La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Rubriche

Dalle Olimpiadi invernali in Corea all’impresa della Uc Sinalunghese, il 2018 sportivo tra esoticità ed epicità

Per un nuovo anno che inizia, ce n’è un altro appena passato. Frase che può essere tranquillamente un nuovo proverbio, ma anche semplicemente una tautologia: fatto sta che è così,…

Per un nuovo anno che inizia, ce n’è un altro appena passato. Frase che può essere tranquillamente un nuovo proverbio, ma anche semplicemente una tautologia: fatto sta che è così, ed essendo così c’è anche quel primordiale istinto umano di ripercorrere tutto ciò che è successo nei 365 giorni precedenti.

Serviva semplicemente qualcosa con cui iniziare il pezzo.

Oggi però non vogliamo fare i conti con le vostre coscienze, né sapere cosa avete fatto di sbagliato nel 2018 e che nel 2019 assolutamente non ripeterete.

Siamo qui per guardare a ritroso, certamente, ma solo in chiave sportiva.

Rivivremo, dunque, alcune delle più grandiose imprese sportive tricolori, classificate secondo due criteri francamente poco oggettivi come l’epicità dell’accaduto e l’esoticità della manifestazione. Il livello di epicità è il frutto di un semplicissimo calcolo integrale biquadratico con scarto medio del rapporto tra il risultato dell’impresa e l’aspettativa che avevamo, (∂ + m) ψ = 0 in sostanza. L’esoticità, invece, deriva dalla semidifferenza tra la temperatura in gradi Celsius del luogo in cui sono avvenute le imprese e il livello di interesse mostrato dai quotidiani e dai telegiornali nei confronti dello sport praticato.

Siete pronti? Vedrete che sarà più semplice del previsto, anche se in matematica siete poco ferrati.

XXIII Giochi Oliplici invernali – La “Girl Power” italiana

Livello di esoticità: Pyeongchang

Epicità: 8

Le Olimpiadi Invernali sono quel compromesso tra la bellezza poetica della neve e lo sport. Citati in ordine non casuale. “Sarebbe davvero brutto non fare qualche evento mondiale sulla neve”, deve aver detto l’ideatore di questa manifestazione, giocando a palle di neve col proprio figlio.

In effetti, se non si nasce in montagna è davvero difficile appassionarsi agli sport invernali, a tal punto da seguire una competizione così varia ed incompresa come le Olimpiadi Invernali.

Ma per gli italiani, queste XXIII Olimpiadi Invernali in Corea del Sud hanno registrato uno dei risultati più simbolici dell’anno passato. Infatti, tra gender pay gap e diritti calpestati, sono state proprio le donne a portare in alto l’orgoglio italiano, conquistando gli unici tre ori della spedizione tricolore; inoltre, su 10 medaglie totali, ben 7 sono arrivate grazie a prestazioni “in rosa”.

Come non citare, allora, il tris oro-argento-bronzo di Arianna Fontana, campionessa di short track, disciplina sui pattini basata sulla velocità: Arianna ha battuto la padrona di casa Choi Min-jeong nei 500m, conquistando l’oro, per poi aggiungere al suo palmares l’argento nella staffetta e il bronzo nei 1000m.

Sofia Goggia invece, astro nascente dello sci italiano, è salita sul gradino più alto del podio della discesa libera, davanti alla norvegese Mowinkel e alla “fenomena” statunitense Lindsey Vonn: l’emozione per la sua prima Olimpiade è certificata dall’intervista sul pullman post-gara, in cui sembrava cullare quella medaglia così pesante come un figlio da proteggere.

Il terzo e ultimo oro è arrivato nello snowboard, grazie ad una giovane e sorridente Michela Moioli, prima italiana di sempre a conquistare una medaglia in questa specialità.

E allora l’immagine di questo esagerato trionfo targato donna non può che essere quella di Malagò, presidente del CONI, che per festeggiare le imprese delle azzurre prende Carolina Kostner e si scatena con lei sulle note di “Tu vuo’ fa l’americano”.

Un tributo alla forza di queste ragazze, un calcio alle differenze di genere. Che mette in secondo piano l’inadeguatezza del numero uno dello sport nei panni del ballerino.

Meeting de Atletismo Madrid – Tortu nella storia

Livello di esoticità: essere i protagonisti in una canzone di Samuele Bersani

Epicità: 9’’99

Nel 2002 Samuele Bersani cantava Che vita!, auspicando una lotta fratricida tra Pietro Mennea, primatista italiano nei 100m, e Sara Simeoni, campionessa di salto in alto, per diventare Presidente del Consiglio.

I due erano, e sono tutt’ora, il simbolo dell’atletica italiana, uno sport da sempre poco trattato dai rotocalchi patinati e dalle tv italiane. Chissà cosa avrà voluto dire il nostro Bersani: che la politica faceva schifo? Che lo sport sarebbe stato capace di smuovere le masse più di un politico? Entrambe le cose?

Fatto sta che, se il nostro Bersani avesse scritto la canzone sedici anni più tardi, sarebbe stato costretto ad aggiungere un contendente nella gara a fare il Presidente. Una tripartizione di meriti che ricorda molto la nostra situazione di governo, tra destra-sinistra e 5 stelle: ma tralasciamo, che siamo qui a parlare di sport.

Insomma, Bersani avrebbe sicuramente citato le gesta eroiche di Filippo Tortu, centometrista di chiare origini sarde, e lo avrebbe definito con ogni probabilità “l’atleta italiano del nuovo millenniu”, per fare assonanza nella canzone.

Scherzi a parte, Tortu ha compiuto un’impresa di dimensioni incommensurabili, imprevedibile e destinata all’eternità.

Perché quel record nei 100m di 10’’01 fissato a Città del Messico era come una pietra miliare dello sport italiano, inscalfibile; perché in pochi conoscevano un giovane nato nel 1998 di nome Filippo Tortu, e forse in meno sapevano che quel ragazzo era un prodigio dell’atletica leggera; infine, perché i 100m sono la gara sudamericana per antonomasia, a cui non siamo abituati ad accostare un italiano.

In un anonimo pomeriggio madrileno, mentre il mondo dei media stava sicuramente parlando di calciomercato e vacanze dei vip, Tortu ha abbattuto il muro dei 10 secondi, quel limite che Mennea sembrava aver reso invalicabile per un italiano.

Il suo 9’’99 ci trasporta dritti alla prossima Olimpiade, quando ai 100m, tra pelli nere e casacche giamaicane, potremo fare il tifo anche per un nostro connazionale.

Mondiali di pallavolo femminile – L’EGO NUovo del genere femminile

Livello di esoticità: Hamamatsu (che nella scala “esoticità” è un paio di gradini sotto Pyeongchang)

Epicità: 9

Perdonatemi per l’azzardato gioco di parole, ma ci ho studiato una settimana intera. Non sarebbe stato possibile parlare del cammino glorioso della nostra pallavolo femminile senza citare Paola “Paoletta” Egonu, che ne è stata il simbolo, sia tecnico che morale.

Ancora una volta stiamo ricordando il 2018 sportivo italiano grazie all’impresa di un gruppo di donne: speriamo che, a questo punto, non ci querelino per discriminazione al contrario. Ma ancora una volta dobbiamo ringraziare il genere femminile per esserci sentiti, tutti insieme, italiani, in un anno in cui la delusione più grande era stata proprio l’esclusione dai Mondiali di calcio in Russia.

Siamo un popolo che, in assenza di calcio, ha bisogno di fare il tifo per qualcuno, e stavolta è toccato alle ragazzine terribili di Davide Mazzanti. Una squadra giovanissima, talentuosa e multietnica, come conferma la presenza nella formazione iniziale di ben due giocatrici di colore: la scatenata Miriam Sylla, di origini ivoriane, e la poderosa Paola Egonu, nigeriana.

Le ragazze hanno passato le prime due fasi in scioltezza, vincendo tutte le partite e conquistandosi, pian piano, sempre più spazio tra giornali e notiziari: è come se tutti, giocatrici, media e spettatori insieme, avessero iniziato a percepire che stava accadendo qualcosa di epico. Le azzurre sono arrivate così alla finale con tutti i riflettori puntati addosso e, sulle spalle, le speranze di milioni di italiani, che si erano riscoperti in un battibaleno grandi conoscitori di parallele, pipes e mani-fuori.

La vera impresa però le italiane l’hanno fatta in semifinale, battendo la Cina per 3-2 al tiebreak grazie al doppio punto finale di Paola Egonu, che di questo Campionato Mondiale diventerà poi il miglior opposto e la “capocannoniera”, rubando un lemma al mondo del calcio. In finale, invece, nonostante una partita fenomenale e un parziale di 2-1, le azzurre hanno dovuto arrendersi alla strapotenza della Serbia e della loro miglior giocatrice, Tijana Bošković.

Un sogno fermatosi all’ultimo step, ma che ha il merito di aver risvegliato il popolo italiano, di averlo fatto sentire vivo in un’estate che si prospettava sportivamente torrida e priva di emozioni.

Ah!

Per non farsi mancare nulla, Paola Egonu ha anche dichiarato di avere una fidanzata, che l’ha aiutata a superare la delusione del mondiale. In un’intervista al Messaggero si legge: “Ho una fidanzata. Lo dico con grande semplicità? Infatti, lo trovo normale”. A 19 anni.

Una schiacciata coraggiosa non solo contro il razzismo, ma anche contro l’omofobia.

La sua potenza è talmente straripante che le avversarie, più che fare muro, sembrano proteggersi per non prendere la palla in faccia

Mondiali di bowling – L’Italia fa strike!

Livello di esoticità: perché, esiste una squadra italiana di bowling?

