La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

“Le avventure di Gian Burrasca”, una storia di ieri per i bambini di oggi del Vivaio del Concordi

Le marachelle di Gian Burrasca, il protagonista del celebre diario nato dalla penna di Luigi Bertelli, sono protagoniste del nuovo spettacolo allestito dal Vivaio del Concordi al Teatro di Acquaviva…

Le marachelle di Gian Burrasca, il protagonista del celebre diario nato dalla penna di Luigi Bertelli, sono protagoniste del nuovo spettacolo allestito dal Vivaio del Concordi al Teatro di Acquaviva il prossimo 22 e 23 febbraio. Sabato alle 21.15 e domenica alle 16.30 il gruppo junior del laboratorio teatrale metterà in scena Le avventure di Gian Burrasca, una commedia ispirata al testo che, seppure scritto un secolo fa, tuttavia continua a divertire e ad insegnare.

Del cast, composto da ragazzi dagli otto ai dodici anni, fanno parte Riccardo Muccifora, Leonardo Mencattelli, Ludovica Gobbi, Francesco Casagni, Alessia Genito, Giorgia Poggioni, Lucrezia Gobbi, Azzurra Vona, Viola Simeoni, Martina Cappelli, Aurora Talli, Gioele Poggioni, Alessandro Perugini, Tommaso Mencattelli, Giulio Giovagnola e Giovanni Pagliai. Costantico Calicchio e Luca Culicchi sono gli addetti al suono e alle luci, di Elsa Spennacchi i costumi e di Francesca Capomagi il trucco.

Il copione è frutto di un adattamento firmato da Alma Trabalzini, che ha trovato nel testo di Bertelli interessanti spunti di attualità, come lei stessa ha spiegato:

«La storia di Gian Burrasca conserva ancora oggi l’intento educativo del romanzo di formazione. Del diario, questa commedia si concentra sul periodo che Giannino trascorre nel collegio Pierpaolo Pierpaoli, dove oltre alle rivolte contro i direttori, compaiono episodi di prevaricazione: l’occasione per affrontare, anche delicatamente, il tema del bullismo. A distanza di un secolo Gian Burrasca è un personaggio letterario interessante, attuale nelle sue caratteristiche di ragazzo sì vivace, ma al contempo animato da valori e buoni sentimenti. L’idea di porlo al centro di questa commedia è nata ascoltando quali sono le letture frequenti tra i ragazzi della scuola primaria che partecipano al laboratorio, e notando che il diario compare tra queste».

Il Vivaio del Concordi, che attualmente conta in totale 36 ragazzi, ha gestito per intero la messa in scena di Le avventure di Gian Burrasca, vedendo impegnati in ruoli di responsabilità alcuni giovani che negli anni scorsi hanno partecipato alla realizzazione di spettacoli come Il gran maestro, Il ciclone, L’acqua cheta, Crezia e, con il gruppo junior Gli aristogatti.

Lorenzo Garavelli si è occupato della regia: «Dopo i provini svolti nel mese di gennaio, abbiamo intensificato via via le prove in vista dello spettacolo. È stata una bella esperienza vedere come i bambini del laboratorio si sono impegnati e sono migliorati, mettendo in pratica i nostri consigli».

Alessio Poggiani, invece, ha collaborato alla progettazione dello spettacolo in veste di aiuto regista: «Con Lorenzo, allestendo questo spettacolo abbiamo aiutato i ragazzi ad imparare a stare sul palco, a muoversi sulla scena».

Le scenografie, ideate dai giovani del laboratorio, sono state realizzate grazie al supporto dell’Associazione Il Fierale.

«I costumi – ha precisato Erica Terrosi – sono stati cuciti a mano appositamente per lo spettacolo, dopo che con altre ragazze del laboratorio ci siamo consultate su quali indumenti fossero più appropriati per rappresentare l’epoca in cui sono ambientate le vicende di Giannino Stoppani».

Una novità legata a questo spettacolo è che per la prima volta, oltre che sui canali tradizionali telefonici (339.4822821–331.1309910–392.7665797) e mail (ilvivaiodelconcordi@gmail.com), i biglietti sono disponibili anche online, grazie alla proposta avanzata dai giovani del laboratorio e accolta dall’Associazione Il Fierale.

Nessun commento su “Le avventure di Gian Burrasca”, una storia di ieri per i bambini di oggi del Vivaio del Concordi

Anteprima del Vino Nobile, assegnate 5 stelle alla vendemmia 2019

Un’annata a 5 stelle per il Vino Nobile di Montepulciano: per il terzo anno consecutivo è stato assegnato il massimo punteggio alla produzione di eccellenza della cittadina poliziana, al termine…

Un’annata a 5 stelle per il Vino Nobile di Montepulciano: per il terzo anno consecutivo è stato assegnato il massimo punteggio alla produzione di eccellenza della cittadina poliziana, al termine di un’edizione dell’Anteprima del Vino Nobile molto partecipata. L’assegnazione delle stelle alla vendemmia 2019 è avvenuta la mattina del 20 febbraio, durante la tradizionale giornata dedicata alla stampa internazionale.

La presentazione dell’annata 2019 è avvenuta alla presenza del Sindaco di Montepulciano, Michele Angiolini, che ha sottolineato l’importanza della denominazione per il territorio e la sua continua crescita, in sinergia con i produttori e con tutti i settori economici e sociali della cittadina poliziana.

Andrea Rossi, Presidente del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, che affronta per il primo anno l’anteprima dopo due mandati da Sindaco di Montepulciano, ha spiegato che la grande novità di quest’anno è l’inserimento della dicitura “Toscana” nell’etichetta. Il Mipaaf ha infatti approvato il cambio di disciplinare che determina la dicitura obbligatoria, al termine di un percorso intrapreso per tutelare maggiormente il consumatore finale e intensificare l’attività di promozione del territorio della prima Docg italiana.

L’enologo Maurizio Saettini ha quindi illustrato le caratteristiche dell’annata 2019 del Vino Nobile di Montepulciano e le caratteristiche dei suoli del territorio poliziano, mentre i sommelier dell’AIS hanno somministrato i campioni per le degustazioni agli ospiti.

“Questo vino sta crescendo, c’è un fermento su Montepulciano molto importante. Il Sangiovese, il principale interprete della toscanità, ha sfumature diverse ed espressioni diverse a seconda del suolo in cui viene inserito. A Montepulciano riscontriamo dei suoli di origine marina e fluvio-lacustre, quindi sabbie e argille, non tufo: si tratta di sabbia calcarea che potrebbe essere confusa con il tufo, ma ha caratteristiche diverse. Nella parte più bassa si accumulano le argille e poi le terrazze causate dal sollevamento della faglia che ha originato il colle di Valiano. Si tratta quindi di una diversità geomorfologica tra i suoli di Montepulciano che porta a uve di caratteristiche differenti e a vini con sfumature differenti.”

I vini dell’annata produttiva 2019 si caratterizzano per qualità elevata, ottimi valori di intensità, gradazioni alcoliche medio altre, ottimi estratti e buona acidità; una soddisfazione ben presente tra le tante aziende e gli esperti di settore che hanno preso parte all’evento che ha anche festeggiato quarant’anni dall’assegnazione della Docg. Correva l’anno 1980 quando l’allora Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste rilasciava la prima fascetta che identificava una denominazione vinicola come “garantita” (D.O.C.G.). Questa fascetta, serie AA n° 000001, è oggi conservata negli uffici del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano ed è l’immagine simbolo dei festeggiamenti per il quarantennale che ricorrerà per tutto l’anno 2020. La storia della fascetta AA 000001 è molto lunga: sono infatti occorsi circa 11 anni di riunioni, incontri, richieste da quando, nel lontano 1969, il Consorzio fece richiesta della DOCG (Legge 930/63), a quando questa è stata riconosciuta nel 1980. Il Consorzio del Vino Nobile, primo in Italia, divenne così una vera e propria rompighiaccio nel mare della burocrazia fino al 1978, data della pubblicazione in Gazzetta della richiesta di modifica al disciplinare del Nobile. Il 1 luglio 1980 fu l’allora Presidente della Repubblica Italiana, Sandro Pertini, a firmare il decreto che sanciva l’ottenimento della DOCG per il Vino Nobile di Montepulciano.

Nello scorso weekend si era svolta la prima parte dell’Anteprima del Vino Nobile, dedicata agli operatori e agli appassionati del settore, che ha fatto registrare oltre 3mila presenze alla Fortezza, dove sono stati presentati i vini in uscita: l’annata 2017 e la Riserva 2016.

