La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Anita Goti

Progetto Acea a Chiusi: il punto su una vicenda che fa discutere

Va facendosi sempre più serrato il confronto sul tema della costruzione dell’impianto di recupero di fanghi biologici delle acque reflue urbane nella zona “Ex Centro Carni” di Chiusi Scalo, la…

Va facendosi sempre più serrato il confronto sul tema della costruzione dell’impianto di recupero di fanghi biologici delle acque reflue urbane nella zona “Ex Centro Carni” di Chiusi Scalo, la cui costruzione, proposta da Acea Ambiente, è condizionata dall’esito dell’inchiesta pubblica prevista nelle prossime settimane in Regione.
Si tratta di una questione complessa, poiché pone al centro del dibattito, da un lato, l’opportunità di sfruttare un ampio terreno per implementare una tecnologia in grado di trattare le acque di scarico urbane pari a quelle prodotte in tutta la Toscana, dall’altro la comprensibile preoccupazione della popolazione di veder deturpato il luogo in cui vive.Enti, cittadini e investitori sono le parti interessate coinvolte in questa vicenda, che ha avuto inizio nell’autunno 2017. Risale infatti a quel 27 settembre la pubblicazione, da parte del Comune di Chiusi, del bando di gara per la vendita del complesso immobiliare di circa 80.000 mq, situato in località Le Biffe, al confine tra Umbria e Toscana. Unico potenziale acquirente a presentare la propria proposta è stata la società Acea, che per 2.525.000,00 euro si è aggiudicata l’area, ritenuta strategica per il proprio piano di investimenti.
La società in questione si presenta – si legge dagli atti – come impegnata, nelle regioni di Lazio e Toscana, nella depurazione delle acque reflue urbane e nel perseguimento di tecnologie mirate alla cosiddetta “chiusura del ciclo dei fanghi”. In tale prospettiva, Acea Ambiente ha manifestato il proprio interesse all’acquisto dell’area, ritenendola idonea a ospitare un nuovo impianto per il recupero di materia dai fanghi biologici, provenienti da altri centri di depurazione gestiti direttamente dal Gruppo Acea o da partecipate, annotando tra i produttori di fanghi proprio le società addette alla gestione del servizio idrico in Toscana.

Acea Ambiente avrebbe dunque pianificato un investimento dal valore complessivo di 7,4 milioni di euro, cofinanziato, per 2,3 milioni, dal Ministero dello Sviluppo Economico e dalla Regione Toscana, come si legge in un comunicato stampa del 4 novembre scorso.
Nel progetto, rientra anche l’acquisizione del depuratore di Bioecologia, situato all’interno dell’area in oggetto, che sebbene non con le più moderne tecnologie, è attualmente in funzione per trattare un totale di circa 80.000 tonnellate annue di percolato di discarica e sostanze reflue industriali.

Prospetto pubblicato sul sito della Regione Toscana

Quello proposto da Acea Ambiente è un impianto destinato al trattamento di 80.000 tonnellate all’anno di fanghi biologici, attraverso un processo di carbonizzazione idrotermale. Si tratta di una soluzione brevettata dalla società spagnola Ingelia, che sfrutta un processo termochimico per la trasformazione dei rifiuti organici.

Nel dettaglio, l’impianto risulta composto da una sezione di ricezione dei fanghi biologici, chiusa e dotata di un sistema di aspirazione e trattamento delle arie, al fine di evitare l’inquinamento olfattivo; una sezione di carbonizzazione idrotermale, dove la sostanza fangosa viene mantenuta a determinate condizioni di temperatura e pressione, per essere trasformata in una miscela da estrarre e disidratare (i reattori cilindrici che si svilupperebbero in altezza sono progettati per portare a termine questa fase del progetto).

Un’altra sezione è progettata per l’ispessimento della parte solida, che viene quindi condotta all’unità di essiccazione e pellettizzazione; sarebbero inoltre presenti un impianto termico per produrre il calore necessario al processo, un cogeneratore a gas per la produzione di energia elettrica, una stazione di controllo generale e un impianto di trattamento delle acque di processo.
Il procedimento prevede infatti che, durante la reazione, con questo metodo basato su temperatura, acqua e pressione, dalle biomasse venga estratto un bicarbone, l’hydro char, e un residuo acquoso. Per quanto riguarda il biocarbone, si tratta di una sostanza simile alla lignite che, secondo quanto riportato da Ingelia, come il fossile può essere impiegato come combustibile, ma anche nella fertilizzazione agricola o per uso industriale.

L’altro elemento ottenuto, l’acqua di processo, è da destinare alle aziende produttrici di fertilizzanti organici, come si prospetta per gli impianti previsti in Italia, o da utilizzare per l’irrigazione delle colture, come attualmente avviene per l’impianto di Valencia.
È proprio in questa città spagnola che Ingelia ha proposto il primo impianto di carbonizzazione idrotermale, il quale, in funzione dal 2013, conta due reattori e ha una capacità di 14.000 tonnellate annue di biomasse, principalmente costituite dai resti vegetali agricoli e FORSU (Frazione Organica del Rifiuto Solido Urbano).
Anche a Immingham, nel Regno Unito, nel 2018 è sorto in collaborazione con l’Università di Nottingham un impianto che recentemente è stato portato da uno a quattro reattori. Infine, a Piombino, è prevista l’imminente costruzione di uno stabilimento con dieci reattori, progettato per trattare 60 tonnellate di biomasse all’anno. Per quest’ultimo, la Regione Toscana si è espressa positivamente in fase di Valutazione di Impatto Ambientale, al momento in corso anche per la realizzazione dell’impianto di Chiusi (qui è possibile leggere la sintesi non tecnica del progetto realizzata dalla Regione Toscana).

La discussione sul progetto è arrivata in Regione ad aprile 2018, quando è stata approvata la mozione, firmata da Tommaso Fattori e Paolo Sarti, consiglieri del gruppo di Sì – Toscana a Sinistra, sull’avvio di un confronto aperto tra cittadini, associazioni ed esperti, al fine di verificare, attraverso il parere di enti quali Asl e Arpat, il rischio ambientale e sanitario legato alla costruzione dell’impianto. Un atto al quale, nel luglio 2019, ha fatto seguito il testo, a firma dal consigliere M5S Giacomo Giannarelli ed emendato su richiesta della vicepresidente PD Monia Monni, perché il processo di consultazione si svolgesse in forma di inchiesta pubblica. Questa si svolgerà nelle prossime settimane, dando udienza alle parti promotrici e a quelle contrarie, sino all’esito, atteso nel mese di gennaio 2020, del procedimento finalizzato al rilascio del Provvedimento Unico Regionale relativo al progetto, da parte della Regione.

Intanto, a Chiusi, approvando la delibera n.74 del 28 dicembre 2018, il consiglio comunale ha sancito il divieto di costruire sul territorio comunale “inceneritori di rifiuti; carbonizzatori; termovalorizzatori; discariche di rifiuti; nuove aziende insalubri che abbiano emissioni nocive, ad eccezione delle attività per le quali venga dimostrato, riguardo ai processi produttivi, di utilizzare la migliore tecnologia possibile per abbattere emissioni, finanche alla loro totale eliminazione“.

Il progetto con cui Acea si è aggiudicata il bando comunale, ossia quello di costruire un impianto industriale per il trattamento dei fanghi di supero provenienti dalla depurazione delle acque reflue, seppur non presentando il termine “carbonizzatore“, tuttavia non ha convinto l’opinione pubblica, che fin da subito ha manifestato incertezze, se non contrarietà.
Il Comitato Azione per il Rispetto dell’Ambiente, costituito nell’ottobre 2018 su iniziativa dei cittadini, al fine di promuovere la diffusione di informazioni sul progetto e confrontarsi sulla tematica, ha espresso varie preoccupazioni sulla pericolosità dell’impianto, che si sono tradotte nelle 2.250 firme raccolte tra i cittadini contrari alla sua costruzione. In questi mesi il Comitato si è fatto promotore di incontri, sia tra la popolazione che coinvolgendo esperti in materia di ambiente e smaltimento dei rifiuti.

