La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Federico Dondi

Federico Buffa, raccontare lo sport e la vita

“Il Sudamerica è un luogo così diverso dalla Terra”. In Perù, ad esempio, un manipolo di 150 uomini spagnoli con 40 cavalli riuscì a sconfiggere un esercito di più di…

“Il Sudamerica è un luogo così diverso dalla Terra”.

In Perù, ad esempio, un manipolo di 150 uomini spagnoli con 40 cavalli riuscì a sconfiggere un esercito di più di 90mila uomini sparando quattro colpi di cannone. Qualche secolo più tardi, un altro pugno di soldati, il Sendero Luminoso, cercò di conquistarlo, dando ancora una volta l’impressione che poche persone potessero portarsi via “questo luogo così fragile, così incantato della terra”

In Argentina, invece, un pazzo completamente ubriaco riuscì a far gol al River Plate. Prima della partita – pantalones! – gli gridavano i suoi compagni, mentre cercava di togliersi i pantaloni. Ce li aveva sulla testa. Non a caso lo chiamavano René el Loco Houseman: talmente loco da fingere di essersi fatto male dopo aver segnato, solo per tornare a casa a smaltire la sbornia.

Oppure, sempre nella terra del Sol de Mayo, c’è la prima squadra ad essere stata sulla luna. Il presidente dell’Independiente tesserò Armstrong prima del lancio dell’Apollo 11, consegnandogli il gagliardetto del proprio club. “Se hai tempo, lancialo”. Armstrong lo fece. E nacque el equipo de la luna.

E poi c’è il Brasile, che ha partorito Pelé e Garrincha. Uno che ha segnato il suo millesimo gol al Maracanà, l’altro che fu più artista che calciatore: un funambolo che calpestava il gesso della linea laterale come per mantenere l’equilibrio sopra una fune, condannato a quella vita sempre in bilico tra il pallone e il precipizio dell’alcool.

‘El Loco’ Houseman, così pazzo che sembra dichiararsi a una donna nonostante la veneranda età

Quando Federico Buffa parla di Sudamerica, si illumina. È un fiume in piena, straripante. “Se in uno spettacolo ci sono io, ed ho voce in capitolo, è molto probabile che si parli di Sudamerica”. Su di lui, ammette, quel lembo di terra ha un effetto impressionante”.

E durante tutto lo spettacolo Il rigore che non c’era, andato in scena al Teatro Poliziano il 14 marzo scorso, questo suo amore per il Sudamerica si respira, già a partire dal titolo. Il rigore che non c’era è la vicenda argentina del rigore più lungo del mondo, quello assegnato da tal Herminio Silva nella partita tra Deportivo Belgrano e Estrella Polar e battuto una settimana dopo, perché la partita fu sospesa a causa della rissa scaturitasi dopo l’intrepido fischio del direttore di gara.

Lo spettacolo inizia e finisce con quel rigore, trasformato in espediente narrativo che gli permetterà di raccontare in medias res una miriade di storie, incalzato da uno strampalato speaker radiofonico interpretato da Marco Caronna, accompagnato dalla sapienza musicale di Alessandro Nidi e ispirato dall’angelica bellezza lunare di Jvonne Giò.

In questo intermezzo decameroniano, ovviamente, c’è tanto spazio per il Sudamerica. Perché questa terra abbia un tale ascendente su di lui, Federico se lo spiega in tre modi diversi.

“Chiedo allo speaker ‘Sei mai stato in Sudamerica?’ e lui mi risponde di sì, che c’è stato una volta e che gli è piaciuta. Ma poi lo incalzo, e finisco per spiegargli io perché gli è piaciuta. Ci sono tre cose da dire: la prima è che ogni cultura è una grande cultura, tutte sono grandi culture, ma nella latino-americana sembra che esista una capacità di indagare l’animo umano in modo completamente diverso dalle altre…”.

Un’affermazione che ricorda Orwell ne La fattoria degli animali, e che ci dona l’immagine di un popolo passionario ed estremamente sensibile, capace di scorgere e raccontare come nessuno la verità profonda che muove l’animo umano, attraverso la musica, lo sport, la letteratura. Non so di preciso cosa significhi “indagare l’animo umano”, ma Federico Buffa ogni volta che racconta una storia lo fa mettendo in primo piano proprio l’anima dei protagonisti: la corporeità dei vari personaggi si sgretola, lasciando trasparire l’ umana nudità nella sua interezza. È questo, ne sono sicuro, il motivo di tanto successo.

A metà dello spettacolo, addirittura, Buffa arriverà a dire che “solo un sudamericano può scrivere una canzone d’amore e di protesta”. Questa, forse, è la frase che identifica maggiormente il Sudamerica, ergendolo a cultura più “grande” delle altre.

“La seconda cosa da dire, è che in Sudamerica sangue e acqua tendono a confondersi. Sembra, addirittura, che in Sudamerica il sangue umano sia il miglior fertilizzante della terra…”.

Un chiaro riferimento alla storia passata e presente di una terra colonizzata, schiavizzata, sfruttata, che ha tentato di ribellarsi (il Perù, appunto, ne è esempio lampante). Una storia in cui il sangue sparso a fiotti ha fatto germogliare proprio quella sensibilità e quella passionalità che hanno i sudamericani nei confronti della vita.

“La terza ed ultima cosa, che ha un effetto impressionante su di me, è la leggenda che dice che quando l’aquila e il condor, uno simbolo dell’America del Nord e l’altro dell’America del Sud, torneranno a incontrarsi, i nativi americani riprenderanno il possesso delle loro terre”.

Nella visione profetica di Buffa, quasi nei panni di un aedo omerico, arriverà il giorno in cui tutto, in Sudamerica, tornerà come alle origini del mondo.

Nel rispondere alla mia breve domanda sul Sudamerica, si è palesato il Federico Buffa che fino a quel momento avevo ascoltato solamente attraverso il filtro dello schermo televisivo. Dal vivo, la sua voce ha la capacità di abbracciare le persone attorno a lui; la sua eccelsa proprietà di linguaggio gli permetterebbe di parlare all’infinito. Il tempo, sotto questo punto di vista, per lui diventa decisivo.

Proprio per questo, l’altra domanda che gli ho posto è stata riguardo il passaggio da radio-telecronista a narratore. Ciò che differenzia le due professioni, sostanzialmente, è proprio il tempo che si ha a disposizione per raccontare.

“Dovreste chiederlo al laureando, Flavio Tranquillo, lui saprebbe sicuramente illustrarvi al meglio il mondo della cronaca e della narrazione. Una telecronaca, con lui, ti forma davvero. Lui avrebbe sicuramente detto, però, che i due mondi si intersecano sempre, che già in una telecronaca esiste la narrazione. Mentre commentavamo le partite di NBA, avevamo il materiale per poterne raccontare tre. Quando lui riteneva fosse il momento, magari la partita era già avviata verso un risultato scontato, mi faceva un cenno con la mano tipo ‘dai, su, è il tuo momento’. E io partivo a raccontare storie dentro la storia. C’erano delle mini-narrazioni all’interno del match che potevano durare anche 2-3 minuti”.

Lo scarto tra telecronaca e servizi televisivi, tuttavia, non è poi così ampio. Per registrare le puntate di Storie di Coppa dei Campioni, l’ultima produzione Sky targata Federico Buffa, servono estenuanti giornate di riprese, che si condensano poi in un racconto di un quarto d’ora. “Per registrare una puntata servono 7-8 ore, quasi tutte in piedi, perché anche se fai bene una parte, il regista ti chiede sempre di registrarla un’altra volta, altre due volte. E, visto che questi sono prodotti televisivi e quindi “eterni”, devono essere perfetti, e i tempi non sono dilatati”.

E, per farci capire quanto sia difficile poter narrare per intero una storia in televisione – SPOILER ALERT! –, ci racconta di Belodedici, libero della Steaua Bucarest campione d’Europa nel 1986, scappato dalla Romania di Ceaușescu e approdato a Belgrado, nella Stella Rossa, con cui bisserà il successo in finale di Coppa dei Campioni quattro anni più tardi. “Questo qua, nel 1989, non aveva mai visto in vita sua una lattina di Coca-Cola. E niente, c’era la regista col cronometro puntato a 33 secondi di tempo, e non ho avuto modo di raccontarla!”.

Il teatro, invece, è diverso, e in uno spettacolo ai limiti dell’improvvisazione come Il rigore che non c’era Buffa ha maggiore autonomia. “Il regista mi dice sempre ‘Federico, in teatro c’è tempo!’. Dal mio punto di vista, quindi, è cambiato solo il contesto, e ovviamente il tempo a disposizione. Poter raccontare storie in un contesto teatrale mi ha permesso di prendermi i miei tempi”.

Belodedici alla Stella Rossa di Belgrado

Tempi che, dopo aver finito di raccontarci di Est Europa, Danubio e quant’altro, sono diventati strettissimi.

Così, quello che ha fatto per terminare l’intervista, salutarci e andare a preparare lo spettacolo, mi ha lasciato a bocca aperta. Non è stato irruento ma schietto, e allo stesso tempo delicato.

Tommaso, che era lì con me, ha chiesto a Federico Buffa come vive sul palco il parallelo tra la fisicità dei giocatori dell’NBA e gli attori di Hollywood. Lo ha guardato, e dopo avergli detto “Ma ti sembro un afroamericano? Non ho voglia di rispondere a questa domanda, ci sarebbe troppo da dire, e poi tu potresti essere il figlio del mio secondo matrimonio…”, ci ha sorpreso con l’ennesima storia.

“All’Autogrill di Fiorenzuola, sull’Autostrada del Sole, ci sono sempre dei ragazzi napoletani che vendono le calze. Ce n’è uno che, quando mi vede, mi fa ogni volta ‘Dotto! Vuje co’ quell’ucchj sembrate n’attore ammericano’… e con questa vi saluto. Grazie mille, siete stati gentilissimi!”.

Federico Buffa, con una specie di bacchetta magica, rende entusiasmante anche l’incontro con un paio di venditori ambulanti. Non potevo che aspettarmi, infatti, di rimanere con gli occhi incollati sul palco per più di un’ora e mezzo, a guardarlo destreggiarsi tra luna e politica, tra Sudamerica e palla a spicchi, tra una narrazione e l’altra.

Che poi, se sia vero o meno che a Fiorenzuola vendano le calze, è importante davvero?