 

Nessun commento su Anteprima del Vino Nobile, assegnate 5 stelle alla vendemmia 2019

Tra Un Bacio a Mezzanotte e un Geghegè si vola nel tempo con “Le Adorabili Scanzonette”

Le Adorabili Scanzonette, sotto la direzione di Giulio Benvenuti, torna sul palco del Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena. Dopo il grande successo della prima visione, Nives, Dora, Carmen…

Le Adorabili Scanzonette, sotto la direzione di Giulio Benvenuti, torna sul palco del Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena. Dopo il grande successo della prima visione, Nives, Dora, Carmen e Milly, alias Martina Bardelli, Valeria Cleri (che sostituisce in via eccezionale Emma De Nola), Lisa Lucchesi e Mikela Rebua, sono pronte a tornare in scena al Teatro dei Oscuri. Appuntamento per sabato 22 febbraio alle ore 21:15. Sarà l’opportunità di immergersi nelle atmosfere degli anni 50 e 60, con un quartetto vocale che tra un brano e l’altro ci darà l’opportunità di riflettere sul nostro tempo e sui decenni passati, su come cambiano le relazioni e i rapporti nel corso della nostra vita. Con Le Adorabili Scanzonette, la Compagnia Teatro Giovani Torrita, torna alle produzioni originali di musical, a distanza di anni dai successi di The Rocky Horror Experience e The Wedding Singer. Ne abbiamo parlato con Martina Bardelli (che interpreta Milly) che ci ha raccontato il lavoro dietro lo spettacolo.

 

Con Le Adorabili Scanzonette il pubblico si immergerà in un contesto storico ben preciso. Quale?

Martina Bardelli: Siamo a Roma al liceo Matteotti alla festa di fine anno scolastico 1957/58 dell’istituto. Quattro ragazze hanno il compito di curare l’animazione della serata. Nasce così il gruppo vocale “Le Adorabili Scanzonette”, composto dalle quattro protagoniste, messo insieme dal professor Stònato. Hanno preparato insieme una scaletta con le canzoni in voga nel 1958. Quindi il pubblico si immergerà negli anni ’50. Le canzoni ovviamente sono famose ancora oggi: saranno riconoscibili sia per quelli che hanno vissuto quegli anni, sia per coloro che sono nati dopo. È uno spettacolo coinvolgente per tutte le età. Nel secondo atto, poi, faremo un salto temporale di 10 anni. Nel 1968 viene organizzata una reunion del liceo, con tutti gli ex-allievi.Le protagoniste da ragazze sono diventate donne, i rapporti tra loro sono cambiati e pure le canzoni sono cambiate…

Il lavoro per questo spettacolo è cominciato la scorsa estate, ha esordito a novembre e adesso torna in scena: durante questi mesi come si è evoluto lo show?

Martina Bardelli: Già durante il mese di settembre abbiamo fatto una prova aperta al pubblico, durante la quale gli spettatori sono stati utilizzati un po’ da cartina al tornasole dello spettacolo. Ci siamo basati sulle loro reazioni per poi continuare a lavorare. Rispetto alla messa in scena di Novembre poi c’è una novità importante: non ci sarà Emma De Nola e al suo posto avremo Valeria Cleri che ha curato anche l’aiuto regia. Questo comporta dei cambiamenti rilevanti per lo spettacolo: Le Adorabili Scanzonette si basa sulle dinamiche tra le quattro protagoniste, con quattro attrici che sono in scena per un’ora e mezza: con un’attrice diversa le interazioni tra di noi sono notevolmente diverse. Ovviamente il copione è lo stesso ma c’è un’altra attrice in scena, un altro modo di interpretare un personaggio. C’è stata un’evoluzione significativa soprattutto nel secondo atto, poiché il rapporto tra queste ragazze che sono diventate donne, si rincontrano dopo dieci anni, con tutte le problematiche del caso. C’è un passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta molto marcato e abbiamo lavorato molto per renderlo efficace ai fini dello spettacolo.

Il regista Giulio Benvenuti (che abbiamo già intervistato qui), oggi professionista affermato nel panorama nazionale, è tornato a lavorare per la compagnia nella quale è cresciuto. Com’è stato tornare a lavorare insieme?

Martina Bardelli: Giulio ci ha diretto in maniera estremamente brillante. Nonostante sia un amico e una persona che ha fatto parte del gruppo in passato, ci ha messo in un’ottica di lavoro professionale, con prove intensive e molto serrate, specialmente nella prima fase, nei mesi di agosto e settembre. Conosce benissimo la realtà torritese e ha messo a disposizione la sua preparazione per il progetto, cercando di venirci incontro, aiutandoci dove necessario: è stato molto comprensivo. La sua carriera è in ascesa, sta sfruttando al massimo le opportunità e noi siamo contentissimi per questo. La nostra realtà in ogni caso sta lavorando per diventare sempre più professionale. Lavoriamo per portare in giro il più possibile le nostre produzioni.

Nessun commento su Tra Un Bacio a Mezzanotte e un Geghegè si vola nel tempo con “Le Adorabili Scanzonette”

I segreti del cimitero monumentale di Foiano della Chiana – seconda parte

Nella prima parte di questo affascinante viaggio alla scoperta del cimitero di Foiano della Chiana vi ho mostrato le bellissime “catacombe” della cappella centrale. Conservate in queste cripte si possono…

Nella prima parte di questo affascinante viaggio alla scoperta del cimitero di Foiano della Chiana vi ho mostrato le bellissime “catacombe” della cappella centrale. Conservate in queste cripte si possono ammirare stupende opere d’artigianato, forgiate tra la fine del 1800 e i primi anni del 1900.

Vi sarà capitato almeno una volta nella vita di chiedervi chissà quali personaggi siano sepolti nel cimitero del vostro paese. È una domanda alla quale, non di rado, le persone più anziane sanno rispondere. Sono custodi di vicende appassionanti e misteriose o storie che, con il passare dei decenni, hanno assunto i contorni di leggende. Ho provato, quindi, a raccoglierne alcune in modo che non se ne perda la memoria. Ma non solo. Trovo importante che le nuove generazioni conoscano i loro antenati, che hanno vissuto e lasciato un segno nella storia del proprio paese.

Fin da piccolo ho letto molti libri di storia foianese che parlano di ragazze e ragazzi, uomini e donne protagonisti dei più importanti avvenimenti della zona. Perciò, ho deciso di ricercare le loro tombe che, in alcuni casi, restano l’unica presenza concreta della loro esistenza. Guidato dal custode del cimitero Stefano Valdambrini, ho potuto avvicinarmi e conoscere meglio chi ci ha preceduto su questa terra.


Iacopo Del Soldato

 

“Guardia d’onore di Napoleone I
Ufficiale nei cacciatori a cavallo
si distinse nel 6 marzo 1813
al passaggio del ponte sull’Elba
riportandone grato ricordo di gloriosa ferita
consigliere camarlingo gonfaloniere
operaio del monastero di S. Stefano
direttore dello spedale
spese l’intera sua vita
a vantaggio del proprio paese
nacque il 31 agosto 1790
morì il 30 giugno 1873
gli addolorati figli”

 

 

 

Quella di Iacopo Del Soldato pare sia la tomba più antica del cimitero. È sufficiente leggere l’epigrafe, che subito si viene proiettati indietro nel tempo di 200 anni. La Guardia d’Onore italiana, della quale faceva parte il soldato foianese, venne creata da Napoleone in persona il 26 giugno 1805 a Mantova, poco dopo essere stato incoronato imperatore. In Francia questo corpo militare (Garde impériale) era considerato la migliore unità di fanteria degli eserciti dell’Impero napoleonico. Formata reclutando agguerriti e fedeli veterani degli eserciti rivoluzionari, divenne una delle formazioni più temute sui campi di battaglia europei del XVIII secolo.

Del Soldato, come recita la scritta commemorativa, si distinse nella battaglia sul fiume Elba. Un tentativo di difesa dei confini dopo il disastroso fallimento della campagna di Russia del 1812. Fu inoltre Gonfaloniere di Foiano dal 1847 al 1848. Si trattava di una prestigiosa carica dei comuni medievali e rinascimentali italiani, che veniva utilizzata per indicare un magistrato con varie attribuzioni anche amministrative.


Francesco Natale Seriacopi

 

“Cultore passionato di s[c]ienze fisiche e di arti
in sé e per esse consumò la vita
Genio acuto inventivo
tra le opere sue primeggia
ammira[t]o dai d[o]tti per novità di congegni e di effetti
l’organo della Collegiata
Citt[ad]ino raro per meriti pubblici e private virtù
amato stimato e sinceramente rimpianto
in età di anni LXXII il III di aprile MDCCCXCI
posava placido nel s[i]gnore la famiglia desolata
[***]”

 

A Foiano il nome di Francesco Natale Seriacopi viene associato all’organo della Collegiata, la chiesa dei santi Martino e Leonardo edificata entro le mura cittadine. Costruito nel 1857 lo strumento fu dichiarato “dai maggiori componenti dell’epoca cosa meravigliosa più unica che rara“. Si spense nel 1891.


