La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Rubriche

La consacrazione del Mengo Music Fest – Intervista a Paco Mengozzi

Si è appena concluso il Mengo Music Fest e l’affluenza record di 30mila spettatori che hanno preso parte al festival ha dato ragione dell’eccezionale lavoro fatto dagli organizzatori nel corso…

Si è appena concluso il Mengo Music Fest e l’affluenza record di 30mila spettatori che hanno preso parte al festival ha dato ragione dell’eccezionale lavoro fatto dagli organizzatori nel corso degli anni. Chi il Mengo lo segue da sempre, o comunque da molti anni, si sarà sicuramente accorto dei risultati raggiunti, frutto dell’impegno e dell’esperienza maturati nelle varie edizioni.

Il viaggio del Mengo Music Fest inizia nel 2004 e noi, dopo l’intervista a “I Ministri”, ci siamo fatti raccontare un po’ di cose da Paco Mengozzi, uno degli storici organizzatori.

Mengo Music Fest nel 2009

Com’è nata l’idea? Quali erano i sogni e le speranze di quel giovane di 14 anni fa?

Il Mengo nasce come una cosa del tutto spontanea. Al parco di Via Alfieri c’era il chiosco di mio babbo e un gruppo di ragazzi si riuniva lì per passare i pomeriggi parlando e bevendo birra; la maggior parte suonava in gruppi e nacque proprio su quelle sedie disposte intorno ai tavolini l’idea di suonare insieme. Chiamandosi il chioschino Mengo decidemmo di chiamare così le nostre serate.

Com’era allestito?

Una pedana con due casse e via (ride). Suonava chiunque volesse suonare. Era tutto organizzato fra amici all’ultimo minuto. Ci divertivamo tantissimo.

Come è potuto crescere fino a questo punto?

Già dall’anno successivo il numero dei partecipanti era aumentato e così quello dopo ancora. Creammo un’associazione che si chiama Music! allo scopo di dare maggiori opportunità a tutti quelli che ci chiedevano di suonare. Negli anni siamo cresciuti sempre più, soprattutto dal punto di vista organizzativo. Nel 2009 c’è stata una prima svolta in cui abbiamo ospitato I Ministri, erano anche loro agli inizi, ma già facevano la differenza. Da quella data i cantanti del panorama nazionale e internazionale si sono susseguiti sul nostro palco fino a comprendere lo Stato Sociale, Calcutta, Zen Circus, Fask, Levante, ecc. Quest’anno ha suonato anche Cosmo.

Chi sono le anime di tutto questo?

Inizialmente volontari che si erano riuniti nell’associazione Music!. Poi molti di loro sono diventati tecnici di palco, turnisti, musicisti, professionisti della musica insomma: i punti di riferimento per il festival. Ci sono anche tanti di noi che dedicano il proprio tempo al Mengo, prendendo ferie dal lavoro e si mettono qui a sudare in pieno luglio. Ovviamente ci sono gli sponsor, senza di loro non saremmo a questo livello.

Oggi cosa è diventato? Cos’è per te il Mengo? Te lo immaginavi così 14 anni fa?

È lo stesso piccolo palco con una pedana e due casse, in versione gigante. È il nostro sogno che si realizza. Sogno che richiede passione e impegno. Adesso è a tutti gli effetti un lavoro, perché l’organizzazione si protrae per tutto l’anno. È principalmente una festa dove il risultato è frutto dell’impegno di professionisti.

Tantissimi elogi e apprezzamenti su giornali e radio. Anche all’inizio dell’avventura erano tutti così entusiasti?

All’inizio non avevamo neanche aspettative. Poi dal secondo anno già la cosa si era ingrandita e l’asticella si alzava. Devo dire che il pubblico ci ha aiutato tantissimo e gli abitanti di Arezzo ci hanno sempre apprezzato, questo ci rende veramente orgogliosi.

Questa edizione la possiamo definire come la consacrazione a grande evento nazionale?

Sì dai. È l’edizione della svolta. Le serate sono state di grandissimo livello sia per le performance sul palco che per la risposta del pubblico. Siamo contentissimi. Molto è dovuto al fatto che questo è un festival gratuito, genere quasi del tutto sparito in Italia. Nonostante non ci sia un biglietto da pagare riusciamo comunque a dare un ottimo prodotto al pari di quegli eventi che invece richiedono il ticket. È importante sottolineare questa cosa della gratuità, perché è difficilissimo e faticosissimo ricercare sponsor e finanziamenti per mesi e mesi avendo come obiettivo quello di creare concerti di altissimo livello. Ci metteremo sempre tutto il cuore e l’impegno che abbiamo!

Mengo Music Fest nel 2018

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“Nelle Scarpe di Giufà”: le storie secolari per capire il presente

L’apertura del 43esimo Cantiere Internazionale d’Arte è affidata ad un’interessante co-produzione con la Nuova Accademia degli Arrischianti. A rafforzare la pratica ideale che il maestro Henze aveva inciso nello statuto…

L’apertura del 43esimo Cantiere Internazionale d’Arte è affidata ad un’interessante co-produzione con la Nuova Accademia degli Arrischianti. A rafforzare la pratica ideale che il maestro Henze aveva inciso nello statuto dell’evento poliziano, gli attori e performer della Compagnia Arrischianti conciliano le proprie spinte creative con altre multiformi esperienze.  

Dopo tre anni Laura Fatini torna a portare in scena un testo costruito attorno alla figura di Giufà. Già nel contesto del festival Orizzonti di Chiusi del 2015, con la regia di Gabriele Valentini, era stata allestita la sua pièce Ballata per Giufà. Lo spettacolo al Castello di Sarteano 2018, riprende quello spunto del personaggio della tradizione orale, ma approfondisce sia le metriche drammaturgiche, sia i contenuti del personaggio, nonché si alimenta attraverso la dinamica del Cantiere Internazionale d’Arte, che vuole progetti costruiti per multidisciplinarietà e incontro tra artisti locali e internazionali. Nelle Scarpe di Giufà – questo il titolo dello spettacolo – va in scena da Giovedì 12 a Domenica 15 e da Mercoledì 18 a Domenica 22. Laura Fatini edifica uno spettacolo scritto con perizia quasi scientifica, e si avvale dell’ausilio di un gruppo drammaturgico affinato in anni di laboratori, progetti e propedeutica teatrale nelle stanze del teatro sarteanese: Calogero Dimino, Andrea Storelli, Francesco Pipparelli, Giordano Tiberi, Pierangelo Margheriti, Emma del Grasso, Laura Scovacricchi, Pina Ruiu, Flavia del Buono, Brunella Mosci, Alessandra Mazzetti, Giulia Peruzzi, Noemi Lo Bello, Giulia Roghi, Silvia De Bellis, Francesco Storelli, Matteo Caruso, Giacomo Testa e Giulia Rossi.

Giufà è il nome siciliano di Nasr Eddin Hodja fu un filosofo che visse in Turchia nel XIII secolo. Con il tempo è diventato il protagonista di molte storie tradizionali dell’Asia Minore, e grazie alle migrazioni, ai commerci e alle guerre, le sue storie hanno viaggiato con coloro che si spostavano da quei luoghi ai Balcani, all’Europa Occidentale e oltre, seguendo le rotte migratorie attraverso il Mediterraneo. Questo personaggio ha quindi cambiato molti nomi ed è diventato il protagonista di tante avventure tramandate oralmente nei secoli, circolando in tutti i popoli di Europa, Asia e Medio Oriente.

Nelle Scarpe di Giufà gioca con la potenza umanistica di questo personaggio, il suo tenere in sé un impianto culturale millenario, le storie mescolate di tutti i popoli. «Il percorso è nato nel 2014 nato dall’idea di Orizzonti “voci del mediterraneo”» racconta Laura Fatini «Giufà è una “maschera” che mi fu presentata da Francesco Storelli come personaggio-ponte. Da lì è nato uno studio che è rimasto ininterrotto per quattro anni». Negli ultimi anni Laura Fatini ha intrapreso uno studio storico, antropologico e comparatistico sulla tradizione orale di Giufà. «L’allestimento che presentiamo quest’anno al castello è la parte finale di un progetto. Non semplicemente uno spettacolo».

È di fatto una delle punte dell’iceberg del “progetto Giufà”, nato dal percorso che gli Arrischianti hanno intrapreso con il programma formativo  The Complete Freedom of Truth (TCFT), creato insieme a Opera Circus, concepito per offrire scambi culturali, residenze e formazione a una rete crescente di giovani in tutta Europa; è stato inoltre commissionato da Glyndebourne come parte di un lavoro tuttora in corso e che ha come obiettivo principale quello di presentare l’opera lirica contemporanea ad un pubblico più ampio. «Quando sono andata a Bournemouth, due anni fa, ho conosciuto Sara Ross, la compositrice delle musiche originali di questo spettacolo e che è in residenza artistica proprio in questi giorni a Montepulciano, presso l’Istituto di musica Henze. Ovviamente la mia fissa relativa a Giufà emerge sempre, quando incontro altre persone da altri paesi d’Europa:  Sara è portoghese e da lei esiste la figura di Manuel Tolo, in tutto assimilabile al Giufà siciliano. Ha scritto allora dei brani su questo argomento, nel 2016,  e da allora si è concretizzata la possibilità di lavorare a un progetto insieme. Nel contempo abbiamo lavorato con i migranti, ho avuto modo di confrontarmi con il professor Mugnaini dell’università di Siena, e tutti questi elementi hanno contribuito ad affinare lo spettacolo che stiamo per presentare al pubblico».

Lo spettacolo al castello di Sarteano è, come si è detto, l’apertura del Cantiere Internazionale d’Arte, in co-produzione con l’Accademia degli Arrischianti e in collaborazione con l’Istituto di Musica Henze, da cui arrivano i musicisti che eseguiranno i brani, lungo il percorso. «Dopo 7 anni ci presentiamo allo spettacolo al Castello con un testo originale.» Continua Laura Fatini «La base di lavoro è stata l’esperienza della compagnia Arrischianti e della sua compenetrazione nel territorio. Riusciamo a mettere in scena venti attori di varie età. La complementarità tra le discipline che da decenni anima il cantiere ci ha stimolato a scegliere di lavorare con una compositrice portoghese,  che siamo riusciti ad avere grazie alla vittoria del bando emesso dalla fondazione Monte dei Paschi Patrimoni in Movimento. abbiamo una scenografa inglese, Ella Squirrell – che faceva parte di TCFT – che grazie ad una borsa di studio universitaria in Italia, ha avuto la possibilità di lavorare con noi. In questi giorni a Sarteano c’è un’asse in movimento, che unisce Portogallo e Inghilterra, attraverso i partner Opera Circus, Glyndebourne, Crisis Classroom e Battle Festival. C’è anche un sito www.thegiufaproject.com nel quale vengono raccolte tutte le esperienze percorse finora. Vi consigliamo vivamente di dargli un’occhiata prima di partecipare allo spettacolo».