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Il cuore oltre il traguardo: intervista a Chiara Bazzoni

La notizia è di pochi giorni fa: la staffetta “in rosa” dell’atletica italiana, 17 anni dopo l’ultima volta, è tornata sul podio di una competizione europea indoor. Agli Europei di…

La notizia è di pochi giorni fa: la staffetta “in rosa” dell’atletica italiana, 17 anni dopo l’ultima volta, è tornata sul podio di una competizione europea indoor. Agli Europei di Glasgow, la 4x400m tricolore ha conquistato la medaglia di bronzo, dietro a Gran Bretagna e Polonia.

Tra le quattro staffettiste, a inorgoglire la Toscana ma soprattutto la Valdichiana, c’è Chiara Bazzoni, che alla soglia dei 35 anni continua ancora a stupire e a portare a casa grandissimi risultati: se si conta anche il bronzo degli Europei di Barcellona 2010, infatti, fanno due medaglie in meno di un mese.

Lo capisco, detto così non è chiarissimo come concetto.

Ma nove anni fa c’era ancora Chiara a rappresentare l’Italia in terra spagnola, nella 4x400m vinta dalla Russia in cui le italiane arrivarono in quarta posizione. La tardiva squalifica della Russia, però, giunta ad inizio 2019, ha permesso l’assegnazione del terzo posto proprio alle azzurre, che nove anni dopo hanno potuto mettere al collo la medaglia che si meritavano.

Chiara Bazzoni rappresenta una delle eccellenze dell’atletica in Italia, ma i risultati raggiunti finora dalla bettollina (e ci tiene a sottolinearlo) sono il frutto di una storia sportiva iniziata circa venticinque anni fa. Un tempo lontano, in un luogo a noi vicinissimo, Torrita di Siena. Così, abbiamo deciso di intervistarla, tra passato, presente e futuro; tra risultati ottenuti, infortuni e voglia di continuare a vincere.

Allora, come direbbe lo starter prima dello sparo: on your marks. Ai vostri posti. Get set. Mettetevi comodi.

Partenza dai blocchi – Gli inizi

In Italia, l’atletica è uno sport con una risonanza mediatica estremamente bassa. I picchi di interesse si registrano durante le Olimpiadi, come è ovvio che sia, ma prima e dopo di esse è come se ci si dimenticasse che esiste ancora chi corre, chi salta in alto, chi lancia pesi. Appassionarsi ad una disciplina così “di nicchia”, quindi, non è cosa da poco, soprattutto in una realtà come la Valdichiana, in cui non esistono strutture all’avanguardia per allenarsi con continuità. Chiara, in effetti, aveva iniziato col nuoto, come un po’ tutti quando siamo piccoli, col mito portato avanti dalle mamme dello “sport completo”.

In famiglia, però, Chiara aveva già sentito parlare di atletica, da suo cugino Nicola, ostacolista. Bastarono un paio di volte, a bordo campo a vederlo allenarsi, per capire che quello sarebbe stato il suo sport, senza sapere che pian piano si sarebbe trasformato in vita.

“Ho iniziato a praticare questo sport a 10 anni, poiché lo praticava mio cugino Nicola Bernardini, cinque anni più grande di me. A spronarmi fu anche mio zio, che mi diceva sempre che essendo una spilungona, oltre che molto magra e con le gambe lunghe, avrei potuto arrivare lontano! Così, di settimana in settimana, ho iniziato ad andare al campo di Torrita di Siena, che in zona, fino a poco tempo fa, era la pista più vicino a casa, essendo io di Bettolle. La passione è nata giorno dopo giorno, fino a diventare quello che è ora: vita. Sono passati venticinque anni, quasi il triplo di quelli senza aver fatto atletica, ma sembra ieri. Faccio fatica a pensare a come è cambiato tutto, in questo tempo: come da andare in pista una volta alla settimana o, a volte, anche una al mese, sia passata ad andarcene due al giorno”.

Merito del tartan di Torrita di Siena – “devo tutto a questa struttura” -, che ha permesso a Chiara di allenarsi sempre più costantemente, a due passi da casa. A quel tempo, infatti, l’atletica stava diventando qualcosa di più di un semplice passatempo, in concomitanza però con l’età dell’adolescenza, che mette di fronte ad ognuno di noi gli anni più delicati della scuola e il giovanile istinto di divertirsi insieme ai propri amici. Chiara, infatti, ammette che quello è stato il periodo più difficile della sua carriera.

“Tra i 14 e i 18 anni ho dovuto impegnarmi tantissimo per conciliare gli impegni sportivi con quelli scolastici, ma anche con le amicizie. Mi piaceva andare bene a scuola, per questo ci sono stati giorni in cui non uscivo o mi svegliavo prestissimo la mattina. Inoltre, in una realtà piccola come la mia, non ho trovato altre ragazze, coetanee, con le mie stesse necessità e i miei bisogni: solo io facevo questa vita, e non è stato semplice essere da sola. Dico questo perché, magari, nelle città ci sono più giovani e più femmine che praticano atletica, ed è più facile creare amicizie con gli stessi interessi. Poi ai tempi non c’erano agevolazioni per i giovani atleti, infatti i miei non erano contenti di farmi uscire un’ora prima da scuola per una gara”.

Primo rettilineo – L’atletica a tempo pieno

In una gara dei 400m, dopo essere partiti praticamente già in curva, ci si tuffa nel primo rettilineo, in cui vengono fuori i valori che vanno oltre la corsia di partenza.

Il vero rettilineo della vita da atleta di Chiara è iniziato nel 2006, con il reclutamento da parte dell’Esercito. Rettilineo inteso però non come percorso facile, ma come stile di vita: da quell’anno, Chiara ha potuto dedicare anima e corpo interamente all’atletica. “Faccio parte del Gruppo sportivo dell’Esercito da ben 13 anni, ed è proprio grazie al loro supporto se io posso essere ancora qui oggi a fare quello che più mi piace e meno mi pesa”.

È nel 2008 che Chiara ha esordito con la Nazionale, alla Coppa Europa di Annecy, e solo due anni più tardi è arrivato forse il risultato più bello della sua storia, e torniamo un’altra volta a Barcellona.

“Sono diventata per la prima volta primatista italiana della 4x400m nel 2010 agli europei di Barcellona, sfiorando il podio, e da lì è iniziata la mia carriera importante. La medaglia è arrivata con nove anni di ritardo, ed è ancora vivo il ricordo di quel primato”.

Da quel momento, Chiara ha iniziato a infoltire il suo palmarès con grandissime prestazioni, andando anche ad infrangere il record nazionale indoor della 4x400m per ben due volte, prima a Sopot in Polonia e poi, nel 2018, a Birmingham (3’31”55). In tutto questo tempo, la forza di Chiara è stata la determinazione e la voglia di non mollare mai, nemmeno di fronte a difficoltà apparentemente insuperabili.

“Non ho mai pensato di mollare, anche se l’infortunio al menisco dello scorso maggio mi ha messo a dura prova. Doveva essere un recupero lampo, ma ci sono state complicazioni e tra tutto ho ricominciato a correre dopo quattro mesi. Però mi sono guardata da fuori, ero consapevole che davanti a me erano rimasti pochi anni di atletica, e così mi sono fatta forza. La carriera di un atleta è legata molto all’età, non potevo arrendermi”. E infatti, Glasgow è stato il coronamento di questa scelta coraggiosa.

Chiara deve moltissimo a chi le è sempre stata vicino. Quando si parla di sacrifici nella vita di uno sportivo, ci si dimentica che spesso chi li fa non è solo l’atleta, ma anche le persone che gravitano attorno.

“Sono devota a tutte le persone che mi hanno supportato ma soprattutto sopportato in questi anni. La serenità della vita che ti circonda si ripercuote su quella sportiva, perciò è fondamentale che famiglia e amici mi siano sempre stati vicini. Tutto questo va ad influire sulla tenuta mentale di uno sportivo, che a parità di qualità tecniche fa la differenza. Siamo soggetti pensanti, non robot, non conta solo l’allenamento fisico“.

Se si pensa alle persone vicine appunto, per Chiara è impossibile non citare la figura di Angela Fè. Insolitamente rispetto alla norma, Chiara è stata allenata per più di vent’anni dalla stessa allenatrice, prova di grande stima reciproca e di sconfinata competenza.

“Oltre a essere un’ottima allenatrice, che ha avuto la capacità di non sfruttarmi in età giovanile e permettermi così di avere una lunga carriera, è stata per me come una seconda mamma, un’educatrice. Se non ero a casa, ero in pista con lei. Ogni anno ha cercato di dare un input diverso agli allenamenti affinché sia mente che fisico non si abituassero mai agli stessi metodi. Nel 2013 ha instaurato una collaborazione con il tecnico romano Vincenzo De Luca per apportare nuovi stimoli all’allenamento di un’atleta matura. Da tre stagioni a questa parte mi allena Alessandro Bracciali, altro suo atleta, e quindi prima mio compagno di allenamento e adesso allenatore”.

La curva – Londra 2012

Oltre la retorica del caso, l’Olimpiade è per un atleta il punto più alto a cui aspirare. La svolta della vita sportiva di Chiara, da grande atleta a campionessa, è arrivata proprio nel 2012, con la partecipazione ai Giochi olimpici di Londra“le Olimpiadi sono il sogno di ogni atleta e posso dire che è davvero così”. Ciò che è rimasto più impresso a Chiara di quell’esperienza è l’atmosfera surreale della cerimonia e l’aria di festa di tutta la capitale inglese.

“Quello che mi è rimasto delle Olimpiadi è più il contesto che altro. Il villaggio olimpico, la fiaccola, le cerimonie di apertura e chiusura: chi ha la fortuna di viverle in prima persona, capisce cosa c’è dietro a tutto il movimento olimpico. In quei giorni sembrava di vivere in una favola, più per tutto ciò che per la gara in sé, che se ci pensi non è così diversa da un Europeo o da un Mondiale”. In quell’occasione, la 4x400m si fermò in semifinale, ma Chiara ha un ricordo particolare del suo turno. “Ero prima frazionista ed ebbi la fortuna di partire in nona corsia, quella più esterna e quindi più vicina al pubblico. In Inghilterra non ci sono barriere, quindi ricordo benissimo quella sensazione di essere quasi “spinta” da quel focoso pubblico, che tifava tutti indistintamente. Sembrava di avere sempre il vento a favore, cosa impossibile in una gara come la mia. Merito di quella Londra: chi l’ha vista in quel periodo, festosa, frenetica e colorata, può capire cosa si respirava”.

Ma, come si dice di solito, è vero che l’importante non è vincere, ma partecipare?

