La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Ludovico Cosner

Acqua&Vino Music Festival: una storia degna di un film

Jonathan è un bambino che vive a Roma. Suo nonno però è di Chianciano Terme e così a Jonathan capita di passare del tempo nel paese, che gli regala momenti…

Jonathan è un bambino che vive a Roma. Suo nonno però è di Chianciano Terme e così a Jonathan capita di passare del tempo nel paese, che gli regala momenti felici. Mentre Jonathan cresce, quei momenti diventano solo ricordi. Nello scorrere di una vita tra musica e giornalismo, un giorno come tutti gli altri Jonathan è a passeggio con i suoi due cani in un parco di Roma. I suoi due compagni fedeli fanno la conoscenza di una cagnolina con la quale iniziano a giocare; l’intesa tra gli animali è tanto forte che Jonathan e la padrona della cagnolina non possono fare a meno di scambiare due parole di circostanza. Come si chiama, da dove viene e via dicendo.

Così Jonathan scopre che la donna con cui sta parlando è Teresa Guerra, viene da Chianciano Terme ed è la proprietaria delle Terme Sant’Elena. Sorpreso, Jonathan racconta delle sue origini chiancianesi e così Teresa lo invita a visitare le Terme. Jonathan accetta e quando entra nel parco si innamora subito delle sue architetture liberty e della natura in cui è immerso. Perché non ci facciamo un festival? chiede a se stesso e a Teresa. Così nasce Acqua&Vino Music Festival, in un incipit casuale che sembra l’inizio di un film.

E questo non è l’unico intervento del “caso”, perché questa terza edizione del Festival si è aperta con la presentazione di un libro che proprio per caso è nato. “Chi si firma è perduto”, libro di Jonathan Giustini (direttore artistico del Festival), nasce dall’incontro casuale di Jonathan (uso i nomi perché raccontare con i cognomi non rende lo stesso effetto) con Ennio De Concini, grandissimo sceneggiatore italiano.

Dopo l’incontro casuale, Jonathan chiede a Ennio di raccontare la sua vita. Ennio si rifiuta, Jonathan insiste, Ennio lo caccia di casa. Jonathan allora, andandosene, chiede “Ha letto Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij?”. Ennio raggiunge Jonathan, quest’ultimo teme che lo sceneggiatore voglia mettergli le mani al collo e invece quello lo prende per un braccio e lo tira dentro casa. “Dobbiamo lavorare” dice. “Sono un uomo cattivo” è l’incipit del libro di Dostoevskij.

I tratti da film della storia non finiscono qui, perché il libro viene scritto venticinque anni fa e viene rifiutato da un grande editore. Jonathan, ferito, decide allora di lasciarlo in un cassetto. Fino all’anno scorso, quando un uomo va da Jonathan a chiedergli di leggere quel manoscritto dimenticato. L’uomo non vuole dire chi gli abbia detto dell’esistenza di questo testo. Jonathan, però, decide di fidarsi e di consegnarglielo. Dopo poco l’uomo si mette in contatto di nuovo: vuole pubblicare il libro.

Prende vita così, inanellando scene da film, questo libro che di cinema parla. Perché riservare tanto spazio al racconto di questo libro che è solo il primo appuntamento di un festival lungo tre giorni? Perché le scene e le atmosfere da film sono un filo rosso che unisce tutto quello che questo Festival e questo posto hanno da raccontare.

Il Festival nasce infatti per caso, come le grandi avventure cinematografiche, e si svolge in un posto che è intriso di storia del cinema e della musica. Basti pensare che negli anni ’60 si sono esibiti alle Terme Sant’Elena il Quartetto Cetra, Domenico Modugno ed Ella Fitzgerald. Che Giulietta Masini e Federico Fellini le avevano scelte come luogo per tornare in contatto con la natura, staccando dai ritmi della città.

