La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Rubriche

Il karaoke tragicomico di “Stanno Tutti Male” – Intervista a Riccardo Goretti

Il 22 Novembre, alle 21:00, la stagione invernale del Teatro Ciro Pinsuti si apre con Stanno Tutti Male: uno spettacolo di e con Riccardo Goretti, Stefano Cenci e Colapesce, al…

Il 22 Novembre, alle 21:00, la stagione invernale del Teatro Ciro Pinsuti si apre con Stanno Tutti Male: uno spettacolo di e con Riccardo Goretti, Stefano Cenci e Colapesce, al secolo Lorenzo Urciullo, uno dei più apprezzati cantautori italiani, le cui musiche originali permeano tutta la drammaturgia della rappresentazione.

Stanno Tutti Male è un “karaoke tragicomico”, le cui canzoni mutano in note il “male” che inseriamo molto spesso nella risposta alla domanda «Come stai?». «Sto male» è una frase che usiamo così tanto da esautorarla nel significato. Può essere lo «sto male!» derivato da un mal di testa, da un disagio emotivo, ma anche uno «Oddio sto male! Muoio!» che esprime invece il massimo del divertimento, della risata, del godimento: l’ambiguità dell’enunciato «sto male» è il segnale di un’incertezza che ci coinvolge tutti. Questo lavoro propone un affresco, o meglio una caricatura, dell’esistenza contemporanea. «Perché stanno tutti male?» si sono chiesti gli autori «Qual è la scala del bene e del male?» Queste e altre le domande di un’indagine collettiva, condotta su internet e sui social, a cui centinaia di followers hanno risposto, costruendo così il campione di un sondaggio, filtrato e ricomposto dai tre artisti in una rassegna di stati emotivi che, per quanto gravi, sono resi con multiforme comicità. Non a caso, il sottotitolo dello spettacolo è Uno studio collettivo sull’infelicità individuale.

Abbiamo incontrato Riccardo Goretti, autore e interprete dello spettacolo, per rivolgergli alcune domande.

La prima domanda che ti facciamo è la frase di esordio nel mondo, come cantava Brunori, in qualsiasi conversazione, ma nel vostro caso assume connotazioni che definirei totali. Bene, la domanda è: come state?

Riccardo Goretti: Abbastanza male, grazie. Ovviamente parlo per me, ma penso di poter estendere la risposta anche per Stefano e Lorenzo. Siamo accomunati da un senso di disagio costante latente e non meglio precisato. In tre ci smazziamo ansia, insonnia, mood swings, pessimismo, cinismo, disincanto, sfiducia, frustrazione: insomma, tutto normale ecco.

Questo spettacolo parte da un’analisi che avete fatto partendo dalle risposte che la gente ha dato alle domande relative allo stare male: avete in qualche modo analizzato i desideri della gente. Come è avvenuto il lavoro di scrittura di questo spettacolo? E cosa ne è emerso?

RG: Abbiamo chiesto alle persone di scriverci perché stanno male, loro l’hanno fatto, noi abbiamo frullato i loro malesseri – e cioè anche i vostri – con i nostri, ed ecco lo spettacolo. Dove poteva ambientarsi, se non in un karaoke bar, da sempre luogo di mestizia e sfogo per antonomasia?

Nel cast c’è anche Colapesce: come si è confrontato con la veste di attore? In che modo il suo essere musicista si è inserito nella drammaturgia?

RG: Lorenzo, prima di essere un musicista, è un artista molto sensibile… e un ragazzo molto sveglio. Merce rara. Non ha avuto nessun problema a inserirsi nel processo di scrittura  e messa in scena di uno spettacolo teatrale. Del resto è abituato alle sperimentazioni, in altri campi: basti pensare al fumetto La Distanza da lui realizzato per Bao Publishing, disegnato da Alessandro Baronciani…

Il teatro Ciro Pinsuti è un piccolo teatro da 150 posti. La vostra tournée tocca piccoli spazi come questo e grandi realtà come quelle cittadine; si è spostato in strutture teatrali classiche all’italiana, e in centri sociali come l’Angelo Mai; come vi confrontate con i diversi contesti in cui lo spettacolo è messo in scena? E che ruolo ha il pubblico?

RG: I contesti diversi sono solo divertimento, lo spettacolo cresce e si adatta e si deforma ogni volta che incontra un pubblico nuovo, sia esso composto dai classici “abbonati over 70”, o da scafatissimi occupanti di un centro sociale. Il pubblico è fondamentale per ogni rappresentazione teatrale. Io ormai manco riesco più a fare le prove di uno spettacolo, perché oltre un tot di ore, mi pare tempo perso: è come allenarsi a giocare a tennis con un videogame del Nintendo Wii… se non c’è il live, semplicemente, non è la stessa cosa.

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‘No Normal’ – La normalità che diventa l’anormalità

Si pronunciano nello stesso modo, ma non vogliono dire la stessa cosa. La normalità: carattere, condizione di ciò che è o si ritiene normale, cioè regolare e consueto, non eccezionale…

Si pronunciano nello stesso modo, ma non vogliono dire la stessa cosa.

La normalità: carattere, condizione di ciò che è o si ritiene normale, cioè regolare e consueto, non eccezionale o casuale o patologico, con riferimento sia al modo di vivere, di agire, o allo stato di salute fisica o psichica, di un individuo, sia a manifestazioni e avvenimenti del mondo fisico, sia a situazioni più generali.

L’anormalità: stato, condizione di ciò che è anormale: anormalità di una situazione, di un comportamento, di un fenomeno, di una manifestazione; anormalità psichica. In senso concreto, la cosa stessa che esce dalla normalità o che è irregolare: riscontrare molte anormalità nell’amministrazione.

Nella vita si danno per scontate tante, molte e forse troppe cose. Si danno per scontate le cose che abbiamo, le cose che facciamo e addirittura le persone. Senza parlare poi dei valori, dei sentimenti e degli affetti. Prendiamo ad esempio l’amore: l’amore è il sentimento più bello e più normale che si possa provare; troppo spesso però, negli ultimi anni soprattutto, quello che in amore dovrebbe essere normale diventa tragicamente anormale. E titoli come questi ‘Uccisa per il troppo amore’, ‘L’ho uccisa per amore’, non fanno altro che sottolineare che di normale c’è poco o niente e che non possiamo dare per scontato, o giustificarli, comportamenti o parole di queste genere

È questo il concetto che l’associazione culturale ‘ArtedaParte’ porta in scena con lo spettacolo ‘No Normal’ in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Questo progetto nasce nel 2017 in collaborazione con il laboratorio teatrale di espressione emozionale, mettendo in scena prima ‘Ab-Normal’ e poi ‘Very Abnormal People’. L’iniziativa suscitò  molto interesse fino ad arrivare , quest’anno, a una collaborazione attiva che unisce varie realtà artistiche presenti nel territorio della Valdichiana, con l’intento di scuotere le coscienze verso un tema, quello della violenza sulle donne, che ormai sta dilagando anche nel nostro territorio.

Attraverso l’interpretazione scenica di giovani attori, attori professionisti e attori amatoriali, la regista ha cercato di indagare sulla realtà che esiste oltre quell’amore ‘normale’ ma che in realtà non lo è: ‘No Normal’ è un modo per dire ‘Non è normale’ mostrando persone ‘normali’ in un’altalena di situazioni di vittime e carnefici, per far riflettere e discutere.

Tramite schemi emotivi e caratterizzazione emotiva, i personaggi sul palco reinterpreteranno i testi del libro di Serena Dandini ‘Ferite a morte’ e i casi di violenza saliti agli onori di cronaca per la loro crudeltà e spietatezza. In maniera emotiva e toccante, gli interpreti faranno emergere il normale che diventa anormale in una vita apparentemente felice.

L’adattamento scenico dello spettacolo è affidato a Emanuela Castiglionesi, per la direzione scenica di Ira Moering. ‘No Normal’, oltre a monologhi e testimonianze, avrà anche un accompagnamento musicale affidato a Niccolò Falciani e Joao Pedro Savino, il tutto con l’obiettivo di allontanare della coscienza umana ogni tipo di violenza e prendere le distanze dall’anormale brutalità che invece per l’essere umano può sempre normale.  Lo spettacolo vede la partecipazione di Chiara Protasi, Stefano Bernardini,  M. Paola Bernardini, Luca, Fabio e Aurora Amirante, M. Luisa De Curtis, Emma Bali, Damiano Belardi, Alessandra Guattari, Lara Frosoni, Federico Vulpetti, Samuele Peruzzi, Stefano Boffa, Luisa Noli, M. Cristina Neri, Giacomo Maggi, Emanuela Castiglionesi e, in una coreografia di Cristina Peruzzi, Lucrezia Cozzi e Francesco Esposito.

