La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Alessio Banini

Racconti di Veglia: il pozzo di San Giliberto

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Fammi bere, buona donna!” Queste sono le parole che si sentì dire una contadina nei pressi di un pozzo…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Fammi bere, buona donna!”

Queste sono le parole che si sentì dire una contadina nei pressi di un pozzo nella campagna cortonese, secondo le storie popolari, da parte di un misterioso viaggiatore assetato. La donna diede da bere all’uomo, che stava recandosi in pellegrinaggio a Roma, e da quel momento l’acqua del pozzo si tramutò in vino per tre giorni, consentendo agli abitanti delle campagne di festeggiare e di ringraziare il pellegrino per il prodigio.

Il viaggiatore si chiamava Giliberto, da cui il nome di “Pozzo di San Giliberto” che ancora oggi è possibile osservare sul ciglio della Strada Provinciale 31 nei pressi di Monsignolo di Cortona. Ma qual è l’origine di questa leggenda e che significati si celano dietro il suo mistero?

Testimonianze e diffusione

La diffusione di questa storia popolare è legata a un luogo che è possibile visitare ancora oggi: un piccolo pozzo di pietra di forma circolare, risalente al VI secolo, che ha subito numerosi rifacimenti nel corso del tempo. Si trova sul ciglio del manto stradale, lungo la SP31 di Cortona che da Monsigliolo porta verso Montecchio, in una campagna che rappresenta perfettamente la Valdichiana. Il cartello lo identifica come “Pozzo di San Giliberto” e una targa datata settembre 1968 così recita:

Secondo lunga tradizione popolare
A questo pozzo si dissetò l’anno 515
San Giliberto pellegrino
Cambiando in vino l’acqua
Per gli ospitali coloni
Dediti alla rinascita delle vigne
Nella fertile terra cortonese
Dalla loro fatica bonificata

Non sono molte le notizie su questa leggenda, particolarmente diffusa nelle campagne di Cortona e legata alla religiosità popolare e ai riti di fertilità dei terreni. Le fonti non sono concordi neppure sul nome del pellegrino, che poteva chiamarsi Giliberto, Gilberto o Filiberto. La targa in marmo sul Pozzo di San Giliberto venne fatta apporre da don Sante Felici, che fu parroco dell’abbazia di Farneta e studiò la storia locale, fino a pubblicare nel 1967 il volume “L’Abbazia di Farneta in Val di Chiana”. Secondo la sua versione della leggenda, la tramutazione dell’acqua in vino fu opera del pellegrino Gilberto, rappresentato con la croce rossa sul saio, che si fermò a Montecchio per rifocillarsi durante il suo viaggio verso la Terra Santa. Il prodigio avvenne di fronte ad alcune donne, che diffusero la buona notizia per tutte le campagne.

La versione raccolta da Riccardo Gatteschi nel 2002 nel volume “Diavoli, Santi e Bonagente” presenta invece alcune differenze rispetto alla precedente. In questo caso la donna è una sola e il pellegrino si chiama Filiberto, rappresentato con una lunga barba e un saio. Dopo aver bevuto dal pozzo per mezzo di un orciolo, il pellegrino ne rovescia il contenuto e lo mette in testa alla donna, che torna a casa senza accorgersi di nulla e riuscendo a vedere il percorso nonostante l’ingombro. Una volta che i familiari le sfilano di testa il recipiente, si rendono conto che è pieno di vino rosso. La donna e i familiari tornano al pozzo e scoprono che è pieno di vino, sicuramente un prodigio operato dal pellegrino assetato. La notizia si diffonde per le campagne e la gente accorre a festeggiare per tre giorni, al termine dei quali il vino torna di nuovo nella forma originaria e il pozzo perde la sua magia.

Secondo una ulteriore versione, il pellegrino aveva viaggiato molto prima di raggiungere la Valdichiana, aveva addirittura varcato le Alpi per mettersi in viaggio verso la tomba di San Pietro. Fermatosi nei pressi di Montecchio per ottenere ristoro, venne sfamato e dissetato dai contadini, nonostante la loro condizione di povertà. I terreni cominciavano a impaludarsi e l’acqua pulita scarseggiava, ma la gente del posto donò il poco che aveva al pellegrino; in cambio, quest’ultimo trasformò l’acqua del pozzo in vino e lasciò che tutti ne attingessero. Si fermò quindi per la notte in un ovile, e lì morì serenamente. I contadini lo scoprirono la mattina successiva, seduto in ginocchio e con le mani giunte, con le pecore e gli agnelli tutt’intorno che stavano anch’essi inginocchiati in preghiera. Per tali prodigi, la gente di Montecchio lo pianse e lo riverì, fino portarlo nella chiesa più vicina e seppellirlo sotto l’altare.

Caratteristiche ed analisi

La leggenda del Pozzo di San Giliberto è ristretta al territorio circostante e, nelle sue differenti versioni, si concentra sul prodigio della tramutazione dell’acqua in vino. Questa caratteristica ci porta immediatamente al primo miracolo dei Vangeli cristiani, operato da Gesù Cristo durante le Nozze di Cana: descritto nel Vangelo secondo Giovanni, l’episodio è uno dei più celebri:

«Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. Gesù le disse: “Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta”. Sua madre disse ai servitori: “Fate tutto quel che vi dirà”. C’erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure. Gesù disse loro: “Riempite di acqua i recipienti”. Ed essi li riempirono fino all’orlo. Poi disse loro: “Adesso attingete e portatene al maestro di tavola”. Ed essi gliene portarono. Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l’acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: “Ognuno serve prima vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora”»

Nelle agiografie e nelle storie popolari relative ai santi, non è raro trovarsi di fronte a dei prodigi che sono delle versioni minori rispetto ai miracoli descritti nei Vangeli. Questa può essere vista come una forma di continuità con tali storie, diventate parte dell’immaginario collettivo, anche nella vita delle campagne: il prodigio del Pozzo di San Giliberto può essere quindi letto come un riferimento alla figura più importante della sua stessa religione, parte della sua venerazione durante il pellegrinaggio verso Roma.

Un’altra caratteristica interessante è data dalla funzione che questa storia può assumere nei confronti degli abitanti delle campagne in cui era diffusa: a differenza di tante altre leggende popolari che hanno contraddistinto questa rubrica, questa volta non parliamo di minacce, creature ostili o situazioni pericolose che dovevano fungere da monito. Il fulcro della narrazione, stavolta, è un evento magico positivo che crea dei benefici agli abitanti delle campagne, in quanto il misterioso pellegrino ringrazia con un magnifico dono chi era stato così ospitale nei suoi confronti. In un contesto come quello della Valdichiana, i terreni in cui sorge il Pozzo di San Giliberto nel VI secolo dovevano essere ancora fertili, prima dell’impaludamento successivo. Siamo ancora lontani dalle grandi opere di ingegneria idraulica che hanno caratterizzato la Bonifica Leopoldina della Valdichiana in epoca moderna: nell’alto medioevo erano i contadini stessi, tendenzialmente, ad assicurare la salubrità e la fertilità delle campagne (non a caso la frazione adiacente si chiama “Montecchio della Pozzanghera” o “Montecchio del Loto”, nel senso di fango). La ricchezza data da un pozzo magico da cui si attinge vino, in questo senso, può simboleggiare la fertilità dei campi nel fondovalle e la loro importanza nell’economia agraria del territorio fin dalle epoche più antiche.

La parte più misteriosa di questa storia è senza dubbio il protagonista, di cui abbiamo diverse versioni. Santo, frate o semplice viaggiatore, l’unico elemento in comune di Giliberto (o Gilberto, o Filiberto) è un saio da pellegrino e il desiderio di ringraziare i contadini per l’ospitalità ricevuta durante il viaggio. Non è facile trovare riferimenti o fonti storiche relative al Santo Giliberto di questa leggenda; tuttavia, nella frazione cortonese di Montecchio sorge la Chiesa di San Cristoforo, in cui secondo la leggenda sono state accolte le sue spoglie. Questa potrebbe essere la sede ideale dei suoi resti, simbolo di una religiosità rurale che ha attraversato le alterne vicende di bonifica di queste terre.

Una curiosità: esiste una leggenda simile a Lucca, relativa al culto di Santa Zita. Davanti al palazzo Fatinelli, dove la giovane lavorava come serva, avvenne un miracolo: un pellegrino assetato e affamato giunse a chiedere la carità e Zita gli diede l’acqua che si trovava nel pozzo di fronte, che si tramutò in vino. In questo caso il prodigio è compiuto dalla giovane santa che accoglie il pellegrino, a differenza del racconto di San Giliberto.

Influenze nella cultura pop

Dal momento che quella del Pozzo di San Giliberto è una storia popolare legata a un luogo circoscritto, non presenta particolari influenze nella cultura successiva, ed è raramente tramandata. La tematica del pozzo magico, tuttavia, è ampiamente presente in molte opere, soprattutto se è capace di esaudire i desideri: si tratta di una tradizione del folclore europeo molto diffusa e legata all’origine divina dell’acqua, in quanto una delle risorse cruciali per la nostra sopravvivenza. Il tema è stato sfruttato anche nel fumetto italiano, ad esempio da Dylan Dog nel 1993 con “Il Diavolo nella Bottiglia“, in cui l’acqua di un pozzo maledetto permetteva di esprimere tre desideri, che venivano reinterpretati dal demone al suo interno. Nella canzone “Wishing Well” del gruppo metal brasiliano Angra, invece, il pozzo magico permette un contatto diretto con la divinità:

Il pozzo può portare buona fortuna a chi attinge alle sue acque: ne è un esempio il film d’animazione “Daffy Duck e l’isola fantastica” del 1983, in cui i Looney Toons sono alle prese con un pozzo parlante capace di esaudire i desideri. Anche nel film Disney “Biancaneve e i Sette Nani” del 1937, la protagonista canta di fronte a un pozzo dei desideri, ed è proprio in quell’occasione che il principe la nota e si innamora di lei:

Non solo prodigi positivi: i pozzi possono anche nascondere elementi terribili e malefici. Ne è un esempio il famoso horror movie giapponese “Ring” del 1998 (che ha dato origine a una serie di pellicole, anche nella versione americana “The Ring”) in cui lo spirito vendicativo Sadako/Samara esce proprio da un pozzo, prima di uscire dal televisore:

 


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Racconti di Veglia: il fantasma di Palazzo Ricci

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Questo non lo toccare!” Chissà come deve essersi sentito il Monsignor Montiani, quando toccando un libro contenente delle missive,…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Questo non lo toccare!”

Chissà come deve essersi sentito il Monsignor Montiani, quando toccando un libro contenente delle missive, si sentì arrivare un grosso ceffone, accompagnato da questo monito. Voltandosi, però, si rese conto che dietro le spalle non c’era nessuno. Ma che storia è questa?
Una storia di fantasmi, ovvio, una storia locale, riguardante un noto palazzo a Montepulciano, ormai modificato e suddiviso in varie funzioni, ma comunque carico di storia e memorie paesane.

