La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

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La disponibilità delle parole – un’intervista a Roberto Latini

Mercoledì 27 marzo, alle 21.15, al Teatro Poliziano, Roberto Latini interpreta con la sua originalità stilistica il Cantico dei Cantici, un’opera in versi dell’Antico Testamento. Lo spettacolo è adattato, diretto…

Mercoledì 27 marzo, alle 21.15, al Teatro Poliziano, Roberto Latini interpreta con la sua originalità stilistica il Cantico dei Cantici, un’opera in versi dell’Antico Testamento. Lo spettacolo è adattato, diretto e interpretato dallo stesso Roberto Latini, mentre assumono un significato rilevante le musiche curate da Gianluca Misiti, anch’egli insignito del Premio Ubu per il miglior progetto sonoro. Lo abbiamo intervistato a pochi giorni dallo spettacolo a Montepulciano. 

Vista da una postura disinteressata e pigra, potremmo banalmente ridurre l’opera di Roberto Latini a recipiente postmoderno, collage autoreferenziale di citazioni, e individuare in lui un gesticolatore dell’ipermodernità in ambito teatrale: in realtà Latini raggiunge – e sovente supera – la grande lezione di teatro di ricerca pop di Bob Wilson, muovendo, anziché dai formalismi del teatro anglosassonne, dalla chirurgia della rappresentazione di Carmelo Bene: in lui convergono decenni di ricerca scenica, da Leo de Berardinis con Perla Peragallo, fino allo stesso Bene passando per Demetrio Stratos, risultando la personalità teatrale più interessante del panorama italiano. Il Cantico dei Cantici, sua ultima fatica, è un’occasione  (termine a Latini molto caro), in cui far accadere il teatro. Un’opportunità di proporre l’occasione-teatro, nella speranza che esso accada. Ne abbiamo parlato, tra le altre cose, nella chiacchierata che segue.

 

LaV: L’immaginario che consegni al pubblico è estremamente variegato. La domanda è: da quale bagaglio di base è stata partorita questa operazione, mossa dal Cantico dei Cantici?

Roberto Latini: Allora, parto da un assunto fondamentale, che ripeto sempre a me stesso così come lo ripeto alle persone con cui lavoro: non disturbate lo spettacolo. Cioè che non siano gli spettatori a “vedere” uno spettacolo, ma che possano essi stessi portarsi via il proprio. Che il pubblico possa cioè avere a che fare con qualcosa che noi proponiamo soltanto e non rappresentiamo davvero. Questo produce a catena una serie di conseguenze: mettere insieme la Carrà con un testo della Bibbia (cosa che avviene nel suo Cantico, ndr) significa avere a che fare con quello che siamo. Essere capaci di stare di fronte alla sensazione data da un testo come quello, riportandolo anche nella specificità del quotidiano. Avere a che fare con l’altezza del Cantico dei Cantici senza osservarla come qualcosa da tenere sotto teca, ma con la quale avere a che fare direttamente.

 

LaV: Il Cantico dei Cantici arriva, per il pubblico locale, dopo il tuo adattamento de I Giganti della Montagna: si è passati quindi dal tardo Pirandello, anzi dal postremo Pirandello, quindi da una meccanica drammaturgica novecentesca, a qualcosa di – passami il termine – archetipico della letteratura. Come avviene la selezione dei testi e delle parole nel tuo lavoro e nel tuo metodo?

Roberto Latini: Ho sempre pensato che gli unici personaggi da interpretare negli spettacoli fossero solo le parole. Nei lavori che hai citato non c’è un attore che interpreta dei ruoli, bensì che interpreta delle parole. Nel Pirandello, ne i Giganti della Montagna, sono stato solo in scena e l’unico personaggio che ho sentito di interpretare sono state le parole del testo. Allo stesso modo, nel Cantico dei Cantici non mi interessa interpretare dei personaggi, non è importante che io sia maschile o femminile, non è importante che io aggiusti la voce a seconda di chi parla. Non è importante capire chi, ma è l’avere a che fare con che cosa. Questo è quello che accade se davvero ci mettiamo nella disponibilità delle parole.

 

LaV: Nel Cantico, quindi, sono state le parole a veicolare il vettore creativo drammaturgico?

Roberto Latini: Parole tra senso e sensazione. Il Cantico dei Cantici è certo un archetipo, come hai detto giustamente tu. Lo conosciamo tutti ancor prima di conoscerlo. È il testo più saccheggiato della storia delle letterature: dai romanzi alle canzoni. Un verso lo abbiamo certamente sentito da qualche parte nella nostra vita, quando ancora non abbiamo nemmeno saputo riconoscere da dove fosse né da dove potesse arrivare. Per me lavorarci sopra è stato un tornare, con coscienza e consapevolezza, su un testo antichissimo che avevo conosciuto. C’è stato bisogno andare avanti, per me, per la mia carriera trentennale, raggiungere il Pirandello del Novecento, per poi potersi voltare e guardare indietro…

 

LaV: C’è una definizione in teatrese che avrebbe tutte le ragioni per essere detestata, mi riferisco a “teatro di parola”. Preferirei che si parlasse di questo spettacolo e del tuo lavoro come un “teatro di voce”, o un “teatro di suono” piuttosto. Ti chiedo però, in quale percentuale la parola è significato in sé, e quanto è fonetica? 

Roberto Latini: Questo sta alla disponibilità sensibile di ogni spettatore. Io ho a che fare con dei suoni articolati, che diventano voce. La capacità di senso o di restare suono è nella disponibilità di chi ascolta, anzi di chi sente. Sentire: una parola più precisa, nelle sue molteplici e bellissime accezioni.  Ovviamente lavorare con un compositore come Gianluca Misiti è una cosa che mi vizia da venticinque anni, rispetto a quello che abbiamo proposto dal palco. Abbiamo sempre lavorato su cose che hanno delle strutture musicali o che hanno a che fare con dei concetti musicali, come la dinamica. La dinamica è uno di quei concetti musicali che sono approdati al teatro. Ecco una dimostrazione di come il teatro ha imparato ad arrivare ad altre forme di comunicazione e inglobarle. Tutto questo fa del teatro un luogo in evoluzione.

 

LaV: Dinamica è sì un termine musicale, ma è comunque mutuato dalla fisica; è una semantica interessantissima questa. La dinamica ha a che fare con la mobilità dei corpi e arriva a debordare nella definizione di una gestualità artistica, anche questo coinvolge la mutlidisciplina del teatro contemporaneo…

Roberto Latini: Interessante è anche il fatto che ci siano parole che io non potrei emettere se il corpo non assumesse certe posizioni… oppure tutto ciò che concerne la temperatura del testo, che va raggiunta e può essere espressa dalla temperatura della voce. Contestualmente a questo la voce deve arrivare dentro la temperatura delle parole. Anche il concetto di temperatura è molto bello ed è assolutamente fisico.  Se il mio corpo non arriva a quella data temperatura, non posso portare allo stesso livello la voce e quindi anche le parole. Quindi, forse, anche l’ascolto.

 

LaV: Di recente hai annunciato che la compagnia Fortebraccio Teatro non esiste più formalmente. Ecco quale è stata la dinamica che ha mosso questa decisione e qual è soprattutto l’emergenza di base che questo gesto esprime?

Roberto Latini: Quest’anno sarebbe stato il ventesimo di contributo ministeriale. Secondo me il sistema così com’è non funziona e non può funzionare. Il contributo  essenzialmente serve a mantenere nella sopravvivenza compagnie e teatri, in un galleggiamento che è mortificante rispetto all’aspirazione artistica. Ho deciso – e di questo mi prendo la piena responsabilità – di  rinunciare ai contributi ministeriali poiché sentivo insidiare, da quei contributi e da quelle richieste numeriche, un pericolo per l’espressione artistica da cui ci siamo tenuti lungamente a riparo. Per certi versi ci sarebbe convenuto rimanere dentro quel sistema e fare meno, molto meno: fare davvero per finta. Sinceramente, preferisco fare finta per davvero.

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Due esempi di comicità nel Marzo del Teatro Mascagni

Cosa molto complessa è individuare per la comicità e per l’attore comico una tradizione di riferimento, un’unica formula attoriale o un unico linguaggio su cui sono state modellate le forme…

Cosa molto complessa è individuare per la comicità e per l’attore comico una tradizione di riferimento, un’unica formula attoriale o un unico linguaggio su cui sono state modellate le forme recitative. Il comico, da sempre, pesca da una smisurata varietà di linguaggi teatrali, mescola il tutto sfruttando elementi diversissimi tra loro, ora mutuati da pratiche recitative “alte”, magari per parodie, ora da pratiche popolari. In mancanza di un modello unico e codificato cui riferirsi, l’attore comico è costretto da sempre a crearsi uno stile unico e originale. Ma la caratura comica di un carattere non dipende solo dalla drammaturgia ma anche dall’interpretazione: l’atto scenico in cui vengono ricreati, ricostruiti, i significati. Ecco concentrato tutto il vigore comunicativo del comico, qui egli entra in diretto contatto col pubblico, con i suoi interlocutori fondamentali che egli deve divertire, divertere, come ci insegna l’etimologia, deviare dalla strada maestra del quotidiano e del banale. Il relazionarsi con il pubblico era elemento chiave delle commedie classiche: la parabasi, in cui il capocomico (o personaggio della commedia o del coro), si avvicinava al pubblico, togliendosi la maschera, e si esibiva in quella che oggi definiremmo stand-up comedy, farcita di nomi propri di personalità rilevanti del mondo politico e civile (in greco ὀνομαστὶ κωμῳδεῖν).

Oggi? Oggi il teatro comico politico si è polarizzato, la già citata stand-up comedy ha trovato un tessuto molto fertile anche in Europa (e in Italia), mentre la comicità tradizionale – in parte mutuata dalla commedia dell’arte, in parte dalle sfaccettature del teatro di varietà, o avanspettacolo – ha avuto una forte radicalizzazione televisiva, assecondando i termini del format che la ospitava e si è definita secondo canoni ulteriori. Il teatro Mascagni di Chiusi propone per i prossimi due spettacoli, due modi di fare comicità attigui ma diversi, che dimostrano perfettamente due modelli di comicità contemporanea.

Da una parte Tullio Solenghi e Massimo Lopez, giovedì 21 Marzo 2019, con lo show da loro stessi scritto e interpretato. I due sono profondamente strutturati nella tradizione dell’avanspettacolo, del teatro di varietà televisivo. Sono noti al grande pubblico per la carriera quarantennale, nella quale spicca la loro storica collaborazione (assieme ad Anna Marchesini) nel gruppo comico  Il Trio. Arrivano a Chiusi con uno spettacolo che si presta all’improvvisazione, che interferisce molto con il pubblico. Il duo ovviamente orfano della storica presenza femminile – anche ratificata da un segmento dello spettacolo in cui, senza fronzoli la si ricorda – Anna Marchesini (già celebrata sulle tavole del Teatro Mascagni lo scorso anno, con uno spettacolo diretto dal compianto Roberto Carloncelli). Come due vecchi amici che si ritrovano, Massimo Lopez e Tullio Solenghi tornano insieme sul palco dopo quindici anni! Una carrellata di sketch esilaranti, imitazioni, improvvisazioni e canzoni rigorosamente live, con l’orchestra “Jazz Company”. I due istrioni tornano sulla ribalta con emozionante e spassosa empatia.