L‘Associazione di salvaguardia ambientale Il Riccio ha sollevato perplessità riguardo alla costruzione dell’impianto, in relazione a problematiche sanitarie e ambientali. In particolare, all’interno della relazione elaborata dal Comitato insieme al Dottor Carlo Romagnoli, in rappresentanza dei Medici per l’Ambiente – ISDE (International Society of Doctors for Environment) Umbria, vengono esposti dei dubbi soprattutto circa la natura del prodotto ottenuto dal processo di carbonizzazione. Nel rapporto, inviato il 28 dicembre 2018 al Comune di Chiusi e alla Regione Toscana, sono state presentate spiegazioni di come l’hydro char, che è assimilabile alla lignite fossile, non sia privo di ricadute (legate principalmente al trasporto dei materiali prodotti e sull’alimentazione a metano dell’impianto) sulla qualità dell’ambiente e, di riflesso, sulla salute pubblica.

Inoltre, l’Associazione ha accusato il progetto di smentire l’intenzione di gestire i rifiuti in modo sostenibile e in un’ottica di economia circolare, in quanto il processo immetterebbe nell’atmosfera più sostanze nocive di quante ne elimini e la biolignite richiederebbe a sua volta, per essere smaltita, una fase di combustione. Data la concomitanza della discussione sul progetto di Chiusi con la costruzione dell’impianto Ingelia di Piombino, autorizzato nella misura del raggiungimento di vari obiettivi, l’Associazione ha proposto che la Regione Toscana osservasse il realizzarsi di tali requisiti nell’altro impianto, prima di dare il consenso a quello di Chiusi, trattandosi di una tecnologia sperimentale.

Sono in tanti a ritenere che un’attenta disamina delle conseguenze derivate dalla costruzione dell’impianto andasse compiuta in fase di bando, prima di vendere un’area per la quale i cittadini sono sì d’accordo su un’esigenza di riqualificazione, ma non a scapito della qualità dell’aria che respirano. Proprio nel corso dell’inchiesta pubblica, sulla quale sono accesi i riflettori anche da parte delle amministrazioni dei Comuni limitrofi, ci sarà adesso modo di confrontare i dati, verificare il tipo di impatto che l’impianto andrebbe ad avere anche sulla realtà urbana di Chiusi e avere chiarimenti, da parte di enti specializzati e competenti, circa l’entità e la pericolosità delle emissioni, fino alla decisione finale.

In una fase storica in cui tanto si discute di ambiente, di prospettive per il futuro del pianeta, quella di Chiusi assume i toni di una vicenda esemplificativa: c’è la necessità di provvedere alla gestione dei rifiuti, che spinge le aziende a dedicarsi a questo settore, e di farlo con le adeguate tecnologie, andando anche incontro a soluzioni sperimentali per le quali, se si investe, non è perché queste rimangano su carta.

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Un torneo di calcetto in memoria di Fabrizio Contemori

Fabrizio era una figura ben conosciuta in tutta la Valdichiana. La notizia della sua morte è stata un duro colpo per molti che l’avevano conosciuto e ricordavano con affetto la…

Fabrizio era una figura ben conosciuta in tutta la Valdichiana. La notizia della sua morte è stata un duro colpo per molti che l’avevano conosciuto e ricordavano con affetto la sua proverbiale allegria.
Nato a Sarteano e residente a Montepulciano, esercitava la professione di commercialista a Chianciano Terme. La sua scomparsa risale allo scorso 6 luglio 2019 ed è stato salutato per l’ultima volta da parenti e amici in una celebrazione funebre molto sentita e partecipata, tenutasi due giorni dopo.

Molti l’avevano conosciuto nell’ambito dell’associazionismo, mondo al quale Fabrizio aveva sempre dato un enorme contributo. Tra le associazioni di cui era membro c’erano, tra le altre, la Contrada di Poggiolo di Montepulciano e il Collettivo Piranha.

Il suo impegno sportivo si concretizzava in special modo nella squadra di calcetto dilettantistico Dinamo Kiana, formazione in forze dai primi anni novanta che tutt’ora svolge le sue attività a Torrita di Siena. In ricordo di Fabrizio, gli amici della squadra hanno deciso di organizzare un torneo di calcetto; un appuntamento speciale per onorare la memoria di un caro amico e sentire un po’ meno profondo il vuoto lasciato dalla sua scomparsa.

I giocatori della Dinamo Kiana, quasi al completo per l’occasione, si sono divisi in quattro squadre e si sono sfidati al circolo San Domenico di Torrita per rendere omaggio, in un clima di rispetto reso ancora più solenne dalla benedizione religiosa impartita prima dell’inizio del torneo, all’amico scomparso.

Negli sguardi scambiati in silenzio, tutta la nostalgia dei tanti momenti lieti trascorsi assieme; nel pensiero di questa iniziativa, l’affettuosa premura di tenere viva la memoria di Fabrizio, dedicandogli un pomeriggio che sarebbe piaciuto tanto anche a lui.

Il desiderio degli organizzatori è quello di rendere il torneo un appuntamento fisso negli anni e quello di istituire una raccolta fondi, che verrà definita in accordo con la famiglia di Fabrizio. Certo è che, come recita la targa ricordo preparata per il torneo, Fabrizio resterà per sempre nei cuori dei suoi amici.

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L’app che cambia la guida delle auto elettriche: intervista all’ideatore Leonardo Spacone

Le auto elettriche vengono sempre più diffusamente considerate le auto del futuro, avendo con il loro debutto sul mercato, fin da subito rappresentato un momento di svolta nel modo di…

Le auto elettriche vengono sempre più diffusamente considerate le auto del futuro, avendo con il loro debutto sul mercato, fin da subito rappresentato un momento di svolta nel modo di intendere la mobilità. Silenziose ed ecosostenibili, con emissioni inquinanti pari a zero, e un costo di alimentazione minore di quello delle auto tradizionali, sono al centro dei piani di sviluppo e innovazione delle case costruttrici, orientate verso produzioni in grado di incontrare sia la capacità economica degli utenti, che il rispetto dell’ambiente.

Così l’attenzione del settore è ormai focalizzata su combinazioni di tecnologia e design che possano attrarre l’interesse degli automobilisti, riuscendo a colmare quei dubbi che talvolta inibiscono dall’andare incontro alle novità. Parlando di auto elettriche, difatti uno dei punti che preoccupa maggiormente i potenziali acquirenti è la limitata autonomia di viaggio, inferiore rispetto alle auto a combustione, con annesse tutte le problematiche che possono affacciarsi in fase di ricarica, come ad esempio nell’individuare le “colonnine” a cui fare rifornimento, o ancora nello stimare quanti kilometri si possono ancora fare con l’alimentazione accumulata. Ed è proprio osservando tali aspetti negativi che a Leonardo Spacone, ingegnere di Castiglione del Lago, è sorta l’idea di mettere a punto un sistema per implementare le potenzialità di questo tipo di vetture, con cui lui stesso viaggia per circa 80mila kilometri all’anno.

«L’esigenza di trovare una soluzione alla cosiddetta “range anxiety“, ossia l’insieme delle preoccupazioni che riguardano chi siede al volante in relazione a rifornimento e distanze da coprire, l’ho avuta quando per lavoro mi sono trovato ad affrontare viaggi di migliaia di kilometri a bordo di un’auto elettrica. È stato in quell’occasione che in prima persona ho sperimentato la difficoltà di organizzare il tragitto in base alle ricariche della batteria, innanzitutto per la poca semplicità nel prevedere quanto il rifornimento sarebbe durato, in secondo luogo per la poca affidabilità nell’individuazione delle colonnine presso le quali eventualmente fermarsi».

È così che è nata l’idea di Power Cruise Control?

«Sì, considerando che i dispositivi già in dotazione delle auto elettriche spesso forniscono informazioni fuorvianti, dedotte da dati medi e non prodotte da algoritmi e parametri personalizzati e costantemente aggiornati, ho realizzato questa applicazione da installare sullo smartphone. Permette di impostare il tipo di viaggio che si sta per affrontare, quindi per esempio si può scegliere la velocità con cui si ha intenzione di arrivare a destinazione, e restituisce una tabella di marcia personalizzata per le caratteristiche della propria auto, in cui sono indicati i tempi entro i quali, proseguendo alla velocità impostata, si sarà coperto un certo numero di kilometri e dunque capire quando e dove sarà necessario fermarsi a ricaricare. Ogni kilometro l’applicazione ricalcola la relazione tenendo conto di vari parametri, tra cui, oltre alla velocità di percorrenza, mappa, condizioni meteo, sensori di traffico e altri fattori che possono incidere sul consumo dell’auto».

Per realizzare questa applicazione ci sono voluti tre anni, sino alla decima versione, che è quella attualmente disponibile su PlayStore, dove si può scaricare al costo di 36 euro.