Omero Corti

 

“Lieve sia la terra
al prode garibaldino del 1860
Omero Corti
mancato ai vivi
il 13 febbraio 1913
dopo 72 anni
di vita proba e operosa
da tale modesta tomba
si tragga un esempio
di ogni civica virtù i figli riconoscenti
[***]”

 

 

 

 

Omero Corti è stato una Giubba Rossa: un soldato di Giuseppe Garibaldi. Foiano aveva già incrociato il destino dell’Eroe dei due Mondi nel 1849 durante la sua marcia da Roma verso la Repubblica di Venezia, che stava resistendo alle potenze restauratrici e reazionarie. Il garibaldino foianese prese parte alla Spedizione dei Mille che da Quarto (Genova) avrebbe unificato l’Italia a partire dalla Sicilia. Si tratta di una tomba unica. Questo fa pensare che Corti fosse l’unico volontario del paese a essere partito con Garibaldi per unificare la Penisola. Nella foto al centro della lapide si può notare chiaramente la divisa e il berretto in dotazione ai volontari dell’esercito garibaldino. Sopra il ritratto è scolpito proprio lo stesso famoso cappello.


Aviatori caduti

Purtroppo non mancano nella storia di Foiano tragiche morti. Durante la Prima guerra mondiale, lungo la Via del Filo in località Pratoni, venne costruito un campo scuola per piloti d’aerei militari. Il 15 agosto 1918 tre giovanissimi aviatori stavano rientrando da una ricognizione. Durante la fase di atterraggio i tre soldati colpirono un albero con l’ala del velivolo, facendolo fracassare a terra. Un errore che costò la vita a tutti e tre. È una storia che si tramanda da padre in figlio da ormai cento anni.


Gherardi Gino – La Guardia Rossa

Il fatto che su questa lapide manchi l’epigrafe è significativo della storia di questo ragazzo. Il foianese Ezio Raspanti, che fu partigiano combattente all’età di 16 anni, ricordava Gino Gherardi con l’appellativo di Guardia Rossa.

Le Guardie Rosse furono una formazione di difesa proletaria attiva in Italia durante il biennio 1919-1920. Il Partito Comunista definiva questo combattente come “un proletario armato e l’arma che adopera deve incutere spavento non ai lavoratori ma alla borghesia – essa deve godere la stima ed il rispetto dei compagni perché difende i diritti del popolo. Unico scopo comune è la libertà e il comunismo e la difesa delle conquiste della Rivoluzione“. Il PCd’I, avendo ipotizzato l’imminenza della rivoluzione, ritenne necessario preparare una milizia proletaria allo scopo di “opporre una valida difesa e vigilanza attiva contro gli attacchi delle forze militari e della polizia” che spesso caricavano con violenza i cortei operai e coloro che scioperavano nelle fabbriche.

Gherardi Gino era un giovane calzolaio aretino di orientamento anarchico. All’età di 24 anni venne sequestrato con l’accusa di essere una guardia rossa e, pare, per un presunto litigio con un fascista di nome Roselli Aldo, studente di 18 anni. Il giorno successivo ai Fatti di Renzino, il 18 aprile 1921, il Gherardi venne condotto a Foiano insieme a due funzionari del Partito Socialista e a un suo esponente per “far luce sulla vicenda”. Nei pressi del paese chianino il giovane anarchico cercò di fuggire. Il tentativo fu vano. Raggiunto dalle camicie nere venne assassinato con 27 colpi di arma da fuoco.

Continua…

 


Fonti

AA VV, Antifascisti raccontano come nacque il fascismo ad Arezzo, Litostampa Sant’Agnese, Arezzo, 1974

Enzo Gradassi, Galliano Gervasi. Da Renzino al Parlamento, Editrice Grafica l’Etruria, Cortona, 1990

Ezio Raspanti e Giovanni Verni, Foiano e dintorni, EE VV, Firenze, 1991

Ezio Raspanti, a cura di Enzo Gradassi, Ribelli per un ideale, Edizioni Argonautiche, Foiano della Chiana, 2010

Giorgio Sacchetti, L’imboscata, Foiano della Chiana 1921, un episodio di guerra sociale, Arti Tipografiche Toscane, Cortona, 2000

La Guardia Reale Italiana, Guardia d’Onore – Sez.Storica Napoleonica, https://www.alfamodel.eu/storia-ed-uniformologia/smartsection_items_36/

Luca Ceccobao, il Valdarno e la Valdichiana aretina attraverso le vicende processuali (1919-1924), tesi di laurea in Scienze politiche, Università degli studi di Siena, a. a. 1993-1994

Palmerini Francesco, Un paese toscano Foiano della Chiana, Giardini, Agnano Pisano, 1964

Partito Comunista d’Itlaia, Circolare n. 7 Riservatissima. Scopi e fini delle Guardie Rosse, Milano 18 febbraio 1921

Wikipedia, Guardia imperiale (Primo Impero), https://it.wikipedia.org/wiki/Guardia_imperiale_(Primo_Impero)

Wikipedia, Cacciatori a cavallo, https://it.wikipedia.org/wiki/Cacciatori_a_cavallo

Wikipedia, Cavalleria napoleonica, https://it.wikipedia.org/wiki/Cavalleria_napoleonica

Wikipedia, Battaglia di Möckern, https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_M%C3%B6ckern

Wikipedia, Campagna di Russia, https://it.wikipedia.org/wiki/Campagna_di_Russia

3 commenti su I segreti del cimitero monumentale di Foiano della Chiana – seconda parte

“I soliti ignoti”: la malinconia per un’Italia che non c’è più nel nuovo spettacolo di Vinicio Marchioni

I soliti ignoti, celeberrimo film di Monicelli, arriva per la prima volta in teatro nella rilettura di Vinicio Marchioni. Mercoledì 19 Febbraio, alle 21.15 al Teatro Poliziano rivive sul palco…

I soliti ignoti, celeberrimo film di Monicelli, arriva per la prima volta in teatro nella rilettura di Vinicio Marchioni. Mercoledì 19 Febbraio, alle 21.15 al Teatro Poliziano rivive sul palco l’Italia del dopoguerra in tutta la sua vitalità. Come sono arrivati dal grande schermo al palcoscenico i ladri maldestri di Monicelli? Abbiamo intervistato Vinicio Marchioni, attore e regista dello spettacolo, per scoprirlo.

Com’è stato confrontarsi con un classico del cinema in una versione teatrale? Come vi siete confrontati con la caratterizzazione dei personaggi di Monicelli?
“Con gli adattatori, Antonio Grosso e Pier Paolo Piciarelli, abbiamo prima di tutto riletto la sceneggiatura del film e abbiamo avuto l’impressione che già lì ci fosse una forte matrice teatrale. La grande sfida è stata riuscire a trovare una drammaturgia di scena per lo spettacolo teatrale. Volevo tenere il più lontano possibile l’idea del film e del cinema su un palcoscenico, naturalmente senza tradire gli aspetti fondamentali del film e della scrittura di Age, Scarpelli, Monicelli e Suso Cecchi d’Amico.
Abbiamo tenuto buona parte della sceneggiatura del film, poi abbiamo lavorato con la scenografia e i costumi per trovare la struttura dello spettacolo teatrale migliore possibile. Abbiamo trovato un buon equilibrio.
Per quanto riguarda i personaggi ho cercato in tutti i modi di non tradire l’immaginario collettivo. Il film è uno dei capolavori della cinematografia, non solo italiana, quindi non mi andava di allontanarmi troppo dalla memoria del pubblico.
Da una parte questo spettacolo è un omaggio a quel film, a quegli attori e alla grande lezione di Monicelli, dall’altra la messa in scena teatrale non poteva ovviamente avere nulla a che vedere con il cinema. Per portarlo in scena al meglio possibile, il punto è stato trovare un equilibrio.”

Passi alla grande commedia italiana dopo che il pubblico ha imparato a conoscerti nei ruoli drammatici e oscuri (pensiamo al Freddo di Romanzo Criminale, forse il ruolo che ti ha consacrato nell’immaginario collettivo). Come ti sei confrontato con questo passaggio?
“Dal Freddo di Romanzo Criminale sono passati dieci anni, in mezzo ho fatto Un tram che si chiama desiderio con Antonio Latella, ho fatto La gatta sul tetto che scotta: io sono un attore teatrale. Da quel ruolo lì – a parte i 26 film, le candidature e i premi per il cinema – ho sempre continuato a fare teatro, non ultimo Uno zio Vanjia, di cui ho curato anche la regia.
Ho sempre cercato di fare cose diverse sui palcoscenici a seconda dei periodi, a seconda di quello che mi sembrava più giusto condividere con un pubblico.
Dopo quattro anni di studio su Checov, per Uno zio Vanjia, l’idea di cimentarmi per la prima volta con una commedia a 360 gradi mi stimolava moltissimo, questo sì.
È uno studio straordinario sulla commedia: la matematica della commedia, dell’effetto comico è una cosa molto sottile, molto difficile; ed è meraviglio sentire tutte le sere il pubblico che ride. Devo dire che è una soddisfazione enorme.”