“Il famoso motto di De Coubertin è la classica frase palliativa con la quale si è soliti consolare un atleta quando le cose non vanno. Ognuno di noi si schiera dietro i blocchi per vincere, a nessuno piace perdere, soprattutto se dietro a quella gara c’è stato tanto lavoro, fatica e tutto quello che lo sport professionistico richiede. Ma vincere in atletica non è sempre solo e soltanto tagliare per primi il traguardo. Io ritengo che i primi avversari siamo noi stessi, quindi a volte vincere significa anche migliorare il proprio tempo, o realizzare il minimo di partecipazione per un Mondiale o un Europeo. Allora, in quel caso, se proprio vogliamo, possiamo anche dire che l’importante era partecipare…”.

La spinta propulsiva di Londra ha portato Chiara alla doppietta ai Giochi del Mediterraneo di Mersin 2013, con il doppio oro nei 400m piani e nella staffetta. Negli anni, Chiara si è tolta tantissime soddisfazioni, nonostante si definisca una “perfezionista” – “ho il pregio, o forse difetto, di non essere mai contenta e andare sempre a cercare il pelo nell’uovo anche in quelle occasioni dove invece dovrei solo godermi il momento e festeggiare”.

Si riferisce specificatamente al 2016, e al bronzo conquistato agli Europei di Amsterdam.

“Forse l’unica cosa che non rifarei è andare a dormire il giorno della vittoria del bronzo europeo ad Amsterdam. Sarebbe durato di più, compresa la mia felicità. L’unico motivo per il quale tornerei indietro è per rivivere davvero tutto, per poter assaporare di più certe emozioni, sensazioni che poi non tornano più. Perché ho fatto sbagli, scelte da mangiarsi le mani, ma adesso mi rendo conto che senza quelle non sarei l’atleta che sono. Magari, in quel momento, una scelta diversa mi avrebbe ripagato diversamente, ma certamente senza gli errori che ho fatto non sarei qui oggi a provarci di nuovo…”.

Questo volersi sempre migliorare, questa ricerca delle minime imperfezioni, ha permesso a Chiara di affrontare le gare quasi sempre con la giusta mentalità. In una corsa, ciò che lo spettatore vede è solo l’ultima parte di un percorso tortuoso da affrontare meticolosamente. A partire dal riscaldamento.

“La gara è un insieme di innumerevoli fattori, difficili da elencare. C’è il riscaldamento, in cui devi prepararti fisicamente allo sforzo, senza però gettare al vento tutte le energie nervose che hai accumulato nei giorni precedenti alla gara. C’è il momento in cui ci si avvicina ai blocchi, forse il più intenso a livello emotivo. Ci sono gare in cui ho sbagliato una cosa, in altre non sono riuscita a trovare la concentrazione; come ho detto prima, nell’atletica, il nostro primo avversario siamo noi stessi”.

Finale – Futuro

A 35 anni, inevitabilmente, un atleta è nella fase finale della sua carriera. Uscito dalla curva, vede il traguardo, e affonda gli ultimi passi sul tartan. Sono forse i passi più intensi, prima che la corsa si spenga in quello scoordinato agitare di braccia dopo l’arrivo, quando i muscoli improvvisamente si rilassano. Chiara sa di essere a questo punto della sua vita sportiva, ed è per questo che non vuole lasciare nulla di intentato.

“Nonostante gli anni c’è ancora qualche obiettivo da provare a raggiungere, con la differenza che quando ero più giovane mi ponevo obiettivi a lungo termine, mentre oggi mi pongo obiettivi più vicini e viaggio giorno dopo giorno, passo dopo passo”.

Quali obiettivi, Chiara non lo dice. “Noi atleti siamo un po’ scaramantici, sai!”.

Uno, possiamo scommetterci, era sicuramente quello del podio di Glasgow, realizzato pochi giorni dopo averci risposto a tutte queste domande. Siamo stati provvidenziali, anche se di certo i suoi successi non li deve a noi. Li deve a sé stessa. Li deve a quello sport che, col passare degli anni, è diventato vita.

“All’atletica devo molto, se non quasi tutto di quello che è il mio carattere oggi. Non so se nel bene o nel male, non sta a me giudicare, ma ha tirato fuori delle caratteristiche che probabilmente non sarebbero mai uscite fuori. Mi ha forgiato, dato certezze e messo spesso di fronte a scelte importanti a qualsiasi età. Ha placato la mi ansia, mi ha dato la capacità di conoscermi meglio, mi ha spesso fatto fare introspezione. Mi ha cambiato la vita”.

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Luca Vanni, un “fuori corso” che ce l’ha fatta

La pressione sociale nei confronti degli studenti universitari è elevatissima, perché spendono tempo e denaro per qualcosa che non necessariamente (anzi, quasi mai) li realizzerà nel futuro. Per i “fuori…

La pressione sociale nei confronti degli studenti universitari è elevatissima, perché spendono tempo e denaro per qualcosa che non necessariamente (anzi, quasi mai) li realizzerà nel futuro. Per i “fuori corso”, bighelloni patentati o semplicemente duri come il coccio, la faccenda si fa ancora più complicata: il conseguimento della laurea si protrae nel tempo, e contemporaneamente si allontana sempre di più la possibilità di trovare un lavoro che sia frutto del lunghissimo percorso di studi.

A fare da cornice alla durissima vita del laureando “fuori corso” ci sono i “vai a lavorare!” di mamma e babbo, le prese in giro degli amici, ma anche le preoccupazioni della nonna, che ti vede deperito per lo stress da esami e ti chiama continuamente per chiederti se hai mangiato.

Come sopravvivere a questo inferno?

Credo di averlo imparato dalla storia di Luca Vanni.

La partecipazione ai più importanti Slam mondiali vale come una laurea, conseguita però in tardissima età, se si considera la carriera di uno sportivo. Luca Vanni, per molto tempo, è stato un “fuori corso” del tennis, combattuto tra la passione per il tennis e la paura di pesare troppo sulle casse dei genitori, tra il suo sogno e il mobilificio di famiglia.

Calma, dedizione e pazienza, anche quando le classifiche parlavano chiaro e lui, già grandicello, era 4.3 – “il livello più infimo del tennis”: sono virtù che gli ho letto sul volto, appena è sceso dalla macchina per fare quest’intervista. In un insolito giorno innevato, col rischio di non potersi incontrare e di rinviare a chissà quando l’appuntamento, Luca si è fermato a Sinalunga per farsi tempestare di domande.

In 5 set.

1° set: Luca Vanni vs Ginocchio

Il match è iniziato sul tavolino più appartato dello Scuro, la casa del caffè sinalunghese, e Luca si è accaparrato subito l’unica sedia alta, mentre a me e Valentina sono toccati gli sgabellini. Come primo servizio, direi subito un ace meritato: non l’ha fatto per comodità, ma perché è impossibile mettersi a sedere su quelle seggioline per uno che è soprannominato il “Gigante del tennis”. Centonovantotto centimetri, roba che mentre gli parlavo sembravo un bambino che recita la poesia davanti a Babbo Natale.

Abbiamo iniziato con le note dolenti non perché sono un infame, ma perché di solito ci si presenta chiedendosi “come va?”, e Luca è stato estremamente sincero a rispondermi diversamente dal solito “tutto bene!”. L’infortunio che tanto lo sta tormentando ormai da troppo tempo è una calcificazione al ginocchio destro, già operato.

“È un periodo così così sotto questo punto di vista, questo ginocchio mi fa tribolare parecchio”.

Che bella la calata aretina, il registratore non lo mette in soggezione.

“Ultimamente gioco fisso con il Voltaren, l’antidolorifico quello della pubblicità, e tra qualche mese mi prenderò del tempo per recuperare. D’altronde, non si tratta di una partita a settimana: se continuo a prendere le pasticche, ci sta che invece che al ginocchio mi operano al fegato!”. Di operazione, infatti, Luca non ne vuole sapere. “Anche i dottori la sconsigliano, mi sono già operato tre volte. Più che altro, essendo una calcificazione, ci sta che anche dopo un’operazione torni, se si tratta poi di un problema posturale. Adesso mi sto curando con delle onde d’urto – che dolore! – spero che facciano il loro dovere”.

Ginocchio fasciato completamente durante gli ultimi Australian Open

2° set: Luca Vanni vs Tempo

Speriamo davvero che tutto si risolva, anche perché l’età avanza e Luca ha già giocato fin troppo col tempo: primo torneo ATP e primo main draw di uno Slam nel 2015, alla soglia dei 30 anni. Ma la calma, la tranquillità, la pazienza di cui parlavo, si palesano proprio quando gli servo sul piattino del suo caffè macchiato il tema degli anni che passano.

“L’età? Solo una scusa, una chiacchiera da bar. Uno se la sente dentro, fuori non esiste”. Coi lineamenti da ventenne e il sorriso da ragazzo, Luca mette subito in chiaro che la sua carriera è ancora lunga. “Finché uno si sente bene non c’è carta d’identità che tenga. Quando mi chiedono se sono a fine carriera me la rido, per fortuna qualcuno mi ha capito. Un mio amico, ad esempio, vorrebbe che andassi da lui per raccontare ai ragazzi che allena la mia storia: un comune mortale che ce l’ha fatta, uno che da quarta categoria, il livello più infimo del tennis, è arrivato in alto. Aggiungo, grazie a spinte mie interne, senza aiuti dall’esterno”. Mette in mezzo anche la prospettiva “ganza” di scrivere un libro. “Sarebbe bello potermi raccontare non solo per le cose belle, ma anche per quelle negative che in un modo o nell’altro sono comunque fondamentali per crescere. Ma è presto, ancora ho voglia di aggiungere qualche capitolo “reale” alla mia carriera”.

E mentre penso che “cavolo, in un modo o nell’altro l’età inciderà nel tennis!”, Luca chiude con il suo rovescio a due mani il discorso.

“L’età incide solo per quanto riguarda il lavoro che fai. Ad un certo punto, il gioco deve valere la candela, parlo proprio a livello economico, in prospettiva futura”. Pendo dalle sue labbra che sputano sincerità e piccole imprecisioni grammaticali, sintomo che si trova a suo agio.

“Il tennis, infatti, è uno sport meritocratico: non è detto che uno a fine torneo si porti sempre il premio a casa, anzi…”.

3° set: Luca Vanni vs Australian Open

Anzi, proprio come dice lui, “la settimana del tennista termina quasi sempre con una sconfitta”.

E sta proprio in questo, secondo me, la crudeltà del tennis: l’emozione e la felicità di aver raggiunto un traguardo importantissimo spesso ti si strozzano in gola, perché un paio di giorni dopo magari esci sconfitto nel match successivo.