Epicità: error 404

“Abbiamo mangiato i loro panini e visto i loro film, li abbiamo visti volare a canestro e raggiungere la luna…”.

Citava così l’introduzione di Fabio Caressa alla partita dei Mondiali del 2006 tra Italia e Stati Uniti, un elenco di cose che di solito vediamo fare agli americani mentre noi ce ne stiamo lì, a guardare. Fosse stato lungimirante, avrebbe potuto aggiungere anche che probabilmente, se esiste il bowling in Italia, lo dobbiamo alle abitudini a stelle e strisce.

In questo senso, l’impresa compiuta dalla squadra maschile di bowling italiana assume contorni così epici che il mio contatore di epicità si è rotto, non potendo quantificare con un numero preciso la straordinarietà dell’evento.

I nostri eroi hanno un nome ed un cognome: Pierpaolo De Filippi, Antonino Fiorentino, Marco Parapini, Nicola Pongolini, Marco Reviglio e Erik Davolio, battendo prima il Canada (che sta sopra agli USA, quindi sono forti come gli americani) e poi gli USA, hanno conquistato un oro che rimarrà negli annali delle imprese che non ti aspetteresti mai.

Come se un italiano sconfiggesse un cinese a ping pong, come se un francese facesse una pizza più buona di un italiano, come se Donald Trump battesse Malala nella corsa al Nobel per la pace.

Mi piace pensare che i sei campioni del mondo abbiano imparato a giocare così bene a bowling quasi per caso, tra una Coca Cola e un hotdog alla multisala. Questo per dare coraggio a tutti voi lettori: magari non lo sapete, ma anche voi un giorno potreste laurearvi campioni del mondo in qualche sport, perfino a bowling. D’altronde quanti sabati, al Clevillage di Chianciano o in qualsiasi altra sala giochi, i vostri amici si sono congratulati con voi dopo uno spare fortunoso o uno strike con la palla più leggera?

Play off Eccellenza – La Sinalunghese è inDomabile

Livello di esoticità: poco, siamo a Sinalunga

Epicità: + ∞

Arriviamo alla fine di questa breve carrellata tornando vicino a noi.

Siamo La Valdichiana, non possiamo non inserire la Sinalunghese tra le imprese tricolori del 2018 appena finito. Una squadra, quella rossoblù, che a cavallo tra maggio e giugno ha dato vita ad un sogno, riunendo attorno a sé migliaia (migliaia!) di persone, dagli appassionati di calcio ai comuni cittadini.

La promozione in Serie D, la prima nella storia del club chianino, è arrivata dopo un lunghissimo campionato ed un’estenuante fase play off, in cui i ragazzi di mister Fani hanno battuto in successione Grassina, Porta Romana, Fortis Juventus, Pomezia e infine Classe.

Tantissimi i protagonisti del miracolo, dalla dirigenza all’immenso capitano Dario Calveri, dal tremendo francese Vasseur, che con una doppietta nella finale di andata ha steso il Classe, fino a Marini, autentica saracinesca di una squadra che ha dato tutto per raggiungere un obiettivo che all’inizio pareva una semplice suggestione d’inizio estate. Fondamentale, nelle ultime gare, è stato anche l’apporto di una tifoseria coloratissima e mai doma, che ha creato coreografie impensabili e spinto la Sinalunghese verso la sua prima partecipazione alla Serie D.

Balsamo per l’anima di un paese carente di coesione ed iniziativa.

Speriamo, allora, che anche nel 2019 lo sport italiano possa unirci e regalarci le stesse emozioni che ci hanno travolto nel 2018.

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“Tutta Casa, Letto e Chiesa” al Poliziano – Intervista a Valentina Lodovini

Tutta Casa, Letto e Chiesa va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano la sera del 10 Gennaio 2019, alle 21:15. L’interprete è Valentina Lodovini, la regia di Sandro Mabellini,…

Tutta Casa, Letto e Chiesa va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano la sera del 10 Gennaio 2019, alle 21:15. L’interprete è Valentina Lodovini, la regia di Sandro Mabellini, le musiche di Maria Antonietta.

Il 9 marzo 1973 cinque uomini armati obbligano Franca Rame a salire su un furgoncino. Viene prima seviziata, la feriscono con una lametta, le spengono sigarette addosso, poi la stuprano a turno per ore. L’ambientazione storica è quella dell’Italia in piena strategia della tensione; Dario Fo e Franca Rame sono artisti schierati: hanno fondato un gruppo di lavoro chiamato La Comune che si esibisce nei circoli ARCI e nelle case del Popolo, coordinano l’organizzazione Soccorso Rosso Militante, che fornisce supporti agli operai in lotta nelle fabbriche italiane e già nel 1962 si erano fatti cacciare dalla RAI per aver inserito nella scaletta di Canzonissima uno sketch giudicato eccessivamente polemico. Nel 1970 hanno portato in scena Morte Accidentale di un Anarchico, sposando apertamente la tesi dell’omicidio di Giuseppe Pinelli, per i fatti della notte del 15 dicembre 1969. Gli aggressori sono componenti di cellule organizzate neofasciste. L’azione si configurava come una vera e propria spedizione punitiva, per colpire la parte “debole” della coppia di “compagni”.

Dopo questo evento Franca Rame, con il marito Dario Fo, non si arrendono. Scrivono altri testi, molti dei quali decisamente impegnati, tra cui uno, supportato dal crescente movimento femminista e dalle conquiste civili. Si intitola Tutta Casa, Letto e Chiesa. È uno spettacolo focalizzato sulla condizione femminile, sulla servitù della donna, sulla condizione prostrabile e subalterna del femminile nel dominio fallico della cultura occidentale. Un testo che viene rappresentato per la prima volta nel 1977 alla Palazzina Liberty di Milano, ma che nel 2019, invece di mostrare la sua senescenza, si accende di fuoco nuovo, preme le dita contro argomenti che ancora creano disturbo politico, ancora svelano inadeguatezze e problematiche di genere (e pure sessuali) malauguratamente presenti nel tempo presente.

A portarlo in scena oggi è Valentina Lodovini, uno dei volti più noti – e più belli – del panorama teatrale e cinematografico italiano. Passerà anche al Teatro Poliziano giovedì 10 gennaio. Le abbiamo fatto alcune domande.

LaV: Portando in scena un testo interpretato da una gigante del teatro come Franca Rame, hai mai sentito il peso della responsabilità di interpretare le parti di Tutta casa, letto e chiesa?

Valentina Lodovini: No. Questa paranoia non me la faccio. C’ho pensato all’inizio però ogni sera quando sono in scena penso solo al mio pubblico e basta.

LaV: Tra i vari commenti allo spettacolo, ovviamente in maggioranza positivi, c’è anche qualcuno che allude al fatto che tu parli di una sofferenza femminile dalla “posizione privilegiata di sex symbol”: ecco che cosa risponderesti a questa velata accusa?

Valentina Lodovini: Diciamo pure che anche Franca Rame era una sex symbol. Sinceramente questo tipo di pensieri mi spiazzano. Il discorso è proprio limitante. La mia testa non funziona così: io non ho pregiudizi, non ho mai fatto distinzioni tra bello e brutto, non percepisco questa difficoltà. Forse  in Italia se fai questo mestiere e sei bella dai fastidio. Negli altri paesi non è così. La bellezza si apprezza e basta. Noi, in fondo, siamo alla ricerca della bellezza sempre, chiunque di noi, anche semplicemente nella scelta del ristorante in cui andare a cena. Ricerchiamo costantemente il bello. Soltanto in Italia si fanno questi problemi, forse perché siamo abituati alla bellezza, visto che cresciamo in mezzo all’arte… ma io, ecco, me ne sono sempre fregata. Chiariamo: nello spettacolo sono in sottoveste perché i quattro personaggi che interpreto, all’interno del testo, sono in sottoveste: una fa sesso, un’altra si è appena svegliata, un’altra lo dice proprio «sono in déshabillé», sicché è una questione di coerenza con quello che si racconta e che si rappresenta. Sarebbe stupido far alzare una da letto con la tuta da sci, no? … vabbè poi magari mi stava bene pure la tuta da sci e quindi avrebbero avuto lo stesso da ridire… comunque questi discorsi lasciano il tempo che trovano: il mio mestiere è altro. Sono lusingata del fatto che piaccia. In ogni caso, se qualcuno pensa che per essere brava devi essere brutta forse il problema è loro.

LaV: Se si leggono commenti sui social, specie in relazione ai recenti fatti legati al movimento #metoo, l’umanità media in Italia è abbastanza sconfortante: rancorosa, cinica, portatrice d’odio, aggressiva, sessuofobica, violentemente patriarcale: il teatro – specie quando è teatro civile, engagé – è uno strumento di analisi. Serve a sondare i sentori del pubblico vivo, ché forse i commenti online distorcono. Come ti sembra abbia risposto finora il pubblico vivo, di fronte a queste tematiche?

Valentina Lodovini: In molti modi diversi. Nel pubblico teatrale c’è di tutto. C’è da una parte un’intelligenza viva, preziosissima, straordinaria, che risponde bene, e c’è dall’altra una chiusura mentale, purtroppo, molto meno brillante. C’è tutto quello che esiste nel paese reale. È un testo che tira fuori le cose, è inattaccabile. Ha dentro anche la commedia, fa ridere e fa riflettere, stimola il pubblico a reagire in modi diversi e confrontare le emozioni. C’è quindi una scissione ogni sera.

LaV: Ti sei diplomata al centro sperimentale di cinematografia di Roma. Hai modulato le pratiche rappresentative per la camera, e quindi per il cinema: questa cosa ti ha condizionata in qualche modo nella recitazione praticata su un palco scenico, di fronte a un pubblico presente?

