Il confine che separa la vita reale dalla presenza virtuale sta tutto nel grado di causalità che ciascuna ha sull’altra. Quanto più le due dimensioni si influenzano tra loro, tanto più è difficile considerarle separate. In altre parole, quando ciò che accade online ha conseguenze sull’esistenza offline degli individui, è chiaro che non si sta più parlando di due mondi distinti e indipendenti, ma di un unico ambiente dove tutto si contamina. Un concetto evidente, che però sembra passare facilmente in secondo piano in tutti quei casi di diffusione di materiale pornografico non consensuale, dove forse non si pensa, o si sottovaluta, che alla pubblicazione di certi contenuti nello spazio virtuale corrispondano effetti concreti sulla vita delle persone.

Per far conoscere nello specifico quali conseguenze subiscono le vittime di questi comportamenti e le cause da cui essi hanno origine in chi li compie, continuiamo l’inchiesta iniziata su queste pagine attraverso l’intervento della Dottoressa Alice Parri, psicologa psicoterapeuta esperta di psicotraumatologia.

«Essere vittime di revenge porn o, più in generale, soggetti di foto e video intimi diffusi in modo non consensuale, equivale a tutti gli effetti ad essere vittime di molestie, e ciò significa che, per quanto l’impatto psicologico sia diversificato da individuo a individuo, sono ricorrenti ansia, depressione, senso di colpa. Si tratta di un trauma per la propria immagine, per cui la percezione di sé a livello sociale ne esce devastata, senza considerare, nei casi in cui il responsabile è un ex partner, il tradimento di chi fino a poco tempo prima era una persona di fiducia. L’esposizione al giudizio del contesto sociale, la colpevolizzazione riservata spesso alle donne – che guarda caso costituiscono la maggioranza delle vittime – causano una vergogna così insostenibile da portare anche al suicidio».

Per quanto tempo gli episodi di questo genere sono in grado di lasciare tracce?

«Questa violenza apre una ferita vera e propria, vissuta sia interiormente, che dall’esterno, soprattutto quando si è accusati di averla provocata, di essere colpevoli di quanto accaduto. Un trauma del genere cambia la vita delle persone che lo subiscono, e per di più su molteplici livelli, per esempio quello professionale e lavorativo, ed è aggravato dal fatto che spesso si perpetua, quando la vittima invece di essere accolta e compresa, viene nuovamente colpevolizzata».

«Per quanto riguarda il fenomeno del revenge porn, cioè di quei casi in cui la diffusione di materiale pornografico è usata come “vendetta” nei confronti di un ex partner, c’è di fondo una mancanza di educazione affettiva e sessuale, per cui le persone crescono e maturano relazioni in base all’impostazione ricevuta dalla propria famiglia di origine, che non sempre è un ambiente salubre da questo punto di vista».

«Spesso l’uomo compie questo tipo di violenza perché si sente in diritto di farlo, nel quadro di una cultura misogina ancora molto presente. Possiede poca tolleranza al dolore, quindi invece di elaborarlo si focalizza sulla vendetta, desidera che l’altro stia peggio perché non è in grado di gestire in modo sano le proprie emozioni, così la vendetta diventa un mezzo per sentirsi potente di fare qualcosa. Chi compie queste azioni ha di solito il profilo di una persona impulsiva, narcisista, che considera l’altro al proprio servizio, può anche condurre una vita normale ma di base ha un atteggiamento infantile».

Ma il revenge porn è solo una parte del problema, basta vedere il continuo proliferare di spazi virtuali dove vengono diffusi video e foto di ragazze a loro insaputa. Cosa crea negli individui la volontà di condividere o scambiarsi questo materiale?

«Complessivamente, il problema si verifica per mancanza di empatia, per l’incapacità di mettersi nei panni degli altri, per la percezione di avere tutto alla portata di mano, e di sentirsene padroni. Muovendosi nello spazio della realtà virtuale, una persona più fragile, magari impulsiva, non educata al rispetto, sente il bisogno di violare la privacy di qualcun altro perché, nel compiere consapevolmente questa azione negativa, realizza una piccola vittoria, riesce ad anestetizzare il senso di solitudine e insicurezza spesso dovuto ad eventi traumatici vissuti sulla propria pelle in passato».

Messaggio pubblicato lo scorso 14 novembre sulla chat di un canale Telegram
Un messaggio di “invito al revenge porn” su un gruppo Telegram

La rete dà agli utenti anche la possibilità di muoversi in anonimato. Come influisce questa condizione su coloro che utilizzano i canali online per condividere questo tipo di materiale?

«L’anonimato sdogana l’essere visti e quindi incentiva molto i comportamenti sbagliati. È come se i soggetti in questione non fossero degli adulti, ma agissero come degli alunni controllati da un maestro, che cercano la prima occasione per fare ciò che vogliono. L’impulsività e l’impunità deresponsabilizzano le persone, riducono lo spazio di ragionamento tra il pensare e l’agire e, in chi ha meno capacità di controllo, portano a fare potenzialmente di tutto».

Recentemente sono stati fatti passi verso la sensibilizzazione dell’opinione pubblica verso questo tipo di violenza e, in termini legali, per la sua condanna. Tuttavia gli episodi di diffusione non consensuale continuano a non scandalizzare. Perché sembra questa la normalità?

«La causa risiede nello stereotipo di genere, si vive ancora con l’idea che da una donna sia lecito aspettarsi qualcosa, mentre da un uomo no. È anche un problema di ammissione del problema, i centri di assistenza per gli uomini che maltrattano sono per numero nettamente inferiori a quelli che prendono in carico le donne vittime di violenza, ma di certo lo stesso rapporto non si riflette nella realtà. C’è ancora tanta strada da fare per colmare questa disparità, ma senz’altro la direzione da percorrere è quella di educare i bambini e i ragazzi al rispetto, all’empatia, ai sentimenti».

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Anita Goti
Anita Goti

Classe '94. Liceo classico, una laurea triennale in Comunicazione, lingue e culture e una magistrale in Comunicazione pubblica e giornalismo all'Università di Siena. Scrive, perché le parole sono le uniche cose che le piace mettere in ordine.

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