La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Alessio Banini

Racconti di veglia: le Streghe della Valdichiana

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Se te pijo se te chiappo il tuo cuore te lo strappo!” Seppure in chiave ironica, la filastrocca della…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Se te pijo se te chiappo il tuo cuore te lo strappo!”

Seppure in chiave ironica, la filastrocca della bambina ne “Il Marchese del Grillo” racchiude perfettamente le paure derivanti dai poteri delle streghe, una delle figure più caratteristiche e onnipresenti delle storie popolari.

Da piccoli i nostri nonni ci mettevano in guardia da diversi pericoli o situazioni non convenzionali, tra cui poteva esserci la “strega” del paese. Si trattava di personaggi che vivevano spesso da soli, isolati dalle comunità rurali, che occupavano il loro tempo dando particolari aiuti nella vita quotidiana, in cambio di piccole offerte.  Spesso tali aiuti avevano uno scopo benevolo (guarire da malattie, conquistare l’amore, predire il futuro), ma le chiacchiere popolari portavano a pensare che chi avesse capacità particolari potesse usarle anche per fare del male.

Ma chi erano queste persone, queste “streghe” ricorrenti anche nelle storie popolari della Valdichiana? Ci raccontano alcuni testimoni:

“Ricordo la pora Ortensia, faceva le carte, non sapeva nè leggere nè scrivere, però quelle le leggeva bene, nessuno ha mai saputo dove avesse imparato, ma come ci chiappava, era talmente brava che faceva paura! Addirittura in punto morte nessuno volle toccarla, temendo che il potere potesse trovare un nuovo ospite e causare quindi terrore e solitudine, fatto sta che quando morì sparirono anche le carte.”

Invece Ginetto racconta:

“Ricordo un giorno a un funerale, c’erano quattro vecchie bruttissime, con lo sguardo del Diavolo, mi fissavano e ridevano, sembrava che le vedessi solo io, fatto sta che la notte continuavo a sentire sghignazzare e delle ombre danzavano alla luce del camino acceso, potevo riconoscere le sagome di quelle stregacce, che mi tormentavano tutta la notte.”

Il racconto di Letizia:

“Si rivolgevano a loro per cercare di attirare a sé l’amata, venivano chieste cose strane per controllare la gente, ma come si fa a voler campare così?”

C’erano anche molte voci fuori dal coro :

“Non dite sciornate, semplicemente conoscevano le erbe e rimedi antichi e curavano mal di denti o di testa, parlavano con le persone e davano loro coraggio, per un uovo o un pezzo di pane e formaggio”.

Di racconti di questo tipo ce ne sono tantissimi e ognuno di noi si è trovato davanti alla presunta “casa della strega” oppure alla fantomatica persona accusata di essere una strega, che spesso non è una persona così cattiva come viene descritta…

Testimonianze e Diffusione

L’origine del termine “Strega” viene fatta tendenzialmente derivare dal latino “striga” e “stryx”, a significare “strige, barbagianni, uccello notturno”, ma col passare del tempo avrebbe assunto il più ampio significato di “esperta di magia e incantesimi”. Ogni strega della tradizione è accompagnata da qualche strano animale, il famiglio, con caratteri diabolici, che fungerebbe da consigliere della propria padrona. Tipici famigli sono il gatto, il gufo, il corvo, la civetta, il topo e il rospo.

Solitamente la figura della strega è associata ad una donna vecchia e brutta, con lo sguardo malevolo, in cui la bruttezza estetica è elemento distintivo della bruttezza interiore e della loro malvagità e crudeltà. Allo stesso tempo, però, alcune streghe possono assumere la forma di bellissime donne che nei Sabba si accoppiavano selvaggiamente con il demonio evocato nel rito.

Data la sua vastissima diffusione, possiamo trovare tanti termini simili e figure che possono essere assimilate a quella della strega. Nel latino medievale il termine utilizzato era Lamia, mentre nelle varie regioni d’Italia il sostantivo che indica la strega varia a seconda della località. Possiamo perciò trovare la Masca (Piemonte) la Stria (Nord Italia), la Magara (Calabria e Basilicata), la Ianara (Campania) e così via. In Valdichiana e dintorni, a volte, è possibile che la figura della Marroca sia assimilata a quella della strega delle paludi.

La figura della strega può essere ricondotta a radici antichissime, sia nella cultura greca e romana che nella Bibbia (la strega di Endor). Particolare diffusione nel folclore popolare è poi dovuta al Medievo, con la caccia alle streghe e la persecuzione di comunità considerate eretiche o dedite al culto del Demonio. Si stima che in Germania, tra il XVI e XVII secolo, vennero condannate al rogo circa centomila donne, con l’accusa di stregoneria; si tratta quindi di credenze popolari che hanno avuto un notevole impatto nella storia, soprattutto nel periodo dell’Inquisizione e della lotta contro la magia diabolica.

L’idea dell’esistenza delle streghe venne messa in discussione in epoca illuminista, grazie allo studioso Girolamo Tartarotti, che giudicò infondate le teorie sulla stregoneria, basate principalmente sulla superstizione e sulla mancata comprensione di stati psicosomatici di epilessia o allucinazione. Fu quindi la pubblicazione del suo “Del Congresso notturno delle Lammie” nel 1749 a ridefinire lo stereotipo delle streghe e a relegarle al folclore locale.

Caratteristiche ed Analisi

Nonostante i diversi termini e le innumerevoli varianti locali, le streghe tendono a mostrare dei tratti distintivi. Sono dotate di poteri soprannaturali, dedite alla pratica della magia; si tratta di donne, nella stragrande maggioranza dei casi (anche se esiste la controparte maschile dello stregone o dello strigo), che utilizzano i loro poteri per alterare la quotidianità, spesso con intenti malefici. Tali poteri sarebbero dovuti alla vicinanza con entità maligne o con il Demonio in persona, a cui si sarebbero carnalmente unite durante un Sabba, al fine di stipulare un patto per creare fenomeni capaci di andare oltre l’ordine della natura o delle leggi della fisica.

Tra le caratteristiche principali che si riferiscono allo stereotipo della strega, oltre alla presenza di poteri magici di varia natura, c’è anche la possibilità di trasformarsi in animale e quella di volare a cavallo di una scopa, che è probabilmente la derivazione dell’antica figura della Strix associata agli uccelli rapaci notturni. Queste abilità magiche, oltre a essere spaventose, servono spesso alle streghe per applicare le loro fatture e le loro stregonerie per danneggiare o turbare la serenità degli altri.

La strega, dunque, è stata spesso strettamente associata al peccato e al male. Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una rivalutazione della figura, considerata una custode della sopravvivenza della tradizione misterica, soprattutto nelle campagne, di culti e pratiche di guarigione, rituali di fertilità, conoscenze dell’uso delle erbe, comunicazione con gli spiriti e viaggi extracorporei. Queste caratteristiche, così simile a quelle dello sciamanesimo di altre culture, sono state diffuse soprattutto con l’influenza del neopaganesimo e del movimento wicca, con l’intento di attribuire degli aspetti positivi alla tradizione delle streghe.

È proprio l’ambivalenza morale della figura a caratterizzare la lunga letteratura in materia: da sempre le streghe si dividono in buone e cattive, capaci di compiere fatture e maledizioni, anche con il semplice sguardo, il malocchio. Nella credenza popolare, se una strega ti aveva lanciato una maledizione, solo un’altra strega poteva salvarti. A Chiusi soltanto l’intervento di una liberatrice, chiamata “Streca”, poteva sciogliere il “Nodo”, feticcio spesso ritrovato in posti insoliti come il cuscino o il materasso, che si diceva creato dal potere della maledizione. La distruzione del feticcio portava all’annullamento del maleficio.

La streca chianina resta molto ancorata alla tradizione contadina, infatti per togliere sortilegi e malocchio usava il fuoco, l’acqua e l’olio, elementi tipici della vita di campagna. Con il fuoco venivano bruciati, normalmente ai crocevia, nodi e feticci trovati nell’abitazione della vittima, mentre con l’olio e l’acqua e una preghiera insegnata la notte di Natale si toglieva il malocchio.

A tal proposito, merita ulteriore spazio il potere più caratteristico delle streghe, ovvero il malocchio (chiamato anche “occhiatura”). Secondo le antiche tradizioni popolari, il malocchio è il manifestarsi di mal di testa diffuso e persistente e, nei casi più gravi, nausea e senso di stordimento, fino a impossibilitare la persona allo svolgimento di ogni attività. Si chiama così perché è generato da sguardi o commenti dettati da invidia: la vittima è invidiata per le sue proprietà, il suo lavoro, i suoi figli e, in genere, qualsiasi cosa o situazione, capace di scatenare desiderio da parte di una o più persone.

Esistono varie versioni relative alla pratica per combattere il malocchio, che sono state tramandate di generazione in generazione. Come ben raccontato da Ernesto de Martino in “Sud e Magia”, la donazione della formula contro il malocchio poteva avvenire solo una volta l’anno, la notte di Natale. Il rito, tramandato oralmente nella cultura popolare, può essere così riassunto.

La guaritrice prende per prima cosa un piatto pieno di acqua, poi traccia per tre volte il Segno della Croce, toccando il “paziente” con la punta del suo pollice, indice e medio della mano destra, nel seguente ordine: prima sulla fronte, poi sul petto, poi sulla spalla sinistra, e poi sulla spalla destra, dopodichè prende un cucchiaio di olio vi intinge il pollice per prendere poche gocce dello stesso da gettare poi nell’acqua, e a quel punto a secondo di come le macchie di olio si comportano sull’acqua stabilisce se c’è malocchio o meno.
Qualora ci fosse il malocchio si pulisce il pollice unto di olio e ritraccia per tre volte il Segno della Croce, toccando il “paziente” con la punta del suo pollice, indice e medio della mano destra, nel seguente ordine: prima sulla fronte, poi sul petto, poi sulla spalla sinistra, e poi sulla spalla destra. Nel contempo pronuncia a fil di voce, tale da risultare incomprensibile alla persona vicina (la formula è segreta), le seguenti parole: “In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
Fatto ciò, viene ripetuto il Segno della Croce sulla fronte del “paziente”, con il pollice della mano destra e sempre recitando a bassa voce: “In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” e, in seguito: “Io ti libero dalla testa ai piedi, chi ti ha fatto del male deve farti del bene. Occhio, contr’occhio, mettiglielo all’occhio. Schiatta il diavolo e crepa l’occhio”.
Si continua, ripetendo il Segno della Croce sul capo del “paziente”, con il pollice della mano destra e recitando a bassa voce: “In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” e ripetendo nuovamente la formula: “Io ti libero dalla testa ai piedi, chi ti ha fatto del male deve farti del bene. Occhio, contr’occhio, mettiglielo all’occhio. Schiatta il diavolo e crepa l’occhio”.
Infine, ripetendo il Segno della Croce sulla nuca del “paziente”, con il pollice della mano destra e recitando a bassa voce: “In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” e ripetendo nuovamente la formula: “Io ti libero dalla testa ai piedi, chi ti ha fatto del male deve farti del bene. Occhio, contr’occhio, mettiglielo all’occhio. Schiatta il diavolo e crepa l’occhio”.
A questo punto il rito è terminato e il “paziente”, finalmente è “libero” dall’invidia e di conseguenza, guarito dal “malocchio”. Quindi, ringrazia la guaritrice. Per manifestare tale gratitudine, il “paziente” offre qualche cosa che trova in casa: qualche uovo, qualche salsiccia sott’olio, qualche verdura di stagione… mai denaro o oggetti preziosi!