Di tutt’altra tradizione è lo spettacolo del 29 Marzo 2019 con Alessandro Fullin, che presenta al pubblico il suo Piccole Gonne. Fullin propone un teatro narrativo, in cui gli espedienti scenici vengono dallo sketch del cabaret (Fullin stesso è stato un protagonista di Zelig), ma che si strutturano in un andamento drammaturgico da commedia brillante. Fullin con Piccole Gonne propone un “infeltrimento teatrale” di Little Women, celebre testo di Louisa M. Alcott. Il libro viene riletto in chiave ironica, giocando soprattutto con gli switch di genere, il gioco della sessualità fluida dei caratteri scenici, con personaggi en-travesti (tra l’altro rimarcando una regola aurea del teatro elisabettiano, in cui anche i personaggi femminili erano interpretati da uomini). Nello spettacolo, l’apprensiva Mrs March deve sistemare le sue quattro figlie con matrimoni all’altezza delle sue aspettative. Apparentemente Mag, Jo, Amy, Beth non hanno molto da offrire a un giovanotto americano, ma la loro madre non si darà per vinta e, coadiuvata dall’avara Zia March, riuscirà a confezionare bomboniere per ognuna delle sue protette. Lo spettacolo di e con Alessandro Fullin, nella più schietta tradizione elisabettiana, sarà interpretato da soli attori uomini. Con un’unica eccezione: sarà proprio il pubblico che dovrà scoprire chi è l’intrusa su un palco già dominato da tanta femminilità.

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Dolcezza e grinta ne ‘Il Divieto di Sbagliare’ di Eleonora Betti

Ho conosciuto Eleonora Betti in una calda giornata di fine agosto, quando ci siamo ritrovate entrambe a Firenze per la conferenza stampa di uno degli eventi musicali più importanti del…

Ho conosciuto Eleonora Betti in una calda giornata di fine agosto, quando ci siamo ritrovate entrambe a Firenze per la conferenza stampa di uno degli eventi musicali più importanti del centro Italia. Quel giorno il Collettivo Piranha presentava l’edizione 2018 del Live Rock Festival di Acquaviva; Eleonora era lì in quanto protagonista di una delle serate del festival, io per scoprire e raccontare l’evento.

Ho avuto modo di apprezzare la sua musica proprio nei giorni del Live Rock Fest e, adesso che si sta preparando all’esibizione di venerdì 15 marzo in terra chianina, finalmente sono riuscita a cogliere l’occasione per intervistarla.

Fin dalle prime battute scambiate con Eleonora, quello che mi colpisce è la sua dolcezza, il suo sguardo innamorato della musica e il suo modo di raccontarsi che sembra già essere il testo di una canzone. Oltre alla dolcezza che incanta, quello che sorprende di Eleonora è il modo in cui si fondono in lei, in maniera perfetta, vari generi musicali, che la rendono unica e libera da obblighi di appartenenza.

Eleonora Betti è una cantautrice che si divide tra la Valdichiana e Roma, dove attualmente vive; laureata in musicologia, Eleonora è cresciuta tra le note della musica classica, l’amore per le grandi voci del jazz, del musical e il fado portoghese.

“La musica classica è parte di tanti ricordi della mia infanzia e adolescenza, mi piace scoprirne la freschezza, le forme. Del jazz direi che mi affascina più di tutto il senso di libertà espressiva, l’idea che la musica sia qualcosa sempre di personale e non possa essere mai uguale a sé stessa. Del musical amo l’unione tra le varie arti, la dimensione del teatro, la narrazione; del fado la sua forza, spesso drammatica, la capacità di raccontare un luogo e le sue storie. In ognuno di questi generi trovo un’intensità sconvolgente”

Tutti questi generi trovano una sintesi perfetta nel suo disco d’esordio, ‘Il Divieto di Sbagliare’ che, oltre a presentare Eleonora al grande pubblico, è un invito a riflettere sull’impossibilità di camminare sul sentiero della vita senza inciampare ogni tanto. L’errore fa parte di un percorso di conoscenza ed evoluzione. Comprendere il proprio stato di imperfezione consente di elaborare le cadute, di curare le ferite, di guardare avanti con consapevolezza, di trovare nuova forza.

“Grazie a ‘Il Divieto di Sbagliare’ ho potuto far conoscere la mia musica a molte persone, ha aperto la strada a collaborazioni importanti, come quella con Ferruccio Spinetti che ha suonato il basso nel nuovo singolo ‘Libera’. Inoltre, dopo la pubblicazione del mio lavoro, ho potuto osservare come possa esserci interesse anche per un prodotto fuori dagli schemi attuali come il mio, interesse che ho riscontrato sia tra il pubblico ai concerti, che tra la critica. Di recente, è stata una felicissima sorpresa che una webzine musicale come MusicMap abbia scelto “Quaranta Volte” come canzone più bella del 2018” – mi spiega Eleonora.

I brani di Eleonora nascono dall’urgenza di trasformare in canzone un pensiero, un’emozione o una riflessione. E alla domanda se all’interno del disco ci sia un brano a cui è più legata, Eleonora mi risponde così:

“I legami sono diversi con ogni brano, e ugualmente intensi. Però, a distanza di un anno, sento di dire che per ‘Quaranta Volte’ ho un ulteriore affetto, perché è stata la canzone di lancio dell’album ed è diventata la colonna sonora di questi dodici mesi, tra promozione e concerti. Per comporre i miei brani spesso parto da un piccolo nucleo di testo e melodia che poi sviluppo, a volte rapidamente se il momento creativo è molto intenso”.

La Repubblica ha definito il pop di Eleonora un pop d’autore e da camera, un soffuso d’archi e di fiati; non un ninnolo luccicante da mettere in mostra nella vetrina del salotto buono, ma una via d’uscita da prigioni sonore, da etichette precostituite e appiccicate da chi è sempre in cerca di definizioni. Definizioni di cui Eleonora, appunto, non ha bisogno; con la sua musica cerca di far capire che prima di tutto bisogna ascoltare noi stessi in modo da trovare la giusta strada, e, in secondo luogo, gli altri, con apertura e attenzione, per poter costruire qualcosa insieme.

“Fare musica vuol dire impegnarsi per ottenere un risultato; vuol dire giocare, divertirsi, avere passione, essere aperti, incontrare, conoscere, concentrarsi, restare umili. La musica è l’umanità espressa in un suono” – insegnamento, questo, che Eleonora porta sempre con sé e che cerca di trasmettere ai suoi studenti del Liceo e ai bambini a cui impartisce lezioni di pianoforte, canto corale e laboratori di propedeutica.

Durante l’intervista, ho avuto modo di comprendere il punto di vista di Eleonora sullo stato attuale della musica e sulle varie polemiche nate dalla vittoria di Mahmood a Sanremo:

“Sebbene ogni anno ci siano polemiche attorno al vincitore, quella che si è aperta in questo caso mi è parsa assurda: fuori luogo per la parte tecnica, offensiva e preoccupante per i tratti razzisti che ha assunto da parte di alcune persone. Non credo che i pregiudizi siano nel mondo della musica, o perlomeno spero che non sia così; vedo più una strumentalizzazione politica che ha aperto la strada a commenti di ogni genere anche a livello popolare. Comunque tante persone hanno da subito preso posizione in modo opposto, e questo mi conforta”.

Alla vigilia della sua esibizione al Teatro Verdi di Monte San Savino del prossimo 15 marzo, Eleonora mi dice:

È un bellissimo momento, che mi consente, tra l’altro, di chiudere nel migliore dei modi questo primo anno trascorso dall’uscita del disco. Ho un legame molto forte sia con il Teatro Verdi che con il paese di Monte San Savino: lì ho iniziato a suonare il pianoforte e ricevuto la prima formazione artistica. Certamente sarà una bella emozione, una festa, il mio modo per dire grazie a un luogo in cui sono cresciuta e per abbracciarlo con la musica; un abbraccio che spero potrà arrivare forte anche alle persone presenti”.

E riguardo ai progetti futuri, invece, mi svela che questo momento si sta rivelando molto creativo.

“Mi sto dedicando alla scrittura di nuove canzoni, pensando già con entusiasmo a nuovi progetti da realizzare, ma il desiderio è anche quello di continuare con i concerti. La musica come momento di condivisione regala incontri ed emozioni che amo infinitamente vivere”.

Eleonora conclude con un augurio personale, ma allo stesso tempo un auspicio per l’intero panorama musicale italiano e internazionale:

Quando accendo la radio spero di poter sentire musica bella, italiana o internazionale che sia, e magari anche musica emergente, indipendente, da scoprire”.

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Il cuore oltre il traguardo: intervista a Chiara Bazzoni

La notizia è di pochi giorni fa: la staffetta “in rosa” dell’atletica italiana, 17 anni dopo l’ultima volta, è tornata sul podio di una competizione europea indoor. Agli Europei di…

La notizia è di pochi giorni fa: la staffetta “in rosa” dell’atletica italiana, 17 anni dopo l’ultima volta, è tornata sul podio di una competizione europea indoor. Agli Europei di Glasgow, la 4x400m tricolore ha conquistato la medaglia di bronzo, dietro a Gran Bretagna e Polonia.

Tra le quattro staffettiste, a inorgoglire la Toscana ma soprattutto la Valdichiana, c’è Chiara Bazzoni, che alla soglia dei 35 anni continua ancora a stupire e a portare a casa grandissimi risultati: se si conta anche il bronzo degli Europei di Barcellona 2010, infatti, fanno due medaglie in meno di un mese.

Lo capisco, detto così non è chiarissimo come concetto.

Ma nove anni fa c’era ancora Chiara a rappresentare l’Italia in terra spagnola, nella 4x400m vinta dalla Russia in cui le italiane arrivarono in quarta posizione. La tardiva squalifica della Russia, però, giunta ad inizio 2019, ha permesso l’assegnazione del terzo posto proprio alle azzurre, che nove anni dopo hanno potuto mettere al collo la medaglia che si meritavano.

Chiara Bazzoni rappresenta una delle eccellenze dell’atletica in Italia, ma i risultati raggiunti finora dalla bettollina (e ci tiene a sottolinearlo) sono il frutto di una storia sportiva iniziata circa venticinque anni fa. Un tempo lontano, in un luogo a noi vicinissimo, Torrita di Siena. Così, abbiamo deciso di intervistarla, tra passato, presente e futuro; tra risultati ottenuti, infortuni e voglia di continuare a vincere.

Allora, come direbbe lo starter prima dello sparo: on your marks. Ai vostri posti. Get set. Mettetevi comodi.