La tradizione delle storie di Giufà ci insegna che ognuno danza con un demone diverso ma in fondo uguale, identico nelle sue tensioni e nella sua connessione con il circostante, ognuno calpesta spazi già per millenni marcati, da popoli e storie, terre attraversate da migrazioni, incontri, scontri, lingue franche – come il piccolo moresco, la lingua franca mediterranea che si parlava in tutti i porti tra Europa, Africa e Medio Oriente, tenuta viva dal XIII al XIX secolo – in una complessità storica che ci portiamo dentro, nei kilometri di dna, nei kilometri di mare che da sempre unisce le terre e mai le divide.

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Racconti di veglia: le Streghe della Valdichiana

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Se te pijo se te chiappo il tuo cuore te lo strappo!” Seppure in chiave ironica, la filastrocca della…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Se te pijo se te chiappo il tuo cuore te lo strappo!”

Seppure in chiave ironica, la filastrocca della bambina ne “Il Marchese del Grillo” racchiude perfettamente le paure derivanti dai poteri delle streghe, una delle figure più caratteristiche e onnipresenti delle storie popolari.

Da piccoli i nostri nonni ci mettevano in guardia da diversi pericoli o situazioni non convenzionali, tra cui poteva esserci la “strega” del paese. Si trattava di personaggi che vivevano spesso da soli, isolati dalle comunità rurali, che occupavano il loro tempo dando particolari aiuti nella vita quotidiana, in cambio di piccole offerte.  Spesso tali aiuti avevano uno scopo benevolo (guarire da malattie, conquistare l’amore, predire il futuro), ma le chiacchiere popolari portavano a pensare che chi avesse capacità particolari potesse usarle anche per fare del male.

Ma chi erano queste persone, queste “streghe” ricorrenti anche nelle storie popolari della Valdichiana? Ci raccontano alcuni testimoni:

“Ricordo la pora Ortensia, faceva le carte, non sapeva nè leggere nè scrivere, però quelle le leggeva bene, nessuno ha mai saputo dove avesse imparato, ma come ci chiappava, era talmente brava che faceva paura! Addirittura in punto morte nessuno volle toccarla, temendo che il potere potesse trovare un nuovo ospite e causare quindi terrore e solitudine, fatto sta che quando morì sparirono anche le carte.”

Invece Ginetto racconta:

“Ricordo un giorno a un funerale, c’erano quattro vecchie bruttissime, con lo sguardo del Diavolo, mi fissavano e ridevano, sembrava che le vedessi solo io, fatto sta che la notte continuavo a sentire sghignazzare e delle ombre danzavano alla luce del camino acceso, potevo riconoscere le sagome di quelle stregacce, che mi tormentavano tutta la notte.”

Il racconto di Letizia:

“Si rivolgevano a loro per cercare di attirare a sé l’amata, venivano chieste cose strane per controllare la gente, ma come si fa a voler campare così?”

C’erano anche molte voci fuori dal coro :

“Non dite sciornate, semplicemente conoscevano le erbe e rimedi antichi e curavano mal di denti o di testa, parlavano con le persone e davano loro coraggio, per un uovo o un pezzo di pane e formaggio”.

Di racconti di questo tipo ce ne sono tantissimi e ognuno di noi si è trovato davanti alla presunta “casa della strega” oppure alla fantomatica persona accusata di essere una strega, che spesso non è una persona così cattiva come viene descritta…

Testimonianze e Diffusione

L’origine del termine “Strega” viene fatta tendenzialmente derivare dal latino “striga” e “stryx”, a significare “strige, barbagianni, uccello notturno”, ma col passare del tempo avrebbe assunto il più ampio significato di “esperta di magia e incantesimi”. Ogni strega della tradizione è accompagnata da qualche strano animale, il famiglio, con caratteri diabolici, che fungerebbe da consigliere della propria padrona. Tipici famigli sono il gatto, il gufo, il corvo, la civetta, il topo e il rospo.

Solitamente la figura della strega è associata ad una donna vecchia e brutta, con lo sguardo malevolo, in cui la bruttezza estetica è elemento distintivo della bruttezza interiore e della loro malvagità e crudeltà. Allo stesso tempo, però, alcune streghe possono assumere la forma di bellissime donne che nei Sabba si accoppiavano selvaggiamente con il demonio evocato nel rito.

Data la sua vastissima diffusione, possiamo trovare tanti termini simili e figure che possono essere assimilate a quella della strega. Nel latino medievale il termine utilizzato era Lamia, mentre nelle varie regioni d’Italia il sostantivo che indica la strega varia a seconda della località. Possiamo perciò trovare la Masca (Piemonte) la Stria (Nord Italia), la Magara (Calabria e Basilicata), la Ianara (Campania) e così via. In Valdichiana e dintorni, a volte, è possibile che la figura della Marroca sia assimilata a quella della strega delle paludi.

La figura della strega può essere ricondotta a radici antichissime, sia nella cultura greca e romana che nella Bibbia (la strega di Endor). Particolare diffusione nel folclore popolare è poi dovuta al Medievo, con la caccia alle streghe e la persecuzione di comunità considerate eretiche o dedite al culto del Demonio. Si stima che in Germania, tra il XVI e XVII secolo, vennero condannate al rogo circa centomila donne, con l’accusa di stregoneria; si tratta quindi di credenze popolari che hanno avuto un notevole impatto nella storia, soprattutto nel periodo dell’Inquisizione e della lotta contro la magia diabolica.

L’idea dell’esistenza delle streghe venne messa in discussione in epoca illuminista, grazie allo studioso Girolamo Tartarotti, che giudicò infondate le teorie sulla stregoneria, basate principalmente sulla superstizione e sulla mancata comprensione di stati psicosomatici di epilessia o allucinazione. Fu quindi la pubblicazione del suo “Del Congresso notturno delle Lammie” nel 1749 a ridefinire lo stereotipo delle streghe e a relegarle al folclore locale.

Caratteristiche ed Analisi

Nonostante i diversi termini e le innumerevoli varianti locali, le streghe tendono a mostrare dei tratti distintivi. Sono dotate di poteri soprannaturali, dedite alla pratica della magia; si tratta di donne, nella stragrande maggioranza dei casi (anche se esiste la controparte maschile dello stregone o dello strigo), che utilizzano i loro poteri per alterare la quotidianità, spesso con intenti malefici. Tali poteri sarebbero dovuti alla vicinanza con entità maligne o con il Demonio in persona, a cui si sarebbero carnalmente unite durante un Sabba, al fine di stipulare un patto per creare fenomeni capaci di andare oltre l’ordine della natura o delle leggi della fisica.

Tra le caratteristiche principali che si riferiscono allo stereotipo della strega, oltre alla presenza di poteri magici di varia natura, c’è anche la possibilità di trasformarsi in animale e quella di volare a cavallo di una scopa, che è probabilmente la derivazione dell’antica figura della Strix associata agli uccelli rapaci notturni. Queste abilità magiche, oltre a essere spaventose, servono spesso alle streghe per applicare le loro fatture e le loro stregonerie per danneggiare o turbare la serenità degli altri.

La strega, dunque, è stata spesso strettamente associata al peccato e al male. Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una rivalutazione della figura, considerata una custode della sopravvivenza della tradizione misterica, soprattutto nelle campagne, di culti e pratiche di guarigione, rituali di fertilità, conoscenze dell’uso delle erbe, comunicazione con gli spiriti e viaggi extracorporei. Queste caratteristiche, così simile a quelle dello sciamanesimo di altre culture, sono state diffuse soprattutto con l’influenza del neopaganesimo e del movimento wicca, con l’intento di attribuire degli aspetti positivi alla tradizione delle streghe.

È proprio l’ambivalenza morale della figura a caratterizzare la lunga letteratura in materia: da sempre le streghe si dividono in buone e cattive, capaci di compiere fatture e maledizioni, anche con il semplice sguardo, il malocchio. Nella credenza popolare, se una strega ti aveva lanciato una maledizione, solo un’altra strega poteva salvarti. A Chiusi soltanto l’intervento di una liberatrice, chiamata “Streca”, poteva sciogliere il “Nodo”, feticcio spesso ritrovato in posti insoliti come il cuscino o il materasso, che si diceva creato dal potere della maledizione. La distruzione del feticcio portava all’annullamento del maleficio.

La streca chianina resta molto ancorata alla tradizione contadina, infatti per togliere sortilegi e malocchio usava il fuoco, l’acqua e l’olio, elementi tipici della vita di campagna. Con il fuoco venivano bruciati, normalmente ai crocevia, nodi e feticci trovati nell’abitazione della vittima, mentre con l’olio e l’acqua e una preghiera insegnata la notte di Natale si toglieva il malocchio.

A tal proposito, merita ulteriore spazio il potere più caratteristico delle streghe, ovvero il malocchio (chiamato anche “occhiatura”). Secondo le antiche tradizioni popolari, il malocchio è il manifestarsi di mal di testa diffuso e persistente e, nei casi più gravi, nausea e senso di stordimento, fino a impossibilitare la persona allo svolgimento di ogni attività. Si chiama così perché è generato da sguardi o commenti dettati da invidia: la vittima è invidiata per le sue proprietà, il suo lavoro, i suoi figli e, in genere, qualsiasi cosa o situazione, capace di scatenare desiderio da parte di una o più persone.

Esistono varie versioni relative alla pratica per combattere il malocchio, che sono state tramandate di generazione in generazione. Come ben raccontato da Ernesto de Martino in “Sud e Magia”, la donazione della formula contro il malocchio poteva avvenire solo una volta l’anno, la notte di Natale. Il rito, tramandato oralmente nella cultura popolare, può essere così riassunto.

La guaritrice prende per prima cosa un piatto pieno di acqua, poi traccia per tre volte il Segno della Croce, toccando il “paziente” con la punta del suo pollice, indice e medio della mano destra, nel seguente ordine: prima sulla fronte, poi sul petto, poi sulla spalla sinistra, e poi sulla spalla destra, dopodichè prende un cucchiaio di olio vi intinge il pollice per prendere poche gocce dello stesso da gettare poi nell’acqua, e a quel punto a secondo di come le macchie di olio si comportano sull’acqua stabilisce se c’è malocchio o meno.
Qualora ci fosse il malocchio si pulisce il pollice unto di olio e ritraccia per tre volte il Segno della Croce, toccando il “paziente” con la punta del suo pollice, indice e medio della mano destra, nel seguente ordine: prima sulla fronte, poi sul petto, poi sulla spalla sinistra, e poi sulla spalla destra. Nel contempo pronuncia a fil di voce, tale da risultare incomprensibile alla persona vicina (la formula è segreta), le seguenti parole: “In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
Fatto ciò, viene ripetuto il Segno della Croce sulla fronte del “paziente”, con il pollice della mano destra e sempre recitando a bassa voce: “In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” e, in seguito: “Io ti libero dalla testa ai piedi, chi ti ha fatto del male deve farti del bene. Occhio, contr’occhio, mettiglielo all’occhio. Schiatta il diavolo e crepa l’occhio”.
Si continua, ripetendo il Segno della Croce sul capo del “paziente”, con il pollice della mano destra e recitando a bassa voce: “In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” e ripetendo nuovamente la formula: “Io ti libero dalla testa ai piedi, chi ti ha fatto del male deve farti del bene. Occhio, contr’occhio, mettiglielo all’occhio. Schiatta il diavolo e crepa l’occhio”.
Infine, ripetendo il Segno della Croce sulla nuca del “paziente”, con il pollice della mano destra e recitando a bassa voce: “In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” e ripetendo nuovamente la formula: “Io ti libero dalla testa ai piedi, chi ti ha fatto del male deve farti del bene. Occhio, contr’occhio, mettiglielo all’occhio. Schiatta il diavolo e crepa l’occhio”.
A questo punto il rito è terminato e il “paziente”, finalmente è “libero” dall’invidia e di conseguenza, guarito dal “malocchio”. Quindi, ringrazia la guaritrice. Per manifestare tale gratitudine, il “paziente” offre qualche cosa che trova in casa: qualche uovo, qualche salsiccia sott’olio, qualche verdura di stagione… mai denaro o oggetti preziosi!