Il malocchio non è l’unica caratteristica principale delle streghe, ma anche il pericolo nei confronti dei bambini. Sono infatti i neonati e le creature più piccole a costituire i bersagli ricorrenti nelle credenze popolari sulle streghe: vittime di incantesimi malefici, rapimenti o addirittura morte. Questo elemento è molto antico, infatti ricorre fin dalla cultura romana, in cui la Strix era assimilata agli uccelli rapaci notturni, considerata colpevole degli incidenti notturni che potevano capitare agli infanti in culla. In questo senso, le streghe potrebbero essere definite come il tentativo di spiegare l’alto tasso di mortalità infantile in epoca antica: quando i neonati morivano per asfissia notturna, si incolpava queste malefiche creature capaci di trasformarsi in uccelli notturni e portarli via dalla culla.

Influenze nella cultura Pop

Impossibile citare tutte le influenze che le streghe hanno avuto nella cultura pop: queste figure hanno affascinato innumerevoli storie, film e creazioni artistiche. Dalla strega del “Mago di Oz” alla Matrigna di “Biancaneve”, le fiabe moderne sono spesso accomunate dalla presenza di streghe. Ci limitiamo quindi a citare quelle opere in cui le streghe sono interpretare da figure positive, da ragazzine più vicine alla tradizione neopagana della wicca, che può essere inaugurata da cartoni animati giapponesi come “Bia la sfida della Magia” oppure “Ransie la strega”.

Questa fortunata tradizione di giovani streghe dai tratti positivi è stata poi ripresa dalle “Winx” e dalle “Witches” della Disney, eredi di film e di serie televisive in cui si insiste sulla loro natura positiva e affascinante, come “Giovani Streghe”, “Le streghe di EastWick”, “Sabrina la Strega”, la Willow di “Buffy l’Ammazzavampiri” e le protagoniste di “Streghe/Charmed”.

Anche le influenze musicali sono ovviamente numerose, da “La Strega” di Branduardi a “Le Streghe” di Lando Fiorini, da “The Witches Promise” dei Jethro Tull a “La Strega” di Roberto Vecchioni. Vogliamo però chiudere con la citazione da cui abbiamo iniziato questa rapida cavalcata lungo le storie popolari delle streghe, con la divertente bambina del “Marchese del Grillo”.


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Racconti di veglia: Lupi Mannari in Valdichiana

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Fuggi che c’è il Lupo Manaro!” Quella della fuga notturna dal Lupo Manaro è una sollecitazione un po’ anomala,…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Fuggi che c’è il Lupo Manaro!”

Quella della fuga notturna dal Lupo Manaro è una sollecitazione un po’ anomala, ma che accomuna diversi racconti di veglia: storie che parlano di persone, all’apparenza normali, ma che in certe condizioni si “trasformano”, a volte solamente nell’indole (aumentando a dismisura la propria aggressività), altre volte assumendo invece caratteristiche mostruose come aumento della forza fisica, velocità, resistenza, fino addirittura al cambio della pelle. Queste trasformazioni, che fanno parte della più vasta tradizione della licantropia, sono frequenti anche in Valdichiana, con storie che ruotano attorno ai lupi mannari e alla descrizione di bruciori avvertiti su tutto il corpo, a volte riconducibili a malattie come l’idrofobia o il Fuoco di Sant’Antonio.

Per approfondire la presenza dei lupi mannari in Valdichiana (chiamati in dialetto anche “manari” o “marani“), partiamo da alcuni racconti ricevuti da persone che hanno vissuto nelle nostre campagne. Ecco la testimonianza diretta che abbiamo raccolto da una nonna:

“Quando ero bambina nelle nostre campagne viveva un signore che aveva il “Foco”, durante le notti di luna piena correva nei boschi verso i poderi, attirato dalle luci accese, cercando acqua dove bagnarsi, correva e ululava, sbattendo le mani a terra e sui tronchi degli alberi. Una di queste notti mio padre tardava a rientrare, noi fummo terrorizzati dagli ululati, siamo corsi a spegnere tutte le luci e abbiamo visto mio padre tornare, ma lo vide anche quella bestia e gli corse incontro. Mio zio uscì tirando un grosso sasso verso una pozza, distraendo il “Marano” e permettendo a mio padre di chiudersi nel fienile per trovare il momento opportuno per rientrare a casa. Appena trovato il momento, mio padre iniziò a correre, fu però subito visto da quell’essere che gli corse dietro, noi eravamo con la porta aperta, fece a malapena in tempo ad entrare che sulla soglia ricevette un’artigliata talmente forte da aprirgli il giacchetto a brandelli. Chiusa la porta siamo rimasti al buio, vedendo la creatura illuminata dalla luna che sguazzava nella pozza davanti casa, urlando come stesse bruciando viva. Ricordo quella notte da tutta la vita.”

I racconti dei licantropi sono spesso caratterizzati da dimostrazioni di forza sovrannaturale, come ci raccontano altre testimonianze che abbiamo raccolto in Valdichiana, grazie testimonianze dirette o vecchie leggende tramandate nelle campagne:

“C’era un signore nelle campagne tra Chianciano e Montallese che durante gli attacchi da “Manaro” correva per strada, per poi accovacciarsi e prendere a cazzotti l’asfalto, riuscendo addirittura a romperlo, incredibilmente senza subire danni!”

“Mi ricordo, ormai troppi anni fa, di un signore a Città della Pieve che durante uno di questi attacchi riuscì a spostare un bancone di un bar lasciando tutti a bocca aperta. E poi c’era un signore di Chiusi, i cui ululati tenevano svegli gli abitanti dalla stazione fino all’Olivazzo del paese Vecchio.”

Molte altre storie del genere sono narrate da Alessandro Angiolini nel suo libro “Lupi Mannari e Cavalieri Coraggiosi”, da cui riassumiamo le vicende dello Zi’ Quinto, preso dal “Brutto Male”, lo stesso che lo faceva correre urlando per l’aia, rotolarsi per terra, urlare, andare carponi, cercare acqua e rifuggirla al punto tale da infilarsi in un pozzo, per di annegare poi nella cava del Madonnino de’ Monti. Citiamo inoltre la figura romantica del farmacista di Torrita, che ululava alla luna accovacciato, dondolando ritmicamente, cercando di prendere il suo riflesso nell’acqua, fissandolo a lungo e fuggendo via, emettendo lamenti e urla strazianti.

Qual è l’origine della licantropia? Stando ai racconti, ci sono vari modi per diventare lupi mannari. Una modalità ricorrente è quella di nascere la notte di Natale, a cavallo della mezzanotte, oppure il giorno dell’Epifania. Nascere in questi giorni veniva considerato un gesto blasfemo, anche se involontario, il cui retaggio sopravvive ancora oggi. Questi soggetti si definiscono “lupi mannari naturali”, perché presentano la licantropia fin dalla nascita. Ma anche l’anatema di una strega, o al contrario di un santo o una persona venerabile, per sospetta eresia, empietà, antropofagia o altri delitti contro natura può causare la licantropia, che in questo caso è “indotta”. Oppure ancora, si diventa mutaforma dormendo all’aperto in una notte di luna piena o cogliendo fiori neri (questa è una tradizione che proviene dall’est europeo, dove i fiori neri sono considerati di natura soprannaturale e diabolica).

La trasformazione in lupo può anche essere volontaria, se si conosce il segreto. Il rito magico prevede che il soggetto indossi una pelle di lupo, in genere concessa da Satana in cambio della propria anima, al posto della propria, oppure come ornamento, per esempio per foderarvi la cintura. In alternativa si può bere la cosiddetta “acqua licantropica”, quella che si può raccogliere nelle orme lasciate da un uomo-lupo, oppure si può bere o spalmare sul proprio corpo appositi unguenti o filtri magici a base di grasso di lupo, piante tossiche come la belladonna o la cicuta, o dagli effetti psicotropi come semi di papavero e oppio.

Fortunatamente, esistono dei rimedi per difendersi dai licantropi. Secondo i racconti dei nonni quelli più efficaci per evitare di trasformarsi in lupi manari sono il salasso, il bagno in acqua di zolfo oppure pungersi la punta del dito prima della mutazione. In caso di attacco da parte dei licantropi, la leggenda suggerisce di utilizzare il fuoco per contrastarli, oppure di utilizzare pallottole d’argento sciolte da una croce. Secondo alcune storie, potrebbe essere sufficiente stare su una scalinata, perché sembra che i licantropi non riescano a salire più di tre gradini.

Testimonianze e diffusione

Il tema della licantropia e dell’uomo che si trasforma in lupo è ampiamente presente nel folclore europeo, e più in generale è diffuso in tutte le culture dei popoli che hanno avuto a che fare con i lupi. I “lupi manari” della Valdichiana, quindi, presentano molti tratti in comune con le creature delle leggende e delle storie popolari legate alle figure dei “mutaforma” e degli uomini capaci di diventare mostri.

Nella mitologia scandinava il lupo, poiché viveva nelle foreste e nelle caverne, si riteneva fosse in contatto con l’aldilà; veniva quindi considerato in contatto con le forze oscure e pertanto era il simbolo del male. Nei miti dei popoli germanici e delle isole britanniche è inoltre presente il Barghest, un grosso cane o un lupo spettrale. L’uomo lupo viene chiamato werwulf o werewolf.

In Francia esisteva la figura del “mener de loups” o pastore di lupi, una sorte di stregone che, pur non trasformandosi personalmente in lupo, era in grado di radunarli e guidarli (facoltà spesso riconosciuta anche al licantropo). L’uomo lupo viene invece chiamato loup-garou.

Negli Stati Uniti gli indiani Pawnee si ritenevano imparentati con i lupi e si ricoprivano di pelli di lupo per andare a caccia. I primi coloni erano terrorizzati dai pellerossa che ritenevano affetti da licantropia e dai “mezzosangue” nati dai matrimoni misti, mentre i nativi americani a loro volta sostenevano che la licantropia fosse una malattia (o una maledizione) portata dai coloni. In sudamerica esisteva la leggenda del Lobizon, che narrava che il settimo figlio maschio di un settimo figlio maschio sarebbe nato come uomo-lupo.

Nel folclore giapponese esistono l’okami (una creatura simile ad un lupo) e l’okuri-inu (un cane o un lupo che segue i viaggiatori durante la notte), simile al Barghest europeo. Una variante che abbondava nelle leggende popolari cino-giapponesi era inerente le volpi-mannare, infatti la volpe era considerata come l’animale che meglio di ogni altro poteva riuscire ad assumere l’aspetto umano.

Per quanto riguarda il folclore italiano, la licantropia affonda le sue radici addirittura nell’epoca degli Etruschi. Nella mitologia etrusca il dio Ajta, sovrano degli inferi, portava un elmo di pelle di lupo che lo rendeva invisibile, incarnando in qualche modo le sembianze del mannaro. La presenza del lupo era poi fondamentale in epoca romana, infatti i fondatori Romolo e Remo furono allattati da una lupa. Tra le feste romane vi era la cerimonia dei Lupercalia, che si teneva il 15 febbraio: durante la cerimonia il sacerdote, vestito da lupo, passava un coltello bagnato di sangue sulla fronte di due adolescenti, per trasmettere loro le qualità di guerriero e cacciatore del lupo. Questo testimonia che nella cultura romana il lupo era temuto, ma anche ammirato, tanto che la sua pelle veniva indossata da importanti figure all’interno dell’esercito, che la usavano per ricoprirne l’elmo e parte della corazza

Nell’antica Grecia compaiono altre raffigurazioni di uomini capaci di diventare lupi, rispettivamente Zeus, Febo e Licaone; è proprio con quest’ultimo che nasce il termine licantropo. Licaone era un feroce re dell’Arcadia che un giorno dette ospitalità a un mendicante ma, per burlarsi di lui, lo sfamò con le carni d’uno schiavo ucciso (secondo altre versioni, la portata principale era uno dei suoi stessi figli). Il mendicante, che era in realtà Zeus travestito, si indignò per il gesto sacrilego, e dopo aver fulminato i suoi numerosi figli lo trasformò in lupo, costringendolo a vagare per i boschi in forma di bestia.