La regista ha lavorato sugli attori dal punto di vista emotivo, spogliandoli delle loro caratteristiche per farli entrare in situazioni lontane dal loro modo di essere e distaccandoli dalle loro reazioni, fare della loro anormalità la normalità.

‘Andando ad interpretare brani di Mia Martini, ho trovato difficoltà dal punto di vista tecnico, io sono cantante lirica mentre Mia Martini è una cantante moderna. Dal punto di vista interpretativo, invece, il messaggio è forte perché il brano che interpreto parla di donne in balia del potere maschile e infatti il messaggio che vogliamo lanciare con questo spettacolo è quello di prendere le distanze da ogni tipo di violenza. Con questo spettacolo abbiamo voluto portare in scena fatti di forti e crudi proprio perché lo spettatore non si deve riconoscere in quello che vede e dunque prenderne le distanze e attivarsi perché fatti di violenza non avvengano più’ è il commento di Chiara Protasi, una delle interpreti.

Lo spettacolo andrà in scena venerdì 22 novembre alle 21:30 al Teatro dei Concordi di Acquaviva di Montepulciano e sabato 23 novembre alle ore 21:30 al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena. L’iniziativa è organizzata con il patrocinio dell’Unione Comuni Valdichiana Senese, il Centro Pari Opportunità, il Comune di Montepulciano e il Comune di Torrita di Siena ed in collaborazione con il Laboratorio Teatrale di Espressione Emozionale, il Gruppo Teatrale F.U.C. (Formare Una Compagnia), la Petite Ecole di C. Peruzzi (Scuola di Danza), il CTA “Il Borgo” Torrita di Siena, la Pro Loco Torrita di Siena e l’Associazione “Amica Donna” (Ascolto e Accoglienza Vittime).

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Dalla Valdichiana al Lucca Comics & Games, fra arte e territorio

Autunno Quando si avvicina ottobre e le foglie sugli alberi ingialliscono, per moltissime persone inizia a farsi sentire lo spirito del Lucca Comics & Games. Per tutti gli appassionati di…

Autunno

Quando si avvicina ottobre e le foglie sugli alberi ingialliscono, per moltissime persone inizia a farsi sentire lo spirito del Lucca Comics & Games. Per tutti gli appassionati di fumetti, giochi e videogiochi, il ponte del 1 novembre è ormai da decenni sinonimo dell’immancabile appuntamento con la fiera lucchese, seconda del settore per importanza mondiale.

Non è un caso che in Toscana si stiano moltiplicando le fiere del fumetto, proprio sull’esempio del Lucca Comics: intere generazioni, dagli anni ’70 in poi, sono cresciute con fumetti, giochi da tavolo e videogiochi, che oggi fanno parte della loro cultura e ne definiscono in parte l’identità. Senza dubbio lo spazio maggiore è riservato alle imponenti e numerosissime produzioni giapponesi e statunitensi, ma è facile notare che il fumetto europeo sta vivendo un momento di rinascita, anche grazie alla mediazione del web. Le nuove produzioni occupano sempre più spazio negli stand della fiera, accanto a pezzi di storia come Tex o Dylan Dog.

È un mondo che diventa sempre più complesso e multisfaccettato: alla satira si affiancano le graphic novel a tema politico e sociale; poi ci sono le strip umoristiche, le strip intimiste, il fantasy, l’horror, le opere ispirate a racconti della letteratura mondiale e molto altro. Ce n’è per tutti i gusti, basta sapere dove cercare.

Il pellegrinaggio verso nordovest

Sono infinite le persone che ogni anno si mettono in viaggio da ogni angolo d’Italia per partecipare al Lucca Comics, e la Valdichiana non fa eccezione. Anche nelle nostre province il Comics viene sempre più percepito come un evento epocale: per andare al Comics si prendono le ferie, si prenota un albergo, si mette in pausa tutto. E se è vero che coloro che vanno al festival come visitatori sono moltissimi, è importante sottolineare la presenza di chianini dall’altra parte dello stand, da quella degli autori. Gli artisti della Valdichiana che espongono i loro lavori al Lucca Comics non sono molti, ma di qualità: l’aretino Lorenzo Palloni, sceneggiatore, disegnatore e docente alla Scuola Internazionale di Comics; il torritese Edoardo Natalini, originario di Poggibonsi, autore in particolare di due volumi su San Domenico e Leonardo da Vinci; il celeberrimo fumettista e illustratore, poliziano d’adozione, Max Frezzato e lo scrittore poliziano Alessio Banini tra i presenti.

Il Fumetto

Il fulcro del Lucca Comics è il fumetto, un media che, per sua natura, si presta a qualsiasi genere e a qualsiasi scopo. Forse l’arte più complessa (anche se paradossalmente la più intuitiva e indulgente), unisce scrittura, sceneggiatura, disegno, grafica e regia, la perfetta via di mezzo fra libro e cinema. Questa combinazione permette al fumetto di massimizzare l’espressività dell’artista, permettendogli di comunicare con il lettore attraverso le parole, il tratto, i colori, le espressioni dei personaggi, le onomatopee e addirittura attraverso la forma delle vignette e dei balloon. Non è difficile capire perché sempre più persone ne siano appassionate e si sentano emotivamente legate alle storie e ai personaggi che li popolano.

I Videogiochi

Più recente è la consacrazione dei videogiochi come vere e proprie opere d’arte narrativa (pensiamo ad Assassin’s Creed o The Witcher) che, infatti, nel tempo si sono ritagliati uno spazio sempre più grande nel comics, tanto da spingere l’organizzazione ad aggiungere la parola games al nome del festival. Proprio ai giochi è dedicato il padiglione più grande. Quando dico games non mi riferisco solo ai videogiochi, ma anche ai giochi da tavolo, giochi di ruolo, giochi di narrativa, LARP (giochi di ruolo dal vivo) e tutto ciò che c’è nel mezzo. Anche in questo caso è dato ampio spazio agli sviluppatori emergenti e alle case di produzione italiane.

Il Libro

Il Lucca Comics è un festival dedicato all’immaginazione in ogni sua forma: è quindi fisiologica la presenza dei libri, specialmente di fantascienza e fantasy. Case editrici grandi e minuscole propongono ai visitatori letture antiche e nuovissime, che traggono nutrimento da miti universali, dalla storia e dal folclore locale. Da sfatare la falsa credenza che videogiochi e fumetti allontanino le persone dai libri.

Aperta a tutti

A differenza delle altre fiere internazionali (l’unica che ha un impianto simile è quella di Angoulême), il Lucca Comics è caratterizzato dall’elemento unico che è la città di Lucca, che con le sue larghe mura, i suoi prati e i suoi baluardi si presta in magnificamente a fare da cornice alle creazioni e all’immaginazione dei visitatori. Proprio le mura sono il luogo più scenografico (e logisticamente adeguato) per ammirare e fotografare i numerosissimi cosplayer.

Uno degli aspetti più curiosi della nuova disposizione del festival è il numero sempre maggiore di padiglioni e mostre ad accesso gratuito, una scelta forse ottima per aprire il festival alla popolazione locale e ai visitatori casuali e per renderlo parte organica della città, anche se solo per cinque giorni.

Il pubblico del comics è un pubblico creativo che ha imparato ad amare la città di Lucca, raccontandola, scoprendola e vivendola. La città è il valore aggiunto, il motivo per cui il festival, per quanto grande possa diventare, non potrà mai spostarsi altrove. Lucca è il Lucca Comics.

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Al via la stagione teatrale degli Arrischianti: un’anteprima nazionale sul pilota di Hiroshima

Una residenza e un’anteprima nazionale: così parte, domenica 3 novembre, la stagione al Teatro Arrischianti di Sarteano. Ospite della Nuova Accademia degli Arrischianti sarà Il Teatro dell’Elce con il suo…

Una residenza e un’anteprima nazionale: così parte, domenica 3 novembre, la stagione al Teatro Arrischianti di Sarteano. Ospite della Nuova Accademia degli Arrischianti sarà Il Teatro dell’Elce con il suo nuovo lavoro, Little Boy, una storia strettamente legata alla prima volta in cui il genere umano scopre di potersi autodistruggere: è il 1945 e vengono sganciate le bombe atomiche.

