La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Rubriche

Incontri di viaggio: l’inventore Pietro Proserpio (Lisbona)

Al piano più alto della libreria “Ler Devagar”, all’LX Factory di Lisbona, si trova un laboratorio che ospita le creazioni di Pietro Proserpio. Un artigiano giocherellone di origini italiane che…

Al piano più alto della libreria “Ler Devagar”, all’LX Factory di Lisbona, si trova un laboratorio che ospita le creazioni di Pietro Proserpio. Un artigiano giocherellone di origini italiane che si diverte a creare opere meccaniche.

Proprio sotto l’imponente Ponte 25 de Abril che sovrasta il quartiere Almada di Lisbona, si trova un’antichissima fabbrica di inizio Ottocento, abbandonata nel corso degli anni e dal 2008 riqualificata in un incredibile centro di aggregazione culturale: l’LX Factory.

Percorrendo le due strade parallele, divise da altissimi edifici con camini di sfogo e finestre giganti, ci si imbatte in negozi di artigianato, ristorantini alternativi ed esposizioni d’arte. Giovani e giovanissimi animano le vie, da ogni porta esce musica diversa. C’è chi suona la chitarra seduto su un muretto, chi la tromba mentre cammina tra i tavolini dei dehor. Gruppi di ragazzi e ragazze bevono birra e mangiano hamburgers. È gennaio, l’aria è fresca e piacevole e il sole non è ostacolato dalle nuvole.

Questo quartiere è famoso per la libreria Ler Devagar, in italiano “leggere lentamente”. Si possono comprare libri di prima e di seconda mano, ma anche CD di musica ed è possibile fare colazione o pranzare. La cosa più incredibile, però, è scoprire che all’interno viene ospitata la mostra permanente delle creazioni di Pietro. Appena notata la mia curiosità per quello che apparentemente ho scambiato per una caotica officina, l’inventore mi chiama tutto soddisfatto e orgoglioso per farmi da guida tra le sue macchine.

Molte raccontano storie, come l’avventura meccanizzata del Don Chisciotte. Altre ancora sono proiezioni della sua immaginazione, come l’originale città del futuro provvista di ascensori, palazzi e trasporti pubblici. C’è anche l’incredibile riproduzione di una scena del film “Tempi moderni” del genio del cinema di inizio Novecento Charlie Chaplin. Pietro dà vita alle sue macchine schiacciando pulsanti e muovendo levette in un concerto di rumori metallici e lucine a intermittenza. Sono veri e propri capolavori di arte-meccanica.

Una volta finito di mostrarci le sue invenzioni, chiedo a Pietro di raccontarmi la sua storia:

«Ero un operaio tessile, ma i fili non mi piacevano: ero innamorato delle macchine. Così ho iniziato a costruire un sacco di marchingegni, utilizzando materiali di scarto e tutta la mia immaginazione».

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Platonov, la commedia del passato che ha molto da dire sui ventenni di oggi

Sabato 25 gennaio 2020 va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano Platonov – Un modo come un altro per dire che la felicità è altrove, una commedia da Anton…

Sabato 25 gennaio 2020 va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano Platonov – Un modo come un altro per dire che la felicità è altrove, una commedia da Anton Čechov con la riscrittura scenica di Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo. Lo spettacolo è realizzato dalla compagnia di ricerca teatrale Il Mulino di Amleto, che gli spettatori poliziani hanno già potuta ammirare nel 2018, in occasione della replica de Il Misantropo di Molière. Come allora, anche per questo Platonov  la regia – così come la già citata riscrittura – è di Marco Lorenzi. Lo abbiamo incontrato a pochi giorni dalla replica in Valdichiana.

Ok Boomer, il meme che ha imperversato negli ultimi mesi del 2019, ci mostra un conflitto generazionale dai molteplici sottotesti, ma che muove da una matrice ben precisa: il mondo che i padri hanno lasciato ai figli è devastato, è in crisi, è rovinato dall’inquinamento, è prossimo alla fine per colpa dell’egoismo scriteriato, dello sviluppo insostenibile che è andato crescendo da cinquant’anni a questa parte. L’espressione la usano i ventenni, e la veicolano con lo strumento espressivo più efficace che conoscono: internet.

Nel 1880 un precoce e irrequieto Anton Pavlovič Čechov, stabilitosi da pochissimi mesi a Mosca, dopo aver concluso gli studi ginnasiali a Taganrog, aggregò tutta la sua irriverenza, tutte le sue tensioni giovanili, tutto il disprezzo per la cittadina di provincia da cui veniva, e tutti i suoi interrogativi sul futuro, in un testo teatrale monumentale senza titolo: spedì quindi l’enorme plico di 230 pagine all’attrice Marija Ermolova, una superstar della compagnia stabile presso il Teatro Maly di San Pietroburgo, con tanto di dedica e profonda fiducia nel grande successo che una lettrice così importante gli avrebbe garantito. Anton attese una risposta per mesi e quando questa giunse si configurò come una prima grande bastonata nella carriera del futuro autore e drammaturgo: «Ho letto il suo manoscritto. Dovrebbe occuparsi d’altro, cambiare mestiere», rispose la Ermolova. L’amarezza fu tanta da convincere Čechov a distruggere il manoscritto e abbandonare la scrittura di testi teatrali: per cinque anni, infatti, si occuperà esclusivamente di racconti. L’opera fu riscoperta solo dopo la morte del grande autore russo e venne messa in scena solo a partire dagli anni ’20 del novecento. I titoli utilizzati furono principalmente due: Bezotcovščina (Orfano di Padre) e Platonov

Quanto i vent’anni di Čechov nel 1880 sono assimilabili ai vent’anni del 2020? Ne abbiamo parlato con Marco Lorenzi, che sul testo di Platonov ha operato un particolarissimo lavoro di riscrittura scenica.

Comincerò facendoti una domanda sulla metodologia de Il Mulino di Amleto. Quello a cui assistiamo, quando si vedono i lavori a cui la compagnia ci abituato con spettacoli quali Il Misantropo, La Tempesta e molti altri, tutti fedelmente eseguiti dal punto di vista testuale ma rimodulati dal punto di vista scenico: qual è il processo di lavoro nel confronto con i testi classici?

