La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Rubriche

Il primo romanzo di Emanuele Upini: Incontrando Igino

Uscito nel 2018, il romanzo storico Incontrando Igino proietta il lettore nella realtà foianese di inizio Novecento: quella dei Fatti di Renzino. Grazie al metodico lavoro di ricerca delle fonti…

Uscito nel 2018, il romanzo storico Incontrando Igino proietta il lettore nella realtà foianese di inizio Novecento: quella dei Fatti di Renzino. Grazie al metodico lavoro di ricerca delle fonti e delle testimonianze e al coinvolgimento empatico che nasce dal testo, Emanuele Upini riesce a farci rivivere quelle che furono le vicende e i risvolti, sociali ed emotivi, relativi agli inizi degli anni ’20.

Ciao Emanuele, parlaci di te.

Vivo a Foiano della Chiana. Sono un appassionato di scrittura e disegno, fumetti per la precisione. Adesso mi sto dedicando alla scrittura di romanzi, ma in passato ho fatto il vignettista. Ho anche collaborato con il mensile Fumo di china, il più autorevole in Italia in fatto di critica fumettistica.

Fumettista prima che scrittore. Com’è nata la passione per il disegno?

Dobbiamo tornare molto indietro. È merito di mio nonno, che aveva un’edicola in Foiano e per farmi stare buono, da piccolo, mi metteva sempre un giornalino in mano e pensa che ancora non sapevo neanche leggere e scrivere. Fantasticavo sui possibili risvolti delle avventure pagina dopo pagina, in base a quello che mi proponeva il disegno. È iniziata così. Probabilmente questo ha agevolato la formazione di una particolare fantasia che mi ha accompagnato nel tempo. Crescendo ho continuato a leggerli, li ho abbandonati e ripresi in vari momenti della mia vita. Ad un certo punto sono entrato in contatto con questo mondo, grazie anche al portale internet che curo IMIM. Ho conosciuto autori e scrittori che mi hanno aiutato a integrare le mie conoscenze.

Nel 2018 hai pubblicato “Incontrando Igino”, un romanzo storico. Raccontaci di cosa parla.

Il mio primo romanzo sì. È stato preceduto da una pubblicazione intitolata Spaesati #1 che racconta di vicende comiche ispirate a personaggi di Foiano. È stata la prima volta in cui mi sono confrontato con un progetto davvero strutturato. Dopodiché è uscito Incontrando Igino (Edizioni Helicon), scritto a più riprese dal momento che necessitava di una preparazione più impegnativa. La vicenda ripercorre i giorni dei famosi Fatti di Renzino del 1921: gli scontri tra fascisti e antifascisti in un’epoca in cui il fascismo doveva ancora affermarsi. Ho cercato di raccontare in una forma inedita cosa fosse successo nell’aprile del 1921. Mi sono immaginato un carabinierino, realmente esistito, che in quei giorni si trovava a Renzino per condurre le indagini relative agli scontri armati. Viene risucchiato nella realtà chianina che non gli apparteneva, essendo lui del nord, e si trova a vivere la storia degli abitanti della campagna foianese.

Perché questa esigenza di scrivere su Renzino?

È una vicenda che mi riguarda direttamente. Il titolo riprende il nome del mio bisnonno: Igino, che venne ucciso dai fascisti insieme a moltissimi altri innocenti nella rappresaglia che fecero in seguito agli scontri armati. Emblematicamente è l’incontro con la gente del tempo di Igino, del paese di Igino e non soltanto con lui. Con l’idea di propormi al pubblico come scrittore di romanzi volevo farlo per la prima volta con una storia che mi riguardasse direttamente.

Esempi di grandi scrittori che con le loro parole hanno reso indelebile parte della storia italiana non mancano di certo. Penso a Elsa Morante, Italo Calvino, Beppe Fenoglio (solo per citarne alcuni). Quant’è importante raccontare il passato, la storia italiana e quella ancora più vicina a noi: quella locale?

Credo che ci siano morali e lezioni profonde che è necessario raccontare e tramandare. Non è mai scontato ripetere che la storia insegna e io mi auguro che possa essere proprio questo il fine ultimo. Un romanzo storico ha l’obiettivo di intrattenere piacevolmente, o comunque di suscitare emozioni, e allo stesso tempo fornire le basi per una riflessione su realtà a noi vicine, nel caso di Incontrando Igino vicinissime.

Un romanzo di questo tipo necessita in maniera imprescindibile di una solida base scientifica: che è la ricerca storica. Come ti sei preparato alla stesura del libro?

La preparazione è stata fondamentale e necessaria, dalla durata di moltissimi mesi. Ho passato tanto tempo in biblioteca dovendo documentarmi su cosa effettivamente fosse successo in quei giorni. Ho letto libri e pubblicazioni, ho consultato archivi fotografici, ho studiato le testimonianze e i documenti raccolti da Ezio Raspanti, partigiano e ricercatore storico, e conservati nell’Istituto storico dell’Antifascismo e della resistenza in Valdichiana “Bernardo Melacci” di Foiano della Chiana. Grazie a Ezio posso dire che abbiamo la fortuna di avere una banca dati di notevoli dimensioni, quindi volendo entrare nello specifico dei giorni del ’21 in cui a Foiano ci furono omicidi e stragi, si ha la possibilità di capire cosa è successo. Ho cercato di rimanere il più possibile distaccato nel raccontare, pur cercando di suscitare nel lettore le emozioni dei protagonisti. Mentre i romanzi storici sono solitamente costituiti dal 20% di realtà, quindi una storia contestualizzata, e dall’80% di invenzione, Incontrando Igino è l’opposto: l’80% corrisponde a dati e fatti reali, ricostruzioni storiche e il restante 20% è fantasia.

Quanti libri ancora si potrebbero scrivere su Foiano e sulla Valdichiana? Sembra una terra inesauribile da un punto di vista umano, storico e culturale.

La storia della Valdichiana in sé è ricchissima. Così come penso sia lo stesso in tutta Italia. Sto preparando un libro, che uscirà a fine anno, un romanzo che io definisco fucsia, cioè non soltanto sentimentale, perché la base storica locale entra comunque a far parte della trama. La protagonista conosce, nel corso della sua vita, persone delle quali vengono svelate le esistenze legate alla guerra, al territorio aretino e del Valdarno. Proprio quello che hai detto io lo cerco di dimostrare con i romanzi.

I fatti di Renzino sono stati un evento importantissimo nella storia aretina del ‘900. Si può dire che da Renzino sia partita la Resistenza foianese. Oggi non è raro imbattersi in revisionismi di quell’evento o in prese di posizione filofasciste. Come si combatte questa pericolosissima ignoranza?

È necessario farlo con il dibattito, ma spesso si sbatte contro un muro che pare essere insormontabile. Non è solo mancanza di cultura: è anche mancanza di intelligenza nel comprendere certe situazioni, che inizialmente possono sfuggire a causa dell’ignoranza, ma se avessimo un minimo di intelligenza dovremmo arrivare a mettere in discussione le nostre convinzioni. Servirebbe un minimo di spirito critico e di autocritica.

Nessun commento su Il primo romanzo di Emanuele Upini: Incontrando Igino

Racconti di Veglia: il fantasma di Palazzo Ricci

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Questo non lo toccare!” Chissà come deve essersi sentito il Monsignor Montiani, quando toccando un libro contenente delle missive,…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Questo non lo toccare!”

Chissà come deve essersi sentito il Monsignor Montiani, quando toccando un libro contenente delle missive, si sentì arrivare un grosso ceffone, accompagnato da questo monito. Voltandosi, però, si rese conto che dietro le spalle non c’era nessuno. Ma che storia è questa?
Una storia di fantasmi, ovvio, una storia locale, riguardante un noto palazzo a Montepulciano, ormai modificato e suddiviso in varie funzioni, ma comunque carico di storia e memorie paesane.

Testimonianze e diffusione

Questa leggenda racconta la presenza di un fantasma a Palazzo Ricci, uno storico edificio di Montepulciano situato in Via Ricci, a poca distanza da Piazza Grande. Caratterizzato da un grande portale con una scalinata di pietra, dispone di un cortile interno con vista panoramica; opera dell’architetto Baldassarre Peruzzi, fu fatto erigere dal cardinale Giovanni Ricci nella metà del XVI secolo. Nel corso dei secoli ha avuto diverse funzioni e ha subito molte modifiche architettoniche, dovute ai passaggi di proprietà. Attualmente alcune parti del palazzo sono diventate sede dell’Accademia europea di Palazzo Ricci, emanazione del Conservatorio di musica e danza di Colonia, dove si svolgono corsi, concerti e masterclass. Altre parti sono invece destinate alla contrada di Talosa, che le utilizza principalmente durante la settimana degli eventi del Bravìo delle Botti. Infine, un’altra parte del palazzo fa parte della Cantina De’Ricci, una delle cantine più affascinanti del centro storico.

Le prime testimonianze del fantasma di Palazzo Ricci risalgono proprio ai tempi in cui l’edificio svolgeva principalmente la funzione di cantina e di fattoria per la produzione di Vino Nobile, almeno dagli anni ’60 e ’70: si parla di una misteriosa presenza che si aggira lungo le stanze e i corridoi del palazzo, responsabile di eventi inspiegabili e paranormali.

