Installazioni, gesti simbolici, esecuzioni artistiche. Seppure adeguandosi alle circostanze pandemiche sono presenti praticamente ovunque in questa settimana le iniziative intraprese in occasione del 25 novembre, data riconosciuta dal dicembre 1999 come la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Sono i comportamenti sociali osservati di anno in anno a rendere necessaria la celebrazione di questa ricorrenza. Basti pensare al fatto che, in Italia, nella prima parte del 2020 le richieste di aiuto al numero messo a disposizione dal Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio sono aumentate del 119% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dei 15.280 casi segnalati, il numero più alto registrato dal 2013, il confronto tra le vittime maschili e femminili è di 1.935 a 13.338, per episodi di violenza avvenuti nella quasi totalità tra le mura domestiche, probabilmente a causa della situazione di confinamento dovuta al Covid, cui seguono per quantità vicende di violenza psicologica e di violenza e molestie sessuali.

Tuttavia, come anche i più recenti casi di cronaca dimostrano, questi parametri non sono sufficienti per definire lo scenario della violenza di genere al quale quotidianamente l’universo femminile è sottoposto. Già nel 2017 Amnesty International aveva pubblicato una ricerca su quanto pericoloso fosse per le donne il mondo online, con un sondaggio effettuato dall’Istituto Ipsos su un campione di 4000 soggetti in Danimarca, Italia, Nuova Zelanda, Polonia, Regno Unito, Spagna, Svezia e Stati Uniti d’America dal quale era emerso che il 25% aveva ricevuto molestie o minacce online almeno una volta e il 46% aveva dichiarato di aver subito attacchi di natura misogina o sessista.

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Così come per la violenza esercitata offline, anche per quella che corre sulla rete esistono molteplici modi di manifestarsi e quindi diverse conseguenze sulla vita delle vittime. Minacce fisiche o sessuali, offese, discriminazioni – rivolte soprattutto a donne appartenenti a minoranze etniche, religiose, alla comunità LGBTQ+ o addirittura diversamente abili – infine la condivisione di immagini sessuali e private senza consenso possono arrecare danni che vanno da periodi di stress e ansia o attacchi di panico, alla perdita del lavoro, fino al caso estremo del suicidio. [Fonte: Amnesty International]

Il grande clamore mediatico che nei giorni scorsi si è acceso sul caso di revenge porn perpetrato ai danni della maestra di Torino, costretta a lasciare il lavoro dopo che l’ex fidanzato ne aveva diffuso video intimi, ha fatto riaffiorare dalla memoria collettiva una serie di situazioni analoghe e neanche troppo distanti nel tempo, dimostrando che la strada da fare per l’eliminazione di certi comportamenti è ancora molto lunga.

Lo conferma l’esempio delle comunità Telegram: segnalate lo scorso aprile per il fatto di contenere immagini e video pornografici postati dagli utenti o per finalità di revenge, o comunque all’insaputa delle vittime, sono state prontamente ripristinate, ma con opportuni accorgimenti in grado di renderne più difficile il tracciamento. E così ogni giorno decine e decine di donne, spesso minorenni, finiscono loro malgrado in questa vetrina virtuale dove gli utenti, protetti – loro – dal manto dell’anonimato, ne condividono e commentano foto, video e informazioni personali, in ambienti che contano decine di migliaia di iscritti e in cui è praticamente impossibile porre limiti alla circolazione dei contenuti da quando vengono messi in rete.

Dall’ultima rilevazione pubblicata da PermessoNegato, la onlus che dal 2019 si occupa di fornire supporto tecnologico e legale alle vittime di pornografia non consensuale, di violenza online e attacchi di odio, emerge che su Telegram nel mese di Novembre 2020 sono stati individuati 89 gruppi e canali destinati ad un pubblico italiano per un totale di 6.013.688 account non unici registrati (la sovrapposizione si attesta al 60% degli account), mentre a maggio erano 29 gruppi/canali per un totale di 2.223.336 utenti non univoci e a febbraio si contavano 17 gruppi/canali e 1.147.000 utenti.

Nel primo anno dell’entrata in vigore della legge n.69 del 9 agosto 2019, chiamata anche “Codice Rosso”, nelle Procure sono state avviate 1083 indagini per quello che è adesso riconosciuto e punito come reato di diffusione illecita di immagini video sessualmente espliciti.

Di fronte ad un fenomeno di tale portata, diventa dunque inevitabile cercare di individuare le ragioni che ne stanno alla base, indagare cosa spinge i responsabili a compiere azioni di diffusione non consensuale e i risvolti di questi comportamenti sia sulla vita delle vittime, sia sull’intera società.

Revenge porn: l’intimità violata nasce con questo obiettivo. Raccoglierà testimonianze di chi ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza del revenge porn, e interviste ad esperti che possono aiutare a definire il quadro culturale entro il quale questo tipo di violenza di genere si manifesta. Perchè anche se i nuovi spazi di socialità online sembrano rendere astratti i rapporti tra le persone, il problema è più concreto, e vicino, di quanto si pensi.

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Anita Goti
Anita Goti

Classe '94. Liceo classico, una laurea triennale in Comunicazione, lingue e culture e una magistrale in Comunicazione pubblica e giornalismo all'Università di Siena. Scrive, perché le parole sono le uniche cose che le piace mettere in ordine.

1 thought on “Revenge porn: l’intimità violata – Indagine nelle ombre della violenza online

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