Marco Lorenzi: Il lavoro che facciamo di rilettura sulla grande drammaturgia classica lo riassumiamo in una formula: “affrontare i testi classici come fossero contemporanei e i contemporanei come fossero dei classici”. Quello che cerchiamo di fare – in tutto il processo creativo dalla rilettura del testo al concetto dello spazio scenico, al lavoro in sala prove – muove da un assunto ben preciso: gli autori classici hanno avuto la capacità straordinaria di leggere l’universalità dei caratteri umani. Al di là delle piccole trame che hanno pensato, sono diventati patrimoni dell’umanità per la lettura che hanno dato della vita degli uomini e del mondo intorno a loro. È incredibile come l’essere umano, analizzato nell’ottica di Molière per esempio, sia sempre contemporaneo a sé stesso. Le neuroscienze oggi attestano la stessa cosa: dal punto di vista emotivo ed emozionale la nostra evoluzione è molto più lenta dello sviluppo tecnologico. Dal punto emotivo siamo similissimi a Platone o Socrate. Questa capacità dei grandi autori di entrare dentro il nucleo dell’essere umano è perennemente contemporanea. Parliamo di esseri umani che reiterano una condizione. Questa cosa è ancora più chiara soprattutto se si ha una capacità o volontà di entrare dentro i meccanismi di certe drammaturgie del passato e volerle leggere bene. Quello che invece invecchia e passa facilmente con il tempo, sono le forme. Shakespeare, Molière, Čechov, ma anche Sarah Kane, descrivono questa profonda conoscenza dell’essere umano con le tecniche e le forme del loro tempo. Queste forme invecchiano. Quello che facciamo noi, quello che fa Il Mulino di Amleto, in fase di creazione è, una volta individuata questa noce, il che-cosa alla base del testo, andiamo a cercare quelle forme, del nostro tempo, equivalenti a quelle indicate nell’originale. Forme che possano essere comunicative per la forma della vita di oggi.

E come reagisce a questo tipo di lavoro il “pubblico di Netflix”, abituato ormai in maniera pervasiva ad altre forme di narrazione?

ML: Partiamo dal presupposto che se noi cercassimo una concorrenzialità verso Netflix partiremmo sconfitti. L’efficacia del linguaggio della serialità cinetelevisiva è completamente differente. Il teatro vive di presenza. Ha questa peculiarità stratosferica per cui una cosa che accade tra esseri umani che sono contemporaneamente nello stesso spazio. Senza illuderci che stiamo guardando una mimesi della realtà, uno spaccato di vita reale, sappiamo benissimo tutti che ciò che accade in scena ne è una suggestione, un simbolo, una metafora se vogliamo, in cui il pubblico è coinvolto, insieme all’attore, da una o più domande che ci riguardano. Questo è il motivo per cui lo spettatore, nel nostro processo creativo, non è un referente dello spettacolo, ma è un agente, è continuamente preso in considerazione. Molto spesso viene chiamato in causa direttamente. Non è lo spettatore di una storia da vedere comodamente seduti, non è un lineare sviluppo di trama da seguire: per questo tipo di narrazione pura ci sono altri – e più efficaci – mezzi di comunicazione. Il pubblico dei nostri spettacoli si ritrova partecipe di quello che fondamentalmente è un meccanismo rituale: ci ritroviamo insieme, a teatro, in quella che è una comunità temporanea, formata da attori e spettatori, a interrogarci su quello che vuol dire essere umani. La reazione dello spettatore – mi viene da dire – è che si trova quasi sempre piacevolmente spiazzato di fronte a un Čechov rappresentato con questi metodi.

Platonov è un testo scritto da un ventenne. Lo si capisce soprattutto dalla riflessione sul talento e sull’aspettativa nei confronti del futuro. Sembra parlare più ai ventenni di oggi che a quelli del tardo XIX secolo. Nel testo, a un certo punto, appare questa battuta, affidata proprio al protagonista, che ben riassume la tematica: «Ricordate quando voi vedevate in me un Lord Byron, e io sognavo di diventare ministro o un Cristoforo Colombo? Sono maestro elementare, Sòfia Egòrovna, nient’altro». C’è a tuo parere una tacca di rappresentazione generazionale di quelli che banalmente chiamiamo giovani d’oggi?

ML: I temi in Platonov sono tantissimi. È un testo sconfinato: l’originale è composto da 230 pagine. Un’enciclopedia. Sicuramente tra le tematiche più forti, intorno alle quali poi abbiamo costruito il riadattamento del testo e la reazione dello spettacolo, sono stati il rapporto generazionale e il concetto di eredità, tra padri e figli. Un’eredità che ovviamente non è solo intesa da un punto di vista economico, ma anche morale, valoriale, sociale. Sono gli insegnamenti di cui una nuova generazione si sente sprovvista, a causa di una generazione precedente, di padri, che è fuggita. Questo fa sì che ci sia una generazione fragile e smarrita. Questa è una cosa che ci riguarda terribilmente. Un altro tema molto forte in Platonov intrecciato al tema precedente – ovviamente per quanto riguarda la lettura che ne diamo noi – che si esplicita nel rapporto tra Platonov e Sofja, è riassunto da una battuta estraniante: «ma perché non viviamo come avremmo potuto?». Questa è la domanda gigantesca che riguarda la nostra attualissima incapacità di credere nel presente e raccontarci continuamente che la felicità sarà domani, o che la nostra felicità è stata nel passato e mai nel presente. La felicità, da sempre, è sempre altrove.

Se questo materiale ha resistito al giudizio del tempo, probabilmente ha toccato nervi emotivi negli esseri umani che, purtroppo o per fortuna, rimangono scoperti…

Siamo ancora quegli esseri umani che racconta Čechov, cambiati forse nella forma che diamo alle nostre giornate, ma non nei contenuti.


Foto di Manuela Giusto

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Nel Festival Nazionale del Teatro Amatoriale di Acquaviva tutta la passione per il teatro

Si inaugura sabato 18 gennaio l’edizione 2020 del Festival Nazionale del Teatro Amatoriale, la rassegna organizzata dall’associazione Il Fierale, che da cinque anni ospita compagnie da tutta Italia al Teatro…

Si inaugura sabato 18 gennaio l’edizione 2020 del Festival Nazionale del Teatro Amatoriale, la rassegna organizzata dall’associazione Il Fierale, che da cinque anni ospita compagnie da tutta Italia al Teatro dei Concordi di Acquaviva.
Dopo i primi due spettacoli, GiGaVa Comiconcerto e La Banda degli Onesti, la stagione teatrale prevede infatti l’arrivo di sei compagnie amatoriali che si susseguiranno sino a fine marzo, dopodichè, sabato 18 aprile, si svolgeranno le premiazioni della rappresentazione che ha ricevuto maggiori consensi da parte del pubblico.

Dal 2016, anno del suo esordio, il Festival rappresenta un’occasione di incontro con molteplici realtà del Teatro Amatoriale italiano, un ambito che riscuote sempre più interesse a livello culturale, basti pensare che ad oggi la Federazione Italiana Teatro Amatori conta 1.500 associazioni artistiche affiliate, con oltre 20.000 soci iscritti. Una dimensione che l’Associazione Il Fierale, distinta per l’attenzione riservata alla crescita della comunità di Acquaviva anche attraverso l’espressione dello spettacolo, non poteva non considerare all’interno delle tante iniziative proposte durante l’anno.