Il malocchio non è l’unica caratteristica principale delle streghe, ma anche il pericolo nei confronti dei bambini. Sono infatti i neonati e le creature più piccole a costituire i bersagli ricorrenti nelle credenze popolari sulle streghe: vittime di incantesimi malefici, rapimenti o addirittura morte. Questo elemento è molto antico, infatti ricorre fin dalla cultura romana, in cui la Strix era assimilata agli uccelli rapaci notturni, considerata colpevole degli incidenti notturni che potevano capitare agli infanti in culla. In questo senso, le streghe potrebbero essere definite come il tentativo di spiegare l’alto tasso di mortalità infantile in epoca antica: quando i neonati morivano per asfissia notturna, si incolpava queste malefiche creature capaci di trasformarsi in uccelli notturni e portarli via dalla culla.

Influenze nella cultura Pop

Impossibile citare tutte le influenze che le streghe hanno avuto nella cultura pop: queste figure hanno affascinato innumerevoli storie, film e creazioni artistiche. Dalla strega del “Mago di Oz” alla Matrigna di “Biancaneve”, le fiabe moderne sono spesso accomunate dalla presenza di streghe. Ci limitiamo quindi a citare quelle opere in cui le streghe sono interpretare da figure positive, da ragazzine più vicine alla tradizione neopagana della wicca, che può essere inaugurata da cartoni animati giapponesi come “Bia la sfida della Magia” oppure “Ransie la strega”.

Questa fortunata tradizione di giovani streghe dai tratti positivi è stata poi ripresa dalle “Winx” e dalle “Witches” della Disney, eredi di film e di serie televisive in cui si insiste sulla loro natura positiva e affascinante, come “Giovani Streghe”, “Le streghe di EastWick”, “Sabrina la Strega”, la Willow di “Buffy l’Ammazzavampiri” e le protagoniste di “Streghe/Charmed”.

Anche le influenze musicali sono ovviamente numerose, da “La Strega” di Branduardi a “Le Streghe” di Lando Fiorini, da “The Witches Promise” dei Jethro Tull a “La Strega” di Roberto Vecchioni. Vogliamo però chiudere con la citazione da cui abbiamo iniziato questa rapida cavalcata lungo le storie popolari delle streghe, con la divertente bambina del “Marchese del Grillo”.


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Edicola Mario – Ai mondiali di calcio

Mario è un edicolante dalla natura particolare: sempre scontroso e scostante, ma con un grande amore per la propria terra. Grazie alla sua attività riesce sempre ad essere un punto…

Mario è un edicolante dalla natura particolare: sempre scontroso e scostante, ma con un grande amore per la propria terra. Grazie alla sua attività riesce sempre ad essere un punto di riferimento per la comunità, mantenendo aggiornati i propri compaesani sulle vicende della zona. L’edicola di Mario è il modo più divertente per capire la realtà che ci circonda!

“L’edicola di Mario” di Michele Bettollini: ai mondiali di calcio

Tutte le strip di Michele Bettollini nella speciale galleria: L’edicola di Mario

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Un #umano che ha dato un #senso ad Orizzonti

#Umano era il tema dell’edizione 2017 del Festival Orizzonti; nato nel 2003 sotto la direzione artistica di Manfredi Rutelli per poi passare nel 2014 a quella di Andrea Cigni, fino…

#Umano era il tema dell’edizione 2017 del Festival Orizzonti; nato nel 2003 sotto la direzione artistica di Manfredi Rutelli per poi passare nel 2014 a quella di Andrea Cigni, fino alla scorsa edizione quando il Festival Orizzonti ha subìto una profonda trasformazione sia dal punto di vista organizzativo che per quello artistico.

Nuove cariche e scelte diverse hanno fatto sì che il festival chiusino diventasse più umano, proprio come il tema scelto per l’edizione 2017. Un tema che portava con sé un insieme di significati, ovvero, tornare ad investire sul capitale umano, sulle risorse plurali degli individui e sulle loro enormi potenzialità. Dal punto di vista artistico, l’edizione 2017 del Festival Orizzonti ha segnato una profonda rottura con la linea programmatica che caratterizzava uno dei festival più importanti del nostro territorio.

‘La gestione più umana’ ha dato vita ad un festival più pop e che ha cercato di riedificare una tessitura perduta tra le componenti della comunità specificatamente chiusina, assestata in una posizione media, più generalista, che non ha mancato di dare opportunità a realtà locali di confrontarsi con una struttura rilevante e un brand autorevole come la dicitura OrizzontiFestival. Tuttavia con questa rottura, caratterizzata da un equilibrio tra generalismo e cultura detta alta, l’amministrazione è riuscita a far fronte ad una lacuna e una carenza di strumenti finanziari e strutturali,

Quell’#umano del 2017, allo stesso tempo, è riuscito a dare un #senso all’edizione 2018 del Festival Orizzonti, una XVI edizione dove il ‘senso’ è declinato come senso di appartenenza (ad un luogo, una persona, un gruppo), senso identitario, senso artistico e senso del bello (più che mai soggettivo), poi senso del lascito e di quell’eredità intellettuale che abbiamo fatto nostra, infine senso del dovere di esprimere ciò che siamo e cosa significhiamo.

Sembra proprio, dunque, che il Festival Orizzonti abbia trovato la sua dimensione creata dal basso, secondo le richieste del pubblico e le esigenze di tutti coloro che vivono e convivono con il festival. Un percorso triennale che conduce lo spettatore in un’esplorazione più esaustiva delle arti performative nei modi più disparati: guardando gli attori e apprezzando gli spettacoli, ma anche incontrando gli artisti, partecipando a officine e workshops, motivando i giovani soprattutto e gli amatori in generale.

“Un festival fruibile da più soggetti possibili – ha spiegato il direttore artistico Roberto Carloncelli in fase di progettazione – per gli spettatori che vi intervengono per interesse puramente artistico, per quanti vorranno trarne un’esperienza di nuovi apprendimenti, per coloro che vorranno cogliere l’opportunità del festival per conoscere ed apprezzare la bella realtà del nostro territorio a tutto tondo”.

Il Festival Orizzonti 2018 avrà, come di consueto, la location principale nella magica Piazza Duomo per tutte le prime e gli spettacoli serali, la tensostruttura adiacente a San Francesco come spazio per gli appuntamenti pomeridiani con gli artisti del territorio, il tradizionale Teatro Mascagni per il resto degli eventi in programma e un nuovo luogo, dedicato alle kermesse dei bambini in esterna, a Poggio Gallina. Appuntamenti di danza, musica, teatro, workshop e arte coloreranno Chiusi dal 5 al 12 agosto in una XVI edizione differente per finalità, significato e target, che si aprirà con l’attesa prima regionale di Artemis Danza, culminerà con la prima nazionale di Motus Danza e si concluderà con l’imperdibile performance di Rocco Papaleo.

Finalità e scelte, quelle fatte dalla direzione artistica e dalla nuova gestione capeggiata dal presidente-sindaco Juri Bettollini, che hanno attutito i conflitti, recuperato i cocci e ricomposti in visione di una crescita, e tornare di nuovo a portare teatro, danza, opera, poesia, arti figurative, musica e qualsiasi altro tipo di contenuto culturale in un borgo di poco meno di novemila abitanti. Scelte necessarie che hanno rimesso in anche linea la gestione economica della Fondazione Orizzonti con un debito in via di risoluzione.

Insomma quel ‘Lallerare senza lilleri, o almeno provarci’ che il nostro magazine aveva lanciato l’anno scorso ha fatto da monito per un richiamo all’ordine, quell’ordine che il Festival Orizzonti sembra aver trovato con un #senso.

 

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Scarpette Rosse – Centri antiviolenza e codice rosa, dalla spirale della violenza di genere si può uscire

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro le scarpe enormi…

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro le scarpe enormi di mamma. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

È proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la rubrica: ‘Scarpette rosse’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

***

“Conosceva i miei punti deboli, a quelli si aggrappava per ricattarmi. Io non sapevo ribellarmi, avevo troppa paura delle sue reazioni e pensavo che nessuno potesse aiutarmi, diceva di amarmi ma subito dopo mi faceva sentire una nullità, fino a quando…” . È difficile mettere per iscritto quello che prova una donna che subisce violenza, che sia essa psicologica, verbale o fisica, tanto più difficile è trovare il coraggio di denunciare il fatto di averla subìta.

I casi di cronaca aumentano e nel 2018, in Italia, già possiamo contare 25 femminicidi, l’ultimo registrato proprio nella nostra regione, a Prato dove un ragazzo di 25 anni ha ucciso la ex fidanzata di 30, prima di togliersi a sua volta la vita. L’omicida si chiamava Federico Zini ed era un calciatore del Tuttocuoio, società di Lega Pro di Ponte a Egola, la vittima è invece Elisa Amato, una bellissima ragazza commessa in un negozio di moda.

Elisa, come Laura, Pamela o Jessica, donne a cui è stata tolta la voglia di vivere, i sogni e i progetti, da quelle persone che le avrebbero dovute proteggere per tutta la vita. Nel 2017 sono state 121 le donne uccise, e la violenza almeno nella metà dei casi è arrivata dai partner o dagli ex. In molti casi, alla furia di questi uomini assistono anche i figli, testimoni innocenti e indifesi di questa violenza.

A sostegno delle donne vittime di violenza di genere c’è la rete dei centri antiviolenza che in tutt’Italia può essere contattata attraverso il numero nazionale 1522. Chi si sente annullato dall’altro, chi subisce violenza fisica o verbale può fare questo numero o può rivolgersi al suo medico di famiglia o al Pronto Soccorso o al 118 o al Consultorio o alle forze dell’ordine. Nella massima riservatezza verrà attivato un percorso di ascolto e protezione per uscire dalla violenza. La Asl Toscana sud est, insieme alle altre istituzioni,  è in grado di assicurare una risposta efficace alle vittime di violenza, garantendo una presa in carico e un accompagnamento nel percorso dedicato, con il sostegno di un team multidisciplinare.

Il Codice Rosa è un progetto nato a Grosseto nel 2010 con l’obiettivo di aiutare le donne che hanno subìto violenza. Attualmente è una Rete clinica tempo-dipendente e definisce le modalità di accesso ed il percorso socio-sanitario, in particolare nei servizi di emergenza urgenza delle donne vittime di violenza di genere in linea con le linee guida nazionali e delle vittime di violenza causata da vulnerabilità o discriminazione. Definisce anche le modalità di allerta ed attivazione dei successivi percorsi territoriali, nell’ottica di un continuum assistenziale e di presa in carico globale.”

