c dating norge

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Chiara Magliacane

Identità meticce: un reportage senza maschere

Qual è un’espressione della bellezza, se non quando ci si riunisce per provare a migliorare il mondo? Mi appresto, qui, in questo luogo virtuale, a cercare di afferrare la bellezza…

Qual è un’espressione della bellezza, se non quando ci si riunisce per provare a migliorare il mondo?

Mi appresto, qui, in questo luogo virtuale, a cercare di afferrare la bellezza del 24 marzo, trascorso in quel luogo intimo e accogliente che è il Chiostro di San Francesco a Chiusi e dove, grazie a tanti protagonisti, si è cercato di migliorare il mondo. Almeno un po’.

Non so bene da dove cominciare per raccogliere la complessità e la varietà degli argomenti e delle attività protagonisti dell’evento Identità meticce: viaggi, crocevia, incontri, organizzata da GEC Gruppo Effetti Collaterali, con Biblioteca Comunale e Informagiovani Città di Chiusi e Chiusinvetrina CCN – Chiusi Scalo e con il patrocinio di Comune della Città di Chiusi e Centro Pari Opportunità Valdichiana: una giornata talmente ricca che spero di riuscire a raccogliere con la giustizia che merita.

Il programma completo merita una lettura approfondita: troverete maggiori dettagli sia sugli sponsor dell’evento che sugli ospiti dei quali io qui vi riporterò commenti e riflessioni. Considerata la ricchezza, e la lunghezza, ho deciso di lasciar parlare loro, i veri protagonisti dell’evento, limitandomi a qualche frase per facilitare la lettura. Alla fine, tuttavia, troverete un mio commento sulla giornata. Da antropologa, non riesco a resistere e a non dire la mia!

Durante l’incontro Arte in Movimento, sono intervenuti Matteo Casilli, Laura Fatini, Verdiana Festa e Nicole Romanelli, moderati da Tommaso Ghezzi.

Matteo Casilli, fotografo, ci parla delle sue impressioni a seguito della creazione della mostra Humans, in collaborazione con Intersos sul centro di accoglienza di Crotone.

Foto di Matteo Casilli

Mi ha chiamato Intersos perché gli piacevano i miei ritratti, volevano vedere il mio occhio su questa situazione; io che per la prima volta mi trovavo a raccontare una emozione simile, mi sono presentato, sono stato con loro, ho cercato di capire i problemi, le dinamiche. Sono entrato, così, senza fare foto all’inizio. La prima volta è stato molto toccante e mi ha commosso. Personalmente, è attraverso la fotografia poi che riesco a esprimere quello che penso e provo.

Quando fotografo qualsiasi persona, che sia Morricone o uno sconosciuto, cerco sempre, se posso, di conoscerlo, prenderci un caffè insieme, capire la sua storia: questo fa la grandissima differenza, visto che per me ciò che è più importante per un ritratto è conoscere la persona, chi è. Potevo fare foto molto più di impatto, ma io se uno sta male non lo vado a fotografare. E lì faceva veramente freddo, loro hanno fame, stanno male, sono bloccati lì senza documenti, gente laureata.

Foto di Matteo Casilli

Sono molto soddisfatto del risultato fotografico in termini tecnici, come ho avuto altre soddisfazioni in campo fotografico, ma in questo caso non me ne frega particolarmente perché sono più contento se serve a contribuire a giornate come questa, per far conoscere la situazione difficile che vivono questi ragazzi.

Laura Fatini ci racconta The Giufà Project ricordandoci che:

Attenti a fermare gli uomini. Si rischia di fermare anche le storie…

Foto di Andrea Micheletti

L’obiettivo di The Giufà Project è l’incontro tra diverse culture: due differenti culture riescono a parlarsi trovando un mezzo che le rispecchi entrambe; il personaggio di Giufà è questo mezzo. Lavorando con i migranti che hanno sofferto, ad esempio, non puoi chieder loro immediatamente ‘com’è stato il tuo viaggio’, ‘raccontami di te’, né è immediato l’approccio anche con gli altri che si sono avvicinati al progetto del ‘ok lavoriamo insieme’, ‘ok facciamo teatro insieme’, ‘parlami dei tuoi problemi’; bensì: ‘lavoriamo su qualcos’altro, su Giufà, in cui ci riconosciamo entrambi’. Le arti prendono in mano il dialogo e si fa quindi musica, teatro, danza insieme. Giufà è l’inizio. L’idea quindi è riscoprire delle radici comuni per favorire l’incontro, e questo mezzo funziona: dal 2014 ho trovato circa un centinaio di storie differenti su questo Giufà, di almeno 30 paesi differenti, ed è straordinario quando cominci a chieder a qualcuno ‘senti ma dalle tue parti c’è la storia di questo saggio folle, di uno un po’ sciocco?’, trovi risposte come ‘ah sì, mia nonna mi raccontava’: è straordinario.

Io lavoro in Italia con dei ragazzi migranti qui a Cetona. Un’enorme soddisfazione è vederli lavorare con i bambini, con gli stessi ragazzini che magari lo scorso anno avevano paura di loro e vederli collaborare, giocare, interagire senza problemi.

Una difficoltà è la iniziale diffidenza delle persone a cui proponi il progetto all’inizio, anche solo semplicemente per ospitarlo – anche se per fortuna alla fine sono riuscita a trovare sempre molto interesse. Iniziale diffidenza soprattutto dagli enti, dagli amministratori, dai politici, e un po’ dagli adulti (mentre i giovani non hanno assolutamente avuto nessun problema ad approcciarsi). Le persone che si propongono per attività del genere sono già sensibilizzate, anche se magari hanno i loro dubbi nei confronti dell’integrazione, però si aprono senza problemi.

Foto di Andrea Micheletti

Negli spettacoli che propongo su Giufà ci sono tante storie, piccole storie dove alla fine si propone il messaggio dell’integrazione: ‘siamo tutti uguali’; alla fine c’è una scena in cui si tirano fuori i giubbotti di salvataggio, ci sono i migranti e si parla dell’accoglienza, e viene fuori il tema principale: ‘attenti a fermare gli uomini, si rischia di fermare anche le loro storie’, perché fai vedere alle persone che quello che ci rende umani sono le storie, il fatto di narrarci, di raccontare; fai vedere che le storie sono tutte uguali, e che alla fine le storie parlano di persone in viaggio e di trasformazione, come quelle che ci hanno incantato da piccoli.

Link utili: The Giufà Project e The Complete Freedom of Truth

Verdiana Festa e Nicole Romanelli, che insieme a Pietro Gregorini e Michela Locati hanno ideato e portato avanti il progetto Solo in cartolina, ci raccontano le difficoltà e le soddisfazioni provate.

Foto di Andrea Micheletti

Il progetto è partito in modo spontaneo, non pianificato, e penso che questo sia stato un po’ il punto di forza. Abbiamo creato un gruppo dove oltre a noi, tanti altri che non si espongono su tematiche sociali, persone che solitamente non scendono in piazza perché magari non si occupano di queste cose, invece in questa campagna hanno detto la loro e hanno partecipato: hanno trovato un mezzo per poter esprimersi. I creativi che hanno partecipato, e anche dal pubblico, ci volevano aiutare in qualcosa, ci mandavano mail dicendo: ‘Possiamo darvi una mano? Come vi possiamo aiutare?’. Quindi interessati ci sono, esistono, sono più di quelli che noi perlomeno ci immaginavamo, e con tanti abbiamo iniziato collaborazioni, ci sentiamo, si continua, magari su altri lavori.

 Abbiamo ricevuto critiche sia ovviamente da un’opposizione che aveva un’opinione diversa dalla nostra, sia dal mondo della comunicazione, che magari aveva la nostra opinione ma per cui il nostro modo di comunicare non era corretto perché ironizzava troppo. Rispetto a come di solito si raccontano i migranti, la nostra voce è un po’ meno pesante e a volte anche sarcastica, però anche molto amara, tragicamente amara.

Io quello che posso dire è che siamo riusciti a spostare un po’ il target, nel senso che abbiamo parlato a chi volevamo parlare, ossia le persone della nostra età. Ci arrivavano le cartoline da ragazzi di 18, 19 anni! E i creativi hanno dato la direzione del progetto più che noi, che abbiamo dato loro l’input ‘metti nella cartolina un luogo di mare, saluti da, e rappresenta una scena che racconta quello che succede nei nostri mari’. Noi poi abbiamo filtrato. E ora che la campagna è finita però comunque ci cercano e ci mandano altre cartoline.

Ci siamo chiamati Creative Fighters (e anche poi nei giornali ci hanno iniziato a definire così), anche se questo nome ha destato il delirio, il nome fighters ‘ah perché è violenta’, perché noi per le idee si combatte. Combattiamo con il nostro strumento: la creatività.

A metà campagna c’è stato un altro tweet di Salvini in cui diceva ‘ciao amici mandatemi le vostre cartoline’ e chiamava i suoi seguaci a inviarci delle contro-cartoline. E sono arrivate: immagini di stupri, qualcuna un po’ fascista. Erano un po’, ma neanche troppe in realtà. Lo sai, nel momento in cui decidi di fare una cosa simile, lo sai benissimo: a me personalmente sono arrivate anche email a lavoro, visto che ero il tramite con l’ufficio stampa e usciva più spesso il mio nome, solo per questione di divisione dei compiti, e quindi probabilmente ho fatto un pochino di più da parafulmine rispetto ad altri.

Noi ora stiamo facendo questo spin off sulle Alpi: con questa campagna ci siamo spostati sul racconto, sulla storia di questo Amir che attraversa le montagne, per la quale ci siamo dovuti documentare e raccogliere le storie – vere – e scrivere una storia. Amir rappresenta un po’ tutti i migranti che attraversano il confine: le cartoline sono le puntate della storia che racconta questa traversata. Quando questo fundraising finirà, dovremo capire cosa fare, come tenere questo network e magari attivarci per una campagna l’anno, non solo cartoline ma anche altre tematiche, per esempio il climate change.

Chiara Cardaioli ci racconta il momento dedicato alle letture e alle attività per bambini 0-6 e 7-11 anni.

Foto di Andrea Micheletti

Domenica pomeriggio con tante mamme che ci hanno prestato la loro voce, abbiamo provato a seminare parole e racconti in varie lingue: spagnolo, arabo, inglese, albanese, rumeno. Abbiamo creato, attraverso le storie universali della letteratura per l’infanzia, un momento vero di integrazione: è forse questo l’obiettivo più alto di una Biblioteca pubblica. È stata l’occasione per valorizzare la lingua madre, che è la lingua del cuore, del ricordo, ed è stato bello sentire l’emozione nella voce di alcune lettrici. L’iniziativa è stata coordinata dalla Biblioteca comunale di Chiusi, all’interno del programma nazionale Nati per Leggere.

GEC&BOOK: Identità meticce, presentazione libri moderata da Caterina Guidi e con gli autori Giovanni Dozzini e Bruno Barba.

Foto di Andrea Micheletti

Caterina Guidi, ricercatrice alla European University Institute, ci parla dell’incontro e dei confini mentali, oltre che fisici.

L’incontro è essenzialmente la conoscenza dell’altro, incontrandoci ci riscontriamo un po’ simili in tutto, che siano desideri, aspirazioni, problematiche, e anche diseguaglianze. Penso che la reale diseguaglianza nel mondo moderno sia legata più a condizioni socioeconomiche che altro; che questo fatto venga poi manipolato e scientemente mascherato come un altro tipo di conflitto porta in sé la vera ragione stessa del conflitto. Se ci si accorgesse che, invece, si tratta di un problema di posizione socioeconomica, forse faremmo qualcosa di più: banalmente ci arrabbieremmo tutti insieme per migliorare questa condizione.

Nell’incontro con l’altro non c’è solo la somiglianza, ma anche la differenza. Sicuramente in occasioni come queste, per esempio, ci si riscopre quello che siamo, ossia uomini, donne e fondamentalmente esseri umani, in accordo con il tema della mostra fotografica Humans. Le etichette, siano esse appunto usate per definirci migranti, o per cittadinanza italiana, sono a volte comode: il diritto internazionale per sua stessa natura, per esempio, ha bisogno di esse per definire anche la protezione delle vulnerabilità. Allo stesso modo, l’economia pubblica ha bisogno di definire chi è vulnerabile per garantire maggiore protezione sociale. Purtroppo, a volte diventa la ragione stessa del pregiudizio e della mancanza di tensione nella conoscenza verso l’altro. A volte ci fermiamo alla sua stessa definizione, che è comoda, per riassumere la condizione dell’altro e per non conoscerlo davvero.

Ho lavorato in zone fuori dall’Unione Europea, come in Bosnia, e ho avuto modo di capire e apprezzare che cosa fosse la conoscenza reale dei problemi, toccarli con mano; ho cominciato davvero a capire l’importanza del mio passaporto e l’importanza di dover attraversare una frontiera: è totalmente aleatorio e qualcosa che non hai fatto niente per meritare. Ti è capitato di nascere da una parte del mondo rispetto ad un’altra. Spesso ho riflettuto su che cosa sia davvero il confine: lo puoi definire in modo positivo, ma può escludere allo stesso tempo, e in fondo lo stato nazione così come lo conosciamo è una creazione recente rispetto alla storia dell’umanità, solo tre secoli!

L’idea Europea è un po’ il superamento dei confini nazionali all’interno di un territorio comune, e la sua fragilità l’abbiamo vista quando qualcuno è venuto a bussare alle nostre porte e ha voluto far parte di questa terra, che io penso sia una terra di opportunità. 511 milioni di abitanti non dovrebbero spaventarsi di qualche milione di stranieri ma, anzi, essi stessi potrebbero essere i cittadini del domani di questa Unione Europea.

