La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

«Un messaggio di libertà universale»: Luca Baldini racconta il Toscana Gospel Festival

Si colloca al centro della rassegna musicale Toscana Gospel Festival, la serata del 21 Dicembre 2019 al Teatro Mascagni di Chiusi. I New Millennium Gospel Singers si esibiranno sul palco…

Si colloca al centro della rassegna musicale Toscana Gospel Festival, la serata del 21 Dicembre 2019 al Teatro Mascagni di Chiusi. I New Millennium Gospel Singers si esibiranno sul palco del teatro chiusino, in apertura delle festività natalizie. Abbiamo incontrato Luca Baldini, direttore artistico del Festival, che ci ha raccontato alcune particolarità della rassegna e della sua evoluzione negli anni. 

C’è un’anima black nella celebrazione delle feste in Toscana: c’è da quasi un quarto di secolo. In teatri, piazze, auditorium e chiese, le occasioni per scambiarsi gli auguri nel vecchio Granducato sono scandite dal ritmo cadenzato degli spirituals americani e non solo. Blues, soul, r’n’b, ma anche rap, reggae, funky: tutto ciò che dal canto pentatonico degli schiavi nei campi di cotone del sud degli Stati Uniti si è modulato nelle contemporanee forme di musica pop e rock riecheggia nelle città e nei borghi toscani. Si tratta del Toscana Gospel Festival che raggiunge nel 2019 la 24ma edizione ed ha portato nella regione, lungo gli anni, oltre trecento gruppi e corali gospel, quasi tremila artisti con centinaia di esibizioni live.

«Siamo arrivati alla ventiquattresima edizione con entusiasmo» ci dice Luca Baldini, direttore artistico del Festival, assieme ad Andrea Laurenzi «La caratteristica che dal primo anno si è definita è che i gruppi sono tutti statunitensi. Partecipano sia gruppi di professionisti sia cori di parrocchia, radicati nei territori. Questo ci permette di avere un’offerta veramente completa, per quello che è il gospel oggi negli USA. Scegliamo attraverso dei consulenti americani, ogni anno, le migliori realtà musicali gospel. La varietà è soprattutto qualitativa, anche dal punto di vista della tipologia di spettacolo: ci sono sia band da quattro elementi, fino ai veri e propri cori da ventidue elementi».

Il festival è un progetto di Officine della Cultura in collaborazione con Associazione Toscana Gospel. Quest’anno la direzione artistica si è basata sull’idea del cinquantesimo anniversario di Abbey Road dei Beatles ed ha quindi avvicinato idealmente la rivoluzione musicale del Blues, delle field hollers e degli Spirituals, che hanno sancito la nascita di tutti i principali generi musicali dal primo 900 in poi, con quella, interna al pop e al rock, dei Beatles nel 1969.

«I canti di liberazione e di cambiamento degli schiavi statunitensi sono molto più vicini ai Beatles di quanto si pensi. Hanno entrambi rivoluzionato la storia della musica ed hanno entrambi veicolato un messaggio di libertà universale. Graficamente abbiamo voluto calcare la mano su questo parallelismo».

«Dagli spirituals al rap copriamo tutte le sfaccettature della cultura musicale afroamericana. Quest’anno siamo passati da 17 a 24 concerti: il festival è diventato un’istituzione. I comuni riconoscono come il pubblico risponde sempre molto bene a questo genere musicale. Noi ci abbiamo sempre creduto. In questo periodo di festa è bellissimo far riunire le persone intorno a un genere musicale che è importante sia per la storia della musica che per il senso di umanità. Perché il messaggio che porta con sé è un messaggio di fratellanza, di pace, di amore, di unione tra le persone»

Ma il messaggio di unione tra gli esseri umani non si limita alla musica: nei giorni di TGF si realizzano azioni concrete che si direzionano nello stesso senso di marcia: è infatti storicamente presente tra i partenariati del festival, la Fondazione il Cuore si Scioglie Onlus, che attraverso i suoi molteplici progetti porta avanti la cultura della solidarietà in Toscana e nel mondo.

Il festival si è evoluto costantemente, salendo di gradino – per qualità e coinvolgimento del pubblico – ad ogni edizione.

«Il primo anno c’erano quattro concerti che si svolgevano solo in provincia di Arezzo» Racconta Luca Baldini «Adesso ci sono ventiquattro festival in altrettanti comuni coinvolti, in tutta la regione. La qualità delle band che continuano a venire qua negli anni si è evoluta. La musica gospel si è evoluta è contaminata: oltre ai classici del gospel, della tradizione cristiana, le band portano le nuove espressioni della cultura afroamericana, che rispecchia l’America di oggi. La portano in Italia in maniera sincera e pratica»

Il festival sta attraversando la Toscana in lungo e in largo, riempiendo non solo teatri, ma anche auditorium, chiese, piazze e centri culturali. L’appuntamento in Valdichiana senese è quindi per Sabato 21 dicembre 2019, alle 21:15, con i New Millennium Gospel Singers al Teatro P. Mascagni di Chiusi: una formazione che raccoglie alcuni fra i migliori talenti della musica gospel internazionale, in un eccezionale accostamento di voci e timbri dalle sfumature profonde. Nato nel 2000 per festeggiare il Nuovo Millennio, il gruppo è stato formato dal Reverendo Keith Moncrief, già creatore e leader di gruppi di fama mondiale. The New Millennium hanno al loro attivo centinaia di concerti in tutta Europa, in una strepitosa ascesa verso il successo. Accanto agli arrangiamenti più moderni del gospel contemporaneo non mancheranno i temi tradizionali nelle sue versioni più amate dal grande pubblico. Uno degli artisti più geniali e di successo di questi ultimi decenni, David Byrne, già leader dei Talking Heads, ha dichiarato recentemente: «Nella musica gospel ci sono le radici del rock and roll, dell’RnB e dell’hip hop. Questa musica parla di trascendenza e comunità. Si tratta di arrendersi a qualcosa di più grande di te, e così facendo, c’è estasi e gioia». Di David Byrne è proprio il caso di fidarsi.

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La musica (e la grafica) dei Maestro

I Maestro sono una band aretina, nata a marzo del 2019. Le loro idee sono chiare: far dialogare musica e grafica in cerca di messaggi densi di significati. Si tratta…

I Maestro sono una band aretina, nata a marzo del 2019. Le loro idee sono chiare: far dialogare musica e grafica in cerca di messaggi densi di significati. Si tratta di un progetto in corso d’opera, composto da un trio molto particolare. Alberto Nepi alla voce e ai sintetizzatori è accompagnato da Lorenzo Camilletti, basso e “spippolini”. E poi c’è Francesco Camporeale, l’illustratore grafico, l’elemento visivo del gruppo.

Sì, perché è proprio questa la particolarità dei Maestro: musica elettronica e illustrazioni che si intrecciano e si influenzano a vicenda. Una bella novità nel campo musicale aretino, a dispetto di un ambiente tanto restio alle proposte artistiche giovanili (pur con le solite lodevoli eccezioni). Li ho intervistati in uno dei locali di Corso Italia, proprio ad Arezzo.

Com’è nato questo progetto?

“Del tutto casualmente da un incontro in studio di registrazione. Dialogavamo sull’accostamento tra immagine e musica da molti anni. Con i Whao! (band di cui fa parte Alberto), per esempio, facemmo un brano molto elettronico (Anxiety 2.0), che accompagnammo a un video pieno di immagini bellissime create al PC dalle mani e dalla mente di Francesco. Qualche mese fa abbiamo conosciuto Lorenzo e ci siamo accorti di avere molte idee in comune, soprattutto per quanto riguarda l’elettronica nella musica. Questi interessi simili hanno fatto scattare una scintilla. A livello sonoro e testuale volevamo creare qualcosa che dialogasse con le immagini di Francesco. Da lì è partito questo trio composto da una coppia che fa elettronica e un grafico che illustra.”

