Entrati a far parte ormai della quotidianità, i social media ci hanno abituato a sentirci compresi in gruppi, dimensioni composte da individui sì fisicamente lontani tra loro, ma comunque accomunati da interessi condivisi. Con questo principio ogni giorno nascono e si ingrandiscono nuovi ambienti sociali, popolati e al contempo alimentati dai contributi degli stessi singoli.

Attitudini, visioni e opinioni presenti nella società vengono trasferiti nella comunità virtuale, dove hanno una cassa di risonanza potenzialmente infinita. In questo quadro, dopo aver approfondito gli aspetti psicologici, andiamo ad affrontare fenomeno della diffusione non consensuale di materiale intimo da un punto di vista sociologico. A tale proposito abbiamo intervistato Silvia Semenzin, ricercatrice in Sociologia Digitale e attivista, nonché promotrice della campagna #intimitàviolata che, nel 2019, ha portato al riconoscimento in Italia del reato chiamato “revenge porn” (anche se il termine non è propriamente corretto).

Innanzitutto, a quali cause sociali risale la pratica di condividere via social materiale intimo non consensuale?

«Va detto per prima cosa che si tratta di un fenomeno culturale, nonostante spesso se ne senta parlare come se fosse causato dalla tecnologia senza pensare che la tecnologia, a sua volta, dipende sempre da problemi già presenti nella società. 

Sicuramente il fenomeno della condivisione non consensuale di materiale intimo si interseca con la violenza di genere, infatti i dati mostrano che la maggioranza delle vittime sono donne e che, per mezzo della tecnologia, ne vengono diffuse immagini al fine umiliarle e deriderle. 

Alla base del fenomeno ci sono la criminalizzazione della libertà sessuale femminile e la presenza di una cultura dello stupro: la prima è ancora vista come qualcosa di cui vergognarsi, da nascondere, che poi è il motivo per cui le immagini di una donna in atteggiamenti sessuali si considerano una sorta di minaccia all’integrità, un’offesa, mentre la stessa cosa non si verifica con gli uomini; la seconda normalizza la violenza contro le donne e la classifica come goliardia. Le immagini si diffondono in ambienti digitali popolati da uomini, per esempio gruppi e chat, dove prevale un tono denigrante nei confronti della figura femminile, sempre dietro alla scusa della goliardia. Quindi si può affermare che gli stereotipi di genere sono la causa di questo tipo di violenza, la quale è difficile da contrastare perché perpetrata con strumenti diversi e pervasivi. Una volta che un contenuto diventa virale non è così immediato rimuoverlo dalla rete».  

Vi è una correlazione tra le caratteristiche anagrafiche, di istruzione o di ceto sociale, e chi adotta un tale comportamento?

«Tendenzialmente qualsiasi soggetto maschile potrebbe fare parte di questi ambienti, non necessariamente l’età o il livello di istruzione sono caratteristiche correlate. Certo gli uomini più sensibili al femminismo e al rispetto del consenso si rendono conto che si tratta di un atto di violenza, ma il problema è che per lungo tempo questo genere di violenza è stato banalizzato, considerato normale. Ciò spiega come anche il classico gruppo del calcetto, dove si condividono certi contenuti, sia percepito semplicemente come una cosa da maschi

È un fenomeno trasversale perché riguarda il processo di creazione dell’identità maschile. La violenza nasce laddove l’identità di vero uomo si costruisca, in solidarietà con gli altri uomini, attorno a questo genere di abusi. Il punto è che molte persone non hanno la percezione di star commettendo violenza, è una novità che si parli di queste pratiche come abusi. Per questo occorre una spinta culturale diversa, secondo cui non si ritenga normale che l’identità maschile sia basata su elementi come la forza, il dominio e il potere». 

In questo senso, si può dire che la figura femminile è considerata uno strumento per l’affermazione della propria identità?

«C’è da considerare che nella maggioranza dei casi questo tipo di violenza è commesso da uomini eterosessuali ai danni di donne eterosessuali, in quanto tra uomini è pratica comune incitarsi a far mostra della propria eterosessualità, cosa che poi avviene attraverso l’oggettificazione della donna. Si utilizza il corpo femminile per farsi riconoscere e così diventare parte di un gruppo. Il fine non è tanto la volontà di degradare le donne, ma quello di affermare e dimostrare il proprio interesse verso l’altro sesso, ottenendo così il requisito fondamentale per essere ammessi nel gruppo. In tutto ciò la donna perde di umanità, rimane puro oggetto sessuale. È un meccanismo in cui l’elemento di abuso continuerà a essere invisibile fin tanto che sarà considerato normale e accettato lo stereotipo dell’uomo continuamente concupiscente, che sfoga i propri istinti con mezzi anche violenti».

Il fenomeno della diffusione non consensuale di materiale pornografico è presente anche nella comunità LGBTQ+. Vi sono differenze con le dinamiche riscontrate tra persone eterosessuali?

«Per quanto riguarda il mondo Lgbtq+, si nota che anche in questo caso i carnefici sono per la maggior parte uomini, ma con una differenza sostanziale rispetto agli eterosessuali. Il comportamento di questi ultimi infatti è finalizzato alla costruzione di una mascolinità tossica, basata su una matrice di potere condiviso con altri uomini, mentre negli appartenenti alla comunità LGBTQ+ si assiste piuttosto ad una tendenza esibizionista del proprio desiderio sessuale e delle proprie conquiste, ma comunque al di fuori di una logica di gruppo».

È possibile che talvolta la cultura dell’egemonia maschile venga accettata, malgrado tutto, in quanto onnipresente?

«Quella della maschilità egemonica è la cultura dominante, per cui nella maggior parte degli ambienti è presente l’idea che gli uomini debbano rivestire un certo ruolo all’interno della società, avere determinate caratteristiche e comportarsi in un certo modo, e che di conseguenza alle donne sia riservata la dimensione complementare. Si tratta di uno schema che si afferma e si trasmette ripetutamente, basta accendere la televisione per accorgersi di quanto l’attenzione sia sempre posta sulla donna, sulle sue responsabilità, sui suoi comportamenti. Il modo in cui si comunicano casi di cronaca e di violenza di genere o la mancanza, nei programmi scolastici, di tematiche sul genere e di educazione sessuale ostacolano la creazione di una controcultura». 

Quali sono attualmente i maggiori ostacoli a un cambiamento di questo paradigma?

«Non lasciare entrare certe tematiche nelle scuole è principalmente un problema di volontà politica, probabilmente perché la classe dirigente è vecchia, molto maschile, patriarcale. Generalmente i ragazzi sono entusiasti di sentir parlare di questi argomenti, di sessualità, ma anche di emozioni e affettività, soprattutto in un periodo in cui passare tanto tempo su internet non significa sentirsi meno soli. Il fatto è che spesso neanche si hanno gli strumenti adeguati per capire come ci si senta. Per questo anche l’educazione digitale dovrebbe partire da un’educazione civica e affettiva. L’ascolto, l’empatia, la tolleranza per l’opinione altrui, il rispetto sono pratiche che contribuiranno a costruire un mondo digitale più inclusivo».


Ringraziamo Silvia Semenzin per l’intervista e ricordiamo che la prima parte dell’inchiesta può essere letta a questo link.

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Anita Goti

Classe '94. Liceo classico, una laurea triennale in Comunicazione, lingue e culture e una magistrale in Comunicazione pubblica e giornalismo all'Università di Siena. Scrive, perché le parole sono le uniche cose che le piace mettere in ordine.

1 thought on “Intimità violata e violenza di genere: intervista alla sociologa Silvia Semenzin

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