I soliti ignoti di Monicelli entrò nel cuore dell’italia del boom economico e del benessere. Quali aspetti emergono invece nell’Italia del 2020?
“Praticamente nessuno: con questo spettacolo mi faceva piacere riportare il pubblico proprio in quegli anni. Lo spettacolo è ambientato nel 1958, noi abbiamo cercato di modernizzare l’impianto scenico e di renderlo più contemporaneo, però ho cercato di portare in scena e di condividere col pubblico la stessa sensazione che avevo io rivedendo il film: una sensazione di malinconia verso qualcosa che non esiste più, un’Italia che non esiste più, dei personaggi che non esistono più, un tessuto sociale che non esiste più.
Cose che, però, da qualche parte ci appartengono, perché alcune componenti distintive dell’italiano medio secondo me non sono cambiate per niente: l’italiano ancora si riconosce in un certo tipo di cialtronaggine, per esempio, in un certo tipo di personaggi, in una certa arte del fregarci gli uni con gli altri.
L’idea era proprio di portare in scena quei personaggi, quell’Italia, quella fame, ancora, del dopoguerra prima del boom economico, con questi personaggi che però mantenevano una grazie e un’autoironia che noi abbiamo perso completamente.
La volontà era quella di fare vedere da che Italia siamo nati tutti quanti, che italiani eravamo. Ognuno poi si domanderà e si porterà via che Italia e che italiani siamo diventati.”

Tu sei molto legato al nostro territorio: solo due anni fa eri a Chiusi per le riprese di Quanto Basta: che ricordi hai della permanenza qui e di quel film?
“Meravigliosi: abbiamo girato per un po’ di settimane a Chiusi e sono state delle settimane straordinarie. A parte il grande valore paesaggistico e storico, ricordo sempre con grande affetto la partecipazione di tutta la cittadinanza, che si è buttata nelle riprese di questo film con un entusiasmo veramente meraviglioso.
Ci torno sempre con grande piacere, perché di quel film vado orgogliosissimo. Ha fatto il giro del mondo, in un sacco di festival, ed è una storia che può parlare ancora a tantissime persone, non penso che sia un film che sentirà il peso degli anni. Quindi non vedo l’ora di ritornarci ogni volta.”

Noi possiamo tornare a chi eravamo il 19 febbraio alle 21.15: appuntamento al Teatro Poliziano per scoprire un grande classico in una nuova veste.

Nessun commento su “I soliti ignoti”: la malinconia per un’Italia che non c’è più nel nuovo spettacolo di Vinicio Marchioni

Racconti di Veglia: lo strascico della Regina

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Alzò il calice e…” Molti degli abitanti di Sarteano e dintorni hanno sentito parlare della leggenda della perfida regina…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Alzò il calice e…”

Molti degli abitanti di Sarteano e dintorni hanno sentito parlare della leggenda della perfida regina Dorilla, un’antica regina dei barbari signora di queste terre. La storia dello strascico della Regina si riferisce proprio alla sua figura e a quella di uno strano fenomeno naturalistico che si trova nei pressi della cittadina, per la strada che porta a Radicofani: uno scoscendimento brullo e privo di vegetazione che scende dal pendio. Secondo la leggenda sul fondo si trova un abisso che porta il nome di Buca del Diavolo, che corrisponderebbe alla bocca dell’Inferno: fu proprio il diavolo a trascinare Dorilla per i capelli lungo il pendio, creando l’arida scia che ancora oggi possiamo osservare.

Testimonianze e diffusione

Dorilla, come la maggior parte delle perfide regine delle fiabe, viene dipinta nelle storie popolari come una donna arrogante e cattiva, che si faceva odiare da tutti i sudditi per la sua condotta. A volte è dipinta come una regina, altre volte come una contessa: a prescindere da quale fosse la realtà storica, esercitava presumibilmente la sua potestà presso il Castello delle Moiane, nelle vicinanze dell’attuale Abbazia di Spineto. Aborriva la religione e perseguitava i ministri del culto che ritenevano riprovevoli le sue dissolutezze. Questi suoi comportamenti l’hanno portata a una punizione esemplare, la cui modalità differisce a seconda della versione tramandata.

Secondo quanto scritto da Fanello Fanelli, nel suo libro “Memorie storiche di Sarteano”, a punirla fu il Diavolo in persona:
“Un giorno volendo farla finita di tutti quei religiosi che in qualche modo la intralciavano nelle sue nefandezze e non poterlo fare da sola, invocò il Diavolo in suo aiuto, promettendogli l’anima in ricompensa del servizio che da lui si aspettava. Messer Belzebù senza por tempo in mezzo le si fece innanzi, ma invece di secondarla nei suoi piani malvagi, l’acciuffò pei capelli, e trascinata giù per la china del monte, fra lampi e tuoni con lei sprofondò. Presso le Moiane si può vedere anche al presente una lunga striscia di terra sulla quale non spunta mai erba. È quella secondo la popolare version, la via tracciata dal Demonio, e il montagnuolo, se deve attraversarla, affretta il passo e si fa il segno della croce”.

Della leggenda di Dorilla è stata rinvenuta, tra le carte sparse dell’Archivio Parrochiale della S.S.Trinità di Spineto, una stesura recante la data 27 Luglio 1953 non autografa, ma che presumibilmente è stata scritta da Anita Labardi e poi trascritta con varie correzioni dal parroco Don Gino Cervini che qui si riporta integralmente:

“Si narra dunque che una giovane e bellissima Contessa di nome Dorilla era rimasta per mancanza di eredi maschi Signora delle Moiane. Fornita di tutte le grazie fisiche, valorosa ed ardita, avrebbe potuto essere l’idolo dei propri vassalli se uno sconfinato orgoglio non avesse regolato tutte le sue azioni. Dame e Cavalieri la temevano, i suoi guerrieri spiavano umili il suo cenno ed i Vassalli tremavano al solo mirare la sua eccelsa bellezza. Solo l’Abate e tutti i monaci del Monastero di Spineta non si curavano della loro orgogliosa vicina, gelosi dei loro privilegi e forti della potenza temporale e spirituale. Così i rapporti durati fino allora fra il Castello e l’Abbazia furono completamente rotti. Ora avvenne che un giorno (per qualche narratore la vigilia del Santo Natale) Dorilla, prima di condurre i propri armati a non so quale impresa, desiderasse come era costume del tempo, che tutti ascoltassero la Santa Messa, ma il cappellano del Castello era assente e l’orgogliosa Dorilla non avrebbe per alcun motivo ricorso al Monastero per qualche Sacerdote.
Dominata dalla superbia, credendo che a lei tutto fosse permesso, ebbe l’idea di celebrare lei stessa il Santo Sacrificio, e vestita dei sacri paramenti, assistita da due damigelle, si accostò all’altare a celebrare. Guerrieri e tutti gli altri erano attoniti a tanta audacia e tremolanti di terrore, ma la Contessa sfidava superba l’ira di Dio. Quando giunse al momento della consacrazione, dal calice d’oro uscì un serpente che da piccolo che era, divenne grossissimo, avvolse con le sue spire la disgraziata Dorilla e la trascinò a precipizio per il burrone e spalancantosi un abisso sparì per sempre; non fu dato ai suoi armigeri, ai suoi gentiluomini ed alle damigelle di trovarne più traccia. Ancora adesso vi è una striscia sassosa dove non nasce mai un filo d’erba , che dalla collina dove sorgeva il Castello scende al burrone e che viene chiamato “ il pozzo del diavolo” nel quale non si vede il fondo. La striscia senza erba viene detta “lo strascico della Regina” perché è per quel terreno che il diavolo trascinò la sovrana Dorilla che erroneamente viene chiamata Regina. I montagnoli raccontano che, anche adesso, nelle belle serate di luna o durante le bufere invernali, in vetta alla collina si vede lo spettro di Dorilla, vestita di una armatura d’argento, con le bionde trecce svolazzanti, che con il corno alle labbra getta nell’aria un lugubre suono che si ripercuote negli abissi in lontananza. Se per richiamare le mandrie sparse nel bosco il pastore vi s’addentra e si fa sera, dovendo svolgere lo sguardo verso quel luogo, si fa il segno della croce e si affretta impaurito e tremante”.

Anche lo scrittore Idillio Dell’Era, narra che il fatto si svolse nella notte di Natale prima dell’anno Mille, ma dà un’immagine sgradevole della regina Dorilla, descrivendola  come una strega: brutta, con i tratti maschili, i capelli rossi e la fronte segnata da una cicatrice nera (simbolo del patto con il demonio). Anche nella versione di Dell’Era la protagonista indossa i parametri sacri per celebrare la messa di Natale, ma all’atto dell’offertorio dal calice esce un serpente che la avvinghia tra le sue spire e la sprofonda nelle viscere della terra.

Secondo invece uno scritto dell’800 di Alessandro Marchionni, tutta la vicenda della regina Dorilla sarebbe derivata da una tresca amorosa tra costei e il prete confessore Ser Baldo. Tresca amorosa casta, tipica dell’amor cortese, tanto che la protagonista cambia anche il nome da Dorilla in Domitilla.