A cosa serve il grafico?

“Musica e arte visiva qui sono qualcosa che si completano a vicenda. Il progetto è in fase di sperimentazione, abbiamo enormi margini di crescita anche per imparare a conoscere le nostre potenzialità. La grafica è una sintesi dei brani fatta al computer. La creazione dell’immagine avviene in maniera autonoma rispetto alla composizione della musica, ma da questa deve essere influenzata, perché vogliamo che dialoghino a vicenda. Sono le sensazioni create da suono e voce riportate sotto forma di immagini o video. Nel nostro primo pezzo “Chimera” i disegni dialogano totalmente con i musicisti che vengo rappresentati in maniera stilizzata, essenziale. Inoltre, ci sono dei richiami all’arte italiana come Giotto, il Cristo morto del Mantegna, Michelangelo. Altri video che abbiamo sono immagini con una storia dietro. Lo scopo è quello di creare altre letture del messaggio testo-suono.”

Come i Gorillaz?

“Loro sono una Cartoon-band. Noi abbiamo in mente qualcosa di diverso. Mentre la band inglese usa i cartoni animati per dare vita al gruppo, noi vogliamo che musica e immagini si fondano per creare qualcosa di nuovo, che sia un altro componente del lavoro complessivo.”

 

Come mai questo nome?

“Nella musica classica il Maestro è il musicista che ha letteralmente dedicato gran parte della sua vita alla musica e a un certo strumento. Da tanti anni i miei amici mi chiamano Maestro, per giocare sul fatto che suono da sempre e sono effettivamente un maestro di musica. Questa cosa autobiografica l’abbiamo sfruttata per dare profondità al progetto già a partire dal nome. Volevamo che la band avesse un po’ di spessore, perché ci sembra che la musica oggi ne abbia perso un bel po’, insieme alle tematiche che finiscono nei testi. Anche Jim Morrison, per esempio, parlava di sesso e droga, ma le canzoni dei Doors trattavano anche la guerra, la politica e la vita quotidiana. Poi Maestro è anche una parola internazionale, speriamo sia di buon auspico. Vorremmo che la nostra musica fosse qualcosa verso cui approcciarsi con la voglia di avere sensazioni visive, sonore e di ogni altro tipo. Ci piacerebbe che le persone ci ascoltassero con attenzione e calma, come qualcosa a cui bisogna dedicare più energia e concentrazione, ma che alla fine ripaga dello sforzo.”

Ricercate un pubblico specifico quindi?

“No. Perché si può parlare di temi culturali a diverse profondità e con linguaggi diversi, universali. Non facciamo cose difficilissime e complesse. Il nostro è un linguaggio fruibile da tutti. Non sono esercizi di stile per far vedere quanto siamo bravi. Abbiamo anche strofe e ritornelli! C’è del POP!”

Di cosa parlano i Maestro?

“Di una cultura generalmente intesa, ma non come quella sbandierata sui social da qualche politico sempre affamato. Una cultura che crea conoscenza e pensieri da condividere, non quella che ti fa andare su facebook a scrivere cazzate o a esprimere opinioni da ignorante. Parliamo anche di esperienze personali e di affetti. Che si parli di amore o di politica o di quello che vuoi l’importante è avere un contenuto dignitoso e profondo.”

Durante i live come funziona con la grafica?

“Prepariamo le immagini che passeranno nello schermo durante l’esibizione. Sul palco siamo un duo elettronico e lo schermo ci sta molto bene lì nel mezzo. A proposito di live, il 2 gennaio suoneremo al Velvet Underground di Castiglion Fiorentino. È una bellissima opportunità, non vediamo l’ora.”

 

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Licei Poliziani nel mondo: intervista a Camilla Giannelli

Terza puntata del podcast, ospite Camilla Giannelli, voce e chitarra dei Ros. La front-girl della band punk-rock ci ha parlato delle sue esperienze televisive, la sua passione per la chitarra…

Terza puntata del podcast, ospite Camilla Giannelli, voce e chitarra dei Ros.

La front-girl della band punk-rock ci ha parlato delle sue esperienze televisive, la sua passione per la chitarra e la musica, con un occhio rivolto ai progetti futuri senza dimenticare però i meravigliosi anni liceali.

(intervista a cura di Leon D’Antonio – foto di Luca Farini)

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“Partita aperta”: la Compagnia Anime Specchianti racconta il suo spettacolo sul gioco d’azzardo

Il gioco d’azzardo rappresenta una rilevante problematica sociale, come attestato anche dai dati ufficiali dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, secondo cui, nel 2018 in Italia sono stati spesi 104,9…

Il gioco d’azzardo rappresenta una rilevante problematica sociale, come attestato anche dai dati ufficiali dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, secondo cui, nel 2018 in Italia sono stati spesi 104,9 miliardi di euro, con un incremento del 3% rispetto al 2017, e da quelli diffusi il 1 ottobre scorso dall’Istituto Superiore di Sanità, circa la crescita del 10% in quattro anni del numero di giocatori adolescenti.
Di fronte ad un quadro che desta preoccupazione, assumono pertanto un ruolo fondamentale le iniziative volte a contrastare l’insorgenza della patologia e a guidarne il percorso di guarigione. Proprio nel contesto di un progetto promosso con queste finalità a Cervia nel 2018, è nato Partita Aperta – Il modo più sicuro per ottenere nulla da qualcosa, spettacolo scritto e diretto dalla Compagnia Anime Specchianti, in programma sabato 14 al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena.

La Compagnia Anime Specchianti, di cui fanno parte le attrici Martina Cicognani, Francesca De Lorenzi, Giorgia Massaro e Chiara Nicastro, porta in scena il tema della ludopatia con una pièce che descrive dal punto di vista emotivo la caduta nel vortice della dipendenza. Gli stati d’animo e i meccanismi psicologici dietro al gioco d’azzardo, affrontati sul palco, provengono da esperienze dirette raccolte nel corso di incontri con la pscologa Chiara Pracucci e alcuni ex giocatori. Per la sceneggiatura, le Anime Specchianti si sono infatte basate sulle risposte fornite alle domande che, seguendo un protocollo, gli operatori rivolgono ai soggetti ludopatici per comprendere il livello di gravità della dipendenza, in un percorso che parte dal gioco sociale e arriva alla patologia, passando per la credenza nell’entità della “dea fortuna”, alle menzogne raccontate per nascondere un comportamento dal quale non si riesce più ad astenersi.

«Al centro di una realtà continuamente colpita da richiami al mondo del gioco, occasioni per sfidare la fortuna dietro ogni angolo e insistenti messaggi pubblicitari in rete e tv, la ludopatia è un’insidia più frequente di quello che si pensi, e vi può cadere chiunque».

Il suo carattere universale smentisce l’opinione comune che siano gli uomini a soffrirvene maggiormente, e al contempo suggerisce di rivolgere campagne di prevenzione verso più giovani.

«Il fatto che la dipendenza dal gioco non abbia un riscontro visibile sul fisico delle persone, al contrario, per esempio, dell’alcolismo o dei disturbi dell’alimentazione, ne rende difficile il riconoscimento come malattia vera e propria, e di conseguenza anche l’accettazione di un percorso di uscita. Il nostro spettacolo, in questo senso, rappresenta un coro di voci da parte di chi dentro al problema c’è stato davvero e, per questo, meglio di chiunque altro può far conoscere le sensazioni legate a un’esperienza che quasi sempre inizia con un gioco, per poi farsi prepotentemente spazio nella vita quotidiana, non solo quella dei giocatori, ma di chi gli sta attorno».