In Italia il lupo mannaro assume nomi diversi a seconda della regione d’origine: lupu pampanu o marcalupu in Calabria, lupenari, pompanari o pampanari in Irpinia, Secondo le tradizioni locali, la licantropia sopraggiunge a dicembre, in particolari nelle notti di luna piena che precedono il Natale, costringendo gli uomini che ne soffrono a vagare per le campagne nudi e coperti solo di peli e foglie (in dialetto “le pampane”, da qui il nome). In Puglia viene chiamato lupom’n, luv ravas in provincia di Cuneo, lupo ravat nelle valli valdesi. In Lunigiana si segnala infine la figura del lupomanaio, che si aggira per i borghi del paese.

Durante l’Inquisizione non era raro finire al rogo con l’accusa di mannarismo: si dava al mostro un’origine diabolica, a ciò si devono alcuni dei suoi caratteri nella morfologia locale. Durante tale periodo la licantropia veniva associata a una sessualità libera, esuberante ed aggressiva: i lupi mannari erano uomini dotati di attributi maschili ipersviluppati e istinti animaleschi insopprimibili, mentre le femmine delle streghe con un’irresistibile capacità attrattiva, e istinti omosessuali repressi. Con la rinascita della filosofia razionalista, tali credenze non vennero messe da parte e la licantropia venne relegata a immagine folkloristica, e parallelamente comparve in psichiatria come malattia mentale patologica o forma di isteria.

Caratteristiche e analisi

In virtù della vasta diffusione delle leggende che ruotano attorno alla figura dei licantropi, esistono molte analisi e approfondimenti dedicati ai lupi mannari. Grazie al progredire della scienza, oggi sono molte le spiegazioni plausibili che possiamo dare a questo fenomeno. Esistono infatti soggetti affetti da ipertricosi, una patologia che causa la crescita incontrollata dei peli corporei in zone che ne sono generalmente sprovviste. In alcuni casi più gravi il volto del malato è talmente pervaso di peli da somigliare in maniera inquietante a quello di un lupo, come nel caso degli Aceves, la famiglia messicana che da cinque generazioni è affetta da ipertricosi generalizzata congenita.

Una spiegazione ai racconti dei lupi mannari può essere data dalla rabbia, che è una malattia mortale causata da un virus che si trasmette mediante il contatto con la saliva degli animali infetti. Il virus della rabbia di solito si trasmette tramite il morso di un animale infetto e provoca allucinazioni ed esplosioni di violenza.

Non mancano poi casi di soggetti che volontariamente o meno, ingeriscono sostanze psicotrope: ce ne sono di naturali e sintetizzabili i cui effetti allucinogeni potrebbero far credere a una persona di essersi trasformata in un licantropo e alcune di esse sono contenute in certe varietà di funghi. Una particolare sostanza psicotropa è contenuta in un fungo allucinogeno presente nella coltura di segale, la segale cornuta, così detta perché il fungo che attacca la pianta provoca il formarsi di escrescenze sulle spighe che somigliano a dei piccoli corni. Questi cornetti contengono alcaloidi velenosi del gruppo delle ergotine (tra cui l’acido lisergico, la base dell’LSD), che interferiscono con il sistema nervoso centrale provocando sintomi come delirio e forti dolori alle gambe.

È interessante notare che la segale cornuta sarebbe legata anche al “Fuoco di Sant’Antonio”, che era diffuso soprattutto nel nord Europa, dove il consumo di questo cereale era massiccio. I malati che si recavano in pellegrinaggio presso i santuari di S. Antonio in Italia e poi guarivano, o guadagnavano un po’ di sollievo dai sintomi, gridavano al miracolo, mentre in realtà questo sarebbe stato esclusivamente merito del cambiamento di alimentazione (discendendo la penisola italica passavano dal pane di segale a quello di grano tipico di quelle zone, e questo guariva o attenuava l’intossicazione).

Infine, un’altra spiegazione alla licantropia potrebbe essere la psicosi. Alcune fonti mediche infatti, nell’affrontare il tema della licantropia parlano di licantropia clinica, ma tale denominazione non è psichiatricamente corretta. Se infatti consultiamo il DSM (sigla del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), ovvero il manuale che racchiude la classificazione delle malattie psichiatriche in base alla loro sintomatologia, non vi rintracciamo alcuna “diagnosi di Licantropia clinica”, questo perché di fatto e per maggiore chiarezza medica si tratta di casi di psicosi con delirio teriamorfa. In estrema sintesi definiamo psicosi una condizione in cui il soggetto presenta una perdita di contatto con la realtà, e questo è quanto accade ad esempio in un individuo che crede di essere un animale; e poiché nel caso della licantropia, il delirio consiste nel fatto che il soggetto crede di trasformarsi o di essere un lupo, quindi di avere sembianze di animale, possiamo definirla una psicosi teriamorfa (terio significa proprio animale).

Influenze nella cultura pop

Il Lupo Mannaro, in ogni sua forma, è onnipresente nella cultura pop, dalla letteratura al cinema, dai fumetti alle serie tv. A partire dalla favola di Cappuccetto Rosso (in cui il lupo sarebbe in realtà un licantropo, vista la sua capacità di parlare) questa figura è ampiamente documentabile, quindi ci concentreremo su alcune apparizioni meno note, come il film “Voglia di Vincere” con Michael J.Fox.

Lo stesso Michael Jackson, nel videoclip “Thriller” si trasforma in un licantropo, dando origine all’estetica dei lupi mannari nei “teen horror” che ha portato a serie televisive di culto come Buffy l’Ammazzavampiri.

A ben pensarci, l’ultimo avvistamento di un lupo mannaro in Valdichiana è quello della saga “Twilight”, in cui uno dei pretendenti della protagonista è un giovane nativo americano, Jacob Black, che si rivela essere un licantropo. Dal momento che il capitolo della saga in cui Jacob viene introdotto è “New Moon”, girato anche a Montepulciano, potremmo inserirlo come erede della tradizione dei “manari” chianini che hanno terrorizzato le nostre campagne.

 


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Racconti di veglia: il Gatto Mammone

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Ninna nanna, ninna oh, questo bimbo a chi lo do? Lo darò al gatto mammone che lo mangia in…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Ninna nanna, ninna oh,
questo bimbo a chi lo do?

Lo darò al gatto mammone
che lo mangia in un boccone.”

Questa ninna nanna è una delle innumerevoli versioni che ci venivano cantate, con la speranza di farci addormentare, ma con il timore di ottenere l’effetto opposto, come accadeva anche per la Marroca. Questa volta però parliamo di una creatura fantastica più facile da identificare e di più ampia diffusione: il Gatto Mammone (oppure, nella versione femminile, la Gatta Mammona).

Testimonianze e diffusione

Chiamato anche Re Dei Gatti, il Gatto Mammone è una creatura magica della tradizione popolare conosciuta in molte regioni italiane, il cui aspetto assomiglia a un enorme gatto dai connotati terrificanti. Un grande felino che spaventa le mandrie al pascolo, predatore malefico di bambini, il cui nome si riferisce chiaramente a “Mammona”, un demone originario delle civiltà mesopotamiche. Viene generalmente descritto come un gatto completamente nero, ma a volte è caratterizzato dalla presenza di una “emme” bianca sul muso.

Anche se viene inteso come una creatura malvagia, in alcuni racconti il Gatto Mammone viene invece descritto come uno spirito positivo, una sorta di famiglio protettore capace di resistere ai malefici e alle stregonerie: fin dall’antichità, infatti, il gatto è stato di sovente accomunato a credenze esoteriche, come se fosse capace di collegare il mondo dei vivi a quello dei morti, fedele compagno di maghi e fattucchiere.

Il Gatto Mammone non è comunque un semplice gatto, ma presenta elementi magici molto marcati. È una creatura potente, presente nella tradizione fiabesca italiana, in cui viene evocato come monito per spaventare i bambini e per non farli allontanare dai luoghi considerati sicuri. Lo spauracchio è sempre il solito: se non ci si comporta bene saremo puniti da questa creatura. Compare spesso anche nella letteratura italiana (Il Milione di Marco Polo) e in quella tedesca (il Faust di Goethe), addirittura nelle leggende arturiane, come accompagnatore dei cavalieri della tavola rotonda.

In Valdichiana la credenza vede il Gatto Mammone come una creatura incline a vivere nei luoghi bui e isolati,cercando soprattutto bambini cattivi da mettere sotto i denti. Veniva usato anche come spauracchio per non far avvicinare troppi i bimbi piccoli ai gatti randagi per paura di un comportamento sbagliato e il rischio di graffi: “Lascia stare i gatti che sono del Gatto Mammone”.

La presenza di questo animale fantastico nella tradizione popolare è ben documentata anche in Sardegna: per esempio, in provincia di Nuoro, viene chiamato Maimòne e utilizzato come fantoccio per simboleggiare il Carnevale, un gigantesco gatto malevolo che punisce chi non rispetta la sacralità dei giorni di festa. Oppure a Iglesias, dove la “Fontana su Maimoni” mette in relazione questa creatura alle divinità acquatiche ricorrenti in tutta l’isola.

Alla figura del Gatto Mammone fanno riferimento anche le testimonianze in provincia di Belluno, che parlano di un mostruoso felino che era solito spaventare le mucche al pascolo. A tal proposito lo scrittore Dino Buzzati scrisse un commento divertito, ritenendo i racconti frutto di fantasia:

«Ancora nel 1968 venne comunicata ai giornali la fuggevole comparsa, in quel di Cesio Maggiore (Belluno) del Gatto Mammone, che si limitò a spaventare un gruppo di mucche al pascolo. Ma la più parte dei naturalisti è incline a ritenerlo una pura fantasia. Dobbiamo dunque pensare che la signora Serafina Dal Pont sia rimasta vittima di un’allucinazione? Già molto avanti in età, diciamo pure oltre i novanta, siamo riusciti a rintracciarla, nella fattoria di Faverga che da secoli appartiene alla famiglia. La sordità ha reso piuttosto precario il colloquio; tuttavia mi è parso di capire che Dal Pont ribadisce con fermezza, quasi con rabbia, la verità dell’incidente, che avrebbe potuto avere tragiche conseguenze. A sentir lei, Santa Rita sarebbe comparsa sotto forma di un grossissimo topo il quale distrasse l’attenzione del mostro che si mise a inseguirlo attraverso la campagna, sottraendosi ben presto alla vista.»

Oltre alla tipica forma del felino, questa creatura potrebbe comparire anche con la forma di una scimmia. In Puglia, infatti, il termine “Mamone” o “Mamàun”, oltre a essere utilizzato come aggettivo per i bambini monelli, viene usato anche con il significato di buon auspicio e soprattutto di scimmia, mandrillo o babbuino. Nell’antichità il termine Mammona si riferiva a un tipo di scimmia chiamato Papio Maimon, antenato del babbuino, come indicato dal dizionario “Milanese Italiano” di Francesco Cherubini del 1841.

Mammone: gatto o scimmia?

Infine, un ulteriore elemento rende ancora più misteriosa e affascinante la figura del Gatto Mammone, ovvero la possibilità di assumere forma umana. Alla fine del XVIII secolo le imprese del bandito Gaetano Coletta nel regno borbonico furono talmente sanguinare da valergli il soprannome di Mammone, tanto che alcuni lo consideravano come l’impersonificazione stessa del mostro.

Caratteristiche e analisi

Il Gatto Mammone non è semplicemente un gatto, che come abbiamo già detto è una creatura presente fin dal culto egizio nelle credenze esoteriche legate all’aldilà. Questa creatura è fortemente legata a Mammone, che non significa “eccessivamente attaccato alla mamma”, ma ha invece oscuri significati legati alle credenze demoniache.

