La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Nei Panni dell’Altro – Intervista a Olga Rossi

Con la postura austera, ma pacata, dell’attrice di accademia, Olga Rossi non ha mai abbandonato le sue radici toscane, nonostante il curriculum artistico le abbia permesso di falcare da Nord…

Con la postura austera, ma pacata, dell’attrice di accademia, Olga Rossi non ha mai abbandonato le sue radici toscane, nonostante il curriculum artistico le abbia permesso di falcare da Nord a Sud lo stivale, tra tournée teatrali e set cinematografici. Tanto che, tra i lavori per il cinema con Gabriele Salvatores o Rocco Papaleo, e quelli per il teatro con Alessandro Gassman o Ottavia Piccolo – giusto per citarne alcuni – Olga Rossi trova occasioni per portare avanti progetti di propedeutica teatrale, e laboratori di recitazione, nel nostro territorio. Dopo il Diploma al Teatro Stabile di Torino, ha seguito corsi di perfezionamento con Luca Ronconi e Massimo Navone, per poi seguire seminari e workshop con Marcel Marceau, Julie Anne Stanzak e Nicolaj Karpov: non si può di certo negare che abbia avuto la possibilità di osservare da vicino il lavoro dei più grandi teatranti del nostro tempo.

Residente a Trequanda, già lo scorso anno ha curato un laboratorio teatrale dedicato alla Costituzione italiana e quest’anno, coinvolta dalla direzione del Teatro Ciro Pinsuti di Sinalunga, si occuperà dei corsi di recitazione rivolti ai bambini delle scuole elementari e di quelli per adulti. Oltre a Olga Rossi, a coordinare i partecipanti dei laboratori di recitazione presso il teatro sinalunghese ci sarà anche Maria Claudia Massari, ormai volto noto del pubblico del Ciro Pinsuti, che porterà avanti i corsi per ragazzi delle scuole medie e per le scuole superiori.

Abbiamo rivolto qualche domanda a Olga nella settimana in cui sono stati presentati i corsi attraverso lezioni-prova gratuite.

Quale percorso professionale/artistico ti ha portato a curare la propedeutica teatrale? Cosa ti interessa del lavoro di insegnante di teatro?

Il tempo. In mezzo alle  lunghe tournèe scavalcamontagne che durano mesi, così, per gioco, ho iniziato con i ragazzi del circolo Arci di Trequanda un percorso che mi ha convinta sempre di più della funzione sociale del teatro. Fosse per me aprirei un teatro e una biblioteca, con gli orari di un centro commerciale, in ogni paese. Per quanto riguarda l’insegnamento, non credo che il teatro si possa insegnare, ma se ti interessa puoi imparare a farlo.

Che tipo di lavoro attende i ragazzi che si iscriveranno ai corsi 2019/20 del Ciro Pinsuti?

Ai ragazzi, che poi sono più bambini – dato che con me saranno i piccoli delle elementari – leggerò le Favole al Telefono di Rodari: ogni giorno sarà una storia a guidare la nostra immaginazione. C’era una volta il signor Bianchi di Varese… le leggevo da piccola e l’idea di quel babbo che ogni sera, dal niente, inventava una storia per sua figlia, me la sono portata dietro per anni, poi ho capito perché. Ascoltare storie ci fa sentire meno soli.

Qual è la principale novità di questa stagione, sempre per quanto riguarda i laboratori, rispetto a quelle precedenti?

Non so bene rispondere in questi termini. Il lavoro appassionato di Maria Claudia, che da vent’anni ha cresciuto i ragazzi di Sinalunga e, agli albori, ha cresciuto anche me. Quello che Calamandrei dice a proposito della legge credo possa essere piuttosto universale, le regole del teatro sono vive perché dentro a queste formule circola il pensiero del nostro tempo; bisogna lasciarvi entrare l’aria che respiriamo, mettervi dentro i nostri propositi e le nostre speranze. Il teatro è giovane e antico come la primavera, si rinnova sempre e le persone, se ne hanno voglia, possono fare altrettanto.

A quale tipo di persone sono rivolti i tuoi corsi?

Non esistono requisiti specifici, credo che piuttosto sia necessaria la voglia di provare a mettersi nei panni di qualcun altro, lasciare andare un pezzo delle proprie convinzioni per provare a capire cosa pensa qualcuno che non sia ‘io’; è un esercizio necessario in questi tempi.

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Le Fattorie Granducali in Valdichiana

Le fattorie granducali hanno contribuito nei secoli a creare l’immagine più conosciuta e amata della Valdichiana. Provate a sedervi, chiudete gli occhi e pensate a questa meravigliosa terra. Posso supporre…

Le fattorie granducali hanno contribuito nei secoli a creare l’immagine più conosciuta e amata della Valdichiana. Provate a sedervi, chiudete gli occhi e pensate a questa meravigliosa terra. Posso supporre che avrete visualizzato dolci colline, attraversate da bianche strade sterrate delimitate da alti cipressi, che salgono fino a vecchissime ville in mattoni in cui chiunque, almeno una volta nella vita, ha pensato “come sarebbe bello vivere lì”.

La valle attraversata dal Clanis, l’antico fiume dell’Etruria meridionale, abbonda di antiche fattorie costruite nella prima metà del XVIII secolo, come passo conclusivo del processo di bonifica e appoderamento della Valdichiana iniziato nei primi anni del ‘500 dalla dinastia Medici. Dopo decenni dedicati al risanamento della palude, che copriva 8.800 ettari di terreno e si estendeva da Arezzo a Chiusi, i fiorentini, che si erano impossessati dei territori di Arezzo nel XIV secolo e di Siena dopo la Battaglia di scannagallo nel 1554, ordinarono la costruzione di tredici fattorie. Disposte in modo da coprire l’intera vallata, queste imponenti abitazioni erano riservate ai proprietari terrieri o ai loro contadini e servivano a organizzare i lavori agricoli di tutti i terreni coltivati a cui facevano riferimento: i terreni erano suddivisi in poderi, generalmente condotti con il sistema della mezzadria. Le fattorie granducali in Valdichiana erano le seguenti: Foiano, Bettolle, Abbadia, Acquaviva, Dolciano, Chianacce, Creti o S. Caterina, Montecchio Vesponi (che comprendeva anche Capannacce), Brolio, Pozzo, Frassineto e Font’a Ronco.

È possibile leggere la Valdichiana granducale come l’esito di un grande piano che ha proceduto dal generale al particolare: piano territoriale, con la scelta tra le strategie e le opzioni di fondo; bonifica per colmata o per essiccamento; modalità insediative e appoderamento; ruolo delle colmate; ruolo dei canali allaccianti nell’assicurare lo scolo delle acque alte provenienti dalle colline; previsione delle vie e dei ponti principali, del numero e della dimensione delle varie fattorie; il loro piano urbanistico; la suddivisione in poderi ecc. Un percorso che ha permesso a queste meravigliose fattorie del ‘700 di giungere fino a noi, con la loro ricchezza storica che, come scrive il Prof. Gian Carlo Di Pietro nell’Atlante della Val di Chiana, fa di questa terra un monumento dell’identità toscana.

Nel corso degli anni le fattorie sono più volte cadute in disgrazia, ma sono comunque giunte fino a noi nel loro splendore, ricche di fascino e di tradizione. Nel 1799, a seguito dell’avvento di Napoleone in Italia, tutti i beni, comprese queste ville, vennero incamerati dal Governo francese; durante la Restaurazione passarono ai Lorena e da questi, infine, al nuovo Regno d’Italia, che le vendette a privati.

[Le immagini delle fattorie sono tratte da G. F. Di Pietro (a cura di), Atlante della Val di Chiana, Debatte Editore, Livorno, 2009]

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Racconti di Veglia: il pozzo di San Giliberto

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Fammi bere, buona donna!” Queste sono le parole che si sentì dire una contadina nei pressi di un pozzo…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Fammi bere, buona donna!”

Queste sono le parole che si sentì dire una contadina nei pressi di un pozzo nella campagna cortonese, secondo le storie popolari, da parte di un misterioso viaggiatore assetato. La donna diede da bere all’uomo, che stava recandosi in pellegrinaggio a Roma, e da quel momento l’acqua del pozzo si tramutò in vino per tre giorni, consentendo agli abitanti delle campagne di festeggiare e di ringraziare il pellegrino per il prodigio.

Il viaggiatore si chiamava Giliberto, da cui il nome di “Pozzo di San Giliberto” che ancora oggi è possibile osservare sul ciglio della Strada Provinciale 31 nei pressi di Monsignolo di Cortona. Ma qual è l’origine di questa leggenda e che significati si celano dietro il suo mistero?