La sua recente esperienza agli Australian Open ne è l’amara conferma, e Luca non ha paura di dirlo, con simpatia e pochi peli sulla lingua. “Non ho mai vinto una partita in un tabellone principale. Quindi, alla fine, nonostante tutti i convenevoli del caso, dopo ave’ perso con Busta, me giravano i cojoni! Sono arrivato ad un punto in cui vorrei concretizzare il risultato…”.

Non deve essere facile, appunto, avere rimorsi dopo essere arrivati a giocarsela contro i migliori. Per questo gli ho chiesto quanto fosse importante la solidità mentale in uno sport diabolico come il tennis, che ti fa volare per poi schiantarti a terra nel giro di un secondo. “La testa conta infinitamente di più rispetto alla classe o alla tenuta fisica, e paradossalmente è la cosa che si vede di meno durante una partita. Il tennista può essere influenzato da una miriade di fattori: fusi orari, viaggi, qualità del cibo, clima, dolori, che però in campo non sono visibili. Che ne sa la gente alla TV che la sera prima hai litigato con la fidanzata? La mente deve essere brava a estraniarsi da tutti i problemi, perché alla fine i campi degli Slam sono grandi quanto quelli di Sinalunga”.

Proprio la testa ha fatto la differenza, secondo Luca, nella sconfitta contro il numero 23 al mondo Pablo Carreño Busta. Testa che poi, inevitabilmente, influenza anche tutte le altre qualità di un tennista. “Non dico che potevo fare di più, ma che mentalmente sono stato regressivo e non progressivo, pur essendo avanti di due set. In sostanza, dovevo essere più consapevole del momento, ed invece è lui che si è esaltato punto dopo punto: ha iniziato ad osare, a sbagliare anche di più, ma a giocarsi punti più importanti con determinazione e fiducia nei suoi mezzi. Ha preso campo, e alla lunga è venuta fuori anche la sua migliore condizione fisica, che ha fatto la differenza”.

Gli alzo una palla ghiottissima: “Perdere di pochissimo contro un 23 del mondo è brutto perché hai perso o bello perché era un giocatore forte?”.

Lui mi risponde con uno smash alla Sampras, suo idolo fin da piccolo. “Perdere contro Busta mi ha dato solo la consapevolezza che ancora non sono sazio”.

4° set: Luca Vanni vs Passato

So da dove viene tutta questa determinazione nel voler giocare ancora tanto, e rientrare magari nei primi cento al mondo. Viene proprio da quell’11 maggio 2015, quando il sito ufficiale dell’ATP, alla voce “top 100’s”, recitava “Luca Vanni” proprio alla centesima posizione. Quel 2015 è sicuramente l’anno di Luca Vanni, se non altro a livello di risultati raggiunti: main draw di Roland Garros e Wimbledon, Challenger vinto a Portoroz (Slovenia), vittoria contro Tomic nel tabellone principale del Master 1000 di Madrid, secondo posto all’ATP di San Paolo. E, ciliegina sulla torta, entrare nel circolo ristretto dei migliori cento giocatori nel mondo.

“La spinta per quel 2015 me l’ha data però il 2014, l’anno post-infortunio: avevo voglia di rimettermi in gioco seriamente, così da 850 sono passato a 150 al mondo grazie ad un’annata faticosissima, in cui ho giocato praticamente una partita ogni tre giorni”.

Luca non tradisce emozioni e non dà mai l’idea di volersi pavoneggiare.

“Poi, appunto, il 2015, in cui ho raggiunto i traguardi più importanti della mia carriera. Non ho un ricordo in particolare: l’emozione più bella è forse l’aver calpestato da giocatore i campi del Foro Italico, quelli che sognavo fin da piccolo, quando con il TC Sinalunga andai a Roma per vedere Sampras e Edberg. Sicuramente, ricorderò per sempre la finale persa con Cuevas a San Paolo, anche con un pizzico di rammarico per l’atteggiamento con cui entrai in campo. Si torna al discorso di prima sulla mentalità: all’inizio pensai di più a non fare brutta figura contro un 20 al mondo, pian piano incominciai a prendere coraggio ed infatti la partita è finita 7-6 al tie break del terzo set, dopo tre ore di partita. L’ho sognato anche stanotte”.

“Chi, Cuevas?”. Pensavo ad un’umanissima sete di vendetta. “No, macché. Sogno tutt’ora di calpestare un’altra volta un palcoscenico del genere. C’è la vita davanti, sono tranquillo”. Un dritto incrociato imprendibile, sulla linea, senza bisogno dell’hawk-eye.

5° set: Luca vs Francesca

Dalle interviste precedenti era venuto fuori un Luca legatissimo a Foiano, al posto in cui è nato e cresciuto, cosa insolita per professionisti itineranti come i tennisti. “Dopo due tre settimane inizio a soffrire la lontananza dall’Italia, devo tornare”. Ma non solo per il territorio, ovviamente.

Per i genitori, per la nonna, per Francesca.

Cerca di smorzare l’argomento, ma la pallina finisce sulla rete.

Qui ciò che prova si percepisce chiaramente. “Col tempo, come è giusto che sia, le priorità sono sempre maggiori: non che non sia importante rientrare nei primi 100 al mondo, ma nel senso che a 33 anni non conta solo il tennis. C’è la famiglia, la prospettiva magari di crearsene una propria. C’è Francesca, che mi rispetta ed ha imparato a convivere con me nonostante la lontananza e tutto quanto”.

Dopo aver chiuso il cerchio con Francesca, è arrivato il momento di lasciarci.

C’è stato il tempo, off record, di parlare anche di sponsor, social media, televisione, della sua ultima intervista a Sky.

Un atleta di questa caratura, un tennista che ha giocato sul verde naturale di Wimbledon, sul blu veloce degli Australian Open, che è stato numero 100 ATP, me lo immaginavo più frenetico, sempre di corsa. Invece, tutto il contrario.

Calma, dedizione e pazienza glie le leggevo sul volto. Aggiungo un pregio che manca a tantissimi professionisti: il rispetto. “Pieno rispetto per qualsiasi persona che mi trovo davanti, per chi è e ciò che fa”.

“La mia storia non è finita!”. 

Ci credo, ad occhi chiusi. Non sarà mai troppo tardi, per uno come Luca Vanni. Un “fuori corso” che ce l’ha fatta, e che – spero – tornerà presto a guardare tutti dall’alto.

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Dalle Olimpiadi invernali in Corea all’impresa della Uc Sinalunghese, il 2018 sportivo tra esoticità ed epicità

Per un nuovo anno che inizia, ce n’è un altro appena passato. Frase che può essere tranquillamente un nuovo proverbio, ma anche semplicemente una tautologia: fatto sta che è così,…

Per un nuovo anno che inizia, ce n’è un altro appena passato. Frase che può essere tranquillamente un nuovo proverbio, ma anche semplicemente una tautologia: fatto sta che è così, ed essendo così c’è anche quel primordiale istinto umano di ripercorrere tutto ciò che è successo nei 365 giorni precedenti.

Serviva semplicemente qualcosa con cui iniziare il pezzo.

Oggi però non vogliamo fare i conti con le vostre coscienze, né sapere cosa avete fatto di sbagliato nel 2018 e che nel 2019 assolutamente non ripeterete.

Siamo qui per guardare a ritroso, certamente, ma solo in chiave sportiva.

Rivivremo, dunque, alcune delle più grandiose imprese sportive tricolori, classificate secondo due criteri francamente poco oggettivi come l’epicità dell’accaduto e l’esoticità della manifestazione. Il livello di epicità è il frutto di un semplicissimo calcolo integrale biquadratico con scarto medio del rapporto tra il risultato dell’impresa e l’aspettativa che avevamo, (∂ + m) ψ = 0 in sostanza. L’esoticità, invece, deriva dalla semidifferenza tra la temperatura in gradi Celsius del luogo in cui sono avvenute le imprese e il livello di interesse mostrato dai quotidiani e dai telegiornali nei confronti dello sport praticato.

Siete pronti? Vedrete che sarà più semplice del previsto, anche se in matematica siete poco ferrati.

XXIII Giochi Oliplici invernali – La “Girl Power” italiana

Livello di esoticità: Pyeongchang

Epicità: 8

Le Olimpiadi Invernali sono quel compromesso tra la bellezza poetica della neve e lo sport. Citati in ordine non casuale. “Sarebbe davvero brutto non fare qualche evento mondiale sulla neve”, deve aver detto l’ideatore di questa manifestazione, giocando a palle di neve col proprio figlio.

In effetti, se non si nasce in montagna è davvero difficile appassionarsi agli sport invernali, a tal punto da seguire una competizione così varia ed incompresa come le Olimpiadi Invernali.

Ma per gli italiani, queste XXIII Olimpiadi Invernali in Corea del Sud hanno registrato uno dei risultati più simbolici dell’anno passato. Infatti, tra gender pay gap e diritti calpestati, sono state proprio le donne a portare in alto l’orgoglio italiano, conquistando gli unici tre ori della spedizione tricolore; inoltre, su 10 medaglie totali, ben 7 sono arrivate grazie a prestazioni “in rosa”.

Come non citare, allora, il tris oro-argento-bronzo di Arianna Fontana, campionessa di short track, disciplina sui pattini basata sulla velocità: Arianna ha battuto la padrona di casa Choi Min-jeong nei 500m, conquistando l’oro, per poi aggiungere al suo palmares l’argento nella staffetta e il bronzo nei 1000m.

Sofia Goggia invece, astro nascente dello sci italiano, è salita sul gradino più alto del podio della discesa libera, davanti alla norvegese Mowinkel e alla “fenomena” statunitense Lindsey Vonn: l’emozione per la sua prima Olimpiade è certificata dall’intervista sul pullman post-gara, in cui sembrava cullare quella medaglia così pesante come un figlio da proteggere.

Il terzo e ultimo oro è arrivato nello snowboard, grazie ad una giovane e sorridente Michela Moioli, prima italiana di sempre a conquistare una medaglia in questa specialità.

E allora l’immagine di questo esagerato trionfo targato donna non può che essere quella di Malagò, presidente del CONI, che per festeggiare le imprese delle azzurre prende Carolina Kostner e si scatena con lei sulle note di “Tu vuo’ fa l’americano”.

Un tributo alla forza di queste ragazze, un calcio alle differenze di genere. Che mette in secondo piano l’inadeguatezza del numero uno dello sport nei panni del ballerino.