Ma la versione più diffusa in realtà riporta che la contessa Dorilla, in un atto di onnipotenza, facendosi forza della sua posizione ed asserendo di essere in ritardo per la sua amata caccia, si sostituì al parroco per dire messa e velocizzare il rito, portando al macabro epilogo raccontato nel Fondo di Domenico Bandini, studioso di storia locale :

“Negli alti tempi medioevali, era signora (Regina) del castello delle Moiane, una feudataria spregiudicata e prepotente, di nome Dorilla che, per la sua condotta eccessivamente libera, per i molti soprusi perpetrati sulla servitù della gleba, era in odio al popolo e in rapporti assai tesi anche con i monaci della vicina abbazia di Spineta. Un giorno aveva essa bandita una partita di caccia e vi aveva invitati Signori amici e Feudatari limitrofi con numerosi vassalli. Di buon Mattino tutti erano giunti ben equipaggiati al Castello con mute di cani e falconieri provetti, ma essendo domenica occorreva prima ascoltare la santa messa e poi spargersi per le selve e le crete della sottostante Val D’Orcia ai venatori diletti. Però la gente aspettava e il monaco che avrebbe dovuto celebrare la messa non giungeva!
A nulla valsero i ripetuti solleciti della Signora fatti a mezzo de’ Servi… Onde essa, innervosita e spregiudicata com’era, non esitò a indossare sacri paramenti e recarsi all’altare a celebrarvi il Santo Sacrificio. Timorosi e incerti gli astanti assistettero alla celebrazione sacrilega… Quand’ecco non appena l’insoluta peccatrice giunse a pronunciare le parole mistiche della consacrazione…
Dal Calice sviluppasi un serpentello che, fattosi immediatamente gigante, tra il terrore dei presenti avvince tra le sue poderose spire la donna sacrilega e la trascina fuori dalla Chiesa giù per l’orrido precipite monte con lei inabissandosi nel pozzo (tutt’ora detto “Pozzo del Diavolo”) aperto nel letto del rapido sottostante torrente, per quella via portandosi la sventurata tra i dannati all’inferno.
Intanto, oscuratosi il cielo, sibilò la tempesta; Il guizzo dei lampi ruppe sinistro l’aria e la poca luce, mentre il fragore del tuono riempiva d’orrore quella scena di tregenda. Sul sentiero percorso dal demoniaco serpente dicono non nasca l’erba…
Reso sterile dal contatto infernale !… E talora nelle notti di Luna lo spettro bianco della “Regina” sacrilega appare sul monte selvaggio.”

Le varie tradizioni relative a questa storia sono state dipinte in un’opera contenuta all’interno della chiesa di Spineto, di autore e provenienza ignoti: nella raffigurazione si nota il calice da cui esce il serpente, l’elemento cardine della leggenda.

A oggi non sappiamo se Dorilla sia realmente esistita e quali parti delle leggende popolari sopra descritte abbiano un fondamento di verità. Indubbiamente la sua figura vive nelle tradizioni di Sarteano e della sua montagna. Tuttavia non è da escludere che una feudataria, sicuramente odiata per le sue angherie, debba essere esistita nel Castello delle Moiane e che lo sdegno del popolo oppresso, abbia generato questa paurosa leggenda del fantasma e del castigo causato da un serpente maligno.

Caratteristiche ed analisi

Potremmo identificare la figura della Regina Dorilla con quella della Contessa Willa, vedova del conte Pepone Manenti di Sarteano, che nel 1085 fece costruire una Chiesa e un monastero nei suoi possedimenti; tale luogo di culto venne concesso ai monaci vallombrosani di Coltibuono, diventando l’attuale Abbazia di Spineto. Dorilla probabilmente è un’errata dizione del nome Willa, che ricorre spesso nella casata magnatizia dei conti di Sarteano, Chianciano, Radicofani, Chiusi, indicati dagli storici con i cognomi Manenti, Farolfi e Peponi. Tra l’altro alcune delle zone delimitate nell’atto di concessione dell’Abbazia hanno dei toponimi che sono arrivati fino ai nostri giorni, come ad esempio la zona di Bocca Tonanna e il Castello delle Moiane; proprio questo castello, di cui oggi si intravedono solo pochi resti, doveva essere al centro dei fatti narrati.

La zona dello strascico, come detto prima, è ancora visibile nei pressi dell’Abbazia di Spineto: in questo tratto di terreno sassoso non cresce la vegetazione e la storia della contessa Dorilla funge da spiegazione a questo strano fenomeno naturalistico. Le varie versioni concordano sulla punizione attribuita alla protagonista per via delle sue azioni (crudeltà nei confronti dei sudditi, modi dissoluti, sacrilegio o blasfemia nei confronti della religione cattolica) e possono quindi facilmente essere accostate agli “Exempla” medievali, tramandati oralmente tra i ceti popolari per educare, avvertire o dare consigli di comportamento. Nell’Exemplum si racconta proprio un fatto o una diceria, che prende spunto da vicende reali o fantastiche, utilizzata per sostenere una tesi da dimostrare (in questo caso utilizzata in forma negativa, un comportamento da biasimare.)

Sono molti i temi di interesse che si intrecciano nella storia di Dorilla, che possono essere analizzati sulla base di tre diverse dicotomie complementari. Il primo è relativo al conflitto regnante/suddito: Dorilla viene raccontata come una sovrana che detiene un qualche tipo di autorità sul territorio di Sarteano, ma non riceve apprezzamento da parte del suo popolo. Non sappiamo se la descrizione delle sue caratteristiche negative sia l’effetto o la causa del mancato amore da parte dei sudditi: eppure, viene dipinta come una tiranna, una figura autorevole che antepone i suoi interessi personali a quelli del popolo.

La seconda dicotomia è quella maschio/femmina, che potrebbe spiegare il motivo per cui questa figura si è caricata di così tanti elementi negativi nel folclore locale. Per quanto gli esempi storici di sovrane femminili siano frequenti, esse potevano essere percepite come meno adatte alla gestione del potere politico, per via di un pregiudizio culturale ben radicato. In alcune versioni della storia, la punizione inflitta a Dorilla viene inflitta per via della sua vita licenziosa, perché incapace quindi di anteporre il bene pubblico al piacere personale: una tipica accusa rivolta ingiustamente al genere femminile, come se fossero naturalmente più inclini a seguire le proprie passioni rispetto alla controparte maschile.

Infine, il conflitto più forte è quello dovuto all’opposizione tra potere temporale e potere spirituale, tipico del Medioevo. L’incidente scatenante che porta all’uscita del serpente/diavolo dal calice e alla punizione mortale per Dorilla è dato dalla superbia del potere temporale che si arroga il diritto di potersi sostituire all’autorità religiosa. Il potere del sovrano, quando si sostituisce a quello del clero, diventa quindi sacrilego e merita una punizione, perché l’equilibrio si può mantenere soltanto con la separazione dei poteri.

Questi elementi si fondono nelle leggende popolari attorno allo strascico della Regina. La figura di Dorilla diventa quindi quella di una sovrana malvagia, che si inserisce nel solco di una serie di personaggi della storia o della letteratura a cui sono stati attribuiti tratti simili. Basti pensare a Cleopatra, regina egiziana che nella tradizione romana viene caricata di aspetti negativi (ma che viene invece ripresa come saggia e coraggiosa nella tradizione bizantina e araba) oppure a Lady Macbeth, personaggio immaginario del dramma di Shakespeare, che spinge il marito a uccidere l’amico pur di ottenere il trono regale.

La figura storica che più si avvicina alle caratteristiche di Dorilla, tuttavia, è quella di Erzsébet Báthory, vissuta in Ungheria tra il XVI e il XVII secolo, conosciuta come Contessa Dracula o Contessa Sanguinaria. Sebbene la sua figura sia corredata di tantissimi studi, leggende popolari e una lunga tradizione nella cultura contemporanea, è stata una sovrana crudele che si è macchiata di numerosi omicidi e torture, oltre ad essere stata accusata di sadismo e magia nera. Elementi ricorrenti con quelli dello strascico della Regina di Sarteano, che portarono però a una punizione diversa: la Báthory fu murata viva in una stanza del suo castello, dove si lasciò morire di fame.

Influenze nella cultura pop

La figura della regina cattiva è molto presente nelle opere contemporanee. La tradizione Disney ci presenta molti esempi, tra cui spicca quella di Grimilde, la crudele antagonista di Biancaneve: nel film animato del 1937 la regina Grimilde viene punita per le sue malefatte, e trova la morte precipitando proprio da un dirupo:

Anche Malefica de “La Bella Addormentata” merita una menzione, per inserirci nel filone delle regine cattive che hanno attraversato gran parte delle produzioni Disney: nel film animato del 1959 la crudele antagonista si trasforma in drago durante l’ultimo scontro con il principe Filippo e, una volta colpita a morte, precipita da un dirupo.

Il tema della punizione per un comportamento sacrilego, altro elemento portante della leggenda di Dorilla, è ugualmente presente nelle opere contemporanee. Nel primo capitolo della serie di Indiana Jones (Raiders of the Lost Ark, 1981) i nazisti riescono a recuperare la mitica Arca dell’Alleanza: in seguito alla profanazione, vengono puniti con la morte per la loro arroganza.