Il Teatro dei Concordi è difatti sede di numerosi appuntamenti che coinvolgono gli appassionati di teatro, a partire dai progetti Vivaio dei Concordi e Teatro Danza, rivolti alle fasce d’età più giovani, alla Compagnia Colpi di Scena e alla Compagnia dei Concordi con i suoi spettacoli musicali. Un ambiente vivace dal punto di vista culturale che molto deve alla sensibilità dimostrata dagli abitanti di Acquaviva nei confronti dell’arte teatrale, dimostrata nel continuo perfezionamento dei laboratori organizzati e dalla volontà di rendere il Teatro dei Concordi un serio punto di riferimento dove, oltre alle iniziative di formazione, poter apprezzare una stagione teatrale completa di numerosi eventi. Questo fu il proposito che caratterizzò la costruzione del Teatro, inaugurato nel 1908, e il suo recupero nei primi anni ’80, dopo decenni di utilizzo come sala per feste. A seguito del restauro e della gestione da parte dell’Associazione culturale Le Aie, nel 2014 venne affidato all’Associazione Il Fierale.

Il Festival del Teatro Amatoriale rende onore alla vocazione maturata in oltre un secolo di attività, di essere per Acquaviva un luogo per la valorizzazione della cultura del teatro popolare, oltre che a costituire un momento di conoscenza di nuove Compagnie. Nel corso delle prime quattro edizioni, sono state più di 20 le compagini arrivate ad Acquaviva per partecipare al Festival, tra le quali quest’anno si nota il ritorno della Compagnia Teatrale Arca di Trevi e della Compagnia Teatrale Costellazione di Formia.

L’appuntamento che inaugura l’edizione 2020 del Festival Nazionale del Teatro Amatoriale è Rumors, la commedia brillante firmata da Neil Simon, portata in scena dalla Compagnia Laboratorio Terzo Millennio, proveniente dalla provincia di Savona. Seguono Il Berretto a Sonagli, di Pirandello, sabato 1 febbraio a cura della Compagnia Luna Nova di Latina; Nemici come prima, di Gianni Clementi, sabato 15 febbraio, con la Compagnia Teatrale Arca di Trevi; Intrappolata, commedia noir scritta da Steve Braunstein, sabato 29 febbraio, con la Compagnia Teatranti Quanto Basta di Calci; Oh Dio mio!, di Anat Gov, sabato 14 marzo a cura della Compagnia CLAET di Ancona e Chocolat, uno spettacolo di teatro fisico su un testo scritto da Roberta Costantini e liberamente ispirato a Chocolat di Joanne Harris, con la Compagnia Teatrale Costellazione di Formia.

Per quanto riguarda lo spettacolo di apertura, la trama è quella ben conosciuta della spassosa commedia di Neil Simon: il vice sindaco di New York, Charley Brock, e sua moglie invitano nella propria casa degli amici per festeggiare i dieci anni di matrimonio. Gli invitati sono tutti cittadini facoltosi: avvocati, un candidato al Senato, uno psicanalista. I primi arrivati a casa dei Brock trovano però uno spettacolo tragico: il loro ospite è a terra in un lago di sangue e della moglie non vi è traccia. Temendo uno scandalo negli illustri ambienti della city, gli amici decidono a non rivelare agli altri ospiti ciò che hanno visto, ma l’arrivo di questi rende l’intenzione via via più difficile, tanto che si innesca un crescendo di contraddizioni, equivoci e pettegolezzi (da cui il titolo rumors), che non fanno altro che intricare le cose. La situazione peggiora con l’incombere degli incidenti domestici che capitano ai personaggi, in un ritmo frenetico di avvenimenti che innalza la tensione fino all’arrivo della polizia.

Il regista, Carlo Deprati, dichiara di aver raccolto una sfida mettendo in scena questa commedia, vista la complessità del testo, che richiede agli attori una precisione professionale in battute e tempi scenici, ma che al contempo è la promessa di una performance divertente.

I biglietti per gli spettacoli e gli abbonamenti al festival sono disponibili in prevendita o in prenotazione presso il negozio “Arredo Culicchi” in via F.lli Braschi 71, Acquaviva di Montepulciano (dalle ore 17 alle ore 19) o al numero di telefono 0578767562.

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“Amleto. Uno studio”, Loredana Scaramella racconta il dramma shakesperiano

La celebre opera shakesperiana Amleto arriva al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, in una versione inedita, frutto di un adattamento a cura della Compagnia Juniores del corso di…

La celebre opera shakesperiana Amleto arriva al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, in una versione inedita, frutto di un adattamento a cura della Compagnia Juniores del corso di alta formazione professionale del Teatro Golden di Roma, guidata dalla regia di Loredana Scaramella. Il prossimo 18 gennaio, la messa in scena di questo spettacolo segna l’esito di uno studio condotto dai giovani attori sul testo di Shakespeare, proprio sotto la supervisione di Loredana Scaramella, loro insegnante, oltre che nome ben noto nel panorama teatrale e televisivo per le attività non solo di recitazione, ma anche di regia, casting e scrittura.
È stata lei a presentare Amleto. Uno studio.

A cosa si deve il progetto di affrontare un classico della drammaturgia come Amleto?

«Dopo un lungo lavoro svolto sui sonetti, è arrivato dagli attori il proposito di misurarsi con un testo compiuto di Shakespeare. L’approfondimento su un’opera tragica del calibro di Amleto è un’idea ambiziosa ma opportuna per chi vuole intraprendere una carriera nella recitazione. E poi c’è da dire che un’opera del genere si può affrontare solo con l’incoscienza dei giovani o con tanti anni di esperienza alle spalle».

L’adattamento in Amleto. Uno studio che tipo di modifiche ha richiesto rispetto all’opera originale?

«Questo spettacolo risulta da una riduzione del testo: sono stati sacrificati i dettagli sul contesto politico che fa da sfondo alla vicenda, mentre è stata data attenzione ai rapporti umani che intercorrono tra i personaggi. Gli attori sono stati coinvolti in un lavoro di scrittura a cui hanno partecipato ricercando fonti iconografiche e bibliografiche, su cui costruire le relazioni personali presenti nella trama».

In che modo oggi può rivelarsi attuale Amleto?

«Il tema centrale dell’opera, dal quale si snodano le azioni dei personaggi, è la vendetta, un piano che tuttavia non trova compimento in quanto interviene la riflessione. L’uomo che pensa, che si interroga, viene frenato nell’azione dalla potenza del dubbio, e per questo alla fine non riesce a muoversi dallo stallo in cui si trova. In questo sta l’affinità con l’uomo dell’era moderna. In un tale stato di sospensione dell’animo, anche l’impalcatura su cui corrono le scene e che caratterizza ogni singolo personaggio assume la duplicità di uno schema binario: in Amleto coesiste la nobile statura dell’eroe tragico e il ruolo del foux, il folle a cui, solo, nella società è consentito di dire ciò che nessuno può rivelare. Il suo progetto di vendetta non realizza il culmine della tragedia, ma allo stesso tempo le allusioni alla sfera di imperfezione e finitezza che circonda Amleto si esprime in chiave umoristica».

Quali elementi completano le azioni sul palcoscenico?