«Perché l’applicazione funzioni, occorre infine che sull’auto sia installato un dispositivo On Board Diagnostic, facilmente reperibile anche online, con cui tramite Bluetooth il sistema possa scambiare dati con lo smartphone. L’interfaccia per l’utente è molto intuitiva, compaiono due zone, una rossa e una verde e un’auto che procede in avanti: se l’auto si muove tra le due zone, significa che si sta procedendo in regola con la tabella di marcia, e che sarà necessario fermarsi a ricaricare quando il sistema ce lo ha predetto; se l’auto si sposta nella zona verde vuol dire che si sta impiegando meno risorse di quelle messe in conto ad inizio viaggio, per cui si arriverà con un eccesso di batteria rispetto a quella preventivata; se invece l’auto si muove nello spazio rosso, allora si sta mantenendo una velocità troppo elevata e la batteria dovrà essere ricaricata prima di arrivare alla destinazione annunciata, con il rischio però che non sia sufficiente ad arrivare alla prima colonnina presente lungo il percorso. Power Cruise Control si basa su algoritmi specifici per i vari tipi di auto elettrica, tra cui le versioni di Nissan Leaf e Renault Zoe, e presto arriverà anche la versione per Jaguar e Tesla».

Ma non potrebbe essere installata di serie nelle vetture elettriche?

«In teoria sì, ma forse le aziende preferiscono presentarlo come strumento aggiuntivo. Rispetto ai sistemi forniti, Power Cruise Control esegue calcoli basati sulle condizioni reali dell’auto, del tragitto e delle richieste del guidatore, per questo mi sento di dire che risolve il problema dell’insicurezza con la quale ci si può mettere al volante non sapendo con precisione quanta strada si potrà percorrere senza doversi fermare, o a volte anche dove fermarsi, perché magari il punto di ricarica segnalato è in realtà fuori uso».

C’è da chiedersi in che modo le auto elettriche dovrebbero farsi spazio nel mercato senza aver considerato di far viaggiare in piena tranquillità gli utenti. Fintanto però che oltre alle caratteristiche tecniche non sarà sufficientemente curato anche questo aspetto, non rimane che guardare con ammirazione a chi ha messo a disposizione le proprie competenze per fornire, attraverso la tecnologia, una soluzione concreta a un problema condiviso: dalla sua comparsa, l’app conta più di 500 download in tutto il mondo e, solo alcuni mesi, fa Leonardo è stato inserito nel progetto #GreenHeroes, la rubrica che l’attore Alessandro Gassmann ha dedicato alle storie di persone, aziende e comunità che hanno sviluppato attività imprenditoriali in difesa dell’ambiente.

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Il Bruscellino, alle origini di una scena “come si faceva nelle aie”

Deve essere sorta un’espressione di curiosità sui volti dei visitatori che lo scorso 16 settembre, visitando Montepulciano, si sono trovati improvvisamente a doversi stringere ai lati delle strade del centro…

Deve essere sorta un’espressione di curiosità sui volti dei visitatori che lo scorso 16 settembre, visitando Montepulciano, si sono trovati improvvisamente a doversi stringere ai lati delle strade del centro storico, per lasciar passare un corteo di persone, vestite come se fossero appena uscite da un podere del primo Novecento.

Difatti, si presentavano così i componenti della Compagnia Popolare del Bruscello, che prima in Piazza Grande, poi in Piazza delle Erbe e infine davanti al Sagrato di Sant’Agostino, hanno proposto per questa edizione del Bruscellino, la rappresentazione della storia di Brancaleone: una commedia vivace, diversa nei toni e nella trama dalle vicende più drammatiche solitamente messe in scena, con l’accompagnamento musicale dell’orchestra, per il Bruscello che si svolge invece nel mese di agosto.

Franco Romani, che del Bruscellino “come si faceva nelle aie”, è coordinatore artistico, ha raccontato come questo tipo di rappresentazione rievochi la tradizione, anticamente portata avanti da gruppi di cantori nelle campagne, di spostarsi di podere in podere per narrare storie e stornelli. Si trattava di un’usanza diffusa in Valdichiana soprattutto d’inverno, quando le poche ore di sole e lo scarseggiare del lavoro nei campi consentivano alle famiglie di avere il tempo per radunarsi attorno al focolare, ascoltare i racconti e infine brindare con un bicchiere di vino.

Dalla necessità di conservare un legame con questa tradizione, da 11 anni a Montepulciano viene allestito il Bruscellino, uno spettacolo in rima che riproduce il caratteristico tratto di itineranza nel fatto di venir messo in scena in più luoghi diversi del centro storico. Per richiamare la forma originale, il Bruscellino conserva lo stile contadino negli abiti dei personaggi, i quali all’interno di due carriole portano con sè i pochi oggetti di scena necessari a far capire i ruoli ricoperti nello svolgimento della storia.

La fronda d’albero alla quale un tempo si legavano fiocchi e campanelli, e che veniva portata dal “Vecchio” in testa alla compagnia, è sempre presente per annunciarne l’imminente arrivo, così come ancora oggi un fisarmonicista esegue la base musicale su cui viene cantato il testo, diviso in quartine. Gli argomenti narrati, tanto noti che bastava un semplice accenno per richiamare negli spettatori tutta la vicenda, erano messi per iscritto da chi nel paese poteva vantare una cultura più vasta, anche se poi i Bruscellanti, oltre a recitare il copione, potevano aggiungere battute proprie, laddove la memoria non li assistesse.

Oggi i testi vengono tratti da fonti diverse, che sia il Decamerone di Boccaccio per la messa in scena della storia di Frate Cipolla, o i celebri film diretti da Mario Monicelli per Brancaleone, come appunto quest’anno. La sceneggiatura così prende vita anche sulle corde dei Bruscellanti, cantanti amatoriali, presenti all’interno della compagnia, in modo che la loro voce sia coerente con il personaggio che devono interpretare e, per esempio, gli attori recitino le proprie battute su arie diverse e non su una unica come accadeva un tempo.

Se dal 1939 il Bruscello è andato evolvendosi, fino a diventare uno spettacolo complesso anche dal punto di vista scenografico, il Bruscellino, iniziato a essere nuovamente rappresentato nell’anno della 70ª edizione come una riduzione di Pia De’ Tolomei di Bartolomeo Sestini, mira oggi a riprodurre il più finemente possibile un’espressione culturale della tradizione della Valdichiana, che incontra casistiche simili a Castelnuovo Berardenga e San Casciano in Val di Pesa, oltre che nelle forme del Maggio, anticamente eseguito all’inizio della bella stagione, e del Sega la Vecchia, che usava svolgersi invece in periodo di Quaresima. Si tratta, per tutte, di forme di rappresentazione che affondano le proprie radici nella storia locale, a metà tra l’intento di diletto e quello celebrativo della vita rurale.

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Torrita Biodiversità – Festa dell’Agri Cultura: preservare la biodiversità, per salvare il futuro

Conservare la biodiversità, cioè il patrimonio universale composto dalla varietà degli esseri viventi, specie ed ecosistemi presenti sulla Terra, condividere equamente i benefici derivanti dall’utilizzo delle risorse genetiche. Sono questi…

Conservare la biodiversità, cioè il patrimonio universale composto dalla varietà degli esseri viventi, specie ed ecosistemi presenti sulla Terra, condividere equamente i benefici derivanti dall’utilizzo delle risorse genetiche. Sono questi i principi fondamentali alla base della Convenzione per la diversità biologica firmata a Nairobi il 22 maggio 1992 e, ad oggi, ratificata da 196 Paesi. Universalmente riconosciuta come il primo provvedimento in materia, tanto da rendere il 22 maggio la Giornata mondiale della Biodiversità, ha anticipato la decisione che l’Assemblea delle Nazioni Unite ha preso nel 2010 di dichiarare il periodo 2010-2020 Decennio della Biodiversità, con l’intenzione di favorire l’applicazione di un piano strategico per la biodiversità e promuovere la visione generale di una vita in armonia con la natura e i suoi equilibri.

In prossimità della scadenza di questo periodo, si rivela tuttavia necessario il proseguimento della sensibilizzazione al tema della biodiversità. Secondo dati presentati da Slowfood, oggi “il 90% del cibo consumato dall’uomo proviene da 120 specie e solo 12 specie vegetali e cinque razze animali rappresentano oltre il 70% dell’intero consumo alimentare umano”. Le esigenze imposte dalle dinamiche di omologazione che riguardano il mercato globale minano infatti ogni giorno la diversità delle specie, provocando importanti conseguenze sulla varietà di piante e animali e sulla qualità della disponibilità agroalimentare. Per contribuire alla causa, la prima azione da fare è quella che ognuno può compiere a livello locale: attraverso la salvaguardia delle specie animali autoctone e la conservazione delle colture tradizionali, non solo si tutela un patrimonio di ricchezze naturali, ma si protegge la diversità delle specie presenti all’interno di un ecosistema, stabilendo di conseguenza una miglior qualità di suolo, acqua e aria.