“Little Boy” è infatti il nome in codice della bomba di Hiroshima. Sul palco non si racconta però la storia dell’arma, ma quella umana del pilota che al rilascio della bomba ha dato il via libera. Claude Eatherly, questo il suo nome, anni dopo l’esplosione scrive al filosofo Günther Anders: “Da allora la mia coscienza è stata tormentata dai rimorsi. Mi sono reso colpevole di atti antisociali perché, nella confusione in cui mi trovavo, cercavo in tutti i modi un castigo.” Pilota e filosofo si scambiano domande e risposte e le loro lettere vengono adesso messe in scena dalla compagnia di Firenze. Quattro personaggi, tra ambiguità e surreale, si interrogano sulla via da seguire per la salvezza dell’umanità. Lo spazio in cui si muovono è quello di un’Apocalisse imminente.

Per indagare la genesi di questo spettacolo, anche noi abbiamo scambiato parole scritte con il regista Marco di Costanzo.

Com’è nata l’idea di lavorare proprio su Claude Eatherly e la sua vicenda? Il suo non è un nome che si trova solitamente nei libri di storia. È stata una scelta razionale o un lampo creativo, un’intuizione?

Sono venuto a conoscenza del carteggio tra Günther Anders e Claude Eatherly per caso quattro o cinque anni fa. Mi ha incuriosito, l’ho letto e mi è sembrato che il testo, nonostante fosse formato da una serie di lettere non destinate alla scena, contenesse una linea drammatica forte, interessante per un lavoro teatrale.

Una volta deciso di lavorare su Little Boy, qual è stato il vostro rapporto con l’attualità? In un mondo pieno di conflitti e in cui viene più volte minacciato il ritorno all’utilizzo delle armi atomiche, avete cercato di raccontare il contesto storico-politico odierno o ve ne siete tenuti distanti, lasciando allo spettatore il compito di coniugare le due realtà?

L’argomento principale del lungo dialogo tra Günther Anders e Claude Eatherly è la bomba atomica, la minaccia nucleare, ma le implicazioni che ne derivano riguardano ogni possibile minaccia alla sopravvivenza dell’umanità. Anche se noi abbiamo conservato il testo originale non è difficile immaginare delle assonanze, per esempio, con il problema del cambiamento climatico. In generale si affronta il tema di come l’essere umano si rapporta con le cosiddette “cause”.

Quanta ricerca storica avete fatto prima di lavorare alla messa in scena? Avete indagato i due protagonisti del carteggio o avete utilizzato le lettere solo come uno spunto?

Le lettere – o meglio una selezione di esse – costituiscono il testo dello spettacolo, non c’è stata alcuna riscrittura. Direi che la prospettiva storica non è il nostro interesse principale in questo lavoro, quanto piuttosto che i due personaggi ci interessano per le loro posizioni su un piano filosofico-morale.

I vostri spettacoli solitamente nascono da laboratori o da esercizi laboratoriali, che generano poi il testo da mettere in scena. Vale lo stesso per Little Boy o avete adottato una metodologia diversa questa volta?

Abbiamo iniziato il processo di lavoro con un laboratorio che ruotava attorno alla domanda: “Come si traduce una serie di lettere in azione scenica?”. I partecipanti erano un gruppo più ampio di quello che poi ha dato vita allo spettacolo durante il vero e proprio processo di produzione, che invece non definirei laboratoriale.

Perché scegliere un piccolo paese di provincia per terminare la lavorazione e proporre lo spettacolo in anteprima? Data la vostra metodologia di lavoro e la vocazione laboratoriale della Nuova Accademia degli Arrischianti verrebbe da pensare che ci sia un’affinità tra le due realtà.  

Il teatro di Sarteano, che per noi coincide con gli Arrischianti (Laura Fatini, Pina Ruiu), è sempre stato estremamente ospitale con noi e lo abbiamo considerato il luogo ideale per il “parto” del nostro Little boy. Numerosi sono gli spettacoli che il Teatro dell’Elce ha già portato sul palco di Sarteano negli anni passati, lasciando sempre tutti a bocca aperta. Questa volta vi aspetta con un’anteprima nazionale e un racconto calzante per i tempi che viviamo.

Domenica 3 Novembre, alle 17.30, appuntamento al Teatro degli Arrischianti.

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Valdichiana Teatro – Stagione 2019/2020

Stagioni teatrali, spettacoli, corsi di recitazione: in Valdichiana la cultura teatrale è sempre più diffusa e vivace! Il nostro magazine segue da tempo le attività legate al teatro nel territorio,…

Stagioni teatrali, spettacoli, corsi di recitazione: in Valdichiana la cultura teatrale è sempre più diffusa e vivace! Il nostro magazine segue da tempo le attività legate al teatro nel territorio, tra i cartelloni invernali e i festival estivi: Valdichiana Teatro è il tentativo di mettere in relazione tutte le persone che in questo territorio apprezzano e vivono il mondo teatrale. Non soltanto informazioni e calendari degli spettacoli, ma anche un gruppo di discussione, interviste e approfondimenti, un magazine digitale completamente gratuito e tante altre iniziative che andranno ad arricchire tutti gli appassionati locali e non solo.


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Le Stagioni Teatrali in Valdichiana 2019/2020









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Un torneo di calcetto in memoria di Fabrizio Contemori

Fabrizio era una figura ben conosciuta in tutta la Valdichiana. La notizia della sua morte è stata un duro colpo per molti che l’avevano conosciuto e ricordavano con affetto la…

Fabrizio era una figura ben conosciuta in tutta la Valdichiana. La notizia della sua morte è stata un duro colpo per molti che l’avevano conosciuto e ricordavano con affetto la sua proverbiale allegria.
Nato a Sarteano e residente a Montepulciano, esercitava la professione di commercialista a Chianciano Terme. La sua scomparsa risale allo scorso 6 luglio 2019 ed è stato salutato per l’ultima volta da parenti e amici in una celebrazione funebre molto sentita e partecipata, tenutasi due giorni dopo.

Molti l’avevano conosciuto nell’ambito dell’associazionismo, mondo al quale Fabrizio aveva sempre dato un enorme contributo. Tra le associazioni di cui era membro c’erano, tra le altre, la Contrada di Poggiolo di Montepulciano e il Collettivo Piranha.

Il suo impegno sportivo si concretizzava in special modo nella squadra di calcetto dilettantistico Dinamo Kiana, formazione in forze dai primi anni novanta che tutt’ora svolge le sue attività a Torrita di Siena. In ricordo di Fabrizio, gli amici della squadra hanno deciso di organizzare un torneo di calcetto; un appuntamento speciale per onorare la memoria di un caro amico e sentire un po’ meno profondo il vuoto lasciato dalla sua scomparsa.

I giocatori della Dinamo Kiana, quasi al completo per l’occasione, si sono divisi in quattro squadre e si sono sfidati al circolo San Domenico di Torrita per rendere omaggio, in un clima di rispetto reso ancora più solenne dalla benedizione religiosa impartita prima dell’inizio del torneo, all’amico scomparso.

Negli sguardi scambiati in silenzio, tutta la nostalgia dei tanti momenti lieti trascorsi assieme; nel pensiero di questa iniziativa, l’affettuosa premura di tenere viva la memoria di Fabrizio, dedicandogli un pomeriggio che sarebbe piaciuto tanto anche a lui.

Il desiderio degli organizzatori è quello di rendere il torneo un appuntamento fisso negli anni e quello di istituire una raccolta fondi, che verrà definita in accordo con la famiglia di Fabrizio. Certo è che, come recita la targa ricordo preparata per il torneo, Fabrizio resterà per sempre nei cuori dei suoi amici.

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Nei Panni dell’Altro – Intervista a Olga Rossi

Con la postura austera, ma pacata, dell’attrice di accademia, Olga Rossi non ha mai abbandonato le sue radici toscane, nonostante il curriculum artistico le abbia permesso di falcare da Nord…

Con la postura austera, ma pacata, dell’attrice di accademia, Olga Rossi non ha mai abbandonato le sue radici toscane, nonostante il curriculum artistico le abbia permesso di falcare da Nord a Sud lo stivale, tra tournée teatrali e set cinematografici. Tanto che, tra i lavori per il cinema con Gabriele Salvatores o Rocco Papaleo, e quelli per il teatro con Alessandro Gassman o Ottavia Piccolo – giusto per citarne alcuni – Olga Rossi trova occasioni per portare avanti progetti di propedeutica teatrale, e laboratori di recitazione, nel nostro territorio. Dopo il Diploma al Teatro Stabile di Torino, ha seguito corsi di perfezionamento con Luca Ronconi e Massimo Navone, per poi seguire seminari e workshop con Marcel Marceau, Julie Anne Stanzak e Nicolaj Karpov: non si può di certo negare che abbia avuto la possibilità di osservare da vicino il lavoro dei più grandi teatranti del nostro tempo.