«Senza dubbio le musiche, in parte originali e in parte basate su adattamenti, definiscono le ambientazioni attraverso la loro forza evocativa, così come i movimenti scenici, perfezionati da Alberto Bellandi e Laura Ruocco, costituiscono nella loro caratteristica intermittenza non solo una scelta stilistica di astrazione ma anche un espediente narrativo utile alla rappresentazione delle sequenze».

Cosa risulta dunque come esito di questo lavoro?

«Amleto. Uno studio è una favola nera velata di umorismo, interpretata da attori che hanno fatto della loro età un valore aggiunto nel vestire i panni dei personaggi più giovani e una connotazione di freschezza e vivacità per quanto riguarda i ruoli più maturi. Una destinazione raggiunta sul palco al termine di un percorso di crescita e studio, approfondimento e ricerca, portato avanti dagli studenti, per cui merita senz’altro una menzione Andrea Maia, produttore e direttore artistico del Teatro Golden, che pur nell’ambito di un teatro privato ha deciso di investire nel futuro degli allievi della scuola».

Amleto. Uno studio è in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena sabato 18 gennaio 2020, doppio appuntamento alle ore 19 e alle ore 21.15. Tutte le informazioni sulla stagione teatrale a questo link.

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Risotto all’Aglione della Valdichiana con pecorino e composta di frutta

Ricetta ispirata alla versione proposta da FoodNRock Per scoprire altre ricette con l’Aglione della Valdichiana, leggi il nostro speciale! Le feste di Natale sono passate da pochi giorni e tutti…

Ricetta ispirata alla versione proposta da FoodNRock

Per scoprire altre ricette con l’Aglione della Valdichiana, leggi il nostro speciale!

Le feste di Natale sono passate da pochi giorni e tutti sappiamo che cosa significa a tavola: pranzi infiniti, piatti pesanti e un food coma che ci accompagna, quasi costantemente, per tutta la durata delle vacanze. Le cose in Toscana, poi, si fanno ancora più complicate con piatti strabordanti di tortelli al ragù, lasagne della nonna con tanto sugo e tanta besciamella e magari, perché no, un bel cinghiale in umido per concludere il pasto in leggerezza. Non sarebbe bello cambiare, per una volta, e magari proporre un primo fresco e sfizioso, che non ci faccia provare troppi sensi di colpa per aver infranto la promessa che c’eravamo fatti – “quest’anno, a Natale, giuro di non rimpinzarmi”? Nella mia famiglia, probabilmente, sarebbe un’offesa allo spirito natalizio stesso, ma magari voi siete fortunati e i vostri commensali apprezzeranno questo risotto all’Aglione della Valdichiana con pecorino e composta di frutta.


Il Natale era sempre stato sacro nella sua famiglia: neanche nei momenti più neri di digiuno forzato e di freddo pungente suo padre aveva rinunciato a festeggiare quella ricorrenza. Non c’erano quasi mai regali neanche in quell’occasione, il massimo a cui lei e i suoi fratelli potevano aspirare erano un paio di scarpe non troppo consunte o un po’ di lana per riscaldarsi nelle notti più gelide, ma a nessuno di loro era davvero mai importato di ricevere qualcosa. Ciò che amavano di quella festa era stare tutti insieme riuniti intorno al camino, compreso il capofamiglia che, anche se solo per poche ore, si concedeva il lusso di riposarsi. Il pranzo finiva spesso per essere frugale; sua madre cercava sempre di preparare un primo e un secondo con ciò che riusciva a trovare, ma spesso il menù non variava da un anno all’altro: zuppa annacquata di cavolo nero, un paio di zampi di maiale bolliti con l’insalata e una mela cotta a testa come dessert. Non era un granché, per molti non era niente probabilmente, ma Marisa conservava gelosamente il ricordo dei suoi Natali da bambina ed era soprattutto grazie ad essi che ci teneva tanto a rendere speciali i Natali dei suoi figli e di suo marito. Certo, per lei era molto più semplice di quanto non fosse stato per sua madre, loro avevano sempre qualcosa da mettere in tavola per quanto umile che fosse. Ciononostante ,anche le loro scelte erano limitate: i suoi figli non avevano mai dovuto mangiare una zuppa annacquata quanto lo era stata la sua da bambina, ma non avevano mai neanche avuto la fortuna di provare piatti più elaborati, come quelli che la signora che abitava in fondo alla strada che portava al loro podere faceva preparare alla domestica nelle occasioni importanti. A lei era capitato di passare davanti alla casa mentre i preparativi fervevano e di prelibatezze ne aveva viste tante: anatra all’arancia, un intero maialino arrosto, torte di pasta sfoglia ripiene di chissà cosa ed una volta era assolutamente sicura di aver distinto chiaramente l’odore di tartufo sprigionarsi da un grosso vassoio di pasta lunga. Era sempre difficile tornare nella sua umile dimora per servire ai figli un po’ di pasta al pomodoro dopo aver visto tutte quelle leccornie, di cui non aveva mai fatto parola con nessuno, e si dispiaceva molto al pensiero di non poter offrire loro le stesse cose, ma quel Natale le cose sarebbero state diverse.

Dopo aver scoperto dell’allergia della figlia minore per l’aglio, uno degli ingredienti base della maggior parte dei piatti che presentava quotidianamente in tavola, Marisa si era sbizzarrita in cucina e aveva inventato diverse ricette sfiziose che a molti non sarebbero venute in mente, e per questo doveva ringraziare il suo fedele alleato Aglione, che l’aveva ispirata e continuava a ispirarla quotidianamente. Aveva progettato il menù per l’occasione nei minimi dettagli, ma il piatto forte era indubbiamente il risotto che aveva deciso di preparare, nella speranza che piacesse a tutti. All’inizio, in realtà, la ricetta era diversa, ma poi Teodosio – loro vicino e amico da tanti anni -, si era presentato al podere con una forma di pecorino, dicendo che l’annata era andata meglio del previsto e che sperava che quell’umile dono fosse abbastanza per ringraziarci dell’aiuto che gli avevamo dato quando, a causa di una sconcertante moria di pecore, non riusciva più a sfamare i suoi figli. Era stato un gesto che aveva toccato il cuore di Marisa, rammentandole di quanto sua madre avesse ragione quando diceva che i regali migliori non erano i più costosi, ma quelli fatti col cuore e che il cuore riuscivano a riempirtelo; non ricordava di aver mai avuto un’intera forma di formaggio tutta per sé, anche se suo marito aveva del bestiame e ne produceva, normalmente veniva venduto al mercato per guadagnare qualche soldo in più, ma non ebbe remore nell’offrire ospitalità anche all’uomo e a tutta la sua famiglia: il podere non era grande, ma si sarebbero stretti per poter mangiare tutti insieme, perché il Natale è più bello se si è circondati dalle persone alle quali vogliamo bene. Ma il regalo di Teodosio non fu solo una graditissima sorpresa, anzi fu anche d’ispirazione a Marisa, che decise di perfezionare la ricetta che avrebbe servito per il pranzo: così, al suo risotto con crema di Aglione e composta di frutta, aggiunse anche una bella spolverata di pecorino fatto in casa, rendendo un po’ più deciso quel Natale dal sapore tanto dolce.