Penso veramente che l’approccio migliore sia di non raccontare più la migrazione con pietismo, – ovviamente senza per questo negare le tragedie del mediterraneo – garantendo prima di tutto condizioni dignitose di viaggio in sicurezza e raccontare la migrazione finalmente in un’ottica di storia dell’uomo. La mobilità è sempre esistita, e sempre esisterà. Nel bene e nel male nessuno fermerà la corsa al benessere di un altro individuo; bisognerebbe però pensarla in una prospettiva che non sia né di solidarietà né di carità, come spesso viene fatto, ma di cittadinanza, cioè nell’insieme dei doveri di cittadini e come parte di questa società europea. Io vedo questa come unica prospettiva per superare prima di tutto quello che è un confine mentale, e secondariamente quello che viene esercitato a suon di trattati dai governi nazionali.

Giovanni Dozzini, autore di E Baboucar guidava la fila – un romanzo, la storia di 4 protagonisti immaginari, ispirati però a ragazzi che l’autore conosce – ci parla di letteratura e politica.

La letteratura ha sempre un ruolo sociale e politico in senso ampio, perché incide sulle persone e sulle loro coscienze, sul modo di pensare, di sentire. Un romanzo come Babucar, per il tipo di storia che racconta, ha dei risvolti politici e sociali. Si parla di migranti, e parlare di migranti oggi ovviamente è un atto molto politico.

In particolare quello che io ho voluto fare è stato parlare di questo tema, che è enorme, in una maniera un po’ diversa rispetto a come si fa solitamente nella rappresentazione mediatica soprattutto, ma anche in letteratura. Perché negli ultimi anni alcuni libri, a livello narrativo, sono cominciati a uscire sulla questione migratoria, e la mia operazione è stata quella di proporre un racconto in presa diretta, cercando di non rivangare nel passato dei protagonisti: il viaggio, con la V maiuscola non lo racconto, bensì parlo di due giorni, di presente, cercando di raccontare il modo di porsi dei personaggi in un contesto completamente nuovo e pieno di possibilità ma anche di insidie. Il risvolto politico di questo romanzo sta nel tentativo di proporre una visione un po’ diversa di quelle persone che noi siamo abituati a considerare secondo categorie abbastanza approssimative e per luoghi comuni.

Anche se troppa poca gente legge libri rispetto a quanta ne servirebbe; anche se mi rendo conto che la gente, che viene alle presentazioni, che prende il libro in mano e lo legge, è già gente benevola nei confronti di questi ragazzi, comunque la letteratura può avere un ruolo. Quindi da un lato sento il limite della forma romanzo, dall’altro, soprattutto nel caso di Baboucar, credo che faccia pensare – d’altronde, io non voglio dare risposte, ma far ragionare la gente. Rispetto a questa grande questione dei migranti, anche chi ha un’attitudine più benevola a volte si rifà a dei cliché, per cui aderisce a uno schema un po’ pietistico: il migrante lo accogliamo, però a certe condizioni, nel senso che nel momento in cui lui non vuole più recitare la parte del ‘poveraccio’ fino in fondo cominciamo a stranirci. Il cellulare, l’ambizione di andare al mare, di fare una cosa tanto per farla: a volte anche una persona che accoglie questi ragazzi poi dice ‘eh però, non è che puoi lamentarti del vitto, non puoi pretendere anche di andare al mare, cioè vieni qua ti accolgo però, stai lì’. Leggendo questo romanzo si potrebbe un po’ cambiare il proprio punto di vista, incrinare qualche convinzione, anche legittima che una persona può avere. La letteratura deve far questo, far cambiare un po’ la prospettiva sulle cose, anche di un millimetro, perché poi uno ci ragioni, senza dare ricette o fornire risposte semplici.

Le rappresentazioni che noi abbiamo della realtà sono frutto dell’esperienza, quindi è normale da una parte affidarsi a quelle che ci vengono propinate in qualche modo, della quale ognuno fa la propria sintesi. Però, la narrativa rispetto, per esempio, all’informazione giornalistica, ha il privilegio di dare più tempo, di insistere sulle sfumature, e anche sulle contraddizioni. Quindi chi legge un libro può sfruttare questo privilegio, che ha lo scrittore ma ha anche il lettore; di conseguenza, la narrativa si fonda sulla complessità, la complessità è nemica degli stereotipi per cui, la narrativa credo che possa aiutare a scardinare un po’ la rappresentazione semplicistica della realtà e della società.

Bruno Barba, antropologo e autore di Meticcio, l’opportunità della differenza, ci regala spunti di riflessione importanti sul tema del meticciato culturale.

Prendiamo come punto di partenza il concetto di sincretismo religioso, che nasce da una reinterpretazione di due religioni che si incontrano e, a partire dalla loro unione, presentano poi un aspetto totalmente differente. Riferendomi al caso di uno dei miei campi di studio, la cultura brasiliana è tutta soggetta a questa dinamica, ovvero tutto è reinterpretazione: dalla musica alla gastronomia, e persino l’elemento biologico. C’è un salto logico forse un po’ ardito ma che in qualche modo spiega anche il fatto per il quale noi, tutti, siamo ibridi; tutte le culture sono ibride. La mistificazione della purezza, tanto dal punto di vista razziale, quanto del confine culturale, è qualcosa che si può definire ingenuo, sbagliato. Tutto è contaminato da sempre. Quindi, quando si parla di contenere confini, quando si tratta di difendere quella che qualcuno chiama addirittura la razza, si fa un’opera di disinformazione che può essere considerata o ingenua o malevola.

La migrazione, insieme alla percezione dell’alterità e all’ibridazione tanto biologica quanto culturale, è la costante più frequente nella storia dell’umanità. Da sempre gli uomini si muovono e si spostano, e questa è la ragione per cui non esistono le razze. Il fatto che le razze non esistono è dovuto al fatto che da sempre l’uomo ha scambiato geni, come anche dicono i genetisti, e come dice Barbujani tra gli altri. Queste riflessioni di fatto ci devono fare considerare l’immigrazione di oggi, soprattutto in Europa, come un fenomeno assolutamente normale, gestibilissimo – sarebbe stato, ed è ancora, gestibilissimo –, ma interessi vari fanno sì che la sua percezione sia appunto dell’ingovernabilità del fenomeno.

Io dico sempre che si perde di una cultura ciò che vale la pena perdere, magari attraverso strategie di resistenza, perché poi il destino meticcio non è un destino segnato, o tracciabile facilmente e di cui già oggi possiamo noi prefigurare i confini e gli effetti. È un processo che sicuramente avverrà come sta avvenendo e i cui effetti sono difficilmente calcolabili. Di sicuro, si tratta di effetti benefici nel lungo termine, perché le culture sopravvivono soltanto attraverso la contaminazioni. Quella cultura che si ritiene di poter proteggere, e alla quale si impone una protezione, è una cultura folclorizzata – le riserve indiane per intenderci –; mi rendo conto che possano esserci buone intenzioni alla base, ma non è così che si difendono le culture: sono gli uomini, che hanno la voglia e l’interesse a conoscere l’alterità. Un’altra mistificazione: la paura dell’altro nasce semplicemente dalla non conoscenza, o meglio, è legata all’ignoranza di che cosa l’altro è.

In questo momento, considerare ‘gli immigrati come risorse’ e prendere come paradigma i pochissimi casi in cui avvengono tragedie, diventano elementi discriminatori e critici, separanti, legati a un certo modo di pensare fortemente ideologicamente orientato. Pensando invece agli effetti macroscopici del fenomeno, è innegabile rendersi conto che le culture, gli uomini, la biologia, tutto ciò che ha a che vedere con il contatto, è favorito dal contatto stesso.

Sul ruolo e i doveri dell’antropologia oggi…

I doveri oggi sono intanto a rimediare a una percezione che l’antropologia storica ha contribuito a creare – non dimentichiamoci che le teorie evoluzioniste, il razzismo stesso, il differenzialismo, le enfasi date anche, magari con buone intenzioni, al multiculturalismo come sottolineatura della diversità, possono produrre una tendenza all’incomunicabilità. L’idea meticcia serve apposta a superare, a dare un’accelerata alla proposta multiculturalista, perché se il multiculturalismo accetta le diversità, le inserisce però in un ambiente, in una città, in un contenitore sperando in una pacifica convivenza. Il meticcio, questa convivenza la propone attraverso la capacità di ricreare stimoli culturali, e attraverso l’idea che i fatti e le usanze possano sempre essere migliorabili. L’uomo è tendenzialmente creativo, non passivo, e fruitore di quello che si chiama, appunto, cultura. Se qualcuno usa la cultura come alibi e come se fosse una cappa dalla quale gli uomini non possono né ribellarsi, né discutere, Jorge Amado ci ricorda invece che il razzismo si combatte a letto; il razzismo si combatte attraverso l’osservazione, la curiosità e il desiderio di conoscere l’altro e dell’altro scegliere ciò che ci fa bene.

Se in Europa la narrazione è legata alla tradizione, alla purezza, allo stesso tempo l’antropologia ci insegna che le tradizioni, la purezza, l’idea di razza, di confine, di Stato, sono tutte finzioni, creazioni contingenti e storiche che si possono, così come sono state proposte, riproporre, cancellare, modificare, modellizzare.

Conclusioni

Per concludere quella che si è rivelata una raccolta di riflessioni ricchissima, nonché un momento di dialogo fondamentale, cercherò di essere breve, mantenendo però la speranza che si continui ad affrontare queste tematiche da un punto di vista critico e riflessivo molto a lungo e approfonditamente.

Difatti, quella che ritengo sia la vera ricchezza di eventi come quello che si è svolto a Chiusi il 24 marzo, è finalmente dire le cose come realmente sono, scevri da maschere ed illusioni. A mio parere, solo parlando chiaramente, e onestamente, saremo in grado di migliorarci e di crescere.

Credo che se da una parte Identità meticce abbia riunito e invitato al dialogo i fautori di tanti progetti, uno più bello dell’altro, e attività stimolanti – citiamo nuovamente la mostra Humans, The Giufà Project, il progetto Solo in Cartolina, l’arte in live del collettivo Becoming X – Art+Sound Collective, le letture per i bambini a cura di Biblioteca Comunale e Informagiovani Città di Chiusi, con gli operatori di Nati per Leggere Siena, il tutto condito dall’aperitivo con i vini dell’ Azienda Agricola Nenci –, e che quindi abbia mostrato come esista un’Italia attiva e viva nei confronti dell’integrazione, dall’altro abbia sollevato due idee importanti, in particolare.

Sarò brevissima, perché breve deve essere, secondo me, il tempo in cui tutti noi possiamo renderci conto del poco che serve per iniziare a migliorare la situazione attuale.

Una realizzazione chiara, e semplice, che:

La mobilità è parte della storia dell’uomo da sempre.

La migrazione non deve essere vista con pietismo, ma come la normale corsa al benessere di un altro individuo, cosa che facciamo tutti in un modo o nell’altro.

Senza confini mentali. Quelli che vengono creati per paura dell’altro, quando la paura è un sintomo della mistificazione di una società attuale che vuole imporci le sue regole ma che, fortunatamente, consciamente o inconsciamente, siamo in grado di resistere, e resistiamo.

Vediamo orizzonti dove voi ancora tracciate confini.

[Valentina, 28 anni]

 

 

Foto in copertina di Andrea Micheletti, opera di David Ferracci del collettivo Becoming X

Nessun commento su Identità meticce: un reportage senza maschere

L’Oroscopo di Luglio 2015

Ariete (21 marzo-19 aprile) Mi chiedo perché tu debba continuare a sentirti così, Ariete. La forza è dentro di te; non hai un padre malvagio da affrontare come Luke Skywalker,…

arieteAriete (21 marzo-19 aprile)
Mi chiedo perché tu debba continuare a sentirti così, Ariete. La forza è dentro di te; non hai un padre malvagio da affrontare come Luke Skywalker, ma so che hai bisogno di forza di volontà per il tuo problema. Guarda dentro di te. C’è. La canzone per te: Whitney Houston, I Didn’t Know My Own Strength


toroToro (20 aprile-20 maggio)
Hai presente quel momento in cui ti aspetti di ricevere qualcosa e quel qualcosa non arriva? A me capita sempre, ma ho imparato che a volte bisogna scendere a patti con le proprie aspettative, soprattutto per quanto riguarda le relazioni umane. Insomma, non aspettarti sempre il massimo da tutti, ma valuta di volta in volta la situazione. Se riuscirai in questo intento sarà tutto più facile; i tuoi legami affettivi saranno più forti. Un film perfetto per questo mese: 500 days of summer, diretto da Marc Webb.


gemelliGemelli (21 maggio-20 giugno)
Qualcuno mi disse una volta che quando ti senti affranto può essere utile modificare un piccolo aspetto della tua vita: il taglio di capelli, il colore o il look. Un’inezia che può darti una nuova carica per affrontare la giornata, e aiutarti a resistere al lavoro in attesa delle vacanze. L’importante è esprimere se stessi, e riuscire a mostrarselo ogni mattina davanti allo specchio. Per il libro del mese ti consiglio: Luigi Pirandello, Uno nessuno centomila.


cancroCancro (21 giugno-22 luglio)
È luglio e tu ancora sei preda degli impegni. Anche se non riesci a evitarli e sembra che la segretaria ti voglia mangiare nel sonno, ricordati che almeno un giorno alla settimana devi pensare a te. Prendi la tua agenda, guardala male, e fagli capire chi è il capo. Il film che ti consiglio per questo mese è: Il diavolo veste prada, diretto da David Frankel.


leoneLeone (23 luglio-22 agosto)
Sei una persona che sa essere socievole e mettersi al centro della situazione, e questo ti aiuta davvero nel rapporto con gli altri. Continua così, ma ricorda di ritagliarti un po’ di tempo anche per dedicarti ai tuoi desideri, che spesso vuol dire uscire di meno con gli amici. Prova a mettere i tuoi sogni su carta, così da non perderteli tra un cocktail e l’altro. Hai tanta potenzialità, non disperdere le energie e usale per raggiungere i tuoi obiettivi. Un film che ti consiglio: Il diario di una tata, con Scarlett Johansson.