Testimonianze e diffusione

La diffusione di questa storia popolare è legata a un luogo che è possibile visitare ancora oggi: un piccolo pozzo di pietra di forma circolare, risalente al VI secolo, che ha subito numerosi rifacimenti nel corso del tempo. Si trova sul ciglio del manto stradale, lungo la SP31 di Cortona che da Monsigliolo porta verso Montecchio, in una campagna che rappresenta perfettamente la Valdichiana. Il cartello lo identifica come “Pozzo di San Giliberto” e una targa datata settembre 1968 così recita:

Secondo lunga tradizione popolare
A questo pozzo si dissetò l’anno 515
San Giliberto pellegrino
Cambiando in vino l’acqua
Per gli ospitali coloni
Dediti alla rinascita delle vigne
Nella fertile terra cortonese
Dalla loro fatica bonificata

Non sono molte le notizie su questa leggenda, particolarmente diffusa nelle campagne di Cortona e legata alla religiosità popolare e ai riti di fertilità dei terreni. Le fonti non sono concordi neppure sul nome del pellegrino, che poteva chiamarsi Giliberto, Gilberto o Filiberto. La targa in marmo sul Pozzo di San Giliberto venne fatta apporre da don Sante Felici, che fu parroco dell’abbazia di Farneta e studiò la storia locale, fino a pubblicare nel 1967 il volume “L’Abbazia di Farneta in Val di Chiana”. Secondo la sua versione della leggenda, la tramutazione dell’acqua in vino fu opera del pellegrino Gilberto, rappresentato con la croce rossa sul saio, che si fermò a Montecchio per rifocillarsi durante il suo viaggio verso la Terra Santa. Il prodigio avvenne di fronte ad alcune donne, che diffusero la buona notizia per tutte le campagne.

La versione raccolta da Riccardo Gatteschi nel 2002 nel volume “Diavoli, Santi e Bonagente” presenta invece alcune differenze rispetto alla precedente. In questo caso la donna è una sola e il pellegrino si chiama Filiberto, rappresentato con una lunga barba e un saio. Dopo aver bevuto dal pozzo per mezzo di un orciolo, il pellegrino ne rovescia il contenuto e lo mette in testa alla donna, che torna a casa senza accorgersi di nulla e riuscendo a vedere il percorso nonostante l’ingombro. Una volta che i familiari le sfilano di testa il recipiente, si rendono conto che è pieno di vino rosso. La donna e i familiari tornano al pozzo e scoprono che è pieno di vino, sicuramente un prodigio operato dal pellegrino assetato. La notizia si diffonde per le campagne e la gente accorre a festeggiare per tre giorni, al termine dei quali il vino torna di nuovo nella forma originaria e il pozzo perde la sua magia.

Secondo una ulteriore versione, il pellegrino aveva viaggiato molto prima di raggiungere la Valdichiana, aveva addirittura varcato le Alpi per mettersi in viaggio verso la tomba di San Pietro. Fermatosi nei pressi di Montecchio per ottenere ristoro, venne sfamato e dissetato dai contadini, nonostante la loro condizione di povertà. I terreni cominciavano a impaludarsi e l’acqua pulita scarseggiava, ma la gente del posto donò il poco che aveva al pellegrino; in cambio, quest’ultimo trasformò l’acqua del pozzo in vino e lasciò che tutti ne attingessero. Si fermò quindi per la notte in un ovile, e lì morì serenamente. I contadini lo scoprirono la mattina successiva, seduto in ginocchio e con le mani giunte, con le pecore e gli agnelli tutt’intorno che stavano anch’essi inginocchiati in preghiera. Per tali prodigi, la gente di Montecchio lo pianse e lo riverì, fino portarlo nella chiesa più vicina e seppellirlo sotto l’altare.

Caratteristiche ed analisi

La leggenda del Pozzo di San Giliberto è ristretta al territorio circostante e, nelle sue differenti versioni, si concentra sul prodigio della tramutazione dell’acqua in vino. Questa caratteristica ci porta immediatamente al primo miracolo dei Vangeli cristiani, operato da Gesù Cristo durante le Nozze di Cana: descritto nel Vangelo secondo Giovanni, l’episodio è uno dei più celebri:

«Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. Gesù le disse: “Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta”. Sua madre disse ai servitori: “Fate tutto quel che vi dirà”. C’erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure. Gesù disse loro: “Riempite di acqua i recipienti”. Ed essi li riempirono fino all’orlo. Poi disse loro: “Adesso attingete e portatene al maestro di tavola”. Ed essi gliene portarono. Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l’acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: “Ognuno serve prima vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora”»

Nelle agiografie e nelle storie popolari relative ai santi, non è raro trovarsi di fronte a dei prodigi che sono delle versioni minori rispetto ai miracoli descritti nei Vangeli. Questa può essere vista come una forma di continuità con tali storie, diventate parte dell’immaginario collettivo, anche nella vita delle campagne: il prodigio del Pozzo di San Giliberto può essere quindi letto come un riferimento alla figura più importante della sua stessa religione, parte della sua venerazione durante il pellegrinaggio verso Roma.

Un’altra caratteristica interessante è data dalla funzione che questa storia può assumere nei confronti degli abitanti delle campagne in cui era diffusa: a differenza di tante altre leggende popolari che hanno contraddistinto questa rubrica, questa volta non parliamo di minacce, creature ostili o situazioni pericolose che dovevano fungere da monito. Il fulcro della narrazione, stavolta, è un evento magico positivo che crea dei benefici agli abitanti delle campagne, in quanto il misterioso pellegrino ringrazia con un magnifico dono chi era stato così ospitale nei suoi confronti. In un contesto come quello della Valdichiana, i terreni in cui sorge il Pozzo di San Giliberto nel VI secolo dovevano essere ancora fertili, prima dell’impaludamento successivo. Siamo ancora lontani dalle grandi opere di ingegneria idraulica che hanno caratterizzato la Bonifica Leopoldina della Valdichiana in epoca moderna: nell’alto medioevo erano i contadini stessi, tendenzialmente, ad assicurare la salubrità e la fertilità delle campagne (non a caso la frazione adiacente si chiama “Montecchio della Pozzanghera” o “Montecchio del Loto”, nel senso di fango). La ricchezza data da un pozzo magico da cui si attinge vino, in questo senso, può simboleggiare la fertilità dei campi nel fondovalle e la loro importanza nell’economia agraria del territorio fin dalle epoche più antiche.

La parte più misteriosa di questa storia è senza dubbio il protagonista, di cui abbiamo diverse versioni. Santo, frate o semplice viaggiatore, l’unico elemento in comune di Giliberto (o Gilberto, o Filiberto) è un saio da pellegrino e il desiderio di ringraziare i contadini per l’ospitalità ricevuta durante il viaggio. Non è facile trovare riferimenti o fonti storiche relative al Santo Giliberto di questa leggenda; tuttavia, nella frazione cortonese di Montecchio sorge la Chiesa di San Cristoforo, in cui secondo la leggenda sono state accolte le sue spoglie. Questa potrebbe essere la sede ideale dei suoi resti, simbolo di una religiosità rurale che ha attraversato le alterne vicende di bonifica di queste terre.

Una curiosità: esiste una leggenda simile a Lucca, relativa al culto di Santa Zita. Davanti al palazzo Fatinelli, dove la giovane lavorava come serva, avvenne un miracolo: un pellegrino assetato e affamato giunse a chiedere la carità e Zita gli diede l’acqua che si trovava nel pozzo di fronte, che si tramutò in vino. In questo caso il prodigio è compiuto dalla giovane santa che accoglie il pellegrino, a differenza del racconto di San Giliberto.