Valentina Lodovini: No. Anzitutto io ho fatto un’accademia di teatro prima di fare il CSC. Comunque il Centro lavora a trecentosessanta gradi sulla formazione degli attori. È un po’ ingannevole, un po’ riduttivo, pensare che il Centro lavori solo sul cinema. Dura tre anni e mezzo e fornisce tutti gli strumenti per fare al meglio questo mestiere. Io so adeguarmi a tutti i tipi di linguaggio, conosco le regole – poi magari decido di romperle – però il mio mestiere lo so fare molto bene, se mi chiedono di declamare dei versi li declamo. Nulla è lasciato al caso. Anche in questo spettacolo qua c’è una precisa scelta mia, solo mia, di recitazione e di interpretazione. Può piacere o non piacere, però è stata una scelta. C’è una scelta ben precisa sia sul linguaggio usato, sia con la distanza che viene posta tra me e Franca Rame. Nulla è lasciato al caso. Per me non c’è differenza tra cinema e teatro, si tratta solo di come si sceglie di sfruttare il mestiere.

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Un pretesto per parlare di noi: “Prove di Miles Gloriosus” agli Arrischianti

Dal 28 al 31 dicembre al Teatro degli Arrischianti di Sarteano va in scena Prove di Miles Gloriosus. Una riscrittura da Tito Maccio Plauto composta da Laura Fatini. La compagine…

Dal 28 al 31 dicembre al Teatro degli Arrischianti di Sarteano va in scena Prove di Miles Gloriosus. Una riscrittura da Tito Maccio Plauto composta da Laura Fatini. La compagine degli attori è composta da Laura Scovacricchi, Pierangelo Margheriti, Francesco Storelli, Guido Dispenza, Calogero Dimino, Giulia Peruzzi, Giulia Roghi, Matteo Caruso, Silva De Bellis, Martina Belvisi e Francesco Pipparelli. La replica del 31 Dicembre coincide con il tradizionale veglione di Capodanno a Teatro, format ormai assodato e di comprovato successo marcato Nuova Accademia Arrischianti.

Trentadue anni di Nuova Accademia Arrischianti. Trentadue anni di vicende accumulate, più di cinquanta spettacoli prodotti, centinaia personaggi che hanno attraversato le tavole del teatro in Piazza XXIV Giugno. Un teatro che si è sempre più identificato per la sua caratura distintiva, il suo essere laboratorio permanente, opificio artistico di arti performative e di esperienze umane. Laura Fatini, responsabile dei laboratori, ha lavorato quest’anno allo spettacolo di “capodanno” giocando con l’alchimia testuale di un classico tra i classici. Il Miles Gloriosus di Tito Maccio Plauto è un pretesto per confrontarsi con il percorso che una compagnia e un teatro di provincia hanno intrapreso negli anni, con le loro contraddizioni, le loro tensioni, le loro passioni, le loro inestinguibili bellezze. Ne abbiamo parlato con la regista Laura Fatini.

Il Miles Gloriosus nel 2018 significa non solamente recuperare un testo classico latino ma addirittura una fabula palliata, e quindi una commedia latina di argomento greco, che già di per sé era recupero del passato nel II secolo a.C.; come hai filtrato questi passaggi in uno spettacolo da consegnare oggi, al pubblico locale, sotto le feste?

“Dopo la strepitosa esperienza del Giufà avevo deciso di non riproporre un testo mio. Plauto è un autore sempre molto piacevole e quindi ho deciso di lavorarci su. Ho iniziato pensando all’Amphitruo, in assoluto il mio preferito: si tratta però del primo testo che ho fatto con Carlo Pasquini, e per questo ha un’aura sacrale, è per me intoccabile. Ho un ricordo estremamente bello di quel lavoro, che era fatto in maniera perfetta. Per il profondo rispetto di quel ricordo, ho preferito scegliere un altro testo plautino. Mi sono tuffata allora sul Miles Gloriosus, che avevo messo in scena tempo prima, con i bambini. Ho approfondito molto la traduzione pasoliniana del testo, che sporcava la parola, attraverso il linguaggio popolare, per avvicinarsi di più a Plauto. Detto questo, il Miles è molto contemporaneo, parla di una persona che millanta, parla di una società che si basa sull’inganno, che si basa sul dire di sé piuttosto che sull’essere. Ho quindi ridotto il testo, che però sentivo mancasse ancora di qualcosa. Alla fine mi è venuta in mente l’idea di utilizzarlo come pretesto…”

In effetti il titolo è “Prove” di Miles Gloriosus: un accenno forse al metateatro?

Questo spettacolo parla di nascondimento, del cambio di percezione che si ha del personaggio a seconda dei vestiti che porta. Agli Arrischianti abbiamo una sala dei costumi enorme  che è un vero e proprio tesoro di meraviglie. Ho deciso di ambientare lo spettacolo proprio in una costumeria. E sì, da lì ad approdare al meta teatro è stato immediato. Sono riemerse quindi quelle che sono le mie radici teatrali con il Teatro Povero di Monticchiello: l’autodramma, il mettere in scena noi stessi.”

Quindi cosa racconta realmente questo spettacolo? 

“Dunque: una compagnia di provincia ogni quattro anni mette in scena il Miles. È una tradizione che non è mai stata interrotta. Dopo la quinta volta, i giovani iniziano a stancarsi: dopotutto il Miles è polveroso, è misogino, è antiquato. I vecchi invece dicono che il teatro classico sono le radici, e lì bisogna ritornare. I vecchi sanno a memoria le parti e come succede spesso alle compagnie, quando si vedono i costumi che sono serviti per fare un altro personaggio, vengono in mente le battute. La compagnia cerca di andare avanti a trovare i costumi, ma c’è sempre qualcuno che tira fuori parte di Romeo e Giulietta o di Sogno di una notte di mezza estate… Emergono quindi tantissimi elementi di autoanalisi, da parte della compagnia e tra i personaggi si chiarificano tre gruppi distinti di visione delle cose: la tradizione un po’ annoiata che è la base, poi i giovani che sono già dentro questo meccanismo e poi ci sono quelli che vedono questo mondo da fuori. Chi vede questo mondo da esterno, infatti, percepisce la compagnia teatrale come una setta, come un gruppo di disadattati. C’è una battuta di uno di questi che fa più o meno così: «è sabato sera e siamo al freddo, bevendo un birra calda in attesa di una pizza fredda: perché?…»”

C’è come un voyeurismo di base nelle intenzioni del pubblico, quando si ritrova ad apprezzare film o spettacoli che svelino il retroscena, o talvolta l’o-sceno del teatro. Di recente ho riguardato Le dernier métro di Truffaut, ma pensiamo anche a Birdman che qualche anno fa ha sbaragliato il mercato cinematografico  internazionale. Visto che nella storia della Compagnia Arrischianti c’è anche una riuscitissima produzione di Rumori Fuori Scena, secondo te a cosa è dovuto questo interesse per il dietro le quinte da parte del pubblico? Come lo elabori nei tuoi lavori?   

“Penso che il pubblico senta la vulnerabilità dell’attore. La compagnia è un po’ come la fotosfera solare, composta da tanti elementi in continua combustione. Credo che il pubblico senta il magnetismo della compagnia, questo circolo di auto sostegno, in cui tutto funziona perché  c’è un patto tra tutte le persone presenti in scena e fuori scena, per il quale tutti accettano di credere in qualcosa che di fatto è artificiale. Coleridge la chiamava “volontaria sospensione dell’incredulità”. Il pubblico sta lì e volontariamente sospende l’incredulità e dice: ok, ti credo. Banalmente, il teatro amplifica le relazioni umane, sia quelle interne tra gli attori, sia quelle tra attori e pubblico. Quindi banalmente il pubblico si sente estremamente attratto da questa dinamica. È un magnetismo.”

La Compagnia Arrischianti si è sempre configurata come un “collettivo”, una comunità in continua crescita. C’è anche questo nello spettacolo?

“Nello spettacolo c’è anche questo. La Compagnia Arrischianti ha vissuto varie fasi, e vive una continua mutazione. Nello spettacolo ho cercato di raccontare anche questo: c’è chi ha impegni fuori dal teatro ovviamente, c’è l’esistenza prosaica che incombe: la casa, il lavoro, la vita che cambia. Come ho detto, mutuando dal Teatro Povero di Monticchiello, il Miles è un pretesto per parlare di noi. Di autodrammatizzarci. Mi sto rendendo conto che il mio teatro è questo: qualcosa che crei confronto, sostegno, supporto, aiuto. La forza comunitaria che nasce dal vivere insieme.”

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45 Giri – Terza traccia

Nessuna pausa natalizia per le fasi di preparazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, interamente creato e gestito dai ragazzi con il…

Nessuna pausa natalizia per le fasi di preparazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, interamente creato e gestito dai ragazzi con il coinvolgimento di tanti bambini che avete già visto all’opera con Nessuno ad Acquaviva e a Montepulciano.

Le festività di fine anno saranno il momento perfetto per intensificare il ritmo delle prove e sistemare gli ultimi dettagli relativi ai costumi e alle scenografie: nel frattempo, però, possiamo già anticiparvi le date ufficiali dello spettacolo: sabato 16 marzo 2019 al Teatro dei Concordi di Acquaviva e sabato 23 marzo 2019 al Teatro degli Arrischianti di Sarteano!

Ecco la terza traccia di 45 Giri, buon Natale e buone feste a tutti!