vergineVergine (23 agosto-22 settembre)
Hai perso qualcuno a cui volevi bene. Cerca di capirne le dinamiche. Se puoi fare qualcosa o se invece devi prendere la consapevolezza della perdita. In ogni caso, non chiudere le porte al futuro, perché dopo un periodo di sofferenza c’è sempre quello della forza di volontà. Il tuo film del mese è: Ps. I love you, con Gerard Butler.


bilanciaBilancia (23 settembre-22 ottobre)
So che sembra che il tuo mondo stia andando in pezzi, ma non dimenticare che tutto può migliorare da un momento all’altro. Non perdere quindi le speranze, mai. La ruota gira prima o poi! La tua canzone del mese è la stessa che ho consigliato il mese scorso a un altro segno. Io la trovo davvero curativa: The Beatles, Hey Jude


scorpioneScorpione (23 ottobre-21 novembre)
Una volta ogni tanto ti osservi in una fotografia, che sia vecchia o recente; nel primo caso ti senti tutto il peso degli anni, nel secondo non ti piaci, ti critichi, e non guardi invece la luminosità del tuo sguardo. Rispetto alla vecchia foto hai gli occhi profondi, consapevoli. Il sorriso è saggio. Cerca di apprezzare quello che sei ora, non nel passato o nell’ipotesi del futuro; ricorda che te lo sei guadagnato fino all’ultimo solco sul viso. Il film del mese (riguardalo se, come probabile, lo hai già visto): Star Wars. Una nuova speranza, diretto da George Lucas.


sagittarioSagittario (22 novembre-21 dicembre)
Hai programmato il volo e la partenza. Parti tra tantissimi giorni e sei già entrato in ansia da preparazione valigia. Respira. La bellezza del viaggio è l’imprevisto. Prova a godertelo lasciandoti andare. Parla con le persone; scegli a caso la strada da seguire. Ti riporto al riguardo una citazione di Kerouac dal libro Sulla strada: «Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati». «Dove andiamo?». «Non lo so, ma dobbiamo andare». Il libro per te è infatti: Jack Kerouac, Sulla strada.


capricornoCapricorno (22 dicembre-19 gennaio)
Soldi, soldi, soldi. So che in questo momento sei assillato dall’idea di guadagnare sempre di più. Ti auguro di riuscirci, ma non dimenticare gli affetti. Un compromesso tra carriera e sentimento è il modo migliore per ottenere la felicità. Ricordati, infatti, che il lavoro ti serve per vivere come ti piace, ma non deve diventare la tua vita. Il libro per te: Neil Gaiman, Nessun Dove.


acquarioAcquario (20 gennaio-18 febbraio)
Ci sono delle volute di fumo che ti circondano. Sembra come se qualcuno ti stesse avvolgendo con le nebbie della sua sigaretta, impedendoti di guardare bene intorno. Basta agitare la mano, e il fumo si dirada. Nessuno deve avvolgerti con i suoi dubbi, Acquario, solo tu sai cosa è meglio per te. Una canzone che ti consiglio: The Clash, I fought the law.


pesciPesci (19 febbraio-20 marzo)
Vorresti sentirti dire ogni giorno qualche frase incoraggiante che ti aiuti ad affrontare il quotidiano. La mia domanda però è questa: Lo fai tu per primo con gli altri? Comincia. Ti servirà come tonico per la serenità. Il film che ti consiglio: Il mio vicino Totoro, diretto da Hayao Miyazaki.

Nessun commento su L’Oroscopo di Luglio 2015

Burundi: il contesto antropologico

In redazione si è pensato di costruire un contesto che potesse fornire una cornice adeguata alla storia di Athanase Tuyikeze e al Burundi in generale. Trattandosi quest’ultimo di un paese dalle tradizioni…

In redazione si è pensato di costruire un contesto che potesse fornire una cornice adeguata alla storia di Athanase Tuyikeze e al Burundi in generale. Trattandosi quest’ultimo di un paese dalle tradizioni culturali ricche e affascinanti, non potevo che essere felice del compito affidatomi e buttarmi a capofitto nel leggere articoli, sfogliare libri e guardare filmati sul tema. In questa sede mi occuperò di darvi un assaggio del contesto antropologico burundiano, ossia dei gruppi sociali che ospita, delle religioni che accoglie e dei modi di comunicare propri dei suoi abitanti.

Innanzitutto, un po’ di informazioni di base. Situato quasi al centro dell’Africa, leggermente orientato a est, il Burundi è abbracciato dal Rwanda, dalla Tanzania e dalla Repubblica Democratica del Congo. Il governo è una Repubblica facente parte dell’African Union (AU), African Economic Community (AEC) and Common Market for Eastern and Southern African (COMESA).

MappaGEO

Entrando nello specifico del tema di questo articolo, iniziamo parlando della popolazione.

Poco più di 6 milioni di abitanti vivono in Burundi secondo le stime recenti. Tre gruppi sociali coabitano nel territorio (Hutu, Tutsi e Twa), con l’aggiunta di circa tremila europei e duemila asiatici che vivono per la maggior parte nella capitale, Bujumbura.

Mentre si dibatte sulla questione delle origini dei due gruppi sociali principali, Hutu e Tutsi – per mancanza di spazio non approfondirò questo aspetto – attualmente sono l’autodeterminazione e i documenti ufficiali (p.es. documento di identità) ad attestare con certezza l’appartenenza all’uno o all’altro gruppo: essi infatti condividono molti aspetti culturali, dalla lingua alla religione. Per quanto riguarda le relazioni sociali tra i due, invece, al posto della condivisione vengono reiterati atteggiamenti discriminatori reciproci; dagli strascichi dei passati conflitti avvenuti sul territorio, un costante mutamento di equilibro rende precari i rapporti, la cui storia e il cui conflitto saranno analizzati in articoli successivi.

In Burundi, in ogni caso, è fortemente marcata la differenza tra strati sociali della popolazione. Attraverso il modo di parlare, la postura e i movimenti del corpo di una persona si denota la sua appartenenza sociale.

#1 HUTU

La società Hutu rappresenta la fetta maggiore della popolazione del Burundi, con una percentuale dell’85 per cento, statistica rimasta costante negli ultimi anni. La maggior parte degli appartenenti a questo gruppo si occupa della terra e delle fattorie, trattandosi il bestiame considerato simbolicamente ed economicamente l’elemento principale dell’economia burundiana.

#2 TUTSI

Rispetto alla società Hutu, quella Tutsi rappresenta una minoranza, benché sia allo stesso tempo il gruppo che ha detenuto il potere in Burundi per molto tempo. Con una percentuale del 14 per cento della popolazione, ha annoverato tra i suoi membri la maggioranza dei re (mwami), durante il periodo storico della monarchia.

#3 TWA

Una minoranza della popolazioni presente sul territorio burundiano è rappresentata dai Twa, con una percentuale dell’1 per cento. Di origine pigmea, tradizionalmente sono associati alla caccia, ma sono legati anche alle attività della ceramica, della musica e dell’intrattenimento. Si tratta del gruppo sociale presente in Burundi che vive nelle condizioni più povere.

Un secondo aspetto del quale voglio parlarvi riguarda la religione e le concezioni tradizionali.

Le percentuali secondo le fonti più recenti sono così suddivise: 60% cristiani, 15% protestanti, 5% Islamici e 20% per coloro che possiedono concezioni indigene tradizionali. Non è raro, tuttavia, che queste ultime si mescolino e creino delle concezioni sincretiche con le altre religioni.

Oggi, quindi, sia i Tutsi che gli Hutu sono in predominanza cristiani, lasciando spazio a tutta una serie di concezioni tradizionali relative in particolar modo al culto degli antenati, largamente diffuso in molte parti dell’Africa. Sopra di essi si stanzia il Dio Imaana, entità suprema che garantisce ricchezza e fertilità. Gli spiriti degli antenati assumono il ruolo di messaggeri tra Imaana e il mondo umano; vengono chiamati abazima, capaci di recare cattiva sorte a chi non li rispetta, ragion per cui delle offerte vengono fatte per evitare tale prospettiva.

Prima dell’abolizione della monarchia nel 1966, il potere di Imaana era considerato condiviso dal re: egli esercitava la sua forza attraverso l’utilizzo di fuochi sacri, di rituali e dei tamburi reali.  Proprio questi ultimi erano considerati come i più potenti strumenti di potere. L’utilizzo delle percussioni (karyenda) è una parte fondamentale delle tradizioni del Burundi, utilizzate soprattutto per accompagnare le danze rituali.

Due eroi delle tradizioni Hutu e Tutsi hanno colpito particolarmente la mia attenzione.

#1 Gli Hutu raccontano la storia di Samadari, considerato un eroe locale, poiché considerato come colui che rompe le regole che tutti gli altri sono costretti a seguire. Ha la capacità di prendersi gioco dei ricchi e dei potenti, insultando allo stesso tempo i ricchi proprietari di bestiame. Samadari rappresenta quindi un esempio di rovesciamento dell’ordine costituito capace, attraverso la sfera del mito, di mantenere in equilibrio la società.

#2 I Tutsi raccontano invece la storia di Sebgugugu, al quale Dio regalò dei miracoli in modo che con la sua famiglia potesse avere cibo a volontà. Poiché l’eroe esigeva sempre maggiori risorse, alla fine perse tutto a causa della sua ingordigia.

Infine, ecco alcune informazioni riguardo alle lingue parlate in Burundi.

MappaLANG

Il Burundi fa parte dell’area dell’Africa appartenente alle lingue bantu; il sottogruppo di riferimento è quello delle lingue rwanda-rundi. Hutu, Tutsi e Twa parlano come prima lingua il Kirundi, lingua ufficiale del paese insieme al francese. In alcune parti viene parlato anche lo Swahili, mentre l’inglese viene insegnato in alcune scuole del paese.

Come in altre popolazioni africane, i proverbi assumono una grande importanza, regolando e scandendo i ritmi quotidiani della vita burundiana. Un esempio: «Umwanzi agucira akobo Imana igucira akanzu» [Mentre il tuo nemico sta scavando la fossa, Dio sta aprendo la via d’uscita].

2 commenti su Burundi: il contesto antropologico

L’Oroscopo di Giugno 2015

Ariete (21 marzo-19 aprile) Non prendertela con te stesso e non sfogare la rabbia su ogni cosa che ti gira intorno. In altre parole, non scatenare una guerra con tutti;…

arieteAriete (21 marzo-19 aprile)
Non prendertela con te stesso e non sfogare la rabbia su ogni cosa che ti gira intorno. In altre parole, non scatenare una guerra con tutti; cerca invece la persona che ti sta facendo soffrire. Sei autorizzato a dirgli ciò che pensi, ma evita di andarci da ubriaco: deve essere una conversazione costruttiva. La canzone per te: Arctic Monkeys, Why’d You Only Call Me When You’re High?


toroToro (20 aprile-20 maggio)
Questo mese è il momento giusto per tirare fuori la forza interiore chiusa in ogni singola cellula del tuo corpo. So che ti sembra che ogni tuo sforzo sia vano, ma non mollare: la perseveranza viene ripagata prima o poi, e anche la creatività. “Rifletti” e “sogna” sono le parole chiave sulle quali devi fare affidamento. Un libro perfetto per questo mese: Italo Calvino, Le città invisibili.


gemelliGemelli (21 maggio-20 giugno)
Se sei un lettore accanito, leggi. Un ascoltatore di musica, sbrigati a metterti quelle cuffie nelle orecchie. Un amante del cinema, corri in biglietteria. Insomma, Gemelli, compatibilmente con i tuoi doveri prenditi del tempo per te, o perderai del tempo prezioso. Per il film del mese ti consiglio: 5 giorni fuori, diretto da Ryan Fleck e Anna Boden.


cancroCancro (21 giugno-22 luglio)
Hai bisogno di dare e avere fiducia, una merce fin troppo rara nel mercato dei rapporti sociali. Non regalarla, ma non tenerla neanche tutta per te. C’è chi merita il tuo tempo in modo particolare. Verrà da te: non cacciarlo per paura di soffrire. Il libro che ti consiglio per questo mese è: Erin Hunter, Warrior cats. Il richiamo della foresta.


leoneLeone (23 luglio-22 agosto)
“Pensa a te stesso prima che agli altri”. Lo ripeti spesso, Leone, ma l’equilibrio tra il proprio volere e l’attenzione verso il prossimo è la chiave per il successo. Con le dovute eccezioni: una persona in particolare ha bisogno di una lezione di vita. Pensaci tu. Un libro che ti consiglio: Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino.


vergineVergine (23 agosto-22 settembre)
Il tuo carattere testardo cerca di avere la meglio. Combattilo. I tuoi affetti non aspettano altro che vederti sorridere quando torneranno da te. Offri loro un caffè e regalagli le parole più dolci di cui sei capace. La tua canzone del mese è: The Beatles, Hey Jude.


bilanciaBilancia (23 settembre-22 ottobre)
Nessuno può dire che tu non ce la stia mettendo tutta, ma se non riesci è perché hai in mente solo l’obiettivo, e non ti concentri sul percorso. Il tuo libro del mese è il più impegnativo dello zodiaco, ma ti sarà utile per capire a cosa mi riferisco: James Joyce, Ulisse.


scorpioneScorpione (23 ottobre-21 novembre)
Tirerai un sospiro di sollievo in questa primavera assonnata, Scorpione, se guarderai il tuo Io interiore sciogliersi al sole. In altre parole, esci, e godi dell’aria aperta: riuscirai a equilibrare il caos dei tuoi stati d’animo e a rapportarti al meglio con una situazione difficile che stai vivendo. Ti consiglio di andare al parco con questa canzone nelle cuffie: Queen, Bohemian Rhapsody.


sagittarioSagittario (22 novembre-21 dicembre)
Non fuggire dall’amore, vivilo con tutta la forza del tuo essere. Veneralo e bacialo ogni giorno. Se ti rende infelice, lascia questa pazzia a qualcun altro e guarda nel giardino accanto.
La canzone per te: Muse, Madness.


capricornoCapricorno (22 dicembre-19 gennaio)
Lasciati andare. Non stare rintanato nella cuccia della tua mente. Hai bisogno di leggerezza e la troverai dove meno te la aspetti: in te stesso. Liberati da quei comportamenti che ti rendono l’animo pesante. La canzone perfetta per te: Kasabian, Bow.


acquarioAcquario (20 gennaio-18 febbraio)
Hai mai provato a lasciarti bagnare dal sole per un momento? Un raggio ti sfiora la guancia e senti il calore, solo grazie a un tuo desiderio. Provaci, Acquario, l’inverno è passato e tutto dipende da te. Un film che ti consiglio: Ruby Sparks, di Jonathan Dayton e Valerie Faris, o Ogni cosa è illuminata, diretto da Liev Schreiber.


pesciPesci (19 febbraio-20 marzo)
Stai pensando che è il momento di cambiare, ma hai paura. Non temere, tutti gli esseri umani migrano da un posto a un altro per cercare le migliori condizioni che la vita può offrire loro. Nessuno ti vieta di cercare ciò che è meglio per te. Attento ai consigli degli altri dati con leggerezza; fatti influenzare solo da chi ti conosce bene. Il libro che ti consiglio: Jonathan Coe, La casa del sonno.