Partita Aperta aggiunge al valore artistico dello spettacolo teatrale, la cifra della necessità con cui una tematica tanto diffusa merita di essere affrontata, e non evitata. Le Anime Specchianti arrivano così a portare in scena uno spettacolo che è anche il ritratto di una difficile realtà, composta da storie e testimonianze vere.

«L’universalità con cui la ludopatia può arrivare a colpire tutti i segmenti della società viene sottolineata dall’assenza di ogni valorizzazione delle caratteristiche delle quattro interpreti: siamo quattro, ma potremmo essere cento o una soltanto, espressioni di innumerevoli voci, rispetto ad un problema che è sempre lo stesso».

Quella della dipendenza da gioco non è però la sola problematica sociale ad aver attirato l’attenzione della Compagnia Anime Specchianti.

«Stiamo preparando un progetto che incontra il tema dell’immigrazione, con l’obiettivo di diffondere gli aspetti nascosti legati a questo fenomeno, e sensibilizzare ad attenuare la percezione negativa che sta permeando l’opinione pubblica a riguardo».

In attesa di conoscere i dettagli di questo nuovo spettacolo, Partita Aperta – Il modo più sicuro per ottenere nulla da qualcosa è in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena sabato 14 dicembre, alle 19 e alle 21. Per info e prenotazioni, contattare lo 3801944435.

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I Belindà presentano il loro primo album: “Non è un traguardo, ma un punto di partenza”

Hai Mai, Lucy! Lucy!, Fanta, Bambini Consumati, Non Mi Sopporto Più, Cos’è Che Non Va Nel Mio Orologio, Gioia, Night Runner. Sono questi i titoli degli otto brani che compongono…

Hai Mai, Lucy! Lucy!, Fanta, Bambini Consumati, Non Mi Sopporto Più, Cos’è Che Non Va Nel Mio Orologio, Gioia, Night Runner.

Sono questi i titoli degli otto brani che compongono l’album d’esordio dei Belindà, la band formata da Simone Rocchi – voce e chitarra acustica, Andrea Guazzini – voce e chitarra elettrica, Riccardo Mattiucci al basso e Giacomo Bastiani alla batteria. Quattro giovani musicisti che dal 2016 portano la loro musica in giro per la Valdichiana, arricchendo il proprio curriculum di esperienze esaltanti, come la partecipazione a Sanremo Rock nel 2017; l’apertura del concerto dei Baustelle nel 2018; l’incontro sul palco con il frontman dei Nobraino, Lorenzo Kruger; la presenza, durante la scorsa edizione, nella timeline del Mengo Music Fest di Arezzo. Durante il tour di circa 50 date che li ha impegnati l’ultimo anno, i Belindà hanno avuto occasione di presentare i propri brani, adesso finalmente racchiusi all’interno del loro primo album, disponibile dal 2 dicembre scorso su Spotify, iTunes, Amazon Music e YouTube.

Simone Rocchi e Giacomo Bastiani hanno raccontato di come questo non si tratti dunque di un disco di inediti, ma di una sintesi del lavoro svolto sinora:

“Un traguardo necessario per assumere la consapevolezza di chi sono i Belindà e presentarli al pubblico nelle varie essenze che li caratterizzano”.

Belindà, alla vecchia maniera, prende il nome della band e dà rappresentazione delle influenze che più hanno guidato il suo intendere fare musica in questi primi anni, a partire dai generi più apprezzati dai componenti del gruppo.

“L’album si articola in otto brani, con richiami che vanno dal jazz all’heavy metal, composti da noi in tempi e situazioni tutti diversi tra loro. Ogni pezzo ha una storia a sé, perciò l’aspetto più difficile nel lavorare a questo album è stato proprio trovare un ordine che facesse da filo conduttore per tutti i brani, in un certo senso individuare la strada su cui ripercorrere le varie tappe del nostro percorso fin qui. L’idea di pubblicare un album è nata per riassumere, in qualche modo, quanto fatto dal nostro debutto: si è trattato di un passaggio obbligato prima di rimetterci a comporre cose nuove. È stato un lavoro lungo, anche perché lo abbiamo svolto parallelamente a svariati impegni personali, ma sentivamo che avremmo potuto pensare ai prossimi progetti soltanto dopo aver chiuso questo capitolo. Grazie alla collaborazione con Enrico Zoi, che ci ha affiancato in tutta la produzione, siamo arrivati alla selezione dei brani da inserire nell’album, su cui abbiamo lavorato per circa un anno, avvalendoci anche della professionalità di Marco Romanelli e Tommaso Bianchi per mix e mastering”.

Belindà è un disco autoprodotto, che parla dei Belindà in tutto e per tutto, a partire dalla copertina, per la quale è stata scelta l’immagine dello scorso tour, alle sonorità, quasi totalmente prive di elementi esterni.

Belindà si apre con Hai Mai, brano più spiccatamente pop, nato in un momento di interrogativi sul futuro, seguito da Lucy! Lucy!, singolo di cui il videoclip è già stato pubblicato lo scorso 20 settembre per la regia di Edoardo Terrosi; Fanta, che riassume le suggestioni sul tema del viaggio raccolte tra i nostri sostenitori durante il ritorno da Sanremo, e Bambini Consumati, una ballad che incontra il rock, ancora presente in Non Mi Sopporto Più, Cos’è Che Non Va Nel Mio Orologio?, Gioia e Night Runner“.

Cosa dice dei Belindà questo album?

“Il progetto, nella sua completezza, non sta ad indicare un punto di arrivo, o la volontà di lanciare uno specifico messaggio, se non quello di voler rendere ancor più solida la base su cui costruire la strada futura dei Belindà. L’unione di sound e generi, che può risaltare come caratteristica principale del disco, si manifesta come sintomo dell’entusiasmo con cui siamo diventati i Belindà, siamo cresciuti di concerto in concerto, tenendoci volutamente a distanza dei talent, ci siamo alimentati considerando la musica una necessità, con la prospettiva sì di farla conoscere ma non per inseguire la celebrità. I Belindà sono il risultato di un flusso continuo di riflessioni da esprimere, per un intento introspettivo che come termine ultimo non ha l’apparenza, ma la ricerca di chi insieme a noi può riconoscere e condividere certe verità”.

Sarà anche per questo che tra gli obiettivi della band c’è l’augurio di portare avanti la propria musica e riuscire ad arrivare ad un sempre maggior numero di persone.

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Ottavia Piccolo e Occident Express: i migranti “sono persone che cercano di vivere, semplicemente”

Venerdì 20 Dicembre inizia la stagione 2019-2020 al Teatro Poliziano. Arrivano, con Occident Express, Ottavia Piccolo e l’Orchestra Multietnica di Arezzo e con loro arriva Haifa. Haifa viene da Mosul…

Venerdì 20 Dicembre inizia la stagione 2019-2020 al Teatro Poliziano. Arrivano, con Occident Express, Ottavia Piccolo e l’Orchestra Multietnica di Arezzo e con loro arriva Haifa.
Haifa viene da Mosul e, dopo aver rischiato la morte a causa dell’ISIS, prende la nipotina di quattro anni e si mette in viaggio. Lottando per la vita percorre 5.000 chilometri e arriva infine in Svezia, ma nel frattempo affronta un viaggio, lungo la cosiddetta “rotta dei Balcani”, in cui affronterà la morte più volte e incontrerà la cattiveria e la bontà umana.
La storia di Haifa è una storia vera, raccolta e trasposta in scena. Ci ricorda che dentro il “fenomeno” della migrazione di cui tanto si parla ci sono persone, non numeri. L’Orchestra Multietnica di Arezzo ce la fa vivere con suoni e atmosfere, Ottavia Piccolo ce la racconta.
Con lei abbiamo parlato di questo lavoro (non spettacolo, perché “non vogliamo spettacolizzare una tragedia così epocale”).