Residente a Trequanda, già lo scorso anno ha curato un laboratorio teatrale dedicato alla Costituzione italiana e quest’anno, coinvolta dalla direzione del Teatro Ciro Pinsuti di Sinalunga, si occuperà dei corsi di recitazione rivolti ai bambini delle scuole elementari e di quelli per adulti. Oltre a Olga Rossi, a coordinare i partecipanti dei laboratori di recitazione presso il teatro sinalunghese ci sarà anche Maria Claudia Massari, ormai volto noto del pubblico del Ciro Pinsuti, che porterà avanti i corsi per ragazzi delle scuole medie e per le scuole superiori.

Abbiamo rivolto qualche domanda a Olga nella settimana in cui sono stati presentati i corsi attraverso lezioni-prova gratuite.

Quale percorso professionale/artistico ti ha portato a curare la propedeutica teatrale? Cosa ti interessa del lavoro di insegnante di teatro?

Il tempo. In mezzo alle  lunghe tournèe scavalcamontagne che durano mesi, così, per gioco, ho iniziato con i ragazzi del circolo Arci di Trequanda un percorso che mi ha convinta sempre di più della funzione sociale del teatro. Fosse per me aprirei un teatro e una biblioteca, con gli orari di un centro commerciale, in ogni paese. Per quanto riguarda l’insegnamento, non credo che il teatro si possa insegnare, ma se ti interessa puoi imparare a farlo.

Che tipo di lavoro attende i ragazzi che si iscriveranno ai corsi 2019/20 del Ciro Pinsuti?

Ai ragazzi, che poi sono più bambini – dato che con me saranno i piccoli delle elementari – leggerò le Favole al Telefono di Rodari: ogni giorno sarà una storia a guidare la nostra immaginazione. C’era una volta il signor Bianchi di Varese… le leggevo da piccola e l’idea di quel babbo che ogni sera, dal niente, inventava una storia per sua figlia, me la sono portata dietro per anni, poi ho capito perché. Ascoltare storie ci fa sentire meno soli.

Qual è la principale novità di questa stagione, sempre per quanto riguarda i laboratori, rispetto a quelle precedenti?

Non so bene rispondere in questi termini. Il lavoro appassionato di Maria Claudia, che da vent’anni ha cresciuto i ragazzi di Sinalunga e, agli albori, ha cresciuto anche me. Quello che Calamandrei dice a proposito della legge credo possa essere piuttosto universale, le regole del teatro sono vive perché dentro a queste formule circola il pensiero del nostro tempo; bisogna lasciarvi entrare l’aria che respiriamo, mettervi dentro i nostri propositi e le nostre speranze. Il teatro è giovane e antico come la primavera, si rinnova sempre e le persone, se ne hanno voglia, possono fare altrettanto.

A quale tipo di persone sono rivolti i tuoi corsi?

Non esistono requisiti specifici, credo che piuttosto sia necessaria la voglia di provare a mettersi nei panni di qualcun altro, lasciare andare un pezzo delle proprie convinzioni per provare a capire cosa pensa qualcuno che non sia ‘io’; è un esercizio necessario in questi tempi.

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Racconti di Veglia: il pozzo di San Giliberto

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Fammi bere, buona donna!” Queste sono le parole che si sentì dire una contadina nei pressi di un pozzo…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Fammi bere, buona donna!”

Queste sono le parole che si sentì dire una contadina nei pressi di un pozzo nella campagna cortonese, secondo le storie popolari, da parte di un misterioso viaggiatore assetato. La donna diede da bere all’uomo, che stava recandosi in pellegrinaggio a Roma, e da quel momento l’acqua del pozzo si tramutò in vino per tre giorni, consentendo agli abitanti delle campagne di festeggiare e di ringraziare il pellegrino per il prodigio.

Il viaggiatore si chiamava Giliberto, da cui il nome di “Pozzo di San Giliberto” che ancora oggi è possibile osservare sul ciglio della Strada Provinciale 31 nei pressi di Monsignolo di Cortona. Ma qual è l’origine di questa leggenda e che significati si celano dietro il suo mistero?

Testimonianze e diffusione

La diffusione di questa storia popolare è legata a un luogo che è possibile visitare ancora oggi: un piccolo pozzo di pietra di forma circolare, risalente al VI secolo, che ha subito numerosi rifacimenti nel corso del tempo. Si trova sul ciglio del manto stradale, lungo la SP31 di Cortona che da Monsigliolo porta verso Montecchio, in una campagna che rappresenta perfettamente la Valdichiana. Il cartello lo identifica come “Pozzo di San Giliberto” e una targa datata settembre 1968 così recita:

Secondo lunga tradizione popolare
A questo pozzo si dissetò l’anno 515
San Giliberto pellegrino
Cambiando in vino l’acqua
Per gli ospitali coloni
Dediti alla rinascita delle vigne
Nella fertile terra cortonese
Dalla loro fatica bonificata

Non sono molte le notizie su questa leggenda, particolarmente diffusa nelle campagne di Cortona e legata alla religiosità popolare e ai riti di fertilità dei terreni. Le fonti non sono concordi neppure sul nome del pellegrino, che poteva chiamarsi Giliberto, Gilberto o Filiberto. La targa in marmo sul Pozzo di San Giliberto venne fatta apporre da don Sante Felici, che fu parroco dell’abbazia di Farneta e studiò la storia locale, fino a pubblicare nel 1967 il volume “L’Abbazia di Farneta in Val di Chiana”. Secondo la sua versione della leggenda, la tramutazione dell’acqua in vino fu opera del pellegrino Gilberto, rappresentato con la croce rossa sul saio, che si fermò a Montecchio per rifocillarsi durante il suo viaggio verso la Terra Santa. Il prodigio avvenne di fronte ad alcune donne, che diffusero la buona notizia per tutte le campagne.

La versione raccolta da Riccardo Gatteschi nel 2002 nel volume “Diavoli, Santi e Bonagente” presenta invece alcune differenze rispetto alla precedente. In questo caso la donna è una sola e il pellegrino si chiama Filiberto, rappresentato con una lunga barba e un saio. Dopo aver bevuto dal pozzo per mezzo di un orciolo, il pellegrino ne rovescia il contenuto e lo mette in testa alla donna, che torna a casa senza accorgersi di nulla e riuscendo a vedere il percorso nonostante l’ingombro. Una volta che i familiari le sfilano di testa il recipiente, si rendono conto che è pieno di vino rosso. La donna e i familiari tornano al pozzo e scoprono che è pieno di vino, sicuramente un prodigio operato dal pellegrino assetato. La notizia si diffonde per le campagne e la gente accorre a festeggiare per tre giorni, al termine dei quali il vino torna di nuovo nella forma originaria e il pozzo perde la sua magia.

Secondo una ulteriore versione, il pellegrino aveva viaggiato molto prima di raggiungere la Valdichiana, aveva addirittura varcato le Alpi per mettersi in viaggio verso la tomba di San Pietro. Fermatosi nei pressi di Montecchio per ottenere ristoro, venne sfamato e dissetato dai contadini, nonostante la loro condizione di povertà. I terreni cominciavano a impaludarsi e l’acqua pulita scarseggiava, ma la gente del posto donò il poco che aveva al pellegrino; in cambio, quest’ultimo trasformò l’acqua del pozzo in vino e lasciò che tutti ne attingessero. Si fermò quindi per la notte in un ovile, e lì morì serenamente. I contadini lo scoprirono la mattina successiva, seduto in ginocchio e con le mani giunte, con le pecore e gli agnelli tutt’intorno che stavano anch’essi inginocchiati in preghiera. Per tali prodigi, la gente di Montecchio lo pianse e lo riverì, fino portarlo nella chiesa più vicina e seppellirlo sotto l’altare.