Nessun commento su L’Oroscopo di Giugno 2015

Omaggio a Sir Terry Pratchett

Oggi voglio omaggiare uno scrittore che ho sempre pensato meritasse di essere letto. Ancor di più, che fosse indispensabile per crearsi una buona dose di immaginazione, dote spesso presente nelle menti…

Oggi voglio omaggiare uno scrittore che ho sempre pensato meritasse di essere letto. Ancor di più, che fosse indispensabile per crearsi una buona dose di immaginazione, dote spesso presente nelle menti umane, ma facile a dimenticarsi di possedere.

Qualcuno quasi per caso mi parlò di Terry Pratchett nel lontano 2006. È divertente, ha un genere tutto suo, il fantasy comico, così mi dissero. Allora io lessi il primo libro che mi capitò tra le mani, La luce fantastica, e lo lessi a bocca aperta, sapendo già dalle prime righe che quell’autore sarebbe diventato una delle mie guide letterarie. Si capiva subito infatti che si trattava di un personaggio fuori dal comune, con i suoi dialoghi brillanti e l’ironia, dovuta alla tendenza a ignorare qualsiasi razionalità nelle azioni dei suoi personaggi. Si capiva che possedeva quella rarissima capacità di riuscire ad affrontare qualsiasi tipo di “oscurità” con la forza della risata, unita alla ancor più rara forza di camminare su un prato di parole e far crescere i fiori su di esse.

Da quando ero piccola, nella mia scarsa conoscenza del mondo, ho sempre pensato che la creatività e l’immaginazione potessero essere le uniche doti capaci di salvare quelle menti che pensano solo a occupare la giornata, in un dato posto, in un dato momento, senza davvero sforzarsi di colorare questo mondo. Che, in realtà, se ci pensate, sarebbe davvero bello, con tutti i colori che ci sono in giro. Ho sempre immaginato, quindi, che al vedere un albero e un cane che si dedicava a svuotare la vescica sulle sue radici, sarebbe stato meglio inventarmi una qualche tipo di storia secondo cui il cane in questione si vendicava dell’albero che aveva usato un ramo per fargli lo sgambetto. Cose così, per fare un esempio. Era più divertente osservare il mondo in questo modo. Ma quando i miei occhi di bambina hanno iniziato a crescere, e a soffrire, è arrivato il tempo del compromesso con i fatti della vita. Spesso negli alberi non riuscivo a vedere altro che un albero. Sir Terry mi ha regalato forse la cosa più bella che avrei mai potuto chiedere a qualcuno. Quando mi succedeva di dimenticarmi della bellezza dell’immaginazione prendevo un suo libro e passavo quel tempo che serviva a ricordarmelo. Ogni cosa, mi insegnavano quelle pagine, può prendere una piega che non ti aspetti, un punto di vista che non ti immagini, e il più delle volte, senza che tu te ne accorga, ti salva l’ironia.

Quello che mi è sempre piaciuto del suo modo di scrivere, nonché dell’uomo che trapelava dalle conferenze e dalle interviste, era il fatto di non risultare mai banale. Era incapace di mettere insieme delle parole che non ti facessero perlomeno sorridere, se non riflettere. I suoi personaggi non erano mai statici, e forse nessuno come lui è riuscito a caratterizzare e a rendere amabili delle creazioni letterarie esaltando la loro sciattezza. In primis, un uomo come Scuotivento, l’incapacità fatta mago, a cui piace la lattuga e che riesce a «risolvere un problema da niente trasformandolo in un disastro di proporzioni epiche…».

Uno dei libri dal quale ho tratto maggiore ispirazione è Good Omens (Buona apocalisse a tutti!), dove Sir Terry, creatore di mondi a tempo pieno e amante dei suoi cappelli fedora, incontra Neil Gaiman, scrittore dalle trame perfette e collezionista di magliette nere. È davvero difficile spiegare quel tipo di forza creativa che mi ha trasmesso quel libro, ma quel che ho capito è che la mia scrittura si è espansa. Ho capito, grazie a loro, che non c’è limite alle azioni e ai pensieri che può avere un personaggio, e che la fantasia umana rappresenta il punto di distacco da una vita sciatta e senza magia.

Giovedì ho avuto la sensazione che il mondo fosse diventato un po’ più scuro, quando il cielo è grigio e tutto assume un tono opaco. Ma se c’è una cosa che Terry Pratchett ha fatto, è stato fornire alla Morte un corpo scheletrico, un cappuccio, due puntini blu scintillante per occhi, e un gran senso dell’ironia. Che ama il curry e i gatti e possiede la capacità di parlare solo in maiuscolo. E così, concedetemi un piccolo omaggio nostalgico ai suoi ultimi istanti, me lo sono immaginato, alzatosi dal suo letto, col suo gatto e i familiari accanto, che se la rideva con la Morte, alla fine della sua lotta con l’Alzheimer. Rhianna Pratchett, sua figlia, ha lasciato un commento a mio parere calzante e bellissimo, nel quale Morte sussurra: «AT LEAST, SIR TERRY, WE MUST WALK TOGETHER».

D’altronde Sir Terry stesso l’aveva detto:

«Non posso essere spaventato dalla Morte, l’ho resa così famosa che rimane in debito con me».

Terry Pratchett

Immagine di LittleDogStar

Nessun commento su Omaggio a Sir Terry Pratchett

Un giro a Londra per parlare di multiculturalismo e intercultura

Vi è mai capitato di passeggiare per le vie di Londra? Sicuramente, almeno una volta nella vostra vita, è successo. Quando è capitato a me, in occasione del mio ultimo…

Vi è mai capitato di passeggiare per le vie di Londra? Sicuramente, almeno una volta nella vostra vita, è successo. Quando è capitato a me, in occasione del mio ultimo viaggio nella capitale britannica, mi sono trovata a riflettere sulle nozioni di multiculturalismo e intercultura. «Perché?», direte voi. Beh, se vi è capitato di passeggiare per le vie londinesi la risposta risulterà chiara. Per dirla in poche parole, è difficile trovarsi a camminare per strada circondati da inglesi e basta. Più facile sentir parlare svariate lingue da tutto il mondo, osservare diverse sfumature di colore di pelle, o diversi lineamenti del viso ed espressioni corporali.

Insomma, Londra è meravigliosamente multiculturale.

A seguito di questa asserzione piuttosto banale e di dominio comune, colgo quindi l’occasione per affrontare il discorso riguardo a questo tema.

Si utilizzano principalmente due termini per definire un contesto in cui più società convivono sullo stesso territorio; spesso, erroneamente, essi vengono confusi e associati come sinonimi: multiculturalismo e intercultura.

Nel momento in cui il termine multiculturalismo è entrato in vigore alla fine degli anni Ottanta, ha designato quel tipo di contesto nella quale società diverse convivevano tra loro. Tale accezione ha perdurato nel corso degli anni, ma il dibattito teorico e interdisciplinare su tale parola è arrivato in seguito alla constatazione che si trattasse di un concetto statico. Il multiculturalismo dava l’idea di un mondo dove culture diverse convivessero nello stesso luogo ma non si incontrassero mai.

Un concetto statico che poco ha a che fare con la realtà dei fatti, insomma. Dalle parole di Ugo Fabietti: «Il mondo infatti non è statico, fermo. Per quanto a noi possa rassicurare l’immagine di culture ben localizzate sul territorio (così come l’idea che coloro che ad esse appartengono possiedono delle identità localizzate), gli esseri umani si spostano, viaggiano, comunicano, confliggono, scambiano». Rimando a un precedente articolo nel quale avevo già parlato del cambiamento sociale.

L’esigenza di una nuova semantica divenne quindi impellente. Oggi, infatti, è preferibile riferirsi a un contesto di interculturalità. Intercultura, in effetti, rappresenta esattamente il dinamismo che caratterizza il nostro mondo. Oggi questo termine rappresenta l’idea che le società che convivono in uno stesso territorio si aprano le une alle altre, apprendano reciprocamente e si trovino in un contesto di incontro dinamico, interculturale appunto. Soprattutto in ambito pedagogico, dove sempre più si incontrano figli di diverse società, deve risultare pressante «l’invito a non considerare la cultura/le culture in modo statico, descrittivo e museografico», attraverso «un’attenzione verso le prospettive dell’antropologia culturale, e ad una sua rilettura in chiave pedagogica che stimola il confronto non più sulle culture dell’altrove pensate in modo esotico, ma sul ruolo dei soggetti quali creatori di significati culturali», come riportato da G. Benvenuto in La scuola diseguale. Dispersione ed equità nel sistema di istruzione e formazione.

La riflessione quindi che scaturisce dall’analisi semantica di questi due concetti riguarda principalmente la presa di coscienza, da parte di noi abitanti, di un mondo multiculturale che agisca a livello interculturale. Ossia di un mondo fatto di società diverse che convivono tra loro ma che non si chiudano in tanti pezzi separati tra loro, ma che interagiscano e siano fruitori di nuove interazioni dinamiche.

In conclusione, queste le parole illuminanti di Ugo Fabietti:

Un mondo in movimento è senz’altro più difficile da rappresentare di un mondo fermo […]. Un mondo fatto in questo modo è più difficile da rappresentare di un mondo in cui tante “culture”, tante “società”, tante “etnie” venivano comodamente localizzate nello spazio come le macchie colorate di un puzzle. Non è un mistero che l’antropologia e le scienze umane e sociali in genere, abbiano preferito offrire un’immagine dell’umanità “a scomparti”, dove ogni cultura corrisponde a una società e a un territorio ben delimitati. Ma oggi, in una situazione di delocalizzazione e di erranza sempre più accentuate, sono i nostri modi di rappresentare gli scenari che ci stanno di fronte a dover cambiare. E a dover cambiare sono anche i nostri modi di pensare quotidiani. Non si tratta di abbandonare le nostre certezze, i nostri radicamenti, le nostre identità. Si tratta solo di prenderle per quello che sono: delle realtà forti, potenti, di cui abbiamo certo bisogno per esistere; ma anche delle realtà costruite, stratificate, frutto di incontri con altre identità. “Costruzione dell’identità in contesti plurali” significa anche questo: essere disposti ad accettare l’idea della propria identità come “costruzione” per potersi incontrare con gli altri.

Nessun commento su Un giro a Londra per parlare di multiculturalismo e intercultura

Socialitas, socialitatis: l’Irlanda nei pub

Se la socialità in Italia si sviluppa nei bar, in Irlanda essa si mescola con gli alcolici nei pub. O almeno questo è risultato dalle osservazioni personali che la sottoscritta ha raccolto…

Se la socialità in Italia si sviluppa nei bar, in Irlanda essa si mescola con gli alcolici nei pub. O almeno questo è risultato dalle osservazioni personali che la sottoscritta ha raccolto in anni di viaggi. Lunghe file di boccali vuoti sui tavoli e sul bancone dei pub riempiono i fine settimana irlandesi. Luoghi tradizionali, con una vecchia storia alle spalle e una moderna legata al turismo internazionale. Ma realmente fortunato sarà il viaggiatore che avrà il coraggio di spingersi al di là delle famose Dublino, Galway e Cork e che si inoltrerà nei piccoli paesi sparsi all’interno di ogni contea. Ad attenderlo ci sarà, infatti, un teatro di parole, persone e sentimenti umani. I luoghi, bene o male, si assomigliano: stanze e locali vuoti, come se ne trovano in qualunque parte di mondo e tempo; mentre le persone, attraverso i loro modi di dire e di fare, cambiano le situazioni e creano le storie da raccontare.

Oggi voglio narrarvi una storia irlandese. Si tratta di qualcosa che ho scelto accuratamente tra tutti i ricordi raccolti in quell’angolo di mondo, allo scopo di fornire la mia idea di cosa sia la socialità in Irlanda.

Il pezzo principale di questa storia si svolge a Kilkenny, cittadina situata al centro dell’omonima contea. Una sera, riparandomi dalla pioggia e dal vento, ho cercato rifugio in una porticina senza insegne, con una lanterna appesa all’esterno che indicava la possibilità di calore e birra. Se le parole mi assistono, l’intento di ricreare quella sera troverà un esito positivo.

Immaginate: luci soffuse, chiacchiere sommesse colorate da un uomo che pulisce un bicchiere dietro al bancone. Davanti a lui tre uomini seduti, a guardarsi ridendo negli occhi mentre stringono la loro birra tra le mani. Intorno a loro tavoli pieni, e un’aria che sa di familiare, come se quel luogo tenesse tra le braccia ogni singolo avventore.