Influenze nella cultura pop

Dal momento che quella del Pozzo di San Giliberto è una storia popolare legata a un luogo circoscritto, non presenta particolari influenze nella cultura successiva, ed è raramente tramandata. La tematica del pozzo magico, tuttavia, è ampiamente presente in molte opere, soprattutto se è capace di esaudire i desideri: si tratta di una tradizione del folclore europeo molto diffusa e legata all’origine divina dell’acqua, in quanto una delle risorse cruciali per la nostra sopravvivenza. Il tema è stato sfruttato anche nel fumetto italiano, ad esempio da Dylan Dog nel 1993 con “Il Diavolo nella Bottiglia“, in cui l’acqua di un pozzo maledetto permetteva di esprimere tre desideri, che venivano reinterpretati dal demone al suo interno. Nella canzone “Wishing Well” del gruppo metal brasiliano Angra, invece, il pozzo magico permette un contatto diretto con la divinità:

Il pozzo può portare buona fortuna a chi attinge alle sue acque: ne è un esempio il film d’animazione “Daffy Duck e l’isola fantastica” del 1983, in cui i Looney Toons sono alle prese con un pozzo parlante capace di esaudire i desideri. Anche nel film Disney “Biancaneve e i Sette Nani” del 1937, la protagonista canta di fronte a un pozzo dei desideri, ed è proprio in quell’occasione che il principe la nota e si innamora di lei:

Non solo prodigi positivi: i pozzi possono anche nascondere elementi terribili e malefici. Ne è un esempio il famoso horror movie giapponese “Ring” del 1998 (che ha dato origine a una serie di pellicole, anche nella versione americana “The Ring”) in cui lo spirito vendicativo Sadako/Samara esce proprio da un pozzo, prima di uscire dal televisore:

 


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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L’app che cambia la guida delle auto elettriche: intervista all’ideatore Leonardo Spacone

Le auto elettriche vengono sempre più diffusamente considerate le auto del futuro, avendo con il loro debutto sul mercato, fin da subito rappresentato un momento di svolta nel modo di…

Le auto elettriche vengono sempre più diffusamente considerate le auto del futuro, avendo con il loro debutto sul mercato, fin da subito rappresentato un momento di svolta nel modo di intendere la mobilità. Silenziose ed ecosostenibili, con emissioni inquinanti pari a zero, e un costo di alimentazione minore di quello delle auto tradizionali, sono al centro dei piani di sviluppo e innovazione delle case costruttrici, orientate verso produzioni in grado di incontrare sia la capacità economica degli utenti, che il rispetto dell’ambiente.

Così l’attenzione del settore è ormai focalizzata su combinazioni di tecnologia e design che possano attrarre l’interesse degli automobilisti, riuscendo a colmare quei dubbi che talvolta inibiscono dall’andare incontro alle novità. Parlando di auto elettriche, difatti uno dei punti che preoccupa maggiormente i potenziali acquirenti è la limitata autonomia di viaggio, inferiore rispetto alle auto a combustione, con annesse tutte le problematiche che possono affacciarsi in fase di ricarica, come ad esempio nell’individuare le “colonnine” a cui fare rifornimento, o ancora nello stimare quanti kilometri si possono ancora fare con l’alimentazione accumulata. Ed è proprio osservando tali aspetti negativi che a Leonardo Spacone, ingegnere di Castiglione del Lago, è sorta l’idea di mettere a punto un sistema per implementare le potenzialità di questo tipo di vetture, con cui lui stesso viaggia per circa 80mila kilometri all’anno.

«L’esigenza di trovare una soluzione alla cosiddetta “range anxiety“, ossia l’insieme delle preoccupazioni che riguardano chi siede al volante in relazione a rifornimento e distanze da coprire, l’ho avuta quando per lavoro mi sono trovato ad affrontare viaggi di migliaia di kilometri a bordo di un’auto elettrica. È stato in quell’occasione che in prima persona ho sperimentato la difficoltà di organizzare il tragitto in base alle ricariche della batteria, innanzitutto per la poca semplicità nel prevedere quanto il rifornimento sarebbe durato, in secondo luogo per la poca affidabilità nell’individuazione delle colonnine presso le quali eventualmente fermarsi».

È così che è nata l’idea di Power Cruise Control?

«Sì, considerando che i dispositivi già in dotazione delle auto elettriche spesso forniscono informazioni fuorvianti, dedotte da dati medi e non prodotte da algoritmi e parametri personalizzati e costantemente aggiornati, ho realizzato questa applicazione da installare sullo smartphone. Permette di impostare il tipo di viaggio che si sta per affrontare, quindi per esempio si può scegliere la velocità con cui si ha intenzione di arrivare a destinazione, e restituisce una tabella di marcia personalizzata per le caratteristiche della propria auto, in cui sono indicati i tempi entro i quali, proseguendo alla velocità impostata, si sarà coperto un certo numero di kilometri e dunque capire quando e dove sarà necessario fermarsi a ricaricare. Ogni kilometro l’applicazione ricalcola la relazione tenendo conto di vari parametri, tra cui, oltre alla velocità di percorrenza, mappa, condizioni meteo, sensori di traffico e altri fattori che possono incidere sul consumo dell’auto».

Per realizzare questa applicazione ci sono voluti tre anni, sino alla decima versione, che è quella attualmente disponibile su PlayStore, dove si può scaricare al costo di 36 euro.

«Perché l’applicazione funzioni, occorre infine che sull’auto sia installato un dispositivo On Board Diagnostic, facilmente reperibile anche online, con cui tramite Bluetooth il sistema possa scambiare dati con lo smartphone. L’interfaccia per l’utente è molto intuitiva, compaiono due zone, una rossa e una verde e un’auto che procede in avanti: se l’auto si muove tra le due zone, significa che si sta procedendo in regola con la tabella di marcia, e che sarà necessario fermarsi a ricaricare quando il sistema ce lo ha predetto; se l’auto si sposta nella zona verde vuol dire che si sta impiegando meno risorse di quelle messe in conto ad inizio viaggio, per cui si arriverà con un eccesso di batteria rispetto a quella preventivata; se invece l’auto si muove nello spazio rosso, allora si sta mantenendo una velocità troppo elevata e la batteria dovrà essere ricaricata prima di arrivare alla destinazione annunciata, con il rischio però che non sia sufficiente ad arrivare alla prima colonnina presente lungo il percorso. Power Cruise Control si basa su algoritmi specifici per i vari tipi di auto elettrica, tra cui le versioni di Nissan Leaf e Renault Zoe, e presto arriverà anche la versione per Jaguar e Tesla».

Ma non potrebbe essere installata di serie nelle vetture elettriche?

«In teoria sì, ma forse le aziende preferiscono presentarlo come strumento aggiuntivo. Rispetto ai sistemi forniti, Power Cruise Control esegue calcoli basati sulle condizioni reali dell’auto, del tragitto e delle richieste del guidatore, per questo mi sento di dire che risolve il problema dell’insicurezza con la quale ci si può mettere al volante non sapendo con precisione quanta strada si potrà percorrere senza doversi fermare, o a volte anche dove fermarsi, perché magari il punto di ricarica segnalato è in realtà fuori uso».

C’è da chiedersi in che modo le auto elettriche dovrebbero farsi spazio nel mercato senza aver considerato di far viaggiare in piena tranquillità gli utenti. Fintanto però che oltre alle caratteristiche tecniche non sarà sufficientemente curato anche questo aspetto, non rimane che guardare con ammirazione a chi ha messo a disposizione le proprie competenze per fornire, attraverso la tecnologia, una soluzione concreta a un problema condiviso: dalla sua comparsa, l’app conta più di 500 download in tutto il mondo e, solo alcuni mesi, fa Leonardo è stato inserito nel progetto #GreenHeroes, la rubrica che l’attore Alessandro Gassmann ha dedicato alle storie di persone, aziende e comunità che hanno sviluppato attività imprenditoriali in difesa dell’ambiente.

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Bettolle in Rosa per il mese della prevenzione

Parafrasando – e decontestualizzando volontariamente – Gertrude Stein, verrebbe da scrivere Una rosa è una rosa è una rosa,  e proprio come una rosa, il movimento “Bettolle in Rosa” sta…

Parafrasando – e decontestualizzando volontariamente – Gertrude Stein, verrebbe da scrivere Una rosa è una rosa è una rosa,  e proprio come una rosa, il movimento “Bettolle in Rosa” sta crescendo ogni anno di più; sboccia ormai da quattro anni nel mese di ottobre, regalando, al piccolo paese della Valdichiana senese, una serie di eventi dedicati alla sensibilizzazione verso la prevenzione del tumore al seno, oltre che inanellare molte iniziative attraverso le quali l’autunno bettollino si anima, sostenuto da una nutrita partecipazione della comunità.

Non è il fiore, il riferimento del nome che il movimento ha acquisito, bensì è il colore, con il quale ormai da qualche anno i palazzi, i monumenti, le strade del paese vengono letteralmente vestiti. La prima attività che ha caratterizzato il comitato di Bettolle In Rosa nel 2016, infatti, è stata la pratica dell’urban knitting: in poche settimane sono stati prodotti 280 quadrati di lana in tonalità rosa, che sono andati a circondare i tronchi dei tigli che perimetrano la carreggiata di Viale delle Rimembranze, le panchine, i lampioni, i cartelli stradali. Da quell’ottobre, il Rosa persistente e pervasivo di Bettolle, diventa il colore della prevenzione, il gesto cromatico che sensibilizza la prevenzione del tumore al seno.