« Non potete servire a Dio e a Mammona»
(Gesù, in Mt 6,24 e nel Lc 16,13)

Il termine deriva probabilmente dalla lingua aramaica ed è presente fin dai tempi delle culture mesopotamiche come demonio dai tratti negativi. Con l’avvento del cristianesimo il termine è andato a identificare un attributo del Demonio, come accaduto per altre divinità pagane, e nello specifico come demone della ricchezza e dell’avarizia; viene riferito nel Nuovo Testamento per indicare il profitto materiale, l’accumulo in maniera disonesta di ricchezze e lo spreco in lussi inutili.

La presenza della lettera “emme” sulla fronte del Gatto Mammone ha molti significati, che si riferiscono alla natura magica di questa creatura. In alcune leggende legate al Natale, questo marchio deriverebbe dall’aiuto offerto da un micio nel riscaldare Gesù bambino mentre si trovava nella mangiatoia: Maria avrebbe premiato e ringraziato il gatto lasciando come marchio sulla sua fronte l’iniziale del proprio nome.

Un’altra storia dal mondo islamico racconta che Maometto aveva un gatto di nome Muezza. Il gatto una volta gli salvò la vita, ferendo un serpente che voleva attaccarlo. La lettera sulla fronte servirebbe quindi a ricordare che Maometto amava i gatti e che questi animali dovrebbero sempre essere rispettati. I cabalisti ebraici riconosco in questo simbolo una delle “lettere madri”, manifestazione cosmica, simbolo di disincarnazione materiale, di distacco dal tutto ciò che è corruttibile, e dalla morte mistica.

Un ulteriore elemento dalla tradizione orientale è quello di riferire la lettera come iniziale di “Majin”, una parola giapponese composta da due kanji, di cui il primo, “Ma” significa “demone”, e il secondo, “Jin”, significa “dio”. La parola “Majin” quindi può significare “dio-demonio” o anche “dio malvagio” ma spesso in giapponese, una parola composta da due kanji dal significato diametralmente opposto, può voler indicare la duplicità dei significati per il medesimo soggetto. Nel caso in esame si può dire che il termine “Majin” voglia dire “un dio E un demonio” oppure “un dio O un demonio” ed è proprio questa l’accezione più corretta per il nome di questa entità, che può creare e distruggere la fortuna di un individuo.

Il Gatto Mammone sembra quindi, a tutti gli effetti, un felino dagli immensi poteri magici che può compiere stregonerie nocive agli esseri umani, oppure proteggerli grazie alle sue conoscenze esoteriche. In questo senso la sua figura assomiglia molto a quella del Re dei Gatti, ampiamente presente nella tradizioni popolari europee e nella letteratura fiabesca arrivata fino ai giorni nostri (basti pensare al Gatto con gli Stivali). Oltre alla fiaba tramandata da Giovanni Francesco Straparola nel 1550 e successivamente da Perrault, il Re dei Gatti viene nominato nelle tante versioni di “Fiabe dei Gatti”, nella seconda metà del 1800, a partire da “La Bella Caterina” di Vittorio Imbriani, inserita nella raccolta dialettale “Sessanta novelle popolari montalesi” di Gherardo Nerucci, fino ad arrivare alla versione tradotta in italiano da Italo Calvino.

La dinamica di queste fiabe è sempre la stessa, come nella più famosa “Cenerentola”: madri e sorelle terribili vessano costantemente la bella e buona figlia minore, fino a che essa, per obbligo o fatalità, chiede aiuto al Palazzo delle Fate, abitato da dei gatti. La bella Caterina si ritrova ad aiutare i felini nelle varie faccende, senza che le fosse richiesto, finché viene portata di fronte al Re dei Gatti, che le dona ricchezza in cambio dell’aiuto ricevuto. A quel punto la sorella cattiva, gelosa di Caterina, si reca al Palazzo delle Fate a reclamare oro e ricchezze, offendendo e picchiando gli abitanti del palazzo, venendo quindi punita dal Re dei Gatti in maniera atroce per aver peccato di avarizia e cattiveria. In tutti questi casi, siamo di fronte a gatti con poteri magici capaci di cambiare la fortuna di coloro che li incontrano, portando ricchezze o salvezza ai meritevoli, punendo severamente chi non si è invece comportato bene.

Influenze nella cultura pop

Considerando tutti gli aspetti caratteristici del Gatto Mammone fin qui elencati, si può intuire la sua vastissima influenza nella cultura di massa, grazie alla già nutrita presenza nella tradizione fiabesca e letteraria europea. Oltre al già citato Gatto con gli Stivali, si possono notare molte caratteristiche in comune con lo StregattoGatto del Chesire – di Alice nel paese delle Meraviglie: una creatura allucinante e incomprensibile, capace di diventare invisibile.

Lo Stregatto – Chesire Cat

Altre somiglianze si possono notare con Tevildo, signore dei Gatti Mannari, raccontato da Tolkien nel mondo in cui è ambientato “Il Signore degli Anelli”:

« Tevildo era un gatto potente — il più potente di tutti — e posseduto da uno spirito malvagio, come dicono certuni, che stava costantemente al seguito di Melkor; tutti gli altri gatti erano suoi sudditi, e lui e i suoi soggetti erano i cacciatori e i procacciatori di carne per la tavola di Melko e i frequenti banchetti. Per questo ancora c’è odio fra gli Elfi e tutti i gatti, perfino oggi che Melkor non regna più e i suoi animali hanno ormai scarsa importanza. »

Particolarmente interessante è la presenza di gatti magici nella cultura giapponese dei manga e degli anime, soprattutto in quelli che attingono a piene mani dal folclore nipponico. Personaggi legati al Re dei Gatti o al Gatto Mammone possono essere trovati nei film dello studio Ghibli, nelle opere di Rumiko Takahashi (Lamù e Ranma) e soprattutto in Doraemon: questo iconico protagonista è infatti un gatto magico che aiuta un ragazzino umano, salvandolo dai pericoli con i suoi poteri.

Doraemon, Gatto Mammone del futuro

Infine, relativamente alla tradizione del marchio sulla fronte del Gatto Mammone, uno dei più famosi esempi è sicuramente quello di Dragon Ball. Majin Bu è uno degli antagonisti che sembra a tutti gli effetti una personificazione del Gatto Mammone: ha la lettera “emme” come simbolo, i suoi seguaci acquisiscono enormi poteri aggiuntivi grazie al marchio sulla fronte, il suo comportamento è un misto tra quello di un bambino goloso e quello di un felino, vede tutto come un gioco, è goloso e dormiglione.

Per finire, quindi, la figura del Gatto Mammone attraversa molti secoli di storia e diverse forme artistiche. Grazie ai suoi legami con la cultura esoterica ha interessato il paganesimo e il cristianesimo, le tradizioni popolari d’Italia e oltre. Una creatura magica che può diventare un potente alleato o un demone spietato, ma che cammina sempre accanto alla nostra storia, come cantavano Antonio Infantino e i Tarantolati di Tricarico.

 


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Racconti di veglia: il Serpecane di Montallese

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Aiuto! C’è un serpente con la testa di cane!” Questo fu il grido di un testimone che asserì di…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Aiuto! C’è un serpente con la testa di cane!”

Questo fu il grido di un testimone che asserì di essersi trovato davanti una creatura che sembrava frutto della più fervida immaginazione: un serpente con la testa di cane, chiamato anche “Serpecane”, il cui avvistamento apparve sui giornali di tutta Italia circa 40 anni fa.

Immaginate la scena: siamo nel 1980, in una calda estate all’interno di un bar di Montallese, piccola frazione del comune di Chiusi. Nel bar ci sono avventori di ogni età che giocano a carte, bevono e si raccontano storie, delle orecchie attente, che non si lasciano sfuggire nulla.

Un personaggio molto conosciuto in paese entra e grida a tutti il singolare avvistamento del Serpecane. Cala il silenzio, tutti si fermano, nessuno prova a schernirlo, sapendo che provarci potrebbe essere pericoloso, in quanto molto irascibile, ma restio ad inventare menzogne per mettersi in mostra.

Che cos’era questa bestia?

Testimonianze e diffusione

Per comprendere pienamente le leggende che ruotano attorno al Serpecane dobbiamo fare un passo indietro di circa tre anni, sempre nella zona di Montallese, frazione chiusina situata al confine col comune di Montepulciano e quello di Chianciano. In quel periodo iniziarono a essere denunciate diverse sparizioni di animali di varie taglie, mentre tra i contadini, al ritorno dai campi all’imbrunire, circolavano diverse notizie di avvistamenti di “Saettoni” (una tipologia di serpente chiamata anche Colubro di Esculapio) un po’ troppo grandi rispetto al normale. Forse si trattava dello stesso serpente, forse più di uno, avvistato una volta calante da un albero in un orto di un contadino, l’altra davanti alla finestra di casa della proprietaria del negozio di alimentari.

Le descrizioni relative a questo animale passavano di bocca in bocca: “È lungo 4-5 metri” oppure “Ha la testa che sembra quella di un cane”. La diceria iniziava quindi a circolare, insieme a un orario ricorrente, che coincideva sempre con l’inizio dell’imbrunire. A questi avvistamenti si accostavano poi inquietanti sparizioni di galline dai pollai e animali dagli allevamenti, tra l’ilarità degli scettici e la fobia dei previdenti che iniziarono a rientrare la sera presto per cercare sicurezza tra le mura domestiche.

Torniamo all’estate del 1980, quando entrò nel bar di Montallese un operaio, che lavorava presso il cantiere dei viadotti della ferrovia “direttissima” che avrebbe collegato la Valdichiana con Firenze. Entrando affannato gridò a tutti l’allarme: stavolta non sembrava soltanto un grosso serpente, ma la testa era proprio quella di un cane.  “Ho visto un serpente con la testa di cane!”, continuò a raccontare, esortando gli altri ad ascoltarlo, mentre un forestiero al telefono smise di prestare attenzione al suo interlocutore per sentire meglio ciò che stava succedendo all’interno del bar, appena carpite le informazioni necessarie riagganciò e si allontanò velocemente cercando di non farsi notare.

Il caso volle che iniziarono ad uscire una serie di articoli su molti giornali, tra cui “La Nazione” e “Cronaca Vera” nei quali si gridava l’allarme per la mostruosa creatura che già veniva soprannominata “Serpecane”, che svuotava i pollai e terrorizzava gli abitanti di Montallese.

 

(ritagli di giornali d’epoca: “La Nazione” e “Cronaca Vera”)

In un baleno la piccola frazione si trovò piena di curiosi, cronisti, cacciatori e studiosi, con domande di ogni tipo, tra cui la più classica “Scusi per Montallese?” che veniva posta dai forestieri ai passanti delle zone limitrofe.

Si narra di battute di caccia con reti e trappole, al fine di catturare la creatura e rivenderla a un circo, di gruppi di ricerca organizzati, di reportage giornalistici. Addirittura le nostre fonti ci dicono che fino alle spiagge siciliane veniva posta la domanda agli abitanti di Montallese: “Ma il Serpecane?”

Si arrivò addirittura a dedicargli il carnevale del 1981 con un carro allegorico su cui era posizionato un enorme serpente con una testa di cane. Ecco il video di Mauro Bischeri che ben racconta quel periodo:

Caratteristiche e analisi

Nessuno ha mai trovato il Serpecane, né scoperto la sua origine, pertanto la sua leggenda si limita agli avvistamenti degli abitanti di Montallese e alle supposizioni. Nel corso degli anni si sono avvicendate numerose ipotesi per cercare di dare una spiegazione agli eventi di quegli anni, che spaziano dai tentativi di comprensione più realistici ai legami con le tradizioni mitologiche o fantastiche.

Le ipotesi più accreditate furono che la creatura fosse un pitone o un’anaconda, scappato da un treno durante un trasporto di animali esotici destinati ai parchi, oppure un acquisto incauto di qualcuno che avrebbe voluto utilizzarlo come animale da compagnia.  Un’altra possibilità è che si trattasse di uno scherzo, un carnevalata organizzata da un gruppo di giovani del posto, o magari una diceria che è leggermente sfuggita di mano, fino a trasformarsi in una sorta di abbaglio collettivo.