Una ricetta senza pretese insomma, ideata da una mamma che voleva viziare i propri figli con un piatto semplice, ma indubbiamente diverso dal solito e d’altra parte, come ha detto Confucio: “Si può essere felici anche mangiando un cibo molto semplice, bevendo acqua pura e avendo come cuscino unicamente il proprio braccio ripiegato.”

Risotto all’Aglione della Valdichiana, pecorino e composta

INGREDIENTI

280g di riso

2-3 spicchi di Aglione della Valdichiana

1lt di brodo vegetale

100g di pecorino

1 bicchiere di vino bianco

burro qb

sale e pepe qb

composta di frutta fatta in casa (noi ne abbiamo usata una di mele cotogne e uva)

PREPARAZIONE

Senza aggiungere grassi, tostare il riso e sfumarlo con un bicchiere di vino bianco. In un pentolino preparare il brodo e versarlo un po’ alla volta nel riso con un mestolo finché il riso non sarà cotto.
Mentre il riso cuoce, sbucciate e tritate l’aglione, riducendolo poi in poltiglia con un frullatore a immersione, aggiungendo un mestolo di acqua o brodo. Cinque minuti prima che il riso sia cotto aggiungete la crema d’aglione, mescolate bene e portate a termine la cottura. A fuoco spento mantecate il riso con il pecorino tagliato a dadini e una noce di burro. Speziate a piacere e impiattate guarnendo il riso con un cucchiaio di composta di frutta.

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I Bangcock e il primo album: intervista alle “Cattive compagnie”

La notizia è che i Bangcok hanno pubblicato “Cattive compagnie”, il loro primo progetto uscito da uno studio di registrazione. Per dovere di cronaca è giusto evidenziare che questi ragazzi…

La notizia è che i Bangcok hanno pubblicato “Cattive compagnie”, il loro primo progetto uscito da uno studio di registrazione. Per dovere di cronaca è giusto evidenziare che questi ragazzi hanno vinto il 32° Sanremo Rock al teatro Ariston, aggiudicandosi il premio “Assomusica” per la migliore esibizione live, il premio “PMI” per la band più originale e “Parole Rock” per il miglior autore under 35. Una valanga di premi. La verità è che molti di noi non sanno neanche della loro esistenza. Quello che invece bisogna davvero sapere dei Bangcock è che sono fottutamente bravi.

La band nasce a Chianciano Terme nel 2017 dall’incontro tra il rapper Fake (Simone Falluomini) e quattro musicisti: Paolo Acquaviva al trombone, Daniele De Bellis alla batteria, Francesco Rossi Valenti alla chitarra e Alessio Zeppoloni al basso. L’unione di questi cinque in una band ve la potete immaginare come la creazione di un nuovo piatto composto da cibi che vi fanno impazzire, afrodisiaci, dolci, salati, freddi, caldi, per scoprire che… è buonissimo. Magari da un punto di vista culinario non si può fare e verrebbe un troiaio, ma loro ce l’hanno fatta. Musicalmente intendo.

Sì, perché ognuno di loro ha un background musicale diverso. Rap, hip-hop, jazz, metal si intrecciano fra loro, dialogano, si uniscono, si contaminano, senza che mai uno di questi perda la sua identità. Il risultato di questo “minestrone” di suoni ve lo andate a sentire, perché tanto è inutile parlare di musica se non la si ascolta. A maggior ragione per i Bangcock.

Il loro primo album è uscito il 24 dicembre, perciò ne abbiamo subito approfittato per saperne di più e per capire come facciano a convivere sul palco (ma non solo) personalità così differenti.

Avete fatto la serenata a mia nonna questa estate, in piazza a Foiano. Da allora è motivo di vanto per la famiglia…

“Nooo!! Troppo buffe quelle signore, davvero. È stato bellissimo. Pensa che nella stessa piazza, dalla parte opposta, c’erano delle ragazzine di 11 o 13 anni che stavano al telefono. Noi eravamo appena usciti dagli studi di Radio EFFE e siamo andati a chiedere se potevamo suonare una serenata per loro, ma erano imparanoiate e secondo me non capivano nemmeno cosa stessimo dicendo, perciò le abbiamo salutate scusandoci per il disturbo. Qualche metro più in là c’erano queste vecchine e il risultato è stata la Serenata Cock. C’è anche il video.”

Il 24 dicembre è uscito il vostro primo album, ce ne parlate?

“È il nostro primo progetto ufficiale. Avevamo già fatto uscire due brani di questo disco, senza però dire che ne facevano parte. Il primo è “Convenevoli” e il secondo è quello che ha dato il nome all’album. In questo disco ci sono sette tracce che cercano di analizzare gli aspetti grotteschi della società di oggi. La particolarità di questo progetto è che il messaggio non viene comunicato solo dal rapper, ma da tutta la band. La musica di ogni pezzo esprime esattamente quello che viene espresso dal testo.”

E questo come avviene?

“In maniera del tutto naturale. Il nostro lavoro crea un suono potentissimo e coeso. È qualcosa che è nato tra di noi, di alchemico. Ciò che creiamo non va in una direzione precisa, ma cresce e si plasma unendo le nostre differenze. Ognuno di noi appartiene a una scuola musicale completamente diversa. Questo però non ci snatura, anzi. Ognuno di noi mette in gioco le proprie particolarità esaltandole all’interno di questa apparente caciara.”

Quali sono gli aspetti grotteschi della società di cui parlavate prima?

“La musica, la società, la politica. Che poi è tutto connesso: religione, politica, media sembrano quasi la stessa cosa. Sono gli aspetti che non ci piacciono, per questo l’album si chiama “Cattive compagnie”.

Il vostro percorso in quale direzione va?

“Stiamo insieme da un anno e mezzo e abbiamo vinto il Sanremo Rock, suonato alla Flog, al The Cage e aperto ai Cure e ai Sum 41 al Firenze Rocks. Sono risultati che all’inizio erano inimmaginabili per noi. Vogliamo arrivare sempre più su. Non fermarci. Il bello deve sicuramente venire. Questo primo progetto è stato tirare fuori un qualcosa di embrionale per la band. Per il 2020 è già in fase di registrazione un nuovo album. A breve uscirà un nuovo singolo con video intitolato “La legge di Murphy”.

Adesso vorrei sapere perché vi chiamate Bangcock? Anche se un’idea me la sono fatta…

“[Risate]. Ci piace dire che, più che un nome, bangcock sia un’attitudine: vivere la musica, le passioni, la vita a c***o duro. La nostra musica vuole animare la gente e farle prendere coscienza.”

