollito e sterilizzato. A questo punto il processo si sposta nel tino di bollitura, dove vengono aggiunti il luppolo e le spezie, e prosegue nel fermentatore dove avviene l’aggiunta del lievito adatto al tipo di birra che si vuole ottenere. Dopo tre settimane nei fermentatori, lo zucchero diventa alcool e anidride carbonica. Quando il prodotto ha concluso il suo periodo di fermentazione inizia la fase di imbottigliamento, durante la quale viene aggiunto zucchero per dare il via a una rifermentazione che darà alla birra la sua gasatura finale.

Le ricette per le quattro tipologie di birra sono state sviluppate in collaborazione con l’Università di Perugia: si tratta di birre prodotte tutte artigianalmente, non filtrate e non pastorizzate, con sedimenti naturali.
La Viola è una belgian strong ale, una birra ambrata ideale con formaggi stagionati, arrosti e stufati. La Vale è una blonde, una birra chiara ideale come aperitivo, per accompagnare carni bianche e piatti a base di pesce. Poi la Chiara è una american pale ale, una birra chiara ideale come aperitivo, con piatti estivi e pizze. Infine la Giulia, una american ipa, è una birra ambrata ideale per affiancare carni rosse, arrosti, hamburger e cioccolato.

La risposta del territorio nei confronti del Birrificio Saragiolino, sia a livello locale che generale, è stata molto buona: i contatti sono arrivati da tutta Italia e tutta Europa. Il loro mercato si è espanso abbastanza da raggiungere le riviere toscana e romagnola, Brescia e persino la lontanissima Singapore.
Hanno anche partecipato a fiere del settore, mostre mercato del territorio e ricevuto buona risposta di pubblico: un riconoscimento è arrivato a “Un Bagno di Birra- tuscan craft beer fest 2015″, il festival delle birre artigianali toscane che si è tenuto a Bagno Vignoni lo scorso Luglio, dove il Birrificio Saragiolino ha vinto
il Premio del Pubblico per la Miglior Birra.

“Il premio vinto a Bagno Vignoni ci ha resi molto felici! Era la nostra prima festa della birra, il pubblico ha apprezzato il prodotto e ci ha premiati.” 

IMG_0569I fratelli Crociani non vogliono fermarsi qui, ma sono già al lavoro per i progetti futuri: il Festival Internazionale della Birra Artigianale a Prato (dal 10 al 13 Dicembre),Golositalia,un’importante fiera del settore alimentare a Brescia (dal 27 Febbraio al 01 Marzo 2016), nuove birre in sperimentazione e la voglia di migliorare le ricette attuali, sempre alla ricerca della qualità superiore. E una piccola chicca: il tentativo di fare la birra in un vecchio caratello del vinsanto. A dimostrazione di una passione per la birra che si lega alla tradizione locale e alle caratteristiche culturali ed enogastronomiche di questo territorio.

(Per visite e degustazioni: Azienda Agricola Crociani, Loc.Saragiolino 50, Torrita di Siena (SI) – info@saragiolino.it – www.saragiolino.it)

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