Nel 2017, il Codice Rosa della Asl Toscana sud est (Arezzo, Siena e Grosseto) ha contato 763 accessi: 684 di adulti (664 casi di maltrattamento, 12 di abusi e 8 di stalking) e 79 di minori (73 casi di maltrattamento e 6 di abuso). Per gli adulti la fascia di età più colpita è quella tra i 40 e i 49 anni (180 accessi); seguono la fascia 30-39 (163 accessi) e la fascia 18-29 (157 accessi). La distinzione per sesso vede 616 donne e 68 uomini. La distinzione per nazionalità: 487 italiani e 197 stranieri. Mentre per i minori la fascia di età più colpita sono gli adolescenti tra i 15 e i 17 anni (27 accessi); segue la fascia 7-11 anni (19 accessi) e quella 12-14 anni (18 accessi). Tra i minori sono i maschi quelli più soggetti a violenza (42, contro 37 femmine). Restano superiori i numeri degli italiani (57) rispetto agli stranieri (22).

Dal 2012 al 2017, nei Pronto soccorso della Toscana si sono registrati 17.363 casi di Codice Rosa (14.940 adulti, nella stragrande maggioranza donne, e 2.423 bambini). Nel 2017 sono stati 3.142 (2.592 adulti e 550 bambini).

Da considerare che questi dati non comprendono i numerosi casi di chi non ha la forza di chiedere aiuto. Proprio per cercare il più possibile di aiutare le donne che hanno subìto violenza a denunciare, i centri antiviolenza chiedono a chiunque venga a conoscenza di forme di discriminazione, violenza psicologica o fisica, anche se non coinvolto in prima persona, può abbattere la più grande alleata della violenza che è la solitudine in cui spesso si trovano le vittime e aiutare ad attivare un percorso di sostegno.

Ognuno di noi può diventare la voce di chi non può parlare perché  bloccato dalla paura o dai sensi di colpa. Aiutare una vittima dalla violenza, vuol dire anche aiutare il suo persecutore per il quale inizierà un percorso riabilitativo ed educativo a comportamenti non violenti.

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I Paguri, Ostanel e le pecore, cronaca della seconda giornata di CreteCon

La prima edizione del festival del fumetto di realtà di Asciano, CreteCon, organizzato dall’associazione Rizes con il patrocinio del Comune di Asciano, racconta, attraverso il fumetto, storie vere, situazioni ed…

La prima edizione del festival del fumetto di realtà di Asciano, CreteCon, organizzato dall’associazione Rizes con il patrocinio del Comune di Asciano, racconta, attraverso il fumetto, storie vere, situazioni ed esperienze, fatti reali e documentati per farli conoscere attraverso un linguaggio diverso.

Due dei protagonisti che questo lungimirante festival sono Emiliano Pagani e Daniele Caluri, in arte i Paguri, arrivati Asciano per parlare di libertà di espressione e di Don Zauker, il prete esorcista fuori dagli schemi nato nel 2003 come uno dei personaggi più dissacranti della storia del fumetto italiano e pubblicato nel Vernacoliere, famosissimo mensile livornese di satira.

Don Zauker è considerato un’apripista dei fumetti critici nei confronti della religione, una sintesi di tutti i peggiori difetti, bassezze e meschinità che può avere l’essere umano. È un ladro, un assassino, uno stupratore, un violento, un ignorante, insomma una persona disgustosa e figlia della comicità livornese. Una forma espressiva diretta e feroce che mancava nel mercato dell’intrattenimento e che non è escluso che si evolva in altre forme espressive.

Durante il nostro tour tra gli stand della fiera-mercato incontriamo Guido Ostanel della BeccoGiallo edizioni, una giovane casa editrice italiana che progetta e pubblica libri a fumetti d’impegno civile. Attiva dal 2005 nel cuore di Padova, fondata e diretta da Guido Ostanel e Federico Zaghis, è stata giudicata Migliore Iniziativa Editoriale dell’anno a Lucca Comics & Games per l’impegno, la coerenza e il coraggio dimostrato in un contesto politico e sociale dove è diventato troppo facile dimenticare. Il nome è un omaggio alla coraggiosa esperienza editoriale del foglio satirico antifascista “Il Becco Giallo”, che negli anni Venti utilizzava il disegno per criticare e incalzare il potere: il suo simbolo era un merlo con il becco sempre aperto, a gridare verità che non si volevano divulgare.

‘Nel nostro cerchiamo sempre un atteggiamento sempre particolare e da ricercare ma sempre mantenendo la stessa professionalità di quando abbiamo iniziato. Il graphic journalist  penso che abbia colmato un piccolo vuoto, perché è importante ricercare sempre nuove forme di informazione per far partire un nuovo tipo di giornalismo dove è sempre più importante puntare sulla qualità dei contenuti che sulla quantità’ – ci spiega Ostanel parlandoci della l’attività della BeccoGiallo edizioni.

Tra una tavola rotonda e un laboratorio riusciamo a scambiare qualche parola anche con Chiara Abastanotti una delle direttrici artistiche, insieme a Matteo Lupetti, della prima edizione di CreteCon. Chiara  disegna fumetti e illustrazioni, e da molti anni organizza laboratori didattici tra Bresci e Bologna. Dal 2018 è docente di fumetto presso la scuola internazionale di Comics presso la quale si è diplomata nel 2010.

‘Noi avevamo da subito un tema in mente da sviluppare, quello del fumetto di realtà, e quindi abbiamo lavorato proprio per cercare di sviluppare al meglio l’idea e renderla concreta. Possiamo essere soddisfatti di quello che abbiamo messo un piedi perché ci sono autori di livello molto alto che incontrano le persone dando vita a degli spunti di riflessione importanti e costruttivi. Sicuramente per un’eventuale seconda edizione coinvolgerei maggiormente la popolazione locale, abbiamo coinvolto si il territorio, come l’Accademia di Siena, ma c’è bisogno che ci sia un osmosi più concreta del territorio, del fumetto e dei temi’ – ci dice Chiara spiegandoci come è nata la prima edizione di CreteCon con la mente già alla terza edizione.

Infine cerchiamo di svelare il segreto dell’hashtag #followthepecora e del perché le pecore siano così protagoniste di Cretecon e lo facciamo con Luigi Filippelli, autore della locandina. Filippelli, scrittore e fumettista bresciano, nel 2011 fonda, con Nadia Bordonali, l’officina editoriale MalEdizioni, in cui svolge il ruolo di direttore artistico. I suoi lavori sono stati esposti al MAXXI: Museo delle Arti del XXI Secolo di Roma, al festival internazionale di fumetto BilBOlbul e al Museo d’Arte della città di Ravenna in occasione di Komikazen, festival internazionale del fumetto di realtà.

‘Ho deciso di abbinare le pecore laser ad una struttura a sei piani e con le braccia come due forze che si contrappongono con il paesaggio delle Crete che ci ospita. Se dovessi dire chi vince non lo so, dipende da chi guarda l’immagine e come ognuno vuole che vada a finire la storia. Sicuramente tutto il festival si è schierato con la pecora e quindi follow the pecora per capire chi vincerà questa particolare battaglia’ – e finalmente dopo aver scoperto il significato di #followthepecora direttamente dall’ideatore Filippelli possiamo tornare verso casa con la convinzione che il fumetto di realtà sta al fumetto come il documentario sta al cinema, come il reportage sta alla prosa ed è considerato vero e proprio giornalismo.


CreteCon, la libertà di espressione passa per il fumetto

È la libertà di espressione il filo conduttore della prima edizione di CreteCon, festival del fumetto di realtà in corso ad Asciano il 15, 16 e 17 giugno. La tre giorni di CreteCon è caratterizzata da tavole rotonde, workshop, self- area, presentazioni, mostre, fiera-mercato e concerti. Partner della manifestazioni sono Amnesty International, le case editrici BeccoGiallo, Kleinerflug e MalEdizioni, l’Accademia del Fumetto di Siena.

La prima edizione del festival si è aperta con l’inaugurazione della mostra di Gianluca Costantini, artista, attivista e autore di graphic journalism. Gianluca insegna arte del fumetto all’accademia di Belle arti di Bologna ed ha pubblicato graphic novel e storie brevi in molte lingue. La mostra di Costantini, racchiusa tra le sale del Museo Civico Archeologico e d’Arte Sacra Palazzo Corboli di Asciano, ha come titolo ‘Fedele alla linea’ e si compone di sei esposizioni: ‘Stranieri nel nostro Paese’, ‘Regeni’, ‘Tutto il male del mondo’, ‘Il giorno della conoscenza’, ‘Cartolina da Sannan’ e ‘8 Km, la storia di Zahem’, due storie tutte italiane e quattro straniere che ripercorrono storie di giovani in fuga dalla guerra.

Una linea di disegno fedele al racconto che viene narrato per restituire al pubblico una visione del mondo diversa, un grafic journalism che spazia dal reportage all’articolo di commento su argomenti nazionali e internazionali, è questa l’essenza di ‘Fedele alla linea’, un lavoro che Costantini ha coltivato negli anni. Opere impattanti che raccontano la realtà degli eventi in maniera forte dallo stato dello Yemen nel 2015, al giovane diciottenne fuggito dall’Afghanistan per poi rimanere ucciso in incidente stradale una volta arrivato un Itali. E poi ancora opere sconosciute agli italiani ma che riguardano anche l’Italia, Paese di frontiera per i milioni di persone fuggite dalla Guerra.

Oltre a Constantini, a dare il via alla prima edizione di CreteCon un altro illustre nome, Murat Mihcioglu, fumettista e vignettista turco impegnato sul tema della libertà di espressione nel suo Paese e nel mondo. La mostra, dal titolo “Fumettando contro i mulini a vento” e ospitata al Museo Cassioli, è un progetto che vuole tutelare la libertà di stampa e limitare le espressioni considerate offensive per l’identità turca e quelle che esaltano l’estremismo politico. La censura in Turchia è regolata da leggi statali e internazionali e nonostante le protezioni previste dall’articolo 90, la Turchia si trova al 148esimo posto su 169 della Classifica mondiale della Libertà di stampa 2011-2012 di Reporter senza Frontiere.

L’organizzazione della prima edizione di CreteCon è affidata all’associazione Rizes, per la direzione artistica del fumettista Matteo Lupetti. CreteCon rappresenta una nuova scommessa per Asciano e per l’intero territorio, un progetto visionario ma allo stesso tempo che riesce a incontrare e concretizzare le richieste del pubblico e degli appassionati del fumetto, del graphic journalist e delle graphic novel. Oltre a dare spazio e visibilità alle case editrici e ai fumettisti affermati, “CreteCon” si prefigge l’obiettivo di valorizzare le realtà emergenti, individuando uno spazio per i giovani collettivi che propongono le loro auto-produzioni.

CreteCon, festival del fumetto della realtà e della stampa indipendente, rappresenta uno di quei prodotti di qualità e come ha detto il sindaco di Asciano Paolo Bonari, ne sentiremo molto parlare negli anni avvenire perché in un territorio così ampio è difficile avere un evento di carattere e di respiro internazionale.