Per finire, vi consigliamo l’ascolto di una canzone che sembra ricordare le vicende della contessa Dorilla. Si tratta del brano “Ghuleh/Zombie Queen” della band heavy metal svedese Ghost, che racconta di una regina rapita dal male che risorge per portare distruzione.

“Putrefazione
Un profumo che è maledetto
Sotto uno strato di polvere
Dall’oscurità
Risorge un succube
dalla ruggine terrosa
Haresis dea
Una volta era una maestà
Ora espone l’osso
Dall’oscurità
alzati come succube
e usurpa il trono”

 


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

Nessun commento su Racconti di Veglia: lo strascico della Regina

“I Dialoghi degli Dei” – La mitologia dell’Amore al Ciro Pinsuti di Sinalunga

I Dialoghi degli Dei, di Massimiliano Civica e I Sacchi di Sabbia, va in scena al Teatro Ciro Pinsuti di Sinalunga, Venerdì 14 Febbraio alle 21:15. Uno spettacolo tratto dal…

I Dialoghi degli Dei, di Massimiliano Civica e I Sacchi di Sabbia, va in scena al Teatro Ciro Pinsuti di Sinalunga, Venerdì 14 Febbraio alle 21:15. Uno spettacolo tratto dal testo omonimo di Luciano di Samosata, prodotto dalla compagnia Lombardi-Tiezzi, che vede sul palco Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Illiano e Giulia Solano.

Per quanto sia una delle personalità più eclettiche e multiformi della letteratura greca, Luciano di Samòsata viene manualisticamente afferito al genere della satira menippea, la fase embrionale – come afferma la maggior parte dei filologi – del moderno romanzo. Samosata (oggi Samsat, in Turchia) divenne una città romana dal 72 d.C., Luciano nacque circa cinquant’anni dopo e crebbe in pieno principato di Adriano, nel tollerante clima culturale e nelle estetiche alessandrine del secondo secolo. Educato all’eloquenza, alla raffinatezza stilistica e al virtuosismo dialettico, Luciano di Samosata produce opere che sono veri e propri esempi letterari della nuova sofistica mediorientale. La sua opera è indicata come un esempio di libertà, di elasticità sia formale che nei contenuti, in cui tutto il bagaglio della cultura ellenistica e il retaggio classico diventano serbatoi da cui attingere liberamente elementi e riferimenti. 

Ne La Storia Vera, ad esempio, racconta – in modo deliberatamente e dichiaratamente finzionale – del viaggio che, assieme a un equipaggio di cinquanta compagni, intraprende oltre le colonne d’Ercole. È il primo romanzo weird and eerie della storia, in cui sono presenti guerre interplanetarie, voli astrali, nonché una tappa nelle Isole fortunate in cui il protagonista incontra gli storici greci defunti, tra cui Erodoto, che viene punito in eterno per “non aver scritto la verità” (con ovvi intenti provocatori e parodistici).

Il carattere dissacrante permea tutta la sua produzione, nella quale spiccano, per rilievo storico e per modernità, i Dialoghi. Ora, i Dialoghi sono un genere letterario di enorme fortuna nella produzione classica, ma mai nessuno si era spinto a confrontare in un dialogo, un dio e un mortale, pareggiando le loro capacità di confronto, le loro debolezze e le loro intimità. Ne I Dialoghi degli Dei, infatti, Zeus, Era, Eros, Dioniso, Ermes ed Apollo, così come Afrodite, Priapo, Endimione e Seleno, toccano le bassezze degli umani: tradimenti, pettegolezzi, ruberie, invidie e marette coniugali caratterizzano i “retroscena” del mito, che Luciano di Samòsata ci tratteggia con uno stille eccezionale, sia per modernità che per efficacia.

Dall’incontro tra Massimiliano Civica e I Sacchi di Sabbia è nato uno spettacolo teatrale che muove proprio da I Dialoghi degli Dei di Luciano. In questo allestimento gli Dei sono atterrati in una classe di un ginnasio, diventando oggetto concreto delle spietate interrogazioni con cui un’austera insegnante tormenta due suoi allievi. Seduti ai loro banchi di scuola e con i calzoni corti, i due maturi studenti, interrogati su tresche e malefatte degli immortali, sperimentano sulla propria pelle le ingiustizie della scuola, preludio alle future ingiustizie della vita. Nello spettacolo la libertà formale del testo di Luciano cozza con i rigidi metodi educativi dell’istituzione scolastica, muovendo qua e là, delle critiche al nozionismo e alla severità di alcuni esponenti del corpo docente italiano. Sarà un ottimo modo per celebrare San Valentino, sia che siate in coppia o meno, riflettere sulle relazioni e la comunicabilità tra gli esseri umani, la necessità di amore che muove le vite di tutti – dei o mortali che siano – e che caratterizza nel bene o nel male, le nostre vite.

Abbiamo incontrato Giovanni Guerrieri de I Sacchi di Sabbia per parlare dello spettacolo.

Nello spettacolo si ride tanto: Luciano di Samosata per gli studenti del classico è l’autore divertente del canone letterario in greco antico: è l’autore parodico, l’autore fantascientifico ante-litteram. Quanto vi ha aiutato questo aspetto del testo originale? Come avete lavorato, proprio in funzione della componente – molto presente ne I Dialoghi degli Dei – che è quella comica?

Giovanni Guerrieri: la scommessa che noi facciamo è proprio questa: quanto resiste della componente comica di un testo antico? Il comico è sempre legato al qui ed ora. Le dissacrazioni e le provocazioni di Luciano non possono arrivare al pubblico contemporaneo con la stessa forza dirompente che avevano nel II secolo. Lo stesso apparato mitologico che forse per la prima volta atterra tra gli umani e diventa oggetto di pettegolezzo, si scardina e Luciano rende gli dei umani troppo umani, più umani degli umani stessi: pieni di vizi, come gli umani. Quell’Olimpo, mitologico con un reale valore religioso, era già al crepuscolo, ma I Dialoghi degli Dei di Luciano aveva ancora una forza provocatoria. Oggi ovviamente quello che resta di provocatorio, secondo noi, sono le allusioni alla sfera erotica, all’intimità degli dei, agli amori extracoiniugali, agli amori omosessuali, paradossalmente sono questi tabù, questi giochi, che allora hanno avuto un risultato comico e che resistono ancora oggi. Noi abbiamo insistito su quelli, alleggerendo sostanzialmente lo spettacolo, rendendolo molto divertente.

Invece nell’espressione e nella resa attoriale del testo come è stato portato avanti il metodo di lavoro? Come vi siete divertiti a costruire le scene e il ritmo dello spettacolo?

Giovanni Guerrieri: Noi abbiamo spezzettato il testo. Abbiamo scelto il luogo più idoneo per far atterrare gli dei che è quello di un’aula ginnasiale. Attenzione, un’aula ginnasiale un po’ vintage.

Non si chiama nemmeno più Ginnasio..

Giovanni Guerrieri: Ecco appunto! Siamo indietro nel tempo: gli studenti hanno i pantaloncini corti, la professoressa è molto severa… questo è stato il primo step, il cambio di contesto. Questa ambientazione ci è servita anche per spiegare alcuni elementi del testo. I dialoghi veri e propri sono intramezzati da una serie di gag, scene di quest’aula di ginnasio, dense di nozioni mitologiche. L’olimpo va recuperato nella testa degli spettatori, è necessario rinfescare un po’ la memoria di un pubblico che magari non si ricorda esattamente i nomi degli dei dell’Olimpo, le loro vicende. La strategia che abbiamo usato è quella dell’interrogazione, della spiegazione della professoressa. Una severissima prof. che interroga con esclamazioni, giochetti. Tutto questo è stato costruito in scena, come un gioco, prova dopo prova. Quello di costruire le interazioni tra di noi, direttamente in scena, è un metodo che noi portiamo avanti da molti anni. La commedia è costruita sul ritmo e cioè sul fatto che la battuta è veramente una battuta: un battere, un marcare il tempo. Le nostre sono partiture testuali che hanno molto apporto musicale, profondamente ritmico. Una battuta più lunga assorbe più tempo, a seconda dei piedi, come venivano definiti in metrica classica, no? La misura delle parole, specie in poesia, era scandita dai piedi, e cioè dal battere del piede, che marcava il ritmo dei versi…

Per questo spettacolo I Sacchi di Sabbia si Confrontano con Massimiliano Civica che viene dall’odin teatret, è stato allievo di Eugenio Barba: ecco, come si è costruito questo confronto e che arricchimento ha portato questa collaborazione.