Esterno di Palazzo Ricci a Montepulciano

I racconti principali sono raccolti nel libro di Giorgio Harold Stuart “L’Italia dei Fantasmi”, dove un capitolo riguarda proprio Palazzo Ricci e la sua biblioteca ormai smantellata. Proprio in questa biblioteca era custodito un manoscritto, chiamato il “Libro dello schiaffo”: un nome curioso, anche perché non si trattava di un vero e proprio libro, ma di una raccolta di missive scritte dal Monsignor Ricci a una sua fantomatica nipote che si trovava a Roma. Secondo la leggenda popolare, nessuno era capace di leggere queste missive: ogni volta che qualcuno tentava di leggere il libro, si veniva presi a scossoni, oppure il libro scappava dalle mani, oppure ancora si subiva uno schiaffo da una figura spettrale. Sempre nel volume di Giorgio Stuart si racconta questo aneddoto: una donna terrorizzata che provò a leggere le missive e a prendere appunti, una sera come tante, si ritrovò a essere scossa sulla sua sedia, spintonata e la cartella contenente le memorie le si chiuse da sola tra le mani; quando provò a riaprirla, le scivolò via da esse come se le fosse stata sfilata da qualcuno invisibile. La luce si spense inspiegabilmente, la donna svenne qualche minuto per lo spavento, e quando si riprese lasciò tutto com’era e telefonò al sig. Stuart, noto esperto di paranormale. Al loro ritorno la mattina successiva in archivio, non trovarono più nulla a terra, ma tutto messo correttamente in ordine; l’unica altra persone presente nel palazzo quella sera era la cuoca e non poteva essere la responsabile, in quanto analfabeta, della corretta ubicazione del fascicolo denominato R23, Carteggi Privati di S.E.1539.

L’altra vicenda citata in apertura racconta del Monsignor Montiani, che aveva ricevuto l’incarico di riordinare alcuni preziosi ed antichi dell’archivio. Come altri prima di lui rimase affascinato da ciò che potevano contenere tali missive, si mise comodo sulla poltrona e iniziò a leggere, quando a un tratto, alzando gli occhi e spingendosi gli occhiali sulla fronte, vide chiudersi violentemente con suo grande stupore il libro, ricevendo uno clamoroso schiaffo su una guancia, mentre una misteriosa voce sussurrava “Questo non lo toccare!”

Queste non sono le uniche leggende popolari legate al libro con le missive; secondo un’altra testimonianza, avvenne una volta che un prete aprì il libro durante una visita a Palazzo Ricci. Dapprima spintonato, il libro chiusosi da solo tra le mani con una forza tale da far saltare il laccetto, il parroco continuò ad andare avanti non rispettando l’avvertimento, ricevendo quindi un sonoro ceffone. Il prete stava per restituire lo schiaffo al chierichetto, pensando fosse stato lui, ma si accorse che non avrebbe potuto essere il responsabile, trovandosi dalla parte opposta della sala. Le minacce non finirono, entrambi si sentirono spintonati fino alla porta dell’archivio, lasciando la sala terrorizzati.

Il “Libro dello Schiaffo” non è l’unica testimonianza del fantasma di Palazzo Ricci, in quanto esistono altri racconti di fenomeni paranormali che sono avvenuti tra queste mura. Come ci ha raccontato il fratello dell’ex-fattore, una volta una porta si chiuse a chiave da sola: pensando che potesse trattarsi solamente di un colpo di vento che l’aveva fatta sbattere, furono costretti a usare gli attrezzi per aprire una porta in una rimessa dove non era bastato nemmeno piegare il grimaldello per impedire una chiusura non voluta. Ci sono inoltre testimonianze di una cameriera storica, sentita camminare con il suo passo tipico da una stanza all’altra come se avesse continuato a svolgere le sue mansioni dopo la morte; si dice inoltre che si aggiri ancora per il cortile la Marchesina con il suo cane, facendo sentire i passi insieme al campanello legato al collo dell’animale. Chiavi tintinnanti, passi misteriosi e rumori incomprensibili sono frequenti nei racconti e nelle testimonianze di chi ha vissuto a Palazzo Ricci, anche se attualmente non vi sono stati più casi paranormali, come se i fantasmi fossero definitivamente scomparsi.

Caratteristiche ed analisi

Chissà cosa contenevano le missive del “Libro dello Schiaffo”, importanti al punto, secondo la leggenda, da essere protette anche dopo la morte di Monsignor Ricci? Secondo le dicerie dell’epoca, forse le lettere non erano state inviate a una nipote, ma ad un’amante romana; secondo altre dicerie riportate nel volume di Stuart, potevano essere addirittura lettere galanti indirizzate a un altro Cardinale. Storie d’amore proibite di questo tipo possono sollecitare la fantasia e si ammantano di un’aura di mistero e segretezza con il passare degli anni. Il fantasma che proteggeva questo segreto, infatti, potrebbe essere stato utilizzato come spiegazione paranormale per tutte le stranezze avvenute a Palazzo Ricci nel corso del tempo.

Quando si parla di case stregate, la presenza di fantasmi può essere spiegata dall’antichità dei luoghi e da fenomeni naturali, alimentati dalla suggestione degli abitanti:  le gallerie di tufo sotterranee possono essere fonti di rumori vari e costanti, fino a sembrare lamenti. Addirittura alcuni gas sprigionati da elementi naturali possono condurre ad allucinazioni visive o uditive. Se la diceria della casa stregata si diffonde, può alimentare fenomeni di imitazione e sviluppare ulteriori testimonianze, portandoci a considerare come paranormali altri fenomeni a cui non avremmo dato peso: se la storia attira, può fare leva sulla mente delle persone, alla ricerca di qualcosa fuori dall’ordinario.

La storia del fantasma del Palazzo Ricci riassume i tratti tipici della “casa stregata” o della “casa infestata”, una particolare tipologia di racconto sovrannaturale in cui un’abitazione è coinvolta in presunti eventi paranormali. Tali racconti sono così ricorrenti da attraversare la storia e la letteratura in innumerevoli forme: già ai tempi dei romani venivano infatti scritte storie su case stregate, così come ne “Le mille e una notte”. In tutte queste storie, le abitazioni (che possono essere case, castelli, ville o palazzi) sono abitate dagli spiriti degli abitanti passati, e le attività sovrannaturali da loro prodotte sono fatte risalire a eventi violenti accaduti in tali luoghi o a segreti che non devono essere rivelati. Dei conflitti irrisolti, quindi, legano i fantasmi (o le anime dei deceduti) a tali edifici e causano problemi ai nuovi proprietari: si passa da innocui dispetti ad atti più ostili come il lancio di oggetti, fino ai casi più estremi in cui le entità sono spinte ad atti malvagi e crudeli.

Nella letteratura dell’orrore la casa stregata è un elemento narrativo ricorrente, che ha raggiunto il suo apice nel XVIII e nel XIX secolo, particolarmente utilizzata nelle trame dei romanzi gotici: basti pensare a “La caduta della casa degli Usher” di Edgar Allan Poe, “Il giro di Vite” di Henry James  o “Il castello di Otranto” di Horace Walpole. Palazzi infestati dai fantasmi sono molto frequenti nelle leggende popolari in tutta Italia e non solo, con una vastissima varietà di casi paranormali e vicende particolari. Proprio in virtù della lunga storia di queste abitazioni, possono portarsi dietro racconti del passato e tramandarli tra le generazioni, contribuendo ad alimentarle e a diffonderle.

Il successo e la diffusioni di queste tipologie di storie non sono casuali. A quanti di noi è capitato di effettuare delle “prove di coraggio” durante l’infanzia, magari assieme a un gruppo di amici, intrufolandosi in qualche casa abbandonata solo perché si era diffusa la diceria che fosse presente un fantasma? Queste storie fanno parte della nostra esperienza e del nostro vissuto, perché colpiscono paure e timori che tutti noi possiamo condividere, ovvero quelli di sentirsi insicuri anche all’interno della nostra stessa abitazione.

Influenze nella cultura pop

Dal momento che la casa stregata è presente in tutta la nostra letteratura e fa parte di innumerevole leggende popolari, ha una grandissima influenza nella cultura attuale e nella nostra vita. Il cinema ha spesso sfruttato questo tema: prima di arrivare al più recente “Crimson Peak” (pellicola del 2015 di Guillermo del Toro di chiara ispirazione gotica) e al classico “Haunting – Presenze” (film del 1999 di Jan de Bont con Liam Neeson e Catherine Zeta Jones), la citazione più importante se la merita “La casa dei fantasmi” del 1959 di William Castle, vero e proprio masterpiece del genere:

Il cinema horror ha sfruttato in maniera così capillare il tema che risulta difficile rendere giustizia alla vastità delle pellicole dedicate all’argomento. A nostro avviso, tuttavia, una citazione particolare la merita “La Casa” di Sam Raimi del 1981, che diventò un vero e proprio cult-movie capace di sviluppare storie successive e serie televisive dedicate.

Anche il mondo della musica ha affrontato questo tema: Michael Jackson, nel suo mediometraggio Ghost del 1996, di cui pubblichiamo un assaggio, vive in una casa stregata:

Nel mondo dei videogiochi, con la loro possibilità di immergersi nella narrazione e di vivere in maniera interattiva l’esperienza, la casa stregata è particolarmente adatta ai giochi “survival horror”. Il primo “Alone in the Dark” del 1992 della Infogrames, che ha dato vita a una serie di successo, era ambientato proprio in una villa infestata.


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

Nessun commento su Racconti di Veglia: il fantasma di Palazzo Ricci

I Dudes: “Prendiamo quello che viene e facciamo sentire la nostra musica”

I Dudes sono un quartetto alternative rock di Chiusi composto da Matteo Micheletti (voce e chitarra), Gianluca Lorenzoni (basso), Andrea Fei (batteria e sintetizzatore) e Mattia Mignarri (chitarra). Li abbiamo…

I Dudes sono un quartetto alternative rock di Chiusi composto da Matteo Micheletti (voce e chitarra), Gianluca Lorenzoni (basso), Andrea Fei (batteria e sintetizzatore) e Mattia Mignarri (chitarra). Li abbiamo conosciuti nel settembre del 2016, quando avevano appena cominciato a calcare i palchi del nostro territorio. Dopo tre anni esatti li abbiamo incontrati di nuovo al Live Rock Festival di Acquaviva. La filosofia di fondo è rimasta: vivere senza affanni. Ciò che è cambiato è la consapevolezza di essere arrivati al un punto di maturazione.