Meeting de Atletismo Madrid – Tortu nella storia

Livello di esoticità: essere i protagonisti in una canzone di Samuele Bersani

Epicità: 9’’99

Nel 2002 Samuele Bersani cantava Che vita!, auspicando una lotta fratricida tra Pietro Mennea, primatista italiano nei 100m, e Sara Simeoni, campionessa di salto in alto, per diventare Presidente del Consiglio.

I due erano, e sono tutt’ora, il simbolo dell’atletica italiana, uno sport da sempre poco trattato dai rotocalchi patinati e dalle tv italiane. Chissà cosa avrà voluto dire il nostro Bersani: che la politica faceva schifo? Che lo sport sarebbe stato capace di smuovere le masse più di un politico? Entrambe le cose?

Fatto sta che, se il nostro Bersani avesse scritto la canzone sedici anni più tardi, sarebbe stato costretto ad aggiungere un contendente nella gara a fare il Presidente. Una tripartizione di meriti che ricorda molto la nostra situazione di governo, tra destra-sinistra e 5 stelle: ma tralasciamo, che siamo qui a parlare di sport.

Insomma, Bersani avrebbe sicuramente citato le gesta eroiche di Filippo Tortu, centometrista di chiare origini sarde, e lo avrebbe definito con ogni probabilità “l’atleta italiano del nuovo millenniu”, per fare assonanza nella canzone.

Scherzi a parte, Tortu ha compiuto un’impresa di dimensioni incommensurabili, imprevedibile e destinata all’eternità.

Perché quel record nei 100m di 10’’01 fissato a Città del Messico era come una pietra miliare dello sport italiano, inscalfibile; perché in pochi conoscevano un giovane nato nel 1998 di nome Filippo Tortu, e forse in meno sapevano che quel ragazzo era un prodigio dell’atletica leggera; infine, perché i 100m sono la gara sudamericana per antonomasia, a cui non siamo abituati ad accostare un italiano.

In un anonimo pomeriggio madrileno, mentre il mondo dei media stava sicuramente parlando di calciomercato e vacanze dei vip, Tortu ha abbattuto il muro dei 10 secondi, quel limite che Mennea sembrava aver reso invalicabile per un italiano.

Il suo 9’’99 ci trasporta dritti alla prossima Olimpiade, quando ai 100m, tra pelli nere e casacche giamaicane, potremo fare il tifo anche per un nostro connazionale.

Mondiali di pallavolo femminile – L’EGO NUovo del genere femminile

Livello di esoticità: Hamamatsu (che nella scala “esoticità” è un paio di gradini sotto Pyeongchang)

Epicità: 9

Perdonatemi per l’azzardato gioco di parole, ma ci ho studiato una settimana intera. Non sarebbe stato possibile parlare del cammino glorioso della nostra pallavolo femminile senza citare Paola “Paoletta” Egonu, che ne è stata il simbolo, sia tecnico che morale.

Ancora una volta stiamo ricordando il 2018 sportivo italiano grazie all’impresa di un gruppo di donne: speriamo che, a questo punto, non ci querelino per discriminazione al contrario. Ma ancora una volta dobbiamo ringraziare il genere femminile per esserci sentiti, tutti insieme, italiani, in un anno in cui la delusione più grande era stata proprio l’esclusione dai Mondiali di calcio in Russia.

Siamo un popolo che, in assenza di calcio, ha bisogno di fare il tifo per qualcuno, e stavolta è toccato alle ragazzine terribili di Davide Mazzanti. Una squadra giovanissima, talentuosa e multietnica, come conferma la presenza nella formazione iniziale di ben due giocatrici di colore: la scatenata Miriam Sylla, di origini ivoriane, e la poderosa Paola Egonu, nigeriana.

Le ragazze hanno passato le prime due fasi in scioltezza, vincendo tutte le partite e conquistandosi, pian piano, sempre più spazio tra giornali e notiziari: è come se tutti, giocatrici, media e spettatori insieme, avessero iniziato a percepire che stava accadendo qualcosa di epico. Le azzurre sono arrivate così alla finale con tutti i riflettori puntati addosso e, sulle spalle, le speranze di milioni di italiani, che si erano riscoperti in un battibaleno grandi conoscitori di parallele, pipes e mani-fuori.

La vera impresa però le italiane l’hanno fatta in semifinale, battendo la Cina per 3-2 al tiebreak grazie al doppio punto finale di Paola Egonu, che di questo Campionato Mondiale diventerà poi il miglior opposto e la “capocannoniera”, rubando un lemma al mondo del calcio. In finale, invece, nonostante una partita fenomenale e un parziale di 2-1, le azzurre hanno dovuto arrendersi alla strapotenza della Serbia e della loro miglior giocatrice, Tijana Bošković.

Un sogno fermatosi all’ultimo step, ma che ha il merito di aver risvegliato il popolo italiano, di averlo fatto sentire vivo in un’estate che si prospettava sportivamente torrida e priva di emozioni.

Ah!

Per non farsi mancare nulla, Paola Egonu ha anche dichiarato di avere una fidanzata, che l’ha aiutata a superare la delusione del mondiale. In un’intervista al Messaggero si legge: “Ho una fidanzata. Lo dico con grande semplicità? Infatti, lo trovo normale”. A 19 anni.

Una schiacciata coraggiosa non solo contro il razzismo, ma anche contro l’omofobia.

La sua potenza è talmente straripante che le avversarie, più che fare muro, sembrano proteggersi per non prendere la palla in faccia

Mondiali di bowling – L’Italia fa strike!

Livello di esoticità: perché, esiste una squadra italiana di bowling?

Epicità: error 404

“Abbiamo mangiato i loro panini e visto i loro film, li abbiamo visti volare a canestro e raggiungere la luna…”.

Citava così l’introduzione di Fabio Caressa alla partita dei Mondiali del 2006 tra Italia e Stati Uniti, un elenco di cose che di solito vediamo fare agli americani mentre noi ce ne stiamo lì, a guardare. Fosse stato lungimirante, avrebbe potuto aggiungere anche che probabilmente, se esiste il bowling in Italia, lo dobbiamo alle abitudini a stelle e strisce.

In questo senso, l’impresa compiuta dalla squadra maschile di bowling italiana assume contorni così epici che il mio contatore di epicità si è rotto, non potendo quantificare con un numero preciso la straordinarietà dell’evento.

I nostri eroi hanno un nome ed un cognome: Pierpaolo De Filippi, Antonino Fiorentino, Marco Parapini, Nicola Pongolini, Marco Reviglio e Erik Davolio, battendo prima il Canada (che sta sopra agli USA, quindi sono forti come gli americani) e poi gli USA, hanno conquistato un oro che rimarrà negli annali delle imprese che non ti aspetteresti mai.

Come se un italiano sconfiggesse un cinese a ping pong, come se un francese facesse una pizza più buona di un italiano, come se Donald Trump battesse Malala nella corsa al Nobel per la pace.

Mi piace pensare che i sei campioni del mondo abbiano imparato a giocare così bene a bowling quasi per caso, tra una Coca Cola e un hotdog alla multisala. Questo per dare coraggio a tutti voi lettori: magari non lo sapete, ma anche voi un giorno potreste laurearvi campioni del mondo in qualche sport, perfino a bowling. D’altronde quanti sabati, al Clevillage di Chianciano o in qualsiasi altra sala giochi, i vostri amici si sono congratulati con voi dopo uno spare fortunoso o uno strike con la palla più leggera?

Play off Eccellenza – La Sinalunghese è inDomabile

Livello di esoticità: poco, siamo a Sinalunga

Epicità: + ∞

Arriviamo alla fine di questa breve carrellata tornando vicino a noi.

Siamo La Valdichiana, non possiamo non inserire la Sinalunghese tra le imprese tricolori del 2018 appena finito. Una squadra, quella rossoblù, che a cavallo tra maggio e giugno ha dato vita ad un sogno, riunendo attorno a sé migliaia (migliaia!) di persone, dagli appassionati di calcio ai comuni cittadini.

La promozione in Serie D, la prima nella storia del club chianino, è arrivata dopo un lunghissimo campionato ed un’estenuante fase play off, in cui i ragazzi di mister Fani hanno battuto in successione Grassina, Porta Romana, Fortis Juventus, Pomezia e infine Classe.

Tantissimi i protagonisti del miracolo, dalla dirigenza all’immenso capitano Dario Calveri, dal tremendo francese Vasseur, che con una doppietta nella finale di andata ha steso il Classe, fino a Marini, autentica saracinesca di una squadra che ha dato tutto per raggiungere un obiettivo che all’inizio pareva una semplice suggestione d’inizio estate. Fondamentale, nelle ultime gare, è stato anche l’apporto di una tifoseria coloratissima e mai doma, che ha creato coreografie impensabili e spinto la Sinalunghese verso la sua prima partecipazione alla Serie D.

Balsamo per l’anima di un paese carente di coesione ed iniziativa.

Speriamo, allora, che anche nel 2019 lo sport italiano possa unirci e regalarci le stesse emozioni che ci hanno travolto nel 2018.

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‘Bisogna lottare per conviverci’ – Alessandro Cresti, la bici e la sclerosi multipla

Gli avevo proposto lo Scuro, che a Sinalunga è uno dei luoghi più rappresentativi della pausa caffè con annessa chiacchierata, ma ha preferito un aperitivo all’Art Cafè del suo amico…

Gli avevo proposto lo Scuro, che a Sinalunga è uno dei luoghi più rappresentativi della pausa caffè con annessa chiacchierata, ma ha preferito un aperitivo all’Art Cafè del suo amico Nicolò Magi, che a quell’ora è sicuramente un posto più tranquillo e meno caotico per un’intervista. Già da questo piccolo dettaglio avevo capito di avere a che a fare con un ragazzo, ormai uomo, riservato, pacato, che si trova a suo agio negli ambienti a lui familiari, non troppo grandi e che profumano di casa. L’ho trovato impegnato in una briscola con Nicolò, Federico ed Eleni, la sua ragazza, una partita di quelle che non rimarranno di certo negli annali dei giochi da bar toscani: tempo di perdere senza possibilità di replica, pur giocando magistralmente l’ultima mano, che si è alzato, mi ha salutato e mi ha offerto una birra ordinando un piccolo calice di bianco.

“Alessandro, ma che fai?”. Da dietro Eleni aveva gettato l’occhio incredulo su di lui, e io pensavo fosse un rimprovero dovuto alla ferrea dieta degli atleti, che raramente possono permettersi sgarri alcolici.