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Espana Circo Este: un piede oltre oceano per il sogno di suonare in ogni continente

Gli Espana li conosciamo ormai da 4/5 anni. Da quando aprirono (per la seconda volta) il concerto a Manu Chao al Vulci Music Fest e già una volta li abbiamo…

Gli Espana li conosciamo ormai da 4/5 anni. Da quando aprirono (per la seconda volta) il concerto a Manu Chao al Vulci Music Fest e già una volta li abbiamo intervistati per spiegarvi chi fossero. Impossibile non rimanere incuriositi da quattro bombe in calzamaglia saltellanti sul palco. La loro musica, poi, è una rarità in Italia: travolgente, energica, fresca, un calderone pieno di ritmi e suoni.

Non potevamo certo mancare all’unica data del loro tour europeo, proprio a Siena, insieme a Lo Stato Sociale, nella fantastica cornice di Piazza del Campo a fine settembre. Alla fine della serata mi sono ritrovato con Marcello, il frontman, a bere birra e parlare di viaggi, genti lontane e sogni a un passo dall’essere realizzati.

Ci siamo visti l’ultima volta alla Festa rossa di Lari. È passato un anno da allora cosa è cambiato? Cos’hanno fatto gli Espana nel frattempo?

Bè abbiamo attraversato l’oceano atlantico per incominciare a mettere un piede di “”. La nostra missione è girare il mondo, suonare in ogni continente. Andare oltre oceano è stato un passo gigantesco, soprattutto per quello che abbiamo fatto, perché abbiamo suonato all’SXSW un festival immenso ad Austin in Texas, con 500 band in giro per la strade e noi siamo stati fra le 15 band di tutte quelle invitate – che erano molto fighe fra l’altro – a suonare nel palco principale. Siamo rimasti di m***a. C’era tantissima gente, un vero macello è stato bellissimo. E comunque non è stata la cosa più importante che abbiamo fatto: ritornare in posti in cui avevamo già suonato è stata una figata, nel senso che l’Europa l’avevamo già esplorata due anni fa e ritornarci per il tour del 2018, con dei festival più importanti, è stato fantastico e poi lo Sziget Festival a Budapest, in cui abbiamo suonato ad agosto, è stato unico.

L’altra volta mi parlasti del vostro sogno: suonare in latino America. Perché proprio là?

Io c’ho vissuto per tanto e da quando sono ritornato in Italia il mio sogno è sempre stato rivedere quei posti da musicista, non solo viaggiatore. Ho questa duplice anima e la musica mi permette di fare entrambe le cose. Vorrei tornarci con addosso queste nuove vesti, quelle del musicista insomma. Infatti, ci siamo mossi in questa direzione, nel senso che abbiamo fatto un EP con Flora Margo che è un’artista molto importante in Messico e adesso stiamo cercando di andare da quelle parti. L’America latina è piena di realtà, di vita vissuta intensamente. Molte cose che viviamo noi in occidente sono fittizie, ma in Sud America la gente vive in modo reale e sensibile, come se avesse ancora un’anima e a me piace questo popolo ancora così vivo, mi piace scoprirlo, rincontralo e vedere se è come l’ho lasciato ormai 10 anni fa.

La senti come casa tua?

Bè sì, c’ho vissuto tanto e mi manca molto, mi manca la sua gente.

E adesso? Programmi a breve termine?

Stiamo facendo i pezzi nuovi!! Sono molto fighi ci saranno dei produttori importanti dietro. Figata!! Aspettiamo un attimino di capire i tempi giusti per la pubblicazione e spiegare meglio cosa stiamo facendo. La prossima volta che torneremo in Italia vogliamo presentarci in una maniera diversa quindi stiamo preparando bene ogni dettaglio.

Tipo?

Nuovi sound, nuova voglia di confrontarci con un mercato che in Italia è molto complicato per noi. Vogliamo vedere cosa succede dopo due anni dall’ultimo disco, a che punto siamo arrivati.

I vostri tour seguono tappe incredibili. Suonate spessissimo in Europa forse più che in Italia. Perché questa necessità? A cosa è dovuta?

Mah, in realtà è un’impressione distorta di chi ci vede da fuori. L’ultimo disco è uscito due anni fa, abbiamo fatto un anno in Italia con quasi 100 date ed è raro che in Italia succeda una cosa del genere e il fatto che quest’anno abbiamo detto basta Italia per suonare all’estero è solo una questione di organizzazione: il primo anno lo dedichiamo in Italia, il secondo sempre in Europa. Tutto qui. Ti dico che oggi siamo arrivati a Siena, unica data italiana, siamo entrati in piazza sbucando da un vicoletto, e di scatto, in maniera spontanea, ci siamo messi ad applaudire vedendo questo spettacolo magnifico. È perché siamo super affezionati all’Italia ci dà delle emozioni uniche e non vediamo l’ora di tornare a suonare qua.

Come t’è sembrata Siena? Com’è stato suonare stasera?

Bella, bellissima. Molto emozionante. Era anche un bel po’ che non suonavamo in Italia ed eravamo timorosi, perché l’Europa ti porta a suonare in una certa maniera, ti cambia e non sai cosa succede quando torni a casa, invece la gente è stata molto disponibile e presa bene! Siamo molto contenti.

Lo facciamo un viaggio insieme? Vi accompagno in Sud America, vi scarico il pullman, vi scrivo il diario di bordo

Se hai una macchina fotografica e una penna per raccontare vieni. Sarebbe bello far filmare i nostri viaggi. Non in maniera invasiva, ma spontanea, fluida, naturale.

Domandona. Ma la calzamaglia a righe e il trucco sugli occhi che fine hanno fatto?

È un’altra cosa raga… ho 32 anni (ride). Sicuramente tornerà la chitarra con lo scotch in stile punk!!

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‘Bisogna lottare per conviverci’ – Alessandro Cresti, la bici e la sclerosi multipla

Gli avevo proposto lo Scuro, che a Sinalunga è uno dei luoghi più rappresentativi della pausa caffè con annessa chiacchierata, ma ha preferito un aperitivo all’Art Cafè del suo amico…

Gli avevo proposto lo Scuro, che a Sinalunga è uno dei luoghi più rappresentativi della pausa caffè con annessa chiacchierata, ma ha preferito un aperitivo all’Art Cafè del suo amico Nicolò Magi, che a quell’ora è sicuramente un posto più tranquillo e meno caotico per un’intervista. Già da questo piccolo dettaglio avevo capito di avere a che a fare con un ragazzo, ormai uomo, riservato, pacato, che si trova a suo agio negli ambienti a lui familiari, non troppo grandi e che profumano di casa. L’ho trovato impegnato in una briscola con Nicolò, Federico ed Eleni, la sua ragazza, una partita di quelle che non rimarranno di certo negli annali dei giochi da bar toscani: tempo di perdere senza possibilità di replica, pur giocando magistralmente l’ultima mano, che si è alzato, mi ha salutato e mi ha offerto una birra ordinando un piccolo calice di bianco.

“Alessandro, ma che fai?”. Da dietro Eleni aveva gettato l’occhio incredulo su di lui, e io pensavo fosse un rimprovero dovuto alla ferrea dieta degli atleti, che raramente possono permettersi sgarri alcolici.

“Con tutto questo sport nemmeno un bicchiere di bianco puoi permetterti, ho sentito che la tua fidanzata t’ha cazziato…”. La verità, invece, era diversa. “No no, lo sport non c’entra nulla, è che prendo una pasticca e non potrei bere alcolici, se non in piccole quantità. Ma un bianco prima di mangiare non fa niente, farebbe male se bevessi a ridosso del pasto, quando devo prendere anche la pasticca”.

Avviandoci verso i tavolini più lontani dal bancone, avevo capito che quella con Alessandro Cresti sarebbe stata un’intervista diversa. Aveva parlato di quella pasticca con una serenità disarmante, che di certo non ti aspetteresti da una persona malata di sclerosi multipla.

“Una malattia neurodegenerativa demielinizzante, cioè con lesioni a carico del sistema nervoso centrale”, così viene definita dal sito dell’AISM, Associazione Italiana Sclerosi Multipla: un male lento ed inesorabile, che può essere combattuto, per ora, soltanto con tanta forza di volontà ed estrema dedizione.

Ci siamo seduti, davanti a qualche patatina e una manciata di noccioline, e abbiamo iniziato a parlare. Ho messo il registratore tra noi due, e Alessandro ha iniziato a raccontarmi la sua storia di vita.

Una gara contro un avversario tosto ma non imbattibile come la sclerosi, fatta di un inizio in pianura, una salita ripidissima ed, infine, una discesa tortuosa ed avvincente.

KM 0-25, tratto pianeggiante con accenno di pendenza verso il km 25

“Presi quella bici vecchia, messa lì, e iniziai…”

Scoprire di essere malati di sclerosi multipla alla soglia dei 25 anni ti cambia la vita, che tu lo voglia o meno, ma da come Alessandro ne parla questo non sembra trasparire.  C’è una coppia dietro di noi che sta facendo l’aperitivo, ma ogni volta che Alessandro deve pronunciare il nome della malattia non abbassa la voce, non è intimorito.

Cercavo informazioni su Google, come farebbero tutti, ed erano spaventose. Ebbi il sintomo più forte quando mi svegliai e avevo un braccio e una gamba completamente paralizzati: dal 14 novembre al 24 novembre 2014 sono stato alleScotte, ho dovuto fare tantissimi esami ma nessuno ti dice subito cosa hai. La malattia non la nominano nemmeno all’inizio, infatti ho avuto la diagnosi definitiva l’agosto successivo. La prima reazione? Ti chiedi perché proprio a te sia successa una cosa simile, ma poi pensi che non augureresti mai a nessuno la tua stessa sorte, e la tieni per quello che è: con la sclerosi ci vivi, perché ogni giorno hai delle pseudoricadute, ma devi imparare a conviverci, e bisogna lottare per farlo”.