Cos’è cambiato da quando ci siamo conosciuti?

La nostra musica è cambiata tantissimo. Adesso è tutta un’altra cosa. Nel tempo abbiamo variato gli ascolti musicali e questo ha avuto un riflesso nelle nostre produzioni. Eravamo più acerbi, ovviamente, ma anche più legati a una tradizione indie italiana. Adesso siamo influenzati da artisti come Kurt Vile, Brian Jonestown Massacre, Black Angels, War on Drugs. Che poi è rock alternativo, ma non italiano. Sicuramente ci discostiamo dall’Hip Hop che va molto in voga ora. Siamo molto felici che esistano festival come il Live Rock, che permettono a band che suonano musica simile alla nostra di potersi esprimere in una scena dominata dalla trap e dall’Hip Hop. Nonostante ciò, manteniamo una radice italiana. I Verdena e gli Afterhours ci hanno lasciato tanto, rimangono le nostre basi.

Di cosa parlano le vostre canzoni?

Devo rispondere sinceramente? Diciamo disagio esistenziale, però in realtà parlano di fica. Delle varie sfumature, che possono essere tantissime cose. È la percezione del vivere che ho a 30 anni. Sono esperienze personali.

Progetti per il futuro?

Un disco. Da autoprodurci, perché stiamo provando a mettere su uno studio di registrazione. Già l’ultimo EP l’abbiamo registrato da soli, nonostante tutte le difficoltà. Ora abbiamo diversi pezzi in cantiere. Vorremmo anche spostarci dal territorio, cercare di farci ascoltare fuori dalla Toscana. Speriamo che il Festival di Acquaviva sia un trampolino di lancio per noi. Anche perché abbiamo delle date importanti in questo periodo, siamo molto soddisfatti. Tornando al disco, ci sentiamo maturi per creare qualcosa che davvero ci rappresenti, che faccia capire a chi ci ascolta chi siamo.

Obiettivi e aspirazioni?

Nessuna avidità. Far sentire la nostra musica. Rimanere belli puri. Come ci insegna il nostro mentore – il Drugo Lebowski – prendiamo quello che viene. Le aspirazioni le abbiamo, ovviamente. Non saremmo riusciti a salire su questo palco, altrimenti. Però vogliamo sempre rimanere attaccati a ciò che ci piace: sarebbe brutto scendere a compromessi per diventare più famosi.

(foto di Irene Trancossi – Live Rock Festival Acquaviva)

 

Nessun commento su I Dudes: “Prendiamo quello che viene e facciamo sentire la nostra musica”

Berlino – Techno – Komfortrauschen: musica dal futuro (o da qualche Km più a Nord)

Nel mio stereotipo della città di Berlino c’è il gelo, la birra, l’acciaio e una specie di nostalgia per un posto mai vissuto, nella parte est di questa città, visto…

Nel mio stereotipo della città di Berlino c’è il gelo, la birra, l’acciaio e una specie di nostalgia per un posto mai vissuto, nella parte est di questa città, visto appena una volta in vita mia, ma sentito come mitico e familiare (e mi pare che una volta ci fosse anche un muro). Nel mio stereotipo della città di Berlino c’è la musica. Anche questa me la immagino fredda e ubriacante, con suoni metallici e una costante ricerca di nuove sonorità, che scava, annusa e fruga febbrilmente gli anni del secolo scorso e quello che verrà. La Berlino musicale me la immagino un laboratorio sperimentale di suoni, generi, voci, testi. Ci starebbe proprio un bel viaggetto all’insegna della musica underground…

La prima cosa che ho pensato quando i Komfortrauschen hanno iniziato a suonare nella serata d’apertura dell’edizione 2019 del Live Rock Festival è stata: «Nel mio stereotipo della città di Berlino c’è il gelo, la birra, l’acciaio e una specie di nostalgia per un posto mai vissuto… [leggi sopra]».

I Komfortrauschen (comfort noise) sono un trio berlinese che, unendo chitarra, basso e batteria a una quantità esagerata di pedali sintetizzatori, creano un potente DJ set techno di altissima qualità. Il live che hanno proposto è stato una maratona di sudore ed elettronica, che ha fatto ballare il pubblico di Acquaviva senza sosta. E poi l’energia del sound, i loro vestiti bianchi e i balletti convulsi. Come fai a non intervistarli?

Prima di continuare a leggere vi consiglio di guardare questo loro video: tanto per farvi un’idea.

Raccontatemi la vostra storia

Ci siamo conosciuti 5 anni fa e abbiamo deciso di formare la band, perché eravamo tutti affascinati dalla musica elettronica. Non avevamo né sintetizzatori, né computer, ma soprattutto nessuno aveva la minima idea di come si usassero. C’era l’idea prima dell’oggetto: volevamo farlo, ma non sapevamo come si facesse.

E quindi cosa è successo? Perché avete appena fatto un concerto techno pazzesco…

Fondamentalmente le basi rimangono la chitarra, il basso e la batteria. È da lì che abbiamo iniziato e da lì continuiamo a strutturare le canzoni. Abbiamo studiato molto. Lentamente abbiamo imparato a usare i sintetizzatori, i pedali e la drum machine. La cosa importante è combinare tutti gli elementi in modo divertente e stupido e vedere cosa succede.

Direi che il risultato finale non è niente male…

Grazie. Pensa che a volte in studio ci guardiamo e diciamo «ragazzi questo è veramente stupido… rendiamolo più stupido!». La semplicità e la leggerezza ci portano a risultati che funzionano: divertono il pubblico e lo fanno ballare.

Quando il vostro manager vi ha proposto di venire a suonare al Live Rock Festival di Acquaviva, cosa avete pensato?

Nel 2015 abbiamo suonato in due date italiane ed è stato bellissimo. Fondamentalmente ci piace venire in Italia. Non è per niente male. Questo festival è molto interessante e poi c’è Leeroy Thornhill, uno dei fondatori dei Prodigy, quindi ci siamo detti “cosa stiamo aspettando? Andiamo!”

È strano attribuire significato a canzoni senza testi. Le vostre ce l’hanno?

Certo, sì. A volte c’è uno sfogo di aggressività che si trasforma in potenza elettronica. A noi piace ciò che è grande e metallico. Altre volte, come ho già detto, è puro divertimento, fantasia che gioca.

Com’è la scena musicale berlinese?

È molto elettronica, profonda, intensa per certi versi. Ci sono molti club che arrivano a negare l’ingresso al pubblico, perché straripano di persone all’interno. Ad altri club piace creare un certo clima o tendenza o moda che li caratterizzi e selezionano le persone da far entrare. Non è una mentalità completamente libera, ma se si vuole vedere il lato positivo, questo contribuisce a creare correnti artistiche che si sviluppano sempre di più. Le persone sono malate di musica a Berlino. Trovi molta gente che passa dalle 5 alle 7 ore nei locali, solo per ascoltare musica. Entra di notte ed esce con la luce del sole. È raro, invece, trovare chi viene a vedere esibizioni live e dopo due ore se ne va via. Ho amici che hanno passato 12 ore in dei club ad ascoltare musica. È uno stile di vita. Rispetto all’Italia c’è molta differenza: qua è tutto molto più inclusivo e super aperto, una sorta di festa collettiva ogni volta che c’è della musica sopra un palco.

In questo video potete DIREZIONARE VOI la telecamera: buona visione e buon ascolto!

Nessun commento su Berlino – Techno – Komfortrauschen: musica dal futuro (o da qualche Km più a Nord)

La complessità dell’essere genuini – Intervista a Rancore

Rancore, al secolo Tarek Iurcich, rapper romano classe 1989, si è esibito ad Acquaviva in occasione della XXIII edizione di Live Rock Festival. Lo show che sta portando in giro…

Rancore, al secolo Tarek Iurcich, rapper romano classe 1989, si è esibito ad Acquaviva in occasione della XXIII edizione di Live Rock Festival. Lo show che sta portando in giro è quello che segue la pubblicazione del suo ultimo disco “Musica per Bambini”, nel quale – secondo la critica – ha raggiunto la sua maturità stilistica. Il concerto di Acquaviva ha dimostrato come la sua performance sia principalmente fisica e necessiti un’attenta preparazione, quasi un allenamento. Tommaso Ghezzi lo ha intervistato per noi pochi minuti dopo il live, parlando del suo modo di preparare le esibizioni e le tematiche del suo ultimo disco.

Nessun commento su La complessità dell’essere genuini – Intervista a Rancore

L’Amore è Punk – Intervista a Gian Maria Accusani

La sera di Ferragosto del 2019, i Sick Tamburo di Gian Maria Accusani hanno suonato a Trequanda, come headliner della prima serata di 3 Gotti Al Campino. Lo abbiamo intervistato…

La sera di Ferragosto del 2019, i Sick Tamburo di Gian Maria Accusani hanno suonato a Trequanda, come headliner della prima serata di 3 Gotti Al Campino. Lo abbiamo intervistato non appena è sceso dal palco dopo un partecipatissimo concerto, nel quale i brani del nuovo disco Paura e l’Amore si sono mescolate a perle del passato, tra cui anche canzoni dei Prozac+.

Dal movimento The Great Complotto alla formazione dei Sick Tamburo, Gian Maria Accusani racconta ai nostri microfoni la sua visione della scena Alternative Rock italiana.