Testimonianze e diffusione

Questa leggenda racconta la presenza di un fantasma a Palazzo Ricci, uno storico edificio di Montepulciano situato in Via Ricci, a poca distanza da Piazza Grande. Caratterizzato da un grande portale con una scalinata di pietra, dispone di un cortile interno con vista panoramica; opera dell’architetto Baldassarre Peruzzi, fu fatto erigere dal cardinale Giovanni Ricci nella metà del XVI secolo. Nel corso dei secoli ha avuto diverse funzioni e ha subito molte modifiche architettoniche, dovute ai passaggi di proprietà. Attualmente alcune parti del palazzo sono diventate sede dell’Accademia europea di Palazzo Ricci, emanazione del Conservatorio di musica e danza di Colonia, dove si svolgono corsi, concerti e masterclass. Altre parti sono invece destinate alla contrada di Talosa, che le utilizza principalmente durante la settimana degli eventi del Bravìo delle Botti. Infine, un’altra parte del palazzo fa parte della Cantina De’Ricci, una delle cantine più affascinanti del centro storico.

Le prime testimonianze del fantasma di Palazzo Ricci risalgono proprio ai tempi in cui l’edificio svolgeva principalmente la funzione di cantina e di fattoria per la produzione di Vino Nobile, almeno dagli anni ’60 e ’70: si parla di una misteriosa presenza che si aggira lungo le stanze e i corridoi del palazzo, responsabile di eventi inspiegabili e paranormali.

Esterno di Palazzo Ricci a Montepulciano

I racconti principali sono raccolti nel libro di Giorgio Harold Stuart “L’Italia dei Fantasmi”, dove un capitolo riguarda proprio Palazzo Ricci e la sua biblioteca ormai smantellata. Proprio in questa biblioteca era custodito un manoscritto, chiamato il “Libro dello schiaffo”: un nome curioso, anche perché non si trattava di un vero e proprio libro, ma di una raccolta di missive scritte dal Monsignor Ricci a una sua fantomatica nipote che si trovava a Roma. Secondo la leggenda popolare, nessuno era capace di leggere queste missive: ogni volta che qualcuno tentava di leggere il libro, si veniva presi a scossoni, oppure il libro scappava dalle mani, oppure ancora si subiva uno schiaffo da una figura spettrale. Sempre nel volume di Giorgio Stuart si racconta questo aneddoto: una donna terrorizzata che provò a leggere le missive e a prendere appunti, una sera come tante, si ritrovò a essere scossa sulla sua sedia, spintonata e la cartella contenente le memorie le si chiuse da sola tra le mani; quando provò a riaprirla, le scivolò via da esse come se le fosse stata sfilata da qualcuno invisibile. La luce si spense inspiegabilmente, la donna svenne qualche minuto per lo spavento, e quando si riprese lasciò tutto com’era e telefonò al sig. Stuart, noto esperto di paranormale. Al loro ritorno la mattina successiva in archivio, non trovarono più nulla a terra, ma tutto messo correttamente in ordine; l’unica altra persone presente nel palazzo quella sera era la cuoca e non poteva essere la responsabile, in quanto analfabeta, della corretta ubicazione del fascicolo denominato R23, Carteggi Privati di S.E.1539.

L’altra vicenda citata in apertura racconta del Monsignor Montiani, che aveva ricevuto l’incarico di riordinare alcuni preziosi ed antichi dell’archivio. Come altri prima di lui rimase affascinato da ciò che potevano contenere tali missive, si mise comodo sulla poltrona e iniziò a leggere, quando a un tratto, alzando gli occhi e spingendosi gli occhiali sulla fronte, vide chiudersi violentemente con suo grande stupore il libro, ricevendo uno clamoroso schiaffo su una guancia, mentre una misteriosa voce sussurrava “Questo non lo toccare!”

Queste non sono le uniche leggende popolari legate al libro con le missive; secondo un’altra testimonianza, avvenne una volta che un prete aprì il libro durante una visita a Palazzo Ricci. Dapprima spintonato, il libro chiusosi da solo tra le mani con una forza tale da far saltare il laccetto, il parroco continuò ad andare avanti non rispettando l’avvertimento, ricevendo quindi un sonoro ceffone. Il prete stava per restituire lo schiaffo al chierichetto, pensando fosse stato lui, ma si accorse che non avrebbe potuto essere il responsabile, trovandosi dalla parte opposta della sala. Le minacce non finirono, entrambi si sentirono spintonati fino alla porta dell’archivio, lasciando la sala terrorizzati.

Il “Libro dello Schiaffo” non è l’unica testimonianza del fantasma di Palazzo Ricci, in quanto esistono altri racconti di fenomeni paranormali che sono avvenuti tra queste mura. Come ci ha raccontato il fratello dell’ex-fattore, una volta una porta si chiuse a chiave da sola: pensando che potesse trattarsi solamente di un colpo di vento che l’aveva fatta sbattere, furono costretti a usare gli attrezzi per aprire una porta in una rimessa dove non era bastato nemmeno piegare il grimaldello per impedire una chiusura non voluta. Ci sono inoltre testimonianze di una cameriera storica, sentita camminare con il suo passo tipico da una stanza all’altra come se avesse continuato a svolgere le sue mansioni dopo la morte; si dice inoltre che si aggiri ancora per il cortile la Marchesina con il suo cane, facendo sentire i passi insieme al campanello legato al collo dell’animale. Chiavi tintinnanti, passi misteriosi e rumori incomprensibili sono frequenti nei racconti e nelle testimonianze di chi ha vissuto a Palazzo Ricci, anche se attualmente non vi sono stati più casi paranormali, come se i fantasmi fossero definitivamente scomparsi.

Caratteristiche ed analisi

Chissà cosa contenevano le missive del “Libro dello Schiaffo”, importanti al punto, secondo la leggenda, da essere protette anche dopo la morte di Monsignor Ricci? Secondo le dicerie dell’epoca, forse le lettere non erano state inviate a una nipote, ma ad un’amante romana; secondo altre dicerie riportate nel volume di Stuart, potevano essere addirittura lettere galanti indirizzate a un altro Cardinale. Storie d’amore proibite di questo tipo possono sollecitare la fantasia e si ammantano di un’aura di mistero e segretezza con il passare degli anni. Il fantasma che proteggeva questo segreto, infatti, potrebbe essere stato utilizzato come spiegazione paranormale per tutte le stranezze avvenute a Palazzo Ricci nel corso del tempo.

Quando si parla di case stregate, la presenza di fantasmi può essere spiegata dall’antichità dei luoghi e da fenomeni naturali, alimentati dalla suggestione degli abitanti:  le gallerie di tufo sotterranee possono essere fonti di rumori vari e costanti, fino a sembrare lamenti. Addirittura alcuni gas sprigionati da elementi naturali possono condurre ad allucinazioni visive o uditive. Se la diceria della casa stregata si diffonde, può alimentare fenomeni di imitazione e sviluppare ulteriori testimonianze, portandoci a considerare come paranormali altri fenomeni a cui non avremmo dato peso: se la storia attira, può fare leva sulla mente delle persone, alla ricerca di qualcosa fuori dall’ordinario.

La storia del fantasma del Palazzo Ricci riassume i tratti tipici della “casa stregata” o della “casa infestata”, una particolare tipologia di racconto sovrannaturale in cui un’abitazione è coinvolta in presunti eventi paranormali. Tali racconti sono così ricorrenti da attraversare la storia e la letteratura in innumerevoli forme: già ai tempi dei romani venivano infatti scritte storie su case stregate, così come ne “Le mille e una notte”. In tutte queste storie, le abitazioni (che possono essere case, castelli, ville o palazzi) sono abitate dagli spiriti degli abitanti passati, e le attività sovrannaturali da loro prodotte sono fatte risalire a eventi violenti accaduti in tali luoghi o a segreti che non devono essere rivelati. Dei conflitti irrisolti, quindi, legano i fantasmi (o le anime dei deceduti) a tali edifici e causano problemi ai nuovi proprietari: si passa da innocui dispetti ad atti più ostili come il lancio di oggetti, fino ai casi più estremi in cui le entità sono spinte ad atti malvagi e crudeli.

Nella letteratura dell’orrore la casa stregata è un elemento narrativo ricorrente, che ha raggiunto il suo apice nel XVIII e nel XIX secolo, particolarmente utilizzata nelle trame dei romanzi gotici: basti pensare a “La caduta della casa degli Usher” di Edgar Allan Poe, “Il giro di Vite” di Henry James  o “Il castello di Otranto” di Horace Walpole. Palazzi infestati dai fantasmi sono molto frequenti nelle leggende popolari in tutta Italia e non solo, con una vastissima varietà di casi paranormali e vicende particolari. Proprio in virtù della lunga storia di queste abitazioni, possono portarsi dietro racconti del passato e tramandarli tra le generazioni, contribuendo ad alimentarle e a diffonderle.

Il successo e la diffusioni di queste tipologie di storie non sono casuali. A quanti di noi è capitato di effettuare delle “prove di coraggio” durante l’infanzia, magari assieme a un gruppo di amici, intrufolandosi in qualche casa abbandonata solo perché si era diffusa la diceria che fosse presente un fantasma? Queste storie fanno parte della nostra esperienza e del nostro vissuto, perché colpiscono paure e timori che tutti noi possiamo condividere, ovvero quelli di sentirsi insicuri anche all’interno della nostra stessa abitazione.

Influenze nella cultura pop

Dal momento che la casa stregata è presente in tutta la nostra letteratura e fa parte di innumerevole leggende popolari, ha una grandissima influenza nella cultura attuale e nella nostra vita. Il cinema ha spesso sfruttato questo tema: prima di arrivare al più recente “Crimson Peak” (pellicola del 2015 di Guillermo del Toro di chiara ispirazione gotica) e al classico “Haunting – Presenze” (film del 1999 di Jan de Bont con Liam Neeson e Catherine Zeta Jones), la citazione più importante se la merita “La casa dei fantasmi” del 1959 di William Castle, vero e proprio masterpiece del genere:

Il cinema horror ha sfruttato in maniera così capillare il tema che risulta difficile rendere giustizia alla vastità delle pellicole dedicate all’argomento. A nostro avviso, tuttavia, una citazione particolare la merita “La Casa” di Sam Raimi del 1981, che diventò un vero e proprio cult-movie capace di sviluppare storie successive e serie televisive dedicate.

Anche il mondo della musica ha affrontato questo tema: Michael Jackson, nel suo mediometraggio Ghost del 1996, di cui pubblichiamo un assaggio, vive in una casa stregata:

Nel mondo dei videogiochi, con la loro possibilità di immergersi nella narrazione e di vivere in maniera interattiva l’esperienza, la casa stregata è particolarmente adatta ai giochi “survival horror”. Il primo “Alone in the Dark” del 1992 della Infogrames, che ha dato vita a una serie di successo, era ambientato proprio in una villa infestata.


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Birranthology, il concept festival di Scrofiano all’insegna della Stravaganza

La stravaganza può essere definita come un comportamento bizzarro e fuori dal normale, che esce dai limiti e dalla consuetudine. Proprio questo è il concetto alla base del “Birranthology Festival”…

La stravaganza può essere definita come un comportamento bizzarro e fuori dal normale, che esce dai limiti e dalla consuetudine. Proprio questo è il concetto alla base del “Birranthology Festival” di Scrofiano, che proprio da qualche anno ha aggiunto “High Extravaganza” all’inizio del suo nome. Un piccolo festival musicale in una piccola frazione del Comune di Sinalunga che ha fatto della stravaganza il suo tratto distintivo: perché è evidente fin dal primo momento che questo festival è diverso dai limiti e dalla normalità tracciati dagli altri festival del nostro territorio.