Durante il weekend a far da cornice al festival una fiera mercato che ospiterà stand di case editrici, collezionisti e fumetterie, oltre che una doverosa integrazione di alcune postazioni dedicate a sponsor, associazioni e media-partner. E poi laboratori per il pubblico organizzati da Canicola e da Rizes, rivolti per lo più ai bambini con un approccio ludico ed esperienziale al fumetto, in modo da poter avvicinare le giovanissime generazioni al mondo dell’arte sequenziale. Infine durante la kermesse è in programma anche la “Maratona di fumetto” che darà ai giovani artisti l’occasione di misurarsi in una gara che metterà in luce le loro capacità e la loro resistenza.

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UC Sinalunghese, la determinazione di credere in un sogno chiamato Serie D

10 giugno 2018: una data che sarà destinata a rimanere nella storia di Sinalunga e scritta in maniera indelebile nei cuori della Uc Sinalunghese. In questo giorno infatti, sul campo…

10 giugno 2018: una data che sarà destinata a rimanere nella storia di Sinalunga e scritta in maniera indelebile nei cuori della Uc Sinalunghese. In questo giorno infatti, sul campo della USD Classe di Ravenna la squadra di calcio di Sinalunga si è qualificata per una storica promozione nella Serie D nazionale. La promozione, per i ragazzi di Roberto Fani, è arrivata al termine di una stagione ricca di successi e soddisfazioni; dalla prossima stagione aumenteranno le sfide e il livello di competizione, ma adesso è il momento di festeggiare il meritato successo per tutta la squadra e gli appassionati tifosi.

Un territorio intero, che a distanza di giorni, sembra ancora incredulo dello storico risultato. Invece è tutto vero, a dimostrazione che quando si crede fortemente nei sogni questi si realizzano. Sogno di un’impresa storica di una società che proprio lo scorso anno ha compiuto 60 anni, in cui hanno creduto e scommesso generazioni di bambini, ragazzi e uomini che del 1957 ad oggi hanno indossato e indossano la maglia rossoblù.

La storia della Sinalughese parte proprio dal 1957 grazie a Gino Zanelli, suo fondatore e primo presidente fino al 1972. L’associazione è nata con l’intento di promuovere il calcio, i valori dello sport e l’importanza del lavoro di squadra, qualità che hanno contribuito a raggiungere la tanto agognata Serie D.

Dal 1957 ad oggi, molte le persone che hanno contribuito alla crescita della società, da Edgardo Parri a Salvadore Maudente, a Ezio Giannini che con l’allenatore Tognoni portò la squadra in promozione; Cosimo De Simone, Corrado Benocci, Carlo Caroni, l’indimenticato bomber Marco Bernacchia, Giomarelli, Spataro e poi ancora Leti, Lorenzini e Corbelli, fino ad arrivare agli ultimi dieci anni e all’arrivo del mister Roberto Fani, che grazie alla sua ambizione e determinazione  convinse dirigenti e società ad affidargli la squadra. Fani rimarrà alla Sinalughese per tre anni per poi approdare alla Sansovino, passati sei anni la storia si riapre: Fani torna a guidare la prima squadra rossoblù conquistando prima il campionato di promozione nella stagione 2008-2009,  poi quello di eccellenza, fino ad arrivare, storia recente, alla Serie D.

direttore generale Bruno Mugnai

“Da dieci anni siamo in eccellenza e abbiamo sempre ottenuto ottimi risultati. La nostra è una squadra costruita e programmata nel tempo con l’intento di affidare ruoli giusti ai giusti elementi. Proprio per questo motivo ci sono ragazzi che giocano con noi da quasi dieci anni, come Vasseur, Calveri e Fanetti. Nel tempo poi abbiamo sempre cercato di inserire giocatori nei ruoli che a nostro avviso esaltavano di più le loro capacità” – così il direttore generale Bruno Mugnai  e il responsabile Claudio Polvani mi raccontano come hanno costruito la squadra che rimarrà negli annali della società scritta a caratteri cubitali.

Arrivare nei primi posti, sia in classifica che in coppa, erano gli obiettivi da raggiungere per la squadra di Fani, che ha potuto contare su un’ottima squadra nonostante i limiti numerici e una rosa ristretta rispetto ad altre concorrenti. Ma l’ambizione e la determinazione a vincere ha permesso a Fani di gestire al meglio i propri giocatori ottenendo i risultati e conquistato un risultato tanto inatteso quanto sperato.

“Quello che ha funzionato più di tutto in questo gruppo è stata la compattezza e la coesione tra i ragazzi. Negli spogliatoi c’era e c’è rispetto reciproco, sia tra i ragazzi che sono insieme da più anni che tra i nuovi arrivati. Ed è questo alla base della nostra grande vittoria. I ragazzi hanno sempre creduto che questo gruppo poteva arrivare molto in alto, noi come società siamo stati loro molto vicini e tutto è venuto di conseguenza. Non ti nego che questi play-off ci hanno ‘galvanizzato’ e ci hanno dato la spinta per arrivare vittoriosi fino in fondo” – mi confidano Mugnai e Polvani, con gli occhi di chi sa che nella propria squadra non giocano semplici giocatori, ma ragazzi che incarnano i veri valori del calcio.

capitano Dario Calveri

Uno di questi ragazzi è proprio il capitano della squadra, Dario Calveri, che ancora incredulo, come i suoi compagni, mi racconta che le parole ‘Serie D’ suonano molto strane; ma è la realtà, essere riusciti a concretizzare il sogno di una società e di molte generazioni di giocatori che hanno militato nella compagine senese.

“Sono 9 anni che gioco a Sinalunga e insieme ai miei compagni abbiamo sempre pensato che l’eccellenza fosse la nostra dimensione, ma quando abbiamo cominciato a capire che con le nostre capacità e la nostra determinazione potevano riuscire a farci salire in Serie D, abbiamo dato il tutto per tutto e siamo riusciti a realizzare un sogno. Abbiamo capito tardi che potevamo arrivare in Serie D, ma l’importante è che questo traguardo sia stato raggiunto. Il nostro gruppo è formato da persone che si vogliono veramente bene, con valori che vanno aldilà della sport, questo ci ha permesso di vivere le situazioni in maniera migliore. Nel nostro gruppo prima viene il sentimento e non il valore economico, ed è stato questo a spingerci a lottare verso un’unica direzione” – mi spiega Dario.

La bella promozione della Sinalughese, arrivata proprio al fischio di inizio dei Mondiali Russia 2018 in cui per la prima volta, dopo 60 anni, la nostra nazionale non ci sarà, riaccende la voglia di credere nei valori dello sport e del calcio, di tornare a tifare la propria squadra del cuore e dare la possibilità a tanti bambini di poter tornare a sognare di diventare, un giorno, come il proprio ‘calciatore supereroe’ senza distinzione di categoria o serie.

“Il fatto di essere così seguiti dai bambini ci fa un piacere enorme perché a questi livelli è una cosa rara. Per noi è un onore vedere tutti questi bambini che ci seguono, soprattutto perché hanno capito che oltre alla Serie A e alla Champions League lo sport è bello a tutti i livelli. Per me, tutto questo ha valore doppio perché anche io, quando ero piccolo, andavo a vedere il Sinalunga giocare e mi rivedo in tutti quei bambini che nei giorni passati sono venuti a chiederci un autografo o una foto. Come ha detto il bomber Bernacchia: ‘20 anni fa si parlava dei vari Caroni, Bernacchia e C., oggi si parla di Fani, Lucatti, Marini, Vasseur e C., ma domani si parlerà di loro e questo sarà solo motivo di orgoglio’” – continua a spiegarmi il capitano.

Quella della Sinalunghese è una promozione che ha unito un intero paese, con un gruppo ultras formidabile che ha sostenuto e supportato la squadra fin dall’inizio di questo incredibile viaggio. A vincere su tutti, però, in questo straordinario cammino sono le emozioni, le sensazioni e i valori che solo lo sport, vissuto come una ragione di vita e con tanti sacrifici, può dare. Il capitano Calveri parlando alla squadra dice:

“Noi abbiamo sacrificato l’Io per dare tutto al Noi, abbiamo fatto delle rinunce personali e abbiamo stretto i denti per affrontare una stagione lunga e di livello. Per ottenere un obiettivo del genere abbiamo fatto delle rinunce e visto il risultato raggiunto penso che sia stato ripagato tutto alla grande. Come ci ha detto in vicepresidente Nocentini: ‘in 60 anni siete stati il punto più alto che abbia mai avuto questa società, siete l’orgoglio più grande’. E detto da persone come loro, da dirigenti che si sporcano le mani tutti i giorni per il bene della società è qualcosa che ripaga di tutto. Ai miei compagni, al mio staff e a tutto il paese di Sinalunga dico che sono orgoglioso di essere il loro capitano”.

A lui fa eco uno dei componenti dello staff tecnico Marco Bulletti, preparatore atletico che insieme a Luca Guerrini, Federico Daviddi e Massimo Tosi, compongo una ‘squadra parallela’ di estrema importanza ed efficienza per il gruppo:

“Sono due anni che faccio parte dello staff tecnico della Sinalughese, siamo un gruppo bellissimo che io considero la mia famiglia sportiva. Insieme a loro, oltre alle vittorie e questo splendido risultato, abbiamo condiviso anche le sconfitte, ma sempre con la convinzione che i valori del nostro gruppo e la nostra determinazione ci avrebbero portato a risultati altissimi e così è stato. In tutto questo ci tengo a ringraziare Roberto Fani, molto più di un allenatore, l’artefice di questo successo, una persona stupenda dal lato sia umano che sportivo. Due anni fa, quando sono arrivato a Sinalunga, non credevo che avrei trovato un gruppo così bello”.

Alla famiglia rossoblù piace pensare che la cavalcata trionfale verso la Serie D sia stata accompagnata da tre angeli custodi che li guardano dall’alto e che portano il nome di Marino Cencini, Giuliano Giuliotti e Mario Parri. Tre tifosi indimenticabili: Marino sempre presente e uomo di una bontà infinita, Giuliano, sinalunghese doc che ha seguito la squadra del suo paese e tutto il calcio dilettantistico da sempre con tanta passione e infine Mario, un personaggio simbolo nel calcio di provincia che oltre alla sua passione immensa per i colori rossoblú e viola aveva un grande carisma e una simpatia unica. Sicuramente anche loro saranno orgogliosi e anche un po’ increduli di questo risultato.

E adesso? Adesso è ancora tempo di festeggiare, anche se la mente della società è già al lavoro per preparare la squadra che intraprenderà il viaggio della Serie D. Un viaggio nuovo per tutti, sia per la società, che per la squadra e per i tifosi, ma che sicuramente vivranno con tutti loro stessi e si godranno ogni singolo momento di questa straordinaria esperienza.

Prime indiscrezioni della stagione 2018-2019: staff tecnico riconfermato e un grande in bocca a lupo a Francesco Brunetti che non farà parte del viaggio in Serie D, ma vivrà il suo sogno americano. Francesco infatti andrà in America per quattro anni per studiare e giocare a calcio; del gruppo rossoblù porterà con sé la possibilità di realizzare un sogno condiviso fortemente da una squadra e i consigli che lo hanno fatto crescere!