Dall’anno successivo la pratica diventa il contorno di attività specifiche, con convegni, incontri, occasioni di prevenzioni, con screening gratuiti e musica; nel 2018, infatti, viene organizzato il primo Concerto in Rosa – del quale la nostra testata è partner – ed anche una lotteria interna, che ha permesso di donare al reparto di oncologia degli Ospedali Riuniti Valdichiana di Nottola, 1830.00 euro, destinati al supporto psicologico ai diagnosticati.

«Il 2019 ha visto un arredo urbano molto allargato, ad esempio con la decorazione dell’acquedotto molto visibile da lontano» Afferma Rita Reggidori – una delle principali attiviste del gruppo di lavoro Bettolle in Rosa – felice dell’incremento numerico delle donne coinvolte nelle pratiche del comitato «Quest’anno anche un gruppo di donne di Guazzino si è attivato e stanno fattivamente collaborando: infatti il rosa ha coperto anche i giardini di Guazzino, fino ad arrivare all’Auser di Sinalunga. Il comune di Torrita di Siena, inoltre, ci ha contattate per partecipare a un convegno informativo, con varie associazioni del territorio, per il giorno 28 ottobre. Siamo felici che Bettolle in Rosa sia stata una scintilla che sta accendendo la sensibilità anche delle comunità vicine».

L’apertura dell evento 2019 è stata la Passeggiata in Rosa, il 5 ottobre, con partenza da Bettolle ed arrivo a Sinalunga, per un percorso di circa 6 Km, che ha visto la partecipazione di quasi 200 persone. Le attività di quest’anno si caratterizzano anche per le importantissime collaborazioni dell’Altletica di Sinalunga, del gruppo Nordik di Lucignano, i circoli Auser di Bettolle e Sinalunga, la Misericordia, l’amministrazione comunale e la Polizia Municipale.

«Tra le tante attività del 2019 ricordiamo gli screening gratuiti presso la Farmacia 2 di Sinalunga, il 18 ottobre il 2° concerto in Rosa, al Tjmory Pub e infine, il 20 ottobre il pranzo all’Auser Bettolle, come conclusione dell’evento». Continua Rita Reggidori, «L’obiettivo anche quest’anno rimane quello di poter sostenere il supporto psicologico nel reparto oncologia dell’ospedale di nottola, magari superando la cifra del 2018».

«Bettolle in rosa è un gruppo, un team di 7 donne che ne coordinano circa altre 60/70 per i manufatti, gli addobbi e tutto l’aiuto nella manifestazione. Non siamo un’associazione e ci tengo a ringraziare la Proloco che anche quest’anno, insieme all’amministrazione comunale, ci ha dato la possibilità di creare l’evento»

All’interno del ciclo di eventi di Bettolle in Rosa, torna anche il “Concerto in Rosa”: venerdì 18 ottobre 2019 a partire dalle ore 22, la seconda edizione del concertone autunnale a ingresso gratuito si terrà al Tjmory Pub e vedrà alternarsi una serie di voci femminili della Valdichiana accompagnate dalle band locali. Le offerte raccolte durante la serata verranno devolute all’ospedale di Nottola, per supporto psicologico oncologico.

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“Dillo a me”: a Chiusi apre un punto di ascolto per chi soffre di dipendenze

È nato a Chiusi il Punto di Ascolto “Dillo a me”, uno spazio dove le persone che soffrono di dipendenze possono aprirsi, parlare delle loro problematiche e trovare la strada…

È nato a Chiusi il Punto di Ascolto “Dillo a me, uno spazio dove le persone che soffrono di dipendenze possono aprirsi, parlare delle loro problematiche e trovare la strada verso la terapia. La presentazione del nuovo punto di ascolto era avvenuta lo scorso 21 settembre con un convegno dal titolo “Liberi dalle dipendenze” presso la sala conferenze San Francesco di Chiusi.

L’iniziativa è stata promossa dall’Associazione degli Anziani (A.D.A.) della provincia di Siena con l’intento di sensibilizzare e offrire un punto di riferimento per tutta la popolazione sulla tematica delle dipendenze. L’apertura dello spazio è la fase conclusiva di un percorso di contrasto alle dipendenze iniziato dal Comune della Città di Chiusi nel luglio 2018 portato avanti tramite convegni e incontri sulla tematica in collaborazione con il SERD della Zona Amiata Val d’Orcia e Valdichiana Senese. Ed è stata proprio l’A.D.A. a volere fortemente la creazione di un Punto di Ascolto sulle dipendenze dopo aver rilevato nella comunità il bisogno di aprirsi e affrontare una tematica così delicata.

Il servizio, completamente gratuito e attentissimo alla riservatezza della privacy di chi vi si rivolge, si è ufficialmente attivato nella prima settimana di ottobre. La presidente Nellina Quitti ha sottolineato l’importanza di dare ascolto alle necessità di chi soffre di dipendenze: «In generale sono situazioni molto difficili. Il problema non si limita alla complicata decisione di riconoscersi in difficoltà, ma si allarga al disagio della richiesta di aiuto. Aprirsi o confidarsi a degli estranei può sembrare un muro insormontabile. Ma la certezza è che una volta abbattuto questo ostacolo, la condivisione delle proprie esperienze risulterà molto più semplice e indirizzata verso la soluzione».

Al Punto di Ascolto lavorerà il personale formato direttamente dal SERD di Chianciano al quale si aggiunge il Dottor Becattini, un esperto psichiatra.

«Vorremmo che da noi si rivolgessero tutte quelle persone che soffrono a causa di dipendenze» ha dichiarato la presidente Quitti «siamo pronti ad ascoltare le loro storie, le loro difficoltà, le loro paure e le loro debolezze. Quello che voglio dimostrare è che con l’aiuto giusto si può uscire da certi tunnel che possono sembrare infiniti. Vorremmo dare speranza a tante persone».

Soltanto nella zona di Chiusi, secondo l’A.D.A., ci sono molte persone affette da dipendenze: giovani, adulti e anche anziani. La dipendenza da sostanze stupefacenti e quella da alcol sono ormai diventate una piaga tra i giovani, che oltretutto stanno cadendo vittime della ludopatia, convinti di trovare fortuna e una soluzione alla loro condizione di indigenza.

«Ci vuole coraggio sia da parte di chi soffre, che da parte delle istituzioni. Bisogna far venire allo scoperto chi soffre» ha continuato Nellina Quitti. «Il nostro vuole essere un punto d’ascolto per dubbi e informazioni, e uno strumento per tutti, operatori del settore e cittadini. Sarà quindi un’esperienza di prevenzione, di contatto con il territorio e di analisi, perché le dipendenze non devono essere solo curate».

Il Punto di Ascolto “Dillo a me” si trova nella Sede operativa dell’Associazione A.D.A. in Via Cassia Aurelia I, 88/90, Chiusi stazione aperto il primo e l’ultimo sabato del mese dalle 10:30 alle 12:30 e il secondo e terzo mercoledì del mese dalle 17:30 alle 19:00. Per maggiori informazioni è possibile contattare la segreteria organizzativa dell’associazione al numero 0578/226644.

Il convegno di presentazione del punto di ascolto a Chiusi

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Cento anni di storia, cento anni di ricordi, cento anni di Fiera alla Pieve

“Si viaggiava tutti a piedi e ci volevano tre ore per andare alla Fiera alla Pieve e tre ore per tornare, si portava il pane e si comprava la porchetta…

“Si viaggiava tutti a piedi e ci volevano tre ore per andare alla Fiera alla Pieve e tre ore per tornare, si portava il pane e si comprava la porchetta (…) ma buona, buona davvero!” – La Nazione” del 1978

Il profumo di porchetta e dei brigidini, il banchino delle giuggiole all’angolo della chiesa, un amico perso di vista e riabbracciato dopo molto tempo, chiunque abiti in Valdichiana ha un ricordo legato alla Fiera alla Pieve, la fiera più bella del mondo. Da oltre 100 anni, i primi giorni di ottobre, tutto il territorio di Sinalunga diventa protagonista della Valdichiana con la storica Fiera alla Pieve. Alle origini i giorni di Fiera erano tre e cadevano nella seconda settimana di ottobre in occasione dei festeggiamenti della Madonna del Rosario custodita all’interno della Pieve di San Pietro ad Mensulas. Centinaia di pellegrini del centro Italia arrivavano a Sinalunga per onorare la Madonna e a loro seguito, giungevano anche alcuni macellai che si operavano per rifocillare i pellegrini stanchi. Il loro piatto forte era la porchetta, è per questo motivo che questo prodotto è diventato il simbolo pagano della Fiera alla Pieve.