A breve avrà inizio la tredicesima edizione di “High Extravaganza Birranthology Festival”, all’interno del parco comunale di Scrofiano, rigorsamente a ingresso libero.  Da venerdì 23 a domenica 25 agosto si terrà un viaggio musicale attraverso le atmosfere coinvolgenti del Rock’n’Roll, quelle travolgenti dello Psychobilly e quelle elettroniche sognanti della Synthwave. Tre serate diverse, ma collegate da un unico filo conduttore di quello che a tutti gli effetti può essere definito come un “concept festival”: le serate dai titoli Rockin’, Stompin’ e Dreamin’ sono infatti caratterizzate da band affermate a livello internazionale nelle loro nicchie musicali e da spettacoli correlati che contribuiscono a creare le rispettive atmosfere. Dall’arte delle performer burlesque alle selezioni musicali aftershow, dall’attenzione per le birre artigianali e per gli effetti luminosi, i dettagli del festival sono curati in modo da restituire il mood più adatto a serate stravaganti, in cui la performance live è parte integrante dell’esperienza.

Per comprendere meglio il concept di questo stravagante festival, abbiamo intervistato due membri del comitato organizzatore di Scrofiano, Giacomo Spinelli e Luca Farini.

Prima di addentarci alla scoperta del Birranhtology festival, comunque, abbiamo bisogno di introdurre le tre parole chiave che fanno parte della sua filosofia: oltre alla già citata “Extravaganza”, la ribellione (che è poi l’elemento fondante di tutta la tradizione musicale rock e punk) e il retrofuturismo (inteso come corrente artistica che trae ispirazione dal modo in cui il futuro è stato immaginato in passato).

“Dietro un festival come questo non c’è solo l’idea di divertirsi e di stare insieme, ma un filo logico coerente da venerdì a domenica sera. Riprendiamo l’idea dei concept album di una volta, con al loro interno una serie di canzoni che avevano coerenza interna: il Birranthology è un concept festival unico diviso in tre serate, basate su tre sottoculture, tre generi musicali differenti. Non ci interessa solo la musica, ma tutta l’ambientazione che sta dietro agli artisti che si esibiscono facendo uscir fuori la sottocultura di riferimento. Ad esempio, per la serata dreamin’, non c’è solo attenzione alla musica synthwave e darkwave, ma anche all’atmosfera cyberpunk e al retrofuturismo.”

La ricerca degli organizzatori si concentra quindi sulle band più caratteristiche delle nicchie musicali a cui vengono dedicate le rispettive serate (rock’n’roll, psychobilly, synthwave), ma che siano in grado di offrire delle performance live esaltanti e stravaganti, accompagnate anche da una parte visual, luci e costumi adatti alla sottocultura di riferimento. Una scelta dettata dalla necessità di creare un’atmosfera particolare per tutto il festival e di non limitarsi alla scelta dei gruppi da far esibire sul palco:

“Non ci limitiamo a selezionare le band più adatte alla ricerca musicale, ma anche a creare un’atmosfera adatta alle loro esibizioni. C’è quindi una grande cura dei loro costumi e del loro modo di approcciarsi al pubblico. Utilizziamo tipologie diverse di luci e di tonalità di colori per ogni serata, anche attraverso l’utilizzo di luci a neon, per arricchire l’esperienza visiva. Non si tratta quindi soltanto di creare con attenzione un cartellone di artisti, ma di diffondere la sottocultura di riferimento. A questo scopo stiamo lavorando a una fanzine del festival, che elabora durante l’anno i contributi delle culture psychobilly, synthwave e rock’n’roll presenti durante le serate del Birranthology.”

La nuova versione del Birranthology Festival prevede dunque tre serate dedicate ai rispettivi sottogeneri, di cui la serata di apertura Dreamin’ dedicata alla synthwave è forse la più caratteristica: si tratta infatti di un genere di musica elettronica influenzato dalle colonne sonore del cinema e dei videogiochi degli anni ottanta. Queste particolari serate vanno a distanziarsi dalla storia del festival, che era partito agli inizi degli anni 2000 con una scelta musicale generalista per poi prendere una svolta più incentrata sul rock’n’roll.

“Abbiamo iniziato con un cartellone generalista, poi dal 2004 ci siamo concentrati unicamente sul rock’n’roll. Ci siamo fermati per un anno, per preparare la svolta cominciata due anni fa, utilizzando l’extravaganza come faro guida per le nuove edizioni. È stata una scelta che ci permette di valorizzare questo luogo, particolarmente favorevole per l’acustica, sembra quasi un anfiteatro naturale. Il parco di Scrofiano è piccolo, non è un luogo di passaggio: è adatto a un pubblico selezionato che decide di venire appositamente e non per caso, che parcheggia in fondo al paese e segue un percorso tortuoso fino in cima. La svolta degli ultimi anni ci permette di concentrarci sulle nicchie musicali e su un pubblico selezionato, offrendo esperienze uniche per il nostro territorio.”

L’evoluzione nel corso degli anni del festival è stata quindi improntata alla ricerca della qualità musicale, a cui si accompagna la ricerca della qualità nelle birre proposte al pubblico: all’interno del festival è presente una vasta selezione di birre artigianali a prezzi popolari, più di quaranta tipologie di birre (alcune fisse, altre a rotazione in base alle caratteristiche della serata). Vengono inoltre organizzati momenti di formazione ed eventi di degustazione per imparare a conoscere la cultura della birra e approfondire le caratteristiche dei diversi prodotti.

Come risulterà evidente a tutti coloro che hanno partecipato almeno a una serata delle ultime edizioni del festival, il Birranthology ha un approccio molto diverso dagli altri festival musicali del territorio. Non utilizza il meccanismo della sagra per finanziare l’offerta musicale (che, non essendo generalista, è anche meno costosa) e non è un festival di comunità, in cui tutti i membri delle diverse generazioni della frazione sono coinvolti nell’organizzazione (tra gli stand gastronomici, i volontari e i tecnici di palco): piuttosto è portato avanti da un nucleo fondante di appassionati, che è riuscito a radunare altri appassionati dai territori circostanti.

“Il nostro rapporto con la comunità di Scrofiano è molto buono. Forse non tutti hanno ancora compreso le particolarità di questo festival rispetto agli altri, ma hanno imparato ad apprezzare il valore di questo evento che attira tanti appassionati per l’intero weekend. D’altronde il nucleo originario della nostra organizzazione risiede proprio a Scrofiano, ma nel corso degli anni siamo riusciti ad aggregare altre persone che si aggiungono allo staff, compresi alcuni appassionati che frequentavano il festival. A volte ci hanno consigliato di spostarci in luoghi più accessibili rispetto a questo, che non è nient’altro che un piccolo parco strappato al bosco, ma è proprio questa la nostra anima.”

Più volte gli organizzatori hanno ripetuto che il Birranthology non sarebbe stato possibile da nessun’altra parte se non al parco comunale di Scrofiano, e che non sarebbe trasportabile in nessun altro contesto. Tuttavia, dal momento che il concept alla base del festival è così forte e che la comunità di appassionati sta reagendo così bene, è possibile che le serate diventino dei “format” da esportare in altri contesti, soprattutto nella fase invernale.

“Abbiamo puntato tutto sulla qualità del festival e non sulla quantità di pubblico. Anche l’ingresso di giovani leve nel nostro staff va in questa direzione, ovvero ragazzi appassionati che possano portare avanti anche in futuro il Birranthology seguendo le nostre parole chiave. Ciò che vogliamo trasmettere è l’anima profonda di un festival inclusivo, che si stupisce della diversità. Non vogliamo omologarci, ma nemmeno fossilizzarci in una differenziazione estrema che ci fa odiare ciò che è diverso. La nostra è una scelta di inclusione, di uscita dalla normalità. Di stravaganza, appunto.

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Dufatanemunda: il futuro passa per la Moringa

“Dufatanemunda” è una parola della lingua burundese che significa “l’unione fa la forza” ed è anche il nome del progetto di cooperativa sociale che unisce un piccolo villaggio del paese…

Dufatanemunda” è una parola della lingua burundese che significa “l’unione fa la forza” ed è anche il nome del progetto di cooperativa sociale che unisce un piccolo villaggio del paese africano del Burundi alla piccola frazione di Montepulciano Stazione in Valdichiana: un progetto di solidarietà, di sviluppo locale e di incontro tra mondi diversi che vi raccontiamo già da molti anni. La storia della cooperativa Dufatanemunda è stata infatti una delle prime cause che la nostra testata ha seguito, contribuendo a raccogliere fondi e raccontando gli effetti di tali iniziative ne villaggio di Vugizo, in Burundi. Due anni fa l’associazione locale legata alla cooperativa Dufatanemunda Onlus ha organizzato un pranzo di raccolta fondi, e da quel momento sono proseguite le attività in Burundi. Ho incontrato Athanase Tuyikeze, ideatore del progetto, per conoscere gli ultimi sviluppi del progetto e quali benefici abbiano portato i fondi raccolti in Valdichiana alla vita degli abitanti di Vugizo.

“In questi ultimi due anni l’associazione ha continuato a raccogliere fondi, anche senza organizzare eventi. – racconta Athanase – Le persone che conoscono il progetto hanno continuato a donare, secondo le proprie possibilità, permettendoci di sostenere le attività della cooperativa. Sono appena tornato da un viaggio in Burundi in cui abbiamo apportato molte novità, a cui hanno partecipato altre persone della Valdichiana che hanno portato le loro conoscenze tecniche e agronomiche alla cooperativa di Vugizo, che sta proseguendo con buoni risultati.”

Il gruppo in partenza per il Burundi

Il gruppo in partenza per il Burundi

Nel frattempo, infatti, Dufatanemunda ha continuato a sostenere i membri della cooperativa attraverso attività di microcredito e sostegno alle attività agricole; sono state inoltre incrementate le attività di mutuo soccorso ed è stata costruita una stalla per accogliere i maiali, gestiti da un responsabile comune e da un guardiano. La cooperativa sta inoltre bonificando un terreno paludoso per ampliare le coltivazioni di mais, grazie al miglioramento della rete irrigua realizzata con i primi interventi. Ciò che è importante sottolineare, secondo Athanase, è che la cooperativa debba compartecipare a ogni sforzo economico attraverso le proprie risorse, senza fare unicamente affidamento alle donazioni provenienti dalla Valdichiana. Dal momento delle prime raccolte fondi, infatti, la cooperativa si è sviluppata ed è diventata capace di camminare con le proprie gambe: le risorse raccolte tramite la onlus possono migliorare le tecnologie e incrementare le attività, ma non sono propedeutiche alla sopravvivenza della cooperativa, e questo è uno dei principali obiettivi raggiunti.

La principale novità riguardante la cooperativa, comunque, riguarda la coltivazione della moringa, un arbusto tropicale dalle ottime capacità nutritive e dai numerosi utilizzi. L’albero della moringa oleifera è infatti al centro di progetti di coltivazione sostenibile: le foglie, i semi, le radici, il tronco e la resina possono essere utilizzate per realizzare farine, integratori alimentari e altri materiali utili per l’economia locale.

L’albero della moringa è al centro di un progetto creato da un altro agronomo burundese, Valence Ndayisenga, che ha vinto il premio “Dr. Startupper 2016” con una squadra dell’Università Cattolica di Piacenza. Dufatanemunda ha iniziato a collaborare con tale progetto, chiamato NAFASCO, che interessa la provincia settentrionale del Burundi, il Kirundo (mentre Vugizo si trova nella provincia meridionale). Valence e Athanase sono andati in Burundi insieme, visitando entrambe le zone e mettendo in rete le rispettive cooperative per la sperimentazione e la lavorazione degli alberi di moringa.