Vi consiglio di NON cercare su google immagini con la parola chiave “Bangcock”. Poi non dite che non vi avevo avvertito.

E buon ascolto.

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Il trio acustico Combat Folk a Foiano della Chiana

Stefano “Cisco” Belotti (voce e accompagnamento) fondatore dei Modena City Ramblers, Luca Lanzi (voce e chitarre) cantante della Casa del Vento e Francesco Moneti violinista eccezionale, entrambi aretini, hanno portato…

Stefano “Cisco” Belotti (voce e accompagnamento) fondatore dei Modena City Ramblers, Luca Lanzi (voce e chitarre) cantante della Casa del Vento e Francesco Moneti violinista eccezionale, entrambi aretini, hanno portato il loro Combat Folk a Foiano della Chiana nella serata di giovedì 2 gennaio.

Il progetto, come ci spiega lo stesso Cisco, «nasce dall’idea di riunirci insieme tutti e tre. Abbiamo beccato Francesco in una pausa del tour con i Modena, perciò ho proposto di mettere in piedi una manciata di date, che poi si sono rivelate molte di più. L’idea è nata a settembre dal desiderio di suonare insieme a Luca le canzoni storiche che abbiamo scritto insieme e che hanno dato vita al disco del 2001 “Novecento”. Un album diventato appena maggiorenne. Alla fine, abbiamo fatto 26 concerti in due mesi, in inverno. Una cosa impensabile, molto impegnativa. Abbiamo raccolto un sacco di adesioni. Stasera è stata l’ennesima conferma: la sala era strapiena, la gente si è seduta davanti al palchetto o stava in piedi tutt’intorno. Mi piace pensare che questa cosa si possa riprendere in mano l’anno prossimo e riproporla, perché è stato veramente bello».

I Modena City Ramblers e la Casa del Vento hanno collaborato spesso insieme dagli anni Novanta. Queste band si sono fatte conoscere non soltanto per il folk suonato da musicisti incredibilmente capaci, ma soprattutto per l’impegno politico e sociale che trova espressione nei testi delle loro canzoni. Il valore di questi artisti è stato riconosciuto dalla leggendaria Patti Smith, che ha deciso di registrare un brano e suonare nel suo tour con i ragazzi della Casa del Vento.

Qualche mese fa li abbiamo intervistati dopo un concerto ad Arezzo e ora, vederli a Foiano, è qualcosa di speciale. Nelle loro canzoni, infatti, si parla molto della storia di questo piccolo borgo orgoglioso. «A Foiano come Casa del Vento avevamo già suonato in una iniziativa dell’ANPI locale in memoria dei partigiani che combatterono i nazi-fascisti. Su questo palco mi sono commosso, perché proprio qui sono germogliati i semi dell’antifascismo e della lotta partigiana aretina. Licio Nencetti, Ezio Raspanti, Sarri, Grazi e Antonini e tutti quei ragazzi che hanno dato la loro vita sono stati formati da esperienze che sono avvenute nel territorio foianese a inizio ‘900, come i Fatti di Renzino, e da quei personaggi che hanno portato avanti i valori dell’antifascismo nonostante un ventennio di dittatura. È per questo che Foiano ha un tessuto sociale così forte e coeso. Essere qui e poter raccontare del sacrificio di giovani di 16, 17, 18 anni mi emoziona in modo indescrivibile».

Anche il pubblico ha reso omaggio ai suoi combattenti partigiani con un lungo e affettuoso applauso. «La risposta che ha dato questo pubblico» ha continuato Luca Lanzi «è stata meravigliosa. Io dico sempre che il concerto si fa in due: i musicisti e la gente. Mi ha fatto molto piacere che ci fossero tanti ragazzi giovani».

Riempire una sala come la Furio del Furia di Foiano è stato possibile grazie all’iniziativa dell’amministrazione locale che ha voluto inaugurare il 2020 con una band di grande calibro formata da un trio d’eccezione.

«Far venire tutta questa gente è importantissimo» ci dice Cisco Belotti «la sala non è affatto piccola e c’era gente in piedi che non sapeva dove stare. È stato veramente significativo. Mi ha colpito la partecipazione di questo paese: c’era gente venuta per sentire le nostre canzoni e cantare con noi. È stato un grande risultato sia per chi ha organizzato che per noi».

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Intervista a Gabriele Valentini: e se la fine del mondo arrivasse a Sarteano?

Inizia il 28 Dicembre il “Capodanno a Teatro” targato Arrischianti: dal 28 al 31 potete trovare in Teatro a Sarteano Che m’importa del mondo, la nuova produzione Compagnia Teatro Arrischianti…

Inizia il 28 Dicembre il “Capodanno a Teatro” targato Arrischianti: dal 28 al 31 potete trovare in Teatro a Sarteano Che m’importa del mondo, la nuova produzione Compagnia Teatro Arrischianti con la drammaturgia e la regia di Gabriele Valentini.
“Capodanno a Teatro” è ormai una tradizione consolidata del nostro territorio: inizia come un normale spettacolo in scena negli ultimi giorni dell’anno e culmina in una grande festa la sera del 31 – lo spettacolo si chiude giusto in tempo per il brindisi da fare tutti insieme e poi un ricco buffet vi aspetta negli spazi del Teatro sarteanese.

L’evento è arrivato quest’anno alla decima edizione e per un compleanno così importante non si poteva che optare per un argomento non da poco: la fine del mondo.
Immaginate di trovarvi in un bar mentre fuori piove a dirotto. E mettete che quella sia l’ultima sera del mondo – sarebbe come ve la siete immaginata?
Per immergerci fin da ora nell’atmosfera dello spettacolo ci siamo chiusi nel bar di cui sopra con Gabriele Valentini, che ci sta dentro da mesi o, meglio, anni.

Da cosa nasce l’idea di questo testo? C’è stato un momento particolare, che ricordi, che ha fatto nascere in te la voglia di raccontare la fine del mondo?

“Come spesso capita, l’idea è uscita fuori per caso: eravamo un po’ di persone a parlare, o per meglio dire “cazzeggiare”, e qualcuno è saltato fuori con la domanda “Ma se tu avessi un preavviso di tempo prima che tutto finisca, che faresti?”; una domanda che prima o poi in qualche conversazione, anche per gioco, salta fuori, un po’ come il meteo o l’oroscopo.
Quella volta però, mi è rimasta in mente per via di qualche risposta decisamente buffa e strampalata. Tra l’altro alcuni dei partecipanti alla discussione sono diventati interpreti di questa commedia.
Quell’input iniziale è proseguito per un po’, nel senso che per un po’ di tempo quando uscivo con amici, a un pub o a una cena, o anche quando parlavo con qualcuno che conoscevo poco, domandavo cosa avrebbe fatto nel caso di una fine imminente del mondo, e le risposte in generale, erano quelle di stare con i propri affetti, o di ubriacarsi, cose buttate là: abbiamo la tendenza a non prendere sul serio le domande alle quali non sappiamo dare una risposta precisa.”