Io mi siedo in un angolo, stretta nella mia sciarpa, infreddolita e bisognosa del tempo necessario a scaldarmi, e attendo la mia bevanda rigeneratrice. A un tavolo accanto al mio ci sono quattro persone: la prima cosa che colpisce è l’età. In circolo, le mani giunte davanti a loro, ci sono un vecchio, un uomo e due giovani, maschio e femmina. Il vecchio è talmente in là con gli anni che riesce a malapena a bere un bicchiere d’acqua con una fetta di limone. Le parole che escono dalla sua bocca, però, sono piene di vigore, cariche di esperienza. Mentre lui parla, l’uomo alla sua destra annuisce guardandolo di sottecchi, mentre il giovane con la giacca marrone e la ragazza con la cascata di capelli neri e ricci lo guardano con gli occhi che si illuminano. Mentre li osservo, realizzo un’idea improvvisa, una constatazione ineluttabile figlia di tante piccole immagini provenienti da ogni angolo irlandese da me visitato. Queste mi si affollano nella mente, e si uniscono alla visione del quadretto che si prospetta davanti ai miei occhi. Giungo a una conclusione: l’anzianità, in Irlanda, è una condizione ammirata. Chi è anziano è anche un cantastorie, un saggio, una persona che ha vissuto la guerra, le lotte intestine, la fame nei vecchi campi di Athenry. Diventa, quindi, una persona da ascoltare, con le labbra tremanti e le orecchie tese a captare ogni singolo e minuzioso dettaglio.

Rifletto, e i miei occhi si fanno vitrei al pensiero di mio nonno, a quando mi narrava le stesse vecchie storie, io con le mani sporche di gelato, e penso che in Italia la saggezza degli anziani non viene rispettata come dovrebbe, ma questa è un’altra storia della quale avrò modo di parlare in futuro.

Ricordate, invece, i tre uomini seduti al bancone, quelli che stringevano i loro boccali e i cui occhi ridevano? Bene. Mentre i miei pensieri vagavano da un’altra parte, l’uomo sulla destra si alza e si sistema lentamente al centro della sala. Si schiarisce la gola e, chinando leggermente la testa, comincia a cantare una canzone lenta, che sa di malinconia. Il silenzio scende fitto, e io osservo incuriosita gli astanti: ognuno di loro, nessuna eccezione, si è ammutolito e ha abbassato lo sguardo. Ovviamente io non conosco quella canzone, e avrei impiegato mesi per capire quale fosse. Si tratta di una famosa ballata irlandese che commemora la Ribellione del 1798, composta da Patrick Joseph McCall nel 1898. Si chiama Boolavogue, parla della morte di Father John Murphy, e le sue parole colpiscono il cuore. Mettete play, e provate a entrare nell’atmosfera di quella sera, mentre l’uomo schiariva le menti con la sua calda voce, e l’aria si riempiva di storia.

Boolavogue nell’interpretazione di Brian Roebuck, con Gerry O’Connor e Mick O’Brien

Estranea ed esterna, mi son sentita spettatore privilegiato di un momento, e ho cercato di imprimerlo il più possibile nella mente, osservando con minuzioso rispetto la lacrima che, vi giuro, è scesa sulla guancia del vecchio uomo, mentre stringeva quasi con rabbia la sua acqua con limone.

Ecco dunque il racconto di una delle modalità di partecipazione che costruiscono la socialità in Irlanda. Un’osservazione, niente più: da una parte l’ilarità di un popolo allegro, ospitale, incline alla risata; dall’altra la malinconia di chi è figlio della sofferenza. Di sfondo, immancabile, la condivisione di una storia difficile, che li unisce dal più piccolo al più grande degli individui.

Foto in copertina di LifeHack Quotes

Nessun commento su Socialitas, socialitatis: l’Irlanda nei pub

Love, Rosie, alias #ScrivimiAncora: la delicatezza al cinema

Questo succede quando vai a vedere certi film al cinema: se insieme ai popcorn ti danno la delicatezza, la lacrimuccia ti esce. Mi è accaduto con il nuovo film di Christian Ditter, Love, Rosie…

Questo succede quando vai a vedere certi film al cinema: se insieme ai popcorn ti danno la delicatezza, la lacrimuccia ti esce. Mi è accaduto con il nuovo film di Christian Ditter, Love, Rosie (titolo italiano #ScrivimiAncora), con protagonisti Lily Collins e Sam Claflin, basato sul romanzo di Cecelia Ahern, When the rainbows end.

Vi chiederete chi sia questa scrittrice nuova di zecca. Autrice di Ps. I Love You, dal cui romanzo è stata realizzata un’altra pellicola qualche anno fa, giovanissima, cresciuta nei sobborghi di Dublino, ha già all’attivo quattro pubblicazioni di successo. Cecelia Ahern è anche figlia del primo ministro irlandese, ma in comune con il padre ha poco o nulla. Per sua stessa ammissione: «He was dealing with the reality of life while I’m taking people into a fantasy world». Mentre il padre vive a contatto con la realtà, la figlia realizza i suoi sogni con le storie a cui dà vita.

Cecelia, in effetti, è una scrittrice che sta diventando la regina contemporanea del romanticismo vecchio stile, condito però non da affollate vie newyorkesi, ma da paesini irlandesi e verdi scogliere. La prima cosa che si nota di lei è l’importanza che dà alla comunicazione. I personaggi sono spesso legati da corrispondenze, che lei lascia impugnare ai suoi protagonisti in tutte le modalità possibili. Ha una particolare predilezione per le lettere, ma dalla carta e penna di Ps. I Love You i due protagonisti di When the rainbows end utilizzano anche la chat, i messaggi di testo e la posta elettronica per costruire e tenere saldo il loro legame affettivo, da quando son piccoli fino all’età adulta.

https://www.youtube.com/watch?v=7CjYKa7TnvE

Dopo Ps. I Love You, un film adorato dalla sottoscritta per tanti piccoli aspetti, il 30 ottobre è uscito in Italia #ScrivimiAncora. Per quanto riguarda la trasposizione italiana, però, ci sono alcune cosette che mi son balenate per la testa durante la visione:

1) Il titolo. Al contrario del romanzo lo scambio epistolare tra Rosie e Alex non ha un accento tale da giustificare il titolo #ScrivimiAncora (l’Hashtag, poi, non si capisce a cosa serva). Lo scambio di messaggi e lettere è, sì, presente ma non viene enfatizzato, fa da contorno.

2) L’ambientazione. Non risulta ben chiaro perché i doppiatori (o traduttori prima di loro? chissà) si siano ostinati a definire in varie occasioni i protagonisti come se provenissero dall’Inghilterra, mentre il film, come il romanzo, è ambientato in Irlanda – le riprese si son mosse da Dublino alla contea di Wicklow -, dove è inoltre palese che il paesaggio sia in perfetto stile irlandese, piuttosto che inglese.

Veniamo invece alla mia opinione generale sul film. La prima parola che mi viene in mente è adorabile, e connotato da una forte sensibilità. La storia non è esente da un pressante, seppur giustificato, accanimento sulla protagonista, mitigato dal fatto che la storia si sviluppa durante un arco di tempo molto lungo: i fatti principali, infatti, avvengono più o meno nel corso di dodici anni. La giovane Rosie, e di conseguenza Alex, vivono le esperienze della vita condensate; lo spettatore osserva in sequenza una sfilza di fatti sia positivi che negativi che, seppur risultanti assolutamente plausibili e reali, son vissuti uno dopo l’altro, quasi senza respiro; ogni volta si tratta di scendere a patti con ogni avvenimento, e plasmarlo, modellarlo per renderlo accettabile, personalizzando il cambiamento. Quel che stupisce è rendersi conto del modo in cui questa autrice tratta i grandi temi dell’umanità, l’Amore, la Vita e la Morte: li mescola, li unisce, li separa e li confonde, il tutto fatto con la più estrema delicatezza. Una gentilezza che rende il complesso del film tutto il contrario di pesante, o ansioso.

L’accento è posto sulle relazioni umane, in primis quella tra i due protagonisti, amici-non amici-amanti-non amanti, ma anche su tutte quelle che li circondano, soprattutto quella tra Rosie e suo padre, genuina, come ogni relazione tra padre e figlia dovrebbe essere.

Rosie è un bel personaggio: tanto amabile quanto imbranata, mi piace paragonarla a un dolce, a un tortino fondente. Solido fuori, fragile dentro, nel momento in cui qualcosa nel suo quotidiano si spezza lei si sfalda, ma allo stesso tempo conserva la forza del cioccolato e la sua dolcezza.

Se consiglio questo film? Sì. Non è un capolavoro, ma non pretende di esserlo. Pur attraverso delle banalità tipiche di un film romantico, ha tanti piccoli particolari che vale la pena notare. Sarebbe uno spreco perdersi i sorrisi di Lily Collins, i capelli illuminati dal sole della piccola Caty, gli occhi profondamente lucidi di orgoglio del padre di Rosie (perfettamente resi dall’attore che lo interpreta). Può darsi che la resa del film potesse risultare migliore; avrebbe potuto essere paragonato alla particolarità di un film come Il Favoloso Mondo di Amelie, o alla complessa dolcezza di The Eternal Sunshine of The Spotless Mind. Si ritrova invece a metà tra questi e le commedie americane stilizzate sfornate per la maggiore da Hollywood. A metà, né l’uno né l’altro, ma una cosa è tutta sua: la delicatezza.

 

Nessun commento su Love, Rosie, alias #ScrivimiAncora: la delicatezza al cinema

Socialitas, socialitatis: L’Italia nei bar

Ogni mattina, un italiano si sveglia e ha bisogno di un caffè. Si alza, si guarda allo specchio con aria assonnata e cerca di capire dove, come e perché. Nella maggioranza…

Ogni mattina, un italiano si sveglia e ha bisogno di un caffè. Si alza, si guarda allo specchio con aria assonnata e cerca di capire dove, come e perché. Nella maggioranza dei casi, vegeta per un po’ nel corridoio sorseggiando un caffè fatto di corsa, gli occhiali storti sul naso e grattandosi la pancia; una volta che il cervello realizza che ora sia, l’italiano, vestendosi in fretta e furia, la cravatta o la sciarpa sfatta, e acciuffando al volo la valigetta da lavoro o la borsa, muove i primi passi della sua giornata. La maggioranza dei casi inizia muovendosi verso il bar.

Oggi la mia mattina è iniziata esattamente così, come per quasi tutti gli italiani. Quindi, eccomi qui, a scrivere nel bar sotto casa. Rigorosamente, cappuccino con cacao e mezzo tramezzino senza maionese: una di quelle classiche situazioni nelle quali entri in un locale di ristorazione e ordini: Il solito.

I bar sono piccoli mondi dove gli italiani danno il via alla loro vita quotidiana, nei quali tornano svariate volte nel corso della loro giornata, e dove avvengono delle dinamiche determinate che caratterizzano un poco la nostra essenza. Dinamiche sociali.

Cos’è la socialità, prima di tutto. La Treccani mi aiuta con la sua definizione perfetta:

s. f. [dal lat. socialĭtas -atis «socievolezza», der. di socialis «sociale»; nel sign. 2, der. direttamente da sociale]. –  l’insieme dei rapporti che insorgono tra gli individui che fanno parte di una società o di un ambiente determinato; la coscienza, generale o individuale, di questi rapporti e dei diritti e spec. dei doveri che essi comportano.

Socialitas, socialitatis. Non è del tutto vero che oramai la maggioranza della socialità si sviluppa sui Social Network come si usa dire informalmente tra le persone. Io osservo un luogo che mi sento sia il carattere vivo e primario nel quale si sviluppa la socialità in Italia. Un luogo fatto di vociare e rumore di tazzine sbattute sul bancone, di briciole di cornetto adagiate sul pavimento e monetine abbandonate sugli scontrini.

Una iniziale differenziazione si può fare tra bar di città e di bar di paese. Per rimanere, intanto, per quel che permette lo spazio di questo articolo, a un livello superficiale che non tenga conto delle differenze regionali: il bello sarà che ognuno avrà modo di valutarlo personalmente. A questo livello di differenziazione, quel che ho notato è la diversità di tempi: la lentezza. Nel bar di paese il culto del caffè è associato al culto del buon vivere. Tutto appare più rilassato, meno frenetico. La città rappresenta, invece, un mondo più veloce, ma la magia del bar agisce anche lì. Per esempio, Roma: la vita romana esterna, ossia vissuta sulla strada, è fatta di gente che cammina velocissima da una parte all’altra, per correre a lavoro, a casa, a scuola, dovunque e, tutti a testa bassa, non ci si scambia uno sguardo manco a pagarlo. La magia: quando entra una persona in un bar tutto si rovescia. Un sorriso, un buongiorno a destra, un salve a sinistra, e via con le chiacchiere e le risate. Nel momento in cui nuovamente si varca la soglia e si esce di nuovo nel mondo ognuno torna al proprio anonimato auto-imposto.

Ecco una lista dei personaggi che più facilmente si possono incontrare nel vostro bar preferito:

Il barista e il suo aiuto, ovviamente. Dispensatori di caffè, non possono non essere amati. Nella maggioranza dei casi sono gioviali e allegri anche se sono le 6 di mattina, nessuno ha mai capito perché.

Il lettore del giornale. La Repubblica, Il Mattino, Il Corriere, non importa quale esso sia, se li legge tutti, riga dopo riga, sfogliando le pagine un po’ di corsa un po’ distrattamente. Di solito, comunque, si sofferma maggiormente nella lettura della Gazzetta dello Sport.

Il commentatore sportivo. Strettamente associato al lettore del giornale, ama e si diletta nell’inneggiare alla propria squadra, e denigrare quella altrui. Commentando l’ultimo gol del suo beniamino, i suoi occhi si spalancheranno insieme alla sua bocca per descriverne le meraviglie calcistiche. Poi sorseggerà il suo caffè stretto annuendo più a se stesso che al suo interlocutore.