“Il nostro obiettivo è sconfiggere la malnutrizione – spiega Valence – che affligge il 58% della popolazione del Burundi attraverso l’uso consapevole di una delle risorse naturali che il nostro pianeta ci offre, l’albero della moringa, e a un coinvolgimento diretto delle famiglie locali. Si tratta poi di un modello replicabile che potrebbe essere riproposto anche in altri Paesi dell’Africa che lottano quotidianamente con problemi simili a quelli del Burundi”

Una donna burundese raccoglie le foglie di moringa

Proprio in virtù di tale progetto e della collaborazione avvenuta con NAFASCO, Dufatanemunda ha investito parte delle ultime risorse raccolte per acquistare più di 3mila semi di moringa. La coltivazione di questa varietà di arbusto, che ben si adatta al clima tropicale, potrebbe creare un notevole miglioramento all’alimentazione e alle condizioni di vita degli abitanti.

“Conoscevo la moringa, ma non immaginavo che a Piacenza ci fosse un altro agronomo burundese impegnato in un progetto simile al nostro. – racconta Athanase – Ci siamo incontrati e abbiamo pensato di collaborare, unendo le forze tra Vugizo e il Kirundo, con l’obiettivo di aiutare i contadini del Burundi. Nel nostro ultimo viaggio abbiamo insegnato alle persone a utilizzare la moringa ai fini alimentari e a coltivarla in maniera efficace. Stiamo realizzando un vivaio, in modo che ogni membro della cooperativa abbia un suo albero di moringa: una parte da utilizzare, una parte da commercializzare.”

Gli obiettivi futuri di Dufatanemunda prevedono la raccolta di ulteriori fondi per la costruzione di un mulino per realizzare la farina di moringa. A questo scopo la onlus è già al lavoro sulla realizzazione di un nuovo evento, anche attraverso dei convegni per approfondire la conoscenza e lo studio di questa varietà tropicale. La prospettiva della cooperativa è sempre stata quella di scambiare le rispettive conoscenze, condividere le tecnologie e unire le forze per migliorare le condizioni di vita delle persone. Un sostegno concreto al villaggio di Vugizo e al Burundi in generale che, attraverso il contributo di tutti, ha sviluppato progetti sempre più sostenibili.

“In questi anni ho visto Vugizo cambiare, è la realizzazione di un sogno – spiega Athanase – è un piccolo villaggio in cui le giovani donne, attraverso la cooperativa Dufatanemunda, stanno garantendo un futuro agli abitanti. Siamo consapevoli che ci sia ancora tanto da fare ma i risultati raggiunti finora sono molto positivi. Abbiamo un dipendente della cooperativa che lavora tutti i giorni, abbiamo raggiunto 22 membri complessivi che ottengono aiuto economico e progetti di microcredito, famiglie che hanno visto un accrescimento delle loro condizioni, sviluppo di orti e di nuovi terreni agricoli, con l’opportunità di far arrivare l’acqua gratuitamente a tutti. In Burundi stanno nascendo nuove cooperative, grazie all’impegno governativo, ma Dufatanemunda è tra le più organizzate ed è capace di trasmettere e condividere le proprie conoscenze. Se riusciremo a svilupparci ulteriormente potremo aiutare anche le altre e realizzare una rete comune.”

Se volete contribuire alle attività della cooperativa e ai progetti di sviluppo sostenibile in Burundi, è sempre possibile effettuare una donazione all’associazione locale: Dufatanemunda Onlus, codice iban: IT28 J033 5901 6001 0000 0147 362

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Racconti di veglia: Barbarossa e il fantasma del toro bianco

“Stai lontano dal fosso che c’è il toro bianco!” La leggenda popolare di cui vi parliamo in questo racconto di veglia si riferisce a uno spettrale toro bianco che appariva…

“Stai lontano dal fosso che c’è il toro bianco!”

La leggenda popolare di cui vi parliamo in questo racconto di veglia si riferisce a uno spettrale toro bianco che appariva durante la notte nei pressi del Canale Maestro della Chiana. Il fantasma di una chianina, la razza bovina gigante che caratterizza il territorio della Valdichiana, e che spaventava i contadini dei dintorni che incautamente si avvicinavano al corso d’acqua che taglia la valle.

Secondo le storie popolari, non era il fantasma di un toro comune, bensì rappresentava l’anima di Barbarossa: l’Imperatore Federico I Hohenstaufen del Sacro Romano Impero, che proprio in queste terre era passato durante le campagne militari italiane e aveva lasciato un tesoro nascosto nelle campagne. Lo spettrale toro era quindi un guardiano del tesoro del Barbarossa e appariva di notte per spaventare chi si avvicinava troppo al segreto, costringendolo con la sua possente statura a tornare indietro.

Qual è il significato di questa leggenda e quanto è diffusa nel nostro territorio? Si tratta di una storia inventata per spaventare i bambini oppure di un’allucinazione notturna? Esiste davvero un tesoro nascosto collegato all’Imperatore Barbarossa in Valdichiana?

Testimonianze e Diffusione

I racconti che parlano della leggenda del fantasma del toro bianco non sono molto diffusi: mi sono imbattuto in testimonianze orali e racconti dell’epoca contadina del secondo dopoguerra, che fanno risalire gli avvistamenti di questo animale spettrale nelle immediate vicinanze del Canale Maestro della Chiana, tra i Comuni di Montepulciano, Sinalunga e Cortona. La zona è quella che attraversa le campagne tra Valiano e le Chianacce, nelle località adiacenti Poggio Fasciano e Poggio Martino: terreni che nella metà del XX secolo facevano parte delle grandi fattorie condotte a mezzadria dai contadini della Valdichiana, lontani dai principali centri urbani.

Secondo le testimonianze orali, gli avvistamenti del fantasma avvenivano durante la notte nei terreni adiacenti al principale corso d’acqua che divideva le fattorie, su cui i contadini avevano costruito una passerella di legno per facilitare il passaggio e per evitare di risalire il fosso fino al ponte di Valiano. Il toro bianco appariva come una presenza spettrale nei pressi del Canale Maestro della Chiana e spaventava i passanti: non li assaliva, ma la sua stazza era sufficiente a terrorizzare i contadini, costringendoli a cercare dei percorsi alternativi nelle campagne. Era a tutti gli effetti un gigante bianco, come la razza chianina allevata dai mezzadri nelle fattorie della zona, ma senza segni di riconoscimento né di addomesticamento, che compariva soltanto di notte.

La sua apparizione, sempre secondo la leggenda orale, era legata alla presenza del tesoro dell’Imperatore Barbarossa, che avrebbe dovuto trovarsi nei pressi di Poggio Martino, sepolto sotto una cantina di quello che una volta era stato un convento. Il tesoro comprendeva monili dorati, monete e pietre preziose, nascoste dalle truppe di Barbarossa durante il passaggio per la campagna militare in Italia del XII secolo. Dal momento che all’epoca la Valdichiana presentava un territorio paludoso, le truppe dell’imperatore proseguirono con le barche fino al ponte di Valiano e lasciarono il tesoro nel poggio che spuntava dall’acqua. Dopo la bonifica della Valdichiana, il tesoro poteva essere più facilmente trovato dai contadini, che avevano accesso al poggio attraverso i campi bonificati: pertanto l’apparizione del fantasma del toro bianco rappresentava l’anima dell’Imperatore Barbarossa che continuava a difendere il suo tesoro.

La diffusione di questa leggenda si limita al territorio di Cortona, Bettolle e Montepulciano, nei pressi del Canale Maestro della Chiana e non siamo ancora riusciti a risalire a eventuali testimonianze simili, che ci possano permettere di ampliarne la diffusione. Esistono tuttavia leggende che presentano delle similitudini in Valdichiana e dintorni, come ad esempio quella del tesoro di Porsenna: anche in questo caso, il sovrano di Chiusi avrebbe lasciato dei preziosi cimeli che non sono mai stati ritrovati.

Un’altra somiglianza possiamo trovarla in una leggenda popolare raccolta da Carlo Castellani nel libro “Misteri”: il racconto parla di un cavallo spettrale montato dal fantasma di un soldato napoleonico, che appariva nei pressi di Valiano. Il soldato, presumibilmente morto durante la campagna napoleonica di fine XVIII secolo, spaventava i contadini e i passanti. Secondo alcune versioni della storia, voleva tenerli alla larga dal proprio tesoro: una cassetta di ferro con monete raffiguranti l’effige dell’Imperatore Napoleone.

Infine, una ulteriore somiglianza può essere trovata nella storia popolare raccolta da Carlo Lapucci nel libro “Le leggende della terra toscana“, nella zona di San Giovanni Valdarno, a nord di Arezzo. Secondo questo racconto, nelle notti senza luna o nelle giornate di nebbia, una carrozza spettrale appariva nei pressi del fiume Arno, con una figura diabolica come cocchiere e un signore vestito di nero all’interno della carrozza. Si dice che il viaggiatore spettrale fosse un uomo malvagio che, avendo accumulato un grande tesoro e avendolo nascosto nei pressi dell’Arno, uccise il cocchiere perché ne fosse in eterno il guardiano. Quando morì anche lui, fu sepolto nella terra consacrata, ma al mattino il corpo veniva sempre trovato fuori; così durante una piena dell’Arno lo gettarono in acqua. Da quel momento il fantasma del cocchiere, durante le notti più scure o i temporali più intensi, va a prendere il fantasma del padrone e lo porta a visitare il tesoro nascosto.

Anche se non si tratta della stessa leggenda, possiamo notare delle somiglianze che possono far pensare alla diffusione delle storie popolari durante le veglie contadine. Nei casi sopra citati, sono infatti ricorrenti le figure di imperatori, sovrani o persone dotate di ricchezza e potere che seppelliscono dei tesori nelle campagne lungo i principali corsi d’acqua e che li fanno proteggere da spaventosi fantasmi.

Federico Barbarossa ha lasciato molte tracce del suo passaggio nella storia italiana

Caratteristiche e Analisi

La leggenda del fantasma del toro bianco, per quanto limitata a una porzione ristretta del nostro territorio, ci permette di prendere in considerazione alcuni dei tratti più distintivi della Valdichiana: il guardino spettrale del tesoro dell’Imperatore Barbarossa era infatti proprio un toro di razza chianina, il gigante bianco che caratterizza l’allevamento delle nostre campagne. Una figura ben conosciuta dai nostri contadini, ma la cui stazza poteva spaventare chiunque se fosse apparsa nella notte di fronte a un corso d’acqua. È inoltre ben presente la storia della bonifica, con gli isolotti che si stagliavano sopra l’acqua in epoca medievale che diventano poggi o colline dopo la riconquista dei terreni bonificati e la sistemazione delle opere idrauliche in tutto il territorio.

Una possibile spiegazione all’origine di questa leggenda, che accomuna anche i racconti del cavallo spettrale di Napoleone e della carrozza fantasma del Valdarno, è la funzione di monito che tali storie potevano avere nei confronti delle generazioni più giovani che abitavano nelle campagne e che potevano sottovalutare il rischio dato dai corsi d’acqua, soprattutto di notte o nei momenti di piena. Secondo le testimonianze orali, lo spettro del toro bianco teneva lontani i contadini non solo dal tesoro del Barbarossa ma anche dal Canale Maestro della Chiana, perché di notte si poteva rischiare di cadere dalle passerelle e annegare nelle acque. La passerella che collegava le due sponde del canale non era un passaggio sicuro come quello di Valiano e, soprattutto in inverno, poteva rappresentare un passaggio pericoloso per i ragazzi più incauti. Lo spettro del toro bianco poteva quindi assolvere alla funzione di racconto utile per spaventare i bambini durante le veglie notturne e spingerli a tenersi lontani dai pericoli.