Partenza dai blocchi – Gli inizi

In Italia, l’atletica è uno sport con una risonanza mediatica estremamente bassa. I picchi di interesse si registrano durante le Olimpiadi, come è ovvio che sia, ma prima e dopo di esse è come se ci si dimenticasse che esiste ancora chi corre, chi salta in alto, chi lancia pesi. Appassionarsi ad una disciplina così “di nicchia”, quindi, non è cosa da poco, soprattutto in una realtà come la Valdichiana, in cui non esistono strutture all’avanguardia per allenarsi con continuità. Chiara, in effetti, aveva iniziato col nuoto, come un po’ tutti quando siamo piccoli, col mito portato avanti dalle mamme dello “sport completo”.

In famiglia, però, Chiara aveva già sentito parlare di atletica, da suo cugino Nicola, ostacolista. Bastarono un paio di volte, a bordo campo a vederlo allenarsi, per capire che quello sarebbe stato il suo sport, senza sapere che pian piano si sarebbe trasformato in vita.

“Ho iniziato a praticare questo sport a 10 anni, poiché lo praticava mio cugino Nicola Bernardini, cinque anni più grande di me. A spronarmi fu anche mio zio, che mi diceva sempre che essendo una spilungona, oltre che molto magra e con le gambe lunghe, avrei potuto arrivare lontano! Così, di settimana in settimana, ho iniziato ad andare al campo di Torrita di Siena, che in zona, fino a poco tempo fa, era la pista più vicino a casa, essendo io di Bettolle. La passione è nata giorno dopo giorno, fino a diventare quello che è ora: vita. Sono passati venticinque anni, quasi il triplo di quelli senza aver fatto atletica, ma sembra ieri. Faccio fatica a pensare a come è cambiato tutto, in questo tempo: come da andare in pista una volta alla settimana o, a volte, anche una al mese, sia passata ad andarcene due al giorno”.

Merito del tartan di Torrita di Siena – “devo tutto a questa struttura” -, che ha permesso a Chiara di allenarsi sempre più costantemente, a due passi da casa. A quel tempo, infatti, l’atletica stava diventando qualcosa di più di un semplice passatempo, in concomitanza però con l’età dell’adolescenza, che mette di fronte ad ognuno di noi gli anni più delicati della scuola e il giovanile istinto di divertirsi insieme ai propri amici. Chiara, infatti, ammette che quello è stato il periodo più difficile della sua carriera.

“Tra i 14 e i 18 anni ho dovuto impegnarmi tantissimo per conciliare gli impegni sportivi con quelli scolastici, ma anche con le amicizie. Mi piaceva andare bene a scuola, per questo ci sono stati giorni in cui non uscivo o mi svegliavo prestissimo la mattina. Inoltre, in una realtà piccola come la mia, non ho trovato altre ragazze, coetanee, con le mie stesse necessità e i miei bisogni: solo io facevo questa vita, e non è stato semplice essere da sola. Dico questo perché, magari, nelle città ci sono più giovani e più femmine che praticano atletica, ed è più facile creare amicizie con gli stessi interessi. Poi ai tempi non c’erano agevolazioni per i giovani atleti, infatti i miei non erano contenti di farmi uscire un’ora prima da scuola per una gara”.

Primo rettilineo – L’atletica a tempo pieno

In una gara dei 400m, dopo essere partiti praticamente già in curva, ci si tuffa nel primo rettilineo, in cui vengono fuori i valori che vanno oltre la corsia di partenza.

Il vero rettilineo della vita da atleta di Chiara è iniziato nel 2006, con il reclutamento da parte dell’Esercito. Rettilineo inteso però non come percorso facile, ma come stile di vita: da quell’anno, Chiara ha potuto dedicare anima e corpo interamente all’atletica. “Faccio parte del Gruppo sportivo dell’Esercito da ben 13 anni, ed è proprio grazie al loro supporto se io posso essere ancora qui oggi a fare quello che più mi piace e meno mi pesa”.

È nel 2008 che Chiara ha esordito con la Nazionale, alla Coppa Europa di Annecy, e solo due anni più tardi è arrivato forse il risultato più bello della sua storia, e torniamo un’altra volta a Barcellona.

“Sono diventata per la prima volta primatista italiana della 4x400m nel 2010 agli europei di Barcellona, sfiorando il podio, e da lì è iniziata la mia carriera importante. La medaglia è arrivata con nove anni di ritardo, ed è ancora vivo il ricordo di quel primato”.

Da quel momento, Chiara ha iniziato a infoltire il suo palmarès con grandissime prestazioni, andando anche ad infrangere il record nazionale indoor della 4x400m per ben due volte, prima a Sopot in Polonia e poi, nel 2018, a Birmingham (3’31”55). In tutto questo tempo, la forza di Chiara è stata la determinazione e la voglia di non mollare mai, nemmeno di fronte a difficoltà apparentemente insuperabili.

“Non ho mai pensato di mollare, anche se l’infortunio al menisco dello scorso maggio mi ha messo a dura prova. Doveva essere un recupero lampo, ma ci sono state complicazioni e tra tutto ho ricominciato a correre dopo quattro mesi. Però mi sono guardata da fuori, ero consapevole che davanti a me erano rimasti pochi anni di atletica, e così mi sono fatta forza. La carriera di un atleta è legata molto all’età, non potevo arrendermi”. E infatti, Glasgow è stato il coronamento di questa scelta coraggiosa.

Chiara deve moltissimo a chi le è sempre stata vicino. Quando si parla di sacrifici nella vita di uno sportivo, ci si dimentica che spesso chi li fa non è solo l’atleta, ma anche le persone che gravitano attorno.

“Sono devota a tutte le persone che mi hanno supportato ma soprattutto sopportato in questi anni. La serenità della vita che ti circonda si ripercuote su quella sportiva, perciò è fondamentale che famiglia e amici mi siano sempre stati vicini. Tutto questo va ad influire sulla tenuta mentale di uno sportivo, che a parità di qualità tecniche fa la differenza. Siamo soggetti pensanti, non robot, non conta solo l’allenamento fisico“.

Se si pensa alle persone vicine appunto, per Chiara è impossibile non citare la figura di Angela Fè. Insolitamente rispetto alla norma, Chiara è stata allenata per più di vent’anni dalla stessa allenatrice, prova di grande stima reciproca e di sconfinata competenza.

“Oltre a essere un’ottima allenatrice, che ha avuto la capacità di non sfruttarmi in età giovanile e permettermi così di avere una lunga carriera, è stata per me come una seconda mamma, un’educatrice. Se non ero a casa, ero in pista con lei. Ogni anno ha cercato di dare un input diverso agli allenamenti affinché sia mente che fisico non si abituassero mai agli stessi metodi. Nel 2013 ha instaurato una collaborazione con il tecnico romano Vincenzo De Luca per apportare nuovi stimoli all’allenamento di un’atleta matura. Da tre stagioni a questa parte mi allena Alessandro Bracciali, altro suo atleta, e quindi prima mio compagno di allenamento e adesso allenatore”.

La curva – Londra 2012

Oltre la retorica del caso, l’Olimpiade è per un atleta il punto più alto a cui aspirare. La svolta della vita sportiva di Chiara, da grande atleta a campionessa, è arrivata proprio nel 2012, con la partecipazione ai Giochi olimpici di Londra“le Olimpiadi sono il sogno di ogni atleta e posso dire che è davvero così”. Ciò che è rimasto più impresso a Chiara di quell’esperienza è l’atmosfera surreale della cerimonia e l’aria di festa di tutta la capitale inglese.

“Quello che mi è rimasto delle Olimpiadi è più il contesto che altro. Il villaggio olimpico, la fiaccola, le cerimonie di apertura e chiusura: chi ha la fortuna di viverle in prima persona, capisce cosa c’è dietro a tutto il movimento olimpico. In quei giorni sembrava di vivere in una favola, più per tutto ciò che per la gara in sé, che se ci pensi non è così diversa da un Europeo o da un Mondiale”. In quell’occasione, la 4x400m si fermò in semifinale, ma Chiara ha un ricordo particolare del suo turno. “Ero prima frazionista ed ebbi la fortuna di partire in nona corsia, quella più esterna e quindi più vicina al pubblico. In Inghilterra non ci sono barriere, quindi ricordo benissimo quella sensazione di essere quasi “spinta” da quel focoso pubblico, che tifava tutti indistintamente. Sembrava di avere sempre il vento a favore, cosa impossibile in una gara come la mia. Merito di quella Londra: chi l’ha vista in quel periodo, festosa, frenetica e colorata, può capire cosa si respirava”.

Ma, come si dice di solito, è vero che l’importante non è vincere, ma partecipare?

“Il famoso motto di De Coubertin è la classica frase palliativa con la quale si è soliti consolare un atleta quando le cose non vanno. Ognuno di noi si schiera dietro i blocchi per vincere, a nessuno piace perdere, soprattutto se dietro a quella gara c’è stato tanto lavoro, fatica e tutto quello che lo sport professionistico richiede. Ma vincere in atletica non è sempre solo e soltanto tagliare per primi il traguardo. Io ritengo che i primi avversari siamo noi stessi, quindi a volte vincere significa anche migliorare il proprio tempo, o realizzare il minimo di partecipazione per un Mondiale o un Europeo. Allora, in quel caso, se proprio vogliamo, possiamo anche dire che l’importante era partecipare…”.

La spinta propulsiva di Londra ha portato Chiara alla doppietta ai Giochi del Mediterraneo di Mersin 2013, con il doppio oro nei 400m piani e nella staffetta. Negli anni, Chiara si è tolta tantissime soddisfazioni, nonostante si definisca una “perfezionista” – “ho il pregio, o forse difetto, di non essere mai contenta e andare sempre a cercare il pelo nell’uovo anche in quelle occasioni dove invece dovrei solo godermi il momento e festeggiare”.

Si riferisce specificatamente al 2016, e al bronzo conquistato agli Europei di Amsterdam.

“Forse l’unica cosa che non rifarei è andare a dormire il giorno della vittoria del bronzo europeo ad Amsterdam. Sarebbe durato di più, compresa la mia felicità. L’unico motivo per il quale tornerei indietro è per rivivere davvero tutto, per poter assaporare di più certe emozioni, sensazioni che poi non tornano più. Perché ho fatto sbagli, scelte da mangiarsi le mani, ma adesso mi rendo conto che senza quelle non sarei l’atleta che sono. Magari, in quel momento, una scelta diversa mi avrebbe ripagato diversamente, ma certamente senza gli errori che ho fatto non sarei qui oggi a provarci di nuovo…”.

Questo volersi sempre migliorare, questa ricerca delle minime imperfezioni, ha permesso a Chiara di affrontare le gare quasi sempre con la giusta mentalità. In una corsa, ciò che lo spettatore vede è solo l’ultima parte di un percorso tortuoso da affrontare meticolosamente. A partire dal riscaldamento.

“La gara è un insieme di innumerevoli fattori, difficili da elencare. C’è il riscaldamento, in cui devi prepararti fisicamente allo sforzo, senza però gettare al vento tutte le energie nervose che hai accumulato nei giorni precedenti alla gara. C’è il momento in cui ci si avvicina ai blocchi, forse il più intenso a livello emotivo. Ci sono gare in cui ho sbagliato una cosa, in altre non sono riuscita a trovare la concentrazione; come ho detto prima, nell’atletica, il nostro primo avversario siamo noi stessi”.