Caratteristiche ed analisi

La leggenda del Pozzo di San Giliberto è ristretta al territorio circostante e, nelle sue differenti versioni, si concentra sul prodigio della tramutazione dell’acqua in vino. Questa caratteristica ci porta immediatamente al primo miracolo dei Vangeli cristiani, operato da Gesù Cristo durante le Nozze di Cana: descritto nel Vangelo secondo Giovanni, l’episodio è uno dei più celebri:

«Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. Gesù le disse: “Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta”. Sua madre disse ai servitori: “Fate tutto quel che vi dirà”. C’erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure. Gesù disse loro: “Riempite di acqua i recipienti”. Ed essi li riempirono fino all’orlo. Poi disse loro: “Adesso attingete e portatene al maestro di tavola”. Ed essi gliene portarono. Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l’acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: “Ognuno serve prima vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora”»

Nelle agiografie e nelle storie popolari relative ai santi, non è raro trovarsi di fronte a dei prodigi che sono delle versioni minori rispetto ai miracoli descritti nei Vangeli. Questa può essere vista come una forma di continuità con tali storie, diventate parte dell’immaginario collettivo, anche nella vita delle campagne: il prodigio del Pozzo di San Giliberto può essere quindi letto come un riferimento alla figura più importante della sua stessa religione, parte della sua venerazione durante il pellegrinaggio verso Roma.

Un’altra caratteristica interessante è data dalla funzione che questa storia può assumere nei confronti degli abitanti delle campagne in cui era diffusa: a differenza di tante altre leggende popolari che hanno contraddistinto questa rubrica, questa volta non parliamo di minacce, creature ostili o situazioni pericolose che dovevano fungere da monito. Il fulcro della narrazione, stavolta, è un evento magico positivo che crea dei benefici agli abitanti delle campagne, in quanto il misterioso pellegrino ringrazia con un magnifico dono chi era stato così ospitale nei suoi confronti. In un contesto come quello della Valdichiana, i terreni in cui sorge il Pozzo di San Giliberto nel VI secolo dovevano essere ancora fertili, prima dell’impaludamento successivo. Siamo ancora lontani dalle grandi opere di ingegneria idraulica che hanno caratterizzato la Bonifica Leopoldina della Valdichiana in epoca moderna: nell’alto medioevo erano i contadini stessi, tendenzialmente, ad assicurare la salubrità e la fertilità delle campagne (non a caso la frazione adiacente si chiama “Montecchio della Pozzanghera” o “Montecchio del Loto”, nel senso di fango). La ricchezza data da un pozzo magico da cui si attinge vino, in questo senso, può simboleggiare la fertilità dei campi nel fondovalle e la loro importanza nell’economia agraria del territorio fin dalle epoche più antiche.

La parte più misteriosa di questa storia è senza dubbio il protagonista, di cui abbiamo diverse versioni. Santo, frate o semplice viaggiatore, l’unico elemento in comune di Giliberto (o Gilberto, o Filiberto) è un saio da pellegrino e il desiderio di ringraziare i contadini per l’ospitalità ricevuta durante il viaggio. Non è facile trovare riferimenti o fonti storiche relative al Santo Giliberto di questa leggenda; tuttavia, nella frazione cortonese di Montecchio sorge la Chiesa di San Cristoforo, in cui secondo la leggenda sono state accolte le sue spoglie. Questa potrebbe essere la sede ideale dei suoi resti, simbolo di una religiosità rurale che ha attraversato le alterne vicende di bonifica di queste terre.

Una curiosità: esiste una leggenda simile a Lucca, relativa al culto di Santa Zita. Davanti al palazzo Fatinelli, dove la giovane lavorava come serva, avvenne un miracolo: un pellegrino assetato e affamato giunse a chiedere la carità e Zita gli diede l’acqua che si trovava nel pozzo di fronte, che si tramutò in vino. In questo caso il prodigio è compiuto dalla giovane santa che accoglie il pellegrino, a differenza del racconto di San Giliberto.

Influenze nella cultura pop

Dal momento che quella del Pozzo di San Giliberto è una storia popolare legata a un luogo circoscritto, non presenta particolari influenze nella cultura successiva, ed è raramente tramandata. La tematica del pozzo magico, tuttavia, è ampiamente presente in molte opere, soprattutto se è capace di esaudire i desideri: si tratta di una tradizione del folclore europeo molto diffusa e legata all’origine divina dell’acqua, in quanto una delle risorse cruciali per la nostra sopravvivenza. Il tema è stato sfruttato anche nel fumetto italiano, ad esempio da Dylan Dog nel 1993 con “Il Diavolo nella Bottiglia“, in cui l’acqua di un pozzo maledetto permetteva di esprimere tre desideri, che venivano reinterpretati dal demone al suo interno. Nella canzone “Wishing Well” del gruppo metal brasiliano Angra, invece, il pozzo magico permette un contatto diretto con la divinità:

Il pozzo può portare buona fortuna a chi attinge alle sue acque: ne è un esempio il film d’animazione “Daffy Duck e l’isola fantastica” del 1983, in cui i Looney Toons sono alle prese con un pozzo parlante capace di esaudire i desideri. Anche nel film Disney “Biancaneve e i Sette Nani” del 1937, la protagonista canta di fronte a un pozzo dei desideri, ed è proprio in quell’occasione che il principe la nota e si innamora di lei:

Non solo prodigi positivi: i pozzi possono anche nascondere elementi terribili e malefici. Ne è un esempio il famoso horror movie giapponese “Ring” del 1998 (che ha dato origine a una serie di pellicole, anche nella versione americana “The Ring”) in cui lo spirito vendicativo Sadako/Samara esce proprio da un pozzo, prima di uscire dal televisore:

 


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Crostoni al Pecorino e Talli d’Aglione della Valdichiana sottolio

Dopo una breve pausa estiva, ritroviamo Marisa per scoprire una nuova ricetta semplice e fresca , perfetta per dare l’addio all’estate – ma non solo! Come si suol dire: “del…

Dopo una breve pausa estiva, ritroviamo Marisa per scoprire una nuova ricetta semplice e fresca , perfetta per dare l’addio all’estate – ma non solo! Come si suol dire: “del maiale non si butta via niente”, ma siamo davvero sicuri che questo modo di dire valga solo per il maiale?

In tempi moderni quest’abitudine si è un po’ persa, ma fino all’inizio del secolo scorso, specialmente in campagna, si tendeva a sfruttare un prodotto nella sua totalità per riuscire a fare preparazioni molto diverse fra loro, limitando gli sprechi specialmente nei momenti in cui la pecunia di cibo faceva brontolare lo stomaco di grandi e piccini; e allora, non sarebbe bello imparare come sfruttare al meglio i prodotti che entrano nelle nostre case, così da ridurre al limite gli sprechi?