L’orso da gioco. Ci sarà, sempre e comunque, qualcuno che sarà impegnato in uno qualsiasi degli svariati mezzi con cui gli italiani amano spendere i propri soldi: a scelta tra schedine calcistiche, gratta e vinci, Slot Machines.

Il politicante. Costui può essere un solo membro (che per lo più chiacchiera da solo riguardo all’ultimo evento politico) o un gruppo di, solitamente, uomini, che, a prescindere dall’età, aprono animatissimi dibattiti politici di tutti i generi. La frase: “Ai miei tempi…” si riscontra per lo più nei politicanti di età più avanzata.

Il circolo femminile: se vi capita di assistere a un raduno mattutino di anziane donne, la vostra giornata comincerà al meglio. Con allegra spensieratezza, trasmetteranno a voi il loro buonumore, mentre chiacchierano di cucito, di nipotini, di appuntamenti galanti e di tutto e di più.

L’intellettuale mascherato. In un angolino, nascosto da occhiali da sole anche se dentro è buio, c’è una creaturina che legge, ma che in realtà sta osservando con aria un po’ assorta tutto quel che accade intorno. Cosa stia pensando dentro la sua testolina, a nessuno è dato di saperlo.

L’uomo auricolare. Si può incontrare la tipologia di uomo d’affari con l’auricolare che va in ufficio mentre la limousine lo attende all’uscita, che entra gioviale chiedendo un caffè mentre parla delle ultime azioni col suo segretario in diretta telefonica. Si tratta di una figura che è sempre più difficile incontrare nei tempi contemporanei, ma che appunto per la sua ormai singolarità, ogni volta che entra in un luogo affollato tutti si girano a osservarlo.

Il papà. Lo zaino dell’ultimo cartone trendy su una spalla, una mano salda in quella della sua bambina pronta per la scuola, l’altra che regge faticosamente la valigetta da lavoro, chiede frettolosamente un caffè per affrontare la giornata. Ha subito la solidarietà di tutto il bar.

Ricordatevi, ogni mattina un italiano si alza e ha bisogno di un caffè. Non importa quanto sia in ritardo: l’importante è che faccia un salto al bar.

Opera in copertina: Jean Beraud, Al bar

1 commento su Socialitas, socialitatis: L’Italia nei bar

Luciano Manuel Carriero: l’arte unita alla scienza

È ancora giovane, ma ha già tanta esperienza e, più importante, tanta voglia di fare. Luciano Manuel Carriero, 25 anni e orgoglioso abitante di Sutri (Vt), si occupa di molte cose:…

È ancora giovane, ma ha già tanta esperienza e, più importante, tanta voglia di fare. Luciano Manuel Carriero, 25 anni e orgoglioso abitante di Sutri (Vt), si occupa di molte cose: lavora come educatore ambientale, ama perdersi nelle profondità delle grotte del Lazio(per ora) in virtù di aspirante speleologo, guida giovani studenti della Sapienza tra le meraviglie dell’Orto Botanico del Gianicolo, uno dei colli della Città Eterna. Ma la sua particolarità, almeno quella che ha colpito maggiormente la sottoscritta, è la sua occupazione come fotografo naturalista. La sua specializzazione: la fotografia microscospica, basata su una tecnica fotografica che ha dato il via al progetto MicroCrystalProject, l’arte unita alla scienza.

Per dare una preliminare descrizione dei suoi lavori mi rivolgo a quella data dal suo autore: «MicroCrystalProject è una raccolta di esperimenti visuali realizzati grazie all’utilizzo di diverse tecniche microfotografiche. L’obiettivo è di/mostrare la geometria insita nella materia, quella mistica energia che si nasconde dentro gli elementi».

I colori esplosivi e le forme geometriche perfette all’interno delle sue foto meritano un attento sguardo: la pagina Facebook dedicata al MicroCrystalProject è ricca di immagini, dove c’è davvero da perdersi! Ma di questo affascinante universo parlerà lui stesso, grazie alla intervista che ha cortesemente rilasciato alla Valdichiana.

Nell’immagine di copertina vedete uno dei suoi ultimi lavori, che gli è valso il primo premio al concorso “Arte o Scienza? 2014″, organizzato da Immaginario Scientifico, con la collaborazione dell’Università di Trieste, del centro Brain per le neuroscienze e dalla Regione Friuli Venezia Giulia all’interno del salone europeo della ricerca scientifica Next.. Un po’ di dati: precedentemente al primo posto, Luciano era arrivato terzo all’edizione dell’anno 2013 grazie alla foto posta poco più sotto intitolata Micrarte. Attualmente, purtroppo terminata da poco, quattro sue fotografie sono state esposte alla mostra all’interno del Festival di Scienzartambiente di Pordenone.

10632575_703777859716142_9030151577504030922_n

Buongiorno. Le fotografie che ci mostri hanno catturato la nostra attenzione: ti andrebbe di parlarci del tuo progetto e delle modalità di realizzazione di questa tecnica fotografica?

Certo. Io mi occupo di microfotografia, una tecnica fotografica effettuata tramite dei microscopi particolari, chiamati polarizzatori, che sfruttano la rifrazione della luce per fotografare delle sostanze e degli oggetti fisici che normalmente ci apparirebbero trasparenti. In particolare mi riferisco ai cristalli: prima di occuparmi di fotografia mi dedico alla estrazione di sostanze capaci di cristallizzarsi, sostanze che posso trovare nelle piante o, anche, in oggetti comunemente tenuti in casa, come i farmaci, il sapone per i piatti e lo zucchero; si tratta di sostanze cristallizzate attraverso un processo chimico su dei vetrini appositi, che, nel momento in cui vengono ri-cristallizzate, sono suscettibili alla rifrazione della luce e capaci, quindi, di mostrare dei colori particolari. Grazie a delle tecniche particolari utilizzate, esse creano varie forme geometriche davvero interessanti. Queste tecniche sono, diciamo l’ingrediente segreto delle mie fotografie.

Quel che posso dire è che mi sono dilettato nel prendere dei microscopi degli anni Settanta provenienti dagli Stati Uniti, più economici, che ho modificato io stesso. Utilizzo un microscopio di una casa tedesca di nome Zeiss, al quale ho applicato dei filtri polarizzatori, avvalendomi così di una tecnologia avanzata che normalmente costerebbe migliaia di euro. In pratica utilizzo un microscopio biologico modificato e riadattato a polarizzatore: un processo economico e accessibile a chiunque.

L’aspetto più particolare di questa tecnica fotografica risulta la capacità di mostrare quella che rappresenta la geometria insita all’interno della Natura stessa. Ogni sistema cristallografico, quindi ogni elemento che io vado a cristallizzare, possiede una sua geometria naturale, e una memoria chimica vera e propria che fornisce alla sua struttura delle forme specifiche. Riguarda l’idea che esiste dietro la materia, e che si nasconde in essa.

Ho tratto ispirazione in parte dai miei studi universitari – per quello che riguarda le procedure – e molto dall’arte psichedelica che mi ha influenzato radicalmente durante il lavoro, in particolar modo nella percezione caotica e allo stesso tempo ordinata delle geometrie e colori che prendo come oggetto.

998941_603019903125272_363755891_n

Micrarte, di Luciano Manuel Carriero

Come funziona il processo di cristallizzazione?

Realizzo delle soluzioni chimiche attraverso le quali estraggo la sostanza, la posiziono su un vetrino e quando l’acqua, attraverso cui si scioglie, evapora, l’elemento comincia a ri-cristallizzarsi, secondo la sua geometria naturale. A occhio nudo appare sempre trasparente, ma io collego una macchina fotografica al microscopio, ovviamente utilizzando gli obiettivi dello strumento, e scatto la foto con ingrandimenti che aumentano la sostanza dalle 400 alle 600 volte.

Quali sostanze utilizzi maggiormente?

Gli ultimi progetti si sono concentrati particolarmente sulla cristallizzazione di farmaci scaduti, insomma farmaci di recupero, che posseggono al loro interno dei tipi di acido che si trovano nelle piante. Per esempio l’acido acetilsalicilico, che rappresenta il principio attivo dell’aspirina ed è estratto dal salice: la fotografia scattata a questa sostanza mi ha permesso di vincere il concorso Arte o Scienza? 2014. L’ho intitolata Stars, per via dei cristalli “stellati”, chiamati così perché ricordano la forma di una stella. L’anno scorso invece mi sono posizionato al terzo posto con una fotografia, intitolata Micrarte, di acido tartarico, presente nell’uva.

MG_5963_opt-1024x682

Luciano Manuel Carriero (primo da destra) – Credits by http://www.arteoscienza.it/

Voglio rifarmi al titolo del concorso che ti ha accolto a Trieste e farti questa domanda: Arte o Scienza, secondo il tuo parere? Particolare, poi, quello che hai detto riguardo alla geometria insita nella natura: puoi approfondire questo aspetto?

Lo scopo delle mie fotografie è quello di fondere due mondi, quello scientifico e quello artistico: a mio parere si compensano a vicenda. Con questa tecnica riesco, attraverso la tecnologia e i processi chimici, a mostrare una sorta di ordine e di bellezza naturale presente all’interno degli elementi, soprattutto quelli microscopici, che comunemente a occhio nudo non sarebbero percepibili nel nostro ambiente. In realtà essi permangono in maniera totalizzante. Penso ad esempio al fatto che la maggior parte di queste sostanze cristalline si trovano non solo all’interno del nostro corpo, ma anche nelle piante e nell’acqua stessa che beviamo. La bellezza delle loro forme va mostrata, ed è quello che mi propongo di fare con le mie fotografie. I miei scatti, secondo me, sono sia scienza che arte: rappresentano l’anello di congiunzione tra due mondi.

Ringraziamo Luciano e, riportando una delle didascalie che solitamente accompagnano le sue fotografie, per allacciarci al discorso della bellezza e dell’ordine insito nella natura che questo giovane artista cerca di portare alla luce, concludiamo con questa citazione di Albert Einstein:

Ogni cosa che puoi immaginare, la natura l’ha già creata.

Nessun commento su Luciano Manuel Carriero: l’arte unita alla scienza

Progetto UDOO: l’innovazione unita alla creatività

Una settimana fa è uscito un articolo riguardo alla mia visita al Maker Faire 2014, svoltosi a Roma a inizio ottobre, dove ho curiosato nel mondo dei makers e dell’innovazione tecnologica…

Una settimana fa è uscito un articolo riguardo alla mia visita al Maker Faire 2014, svoltosi a Roma a inizio ottobre, dove ho curiosato nel mondo dei makers e dell’innovazione tecnologica open source. Voglio ora dedicarmi a uno dei progetti che in particolare ha catturato la mia attenzione. Si tratta del progetto UDOO, di casa senese e aretina, che presento attraverso le parole di uno dei co-fondatori, Maurizio Caporali.
.
Buongiorno, puoi dare ai lettori della Valdichiana.it una visione generale del progetto?

Si tratta di una scheda, un piccolo computer che unisce un po’ due mondi: quello di Arduino e quello di Raspberry Pi. Da Arduino, microprocessore che collega in maniera semplice dei sensori, a Raspberry Pi, pc open source nato nel 2012, abbiamo voluto creare UDOO (dall’inglese “You do”, Tu Fai). Noi lavoravamo già con Arduino da molti anni, dal 2006 o 2007, e avevamo bisogno di utilizzarlo con un computer; invece abbiamo pensato a qualcosa che fosse non solo più piccolo, ma che unisse sia la parte Arduino che la parte computer. Collegando UDOO a un monitor e a una tastiera, funziona come computer, utile per sviluppare idee, per creare cose.

Si tratta di una tecnologia open source sia dal punto di vista hardware che software, quindi qualsiasi tipo di risorsa che trovi in rete la puoi utilizzare per costruire quel che vuoi. Ci sono due processori: uno è la parte Arduino, l’altro un processore più potente che è il sistema operativo principale, che può essere Linux o Android. Si può scegliere uno dei due, si può cambiare rispetto alle proprie esigenze, dimostrando la flessibilità di questa scheda.

Diciamo che siamo partiti da Arduino per sviluppare un qualcosa che servisse a dare spazio alla creatività: per esempio, se vuoi un player video capace di cambiare video attraverso l’uso della mano, con UDOO lo puoi fare. Dipende comunque dal tipo di applicazione; in alcuni casi serve solo Arduino, ma in altri, a seconda delle specifiche esigenze di ognuno, non basta.

Presentazione Kickstarter del progetto UDOO

A chi è rivolto e quali possono essere le sue applicazioni?

Prima di tutto dal punto di vista educativo è molto utile, perché hai un computer che occupa pochissimo spazio ed è funzionale. Perfetto per la formazione, costa meno di cento euro e consuma intorno a 5-7 watt, mentre un Pc normale 70 più o meno. Abbiamo un laboratorio di computer con 30 schede UDOO che consuma sotto il chilowatt.

A Buonconvento, dove hanno inaugurato un museo della Mezzadria, abbiamo sostituito dei computer “alluvionati”, a un prezzo di costo bassissimo, con le schede UDOO. L’impatto dal punto di vista del costo della scheda e del consumo che si ha, produce il risultato di risparmiare circa 1500 euro l’anno di energia elettrica per venti schede; insomma, in un anno si rientra del costo.

Lo puoi utilizzare per programmare: non ha certo le performance di un computer di ultima generazione, ma dal punto di vista educativo, se devo programmare nei linguaggi di programmazione tipici (C, Java, eccetera) puoi farlo tranquillamente.

Inoltre si può utilizzare per l’elettronica, per l’elettrotecnica: ci collego un motore e faccio, per esempio, un sistema di riconoscimento facciale oppure ci costruisco un robot (vedi video sottostante). Gli oggetti che puoi costruire con UDOO possono avere quel qualcosa in più, e non solo la parte computer. Questo, dal punto di vista educativo, è fantastico: non lavori solo davanti a un Pc ma crei nuovi oggetti interattivi, nuovi artefatti.