Nessun commento su L’Amore è Punk – Intervista a Gian Maria Accusani

Ritmi latini, passione, armonia e amore: il Son (nei camerini coi Buena Vista Social Club)

Le leggende sono sempre nate da storie incredibili, da avvenimenti epici, dalla necessità dell’uomo di ricercare una giustificazione del divino in questa terra. Quella dei Buena Vista Social Club, invece,…

Le leggende sono sempre nate da storie incredibili, da avvenimenti epici, dalla necessità dell’uomo di ricercare una giustificazione del divino in questa terra. Quella dei Buena Vista Social Club, invece, è una leggenda fuori dagli schemi, come fuori dagli schemi sono l’isola di Cuba e tutto il suo popolo. Nessuna divinità, nessuna vicenda inverosimile: il mito dei BVSC è quanto di più terreno, quotidiano e vivo si possa pensare.

La band dei Super Abuelos (i super nonni) si è formata negli anni ’90, quando il musicista statunitense Ry Cooder decise di registrare un disco sulla musica cubana coinvolgendo i migliori interpreti dell’isola, tra cui il chitarrista Compay Segundo.

Nel 1997 è uscito l’omonimo album che ha riscosso un successo planetario, confermato dalla vittoria del Grammy l’anno seguente. Attualmente il numero di copie vendute supera di gran lunga gli otto milioni. La tradizione cubana del Son (genere musicale nato nelle province orientali dell’Isola) si presenta al mondo con una forza e una bellezza inaudite. Sulla band è stato girato anche un bellissimo documentario ambientato a l’Avana, con interviste ai membri e registrazioni di storici live.
Oggi l’eredità di Compay Segundo è affidata al figlio, che porta lo stesso nome, e a un mix di giovani e vecchie glorie che continuano a far sognare e danzare i palchi di tutto il mondo. I BVSC si sono esibiti alla Festa della Musica di Chianciano Terme dove li abbiamo intervistati nei camerini.

Il Grupo Compay Segundo è l’unica formazione scelta direttamente da Compay Segundo come suo successore spirituale. Come va il lavoro?

I musicisti che attualmente compongono il gruppo Compay Segundo sono quelli che hanno accompagnato Compay durante la sua vita artistica, sono i membri del progetto originale Buena Vista e ci sono anche dei giovani formidabili musicisti. Ci è stato lasciato un patrimonio importantissimo di canzoni, di storia, di vita e tradizione che sempre riproponiamo al pubblico con trasparenza e calore.

Compay Segundo una volta ha detto «io suono questa musica perché è storia. I giovani vogliono conoscere le loro radici e ci deve essere qualcuno che gliele mostra. Questa è la storia della musica, questo è ciò che rappresento». I giovani cubani sentono ancora questa necessità?

Certo! Abbiamo moltissimi gruppi di musica tradizionale cubana che si legano a Compay riproponendo le sue canzoni. Chiaro, con altri ritmi e con altre forme, ma sempre mantenendo quel legame profondo. La musica a Cuba è imprescindibile: fa parte dell’essere cubani.

Ancora Compay Segundo: «è una musica che va vissuta e condivisa. È questa la sua vera forza». Cosa significa?

Significa che dentro l’ambiente culturale cubano la musica accompagna il popolo in tutto ciò che fa. E il cubano sempre vede la musica come una forma di resistenza, di benessere, di felicità e allegria e quindi penso che quando Compay usava queste parole pensava soprattutto al suo popolo: era convinto che il cubano necessita della musica per realizzare tutti i sogni che ha nel cassetto. La storia dei BVSC ne è la conferma.

Compay Segundo dava molta importanza alle parole del cantante. Di cosa parlano le canzoni dei BVSC?

Parlano di esperienze personali e anche questioni quotidiane della vita del cubano. In una canzone, per esempio, si parla di matrimonio. Una ragazza e un giovane di umili famiglie volevano accasarsi e unirsi in matrimonio. Cominciarono a costruirsi una casa povera e la muchacha tutti i pomeriggi andava a prendere la terra al fiume e quando stava dentro l’acqua, il vestito si bagnava e diventava trasparente. Allora, come puoi immaginare, il desiderio del marito aumentava ogni giorno di più, perché la vedeva molto bella. Di questo parlano le canzoni: della vita quotidiana, delle relazioni, dell’amore, del rispetto della donna e soprattutto di armonia.

Com’era suonare, ballare e fare festa nella prima metà del ‘900? Quali le differenze rispetto a oggi?

Durante tutto lo sviluppo della musica si sono create nuove sonorità e nuovi strumenti. In quegli anni non esistevano gli strumenti elettrici, la televisione, la radio, ecc. Erano strumenti rudimentali, molto folclorici e oggi, con tutto lo sviluppo mediatico, la musica è cambiata molto e ha molte sonorità. Io ricordo che mio padre, Compay Segundo, quando sentiva le nuove canzoni mi diceva: “la musica di oggi non è la stessa della mia epoca e va cambiando, ma va bene perché la musica si esprime in nuove forme e noi siamo felici di questo”.

Nonostante i passaggi di testimone i BVSC sono rimasti legati alla tradizione e alla necessità di fare musica di altissimo livello: vera e propria arte. Da qualche anno è uscita un’altra forma musicale da Cuba: il reggaeton. Cosa ne pensano i BVSC? Sono curiosissimo!

Noi pensiamo che il reggaeton sia un’altra manifestazione della musica. La chiamano musica urbana, perché riflette molte cose che succedono nelle strade e nella vita domestica e la riflettono in una forma molto realistica. La differenza che c’è tra questa e la musica tradizionale è che esalta le relazioni tra persone e la convivenza tra la gente e molte volte viene fatto in modo deciso. Sono cose che sempre esistono nella canzone tradizionale e non devono staccarsi da essa.

Nessun commento su Ritmi latini, passione, armonia e amore: il Son (nei camerini coi Buena Vista Social Club)

“Culture Contro la Paura” dell’Orchestra Multietnica di Arezzo: Intervista a Luca Baldini

Con l’Orchestra Multietnica di Arezzo, il Cortona Mix Festival 2019 si è chiuso con un evento straordinario, un live che ha avuto implicazioni artistiche, sociali e politiche – beninteso, nel…

Con l’Orchestra Multietnica di Arezzo, il Cortona Mix Festival 2019 si è chiuso con un evento straordinario, un live che ha avuto implicazioni artistiche, sociali e politiche – beninteso, nel suo senso etimologico, nel suo valore di interesse nei confronti della collettività e del bene condiviso degli esseri umani. In Piazza Signorelli, il 21 luglio 2019, è stato presentato il progetto Culture Contro la Paura: due ore di musica, graditissimi ospiti e flussi espressivi provenienti dai quattro angoli del mondo. Sul palco, diretti da Enrico Fink, 35 musicisti provenienti da Albania, Palestina, Libano, Nigeria, Costa d’Avorio, Argentina, Colombia, Bangladesh, Giappone, Romania, Russia, Svizzera e dalle più svariate regioni italiane, hanno accompagnato protagonisti della musica italiana del calibro di Brunori SAS, Lo Stato Sociale, Paolo Benvegnù, Dente, Luca Lanzi de La Casa del Vento insieme a Francesco Moneti dei Modena City Ramblers, Alessandro Fiori nonché le voci di Emad Shuman e Paola Scoppa. Durante l’esibizione, poi, il fondale del palco si è animato con il live drawing del collettivo perugino dei BecomigX.
Abbiamo intervistato Luca “Roccia” Baldini, uno dei coordinatori dell’orchestra – nonché vicepresidente di Officine della Cultura e bassista, organico del progetto – a poche ore dallo spettacolo che ha riempito di gioia e di colore Piazza Signorelli di Cortona. Nel vorticoso viavai degli artisti, tra palco e backstage, nel caotico rumoreggiare del sound-check del pomeriggio di domenica 21 luglio, siamo riusciti a fargli qualche domanda.

Quale è stato il percorso, intrapreso dall’Orchestra Multietnica di Arezzo, che ha portato all’esibizione che vedremo stasera in chiusura del Cortona Mix Festival 2019?  

Luca Baldini: Dunque, il progetto dell’OMA va avanti ormai da 12 anni ed è nato inizialmente come percorso formativo, finalizzato alla conoscenza e all’approfondimento delle strutture di base delle tradizioni musicali delle aree del mediterraneo. Il progetto Culture Contro la Paura, invece, lo abbiamo iniziato lo scorso anno, come progetto interno all’OMA, coinvolgendo anche Dario Brunori, Paolo Benvegnù e Amanda Sandrelli. È nato in occasione di un mini-tour siciliano: abbiamo portato in giro un messaggio di integrazione in tre spettacoli che abbiamo fatto alla Valle dei Templi di Agrigento, al mercato di Ballarò e al Teatro di Verdura di Palermo. È stata una tre giorni di cultura dell’integrazione, in cui abbiamo condiviso una visione di mondo migliore con altri artisti, un mondo in cui potremmo essere tutti uguali. Da questa esperienza è partita la registrazione di un disco – intitolato appunto Culture Contro la Paura – che uscirà nei prossimi giorni, nel quale saranno presenti tutti gli ospiti che sono stati integrati nel percorso dell’OMA nel corso degli anni: ci sono Shel Shapiro, Dario Brunori, Raiz, Cisco, ma c’è anche la Bandabardò, Moni Ovadia e tantissimi altri. Questo è stato un espediente per ritrovarci e dare un messaggio importante, qui a Cortona. È la prima volta che facciamo un concerto con così tanti ospiti e siamo molto orgogliosi ed emozionati.

Sul palco insieme a voi ci sarà una presenza molto importante, sia per il messaggio – coerente con quello della OMA – sia per la stessa città di Cortona: sto parlando della Chitarra “Mare di Mezzo”.