Un’ altra leggenda locale che potrebbe essere affiancata a quella del Serpecane è quella della “Nessie” del Lago di Chiusi, secondo la quale un grande animale acquatico dalla corporatura sinuosa dovrebbe abitare il fondo del chiaro, e che potrebbe trattarsi dello stesso animale avvistato nelle campagne. Quale che sia la vera origine di questa storia, rimane il fatto che sia nato un vero e proprio racconto che i cittadini di Montallese e dintorni tuttora tramandano, e che potrebbe portare a nuovi dettagli o avvistamenti.

Anche se il Serpecane è una leggenda tipicamente confinata a Montallese, ci sono molte somiglianze con la tradizione del Serpe Regolo che interessa gran parte dell’Italia Centrale. Si tratta di un grosso serpente, dalla testa grande come quella di un bambino, che vive per le macchie, i campi e gli orridi dei monti. Può essere rappresentato come un grosso rettile con squame luminose e ali, oppure come una vipera troppo cresciuta, oppure ancora come un serpente a due teste. In Toscana la tradizione vuole che il Serpe Regolo venga creato da una vipera tagliata a metà, che invece di morire cresce a dismisura e comincia a perseguitare tutti i malcapitati per vendetta. Il suo nome rimanda al significato di “Piccolo re”, un chiaro collegamento con il Basilisco, il leggendario serpente in grado di pietrificare o uccidere con lo sguardo.

Le somiglianze tra il Serpecane e il Serpe Regolo o il Basilisco sembrano indicare, più in generale, le tipiche paure dei mostri che insidiano la vita rurale e gli abitanti delle campagne. Si tratta di serpenti che assalgono le vittime ignare e che rappresentano l’ignoto della natura selvaggia, non ancora assoggettata alla cultura umana e ai modelli di agricoltura e allevamento. Tali serpenti sono una costante minaccia per le greggi e per i pollai, per le campagne in cui gli uomini hanno costruito la loro civiltà: sono caratterizzati da un temperamento selvatico e ostile, da una grande pericolosità e da un aspetto mostruoso, fuori dal comune. Oltre a rappresentare una minaccia per chi viaggia in campagna da solo, raffigurano anche la parte più inospitale e selvaggia della natura che ci circonda e che la civiltà umana non potrà mai completamente assoggettare.

 

Influenze nella cultura pop

Il Serpecane è diffuso soltanto a Montallese, ma il Basilisco e il Serpe Regolo hanno una vasta presenza nella cultura pop, in virtù della loro grande diffusione. Per esempio, la canzone dei “Ratti della Sabina” riprende la leggenda popolare del Serpente Regolo e le paure collegate alla vita in campagna.

“Dicunu li vecchi de paese
che se taji un serpe llà ‘nnu mezzu,
quillu, mica more ma renasce
più cattivu de la peste,
più ‘gnorante de unu che lavora in un ufficiu pubblicu
e più furbu de nà vorbe e d’un fainu missi ‘nsieme,
te ssé recorda e ssé tt’encontra
poi di pure che ppe tte é arrivata
in quillu momentu l’ora tea.
Stete sempre all’erta
quannu annate p’à campagna
perchè s’ensinua in ogni buciu
a covà l’odio versu l’omini
e quannu scappa fori
ce tè l’occhi come a brace,
è tuttu niru come a pece
e se llù chiami pé nome se ‘ncazza veramente
e te perseguiterà pé sempre,
finu a che nun diventi mattu de capoccia
‘nsieme a tutti quanti i parenti tei.
Tant’è viru che qunn’unu é tantu stranu,
oppure é d’animu cattivu cò a ‘gnoranza che s’uncolla,
ce sta usanza, là ppé parti mei, de chiede a li cristiani
se per casu un giorno da monelli j’esse mica, tante vote, moccecatu u “Regu”.
Oddio! L’ho numinatu, mò che mme succederà?
Lu nome seu nun toccherebbe pronunciallu mai.
Mò spero, solamente, che la sorte sia clemente.
Nnù frattempu cantemo e ballemoce senza pensacce à tarantella,
à tarantella dù serpente.”

Per quanto riguarda i riferimenti cinematografici, la forma del Serpecane non è poi così tanto spaventosa se pensate che potrebbe ricordare molto Fùcur, nei film Falkor, della saga “La Storia infinita”, anzi, fa venire voglia di saltargli in groppa e volare via

Le paure di un serpente più grande del comune, capace di inghiottire vive le persone in ambienti selvatici e ostili, è ben rappresentata dal film “Anaconda”. Una rappresentazione meno realistica e più fantastica, invece, può essere trovata nei tanti riferimenti legati alla figura del Basilisco, ben esemplificati dal film “Harry Potter e la camera dei segreti”

 

(Si ringraziano per l’aiuto e le fonti storiche, immagini, video : Stefano Bistarini e Mauro Bischeri)


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Racconti di veglia: la Marroca

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “E ora a letto senza fare le bizze, altrimenti arriva la strega Marroca e ti porta via” Questo era…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“E ora a letto senza fare le bizze, altrimenti arriva la strega Marroca e ti porta via”

Questo era il monito che molti di noi in Valdichiana hanno sentito, da piccoli, dai nostri genitori o dai nostri nonni, dopo una marachella oppure se testardamente ci rifiutavamo di andare a dormire, sperando di convincerci quando invece un brivido ci correva lungo la schiena. Ma che cos’era questa Marroca di cui abbiamo tanto sentito parlare?

La Marroca è una figura fantastica, un mostro che assume l’aspetto di una grossa biscia o di un grosso lumacone, che vive nei luoghi oscuri dove ristagna l’acqua, nelle fogne e negli acquitrini. Si tratta di un essere ripugnante e pauroso, che fa sentire la sua voce nel gorgoglio del mulinello e che può usare le dita o i tentacoli per catturare le vittime e trascinarle nella sua tana.

Testimonianze e diffusione

La figura della Marroca assume diverse connotazioni a seconda dei territori da cui provengono le testimonianze. I racconti attorno a questo mostro sono particolarmente diffusi nelle campagne chianine, specialmente a Montepulciano e dintorni. Proprio in tale contesto la credenza popolare vede la Marroca come un mostro che può abitare sotto terra, nelle buche o nelle grotte, specialmente se ricoperte di melma o acquitrini: si trova particolarmente a proprio agio nelle fogne, nelle gore e nelle pozze vicino alle stalle. Il caratteristico rumore prodotto dalla Marroca è quello del gorgoglio del mulinello, simile a quello dell’acqua che scende dal lavandino. Ama uscire di notte, quando gli acquitrini sono più pericolosi, e utilizza le sue lunghe dita che sembrano tentacoli, per strisciare lungo il terreno e avvinghiare le prede, portandole in acqua e divorandole.

Di Marroca si parla anche nel viterbese, non molto distante dalla Valdichiana. Anche in questa zona il mostro abita in pozze d’acqua stagnanti, ma il suo aspetto è più simile a una piovra che a quello di un lumacone. Può anche abitare in fondo ai pozzi, e ha la capacità di rendere l’acqua stregata: non soltanto può divorare i malcapitati che finiscono in fondo, per succhiare il loro sangue, ma l’acqua del pozzo è velenosa per chi la beve. I suoi poteri sono ben riassunti dalla canzone dei Razzaparte attraverso il dialetto di Montefiascone:

Si ttu tt’appròme al pózzo, mòca mòca / Te sènte tutt’a m bòtto tirà jjó / Jjó ddrénto sta dde casa la Marròca / Ch’adè nnemica dell’amór. // E ppàssejje lontano mal pózzo traditóre / Si ttu adae fortuna, fortuna coll’amóre / Quell’acqua ammarrocata béella nun ze pò / Perché adè la Marròca, nemica dell’amór. // T’anguanta pe le ciucce la Marròca / Te fa ccapofìccà pòe pell’ignó / Te suga l zangue ché mma llièe ll’anfòca / Perché adè l zangue dell’amór.

Se t’avvicini tranquillamente al pozzo / All’improvviso ti senti tirar giù / Là dentro vive la Marroca / Che è nemica dell’amore. // E stai alla larga dal pozzo traditore / Se hai fortuna in amore / Quell’acqua “marrocata” non si può bere / Perché è la Marroca, nemica dell’amore. // T’afferra per le crocchie, la Marroca / Poi ti capovolge a testa in giù / Ti succhia il sangue perché la infuoca / Perché è il sangue dell’amore.

La Marroca della Tuscia ha quindi molte somiglianze con l’Occhiomalo, una creatura delle leggende della maremma toscana e diffusa in tutto il grossetano: un mostro che vive in fondo ai pozzi e che porta i malcapitati ad annegare. Se si guarda con troppa insistenza in fondo al pozzo, infatti, si potrebbe veder aprire lentamente un grande occhio verde, che ha la capacità di ammaliare le persone che, incapaci di resistere a tale stregoneria, arrivano a buttarsi nel pozzo.

Una figura simile alla Marroca si può trovare anche in zone molto distanti dalla Valdichiana: in alcune zone della Sicilia, soprattutto nella provincia di Caltanissetta, è diffusa la credenza della Biddrina (o della Culobbia), che ha caratteristiche molto simili. Essa infatti vive nelle zone umide delle campagne siciliane, e assume la forme di un grosso e pericoloso rettile con una colorazione tra il verde e il blu, occhi rossi e una bocca talmente larga da inghiottire agnelli e bambini.

La Biddrina è in incrocio tra un serpente d’acqua, un idra e un coccodrillo, ed è lo spauracchio delle paludi, capace di incantare i passanti con lo sguardo e ammaliarli, portandoli nella sua tana per divorarli. Nel paese di Butera, per i festeggiamenti di Ferragosto, viene tuttora portato in giro per le strade il costume in cartapesta di “U Sirpintazzu”, per ricordare l’uccisione di una Biddrina che infestava la zona, mettendo a rischio la vita dei contadini e il lavoro nei campi.

Caratteristiche e analisi

La credenza relativa alla Marroca si riferisce principalmente alle campagne della Valdichiana e dintorni e rappresenta uno spauracchio, una figura negativa che veniva utilizzata principalmente per spaventare i bambini e tenerli alla larga dalle zone pericolose. Proprio in campagne come quella originate dalla bonifica, in cui è frequente la presenza di acquitrini e di pozze stagnanti, è alto il rischio di annegamento per chi non fa attenzione a dove mette i piedi, soprattutto di notte. Le caratteristiche della Marroca (l’aspetto simile agli animali che abitano le zone paludosi, il verso che ricorda il gorgoglio del mulinello, le dita che rappresentano la paura di rimanere avvinghiati) fanno pensare a una creatura nata appositamente per rispondere all’esigenza di tener lontani i bambini dagli acquitrini e dalle falde melmose.

In questo senso, la Marroca può essere intesa come un Babau: uno di quei mostri del folclore europeo che viene evocato per spaventare i bambini. Una sorta di “Uomo Nero” o di “Boogeyman” il cui scopo principale è quello di insegnare alle generazioni più giovani i giusti comportamenti e tenerli lontani dai pericoli dell’ambiente circostante.

Spostandoci nel viterbese, però, la Marroca non si limita a rendere pericolose le zone paludosi, ma assume anche delle caratteristiche simili a quelle delle streghe. Essa può essere rappresentata come una donna brutta e malvagia, oltre che un animale notturno simile a una piovra. La Marroca della Tuscia può ammaliare i malcapitati, attirarli con una malia (a differenza di quella chianina, che invece utilizza le dita o i tentacoli) per attirarli nella sua tana. Anche in questo senso possiamo ritrovare il tentativo di tenere i bambini lontani dai luoghi pericolosi, specialmente dai pozzi in cui si può cadere e annegare.