Tutta questa storia non è difficile immaginarsela, passeggiando nel parco e nelle sale delle Terme Sant’Elena: si percepisce e si respira. Si viene trasportati altrove. In questo spazio prende vita il Festival, che ci fa entrare in un altro mondo. Due anni fa, per la prima edizione, è stata ricostruita la storia, in un’edizione tutta Jazz, riportando sul palco “Banda Sonora”, il primo ensemble nel mondo a mescolare musicisti jazz e banda di paese; l’anno scorso, per la seconda edizione all’insegna del teatro canzone, in anteprima nazionale ha preso vita un Pinocchio interpretato da Pupo. Quest’anno, infine, il parco è stato animato da un connubio che è più facile immaginare in un film che nella realtà: musica e cibo, in contemporanea, sullo stesso palco.

La prima serata, venerdì 28 giugno, ha visto sul palco la Banda della Ricetta, un quartetto femminile che suona e canta di cibo e nel frattempo cucina. Il giorno successivo Mimmo Locasciulli ha portato il suo cantautorato che si è intrecciato al vino di cui è produttore. L’ultimo giorno, domenica 30, si è esibito Don Pasta – dj elogiato dal New York Times – che ha mescolato assaggi musicali ad altri culinari. Tutti hanno dato vita a scene che, se non ci fossero stati testimoni, sarebbero potute sembrare rubate a un set.

Come se non bastasse, il cinema ha letteralmente attraversato i tre giorni del Festival grazie alla mostra di Jordi Siena, che con i suoi collage e acrilici ha riprodotto scene e frammenti di film. Le opere decoravano le pareti della Grotta dei Pipistrelli (scavata in una parete del parco), in un percorso straniante che attraversava le epoche del cinema e le sue pellicole cult, culminando in una piccolissima sala al cui centro si alzava un totem alieno e familiare al tempo stesso in cui una vecchia televisione a tubo catodico era chiusa dentro una semisfera di plastica. Sullo schermo, i cortometraggi dell’artista, viaggi onirici e lontani dalle regole della narrazione tradizionale. Uscendo dalla Grotta, l’impressione era quella di venire via da un mondo parallelo. Uscendo dal Parco, la sensazione era la stessa. Mondi dentro mondi, suggestioni e storie, profumi e sapori.

Quando guardiamo un film, spesso ci ritroviamo a pensare che quello che vediamo sullo schermo non potrebbe mai succedere nella realtà. A volte pensiamo che i film, con quei loro universi vicini eppure lontani, dovrebbero assomigliare di più alla vita “vera”; altre volte avremmo voglia di poter sperimentare un po’ di quella magia che prende vita sullo schermo. In alcune, rare occasioni questa possibilità la abbiamo. Acqua&Vino Music Festival è una di queste: un racconto a tratti surreale ma sempre affascinante in uno spazio che stilla storia e storie. Per qualche sera, un altro mondo. O meglio, un’altra storia.

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Muovilarte: il parkour come riscoperta del movimento

Immaginatevi di essere nella piazza di un piccolo paese. Da un lato avete una struttura di tubi su cui un gruppo di ragazzi sta facendo acrobazie, dall’altro lato un concerto…

Immaginatevi di essere nella piazza di un piccolo paese. Da un lato avete una struttura di tubi su cui un gruppo di ragazzi sta facendo acrobazie, dall’altro lato un concerto in allestimento con casse e strumenti, di fronte a voi una crew di break dance che si esibisce, poco più in là una banda che ha appena finito di suonare e sparse per la piazza le squadre di un torneo di “palla invelenita”. E aggiungeteci il pubblico. Tutto nella stessa piazza, tutto nello stesso momento.

Se me l’avessero raccontato mi sarei aspettato di sentir parlare subito dopo di Lorelei e Rory Gilmore (Una mamma per amica). E invece quel folle e divertentissimo delirio non si è svolto a Starshollow, ma nella piazza di Sarteano. Questo per farvi capire di che tipo di paese stiamo parlando e come è possibile che sia successo quello che è successo il giorno dopo.

Domenica 23 giugno, infatti, nella stessa piazza, si sono raccolte una quarantina di persone dagli 8 ai 53 anni, di provenienze varie, tutte con lo stesso obiettivo: esibirsi sulla struttura di tubi di cui dicevo poco fa. Quaranta persone, di età differentissime, tutte nello stesso spazio, tutte con lo stesso obiettivo. Già questo ha un gusto leggermente folle.