Con queste premesse è nata  Torrita Biodiversità – Festa dell’Agri Cultura, il nuovo evento in programma a Torrita di Siena sabato 21 e domenica 22 settembre 2019. In concomitanza con la 42esima edizione della Fiera al Piano, l’amministrazione comunale di Torrita, con il patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole, la Regione Toscana e la provincia di Siena, ha organizzato due giorni di iniziative che avranno luogo all’interno del parco di Via Grosseto. L’area, che si estende per 12.000 mq, sarà accessibile dalle ore 8.30 alle 20 per visitare i vari padiglioni, dedicati rispettivamente ad un’esposizione di specie animali e vegetali, ad un museo di attrezzature contadine, ad una mostra di prodotti provenienti da filiera corta, ad uno spazio per i macchinari agricoli e ad un’area convegni. Poco distante, all’interno della Casa della Cultura è allestito, a cura dell’artigiano Oliviero Bemoccoli, il percorso museale “Antica Cultura Contadina“, visitabile dalle 10 alle 18 nel fine settimana della manifestazione e su prenotazione fino a giovedì 26 settembre (339.4910091).

Sabato mattina apre la manifestazione: alle ore 9, l’inaugurazione della 1ª Esposizione nazionale della Cinta Senese e delle razze suine nere. Alle ore 10 la Casa della Cultura ospita il primo convegno, curato dell’Associazione Nazionale Allevatori Suini, con studiosi e allevatori di razze autoctone italiane. Dopo il pranzo a base di Cinta Senese all’interno dello stand ristorante, nel pomeriggio l’area convegni accoglie la conferenza dell’esperta Caterina Cardia su “Le erbe spontanee: una ricchezza da riconoscere” e l’incontro con rappresentanti dell’Associazione Apicoltori delle Province Toscane sul tema “Apicoltura e Biodiversità, concetti a confronto“.

Domenica mattina, la Pro Loco di Torrita propone una Passeggiata a 6 Zampe, da percorrere in compagnia del proprio cane lungo un percorso ad anello di circa 5km, con partenza e rientro presso il punto di ritrovo all’interno del Parco. A seguire, spazio ai produttori locali con gli interventi dell’Azienda Agricola Passerini su “Popolazioni evolutive di grano tenero: biodiversità e bellezza” e, a seguire, dell’Azienda Agricola Saragiolo su “Bioagricoltura del passato per il futuro“.

Alle 11.30 è attesa la presentazione del progetto Valdichiana Eating a cura della Strada del Vino Nobile di Montepulciano e dei Sapori della Valdichiana Senese, mentre alle ore 17 l’Associazione dell’Aglione della Valdichiana interviene nella conferenza “Aglione della Valdichiana, un modello di sviluppo locale“. La conclusione del programma è dedicata alle caratteristiche nutrizionali delle carni di agnello, con l’incontro con il Consorzio di tutela dell’agnello IGP del Centro Italia, realizzato in collaborazione con il Settore produzioni agricole, vegetali e zootecniche della Regione Toscana su “Le carni di agnello, proprietà e aspetti salutistici“.

Un’ampia serie di spunti tematici compone insomma il programma di questa prima edizione di Torrita Biodiversità – Festa dell’Agri Cultura, come ha dichiarato l’assessore Roberto Trabalzini, che ha coordinato il progetto:

“C’è soddisfazione per il lavoro svolto sull’organizzazione di questo evento, al quale è giunto anche il patrocinio del Ministero. L’aspettativa per un buono svolgimento è alta, ma l’invito a partecipare che tanti esperti, professionisti, rappresentanti delle associazioni di categoria e dei consorzi hanno già raccolto, dimostra che quello della biodiversità è un tema particolarmente sentito. Le iniziative dei prossimi giorni consentiranno dunque di conoscerlo da vari punti di vista e saranno anche un’occasione per valutare con maggior consapevolezza le proprie abitudini di consumo”.

Esemplari di razze autoctone, specie vegetali, antiche colture dimenticate e solo recentemente tornate ad essere praticate, pareri esperti e utili alla nostra alimentazione, storie ed esperienze dirette di produttori locali, sono solo alcuni degli aspetti di questa manifestazione, che già si profila come un’opportunità. Quella di comprendere l’importanza legata alla ricchezza delle risorse naturali e muovere passi decisi in direzione di un futuro sostenibile e sano.

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Contrabbasso e voce, concerto di Musica Nuda a Chianciano Terme

Il duo Musica Nuda, in concerto venerdì 13 settembre, alle 21.30, al teatro Caos di Chianciano Terme, si presenta come l’esito ben riuscito dell’incontro tra destino e talento. Petra Magoni…

Il duo Musica Nuda, in concerto venerdì 13 settembre, alle 21.30, al teatro Caos di Chianciano Terme, si presenta come l’esito ben riuscito dell’incontro tra destino e talento. Petra Magoni e Ferruccio Spinetti compongono questo duo dal 2003, quando lei era una cantante solista con già quattro album all’attivo e lui il contrabbassista degli Avion Traviel. Proprio il successo inaspettato del loro primo concerto, in cui Ferruccio all’ultimo minuto si trovò a suonare a fianco di Petra, li ha esortati a proseguire, a preparare un repertorio e pubblicare un album. Da lì, ad aspettare i Musica Nuda c’è stato un continuo susseguirsi di album e concerti, come loro stessi raccontano in questa intervista a poche ore dal concerto che li vedrà protagonisti della rassegna Chianciano Terme da Vivere.

«Il nostro duo e’ nato per gioco nel 2003. Nessuno di noi pensava all’inizio di dar vita ad un sodalizio artistico che va avanti oramai da 17 anni, più di 1500 concerti in tutto il mondo, 11 cd ed un dvd. Abbiamo avuto premi e riconoscimenti, soprattutto da parte del pubblico,  che ci hanno dato la spinta di credere giorno dopo giorno nella bontà del lavoro che stavamo facendo. E anche all’unicità del nostro progetto, un duo composto solo da una voce e un contrabbasso».

Che tipo di brani comprende il vostro repertorio e quali di questi saranno eseguiti a Chianciano?

«Il nostro repertorio è un mix tra cover del mondo pop come i Beatles o Sting, brani del songbook cantautorale italiano come Battisti, Paolo Conte, Tenco o ancora brani del repertorio classico, come Monteverdi e Bach, e brani originali scritti da noi o da amici come Pacifico, Frankie Energy, Luigi Salerno, Alessio Bonomo, Avion Travel.
Avendo più di 300 brani in repertorio ogni nostro concerto è unico, nel senso che decidiamo la scaletta il giorno stesso del concerto, lasciandoci trasportare anche dal luogo dove ci esibiremo o dalla propensione a suonare determinati brani quel giorno».

Ci sono state collaborazioni con altri interpreti o musicisti in questi anni?

«Certo, Musica Nuda non e’ una gabbia. Già nel 2006 il nostro secondo album Musica Nuda 2, era un doppio cd con, da una parte, solo brani del duo, e con dall’altra duetti preparati con tanti ospiti. Nel 2013, invece, per i 10 anni di Musica Nuda, abbiamo dato vita a Banda Larga, un disco arricchito dalla presenza di un’orchestra sinfonica e dagli arrangiamenti orchestrali di Daniele di Gregorio, che ha suonato anche la marimba ed il vibrafono in alcuni brani. Abbiamo avuto poi la gioia di duettare con Al Jarreau, di cui abbiamo aperto il tour tedesco nel 2010. Ogni incontro, ogni collaborazione ti fa crescere, soprattutto se trovi musicisti sensibili e bravi come abbiamo avuto la fortuna di incontrare sulla nostra strada».

Siete portati a seguire un procedimento particolare nella preparazione dei vostri brani?

«Non ci sono regole. A volte nasce prima la musica, altre volte il testo».

Applicate un certo tipo di studio o ricerca sulla vostra musica?

«La nostra e’ una ricerca continua sui nostri strumenti, contrabbasso e voce. Cerchiamo di esplorare nuove soluzioni, ci definiamo un po’ dei “geologi” della musica e, in un certo senso, anche artigiani: poco computer, molta manualità».