Era cresciuta in una famiglia povera, Marisa, e la cosa più preziosa che aveva imparato dai suoi genitori era che ogni prodotto poteva essere usato nella sua quasi totalità e che non era solo del maiale che non buttava via niente. Aveva imparato che l’arte di arrangiarsi era la cosa più preziosa che si poteva apprendere, che in caso di estrema necessità anche mangiare la parte meno nobile di un alimento era una vera e propria manna dal cielo e, anche se da quando aveva conosciuto Gilberto non doveva più accontentarsi quasi esclusivamente degli scarti, aveva cercato di insegnare quel valore anche ai propri figli. Sperava che loro non avrebbero mai avuto bisogno di rosicchiare anche il più piccolo pezzetto di carne da un osso come era successo a lei, faceva sempre di tutto perché avessero pasti se non sontuosi, certamente degni di una tavola come si deve, ma non poteva sapere di sicuro come sarebbe andata la loro vita, e sapeva che se la sarebbero cavata un pochino meglio se si fossero abituati a consumare un prodotto nella sua totalità.
Ricordava perfettamente l’anno in cui suo padre non riuscì a comprare un maiale per sfamare la famiglia, a quanto fosse disperato per non essere riuscito a provvedere ai suoi cari e a come si rimboccò le maniche per riuscire a farli mangiare quell’inverno. Non era mai stato un cacciatore, ma come ogni contadino aveva sempre avuto un fucile per ogni evenienza e così, armato di quel fucile, si addentrò nella macchia alla ricerca del più famoso cugino del maiale, impegnandosi al massimo delle sue possibilità per riuscire a portare un po’ di carne in tavola. Fortunatamente ebbe successo e, una volta tornato a casa, lavorò la carne insieme alla moglie, così da essere sicuro che neanche un grammo andasse sprecato. Ricavarono tutti i tagli tradizionali e poi, notando che c’era un bel po’ di carne a ricoprire il teschio, decisero di recuperare anche quella e metterla sottolio, ottenendo così le polpe di testa di cinghiale, un taglio di scarto che Marisa aveva sempre adorato mangiare. Non le aveva mai preparate per la sua famiglia, ma ricordava ancora con piacere il sapore deciso e speziato di quella carne, preparata con sacrificio e con tutto l’amore del mondo.
Aveva imparato quella lezione con orgoglio e dedizione, sforzandosi di trovare ogni modo possibile per non scartare niente di ciò che suo marito portava in casa dopo una giornata divisa fra stalle e orto, ottenendo ottimi risultati con, ad esempio, il pesto fatto di foglie di carote o la sua famosa zuppa di zampe di gallina, o ancora i crostini con formaggio e budellini di agnello. Anche se provenivano da parti normalmente scartate, quei piatti piacevano molto a tutti i componenti della famiglia.
Così, ispirata da quel gradimento, Marisa decise di provare a utilizzare appieno anche l’ultimo prodotto approdato nella sua cucina: l’Aglione. La parte che aveva sempre scartato di quest’ortaggio erano i talli, lunghi germogli verdi che spuntavano nel corso della maturazione dell’aglione e che normalmente venivano potati per non bloccarne in qualche modo lo sviluppo. Aveva sempre messo da parte i talli d’aglio per poi metterli sottolio e pensò che la stessa cosa potesse andar bene anche per quelli di Aglione visto che, come aveva ormai cominciato a capire, quei due prodotti avevano molte cose in comune. Così, nel corso di quella primavera, al momento della potatura dei talli, decise di provare a metterli sottolio invece che buttarli come aveva sempre fatto.
Visto che quello era un modo nuovo di consumare l’Aglione, doveva anche trovare una ricetta completamente nuova per presentarlo alla sua famiglia, ed era sicura che né un primo né un secondo gli avrebbero reso giustizia. Ebbe quella che le sembrò un’ottima idea mentre rigovernava la cucina: trovò un pezzo di pane secco che, in un’altra occasione, sarebbe andato al maiale, ma che quella volta prese la forma di tanti piccoli crostini su cui Marisa adagiò una fetta di pecorino semistagionato fatto in casa e un piccolo ciuffo di talli che aveva messo sottolio, ottenendo un altro successo con quella ricetta, semplice ma che sapeva di casa.

Grazie a Marisa abbiamo trovato un modo innovativo e gustoso per limitare gli sprechi in cucina e creare un ottimo antipasto da offrire ai vostri ospiti; in un mondo in cui è sempre più necessario fare attenzione agli sprechi, trovare l’ispirazione per riciclare anche le parti meno nobili dei prodotti culinari è sicuramente un buon punto di partenza!


Crostoni al Pecorino e Talli d’Aglione della Valdichiana sottolio

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

Da 4 a 8 fette di pane toscano
1 fetta di pecorino semistagionato per ciascuna fetta di pane
Talli d’aglione sottolio

PREPARAZIONE

Affettare il pane in fette spesse circa 1cm, disporre su ciascuna una fetta di pecorino;
Mettere nel forno a una temperatura di circa 150° finché il pecorino non si è fuso o ammorbidito (a seconda delle preferenze);
Tagliare i talli d’aglione sottolio in piccoli pezzi poi togliere dal forno e disporre i talli d’aglione sul crostone.

(si ringrazia l’azienda agraria “La Dogana” per la ricetta)

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Il primo romanzo di Emanuele Upini: Incontrando Igino

Uscito nel 2018, il romanzo storico Incontrando Igino proietta il lettore nella realtà foianese di inizio Novecento: quella dei Fatti di Renzino. Grazie al metodico lavoro di ricerca delle fonti…

Uscito nel 2018, il romanzo storico Incontrando Igino proietta il lettore nella realtà foianese di inizio Novecento: quella dei Fatti di Renzino. Grazie al metodico lavoro di ricerca delle fonti e delle testimonianze e al coinvolgimento empatico che nasce dal testo, Emanuele Upini riesce a farci rivivere quelle che furono le vicende e i risvolti, sociali ed emotivi, relativi agli inizi degli anni ’20.

Ciao Emanuele, parlaci di te.

Vivo a Foiano della Chiana. Sono un appassionato di scrittura e disegno, fumetti per la precisione. Adesso mi sto dedicando alla scrittura di romanzi, ma in passato ho fatto il vignettista. Ho anche collaborato con il mensile Fumo di china, il più autorevole in Italia in fatto di critica fumettistica.

Fumettista prima che scrittore. Com’è nata la passione per il disegno?

Dobbiamo tornare molto indietro. È merito di mio nonno, che aveva un’edicola in Foiano e per farmi stare buono, da piccolo, mi metteva sempre un giornalino in mano e pensa che ancora non sapevo neanche leggere e scrivere. Fantasticavo sui possibili risvolti delle avventure pagina dopo pagina, in base a quello che mi proponeva il disegno. È iniziata così. Probabilmente questo ha agevolato la formazione di una particolare fantasia che mi ha accompagnato nel tempo. Crescendo ho continuato a leggerli, li ho abbandonati e ripresi in vari momenti della mia vita. Ad un certo punto sono entrato in contatto con questo mondo, grazie anche al portale internet che curo IMIM. Ho conosciuto autori e scrittori che mi hanno aiutato a integrare le mie conoscenze.

Nel 2018 hai pubblicato “Incontrando Igino”, un romanzo storico. Raccontaci di cosa parla.

Il mio primo romanzo sì. È stato preceduto da una pubblicazione intitolata Spaesati #1 che racconta di vicende comiche ispirate a personaggi di Foiano. È stata la prima volta in cui mi sono confrontato con un progetto davvero strutturato. Dopodiché è uscito Incontrando Igino (Edizioni Helicon), scritto a più riprese dal momento che necessitava di una preparazione più impegnativa. La vicenda ripercorre i giorni dei famosi Fatti di Renzino del 1921: gli scontri tra fascisti e antifascisti in un’epoca in cui il fascismo doveva ancora affermarsi. Ho cercato di raccontare in una forma inedita cosa fosse successo nell’aprile del 1921. Mi sono immaginato un carabinierino, realmente esistito, che in quei giorni si trovava a Renzino per condurre le indagini relative agli scontri armati. Viene risucchiato nella realtà chianina che non gli apparteneva, essendo lui del nord, e si trova a vivere la storia degli abitanti della campagna foianese.

Perché questa esigenza di scrivere su Renzino?

È una vicenda che mi riguarda direttamente. Il titolo riprende il nome del mio bisnonno: Igino, che venne ucciso dai fascisti insieme a moltissimi altri innocenti nella rappresaglia che fecero in seguito agli scontri armati. Emblematicamente è l’incontro con la gente del tempo di Igino, del paese di Igino e non soltanto con lui. Con l’idea di propormi al pubblico come scrittore di romanzi volevo farlo per la prima volta con una storia che mi riguardasse direttamente.

Esempi di grandi scrittori che con le loro parole hanno reso indelebile parte della storia italiana non mancano di certo. Penso a Elsa Morante, Italo Calvino, Beppe Fenoglio (solo per citarne alcuni). Quant’è importante raccontare il passato, la storia italiana e quella ancora più vicina a noi: quella locale?

Credo che ci siano morali e lezioni profonde che è necessario raccontare e tramandare. Non è mai scontato ripetere che la storia insegna e io mi auguro che possa essere proprio questo il fine ultimo. Un romanzo storico ha l’obiettivo di intrattenere piacevolmente, o comunque di suscitare emozioni, e allo stesso tempo fornire le basi per una riflessione su realtà a noi vicine, nel caso di Incontrando Igino vicinissime.

Un romanzo di questo tipo necessita in maniera imprescindibile di una solida base scientifica: che è la ricerca storica. Come ti sei preparato alla stesura del libro?

La preparazione è stata fondamentale e necessaria, dalla durata di moltissimi mesi. Ho passato tanto tempo in biblioteca dovendo documentarmi su cosa effettivamente fosse successo in quei giorni. Ho letto libri e pubblicazioni, ho consultato archivi fotografici, ho studiato le testimonianze e i documenti raccolti da Ezio Raspanti, partigiano e ricercatore storico, e conservati nell’Istituto storico dell’Antifascismo e della resistenza in Valdichiana “Bernardo Melacci” di Foiano della Chiana. Grazie a Ezio posso dire che abbiamo la fortuna di avere una banca dati di notevoli dimensioni, quindi volendo entrare nello specifico dei giorni del ’21 in cui a Foiano ci furono omicidi e stragi, si ha la possibilità di capire cosa è successo. Ho cercato di rimanere il più possibile distaccato nel raccontare, pur cercando di suscitare nel lettore le emozioni dei protagonisti. Mentre i romanzi storici sono solitamente costituiti dal 20% di realtà, quindi una storia contestualizzata, e dall’80% di invenzione, Incontrando Igino è l’opposto: l’80% corrisponde a dati e fatti reali, ricostruzioni storiche e il restante 20% è fantasia.