“Con tutto questo sport nemmeno un bicchiere di bianco puoi permetterti, ho sentito che la tua fidanzata t’ha cazziato…”. La verità, invece, era diversa. “No no, lo sport non c’entra nulla, è che prendo una pasticca e non potrei bere alcolici, se non in piccole quantità. Ma un bianco prima di mangiare non fa niente, farebbe male se bevessi a ridosso del pasto, quando devo prendere anche la pasticca”.

Avviandoci verso i tavolini più lontani dal bancone, avevo capito che quella con Alessandro Cresti sarebbe stata un’intervista diversa. Aveva parlato di quella pasticca con una serenità disarmante, che di certo non ti aspetteresti da una persona malata di sclerosi multipla.

“Una malattia neurodegenerativa demielinizzante, cioè con lesioni a carico del sistema nervoso centrale”, così viene definita dal sito dell’AISM, Associazione Italiana Sclerosi Multipla: un male lento ed inesorabile, che può essere combattuto, per ora, soltanto con tanta forza di volontà ed estrema dedizione.

Ci siamo seduti, davanti a qualche patatina e una manciata di noccioline, e abbiamo iniziato a parlare. Ho messo il registratore tra noi due, e Alessandro ha iniziato a raccontarmi la sua storia di vita.

Una gara contro un avversario tosto ma non imbattibile come la sclerosi, fatta di un inizio in pianura, una salita ripidissima ed, infine, una discesa tortuosa ed avvincente.

KM 0-25, tratto pianeggiante con accenno di pendenza verso il km 25

“Presi quella bici vecchia, messa lì, e iniziai…”

Scoprire di essere malati di sclerosi multipla alla soglia dei 25 anni ti cambia la vita, che tu lo voglia o meno, ma da come Alessandro ne parla questo non sembra trasparire.  C’è una coppia dietro di noi che sta facendo l’aperitivo, ma ogni volta che Alessandro deve pronunciare il nome della malattia non abbassa la voce, non è intimorito.

Cercavo informazioni su Google, come farebbero tutti, ed erano spaventose. Ebbi il sintomo più forte quando mi svegliai e avevo un braccio e una gamba completamente paralizzati: dal 14 novembre al 24 novembre 2014 sono stato alleScotte, ho dovuto fare tantissimi esami ma nessuno ti dice subito cosa hai. La malattia non la nominano nemmeno all’inizio, infatti ho avuto la diagnosi definitiva l’agosto successivo. La prima reazione? Ti chiedi perché proprio a te sia successa una cosa simile, ma poi pensi che non augureresti mai a nessuno la tua stessa sorte, e la tieni per quello che è: con la sclerosi ci vivi, perché ogni giorno hai delle pseudoricadute, ma devi imparare a conviverci, e bisogna lottare per farlo”.

Ed ecco che, proprio quando la vita presenta ad Alessandro il primo vero accenno di salita, arrivala bicicletta in soccorso. Una bicicletta che teneva in garage e rispolverava di rado, per qualche sgambata. “Presi quella bici vecchia, messa lì, e iniziai. I medici mi consigliarono un’attività leggera per non stare fermo, come andare in biciletta, e da quel momento la bici è diventata la mia seconda terapia, non in senso figurato ma reale: fare attività fisica mi fa stare bene, mi tiene lamente occupata attenuando le pseudoricadute giornaliere. Ho iniziato ad andare in bici per stare meglio”.

Il contraccolpo psicologico che dà una malattia del genere è pesante, e Alessandro ammette che la prima cosa a cui pensi è il tuo futuro in carrozzina, incapace di muoverti.

La bici, in questo senso, può essere vista come il movimento che si ribella alla prospettiva di immobilità: se non è lottare questo, non so davvero cosa lo sia.

KM 25-28: breve salita scoscesa, con pendenza vicina alle quote del Mortirolo

“Ne metto dietro parecchi in salita…”

All’improvviso, dunque, la vita pianeggiante che tutti i 25enni sognano di avere, per Alessandro si è trasformata in un’erta salita. Bisogna essere portati persuperare le salite, di gran lunga i tratti più complicati per un ciclista; ma Alessandro non è un ciclista qualsiasi, è un ciclista coraggioso e forte, che non può certo spaventarsi di fronte ad una sfida come questa. “Mi sono accorto, improvvisamente, che la vita di cui ci preoccupiamo, la fretta che abbiamo ogni giorno, le cose per cui ci incazziamo, alla fine non sono altro che piccolezze in confronto ai veri problemi. E non parlo nemmeno del mio, perché frequentando cliniche e ospedali ho visto in faccia il dramma di bambini che non potranno mai vivere la propria giovinezza serenamente, di famiglie distrutte. Ci vorrebbe che tutti, per un giorno, potessero avere una malattia come la mia: ti cambia la prospettiva da cui guardi le cose, e inizi a vivere diversamente”.

La salita, Alessandro, l’ha presa di petto, in tutti i sensi. Ne ha fatto la sua specialità, nella vita come nella bicicletta. “Ne metto dietro parecchi insalita, è la mia forza nelle gare anche se purtroppo spesso le corse non nehanno molte”. Quello che all’inizio era un modo per svagarsi e dimagrire, dopo le cure di cortisone, è diventato un vero e proprio sport agonistico, a cuiAlessandro ha dedicato anima e corpo. Sono arrivati i primi risultati, le prime gare vinte, e alla fine Obiettivo 3, il progetto creato e portato avanti da Alex Zanardi, che permetterà a tre atleti affetti da disabilità di prendere parte alla nazionale italiana che parteciperà alle Paralimpiadi di Tokyo nel2020.

“Ho mandato la mia candidatura online dopo aver completato la procedura che mi riconosce comeparaciclista. La risposta è arrivata dopo un po’, è stato un fulmine a ciel sereno: mi avevano preso! L’esperienza vissuta con il team di Zanardi è stataincredibile, e conoscere un personaggio come lui mi ha caricato ancora di più. Appena lo abbiamo incontrato, sembrava già di conoscerlo: è una personaumilissima, alla mano, e poi è enorme! Per uno come me non può che esserel’esempio da seguire, dopotutto lui da avere tutto è passato, in un momento, anon avere più nulla. Mi ha colpito in particolare una delle tante cose che ci ha detto: “Dopo l’incidente non ho pensato più a quello che non avevo, ma a sviluppare ciò che mi era rimasto”. Alex non ci mette solo il nome per questoprogetto, ma anche e soprattutto impegno, passione ed amore, qualità che spessomancano ai personaggi famosi. Poi, ovviamente, c’è bisogno delle risorse economiche per portare avanti un progetto di questa caratura, e allora viene in aiuto della Fondazione Vodafone, che finanzia il tutto e permette agli atletidi avere a disposizione la strumentazione necessaria, gratuitamente. Biciclette, completini, gps e tante altre cose, strumenti che sarebbero inaccessibili per qualsiasi persona proveniente da una famiglia normale”.

Iniziare a correre in bici, oltre che a stare bene, è servito ad Alessandro anche per fare“outing”, dopo aver nascosto il suo male per quasi 2 anni.

“Non ne ho parlato con nessuno per molto tempo, non volevo sentirmi compiangere dalle persone. Ma dopo una gara in cui arrivai secondo, lo speaker mi disse quasi minaccioso: “Dopo si parla eh”. E da quel momento, parlare della mia malattia non è statopiù un tabù”.

Continuo a sorprendermi della normalità con cui Alessandro mi parla di quella che, percome la vedevo io, era una condanna ad una vita eternamente sofferente.

“L’aiuto delle persone a me care è stato fondamentale: i miei non mi hanno mai fatto vedere neanche unaccenno di dolore, normale per un genitore, ed anche Eleni mi è stata sempre vicino. All’inizio la tentazione è di chiudersi in sé stessi, di non volere aiuto da nessuno perché si ha paura di essere un peso, ma dopo capisci chefarsi dare una mano rende felici anche le persone che ti vogliono bene”.

KM 28-FINALE: discesa velocissima, ricca di curve

“Nella discesa devo migliorare, per me è la parte più difficile di una gara…”

È passata quasi un’ora, e pian piano mi adeguo al suo ritmo dialettico. Se pedala come parla – penso, Alessandro a Tokyo ci arriva davvero.

Alla fine, è venuta fuori la chiacchierata che mi aspettavo, senza domande preconfezionate e pause stabilite: posso dire con certezza, quindi, che non ho intervistato Alessandro, ma ci ho passato un pomeriggio insieme. Non c’è modo migliore di imparare che farlospontaneamente, e non ho mai pensato al fatto che fossi lì per lavoro durantel’ora e mezzo insieme.

Tornando ad Alessandro, per lui la malattia non deve più essere in nessun modo una fonte di egoismo o un pretesto per lamentarsi dell’ingiustizia della vita. Tutt’altro: dev’essere la spinta a condividere la propria esperienza, perché ha capito quanto importanti siano state per lui le parole di chi già da tempo sapeva di esseremalato. “Parlare con qualcuno che ha più esperienza è fondamentale, soprattutto perché ti accorgi che alla fine ce la puoi fare. Leggere il libro di Zanardi mi ha dato un’enorme iniezione di fiducia, perché spiega dettagliatamente come si può continuare a vivere autonomamente anche nella disabilità”.

“Condivisione” è dunque la parola chiave, perché per le persone come Alessandro è fondamentale sapere di non essere soli.

Ed ecco, infatti, la discesa finale a cui la vita lo ha messo davanti.

“Il mio Obiettivo 3 è anche aiutare tutti coloro che come me sono stati messi di fronte ad una malattia come la sclerosi multipla. Mi concedo a giornali, televisioni e siti non per promuovere me, ma perché voglio mandare il messaggio a chi mi legge: “ci sono passato, so cosa vogliono dire i primi mesi, non c’è motivo di avere paura”. L’importante è che mi legga chi ha bisogno, poi del pensiero della gente non mi interesso”.

Oltre le Paralimpiadi, quello che Alessandro sogna è rendere una vera professione questosuo istinto altruista di conforto e aiuto verso gli altri.

“Voglio muovermi sul sociale, già avrei avuto la possibilità una volta ma non ebbi tempo. C’era una gara a Sinalunga e, lo stesso giorno, sempre a Sinalunga si vendevano le meledella ricerca per AISM. Lo seppi tardi, ma sarebbe stato bellissimo poter unirele due cose. Sento che aiutare, e aiutarsi, è la cosa giusta da fare”. Vincere le gare è una soddisfazione non da poco, ma nemmeno paragonabile in confronto alla gioia che si ha quando si riesce ad aiutare un’altra persona. “Voglio essere un esempio per coloro che non sono stati fortunati, e che si sentonopersi. Ho vissuto quel periodo di sofferenza iniziale ma poi mi sono convinto che dovevo iniziare di nuovo da qualcosa: per me la salvezza è stata labicicletta”.