Inserite anche contaminazioni con altri generi musicali?

«Nel mio caso – risponde Ferruccio – il Brasile e’ stato semplicemente fondamentale. Mi è sempre piaciuto quel caratteristico modo di scrivere, partendo dallo choro, fino alla bossanova, ed al Tropicalismo di Veloso. Ho avuto la fortuna di incidere due dischi con un altro gruppo che si chiama InventaRio, composto da me, Francesco Petreni, Giovanni Ceccarelli e Dadi Carvalho, di cui uno dedicato alla musica di Ivan Lins che ci è valso anche una nomination ai Grammy Awards 2015 nella sezione Musica Popolare Brasiliana».

Quali sono le suggestioni e le emozioni che, più di altre, cercate di suscitare nel pubblico durante i concerti?

«Basta pensare che la gente che esce dal teatro dopo un nostro concerto sia felice d’aver passato un’ora e mezza di spensieratezza, di serenità. Di aver riso o di essersi emozionata su una parola o su una nota. Mi piace l’idea che la nostra musica possa far compagnia a chi ci ascolta sia dal vivo che nella vita di tutti i giorni. Non ho mai suonato per insegnare qualcosa o mandare dei messaggi politici. Mi piace pensare che quando suoneremo in Austria, Portogallo, USA, come accadrà nei prossimi mesi di ottobre e novembre, la nostra musica non avrà confini. Sarebbe bello un mondo senza barriere ideologiche e culturali. Con dei porti che accolgono… invece che respingono, ovviamente con delle regole da rispettare, ma con una buona dose d’umanità alla base di tutto».

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Con la mostra “Il lavoro di una fonderia d’arte” a Villa Trecci il bronzo prende vita

Appena essersi lasciati alle spalle il bivio che conduce al Tempio di San Biagio e aver percorso poche centinaia di metri verso Monticchiello sulla Via di San Bartolomeo, si individua,…

Appena essersi lasciati alle spalle il bivio che conduce al Tempio di San Biagio e aver percorso poche centinaia di metri verso Monticchiello sulla Via di San Bartolomeo, si individua, oltre un imponente cancello, Villa Trecci. Il giardino che la circonda offre ai suoi visitatori l’esperienza sinestetica di camminare avvolti dai profumi e dai suoni provenienti dalle erbe e dagli arbusti, divenuti nidi di molteplici varietà di insetti, e dai colori dei fiori e delle colline che si dispiegano tutt’intorno.

Il parco, di un’estensione complessiva di tre ettari, si suddivide in diversi spazi, così come lo ha pensato l’architetto paesaggista Adelmo Barlesi, che dal 2014 personalmente ne ha progettato e curato la realizzazione. Così si può passeggiare accanto al roseto, unica area soggetta ad irrigazione artificiale, nel Giardino delle piante grigie o ancora nel Boschetto, dove alberi, cespugli ed erbe crescono attingendo dal terreno e dall’acqua piovana le risorse necessarie per la sussistenza. Infine si raggiunge la limonaia, che è sede della mostra curata dal fonditore Pietro Caporrella fino al prossimo 20 ottobre, quando tornerà a fornire riparo dalle prime intemperie dell’autunno alle piante di limone, attualmente posizionate attorno alla vasca dove stabilmente si trova il bronzo “Incontro“, di Piero Sbarluzzi.

Proprio in occasione dell’inaugurazione della mostra di arte contemporanea, dal titolo Il lavoro di una fonderia d’arte, Pietro ha presentato la selezione di opere che è possibile visitare ogni giovedì dalle ore 16.00 alle 19.00:

«Le opere esposte sono grandi bronzi provenienti dalla mia collezione privata, ma non si tratta di una selezione di artisti scelti sulla base di un particolare tratto stilistico. È questa la prima mostra che curo in Toscana, grazie al mio amico Adelmo e a sua moglie Cinzia, con cui ho già collaborato per la realizzazione del bronzo “Incontro” di Sbarluzzi».

Adelmo Barlesi e Cinzia Sorlini hanno ospitato “Il lavoro di una fonderia d’arte” per rendere omaggio al sapere di Pietro, artigiano senza il cui lavoro non prenderebbero vita le forme pensate dagli artisti.

«La scultura ben si inserisce in un parco, dove la vegetazione fa da cornice viva e vitale e questa vitalità viene assunta dalle opere – spiega Adelmo – Pietro è infatti un fonditore, e le installazioni presenti per la mostra a Villa Trecci sono state realizzate proprio nella sua fucina, che il grande pubblico ha già potuto scoprire, anche se solo in un dettaglio, nella sigla della serie I Medici: il giglio in ferro battuto che vi compare è infatti un’altra opera nata dalle mani di Pietro.
Le opere attualmente esposte sono il compendio della produzione di sei artisti diversi per genere, storie e materiali, accomunati dal fatto di avere trovato nella Fonderia di Pietro il sapere adeguato a dar forma ai loro progetti. Fondere il ferro non è la stessa cosa che fondere un’opera d’arte, per questo la mostra vuole essere un omaggio non tanto ai singoli nomi, ma a colui che attraverso una conoscenza approfondita di tecniche e materiali, sa fare di un crogiolo l’incubatrice di nuove emergenze artistiche».

La limonaia, ambiente designato ad accogliere l’installazione, è un edificio costruito in laterizio antico, secondo i canoni tradizionali delle ville toscane così come altre strutture che abbelliscono il parco, e con accorgimenti, per quanto riguarda le proprietà acustiche, tali da rendere la stanza perfetta per ospitare concerti. L’anfiteatro che si apre attorno alla vasca antistante completa lo scenario, anche in notturna, quando si accendono le luci strategicamente posizionate da Adelmo.

Nulla, nella costruzione del parco, è stato lasciato al caso. Le piante che vi hanno messo radici sono state accuratamente selezionate in base alla capacità di sopravvivere in un luogo arido d’estate e freddo d’inverno. Più di cento specie vegetali provenienti dal deserto australiano, dalla Turchia o dall’isola di Creta, convivono ora a Montepulciano nell’armonia di un parco interamente ecosostenibile. L’acqua impiegata infatti nelle vasche e negli zampilli delle fontane viene raccolta in un laghetto, dove risiedono piante acquatiche e di palude, che ormai è diventato il fulcro di un vero e proprio habitat naturale.

“Sulle piante volano diversi gruppi di farfalle, libellule e api che da anni qui producono miele. Addirittura dal lago di Montepulciano sono arrivati degli aironi cinerini”.

A poche metri di distanza da Villa Trecci, che fa parte dell’Associazione Parchi e Giardini d’Italia e della Mediterranean Garden Society, sorge inoltre la Chiesa di San Bartolomeo di Caselle risalente al XIII secolo, dove sabato 24 agosto, alle 18, torna a essere officiata la funzione religiosa in occasione della festa del Santo.

Info utili
Per visitare il parco, il costo del biglietto d’ingresso è di 10€ per gli adulti e 8€ per i residenti a Montepulciano, mentre i ragazzi fino a dodici anni accompagnati entrano gratuitamente. La visita è libera e deve essere prenotata alla mail info@parcovillatrecci.it. Le informazioni sono a disposizione all’interno del parco attraverso la lettura di codici QR.
È possibile ottenere una visita guidata richiedendola allo stesso indirizzo mail con dieci giorni di anticipo e che viene confermata al raggiungimento di un gruppo sufficiente di persone.

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Apocrifa Orchestra a Chianciano Terme canta il proprio Fabrizio De André

Foto di copertina: Marco Lambardi   Riferendosi ai libri, Italo Calvino diceva che “un classico non ha mai finito di dire quel che ha da dire”, per il fatto che…

Foto di copertina: Marco Lambardi

 

Riferendosi ai libri, Italo Calvino diceva che “un classico non ha mai finito di dire quel che ha da dire”, per il fatto che pur a distanza di anni, se non secoli, dalla scrittura di un testo, e a prescindere da quante volte lo si sia già letto, esso mantiene la capacità di insegnare qualcosa che fino a quel momento non si sapeva, il potere di sorprendere per un dettaglio mai notato prima, o un insegnamento chiaro solo con un po’ più di esperienza di vita alle spalle. In questo senso, nessuno avrà nulla in contrario se, parlando dell’Apocrifa Orchestra, si dà l’accezione di “classici” a quei testi di Fabrizio De André che da quindici anni il gruppo propone con arrangiamenti originali, come ha raccontato il cantante Riccardo Nucci.