Queste persone venivano da tre settimane di laboratori del progetto MUOVIL’ARTE.2 (che abbiamo raccontato qui, qui e qui) e la performance che avrebbero mostrato ruotava intorno a una domanda: quali cose nuove possono fare i nostri corpi? O meglio, quali cose possono tornare a fare i nostri corpi? Non sono cose nuove, sono cose che ci siamo dimenticati. Nel Regno Unito, ci raccontavano gli insegnanti che proprio da lì vengono, un terzo dei bambini passa all’aperto meno tempo dei detenuti delle carceri di massima sicurezza; i giovani si stanno dimenticando come ci si muove e i segni del problema ci sono anche in Italia.

Però MUOVIL’ARTE.2 ha dimostrato che con i giusti stimoli possiamo tornare a fare moltissimo: la performance finale proprio questo ha raccontato, una “riscoperta del movimento” che ha messo in gioco persone di ogni età e provenienza, con giochi, esercizi e coreografie. Proprio sul solco di questo racconto, gli insegnanti di The Urban Playground Team hanno regalato alla piazza una loro esibizione. Descrivere i movimenti che hanno eseguito non renderebbe la potenza evocativa di quello che è successo. Però sicuramente hanno mostrato quante cose incredibili i nostri corpi sanno fare.

Tutti i partecipanti del progetto, al termine dell’esibizione, o piangevano o erano a bocca aperta. C’era una domanda, sui loro volti: “Perché per tutti questi anni abbiamo negato la bellezza che i nostri corpi possono creare?” E al tempo stesso c’era la speranza di poter tornare a viverli, quei corpi. Quindi nello stesso spazio si sono alternati e incrociati bambini, ragazzi, adulti e artisti internazionali tutti uniti in un unico corpo che si muoveva armonico. Come se non bastasse, nella magia e nella follia di quello che stava succedendo, il pubblico numeroso applaudiva, tifava e incitava chi si esibiva.

Il (performance) parkour è spesso percepito e additato come pericoloso. In realtà la sua utilità è proprio quella di aumentare la propria sicurezza. Il pubblico di quella piazza non ha avuto bisogno di tante parole per capirlo: con i battiti delle mani, i sospiri, le esclamazioni di sorpresa gli spettatori dagli occhi spalancati hanno accolto con calore, senza paure, hanno ricambiato l’energia diventando a loro volta parte dell’unico organismo che ha preso vita e movimento quel pomeriggio.

Dal momento che però Sarteano, come dicevamo, è un paese un po’ folle, la celebrazione di MUOVIL’ARTE.2 è andata avanti anche la sera, sempre cercando di scoprire e riscoprire cose che magari ci sembrano scontate. Alle 22, infatti, la facciata del Teatro degli Arrischianti ha preso nuova vita. “Cosa può fare di nuovo la facciata di un edificio?” potreste chiedervi. Chiedetelo a un artista di videomapping e vi risponderà con quello che è stato proiettato quella sera. Finestre che si moltiplicano, si aprono e si chiudono solo con la luce, muri che si frammentano, sono attraversati da curve, sagome e ombre. E l’interno del teatro che si materializza sul suo esterno, in un gioco di spazi sorprendente e magico.

Al termine di tutto, quando la piazza è tornata al suo normale assetto, c’era ancora nell’aria un’energia frizzante e, oserei dire, incredula. C’erano le facce sorridenti dei bambini, desiderosi di muoversi ancora, c’erano gli occhi lucidi dei più grandi che si abbracciavano tra loro e con gli insegnanti. C’erano, nella sospensione, promesse di un futuro fatto ancora di movimento e di nuove possibilità. Vista la luce che c’era negli sguardi di tutti (e le azioni che già sono state intraprese) si può dire con certezza che non siano di quelle promesse che si fanno ma non si mantengono. Li vedrete ancora in giro.

Come dicevano gli insegnanti proprio quel pomeriggio, se vedete qualcuno che fa performance parkour in giro per il paese, sentitevi liberi di parlarci: incoraggiatelo, se avete dubbi sulla sua sicurezza chiedetegli spiegazioni, instaurate un discorso. Sembrerà inverosimile, ma Sarteano è un posto particolare e non è escluso che durante un allenamento o una performance arrivi una Lorelei Gilmore a fare tante domande, e magari anche troppe.