“La cosa più bella è sentirsi dire che, dopo avermi letto, le persone hanno cambiato il modo divedere le cose”.

Si è conclusa con questa frase la chiacchierata, o almeno quella che ho registrato, perché a un certo punto ho staccato il registratore, un po’ perché si era fatto tardi, ma soprattutto perché avevo l’impressione che non ci fosse più bisogno di salvare le sue parole su un dispositivo. Ero entrato ormai nella sua ottica, nell’estrema normalità della situazione che si era pian piano creata.

Infatti, la cosa èavanti ancora per una ventina di minuti, in cui Alessandro mi ha parlato di tutti i suoi progetti, alla soglia dei 29 anni: raccolte fondi per l’AISM, una linea di abbigliamento sportivo tutta sua, il coaching e tanto altro.

Non vorrei chepassasse il messaggio sbagliato, però: Alessandro pedala ogni giorno, e si sta allenando come non mai per provare a cavalcare il sogno di Tokyo 2020. Dopotutto, è un gran bel ciclista, e a partecipare non ci sta, come tutti quanti. È supportato dal preparatore atletico di Zanardi, esperto biomeccanico, e sta seguendo il suo allenamento per arrivare al massimo della forma nel periodo delle gare. A Marzo parteciperà col suo team, il Donkey Bike Club Sinalunga, alla Coppa Toscana di mountain bike, anche se ovviamente Alessandro punterà a farbene su strada proprio per Obiettivo 3.

Mi ha colpito, dulcis in fundo, proprio un episodio relativo ad una gara all’isola d’Elba, che mi ha raccontato “a microfonispenti”.

Discesa, tratto perlui difficoltoso, un altro ciclista gli sta a ruota borbottando per via della sua presunta lentezza. Alessandro lascia correre, già pregusta l’arrivo della salita per sorprenderlo, e lo fa passare. Arriva così la salita, ed è lì che Alessandro rincontra l’irriverente avversario. Lo affianca, affonda un paio di pedalate e superandolo si gira, prendendosi la sua rivincita.

“Sarò anche balordo in discesa, ma te impara ad andare in salita!”. Era una frase del genere.

Perché mi ha colpito? Perché è la dimostrazione di come per lui la bici sia sì una seconda terapia, ma che da questo sia diventata una passione per cui sacrificarsi, una costante motivazione a migliorarsi, l’umanissimo tentativo di primeggiare. Comelo sarebbe per tutti quanti, alla fine.

Salutandoci, per scherzo, gli ho chiesto se mi portava a Tokyo. L’unica sua preoccupazione? “E che mangio quando so’ a Tokyo? Io mi porto i miei yogurt, le mie barrette, va’a capì laggiù nemmeno bolle l’acqua!”.

E io che, ancora oggi, mi chiedo se quello con cui avevo passato un pomeriggio era davvero un malato di sclerosi multipla. Quel male lento ed inesorabile, che ti condanna all’immobilità, ma che da quel momento mi fa molta meno paura.

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Una sigaretta per ogni squadra: Maurizio Sarri, dalla panchina del Tegoleto a quella del Chelsea

L’Italia è un paese amato e rispettato nel mondo soprattutto per quanto riguarda l’arte culinaria: l’export di generi alimentari è uno dei nostri punti di forza e motivi d’orgoglio, basti…

L’Italia è un paese amato e rispettato nel mondo soprattutto per quanto riguarda l’arte culinaria: l’export di generi alimentari è uno dei nostri punti di forza e motivi d’orgoglio, basti pensare a quanto appeal hanno squisitezze come pizza, olio e vino nei paesi gastronomicamente più poveri.

Da qualche mese l’Italia, e più precisamente la Toscana, ha occupato la sala del trono della regina Elisabetta offrendo al banchetto domenicale non gustose portate ma una buona dose di sapienza calcistica. Da qualche mese, infatti, siamo diventati esportatori di football nella terra in cui il football è nato e tutto questo grazie ad un signorone toscano con l’innato vizio del fumo, delle tute da passeggio, che contrappone quotidianamente ai bei vestiti, e alle ipocrite buone maniere che il mondo del calcio in televisione imporrebbe.

Ovviamente, stiamo parlando di Maurizio Sarri e del suo ormai celebre Sarriball, nomignolo coniato dai tifosi del Chelsea per etichettare il gioco spettacolare del loro allenatore. Sarri è nato a Napoli, ma è cresciuto tra i territori del Valdarno e le mura della banca di Firenze, dove ha lavorato prima di dedicarsi interamente al calcio.

Accolto, tra i dubbi, alla corte del proprietario dei blues Roman Abramovič dopo un’insolita staffetta con un altro italiano, Antonio Conte, è riuscito a farsi adorare in pochissimo tempo, non solo per la sua schiettezza e per la sua inaspettata padronanza della lingua inglese, ma anche e soprattutto per il calcio intenso, poetico e bello che riesce a far esprimere alla propria squadra.

Ma a tutto questo, Sarri, ci aveva già abituato in Italia, quando il grande pubblico aveva potuto conoscerlo ed ammirarlo sulle panchine di Empoli prima e Napoli poi. Tuttavia, come tutti i personaggi storici che si rispettino, c’è un passato da raccontare, un passato che ha segnato in maniera indelebile la sua carriera, facendolo diventare l’uomo e il professionista che è ora. Una commistione di sangue campano e toscano, che lo ha reso tra gli allenatori più iconici e amati della contemporaneità, anche oltremanica.

Con questo  articolo voglio ripercorrere, dunque, le tappe principali che hanno indirizzato Sarri verso la conquista della Serie A e, successivamente, della Premier League. Racconterò Sarri abbinando ad ogni squadra un pacchetto di sigarette che porta gli stessi colori sociali della maglia. La sigaretta è un segno distintivo per Sarri da diventarne metonimia: crea, il fumo, quell’aura di provincialità e, perché no, di toscanità, che contraddistinguono l’inizio, dal basso, di una carriera scintillante. Tutto questo, tuttavia, senza mai elevarsi sul piedistallo dell’intoccabilità che media e celebrità costruiscono sotto i piedi dei personaggi famosi.

Vi sembra l’identikit di un allenatore milionario di una delle squadre più ricche del pianeta?

MARLBORO ROSSE – Il Tegoleto e il posto per la macchina

A Tegoleto, frazione di Civitella in Valdichiana, provincia di Arezzo, Sarri arriva dopo quasi 10 anni di esperienza in panchina: prima aveva allenato Stia, Faellese, Cavriglia, Antella e Valdema, ottenendo buoni risultati tra Seconda Categoria, Promozione ed Eccellenza.

Tegoleto rappresenta, per Sarri, la svolta della carriera: sarà la prima vera stagione in cui potrà dedicarsi totalmente al lavoro di allenatore, dopo aver riposto per sempre nel polveroso armadio di casa la giacca elegante da impiegato di banca.

Ci immaginiamo, dunque, un Sarri super meticoloso arrivare un paio d’ore prima dell’allenamento al campo sportivo, avviare il suo pacchetto rigorosamente morbido di Marlboro Rosse e iniziare a ingurgitarne una dopo l’altra, tra fogli impiastricciati pieni di schemi e cenere accidentalmente cadutagli sulla tuta.

“La sigaretta per eccellenza” diventa “la sigaretta per salvarsi in un campionato di Eccellenza”. Sarri, infatti, arriva undicesimo ottenendo la salvezza con qualche giornata di anticipo, anche grazie a qualche accorgimento cabalistico: celebre quella volta – racconta Roberto Bacci, Ds del Tegoleto – in cui uno sconosciuto parcheggiò la macchina nel posto dove Sarri la metteva ogni domenica”

Si incazzò tantissimo, continuava a dì che se ‘un se cavava quella macchina di lì ‘un si sarebbe nemmeno potuto giocà. Io aspettai lì, ogni persona che veniva gli chiedevo se era sua la macchina, alla fine arrivò il proprietario e gentilmente ce la spostò. A quel punto Maurizio la rimise al su’ posto”.

Ovviamente, la partita terminò con una vittoria per i biancorossi di Sarri. Scaramanzia? O, semplicemente, espressione fenotipica del gene napoletano che vive in lui?

Rosa del Tegoleto ‘99/’00

PHILIP MORRIS GIALLE – La Sansovino e il sinistro stradale sistematico

La grande stagione col Tegoleto convince la Sansovino a puntare su Sarri, per portare gli arancioblù in Serie D dopo anni di stabile presenza nel campionato di Eccellenza. A volere a tutti i costi Maurizio sulla panchina della Sanso è Nario Cardini, al tempo Ds, che amava la quadratura tattica delle squadre allenate dal tecnico. “Ogni volta che si giocava contro una squadra di Sarri c’era da soffrì sempre, e a me mi garbavano le squadre toste in quel modo”.

L’esperienza di Sarri alla Sansovino è memorabile, come il sapore di una Philip Morris accompagnata a una birra scura o, forse ancora meglio, a un vino rosso bello corposo tipico toscano. Sì, sicuramente l’immagine di Sarri con una Philip Morris in una mano e un bicchiere di vino nell’altra, alla sagra della porchetta di Monte San Savino, è più convincente.

Il primo anno vince l’Eccellenza portando la squadra in Serie D, ma dopo un sesto posto il tecnico compie il miracolo nella stagione 2002/2003: arrivano, insieme, il secondo posto nel campionato e la vittoria della Coppa Italia, che gli valgono la promozione in Serie C2.

La caricatura di Sarri, anche lei col vizio del tabagismo

Soprannominato “Mister 33” da un giornalista per la varietà infinita di schemi su palla inattiva, anche con la Sansovino si rende protagonista di qualche scongiuro particolare:

Lo stesso Nario Cardini ricorda le tre spighe di grano – “gli dissi che un uomo aveva detto che se si prendevano tre spighe di grano si vinceva, lui fermò la macchina e ne colse tre da un campo. Si vinse, e da quel giorno diventò una cosa fissa” – ma anche un’altra strana abitudine.

“C’era un giocatore, Marco Fara, che portò da Tegoleto. Una domenica per fare retromarcia gli batté la macchina, dopo si vinse, e così ogni domenica il mister a Fara gli faceva mettere la macchina al solito posto, partiva in retromarcia e gliela batteva piano piano, come fece involontariamente la prima volta. Fara non era molto contento, ma insomma per Maurizio si faceva tutto”.