Vuoi uno stereo di nuova generazione che si collega a Spotify? Lo puoi fare.

Qual è stato lo sviluppo dell’idea di UDOO?
UDOO è nato da due società: Aidilab e Seco: io sono amministratore della prima. Il progetto nasce da me, Antonio Rizzo, appartenente allo stesso modo ad Aidilab, e Daniele Conti, presidente di Seco. È un’idea che abbiamo avuto a fine 2012 e volevamo portarla avanti, produrla; non avendo i finanziamenti, abbiamo pensato di farlo attraverso un’altra modalità: abbiamo scelto il Crowdfounding, attraverso Kickstarter. Nell’aprile 2013 abbiamo lanciato la campagna avendo come obiettivo il raggiungimento di 27mila dollari, mentre siamo arrivati a 640mila! Abbiamo fatto subito la produzione, visto che è piaciuta moltissimo. Si trova ora sul mercato da fine 2013-inizio 2014, e siamo già diventati tra le dieci schede di questo tipo, chiamate Single Board Computer, più conosciute al mondo.

Un esempio applicativo: Mario, il robottino
.
Aggiunge, invece, Michelangelo Guarise, Creative and Developer di UDOO:
Non è solo informatica: oltre alla parte informatica e ingegneristica, UDOO è arte, creatività, design e rapporto umano. Uno strumento tecnologico che può essere applicato in moltissimi modi, dal giochino per adolescente al robot umanoide. Qui, per esempio, abbiamo un drone, che è capace di mandare immagini in real time grazie alla nostra scheda UDOO. Si tratta di un utilizzo che hanno solo i droni più sofisticati: noi mettiamo a disposizione una tecnologia avanzatissima a un costo che, in confronto, è bassissimo.
UDOO è una piattaforma estremamente potente e flessibile: pensa che verrà mandato sulla luna, in quanto selezionato per un progetto nel quale è previsto l’utilizzo di UDOO, un prodotto italiano sviluppato tra Siena e Arezzo, come cervello di un robot capace di girare sulla luna.
Riguardo a questo aspetto, rimando a questo link.
rover1
Carnegie Mellon University’s prototype lunar rover, “Andy.”
.
Per coloro che desiderano approfondire le capacità e le applicazioni di UDOO, ecco alcuni link utili:
Qui e qui troverete due video riguardo al Joystick più grande del mondo, che ha riscosso un grande successo a New York.
Qui il video di un progetto multimediale, qui quello di una macchinina radiocomandata.
.
Materiale video e link in uscita forniti cortesemente da Michelangelo Guarise, UDOO.
Nessun commento su Progetto UDOO: l’innovazione unita alla creatività

Maker Faire 2014: scopri, inventa, crea

La prima volta che mi parlarono dei Makers e del Maker Faire, nel lontano luglio 2014, rimasi un po’ interdetta, poiché non avevo la minima idea di cosa fossero. Un movimento culturale,…

La prima volta che mi parlarono dei Makers e del Maker Faire, nel lontano luglio 2014, rimasi un po’ interdetta, poiché non avevo la minima idea di cosa fossero. Un movimento culturale, anche se recente, mi era sfuggito da sotto il naso! Non appena avevo messo piede a casa, quella sera, internet era stato il mio fedele istruttore sull’argomento.

Prima di spiegare cosa sia un Maker, vi espongo il motivo di questo articolo: dal 3 al 5 ottobre si è tenuto il Maker Faire – The European Edition di Roma, e con gli occhi luccicanti di curiosità ho potuto ammirare le ultime innovazioni tecnologiche prodotte “in casa”.

Il Maker Faire è il più grande evento tecnologico del mondo, così riporta il sito dell’evento, ed è il luogo dove tutti i Makers sparsi per il globo possono riunirsi ed esporre e condividere le proprie invenzioni. Quest’anno a Roma si è svolta la seconda edizione, all’Auditorium, promosso dalla Camera di Commercio di Roma e organizzato dalla sua Azienda Speciale Asset Camera. Curatori della manifestazione sono stati Massimo Banzi, cofondatore di Arduino, del quale parlerò tra poco, e Riccardo Luna.

Che cos’è un Maker. In poche parole è un esperto “fai-da-te” della tecnologia. Appassionati di informatica, conoscitori delle pratiche ingegneristiche, modellatori di circuiti e robot, nonché intenzionati seriamente a sviluppare le conoscenze della Stampa 3D, i Makers costituiscono oggi un movimento culturale definito che punta all’innovazione tecnologica, ma dal basso. Il Maker, infatti, ha lo scopo di inventare e innovare cercando di rimanere nella sfera del “basso costo”, con licenze libere e sotto l’egida dell’open source. La condivisione del sapere potrebbe generare un cambiamento dell’economia globale, come afferma Chris Anderson, direttore di Wired Usa: «Una generazione di “makers” che usano i modelli innovativi del Web aiuterà la prossima grande ondata di cambiamento nell’economia globale perché le nuove tecnologie del digital design e della prototipazione stanno dando a tutti il potere d’inventare e creare “la coda lunga delle cose”».

IMG_0788

Foto di Chiara Magliacane

Infatti, nel corso della manifestazione ho potuto ammirare apparecchi elettronici che nel mondo delle grandi aziende pagherei uno sproposito. La possibilità di essere costruttori della propria tecnologia, invece, è meno lontana dal comune utente di quel che si pensa. Si tratta di acquistare la tecnologia base necessaria, e in seguito basarsi sul magico mondo del “fai-da-te”. Un pizzico di creatività, un poco di dedizione e di studio, e le nuove innovazioni possono essere accessibili. Non a caso il motto stampato a caratteri cubitali dell’evento è: Scopri, inventa, crea. Uno stimolo alla creatività personale.

Purtroppo, parlare di tutto ciò che era presente alla manifestazione è impossibile. Non solo la quantità di stand era ingente, ma la curiosità spingeva a rimanere a parlare presso ogni singolo innovatore più del dovuto. Voglio quindi parlarvi di tre cose, quattro se si considera un secondo articolo specifico che uscirà la settimana prossima sulla tecnologia UDOO, di casa senese. Ma per farlo darò voce alle interviste raccolte, e quindi ai diretti interessati presenti negli stand preposti.

1) ARDUINO.

Arduino è sia un software, che un hardware; è una scheda open-source facile da usare. Ce ne sono di vari tipi, per diversi utilizzi. La scheda, appena la compri, è come se fosse un computer nuovo, è vuoto e non ci sono programmi. Nel caso di Arduino i programmi diventano gli output che permettono di stimolare la scheda attraverso codici di programmazione. Arduino è fatta per interagire con il mondo fisico, risponde a stimoli e attraverso i codici li invia al computer collegato alla scheda. La domanda più frequente che ci fanno è: Cosa posso fare con Arduino? Ma la risposta giusta è: Dipende da cosa ti piace e da quali sono i tuoi interessi. Perché ci puoi fare tutto. Qui c’è la stampante 3D, che attraverso vari strati di stampa crea delle forme semplici.

L’idea di Arduino: è stato inventato da cinque appassionati, due italiani, due americani e uno spagnolo, in una scuola di Interaction Design a Ivrea, che ora ha chiuso. Quello che ci ha creduto di più, e che ha spinto più il progetto è stato Massimo Banzi. Il risultato finale ha permesso di fornire all’utente una sorta di coltellino svizzero dell’informatica: viene un’idea, si può fare. Ad esempio una lampada, o un sistema per dar da mangiare al gatto. C’è davvero tanta possibilità per essere creativi.

Il sito a cui fare riferimento per Arduino è: http://www.arduino.cc/.

IMG_0781

Foto di Chiara Magliacane

2) TEAM DARE.

Team Dare è un team composto da ingegneri entusiasti e specializzati che condividono una passione comune: costruire robot! Un progetto iniziato nel 2001 a Eindhoven, con la nostra prima gara di robotica all’università. In seguito abbiamo continuato a sostenere competizioni del genere. Cinque anni fa abbiamo cominciato a costruire i primi strumenti fatti interamente da noi: all’inizio la batteria e poi via seguendo siamo arrivati a costruire altri strumenti come la chitarra, e ora anche un flauto di pan elettronico. La band “robotica” possiede un repertorio di centinaia di canzoni di tutti i generi musicali e può essere programmata per gestire la musica in sottofondo di una cena, di un festival, o di un qualsivoglia evento.

Per esempio, ecco un piccolo estratto di una performance al Maker Faire Roma 2014:

 3) FABLAB IVREA. Si parla qui, invece, di droni. Magnifici droni costruiti in modo tale da migliorare sia l’equilibrio di volo, sia la sicurezza. Non solo, la durata della prestazione e il peso dell’apparecchio. Ecco le innovazioni che Fablab Ivrea ha apportato a questi utilissimi robot volanti:

 – Arducluster: Drone Redoundance Security System. Si tratta di una scheda elettronica che gestisce il parallelismo di due fly controller anche di tipologie differenti. Si installa su qualsiasi mezzo mediante il kit di retrofitting da noi fornito soddisfando gli attuali requisiti di sicurezza. In caso di anomalie questo sistema non autorizza il volo, e gestisce il passaggio automatico o manuale, tramite telecomando, in caso di avaria del sistema di pilotaggio principale, garantendo il controllo del mezzo in ogni caso.

 – Arduemergency: Drone Security Remote Control. Si tratta di un modulo di completamento per Arducluster, è un sistema radio di lunga portata, composto da un telecomando a tre pulsanti, che il pilota tiene a portata di mano, e un analogo ricevente da installare a bordo del drone. Un link automatico verifica ogni sei-otto secondi l’integrità del collegamento radio, e avverte il pilota in caso di interruzione della comunicazione. In caso di perdita di controllo del mezzo, permette lo spegnimento immediato dei motori e l’attivazione di un paracadute di emergenza.

Per informazioni tecniche e commerciali si può scrivere a: info@fablabivrea.it.

IMG_0807

Foto di Chiara Magliacane

 In conclusione, in linea con lo spirito del Maker Faire 2014, della licenza libera e dell’open-source, riporto queste parole di Massimo Banzi:

Non c’è bisogno del permesso di nessuno per fare grandi cose.

 

1 commento su Maker Faire 2014: scopri, inventa, crea

Eugenio Carmi: un pilastro dell’astrattismo italiano si racconta

Un viso segnato dalle rughe, la voce tremante e salda allo stesso tempo, e due occhi che sanno di esperienza. Eugenio Carmi è un uomo che sa vedere oltre la materialità….

Un viso segnato dalle rughe, la voce tremante e salda allo stesso tempo, e due occhi che sanno di esperienza. Eugenio Carmi è un uomo che sa vedere oltre la materialità. Non è solo un artista contemporaneo che ha vissuto l’arte dagli anni Quaranta a oggi: lui è l’artista dell’astrazione, parola che ci mostra con grande orgoglio e sapienza. Viene considerato un pilastro dell’astrattismo italiano, ma a me piace presentarlo anche per l’incredibile stimolo che ha donato all’industria, introducendo l’idea che anch’essa deve produrre cultura, realizzando tra le altre cose una serie di cartelli antinfortunistici insieme alla genialità semiotica dell’amico stimato Umberto Eco. Non solo, le illustrazioni delle favole per bambini edite da Bompiani nel 1966, le creazioni scultoree, le esposizioni alla Biennale di Venezia. La decisione di concentrarsi sulla pittura, in fondo, arriva solo negli anni ’70, momento nel quale approfondisce il linguaggio geometrico, categoricamente astratto su tela, spinto sempre più in uno stretto rapporto con la spiritualità; fino alle ultime opere, incentrate sul tema delle leggi matematiche della natura. Parlando di Einstein, bellezza, astrazione e profumi, vi presento un artista contemporaneo. Rappresenta un onore averlo in questi giorni a Montepulciano al PassKey Art Festival 2014. Non perdetevi l’esposizione delle sue opere.

La sua arte è fatta di astrazione, una parola per lei importante. Potrebbe spiegare il significato che lei personalmente dà a questa parola?

IMG_4291“Non vi spiegherò mai la mia arte, perché ognuno deve interpretarla secondo la sua mente, ossia secondo la sua impostazione mentale. Ciò che l’arte trasmette è molto più difficile da descrivere, considerato poi che ognuno la riceve a modo suo.

Per parlarvi dell’astrazione devo girarci un po’ intorno. Si tratta di una parola a me cara, perché tutta la mia opera, a parte quella dell’inizio, quella in cui un artista comincia e va da un maestro e allora si fa la natura morta o un ritratto, è stata atta a curare l’astrazione.

Voglio raccontarvi un aneddoto abbastanza significativo per dimostrare cosa sia in realtà l’astrazione, un aspetto quotidiano di tutta la nostra vita: pochi anni fa sono stato invitato dal Comune di Milano a fare una lezione a dei bambini in una scuola elementare. Ho avuto modo di conoscere una maestra giovane e molto brava, con la quale sono ancora amico. Lei aveva preparato la classe all’arrivo di un pittore astratto, e quando sono entrato nell’aula un bambino mi ha subito domandato che cosa fosse l’astrazione e la pittura astratta. Dunque, è difficilissimo descrivere le astrazioni; sono moltissime nella nostra vita. Allora ho risposto a quel ragazzino e a tutti gli altri, calmi nei loro banchi: «Che cosa mi direste se io, vivendo in un mondo dove non esistono i fiori, ma nel quale ho sentito parlare del profumo della rosa, chiedessi a qualcuno di voi, dato che non l’ho mai sentito, di descrivermelo?». Lo domandai con semplicità, e loro erano lì, in silenzio assoluto, senza sapere che dire. A un certo punto un bambino alzò la mano e disse: «È dolce!», e io risposi: «Io di dolce conosco lo zucchero, ma “dolce” non mi dice che cosa sia il profumo della rosa». Ci fu di nuovo silenzio. Ho aspettato un po’, ma vedendo che nessuno di loro riusciva a descrivermi il profumo della rosa ho esclamato: «Vedete, io vi ho spiegato l’astrazione! Il profumo è un’astrazione”.