Le similitudini tra la Marroca e la Biddrina possono far pensare a un processo di diffusione della credenza popolare, magari attraverso forme migratorie successive alla bonifica della Valdichiana. Tuttavia, la tradizione dell’Occhiomalo e la versione viterbese rendono evidente il legame tra questo mostro e la necessità di salvaguardare i bambini dai pericoli delle campagne. Le paludi, le fogne e le grotte melmose, per quanto possano sembrare apparentemente innocue, nascondono invece grandi pericoli, soprattutto di notte. Si tratta di zone facilmente accessibili ai bambini, durante i loro giochi, perché attinenti alla vita contadina, ma a cui bisogna fare molta attenzione.

Influenze nella cultura pop

La fama della Marroca non si è particolarmente diffusa nella cultura di massa dopo l’abbandono delle campagne: con la fine della mezzadria che ha caratterizzato la Valdichiana, sono lentamente scomparsi anche quei mostri e quelle leggende che erano legati alla vita nei campi e alle paure dei bambini dell’epoca. Oggi si parla di Marroca principalmente nella sua accezione di strega, che porta via il bambino capriccioso o che non vuol dormire.

In questo senso, la Marroca può essere paragonata al mostro che attende di cibarsi dei bambini cattivi: una minaccia estrema, simile alla richiesta di Sarah (Jennyfer Connelly) al Re dei Goblin in “Labyrinth”, di portare via il fratellino perché non dormiva e faceva le bizze (nel suo caso, fortuna volle che il Re dei Goblin fosse David Bowie).

Tralasciando le caratteristiche che rimandano alle streghe e ai babau, la Marroca può essere accomunata alla più vasta credenza dei mostri che abitano le paludi, luoghi tipicamente considerati pericolosi e minacciosi. In tal caso, la produzione della cultura pop è più ampia e ci può portare a tanti riferimenti, tra cui “Swamp Thing” della DC comics, oppure “Il mostro della laguna nera”, film di fantascienza degli anni ’50 diventato un classico del settore.

 


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

 

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Il brigante Gnicche, tra storia e leggende popolari

Gran parte dei territori rurali del nostro Paese ha almeno un brigante di riferimento, la cui figura storica assume caratteristiche che sfociano nel mito e nella leggenda: personaggi che diventano…

Gran parte dei territori rurali del nostro Paese ha almeno un brigante di riferimento, la cui figura storica assume caratteristiche che sfociano nel mito e nella leggenda: personaggi che diventano protagonisti di racconti e storie popolari, tra fantasia e realtà. È questo il caso di Gnicche, rinomato ad Arezzo e nella Valdichiana, vissuto nel XIX secolo, la cui fama ha attraversato le nostre campagne in epoca più recente rispetto a quella di un altro famoso brigante, Ghino di Tacco (vissuto nel XIII secolo).

Federigo Bobini, detto Gnicche, si inserisce pienamente nella storia del brigantaggio in Italia del XIX secolo, che ha restituito numerosi casi di banditismo avvolto da un’aura di romanticismo: soprattutto nelle aree rurali, dopo l’unità d’Italia, i briganti che vivevano fuori dalla legge potevano acquisire aspetti positivi di resistenza all’unificazione, che in alcune occasioni è stata vissuta dalle comunità locali come una forma di invasione e colonizzazione, o comunque come una cesura storica che ha provocato fortissimi mutamenti politici e sociali.

Come accaduto per tanti altri briganti italiani, la fama negativa di Gnicche (brigante fuorilegge, assassino e violento) si è accompagnata agli aspetti positivi della figura del bandito (la cui rappresentazione più famosa è probabilmente Robin Hood, che ruba ai ricchi per dare ai poveri) e si è diffusa per più di un secolo nelle campagne aretine. Ma, come spesso accade, alla storia ufficiale si accompagnano numerosi miti, dicerie e leggende popolari.

La storia del brigante Gnicche

Nato ad Arezzo nel 1845, Federigo Bobini proveniva da una famiglia umile, e già all’età di 19 anni si fece notare dai carabinieri per aver organizzato una piccola banda dedita al crimine; dopo aver derubato il padre ed essere stato condannato per furto, continuò a rapinare le abitazioni nelle campagne aretine, che gli valsero un’altra condanna nel 1865. Uscito di prigione, abbandonò definitivamente i lavoretti che svolgeva in giovinezza, per dedicarsi unicamente alla vita da fuorilegge.

Gnicche passò gli anni successivi tra furti e rapine, dedicandosi prevalentemente al gioco d’azzardo per estorcere soldi alle famiglie più ricche. Nonostante fosse ricercato, continuava con i suoi crimini lungo le campagne aretine, senza rinunciare alla passione per il ballo e a tornare saltuariamente a dormire presso la sua abitazione aretina. Durante una di quelle notti, nel 1868, venne catturato e condannato per furto e violenza pubblica; uscito di galera dopo sei mesi, venne nuovamente condannato in contumacia a otto anni.

Da quel momento Gnicche visse totalmente da fuorilegge, ricercato dalle forze dell’ordine. Nel novembre del 1869 commise il primo omicidio, quando colpì a morte il carabiniere Luigi Gnudi che aveva circondato assieme ai colleghi la casa della sua fidanzata Francesca Borghesi, presso cui si stava nascondendo. Fuggito ai carabinieri, pochi giorni dopo assalì violentemente due persone nelle campagne tra Cortona e Bettolle, a scopo di rapina. Nell’agosto del 1870, inoltre, sparò a un passante dopo una diatriba presso Ponte alla Chiassa, ferendolo gravemente.

Gnicche venne catturato dai carabinieri nell’ottobre del 1870, scovandolo presso un nascondiglio nelle campagne aretine. Durante il processo annunciò di voler collaborare con la giustizia, ma approfittò nel tempo guadagnato per evadere dal carcere di Palazzo Pretorio assieme a cinque ergastolani e un secondino corrotto, dandosi alla macchia con l’intero gruppo.

Durante l’ultimo anno di vita, Gnicche e la sua banda divennero ancora più violenti: venne ucciso un altro uomo a Sargiano e una donna a Creti. La sera del 14 marzo 1871, infine, il brigante venne scoperto dai carabinieri nei pressi di Tegoleto. Venne catturato, ammanettato e portato verso la caserma; tentando una disperata via di fuga, Gnicche venne poi colpito da una pallottola di fucile sparata dai carabinieri, e ferito all’altezza dei reni. La ferita fu letale, tanto che il brigante raggiunse la caserma che era già morto.

Miti e leggende popolari

I miti, le dicerie e le voci che circolavano attorno alla figura di Gnicche si erano diffuse nelle campagne aretine già durante la sua breve vita. Dopo la morte non fecero che aumentare, tanto che per alcuni divenne un eroe difensore dei deboli e che rubava soltanto ai ricchi. Era inoltre circondato dalla fama di gentiluomo, con numerose amanti ad Arezzo e dintorni; amava danzare con le donne e si presentava camuffato durante i balli, anche durante la latitanza, sempre vestito in maniera elegante.

Proprio attorno a questa sua abitudine sono nati alcuni curiosi aneddoti: una volta, per riuscire a intrufolarsi di nascosto presso i giardini del Prato ad Arezzo e passare la serata a ballare, trovò una donna in un vicolo e le ordinò di consegnargli i vestiti. La signora obbedì e si diede alla fuga, mentre Gnicche passò la serata a danzare vestito da donna.

La sua importanza è celebrata anche dal punto di vista architettonico: lungo la strada per San Fabiano si può trovare la Torre di Gnicche, che secondo la tradizione era uno dei nascondigli del brigante. Le sue gesta venivano diffuse nelle feste paesane o nei mercati, le sue storie erano protagoniste dei canti improvvisati in ottava rima durante le veglie, e la sua figura ribelle ha affascinato molte persone.

L’utilizzo della violenza, nei racconti che hanno Gnicche come protagonista, è sempre accompagnato da aspetti di galanteria o di rispettabilità: ad esempio, secondo la leggenda, prima di morire il brigante trovò il tempo per complimentarsi con il carabiniere che gli aveva sparato per l’ottima mira. Oppure, secondo un’altra storia, donò il fidato coltello al proprietario della villa cortonese presso cui si era recato a giocare d’azzardo, per dimostrare di essere un gentiluomo e di non aver paura di lui.

Le leggende attorno alla figura di Gnicche sono state protagoniste di numerose poesie o canzoni popolari, diffuse principalmente lungo le campagne aretine. Esiste anche un fumetto scritto da Francesco Guccini e disegnato da Francesco Rubino, che ne riporta le gesta, assieme a numerose pubblicazioni locali. La parola è poi passata nella parlata locale, tanto che tuttora nel dialetto non è raro sentir apostrofare un bambino particolarmente vivace come: “Sei peggio di Gnicche!”

 

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La Valdichiana nel 2018 e i propositi per il nuovo anno

Nel 2017 avevamo concluso i buoni propositi per il nuovo anno con la promessa di agire “come compagni affidabili al servizio dei lettori, che sono sempre stati il nostro fine…

Nel 2017 avevamo concluso i buoni propositi per il nuovo anno con la promessa di agire “come compagni affidabili al servizio dei lettori, che sono sempre stati il nostro fine e non il mezzo”. Un approccio che ci siamo sforzati di perseguire nei momenti di maggior successo e in quelli di maggior difficoltà, e che ci ha guidato in ogni nostra scelta editoriale. Un impegno che vogliamo continuare a mantenere anche nel 2018, all’insegna dei valori che consideriamo fondanti del buon giornalismo.

Il nuovo anno ha già portato delle importanti novità per “La Valdichiana”: il rinnovamento del sito web, come potrete notare. La vesta grafica del magazine era rimasta la stessa per circa tre anni, quindi abbiamo rinnovato l’impatto visivo e l’architettura delle categorie in cui sono racchiusi gli articoli. Un rinnovamento che non è soltanto estetico, ma che vuole migliorare l’esperienza di lettura: le pagine sono più veloci e più facili da leggere da smartphone e tablet, mentre l’impianto complessivo è stato pensato per mettere al centro le storie, gli articoli e i racconti del territorio.

Abbiamo anche deciso di rinunciare alle pubblicità di Adsense, per facilitare ulteriormente la lettura e per dimostrare in maniera inequivocabile che non vogliamo piegarci alle strategie di clickbait, che preferiamo la qualità alla quantità, e che non c’è bisogno di riempire il sito di annunci per mantenerlo gratuito e sostenibile. Nel contempo, infatti, abbiamo inaugurato un vero e proprio negozio online, con ebook che possano risultare interessanti per varie tipologie di lettori, e che presto sarà arricchito da nuovi prodotti.

Il nuovo anno è anche il momento perfetto per progettare il futuro e stilare la lista dei buoni propositi. Ecco la nostra:

  • Sperimentare: siamo soddisfatti di ciò che abbiamo fatto, ma non vogliamo fermarci. Ciò che ha funzionato finora non funzionerà necessariamente anche in futuro: per questo vogliamo continuare a reinventarci, a sviluppare nuovi progetti, a tentare strade alternative. Lo stesso valga per voi: non accontentatevi!
  • Migliorare: può sembrare banale o scontato, ma vogliamo continuare a migliorarci. Ci anima una tensione alla crescita, alla curiosità, al perfezionamento. Non soltanto per noi stessi, ma anche per voi: per offrire servizi migliori, informazioni più complete, esperienze più soddisfacenti, contenuti più complessi.
  • Dare spazio all’arte: abbiamo sempre avuto un occhio di riguardo per la cultura, che proprio lo scorso mese ci ha portati al lancio del supplemento “Valdichiana Teatro”. Vogliamo aumentare quest’impegno, e supportare i vostri progetti artistici con tutte le nostre forze, perché l’arte riempie la nostra vita di significato.
  • Rivoluzionare: senza pretese, vogliamo contribuire a cambiare ciò che non va. Ognuno di noi nel suo piccolo può fare qualcosa di grande: dobbiamo avere l’ambizione di poter cambiare la situazione attuale e la convinzione di poter migliorare ogni aspetto della nostra vita o della nostra società.
  • Essere positivi: vogliamo mantenere un approccio positivo al mondo che ci circonda, al nostro lavoro e al modello di giornalismo a cui aspiriamo. Non per trascurare ciò che non va, bensì per cercare soluzioni, elaborare progetti, guardare le cose da un’altra prospettiva. E non arrendersi mai.