Giovanni Guerrieri: Guarda, in due modi. Il primo riguarda il cambio di immaginario. Chi come noi lavora insieme da tantissimi anni – dal 1995 – ha sicuramente un affiatamento molto forte. La compagnia è invariata da 25 anni. Da un certo punto di vista questo si è rivelato fondamentale, per come ci comportiamo sul palco: conosciamo i nostri rispettivi tempi comici, conosciamo i nostri corpi e come li muoviamo, i nostri ritmi, eccetera. D’altro canto però è emerso di recente il timore che questi meccanismi consolidati si siano incalliti e che certe dinamiche rischino di essere sempre più uguali a sé stesse. Ecco che è intervenuto Massimiliano. Abbiamo sentito l’urgenza di cambiare mondo, di cambiare immaginario: i nostri spettacoli che hanno funzionato di più sono legati al mondo dell’avventura, come il nostro Sandokan, ad esempio, gira da anni e continua a girare, ha fatto più di 300 repliche. Massimiliano ci ha fornito un lasciapassare in un territorio che non è il nostro. Un confronto con qualcosa di diverso che sicuramente ci ha fatto riscoprire il gusto di imparare cose nuove. L’altra cosa che la sua presenza ha ridefinito è la dinamica tra di noi. Tendenzialmente sono sempre stato io, l’autore dei Sacchi di Sabbia, e ho sempre lavorato assumendomi inconsapevolmente il ruolo gestionale della scena, di capocomico. L’idea che questa gerarchia potesse essere scardinata, mi è sembrata stimolante: volevamo qualcuno che prendesse il timone in mano, che cambiasse queste gerarchie. Con Massimiliano Civica abbiamo lavorato anche in un altro spettacolo, intitolato Andromaca, e già stiamo preparando il nostro terzo lavoro insieme. Vuol dire che ci siamo trovati bene. 

Nessun commento su “I Dialoghi degli Dei” – La mitologia dell’Amore al Ciro Pinsuti di Sinalunga

Sentieri del Monte Cetona – Itinerario 3 – dal borgo Fonte Vetriana a pian delle Contesse

Il monte Cetona, 1.148 metri, appartiene al territorio di 3 comuni, Sarteano, Cetona e San Casciano dei Bagni. Salire alla vetta del monte Cetona è un’esperienza interessante, essendo un cippo…

Il monte Cetona, 1.148 metri, appartiene al territorio di 3 comuni, Sarteano, Cetona e San Casciano dei Bagni.
Salire alla vetta del monte Cetona è un’esperienza interessante, essendo un cippo di confine naturale fra quattro province (Siena, Viterbo, Perugia e Terni) e tre regioni (Toscana, Lazio ed Umbria).
Offre splendide vedute sulla Val d’Orcia, l’Amiata, la Valdichiana e, in giornate limpide di tramontana, si spazia fino ai monti dell’Appennino Centrale. Ricoperto da boschi e da macchia mediterranea fino alla vetta, ospita flora e fauna di montagna. Molte strade sterrate e sentieri attraversano borghi e casali, intersecandosi fra loro. A metà del Novecento in questi borghi vivevano quasi 1.000 abitanti. Oggi i residenti stabili sono meno di 50. Alcuni percorsi sono inagibili, abbandonati da tempo, altri sono invece facilmente transitabili a piedi, a cavallo, in mountain bike e, in parte, anche in auto.

I 12 itinerari proposti in questa rubrica sono tutti agevoli, percorribili senza pericoli, a passo lento adatto anche a famiglie con bambini. Partendo da Sarteano, tutti gli itinerari sono compresi fra la strada provinciale 478 per Radicofani (al km 13,1 – località San Giuliano), la strada sterrata che collega San Giuliano con San Casciano dei Bagni (località Le Murate) e la strada della Montagna che riconduce a Sarteano, attraverso i Cancelli, comprendendo la deviazione al borgo medioevale di Camporsevoli nel comune di Cetona.


Itinerario 1
Itinerario 2

Itinerario 3 – dal borgo Fonte Vetriana a pian delle Contesse

 

Partenza: borgo di Fonte Vetriana
Arrivo: Pian delle Contesse, strada della montagna km 3,5
Lunghezza: 5 km
Grado di difficoltà: •••
Tempo di percorrenza a piedi: 2h 30’

Starting point: the village of Fonte Vetriana
Arrival: Pian delle Contesse (Strada della Montagna,km 3.5)
Length of the route: 5km
Difficulty degree: •••
Time on foot: 2h 30’

 

 

Si sale per la strada principale che porta alla cima del Cetona (foto 3.1). Dopo circa 1 km si giunge ad una curva con una sbarra sulla sinistra (foto 3.2,vedi itinerario 2); si attraversa la sbarra e si prosegue fino al Varco il punto più basso della costa del Monte Cetona. (foto 3.3) Attraversato il varco la strada scende a tornanti nel bosco lasciando sulla destra il vecchio podere l’Agabita ridotto a un rudere e dopo una svolta a sinistra si attraversa un’altra sbarra. Sulla sinistra si trova il podere le Contesse e sulla destra il viale alberato della nuova Agabita, quindi un pianoro e la strada della Montagna al km 3,5 (foto 3.4)

Go uphill following the main road to the top of Mount Cetona (photo 3.1) for about 1 km, until you meet, after a bend, a bar across the road on your left (photo 3.2 – see also Route 2); cross the bar and go on until you reach the Varco (photo 3.3), which is the lower spot on the side of Mount Cetona. Proceed downhill and through the wood, past the ruins of Podere Agabita (which you will see on your right); then, after a bend on the left, cross a bar. As you go forward you will see “PodereLe Contesse” on your left, and a tree-lined road that leads to New Agabita on your right. Going forward, you will reach a flat clearing and the Strada della Montagna at km 3.5  (photo 3.4).

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Sarteano Living, ProLoco Sarteano, Comune di Sarteano e Terre di Siena.
Puoi scaricare la guida digitale Strade e Sentieri del Monte Cetona (pdf) dal nostro negozio online o da Sarteano Living.
Nessun commento su Sentieri del Monte Cetona – Itinerario 3 – dal borgo Fonte Vetriana a pian delle Contesse

Donpasta e il suo show di suoni e parole per salvare la cultura del cibo

Si chiama Daniele De Michele, ma da molti è conosciuto in tutto il mondo come Donpasta. È economista, cuoco, performer, dj, nonché scrittore; è stato autore e regista de I…

Si chiama Daniele De Michele, ma da molti è conosciuto in tutto il mondo come Donpasta. È economista, cuoco, performer, dj, nonché scrittore; è stato autore e regista de I Villani, il film documentario presentato al Festival del cinema di Venezia nel 2018, dedicato a quattro storie popolari, di cibo, di pesca, di agricoltura, di allevamento. Sua l’idea di unire cibo, musica e parole in una performance capace di connettere il pubblico al senso ancestrale del cibo, indiscusso legame identitario tra luoghi e persone.

Donpasta, che dopo più di dieci tappe internazionali porta il suo progetto Food Sound System al Teatro Ciro Pinsuti di Sinalunga, il prossimo 8 febbraio alle ore 21.00, ha iniziato il suo percorso di riscoperta e divulgazione della cultura alimentare agli inizi del 2000, quando da studente fuori sede si è scoperto profondamente attaccato al ricordo della cucina tipica delle sue origini. Da allora, nel corso di tutti i suoi viaggi, ha accumulato storie, tradizioni e suggestioni legate all’eredità del cibo popolare e le ha condensate in un cooking djset, espressione di suoni, parole e passione.

Food Sound System
è una performance coinvolgente per i cinque sensi, un’esperienza che è al contempo scena e cultura, musica e profumo, improvvisazione e racconto di memorie lontane, presente e luoghi distanti, come ci ha raccontato proprio Donpasta.

In cosa consiste queste spettacolo, così originale e unico nel suo genere?

«Si tratta fondamentalmente di una commistione di musica e racconti di storie di cucina. Da salentino sono cresciuto osservando nelle occasioni di festa l’abbinamento indissolubile tra la tradizione del cibo e della musica: due dimensioni accomunate dalla caratteristica di essere il risultato di attività compiute per gli altri. La sequenzialità pressoché liturgica con le quali si esegue una ricetta antica o un ritmo tramandato da generazioni, si riassume nella sacralità di un rito che si quotidianamente si rinnova, sintetizzando una storia di secoli e accomunando le persone attorno ad un’esperienza condivisa».

Durante lo spettacolo, alle parole si uniscono la musica e le sonorità che tipicamente vengono prodotte in cucina. In che modo viene gestita l’improvvisazione?

«I luoghi, i cibi, le persone che incontro nei posti in cui si sposta Food Sound System sono ogni volta una fonte inesauribile di nuovi contenuti, aneddoti e storie da portare sul palco. L’interazione con un musicista è una pratica artistica riconducibile molto al jazz, per quanto riguarda il tratto di improvvisazione. Sul palco, i suoni originati durante la preparazione dei piatti vengono microfonati e vanno ad integrarsi con parole, gesti e musica, per restituire un corpo sonoro che è contingente al momento in cui si svolge lo spettacolo, ma conserva insieme la valenza infinita dello sfrigolio dell’olio o dell’incidere ritmico di un coltello su un tagliere. Sono rumori eterni, che prolungano la loro storia ogni giorno, nelle molteplici situazioni in cui vengono continuamente riprodotti. Nella data al Teatro Ciro Pinsuti, le gestualità e i tempi si uniranno alla musica di Davide Della Monica, con cui condivido la nascita dell’idea di Food Sound System».

Questo spettacolo si presenta dunque come manifesto di un piano di difesa della cultura legata al cibo. Qual è l’obiettivo di questo percorso?