LB: Sì, certamente! La chitarra che Giulio Carlo Vecchini, liutaio cortonese, ha assemblato con frammenti di barconi arrivati a Lampedusa, sarà suonata da Francesco Moneti de La Casa del Vento e dei Modena City Ramblers. Sarà sul palco anche lo stesso Giulio Carlo Vecchini. Insomma, ci sarà un bel gruppo di amici. Personalmente devo dire che è stato molto faticoso. Veniamo da giorni di prove in teatro e siamo tutti un po’ stanchi. Come Officine della Cultura, poi, siamo anche coinvolti nell’organizzazione del Cortona Mix Festival e di conseguenza sono stati giorni molto intensi. Ma questo è il nostro gioiello e abbiamo fortemente voluto che chiudesse questa manifestazione. Abbiamo voluto chiudere ribadendo valori importantissimi, che non sono prettamente politici, ma sono etici. La politica si fa tutti i giorni, per strada, ma quando si parla di integrazione, di accoglienza e di apertura, penso che si entri in un ambito che è superiore della politica: si parla di etica, di valori assoluti.

L’OMA con questa compagine arriva in terra d’Arezzo dopo aver girato l’Italia. Rispetto alle tematiche citate, di integrazione e di accoglienza, come ti sembra che la terra d’Arezzo – e la Valdichiana – stia rispondendo?

LB: Vedo una grossa difficoltà delle persone rispetto a queste tematiche. È però una caratteristica comune di tutta l’Italia. È un periodo in cui le persone hanno veramente paura. La paura però nasce sempre dall’ignoranza, dal non conoscere – o peggio dal rifiutarsi di conoscere – le cose che stanno al di là del nostro campo visivo. L’unica soluzione è quella di cercare ogni giorno di far arrivare un messaggio di apertura e di ricerca. Le difficoltà ci sono, in Valdichiana così come nel resto d’Italia. Le abbiamo vissute anche sulla nostra pelle. Recentemente abbiamo portato in giro lo spettacolo Occident Express, con Ottavia Piccolo [di cui abbiamo parlato nel secondo numero di ValdichianaTeatro ndr] e mi sono accorto di come questo, in molti teatri, non sia stato accolto con grande entusiasmo. Le persone però si avvicinano a queste storie, le ascoltano, ne vengono coinvolte: ci rendiamo conto che le storie di chi viene da lontano sono anche nostre, sono vicine a noi, ci rendono complici. L’ignoranza è la malattia più grande dei nostri tempi, noi cerchiamo di curarla con quello che sappiamo fare meglio: suonare.

Nessun commento su “Culture Contro la Paura” dell’Orchestra Multietnica di Arezzo: Intervista a Luca Baldini

Il Sogno Lucido del Cantiere Internazionale d’Arte

In occasione della undicesima giornata di Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, mercoledì 24 luglio 2019 è andato in scena in Piazza Grande lo spettacolo articolato ‘Sogni di una Notte d’Estate’….

In occasione della undicesima giornata di Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, mercoledì 24 luglio 2019 è andato in scena in Piazza Grande lo spettacolo articolato ‘Sogni di una Notte d’Estate’. Di seguito il racconto della serata. 

Un’Officina per Giovani Artisti: il vettore organizzativo del Cantiere Internazionale d’Arte indica questa direzione fin dalle linee programmatiche tracciate da Hans Werner Henze. Multidisciplinarietà e orizzontalità delle produzioni; artisti locali e artisti internazionali; non professionisti e professionisti; studenti specializzati e appassionati, tutti a intersecare esperienze e dati creativi.

La serata di mercoledì 24 luglio 2019 è stata, in questo, esemplificativa: sul palco allestito in Piazza Grande, tra i due colonnati di americane e il logo del Cantiere proiettato iconicamente sul travertino del Palazzo Comunale, si sono resi complementari due corpi di balletto, una corale con due voci soliste, una compagnia di prosa e un’orchestra. Sogni di Una Notte d’Estate è stato il titolo scelto per questa serata polimorfica che ha seguito come trait d’union la celebre commedia di William Shakespeare Sogno di Una Notte di Mezza Estate, con i suoi speculari rifacimenti operistici e figurativi.

 

L’orchestra della Royal Northern College of Music è già di per sé uno spettacolo. I ragazzi di Manchester, che ogni anno arricchiscono il centro storico di Montepulciano con esibizioni cristalline di brani classici e contemporanei, sono una delle ‘cartoline’ più belle della storia del Cantiere Internazionale d’Arte. La direzione dell’orchestra, per la serata dedicata ai Sogni di una Notte d’Estate, è stata ovviamente affidata al Maestro Roland Böer, direttore artistico e musicale del Festival. La serata è cominciata con l’ouverture operistica tratta dall’Oberon di Carl Maria von Weber, ispirata proprio al personaggio scespiriano, consorte di Titania e re degli elfi. La RNCM Symphony Orchestra di Manchester ha poi eseguito la Sinfonia n. 8 di Hans Werner Henze, composta nel 1993 e ispirata al Sogno di Una Notte di Mezza Estate di Shakespeare. Ogni movimento è strettamente collegato a una breve sezione dell’opera teatrale: il primo movimento (Allegro) è ispirato dalla battuta di Puck, nel testo originale, «I’ll put a girdle round the earth/ In forty minutes» (Avvolgerò una cintura attorno al globo in quaranta minuti!) – Atto II, scena I – e all’invito da parte di Oberon, a Titania, di fare il giro del mondo «We the globe can compass soon / Swifter than the wandering moon» – Atto IV, Scena I. Henze raffigura il viaggio globale di Puck nella variazione di tonalità: l’Est è il Do Maggiore, il Polo Sud è rappresentato dalle note più basse della gamma dell’orchestra sinfonica moderna, mentre il Polo Nord è rappresentato da quelle più alte.
Il secondo movimento (Allegramente con comodo tenerezza e ballabilità) raffigura fonicamente la tentata seduzione di Nick Bottom da parte di Titania, mentre il movimento finale (Adagio) sembra far riecheggiare la battuta del monologo finale, sempre di Puck, «Se l’ombre nostre vi hanno offeso…» alla fine della commedia. Il secondo movimento indicato dallo stesso Henze come ballabile, ha visto stagliarsi sul piano di scena una coreografia di Maria Stella Poggioni, eseguita dalle ballerine della sua École de Ballet. La coreografia ha visto ondeggiare una serie di figure mobili, con dominanza dei colori freddi (il blu su tutti), la cui obliquità di posizione ha teso, per buona parte del balletto, verso un vertice centrale che si è presentificato – all’inizio e alla fine del balletto – come una figura femminile bendata: sono quindi il sogno e i movimenti dell’inconscio durante le fasi della notte, che vengono rappresentati nel balletto. Le ballerine si muovono entro un amnio onirico, composto da fraseggi propri del sogno, della postura notturna dei corpi. Questo, il primo dei due sogni che hanno scandito la serata.

 

La seconda parte ha invece visto in scena, insieme all’orchestra, il gruppo della Corale Poliziana, diretta da Judy Diodato, e con le voci del soprano Noemi Umani e del mezzo soprano Zhu Aoxue. La sezione musicale ha lasciato buona parte di piano scenico per la commedia scespiriana in prosa, con la regia di Carlo Pasquini e interpretata dal gruppo teatrale FUC – Formare Una Compagnia. La commedia in prosa è stata quindi puntualmente abbinata all’esecuzione integrale delle musiche di scena composte, sul testo di Shakespeare, da Felix Mendelssohn Bartholdy: in questo caso la rappresentazione teatrale è impreziosita dalla coreografia realizzata da Cristina Peruzzi per la sua Pétite École, con fraseggi di balletto perfettamente integrati nella complessità scenica di orchestra-coro-attori, tanto che spesso le ballerine assumono la vera e propria funzione di fatine – nelle scene boschive tra Oberon e Titania (interpretati in maniera originalissima ma equilibrata, dagli ottimi Giovanni Pomi e Emanuela Castiglionesi) – e di damigelle nel contesto del finale della commedia, sancito dai matrimoni fra i protagonisti.

Nei costumi curati da Milena Karinska, l’atmosfera arcadica si traduce in un’ambientazione lisergica, dai toni psichedelici – acuiti dai visual proiettati sulla facciata del duomo, che richiamano visioni braminiche, citando qua e là Jonas Mekas e i Tame Impala, montati da Noemi Leandri – che ben si sposano con la plot scespiriana del Sogno, in cui tutto l’equivoco della commedia ruota attorno al succo di viola del pensiero, il quale avrebbe il potere di far innamorare chiunque della prima cosa veduta al risveglio. Un po’ melevisione un po’ Woodstock, con uno straordinario Puck, interpretato da Federico Dottori – un Tonio Cartonio post-punk, in giacchetto di pelle e new era a rovescio – un po’ idillio arcadico, un po’ matrimonio gipsy, il Sogno di Carlo Pasquini è la conferma di quanto sia bello alterare le traiettorie, le visioni, le tradizioni, in funzione di un daimon creativo condiviso. I ragazzi della compagnia FUC rappresentano a oggi un tessuto culturale importante, sul quale il Cantiere e le istituzioni teatrali del territorio dovrebbero investire.

In tutto sono state due le ore di spettacolo (fluite con estrema leggerezza) che hanno tenuto una platea colma di spettatori nella splendida cornice di Piazza Grande, che sembrava quasi dipinta, per la bellezza che lo spettacolo in scena non ha fatto altro che rimarcare.