Buon 2018 a tutti, quindi! Se avete consigli, richieste o critiche, o più semplicemente volete parlare con noi, non esitate a contattarci. Vi aspettiamo su queste pagine, salutandovi con le parole di Neil Gaiman:

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Vocabolario chianino: da Zaccherone a Zizzola

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di…

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di queste zone, per comprendere e tramandare le espressioni e le parole dialettali di uso più comune. Se volete approfondire la conoscenza con il dizionario chianino, contenente tante altre parole, proverbi e modi di dire, potete acquistare il volume “Di qua dal fosso” dal nostro shop online!

Z.

Zaccherone (sostantivo): persona sciatta, sporca. Esempio: “Che zaccherone che sei, vai a pulitti!”

Zazzicare (verbo): armeggiare, trafficare. Esempio: “Stai sempre a zazzica’ nell’orto, che c’avrai da fa’?”

Zeppare (verbo): riempire a forza, spingere. Esempio: “Un la zeppa’ troppa la borsa, sennò ti si rompe!”

Zeppito (aggettivo): zeppo, riempito. Esempio: “I panini li fai troppo zeppiti, un te li mangio più!”

Zittare (verbo): zittire, mettere a tacere. Esempio: “Ovvia, ti sei zittato!”

Zizzola (sostantivo): freddo pungente. Esempio: “Senti che zizzola, gnamo a casa!”

Il dialetto chianino mostra numerose parlate differenti al suo interno, con inflessioni diverse a seconda delle zone. Molte differenze esistono tra le caratteristiche linguistiche della Valdichiana senese, la Valdichiana aretina e la Valdichiana romana. In questo contesto ci siamo concentrati principalmente sui comuni e sulle aree adiacenti al Canale Maestro della Chiana, inteso come elemento fondante della storia e dell’identità della Valdichiana, dal punto di vista culturale e linguistico prima che istituzionale. La prevalenza delle parole e dei modi di dire che troverete in questa rubrica sono inoltre indirizzati al versante senese, da dove provengono la maggioranza delle nostre fonti e dei membri della nostra redazione.

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Fonti:

  • Di qua dal fosso. Piccolo dizionario di chianino, Ass. cult. Ottagono,Edizioni Effigi 2010
  • La parlata di Montepulciano e dintorni, Carlo Lapucci, Editori del Grifo 1988
  • A Chianciano si parla(va) così, Alberto Fabbri, Le Balze 2000
  • Lessico chianino. Espressioni vernacolari, Ecomuseo Valdichiana
  • Note sul dialetto aretino, Silvio Pieri, Pisa 1886
  • Vocabolario Aretino
  • Interviste e memoria storica della redazione del magazine “La Valdichiana”
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Vocabolario chianino: da Vedrai a Violo

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di…

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di queste zone, per comprendere e tramandare le espressioni e le parole dialettali di uso più comune. Se volete approfondire la conoscenza con il dizionario chianino, contenente tante altre parole, proverbi e modi di dire, potete acquistare il volume “Di qua dal fosso” dal nostro shop online!

V.

Vedrai! (esclamazione): per forza, chiaramente, certamente. Esempio: “Vedrai! Co’ sto vento tocca mettesi il giubbotto!”

Veglia (sostantivo): incontro serale che si svolgeva nei poderi contadini, radunando i parenti e i vicini. Esempio: “Stasera vieni a veglia? Si gioca a briscola!”

Vetrinario (sostantivo): veterinario. Esempio: “Il mì cane sta male, l’ho porto dal vetrinario.”

Vieto (aggettivo): rancido, inacidito, dal sapore guastato. Esempio: “Un la mangià quell’insalata ché è vieta!”

Violo (sostantivo): viottolo, viuzza di campagna. Esempio: “Ci siamo incontri nel violo, si va a scuola insieme”

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  • Di qua dal fosso. Piccolo dizionario di chianino, Ass. cult. Ottagono,Edizioni Effigi 2010
  • La parlata di Montepulciano e dintorni, Carlo Lapucci, Editori del Grifo 1988
  • A Chianciano si parla(va) così, Alberto Fabbri, Le Balze 2000
  • Lessico chianino. Espressioni vernacolari, Ecomuseo Valdichiana
  • Note sul dialetto aretino, Silvio Pieri, Pisa 1886
  • Vocabolario Aretino
  • Interviste e memoria storica della redazione del magazine “La Valdichiana”
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Vocabolario chianino: da Ugna a Usciata

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Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di queste zone, per comprendere e tramandare le espressioni e le parole dialettali di uso più comune. Se volete approfondire la conoscenza con il dizionario chianino, contenente tante altre parole, proverbi e modi di dire, potete acquistare il volume “Di qua dal fosso” dal nostro shop online!

U.

Ugna (sostantivo): unghia. Esempio: “Tagliati l’ugni, un lo vedi quanto so’ lunghi?”

Ugnata (sostantivo): graffio, unghiata. Esempio: “Quel gatto è ‘nguastito, m’ha dato un’ugnata!”

Un (avverbio): non. Esempio: “Un lo so mica che devo fa’ oggi!”

Uncico (sostantivo): artiglio, uncino. Esempio: “Un lo vedi quel gatto che uncichi che c’ha?”

Unguanno (avverbio):  quest’anno, durante l’annata. Esempio: “Dove si va in vacanza unguanno?”

Untare (verbo): ungere, nel senso figurato di percuotere, picchiare. Esempio: “So’ andato a gioca’ con quelli più grandi ma m’hanno untato per bene!”

Usciata (sostantivo): percossa, sconfitta pesante. Esempio: “Che usciata che s’è chiappo a calcetto!”

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  • Di qua dal fosso. Piccolo dizionario di chianino, Ass. cult. Ottagono,Edizioni Effigi 2010
  • La parlata di Montepulciano e dintorni, Carlo Lapucci, Editori del Grifo 1988
  • A Chianciano si parla(va) così, Alberto Fabbri, Le Balze 2000
  • Lessico chianino. Espressioni vernacolari, Ecomuseo Valdichiana
  • Note sul dialetto aretino, Silvio Pieri, Pisa 1886
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Vocabolario chianino: da Tarpone a Turbolo

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T.

Tarpone (sostantivo): talpa di grandi dimensioni, nutria. Esempio: “Mica avrai schiacciato quel tarpone?”

Tocco (sostantivo): le ore tredici, scandite dal rintocco singolo della campana. Esempio: “Gnamo a mangià che è il tocco!”

Torbo (aggettivo): torbido, sporco. Esempio: “Un la beve quell’acqua torba!”

Tornare (verbo): trasferirsi, prendere casa da qualche parte, andare ad abitare in una nuova casa. Esempio: “I figlioli del Guerri so’ torni in Chiane”

Tornocasa (avverbio): nei dintorni dell’abitazione, nelle vicinanze. Esempio: “Ho messo la siepe tornocasa”

Torso (aggettivo): torsolo, stupido. Esempio: “Quanto sei torso!”

Trafeo (sostantivo): oggetto inutile o ingombrante. Esempio: “Buttali nel cestino quei trafei!”

Trainoni (avverbio): in disordine, in giro confusamente. Esempio: “Lasci sempre i giocattoli a trainoni!”

Tramelino (sostantivo): rosmarino. Esempio: “Vammi nell’orto a piglià il tramelino”

Trampolo (sostantivo): oggetto o persona ingombrante e fastidiosa. Esempio: “Sei proprio un trampolo, vieni via di costì!”

Transito (aggettivo): molto vecchio, passato. Esempio: “Quel vino è transito, un lo beve!”

Trappola (sostantivo): oggetto inutile, di scarso valore. Esempio: “Spendi tutti i soldi in quelle trappole!”

Traspiggere (verbo): armeggiare, fare rumore. Esempio: “Vieni a dormì invece di traspigge tutta la notte!”

Traventare (verbo): scaraventare, lanciare con poca cura, gettare con forza qualcosa contro qualcuno. Anche nella versione “Attraventare” Esempio: “Se li traventi così, vedrai che li spacchi!”

Tremoto (sostantivo): terremoto. Esempio: “L’hai sentito il tremoto stanotte?”

Tribbia (sostantivo): mietitrebbiatrice. Esempio: “La guidi te la tribbia?”

Tribbiare (verbo): trebbiare il campo con la mietitrebbiatrice. Esempio: “Oggi venite a tribbià?”

Triciolino (sostantivo): pezzettino, frammento. Esempio: “Me lo dai un triciolino di pane?”

Trippe trappe (loc. avv.): fra una cosa e l’altra. Anche nella versione “Trippete e trappete”. Esempio: “Trippete e trappete, s’è belle fatta sera.”

Tritello (sostantivo): confusione, mucchio di cose rotte. Esempio: “Ha preso uno con la macchina e ha fatto un tritello”

Tritìo (sostantivo): ammasso di cose tritate, mucchio confuso. Esempio: “Un c’andà in mezzo a quella calca, che è tutto un tritìo”

Tronata (sostantivo): brutta botta, colpo, schianto. Esempio: “Ha preso ‘na tronata per terra, ancora un si è riavuto”

Tronare (verbo): gettare per terra, schiantare, buttare. Esempio: “Se li troni per terra, vedrai si spaccano!”

Troncico (aggettivo): arrangiato, malmesso, in pessime condizioni. Esempio: “Quel rastrello è troncico, buttalo via”

Truzzicare (verbo): curiosare, trafficare, armeggiare, frugare. Esempio: “Un truzzicà nella mì roba!”

Tufone (sostantivo): botta, percossa, ceffone. Esempio: “M’ha dato un tufone, un lo rifaccio più!”

Turbolo (aggettivo): nuvoloso, se riferito al tempo. Torbido, se riferito a un liquido. Esempio: “Oggi è turbolo, meglio andà a casa!”

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  • Di qua dal fosso. Piccolo dizionario di chianino, Ass. cult. Ottagono,Edizioni Effigi 2010
  • La parlata di Montepulciano e dintorni, Carlo Lapucci, Editori del Grifo 1988
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Vocabolario chianino: da Salcicciolo a Sviaggiare

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Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di queste zone, per comprendere e tramandare le espressioni e le parole dialettali di uso più comune. Se volete approfondire la conoscenza con il dizionario chianino, contenente tante altre parole, proverbi e modi di dire, potete acquistare il volume “Di qua dal fosso” dal nostro shop online!

S.

Salcicciolo (sostantivo): salsiccia. Anche nella versione “Salsicciolo”. Esempio: “Lo voi un salcicciolo col pane?”

Saraccata (sostantivo): batosta, sconfitta. Anche nella versione “Sassata”. Esempio: “M’hanno trovato e m’hanno dato ‘na saraccata!”

Saragia (sostantivo): frutto della ciliegia. Esempio: “Cittino, le voi du’ sarage?”

Saragio (sostantivo): albero del ciliegio. Esempio: “L’ho visto ringuattassi dietro a quel saragio!”

Sbagagliare (verbo): mettere in ordine qualcosa, ripulire una stanza, sgomberare. Esempio: “Ovvia, sbagaglia tutti quei trafei!”

Sbiancucito (aggettivo): sciupato, scolorito. Esempio: “Quei calzoni so’ tutti sbiancuciti!”

Sbilerco (aggettivo): sbilenco, in equilibro precario. Esempio: “Mettilo a posto che è tutto sbilerco!”