Le è stato chiesto più volte perché abbia deciso di interpretare Haifa. Ha detto che interpretare questo personaggio è stato il suo modo di non voltare la testa dall’altra parte di fronte ai viaggi di queste persone. La motivazione per continuare a interpretarla è la stessa o è un’altra?

La motivazione è la stessa perché purtroppo continuiamo a pensare che queste persone siano soltanto un problema e ci dimentichiamo che sono persone che cercano di vivere, semplicemente, e che sono, come da sempre è successo, esseri umani che si spostano da dove c’è la guerra a dove non c’è, da dove c’è la fame a dove si spera di trovare qualcosa da mangiare. Mi piacerebbe molto che diventasse fuori moda parlare di argomenti di questo genere. Invece se si pensa a tutto quello che viene detto di queste persone, mi sembra veramente necessario continuare a raccontare.
Abbiamo fatto ormai circa 90 repliche di questo nostro viaggio e abbiamo visto che la gente è toccata dall’argomento e non credo che tutti quelli che vengono a vedere il nostro lavoro la pensino come me. Ma nello stesso tempo quando si racconta la storia di persone l’atteggiamento cambia, perché uno se ci pensa dice “Forse poteva capitare anche a me: che ne so che succede nel mondo, se un domani non sarò costretto a lasciare la mia casa”. Nessuno di noi ci pensa, però quante volte è successo?! Mi viene in mente la ex Jugoslavia: persone che vivevano le une accanto alle altre, di etnie diverse, di religioni diverse e nessuno aveva mai pensato che improvvisamente il proprio vicino di casa potesse diventare il proprio aguzzino.
Chi viene a vederci e a sentirci forse esce con un’immagine un po’ diversa da quella che viene veicolata comunemente dai mezzi di informazione.

Un viaggio ci trasforma sempre. Un viaggio come quello di Haifa, però, è una trasformazione continua ed estrema, che la porta ad avere occhi diversi con cui guardare il mondo. Cosa è cambiato nel suo sguardo da quando ha iniziato a lavorare a questo racconto?

Ho scoperto che sono molto più simile ad Haifa. Mi sono abituata a pensare davvero di raccontare una storia che potrebbe essere la mia. Gli incontri che questa donna fa per caso – incontra il bene e il male, la cattiveria ma anche la generosità degli esseri umani – mi hanno cambiato nel senso che mi danno una certa speranza che il mondo sia meno peggio di quello che ci raccontiamo.

Haifa, come le dice la sorella, è nata per stare ferma, ma finisce suo malgrado a viaggiare. C’è una cosa che lei non era nata per fare e invece si è ritrovata a fare?

Guardi, non lo so. Sono nata per recitare nel senso che ho cominciato a fare teatro che avevo 11 anni e sono ancora qui che giro per l’Italia e la cosa mi piace ancora, per cui da questo punto di vista sono diversa da Haifa. Volevo avere una famiglia e ce l’ho. Sinceramente ho avuto una vita molto fortunata per cui ho sempre fatto quello che mi piaceva e penso di continuare a farlo fino a che mi regge il fisico. No, per adesso no, non c’è una cosa che non volevo fare… ecco, meglio così.

Haifa parte perché vede il futuro negli occhi della nipote. Pensa che l’Occidente guardi negli occhi dei suoi bambini? Cosa ci vede?

Credo che se non ci sbrighiamo a guardare negli occhi dei nostri figli e dei nostri nipoti il mondo andrà a rotoli. Ci stanno dicendo che gli abbiamo lasciato un mondo schifoso che sta sull’orlo del baratro e non facciamo niente per tornare indietro. Non guardiamo in faccia la realtà, secondo me, e quindi i nostri figli e i nostri nipoti ci potrebbero veramente, come dire, accusare di averli traditi. Ma soprattutto non guardiamo al di là del nostro naso e non vediamo che disastri abbiamo fatto in tutto il mondo. Non soltanto dal punto di vista dell’ecologia, ma anche quello che abbiamo combinato nei paesi dove siamo andati, in cui abbiamo distrutto le economie, non abbiamo fatto nulla e adesso ci lamentiamo perché le persone di quei paesi cercano una vita migliore da noi. Da questo punto di vista io sono abbastanza ottimista se guardo in faccia le giovani generazioni: spero di non sbagliarmi.

Il lavoro si chiude con un monito: “Non sprecate l’aria.” In un intervista di qualche tempo fa non si diceva ottimista per come l’Occidente avrebbe affrontato le storie di queste persone in viaggio. In una più recente diceva però che nessuno spettatore è mai venuto a dirle che ciò che raccontate non è vero e che “gli esseri umani presi uno per uno sono meglio di quello che ci vogliono raccontare.”

Vado un poco random: il giorno che mi sveglio e leggo sul giornale che hanno trovato 39 cadaveri dentro un container mi dico “non c’è salvezza”. Il giorno dopo succede che un gruppo di ragazzi mi racconta che sta facendo un lavoro di integrazione con gente di tutto il mondo che è venuta nel nostro paese e allora mi dico “Visto? C’è speranza.”
Ho visto tante cose brutte ma mi aggrappo a quelle meno brutte, ecco. Per cui il nostro “non sprecate l’aria”, l’urlo finale che mandiamo vuol dire proprio non sprechiamo l’aria, quella che ci serve per vivere, non rendiamola più velenosa di quanto già non sia, e nello stesso tempo stiamo attenti anche a quelli che ci sono vicini e che camminano con noi. Insomma, c’è un minimo di speranza anche nella disperazione.

Considerando che sono passati due anni dalla prima volta che avete portato in scena questo racconto, pensa che qualcosa sia cambiato? L’Occidente ha bisogno di un altro monito o “non sprecate l’aria” è ancora ciò che dobbiamo sentirci dire?

Credo che le altre grida siano tutte conseguenti a questa, voglio dire le altre grida che possiamo fare per cercare di smuovere chi ci governa o anche di smuovere noi stessi.
Perché ci raccontiamo che la colpa è sempre di qualcun altro, di chi ci sta sopra, di chi ci sta accanto, ma poi in realtà nessuno di noi fa abbastanza per salvare e per salvarci.
Siamo sommersi da oggetti che ci hanno fatto credere che siano necessari quando ci sono persone che non hanno l’acqua e quindi non possono vivere. Noi ci riteniamo poveri se non riusciamo ad ottenere l’ultimo oggetto della corsa consumistica. Non lo so: un giorno sono ottimista, il giorno dopo sono disperata. Per fortuna tutte le sere che raccontiamo questa storia, io insieme a tutti i miei compagni musicisti in scena, mi conforto e dico “Noi ce l’abbiamo messo del nostro per aiutare gli altri a pensare a quello che ci succede intorno.” Speriamo che funzioni. Intanto noi continuiamo.

Haifa dopo tutti i suoi viaggi arriva anche a Montepulciano sabato 14 Dicembre alle 21:15. Partiamo con lei e usciamo dal Teatro Poliziano con occhi diversi.

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Licei Poliziani nel mondo: intervista a Francesca Del Toro

Nuovo ospite del podcast dedicato ai giovani del nostro territorio che si stanno distinguendo per i risultati ottenuti attraverso le loro passioni è Francesca Del Toro. La giovane torritese, diventata…

Nuovo ospite del podcast dedicato ai giovani del nostro territorio che si stanno distinguendo per i risultati ottenuti attraverso le loro passioni è Francesca Del Toro. La giovane torritese, diventata celebre per la sua partecipazione ad Amici 13, sta continuando la sua carriera da ballerina nel mondo dello spettacolo, con tante partecipazioni importanti a livello nazionale. Ha iniziato a ballare da piccolissima e la sua specialità è il moderno contemporaneo, ma le piace comunque provare e sperimentare stili diversi: una passione coltivata con grande spirito di sacrificio e tanto impegno.