Nessun commento su Il Sogno Lucido del Cantiere Internazionale d’Arte

Le molteplici intersezioni del Cantiere Internazionale d’Arte

Foto di Michele Vino Dal 12 al 18 Luglio 2019, Il Cantiere Internazionale d’Arte ravviva la Valdichiana e la Valdorcia con quarantasei spettacoli disseminati in varie suggestive location. Un programma…

Foto di Michele Vino

Dal 12 al 18 Luglio 2019, Il Cantiere Internazionale d’Arte ravviva la Valdichiana e la Valdorcia con quarantasei spettacoli disseminati in varie suggestive location. Un programma multidisciplinare che sta convincendo il nutrito pubblico che riempie, in queste calde sere d’estate, le platee allestite dalla Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte. Si conclude oggi la prima settimana di Festival. Ne abbiamo tratto una riflessione. 

Se si cercasse una parola chiave, un lemma caleidoscopico, per indicare la traiettoria metodologica, che guidi le pratiche creative di questa edizione del Cantiere Internazionale d’Arte, questa sarebbe intersezione. Le intersezioni – ma anche gli scambi, le sovrapposizioni – sono di tipo geografico, disciplinare e relativo alle produzioni. È geografico perché sono molti i comuni coinvolti, così come moltissime sono le location, definite anche dal programma Luoghi-Incontro, attraverso il quale il Cantiere – congiuntamente alla Fondazione Monte dei Paschi di Siena – coinvolge le piazze, i musei, i mercati dei diversi centri. È disciplinare perché stiamo parlando di un festival, fondato da Hans Werner Henze, che si poneva come officina per giovani artisti, che proprio dallo scambio tra generi ed esperienze, faceva scaturire nuove espressione e crescita comune. È relativo alle produzioni perché coinvolge i virgulti creativi del territorio, le associazioni presenti, le istituzioni, i gruppi di lavoro già coesi, e li scontra con esperienze internazionali e professionali, per farli reagire insieme.

Quello di quest’anno è un habitat espanso, un’ulteriore estensione di dominio, un allargamento del perimetro d’azione che sta tracciando un vero e proprio processo educativo di area. Il Cantiere non è più preminentemente “di Montepulciano”; il Cantiere è ormai un’istituzione culturale in Valdichiana e Valdorcia, posto come garante di un reticolo culturale di scambio, di confronto, di approfondimento centrifugo, disseminante esperienze artistiche in tutto il sud della provincia di Siena. La cognizione culturale del territorio ha conosciuto tempi più brillanti. L’indirizzo smaccatamente politico – poiché l’arte è sempre politica – dell’iniziativa cantieristica acquista quindi, nel presente periodo storico, una marca di necessarietà.

Molte delle intersezioni tematiche – che partono dalle espressioni musicali e teatrali – sono state quest’anno rivolte alla storia della letteratura. Il testo è tornato a essere portante nei moduli degli spettacoli. In un’epoca in cui la parola viene esautorata – bistrattata, screditata – e sono le frequenze, invece, a essere investite di potere comunicativo, ecco che gli spettacoli del Cantiere tornano a pareggiare le livellature tra i due codici: musica e parola.

In Passion, il musical che ha aperto questa quarantaquattresima edizione, lo spunto testuale viene da un classico minore della nostra letteratura. Pilastro delle metriche romanzesche della scapigliatura, Fosca di Iginio Ugo Tarchetti è il basamento testuale per quello che secondo il programma di sala è un “musical”, ma che rappresenta un’intersezione – anche qui – tra vari generi compositivi. Passion è l’ultima, pluripremiata partitura dell’autore colossale Stephen Sondheim, il liricista americano che ha partorito – tra le altre cose – West Side Story e Sweeney Todd che per questa lavoro si è ispirato al film Passione d’amore di Ettore Scola, derivato dal romanzo di Tarchetti. Il cinema torna anche in L’Uomo Visibile, la serata che ha visto coinvolte proiezioni di pellicole dell’era del muto con musiche eseguite dal vivo e approfondimenti, nel contesto della Fortezza di Montepulciano, con Francesco Finocchiaro, Julie Brown, Richard Heyman e Elisabeth Trautwein-Heyman.

 

I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni sono invece stati il serbatoio testuale, dal quale Gabriele Valentini ha edotto il suo Rodrigo – appunti su un malamore. La drammaturgia è intersecata ai suoni e alle musiche di Davide Vannuccini e ai visual di Simone Pucci, giocate con proiezioni efficacissime nella facciata di Villa Fanelli, nel parco del Castello di Sarteano. Il resto delle luci è affidato agli attori stessi, che tengono torce i cui getti fotonici non mantengono linee fisse: sono orizzontali, ma anche verticali e obliqui. Modificando le direzioni dei coni di luce, la tecnica di scena diventa dominante, nell’economia generale della messa in scena. Quella che viene operato in Rodrigo è un’epochè, una sospensione del giudizio anti-romantica (e quindi anti-manzoniana), in cui il fulcro della vicenda dei Promessi Sposi viene deliberatamente focalizzata sulla figura del villain. Con accenni alla contemporaneità (dal #metoo agli osteggiamenti della diversità) e incursioni citazionistiche del romanzo originale, Gabriele Valentini elabora un’ottima interpretazione contemporanea della figura di Don Rodrigo, post-freudiana, in cui il sogno che l’antagonista dei Promessi Sposi fa nel capitolo XXXIII, durante la notte in cui egli stesso contagia la peste, viene esposto sulla scena come esplosione inconscia, ridda di un rimosso emotivo. Nel patchwork testuale è presente anche il Capitolo V – che di fatto funge da antifona, da profezia che si auto-adempie – in cui Fra Cristoforo (molto ben interpretato, qui, da Francesco Storelli) giunge al palazzotto del nobile e viene invitato al banchetto che si sta tenendo a corte. Tutto, nello spettacolo, viene tenuto insieme da un’atmosfera onirica, in un amnio fatto di torce e proiezioni astrali. Musica, proiezioni e luce, sono un’arma scenica potentissima, il cui calibro si misura – in questo caso – in volume.

Sempre di prominente presenza Arrischianti è lo spettacolo La Goccia e il Fuoco, nato da un’idea del Maestro Luciano Garosi, con la drammaturgia – e la regia – di Laura Fatini, con Maria Pina Ruiu e Giovanni Fabiani. Lo spettacolo è impostato come un dialogo a due voci: una è effettivamente una voce, quella di George Sand, interpretata da una superlativa Maria Pina Ruiu, e l’altra è quella di Fryderyk Chopin, il quale – ovviamente – non si esprime sulla scena a parole, ma attraverso i suoi brani (eseguiti, appunto, dal pianista Giovanni Fabiani). La storia d’amore tra i due si consumò dal 1838 al 1847, tra Parigi, Nohant e Palma di Maiorca.

George Sand la proto femminista, George Sand l’integerrima autrice di Lélia e de La Piccola Fadette, George Sand che si opponeva alle convenzioni soffocanti del suo tempo, di fronte al guazzabuglio dell’innamoramento pare afflitta e debilitata, oltraggiata dai dardi di amore. Un amore sconvolgente, ma immaturo, che si traccia più sulla carta che sulle lenzuola delle camere da letto. Niente bisogna risparmiarsi quando si hanno mani per scrivere e per suonare, afferma la Sand di Laura Fatini, che dal suo scrittoio ripercorre tutto il carteggio che tra i due c’è stato, lungo quei dieci anni di tormentata relazione. La goccia e il fuoco del titolo sono i due tropi attraverso i quali queste due figure storiche si configurano in scena, un fuoco che brucia, trancia, che si consuma velocemente, e dall’altra parte la goccia che lentamente spegne i fuochi, intride la carta fino a renderla illeggibile, distruggerla, sebbene sia stato il fuoco a bruciare fattivamente l’epistolario. Un amore che si consuma anche sulla tela, in un famoso dipinto di Delacroix, rimasto però solo abbozzato (siamo rimasti abbozzati persino su una tela, dice) e che – ironia del mercato – venne tagliato in due dal proprietario, pensando che i ritratti singoli divisi avessero un valore più alto.

Un Cantiere Internazionale d’Arte che quindi valorizza le intersezioni, le sovrapposizioni, le complementarità, che connette e cuce insieme, che educa e diverte. Una quarantaquattresima edizione che riluce d’amore, di passione e di follia.

Nessun commento su Le molteplici intersezioni del Cantiere Internazionale d’Arte

Racconti di veglia: Barbarossa e il fantasma del toro bianco

“Stai lontano dal fosso che c’è il toro bianco!” La leggenda popolare di cui vi parliamo in questo racconto di veglia si riferisce a uno spettrale toro bianco che appariva…

“Stai lontano dal fosso che c’è il toro bianco!”

La leggenda popolare di cui vi parliamo in questo racconto di veglia si riferisce a uno spettrale toro bianco che appariva durante la notte nei pressi del Canale Maestro della Chiana. Il fantasma di una chianina, la razza bovina gigante che caratterizza il territorio della Valdichiana, e che spaventava i contadini dei dintorni che incautamente si avvicinavano al corso d’acqua che taglia la valle.

Secondo le storie popolari, non era il fantasma di un toro comune, bensì rappresentava l’anima di Barbarossa: l’Imperatore Federico I Hohenstaufen del Sacro Romano Impero, che proprio in queste terre era passato durante le campagne militari italiane e aveva lasciato un tesoro nascosto nelle campagne. Lo spettrale toro era quindi un guardiano del tesoro del Barbarossa e appariva di notte per spaventare chi si avvicinava troppo al segreto, costringendolo con la sua possente statura a tornare indietro.

Qual è il significato di questa leggenda e quanto è diffusa nel nostro territorio? Si tratta di una storia inventata per spaventare i bambini oppure di un’allucinazione notturna? Esiste davvero un tesoro nascosto collegato all’Imperatore Barbarossa in Valdichiana?