Ed ecco che, proprio quando la vita presenta ad Alessandro il primo vero accenno di salita, arrivala bicicletta in soccorso. Una bicicletta che teneva in garage e rispolverava di rado, per qualche sgambata. “Presi quella bici vecchia, messa lì, e iniziai. I medici mi consigliarono un’attività leggera per non stare fermo, come andare in biciletta, e da quel momento la bici è diventata la mia seconda terapia, non in senso figurato ma reale: fare attività fisica mi fa stare bene, mi tiene lamente occupata attenuando le pseudoricadute giornaliere. Ho iniziato ad andare in bici per stare meglio”.

Il contraccolpo psicologico che dà una malattia del genere è pesante, e Alessandro ammette che la prima cosa a cui pensi è il tuo futuro in carrozzina, incapace di muoverti.

La bici, in questo senso, può essere vista come il movimento che si ribella alla prospettiva di immobilità: se non è lottare questo, non so davvero cosa lo sia.

KM 25-28: breve salita scoscesa, con pendenza vicina alle quote del Mortirolo

“Ne metto dietro parecchi in salita…”

All’improvviso, dunque, la vita pianeggiante che tutti i 25enni sognano di avere, per Alessandro si è trasformata in un’erta salita. Bisogna essere portati persuperare le salite, di gran lunga i tratti più complicati per un ciclista; ma Alessandro non è un ciclista qualsiasi, è un ciclista coraggioso e forte, che non può certo spaventarsi di fronte ad una sfida come questa. “Mi sono accorto, improvvisamente, che la vita di cui ci preoccupiamo, la fretta che abbiamo ogni giorno, le cose per cui ci incazziamo, alla fine non sono altro che piccolezze in confronto ai veri problemi. E non parlo nemmeno del mio, perché frequentando cliniche e ospedali ho visto in faccia il dramma di bambini che non potranno mai vivere la propria giovinezza serenamente, di famiglie distrutte. Ci vorrebbe che tutti, per un giorno, potessero avere una malattia come la mia: ti cambia la prospettiva da cui guardi le cose, e inizi a vivere diversamente”.

La salita, Alessandro, l’ha presa di petto, in tutti i sensi. Ne ha fatto la sua specialità, nella vita come nella bicicletta. “Ne metto dietro parecchi insalita, è la mia forza nelle gare anche se purtroppo spesso le corse non nehanno molte”. Quello che all’inizio era un modo per svagarsi e dimagrire, dopo le cure di cortisone, è diventato un vero e proprio sport agonistico, a cuiAlessandro ha dedicato anima e corpo. Sono arrivati i primi risultati, le prime gare vinte, e alla fine Obiettivo 3, il progetto creato e portato avanti da Alex Zanardi, che permetterà a tre atleti affetti da disabilità di prendere parte alla nazionale italiana che parteciperà alle Paralimpiadi di Tokyo nel2020.

“Ho mandato la mia candidatura online dopo aver completato la procedura che mi riconosce comeparaciclista. La risposta è arrivata dopo un po’, è stato un fulmine a ciel sereno: mi avevano preso! L’esperienza vissuta con il team di Zanardi è stataincredibile, e conoscere un personaggio come lui mi ha caricato ancora di più. Appena lo abbiamo incontrato, sembrava già di conoscerlo: è una personaumilissima, alla mano, e poi è enorme! Per uno come me non può che esserel’esempio da seguire, dopotutto lui da avere tutto è passato, in un momento, anon avere più nulla. Mi ha colpito in particolare una delle tante cose che ci ha detto: “Dopo l’incidente non ho pensato più a quello che non avevo, ma a sviluppare ciò che mi era rimasto”. Alex non ci mette solo il nome per questoprogetto, ma anche e soprattutto impegno, passione ed amore, qualità che spessomancano ai personaggi famosi. Poi, ovviamente, c’è bisogno delle risorse economiche per portare avanti un progetto di questa caratura, e allora viene in aiuto della Fondazione Vodafone, che finanzia il tutto e permette agli atletidi avere a disposizione la strumentazione necessaria, gratuitamente. Biciclette, completini, gps e tante altre cose, strumenti che sarebbero inaccessibili per qualsiasi persona proveniente da una famiglia normale”.

Iniziare a correre in bici, oltre che a stare bene, è servito ad Alessandro anche per fare“outing”, dopo aver nascosto il suo male per quasi 2 anni.

“Non ne ho parlato con nessuno per molto tempo, non volevo sentirmi compiangere dalle persone. Ma dopo una gara in cui arrivai secondo, lo speaker mi disse quasi minaccioso: “Dopo si parla eh”. E da quel momento, parlare della mia malattia non è statopiù un tabù”.

Continuo a sorprendermi della normalità con cui Alessandro mi parla di quella che, percome la vedevo io, era una condanna ad una vita eternamente sofferente.

“L’aiuto delle persone a me care è stato fondamentale: i miei non mi hanno mai fatto vedere neanche unaccenno di dolore, normale per un genitore, ed anche Eleni mi è stata sempre vicino. All’inizio la tentazione è di chiudersi in sé stessi, di non volere aiuto da nessuno perché si ha paura di essere un peso, ma dopo capisci chefarsi dare una mano rende felici anche le persone che ti vogliono bene”.

KM 28-FINALE: discesa velocissima, ricca di curve

“Nella discesa devo migliorare, per me è la parte più difficile di una gara…”

È passata quasi un’ora, e pian piano mi adeguo al suo ritmo dialettico. Se pedala come parla – penso, Alessandro a Tokyo ci arriva davvero.

Alla fine, è venuta fuori la chiacchierata che mi aspettavo, senza domande preconfezionate e pause stabilite: posso dire con certezza, quindi, che non ho intervistato Alessandro, ma ci ho passato un pomeriggio insieme. Non c’è modo migliore di imparare che farlospontaneamente, e non ho mai pensato al fatto che fossi lì per lavoro durantel’ora e mezzo insieme.

Tornando ad Alessandro, per lui la malattia non deve più essere in nessun modo una fonte di egoismo o un pretesto per lamentarsi dell’ingiustizia della vita. Tutt’altro: dev’essere la spinta a condividere la propria esperienza, perché ha capito quanto importanti siano state per lui le parole di chi già da tempo sapeva di esseremalato. “Parlare con qualcuno che ha più esperienza è fondamentale, soprattutto perché ti accorgi che alla fine ce la puoi fare. Leggere il libro di Zanardi mi ha dato un’enorme iniezione di fiducia, perché spiega dettagliatamente come si può continuare a vivere autonomamente anche nella disabilità”.

“Condivisione” è dunque la parola chiave, perché per le persone come Alessandro è fondamentale sapere di non essere soli.

Ed ecco, infatti, la discesa finale a cui la vita lo ha messo davanti.

“Il mio Obiettivo 3 è anche aiutare tutti coloro che come me sono stati messi di fronte ad una malattia come la sclerosi multipla. Mi concedo a giornali, televisioni e siti non per promuovere me, ma perché voglio mandare il messaggio a chi mi legge: “ci sono passato, so cosa vogliono dire i primi mesi, non c’è motivo di avere paura”. L’importante è che mi legga chi ha bisogno, poi del pensiero della gente non mi interesso”.

Oltre le Paralimpiadi, quello che Alessandro sogna è rendere una vera professione questosuo istinto altruista di conforto e aiuto verso gli altri.

“Voglio muovermi sul sociale, già avrei avuto la possibilità una volta ma non ebbi tempo. C’era una gara a Sinalunga e, lo stesso giorno, sempre a Sinalunga si vendevano le meledella ricerca per AISM. Lo seppi tardi, ma sarebbe stato bellissimo poter unirele due cose. Sento che aiutare, e aiutarsi, è la cosa giusta da fare”. Vincere le gare è una soddisfazione non da poco, ma nemmeno paragonabile in confronto alla gioia che si ha quando si riesce ad aiutare un’altra persona. “Voglio essere un esempio per coloro che non sono stati fortunati, e che si sentonopersi. Ho vissuto quel periodo di sofferenza iniziale ma poi mi sono convinto che dovevo iniziare di nuovo da qualcosa: per me la salvezza è stata labicicletta”.

“La cosa più bella è sentirsi dire che, dopo avermi letto, le persone hanno cambiato il modo divedere le cose”.

Si è conclusa con questa frase la chiacchierata, o almeno quella che ho registrato, perché a un certo punto ho staccato il registratore, un po’ perché si era fatto tardi, ma soprattutto perché avevo l’impressione che non ci fosse più bisogno di salvare le sue parole su un dispositivo. Ero entrato ormai nella sua ottica, nell’estrema normalità della situazione che si era pian piano creata.

Infatti, la cosa èavanti ancora per una ventina di minuti, in cui Alessandro mi ha parlato di tutti i suoi progetti, alla soglia dei 29 anni: raccolte fondi per l’AISM, una linea di abbigliamento sportivo tutta sua, il coaching e tanto altro.

Non vorrei chepassasse il messaggio sbagliato, però: Alessandro pedala ogni giorno, e si sta allenando come non mai per provare a cavalcare il sogno di Tokyo 2020. Dopotutto, è un gran bel ciclista, e a partecipare non ci sta, come tutti quanti. È supportato dal preparatore atletico di Zanardi, esperto biomeccanico, e sta seguendo il suo allenamento per arrivare al massimo della forma nel periodo delle gare. A Marzo parteciperà col suo team, il Donkey Bike Club Sinalunga, alla Coppa Toscana di mountain bike, anche se ovviamente Alessandro punterà a farbene su strada proprio per Obiettivo 3.

Mi ha colpito, dulcis in fundo, proprio un episodio relativo ad una gara all’isola d’Elba, che mi ha raccontato “a microfonispenti”.