Photo credits: pagina facebook UC Sinalunghese

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Edicola Mario – I pici in giro per il mondo

Mario è un edicolante dalla natura particolare: sempre scontroso e scostante, ma con un grande amore per la propria terra. Grazie alla sua attività riesce sempre ad essere un punto…

Mario è un edicolante dalla natura particolare: sempre scontroso e scostante, ma con un grande amore per la propria terra. Grazie alla sua attività riesce sempre ad essere un punto di riferimento per la comunità, mantenendo aggiornati i propri compaesani sulle vicende della zona. L’edicola di Mario è il modo più divertente per capire la realtà che ci circonda!

“L’edicola di Mario” di Michele Bettollini: i pici in giro per il mondo

Tutte le strip di Michele Bettollini nella speciale galleria: L’edicola di Mario

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Shi Yang Shi al Poliziano, un’autobiografia sospesa tra due culture

Lo spettacolo inizia a sipario alzato e con un vassoio di Ferrero Rocher. Yang scende dal palco in una divisa elegante, offrendo e negando il piattino al pubblico. E poi…

Lo spettacolo inizia a sipario alzato e con un vassoio di Ferrero Rocher.
Yang scende dal palco in una divisa elegante, offrendo e negando il piattino al pubblico. E poi due bandiere, quella cinese e quella italiana.

È chiaro fin da subito che Arle-Chino, traduttore/traditore di due padroni (Tong Men-G), andato in scena domenica 13 al Teatro Poliziano, è qualcosa di più complesso di un semplice spettacolo: è un one man show che per due ore oscilla costantemente tra l’italiano e il cinese mandarino, un’esperienza dualistica che ha grande coscienza della natura del suo pubblico, al Poliziano formato in parte dalla popolazione locale e in parte da una delegazione dell’Università per Stranieri di Siena, con larga partecipazione cinese. Due lingue, due codici, due culture, ma un solo attore sul palcoscenico.

“我叫 Yang Shi”
Io sono Yang Shi, esordisce. Attorno a lui la scenografia consiste in tre semplici teli bianchi di sfondo e alcuni sacchi di riso – un mare di riso – sparpagliati sul palco.

Shi Yang è nato in Cina, a Jǐnán, nel 1979. Lo spettacolo è un’autobiografia che parte dal 1800, dalla storia della sua trisavola, dei suoi bisnonni, dei suoi genitori e dei suoi zii; un fiume che in uno scorrere naturale e organico prosegue nel racconto dell’infanzia di Yang, del suo arrivo in Italia a 11 anni, per sfociare alla fine nel teatro stesso. La storia, rilegata in un volume dal titolo ‘Cuore di Seta: la mia storia italiana Made in China‘ che l’attore ha presentato a fine spettacolo, racconta le vicissitudini di un bambino che da primo della classe nella sua scuola in Cina si ritrova a essere bocciato in Italia, che da una situazione di agio si ritrova a lavare i piatti – abusivamente – in un albergo in Calabria. Un viaggio tortuoso, imprevedibile e senza dubbio avventuroso, se è vero che le avventure sono spesso momenti difficili che ricordiamo con ironia e a cui siamo felici di essere sopravvissuti. Dalla poltrona del teatro, la vita di Yang appare come una mulattiera fatta di salite e discese improvvise, sempre caratterizzata da un terreno accidentato anche nei punti in cui il sentiero si fa più largo, in cui lui diventa l’interprete dei VIP, in cui viene arruolato da Le Iene. Nel 2009, Yang collabora con lo Spazio Compost di Prato, un centro indipendente e multietnico di ricerca, formazione e produzione artistica, il cui destino si è però scontrato con un panorama culturale italiano arido.

Qui i ruoli per tutti gli stranieri, compresi quelli per gli italiani dalle facce ‘diverse’, sono ancora relegati alla marginalità. Fare teatro indipendente per anni in Italia è quasi impossibile, se non scendi ai compromessi politici. Infatti il pjt Compost Prato è fallito nel 2016 dopo 7 anni di attività a Prato.

Lo spettacolo di Yang mostra in modo chiaro quanto questa forma d’arte si presti più di molte altre, forse per la sua natura sia gestuale che narrativa, a facilitare la comprensione tra culture diverse e a favorire l’integrazione.

In Italia ho scoperto quanto il teatro sia importante per riconnettersi alle proprie origini e sia un luogo di libertà per potersi esprimere senza troppo farsi imbavagliare dai meccanismi produttivi. Dico ‘troppo’ perchè, ovviamente, il teatro professionale ha un mercato e delle sue regole. Conosco poco il teatro mainstream italiano per aver fatto solo due anni di tournée con Madre Coraggio (di Isa Danieli, regia di Cristina Pezzoli) dieci anni fa, ma posso dire che il tipo di teatro sociale a cui ho partecipato io ha giovato moltissimo alla cittadinanza tutta per confrontarsi profondamente sui temi come difficoltà della convivenza tra cinesi ed italiani e altre comunità, le regole, il futuro ecc.

Il mondo è pieno di porte chiuse, dice Yang.
Il teatro, in quanto frammento delle possibilità artistiche date all’uomo dalla sua mente, può essere allora inteso come una scialuppa di salvataggio che rende agevole l’esplorazione del proprio super-ego che, conducendoci tra rapide e acque tranquille, ci permette trovare tutte le chiavi necessarie per dialogare con noi stessi.

Yang ha intrapreso la via del teatro quasi all’improvviso, abbandonando un corso di laurea alla Bocconi, trovando in esso la vera realizzazione.

In genere, un artista dice che sa fare bene solo quello che fa, ovvero l’arte. Il mio caso è il contrario: posso fare molte altre cose, ma solo quando recito e mi occupo di comunicare con tutto me stesso, in scena come davanti alla telecamera, mi realizzo totalmente. Da bambino in Cina dipingevo e l’Italia mi ha fatto completamente perdere quella passione. Ahaha, ho trovato la colpa nello Stivale! No, è il Karma… intesa come concatenazione di cause ed effetto magari proveniente da vite precedenti, che mi ha portato qui. E a 24 anni ho lasciato per disperazione la Bocconi, che stavo per completare, per passare alla Paolo Grassi, perché volevo provarci con la recitazione, complice anche l’incoraggiamento di Gong Li e Tian Zhuangzhuang, grande attrice e grande regista conosciuti traducendo al Venezia Film Festival, subito dopo aver finito quell’estate stessa di fare, per il settimo anno consecutivo, il vous compra a Cesenatico (l’Università l’ho lasciata ad aprile 2016).

Lo spettacolo ripercorre i momenti difficili che Yang ha dovuto superare nel corso della sua infanzia e adolescenza. A me, occidentale che solo ora sta approfondendo lo studio della filosofia europea, è venuto spontaneo fare una riflessione sul fenomeno della spersonalizzazione, nel suo senso più antropologico, che viene associato talvolta sia alla guerra sia al mondo del lavoro. Eppure, quando vado a porre la mia domanda a Yang, lui la stronca sul nascere:

No Alessia, il concetto dell’uomo al centro del mondo viene dalle vostre origini elleniche, illuministiche e oggi democratiche. Non fa parte della cultura confuciana da cui provengo io, legata al sacrificio e alla giustificazione di questo per progredire socialmente. Solo quando sono cresciuto artisticamente, dopo i 24, anni mi sono reso conto che, vuoi per motivi culturali vuoi per karma, intesa come concatenazione delle cause e degli effetti, strada facendo mi ero fatto “fregare” il sogno da me stesso…

Nel titolo dello spettacolo, Yang si riferisce a sé stesso come “traduttore/traditore al servizio di due padroni”. Due padroni, la Cina e l’Italia, che si contendono la sua fedeltà, che si aspettano da lui una presa di posizione, una dichiarazione, una certezza. La doppia fedeltà è una cosa inaccettabile per chi esercita il potere, perché rappresenta l’incertezza di controllo su un individuo. Tu che sei fedele a due padroni, quando scoppierà la guerra, con chi ti schiererai? Quando verrà dato un ordine, a chi ubbidirai? Quando dovrai votare, a chi darai ascolto? Un dubbio inaccettabile, una minaccia al controllo. Esatto, una minaccia. Le persone hanno bisogno di sentirsi al sicuro entro i confini di quello che conoscono, della loro confortevole, ripetitiva quotidianità, delle loro immutabili certezze scolpite nella pietra. Come è possibile che uno sia cinese e italiano allo stesso tempo? No, le persone hanno bisogno di capire le cose attraverso etichette chiare, semplici, per sentirsi al sicuro. L’ambiguità è sempre spiacevole per la mente umana.

La più antica e potente emozione umana è la paura – scriveva Howard Phillips Lovecraft – e la paura più antica e potente è la paura dell’ignoto”. Per questo abbiamo bisogno di stereotipi che ci facilitino l’inquadramento delle cose e delle persone, in modo che possiamo sapere subito come comportarci per non incorrere in qualche pericolo sconosciuto. Come ci si comporta nei confronti di qualcosa che è indefinibile e fluido, e che sfugge alle limitazioni delle etichette e dei concetti semplici?

Anche se, nel nostro piccolo, tutti apparteniamo a più mondi e ci siamo lasciati alle spalle quel momento nel tempo e nello spazio che era per noi un nido sicuro – la casa dei nostri genitori, il nostro paesino d’origine – più le distanze si fanno grandi più è difficile capirsi e comunicare una volta che ci si trova a dover interagire faccia a faccia. Il nostro bisogno di etichettare tutto, anche noi stessi, ci costringe spesso a cercare un compromesso o un equilibrio nella definizione della nostra identità, un percorso diverso per ciascuno, che dura per tutta la vita. Così è stato anche per Yang.

Penso di essere meno squilibrato di prima grazie al percorso buddhista tibetano e la terapia psicologica che mi hanno permesso, soprattutto dopo aver lasciato Prato, di trovare gradualmente una profonda pace, specie dopo aver concluso di scrivere il libro “Cuore di seta: la mia storia italiana made in China”. Nella stesura di questo, infatti, quando ho dovuto toccare le pagine più intime del mio rapporto adolescenziale con me stesso e i miei genitori, nella quasi totale chiusura in cui vivevo (anni ’90 a Milano), ho capito che quel dolore andava affrontato con tutto me stesso, per uscire dai meccanismi della dipendenza affettiva e i suoi derivati. Solo così, mi dicevo, avrei potuto uscirne più forte e magari consegnare ai lettori una storia pacificata in cui identificarsi o ispirarsi.

Yang, straniero in Cina e in Italia, è in realtà una somma maggiore delle sue parti. È più di un Cinese e più di un Italiano perché porta in sé entrambe pur essendo qualcosa che solo chi è entrambe le cose può essere. E chi vuole vedere in lui solo il cinese Shi Yang o solo l’italiano Yang Shi non capirà immediatamente l’essenza di questa terza identità che lui rappresenta, la loro sintesi, Shi Yang Shi.