«Apocrifa Orchestra nasce dall’idea di un gruppo di amici di mettersi in discussione come musicisti, in quello che abbiamo chiamato “progetto De André“. Questo consiste nel dedicarsi ai testi del cantautore, lasciando che tutta la loro poesia ci suggerisca delle rivisitazioni verso soluzioni stilistiche di genere diverso rispetto a quello con cui sono conosciute. Le canzoni hanno un’anima, nel loro significato, a cui attraverso la ricerca di altre chiavi di lettura, proviamo a conferire nuovi percorsi interpretativi».

Quello per De André, da parte dei suoi appassionati, somiglia forse più a un atto di fede che a una preferenza in termini di gusti musicali. Come è stato accolto questo progetto dal pubblico?

«A distanza di venti anni dalla sua scomparsa, De André effettivamente continua a raccogliere cultori, anche tra le nuove generazioni. All’inizio c’è stata un po’ di titubanza tra i più fondamentalisti, ma solo fin tanto che non è stato chiaro cosa stessimo facendo. Attraverso la musica, portiamo anche l’aggregazione che ci lega come gruppo, e questo sono sicuro che il pubblico lo percepisce, arrivando a condividere con noi l’emozione di ciò che suoniamo».

Passando proprio al gruppo, da quanti elementi è composto e a cosa deve questo nome?

«Apocrifa Orchestra è composta, oltre che da me, che canto e suono l’armonica, da Francesco Ceri per mandolino, voce e chitarre, Riccardo Butelli alla batteria, Paolo Cellini al basso, Alessandro Zibo De Maio alle tastiere, Paolo Batistini alle chitarre, Gianni Rubolino al sassofono. Siamo musicisti provenienti, in quanto a percorso professionale, da esperienze e generi diversi, che hanno trovato sin dagli esordi una gran sintonia in questo progetto. Il nome del gruppo prende spunto da “La buona novella“, l’album che Faber pubblicò nel 1970 con brani ispirati appunto ai Vangeli Apocrifi».

Per quanto riguarda gli arrangiamenti, c’è un motivo che vi ha portati in questi anni a scegliere dei brani piuttosto che altri?

«Non ci sono mai stati criteri precisi. Semplicemente siamo sempre partiti dalle sensazioni suscitate dai singoli brani per indagare quale tipo di arrangiamento fosse più adatto. Dal 2004, quando ci siamo riuniti, abbiamo affrontato praticamente tutta la discografia di De André, con particolare riferimento per quelli che il cantautore propose in collaborazione con la PFM. I brani frutto di questo lavoro, per adesso, si possono ascoltare nei due album “Apocrifa Orchestra” e “Rovistando“, e nei concerti che abitualmente teniamo».

Come quello che si terrà venerdì 16 agosto a Chianciano Terme, dalle 21:30 in Piazza Italia. L’occasione di ascoltare le opere di De André in una versione inedita e originale, l’opportunità di scoprire il loro carattere sotto una luce nuova.

Qual è il brano senza il quale non chiudete mai il concerto?

«Per la sua interminabile forza di coinvolgere, unire ed entusiasmare: Il pescatore».

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Piranha Social Club: l’orizzonte culturale di Acquaviva che si nutre di relazioni sociali

Foto di Elisa Valdambrini Veloce e curiosa come il quartiere più moderno di una grande città, familiare come solo una frazione di poco più di mille abitanti può essere. Acquaviva…

Foto di Elisa Valdambrini

Veloce e curiosa come il quartiere più moderno di una grande città, familiare come solo una frazione di poco più di mille abitanti può essere. Acquaviva di Montepulciano ormai da anni ha assunto sembianze cosmopolite che difficilmente ne rendono pensabile la collocazione a margine di un paese di provincia, tanto evidente e senza confronti è lo slancio verso una dimensione culturalmente viva che non rimane fine a se stessa, ma che anzi coinvolge, nutre e di nuovo ispira. In questo senso, il Collettivo Piranha è al tempo stesso agente e risultato di un processo culturale che, da quando si è innescato, non ha fatto che alimentare un fermento sociale chiaramente avvertito oltre gli esigui confini di Acquaviva.

Il Live Rock Festival ne è il caso più eclatante, consacrato in modo incontrovertibile a evento di riferimento nel suo genere. Dimostrazione evidente delle potenzialità che una realtà associativa può mettere in campo, il Festival deve la sua crescita all’impegno profuso dal Collettivo Piranha nel creare un ambiente dominato dal valore della continua elaborazione culturale. Lo stesso valore che, alcuni mesi fa, ha spinto i componenti del Collettivo a rilevare un bar di Acquaviva per farne, come lo ha definito il presidente del Collettivo Andrea Mezzanotte, uno “spazio creativo“, che diventasse un’area di aggregazione, un habitat vero per i Piranha storici e quelli che verranno.

«Perché il Piranha Social Club è nato ponendo come principio fondamentale la valorizzazione dei rapporti umani, come base per pianificare nuove iniziative e proporre occasioni di incontro e confronto, in una dinamica di avanzamento per l’intero territorio».

Così si entra in un locale e al tempo stesso si diventa parte di un insieme, quello dell’associazione, che poi è uno spazio di condivisione del tempo e di scambio di argomenti.

«Si scopre un luogo dove le relazioni sono vere, concrete, e da queste nascono discussioni sulle quali si innestano idee in un clima che, per definizione, in quanto collettivo ha già superato la dimensione dell’ “io”. La socialità evocata dal nome del locale la si ritrova nel tentativo di evitare la deriva individualistica cui l’era digitale talvolta obbliga. Uscire dalla propria zona di comfort, quella assicurata dai device e dalla cerchia di contatti più o meno virtuali, per entrare in contatto con persone di generazioni ed esperienze diverse».

Una dinamica che arricchisce sé stessi ma anche, indubbiamente, tutto il tessuto sociale nella sua complessità.

«Quel che sulla lunga distanza il Piranha Social Club può portare, in termini di cambiamento, nella comunità di Acquaviva è proprio l’effetto dell’esistenza di uno spazio in cui scoprire l’altro e al contempo sé stessi, un modo per stabilire contatti umani, ridefinire continuamente il proprio orizzonte di conoscenze. Auspichiamo che questo clima possa generare prodotti culturali sempre meritevoli di attenzione e interesse, anche per sensibilizzare chi ancora non ne fa parte ai valori che animano il Collettivo ».

Durante le sue prime settimane di attività, il Piranha Social Club ha proposto un programma di appuntamenti – dagli eventi musicali alle presentazioni di libri – ai quali se ne aggiungeranno altri il prossimo autunno, dopo che si sarà concluso il Live Rock Festival

Lo stesso Festival ha, di anno in anno, precorso caratteristiche e finalità adesso mantenute e coltivate anche dal Club: le tematiche sociali e quelle ambientali, affrontate e onorate con iniziative avanguardistiche, diventano così argomento di conversazione, dando animo a un movimento culturale che trae nutrimento dal suo stesso organismo.

«Gli eventi che il Piranha Social Club continuerà a ospitare possono essere preparati come improvvisati, quindi seguiti nella realizzazione dal gruppo di competenza. Niente che non si potrebbe impiantare in altre località: sarebbe una soddisfazione aggiunta se il Piranha Social Club facesse da ispirazione per la nascita di realtà analoghe nei dintorni, dove anche è già molto presente la cultura dell’associazionismo».

È forse presto per dire se ciò accadrà, ma visti i risultati che oggi fanno di Acquaviva e del suo Piranha Social Club i casi più interessanti di produzione culturale della Valdichiana, non possiamo che augurarcelo.

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Torrita di Siena, dall’archivio di Stato emergono le armature di sei secoli fa

Nell’epoca dell’informazione digitale, in cui l’abitudine è quella di considerare ogni genere di conoscenza distante quanto il tempo di una ricerca online, non è inconsueto interrogarsi sulle ragioni della persistenza…

Nell’epoca dell’informazione digitale, in cui l’abitudine è quella di considerare ogni genere di conoscenza distante quanto il tempo di una ricerca online, non è inconsueto interrogarsi sulle ragioni della persistenza di spazi come archivi e biblioteche, dove il sapere viene sì conservato, ma più lontano in termini di tempo e spazio. Un pensiero forse accompagnato da qualche nota di nostalgia, ma spesso anche dalla valutazione di quanto, in termini economici, valga ancora la pena di investire nel mantenimento di certe istituzioni. Certe riduzioni delle risorse ad esse destinate dimostrano, di per sè, la bassa fiducia che da quelle stanze possa tornare indietro qualche risultato soddisfacente, anzitutto dal punto di vista economico, continuandone così a svalorizzare la percezione collettiva. Anche per questo motivo, le iniziative basate sulla ricerca archivistica ricoprono il significato aggiunto rappresentato dal potenziale che luoghi spesso dimenticati continuano a dimostrare di avere.