(intervista a cura di Leon D’Antonio)

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Un Natale magico nel Presepe d’Arte a Torrita di Siena

La chiesa di San Domenico a Torrita di Siena è un piccolo edificio di culto nelle vicinanze della stazione ferroviaria e al suo interno, per le festività natalizie, tornerà un…

La chiesa di San Domenico a Torrita di Siena è un piccolo edificio di culto nelle vicinanze della stazione ferroviaria e al suo interno, per le festività natalizie, tornerà un Presepe d’Arte. Grazie all’impegno e alla passione di un gruppo di artisti e artigiani locali, guidati da Nico Posani e Carlo Becarelli, la tradizione è stata ripresa, con il coinvolgimento di tutta la comunità.

Il Presepe d’Arte si intitola “Ti lascio solo per un momento” ed è stato organizzato come un palco teatrale, con un proscenio e linee di profondità; è un presepe che parte da un’idea classica, ma che si muove verso simbologie e significati contemporanei, con un tocco magico in stile più “fantasy”. Abbiamo intervistato gli autori, per comprendere meglio la loro creazione.

Parlateci del presepe: che cosa volete rappresentare?

“Dopo circa sette anni abbiamo voluto ricreare il presepe nella nostra parrocchia, storicamente abbiamo sempre voluto comunicare un messaggio artistico. Quest’anno il titolo dell’opera è “Ti lascio solo per un momento”. Ci siamo immaginati la nascita su un carrozzone dei nomadi, degli zingari per intenderci, e il senso è che la Madonna lascia per un attimo il bambino da solo, perché deve parlare con i Re Magi impegnati a portare i regali arrivati da tutto il mondo.”

Da dove nasce l’idea di fare un presepe del genere?

“È ispirato alla vecchia Francia, alla Normandia per l’esattezza. Lo sfondo paesaggistico è ispirato a quelle zone. L’atmosfera è molto realistica, pur senza perdere quel tocco di magico. Ci piace pensare a un extra-mondo in cui lo spettatore può entrare in questa dimensione e tornare bambino, come per rivivere una favola. Abbiamo lavorato molto sul cielo, che è stata anche la parte più difficile, perché costellazioni e luna non dovevano rompere la dimensione prospettica di tutto il modello.”

Quali materiali avete usato e come vi siete fatti aiutare?

“Quest’anno abbiamo utilizzato il cartone al posto del polistirolo, che usavamo in passato. Il resto è materiale naturale, cartongesso per il cielo e l’illuminazione al led. In particolare, abbiamo cercato di ricreare in maniera realistica anche le ombre proiettate dalle luci della notte. Abbiamo ricevuto molto supporto da persone che volevano dare una mano, poi ci sono stati offerti materiali per la costruzione da aziende locali. La cosa più importante per noi è essere ripartiti con questo viaggio natalizio, che non era stato possibile ricreare per troppi anni.”

Come mai dare vita a un presepe del genere?

“Noi siamo innamorati dell’arte, ci sentiamo artisti e creare è la nostra missione. Inoltre, nella società contemporanea il messaggio del presepe si è perso, come anche il significato del Natale. Vogliamo ridare il vero significato a queste feste: il bene, la fratellanza, il ritorno all’infanzia nel momento in cui ci si ferma a guardare il presepe.”

Possiamo chiamarlo artigianato artistico?

“C’è un criterio legato alla realizzazione scenografica e quindi artistica, perché viene da un’idea e da un messaggio reso concreto tramite gli oggetti e gli elementi. Tutto quello che si può vedere è stato creato da una bottega d’arte. Perciò sì, chiamiamolo artigianato artistico.”

Siete tornati dopo sette anni a realizzare un presepe d’arte a Torrita: degli anni passati cosa ricordate con più affetto?

“Le emozioni forti che si provano durante la costruzione e quando poi lo vediamo finito, con le persone che rimangono affascinate. Per noi la cosa più importante è proprio questa: l’emozione che il presepe riesce a suscitare nella gente.”

Che obiettivi avete per il prossimo anno?

“Un’altra emozione. Sposteremo il viaggio in un’altra dimensione spazio-temporale rispetto a quella di quest’anno. Affronteremo un tema più profondo, meno classico, molto più scenografico, ma rimanendo sempre in una chiave facilmente leggile per lo spettatore.”

L’inaugurazione del presepe d’arte nella Chiesa di San Domenico è prevista per sabato 7 dicembre alle ore 18:30 in collaborazione con la Parrocchia, la Contrada Stazione e il patrocinio del Comune di Torrita di Siena. L’opera sarà visitabile tutti i giorni dalle 10:00 alle 22:00, per un viaggio magico nelle atmosfere natalizie che esprime tutta la passione dei suoi autori.

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All’Artusi di Chianciano il “Miglior Commis di Cucina della Toscana”

Il 29 novembre 2019 si è tenuto presso l’istituto Alberghiero IIS Pellegrino Artusi di Chianciano Terme, il concorso “Miglior Commis di Cucina della Toscana”, indetto dall’Unione Regionale Cuochi Toscani. Il…

Il 29 novembre 2019 si è tenuto presso l’istituto Alberghiero IIS Pellegrino Artusi di Chianciano Terme, il concorso “Miglior Commis di Cucina della Toscana”, indetto dall’Unione Regionale Cuochi Toscani. Il tema della competizione è stato la valorizzazione dei prodotti enogastronomici regionali.

Competizione. Molti teoreti dell’educazione supportano una visione negativa della competizione: il mettere l’uno contro l’altro gli studenti, l’optare per un sistema educativo che si basa sullo scontro dialettico, il quale si risolve in un sistema binario di vittoria o sconfitta, può sembrare il peggiore dei metodi di insegnamento. Competizione però può essere anche qualcosa di diverso. Con i moduli e la preparazione giusta, può ripristinare il suo significato etimologico di cum-petere, e cioè “andare insieme”, convergere verso un obiettivo comune. È il caso dell’arte culinaria, che proprio attraverso concorsi e gare valorizza il talento e la dedizione dei giovani chef. 

In Valdichiana, l’Istituto Alberghiero Pellegrino Artusi è una fucina di talenti, un laboratorio centripeto che accoglie studenti da gran parte del centro Italia.  È stata la Prof. Donatella Ruggia a individuare sei concorrenti, frequentanti il triennio di enogastronomia, che sono stati messi alla prova nel concorso Miglior Commis di Cucina della Toscana, indetto dall’Unione Regionale Cuochi Toscani.

«I ragazzi hanno proposto alla giuria due antipasti, due primi, un secondo alla radicofanese e infine un dessert» ha affermato la Prof. Ruggia «Il concorso prevede la valorizzazione dei prodotti tipici, offerti da Mukki, e dai Consorzi del pecorino toscano, olio toscano, finocchiona, pane e tartufo. Il  ragazzi dovranno utilizzare, nel piatto elaborato, uno o più ingredienti del paniere che è stato loro consegnato».

La giuria – composta dagli chef Salvatore Quarto e Vito Quarto, il pastry chef Ettore Beligni, pronto per i campionati mondiali di pasticceria che si svolgeranno a Singapore, e Rossella Gulianelli, referente per Chianciano dell’Unione Cuochi Toscani – ha avuto modo di sperimentare la preparazione dei ragazzi del corso di enogastronomia, e di quelli del corso di sala e vendita, che hanno coordinato il servizio al tavolo dei giurati.  