Finale – Futuro

A 35 anni, inevitabilmente, un atleta è nella fase finale della sua carriera. Uscito dalla curva, vede il traguardo, e affonda gli ultimi passi sul tartan. Sono forse i passi più intensi, prima che la corsa si spenga in quello scoordinato agitare di braccia dopo l’arrivo, quando i muscoli improvvisamente si rilassano. Chiara sa di essere a questo punto della sua vita sportiva, ed è per questo che non vuole lasciare nulla di intentato.

“Nonostante gli anni c’è ancora qualche obiettivo da provare a raggiungere, con la differenza che quando ero più giovane mi ponevo obiettivi a lungo termine, mentre oggi mi pongo obiettivi più vicini e viaggio giorno dopo giorno, passo dopo passo”.

Quali obiettivi, Chiara non lo dice. “Noi atleti siamo un po’ scaramantici, sai!”.

Uno, possiamo scommetterci, era sicuramente quello del podio di Glasgow, realizzato pochi giorni dopo averci risposto a tutte queste domande. Siamo stati provvidenziali, anche se di certo i suoi successi non li deve a noi. Li deve a sé stessa. Li deve a quello sport che, col passare degli anni, è diventato vita.

“All’atletica devo molto, se non quasi tutto di quello che è il mio carattere oggi. Non so se nel bene o nel male, non sta a me giudicare, ma ha tirato fuori delle caratteristiche che probabilmente non sarebbero mai uscite fuori. Mi ha forgiato, dato certezze e messo spesso di fronte a scelte importanti a qualsiasi età. Ha placato la mi ansia, mi ha dato la capacità di conoscermi meglio, mi ha spesso fatto fare introspezione. Mi ha cambiato la vita”.

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Scusate se parlo d’Amore: Intervista a Manola Nifosì

Manola Nifosì è protagonista diScusate se Parlo d’Amore, in scena al Teatro degli Arrischianti di Sarteano venerdì 8 Marzo alle 21:15. Un monologo in cui si raccontano piccoli grandi amori,…

Manola Nifosì è protagonista diScusate se Parlo d’Amore, in scena al Teatro degli Arrischianti di Sarteano venerdì 8 Marzo alle 21:15. Un monologo in cui si raccontano piccoli grandi amori, con ironia e tenerezza, sarcasmo, nostalgia e stupore; in cui ancora ci si domanda: “Ma di cosa parliamo quando parliamo d’amore?”

Esiste una fortunata tradizione filologica, capeggiata dal Professor Giorgio Padoan, che suppone l’esistenza di una prima stesura del Decameron di Boccaccio, nella quale sono presenti solo sette giornate, con una lieta brigata composta solo dalle sette donne. Questo sarebbe confermato dal percorso ideale che, muovendo dall’Elegia di Madonna Fiammetta, avrebbe traghettato il Boccaccio ad intendere il racconto e la pratica del narrare, cose propriamente femminili. Dello stesso avviso sembra essere Manola Nifosì, che nella serata dell’8 Marzo 2018 sarà sul palco del Teatro degli Arrischianti di Sarteano, con il suo spettacolo Scusate se Parlo d’Amore, del quale cura anche la regia insieme a Sergio Aguirre. L’abbiamo intervistata pochi giorni prima dell’allestimento.

LaV: Lo spettacolo si intitola Scusate se Parlo d’Amore: perché scusarsi, quando si parla d’amore?

Manola Nifosì: Bella domanda. Perché l’amore è diventato un tema accessorio. Una tematica frivola, che va tenuta sul fondo. È ironico e provocatorio quello “scusate” che immetto nel titolo, perché io considero invece l’amore come l’energia più potente che esiste sulla terra, quella che muove la vita tra gli uomini. L’unica energia che in qualche maniera riesce pure a negare la morte. Io ne parlo in modo foscoliano: l’amore ci fa sopravvivere, si sopravvive grazie alle persone che continuano ad amarci. Parlo dell’energia più grande.

LaV: Lo spettacolo viene rappresentato l’otto marzo: qual è il valore che acquisisce, in occasione della festa della donna?

MN: Intanto la protagonista dello spettacolo è una donna. È una donna che parla dei diversi modi di amare, attraverso i racconti di storie riguardanti altre donne. Sono racconti molto diversi: si rifanno al mito greco, oltre che a storie più recenti, molte storie vere, storie di donne del secolo scorso, che hanno combattuto per amore e che continuano a cercarlo. L’otto marzo è una data nella quale lo spettacolo trova un significato più forte. In queste storie ci sono anche storie di violenza. Storie di donne che vedono l’amore come subalternità: donne che hanno vissuto la vita di coppia come l’essere di proprietà di qualcuno. Ecco, racconto queste vicende nel giorno dell’otto marzo perché purtroppo molti strascichi di questa società patriarcale ancora permangono oggi: ce lo dice la cronaca, così come ce lo dicono alcune sentenze giuridiche…

LaV: C’è forse qualcosa di profondamente femminile nella pratica di raccontare storie?

MN: Dunque questo è un monologo che porto dietro da molto. E cresce con me. Dalla prima versione è cambiato moltissimo. Tra le varie cose che più mi stanno a cuore, c’è un passaggio in cui il personaggio in scena racconta di un gruppo di amici che si interrogano su cosa significhi l’amore. Prendo tra l’altro in prestito il titolo di un’opera di Raymond Carver, Di Cosa Parliamo Quando Parliamo d’Amore. Ecco, in questa ricerca di significati da parte del gruppo di amici, gli uomini si mettono a indagare sulle definizioni, mentre le donne cominciano a raccontare storie. Non hanno bisogno di definizioni, ma di esempi narrativi. È quindi proprio della natura femminile, questo bisogno del raccontare. Il raccontare il tramandare storie della famiglia. cosa che io ho molto chiara, perché sono state le mie nonne a fornirmi questa attitudine al racconto. Continuare a raccontare è anche il modo che abbiamo per tenerci vicine le persone che amiamo.

LaV: Venti giorni fa è andato in scena a Chiusi, C’era una volta il Flauto Magico, nella rassegna dedicata al teatro per famiglie: come gestisci questa pluralità di linguaggi, questo allargamento del campo di indagine dello spazio drammaturgico, che passa dal teatro per i più piccoli al teatro – che per banalità chiamiamo – per adulti?

MN: Io mi definisco una teatrante, nel senso più generico del termine. Il teatro mi piace in tutte le sue forme: dalla scrittura alla regia, fino ai costumi. Nasco come attrice e quindi come attrice ho sperimentato il teatro sia per ragazzi che per adulti. Maturando come insegnante di teatro, ho capito che il teatro è sempre teatro. Ha delle regole che vanno rispettate. Quando mi rivolgo a dei bambini ho un tipo di registro, quando sono con gli adulti ne ho un altro. Non faccio distinzione, gli attori devono avere una preparazione tale da performare nel migliore dei modi. Attenzione ché fare teatro per ragazzi è molto difficile: i bambini e i ragazzi fanno sentire il disagio di uno spettacolo in sala. Aggiungo che nel caso di C’era una volta il flauto magico – in cui oltre a curare la drammaturgia e la regia, interpreto la Regina della Notte – ho lavorato con una riscrittura facendo molta attenzione anche alle questioni di genere. La figura femminile, nell’opera di Mozart, è bistrattata. Rispetto alla storia originale però nella mia riscrittura ho fatto sì che tutto si incentrasse sul percorso di formazione dei protagonisti: la presa di responsabilità, il fare delle scelte giuste, da parte dei maschi e delle femmine. Perché la rivoluzione culturale che va portata avanti non può essere fatta solo dalle donne, ma da tutti.

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“Dis-Order”, il teatro di LaBute a Montefollonico: intervista a Benedicta Boccoli

Sabato 9 Marzo 2019, al Teatro di Montefollonico, va in scena Dis-Order, con Benedicta Boccoli e Claudio Botosso, per la regia di Marcello Cotugno. Il testo è di Neil LaBute,…

Sabato 9 Marzo 2019, al Teatro di Montefollonico, va in scena Dis-Order, con Benedicta Boccoli e Claudio Botosso, per la regia di Marcello Cotugno. Il testo è di Neil LaBute, regista, sceneggiatore e drammaturgo americano, e affronta i lati più intimi e più oscuri di una coppia, un confronto teso e vibrante tra un uomo e una donna che dovranno trovare la forza di amarsi o arrendersi agli eventi.

Il testo di Neil LaBute è diviso in due atti unici in cui i protagonisti sono un uomo e una donna, giunti in entrambi casi a momenti critici della loro relazione. Il tratto d’unione dei due fraseggi narrativi è la presenza – decisiva – di un oggetto-feticcio: il telefono mobile. L’autore non lo fa apparire come mero accessorio quotidiano, ma come elemento drammaturgico decisivo ai fini del destino dei personaggi.

Nel primo atto, intitolato Land of Death, lei è incinta e vuole tenere il bambino, lui no. È mattina. Lui va a colazione dal suo capo per festeggiare la conclusione di un grosso affare, lei in clinica per abortire. Appena terminato l’intervento la donna riceve un messaggio sul suo cellulare. È suo marito: ha cambiato idea. Lavora al World Trade Center ed è l’11 settembre 2001. Nel secondo atto, Helter Skelter, marito e moglie si incontrano in un elegante ristorante, per una pausa dallo shopping natalizio. È una coppia che sembra avere tutto ciò che può confortante: denaro da spendere e due figli. La donna chiede al marito di poter usare il cellulare per chiamare i bambini, dato che il suo è scarico. L’uomo mette in scena una lunga e buffa situazione per sottrarsi alla richiesta della moglie di usare il suo cellulare: sa che sul display del cellulare apparirà il nome della donna di cui è l’amante.

Abbiamo intervistato Benedicta Boccoli qualche giorno prima dello spettacolo.

LaV: Dis-Order è uno spettacolo che affonda nell’intimo della coppia. Si possono affrontare temi collettivi anche spiando l’intimità e il privato delle persone?

Benedicta Boccoli: Certo. È la forza di questo testo. Lo spettacolo coinvolge molto il pubblico. È molto cinematografico. L’inquadratura è molto semplice. Non abbiamo scenografie ma solo un tavolo e due sedie, oltre alle luci e alle musiche. Tutto è dato dall’emotività. Gioca sull’uso del telefono cellulare che è oggi comune a tutti. Un po’ come Perfetti Sconosciuti ma ricordiamo che questo testo è stato scritto molto prima del film di Genovese. Io ho lavorato molto nel comico e nel brillante, ma mi sono innamorata di questo testo che, pur non essendo una commedia, porta in sé un alto tasso di verità. Questo coinvolge moltissimo il pubblico. Io ho iniziato a confrontarmici facendo delle letture pubbliche, durante l’estate. Letture in piazza… puoi immaginare cosa significhi fare una lettura in una piazza italiana d’estate, con i passeggini, i bambini che corrono e tutte le distrazioni del caso. Ecco, mi sono accorta come durante la lettura di questo testo si generava il silenzio, saliva l’attenzione. Veniva a crearsi un grande ascolto collettivo. Questa cosa mi ha convinto ad approfondire Dis-Order. Ho pensato “ma allora non piace solo a me!”. Abbiamo deciso di farne uno spettacolo. Uno spettacolo scenograficamente spoglio, essenziale,  ma pieno di forza, di emozioni. A mio parere è uno spettacolo empatico. Ha molta sostanza.