Se vedete qualcuno che fa parkour in giro per un paese che non è Sarteano, sentitevi comunque liberi di fare la Lorelei della situazione. Il performance parkour è arrivato in un paese pazzo come Sarteano, ma già ha toccato Monticchiello e Sinalunga proprio con MUOVIL’ARTE.2. Adesso può spostarsi ovunque: è nuove possibilità, non potrebbe fare altrimenti. E un po’ di folle Starshollow in ogni paese non farebbe male!

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Resistiamo a voce alta: un Pride che non si spegne

Sono consapevole di essere gay da nove anni. Ho passato la maggior parte di questi senza riuscire a dirlo, solo scriverlo era uno sforzo enorme. Poi ho iniziato a dirlo,…

Sono consapevole di essere gay da nove anni. Ho passato la maggior parte di questi senza riuscire a dirlo, solo scriverlo era uno sforzo enorme. Poi ho iniziato a dirlo, timidamente, a pochissime persone: “Sono gay”, sussurravo; “Scusami se sono gay”, intendevo.

Intanto cercavo di adattarmi e di adeguarmi. Per anni ho tenuto sotto controllo i movimenti delle mie mani, della mia faccia, di tutto il mio corpo per non far trapelare niente. Non ci sarò riuscito bene, ma immaginatevi com’è vivere in quel modo.

Figuriamoci se mi sarei sognato di andare a un Pride. Perché partecipare a un evento che grida a tutti chi sono? Cosa sono? Ma poi che senso ha sventolarlo in modo così esagerato? I gay non sono così, ce ne sono anche di normali.

Con quanta invidia dicevo e pensavo quelle cose. Non ne ero consapevole, ovviamente, ma io detestavo quelle persone perché riuscivano a fare quello che io non potevo: essere se stesse liberamente, splendidamente. Volevo essere come quelle persone lì, quelle che si vestivano in modi non convenzionali, che si truccavano, che cantavano a squarciagola tutte quelle canzoni considerate troppo gay dalla maggior parte della società.

Però mi ero messo in una gabbia talmente stretta che era difficile uscirne.

A un certo punto, però, sono diventato troppo stanco. Vivendo come quella persona lì che mi ero costretto ad essere non riuscivo ad amarmi: avevo bisogno di tornare me stesso. Anzi, di diventarlo, visto che non mi sono mai dato la possibilità di esserlo.

Ho iniziato a mettere la matita, qualche volta l’ombretto; ho comprato degli orecchini che normalmente sono considerati “da donna”; ho provato lo smalto (che però non mi piace un granché). Per avvicinarmi a me, quella persona che per tanti anni ho tenuto lontana.

In questa strada per tornare da me, il Pride era un passo fondamentale. Era il modo di dire a me stesso: finalmente hai il coraggio per apprezzare chi sei.

Nonostante avessi deciso, comunque, avevo paura. Il timore di vivere davvero chi sei, una volta interiorizzato, è difficile da scacciare: se siete gay (o lesbiche, bisex…) probabilmente sapete di cosa parlo; se non lo siete, non saprei come spiegarvelo, ma fidatevi che si vive di merda.

Però sono tanto fortunato da avere degli amici bellissimi: etero e cisgender, hanno deciso di accompagnarmi e non li ringrazierò mai abbastanza per avermi tenuto la mano in questo passo.

Così arriva sabato 1 Giugno. Di corsa come in tutte le altre occasioni della mia vita, sono andato a Perugia (niente Pride a Siena o ad Arezzo quest’anno). Non mi sono vestito esageratamente perché non ho trovato niente che mi piacesse. Però mi sono messo matita, ombretto e smalto blu e rosa.

Il timore di essere mal visto dagli altri non se ne era andato, ma speravo di trovare al Pride un mondo simile al mio.