Ma è dal XIX secolo che la Fiera alla Pieve cambia volto, il mercato del bestiame aveva preso il sopravvento sull’aspetto religioso e vista la grande estensione del mercato del bestiame, molto più grande di quella dei normali mercati che ancora oggi si svolgono attualmente in Valdichiana, ha preso il nome di fierone. La crisi della mezzadria e la fine del sistema mezzadro ha ulteriormente cambiato la Fiera alla Pieve: attualmente è una fiera molto estesa che occupa tutto il territorio della Pieve di Sinalunga, non è più presente il mercato del bestiame da fattoria, ma da dieci anni a questa parte nell’ambito della Fiera si svolge la Fiera dell’Agricoltura che valorizza e promuove uno dei prodotti d’eccellenza del nostro territorio, la Chianina.

Anche il luna park, che fa da corredo alla fiera, ha avuto un’evoluzione storica: alle origini le giostre venivano fatte girare da cavalli. È negli anni ’60 che cambia aspetto e luogo, le giostre, prima di trovarsi nella posizione attuale, vennero collocate nella piazza davanti alla stazione ferroviaria di Sinalunga; all’epoca c’erano anche i “baracconi” con spettacoli di saltimbanchi e acrobati e alcuni cantastorie.

Se la fine della mezzadria ha modificato la fiera, invariate sono rimaste le tradizioni gastronomiche della porchetta e del sedano, del croccante e del ‘cacio’. Centinaia di banchi, il giorno del fierone offrono in vendita ogni tipo di genere dagli alimentari all’abbigliamento , dall’oggettistica alla ferramenta. Oggi come allora, la tradizione della Fiera alla Pieve si tramanda di generazione in generazione, cambiano le merci, i tempi e ritmi, ma questo evento mantiene intatti i valori di un tempo. Ed è solo con l’ultimo scoppio dei fuochi d’artificio, organizzati dalla parrocchia di San Pietro ad Mensulas, si può dire che ‘la fiera è finita, al prossimo anno!”

Questa è la storia della Fiera alla Pieve, storia che i sinalunghesi continueranno a scrivere con l’edizione 2019 che si svolgerà dal 6 al 8 ottobre e il 12 e 13 ottobre. Dieci giorni in cui niente è lasciato al caso, dalle esposizioni, ai convegni, dalla promozione del territorio alle cene, dallo street food agli ebook, tutto per far rivivere quei lontani anni di inizio 900, quando si arrivava alla Fiera alla Pieve con carri trainati da bovi e biciclette per vendere e comprare, ma anche per allietarsi dopo una lunga stagione passata nei campi.

Programma dell’edizione 2019Sabato 5 ottobre alle  ore 18:00 presso il piazzale della stazione FF.SS. di Sinalunga apertura della X^ edizione della Fiera dell’Agricoltura con il convegno dal titolo ‘Agricoltura volano di sviluppo’ e apertura dello street food del Gigante Bianco. Nella mattinata di domenica 6 ottobre, è in programma la Gran Fondo “Sinalunga Bikea cura del Donkey Bike Club Sinalunga, mentre alle ore 9:00, presso l’area della Fiera dell’Agricoltura, prenderà il via il mercatino della filiera corta e alle ore 10:00 l’inaugurazione dell’esposizione dei bovini di razza chianina iscritti al libro genealogico. Alle ore 14:00 inizio fiera per le vie di Pieve di Sinalunga e  alle 17:30, nell’ambito della Fiera dell’Agricoltura, presentazione della ricerca del “Dai mercati al web: cultura orale e tradizioni digitali”, ideata da Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte e Fondazione Monte dei Paschi di Siena e condotto da Valentina Chiancianesi e Alessio Banini. Lunedì 7 ottobre alle ore 19:00 apertura dello street food e alle 19:30 Cena di Beneficenza ‘I Sapori della Valdichiana’, che oltre a promuovere le eccellenze enogastronomiche del nostro territorio, ha come fine ultimo quello di sostenere i ragazzi dell’Habitat, l’appartamento destinato alla “vita indipendente” del progetto sperimentale “I luoghi dell’ Habitare” che la Società della Salute Valdichiana Senese ha realizzato per l’inserimento nel percorso di riabilitazione di persone con prevalente disabilità intellettiva. La cena è nata dalla collaborazione del Comune di Sinalunga e dei ristoratori e attività locali: Ristorante ‘Lo Zafferano’ e ‘Osteria dell’Aglione’, Ristorante Walter Redaelli, Ristorante Da Forcillo, Ristorante Betulia di Nicola Masiello, Ristorante Santorotto di Massimo Terrosi, Pasticceria Divina Commedia, Pasticceria Marcucci e Pasticceria Pariv. Inoltre saranno ospiti della serata anche i vini con loro etichette: Viticoltori senesi aretini, Vecchia Cantina di Montepulciano e Azienda Trequanda. Il programma poi continua martedì 8 ottobre con il Fierone, in cui saranno presenti banchi di vendita ambulanti con ogni tipo di merce, dagli alimenti all’abbigliamento, mentre nello spazio espositivo della X^ Fiera dell’Agricoltura, alle ore 9:00 prenderà il via il mercatino della filiera corta, alle ore 10:00 l’inaugurazione dell’esposizione dei bovini di razza chianina iscritti al libro genealogico, alle 11:00 verrà aperto lo street food e nel pomeriggio, alle ore 16:30 verranno premiati i bovini di razza iscritti al libro genealogico. Alle 17:30 è in programma il convegno dal titolo ‘Alla scoperta dei grani antichi’. Nella mattina di sabato 12 ottobre alle 10:30 è in programma l’incontro ‘Alla ricerca del passato’ con l’istituto J. Lennon, alle 17:00 apertura dello street food del Gigante Bianco e alle 18:00 il convegno ‘Le donne mezzadre’ con la partecipazione dell’UDI. Infine la mattina di domenica 13 ottobre spazio alla 43esima “Passeggiata alla Fiera” a cura dell’Atletica Sinalunga, mentre alle ore 9:00, presso l’area della Fiera dell’Agricoltura, prenderà il via il mercatino della filiera corta e alle ore 10:00 esposizione animali della fattori, alle ore 10:15 ciclopedia ‘Borghi & Chianina’, alle 10:30 apertura della mostra trattori d’epoca in memoria di Mario Mazzetti. Ore 11:30 apertura dello street food, alle ore 14:00 inizio fiera per le vie di Pieve di Sinalunga, alle 17:30, spazio Fiera dell’Agricoltura, convegno dal titolo ‘Ferrovie minori e cicloturismo’, alle ore 19:00 veglia contadina e per concludere la lunga settimana di eventi spettacolo pirotecnico a cura della parrocchia di Pieve di Sinalunga San Pietro ad Mensulas.

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Settimana Foianese: l’ANPI incontra gli studenti delle scuole medie

Da venerdì 20 fino a domenica 29 settembre si è svolta la Settimana foianese, organizzata dalla Pro Loco di Foiano della Chiana in collaborazione con il Comune e le associazioni…

Da venerdì 20 fino a domenica 29 settembre si è svolta la Settimana foianese, organizzata dalla Pro Loco di Foiano della Chiana in collaborazione con il Comune e le associazioni cittadine. Dieci giorni di iniziative culturali, culinarie, artistiche e sportive che hanno messo in luce le eccellenze chianine e foianesi. Le prime edizioni erano caratterizzate dagli artigiani locali che prendevano il loro spazio nei fondi del centro storico per esporre i propri prodotti e le loro opere; nel corso del tempo l’evento si è arricchito di occasioni di intrattenimento e di conoscenza, per vivere pienamente il borgo foianese. “Saperi e Sapori” è il nuovo nome che è stato dato a questa manifestazione che per dieci giorni ha riempito il centro storico del paese di musica, concerti, eventi, conferenze, laboratori e spettacoli

Nell’ambito di questa ricca serie di eventi è stata avviata una collaborazione tra l’Istituto Omnicomprensivo Guido Marcelli e la sezione locale dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), che si è concretizzata nella visita guidata all’Istituto storico dell’Antifascismo e della Resistenza in Valdichiana “Bernardo Melacci”. Gli studenti delle scuole medie hanno quindi avuto l’opportunità di visitare il centro di documentazione e l’archivio storico, che contiene un patrimonio documentario e bibliografico  che ha lo scopo di conservare per le future generazioni e per tutti gli studiosi le testimonianze del periodo della Resistenza.