La vincitrice è stata Evelyn Mariacristina Macario Villalta, che ha conquistato il palato della giuria, con il suo dessert Il Giardino di Papà, (una mousse al pecorino con mirror cake ai lamponi, frolla bretone al cacao aromatizzata al rosmarino e una spugna alla menta). Con la vittoria, si è conquistata un posto in finale regionale, che si terrà a Firenze, il prossimo 27 Gennaio 2020. In tale fase saranno poi individuati tre finalisti che rappresenteranno la Regione Toscana ai campionati della cucina italiana di Rimini in Febbraio.  

«È fondamentale preparare i giovani chef, in questa fase della loro formazione, alla valorizzazione dei prodotti del territorio. L’attenzione per le eccellenze e le tipicità, è un fondamento professionale che muove gran parte del settore turistico in Toscana» a parlare è la giurata Rossella Giulianelli, referente per Chianciano dell’Unione dei Cuochi Toscani. «Come URCT cerchiamo di rafforzare la partnership con i consorzi regionali che supportano le produzioni dei prodotti tipici della nostra regione, nel rispetto dei requisiti di qualità. Crediamo sia importante passare questa ricchezza ai giovani chef. I nostri consorzi contano moltissime aziende che lavorano costantemente, seguendo disciplinari anche molto rigidi di rispetto della qualità».

Il concorso si pone di valorizzare i prodotti toscani negli istituti alberghieri della Regione Toscana. Presso l’IIS Artusi, questo movente, ha un valore aggiunto: l’Artusi conta iscritti da tutta l’area del centro Italia con studenti da Siena, da Arezzo, dal ternano, dalla Tuscia, dal perugino e da molte altre aree, che si trovano a confrontarsi con le tipicità del territorio.

«È con estremo piacere che abbiamo accolto la partecipazione dell’Istituto Alberghiero Artusi di Chianciano nelle fila delle scuole del Concorso» continua Rossella Giulianelli «Abbiamo avuto adesioni da parte della quasi totalità degli istituti alberghieri della Toscana, e da chiancianese sono felice di veder annoverato anche l’istituto della mia città. Il concorso sta acquisendo sempre più importanza e autorità nel panorama italiano. È una grande opportunità di formazione e di crescita. Questi ragazzi, che già si confrontano ogni giorno con la professionalità della cucina, avranno modo di lavorare a fianco di colleghi coetanei, provenienti da altre aree geografiche e culinarie diverse, vedere pratiche diverse e stare con più consapevolezza in un contesto professionale. Certo, è una gara, ma non è necessario vincere: la competizione aiuta ad avere più voglia di crescere e di formarsi». 

Allo stesso mondo dell’inclinazione formativa dell’istituto alberghiero, il concorso si propone di fornire ai giovani chef un’impostazione più integra, che spesso viene fin troppo colorata dall’immagine televisiva che negli ultimi anni è filtrata dai media.

«I ragazzi devono capire da subito che il mondo del lavoro non è un programma televisivo» conclude Rossella Giulianelli, «Nei media passa un’immagine dello chef da cooking show, quando è un lavoro di sacrificio, che impegna anche dodici o quindici ore al giorno. Quello che gli istituti alberghieri, così come tutti gli ambiti di formazione in questo settore, compresi i progetti che portiamo avanti come Unione Regionale Cuochi Toscani, devono prosi come obiettivo è trasmettere l’amore per questo lavoro. Dobbiamo far capire quali sono i sacrifici necessari per immergersi in questo mondo. Non ci devono essere lacune professionali: se già da giovane c’è una buona preparazione – in tutti i settori, dalla cucina alla pasticceria – non si avranno problemi nei luoghi di lavoro». 

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Le Sardine devono creare laboratori di democrazia

Nato dall’idea di tre amici, il Movimento delle Sardine sta riscuotendo un successo inaspettato, confermato dai grandi numeri di adesione alle manifestazioni di piazza. Roberto Morotti, 31 anni, ingegnere, Giulia…

Nato dall’idea di tre amici, il Movimento delle Sardine sta riscuotendo un successo inaspettato, confermato dai grandi numeri di adesione alle manifestazioni di piazza. Roberto Morotti, 31 anni, ingegnere, Giulia Trappoloni, 30 anni, fisioterapista e Andrea Garreffa, 30 anni, guida turistica, sono gli organizzatori della mobilitazione d’esordio a Bologna. Ma cosa propongono di concreto le Sardine?

Il fatto che si identifichino esclusivamente come un movimento anti-Salvini mi fa riflettere sull’incapacità di una certa parte della società civile italiana di indirizzare le energie politiche verso percorsi a lungo termine, che includano proposte, soluzioni, dialogo e confronto. Non sono tra quelli appartenenti a una delle mille sinistre, che criticano a prescindere questo movimento. Mi schiero tra quelli che da una tradizione di sinistra ci provengono per educazione familiare, per trasmissione di valori democratici, antifascisti e resistenziali, tramandati da mio nonno (partigiano medaglia d’argento al valor militare) fino a me.  Sono uno di quelli che la Sinistra non l’ha mai vissuta, se non in contesti locali, associazionistici, familiari, intimi. Sono uno di quelli che per la Sinistra si è mosso e mobilitato, senza mai averla vista nascere.

Delle Sardine sono attualmente un sostenitore e in quanto tale ho aspettative, proposte e critiche per il rilancio di una parte politica avvilita, straziata, ma anche corrotta e smarrita. Qualche giorno fa stavo parlando con il Prof. Paul Ginsborg proprio a proposito di questo “banco di pesci” che sta provando a nuotare controcorrente nelle acque torbide e pericolose della politica. Le parole che più frequentemente risuonavano all’interno del suo studio, nel quale lo scorso anno ci riunivamo insieme ad altri ragazzi sotto il nome di “Serraglini”, erano “dialogo” e “passioni”. Per circa 40 minuti abbiamo discusso della crisi dell’Università, di chi la vive, delle mie incertezze e delle mie paure per il futuro. È stata anche l’occasione per parlare di un argomento che coinvolge proprio le Sardine e che è ben spiegato in un articolo uscito il 27 novembre sul Fatto Quotidiano, in cui Paul Ginsborg fa una breve – ma esaustiva – analisi delle mobilitazioni civili dell’ultimo anno in tutto il mondo. Ad animarle sono soprattutto giovani, a volte giovanissimi; sono studenti di ogni età e grado; sono donne coraggiose e forti. È una generazione in pieno dialogo, forse impaurita dal presente e dal futuro incerto, stanca della precarietà, decisa a muovere i primi passi per cambiare il mondo. Tra le manifestazioni globali dell’ultimo anno ce ne sono state anche di pericolose, come quelle dichiaratamente razziste e fasciste, ma la maggior parte si sono dette democratiche e progressiste, proprio come le Sardine. Qualcosa sta cambiando. Le rivolte contro il sistema liberista (e liberalista) in America latina ci parla di un risveglio di coscienze di proporzioni gigantesche; la lotta di una ragazza di 16 anni per nuove e concrete politiche ambientali, ha smosso milioni di persone in tutti gli angoli del pianeta, unendole come forse solo il Sessantotto era riuscito a fare; il movimento femminista è riuscito perfino a coinvolgere ambienti integralisti arabi, in cui le donne vivono ancora in condizioni di subordinazione inaccettabili. Il 2019 è stato l’anno delle mobilitazioni. Qualcosa sta cambiando e forse cambierà davvero.