Quanti libri ancora si potrebbero scrivere su Foiano e sulla Valdichiana? Sembra una terra inesauribile da un punto di vista umano, storico e culturale.

La storia della Valdichiana in sé è ricchissima. Così come penso sia lo stesso in tutta Italia. Sto preparando un libro, che uscirà a fine anno, un romanzo che io definisco fucsia, cioè non soltanto sentimentale, perché la base storica locale entra comunque a far parte della trama. La protagonista conosce, nel corso della sua vita, persone delle quali vengono svelate le esistenze legate alla guerra, al territorio aretino e del Valdarno. Proprio quello che hai detto io lo cerco di dimostrare con i romanzi.

I fatti di Renzino sono stati un evento importantissimo nella storia aretina del ‘900. Si può dire che da Renzino sia partita la Resistenza foianese. Oggi non è raro imbattersi in revisionismi di quell’evento o in prese di posizione filofasciste. Come si combatte questa pericolosissima ignoranza?

È necessario farlo con il dibattito, ma spesso si sbatte contro un muro che pare essere insormontabile. Non è solo mancanza di cultura: è anche mancanza di intelligenza nel comprendere certe situazioni, che inizialmente possono sfuggire a causa dell’ignoranza, ma se avessimo un minimo di intelligenza dovremmo arrivare a mettere in discussione le nostre convinzioni. Servirebbe un minimo di spirito critico e di autocritica.

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Racconti di Veglia: il fantasma di Palazzo Ricci

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Questo non lo toccare!” Chissà come deve essersi sentito il Monsignor Montiani, quando toccando un libro contenente delle missive,…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Questo non lo toccare!”

Chissà come deve essersi sentito il Monsignor Montiani, quando toccando un libro contenente delle missive, si sentì arrivare un grosso ceffone, accompagnato da questo monito. Voltandosi, però, si rese conto che dietro le spalle non c’era nessuno. Ma che storia è questa?
Una storia di fantasmi, ovvio, una storia locale, riguardante un noto palazzo a Montepulciano, ormai modificato e suddiviso in varie funzioni, ma comunque carico di storia e memorie paesane.

Testimonianze e diffusione

Questa leggenda racconta la presenza di un fantasma a Palazzo Ricci, uno storico edificio di Montepulciano situato in Via Ricci, a poca distanza da Piazza Grande. Caratterizzato da un grande portale con una scalinata di pietra, dispone di un cortile interno con vista panoramica; opera dell’architetto Baldassarre Peruzzi, fu fatto erigere dal cardinale Giovanni Ricci nella metà del XVI secolo. Nel corso dei secoli ha avuto diverse funzioni e ha subito molte modifiche architettoniche, dovute ai passaggi di proprietà. Attualmente alcune parti del palazzo sono diventate sede dell’Accademia europea di Palazzo Ricci, emanazione del Conservatorio di musica e danza di Colonia, dove si svolgono corsi, concerti e masterclass. Altre parti sono invece destinate alla contrada di Talosa, che le utilizza principalmente durante la settimana degli eventi del Bravìo delle Botti. Infine, un’altra parte del palazzo fa parte della Cantina De’Ricci, una delle cantine più affascinanti del centro storico.

Le prime testimonianze del fantasma di Palazzo Ricci risalgono proprio ai tempi in cui l’edificio svolgeva principalmente la funzione di cantina e di fattoria per la produzione di Vino Nobile, almeno dagli anni ’60 e ’70: si parla di una misteriosa presenza che si aggira lungo le stanze e i corridoi del palazzo, responsabile di eventi inspiegabili e paranormali.

Esterno di Palazzo Ricci a Montepulciano

I racconti principali sono raccolti nel libro di Giorgio Harold Stuart “L’Italia dei Fantasmi”, dove un capitolo riguarda proprio Palazzo Ricci e la sua biblioteca ormai smantellata. Proprio in questa biblioteca era custodito un manoscritto, chiamato il “Libro dello schiaffo”: un nome curioso, anche perché non si trattava di un vero e proprio libro, ma di una raccolta di missive scritte dal Monsignor Ricci a una sua fantomatica nipote che si trovava a Roma. Secondo la leggenda popolare, nessuno era capace di leggere queste missive: ogni volta che qualcuno tentava di leggere il libro, si veniva presi a scossoni, oppure il libro scappava dalle mani, oppure ancora si subiva uno schiaffo da una figura spettrale. Sempre nel volume di Giorgio Stuart si racconta questo aneddoto: una donna terrorizzata che provò a leggere le missive e a prendere appunti, una sera come tante, si ritrovò a essere scossa sulla sua sedia, spintonata e la cartella contenente le memorie le si chiuse da sola tra le mani; quando provò a riaprirla, le scivolò via da esse come se le fosse stata sfilata da qualcuno invisibile. La luce si spense inspiegabilmente, la donna svenne qualche minuto per lo spavento, e quando si riprese lasciò tutto com’era e telefonò al sig. Stuart, noto esperto di paranormale. Al loro ritorno la mattina successiva in archivio, non trovarono più nulla a terra, ma tutto messo correttamente in ordine; l’unica altra persone presente nel palazzo quella sera era la cuoca e non poteva essere la responsabile, in quanto analfabeta, della corretta ubicazione del fascicolo denominato R23, Carteggi Privati di S.E.1539.

L’altra vicenda citata in apertura racconta del Monsignor Montiani, che aveva ricevuto l’incarico di riordinare alcuni preziosi ed antichi dell’archivio. Come altri prima di lui rimase affascinato da ciò che potevano contenere tali missive, si mise comodo sulla poltrona e iniziò a leggere, quando a un tratto, alzando gli occhi e spingendosi gli occhiali sulla fronte, vide chiudersi violentemente con suo grande stupore il libro, ricevendo uno clamoroso schiaffo su una guancia, mentre una misteriosa voce sussurrava “Questo non lo toccare!”

Queste non sono le uniche leggende popolari legate al libro con le missive; secondo un’altra testimonianza, avvenne una volta che un prete aprì il libro durante una visita a Palazzo Ricci. Dapprima spintonato, il libro chiusosi da solo tra le mani con una forza tale da far saltare il laccetto, il parroco continuò ad andare avanti non rispettando l’avvertimento, ricevendo quindi un sonoro ceffone. Il prete stava per restituire lo schiaffo al chierichetto, pensando fosse stato lui, ma si accorse che non avrebbe potuto essere il responsabile, trovandosi dalla parte opposta della sala. Le minacce non finirono, entrambi si sentirono spintonati fino alla porta dell’archivio, lasciando la sala terrorizzati.

Il “Libro dello Schiaffo” non è l’unica testimonianza del fantasma di Palazzo Ricci, in quanto esistono altri racconti di fenomeni paranormali che sono avvenuti tra queste mura. Come ci ha raccontato il fratello dell’ex-fattore, una volta una porta si chiuse a chiave da sola: pensando che potesse trattarsi solamente di un colpo di vento che l’aveva fatta sbattere, furono costretti a usare gli attrezzi per aprire una porta in una rimessa dove non era bastato nemmeno piegare il grimaldello per impedire una chiusura non voluta. Ci sono inoltre testimonianze di una cameriera storica, sentita camminare con il suo passo tipico da una stanza all’altra come se avesse continuato a svolgere le sue mansioni dopo la morte; si dice inoltre che si aggiri ancora per il cortile la Marchesina con il suo cane, facendo sentire i passi insieme al campanello legato al collo dell’animale. Chiavi tintinnanti, passi misteriosi e rumori incomprensibili sono frequenti nei racconti e nelle testimonianze di chi ha vissuto a Palazzo Ricci, anche se attualmente non vi sono stati più casi paranormali, come se i fantasmi fossero definitivamente scomparsi.