GAULOISES ROSSE – L’Arezzo e la prima staffetta con Antonio Conte

Sarri, a questo punto della carriera, è un allenatore così stimato nel circondario toscano che l’indimenticato presidente Arduino Casprini, noto imprenditore valdarnese e proprietario della Sangiovannese, decide di ingaggiarlo per il campionato di C2 subito dopo il miracolo compiuto dallo stesso mister con la Sansovino.

La scelta si rivela azzeccata, e Sarri conduce la Sangiovannese alla promozione in C1 alla prima esperienza sulla panchina dei biancoazzurri.  Il salto di categoria è doveroso, e così due anni più tardi in Serie B salva un’altra squadra di biancoazzurri, il Pescara, prima di approdare inaspettatamente all’Arezzo.

La scelta, infatti, è di quelle coraggiose, come il pacchetto di Gauloises rosse amaranto che Sarri sicuramente esibiva a ogni uscita con la tuta degli aretini. Se fumi Gauloises aspiri a metterti alla pari di artisti eclettici e immortali: il cubista Picasso, l’esistenzialista Sartre o il sognatore John Lennon, per citarne alcuni, fumavano Gauloises, come segno distintivo di superiorità intellettuale.

E così Sarri, sigaretta in bocca, prende le redini di un Arezzo a -1 in classifica, sfilando il timone per la prima volta nella sua carriera dalle mani di Antonio Conte. Ci mette cinque giornate a vincere la prima partita, contro il Pescara sua ex squadra, ma è a ridosso di Natale che scrive la storia dell’Arezzo: in una fredda serata all’Olimpico di Torino, contro la Juventus, i suoi ragazzi ribaltano due reti di svantaggio e pareggiano contro i bianconeri di Buffon, Del Piero, Trezeguet e compagnia. Non gli ultimi arrivati, insomma.

In un’intervista sgranata su Youtube, per “Amaranto Story”, Sarri racconta tutta la partita, dalla sensazione di impotenza provata passando accanto a quei mostri sacri vestiti di bianconero, fino alla lucida follia che ha permesso ai suoi di portare a casa un 2-2 sulla carta imponderabile.

Sarà stato il sale sparso prima di ogni match sul terreno del “Città di Arezzo”? O la fissa per le calzature total black da far indossare ai propri giocatori? Anche se lasciare la moglie nel pullman, perché portava sfiga, durante una trasferta a Bari, come accorgimento scaramantico li batte un po’ tutti.

Sguardo affamato

CAMEL BLUE – L’Empoli

Arriviamo così all’ultimo capitolo della sua carriera toscana e non poteva che concludersi in Serie A. Lo sceglie l’Empoli, che Sarri conduce verso la massima categoria dopo due anni di B: prima perde il playoff col Livorno, ma la stagione successiva arriva secondo e conquista la A per direttissima.

Il resto è un trionfo.

Sarri, con una squadra data praticamente per spacciata ad inizio campionato, si salva con quattro giornate di anticipo. Il suo Empoli verrà ricordato come una tra le squadre più all’avanguardia del calcio italiano moderno, un 4-3-1-2 pieno di tecnica e fantasia: i gol di Maccarone, gli assist dei trequartisti Saponara e Verdi, una difesa ferrea composta da Hysaj-Tonelli-Rugani-Mario Rui, che adesso giocano tra Napoli, Juventus e Sampdoria. Un gioco spumeggiante, il vero inizio del Sarriball, in grado di mettere in difficoltà squadre come Napoli, Inter e Milan.

Premesse molto hard, esito finale light, come il pacchetto di Camel Blue fumato puntualmente tra primo e secondo tempo, lontano dalle telecamere. Come il mozzicone di sigaretta finita continuamente masticato durante la partita, diventato ormai il simbolo che identifica Sarri nell’immaginario popolare.

Sarri festeggia la salvezza con quattro giornate d’anticipo

L’iconicità del personaggio Maurizio Sarri è dunque dovuta alla sua strenua lotta contro la mercificazione delle passioni calcistiche, che porta avanti da sempre pur trovandosi ad allenare una squadra famosa in tutto il mondo e dai profitti miliardari come il Chelsea.

Alla fine, allora, ci piace comunque immaginarlo nello stesso modo in cui l’abbiamo conosciuto in Toscana.

A salutare sempre l’ultramiliardario proprietario Roman Abramovič stringendogli la mano con la sinistra, perché fece così la prima volta e la domenica successiva ha trovato la prima vittoria contro l’Huddersfield; o urtando every Sunday contro la Ferrari di Eden Hazard, candidato al Pallone d’Oro, perché il sabato precedente l’aveva fatto e il belga aveva messo a segno una tripletta col Cardiff.

Da dare indicazioni al centrocampista dello Stia a catechizzare Hazard. Sempre in tuta, però


Riferimenti.

Usd Tegoleto

Sansovino Calcio

Arezzo Calcio

Empoli F.C

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Tutto, a Petroio, è cominciato circa 50 anni fa – Storia del Gs Petroio

Forse, però, è più corretto dire che è passato quasi mezzo secolo di storia dalla nascita del G.S. Petroio. Questa indicazione temporale ci restituisce un passato ancora più remoto, in…

Forse, però, è più corretto dire che è passato quasi mezzo secolo di storia dalla nascita del G.S. Petroio. Questa indicazione temporale ci restituisce un passato ancora più remoto, in bianco e nero, in cui gli ultimi strascichi delle Guerre Mondiali lasciavano spazio al primo album dei Beatles e ai sogni di Martin Luther King, a Giovanni XXIII e a Woodstock, ai primi personal computer e, in sostanza, ad una “età dell’oro” che avrebbe cambiato per sempre la fisionomia dei territori e la mentalità delle persone.

È in questo contesto, nell’ampliamento delle città che minacciano di fagocitare le piccole realtà locali, nel periodo in cui nella Toscana chianina la mezzadria va pian piano scomparendo, che sorge il Gruppo Sportivo Petroio: il primo tentativo, riuscito, di conservare gelosamente la propria identità paesana, la propria storia di vita, contro l’inesorabile scorrere del tempo.

Il G.S. Petroio al ritorno in Terza Categoria

In questo processo, un ruolo fondamentale lo ha giocato la vocazione artigianale di Petroio, da sempre patria della terracotta: mentre i contadini di Montisi, Montefollonico e Castelmuzio dovevano obbedire ai tempi della terra, star dietro alle semine e alla raccolta, gestire le ore di luce e le ore d’ombra, per i lavoratori di Petroio la giornata era scandita dalla sveglia delle 6:00 e dalla campana delle 17:00, che metteva fine alle fatiche lavorative. Questo, per gli abitanti di Petroio, significava poter dedicare il resto della giornata ad altro, e questo “altro” ha preso presto il nome di “calcio”: “la cosa più importante delle cose meno importanti”, diceva Sacchi, che proprio in quegli anni da sport-per-pochi ha assunto progressivamente una dimensione popolare, diffondendosi capillarmente lungo tutto il territorio italiano.

Si può dire che il G.S. Petroio nasce nel 1971 quando, in via della Pianata, sorge lo stadio alle porte del paese, in uno spazio angusto tra il cimitero e la collina piena di alberi. Frutto del lavoro di tantissimi volontari, provenienti anche dai paesi circostanti, lo stadio viene intitolato ad una delle icone del calcio degli anni 60’-70’, Armando Picchi, uno dei liberi più bravi che la storia italiana ricordi.

La sede del campo sportivo “Armando Picchi” tinta di blucerchiato, i colori del G.S.

La storia vera però, quella sul campo, inizia nel 1974, quando Don Silvano, all’epoca sacerdote, decide di iscrivere la squadra ad un piccolo campionato gestito dal CSI, Centro Sportivo Italiano: undici giocatori che, a dirla tutta, il pallone lo avevano visto di sfuggita in qualche televisione, si ritrovano a lottare per la vittoria, e alla fine terminano il torneo in seconda posizione. È la prima volta del G.S., che indossa maglie color viola fortemente volute da Silvano, fervente sostenitore della Fiorentina.

Ma qualche anno più tardi, quasi per combinazione, arriverà a Petroio uno scatolone ben sigillato, corredato da una lettera d’amore e d’amicizia verso il paese. Il mittente è di Genova, il contenuto non è altro che la maglia più bella del mondo, quella che contraddistinguerà da quel momento in poi il Petroio. Il blu del mare, cerchiato da due strisce bianche, una rossa e una nera: è la divisa da gara della Sampdoria, un dono venuto da lontano, “come se a Petroio fosse arrivato un razzo per andare sulla luna”.

E con la maglia blucerchiata il grande G.S. del 1979 arriva secondo in Terza Categoria: era la squadra del capitano Bianchini, di Casini e di Fulvio Benvenuti, a cui è stato intitolato il “Memorial” che tutt’ora viene disputato agli inizi di ogni estate a Petroio.

Il “Grande G.S.”, secondo nel campionato di Terza Categoria con le prime maglie della Sampdoria

Il G.S. ha dovuto passare anche momenti decisamente bui. Nel ’92, infatti, è stata dichiarata fine attività, ma due anni più tardi ecco tornare i blucerchiati a calcare i campi della zona: il Petroio si iscrive al campionato amatoriale e raggiunge anche l’Eccellenza di categoria. Gli “invincibili” del 2002 riportano la squadra ai fasti di fine anni ‘70, e dopo 25 anni di assenza dalla Terza Categoria, nel 2016, il G.S. si riscrive ufficialmente al campionato.

Gli “invincibili” del 2002

Il resto è storia recente, con la cavalcata della stagione 2017/2018 terminata al Passalacqua di Rapolano, nella finale play-off pareggiata contro il Cetona che ha promosso i biancoverdi in virtù di una differenza reti migliore di un gol rispetto a quella blucerchiata.

A un gol dalla storia, che tuttavia, ogni sabato, all’Armando Picchi, sembra fermarsi. Il Petroio è diventata, col passare degli anni, la squadra di tutti, e quando il G.S. gioca in casa il pubblico è sempre numeroso. E ci sono i posti fissi, anche se non esiste una tribuna: c’è chi la guarda dall’alto, sul greppo, e c’è chi invece si siede davanti alla rete.

Tutti ad ammirare quegli undici giocatori che indossano la maglia più bella del mondo, arrivata in dono 30 anni fa, che rimanda la memoria ad un passato sfocato ma, per Petroio, ogni sabato più limpido e presente che mai.

L’abbraccio tra tifosi e giocatori

Photo credit: Filippo Lorenzetti

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