Un chiaro esempio ne è quanto fatto a Torrita di Siena, dall’Associazione Sagra San Giuseppe e la Pro Loco, con il coordinamento di Civitas Rerum. Unite dall’intento comune di muoversi tra il recupero della storicità del territorio e un futuro arricchito dalla consapevolezza sulle proprie origini, queste associazioni hanno predisposto una ricerca su come potevano apparire gli armamenti indossati dai militari di stanza a Torrita nei primi decenni del XV secolo. La scelta di questo preciso periodo è dovuta alla testimonianza di un’iscrizione che riporta la data di fine dei lavori di restauro alla chiesa delle Sante Flora e Lucilla: lo stesso evento rievocato, attraverso il corteo storico, in occasione del Palio dei Somari, che si svolge ogni anno a marzo. Durante questa manifestazione, infatti, il drappo conteso dalle otto contrade viene esposto all’interno della chiesa, fino al giorno del Palio, quando ne esce seguito dai figuranti che compongono il corteo storico.

Lo studio, iniziato lo scorso anno, è stato condotto da Marta Fabbrini presso l’Archivio di Stato di Siena, sulle basi di cronache dell’epoca, registri e documenti ufficiali. Dal racconto in quelle pagine delle guerre che imperversavano in Valdichiana, con le conseguenze che esse provocavano sull’economia del territorio, è stato possibile ricostruire le condizioni in cui versava anche Torrita, che nel 1425 presentava una positiva fase di ripresa, durante la quale, oltre a quella dell’edificio, si inserì la ristrutturazione della cinta muraria. Considerata l’area di confine in cui si trovava il castello di Torrita, da Siena giunse al podestà l’ordine che venisse istituito un manipolo di quindici soldati, abbastanza numeroso rispetto alle località attigue, poichè se ne contavano quattro a Petroio, e Farnetella, otto a Rigomagno, dieci a Scrofiano e Montefollonico, venti a Sinalunga. Questi dovevano, inoltre, come si legge in una lettera datata qualche anno più avanti, apparire “bene armati d’armi bisognevoli da offendare e difendare e che sieno bene vestiti”1.

Un’indicazione che suggerisce l’importanza chiaramente attribuita alla figura dei militari a presidio delle città, e di cui non è stato possibile non tener conto quando, a termine della ricerca, è stato redatto un testo che contenesse il lavoro condotto.

Sostenuto dalla Fondazione Torrita Cultura, come progetto inerente alla VI edizione del Borgo dei Libri, il volume, che porta il titolo “Torrita 1425. I fanti del Castello bene armati d’armi bisognevoli da offendare e difendare e che sieno bene vestiti” è stato recentemente pubblicato e si trova adesso disponibile presso l’ufficio turistico nel centro storico di Torrita.

All’interno del libro, oltre alle introduzioni curate da quanti hanno contribuito alla realizzazione dell’iniziativa e l’esposizione della ricerca storica effettuata, sono state inserite tavole con le illustrazioni delle parti che formavano gli armamenti e di come potevano apparire i soldati completi del loro equipaggiamento. A questi disegni ha lavorato Bruno Mugnai, il quale, intervenendo durante il convegno di presentazione, ha sottolineato quanto l’attribuzione all’epoca medievale di un’atmosfera dai toni cupi sia un luogo comune ingiustificato.

«Soprattutto per quanto riguarda i corpi militari, che – ha aggiunto – a quel tempo non solo non avevano alcuna esigenza di mimetismo, ma piuttosto dovevano farsi facilmente riconoscere e mettere in evidenza l’equipaggiamento di cui disponevano».

Da qui la rappresentazione degli armamenti in tonalità coerenti con l’epoca di riferimento. Del resto, uno degli obiettivi principali che ha animato il progetto, è stato proprio quello di fornire un quadro complessivo fedele alla realtà del periodo storico. Così, anche le varie parti dell’armamento sono state individuate da Ugo Barlozzetti, esperto di storia militare e costume, nel contesto di fonti narrative e iconografiche, tra le quali compare il Polittico Quaratesi, pala d’altare commissionata dalla famiglia Quaratesi e realizzata nel 1423 da Gentile da Fabriano per la chiesa di San Niccolò Oltrarno a Firenze. In questa, attualmente conservata agli Uffizi, è raffigurato, con la sua armatura, San Giorgio.

Il recupero di fonti ufficiali ha permesso una ricostruzione motivata e per questo credibile,

«Lontana – ha precisato Barlozzetti – dalle rievocazioni, e sono tantissime quelle a stampo medievale, che, pur presentandosi come tali, rispondono di più ad una messa in scena di quella che si pensa oggi sia stata un’epoca storica».

A Torrita di Siena, dove ogni anno si svolge il corteo storico ispirato proprio al 1425, dalle spiegazioni e i disegni contenuti in questo libro, si avrà la realizzazione di alcune armature veramente indossabili da parte dei figuranti. Questi andranno a comporre un drappello rappresentante i fanti a presidio del castello e presumibilmente faranno la loro comparsa già nella prossima edizione del Palio dei Somari.

Uno sguardo ancora più accurato sulla storia che non sarebbe stato possibile ottenere senza la competenza degli studiosi che si sono dedicati alla ricerca e all’analisi delle fonti documentarie; una dimostrazione di come l’attività archivistica può essere tradotta in conoscenza collettiva, se non se ne ha dimenticanza, ma si sostiene e si vede come un mezzo per raccontare e promuovere un territorio.

1 Archivio di stato di siena, Concistoro 1673, cc. 12 r-13 r

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Marco Bellotti: il successo sta nell’inseguire i propri sogni

Sincronia di creatività, mutamento e bellezza, punto di incontro tra la ricerca di nuove dimensioni e l’esperienza del sapere artigianale, la moda rappresenta un vero e proprio linguaggio che, di…

Sincronia di creatività, mutamento e bellezza, punto di incontro tra la ricerca di nuove dimensioni e l’esperienza del sapere artigianale, la moda rappresenta un vero e proprio linguaggio che, di stagione in stagione, propone nuovi contenuti in altrettante nuove forme.

Tra gli interpreti di questo codice, ormai da qualche anno, si è fatto strada come modello Marco Bellotti. Nato e cresciuto a Sinalunga, nello specifico a Scrofiano, a neanche 24 anni, Marco ha già sfilato per celebri stilisti e ha prestato il volto a campagne pubblicitarie diffuse in tutto il mondo.

Se ha scelto di intraprendere questo percorso a contatto con la moda, è vero che forse un po’ lo deve anche alla famiglia da cui proviene: negli anni Sessanta fu il bisnonno ad aprire il pantalonificio che si è tramandato di padre in figlio fino ad arrivare nelle mani di Marco e sua sorella Maria.

“Proprio per attività legate all’azienda, all’età di circa 13 anni ho iniziato a seguire mio padre nei suoi viaggi a Firenze e Milano e a conoscere così questo ambiente” racconta. “Avevo 16 anni quando invece ho realizzato che mi sarebbe piaciuto lavorare come modello: complice l’attrazione verso questo lavoro e una somiglianza che in molti dicevano di notare tra me e il modello brasiliano Francisco Lachowski.

Ma prima c’era da pensare alla scuola. Quindi ho conseguito il diploma al Liceo Scientifico di Montepulciano e poi ho iniziato ad intensificare il lavoro come modello.

Il primo incarico importante è stato tre anni fa. Mi chiamano dall’agenzia e mi dicono “Vieni all’aeroporto di Pisa”. La sera stessa mi trovavo a Berlino e il giorno dopo ero sul set di uno shooting per L’Oréal Paris

Una volta arrivato a Milano, mi sono reso conto di quanti stereotipi ci siano legati a questo lavoro, non corrispondenti al vero, ma che si impongono per l’esasperazione a cui è portato il ruolo dell’immagine. Tutto ruota attorno ad essa e per quanto sia soddisfacente essere un modello, tuttavia ci sono delle difficoltà ad avviare una carriera in questo campo che spesso vengono sottovalutate, a fronte di un’idealizzazione di questo mestiere.