Testimonianze e Diffusione

I racconti che parlano della leggenda del fantasma del toro bianco non sono molto diffusi: mi sono imbattuto in testimonianze orali e racconti dell’epoca contadina del secondo dopoguerra, che fanno risalire gli avvistamenti di questo animale spettrale nelle immediate vicinanze del Canale Maestro della Chiana, tra i Comuni di Montepulciano, Sinalunga e Cortona. La zona è quella che attraversa le campagne tra Valiano e le Chianacce, nelle località adiacenti Poggio Fasciano e Poggio Martino: terreni che nella metà del XX secolo facevano parte delle grandi fattorie condotte a mezzadria dai contadini della Valdichiana, lontani dai principali centri urbani.

Secondo le testimonianze orali, gli avvistamenti del fantasma avvenivano durante la notte nei terreni adiacenti al principale corso d’acqua che divideva le fattorie, su cui i contadini avevano costruito una passerella di legno per facilitare il passaggio e per evitare di risalire il fosso fino al ponte di Valiano. Il toro bianco appariva come una presenza spettrale nei pressi del Canale Maestro della Chiana e spaventava i passanti: non li assaliva, ma la sua stazza era sufficiente a terrorizzare i contadini, costringendoli a cercare dei percorsi alternativi nelle campagne. Era a tutti gli effetti un gigante bianco, come la razza chianina allevata dai mezzadri nelle fattorie della zona, ma senza segni di riconoscimento né di addomesticamento, che compariva soltanto di notte.

La sua apparizione, sempre secondo la leggenda orale, era legata alla presenza del tesoro dell’Imperatore Barbarossa, che avrebbe dovuto trovarsi nei pressi di Poggio Martino, sepolto sotto una cantina di quello che una volta era stato un convento. Il tesoro comprendeva monili dorati, monete e pietre preziose, nascoste dalle truppe di Barbarossa durante il passaggio per la campagna militare in Italia del XII secolo. Dal momento che all’epoca la Valdichiana presentava un territorio paludoso, le truppe dell’imperatore proseguirono con le barche fino al ponte di Valiano e lasciarono il tesoro nel poggio che spuntava dall’acqua. Dopo la bonifica della Valdichiana, il tesoro poteva essere più facilmente trovato dai contadini, che avevano accesso al poggio attraverso i campi bonificati: pertanto l’apparizione del fantasma del toro bianco rappresentava l’anima dell’Imperatore Barbarossa che continuava a difendere il suo tesoro.

La diffusione di questa leggenda si limita al territorio di Cortona, Bettolle e Montepulciano, nei pressi del Canale Maestro della Chiana e non siamo ancora riusciti a risalire a eventuali testimonianze simili, che ci possano permettere di ampliarne la diffusione. Esistono tuttavia leggende che presentano delle similitudini in Valdichiana e dintorni, come ad esempio quella del tesoro di Porsenna: anche in questo caso, il sovrano di Chiusi avrebbe lasciato dei preziosi cimeli che non sono mai stati ritrovati.

Un’altra somiglianza possiamo trovarla in una leggenda popolare raccolta da Carlo Castellani nel libro “Misteri”: il racconto parla di un cavallo spettrale montato dal fantasma di un soldato napoleonico, che appariva nei pressi di Valiano. Il soldato, presumibilmente morto durante la campagna napoleonica di fine XVIII secolo, spaventava i contadini e i passanti. Secondo alcune versioni della storia, voleva tenerli alla larga dal proprio tesoro: una cassetta di ferro con monete raffiguranti l’effige dell’Imperatore Napoleone.

Infine, una ulteriore somiglianza può essere trovata nella storia popolare raccolta da Carlo Lapucci nel libro “Le leggende della terra toscana“, nella zona di San Giovanni Valdarno, a nord di Arezzo. Secondo questo racconto, nelle notti senza luna o nelle giornate di nebbia, una carrozza spettrale appariva nei pressi del fiume Arno, con una figura diabolica come cocchiere e un signore vestito di nero all’interno della carrozza. Si dice che il viaggiatore spettrale fosse un uomo malvagio che, avendo accumulato un grande tesoro e avendolo nascosto nei pressi dell’Arno, uccise il cocchiere perché ne fosse in eterno il guardiano. Quando morì anche lui, fu sepolto nella terra consacrata, ma al mattino il corpo veniva sempre trovato fuori; così durante una piena dell’Arno lo gettarono in acqua. Da quel momento il fantasma del cocchiere, durante le notti più scure o i temporali più intensi, va a prendere il fantasma del padrone e lo porta a visitare il tesoro nascosto.

Anche se non si tratta della stessa leggenda, possiamo notare delle somiglianze che possono far pensare alla diffusione delle storie popolari durante le veglie contadine. Nei casi sopra citati, sono infatti ricorrenti le figure di imperatori, sovrani o persone dotate di ricchezza e potere che seppelliscono dei tesori nelle campagne lungo i principali corsi d’acqua e che li fanno proteggere da spaventosi fantasmi.

Federico Barbarossa ha lasciato molte tracce del suo passaggio nella storia italiana

Caratteristiche e Analisi

La leggenda del fantasma del toro bianco, per quanto limitata a una porzione ristretta del nostro territorio, ci permette di prendere in considerazione alcuni dei tratti più distintivi della Valdichiana: il guardino spettrale del tesoro dell’Imperatore Barbarossa era infatti proprio un toro di razza chianina, il gigante bianco che caratterizza l’allevamento delle nostre campagne. Una figura ben conosciuta dai nostri contadini, ma la cui stazza poteva spaventare chiunque se fosse apparsa nella notte di fronte a un corso d’acqua. È inoltre ben presente la storia della bonifica, con gli isolotti che si stagliavano sopra l’acqua in epoca medievale che diventano poggi o colline dopo la riconquista dei terreni bonificati e la sistemazione delle opere idrauliche in tutto il territorio.

Una possibile spiegazione all’origine di questa leggenda, che accomuna anche i racconti del cavallo spettrale di Napoleone e della carrozza fantasma del Valdarno, è la funzione di monito che tali storie potevano avere nei confronti delle generazioni più giovani che abitavano nelle campagne e che potevano sottovalutare il rischio dato dai corsi d’acqua, soprattutto di notte o nei momenti di piena. Secondo le testimonianze orali, lo spettro del toro bianco teneva lontani i contadini non solo dal tesoro del Barbarossa ma anche dal Canale Maestro della Chiana, perché di notte si poteva rischiare di cadere dalle passerelle e annegare nelle acque. La passerella che collegava le due sponde del canale non era un passaggio sicuro come quello di Valiano e, soprattutto in inverno, poteva rappresentare un passaggio pericoloso per i ragazzi più incauti. Lo spettro del toro bianco poteva quindi assolvere alla funzione di racconto utile per spaventare i bambini durante le veglie notturne e spingerli a tenersi lontani dai pericoli.

La parte della leggenda riferita al tesoro dell’Imperatore Barbarossa, inoltre, ci permette di affrontare un’altra importante analisi e di comprendere quanto il passaggio delle compagnie militari potessero scandire il passaggio del tempo nella memoria collettiva delle campagne. La civiltà contadina, che per molti secoli si è mantenuta sempre simile a sé stessa in una sorta di tempo ciclico scandito dalle stagioni e apparentemente immutabile, manteneva con forza il ricordo del passaggio delle truppe militari, che salivano o scendevano lungo l’Italia verso battaglie più o meno lontane. Le vite dei contadini venivano quindi toccate dalle truppe di passaggio, dai grandi condottieri o sovrani delle diverse epoche, contribuendo a formare una memoria collettiva delle campagne. Il passaggio delle truppe dell’Imperatore Barbarossa del XII secolo, le compagnie napoleoniche alla fine del ‘700, le soste di Garibaldi e dei suoi uomini, il passaggio del fronte nel 1944 e gli scontri tra partigiani e nazifascisti: questi eventi non sono presenti soltanto nelle storie dei borghi e dei centri abitati del territorio della Valdichiana e dintorni, ma anche nella memoria collettiva delle campagne che ne hanno assistito al passaggio (come ricorda anche la Festa del Barbarossa di San Quirico d’Orcia). I tesori lasciati dagli imperatori o dei condottieri di passaggio sono quindi dei monumenti, nel senso originale di testimonianza e di ricordo di un evento storico che spezzava l’apparente monotonia della vita delle campagne.

Il tesoro dell’Imperatore Barbarossa, al centro del racconto del toro bianco spettrale, non è mai stato ritrovato, al pari di quello di Lars Porsenna. Forse è stato ritrovato sotto qualche cantina di Poggio Fasciano o di Poggio Martino, magari è stato nuovamente seppellito dai contadini per timore che i reperti storici potessero indurre i padroni delle fattorie a scacciarli dai poderi in cui abitavano. Oppure si tratta soltanto di una storia popolare senza fondamento, utile soltanto per ricordare il passaggio delle truppe dell’Imperatore del Sacro Romano Impero in Valdichiana.