Tra le voci di protesta si sono levate anche quelle di tre ragazzi capaci di condensare tutta l’avversione alle politiche fasciste e razziste in manifestazioni di piazza che hanno ormai raggiunto proporzioni impensabili. Solo a Firenze la sera del 30 novembre, secondo gli organizzatori della manifestazione, si sono radunate in Piazza della Repubblica 40mila persone. Il messaggio è contrastare l’avanzata della Lega di Salvini, la sua politica basata sull’odio e sulle bugie. È un popolo disgustato quello che sta scendendo in piazza contro l’arroganza e la volgarità di un leader politico circondato e sostenuto da personaggi scandalosi. Odio, rabbia, discriminazione, ancora odio. La gente non ne può più e allora si è unita, come per un processo naturale, per urlarlo in maniera pacifica e dignitosa all’ex “ministro della propaganda” (cit. G. Carofiglio).

Le Sardine a Firenze in Piazza della Repubblica

Gli ideatori delle Sardine non hanno intenzione di legarsi a nessun partito politico; non si candideranno alle elezioni regionali; e non hanno neanche un programma che contenga proposte o alternative concrete. Non è ancora chiaro quale sarà il loro futuro. Non è ancora chiaro se hanno intenzione di proporre qualcosa oppure se si limiteranno ai flash mob a tempo indeterminato. Ma dopo aver raggiunto un consenso così ampio, dopo essere riuscite a unire migliaia di persone in un’Italia politica altamente divisiva e a portare in piazza così tanti giovani, non costruire alcun programma politico sarebbe l’ennesima, cocente sconfitta della sinistra italiana. Significherebbe lasciare ricadere nella disaffezione politica tutta questa gente. Significherebbe darla vinta a Salvini. Significherebbe (come se già non ce lo avesse dimostrato da tempo) che la sinistra parlamentare non è più in grado di raccogliere la voce delle masse. Questo non se lo possono permettere, anzi non devono permettere che accada.

E allora le Sardine devono assolutamente avviare un profondo e intenso dialogo con la società civile democratica e antifascista come ad esempio Libertà e Giustizia, l’ANPI, Libera, i sindacati. Devono riuscire a riaprire la finestra del dialogo con i partiti politici, dalla quale dovranno passare gli umori della gente, le proposte che arriveranno dalle associazioni e l’aria di cambiamento nel modo di fare politica. Le Sardine dovranno allargarsi per coinvolgere non soltanto giovani e studenti, ma anche i lavoratori, i precari, gli operai, i disoccupati. Nel loro cammino, che auguro loro essere lungo e pieno di felicità, incontreranno ostacoli provenienti non soltanto dagli oppositori politici, ma anche da quella generazione che ha ridotto nello stato attuale l’Italia con incoscienza, arroganza e individualismo e che ha il coraggio di schierarsi a sinistra.

Insomma, se le Sardine vogliono entrare a pieno titolo nelle mobilitazioni che stanno scuotendo il mondo in questi mesi, dovranno cominciare a proporre. Nel 1968 gli studenti, ai quali si unirono gli operai delle fabbriche, avevano fatto delle loro assemblee universitarie dei veri e propri laboratori di democrazia. Occorre ricreare questi laboratori.

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Licei Poliziani nel mondo: intervista ad Alessandro Pinzuti

Primo ospite di questo nuovo podcast è Alessandro Pinzuti, atleta del gruppo sportivo esercito e In Sport Rane Rosse, vice campione mondiale giovanile, ma soprattutto ex alunno dei Licei Poliziani….

Primo ospite di questo nuovo podcast è Alessandro Pinzuti, atleta del gruppo sportivo esercito e In Sport Rane Rosse, vice campione mondiale giovanile, ma soprattutto ex alunno dei Licei Poliziani.
Con il ventenne di Acquaviva abbiamo affrontato vari temi: dai ricordi scolastici ai suoi vizi, dai sacrifici agli obiettivi futuri, il tutto con l’immancabile nuoto al centro di tutto.
Ringraziamo gentilmente il Centro Sportivo Esercito per aver concesso l’intervista ad Alessandro Pinzuti: ecco le sue risposte!

Ascolta “Licei Poliziani nel mondo – Intervista ad Alessandro Pinzuti” su Spreaker.

(intervista a cura di Leon D’Antonio)

 

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Quizas, Quizas, Quizas in scena al Teatro Caos di Chianciano: intervista a Manfredi Rutelli e Cristina Aubry

Si intitola Quizas, Quizas, Quizas, come la canzone di Osvaldo Farrés, cantata da più o meno tutti i crooners del mondo, ed è la nuova produzione di LST Teatro, che…

Si intitola Quizas, Quizas, Quizas, come la canzone di Osvaldo Farrés, cantata da più o meno tutti i crooners del mondo, ed è la nuova produzione di LST Teatro, che aprirà la nuova stagione teatrale del Teatro Caos di Chianciano Terme, organizzata e diretta dalla compagnia LST Teatro e patrocinata dal Comune di Chianciano Terme, sabato 30 novembre, alle ore 21:15.

Manfredi Rutelli, dopo il successo di Tacabanda e de Il secondo figlio di Dio che, portato in scena da Simone Cristicchi, ha trionfato nei teatri italiani, scrive una nuova delicata commedia al femminile: Quizas, Quizas, Quizas. Questa volta la protagonista è una donna, la bravissima Cristina Aubry, alle prese con uno dei temi più attuali della società moderna: la perdita del lavoro, tema trattato con leggerezza e umorismo.

Le donne della commedia italiana sono tradizionalmente tratteggiate in maniera peculiare: sono molto spesso donne al limite, sull’orlo di quello che – a seconda delle prospettive – può essere sia un baratro che un trionfo. Una cosa è certa: è molto raro che siano donne passive. Non subiscono quasi mai l’ordine degli eventi ma se ne rendono – prima o poi – artefici. Sarà che le maschere della commedia dell’arte italiana – fondamento del teatro moderno – proponevano figure femminili sempre attive, finanche nei ruoli di servetta o di locandiera. Anzi, era proprio nelle condizioni di subalternità che queste rovesciavano gli schemi ‘patriarcali’ della società, sbeffeggiando i Padroni e rifiutando obblighi sociali, matrimoni forzati, avances di vecchi libidinosi e soldati fanfaroni.

La penna e la visione scenica di Manfredi Rutelli entrano perfettamente in questa tradizione: il suo modo di raccontare e di rappresentare le figure femminili porta con sé le grandi maschere femminili della nostra commedia. Per Quizas Quizas Quizas, la figura femminile è Cristina Aubry, attrice e doppiatrice, che si confronta con un personaggio molto complesso dal punto di vista recitativo: la protagonista dello spettacolo è infatti Anna, una donna sulla cinquantina, che rimane bloccata dentro l’ascensore mentre sta salendo per andare a un appuntamento importante, presso un’agenzia di consulenza per chi perde il lavoro. Collegata con l’esterno solo grazie all’interfono dell’ascensore, Anna cerca una rocambolesca via d’uscita. In un turbinio di situazioni paradossali e comiche, tra ricordi giovanili e familiari, Anna si ritrova a fare i conti con un’esistenza mai facile, mentre intorno a lei le luci vanno e vengono, e le note della canzoncina “Quizas, quizas, quizas”, diffusa dall’interfono dell’ascensore, si confondono con il rumore delle corde d’acciaio e delle lamiere. Abbiamo incontrato Manfredi Rutelli e Cristina Aubry pochi giorni prima del debutto.

Innanzi tutto è interessante parlare di incontri umani: come è avvenuto l’incontro tra Manfredi Rutelli e Cristina Aubry? Che peso ha avuto il rapporto umano nella preparazione di questo spettacolo?  