Discesa, tratto perlui difficoltoso, un altro ciclista gli sta a ruota borbottando per via della sua presunta lentezza. Alessandro lascia correre, già pregusta l’arrivo della salita per sorprenderlo, e lo fa passare. Arriva così la salita, ed è lì che Alessandro rincontra l’irriverente avversario. Lo affianca, affonda un paio di pedalate e superandolo si gira, prendendosi la sua rivincita.

“Sarò anche balordo in discesa, ma te impara ad andare in salita!”. Era una frase del genere.

Perché mi ha colpito? Perché è la dimostrazione di come per lui la bici sia sì una seconda terapia, ma che da questo sia diventata una passione per cui sacrificarsi, una costante motivazione a migliorarsi, l’umanissimo tentativo di primeggiare. Comelo sarebbe per tutti quanti, alla fine.

Salutandoci, per scherzo, gli ho chiesto se mi portava a Tokyo. L’unica sua preoccupazione? “E che mangio quando so’ a Tokyo? Io mi porto i miei yogurt, le mie barrette, va’a capì laggiù nemmeno bolle l’acqua!”.

E io che, ancora oggi, mi chiedo se quello con cui avevo passato un pomeriggio era davvero un malato di sclerosi multipla. Quel male lento ed inesorabile, che ti condanna all’immobilità, ma che da quel momento mi fa molta meno paura.

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Pierrot, Arlecchino e Colombina, più che maschere, colori – Intervista a Maria Claudia Massari

Sabato 8 Dicembre alle 17:30, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena Pierrot, Arlecchino e Colombina, Una Storia di Amore e Pane, una produzione della Nuova Compagnia delle…

Sabato 8 Dicembre alle 17:30, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena Pierrot, Arlecchino e Colombina, Una Storia di Amore e Pane, una produzione della Nuova Compagnia delle Arti – Corps Rompu. Sulla scena Maria Claudia Massari, impersonando i tre celebri caratteri della tradizione, ci racconta una vicenda ispirata da un racconto di di Michel Tournier intitolato Pierrot e I Segreti della Notte.  In un piccolo villaggio in Francia, il panettiere Pierrot ama la bella lavandaia Colombina. Questa però non è contenta del suo innamorato, che lavora quando gli altri dormono. Un bel giorno passa di là Arlecchino, imbianchino multicolore, che affascina Colombina con la sua magia di colori e vitalità. Lo spettacolo si avvale della musica dal vivo, suonata da Giovanni Rafanelli e le scene di Mauro Borgogni.

«Questo spettacolo esiste da molto tempo. Si è evoluto tantissimo negli ultimi anni» ci racconta Maria Claudia Massari, principale interprete e regista dello spettacolo «Lo spettacolo ha girato moltissimo e ci sono molto affezionata. Il pubblico di ogni età ha sempre risposto bene, forse anche perché finisce con una bella merenda». Alla fine dello spettacolo, infatti, il ciaccino sfornato da Pierrot diventa l’occasione per condividere una merenda e certificare il lieto fine della vicenda.

Maria Claudia Massari ha lungamente approfondito il teatro d’immagine: la sua formazione a Parigi, presso la Ecole Internationale de Mimodrame de Paris Marcel Marceau e Ecole de l’Acteur François Florent, determina una forte cognizione del teatro di maschera. «Lo spettacolo è un tributo ai miei maestri, Marcel Marceau, Ferruccio Soleri… le maschere sono sempre un bellissimo tema di lavoro» continua Maria Claudia Massari, che da sola, sul palco, interpreta i tre personaggi, senza l’uso della maschera fisica «Ovviamente ho lavorato in maniera non convenzionale: il mio Arlecchino è molto timido, anche se seduttore, non di certo paragonabile a quello di Soleri o di Moretti…».

Lo spettacolo si sviluppa sulla forte caratura simbolica dei colori: «Colombina ha una forte predominanza di bianco, Pierrot di blu e Arlecchino di tutti i suoi colori sgargianti. Colombina ha il bianco luminoso del giorno, contrapposto al blu notturno di Pierrot: i due sono svegli in momenti diversi, e proprio su questo contrasto si sviluppa il loro confronto. Giorno e notte, luce e buio, sole e luna. Poi arriva arlecchino che con i suoi colori creerà scompiglio, ma che alla fine dimostrerà la sua inconsistenza».

Un teatro delle maschere che secondo Maria Claudia Massari è ancora molto vivo: «Magari dovranno passare degli anni prima di capire quali maschere sono ancora vive nei nostri tempi, ma in giro si vedono spettacoli bellissimi che ne fanno uso: a Parigi abbiamo visto La Gattomachia che è un ottimo esempio di contaminazione, per quanto riguarda l’uso delle maschere oggi. Anche Andrea Brugnera è uno che a modo suo, anche quando lavora senza maschera, riesce ad averci una maschera sulla pelle:anche questo è un modo di continuare quella tradizione».

L’appuntamento è a Sarteano, al teatro degli Arrischianti, sabato 8 dicembre alle 17:30. «I bambini – dai 3 anni in su – si troveranno nel loro mondo: poi, ognuno più leggerlo a suo moto, anche gli adulti ovviamente».

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Multiforme e di alto profilo la Stagione Teatrale del Mascagni

È un programma vario e indubbiamente di alto profilo quello messo a punto per la stagione 2018/2019 del teatro Pietro Mascagni di Chiusi. Alla vigilia del concerto che Irene Grandi…

È un programma vario e indubbiamente di alto profilo quello messo a punto per la stagione 2018/2019 del teatro Pietro Mascagni di Chiusi. Alla vigilia del concerto che Irene Grandi vi terrà con i Pastis, venerdì 7 dicembre, il sindaco Juri Bettollini e il direttore artistico, recentemente nominato, della Fondazione Orizzonti d’Arte Gianni Poliziani, insieme alla direttrice della Fondazione Toscana Spettacolo onlus Patrizia Coletta, hanno presentato un cartellone pensato davvero per coinvolgere tutto il pubblico.

Si inizia venerdì 18 gennaio con “Pueblo”, pièce teatrale messa in scena da Ascanio Celestini, con l’accompagnamento musicale di Gianluca Casadei alla fisarmonica. Per la Giornata della Memoria, il 26 gennaio, sarà lo stesso direttore artistico Gianni Poliziani a salire sul palco insieme ad Alessandro Waldergan con “Dov’è finito lo zio Coso”, storia tratta dal romanzo “Lo zio Coso” di Schwed, con la regia di Manfredi Rutelli. “L’uomo, la bestia, la virtù”, celebre commedia di Pirandello, di cui Rutelli sarà ancora regista, è in programma domenica 17 febbraio, giorno in cui nel ridotto del teatro sarà posta una targa come omaggio a Roberto Carloncelli, il direttore artistico della Fondazione Orizzonti prematuramente scomparso questa estate.

La grande tradizione teatrale continuerà mercoledì 27 febbraio, nel segno del genio di Eduardo De Filippo. La sua commedia “Questi fantasmi!” rivivrà grazie alla compagnia di Teatro di Luca De Filippo, diretta da Marco Tullio Giordana. L’appuntamento con il bel canto è previsto invece sabato 9 marzo. I brani più noti della lirica saranno eseguiti dai solisti e dal coro della Cappella Musicale della Basilica Papale di San Francesco in Assisi, con la direzione di Alessandro Bianconi e la partecipazione di Eugenio Becchetti al pianoforte.

Giovedì 21 marzo, la comicità di Massimo Lopez e Tullio Solenghi, di nuovo insieme dopo quindici anni, tornerà a far divertire il pubblico, nel ricordo di Anna Marchesini.

Alessandro Fullin, il 29 marzo, proporrà una nuova commedia dal titolo “Piccole Gonne”, liberamente tratto da “Little Women” di Louisa May Alcott. La stagione si concluderà quindi il 7 aprile con Closer, il testo di Patrick Marber da cui nel 2004 fu tratto l’omonimo film, di cui saranno protagonisti sul palco del Mascagni Violante Placido, Fabio Troiano, Chiara Muti e Marco Foschi.

Il teatro Mascagni si prepara ad accogliere tutto questo con una rinnovata energia, anche grazie all’entusiasmo portato da Poliziani, che ha già provveduto in prima persona a dare una nuova immagine alla platea e al foyer, dove il pianoforte è stato spostato in una posizione più privilegiata e alle pareti sono stati affissi i manifesti delle passate stagioni.

«Chiusi ha una storia teatrale di tutto rispetto e questo è un modo per tenerne viva la memoria. Quanto agli spettacoli, sono tutti eventi che offrono una certa profondità di riflessione, pur risultando talvolta leggeri».

«Perchè per teatro – ha esordito Patrizia Coletta – si intende la forma di rappresentazione più alta dell’espressività, un mezzo per la diffusione della bellezza da trasmettere alle nuove generazioni, per educarle ad una complessità che è necessaria, se non si vuole scadere nella bassezza delle semplificazioni usate oggi in tanti slogan. Questo cartellone è un’offerta culturale diversificata per andare incontro alle esigenze della città e delle persone».

E proprio in quest’ottica è stata pensata l’iniziativa di allestire gli spettacoli domenicali in orario pomeridiano.