È una storia che vuoi raccontare da un po’ di anni. Come si è evoluta nel corso del tempo? Da quando hai avuto l’idea a oggi, vista l’evoluzione dei problemi climatici e la maggiore conoscenza che se ne ha, la storia che volevi raccontare ha subito delle modifiche?

“Direi che l’incontro tra l’idea iniziale e la questione climatica è avvenuto in modo naturale. Basta guardare un qualsiasi telegiornale o leggere qualche articolo per rendersi conto che una questione climatica esiste, è globale e piuttosto urgente e, potenzialmente, potrebbe essere la causa di una fine del mondo.”

La fine del mondo non è un tema propriamente allegro, eppure avete deciso di affrontarlo con toni comici. Come avete risolto questa contraddizione?

“I toni dello spettacolo sono quelli della commedia, sono un sostenitore che di quasi tutto si possa parlare con ironia, senza per questo sminuire l’argomento. Calvino, che era uno di quelli che se ne intendeva, dedica alla leggerezza la prima delle sue Lezioni americane sostenendo che dovrebbe essere considerata un valore da acquisire, e che non è sinonimo di superficialità. E poi, personalmente, non amo chi si veste sempre da serio intellettuale, mi dà sempre l’impressione di quei venditori in giacca e cravatta che poi ti rifilano “un pacco”.

Il presupposto di base (un gruppo di avventori dentro un bar mentre fuori piove a dirotto) potrebbe sembrare l’inizio di un disaster movie hollywoodiano (uno di quei film in cui finisce il mondo, appunto). Trovandoci però in teatro lo sviluppo sarà probabilmente diverso. Cosa ci dobbiamo aspettare? Sarà una fine del mondo vissuta attraverso i dialoghi e le emozioni degli attori o dobbiamo aspettarci effetti speciali di messa in scena?

“Nulla di hollywoodiano. In Che m’importa del Mondo si raccontano storie di gente comune in una situazione straordinaria.”

Hai avuto dei punti di riferimento, delle opere ispiratrici durante la costruzione dello spettacolo?

“Non che me ne sia accorto. Ovviamente mi sono divertito a scrivere una storia che abbia più piani di lettura, a infilare delle citazioni più o meno celate, e sicuramente siamo sempre tutti, chi più chi meno, influenzati da qualche cosa. Ma i veri spunti sono nati dall’osservazione delle persone che mi è capitato di incontrare.”

Per chiudere, parafrasiamo il titolo: a Gabriele Valentini cosa importa del mondo?

“Qui dipende da come si interpreta la domanda: il mondo è un grande contenitore con molte cose dentro, come una casa, e in una casa è giusto occuparsi della sua pulizia, della salubrità dei suoi ambienti, ma anche della felicità, del benessere, della libertà di essere se stessi, di chi la abita, e forse le due cose non sono così slegate.”

L’appuntamento con la fine del mondo, è bene saperlo in anticipo, è il 28, 29 e 30 Dicembre alle 21.15 e poi il 31 Dicembre alle 22, sempre presso il Teatro Arrischianti di Sarteano.
C’è modo migliore per iniziare anno nuovo e decade nuova che affrontare la fine del mondo?

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«Un messaggio di libertà universale»: Luca Baldini racconta il Toscana Gospel Festival

Si colloca al centro della rassegna musicale Toscana Gospel Festival, la serata del 21 Dicembre 2019 al Teatro Mascagni di Chiusi. I New Millennium Gospel Singers si esibiranno sul palco…

Si colloca al centro della rassegna musicale Toscana Gospel Festival, la serata del 21 Dicembre 2019 al Teatro Mascagni di Chiusi. I New Millennium Gospel Singers si esibiranno sul palco del teatro chiusino, in apertura delle festività natalizie. Abbiamo incontrato Luca Baldini, direttore artistico del Festival, che ci ha raccontato alcune particolarità della rassegna e della sua evoluzione negli anni. 

C’è un’anima black nella celebrazione delle feste in Toscana: c’è da quasi un quarto di secolo. In teatri, piazze, auditorium e chiese, le occasioni per scambiarsi gli auguri nel vecchio Granducato sono scandite dal ritmo cadenzato degli spirituals americani e non solo. Blues, soul, r’n’b, ma anche rap, reggae, funky: tutto ciò che dal canto pentatonico degli schiavi nei campi di cotone del sud degli Stati Uniti si è modulato nelle contemporanee forme di musica pop e rock riecheggia nelle città e nei borghi toscani. Si tratta del Toscana Gospel Festival che raggiunge nel 2019 la 24ma edizione ed ha portato nella regione, lungo gli anni, oltre trecento gruppi e corali gospel, quasi tremila artisti con centinaia di esibizioni live.

«Siamo arrivati alla ventiquattresima edizione con entusiasmo» ci dice Luca Baldini, direttore artistico del Festival, assieme ad Andrea Laurenzi «La caratteristica che dal primo anno si è definita è che i gruppi sono tutti statunitensi. Partecipano sia gruppi di professionisti sia cori di parrocchia, radicati nei territori. Questo ci permette di avere un’offerta veramente completa, per quello che è il gospel oggi negli USA. Scegliamo attraverso dei consulenti americani, ogni anno, le migliori realtà musicali gospel. La varietà è soprattutto qualitativa, anche dal punto di vista della tipologia di spettacolo: ci sono sia band da quattro elementi, fino ai veri e propri cori da ventidue elementi».

Il festival è un progetto di Officine della Cultura in collaborazione con Associazione Toscana Gospel. Quest’anno la direzione artistica si è basata sull’idea del cinquantesimo anniversario di Abbey Road dei Beatles ed ha quindi avvicinato idealmente la rivoluzione musicale del Blues, delle field hollers e degli Spirituals, che hanno sancito la nascita di tutti i principali generi musicali dal primo 900 in poi, con quella, interna al pop e al rock, dei Beatles nel 1969.

«I canti di liberazione e di cambiamento degli schiavi statunitensi sono molto più vicini ai Beatles di quanto si pensi. Hanno entrambi rivoluzionato la storia della musica ed hanno entrambi veicolato un messaggio di libertà universale. Graficamente abbiamo voluto calcare la mano su questo parallelismo».

«Dagli spirituals al rap copriamo tutte le sfaccettature della cultura musicale afroamericana. Quest’anno siamo passati da 17 a 24 concerti: il festival è diventato un’istituzione. I comuni riconoscono come il pubblico risponde sempre molto bene a questo genere musicale. Noi ci abbiamo sempre creduto. In questo periodo di festa è bellissimo far riunire le persone intorno a un genere musicale che è importante sia per la storia della musica che per il senso di umanità. Perché il messaggio che porta con sé è un messaggio di fratellanza, di pace, di amore, di unione tra le persone»

Ma il messaggio di unione tra gli esseri umani non si limita alla musica: nei giorni di TGF si realizzano azioni concrete che si direzionano nello stesso senso di marcia: è infatti storicamente presente tra i partenariati del festival, la Fondazione il Cuore si Scioglie Onlus, che attraverso i suoi molteplici progetti porta avanti la cultura della solidarietà in Toscana e nel mondo.