Manfredi Rutelli: Questa è la fortuna di essere in una compagnia teatrale indipendente, dove cosa fare e con chi possiamo sceglierlo liberamente. Conosco Cristina da tanti anni; abbiamo già avuto occasione di lavorare insieme, quando la diressi in uno spettacolo di Pierpaolo Palladino, L’ultimo angelo. L’avevo vista recitare tante volte a Roma, è stata ospite del Festival Orizzonti con uno spettacolo intitolato Al Pacino e insomma, credo ci sia stata tra noi sempre, oltre che una piacevole amicizia, anche una profonda stima reciproca. Così, quando LST ha deciso di produrre questo spettacolo, è stato abbastanza spontaneo per me pensare a Cristina come interprete. Le ho fatto leggere il testo e, bontà sua, a lei è piaciuto. Così si è concretizzata questa nuova collaborazione. Ci siamo chiusi dentro il Teatro Caos a Chianciano Terme e abbiamo fatto nascere questo spettacolo, tra chiacchiere, mangiate e prove estenuanti…

Perché proprio  “Quizás Quizás Quizás”, come brano da utilizzare in una dimensione claustrofobica dell’ascensore? 

Manfredi Rutelli: Beh, intanto mi divertiva l’effetto paradossalmente comico di una canzoncina così spensierata in una situazione così angosciosa come quella che sta vivendo la nostra ansiosa protagonista. Ma poi c’è  anche il tormentone di questo “chissà, chissà, chissà” che è infondo il canto di una speranza disperata e allo stesso tempo fiduciosa, ottimistica, della nostra Anna, che spera, con il colloquio che deve fare all’agenzia che sta raggiungendo con l’ascensore, di poter risolvere una situazione personale, economica, molto problematica, come può essere quella della ricerca di un lavoro da parte di una donna non più giovanissima che si trova a fare i conti con un’esistenza mai facile. Chissà come le andranno le cose, chissà se l’aiuteranno a ricollocarsi, chissà se risolverà i suoi complessi nei confronti della figlia, e, soprattutto,  chissà se la tireranno fuori da quell’ascensore dove, molto metaforicamente, è rimasta intrappolata.

Lo spettacolo prevede un grande lavoro tecnico di allestimento: ci sono voci fuori scena, particolarissime sonorizzazioni che hanno un peso diegetico; spesso sono dei veri e propri inneschi narrativi: è come se chi sta dietro i mixer abbia una responsabilità “performativa” al pari degli attori. È una caratteristica di LST? Nel processo creativo degli spettacoli, consideri da subito gli elementi tecnici e i props di scena? 

Manfredi Rutelli: Vedi, per me suoni e luci sono fondamentali in uno spettacolo. Probabilmente la mia passione per il cinema, che non ho mai neanche provato a fare, ma di cui mi sono nutrito sin da bambino quando chiudevo tutto e facevo buio nella mia cameretta e proiettavo sulla parete i cartoni animati di Paperino e Topolino, me la porto ancora dietro. Così come porto con me la mia passione per la musica, i suoni, la sonorizzazione. Paradossalmente per uno che scrive, delle parole ne potrei fare anche a meno,  ma non potrei rinunciare alla visione scaturita dai suoni, rumori, azioni su musica, luci suggestive. Per questo ricerco sempre non una colonna sonora, non un sottofondo musicale, ma un partitura musicale, un corpo sonoro concreto; non un accompagnamento per le azioni, ma proprio un’altra azione. Credo che il suono possa avere la stessa energia di un’azione, lo stesso impatto emotivo sullo spettatore. E così per le luci. Ho la fortuna di lavorare, in LST Teatro, con musicisti come Paolo Scatena e Massimiliano Pace, con tecnici appassionati e preparati, con loro ci piace esplorare, e i nostri prossimi progetti, quelli che abbiamo in mente di realizzare nel 2020, saranno un’ottima occasione di studio e ricerca.

Lo schema drammaturgico dello spettacolo sembra familiare ai classici del teatro contemporaneo come Il calapranzi di Harold Pinter o Giorni felici di Beckett. Quando scrivi hai dei riferimenti? Dei “Maestri”?

Manfredi Rutelli: Accidenti, se avessi saputo di poter essere minimamente accostato ai due mostri sacri che hai citato, camminerei a 30 cm da terra! No, il mio è un artigianato molto più semplice: racconto storie. Nient’altro. Questo è il mio unico riferimento. Raccontare una storia. Questa storia mi è balenata in testa in un periodo della mia vita in cui effettivamente avevo delle difficoltà professionali ed economiche e anche relazionali, visto che non è mai facile ammettere, alle persone care che hai vicine, l’ipotesi, il rischio, di un fallimento. È un modo catartico di superare certe situazioni in cui ognuno di noi potrebbe venirsi a trovare. E non chiedermi il perché abbia trasferito tutto questo a un personaggio femminile, anziché in uno maschile,  visto il mio “genere”, perché si potrebbero aprire meandri da psicanalisi che potrebbero lasciar intendere cose che non sono. Chissà, chissà, chissà… Scherzi a parte, mi piace scrivere di personaggi femminili, non so perché, ma mi viene facile. Forse perché ho vissuto e tutt’ora vivo con moglie e due figlie, circondato da donne; sin da bambino sono state tante le presenze femminili nella mia vita. Mi  piace esplorare quella dimensione, che mi affascina, da cui sono infinitamente attratto e di cui sono perennemente incuriosito. E quando ho pensato alla storia da raccontare, ho pensato subito a una donna come protagonista: Anna. Era lì, con l’urgenza di raccontare la sua vita, i suoi rapporti, i suoi problemi con la madre, con la figlia, e con gli uomini, che in questa vicenda non fanno mai una bella figura!

Quanto è rilevante il fatto che la protagonista sia una donna? Quanto di questo personaggio è visceralmente – o sei vuoi stereotipicamente – femminile? 

Cristina Aubry: Con Manfredi ci conosciamo da anni e mi ha già diretta in uno spettacolo di Palladino, L’ultimo angelo. Questo testo è nato proprio per il teatro Caos. È stato importante, per me, venire a Chianciano e già dal primo giorno avere il teatro a disposizione. Si è creata una bella intimità, è stato come un ritiro nel quale la concentrazione era totale. Il personaggio di Anna è quello di una donna sui cinquant’anni che vive una condizione di solitudine e fallimento su tutti i fronti. Perdere il lavoro in un’età in cui non si è più giovani e non ancora vecchi è molto difficile per entrambi i sessi. Forse per una donna, socialmente, è ancora più discriminatorio. È femminile, secondo me, il fatto che abbia il coraggio di mettersi a nudo e a poco a poco crollino tutte le maschere; credo che questo coraggio sia strettamente femminile e in qualche modo dietro tanta fragilità si nasconde una grande forza.

La figura femminile sembra circondata da un’aura simbolica molto forte: tutto sembra significare qualcosa di più grande. Forse che siamo tutti chiusi dentro un ascensore e sta a noi decidere se sia una trappola o una barricata? 

Cristina Aubry: Anna nella sua vita non ha più nulla a cui appoggiarsi: una madre ancora molto ingombrante, una figlia che parte per l’Australia verso la quale nutre un forte complesso di inferiorità, un matrimonio finito e il licenziamento da lavoro. La tentazione di rimanere al sicuro, nel guscio, è forte… ma il suo coraggio è l’arma che le farà fare un ulteriore passo verso la liberazione. Credo che solo la sincerità con se stessi possa aiutarci a ripartire. Anche da zero.

Lo spettacolo Quizas, Quizas, Quizas, fuori servizio, con Cristina Aubry, scritto e diretto da Manfredi Rutelli, con le voci fuori scena di Pierpaolo Palladino, Alessandro Waldergan e Gianni Poliziani, con gli arrangiamenti musicali di Massimiliano Pace, la sonorizzazione di Paolo Scatena, le Luci di Simone Beco e l’allestimento scenico di Lucia Baricci, dopo la prima di Chianciano Terme, sarà a Roma la prossima settimana, al Teatro Tordinona, dal 6 all’8 dicembre, e da qui prenderà il via la sua tourneé per la stagione 2019/20.

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