L’astrazione fa quindi parte della nostra vita quotidiana, e si trova in moltissime cose come, appunto, nei profumi. E di ogni aspetto della vita lei ha cercato sempre di mostrarne la bellezza, la cui creazione è il fine ultimo dell’arte, come lei stesso insegna. Continuando nel suo discorso, quanto si può considerare amata l’arte astratta? La sua ricezione è comunemente vissuta e condivisa?

“Come dicevo, l’astrazione non si può enunciare a parole. I profumi, ci sono tantissimi profumi. A me piace, per esempio, quello della rosa, ma non riuscirò mai a descriverlo. Si tratta di un’astrazione che arriva direttamente ai nostri sensi e che ciascuno riceve con la sua sensibilità. Le donne, quando vanno a comprare un profumo, si fanno mettere sulle mani vari campioni per sentire quello che corrisponde alla loro sensibilità, e questo è un esempio per dimostrare quanto sia importante l’astrazione nel mondo. La nostra mente vive di astrazione, e questo per dire che, nonostante sia fondamentale per la nostra vita, alcuni la amano e altri no. Chi non la capisce non è preparato a riceverla. L’astrazione ha nella pittura una sua bellezza, e questa bellezza viene trasmessa a chi la riceve e non viene trasmessa a chi non la riceve. Molte persone NON amano l’arte astratta, mentre altre la amano moltissimo; il punto chiave è la mente della persona, ossia quanto è capace di ricevere astrazione o se sia portata più a ricevere delle figure che rappresentano le realtà conosciute.

I pittori figurativi, nel passato dei secoli, molto prima del nostro, vivevano di una pittura che era, appunto, di figure reali. La figura femminile, per esempio, è stata rappresentata da molti pittori, ma all’interno di queste creazioni esistono molte astrazioni che non giungono facilmente all’occhio. Prendiamo la Gioconda: misterosa, e piena di astrazioni; un sorriso appena accennato nella sua dimensione, e in un’altra invece dei rettangoli istituiti in sezione aurea. Non sappiamo se l’autore abbia realizzato questa figura con le regole della sezione aurea volontariamente, ma ci sono in ogni caso. La sezione aurea corrisponde a un numero infinito, 1.638 e così via fino all’infinito. La sua rappresentazione è una spirale, e qui ho molte opere esposte su questo aspetto: io che esisto in un rapporto stretto con la natura, vi dico che la natura è una cosa strordinaria in tutti i suoi aspetti e ho cercato di mostrarlo nelle mie ultime opere. Una delle questioni che continuano a pormi è che cosa sia l’infinito. Se la sezione aurea corrisponde a un numero infinito, allora questo dove va? Io rispondo allora che queste sono le astrazioni della natura e le sue regole, che la natura stessa ci rimanda all’infinito. Ci saranno pure volumi scritti da scienziati sull’argomento, ma a me interessa il pensiero dell’infinito, quello che la nostra mente non riesce a concepire. C’è una frase bellissima e interessante di Einstein: «Solo due cose sono infinite, l’universo e l’ignoranza umana, ma sulla prima cosa non sono sicuro». Einstein è incredibile, ha scoperto questa legge meravigliosa espressa in tre lettere, ha intuito tante cose del mondo e anche quelle sono astrazioni che lui è riuscito a estrarre dal mondo matematico. La sua scoperta condiziona tutta la nostra vita. Potrei continuare ancora, ma non vi voglio annoiare”.

Anzi, è un piacere ascoltarla. Mi domando, l’arte contemporanea, oggi, cos’è? Cosa ci può dire a riguardo?

Il Maestro Eugenio Carmi

Il Maestro Eugenio Carmi

“Quella che si chiama arte contemporanea è una arte un po’ incomprensibile. Voi sapete che quella che è chiamata in questo modo è caratterizzata dalle famose installazioni; possono essere qualsiasi cosa. Io posso mettere qui davanti a voi un bicchiere rovesciato, e un altro vicino, sui quali posso versare una cascata di acqua, e sarebbe un’installazione, ma non avrebbe nessun senso di commozione, nessuna emozione come trasmette l’arte dal tempo delle caverne fino ai giorni nostri. Per spiegare meglio cosa intendo, ossia cosa l’arte contemporanea è oggi e cosa dovrebbe essere, voglio raccontarvi un paio di episodi che mi sono capitati. Due critici d’arte hanno avuto il coraggio di dire la verità, ossia che quella che è chiamata oggi arte contemporanea è falsa. Uno è inglese, si chiama Julian Spalding, l’altro è uno dei maggiori critici d’arte francesi, Jean Clair.

Per quanto riguarda il primo episodio: due anni fa Hirst ha fatto una mostra; l’artista inglese.. scusate, “artista” mi è uscito per sbaglio.. che è quell’artista che ha messo all’asta tutte le sue opere, la più famosa delle quali è un delfino chiuso in una cassa di acqua piena di conservanti, venduta a un collezionista per migliaia di sterline. Opere come questa oggi molti critici hanno il coraggio di chiamarla arte contemporanea.

Insomma, Spalding due anni fa, riguardo alla mostra di Hirst a Londra, scrisse su un giornale inglese che costui non è un artista. Il coraggio di dire la verità, che nessuno ha avuto, gli è costato l’ingresso a tutte le anteprime dei musei. Leggendo questo articolo sulla Repubblica, gli ho scritto per mandargli le mie congratulazioni, le meritava, era stato sincero, e lui mi ha risposto gentilmente che avrebbe continuato su questa linea con decisione.

Pensa che una volta ero a New York con dei miei amici, e con Sara la mia assistente, per un lavoro teatrale sulle opere realizzate dalla mia collaborazione con Umberto Eco. In quel periodo, Maurizio Cattelan esponeva al Guggenheim Museum, e sono andato a vedere la mostra con alcuni amici italiani e americani. Naturalmente Cattelan è considerato un artista contemporaneo. Ora, già all’ingresso del museo, dove si ergono delle scale circolari, pendevano le cosiddette opere di arte contemporanea: bambini impiccati, due morti legati con delle corde che pendevano e dei cavalli imbalsamati. All’uscita la malinconia per la scelta del Guggenheim di cadere così in basso era alta, considerato che nessuna emozione era scaturita da quella visita, nessuna bellezza! Quella non era arte.

Il secondo critico d’arte, Jean Clair, accademico di Francia e direttore di una delle Biennali di Venezia, ha scritto due pagine sulla Repubblica dal titolo: L’arte contemporanea è un falso. Nessuno ha osato attaccarlo, come era successo con Spalding, in quanto accademico di Francia e direttore di una passata Biennale. Lui e Spalding hanno avuto il coraggio di dire la verità.

A me questo tipo di arte non dà emozione; vedere l’installazione di cento bottiglie messe insieme su un tavolo o di cento bombolette di gas per terra, con il patrocinio del museo che le ospita, non mi dà niente. Magari ad altri sì, ognuno ha la sua predisposizione mentale. Ma io, qui vi dico, continuo con la mia arte dipinta e con la mia astrazione, comunicando a chiunque voglia ricevere tutto quello che io voglio esprimere”.

Grazie.

Invece grazie a lei e a tutti questi incredibili spunti riflessivi sull’arte, la bellezza e l’astrazione. Arrivederci.

Materiali a cura di Valentina Chiancianesi

Nessun commento su Eugenio Carmi: un pilastro dell’astrattismo italiano si racconta

Vi racconto il mio ultimo viaggio in Messico

Sono nata in un paese colorato, dalla bandiera verde bianca e rossa. Un paese dai colori pastello, così mi immagino l’Italia, dalle colline verde-chiaro toscane, alle pianure giallo-paglierino della Puglia,…

Sono nata in un paese colorato, dalla bandiera verde bianca e rossa. Un paese dai colori pastello, così mi immagino l’Italia, dalle colline verde-chiaro toscane, alle pianure giallo-paglierino della Puglia, al verde-acqua o azzurro tenue del nostro bel mare.

Quando ho messo piede in Messico, invece, ho avuto una sensazione diversa. Un paese dai colori luminosi, accesi, mai tenui, capaci di attirare il viandante nel fascino della bellezza. Una bellezza che vorrei cercare di trasmettervi.

Scrivere racconti e articoli di viaggio è facile: il tuo corpo e la tua mente sono carichi di emozioni, suoni e immagini, e senza rendertene conto li hai fatti tuoi, ti sono entrati dentro ancora prima che tu abbia avuto tempo di rifletterci su. Il difficile sta nell’organizzarli, in seguito, e raccontarli in forma ordinata; il dramma sta nel scegliere un ricordo piuttosto che un altro. Devi tenere conto, fin da subito, che non riuscirai a parlare di tutto. Il Messico, poi, è un paese che non ti lascia andare, ti afferra, con le sue mani fatte di spezie e mercati, e che tanto avrebbe da dire.

Tre viaggi mi hanno arricchito nella “terra del mais”, come ogni tanto è chiamata questa Nazione. Un mese on the road nel 2012, tre mesi di ricerca etnografica in un municipio nello Stato di Puebla nel 2013, venti amabili giorni spesi a metà per impegni accademici e per vacanza nel 2014.

Per ben due di questi viaggi ho avuto la fortuna di partecipare al grito de independencia, celebrazione dell’indipendenza messicana, dove patriottismo e onor messicano si incontrano per le strade di ogni angolo, di ogni città, municipio, pueblito del Paese. Cosa dire di questa festa? Badate bene che si tratta di me che racconta, viaggiatrice e studiosa con la sua opinione, non di una verità assoluta, ossia nulla ch’io pretenda di possedere. La prima cosa che ho notato: i messicani amano la loro terra. La amano così tanto che quando un Governo non riesce a governare come dovrebbe, si sente ancora l’eco della revolución campesina. Per Città del Messico le manifestazioni sono all’ordine del giorno; la polizia, massicciamente spiegata con mitra e caschi antisommossa, si stanzia giornalmente lungo le vie del centro. Il Messico, in poche parole, è un paese che lotta. E quando arriva il momento del grito, si incontrano per la strada coloro che incarnano la voce del popolo, e coloro che si sentono al sicuro sotto le attività di repressione governative.

Messico

 Foto di Valeria Luongo

Festeggiare il grito è diverso a seconda del luogo: l’anno scorso ero a Cuetzalan del Progreso, municipio sulle pendici di una montagna nello Stato di Puebla; quest’anno ho partecipato ai preparativi nella piazza centrale (zócalo) di Città del Messico, e ai festeggiamenti su un’isola del Quintana Roo, Isla Holbox.

Tre diversissime tipologie: 1) Cuetzalan era un’allegra festa di paese, con banchetti di strada, fuochi d’artificio e rito dei voladores (cuetzaltechi che piroettano i loro corpi agganciati a una fune dalla cima di un palo di circa 30 metri); 2) Nello Zócalo di Città del Messico avevano eretto imponenti strutture celebrative, dove hanno avuto luogo virtuosismi militari in omaggio alle forze dell’ordine governative; 3) a Isla Holbox, meta turistica di giovani europei, la celebrazione si trovava a metà tra la rivisitazione di un mondo messicano dell’immaginario, fatto di asini e sombreri, e musica dance contemporanea.

Elemento comune: la gente. Numerosa, festaiola, carica di vita.

Messico

 Foto di Chiara Magliacane

La mia esperienza, la mia storia di viaggio, si svolge però principalmente nel luogo magico che è Cuetzalan del Progreso, nella quale ho vissuto le gioie e i dolori dell’investigazione di campo.

Tornare dove hai fatto ricerca è emozione pura. Si tratta del luogo dove sei stato accolto come un figlio, nel quale sei entrato a far parte del tessuto sociale e allo stesso tempo ne sei rimasto fuori; è il posto dove ti è rimasta la sensazione di trovare una situazione familiare, senza più l’ansia della ricerca, e dell’estraneità del luogo.

Ripercorrere, quindi, quelle strade, incrociare di nuovo gli stessi sguardi, ha toccato punti profondi del mio essere lì.

Messico

 Foto di Chiara Magliacane

Nuovamente ho visto queste meravigliose donne indigene che a settanta e passa anni camminano scalze per la strada, il fascio di legna legato alla fronte, belle e forti con la grazia della natura dipinta addosso. E via, così, per chilometri da Cuetzalan alle comunità che si trovano nel circondario, luoghi privilegiati per chi ci vive e, ovviamente, per chi sa dove siano. Santiago Yancuitlalpan è la mia preferita, a venti minuti di camioneta da Cuetzalan. Lì, in una capanna, si trova Panchita, circondata dalla sua famiglia. Ha 76 anni, e una treccia bianca che le arriva ai piedi, e ogni volta che i suoi occhi incrociano i miei sento un irresistibile desiderio di sorriderle. Una grande gioia nell’accoglierci all’ingresso, dopo quattro mesi di visite ogni settimana e di chiacchiere sotto la pioggia. Sedendomi sulla stessa sedia dove mi ero seduta tante volte, offrendoci lo stesso caffè, non poteva non tornare alla memoria la sfilza di lunghi pomeriggi trascorsi insieme. L’anno prima mi aveva accolto nella sua casa di legno, calce e terra, offrendomi cibo e comodità, lasciandomi rilassare su una sedia di paglia mentre la osservavo cuocere la tortilla nel focolare.

Alle volte ci dimentichiamo di quanto sia la semplicità la forma più perfetta del donare agli altri. Le parole per descrivere quella situazione sono tre: Accogliere, sorriso, sguardo. Il risultato è che non puoi andartene via senza una gioia in più all’interno di te stesso.

Terminando il mio racconto, questa la conclusione che mi appresto a dare: il Messico non è quello che traspare attraverso il turismo o le notizie giunte con i media. Il Messico, quello vero, almeno attraverso i miei occhi è fatto così.

Nessun commento su Vi racconto il mio ultimo viaggio in Messico

Type on the field below and hit Enter/Return to search