 

LaV: Alcuni critici hanno parlato di Dis-Order come di un testo femminista. Sei d’accordo?

BB: La figura dell’uomo esce massacrata da questo testo. Nello spettacolo il maschio è un codardo, uno che non sa prendersi le sue responsabilità, un traditore. Il maschio, tra l’altro, occupa la parte comica del testo, per la sua goffaggine, mentre la donna mantiene più lo spazio del dramma. Quindi sì, sono d’accordo…

LaV: Lavorare in due sul palco, interpretando una coppia di lunga data, significa entrare in profonda sintonia con il partner di scena: come è stato il lavoro con Claudio Botosso?

BB: Io Claudio lo conosco da tempo. Anni fa abbiamo girato un film insieme (Dolce di Latte, di Gianni Leacche, ndr) e siamo amici. Cercavamo un testo da fare, che andasse bene a entrambi. È intervenuta poi la regia di Marcello Cotugno, che è anche in contatto personalmente con Neil LaBute e lo conosce molto bene. Con Claudio, abbiamo poi cominciato ad approcciarci a questo testo in maniera molto genuina: ci siamo ritrovati in casa, nei bar a prendere un tè. In situazioni molto amichevoli con il copione sotto mano, a leggerlo e studiarlo. È stato un lavoro molto puro. Penso che traspaia questa cosa, agli spettatori. Non ci sono sovrastrutture. Si vedono due attori che amano una cosa e adorano recitarla insieme.

LaV: Cosa deve aspettarsi il pubblico di Montefollonico?

BB: Sebbene in questo spettacolo non si rida, questo è uno spettacolo che intrattiene bene. Uso il verbo intrattenere nel suo significato più nobile: è un testo che non rallenta mai, che coinvolge. Come ho già detto è un testo molto empatico, che cerca l’emotività degli spettatori. Il pubblico sarà sicuramente coinvolto dalle vicende e fino all’ultimo momento vorrà sapere come va a finire.

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45 Giri – Quinta traccia

Ultima traccia del videoblog dedicato a “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio Teatro Danza dei Concordi, un progetto che già da molti anni coinvolge bambini e ragazzi in percorsi…

Ultima traccia del videoblog dedicato a “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio Teatro Danza dei Concordi, un progetto che già da molti anni coinvolge bambini e ragazzi in percorsi di danza e recitazione nella frazione di Acquaviva. La giovane compagnia ha messo in scena spettacoli interamente ideati, diretti e organizzati dagli stessi componenti, culminati lo scorso anno con la rappresentazione di Nessuno ad Acquaviva e a Montepulciano.

A marzo 2019 si concluderà la nuova stagione del laboratorio, con una nuova opera originale chiamata “45 Giri”; dopo aver conosciuto l’origine del nome dello spettacolo, le peculiarità della protagonista Matilda e gli attori che saliranno sul palco, è arrivato il momento di approfondire gli ultimi aspetti legati alla fase creativa, in compagnia della regista Marta Parri e dell’aiuto regista Margherita Massai. Mentre la compagnia si appresta a definire gli ultimi dettagli delle coreografie e delle scenografie, non vi resta che prenotare il vostro posto: l’appuntamento è fissato per  sabato 16 marzo al Teatro dei Concordi di Acquaviva e sabato 23 marzo al Teatro degli Arrischianti di Sarteano!

Ecco la quinta e ultima traccia di 45 Giri, buon ascolto!

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Birra e piatti tipici della Valdichiana: un matrimonio inaspettato e sorprendente

Quello dei birrifici artigianali è un universo che in Italia è in costante espansione, sempre più ricco di eccellenze che hanno fatto diventare la birra un vero e proprio fiore…

Quello dei birrifici artigianali è un universo che in Italia è in costante espansione, sempre più ricco di eccellenze che hanno fatto diventare la birra un vero e proprio fiore all’occhiello per molti territori.

Tra questi non potevano mancare la Valdichiana e i territori limitrofi. La loro presenza al Beer Attraction 2019 si è fatta sentire grazie alle ottime birre e alle pietanze tipiche della tradizione chianina, dimostrando che uno sposalizio tra le due è possibile e anche assai piacevole.

Beer Attraction è la fiera che, giunta alla sua quinta edizione, è diventata il punto di riferimento del settore birraio d’Italia. È qui che si è tenuta l’edizione 2019 del concorso Birra dell’Anno promosso da Unionbirrai, l’associazione di categoria la cui missione è quella di tutelare i piccoli produttori indipendenti di birra artigianale.

La competizione, che ha visto vincitori i marchigiani del birrificio Mukkeller, ha premiato con un terzo posto nella categoria delle Speciality Ipa il Birrificio La Stecciaia di Rapolano Terme e la sua Rye Ipa.

La Stecciaia è un birrificio agricolo che ha fatto della certificazione biologica la propria filosofia aziendale:

“Le nostre birre nascono dalla selezione di cereali di altissima qualità, grani antichi, coltivati dalla nostra azienda secondo il metodo biologico. Mediamente, il consumo annuo di cereali per le nostre birre è di circa 11.000 chili. – ci ha raccontato Claudio D’Agnolo, birraio della Stecciaia – Siamo un’azienda in continuo sviluppo: in collaborazione con l’Università di Firenze abbiamo in programma di piantare un luppoleto nella nostra azienda con luppoli autoctoni italiani, sempre rispettando i regolamenti biologici.”

Claudio ha scelto di festeggiare il podio raggiunto con la Rye Ipa abbinandola con una gustosa bistecca di Chianina, poiché l’amaro presente nella birra pulisce le papille gustative e riporta il palato neutro.

Le Italian Grape Ale sono l’unica tipologia di birra per cui la nostra nazione è presa come punto di riferimento a livello internazionale. Ne abbiamo parlato con Marco Lenzi, uno dei proprietari del Birrificio Chianti Brew Fighters a Radda in Chianti:

“Il sangiovese non è un vino facile per brassare un’Italian Grape Ale perché ha una struttura tanninica importante e un’elevata acidità, ma essendo il vitigno più diffuso del nostro territorio abbiamo in programma di usarlo per produrre, nei prossimi mesi, un’Italian Grape Ale equilibrata, in collaborazione con un’azienda vinicola vicina al nostro birrificio.

Per le nostre birre siamo sempre alla ricerca dell’equilibrio e della secchezza, per rendere la bevuta facile. Un esempio è la nostra ultima birra prodotta, l’Ottava, ispirata alle birre di Colonia, cioè birre ad alta fermentazione, chiare e leggermente luppolate. La vedrei bene abbinata a un piatto tipico della Valdichiana, ovvero i pici all’aglione”.

I birrifici non si limitano, però, alla produzione di birra. Alcuni producono anche dell’ottimo sidro e tra questi c’è Birra Perugia, una delle realtà più importanti in Italia.

“Il nostro sidro ha le radici in Valdichiana – ci spiega uno dei proprietari – Infatti, prendiamo direttamente le mele biologiche dall’Azienda Fontecornino a Montepulciano il giorno dopo la pigiatura e le portiamo in birrificio; da qui produciamo un’ottimo sidro dry facile da bere e rinfrescante”.

Non c’è dubbio che, data l’esponenziale crescita dei birrifici indipendenti e artigianali in tutta Italia, per le aziende agricole della Valdichiana si faccia sempre più concreta l’opportunità di sperimentare, in sinergia con i birrifici, la coltivazione di grani antichi e altri cereali, luppolo autoctono, frutta, miele, castagne e altri prodotti che potrebbero essere usati per dare vita a birre artigianali uniche, dal sapore locale. Sarebbe anche un ottimo modo per valorizzare culture agricole antiche e dimenticate, dando loro nuova linfa economica.

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Il Pinocchio apocrifo di Gabriele Valentini

Nei giorni 1, 2 e 3 Marzo 2019, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena P – Storia di un Burattino, scritto e diretto da Gabriele Valentini, con…

Nei giorni 1, 2 e 3 Marzo 2019, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena P – Storia di un Burattino, scritto e diretto da Gabriele Valentini, con l’assistenza di Airis Fantechi. In scena ci sono Andrea Storelli, Giacomo Testa, Giordano Tiberi, Martina Belvisi, Eleonora Ciampelli e Andrea Fiori. Nello spettacolo sono presenti i visual appositamente creati da Simone Pucci, i costumi sono di Vittoria Bianchini con la collaborazione di Roberta Rapetti.

P – Storia di un Burattino si ispira alla vicenda di Pinocchio; ma non quella canonica e tradizionale, di Carlo Collodi. È invece una “pinocchiata” degli anni ’20 del Novecento a fungere da base narrativa per questo spettacolo. Il successo del personaggio di Carlo Collodi fu talmente grande da generare una serie di racconti e romanzi di altri autori che sfruttarono il burattino più famoso del mondo per ulteriori composizioni (fanfiction diremmo oggi).  Una di queste, che vede un Pinocchio “scemo di guerra”, di ritorno dalla prima guerra mondiale, senza memoria, ha ispirato il nuovo spettacolo prodotto dalla Nuova Accademia Arrischianti.

Gabriele Valentini ha elaborato una messa in scena originalissima, che si inserisce nella già fortunata stagione invernale degli Arrischianti. Lo abbiamo intervistato.

LaV: Quella di Pinocchio è una delle vicende più conosciute al mondo. Da Collodi alla Disney, da Carmelo Bene a Benigni, fino all’annunciata lavorazione del film di Garrone. Cos’è che rende questa vicenda così longeva, tanto da renderla efficace ancora oggi?

Gabriele Valentini: Come tutti i grandi libri, “Le avventure di Pinocchio“, di Carlo Collodi (alias Carlo Lorenzini), ha più livelli di lettura: il primo è il più banale, ovvero la storia stessa del burattino. Già al livello successivo troviamo una forte critica sociale, dato che Pinocchio è stato definito “l’eroe della fame“, una fame che tutti conoscono, persino i burattini. Collodi descrive un mondo in cui persino i bambini (in carne ossa o meno) devono lavorare per sopravvivere. Ciò lo ha reso molto simile a Dickens e a Verga; è significativo il fatto che, nella sua prima stesura, la storia finisse con la morte di Pinocchio appeso a un albero ad opera del Gatto e della Volpe. L’unica cosa che spinse l’autore a cambiare il finale, fu l’insistenza dei suoi lettori che scrissero in massa alla redazione (Collodi scriveva su “Giornale per Bambini”) richiedendo un finale diverso. L’intenzione dell’autore era dunque diversa da quella che si evince dall’intero romanzo che si è abituati a leggere: la sua era una forte critica sociale dal tono amaro e verista, una sorta di insofferente ma inevitabile accettazione delle ingiustizie del mondo e delle istituzioni regolatrici dello stesso. Una storia decisamente lontana dall’edulcorato film d’animazione Disney famoso in tutto il mondo.