L’enorme valore storico e culturale dell’Archivio di Piazza Cavour è stato mostrato ai giovani studenti degli ultimi anni delle scuole secondarie che si stanno avviando allo studio della Seconda guerra mondiale e della Lotta di liberazione nazionale. Ai ragazzi e alle ragazze è stata illustrata la storia dell’Istituto ed è stato spiegato loro il metodo di indagine impiegato dai ricercatori per la raccolta delle fonti. Hanno potuto toccare e maneggiare gli strumenti utilizzati da Ezio Raspanti, fondatore dell’Archivio, per la raccolta delle testimonianze e, infine, hanno esaminato alcuni dei risultati della ricerca, conservati all’interno dei fascicoli tematici.

A partire dagli anni Settanta l’Istituto storico ha promosso studi e ricerche che hanno messo in rilievo l’importanza della guerra partigiana tramite la raccolta delle testimonianze dirette di quegli avvenimenti e di materiale documentario sull’Antifascismo e la Resistenza toscana e della Valdichiana in particolare. Le fonti raccolte permettono anche di avere un quadro chiarissimo delle classi subalterne e del movimento contadino e operaio dall’inizio del Ventesimo secolo.

Mariangela Raspanti, Presidente dell’ANPI sez. Foiano della Chiana, si è detta «enormemente soddisfatta dall’opportunità che si è creata grazie alla volontà della Dirigente scolastica Anna Bernardini e quella della professoressa Laura Paolini. L’importanza di far conoscere la storia locale e nazionale ai ragazzi in maniera così approfondita e l’opportunità di parlare loro del metodo scientifico che sta alla base della ricerca storica è stata un’occasione formativa molto importante, che sicuramente andrà ad arricchire il loro bagaglio culturale. Ci terrei molto a ringraziare anche il Presidente della Pro Loco di Foiano, Luca Posani, per l’impegno che mette nel valorizzare le nostre eccellenze».

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Crostoni al Pecorino e Talli d’Aglione della Valdichiana sottolio

Dopo una breve pausa estiva, ritroviamo Marisa per scoprire una nuova ricetta semplice e fresca , perfetta per dare l’addio all’estate – ma non solo! Come si suol dire: “del…

Dopo una breve pausa estiva, ritroviamo Marisa per scoprire una nuova ricetta semplice e fresca , perfetta per dare l’addio all’estate – ma non solo! Come si suol dire: “del maiale non si butta via niente”, ma siamo davvero sicuri che questo modo di dire valga solo per il maiale?

In tempi moderni quest’abitudine si è un po’ persa, ma fino all’inizio del secolo scorso, specialmente in campagna, si tendeva a sfruttare un prodotto nella sua totalità per riuscire a fare preparazioni molto diverse fra loro, limitando gli sprechi specialmente nei momenti in cui la pecunia di cibo faceva brontolare lo stomaco di grandi e piccini; e allora, non sarebbe bello imparare come sfruttare al meglio i prodotti che entrano nelle nostre case, così da ridurre al limite gli sprechi?


Era cresciuta in una famiglia povera, Marisa, e la cosa più preziosa che aveva imparato dai suoi genitori era che ogni prodotto poteva essere usato nella sua quasi totalità e che non era solo del maiale che non buttava via niente. Aveva imparato che l’arte di arrangiarsi era la cosa più preziosa che si poteva apprendere, che in caso di estrema necessità anche mangiare la parte meno nobile di un alimento era una vera e propria manna dal cielo e, anche se da quando aveva conosciuto Gilberto non doveva più accontentarsi quasi esclusivamente degli scarti, aveva cercato di insegnare quel valore anche ai propri figli. Sperava che loro non avrebbero mai avuto bisogno di rosicchiare anche il più piccolo pezzetto di carne da un osso come era successo a lei, faceva sempre di tutto perché avessero pasti se non sontuosi, certamente degni di una tavola come si deve, ma non poteva sapere di sicuro come sarebbe andata la loro vita, e sapeva che se la sarebbero cavata un pochino meglio se si fossero abituati a consumare un prodotto nella sua totalità.
Ricordava perfettamente l’anno in cui suo padre non riuscì a comprare un maiale per sfamare la famiglia, a quanto fosse disperato per non essere riuscito a provvedere ai suoi cari e a come si rimboccò le maniche per riuscire a farli mangiare quell’inverno. Non era mai stato un cacciatore, ma come ogni contadino aveva sempre avuto un fucile per ogni evenienza e così, armato di quel fucile, si addentrò nella macchia alla ricerca del più famoso cugino del maiale, impegnandosi al massimo delle sue possibilità per riuscire a portare un po’ di carne in tavola. Fortunatamente ebbe successo e, una volta tornato a casa, lavorò la carne insieme alla moglie, così da essere sicuro che neanche un grammo andasse sprecato. Ricavarono tutti i tagli tradizionali e poi, notando che c’era un bel po’ di carne a ricoprire il teschio, decisero di recuperare anche quella e metterla sottolio, ottenendo così le polpe di testa di cinghiale, un taglio di scarto che Marisa aveva sempre adorato mangiare. Non le aveva mai preparate per la sua famiglia, ma ricordava ancora con piacere il sapore deciso e speziato di quella carne, preparata con sacrificio e con tutto l’amore del mondo.
Aveva imparato quella lezione con orgoglio e dedizione, sforzandosi di trovare ogni modo possibile per non scartare niente di ciò che suo marito portava in casa dopo una giornata divisa fra stalle e orto, ottenendo ottimi risultati con, ad esempio, il pesto fatto di foglie di carote o la sua famosa zuppa di zampe di gallina, o ancora i crostini con formaggio e budellini di agnello. Anche se provenivano da parti normalmente scartate, quei piatti piacevano molto a tutti i componenti della famiglia.
Così, ispirata da quel gradimento, Marisa decise di provare a utilizzare appieno anche l’ultimo prodotto approdato nella sua cucina: l’Aglione. La parte che aveva sempre scartato di quest’ortaggio erano i talli, lunghi germogli verdi che spuntavano nel corso della maturazione dell’aglione e che normalmente venivano potati per non bloccarne in qualche modo lo sviluppo. Aveva sempre messo da parte i talli d’aglio per poi metterli sottolio e pensò che la stessa cosa potesse andar bene anche per quelli di Aglione visto che, come aveva ormai cominciato a capire, quei due prodotti avevano molte cose in comune. Così, nel corso di quella primavera, al momento della potatura dei talli, decise di provare a metterli sottolio invece che buttarli come aveva sempre fatto.
Visto che quello era un modo nuovo di consumare l’Aglione, doveva anche trovare una ricetta completamente nuova per presentarlo alla sua famiglia, ed era sicura che né un primo né un secondo gli avrebbero reso giustizia. Ebbe quella che le sembrò un’ottima idea mentre rigovernava la cucina: trovò un pezzo di pane secco che, in un’altra occasione, sarebbe andato al maiale, ma che quella volta prese la forma di tanti piccoli crostini su cui Marisa adagiò una fetta di pecorino semistagionato fatto in casa e un piccolo ciuffo di talli che aveva messo sottolio, ottenendo un altro successo con quella ricetta, semplice ma che sapeva di casa.

Grazie a Marisa abbiamo trovato un modo innovativo e gustoso per limitare gli sprechi in cucina e creare un ottimo antipasto da offrire ai vostri ospiti; in un mondo in cui è sempre più necessario fare attenzione agli sprechi, trovare l’ispirazione per riciclare anche le parti meno nobili dei prodotti culinari è sicuramente un buon punto di partenza!


Crostoni al Pecorino e Talli d’Aglione della Valdichiana sottolio

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

Da 4 a 8 fette di pane toscano
1 fetta di pecorino semistagionato per ciascuna fetta di pane
Talli d’aglione sottolio

PREPARAZIONE

Affettare il pane in fette spesse circa 1cm, disporre su ciascuna una fetta di pecorino;
Mettere nel forno a una temperatura di circa 150° finché il pecorino non si è fuso o ammorbidito (a seconda delle preferenze);
Tagliare i talli d’aglione sottolio in piccoli pezzi poi togliere dal forno e disporre i talli d’aglione sul crostone.

(si ringrazia l’azienda agraria “La Dogana” per la ricetta)

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Il Bruscellino, alle origini di una scena “come si faceva nelle aie”

Deve essere sorta un’espressione di curiosità sui volti dei visitatori che lo scorso 16 settembre, visitando Montepulciano, si sono trovati improvvisamente a doversi stringere ai lati delle strade del centro…

Deve essere sorta un’espressione di curiosità sui volti dei visitatori che lo scorso 16 settembre, visitando Montepulciano, si sono trovati improvvisamente a doversi stringere ai lati delle strade del centro storico, per lasciar passare un corteo di persone, vestite come se fossero appena uscite da un podere del primo Novecento.