Invece, arrivati a Perugia ho trovato molta meno esagerazione di quanto mi aspettassi. C’erano tanti palloncini arcobaleno, bandiere, quattro carri più o meno colorati, ma le persone erano in media piuttosto normali. Qualcuno truccato c’era e c’erano persone vestite in modi assurdi (in senso buono): qualcuno con un corno di unicorno in testa, altri con maschere e vestiti che non saprei descrivere. In linea generale, però, c’erano persone normali con qualche linea colorata in faccia a creare l’arcobaleno.

Bello, però…

Siamo stati fermi un’ora in piazza senza fare nulla.

Poi finalmente il corteo è iniziato. Io e i miei amici – per errori tattici nella scelta della postazione – ci siamo trovati in fondo.

Abbiamo iniziato a camminare e sembrava di passeggiare.

Nel senso che la stessa identica cosa avremmo potuto farla da un’altra parte, in un’altra occasione, anche se con meno persone intorno.

Allora abbiamo deciso di provare a risalire il corteo, per vedere se in altri punti stesse succedendo qualcosa più “da pride” (per come ce lo immaginavamo). Così abbiamo superato un camioncino dentro il quale un gruppo suonava dal vivo, ci siamo mossi in mezzo a un fiume di persone, siamo stati vicini a un carro dal quale la Bertè cantava Non sono una signora! (esattamente il tipo di musica che cercavo), abbiamo raggiunto il carro di Omphalos Perugia, quello guidato dalle Drag Queen.

Non ricordo che musica ci fosse quando li abbiamo raggiunti, né cosa stessero dicendo, ma forse quello spirito “gay” che speravo di trovare al Pride non era nemmeno lì, perché abbiamo deciso di andare oltre raggiungendo il carro delle famiglie arcobaleno e i loro stamburatori ambulanti che suonavano con grande energia.

Sempre insoddisfatti, siamo andati ancora più avanti.

Alla fine siamo arrivati in testa al corteo. Cioè proprio davanti, dove non c’era più niente. Dopo aver visto tutto eravamo più convinti di quanto non fossimo stati all’inizio, ma non davvero coinvolti.

Stavo cercando di capire se ci fosse un legame tra il percorso che avevamo fatto nel corteo e la mia vita: dal fondo, risalire la corrente per arrivare in cima. Forse assomigliava al fatto che io rimanessi in disparte e nascosto una volta capito di essere gay e, dopo una lunga lotta, avevo iniziato a venire allo scoperto?

Le mie riflessioni (o elucubrazioni) sono state interrotte dai saluti dei miei compagni di avventura che dovevano partire. Così siamo rimasti io e l’amica che si era fatta il viaggio in macchina con me.

Abbiamo deciso di sederci e aspettare che il corteo ci raggiungesse. Non avevamo fretta di andarcene e speravamo invece di vivere davvero il Pride.

Il carro di Omphalos ha recuperato terreno, si è fermato per un po’ davanti a noi (fortuna o destino?). E lì, mentre aspettavamo un coinvolgimento vero, è partita la canzone che sapevo, sapevo sarebbe arrivata prima o poi.

Dolceamaro. Cristiano Malgioglio feat. Barbara D’Urso.

Sarà anche troppo gay (e trash) ma mi sono messo a cantare questa canzone con tutti gli altri vicino e intorno al carro ed è stato in quel momento che sono diventato davvero parte del Pride. Da lì in poi ho smesso di guardare da fuori e mi sono unito agli altri.

La Drag con in mano il microfono (non ricordo il tuo nome, ma ti adoro!) alternava pezzi di canzone a battute a slogan e messaggi. A questi ultimi io però non riuscivo a rispondere con grida e applausi come tutti gli altri: la mia abitudine a ridurre l’espressione dei sentimenti, invece che viverla, non era ancora stata vinta dal coinvolgimento nella manifestazione. Ne ero parte, ma non del tutto.

Ero felice ma… Incerto forse è la parola più giusta.

Eravamo ormai praticamente alla fine ed è allora che la Drag con in mano il microfono ha iniziato a gridare a più riprese che “noi esistiamo e resistiamo”.

“Siamo settemila” ha detto. “L’anno scorso eravamo cinquemila, quest’anno settemila e il prossimo anno saremo di più, perché noi piaciamo, noi valiamo, noi esistiamo, noi resistiamo!”