«Vogliamo così dedicare un’attenzione particolare ai bambini e dare l’opportunità alle famiglie di venire a teatro – ha spiegato Bettollini, oltre che sindaco, presidente della Fondazione Orizzonti. «Questo nuovo consiglio di amministrazione della Fondazione è il migliore che si potesse formare – ha poi continuato – per le valide personalità che vi sono all’interno, tra cui Fulvio Benicchi in veste di nuovo direttore generale e Gianni Poliziani come direttore artistico. L’obiettivo per i prossimi anni è quello di impostare una progettualità di alto livello, proprio perchè crediamo nell’importanza del teatro come sostegno alla cultura e al tempo stesso antidoto contro la paura. Il tendente aumento di visitatori giunti negli ultimi mesi è un buon segno che Chiusi, con la sua storia e la sua cultura, sta diventando un punto di interesse sempre più vivo, un aspetto che potrà ulteriormente migliorare con la riuscita del progetto sull’alta velocità».

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Edicola Mario – Chiude l’edicola!

Mario è un edicolante dalla natura particolare: sempre scontroso e scostante, ma con un grande amore per la propria terra. Grazie alla sua attività riesce sempre ad essere un punto…

Mario è un edicolante dalla natura particolare: sempre scontroso e scostante, ma con un grande amore per la propria terra. Grazie alla sua attività riesce sempre ad essere un punto di riferimento per la comunità, mantenendo aggiornati i propri compaesani sulle vicende della zona. L’edicola di Mario è il modo più divertente per capire la realtà che ci circonda!

“L’edicola di Mario” di Michele Bettollini: chiude l’edicola!

Tutte le strip di Michele Bettollini nella speciale galleria: L’edicola di Mario

 

 

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45 Giri – Seconda traccia

Continua il videoblog che segue le fasi di lavorazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, con il coinvolgimento di tanti bambini e…

Continua il videoblog che segue le fasi di lavorazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, con il coinvolgimento di tanti bambini e la conferma di un gruppo di attori e assistenti di scena che avete già visto all’opera con Nessuno ad Acquaviva e a Montepulciano. In questa puntata andremo a scoprire il tema portante del nuovo spettacolo, ovvero la follia della protagonista Matilde e il suo modo di relazionarsi con il mondo esterno.

Ecco la seconda traccia di 45 Giri, buona visione!

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Nutrizione, alimentazione e sostenibilità ai giorni nostri

“Nutrizione, alimentazione e sostenibilità ai giorni nostri”: sono stati questi i temi al centro della tavola rotonda organizzata a Serre di Rapolano lo scorso 17 novembre da Fisar in rosa,…

“Nutrizione, alimentazione e sostenibilità ai giorni nostri”: sono stati questi i temi al centro della tavola rotonda organizzata a Serre di Rapolano lo scorso 17 novembre da Fisar in rosa, progetto nato circa quattro anni fa e promosso dal Consiglio Nazionale Fisar, con l’obiettivo di coinvolgere le tante sommelier già presenti nella Federazione e valorizzare così la presenza femminile nel settore enoico.

«Un ambiente non soltanto per le sommelier – ha fatto notare Luisella Rubin, responsabile nazionale Fisar in rosa – ma anche per le ristoratrici e tutte le figure che gravitano attorno al mondo dell’enogatronomia, capaci di trattare il cibo con una particolare sensibilità e attenzione».

L’evento di sabato, diretto dal consigliere nazionale Fisar Nicola Masiello, ha visto la partecipazione di personalità autorevoli, che da diverse prospettive hanno fornito ampi spunti di riflessione su tematiche dalle profonde radici culturali, ma al tempo stesso in continua evoluzione.

I cambiamenti della società, con le loro conseguenze sulle abitudini di vita sia in termini di consumi che di relazione con diffuse patologie cardiovascolari e oncologiche, sono stati oggetto dell’intervento del Dottor Giorgio Ciacci, endocrinologo, che ha posto l’accento sugli aspetti dell’alimentazione più legati alla salute, senza tralasciare qualche accenno alle dinamiche di psicologia cognitiva connesse alla scelta del cibo da parte dell’individuo.

La Dottoressa Elisabetta Kustermann, docente presso la Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale, ha invece presentato una panoramica delle principali caratteristiche della cucina tipica giapponese, cinese, indiana e africana, esponendo le differenze più salienti per quanto riguarda gli ingredienti, con un particolare e interessante riferimento alla spiegazione dell’origine di alcune pietanze. D’altronde il mangiare non è soltanto una questione di sapore, ma anche di sapere, e come tale va insegnato, meglio se fin dalla più giovane età. Questa la missione di cui ha parlato il Dottor Fabio Margheri, Presidente del Consorzio Coltibio, gruppo di cooperative attivo nelle province di Firenze, Prato, Pistoia, Grosseto e Lucca.

«Una buona gestione delle risorse alimentari – ha spiegato Margheri – va accompagnata ad un’educazione al cibo che valorizzi le produzioni a km0, piuttosto che un’alimentazione omologata. Per questo è importante che le nuove generazioni ricevano un messaggio educativo sulla portata culturale del cibo».

E non poteva dunque mancare chi lavora ai fornelli. Gabriella Cesari, forse meglio nota come “Lella”, della scuola di cucina aperta più di venti anni fa in via Fontebranda a Siena, ha arricchito il dibattito con la sua esperienza di cuoca per trattare il tema della preparazione dei piatti, alla luce del poco tempo che le viene oggi dedicato. Gianna Neri, produttrice di vino nel territorio di Montalcino, ha concluso con un intervento dal titolo “Cibo e vino: due alimenti che si completano”, sul rapporto tra questi due mondi che sanno esaltarsi a vicenda.

Tante le sfaccettature, insomma, per quello che alla fine si è rivelata una coclusione condivisa da tutti: la considerazione dell’unione tra vino e cibo come un binomio da promuovere sostenendo qualità e biodiversità.

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“Very Abnormal People” – Storie di ordinaria violenza al Teatro degli Orti

Il 23, 24 e 25 novembre 2018, va in scena Very Abnormal People – storie di ordinaria violenza, presso il Piccolo teatro degli Orti a Montepulciano, sede dell’associazione ARTEdaPARTE. Lo…

Il 23, 24 e 25 novembre 2018, va in scena Very Abnormal People – storie di ordinaria violenza, presso il Piccolo teatro degli Orti a Montepulciano, sede dell’associazione ARTEdaPARTE. Lo spettacolo è allestito a sostegno di Amica Donna in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne (il 25 novembre).

Lo spazio nel quale verrà allestito lo spettacolo ha un’aura vocazionale fortemente underground; per struttura e capienza, la sala in Vicolo degli orti 3 di Montepulciano è predisposta per diventare sempre di più un centro di ricerca drammaturgica – e più in generale nell’ambito delle arti performative – per quanto i posti a sedere siano limitati e le misure tecniche di palco ridotte. Ma c’è un elemento potenziale enorme, nella piccola sala (tra l’altro a pochi metri dal Teatro Poliziano): in una dimensione scenica piccola si rende necessario e assoluto il gesto dell’attore: vista la totale assenza di ornamento scenografico, la centralità visuale per l’auditorio è pura e si risolve in un unico punto di fuga.

Una piccola forma di “teatro della crudeltà”, così come era inteso da Antonin Artaud, il quale quando scrisse il manifesto del théâtre de la cruauté, non volle intendere la crudeltà come estetizzazione della violenza, inserita in un impianto drammaturgico, ma come riscatto del gesto e della parola rispetto al testo. Il testo fondativo del Teatro della Crudeltà, inserito poi nella macro-pubblicazione Il Teatro e il Suo Doppio (libro fondamentale per la storia del teatro del secondo novecento) impone al gesto teatrale una riflessione sul linguaggio: Artaud ne ricercava uno “crudele”,  che connettesse la metafisica della parola agli elementi scenici. Jacques Derrida scriverà, commentando le teorie artaudiane, che il teatro della crudeltà non è rappresentazione ma «vita stessa in ciò che ha di irrappresentabile» e «un trionfo della pura messa in scena». Rileggere questo libro, dopo aver osservato le prove di Very Abnormal People – storie di ordinaria violenza, non può non creare dei link tra le riflessioni sul corpo, sul linguaggio e sulla carne del teatro novecentesco e gli approfondimenti contemporanei sulla consapevolezza e la violenza di genere, l’ossessione para-sessuale della proprietà e la deflagrazione dei rapporti umani. Di crudeltà si parla, e con crudeltà artaudiana se ne parla, senza svelare l’artificio drammaturgico legato alla violenza, ma solo acuminando le sensazioni nel pubblico attraverso il potenziamento del gesto puro degli attori. La mise en scene al Teatro degli Orti di questo spettacolo diventa – purtroppo – necessaria, nel contesto storico e sociale che stiamo vivendo.

Abbiamo intervistato Ira Moering (pseudonimo di Emanuela Castiglionesi), che dirige lo spettacolo e segue gli attori nel laboratorio di espressione emozionale tenuto dalla stessa realtà associativa.

 LaV: Il tema della violenza di genere è malauguratamente ancora molto presente nei dibattiti e nelle cronache del contemporaneo. Quali sono le funzioni aggiuntive che il linguaggio drammaturgico può apportare alle riflessioni sul tema?

Ira Moering: Il problema non è il mezzo o il linguaggio che si usa, ma il messaggio che si manda. Penso che ogni canale sia buono e oggi ne abbiamo tanti a disposizione, ma per arrivare quel messaggio, deve avere un’intensità tale da scuotere le coscienze e farci fare i conti con noi stessi, con la nostra indolenza. La drammaturgia può molto, è attraverso l’Arte che si sono fatte le più grandi rivoluzioni! La letteratura, il teatro, il cinema, la musica, la pittura… arrivano dirette e spesso sono usate per combattere le ingiustizie, per parlare di pace, per raccontare storie. Noi utilizziamo il teatro e attraverso l’interpretazione di questi personaggi complessi, portiamo sia gli attori che gli spettatori a riflettere, a farsi domande, spesso a comprendere meglio storie e situazioni. In questi spettacoli che si definiscono “emozionali”, il pubblico si trova di fronte non tanto all’attore che racconta una vicenda, quanto al volto dell’amico, del parente, della compagna e l’interpretazione colpisce molto di più, la storia tocca molto più da vicino ed il messaggio arriva più intenso.