Questo suo essere la crasi di due culture è proprio quello che lo rende una minaccia per l’immutabilità sterile dell’ordine, perché per essere compreso obbliga le persone ad ascoltarlo, a pensare invece di soddisfarsi di quei concetti semplici che mantengono la mente in un lieto letargo. Il sapere che porta dentro di sé è quel tipo di potere che rende liberi di pensare e ragionare autonomamente, che distacca l’individuo dall’apatia della familiarità e gli apre le porte su un mondo nuovo. Si può imparare a capire l’indefinito, a coglierne la bellezza.

E non si può certo dire che la Cina sia povera di questa bellezza indefinita, un Paese che affascina sia per la sua storia millenaria che per la sua vastità e la sua ricchezza culturale. Eppure, rimane ancora un luogo misterioso per noi europei, nonostante la sua importanza sulla scacchiera politica ed economica mondiale, anche se i segni di avvicinamento tra la cultura occidentale e quella cinese si fanno sempre più marcati.

Assolutamente ci sono questi segni e anche moltissimi! Più che nascondersi dietro alla parola ‘europei‘, però, secondo me gli italiani dovrebbero riconoscersi di essere piuttosto indietro rispetto a tutto il potenziale che hanno di conoscere profondamente i cinesi, anche per via della storia che ci accomuna, tanto per cominciare (mi riferisco a Marco Polo e a Matteo Ricci. Gli unici due stranieri che i cinesi conoscono da sempre sono italiani!). E, magari, trarne vantaggio, non solo economico. Peccato essere così indietro, rispetto ai tedeschi e ai francesi per esempio. Le ragioni si perdono nell’italianità stessa che fatica a mettersi d’accordo e a fare sistema. Penso però alla mia amica Diletta di Pistoia e alle sue fotografie di questi giorni su Facebook con Long, il neomarito conosciuto a Firenze. Ora vivono da anni a Nanchino e hanno appena celebrato ‘il mio grasso truzzo matrimonio cinese‘! Sono molto idealista sul futuro tra i due paesi e i due popoli. D’altronde, se non mi raccontassi sane frottole per motivarmi, come porterei speranza in giro per l’Italia? La realtà è molto più complessa e forse crudele, ma per fortuna non sono uno studioso della statistica.

Lo spettacolo, portato a Montepulciano dal Chinese Corner della Biblioteca Calamandrei, si conclude con un richiamo a kintsugi, l’arte giapponese di riparare le ceramiche riempiendone le crepe di lacca e oro. Yang, una raffinata porcellana danneggiata dalle asperità della vita, è riuscito a ricomporsi e ha scelto di non nascondere quelle cicatrici che sono parte integrante della sua storia e che, rimarginandosi, l’hanno reso una persona non solo più forte, ma anche più preziosa.

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Racconti di veglia: Lupi Mannari in Valdichiana

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Fuggi che c’è il Lupo Manaro!” Quella della fuga notturna dal Lupo Manaro è una sollecitazione un po’ anomala,…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Fuggi che c’è il Lupo Manaro!”

Quella della fuga notturna dal Lupo Manaro è una sollecitazione un po’ anomala, ma che accomuna diversi racconti di veglia: storie che parlano di persone, all’apparenza normali, ma che in certe condizioni si “trasformano”, a volte solamente nell’indole (aumentando a dismisura la propria aggressività), altre volte assumendo invece caratteristiche mostruose come aumento della forza fisica, velocità, resistenza, fino addirittura al cambio della pelle. Queste trasformazioni, che fanno parte della più vasta tradizione della licantropia, sono frequenti anche in Valdichiana, con storie che ruotano attorno ai lupi mannari e alla descrizione di bruciori avvertiti su tutto il corpo, a volte riconducibili a malattie come l’idrofobia o il Fuoco di Sant’Antonio.

Per approfondire la presenza dei lupi mannari in Valdichiana (chiamati in dialetto anche “manari” o “marani“), partiamo da alcuni racconti ricevuti da persone che hanno vissuto nelle nostre campagne. Ecco la testimonianza diretta che abbiamo raccolto da una nonna:

“Quando ero bambina nelle nostre campagne viveva un signore che aveva il “Foco”, durante le notti di luna piena correva nei boschi verso i poderi, attirato dalle luci accese, cercando acqua dove bagnarsi, correva e ululava, sbattendo le mani a terra e sui tronchi degli alberi. Una di queste notti mio padre tardava a rientrare, noi fummo terrorizzati dagli ululati, siamo corsi a spegnere tutte le luci e abbiamo visto mio padre tornare, ma lo vide anche quella bestia e gli corse incontro. Mio zio uscì tirando un grosso sasso verso una pozza, distraendo il “Marano” e permettendo a mio padre di chiudersi nel fienile per trovare il momento opportuno per rientrare a casa. Appena trovato il momento, mio padre iniziò a correre, fu però subito visto da quell’essere che gli corse dietro, noi eravamo con la porta aperta, fece a malapena in tempo ad entrare che sulla soglia ricevette un’artigliata talmente forte da aprirgli il giacchetto a brandelli. Chiusa la porta siamo rimasti al buio, vedendo la creatura illuminata dalla luna che sguazzava nella pozza davanti casa, urlando come stesse bruciando viva. Ricordo quella notte da tutta la vita.”

I racconti dei licantropi sono spesso caratterizzati da dimostrazioni di forza sovrannaturale, come ci raccontano altre testimonianze che abbiamo raccolto in Valdichiana, grazie testimonianze dirette o vecchie leggende tramandate nelle campagne:

“C’era un signore nelle campagne tra Chianciano e Montallese che durante gli attacchi da “Manaro” correva per strada, per poi accovacciarsi e prendere a cazzotti l’asfalto, riuscendo addirittura a romperlo, incredibilmente senza subire danni!”

“Mi ricordo, ormai troppi anni fa, di un signore a Città della Pieve che durante uno di questi attacchi riuscì a spostare un bancone di un bar lasciando tutti a bocca aperta. E poi c’era un signore di Chiusi, i cui ululati tenevano svegli gli abitanti dalla stazione fino all’Olivazzo del paese Vecchio.”

Molte altre storie del genere sono narrate da Alessandro Angiolini nel suo libro “Lupi Mannari e Cavalieri Coraggiosi”, da cui riassumiamo le vicende dello Zi’ Quinto, preso dal “Brutto Male”, lo stesso che lo faceva correre urlando per l’aia, rotolarsi per terra, urlare, andare carponi, cercare acqua e rifuggirla al punto tale da infilarsi in un pozzo, per di annegare poi nella cava del Madonnino de’ Monti. Citiamo inoltre la figura romantica del farmacista di Torrita, che ululava alla luna accovacciato, dondolando ritmicamente, cercando di prendere il suo riflesso nell’acqua, fissandolo a lungo e fuggendo via, emettendo lamenti e urla strazianti.

Qual è l’origine della licantropia? Stando ai racconti, ci sono vari modi per diventare lupi mannari. Una modalità ricorrente è quella di nascere la notte di Natale, a cavallo della mezzanotte, oppure il giorno dell’Epifania. Nascere in questi giorni veniva considerato un gesto blasfemo, anche se involontario, il cui retaggio sopravvive ancora oggi. Questi soggetti si definiscono “lupi mannari naturali”, perché presentano la licantropia fin dalla nascita. Ma anche l’anatema di una strega, o al contrario di un santo o una persona venerabile, per sospetta eresia, empietà, antropofagia o altri delitti contro natura può causare la licantropia, che in questo caso è “indotta”. Oppure ancora, si diventa mutaforma dormendo all’aperto in una notte di luna piena o cogliendo fiori neri (questa è una tradizione che proviene dall’est europeo, dove i fiori neri sono considerati di natura soprannaturale e diabolica).

La trasformazione in lupo può anche essere volontaria, se si conosce il segreto. Il rito magico prevede che il soggetto indossi una pelle di lupo, in genere concessa da Satana in cambio della propria anima, al posto della propria, oppure come ornamento, per esempio per foderarvi la cintura. In alternativa si può bere la cosiddetta “acqua licantropica”, quella che si può raccogliere nelle orme lasciate da un uomo-lupo, oppure si può bere o spalmare sul proprio corpo appositi unguenti o filtri magici a base di grasso di lupo, piante tossiche come la belladonna o la cicuta, o dagli effetti psicotropi come semi di papavero e oppio.

Fortunatamente, esistono dei rimedi per difendersi dai licantropi. Secondo i racconti dei nonni quelli più efficaci per evitare di trasformarsi in lupi manari sono il salasso, il bagno in acqua di zolfo oppure pungersi la punta del dito prima della mutazione. In caso di attacco da parte dei licantropi, la leggenda suggerisce di utilizzare il fuoco per contrastarli, oppure di utilizzare pallottole d’argento sciolte da una croce. Secondo alcune storie, potrebbe essere sufficiente stare su una scalinata, perché sembra che i licantropi non riescano a salire più di tre gradini.

Testimonianze e diffusione

Il tema della licantropia e dell’uomo che si trasforma in lupo è ampiamente presente nel folclore europeo, e più in generale è diffuso in tutte le culture dei popoli che hanno avuto a che fare con i lupi. I “lupi manari” della Valdichiana, quindi, presentano molti tratti in comune con le creature delle leggende e delle storie popolari legate alle figure dei “mutaforma” e degli uomini capaci di diventare mostri.

Nella mitologia scandinava il lupo, poiché viveva nelle foreste e nelle caverne, si riteneva fosse in contatto con l’aldilà; veniva quindi considerato in contatto con le forze oscure e pertanto era il simbolo del male. Nei miti dei popoli germanici e delle isole britanniche è inoltre presente il Barghest, un grosso cane o un lupo spettrale. L’uomo lupo viene chiamato werwulf o werewolf.

In Francia esisteva la figura del “mener de loups” o pastore di lupi, una sorte di stregone che, pur non trasformandosi personalmente in lupo, era in grado di radunarli e guidarli (facoltà spesso riconosciuta anche al licantropo). L’uomo lupo viene invece chiamato loup-garou.

Negli Stati Uniti gli indiani Pawnee si ritenevano imparentati con i lupi e si ricoprivano di pelli di lupo per andare a caccia. I primi coloni erano terrorizzati dai pellerossa che ritenevano affetti da licantropia e dai “mezzosangue” nati dai matrimoni misti, mentre i nativi americani a loro volta sostenevano che la licantropia fosse una malattia (o una maledizione) portata dai coloni. In sudamerica esisteva la leggenda del Lobizon, che narrava che il settimo figlio maschio di un settimo figlio maschio sarebbe nato come uomo-lupo.

Nel folclore giapponese esistono l’okami (una creatura simile ad un lupo) e l’okuri-inu (un cane o un lupo che segue i viaggiatori durante la notte), simile al Barghest europeo. Una variante che abbondava nelle leggende popolari cino-giapponesi era inerente le volpi-mannare, infatti la volpe era considerata come l’animale che meglio di ogni altro poteva riuscire ad assumere l’aspetto umano.