Come credo che accada in tutti gli ambienti lavorativi, anche in questo poi si può incappare in approfittatori o amici di comodo, da saper riconoscere. Ma, alla fine, le personalità più eminenti sono quelle che rivelano anche tanta generosità. E Giorgio Armani rientra sicuramente tra queste”.

Re Giorgio, Marco lo ha conosciuto all’Armani Silos, durante i casting della sfilata che si è tenuta il 20 settembre 2018 nell’hangar di Linate.

“Fin dal primo momento, ho notato un certo rispetto da parte sua nei miei confronti che non avrei immaginato. Il “Signor Armani”, come ci si rivolge a lui, si pone sempre come una persona veramente gentile anche se, non appena entra in una stanza, immediatamente cala il silenzio, ma questo forse è dovuto più ad una riverenza spontanea che tutti qui hanno di lui. Mi è capitato di lavorarci a stretto contatto per tre settimane, sui coordinamenti dei capi che avrebbero sfilato, e in quell’occasione è stato lui a chiedermi di proporre un abbinamento, rendendomi ovviamente onorato.

Finora ho anche sfilato, in tutto una decina di volte, per Dolce e Gabbana. Ecco, in loro, e soprattutto in Domenico, ho conosciuto l’artista nel suo senso più eccentrico”.

Oltre a indossare capi in passerella, Marco è stato protagonista anche di importanti campagne pubblicitarie, L’Oréal Paris e Ray Ban – solo per citarne un paio – tanto che non è stato poi così difficile imbattersi in una sua fotografia sfogliando una rivista o, addirittura, camminando per New York, dove è apparso su uno dei display di Times Square. In queste circostanze ha conosciuto importanti fotografi, come Giampaolo Sgura, di fronte al cui obiettivo ha posato per il tributo ai 30 anni di Emporio Armani, per foto pubblicate su Vogue Giappone. Da mettere in archivio, anche la cover di un numero di Harrods. Una soddisfazione dietro l’altra, quindi, che lascia però lo spazio per domandarsi quali siano i sacrifici da affrontare per condurre una carriera di questo tipo.

“Quello a cui non si pensa, quando si parla della vita di un modello, è lo stress mentale che sottopone il fatto di non poter fare programmi a medio e lungo termine, lo stare fuori casa, soprattutto quando si è affezionati ai ritmi tranquilli del posto in cui si è cresciuti.

Ma si viene ripagati anche in termini emotivi. Soprattutto per quanto riguarda le sfilate, è innegabile la tensione che ne precede l’inizio, magari aumentata da giorni e giorni di prove sul percorso da compiere. È vero che a camminare siamo tutti capaci, ma le cose cambiano un po’ quando sai di doverlo fare davanti ad un muro di occhi rivolti verso di te. Alla prima sfilata che ho fatto per Armani, ammetto che l’emozione è stata tanta, soprattutto negli attimi prima di uscire in passerella”.

E se generalmente quella del modello viene considerata una professione temporanea, Marco ha le idee chiare di quello che vorrebbe fosse il suo futuro.

“Se penso alla mia vita tra venti anni, me la immagino con una famiglia, magari dei figli, a fianco degli amici di sempre, nell’azienda di famiglia, la M2B, alla quale io e Maria stiamo già lavorando con l’obiettivo di lanciarla come un brand autorevole”.

Un ritorno nei luoghi che l’hanno visto crescere, quindi, ma con in tasca il bagaglio di conoscenze accumulato in questi anni. Partire da una frazione di seicento abitanti e ritrovarsi in contesti internazionali può dare la misura delle distanze e delle differenze tra la vita di provincia e una dimensione internazionale.

“Auguro a chiunque di crescere in una piccola realtà come me, a contatto con la natura e con l’essenza delle cose e dei valori, a partire dall’amicizia. Allo stesso tempo, viaggiando mi sono reso conto di quanto rimanere confinati entro orizzonti ridotti possa limitare ancora di più il potenziale di realizzazione di ciascuno.

Io sono partito con la sensazione di poter fare qualcosa di importante, ho sfidato il pregiudizio di quanti mi avevano etichettato solo per l’aspetto fisico, dimostrando prima di tutto a me stesso che avevo molto di più da dare”.

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Jazz e Sud America in “Comunque sia…”, l’ultimo album di Fabrizio Bai

Dopo 6 anni Fabrizio Bai torna con un nuovo album, frutto dell’attività di compositore che alterna a quella di insegnante di musica all’Istituto musicale Ciro Pinsuti di Sinalunga, di cui…

Dopo 6 anni Fabrizio Bai torna con un nuovo album, frutto dell’attività di compositore che alterna a quella di insegnante di musica all’Istituto musicale Ciro Pinsuti di Sinalunga, di cui è anche direttore, e all’interno dell’accademia Siena Jazz.

L’ultimo album risale al 2013 quando, sempre per l’etichetta discografica indipendente Edizioni Dodicilune, uscì “Etruscology”, un omaggio alle origini della cultura musicale, ricostruite sulla base delle testimonianze giunte dalla popolazione etrusca attraverso dipinti e resti di antichi strumenti.

Se già in quell’occasione l’inserimento di alcuni particolari dettagli provenienti da quell’epoca lontana si era sviluppato attraverso il linguaggio del jazz e della musica mediterranea, il disco in uscita si presenta ancora come il risultato di contaminazioni, ma che questa volta hanno come protagonisti la world music e il latin jazz, colorato delle caratteristiche sonorità del Sud America.

«Punti di riferimento nella creazione di nuovi brani sono stati i chitarristi brasiliani Baden Powell de Aquino e Yamandu Costa e il musicista argentino Astor Piazzolla.

Il disco è composto da sette pezzi originali, ciascuno ispirato da esperienze di vita o situazioni in cui quotidianamente ci troviamo, e sono cantati da me, Emanuele Pellegrini e Raffaele Toninelli, che oltre a suonare rispettivamente, chitarra, batteria e contrabbasso, componiamo un coro a tre voci corrispondente a quelli solitamente impegnati nell’esecuzione dei brani della cultura sudamericana. Nella loro stesura, si ritrova l’approfondimento sugli strumenti appartenenti alla tradizione musicale di quei luoghi: in “Maracatù (Quebecoise)”, per esempio, Emanuele suona al ritmo di maracatù, il berimbao e la kalimba, strumenti a percussione che ha conosciuto tramite le collaborazioni con musicisti brasiliani».

Il titolo del disco proviene da quello di un suo brano, ed è legato alla storia del trio.

«“Comunque sia…” porta nel titolo la filosofia con cui ci siamo approcciati allo scrivere di nuovo dopo alcuni anni di pausa. Sebbene siano aumentati per tutti noi gli impegni legati a vita e lavoro, proprio comunque sia abbiamo deciso di proseguire nella nostro percorso di studio e composizione, fino a incidere un altro album, che contenesse l’ispirazione proveniente dalla world music e soprattutto le influenze del latin jazz».

È proprio attraverso le sonorità tipiche dei paesi latini che si snoda la produzione artistica di Fabrizio Bai, che trova nella dialettica musicale tipica del Sud America il linguaggio migliore per comunicare la sua personalità.

«Le armonie che si vanno delineando ogni volta in nuovi modi, sono la dimostrazione di un’esigenza, quella di esprimersi, che comunemente non sembra poi così diffusa. Di continuo, soprattutto nella musica e nel cinema, si assiste a un rifacimento di prodotti già noti al pubblico. Il processo creativo e sperimentale, come nel nostro caso avviene dalla contaminazione di culture, musiche e generi, è invece necessario, al di là del successo che ne può derivare».

Anche per questo la vena compositiva del trio Fabrizio Bai non ha intenzione di fermarsi.

«Abbiamo già iniziato a comporre le tracce per il prossimo album. Rispetto agli ultimi brani che abbiamo scritto, questi manterranno una riconducibilità al jazz nel genere, ma con influenze più europee che latine. Inoltre il progetto prevede l’inclusione di ulteriori strumenti, precisamente un trombone, un violino e un sassofono».

“Comunque sia…” sarà disponibile tra pochi giorni, ma Fabrizio Bai e i suoi musicisti hanno pronta anche una serie di concerti con cui far conoscere le novità contenute in questo ultimo disco.

Da settembre porteremo in giro la nostra musica nei concerti che attualmente stiamo organizzando. Saranno occasioni per lasciarsi trasportare nei ritmi e nelle melodie del Sud America, dove, insieme ai temi del jazz, una contaminazione mediterranea fa da tela ai toni caldi delle terre latine.

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