LaV: Lo spettacolo è ispirato a una “pinocchiata”, Il Cuore di Pinocchio. Dove l’hai scovata? Cosa ti ha convinto a tirarci fuori uno spettacolo?

Gabriele Valentini: Come penso sia normale, quando studi un argomento, in questo caso Pinocchio, si tende ad accumulare informazioni, così mi sono imbattuto ne “Il cuore di Pinocchio”, pubblicato per la prima volta nel 1917 e poi riedito, in forma ampliata, nel 1923, questo  è parte della ricca produzione di letteratura per l’infanzia a tema bellico che si diffuse negli anni del primo conflitto mondiale. Scritto dal nipote di Collodi – così figura l’autore Paolo Lorenzini sulla copertina del libro –  questa nuova riscrittura si presenta anzitutto come un testo vicino alla produzione propagandistica vera e propria. Leggendo il romanzo, non ho potuto non notare le differenze e le analogie culturali con i tempi di oggi, questo insieme ad altri racconti su Pinocchio, hanno rappresentato il punto di partenza, per poter poi sviluppare una storia che comprendesse rimandi al Pinocchio di Collodi ( l’originale), ma che parlasse anche del “Bel Paese dei Balocchi” nel quale, a volte, si ha l’impressione di vivere.

LaV: Il tuo Pinocchio è  uno “spin-off” della vicenda originale. In qualche modo questo spettacolo è imparentato con il Progetto Giufà, che allo stesso modo articolava una serie di sequenze drammaturgiche basate su vicende di tradizione popolare (“picaresche” direbbero i filologi)?

Gabriele Valentini: In realtà no, in P, storia di un burattino della tradizione popolare ho cercato di conservare solo le suggestioni e gli spunti. Mi interessava raccontare cosa ci fosse dietro l’immaginario collettivo che si ha su Pinocchio. La vicenda vede P, ragazzo in carne ed ossa, decidere di partire per la Guerra, per dimostrare a se stesso ed agli altri che oramai è un Uomo. Colpito dal “Vento degli Obici” (termine con il quale durante la Prima Guerra Mondiale si indicava quello che, solo nel 1980, fu etichettato come Disturbo Post Traumatico da Stress),  P non ricorda nulla, a vegliarlo strani personaggi, alcuni dei quali, tenteranno di fargli riacquistare la memoria, perché dalla conservazione della stessa  può spesso dipendere anche il futuro.

LaV: Come stai lavorando con gli attori? Nella nota di regia si legge: «personaggi non hanno un nome specifico perché sono essi stessi un insieme di ispirazioni, gli attori che vanno ad interpretarli fluttuano tra l’essere personaggio esistito, o esistente, e personaggio della fiaba»: come viene gestita questa cosa dal punto di vista recitativo?

Gabriele Valentini: È un lavoro individuale. Con ognuno degli interpreti ci siamo divertiti a caratterizzare il proprio personaggio, anche prendendo spunti dalla vita dell’autore, questo ci ha permesso di spaziare fino all’attualità.

LaV: Nell’allestimento sono presenti delle “video-scene”. Come si integrano nella messa in scena di “P.”?

Gabriele Valentini:  Gli interventi di video scenografia, curati da Simone Pucci, danno il loro contributo alla narrazione della vicenda, direi proprio che sono il settimo attore in scena.

LaV: Quali sono i progetti futuri della Nuova Accademia Arrischianti? Che tipo di primavera/estate attende il pubblico di Sarteano?

Gabriele Valentini: Il prossimo impegno riguarda l’ultimo appuntamento della Stagione 2018/19 con “Scusate se parlo d’amore” in scena l’8 marzo alle 21,30, di e con Manola Nifosì coadiuvata alla regia da Sergio Aguirre. Per quanto riguarda la primavera/estate siamo già a lavoro per il tradizionale appuntamento di “Teatro al Castello” , insieme il Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, su un progetto  che inizierà a fine marzo con un laboratorio teatrale aperto a tutti e che sfocerà nella messa in scena di Rodrigo dal 16 al 21 luglio, della quale curerò la regia, con le musiche di Davide Vannuccini. Altro  importante appuntamento dell’estate Arrischianti è il Sarteano Jazz & Blues 2019, la cui Direzione Artistica, anche quest’anno, è affidata a Battista Lena.

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L’elettronica dei Platonick Dive al GB20 di Montepulciano

Questo sabato 23 Febbraio, ultima delle tre serate di musica live proposte dal GB20 di Montepulciano, sarà protagonista la musica dei livornesi Platonick Dive: la loro proposta è un viaggio…

Questo sabato 23 Febbraio, ultima delle tre serate di musica live proposte dal GB20 di Montepulciano, sarà protagonista la musica dei livornesi Platonick Dive: la loro proposta è un viaggio emozionale ed emozionante nell’elettronica dagli influssi post-rock e venature di pop, quasi a evocare la forza purificatrice e guaritrice dell’acqua e del fluire di melodie eteree; i loro concerti live sono un lungo percorso interiore, dove ci si lascia andare alla corrente di suoni e sensazioni.

Formatisi nel 2013, la formazione livornese è composta da Gabriele Centelli, Marco Figliè e Jonathan Nelli. I Platonick Dive sono partiti con lo scopo di fare musica per loro stessi, a scopo terapeutico – con il debut album a chiarire questo intento, essendo intitolato “Therapeutic Portrait” – e man mano, la qualità della loro proposta li ha portati a essere apprezzati sia in Italia, che soprattutto all’estero, con un nutrito zoccolo di fan storici persino in Russia. Votati inizialmente a un mix di elettronica e post-rock, con il terzo album “Social Habits“, pubblicato nel 2018, il trio di musicisti ha deciso di puntare molto di più sulla “forma canzone”, su brani più definiti, dando un ruolo più centrale e preponderante alla voce, e forse anche limando ed eliminando qualche sovrastruttura, rendendo così più snelli e un po’ più minimali gli arrangiamenti che compongono i brani del disco.

Tuttavia, questo percorso e questa scelta di raffinarsi e “semplificarsi” non è una cattiva idea, anzi, molto spesso indica un’attenta riflessione sul proprio materiale e la relativa direzione da dargli, per evitare di ripetersi; perché nel percorso di un musicista, il terzo album è sempre quello che tiene ciò che è stato fatto di buono nel passato, per aprirsi a nuove strade possibili per la continuazione del proprio cammino. E “Social Habits” è sicuramente un punto di svolta verso nuove possibili sperimentazioni sonore per la formazione toscana.

Non resta quindi che darvi appuntamento al GB20 di Montepulciano questo sabato, per una serata veramente eterea e catartica, dove la musica dei Platonick Dive vi abbraccerà, vi avvolgerà e vi emozionerà. Qui l’evento su Facebook.

Discografia:

“Therapeutic Portrait” (2013)

“Overflow” (2015)

“Social Habits” (2018)

Riferimenti:

Pagina Facebook

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«Il matrimonio è un’associazione a delinquere»: intervista a Michele Placido

Venerdì 15 Febbraio 2019, sul palco del Teatro Poliziano di Montepulciano, è andato in scena Piccoli Crimini Coniugali. Uno spettacolo dell’autore francese Eric-Emmanuel Schmitt, trasposto in italiano da Michele Placido…

Venerdì 15 Febbraio 2019, sul palco del Teatro Poliziano di Montepulciano, è andato in scena Piccoli Crimini Coniugali. Uno spettacolo dell’autore francese Eric-Emmanuel Schmitt, trasposto in italiano da Michele Placido che ne cura anche la regia. Lo stesso Placido è protagonista insieme ad Anna Bonaiuto.

Per un’ora e venti i due protagonisti stanno in scena a scambiarsi battute dense di aforismi sulla vita di coppia, boutade, scherni, invettive. Il classico modulo della commedia borghese francese si snoda in un gioco al massacro tra i due protagonisti. «Il matrimonio è un’associazione a delinquere finalizzata alla distruzione dell’Altro» oppure «Quando vedete una coppia di amici celebrare il loro matrimonio domandatevi chi dei due ucciderà prima l’altro», queste sono le massime che vengono lanciate nel flusso dialogico.

Lo spettacolo si è configurato come un’esibizione di competenza e di esperienza. Michele Placido e Anna Bonaiuto hanno portato sul palco del teatro Poliziano l’erudizione pratica del fare teatro. Nonostante l’espressione contemporanea subisca sovente la fascinazione dell’antagonismo all’accademia, la distruzione del chiaro di luna di futuristica memoria, quando si ha a che fare con una perfetta consapevolezza del mezzo recitativo, della percezione di sé come macchina attoriale (senza scomodare troppo Gilles Deleuze e Carmelo Bene) non si può che applaudire di gusto.

La commedia brillante francese – specie nella rappresentazione di interni borghesi – si basa su schemi meccanici estremamente precisi, con velocità di esecuzione. Si caratterizza per la nevrosi disfunzionale delle espressioni, rappresentare quanto di più intimo e privato ci sia nell’anima del medio-borghese. Molto diversa è la situazione italiana, in cui la tradizione è quella della Commedia dell’Arte, la quale anche dopo la riforma goldoniana, resta fortemente ancorata all’ambientazione popolare, alla rappresentazione “degli uomini peggiori”, come diceva Aristotele. Questa differenziazione si rende esplicita principalmente nelle pause, quasi assenti nell’ambito francese, presentissime e funzionali in ambito italiano. Quando si traspongono testi francesi in Italia, spesso si evita di “adattare”, mantenendo il flusso verbale dell’originale (Le Prènom/Il Nome del Figlio, Le dîner de cons/La cena dei cretini,  per fare alcuni esempi). Piccoli Crimini Coniugali invece vuole essere un adattamento: le pause ci sono eccome, e sono perfette, equilibrate, funzionali, efficaci.

Abbiamo avuto modo di scambiare un paio di battute con Michele Placido, appena arrivato al Teatro Poliziano.

 

LaV: Nella tua carriera hai abituato il pubblico a rappresentazioni di forte impegno civile, spesso confrontato anche con la storia (con la S maiuscola), sia da regista che da attore. Adesso arrivi a teatro con uno spettacolo che invece indaga il microcosmo di una coppia borghese. Come cambia la percezione del proprio lavoro, quando si passa dalla Storia all’intimità delle persone?

Michele Placido: Un attore è un attore sempre. Deve saper interpretare un personaggio storico, così come deve sapere rappresentarne uno di un interno borghese. Allo stesso modo deve saper vestire i panni di personaggi drammatici ma anche di quelli brillanti. Di questi toni brillanti io ne ho comunque affrontati molti nella mia carriera, sebbene siano stati quelli più impegnati, che mi hanno fatto conoscere al pubblico. È vero che ne ho interpretati molti drammatici di forte impegno civile, con grandi registi come Damiano Damiani, Bellocchio, Taviani… ho ricordato Falcone in un film di Giuseppe Ferrara, tra l’altro con Anna Bonaiuto. Ho rappresentato, come regista, Vallanzasca o la Banda della Magliana in Romanzo Criminale… proprio stasera su Rai Due va in onda Suburra-La Serie, della quale ho diretto degli episodi. Ho fatto anche molta commedia però: negli anni 70 e 80 ho interpretato anche la commedia con Comencini e con Monicelli. Un attore bravo deve saper fare tutto con la stessa concentrazione e professionalità.