Caratteristiche ed analisi

Chissà cosa contenevano le missive del “Libro dello Schiaffo”, importanti al punto, secondo la leggenda, da essere protette anche dopo la morte di Monsignor Ricci? Secondo le dicerie dell’epoca, forse le lettere non erano state inviate a una nipote, ma ad un’amante romana; secondo altre dicerie riportate nel volume di Stuart, potevano essere addirittura lettere galanti indirizzate a un altro Cardinale. Storie d’amore proibite di questo tipo possono sollecitare la fantasia e si ammantano di un’aura di mistero e segretezza con il passare degli anni. Il fantasma che proteggeva questo segreto, infatti, potrebbe essere stato utilizzato come spiegazione paranormale per tutte le stranezze avvenute a Palazzo Ricci nel corso del tempo.

Quando si parla di case stregate, la presenza di fantasmi può essere spiegata dall’antichità dei luoghi e da fenomeni naturali, alimentati dalla suggestione degli abitanti:  le gallerie di tufo sotterranee possono essere fonti di rumori vari e costanti, fino a sembrare lamenti. Addirittura alcuni gas sprigionati da elementi naturali possono condurre ad allucinazioni visive o uditive. Se la diceria della casa stregata si diffonde, può alimentare fenomeni di imitazione e sviluppare ulteriori testimonianze, portandoci a considerare come paranormali altri fenomeni a cui non avremmo dato peso: se la storia attira, può fare leva sulla mente delle persone, alla ricerca di qualcosa fuori dall’ordinario.

La storia del fantasma del Palazzo Ricci riassume i tratti tipici della “casa stregata” o della “casa infestata”, una particolare tipologia di racconto sovrannaturale in cui un’abitazione è coinvolta in presunti eventi paranormali. Tali racconti sono così ricorrenti da attraversare la storia e la letteratura in innumerevoli forme: già ai tempi dei romani venivano infatti scritte storie su case stregate, così come ne “Le mille e una notte”. In tutte queste storie, le abitazioni (che possono essere case, castelli, ville o palazzi) sono abitate dagli spiriti degli abitanti passati, e le attività sovrannaturali da loro prodotte sono fatte risalire a eventi violenti accaduti in tali luoghi o a segreti che non devono essere rivelati. Dei conflitti irrisolti, quindi, legano i fantasmi (o le anime dei deceduti) a tali edifici e causano problemi ai nuovi proprietari: si passa da innocui dispetti ad atti più ostili come il lancio di oggetti, fino ai casi più estremi in cui le entità sono spinte ad atti malvagi e crudeli.

Nella letteratura dell’orrore la casa stregata è un elemento narrativo ricorrente, che ha raggiunto il suo apice nel XVIII e nel XIX secolo, particolarmente utilizzata nelle trame dei romanzi gotici: basti pensare a “La caduta della casa degli Usher” di Edgar Allan Poe, “Il giro di Vite” di Henry James  o “Il castello di Otranto” di Horace Walpole. Palazzi infestati dai fantasmi sono molto frequenti nelle leggende popolari in tutta Italia e non solo, con una vastissima varietà di casi paranormali e vicende particolari. Proprio in virtù della lunga storia di queste abitazioni, possono portarsi dietro racconti del passato e tramandarli tra le generazioni, contribuendo ad alimentarle e a diffonderle.

Il successo e la diffusioni di queste tipologie di storie non sono casuali. A quanti di noi è capitato di effettuare delle “prove di coraggio” durante l’infanzia, magari assieme a un gruppo di amici, intrufolandosi in qualche casa abbandonata solo perché si era diffusa la diceria che fosse presente un fantasma? Queste storie fanno parte della nostra esperienza e del nostro vissuto, perché colpiscono paure e timori che tutti noi possiamo condividere, ovvero quelli di sentirsi insicuri anche all’interno della nostra stessa abitazione.

Influenze nella cultura pop

Dal momento che la casa stregata è presente in tutta la nostra letteratura e fa parte di innumerevole leggende popolari, ha una grandissima influenza nella cultura attuale e nella nostra vita. Il cinema ha spesso sfruttato questo tema: prima di arrivare al più recente “Crimson Peak” (pellicola del 2015 di Guillermo del Toro di chiara ispirazione gotica) e al classico “Haunting – Presenze” (film del 1999 di Jan de Bont con Liam Neeson e Catherine Zeta Jones), la citazione più importante se la merita “La casa dei fantasmi” del 1959 di William Castle, vero e proprio masterpiece del genere:

Il cinema horror ha sfruttato in maniera così capillare il tema che risulta difficile rendere giustizia alla vastità delle pellicole dedicate all’argomento. A nostro avviso, tuttavia, una citazione particolare la merita “La Casa” di Sam Raimi del 1981, che diventò un vero e proprio cult-movie capace di sviluppare storie successive e serie televisive dedicate.

Anche il mondo della musica ha affrontato questo tema: Michael Jackson, nel suo mediometraggio Ghost del 1996, di cui pubblichiamo un assaggio, vive in una casa stregata:

Nel mondo dei videogiochi, con la loro possibilità di immergersi nella narrazione e di vivere in maniera interattiva l’esperienza, la casa stregata è particolarmente adatta ai giochi “survival horror”. Il primo “Alone in the Dark” del 1992 della Infogrames, che ha dato vita a una serie di successo, era ambientato proprio in una villa infestata.


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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I Dudes: “Prendiamo quello che viene e facciamo sentire la nostra musica”

I Dudes sono un quartetto alternative rock di Chiusi composto da Matteo Micheletti (voce e chitarra), Gianluca Lorenzoni (basso), Andrea Fei (batteria e sintetizzatore) e Mattia Mignarri (chitarra). Li abbiamo…

I Dudes sono un quartetto alternative rock di Chiusi composto da Matteo Micheletti (voce e chitarra), Gianluca Lorenzoni (basso), Andrea Fei (batteria e sintetizzatore) e Mattia Mignarri (chitarra). Li abbiamo conosciuti nel settembre del 2016, quando avevano appena cominciato a calcare i palchi del nostro territorio. Dopo tre anni esatti li abbiamo incontrati di nuovo al Live Rock Festival di Acquaviva. La filosofia di fondo è rimasta: vivere senza affanni. Ciò che è cambiato è la consapevolezza di essere arrivati al un punto di maturazione.

Cos’è cambiato da quando ci siamo conosciuti?

La nostra musica è cambiata tantissimo. Adesso è tutta un’altra cosa. Nel tempo abbiamo variato gli ascolti musicali e questo ha avuto un riflesso nelle nostre produzioni. Eravamo più acerbi, ovviamente, ma anche più legati a una tradizione indie italiana. Adesso siamo influenzati da artisti come Kurt Vile, Brian Jonestown Massacre, Black Angels, War on Drugs. Che poi è rock alternativo, ma non italiano. Sicuramente ci discostiamo dall’Hip Hop che va molto in voga ora. Siamo molto felici che esistano festival come il Live Rock, che permettono a band che suonano musica simile alla nostra di potersi esprimere in una scena dominata dalla trap e dall’Hip Hop. Nonostante ciò, manteniamo una radice italiana. I Verdena e gli Afterhours ci hanno lasciato tanto, rimangono le nostre basi.

Di cosa parlano le vostre canzoni?

Devo rispondere sinceramente? Diciamo disagio esistenziale, però in realtà parlano di fica. Delle varie sfumature, che possono essere tantissime cose. È la percezione del vivere che ho a 30 anni. Sono esperienze personali.

Progetti per il futuro?

Un disco. Da autoprodurci, perché stiamo provando a mettere su uno studio di registrazione. Già l’ultimo EP l’abbiamo registrato da soli, nonostante tutte le difficoltà. Ora abbiamo diversi pezzi in cantiere. Vorremmo anche spostarci dal territorio, cercare di farci ascoltare fuori dalla Toscana. Speriamo che il Festival di Acquaviva sia un trampolino di lancio per noi. Anche perché abbiamo delle date importanti in questo periodo, siamo molto soddisfatti. Tornando al disco, ci sentiamo maturi per creare qualcosa che davvero ci rappresenti, che faccia capire a chi ci ascolta chi siamo.

Obiettivi e aspirazioni?

Nessuna avidità. Far sentire la nostra musica. Rimanere belli puri. Come ci insegna il nostro mentore – il Drugo Lebowski – prendiamo quello che viene. Le aspirazioni le abbiamo, ovviamente. Non saremmo riusciti a salire su questo palco, altrimenti. Però vogliamo sempre rimanere attaccati a ciò che ci piace: sarebbe brutto scendere a compromessi per diventare più famosi.

(foto di Irene Trancossi – Live Rock Festival Acquaviva)

 

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