La parte della leggenda riferita al tesoro dell’Imperatore Barbarossa, inoltre, ci permette di affrontare un’altra importante analisi e di comprendere quanto il passaggio delle compagnie militari potessero scandire il passaggio del tempo nella memoria collettiva delle campagne. La civiltà contadina, che per molti secoli si è mantenuta sempre simile a sé stessa in una sorta di tempo ciclico scandito dalle stagioni e apparentemente immutabile, manteneva con forza il ricordo del passaggio delle truppe militari, che salivano o scendevano lungo l’Italia verso battaglie più o meno lontane. Le vite dei contadini venivano quindi toccate dalle truppe di passaggio, dai grandi condottieri o sovrani delle diverse epoche, contribuendo a formare una memoria collettiva delle campagne. Il passaggio delle truppe dell’Imperatore Barbarossa del XII secolo, le compagnie napoleoniche alla fine del ‘700, le soste di Garibaldi e dei suoi uomini, il passaggio del fronte nel 1944 e gli scontri tra partigiani e nazifascisti: questi eventi non sono presenti soltanto nelle storie dei borghi e dei centri abitati del territorio della Valdichiana e dintorni, ma anche nella memoria collettiva delle campagne che ne hanno assistito al passaggio (come ricorda anche la Festa del Barbarossa di San Quirico d’Orcia). I tesori lasciati dagli imperatori o dei condottieri di passaggio sono quindi dei monumenti, nel senso originale di testimonianza e di ricordo di un evento storico che spezzava l’apparente monotonia della vita delle campagne.

Il tesoro dell’Imperatore Barbarossa, al centro del racconto del toro bianco spettrale, non è mai stato ritrovato, al pari di quello di Lars Porsenna. Forse è stato ritrovato sotto qualche cantina di Poggio Fasciano o di Poggio Martino, magari è stato nuovamente seppellito dai contadini per timore che i reperti storici potessero indurre i padroni delle fattorie a scacciarli dai poderi in cui abitavano. Oppure si tratta soltanto di una storia popolare senza fondamento, utile soltanto per ricordare il passaggio delle truppe dell’Imperatore del Sacro Romano Impero in Valdichiana.

Carrozze spettrali e cavalli spettrali sono spesso legate ai fiumi

Influenze nella cultura Pop

Dal momento che la leggenda del toro bianco è fortemente limitata al ristretto territorio di cui abbiamo testimonianza, le influenze nella cultura popolare odierna sono molto rare. Lo spirito del sovrano germanico racchiuso nel gigante bianco ci può far pensare a una delle figure più famose della mitologia greca, ovvero Zeus. Fu proprio il sovrano dell’Olimpo ad assumere le sembianze di un toro bianco per sedurre Europa e portarla a Creta, dove diventò la prima regina dell’isola e diede luce al grande sovrano Minosse. Il rapporto con la razza bovina è molto frequente nella mitologia greca, basti pensare alla figura del Minotauro e alla storia di Io tramutata in giovenca; miti e leggende che hanno raggiunto la loro forma più divertente nella serie animata giapponese Pollon:

La carrozza spettrale della versione raccontata nel Valdarno può invece essere collegata a uno dei film più importanti nella storia del cinema: Nosferatu il vampiro, pellicola tedesca del 1922 antesignana del genere horror. In questa scena il protagonista supera il ponte, incurante delle superstizioni dei paesani, e viene raggiunto dalla carrozza spettrale del Conte Nosferatu:

Infine, la versione della storia incentrata sul cavallo spettrale e sul soldato napoleonico, non può che farci pensare alla figura del Cavaliere senza testa di Sleepy Hollow. Si tratta di un personaggio centrale del folclore europeo: un cavaliere decapitato nel corso di una battaglia, divenuto un fantasma senza testa a cavallo di un destriero spettrale, che vaga tra boschi e campagne alla ricerca di una nuova testa, terrorizzando e decapitando gli abitanti. L’unico modo per salvarsi è quello di oltrepassare il ponte di Sleepy Hollow, perché il fantasma non può oltrepassare l’acqua corrente e perde tutti i suoi poteri. La versione più famosa della leggenda del cavaliere senza testa è sicuramente il film di Tim Burton del 1999:

Per finire, una curiosità che è entrata a far parte delle leggende urbane molto diffuse su internet ai nostri tempi: in Texas, nella strada che porta a Brownsville durante le ore notturne, si narra che appaia una mucca fantasma in mezzo alla strada. Lo spettro dell’animale costringe i malcapitati guidatori a frenate o manovre pericolose, con il rischio di aumentare gli incidenti stradali. Un supposto fenomeno paranormale che non ha delle testimonianze facilmente verificabili, ma che mostra delle curiose analogie con il toro bianco della Valdichiana.


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Quando va tutto bene, è il momento di cambiare: la nostra estate

È proprio il momento in cui si realizza che tutto va bene, quello giusto per cambiare: per evitare di farci assalire dalla monotonia e dalla presunzione che non sia necessario…

È proprio il momento in cui si realizza che tutto va bene, quello giusto per cambiare: per evitare di farci assalire dalla monotonia e dalla presunzione che non sia necessario migliorarsi ulteriormente, provare qualcosa di nuovo, tentare nuove esperienze.

Questa consapevolezza ha animato gli ultimi mesi della nostra redazione, in un turbinio di nuovi progetti e il consolidamento di rubriche, attività e collaborazione che ci hanno garantito una crescita costante. Arrivati alle porte dell’estate, abbiamo quindi deciso di operare un cambiamento, anche se tutto stava procedendo a gonfie vele: per gettare le basi per intraprendere nuovi percorsi e avere la forza di costruire nuovi progetti, continuando ad ascoltare le proposte e le esigenze dei lettori.

Dal mese di luglio prenderò le redini della direzione editoriale del magazine, prendendo la staffetta da Valentina Chiancianesi, che ha svolto un ottimo lavoro nel corso dei sei anni di vita della testata. Valentina andrà a ricoprire il ruolo di direttrice responsabile degli uffici stampa di Valdichiana Media, la società editrice del magazine, pur continuando a collaborare con la testata nelle forme e nei modi a cui siete abituati. Si tratta quindi di un cambiamento nel segno della continuità.

Il nostro impegno è quello di continuare a investire nei contenuti di qualità per i tanti lettori che ci hanno seguito in tutti questi anni. Siamo pronti ad affrontare un’estate emozionante e densa di eventi: la nuova stagione di Giardino Valdichiana, condotta proprio da Valentina, ci farà compagnia fino a metà del mese di agosto, sperimentando la modalità della “Prima Visione” su Facebook Watch e la funzione “Premiere” su YouTube.

Quali promesse possiamo fare già da ora ai nostri lettori? Ci saranno inoltre nuove rubriche, nuovi ingressi in redazione, un decisivo incremento di uscite settimanali per il magazine. Verranno potenziate le attività dei gruppi Facebook (A Veglia in Valdichiana, dedicato alla storia delle tradizioni popolari del nostro territorio; Valdichiana Teatro, dedicato alle molteplici attività teatrali e alle compagnie locali), così come le opportunità di incontro, di confronto e crescita.

Abbiamo inoltre intenzione di aumentare le attività del negozio online, con nuovi prodotti e nuove offerte speciali, pubblicazioni speciali dedicate al nostro territorio. “Valdichiana Shop” ci consente infatti di mantenere gratuito il giornale per tutti i lettori e di limitare i banner pubblicitari all’interno del sito, senza ricorrere ai classici strumenti come AdSense per garantire la sostenibilità della testata, a scapito della leggibilità e della fruibilità degli articoli.

Infine, vogliamo impegnarci concretamente a sostegno delle tematiche ambientali e della cittadinanza attiva: un impegno che vuole rendere la nostra testata un punto di riferimento locale per i meccanismi positivi di servizio alla comunità. Se riusciremo a realizzare i nostri intenti, tuttavia, sarà soltanto grazie al vostro sostegno, ai vostri suggerimenti e alle vostre critiche. Tutti insieme, possiamo affrontare nuovi cambiamenti e crescere ancora. Buona estate a tutti!

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Compleanni e notizie: un futuro da “slow journalism”

Sabato scorso abbiamo festeggiato il sesto compleanno: La Valdichiana ha infatti compiuto sei anni, un percorso costellato di tanti sacrifici ma altrettante soddisfazioni, reso possibile soltanto attraverso l’impegno e la…

Sabato scorso abbiamo festeggiato il sesto compleanno: La Valdichiana ha infatti compiuto sei anni, un percorso costellato di tanti sacrifici ma altrettante soddisfazioni, reso possibile soltanto attraverso l’impegno e la passione di tutta la redazione. Nel corso di questi anni abbiamo imparato a conoscere meglio il nostro territorio, con l’obiettivo di migliorare noi stessi e il nostro modo di fare giornalismo, per offrire servizi sempre più attenti alle richieste dei lettori.

Tanto rimane ancora da fare e non abbiamo intenzione di fermarci qui: il sesto compleanno coincide con l’apertura della nuova sede a Chianciano Terme, all’interno del Valdichiana Tourist Lab, come punto fisico di incontro tra i redattori e tutti i lettori interessati ad approfondire le storie affrontate dal nostro magazine. Ciò che è importante spiegare, tuttavia, è che la crescita della nostra testata non equivale necessariamente all’aumento delle attività: anzi, il nostro approccio vuole essere quello dello “slow journalism”, investendo principalmente nella qualità.

Che cos’è lo slow journalism? Un movimento che intende migliorare il mondo delle notizie, applicando la dinamica dello “slow food” al giornalismo: un approccio che intende puntare sulla qualità dell’informazione, sulla verifica delle fonti, sulle relazioni con le persone. Lo slow journalism non vuole arrivare per primo sulla notizia, anzi contesta il modello delle breaking news che hanno contribuito a creare il “fast food dell’informazione”. Per una spiegazione più dettagliata e per i modelli di riferimento, ecco un link di approfondimento: Slow Journalism.

Ci siamo avvicinati a questa filosofia nel corso degli anni, scoprendo sulla nostra pelle la validità degli argomenti espressi e utilizzandoli come modello del nostro metodo giornalistico, seppur in un ambito locale e ristretto come il territorio della Valdichiana. In questa ottica si inserisce anche il nostro nuovo progetto, Valdichiana Weekly, il servizio di informazione settimanale che intende potenziare la vecchia newsletter collegata al magazine.

Valdichiana Weekly è una rassegna ragionata e commentata delle principali notizie della settimana riguardanti il nostro territorio; esce ogni lunedì e racchiude anche il calendario degli eventi in arrivo e gli approfondimenti curati dalla redazione. Piuttosto che pubblicare notizie ogni giorno, preferiamo pubblicarle quando serve; piuttosto che rimanere travolti dal flusso indistinto delle “breaking news”, preferiamo prenderci tutto il tempo necessario per verificare le informazioni e inquadrarle in un contesto utile al lettore.