Difatti, si presentavano così i componenti della Compagnia Popolare del Bruscello, che prima in Piazza Grande, poi in Piazza delle Erbe e infine davanti al Sagrato di Sant’Agostino, hanno proposto per questa edizione del Bruscellino, la rappresentazione della storia di Brancaleone: una commedia vivace, diversa nei toni e nella trama dalle vicende più drammatiche solitamente messe in scena, con l’accompagnamento musicale dell’orchestra, per il Bruscello che si svolge invece nel mese di agosto.

Franco Romani, che del Bruscellino “come si faceva nelle aie”, è coordinatore artistico, ha raccontato come questo tipo di rappresentazione rievochi la tradizione, anticamente portata avanti da gruppi di cantori nelle campagne, di spostarsi di podere in podere per narrare storie e stornelli. Si trattava di un’usanza diffusa in Valdichiana soprattutto d’inverno, quando le poche ore di sole e lo scarseggiare del lavoro nei campi consentivano alle famiglie di avere il tempo per radunarsi attorno al focolare, ascoltare i racconti e infine brindare con un bicchiere di vino.

Dalla necessità di conservare un legame con questa tradizione, da 11 anni a Montepulciano viene allestito il Bruscellino, uno spettacolo in rima che riproduce il caratteristico tratto di itineranza nel fatto di venir messo in scena in più luoghi diversi del centro storico. Per richiamare la forma originale, il Bruscellino conserva lo stile contadino negli abiti dei personaggi, i quali all’interno di due carriole portano con sè i pochi oggetti di scena necessari a far capire i ruoli ricoperti nello svolgimento della storia.

La fronda d’albero alla quale un tempo si legavano fiocchi e campanelli, e che veniva portata dal “Vecchio” in testa alla compagnia, è sempre presente per annunciarne l’imminente arrivo, così come ancora oggi un fisarmonicista esegue la base musicale su cui viene cantato il testo, diviso in quartine. Gli argomenti narrati, tanto noti che bastava un semplice accenno per richiamare negli spettatori tutta la vicenda, erano messi per iscritto da chi nel paese poteva vantare una cultura più vasta, anche se poi i Bruscellanti, oltre a recitare il copione, potevano aggiungere battute proprie, laddove la memoria non li assistesse.

Oggi i testi vengono tratti da fonti diverse, che sia il Decamerone di Boccaccio per la messa in scena della storia di Frate Cipolla, o i celebri film diretti da Mario Monicelli per Brancaleone, come appunto quest’anno. La sceneggiatura così prende vita anche sulle corde dei Bruscellanti, cantanti amatoriali, presenti all’interno della compagnia, in modo che la loro voce sia coerente con il personaggio che devono interpretare e, per esempio, gli attori recitino le proprie battute su arie diverse e non su una unica come accadeva un tempo.

Se dal 1939 il Bruscello è andato evolvendosi, fino a diventare uno spettacolo complesso anche dal punto di vista scenografico, il Bruscellino, iniziato a essere nuovamente rappresentato nell’anno della 70ª edizione come una riduzione di Pia De’ Tolomei di Bartolomeo Sestini, mira oggi a riprodurre il più finemente possibile un’espressione culturale della tradizione della Valdichiana, che incontra casistiche simili a Castelnuovo Berardenga e San Casciano in Val di Pesa, oltre che nelle forme del Maggio, anticamente eseguito all’inizio della bella stagione, e del Sega la Vecchia, che usava svolgersi invece in periodo di Quaresima. Si tratta, per tutte, di forme di rappresentazione che affondano le proprie radici nella storia locale, a metà tra l’intento di diletto e quello celebrativo della vita rurale.

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Torrita Biodiversità – Festa dell’Agri Cultura: preservare la biodiversità, per salvare il futuro

Conservare la biodiversità, cioè il patrimonio universale composto dalla varietà degli esseri viventi, specie ed ecosistemi presenti sulla Terra, condividere equamente i benefici derivanti dall’utilizzo delle risorse genetiche. Sono questi…

Conservare la biodiversità, cioè il patrimonio universale composto dalla varietà degli esseri viventi, specie ed ecosistemi presenti sulla Terra, condividere equamente i benefici derivanti dall’utilizzo delle risorse genetiche. Sono questi i principi fondamentali alla base della Convenzione per la diversità biologica firmata a Nairobi il 22 maggio 1992 e, ad oggi, ratificata da 196 Paesi. Universalmente riconosciuta come il primo provvedimento in materia, tanto da rendere il 22 maggio la Giornata mondiale della Biodiversità, ha anticipato la decisione che l’Assemblea delle Nazioni Unite ha preso nel 2010 di dichiarare il periodo 2010-2020 Decennio della Biodiversità, con l’intenzione di favorire l’applicazione di un piano strategico per la biodiversità e promuovere la visione generale di una vita in armonia con la natura e i suoi equilibri.

In prossimità della scadenza di questo periodo, si rivela tuttavia necessario il proseguimento della sensibilizzazione al tema della biodiversità. Secondo dati presentati da Slowfood, oggi “il 90% del cibo consumato dall’uomo proviene da 120 specie e solo 12 specie vegetali e cinque razze animali rappresentano oltre il 70% dell’intero consumo alimentare umano”. Le esigenze imposte dalle dinamiche di omologazione che riguardano il mercato globale minano infatti ogni giorno la diversità delle specie, provocando importanti conseguenze sulla varietà di piante e animali e sulla qualità della disponibilità agroalimentare. Per contribuire alla causa, la prima azione da fare è quella che ognuno può compiere a livello locale: attraverso la salvaguardia delle specie animali autoctone e la conservazione delle colture tradizionali, non solo si tutela un patrimonio di ricchezze naturali, ma si protegge la diversità delle specie presenti all’interno di un ecosistema, stabilendo di conseguenza una miglior qualità di suolo, acqua e aria.

Con queste premesse è nata  Torrita Biodiversità – Festa dell’Agri Cultura, il nuovo evento in programma a Torrita di Siena sabato 21 e domenica 22 settembre 2019. In concomitanza con la 42esima edizione della Fiera al Piano, l’amministrazione comunale di Torrita, con il patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole, la Regione Toscana e la provincia di Siena, ha organizzato due giorni di iniziative che avranno luogo all’interno del parco di Via Grosseto. L’area, che si estende per 12.000 mq, sarà accessibile dalle ore 8.30 alle 20 per visitare i vari padiglioni, dedicati rispettivamente ad un’esposizione di specie animali e vegetali, ad un museo di attrezzature contadine, ad una mostra di prodotti provenienti da filiera corta, ad uno spazio per i macchinari agricoli e ad un’area convegni. Poco distante, all’interno della Casa della Cultura è allestito, a cura dell’artigiano Oliviero Bemoccoli, il percorso museale “Antica Cultura Contadina“, visitabile dalle 10 alle 18 nel fine settimana della manifestazione e su prenotazione fino a giovedì 26 settembre (339.4910091).

Sabato mattina apre la manifestazione: alle ore 9, l’inaugurazione della 1ª Esposizione nazionale della Cinta Senese e delle razze suine nere. Alle ore 10 la Casa della Cultura ospita il primo convegno, curato dell’Associazione Nazionale Allevatori Suini, con studiosi e allevatori di razze autoctone italiane. Dopo il pranzo a base di Cinta Senese all’interno dello stand ristorante, nel pomeriggio l’area convegni accoglie la conferenza dell’esperta Caterina Cardia su “Le erbe spontanee: una ricchezza da riconoscere” e l’incontro con rappresentanti dell’Associazione Apicoltori delle Province Toscane sul tema “Apicoltura e Biodiversità, concetti a confronto“.

Domenica mattina, la Pro Loco di Torrita propone una Passeggiata a 6 Zampe, da percorrere in compagnia del proprio cane lungo un percorso ad anello di circa 5km, con partenza e rientro presso il punto di ritrovo all’interno del Parco. A seguire, spazio ai produttori locali con gli interventi dell’Azienda Agricola Passerini su “Popolazioni evolutive di grano tenero: biodiversità e bellezza” e, a seguire, dell’Azienda Agricola Saragiolo su “Bioagricoltura del passato per il futuro“.

Alle 11.30 è attesa la presentazione del progetto Valdichiana Eating a cura della Strada del Vino Nobile di Montepulciano e dei Sapori della Valdichiana Senese, mentre alle ore 17 l’Associazione dell’Aglione della Valdichiana interviene nella conferenza “Aglione della Valdichiana, un modello di sviluppo locale“. La conclusione del programma è dedicata alle caratteristiche nutrizionali delle carni di agnello, con l’incontro con il Consorzio di tutela dell’agnello IGP del Centro Italia, realizzato in collaborazione con il Settore produzioni agricole, vegetali e zootecniche della Regione Toscana su “Le carni di agnello, proprietà e aspetti salutistici“.