Carrozze spettrali e cavalli spettrali sono spesso legate ai fiumi

Influenze nella cultura Pop

Dal momento che la leggenda del toro bianco è fortemente limitata al ristretto territorio di cui abbiamo testimonianza, le influenze nella cultura popolare odierna sono molto rare. Lo spirito del sovrano germanico racchiuso nel gigante bianco ci può far pensare a una delle figure più famose della mitologia greca, ovvero Zeus. Fu proprio il sovrano dell’Olimpo ad assumere le sembianze di un toro bianco per sedurre Europa e portarla a Creta, dove diventò la prima regina dell’isola e diede luce al grande sovrano Minosse. Il rapporto con la razza bovina è molto frequente nella mitologia greca, basti pensare alla figura del Minotauro e alla storia di Io tramutata in giovenca; miti e leggende che hanno raggiunto la loro forma più divertente nella serie animata giapponese Pollon:

La carrozza spettrale della versione raccontata nel Valdarno può invece essere collegata a uno dei film più importanti nella storia del cinema: Nosferatu il vampiro, pellicola tedesca del 1922 antesignana del genere horror. In questa scena il protagonista supera il ponte, incurante delle superstizioni dei paesani, e viene raggiunto dalla carrozza spettrale del Conte Nosferatu:

Infine, la versione della storia incentrata sul cavallo spettrale e sul soldato napoleonico, non può che farci pensare alla figura del Cavaliere senza testa di Sleepy Hollow. Si tratta di un personaggio centrale del folclore europeo: un cavaliere decapitato nel corso di una battaglia, divenuto un fantasma senza testa a cavallo di un destriero spettrale, che vaga tra boschi e campagne alla ricerca di una nuova testa, terrorizzando e decapitando gli abitanti. L’unico modo per salvarsi è quello di oltrepassare il ponte di Sleepy Hollow, perché il fantasma non può oltrepassare l’acqua corrente e perde tutti i suoi poteri. La versione più famosa della leggenda del cavaliere senza testa è sicuramente il film di Tim Burton del 1999:

Per finire, una curiosità che è entrata a far parte delle leggende urbane molto diffuse su internet ai nostri tempi: in Texas, nella strada che porta a Brownsville durante le ore notturne, si narra che appaia una mucca fantasma in mezzo alla strada. Lo spettro dell’animale costringe i malcapitati guidatori a frenate o manovre pericolose, con il rischio di aumentare gli incidenti stradali. Un supposto fenomeno paranormale che non ha delle testimonianze facilmente verificabili, ma che mostra delle curiose analogie con il toro bianco della Valdichiana.


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

Nessun commento su Racconti di veglia: Barbarossa e il fantasma del toro bianco

Tagliolini alla crema di Aglione alla clorofilla di prezzemolo, polvere di peperoncino e aglio nero

Come promesso nel precedente articolo, stavolta ci occuperemo della storia di un primo piatto condito con la crema di Aglione, un’alternativa golosa ai classici Pici all’Aglione, preparati con la salsa…

Come promesso nel precedente articolo, stavolta ci occuperemo della storia di un primo piatto condito con la crema di Aglione, un’alternativa golosa ai classici Pici all’Aglione, preparati con la salsa di pomodoro. Anche il pomodoro, come l’aglio, è un ingrediente che viene usato spessissimo nella cucina toscana (e italiana in generale) ed è anche un prodotto che può causare reazioni allergiche più o meno gravi. Io stessa, pur amandolo moltissimo, non posso mangiarlo a causa di un’intolleranza, ed è anche per questo che ho deciso di presentarvi questa alternativa che non richiede l’impiego di salsa di pomodoro, così da riuscire a far assaggiare il nostro amato Aglione proprio a tutti.


Anche se all’inizio le era sembrato difficile, ormai Marisa aveva imparato quasi perfettamente come usare l’Aglione in sostituzione dell’aglio e i suoi piatti stavano diventando via via sempre più buoni e creativi. Certo, non riusciva ancora a cucinarci proprio tutto: alcuni piatti richiedevano per forza il sapore deciso dell’aglio, ma si stava impegnando al massimo per riuscire a sostituirlo completamente in ognuno dei suoi manicaretti, così che Adelina non dovesse rinunciare a mangiare neanche uno dei suoi piatti preferiti. La sua ultima “scoperta”, la crema di Aglione, si era rivelata una manna dal cielo per quello che riguardava i secondi: grazie a quella salsa era riuscita a riproporre la maggior parte dei piatti che era solita preparare con l’aglio, e aveva fiducia nel fatto che fosse la chiave per riuscire nel suo intento. Anche se l’aveva usata solo per condire la carne, era sicura che sarebbe stata anche un ottimo condimento per un primo piatto ed ebbe la possibilità di sperimentare quell’idea quando, il giorno del compleanno di Gilberto, si unirono a loro Gino e Angiolina.

Angiolina era la sorella maggiore di Gilberto, una donna minuta dai grossi occhiali spessi come fondi di bottiglia e, a quanto ricordava Marisa, non aveva mai mangiato il pomodoro. Da quando avevano scoperto l’allergia di Adelina, Marisa aveva sempre cucinato primi piatti conditi con la salsa di pomodoro, che creava un buon contrasto col sapore dolciastro dell’Aglione, e non sapeva proprio cosa avrebbe potuto inventarsi per preparare un primo che potessero mangiare sia sua figlia che sua cognata; o meglio, non lo sapeva prima della scoperta della crema di Aglione che, ne era sicura, l’avrebbe aiutata nella preparazione di un piatto nuovo e gustoso.
Anche se la ricetta di base della crema era già stata testata con ottimi risultati, sapeva che aveva bisogno di qualche modifica per poter essere un buon condimento per della semplice pasta: al contrario della carne, infatti, la pasta non ha un proprio sapore deciso, e qualcosa diceva a Marisa che solo l’Aglione, senza l’aiuto del pomodoro, non sarebbe riuscito a insaporire il piatto a sufficienza. Non sapeva da dove cominciare, così preparò una semplice pasta con la crema che teneva sempre a portata di mano per riuscire a capire cosa mancasse. Come aveva sospettato, la pasta non era un granché se condita in questo modo, quindi cominciò a pensare a quale sapore mancasse e a quali ingredienti avrebbe potuto usare per trovarlo. Come al solito, le sembrava che l’Aglione fosse troppo dolce se utilizzato da solo. Era un po’ come quando lasciava che i suoi figli la aiutassero nella preparazione di una torta e questa finiva sempre per essere eccessivamente dolce, quasi immangiabile; per rimediare a quell’errore normalmente usava una salsa alla menta, ma non si sarebbe mai sognata di usarla per condire la pasta… di certo nessuno avrebbe avuto il coraggio assaggiarla se l’avesse fatto, ma forse era la strada giusta per trovare la soluzione che cercava. Le serviva qualcosa di fresco, dal sapore deciso ma non coprente; un’erba aromatica era sicuramente l’idea migliore. Se avesse usato del basilico sarebbe diventata una pasta al pesto e lei voleva provare qualcosa di innovativo; la salvia stava bene col burro ma la usava spesso per condire la carne e non voleva essere ripetitiva. Avrebbe potuto usare il prezzemolo, ma lei detestava il sapore che aveva quando ne masticava anche solo un pezzettino, quindi non sapeva proprio quale erba usare; ci pensò per un bel po’ di tempo, ma alla fine si disse che nonostante tutto il prezzemolo era la soluzione migliore, anche se avrebbe dovuto trovare un modo per smorzarne il sapore ed evitare che nella pasta rimanessero anche pezzettini molto piccoli.
Dopo aver esaminato tutte le alternative, Marisa decise di creare un’altra crema a base di prezzemolo da unire a quella di Aglione; una soluzione che, ne era sicura, avrebbe accontentato proprio tutti intorno alla sua tavola. Ebbe cura di passare molto bene la crema che aveva creato per eliminare residui di foglie e gambi di prezzemolo, poi unì le due creme e ci condì la pasta. Ottenne un piatto cremoso e assai invitante, nonché bello da vedere grazie alle sfumature verdi dell’erba aromatica. L’esperimento fu un successo: a tavola tutti furono entusiasti del suo lavoro e di quella gustosa variante dei classici pici. Marisa, anche se aveva appena finito di cucinare, non riuscì a evitare di mettersi già a pensare a qualche altro piatto da preparare utilizzando il suo ormai più fidato alleato.

Questo è un altro esempio di come si può utilizzare la crema di Aglione, ma non è l’ultimo! Grazie a Marisa abbiamo scoperto due ricette gustose e infallibili ma, come abbiamo già detto, questa è una salsa molto versatile e i modi per utilizzarla possono essere davvero tanti. Forse la nostra cuoca di casa ha qualche altra variante da farci conoscere, forse no, e allora perché non fare qualche esperimento nella nostra cucina mentre aspettiamo di scoprirlo?


Tagliolini con crema di Aglione della Valdichiana alla clorofilla di prezzemolo, polvere di peperoncino e aglio nero: la ricetta

INGREDIENTI PER 4 – 6 PORZIONI

100g clorofilla di prezzemolo
250g aglione della Valdichiana
½ l latte
½ l panna
Aglio nero
Polvere di peperoncino (peperoncino, cardamomo, cumino, coriandolo e pane tostato macinato)
Sale q.b.
Pasta (tagliolini o spaghetti)

PER LA CLOROFILLA DI PREZZEMOLO
Sbollentare il prezzemolo in 200cl di acqua, frullare il tutto e passare nel colino fino; bollire a 70° e far freddare in frigorifero.

PER LA CREMA DI AGLIONE
Sbucciare l’Aglione, bollirlo per circa 2/3 minuti nel latte e ripetere questo passaggio 4 volte; mettere l’Aglione nel mixer con la panna e un pizzico di sale e frullare fino a ottenere un composto omogeneo.

PER LA CREMA DI AGLIO NERO
Bollire l’aglio nel latte e frullare il composto con la panna.

PREPARAZIONE
Unire la crema di Aglione alla clorofilla di prezzemolo, cuocere la pasta in acqua salata, scolarla e saltarla con la salsa ottenuta. Spennellare il piatto con la crema di aglio nero e disporre la pasta saltata con sopra la polvere di peperoncino.

(per la ricetta ringraziamo il ristorante “Le Logge del Vignola” di Montepulciano  e l’Associazione per la tutela e la valorizzazione dell’Aglione della Valdichiana)

Nessun commento su Tagliolini alla crema di Aglione alla clorofilla di prezzemolo, polvere di peperoncino e aglio nero

Type on the field below and hit Enter/Return to search