Non sarà perfetto, non sarà definitivo: ma ci proviamo, seguendo un modello che mette al primo posto l’etica professionale e il servizio ai lettori. Provate Valdichiana Weekly, se volete: è comoda da leggere e perfettamente fruibile da smartphone. Siamo ansiosi di ricevere commenti, critiche e suggerimenti!

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Dall’edicola fisica a quella digitale: Mario diventa un bot!

Il vostro edicolante di fiducia è tornato! Mario, il burbero gestore del chiosco di giornali che nel corso degli ultimi mesi è stato protagonista delle strip del fumettista Michele Bettollini…

Il vostro edicolante di fiducia è tornato! Mario, il burbero gestore del chiosco di giornali che nel corso degli ultimi mesi è stato protagonista delle strip del fumettista Michele Bettollini (potete leggere tutte le sue avventure nella raccolta Edicola Mario) ha deciso di riaprire la sua attività. Non si tratta però di un’edicola fisica, bensì di una versione virtuale all’interno di Facebook Messenger: nonostante il suo caratteraccio, sarà pronto a guidarvi alla ricerca di quello che state cercando attraverso conversazioni personalizzate. Ebbene sì, Mario è diventato un chat bot!

Che cos’è un chatbot? È un programma automatico capace di simulare una conversazione. Non è un robot con un corpo meccanico, bensì un software capace di parlare e di interagire con le richieste degli esseri umani, secondo schemi predeterminati. Come un assistente vocale, insomma, anche se nel nostro caso parla attraverso la chat di Facebook Messenger: anche se no potete sentire la sua voce o vederlo, potete interagire con il chatbot e scoprire tutte le sue conversazioni!

Come funziona? Parlare con Mario è semplice, basta collegarsi a Facebook, cercare la pagina del nostro magazine e inviare un messaggio attraverso Facebook Messenger (potete anche usare l’apposita applicazione da smartphone). Invece della consueta conversazione con la redazione, in attesa di una risposta da parte di un redattore, si aprirà la schermata del bot e potrete conversare con Mario. Il nostro burbero edicolante vi guiderà alla scoperta delle notizie e delle rubriche di interesse del nostro territorio, ma non fatevi spaventare dal suo caratteraccio: potete interagire con lui, fare domande, chiedere informazioni, ottenere risposte e inviare segnalazioni. Potete anche decidere di abbonarvi e di ricevere periodicamente degli aggiornamenti da Mario, se vi fa piacere. Per il momento è disponibile solo su Facebook Messenger, ma non è escluso che in futuro il chat bot possa estendersi anche su altre piattaforme di messaggistica istantanea.

Perché abbiamo trasformato l’edicola di Mario in un chat bot? Abbiamo pensato di aggiungere questa funzionalità al nostro magazine per facilitare il lavoro di assistenza a tutti coloro che ci chiedono informazioni: attraverso il bot è possibile dare risposte rapide ed efficaci, se la conversazione è funzionale. La caratterizzazione del chat bot con il personaggio di Mario serve a valorizzare ulteriormente la conversazione e a favorire l’empatia con il pubblico, oltre a renderla coerente con lo spirito del nostro magazine. Ci consente inoltre di sfruttare al meglio il servizio di messaggistica istantanea interno a Facebook (che ha un’elevatissima percentuale di utilizzatori, e che probabilmente vedrà altri cambiamenti nel prossimo futuro) strutturandolo sempre più in ottica mobile, tenendo conto delle indicazioni suscitate dal rapporto digital 2019 di We Are Social. Il nostro impegno è sempre stato quello di offrire servizi ai lettori, sfruttando al meglio le potenzialità delle piattaforme e dei mezzi tecnici che abbiamo a disposizione: anche il chat bot di Mario, quindi, va in questa direzione, con la speranza che possa esservi utile nel trovare le informazioni che state cercando e nello scoprire storie interessanti dalla Valdichiana!

Il bot di Mario è già attivo e potete conversare con lui attraverso Facebook Messenger. Provatelo pure e fateci sapere cosa ne pensate: cercheremo di migliorare le sue interazioni e i servizi offerti. Preparatevi ad altri cambiamenti, perché come al solito La Valdichiana non si ferma mai, e il chat bot è solo la prima delle tante novità che abbiamo preparato per questa primavera!

PS: no, Mario non fa parte di ItaliaGuerraBot o degli altri bot che simulano gli scontri tra i territori. Nonostante il suo caratteraccio si limiterà a parlare con voi, non preoccupatevi!

 

 

 

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Il Bosco di Ogigia: la permacultura come modello ambientale

Il Bosco di Ogigia è un progetto dedicato all’informazione e alla diffusione della permacultura e delle pratiche agricole sostenibili, intese non soltanto come tecniche da impiegare in agricoltura, ma anche…

Il Bosco di Ogigia è un progetto dedicato all’informazione e alla diffusione della permacultura e delle pratiche agricole sostenibili, intese non soltanto come tecniche da impiegare in agricoltura, ma anche come modello di vita e di rispetto dell’ambiente che ci circonda. Il racconto delle pratiche di sostenibilità che permea il progetto viene affrontato attraverso un ecosistema digitale composto dal blog, il canale YouTube e i profili su Facebook e Instagram. Il Bosco di Ogigia possiede anche un luogo fisico a Montepulciano Stazione: un appezzamento di terra nei pressi dell’abitato dove sta crescendo un bosco commestibile, un orto per l’autroproduzione e tante altre utili attività legate all’etica della permacultura.

Con il termine “permacultura” si intende “un sistema di progettazione per realizzare e gestire una società sostenibile, allo stesso tempo un sistema di riferimento etico-filosofico ed un approccio pratico alla vita quotidiana: in essenza, la permacultura è ecologia applicata”. La permacultura può essere utilizzata per progettare una grande azienda agricola, ma è perfetta anche per gestire meglio la propria economia domestica e avviare una produzione alimentare nel balcone di casa. Si tratta quindi di un modello che porta a rivalutare il proprio sistema di vita per creare una cultura sostenibile al benessere dell’uomo e dell’ambiente che lo circonda.

Il progetto del Bosco di Ogigia è stato ideato da una coppia di giornalisti romani, Francesca Della Giovampaola e Filippo Bellantoni, che affondano le loro radici proprio in Valdichiana: Francesca è infatti originaria di Montepulciano e proprio qui ha scelto di mettere in pratica le conoscenze di permacultura per creare un orto sinergico. Li ho intervistati durante lo svolgimento di un corso dedicato al riconoscimento delle erbe spontanee commestibili, chiedendo maggiori informazioni sul loro progetto.

Com’è nato il progetto del Bosco di Ogigia?

Francesca: “Sono originaria di Montepulciano Stazione anche se vivo da parecchi anni a Roma. Ho acquistato questo campo che sta vicino a casa dei miei genitori, forse perché vivendo in città sentivo il bisogno di mettere i piedi nella terra. È una cosa che senti dentro a un certo punto, la voglia di recuperare il più possibile un contatto con la natura, che magari hai da bambino ma che poi per studio o lavoro la nostra generazione non ha avuto tantissime occasioni di portare avanti. Da lì è nata la volontà anche di approfondire la disciplina chiamata permacultura, che può dare risposte concrete. Si tratta di un approccio mentale più che di una tecnica agricola. Come giornalista sento di dover parlare della crisi ambientale che stiamo vivendo, contribuire a cambiare anche l’atteggiamento delle persone.”

Oltre alla passione per la permacultura, hai fatto ricerche o studi in materia?

Francesca: “Sì, continuo tuttora a studiare, mi sembra di aver appena iniziato. Sto partecipando a corsi, faccio parte di gruppi di progettazione e di confronto. La permacultura è una disciplina con tecniche e regole, è necessario mettere in relazione conoscenze agronomiche, botaniche, entomologiche. Cerca di fare sintesi tra le conoscenze ambientali che avevano i nostri nonni e bisnonni e che con il tempo abbiamo perduto.”

Qual è invece il ruolo di Filippo nel progetto?

Filippo: “Sono un giornalista e videomaker, mi occupo principalmente di produzione video, ma lavoriamo assieme anche sui contenuti. Gli strumenti sono fondamentali per raccontare le buone pratiche di sostenibilità ambientale: grazie ai social riusciamo raggiungere un grande pubblico attraverso un canale multimediale. Il nostro stile è divertente e veloce, adatto anche ai giovani, veicolato principalmente attraverso i video. Il nostro obiettivo è quello di raccontare le tematiche ambientali partendo dalle etiche della permacultura che sono tre: cura della terra, cura della persona, condivisione delle risorse. Vale per tutto, sia per i rapporti con le persone, sia per i modi con cui si fa agricoltura o si realizza un video.”

In che modo il vostro progetto aiuta a migliorare il rapporto con l’ambiente?

Francesca: “Quando lavori in permacultura devi pensare alle risorse disponibili e cercare di non sprecarle. Anche i nostri vicini di casa stanno capendo, ad esempio quando fanno le potature mi lasciano gli stralci, io accumulo materia organica che per me è molto importante, perché per riportare vita nel suolo serve materia organica. Per i vicini diventa quindi un’occasione per liberarsi comodamente delle potature, per me è un’occasione per arricchire il terreno. La prossima volta impareranno anche loro che sono delle risorse utili e magari le utilizzeranno a loro volta attraverso una compostiera. Sbagliamo a bruciare la materia organica o a considerarla un rifiuto, quando invece è molto importante.”

Com’è cominciato il Bosco di Ogigia e quali sono stati i vostri primi passi?

Filippo: “Io sono arrivato al Bosco di Ogigia grazie a Francesca, lo scorso anno ho partecipato a un corso di 72 ore sulla permacultura, mi sono appassionato al tema, ho sentito l’esigenza di mettere a disposizione le mie professionalità per cercare di fare qualcosa di utile. Stiamo costruendo una comunità, circa 70mila persone coinvolte, un pubblico importante, dà molta soddisfazione dal punto di vista giornalistico. Abbiamo cominciato con Facebook e con un blog su WordPress, poi abbiamo iniziato a fare video e il riscontro è stato ottimo. Adesso stiamo puntando molto su YouTube, il canale stra crescendo molto, è stato un impegno graduale per creare contenuti di qualità. Lavoriamo molto sull’interazione con le persone, è fondamentale creare un rapporto di scambio con il pubblico. Non è più il giornalismo di una volta che ti dice la verità dall’alto e non partecipa alla conversazione: adesso il rapporto è quasi personale, fatto di messaggi e domande, il giornalista è diventato un punto di riferimento per la comunità.”

Parliamo meglio del vostro rapporto con il pubblico, come vi ponete nei loro confronti?

Francesca: “Non è soltanto un rapporto online, ad esempio a Roma frequentiamo un gruppo di Permacultura Urbana. Ci sono tante persone che ci sostengono fisicamente, non solo sui nostri canali social. Il primo pubblico è stato quello interessato alla permacultura, poi ci sono comunità di persone che amano coltivare il proprio orto, e poi cerchiamo anche di conquistare quel pubblico che non penserebbe mai a questi temi, ma vogliamo lanciare il messaggio che è importante la conoscenza della terra e una piccola autoproduzione di cibo. Per permettere a questi messaggi di diffondersi ulteriormente, abbiamo recentemente stretto una collaborazione con Cane Secco: abbiamo raccontato la costruzione dell’orto da Slim Dogs, la sua casa di produzione, attraverso una collaborazione video. È stata principalmente una collaborazione umana, nello spirito della permacultura, per raggiungere un pubblico più giovane a cui è importante diffondere certi messaggi.”

Com’è il vostro rapporto con il territorio della Valdichiana?