Il festival si è evoluto costantemente, salendo di gradino – per qualità e coinvolgimento del pubblico – ad ogni edizione.

«Il primo anno c’erano quattro concerti che si svolgevano solo in provincia di Arezzo» Racconta Luca Baldini «Adesso ci sono ventiquattro festival in altrettanti comuni coinvolti, in tutta la regione. La qualità delle band che continuano a venire qua negli anni si è evoluta. La musica gospel si è evoluta è contaminata: oltre ai classici del gospel, della tradizione cristiana, le band portano le nuove espressioni della cultura afroamericana, che rispecchia l’America di oggi. La portano in Italia in maniera sincera e pratica»

Il festival sta attraversando la Toscana in lungo e in largo, riempiendo non solo teatri, ma anche auditorium, chiese, piazze e centri culturali. L’appuntamento in Valdichiana senese è quindi per Sabato 21 dicembre 2019, alle 21:15, con i New Millennium Gospel Singers al Teatro P. Mascagni di Chiusi: una formazione che raccoglie alcuni fra i migliori talenti della musica gospel internazionale, in un eccezionale accostamento di voci e timbri dalle sfumature profonde. Nato nel 2000 per festeggiare il Nuovo Millennio, il gruppo è stato formato dal Reverendo Keith Moncrief, già creatore e leader di gruppi di fama mondiale. The New Millennium hanno al loro attivo centinaia di concerti in tutta Europa, in una strepitosa ascesa verso il successo. Accanto agli arrangiamenti più moderni del gospel contemporaneo non mancheranno i temi tradizionali nelle sue versioni più amate dal grande pubblico. Uno degli artisti più geniali e di successo di questi ultimi decenni, David Byrne, già leader dei Talking Heads, ha dichiarato recentemente: «Nella musica gospel ci sono le radici del rock and roll, dell’RnB e dell’hip hop. Questa musica parla di trascendenza e comunità. Si tratta di arrendersi a qualcosa di più grande di te, e così facendo, c’è estasi e gioia». Di David Byrne è proprio il caso di fidarsi.

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“Partita aperta”: la Compagnia Anime Specchianti racconta il suo spettacolo sul gioco d’azzardo

Il gioco d’azzardo rappresenta una rilevante problematica sociale, come attestato anche dai dati ufficiali dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, secondo cui, nel 2018 in Italia sono stati spesi 104,9…

Il gioco d’azzardo rappresenta una rilevante problematica sociale, come attestato anche dai dati ufficiali dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, secondo cui, nel 2018 in Italia sono stati spesi 104,9 miliardi di euro, con un incremento del 3% rispetto al 2017, e da quelli diffusi il 1 ottobre scorso dall’Istituto Superiore di Sanità, circa la crescita del 10% in quattro anni del numero di giocatori adolescenti.
Di fronte ad un quadro che desta preoccupazione, assumono pertanto un ruolo fondamentale le iniziative volte a contrastare l’insorgenza della patologia e a guidarne il percorso di guarigione. Proprio nel contesto di un progetto promosso con queste finalità a Cervia nel 2018, è nato Partita Aperta – Il modo più sicuro per ottenere nulla da qualcosa, spettacolo scritto e diretto dalla Compagnia Anime Specchianti, in programma sabato 14 al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena.

La Compagnia Anime Specchianti, di cui fanno parte le attrici Martina Cicognani, Francesca De Lorenzi, Giorgia Massaro e Chiara Nicastro, porta in scena il tema della ludopatia con una pièce che descrive dal punto di vista emotivo la caduta nel vortice della dipendenza. Gli stati d’animo e i meccanismi psicologici dietro al gioco d’azzardo, affrontati sul palco, provengono da esperienze dirette raccolte nel corso di incontri con la pscologa Chiara Pracucci e alcuni ex giocatori. Per la sceneggiatura, le Anime Specchianti si sono infatte basate sulle risposte fornite alle domande che, seguendo un protocollo, gli operatori rivolgono ai soggetti ludopatici per comprendere il livello di gravità della dipendenza, in un percorso che parte dal gioco sociale e arriva alla patologia, passando per la credenza nell’entità della “dea fortuna”, alle menzogne raccontate per nascondere un comportamento dal quale non si riesce più ad astenersi.

«Al centro di una realtà continuamente colpita da richiami al mondo del gioco, occasioni per sfidare la fortuna dietro ogni angolo e insistenti messaggi pubblicitari in rete e tv, la ludopatia è un’insidia più frequente di quello che si pensi, e vi può cadere chiunque».

Il suo carattere universale smentisce l’opinione comune che siano gli uomini a soffrirvene maggiormente, e al contempo suggerisce di rivolgere campagne di prevenzione verso più giovani.

«Il fatto che la dipendenza dal gioco non abbia un riscontro visibile sul fisico delle persone, al contrario, per esempio, dell’alcolismo o dei disturbi dell’alimentazione, ne rende difficile il riconoscimento come malattia vera e propria, e di conseguenza anche l’accettazione di un percorso di uscita. Il nostro spettacolo, in questo senso, rappresenta un coro di voci da parte di chi dentro al problema c’è stato davvero e, per questo, meglio di chiunque altro può far conoscere le sensazioni legate a un’esperienza che quasi sempre inizia con un gioco, per poi farsi prepotentemente spazio nella vita quotidiana, non solo quella dei giocatori, ma di chi gli sta attorno».

Partita Aperta aggiunge al valore artistico dello spettacolo teatrale, la cifra della necessità con cui una tematica tanto diffusa merita di essere affrontata, e non evitata. Le Anime Specchianti arrivano così a portare in scena uno spettacolo che è anche il ritratto di una difficile realtà, composta da storie e testimonianze vere.

«L’universalità con cui la ludopatia può arrivare a colpire tutti i segmenti della società viene sottolineata dall’assenza di ogni valorizzazione delle caratteristiche delle quattro interpreti: siamo quattro, ma potremmo essere cento o una soltanto, espressioni di innumerevoli voci, rispetto ad un problema che è sempre lo stesso».

Quella della dipendenza da gioco non è però la sola problematica sociale ad aver attirato l’attenzione della Compagnia Anime Specchianti.

«Stiamo preparando un progetto che incontra il tema dell’immigrazione, con l’obiettivo di diffondere gli aspetti nascosti legati a questo fenomeno, e sensibilizzare ad attenuare la percezione negativa che sta permeando l’opinione pubblica a riguardo».

In attesa di conoscere i dettagli di questo nuovo spettacolo, Partita Aperta – Il modo più sicuro per ottenere nulla da qualcosa è in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena sabato 14 dicembre, alle 19 e alle 21. Per info e prenotazioni, contattare lo 3801944435.

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