Era una festa di musica e battute ed è diventata una festa arrabbiata. Perché nonostante tutto, nonostante fossimo in settemila, c’è tutto un mondo che ora come un tempo vorrebbe vederci scomparire, vorrebbe negarci il diritto all’esistenza.

E dal momento in cui quella Drag e tutti gli altri con lei hanno iniziato a gridare e gridare davvero l’orgoglio di essere chi erano nonostante tutto, la voglia di esistere e resistere, da quel momento ho iniziato a gridare e applaudire anche io insieme a tutti gli altri.

È stato emozionante, liberatorio, da brividi. Mi ha reso più leggero, più felice, più orgoglioso.

E più arrabbiato.

C’era un cartello, portato da una ragazza, che diceva “Angry women will change the world”, cioè “Le donne arrabbiate cambieranno il mondo”. Io mi sentirei di dire che le persone arrabbiate cambieranno il mondo.

Perché noi festeggiamo, cantiamo canzoni che altri considerano stupide o troppo gay, ci copriamo di colori, ma non ci dimentichiamo di tutti quelli che vogliono annullarci. Siamo costretti ad esserne consapevoli, continuamente, anche se preferiremmo non esserlo. Siamo costretti a ricordarci che qualsiasi diritto abbiamo non è garantito, che qualsiasi conquista è precaria e che c’è chi i nostri diritti vuole calpestarli ogni giorno. E quando i diritti vengono calpestati ci si arrabbia e noi siamo arrabbiati. Con i nostri colori, con i nostri sorrisi, con il nostro orgoglio siamo arrabbiati e non permetteremo a qualche cretino di schiacciarci.

pride

E per chiunque stia leggendo questo, questa è la lotta che permette a chiunque di essere chi è. Sei un ragazzo cisgender ed etero che però vorrebbe mettersi un po’ di trucco ogni tanto? Lottiamo anche per questo. Sei una ragazza cisgender ed etero che vuole vestirsi con abiti “poco femminili” senza volersi sentir dire “sei un maschiaccio” o “sei lesbica?”? Lottiamo anche per te. Lottiamo perché ognuno abbia la libertà di essere se stesso e di esserlo con orgoglio. Quindi, chiunque tu sia, non venirci a dire che i Pride sono inutili o dannosi. Stiamo lottando anche per te.

Pensi che il Pride non dovrebbe essere esagerato? Che le persone dovrebbero “contenersi” per non attirarsi gli attacchi di chi ci denigra? È come dire a una ragazza che deve coprirsi perché se poi la stuprano se l’è andata a cercare. Quando smetteremo di dare la colpa alle vittime? Quando cominceremo a dire ai colpevoli (perché questo sono) che non va bene comportarsi come fanno?

Esagerato, sobrio, colorato, monocromatico, tutti ci meritiamo di esistere. Tutti esistiamo. E resistiamo.

E poi un messaggio per chiunque sia gay, lesbica, bisex, trans, queer, intersex, asessuale, sia in dubbio o insicuro su chi sia e ancora non si senta pronto a dirlo al mondo. Va bene, non sentirti in dovere di uscire allo scoperto. Ti rispettiamo, ti abbracciamo e ti accettiamo come sei.

Io ci ho messo nove anni a trovare il coraggio. Tu magari ce ne metterai di meno, o magari di più. Non importa: ognuno ha i suoi tempi. Un giorno riuscirai a partecipare a un Pride (se vorrai): sarai accolt* e accettat* per chi sei, chiunque e comunque tu ti senta. Intanto sappi che lottiamo anche per te e che non sei sol*. Ti vogliamo bene.

Ora scusate ma vado a colorarmi un po’ le sopracciglia e a mettermi addosso un po’ di gaiezza. Dico qualche “adoroh” a caso e spargo glitter in giro mentre canto Born this way di Lady Gaga.

La paura interiorizzata che non mi faceva essere me stesso se n’è andata? No. Chissà se se ne andrà mai.

Intanto, però, esisto. A voce alta. E resisto.

E voi attenti a non scivolare sui miei brillantini colorati o rischiate di essere contagiati, non vorrete rischiare di diventare favolosi!

“Il Pride non finisce oggi ma va avanti tutti i giorni dell’anno.”

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