Per quanto riguarda il folclore italiano, la licantropia affonda le sue radici addirittura nell’epoca degli Etruschi. Nella mitologia etrusca il dio Ajta, sovrano degli inferi, portava un elmo di pelle di lupo che lo rendeva invisibile, incarnando in qualche modo le sembianze del mannaro. La presenza del lupo era poi fondamentale in epoca romana, infatti i fondatori Romolo e Remo furono allattati da una lupa. Tra le feste romane vi era la cerimonia dei Lupercalia, che si teneva il 15 febbraio: durante la cerimonia il sacerdote, vestito da lupo, passava un coltello bagnato di sangue sulla fronte di due adolescenti, per trasmettere loro le qualità di guerriero e cacciatore del lupo. Questo testimonia che nella cultura romana il lupo era temuto, ma anche ammirato, tanto che la sua pelle veniva indossata da importanti figure all’interno dell’esercito, che la usavano per ricoprirne l’elmo e parte della corazza

Nell’antica Grecia compaiono altre raffigurazioni di uomini capaci di diventare lupi, rispettivamente Zeus, Febo e Licaone; è proprio con quest’ultimo che nasce il termine licantropo. Licaone era un feroce re dell’Arcadia che un giorno dette ospitalità a un mendicante ma, per burlarsi di lui, lo sfamò con le carni d’uno schiavo ucciso (secondo altre versioni, la portata principale era uno dei suoi stessi figli). Il mendicante, che era in realtà Zeus travestito, si indignò per il gesto sacrilego, e dopo aver fulminato i suoi numerosi figli lo trasformò in lupo, costringendolo a vagare per i boschi in forma di bestia.

In Italia il lupo mannaro assume nomi diversi a seconda della regione d’origine: lupu pampanu o marcalupu in Calabria, lupenari, pompanari o pampanari in Irpinia, Secondo le tradizioni locali, la licantropia sopraggiunge a dicembre, in particolari nelle notti di luna piena che precedono il Natale, costringendo gli uomini che ne soffrono a vagare per le campagne nudi e coperti solo di peli e foglie (in dialetto “le pampane”, da qui il nome). In Puglia viene chiamato lupom’n, luv ravas in provincia di Cuneo, lupo ravat nelle valli valdesi. In Lunigiana si segnala infine la figura del lupomanaio, che si aggira per i borghi del paese.

Durante l’Inquisizione non era raro finire al rogo con l’accusa di mannarismo: si dava al mostro un’origine diabolica, a ciò si devono alcuni dei suoi caratteri nella morfologia locale. Durante tale periodo la licantropia veniva associata a una sessualità libera, esuberante ed aggressiva: i lupi mannari erano uomini dotati di attributi maschili ipersviluppati e istinti animaleschi insopprimibili, mentre le femmine delle streghe con un’irresistibile capacità attrattiva, e istinti omosessuali repressi. Con la rinascita della filosofia razionalista, tali credenze non vennero messe da parte e la licantropia venne relegata a immagine folkloristica, e parallelamente comparve in psichiatria come malattia mentale patologica o forma di isteria.

Caratteristiche e analisi

In virtù della vasta diffusione delle leggende che ruotano attorno alla figura dei licantropi, esistono molte analisi e approfondimenti dedicati ai lupi mannari. Grazie al progredire della scienza, oggi sono molte le spiegazioni plausibili che possiamo dare a questo fenomeno. Esistono infatti soggetti affetti da ipertricosi, una patologia che causa la crescita incontrollata dei peli corporei in zone che ne sono generalmente sprovviste. In alcuni casi più gravi il volto del malato è talmente pervaso di peli da somigliare in maniera inquietante a quello di un lupo, come nel caso degli Aceves, la famiglia messicana che da cinque generazioni è affetta da ipertricosi generalizzata congenita.

Una spiegazione ai racconti dei lupi mannari può essere data dalla rabbia, che è una malattia mortale causata da un virus che si trasmette mediante il contatto con la saliva degli animali infetti. Il virus della rabbia di solito si trasmette tramite il morso di un animale infetto e provoca allucinazioni ed esplosioni di violenza.

Non mancano poi casi di soggetti che volontariamente o meno, ingeriscono sostanze psicotrope: ce ne sono di naturali e sintetizzabili i cui effetti allucinogeni potrebbero far credere a una persona di essersi trasformata in un licantropo e alcune di esse sono contenute in certe varietà di funghi. Una particolare sostanza psicotropa è contenuta in un fungo allucinogeno presente nella coltura di segale, la segale cornuta, così detta perché il fungo che attacca la pianta provoca il formarsi di escrescenze sulle spighe che somigliano a dei piccoli corni. Questi cornetti contengono alcaloidi velenosi del gruppo delle ergotine (tra cui l’acido lisergico, la base dell’LSD), che interferiscono con il sistema nervoso centrale provocando sintomi come delirio e forti dolori alle gambe.

È interessante notare che la segale cornuta sarebbe legata anche al “Fuoco di Sant’Antonio”, che era diffuso soprattutto nel nord Europa, dove il consumo di questo cereale era massiccio. I malati che si recavano in pellegrinaggio presso i santuari di S. Antonio in Italia e poi guarivano, o guadagnavano un po’ di sollievo dai sintomi, gridavano al miracolo, mentre in realtà questo sarebbe stato esclusivamente merito del cambiamento di alimentazione (discendendo la penisola italica passavano dal pane di segale a quello di grano tipico di quelle zone, e questo guariva o attenuava l’intossicazione).

Infine, un’altra spiegazione alla licantropia potrebbe essere la psicosi. Alcune fonti mediche infatti, nell’affrontare il tema della licantropia parlano di licantropia clinica, ma tale denominazione non è psichiatricamente corretta. Se infatti consultiamo il DSM (sigla del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), ovvero il manuale che racchiude la classificazione delle malattie psichiatriche in base alla loro sintomatologia, non vi rintracciamo alcuna “diagnosi di Licantropia clinica”, questo perché di fatto e per maggiore chiarezza medica si tratta di casi di psicosi con delirio teriamorfa. In estrema sintesi definiamo psicosi una condizione in cui il soggetto presenta una perdita di contatto con la realtà, e questo è quanto accade ad esempio in un individuo che crede di essere un animale; e poiché nel caso della licantropia, il delirio consiste nel fatto che il soggetto crede di trasformarsi o di essere un lupo, quindi di avere sembianze di animale, possiamo definirla una psicosi teriamorfa (terio significa proprio animale).

Influenze nella cultura pop

Il Lupo Mannaro, in ogni sua forma, è onnipresente nella cultura pop, dalla letteratura al cinema, dai fumetti alle serie tv. A partire dalla favola di Cappuccetto Rosso (in cui il lupo sarebbe in realtà un licantropo, vista la sua capacità di parlare) questa figura è ampiamente documentabile, quindi ci concentreremo su alcune apparizioni meno note, come il film “Voglia di Vincere” con Michael J.Fox.

Lo stesso Michael Jackson, nel videoclip “Thriller” si trasforma in un licantropo, dando origine all’estetica dei lupi mannari nei “teen horror” che ha portato a serie televisive di culto come Buffy l’Ammazzavampiri.

A ben pensarci, l’ultimo avvistamento di un lupo mannaro in Valdichiana è quello della saga “Twilight”, in cui uno dei pretendenti della protagonista è un giovane nativo americano, Jacob Black, che si rivela essere un licantropo. Dal momento che il capitolo della saga in cui Jacob viene introdotto è “New Moon”, girato anche a Montepulciano, potremmo inserirlo come erede della tradizione dei “manari” chianini che hanno terrorizzato le nostre campagne.

 


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Nessuno, atto 6: senza nome e senza colpa

Quando ci si avvicina a un momento a lungo immaginato e per il quale si lavora da molto, il tempo sembra scorrere con una particolare lentezza e da una parte…

Quando ci si avvicina a un momento a lungo immaginato e per il quale si lavora da molto, il tempo sembra scorrere con una particolare lentezza e da una parte è bene che sia così, perché più vicini ci si sente al traguardo e più lentamente pensiamo di correre, ma in realtà siamo a un passo dall’arrivo e si ha paura di fare quell’ultimo respiro finale prima di bere dalla borraccia e voltarsi indietro dicendo che ce l’abbiamo fatta. La preparazione a qualcosa è molto più bella di ciò per cui ci si sta preparando, perché significa crescita, maturazione, riflessione, ma soprattutto sconvolgimento delle idee che da tempo frullavano nella nostra testa, avendo delle conferme o semplicemente decidendo di non scegliere quello che un po’ di tempo prima, probabilmente, avremmo scelto.

Dal training autogeno alla biomeccanica, dal lavoro sul corpo alla sceneggiatura, dalla consapevolezza del movimento del corpo su un palco ai balletti, fino alla composizione della musica, all’arredamento e alla pianificazione di come far muovere tutto in contemporanea, per arrivare infine a fare i conti con quello che ci aspetterà fra solo un mese. Il pensiero di prendere in braccio il mio bambino, di sentire l’odore della sua pelle, la sorpresa nel vedere diverso da come me lo sono sempre immaginato, lo stupore nel vedere che frutto può nascere da un amore o una propensione verso qualcosa.

In questi mesi c’è stato veramente tutto, tutto ha contribuito a rendere Nessuno ciò che sarà. E come non concludere tutto questo se non preparando l’abbigliamento con il quale mio figlio vivrà le prime ore della sua vita? In termini drammatici, Rossana Crociani, ovvero la costumista alla quale ho affidato la creazione dei vestiti, sta mettendo a punto le ultime cuciture lavorando ai dettagli finali per rendere il bambino ancora più bello e farlo sentire avvolto in qualcosa, quando non sentirà più il calore del mio grembo.

I vestiti sono un concetto fondamentale nello spettacolo, infatti non solo verbalmente, musicalmente e coreograficamente, si trasmette il concetto della spersonalizzazione: con stoffe cucite a metà, geometrie, simmetrie e colori che rendono implicito ed esplicito allo stesso tempo il significato dell’intero testo, il quale appare ora realmente comprensibile, poiché tutte le scene sono state montate con le luci, gli spostamenti e la coordinazione di qualsiasi movimento che dovrà avvenire sul palcoscenico. È solo metà del lavoro, perché la gran parte ancora deve arrivare, ma fino a qui si sono sicuramente costruite le basi solide senza le quali niente di tutto quello che verrà messo in scena sarebbe stato possibile.

Vedendo l’impegno dedicato finora, la consapevolezza del fatto che l’arte sia un buon conduttore è ancora maggiore e che non è assolutamente vero che ai ragazzi sia vietato l’accesso a certi temi o a certi argomenti, perché in un determinato contesto tutto si può affrontare, anche quello che per l’essere umano è oggettivamente incomprensibile.

Così come un bambino è legato alla madre per mezzo di un cordone ombelicale, che sembra essere un grande tubo attraverso il quale scorrono le stesse emozioni, le stesse necessità di comunicare, così io mi sento legata a ognuna delle persone che collaborano a questo spettacolo, che siano sul palco o dietro le quinte, per mezzo di una grande corda, simile a quella che apre un sipario, attraverso la quale scorre un fine che vediamo dritto puntualmente di fronte a noi e che è reso sempre più evidente dalla voglia sfrenata di raggiungerlo e di vedere finalmente nascere questo bambino.

“Nessuno, la vostra vita è senza nome e senza colpa.”

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