«Di pari passo all’abbassamento della qualità degli alimenti, a cui ha contribuito anche il potenziamento del commercio internazionale, va sempre più scomparendo la memoria collettiva fondata sul proseguimento delle tradizioni popolari. La sfida è dunque quella di rimettere in circolo le esperienze legate alla storia e all’identità dei luoghi, trasmettere emozioni legate al ricordo dei sapori che stanno alla base di un bagaglio collettivo comune».

A cosa si deve ricondurre, secondo Donpasta, questo processo culturale di perdita della stima delle proprie radici culturali?

«Laddove la modernità ha più mutato i connotati dei luoghi, maggiore è stata la perdita della memoria anche alimentare, oltre che dell’autenticità del sistema valoriale complessivo, fortemente compromesso dai meccanismi capitalistici».

La memoria del cibo che posto trova negli equilibri sociali attuali e come si pone rispetto all’integrazione di altre culture?

«L’integrazione sta alla base della nascita della tradizione. A svalutare l’identità culturale non è lo straniero, ma i processi della modernità. Quando si pensa che lo straniero costituisca una minaccia alla sopravvivenza delle tradizioni locali, si dimentica forse che, soprattutto in Italia, la cultura del cibo che oggi possiamo apprezzare è frutto di contaminazioni con altre storie, spostamenti da regioni e stati, migrazioni di popoli. È una storia che prosegue da secoli, magari un tempo era più lenta, oggi avviene tutto molto più velocemente, ma è un processo che non si è certo innescato negli ultimi dieci anni, e al quale sicuramente si deve quello che attualmente si ammira».

Nessun commento su Donpasta e il suo show di suoni e parole per salvare la cultura del cibo

“Dall’Inferno all’Infinito”: intervista a Monica Guerritore per un viaggio dell’anima attraverso la letteratura

Monica Guerritore arriva al Teatro Poliziano, venerdì 7 Febbraio, per portarci nelle profondità dell’animo umano in un viaggio Dall’Inferno all’Infinito. Un percorso dell’anima ma anche della letteratura: Dante, Pasolini, Morante,…

Monica Guerritore arriva al Teatro Poliziano, venerdì 7 Febbraio, per portarci nelle profondità dell’animo umano in un viaggio Dall’Inferno all’Infinito. Un percorso dell’anima ma anche della letteratura: Dante, Pasolini, Morante, Valduga, Hugo, Pavese, Leopardi sono tutti sul palco con lei.
Come ci sono arrivati?
È il 2004 e siamo a Verona. Monica Guerritore studia la Divina Commedia per una lettura al Teatro Romano e le appare chiaramente quello che c’è dietro al viaggio di Dante: un tessuto psicanalitico dell’inconscio.
Tornata a casa legge Anima di James Hillman, psicanalista archetipico, e la sua intuizione viene confermata. L’attrice e autrice decide allora di raccontare al pubblico quello che ogni Canto ci porta dal punto di vista dell’inconscio.
Com’è, però, che sul percorso dantesco si sono innestati tutti gli altri brani? L’abbiamo chiesto alla stessa Guerritore.

Come sono stati selezionati i testi legati a Dante? C’è stata una ricerca razionale e pensata oppure è stata una scelta dettata da ispirazioni del momento?
“È stata un’associazione non logica, ma un’associazione libera come si fa in psicanalisi.
Ho preso con molta semplicità il primo verso del primo Canto e ho cominciato a pensare a una discesa: ho immaginato la notte in cui Dante comincia a scrivere, ho immaginato la sua età. E ho seguito questo viaggio, questo precipitare dentro l’animo che si riempie di suggestioni, di immagini a cui Dante dà dei nomi per renderle comprensibili, ma sotto nascondono sempre degli archetipi.
Hillman racconta quello che c’è sotto le cose. E ogni racconto, ogni canto, ogni opera ha sotto un mito che lo sostiene, il resto è scenografia. Quello che c’è sotto si lega anche se ciò che sta sopra non appartiene alla stessa epoca, se la musica non è la stessa. Quindi ci sono delle associazioni che nascono dai miti sottostanti, dai temi portanti e dagli archetipi.
A Dante si parano davanti tre fiere? Le fiere equivalgono, in psicanalisi, ai predatori della psiche. Ad aiutarlo arriva Virgilio, che è il super io; Virgilio poi lascia il posto a Beatrice che è la prima luce e da lei mi è naturalmente venuta in mente Francesca, l’amore carnale.
Dal Conte Ugolino che divora i corpi dei figli – uno dei temi portanti della psicanalisi, quello del padre che divora i figli – mi è venuto spontaneo pensare alla madre di Pasolini, che per troppo amore lo divora, e poi ho pensato alla madre della Morante e da lei sono passata alla Valduga… e si va così, potrei continuare, perché ogni volta che lo faccio mi viene in mente altro.
Non c’è un collegamento razionale, non è una scrittura lineare: procede per suggestioni, per sensazioni.
È molto complesso da spiegare, ma molto semplice da vedere.”

Ha raccontato e scritto che, come altri suoi spettacoli, questo viaggio Dall’Inferno all’Infinito è nato per essere modificato e rimpastato. Come è cambiato dalla sua nascita?
“Lo spettacolo è finito, perché è quello che doveva essere. L’idea è quella che avevo immaginato: precipitare dentro invece che fuori, perché è dentro che trovi l’infinito, nella solitudine. Il viaggio verso Dio, verso la bellezza, quel “uscimmo a riveder le stelle” è un viaggio che si fa solo entrando dentro di sé. La ricerca di noi stessi è quello che facciamo quando andiamo in compagnia dei poeti e questo è proprio lo spettacolo come l’avevo immaginato.
Poi le tessere che lo compongono a volte si spostano, a volte si amplificano e altre si riducono perché è materia dinamica.”


Come e quanto la poesia e la letteratura ci possono aiutare nell’affrontare le nostre ombre, nel vivere con l’inconscio?
“Intanto ci aiutano a prenderne atto, a prendere coscienza che esiste. E per fortuna esiste, questa visione che va al di là dei cinque sensi, che rende il viaggio non bello, ma ricco. Il popolo interiore che sono le nostre ombre è comunque in movimento ed è importante ascoltarlo, perché altrimenti diventa una materia indistinta caotica e noi finiamo preda di movimenti che non capiamo, non gestiamo e non sappiamo da dove vengano.
Attraverso la letteratura o qualsiasi opera letteraria o visiva troviamo compagni, rappresentazioni simboliche, perché danno corpo a quelle ombre.”

Queste parole che lei porta in scena vengono tolte dalla loro collocazione storica. Questo le rende attuali, ma non le lega a questo momento. Le rende invece atemporali, vicine a tutti i tempi e a nessuno. Perché secondo lei accade questo?
“Intanto perché le togliamo dalla metrica: ce le hanno insegnate in un certo modo, con la metrica, con il tempo, con il ritmo. Se invece le ascoltiamo così come sono, come un racconto, fanno veramente impressione.
Le ascolti come se fossero nuove, le riscopri e poi le metti in tutte le caselle in cui ognuno del pubblico vuole metterle: diventano tue, sei tu che fai un’esperienza personale.
Il Conte Ugolino, la “Supplica a mia madre”, il brano di Madame Bovary… sono tutte cose che riscopri perché vengono allontanate dal modo consueto cui siamo abituati, in cui il suono diventa più importante della scrittura.
Io invece cerco di ridare ogni brano alla scrittura così com’è. Non devo essere brava, dobbiamo rileggere insieme queste meraviglia assolute.”

Che rapporto ha e ha avuto con gli artisti che ha portato sul palco?
“La Morante è quella che negli ultimi anni mi ha più indicato una strada che è molto simile al mio modo di creare. Nell’incipit del Menzogna e Sortilegio le arrivano, di notte, questi personaggi che vogliono essere raccontati e diventano sempre più reali, come i Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello.
Per me accade in modo simile: il personaggio arriva e poi in un lavoro alchemico piano piano prende forma e corpo e poi si scrive, come ho fatto con Giovanna d’Arco o nel mio ultimo libro Quel che so di lei.
È un modo abbastanza visionario, questo mio modo di creare spettacoli e scrivere, ed è la Morante che mi ha raccontato come accade.
Mentre Dante sicuramente è quello che più mi ha trascinato in questo viaggio alla scoperta di sé. Io da quando lo studio ho sempre visto questa immersione nel profondo. Lui addirittura parla dell’animo in terza persona, lo vede, lo materializza nella sua immaginazione, non è più lui. “Vidi io l’animo mio…”: è incredibile.
Dante mi ha accompagnato nella profondità di un viaggio all’interno di sé.”

Questo viaggio nelle profondità dell’anima per uscire “a riveder le stelle” e raggiungere l’Infinito vi aspetta venerdì 7 febbraio al Teatro Poliziano, alle 21.15.

Nessun commento su “Dall’Inferno all’Infinito”: intervista a Monica Guerritore per un viaggio dell’anima attraverso la letteratura

Type on the field below and hit Enter/Return to search