LaV: Lavorare in coppia, ricoprendo sia il ruolo di coprotagonista sia quello di regista, nella gestione della scena, immagino significhi entrare in profonda consonanza: com’è stato il lavoro che avete fatto sia con voi stessi che tra di voi?

Michele Placido: Il lavoro è stato un grande divertimento e una grande gioia. È una commedia scritta benissimo ed è stato un piacere addentrarcisi. Quando c’è un bel copione, non ci sono problemi. I problemi arrivano quando non c’è una buona drammaturgia. È più facile interpretare Amleto che un copione modesto. Invece Piccoli Crimini Coniugali è un testo molto bello, di un autore importantissimo, rappresentato in tutto il mondo. Io e Anna ci conoscevamo già molto bene, avevamo già lavorato insieme. Abbiamo fatto addirittura la stessa accademia, la Silvio d’Amico a Roma. La conoscevo molto bene come attrice. Sapevo che lei sarebbe stata perfetta  in questo testo, poiché è molto preparata a passare dai ruoli drammatici a quelli brillanti all’interno della stessa rappresentazione. La difficoltà di questo testo è proprio questa: è una commedia in cui i personaggi sono malinconicamente e dolorosamente sorridenti, scherzosi, in un periodo difficile della loro vita, nell’affrontare gli anni che passano e la paura di invecchiare.

LaV: Recitare nei teatri più piccoli, in provincia, rispetto ai grandi auditorium di città, comporta molto spesso una riduzione della scenografia e di spazio scenico. C’è un cambio percettivo e recitativo, a seconda del contesto in cui si recita?

Michele Placido: Anche qui, un attore deve essere bravo sempre, in qualsiasi contesto. Poi io amo molto venire in luoghi come questi. Io amo moltissimo Montepulciano. È bellissima. Tra l’altro sto preparando, un film per il cinema dedicato al personaggio di Caravaggio e questi luoghi, qua in Valdichiana, potrebbero essere delle ideali ambientazioni per alcune scene. Voglio approfittare di questo passaggio per dare un’occhiata. Chissà…

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“M’accompagno da me”, a teatro! Intervista a Michele La Ginestra

“Basta ‘a salute e un par de scarpe nove, poi girà tutto er monno… e m’accompagno da me… ” cantava Ettore Petrolini nel 1932, intonando con la chitarra una frase…

“Basta ‘a salute e un par de scarpe nove, poi girà tutto er monno… e m’accompagno da me… ” cantava Ettore Petrolini nel 1932, intonando con la chitarra una frase che, a distanza di quasi novant’anni, concede ancora spunti di riflessione. “M’accompagno da me” è infatti oggi anche il titolo dello spettacolo che Michele La Ginestra porterà in scena, per la regia di Roberto Ciufoli, sabato 16 febbraio al Teatro Vitolo di Montefollonico.
La stagione teatrale torritese si apre pertanto con il ritorno di Michele La Ginestra, che l’anno scorso era salito sul palco degli Oscuri, attualmente in ultima fase di ristrutturazione, con Sergio Zecca per la commedia “Due di notte“.
Tutta un’altra storia questa volta, invece, in quanto si tratterà di un one man show, come l’ha personalmente definito La Ginestra il quale, a pochi giorni dalla data dello spettacolo, ne ha raccontato qualche dettaglio.

M’accompagno da me” dal 2017 è stato allestito con successo in molti teatri italiani, tra cui anche il Sistina di Roma. Si sono aggiunti man mano nuovi elementi a questo spettacolo?

«La pièce conserva, data dopo data, la sua cifra comica, attraverso una sceneggiatura che invita il pubblico alla risata ora più spontanea, ora più ricercata, ora da accogliere con un po’ di commozione. Non si tratta di un monologo ma dell’incontro tra il pubblico e una serie di personaggi, messi a punto continuamente nel corso degli anni, e le loro storie».

Una serie di diverse situazioni, quindi?

«Sì, sul palco, trasformato per l’occasione nella cella di un carcere, si susseguiranno tante personalità, alcune realistiche e altre improbabili, accomunate tra loro dal fatto di avere come interlocutore un giudice con il quale confrontarsi sui reati commessi».

A cosa si deve la scelta di ambientare lo spettacolo all’interno di un carcere?

«Il carcere costituisce di per sè un luogo dove si riuniscono persone assolutamente diverse tra loro, ma che ad un certo momento vivono l’esperienza di dover rendere conto delle proprie azioni. Questo, all’interno dello spettacolo, offrirà la possibilità di viaggiare tra situazioni imprevedibili e, per certi versi, bizzarre».

Verso quale dimensione si accompagnerà lo spettatore nel corso dello spettacolo?

«Si può dire che tutto lo spettacolo sarà un percorso da compiere anche da soli, che tanto “basta la salute” citando ancora una volta Petrolini, per valorizzare ogni singolo personaggio».

C’è un messaggio dietro alla serie di situazioni rappresentate sul palco?

«L’insieme di tutte le figure regaleranno, come senso ultimo e più profondo, il messaggio che ciascun individuo possiede un grande valore, forse talvolta difficile da comprendere, ma sicuramente degno di essere scoperto e portato alle luci della ribalta».

Quanti saranno al teatro Vitolo, sabato 16 febbraio, alle 19:00 o alle 21:15, potranno assistere a un inizio di stagione che si preannuncia come l’incontro con una raffinata comicità.

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Luca Vanni, un “fuori corso” che ce l’ha fatta

La pressione sociale nei confronti degli studenti universitari è elevatissima, perché spendono tempo e denaro per qualcosa che non necessariamente (anzi, quasi mai) li realizzerà nel futuro. Per i “fuori…

La pressione sociale nei confronti degli studenti universitari è elevatissima, perché spendono tempo e denaro per qualcosa che non necessariamente (anzi, quasi mai) li realizzerà nel futuro. Per i “fuori corso”, bighelloni patentati o semplicemente duri come il coccio, la faccenda si fa ancora più complicata: il conseguimento della laurea si protrae nel tempo, e contemporaneamente si allontana sempre di più la possibilità di trovare un lavoro che sia frutto del lunghissimo percorso di studi.

A fare da cornice alla durissima vita del laureando “fuori corso” ci sono i “vai a lavorare!” di mamma e babbo, le prese in giro degli amici, ma anche le preoccupazioni della nonna, che ti vede deperito per lo stress da esami e ti chiama continuamente per chiederti se hai mangiato.

Come sopravvivere a questo inferno?

Credo di averlo imparato dalla storia di Luca Vanni.

La partecipazione ai più importanti Slam mondiali vale come una laurea, conseguita però in tardissima età, se si considera la carriera di uno sportivo. Luca Vanni, per molto tempo, è stato un “fuori corso” del tennis, combattuto tra la passione per il tennis e la paura di pesare troppo sulle casse dei genitori, tra il suo sogno e il mobilificio di famiglia.

Calma, dedizione e pazienza, anche quando le classifiche parlavano chiaro e lui, già grandicello, era 4.3 – “il livello più infimo del tennis”: sono virtù che gli ho letto sul volto, appena è sceso dalla macchina per fare quest’intervista. In un insolito giorno innevato, col rischio di non potersi incontrare e di rinviare a chissà quando l’appuntamento, Luca si è fermato a Sinalunga per farsi tempestare di domande.

In 5 set.

1° set: Luca Vanni vs Ginocchio

Il match è iniziato sul tavolino più appartato dello Scuro, la casa del caffè sinalunghese, e Luca si è accaparrato subito l’unica sedia alta, mentre a me e Valentina sono toccati gli sgabellini. Come primo servizio, direi subito un ace meritato: non l’ha fatto per comodità, ma perché è impossibile mettersi a sedere su quelle seggioline per uno che è soprannominato il “Gigante del tennis”. Centonovantotto centimetri, roba che mentre gli parlavo sembravo un bambino che recita la poesia davanti a Babbo Natale.

Abbiamo iniziato con le note dolenti non perché sono un infame, ma perché di solito ci si presenta chiedendosi “come va?”, e Luca è stato estremamente sincero a rispondermi diversamente dal solito “tutto bene!”. L’infortunio che tanto lo sta tormentando ormai da troppo tempo è una calcificazione al ginocchio destro, già operato.

“È un periodo così così sotto questo punto di vista, questo ginocchio mi fa tribolare parecchio”.

Che bella la calata aretina, il registratore non lo mette in soggezione.

“Ultimamente gioco fisso con il Voltaren, l’antidolorifico quello della pubblicità, e tra qualche mese mi prenderò del tempo per recuperare. D’altronde, non si tratta di una partita a settimana: se continuo a prendere le pasticche, ci sta che invece che al ginocchio mi operano al fegato!”. Di operazione, infatti, Luca non ne vuole sapere. “Anche i dottori la sconsigliano, mi sono già operato tre volte. Più che altro, essendo una calcificazione, ci sta che anche dopo un’operazione torni, se si tratta poi di un problema posturale. Adesso mi sto curando con delle onde d’urto – che dolore! – spero che facciano il loro dovere”.

Ginocchio fasciato completamente durante gli ultimi Australian Open

2° set: Luca Vanni vs Tempo

Speriamo davvero che tutto si risolva, anche perché l’età avanza e Luca ha già giocato fin troppo col tempo: primo torneo ATP e primo main draw di uno Slam nel 2015, alla soglia dei 30 anni. Ma la calma, la tranquillità, la pazienza di cui parlavo, si palesano proprio quando gli servo sul piattino del suo caffè macchiato il tema degli anni che passano.

“L’età? Solo una scusa, una chiacchiera da bar. Uno se la sente dentro, fuori non esiste”. Coi lineamenti da ventenne e il sorriso da ragazzo, Luca mette subito in chiaro che la sua carriera è ancora lunga. “Finché uno si sente bene non c’è carta d’identità che tenga. Quando mi chiedono se sono a fine carriera me la rido, per fortuna qualcuno mi ha capito. Un mio amico, ad esempio, vorrebbe che andassi da lui per raccontare ai ragazzi che allena la mia storia: un comune mortale che ce l’ha fatta, uno che da quarta categoria, il livello più infimo del tennis, è arrivato in alto. Aggiungo, grazie a spinte mie interne, senza aiuti dall’esterno”. Mette in mezzo anche la prospettiva “ganza” di scrivere un libro. “Sarebbe bello potermi raccontare non solo per le cose belle, ma anche per quelle negative che in un modo o nell’altro sono comunque fondamentali per crescere. Ma è presto, ancora ho voglia di aggiungere qualche capitolo “reale” alla mia carriera”.

E mentre penso che “cavolo, in un modo o nell’altro l’età inciderà nel tennis!”, Luca chiude con il suo rovescio a due mani il discorso.