Francesca: “Il Bosco di Ogigia si trova proprio qui, anche se è un progetto di respiro nazionale. Vorrei riuscire a coinvolgere di più le persone, spero che con il passaparola aumenti la sensibilità verso l’etica della permacultura e della sostenibilità ambientale. Questa è sempre stata casa mia, anche se viviamo a Roma. Torno spesso per lavorare sull’orto e fare video, o per organizzare corsi su tematiche collegate come quello dedicato al riconoscimento delle erbe spontanee commestibili.”

Tra i prossimi progetti del Bosco di Ogigia, uno dei più interessanti è sicuramente quello legato al batterio Xylella in Puglia: il documentario è in lavorazione, potete approfondire e sostenere il loro lavoro a questo link.

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Treno della Memoria 2019: il racconto dell’esperienza degli studenti

Il Treno della Memoria è un progetto realizzato ogni due anni dalla Regione Toscana con l’obiettivo di educare alla cittadinanza attiva, rafforzare l’identità europea e aumentare i momenti di riflessione e…

Il Treno della Memoria è un progetto realizzato ogni due anni dalla Regione Toscana con l’obiettivo di educare alla cittadinanza attiva, rafforzare l’identità europea e aumentare i momenti di riflessione e confronto con i ragazzi sulla risposta sociale da dare ai conflitti. Nel corso degli anni sono stati svolti dei viaggi per ricordare i drammatici eventi della Seconda Guerra Mondiale, diretti ad Auschwitz o altri campi di concentramento dove migliaia di persone hanno perso la vita, con la prospettiva di esercitare la memoria con un’esperienza diretta e non solamente attraverso i libri di testo o le celebrazioni ufficiali.

I viaggi vengono organizzati in prossimità della “Giornata della Memoria”, ricorrenza fissata al 27 Gennaio e dedicata alla commemorazione delle vittime dell’Olocausto. Ogni anno vengono coinvolti più di cinquecento ragazzi dagli istituti superiori di tutta Italia, e tra i partecipanti dell’edizione appena conclusa c’era anche una delegazione di studenti provenienti dalla Valdichiana. Si tratta di Lavinia Vestri, Giulia Pasqualoni, Daniel Chierchini e Giacomo Paolini dell’Istituto Redi, Giulia Conti, Noemi Pasquadibisceglie, Nico Canapini e Luca Venturini dell’Istituto Caselli, accompagnati dalla professoressa Lara Pieri.

I ragazzi sono partiti domenica 20 gennaio a bordo del Treno della Memoria, diretti ad Auschwitz, in compagnia di docenti preparati all’esperienza e al tema di quest’edizione: “Razzismi di ieri e di oggi: il buon uso della memoria”. Il treno è partito da Santa Maria Novella alla volta della Polonia, passando per il Brennero, l’Austria e la Repubblica Ceca, per un totale di circa diciannove ore. Sul treno i ragazzi hanno avuto la possibilità di parlare con dei testimoni diretti della Shoah e con dei sopravvissuti ai campi di sterminio, come le sorelline Andra e Tatiana, scampate agli esperimenti del dottor Mengele.

Lunedì 21 Gennaio i ragazzi hanno visitato il campo di Auschwitz-Birkenau, in una fredda giornata piena di emozioni. Dopo la visita guidata si è svolto un corteo verso il Monumento internazionale alle vittime del nazifascismo, dove ogni ragazzo ha pronunciato al microfono il nome di giovani deportati.

“Posso dire che se una cosa non la vedi con i tuoi occhi non la puoi capire fino in fondo. – ha commentato Lavinia Vestri, della classe quarta – Per tutti questi anni abbiamo studiato la Shoah e le atrocità che hanno colpito gli ebrei, però non avevamo capito davvero cosa volesse dire il campo di concentramento finché non l’abbiamo visto”.

Il giorno successivo i ragazzi hanno visitato il celebre campo di Auschwitz, che ha ripreso il nome polacco di Oświęcim, con il museo della memoria e il muro della morte. Il viaggio ha poi fatto tappa al Cinema Kijow di Cracovia, dove è avvenuto un confronto diretto con i testimoni dell’Olocausto, racconti video e interviste in prima persona. Un’esperienza propedeutica all’incontro del giorno seguente, presso l’Università Jagellonica, dove attraverso l’iniziativa “Europa e memoria” gli studenti italiani e polacchi hanno potuto dialogare in maniera pubblica con i sopravvissuti, in un’ampia discussione interculturale alla presenza del presidente della Regione Toscana Enrico Rossi e Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea.

Giovedì 24 Gennaio il Treno della Memoria è ripartito alla volta della Toscana, con i ragazzi carichi di esperienze e riflessioni. Nei giorni successivi si sono svolte assemblee scolastiche all’Istituto Redi Caselli e incontri pubblici (come quello agli ex-Macelli nell’ambito del Mengafono) per raccontare il viaggio, supportati da immagini fotografiche.

“Grazie a questo tema è stato possibile, – ha spiegato la professoressa Lara Pieri – nell’intenso lavoro di preparazione al viaggio, non solo approfondire argomenti storici, ma anche agganciarsi a un presente in cui atteggiamenti razzisti emergono in maniera molto preoccupante.”

Dall’esperienza prenderà vita una mostra fotografica, che sarà allestita in maniera permanente all’interno dell’istituto, ma che potrà poi spostarsi nelle altre scuole del territorio, in modo che i ragazzi possano raccontare la loro esperienza tramite la scelta delle foto e le emozioni da loro suscitate. I racconti personali, infatti, coinvolgono a livello emotivo: un’esperienza diretta che i partecipanti al Treno della Memoria hanno vissuto attraverso l’incontro con i testimoni dell’Olocausto.

“Anche se si tratta di persone ormai anziane, la loro forza comunicativa ed emotiva è enorme, c’è tanto vigore nelle loro parole. – commenta la professoressa Pieri – Grazie ai loro racconti ti senti più coraggiosa, ti sembra quasi di poter cambiare le cose, in una situazione generale in cui tutti siamo passivi e non si crede più che ognuno possa fare la differenza, tanto da sentirsi vinti senza combattere. E invece nelle parole di questi testimoni c’è forza, vitalità, un’emozione che dona coraggio.”

Per finire, lasciamo la parola ai testimoni diretti di questo viaggio: un estratto del servizio realizzato per Toscana Notizie in cui sono presenti anche alcuni studenti dell’Istituto Redi che raccontano l’esperienza appena conclusa.

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Gli scioperi in Valdichiana agli inizi del XX secolo

Agli inizi del XX secolo la mezzadria caratterizzava le campagne della Toscana: la maggior parte dell’economia contadina era infatti gestita attraverso il contratto agrario di mezzadria, che prevedeva la divisione dei prodotti…

Agli inizi del XX secolo la mezzadria caratterizzava le campagne della Toscana: la maggior parte dell’economia contadina era infatti gestita attraverso il contratto agrario di mezzadria, che prevedeva la divisione dei prodotti e degli utili tra il proprietario e la famiglia che abitava il podere. Anche la Valdichiana, che dall’epoca della bonifica era diventata una delle più fertili e importanti zone agrarie dell’Italia centrale, veniva condotta a mezzadria, che contribuiva a formare una società tradizionale e rurale.

Alla fine del XIX secolo, tuttavia, il modello produttivo cominciava a mostrare tutti i suoi limiti con l’apertura dei mercati internazionali e l’avvento della meccanizzazione. Nelle campagne regnava una generale situazione di miseria, con patti colonici di retaggio feudale che prevedevano una serie di privilegi nei confronti del padrone e un diffuso disequilibrio nel rapporto tra i proprietari e i contadini. La paura degli sfratti, che avrebbero lasciato le famiglie senza casa né podere, la mancanza di igiene nelle case coloniche e la mancata crescita economica in un periodo storico di forti cambiamenti erano avvertibili in tutte le campagne.

È proprio in questa fase che si inseriscono gli scioperi in Valdichiana, che avvengono nel 1902 e sono considerati uno dei più importanti esempi della storia contadina italiana. Essi avvengono in un quadro di lotte politiche e sindacali sempre più forti, tra il grande sciopero di Genova del 1900 e lo sciopero generale del 1904 dopo l’eccidio dei minatori di Buggerru. La ricostruzione degli eventi in Valdichiana di quell’anno è efficacemente riassunta dal libro di Vittorio Meoni “Gli scioperi del 1902 in Valdichiana” (2002, editrice Le Balze).

I motivi che spinsero i mezzadri a scioperare in quei mesi di tensione non furono soltanto economici, ma anche sociali (relativi alle condizioni di vita dei coloni) e politici, ovvero per sancire l’importanza del riconoscimento di leghe e aggregazioni contadine che potessero difendere i loro diritti. Nella primavera del 1902 si ruppe quindi un equilibrio secolare che aveva caratterizzato le campagne e le aree rurali della Valdichiana.

Prima fase: Chianciano, aprile 1902

La stagione degli scioperi in Valdichiana iniziò il 2 marzo con i contadini di Chianciano che si riunirono in una lega e presentarono un memoriale al Sindaco, in cui si chiedeva una serie di miglioramenti. Principalmente le richieste si concentravano sulla tassa del podere, che volevano a totale carico del proprietario, la ripartizione della ramatura delle viti per far fronte a nuove malattie, la ripartizione della trebbiatura per finanziare i macchinari nuovi, e la cessazione dell’usanza della “capatura” dell’uva migliore da parte dei proprietari. Le richieste più curiose erano quelle di riconoscere la libertà di coscienza e la possibilità di assentarsi dal lavoro nei giorni delle elezioni (che commenterò in seguito). Tale memoriale non venne accolto dai proprietari terrieri di Chianciano, che non solo si rifiutarono di rispondere, ma anche di riconoscere la lega dei contadini.

La risposta dei mezzadri fu dura: in seguito a un’assemblea generale venne indetto lo sciopero per il 7 aprile 1902. La mattina i contadini partirono dai rispettivi poderi, portandosi dietro i buoi, raggiungendo il paese e minacciando di rimanere lì finché non fossero state accolte le loro richieste, a costo di far morire di fame gli animali (la cui proprietà era a metà con i padroni). Inizialmente i proprietari terrieri si rifiutarono di cercare un accordo, e le autorità cittadine rimasero passivamente in attesa.

I contadini in sciopero rimasero fermi nelle loro posizioni e la folla resistette sia alla pioggia del pomeriggio, sia all’arrivo della notte. Il rischio di veder morire di fame gli animali e di rovinare i raccolti costituiva un danno economico troppo grande per i proprietari terrieri di Chianciano, che accettarono infine la trattativa. All’incontro tra i rappresentanti venne siglato un patto che modificava il contratto di mezzadria e garantiva alcune delle richieste fatte dai coloni. Alla firma del patto lo sciopero venne revocato e i contadini tornarono nei rispettivi poderi; quella del 7 aprile 1902 venne quindi considerata come un’importante vittoria dell’aggregazione tra di contadini e uno dei più importanti esempi di presa di coscienza politica.

Seconda fase: Chiusi, maggio 1902

Mentre ancora era in corso la vertenza a Chianciano, anche i contadini di Chiusi cominciano a muoversi, tentando una strategia simile. I mezzadri riuniti in lega consegnarono un memoriale con delle richieste, strutturato in maniera analoga a quanto accaduto nel comune limitrofo; le istanze erano simili, per quanto riguardava le ripartizioni della trebbiatura e le tasse sul podere, ma c’erano anche alcune aggiunte, come la richiesta di estendere la durata del contratto agrario a tre anni e di ottenere una copia del libretto colonico anche nel podere.

