Oggi voglio omaggiare uno scrittore che ho sempre pensato meritasse di essere letto. Ancor di più, che fosse indispensabile per crearsi una buona dose di immaginazione, dote spesso presente nelle menti umane, ma facile a dimenticarsi di possedere.

Qualcuno quasi per caso mi parlò di Terry Pratchett nel lontano 2006. È divertente, ha un genere tutto suo, il fantasy comico, così mi dissero. Allora io lessi il primo libro che mi capitò tra le mani, La luce fantastica, e lo lessi a bocca aperta, sapendo già dalle prime righe che quell’autore sarebbe diventato una delle mie guide letterarie. Si capiva subito infatti che si trattava di un personaggio fuori dal comune, con i suoi dialoghi brillanti e l’ironia, dovuta alla tendenza a ignorare qualsiasi razionalità nelle azioni dei suoi personaggi. Si capiva che possedeva quella rarissima capacità di riuscire ad affrontare qualsiasi tipo di “oscurità” con la forza della risata, unita alla ancor più rara forza di camminare su un prato di parole e far crescere i fiori su di esse.

Da quando ero piccola, nella mia scarsa conoscenza del mondo, ho sempre pensato che la creatività e l’immaginazione potessero essere le uniche doti capaci di salvare quelle menti che pensano solo a occupare la giornata, in un dato posto, in un dato momento, senza davvero sforzarsi di colorare questo mondo. Che, in realtà, se ci pensate, sarebbe davvero bello, con tutti i colori che ci sono in giro. Ho sempre immaginato, quindi, che al vedere un albero e un cane che si dedicava a svuotare la vescica sulle sue radici, sarebbe stato meglio inventarmi una qualche tipo di storia secondo cui il cane in questione si vendicava dell’albero che aveva usato un ramo per fargli lo sgambetto. Cose così, per fare un esempio. Era più divertente osservare il mondo in questo modo. Ma quando i miei occhi di bambina hanno iniziato a crescere, e a soffrire, è arrivato il tempo del compromesso con i fatti della vita. Spesso negli alberi non riuscivo a vedere altro che un albero. Sir Terry mi ha regalato forse la cosa più bella che avrei mai potuto chiedere a qualcuno. Quando mi succedeva di dimenticarmi della bellezza dell’immaginazione prendevo un suo libro e passavo quel tempo che serviva a ricordarmelo. Ogni cosa, mi insegnavano quelle pagine, può prendere una piega che non ti aspetti, un punto di vista che non ti immagini, e il più delle volte, senza che tu te ne accorga, ti salva l’ironia.

Quello che mi è sempre piaciuto del suo modo di scrivere, nonché dell’uomo che trapelava dalle conferenze e dalle interviste, era il fatto di non risultare mai banale. Era incapace di mettere insieme delle parole che non ti facessero perlomeno sorridere, se non riflettere. I suoi personaggi non erano mai statici, e forse nessuno come lui è riuscito a caratterizzare e a rendere amabili delle creazioni letterarie esaltando la loro sciattezza. In primis, un uomo come Scuotivento, l’incapacità fatta mago, a cui piace la lattuga e che riesce a «risolvere un problema da niente trasformandolo in un disastro di proporzioni epiche…».

Uno dei libri dal quale ho tratto maggiore ispirazione è Good Omens (Buona apocalisse a tutti!), dove Sir Terry, creatore di mondi a tempo pieno e amante dei suoi cappelli fedora, incontra Neil Gaiman, scrittore dalle trame perfette e collezionista di magliette nere. È davvero difficile spiegare quel tipo di forza creativa che mi ha trasmesso quel libro, ma quel che ho capito è che la mia scrittura si è espansa. Ho capito, grazie a loro, che non c’è limite alle azioni e ai pensieri che può avere un personaggio, e che la fantasia umana rappresenta il punto di distacco da una vita sciatta e senza magia.

Giovedì ho avuto la sensazione che il mondo fosse diventato un po’ più scuro, quando il cielo è grigio e tutto assume un tono opaco. Ma se c’è una cosa che Terry Pratchett ha fatto, è stato fornire alla Morte un corpo scheletrico, un cappuccio, due puntini blu scintillante per occhi, e un gran senso dell’ironia. Che ama il curry e i gatti e possiede la capacità di parlare solo in maiuscolo. E così, concedetemi un piccolo omaggio nostalgico ai suoi ultimi istanti, me lo sono immaginato, alzatosi dal suo letto, col suo gatto e i familiari accanto, che se la rideva con la Morte, alla fine della sua lotta con l’Alzheimer. Rhianna Pratchett, sua figlia, ha lasciato un commento a mio parere calzante e bellissimo, nel quale Morte sussurra: «AT LEAST, SIR TERRY, WE MUST WALK TOGETHER».

D’altronde Sir Terry stesso l’aveva detto:

«Non posso essere spaventato dalla Morte, l’ho resa così famosa che rimane in debito con me».

Terry Pratchett

Immagine di LittleDogStar

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