“L’età incide solo per quanto riguarda il lavoro che fai. Ad un certo punto, il gioco deve valere la candela, parlo proprio a livello economico, in prospettiva futura”. Pendo dalle sue labbra che sputano sincerità e piccole imprecisioni grammaticali, sintomo che si trova a suo agio.

“Il tennis, infatti, è uno sport meritocratico: non è detto che uno a fine torneo si porti sempre il premio a casa, anzi…”.

3° set: Luca Vanni vs Australian Open

Anzi, proprio come dice lui, “la settimana del tennista termina quasi sempre con una sconfitta”.

E sta proprio in questo, secondo me, la crudeltà del tennis: l’emozione e la felicità di aver raggiunto un traguardo importantissimo spesso ti si strozzano in gola, perché un paio di giorni dopo magari esci sconfitto nel match successivo.

La sua recente esperienza agli Australian Open ne è l’amara conferma, e Luca non ha paura di dirlo, con simpatia e pochi peli sulla lingua. “Non ho mai vinto una partita in un tabellone principale. Quindi, alla fine, nonostante tutti i convenevoli del caso, dopo ave’ perso con Busta, me giravano i cojoni! Sono arrivato ad un punto in cui vorrei concretizzare il risultato…”.

Non deve essere facile, appunto, avere rimorsi dopo essere arrivati a giocarsela contro i migliori. Per questo gli ho chiesto quanto fosse importante la solidità mentale in uno sport diabolico come il tennis, che ti fa volare per poi schiantarti a terra nel giro di un secondo. “La testa conta infinitamente di più rispetto alla classe o alla tenuta fisica, e paradossalmente è la cosa che si vede di meno durante una partita. Il tennista può essere influenzato da una miriade di fattori: fusi orari, viaggi, qualità del cibo, clima, dolori, che però in campo non sono visibili. Che ne sa la gente alla TV che la sera prima hai litigato con la fidanzata? La mente deve essere brava a estraniarsi da tutti i problemi, perché alla fine i campi degli Slam sono grandi quanto quelli di Sinalunga”.

Proprio la testa ha fatto la differenza, secondo Luca, nella sconfitta contro il numero 23 al mondo Pablo Carreño Busta. Testa che poi, inevitabilmente, influenza anche tutte le altre qualità di un tennista. “Non dico che potevo fare di più, ma che mentalmente sono stato regressivo e non progressivo, pur essendo avanti di due set. In sostanza, dovevo essere più consapevole del momento, ed invece è lui che si è esaltato punto dopo punto: ha iniziato ad osare, a sbagliare anche di più, ma a giocarsi punti più importanti con determinazione e fiducia nei suoi mezzi. Ha preso campo, e alla lunga è venuta fuori anche la sua migliore condizione fisica, che ha fatto la differenza”.

Gli alzo una palla ghiottissima: “Perdere di pochissimo contro un 23 del mondo è brutto perché hai perso o bello perché era un giocatore forte?”.

Lui mi risponde con uno smash alla Sampras, suo idolo fin da piccolo. “Perdere contro Busta mi ha dato solo la consapevolezza che ancora non sono sazio”.

4° set: Luca Vanni vs Passato

So da dove viene tutta questa determinazione nel voler giocare ancora tanto, e rientrare magari nei primi cento al mondo. Viene proprio da quell’11 maggio 2015, quando il sito ufficiale dell’ATP, alla voce “top 100’s”, recitava “Luca Vanni” proprio alla centesima posizione. Quel 2015 è sicuramente l’anno di Luca Vanni, se non altro a livello di risultati raggiunti: main draw di Roland Garros e Wimbledon, Challenger vinto a Portoroz (Slovenia), vittoria contro Tomic nel tabellone principale del Master 1000 di Madrid, secondo posto all’ATP di San Paolo. E, ciliegina sulla torta, entrare nel circolo ristretto dei migliori cento giocatori nel mondo.

“La spinta per quel 2015 me l’ha data però il 2014, l’anno post-infortunio: avevo voglia di rimettermi in gioco seriamente, così da 850 sono passato a 150 al mondo grazie ad un’annata faticosissima, in cui ho giocato praticamente una partita ogni tre giorni”.

Luca non tradisce emozioni e non dà mai l’idea di volersi pavoneggiare.

“Poi, appunto, il 2015, in cui ho raggiunto i traguardi più importanti della mia carriera. Non ho un ricordo in particolare: l’emozione più bella è forse l’aver calpestato da giocatore i campi del Foro Italico, quelli che sognavo fin da piccolo, quando con il TC Sinalunga andai a Roma per vedere Sampras e Edberg. Sicuramente, ricorderò per sempre la finale persa con Cuevas a San Paolo, anche con un pizzico di rammarico per l’atteggiamento con cui entrai in campo. Si torna al discorso di prima sulla mentalità: all’inizio pensai di più a non fare brutta figura contro un 20 al mondo, pian piano incominciai a prendere coraggio ed infatti la partita è finita 7-6 al tie break del terzo set, dopo tre ore di partita. L’ho sognato anche stanotte”.

“Chi, Cuevas?”. Pensavo ad un’umanissima sete di vendetta. “No, macché. Sogno tutt’ora di calpestare un’altra volta un palcoscenico del genere. C’è la vita davanti, sono tranquillo”. Un dritto incrociato imprendibile, sulla linea, senza bisogno dell’hawk-eye.

5° set: Luca vs Francesca

Dalle interviste precedenti era venuto fuori un Luca legatissimo a Foiano, al posto in cui è nato e cresciuto, cosa insolita per professionisti itineranti come i tennisti. “Dopo due tre settimane inizio a soffrire la lontananza dall’Italia, devo tornare”. Ma non solo per il territorio, ovviamente.

Per i genitori, per la nonna, per Francesca.

Cerca di smorzare l’argomento, ma la pallina finisce sulla rete.

Qui ciò che prova si percepisce chiaramente. “Col tempo, come è giusto che sia, le priorità sono sempre maggiori: non che non sia importante rientrare nei primi 100 al mondo, ma nel senso che a 33 anni non conta solo il tennis. C’è la famiglia, la prospettiva magari di crearsene una propria. C’è Francesca, che mi rispetta ed ha imparato a convivere con me nonostante la lontananza e tutto quanto”.

Dopo aver chiuso il cerchio con Francesca, è arrivato il momento di lasciarci.

C’è stato il tempo, off record, di parlare anche di sponsor, social media, televisione, della sua ultima intervista a Sky.

Un atleta di questa caratura, un tennista che ha giocato sul verde naturale di Wimbledon, sul blu veloce degli Australian Open, che è stato numero 100 ATP, me lo immaginavo più frenetico, sempre di corsa. Invece, tutto il contrario.

Calma, dedizione e pazienza glie le leggevo sul volto. Aggiungo un pregio che manca a tantissimi professionisti: il rispetto. “Pieno rispetto per qualsiasi persona che mi trovo davanti, per chi è e ciò che fa”.

“La mia storia non è finita!”. 

Ci credo, ad occhi chiusi. Non sarà mai troppo tardi, per uno come Luca Vanni. Un “fuori corso” che ce l’ha fatta, e che – spero – tornerà presto a guardare tutti dall’alto.

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Die Panne di Valentina Bischi a Teatro (dopo tanto peregrinare)

Uno scherzo, un jest, che rivela tutto l’assoluto dell’esistere. Un rovesciamento kafkiano della conformità, per lo svelamento del vero. Dürrenmatt ha utilizzato come nessun altro l’assurdo fonetico per tirare fuori…

Uno scherzo, un jest, che rivela tutto l’assoluto dell’esistere. Un rovesciamento kafkiano della conformità, per lo svelamento del vero. Dürrenmatt ha utilizzato come nessun altro l’assurdo fonetico per tirare fuori il vero dagli esseri umani. Valentina Bischi, vecchia conoscenza del Teatro Arrischianti di Sarteano, torna al teatro in piazza XXIV giugno con un “classico”, che ormai da due anni sta portando in giro per palchi non esattamente convenzionali. “Die Panne” (La Panne, in italiano), testo equilibratissimo, nato come radiodramma, nel 1956 – reso anche un film da Ettore Scola La più bella serata della mia vita, con Alberto Sordi, nel 1972 – racconta la vicenda di un rappresentante tessile apparentemente senza macchie, che incappa nella casa di un anziano giudice in pensione, il quale – con due suoi ospiti – si diverte ad allestire tribunali fittizi per allietare le serate. Il rappresentante, inizialmente felice di partecipare al gioco, si confronterà con i lati più oscuri della psiche umana, con la labilità dei concetti di colpevolezza ed innocenza.  Abbiamo intervistato Valentina Bischi a pochi giorni dalla residenza di laboratorio che terrà nelle sale della Nuova Accademia degli Arrischianti di Sarteano venerdì 8 e sabato 9 febbraio, per poi andare in scena lo stesso sabato alle ore 21:30 e domenica 10 febbraio alle 17:30.

 

La Panne di Durrenmatt è uno spettacolo che stai portando in giro in varie dimensioni da quasi due anni. Come si è evoluto nel tempo e cosa significa portarlo su un palcoscenico teatrale?

Die Panne è uno spettacolo pensato intorno a un tavolo. Di fatto il teatro accade attorno al tavolo nel quale sono seduti gli spettatori. Quello è stato lo spazio di possibilità dell’azione per cui è stato portato in diversi luoghi: case private, ristoranti, biblioteche… essere in teatro è sempre un’emozione personale e quello di Sarteano particolarmente perché ci sono stata molte volte. L’evoluzione è ritmica. Sempre di più mi rendo conto che è un testo molto legato alla parola che sta su una partitura ritmica. Se parliamo di evoluzione penso alle battute sempre più definite e precise, ma che non decidiamo noi che agiamo lo spettacolo… vengono determinate dal respiro del pubblico. Il ritmo è una condizione collettiva. In questo senso parlerei di evoluzione: lo spettacolo è sempre di più esposto alle variazioni di ritmo determinate dal pubblico.

 

Ti ricordi come avvenne la scelta di questo testo?

La scelta del testo la ricordo bene. Avvenne un paio di anni fa, quando un’amica con cui avevo già collaborato ad Arezzo mi chiese se avessi una storia da raccontare per un evento in una cantina. Io ho pensato a Die Panne che avevo già sentito a Roma, quando collaboravo con la casa dei racconti di Duccio Camerini.

 

Lo spettacolo mescola in maniera estremamente omogenea teatro di parola – di fatto è posto come un radiodramma – e teatro di figura. Qual è stato il modello di lavoro e più in generale dove stra arrivando la tua ricerca drammaturgica?

Sono sempre stata legata alla parola, al suono, alla possibilità del ritmo dentro gli enunciati. Questo testo si è unito perfettamente a questa esigenza. La fascinazione per la voce nella radio, è sempre stata presente.

Die Panne è uno spettacolo che mi ha sempre dato grandi soddisfazioni perché alla fine siamo arrivati a una cinquantina di repliche in vari luoghi. Spero che continui il suo percorso. Nel frattempo insieme a un gruppo nato al Teatro Rossi Aperto di Pisa, un teatro occupato da circa sette anni, abbiamo messo in scena il cartografo di Juan Mayorga.

 

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