Un’ampia serie di spunti tematici compone insomma il programma di questa prima edizione di Torrita Biodiversità – Festa dell’Agri Cultura, come ha dichiarato l’assessore Roberto Trabalzini, che ha coordinato il progetto:

“C’è soddisfazione per il lavoro svolto sull’organizzazione di questo evento, al quale è giunto anche il patrocinio del Ministero. L’aspettativa per un buono svolgimento è alta, ma l’invito a partecipare che tanti esperti, professionisti, rappresentanti delle associazioni di categoria e dei consorzi hanno già raccolto, dimostra che quello della biodiversità è un tema particolarmente sentito. Le iniziative dei prossimi giorni consentiranno dunque di conoscerlo da vari punti di vista e saranno anche un’occasione per valutare con maggior consapevolezza le proprie abitudini di consumo”.

Esemplari di razze autoctone, specie vegetali, antiche colture dimenticate e solo recentemente tornate ad essere praticate, pareri esperti e utili alla nostra alimentazione, storie ed esperienze dirette di produttori locali, sono solo alcuni degli aspetti di questa manifestazione, che già si profila come un’opportunità. Quella di comprendere l’importanza legata alla ricchezza delle risorse naturali e muovere passi decisi in direzione di un futuro sostenibile e sano.

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Il primo romanzo di Emanuele Upini: Incontrando Igino

Uscito nel 2018, il romanzo storico Incontrando Igino proietta il lettore nella realtà foianese di inizio Novecento: quella dei Fatti di Renzino. Grazie al metodico lavoro di ricerca delle fonti…

Uscito nel 2018, il romanzo storico Incontrando Igino proietta il lettore nella realtà foianese di inizio Novecento: quella dei Fatti di Renzino. Grazie al metodico lavoro di ricerca delle fonti e delle testimonianze e al coinvolgimento empatico che nasce dal testo, Emanuele Upini riesce a farci rivivere quelle che furono le vicende e i risvolti, sociali ed emotivi, relativi agli inizi degli anni ’20.

Ciao Emanuele, parlaci di te.

Vivo a Foiano della Chiana. Sono un appassionato di scrittura e disegno, fumetti per la precisione. Adesso mi sto dedicando alla scrittura di romanzi, ma in passato ho fatto il vignettista. Ho anche collaborato con il mensile Fumo di china, il più autorevole in Italia in fatto di critica fumettistica.

Fumettista prima che scrittore. Com’è nata la passione per il disegno?

Dobbiamo tornare molto indietro. È merito di mio nonno, che aveva un’edicola in Foiano e per farmi stare buono, da piccolo, mi metteva sempre un giornalino in mano e pensa che ancora non sapevo neanche leggere e scrivere. Fantasticavo sui possibili risvolti delle avventure pagina dopo pagina, in base a quello che mi proponeva il disegno. È iniziata così. Probabilmente questo ha agevolato la formazione di una particolare fantasia che mi ha accompagnato nel tempo. Crescendo ho continuato a leggerli, li ho abbandonati e ripresi in vari momenti della mia vita. Ad un certo punto sono entrato in contatto con questo mondo, grazie anche al portale internet che curo IMIM. Ho conosciuto autori e scrittori che mi hanno aiutato a integrare le mie conoscenze.

Nel 2018 hai pubblicato “Incontrando Igino”, un romanzo storico. Raccontaci di cosa parla.

Il mio primo romanzo sì. È stato preceduto da una pubblicazione intitolata Spaesati #1 che racconta di vicende comiche ispirate a personaggi di Foiano. È stata la prima volta in cui mi sono confrontato con un progetto davvero strutturato. Dopodiché è uscito Incontrando Igino (Edizioni Helicon), scritto a più riprese dal momento che necessitava di una preparazione più impegnativa. La vicenda ripercorre i giorni dei famosi Fatti di Renzino del 1921: gli scontri tra fascisti e antifascisti in un’epoca in cui il fascismo doveva ancora affermarsi. Ho cercato di raccontare in una forma inedita cosa fosse successo nell’aprile del 1921. Mi sono immaginato un carabinierino, realmente esistito, che in quei giorni si trovava a Renzino per condurre le indagini relative agli scontri armati. Viene risucchiato nella realtà chianina che non gli apparteneva, essendo lui del nord, e si trova a vivere la storia degli abitanti della campagna foianese.

Perché questa esigenza di scrivere su Renzino?

È una vicenda che mi riguarda direttamente. Il titolo riprende il nome del mio bisnonno: Igino, che venne ucciso dai fascisti insieme a moltissimi altri innocenti nella rappresaglia che fecero in seguito agli scontri armati. Emblematicamente è l’incontro con la gente del tempo di Igino, del paese di Igino e non soltanto con lui. Con l’idea di propormi al pubblico come scrittore di romanzi volevo farlo per la prima volta con una storia che mi riguardasse direttamente.

Esempi di grandi scrittori che con le loro parole hanno reso indelebile parte della storia italiana non mancano di certo. Penso a Elsa Morante, Italo Calvino, Beppe Fenoglio (solo per citarne alcuni). Quant’è importante raccontare il passato, la storia italiana e quella ancora più vicina a noi: quella locale?

Credo che ci siano morali e lezioni profonde che è necessario raccontare e tramandare. Non è mai scontato ripetere che la storia insegna e io mi auguro che possa essere proprio questo il fine ultimo. Un romanzo storico ha l’obiettivo di intrattenere piacevolmente, o comunque di suscitare emozioni, e allo stesso tempo fornire le basi per una riflessione su realtà a noi vicine, nel caso di Incontrando Igino vicinissime.

Un romanzo di questo tipo necessita in maniera imprescindibile di una solida base scientifica: che è la ricerca storica. Come ti sei preparato alla stesura del libro?

La preparazione è stata fondamentale e necessaria, dalla durata di moltissimi mesi. Ho passato tanto tempo in biblioteca dovendo documentarmi su cosa effettivamente fosse successo in quei giorni. Ho letto libri e pubblicazioni, ho consultato archivi fotografici, ho studiato le testimonianze e i documenti raccolti da Ezio Raspanti, partigiano e ricercatore storico, e conservati nell’Istituto storico dell’Antifascismo e della resistenza in Valdichiana “Bernardo Melacci” di Foiano della Chiana. Grazie a Ezio posso dire che abbiamo la fortuna di avere una banca dati di notevoli dimensioni, quindi volendo entrare nello specifico dei giorni del ’21 in cui a Foiano ci furono omicidi e stragi, si ha la possibilità di capire cosa è successo. Ho cercato di rimanere il più possibile distaccato nel raccontare, pur cercando di suscitare nel lettore le emozioni dei protagonisti. Mentre i romanzi storici sono solitamente costituiti dal 20% di realtà, quindi una storia contestualizzata, e dall’80% di invenzione, Incontrando Igino è l’opposto: l’80% corrisponde a dati e fatti reali, ricostruzioni storiche e il restante 20% è fantasia.

Quanti libri ancora si potrebbero scrivere su Foiano e sulla Valdichiana? Sembra una terra inesauribile da un punto di vista umano, storico e culturale.

La storia della Valdichiana in sé è ricchissima. Così come penso sia lo stesso in tutta Italia. Sto preparando un libro, che uscirà a fine anno, un romanzo che io definisco fucsia, cioè non soltanto sentimentale, perché la base storica locale entra comunque a far parte della trama. La protagonista conosce, nel corso della sua vita, persone delle quali vengono svelate le esistenze legate alla guerra, al territorio aretino e del Valdarno. Proprio quello che hai detto io lo cerco di dimostrare con i romanzi.

I fatti di Renzino sono stati un evento importantissimo nella storia aretina del ‘900. Si può dire che da Renzino sia partita la Resistenza foianese. Oggi non è raro imbattersi in revisionismi di quell’evento o in prese di posizione filofasciste. Come si combatte questa pericolosissima ignoranza?

È necessario farlo con il dibattito, ma spesso si sbatte contro un muro che pare essere insormontabile. Non è solo mancanza di cultura: è anche mancanza di intelligenza nel comprendere certe situazioni, che inizialmente possono sfuggire a causa dell’ignoranza, ma se avessimo un minimo di intelligenza dovremmo arrivare a mettere in discussione le nostre convinzioni. Servirebbe un minimo di spirito critico e di autocritica.

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