Sbonzolato (aggettivo): vestito in maniera disordinata, con la camicia fuori dai pantaloni. Esempio: “Quel citto va in giro tutto sbonzolato”

Sbragione (aggettivo): maldestro, rozzo e incapace. Esempio: “Sei troppo sbragione, il lavoro un lo finirai mai!”

Sbrano (sostantivo): strappo, rottura. Esempio: “Guarda nel giubbotto che sbrano che c’hai!”

Sbrinco (aggettivo): furbo, sveglio e astuto. Esempio: “Tanto sbrinco un sei mai stato, alò!”

Sbroscia (sostantivo): minestra senza sapore, zuppa cucinata male. Esempio: “Io un la mangio ‘sta sbroscia!”

Sbucherare (verbo): fare le buche per terra, ad esempio durante i lavori al manto stradale. Esempio: “Per quella strada stanno sempre a sbucherà, o che ci dovranno fa’?”

Scaciare (verbo): mancare il colpo, sbagliare. Esempio: “So’ andato a tiragli, ma l’ho scaciato”

Scapeare (verbo): scrollare la testa, dire di no. Esempio: “Quel vecchino sta sempre a scapeà!”

Scarca (sostantivo): scarica. Esempio: “Ha piovuto ‘na scarca”

Scatizzolare (verbo): rimestare la legna sul fuoco, muovere le braci. Esempio: “Scatizzola il foco, sennò si spenge!”

Sciabordire (verbo): rintronare, mandare in confusione. Esempio: “Da quanto parli mi fai sciabordì!”

Sciabordito (aggettivo): rintronato, stordito, persona poco sveglia. Esempio: “Quel citto è sciabordito, un ci si compiccia niente”

Sciadatto (aggettivo): inadatto, incapace. Anche nella versione “Sdatto”Esempio: “Quanto sei sciadatto!”

Sciaguattare (verbo): sciacquare, lavare con l’acqua. Si usa anche per definire i vestiti troppo larghi. Esempio: “Ne ‘sti calzoni ci sciaguatto”

Sciaminare (verbo): sparpagliare, disseminare in giro. Esempio: “M’hai sciaminato tutti i soldi, ci stai boncitto?”

Sciaminoni (avverbio): sparpagliati in maniera disordinata. Esempio: “Quando ti vesti lasci tutto a sciaminoni”

Sciaventolare (verbo): sventolare, agitare in aria. Esempio: “Non ti sciaventolà troppo con quel ventaglio!”

Sciaventolone (sostantivo): ceffone, schiaffone. Esempio: “Se mi rivieni intorno ti tiro uno sciaventolone!”

Sciorno (aggettivo): stupido, scemo. Esempio: “Quella citta è proprio sciorna!”

Scollettare (verbo): scollinare, oltrepassare un colle o una vetta. Si usa in senso figurato anche per intendere il superamento delle difficoltà o degli ostacoli. Esempio: “Quest’anno l’esame un lo scolletto!”

Scracchiare (verbo): sputare catarro, scatarrare. Esempio: “Quel vecchio è sempre a scracchià!”

Scracchio (sostantivo): sputo, scaracchio. Esempio: “In quel piantito c’è uno scracchio!”

Scrinata (sostantivo): la riga dei capelli. Esempio: “Quel parrucchiere m’ha fatto ‘na bella scrinata!”

Scrociassi (verbo): farsi male, cadere rovinosamente, spaccarsi. Esempio: “So’ casco dal trattore e mi so’ scrocio”

Scrogellare (verbo): lo scrocchiare del pane fresco tra i denti. Esempio: “Bono ‘sto pane, senti come scrogella!”

Scrollone (sostantivo): forte rovescio, grande quantità di pioggia. Anche nella versione “Sgrollone”. Esempio: “Ero nel campo ma è venuto uno scrollone”

Sculo (sostantivo): sfortuna, maledizione. Esempio: “Che sculo che hai, un te ne va bene una!”

Sdercio (sostantivo): taglio, strappo. Esempio: “M’hai fatto uno sdercio nei calzoni!”

Sderenare (verbo): picchiare, spezzare le reni. Esempio: “Se ti rivedo ti sdereno!”

Sdilabbrato (aggettivo): slabbrato, divaricato. Anche nella versione “Scilabbrato”. Esempio: “Un lo tira’ troppo quel giubbotto, l’hai sdilabbrato tutto!”

Sdiragnare (verbo): togliere i ragni, pulire dalle ragnatele. Esempio: “Devo sdiragnà tutta la cantina”

Sdirazzare (verbo): compiere azioni diverse rispetto a quelle dei genitori o dei parenti, intraprendere una carriera diversa. Esempio: “Il su’ babbo era dottore, ma lui ha sdirazzato!”

Sdolzo (sostantivo): spavento, sorpresa. Esempio: “L’ho vista ringuattata e m’è preso uno sdolzo!”

Seccaticci (aggettivo): persona secca e magrolina. Esempio: “Che seccaticci quel cittino!”

Sfondo (aggettivo): senza fondo, sfondato. Si usa anche in senso figurato per definire una persona particolarmente affamata. Esempio: “O quanto mangi? Sei proprio sfondo!”

Sfuggito (aggettivo): un abito che ormai non entra più, perché si è troppo cresciuti. Esempio: “Quei calzoni so’ sfuggiti, dalli al tu’ fratello!”

Sgoccigliare (verbo): sgocciolare, piovigginare. Esempio: “Prendi l’ombrello che sgocciglia!”

Sguastare (verbo): scucire, disfare. Esempio: “Vallo a fa’ sguastà quel vestito!”

Sguillare (verbo): scivolare, perdere l’equilibrio. Esempio: “Il piantito è mollo, si sguilla!”

Sgusciassi (verbo): procurarsi una ferita superficiale, escoriarsi. Esempio: “Mi so’ sgusciato i ginocchi”

Sie! (esclamazione): no, per niente d’accordo. Esempio: “Sie! Un ci vengo mica costì!”

Sieda (sostantivo): sedia. Esempio: “Ho comprato una sieda nova”

Smannare (verbo): mettere in disordine, fare confusione. Anche nella versione “Sciamannare”. Esempio: “Lascia sta’ quei fogli che me li smanni tutti!”

Smannato (aggettivo): disordinato, vestito malamente. Anche nella versione “Sciamannato”Esempio: “Non andà in giro smannato!”

Sminestrare (verbo): comandare, dare ordini agli altri. Esempio: “Quella citta sminestra tutto lei, bisogna da’ retta!”

Smontinare (verbo): disfare il mucchio, smucchiare, terminare una riunione. Anche nella versione “Ammontinare”. Esempio: “S’è fatto tardi, si smontina la veglia?”

Solarino (sostantivo): sole tiepido e piacevole. Esempio: “Ora mi riposo al solarino”

Sopressata (sostantivo): soppressata, insaccato del maiale. Esempio: “Lo voi il pane co’ la sopressata?”

Spagliare (verbo): traboccare. Esempio: “Abbassa il foco che l’acqua spaglia!”

Spengere (verbo): spegnere. Esempio: “Spengi la luce quando esci!”

Spertume (sostantivo): posto isolato e selvaggio. Esempio: “È entrato in quello spertume e chi l’ha più trovo?”

Spiccare (verbo): tirare giù, portare a terra. Esempio: “Spicchiamo le mele dalla pianta”

Spisciaccolare (verbo): gocciolare, perdere liquidi. Esempio: “Quella cannella spisciaccola, valla a riparà!”

Spolto (aggettivo): spogliato. Si usa anche in senso figurato per indicare alberi e oggetti. Esempio: “Quella pianta è spolta, so’ casche tutte le foglie”

Sposa (sostantivo): donna. Esempio: “Dove va quella sposa tutta di fretta?”

Spreciso (aggettivo): impreciso. Esempio: “Sei troppo spreciso, un sai manco scrive!”

Stecciare (verbo): sfrecciare, andare veloce. Esempio: “Senti quel motorino come steccia!”

Steccolare (verbo): rompere, fracassare. Esempio: “Gnamo a steccolallo di botte a quel bischero”

Steccolato (aggettivo): rotto e dolorante, con le ossa a pezzi. Esempio: “So’ casco dalle scale e mi so’ steccolato”

Steglia (sostantivo): piccola scheggia di legno. Esempio: “M’è entra ‘na steglia nella mano, mi fa ancora male!”

Stracanassi (verbo): affaticarsi. Esempio: “Un mi garba lavorà pe’ le vigne, c’è da stracanassi troppo!”

Stracanato (aggettivo): affaticato, stancato. Esempio: “Ho fatto ‘na corsa e so’ belle stracanato”

Straccamerigge (sostantivo): sfaccendato, fannullone. Esempio: “Sei proprio uno straccamerigge, un c’hai voglia di fa’ niente!”

Strambuzzolato (aggettivo): scombussolato, stordito. Esempio: “Ho chiappo ‘na pallonata e so’ strambuzzolato”

Striccare (verbo): dividere i litiganti. Esempio: “Quei gatti un c’era verso di striccali!”

Stronito (aggettivo): magro, smagrito. Esempio: “Quella citta è secca stronita”

Strozzicare (verbo): mandare giù, ingoiare. Si usa in senso figurato anche per definire qualcosa da sopportare. Esempio: “Quel citto un si strozzica, è troppo appoioso”

Strucinassi (verbo): strofinarsi, sfregarsi in maniera appiccicosa addosso a qualcosa o a qualcuno. Esempio: “Quella citta sta sempre a strucinassi addosso a te!”

Struffare (verbo): scompigliare i capelli, spettinare. Si usa anche in senso figurato per definire le percosse. Esempio: “Un venì troppo nel mi’ campo, sennò ti struffo!”

Struffato (aggettivo): spettinato, scapigliato. Esempio: “Un vorrai anda’ al giro tutto struffato?”

Strullata (sostantivo): stupidaggine, cosa da nulla. Esempio: “Vai a studia’, un perde tempo co’ le strullate!”

Strullo (aggettivo): stupido, scemo. Esempio: “Quanto ti garberà fa’ lo strullo?”

Sucina (sostantivo): il frutto della susina. Esempio: “La voi la marmellata di sucine?”

Sucino (sostantivo): l’albero del susino. Esempio: “Ci si vede sotto al sucino!”

Sudiciumaio (sostantivo): sporcizia, immondezzaio. Esempio: “Vai a pulì la tu’ camera che è un sudiciumaio!” 

Sviaggiare (verbo): andare veloce, accelerare. Esempio: “Lo senti quelle macchine come sviaggiano?”

Il dialetto chianino mostra numerose parlate differenti al suo interno, con inflessioni diverse a seconda delle zone. Molte differenze esistono tra le caratteristiche linguistiche della Valdichiana senese, la Valdichiana aretina e la Valdichiana romana. In questo contesto ci siamo concentrati principalmente sui comuni e sulle aree adiacenti al Canale Maestro della Chiana, inteso come elemento fondante della storia e dell’identità della Valdichiana, dal punto di vista culturale e linguistico prima che istituzionale. La prevalenza delle parole e dei modi di dire che troverete in questa rubrica sono inoltre indirizzati al versante senese, da dove provengono la maggioranza delle nostre fonti e dei membri della nostra redazione.

Vuoi suggerire delle modifiche o integrare il vocabolario con altre parole e modi di dire? Scrivici a redazione@lavaldichiana.it

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Fonti:

  • Di qua dal fosso. Piccolo dizionario di chianino, Ass. cult. Ottagono,Edizioni Effigi 2010
  • La parlata di Montepulciano e dintorni, Carlo Lapucci, Editori del Grifo 1988
  • A Chianciano si parla(va) così, Alberto Fabbri, Le Balze 2000
  • Lessico chianino. Espressioni vernacolari, Ecomuseo Valdichiana
  • Note sul dialetto aretino, Silvio Pieri, Pisa 1886
  • Vocabolario Aretino
  • Interviste e memoria storica della redazione del magazine “La Valdichiana”
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