Purtroppo bisogna dire che la violenza di genere e nel caso specifico sulle donne, è una realtà dalla quale nessuno è immune; il più grande genocidio della storia dell’umanità, un vero e proprio olocausto che continua malgrado l’evoluzione, la tecnologia, la cultura ci abbiano reso così “civilizzati”. Le cronache riportano di continuo notizie di violenza, atti di estrema brutalità, di efferata cattiveria che però ci passano accanto nella quasi totale indifferenza, ormai abituati, assuefatti dalla routine di sentire ogni giorno: “Donna uccisa dal compagno!”, “Ragazza stuprata in centro!”, “Bambina seviziata e uccisa!”, “Anziana picchiata a morte!”, “Madre accoltellata insieme ai bambini!”… bruciata viva, fatta a pezzi, sfregiata, massacrata… i dettagli macabri fanno la differenza, stuzzicano il nostro lato oscuro, il nostro voyeurismo, la curiosità morbosa. Così, tanto più è complicato il caso, tanto più regge l’attenzione sulla notizia, ma poi passa e si dimentica e nulla cambia! Non ci sono leggi adeguate, punizioni esemplari, condanne pesanti… le vittime vengono lasciate sole, prima, durante e dopo…  le famiglie delle vittime vengono abbandonate al loro destino, orfani compresi, mentre i “mostri” diventano famosi.

Si giustifica ma soprattutto si giudica la vittima, i suoi comportamenti, il suo stile di vita, per trovare gli “errori” che ne hanno portato alla tragica fine. Perfino le manifestazioni, i cortei, le ricorrenze stanno diventando eventi abituali, divulgativi, quasi anacronistici. Gli Enti preposti a vigilare, tutelare, proteggere non sono sufficienti, adeguati, presenti o efficienti come dovrebbero spesso per mancanza di fondi, di personale, di spazi, etc… Intanto tutti parlano di prevenzione, ma sempre articolando i discorso al femminile, il tema dominante della propaganda è la difesa: le donne devono imparare a difendersi, ad evitare i maschi violenti, imparare a denunciarli, imparare a liberarsi da rapporti distruttivi, perché l’uomo è di natura cattivo e bisogna imparare a conviverci come con una bestia feroce. Perché non si parla mai al maschile? Le donne parlano alle donne, gli uomini parlano alle donne, ma nessuno parla agli uomini. Le associazioni antiviolenza sono solo per le donne, gli uomini non sono ammessi, neanche quelli che vorrebbero dare una mano e fare davvero la differenza, quelle maschili sono così rare che si contano a malapena. Ma gli uomini tacciono, non si schierano, non s’indignano di essere classificati come  “mostri latenti”, come “bestie”. Come si può cambiare la situazione così? Quale esempio lasciamo? Ma soprattutto perché gli uomini non rispettano le donne?

LaV: Che tipo di lavoro c’è stato alla base della costruzione di Very Abnormal People, sia per quanto riguarda l’apparato scenico sia per la preparazione degli attori?

IM: Un grandissimo lavoro! Premetto che l’idea è nata lo scorso anno, per partecipare attivamente alla lotta contro ogni tipo di violenza e di discriminazione, siamo andati in scena con “AB-Normal”, uno spettacolo, composto da monologhi sul Femminicidio, dove vittime e assassini si raccontavano in tutta la loro disperazione e tutta la loro ferocia. Un’altalena di sensazioni che ha emozionato, sorpreso, fatto riflettere e a tratti divertito con amara ironia. Lo spettacolo ha avuto forte impatto sul pubblico ma soprattutto è stata fonte di grande crescita personale per gli interpreti. Quest’anno abbiamo voluto replicare l‘evento, con un testo tutto nuovo, a tratti più cupo. Ci sono storie terribili, che vanno dalla violenza domestica allo stupro, fino al femminicidio, storie con le quali è difficile rapportarsi. Per affrontare questi personaggi è necessaria una intensa preparazione fisica e mentale, la maggior parte degli interpreti non sono attori professionisti e alcuni sono allievi, ma è una preparazione a cui si sono dovuti sottoporre anche gli attori più esperti per arrivare a dare interpretazioni credibili. Una sfida, una vera e propria prova attoriale, un grande impegno e una grande fatica che è stata affrontata da tutti con tanto entusiasmo. Da circa due mesi ogni Attore lavora in sessioni singole da due ore, andando a ricostruire ogni dettaglio caratteriale, posturale, emotivo del proprio personaggio. Un gran lavoro che, siamo certi, darà i suoi frutti e… inchioderà il pubblico!!!

LaV: Questo tipo di lavoro è parte di una progettualità più grande: quali sono le attività ulteriori (e complementari) portate avanti dall’associazione?

IM: L’Associazione “ARTEdaPARTE” nasce con l’intento di educare all’Arte, attraverso spettacoli, corsi, laboratori, stage, workshop e dare uno spazio creativo a chi non può permettersi i canali ufficiali: teatri, auditorium, sale etc per promuovere il proprio talento. Abbiamo uno spazio attrezzato, sede dell’associazione, che noi chiamiamo “Il Piccolo Teatro degli Orti”, che ha una capienza massima di pubblico di 30 persone, un palco di mt 4×4, tre faretti a LED, due diffusori audio, camerino, servizi; dove svolgiamo le nostre attività e che su richiesta può essere concesso ai nostri associati. Tra le nostre varie attività, da alcuni anni è attivo il Laboratorio di Espressione Emozionale nel quale formiamo alla costruzione scenica del personaggio con lo studio specifico delle emozioni, della mimica espressiva, della voce, della respirazione, del movimento e della postura. Una didattica rivolta sia a chi si avvicina per la prima volta al teatro, sia e soprattutto, a chi già svolge attività artistica e desidera affinare le tecniche teatrali di espressione. Una metodologia che proponiamo anche alle scuole superiori, in alternativa al classico laboratorio teatrale, perché aiuta i ragazzi a conoscere meglio se stessi e gli altri, migliorando la qualità dei rapporti sociali, andando a lavorare sullo studio delle emozioni primarie. Il laboratorio si svolge ogni venerdì dalle ore 21,15 alle 23,30 e invitiamo tutti a venire a curiosare, la prima prova è senza impegno! Lo scorso anno è nata una nuova sezione con “ARTEdaPARTE Historia”, un Gruppo che si occupa di Rievocazione Storica, proponendo performance e spettacoli di vario genere. Con l’occasione ha preso il via il I° Livello del “Percorso di Formazione e Addestramento alla Nobile Arte Cavalleresca”. Questo percorso che si sviluppa su tre livelli di preparazione, affronta la formazione del cavaliere medievale, attraverso lo studio del codice cavalleresco, della disciplina, della spiritualità e del simbolismo. Unendo la parte didattica all’attività fisica, con la guida di Istruttori di Lotta e Arti Marziali e dei migliori Istruttori Nazionali di Scherma Storica quali: A. Conti della “ASD Fiore De’ Liberi” di Roma , A. Morini e A. Nicosia della “Sala d’Arme Marozzo” di Roma; che hanno mostrato le tecniche storiche di utilizzo di bastone, spada, spada e brocchiero e spada a due mani. Il I° livello si è concluso il 30 settembre con la consegna degli attestati di partecipazione e di passaggio al livello successivo, che ripartirà in primavera. Diamo a tutti appuntamento ad Aprile per un nuovo inizio dei corsi! Su richiesta sono disponibili lezioni private o di gruppo, di recitazione, dizione, comunicazione, portamento, scrittura creativa, regia teatrale, trucco di scena. Quattro workshop specifici sulla costruzione del personaggio cattivo, del personaggio psicopatico, del personaggio innamorato e sugli schemi emotivi, rivolti a chi ha già esperienza teatrale o alle scuole di recitazione, per ampliare il pacchetto formativo. E tanti nuovi progetti…

LaV: Queste pratiche mettono insieme persone che vengono da esperienze molto diverse fra loro, distribuite sul territorio. Quali potenzialità ci sono e quali obiettivi è possibile raggiungere nella dimensione locale in cui state lavorando?

IM: Tra gli spettacoli, i corsi e le vari attività cerchiamo sempre nuove collaborazioni che permettano a tutti di condividere esperienze diverse e proporre nuovi progetti. Noi crediamo che la collaborazione, soprattutto tra le piccole realtà artistiche, sia fondamentale. E’ attraverso lo scambio e l’aiuto reciproco che si cresce e si migliora. Per questo cerchiamo di unire più persone possibili attraverso attività nuove che ne stimolino la creatività. Purtroppo, mentre alcune discipline artistiche sono ampiamente riconosciute, il Teatro sembra avere ancora un ruolo quasi di nicchia, per pochi, secondario. Noi crediamo invece che sia necessario riportare la gente a teatro, incentivando le piccole compagnie, valorizzando il talento e la creatività, formando fin dall’infanzia per creare non solo artisti, ma soprattutto, un pubblico più interessato e attento.

Stiamo lavorando con l’obiettivo di diventare scuola, progetto che abbiamo proposto e che speriamo ci venga appoggiato e sostenuto, per ampliare l’offerta di formazione artistica già presente nel territorio comunale, con l’Istituto di Musica e il Cantiere Internazionale. Il motto è: “EDUCARE all’ARTE”, valorizzare i talenti, scoprirne e formarne di nuovi, migliorare la qualità della preparazione artistica e riunire in un unico ingranaggio tanti piccoli meccanismi.

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