Nel frattempo, però, c’era stato lo sciopero di Chianciano, quindi il 9 aprile 1902 i proprietari terrieri di Chiusi non si lasciarono cogliere impreparati e formarono ufficialmente un comitato per rispondere alle richieste dei contadini. Questo comitato si costituì per tutelare i propri diritti e per ottenere il sostegno delle autorità, e questa fu un’importante differenza con Chianciano. I proprietari accettarono alcune delle istanze dei mezzadri e ne respinsero altre, e tale accordo venne inizialmente accettato dai rappresentanti della lega dei contadini di Chiusi. In un secondo momento, tuttavia, l’assemblea dei contadini rifiutò tale accordo e proclamò lo sciopero.

Il 10 maggio 1902 la quasi totalità delle famiglie contadine aderì allo sciopero, senza però radunarsi in paese, ma fermando le attività di gestione del podere e di allevamento dei buoi. A differenza di quanto accaduto a Chianciano, però, i proprietari terrieri di Chiusi rimasero fermi nella loro posizione e ottennero l’appoggio dell’autorità civile, con il sottoprefetto di Montepulciano che fece affiggere un manifesto in cui richiamava i mezzadri all’ordine e al rispetto del primo accordo. La tensione rimase fino al 12 maggio, quando lo sciopero si concluse con i mezzadri che accettarono l’accordo iniziale dei proprietari. Entrambe le parti in causa sentivano di aver vinto: da una parte il comitato dei proprietari, che fece accettare l’accordo iniziale, dall’altra la lega dei contadini, che aveva ottenuto il riconoscimento e la dignità di organizzazione sindacale.

Terza fase: Sarteano, maggio 1902

Seguendo l’esempio dei contadini dei comuni limitrofi, anche i mezzadri di Sarteano iniziarono a organizzarsi a pochi giorni di distanza. Le richieste di migliorie alla vita contadina e al contratto agrario si erano ormai diffuse in tutte le campagne della Valdichiana, e la possibilità di unirsi in leghe permetteva ai contadini di andare a trattare con i proprietari con la forza dei numeri, invece che accontentarsi di una trattativa privata tra latifondista e famiglia colonica.

A Sarteano, però, consci degli avvenimenti nei comuni adiacenti, i proprietari terrieri anticiparono possibili scioperi e il 17 aprile scrissero una lettera al prefetto di Siena, in cui dichiaravano di costituirsi preventivamente in una società difensiva e di voler approntare migliorie al contratto colonico in favore dei contadini, tra cui la concessione di una copia del libretto colonico, una più favorevole suddivisione delle spese per la meccanizzazione dei campi e così via. Tale lettera, mandata anche alle famiglie dei contadini, venne fatta seguire da una diffida a portare il bestiame fuori dai campi senza il consenso dei proprietari, con la minaccia preventiva di ritenerli responsabili di eventuali danni e deperimenti alle proprietà condivise.

La lega dei contadini di Sarteano si riunì il 30 aprile e accettò le migliorie proposte dai proprietari, ma cercò anche di spostare la questione sul piano politico, ovvero di essere riconosciuta come organizzazione sindacale, garantire ai coloni la libertà di pensiero e la possibilità di assentarsi dal lavoro durante le elezioni (come già accaduto a Chianciano). La società difensiva dei proprietari non rispose alla lega, bensì al prefetto di Siena, delegittimando i rappresentanti e lamentando la mancata risposta delle famiglie contadine, intimando inoltre che non sarebbero state date ulteriori concessioni. La tensione continuò a crescere, con i piccoli proprietari che si schierarono dalla parte dei mezzadri e la minaccia di imitare lo sciopero con il bestiame di Chianciano.

Lo sciopero venne indetto il 19 maggio e provocò una mobilitazione in massa dei contadini di Sarteano, che non si spostarono verso il paese ma rimasero nei rispettivi poderi senza lavorare. Contemporaneamente si mossero i proprietari con intransigenza, richiamando le autorità statali ad applicare la forza repressiva, con drappelli di soldati e di carabinieri che si recarono in alcuni poderi dei rappresentanti della lega per contestare la mancata alimentazione del bestiame come inadempienza contrattuale e notificando la citazione in tribunale a Montepulciano. Seguirono alcuni arresti e sfratti, a cui la lega reagì con altrettanta tensione, facendo scendere in sciopero in solidarietà anche i contadini di Chianciano e di Chiusi e facendoli affluire a Sarteano; l’intervento e le cariche della cavalleria, tuttavia, dissolsero l’assembramento.

Il 23 maggio venne dichiarato concluso lo sciopero e la ripresa dei lavori. Lo stesso giorno al tribunale di Montepulciano celebrò rapidamente il processo e la condanna dei contadini arrestati durante i tumulti, affermando i sacri diritti della proprietà contro gli assalti degli scioperanti. Lo sciopero di Sarteano si risolse quindi in un fallimento, e molti contadini abbandonarono la lega, altri subirono sfratti e ritorsioni.

Gli scioperi in Valdichiana nella primavera del 1902, seppur con sorti alterne, contribuirono a migliorare le condizioni delle campagne e i contratti agrari di mezzadria; servirono anche a rafforzare la coscienza di classe dei mezzadri, che in massa si unirono alle leghe dei contadini e successivamente alla Federazione dei Lavoratori della Terra per continuare la lotta sindacale. Fu inoltre una fase di grande tensione che non terminò con le prime organizzazioni ma anzi anticipò le lotte politiche del secondo dopoguerra, con i lunghi e convulsi anni caratterizzati dalle bandiere affisse sui fienili durante la trebbiatura e le agitazioni per ottenere migliori condizioni di vita.

Una riflessione finale va dedicata alla particolare richiesta fatta dai contadini a Chianciano a Sarteano, ovvero la concessione della libertà di pensiero e di assentarsi dal lavoro durante le elezioni. Tale richiesta non venne formalmente accettata dai proprietari durante gli scioperi, perché i mezzadri già la possedevano: essi non erano dipendenti di padroni, nessuno li obbligava a orari precisi di lavoro o a tenere nascoste particolari simpatie politiche. La richiesta però ci suggerisce due cose: innanzitutto che il memoriale preparato dalle leghe dei contadini era probabilmente modellato sulla lotta sindacale di ispirazione socialista già utilizzata nelle città, strutturata nel rapporto tra dipendente e padrone, e che non teneva conto delle differenze dei mezzadri. Secondariamente, suggerisce che i mezzadri, nonostante la loro condizione contrattuale di “proprietari a metà”, si sentissero comunque dipendenti e dovessero chiedere il permesso per esercitare un loro diritto; per quanto formalmente alla pari, infatti, il rapporto di potere nella mezzadria è sempre stato asimmetrico, e le costrizioni a cui erano sottoposte le famiglie coloniche non erano soltanto economiche, ma anche sociali e culturali, rivelando una situazione di subalternità che ha contributo a caratterizzare la società tradizionale delle nostre campagne.

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Il gioco del Panforte: una tradizione delle feste

Le festività di fine anno sono il momento perfetto per passare una serata in compagnia di amici e familiari, rispolverando giochi della tradizione popolare per scaldarsi accanto al camino: non…

Le festività di fine anno sono il momento perfetto per passare una serata in compagnia di amici e familiari, rispolverando giochi della tradizione popolare per scaldarsi accanto al camino: non soltanto la tombola o il mercante in fiera (o la nostra versione, il Mercante in Chiana) ma anche un’usanza particolare chiamata il “Gioco del Panforte”.

Protagonista assoluto del gioco è il Panforte, dolce tipico di Natale diffuso a Siena e dintorni, la cui origine risale addirittura all’anno Mille con il nome di Panpepato. Quello che inizialmente era un pane dolce e speziato, destinato ai palati nei nobili e del clero, diventò uno dei prodotti tipici senesi più famosi e apprezzati. La sua grande popolarità è cominciata nel 1879, anno in cui la regina Margherita si recò in visita a Siena e ricevette in dono una versione “bianca” del Panpepato, con una copertura di zucchero vanigliato al posto del pepe nero. Il Panforte Margherita, così chiamato da quell’evento, si diffuse in tutta la popolazione.

Il gioco del Panforte è antico quanto il dolce, diffuso nelle campagne e negli strati sociali più bassi della popolazione, divenuto un intrattenimento tipico del freddo periodo invernale. Poteva infatti essere praticato nei poderi, durante le veglie contadine, attorno alle tavolate in cui si riunivano le famiglie oppure nelle osterie dei borghi.

Per giocare servono pochi elementi: un Panforte incartato alla vecchia maniera (coperto da carta gialla o di giornale, quindi, e non dentro una scatola), un lungo tavolo e un mestolo di legno da cucina per calcolare la distanza (oppure di un metro “a stecca” nelle versioni più moderne) che viene utilizzato da un arbitro per stabilire le misure dei lanci. Al torneo partecipano delle squadre di più giocatori, in cui ogni componente è chiamato a lanciare a turno il Panforte sul lato opposto del tavolo, cercando di arrivare il più vicino possibile al bordo. Similmente al gioco delle bocce, il valore più alto è attribuito al Panforte che si avvicina di più al bordo rispetto ai concorrenti; tuttavia, se il dolce cade oltre il bordo, il tiro è nullo. Il massimo obiettivo è fare una “capanna”, che accade quando il Panforte supera il bordo del tavolo, rimanendo in bilico senza cadere: tale distanza diventa la nuova misura da superare per aggiudicarsi il punto.

Alla fine del gioco, nella tradizione contadina, il Panforte veniva tagliato a spicchi e suddiviso tra i partecipanti, e il suo costo veniva pagato dalla squadra perdente. Si tratta quindi di un gioco perfetto per promuovere la socialità durante le fredde serate invernali, in cui viene utilizzato un dolce che diventa il premio stesso della contesa, che non ha bisogno di accessori complicati o di regolamenti difficili da imparare.

Proprio la semplicità ha favorito la diffusione del Gioco del Panforte a Siena e provincia, e in molte occasioni questa tradizione è sopravvissuta all’abbandono delle campagne. Nel corso degli ultimi anni è infatti diventato un appuntamento abituale a Pienza e in Val d’Orcia, assieme alla tradizione del “Gioco del Cacio al Fuso”

A Torrita di Siena la tradizione è stata ripresa dalla Contrada di Porta Gavina, che porterà il Gioco del Panforte nel centro storico della cittadina dal 12 al 16 dicembre 2018. Il torneo prevede la partecipazione di 32 squadre, formate da cinque lanciatori e una riserva; i gironi eliminatori si terranno da mercoledì al sabato a partire dalle ore 20:30, mentre domenica pomeriggio si svolgeranno le fasi finali dalle 15:00 in poi. I vincitori porteranno a casa i panforti e altri prodotti tipici locali.

L’idea di recuperare il gioco popolare partì nel 2007, da un’idea di alcuni contradaioli durante le veglie invernali: l’impegno a valorizzare le tradizioni locali ha portato la contrada di Porta Gavina a organizzare il torneo, giunto quest’anno alla 12esima edizione. Il Gioco del Panforte si tiene in Piazza Matteotti, nei locali della Fondazione Torrita Cultura, accompagnato da dolci fatti in casa e vin brulé, in una calda atmosfera di festa che vuole richiamare le veglie contadine.

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