Riprendendo l’argomento introdotto nel precedente articolo Lo spazio degli altri, affronterò un tema delicato: la violenza di cui sono vittima i richiedenti di asilo politico. La figura del rifugiato rappresenta l’unione di un fenomeno sociale, quello dell’immigrazione, con un elemento ulteriore, quello della violenza; sono queste due parole che, accostate l’una all’altra, creano un fenomeno politico circondato da un’ombra sinistra e macabra: lo spostamento da una nazione all’altra di una quantità incredibile di individui vittime di violenze da parte di governi o gruppi estremisti. Scappando dal loro paese, uomini e donne di tutte le età cercano salvezza oltre confine, spesso ritrovandosi invischiati solo in ulteriori problemi, da semplici ostacoli di ordine burocratico a veri e propri episodi di intolleranza da parte dei cittadini ospitanti.

Questo comporta ulteriori disagi per l’individuo, già costretto a sopportare le conseguenze delle violenze subìte. C’è un concetto in antropologia, esposto da Paul Farmer, quello di violenza strutturale, che riguarda individui vittime di una sofferenza derivante da forze e processi storicamente dati che agiscono in modo tale da limitare la libertà di azione.

Ho avuto modo di leggere ultimamente un libro scritto da un autore eccezionale, Roberto Beneduce, docente di Antropologia all’università di Torino dove dirige anche il centro Frantz Fanon. Si tratta di un istituto che accoglie rifugiati, immigrati e vittime di tortura affetti da disagio psichico. Numerosi sono i casi che Beneduce riporta nel suo libro di persone sofferenti, aiutate nel centro.

Archeologie del trauma. Un’antropologia del sottosuolo, questo il titolo del libro che tanto mi ha colpito. Una lettura che consiglio a tutti coloro che sono interessati a saperne di più su un aspetto importante del mondo contemporaneo: la sofferenza causata da azioni volontarie di uomini su altri uomini.

È questo che Beneduce mette in risalto: nei casi da lui studiati, nei racconti di richiedenti asilo, troviamo uomini e donne che hanno il volto segnato da una sofferenza anormale; quella che hanno subìto, in quanto la maggior parte di loro è vittima di tortura, è una violenza diversa, quella che solo un altro uomo è capace di causare. È lo specchio dell’incapacità di concepire come possa un altro essere umano causare volontariamente un dolore così forte, e  gratuito. Molti rifugiati presentano segni di disagio psichico, e l’autore vede nei loro occhi il segno di questa inumanità subìta.

La conseguenza principale di questa violenza è la memoria sottratta: l’individuo si viene a trovare in una condizione di confine tra il voler ricordare e il voler dimenticare. È il dilemma di non sapere cosa farsene, o come raccontare un passato di dolore. Un dolore terribile che esula dall’umana comprensione, che la persona stessa non riesce a concepire, e di conseguenza viene meno la capacità di esprimere un’esperienza simile attraverso il linguaggio, attraverso il ricordo.

Rimando al testo di Roberto Beneduce: con la sua capacità di scrittura egli riesce a dare vita ai sentimenti di queste persone, a narrare ciò che essi stessi non riescono a raccontare. Grazie al centro Fanon molte persone sono riuscite a dare un senso a un dolore che di significato ne ha davvero poco. Sperando che possa continuare a proseguire nel suo lavoro come sta facendo ora, in Italia esiste un’oasi fondamentale per chi è vittima di violenza.

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Chiara Magliacane
Chiara Magliacane

Specializzata in Antropologia Medica all’Università di Roma La Sapienza nel 2014. Adora intrecciare parole in tutti i modi possibili, particolarmente se finalizzate alla creazione di racconti, pensieri e poesie. Il suo sogno sarebbe stato parlare di cinema, musica e antropologia, davanti a un caffè, con Gertrude Stein; o fare l’autostop con Kerouac sulla Route 66 e fermarsi, poi, a prendere una birra con Fernanda Pivano. Vive a Roma, ma nella mente vive un po’ ovunque. Da brava antropologa, ci racconta la Valdichiana con il suo sguardo esterno.

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