La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: immigrazione

Identità meticce: un reportage senza maschere

Qual è un’espressione della bellezza, se non quando ci si riunisce per provare a migliorare il mondo? Mi appresto, qui, in questo luogo virtuale, a cercare di afferrare la bellezza…

Qual è un’espressione della bellezza, se non quando ci si riunisce per provare a migliorare il mondo?

Mi appresto, qui, in questo luogo virtuale, a cercare di afferrare la bellezza del 24 marzo, trascorso in quel luogo intimo e accogliente che è il Chiostro di San Francesco a Chiusi e dove, grazie a tanti protagonisti, si è cercato di migliorare il mondo. Almeno un po’.

Non so bene da dove cominciare per raccogliere la complessità e la varietà degli argomenti e delle attività protagonisti dell’evento Identità meticce: viaggi, crocevia, incontri, organizzata da GEC Gruppo Effetti Collaterali, con Biblioteca Comunale e Informagiovani Città di Chiusi e Chiusinvetrina CCN – Chiusi Scalo e con il patrocinio di Comune della Città di Chiusi e Centro Pari Opportunità Valdichiana: una giornata talmente ricca che spero di riuscire a raccogliere con la giustizia che merita.

Il programma completo merita una lettura approfondita: troverete maggiori dettagli sia sugli sponsor dell’evento che sugli ospiti dei quali io qui vi riporterò commenti e riflessioni. Considerata la ricchezza, e la lunghezza, ho deciso di lasciar parlare loro, i veri protagonisti dell’evento, limitandomi a qualche frase per facilitare la lettura. Alla fine, tuttavia, troverete un mio commento sulla giornata. Da antropologa, non riesco a resistere e a non dire la mia!

Durante l’incontro Arte in Movimento, sono intervenuti Matteo Casilli, Laura Fatini, Verdiana Festa e Nicole Romanelli, moderati da Tommaso Ghezzi.

Matteo Casilli, fotografo, ci parla delle sue impressioni a seguito della creazione della mostra Humans, in collaborazione con Intersos sul centro di accoglienza di Crotone.

Foto di Matteo Casilli

Mi ha chiamato Intersos perché gli piacevano i miei ritratti, volevano vedere il mio occhio su questa situazione; io che per la prima volta mi trovavo a raccontare una emozione simile, mi sono presentato, sono stato con loro, ho cercato di capire i problemi, le dinamiche. Sono entrato, così, senza fare foto all’inizio. La prima volta è stato molto toccante e mi ha commosso. Personalmente, è attraverso la fotografia poi che riesco a esprimere quello che penso e provo.

Quando fotografo qualsiasi persona, che sia Morricone o uno sconosciuto, cerco sempre, se posso, di conoscerlo, prenderci un caffè insieme, capire la sua storia: questo fa la grandissima differenza, visto che per me ciò che è più importante per un ritratto è conoscere la persona, chi è. Potevo fare foto molto più di impatto, ma io se uno sta male non lo vado a fotografare. E lì faceva veramente freddo, loro hanno fame, stanno male, sono bloccati lì senza documenti, gente laureata.

Foto di Matteo Casilli

Sono molto soddisfatto del risultato fotografico in termini tecnici, come ho avuto altre soddisfazioni in campo fotografico, ma in questo caso non me ne frega particolarmente perché sono più contento se serve a contribuire a giornate come questa, per far conoscere la situazione difficile che vivono questi ragazzi.

Laura Fatini ci racconta The Giufà Project ricordandoci che:

Attenti a fermare gli uomini. Si rischia di fermare anche le storie…

Foto di Andrea Micheletti

L’obiettivo di The Giufà Project è l’incontro tra diverse culture: due differenti culture riescono a parlarsi trovando un mezzo che le rispecchi entrambe; il personaggio di Giufà è questo mezzo. Lavorando con i migranti che hanno sofferto, ad esempio, non puoi chieder loro immediatamente ‘com’è stato il tuo viaggio’, ‘raccontami di te’, né è immediato l’approccio anche con gli altri che si sono avvicinati al progetto del ‘ok lavoriamo insieme’, ‘ok facciamo teatro insieme’, ‘parlami dei tuoi problemi’; bensì: ‘lavoriamo su qualcos’altro, su Giufà, in cui ci riconosciamo entrambi’. Le arti prendono in mano il dialogo e si fa quindi musica, teatro, danza insieme. Giufà è l’inizio. L’idea quindi è riscoprire delle radici comuni per favorire l’incontro, e questo mezzo funziona: dal 2014 ho trovato circa un centinaio di storie differenti su questo Giufà, di almeno 30 paesi differenti, ed è straordinario quando cominci a chieder a qualcuno ‘senti ma dalle tue parti c’è la storia di questo saggio folle, di uno un po’ sciocco?’, trovi risposte come ‘ah sì, mia nonna mi raccontava’: è straordinario.

Io lavoro in Italia con dei ragazzi migranti qui a Cetona. Un’enorme soddisfazione è vederli lavorare con i bambini, con gli stessi ragazzini che magari lo scorso anno avevano paura di loro e vederli collaborare, giocare, interagire senza problemi.

Una difficoltà è la iniziale diffidenza delle persone a cui proponi il progetto all’inizio, anche solo semplicemente per ospitarlo – anche se per fortuna alla fine sono riuscita a trovare sempre molto interesse. Iniziale diffidenza soprattutto dagli enti, dagli amministratori, dai politici, e un po’ dagli adulti (mentre i giovani non hanno assolutamente avuto nessun problema ad approcciarsi). Le persone che si propongono per attività del genere sono già sensibilizzate, anche se magari hanno i loro dubbi nei confronti dell’integrazione, però si aprono senza problemi.

Foto di Andrea Micheletti

Negli spettacoli che propongo su Giufà ci sono tante storie, piccole storie dove alla fine si propone il messaggio dell’integrazione: ‘siamo tutti uguali’; alla fine c’è una scena in cui si tirano fuori i giubbotti di salvataggio, ci sono i migranti e si parla dell’accoglienza, e viene fuori il tema principale: ‘attenti a fermare gli uomini, si rischia di fermare anche le loro storie’, perché fai vedere alle persone che quello che ci rende umani sono le storie, il fatto di narrarci, di raccontare; fai vedere che le storie sono tutte uguali, e che alla fine le storie parlano di persone in viaggio e di trasformazione, come quelle che ci hanno incantato da piccoli.

Link utili: The Giufà Project e The Complete Freedom of Truth

Verdiana Festa e Nicole Romanelli, che insieme a Pietro Gregorini e Michela Locati hanno ideato e portato avanti il progetto Solo in cartolina, ci raccontano le difficoltà e le soddisfazioni provate.

Foto di Andrea Micheletti

Il progetto è partito in modo spontaneo, non pianificato, e penso che questo sia stato un po’ il punto di forza. Abbiamo creato un gruppo dove oltre a noi, tanti altri che non si espongono su tematiche sociali, persone che solitamente non scendono in piazza perché magari non si occupano di queste cose, invece in questa campagna hanno detto la loro e hanno partecipato: hanno trovato un mezzo per poter esprimersi. I creativi che hanno partecipato, e anche dal pubblico, ci volevano aiutare in qualcosa, ci mandavano mail dicendo: ‘Possiamo darvi una mano? Come vi possiamo aiutare?’. Quindi interessati ci sono, esistono, sono più di quelli che noi perlomeno ci immaginavamo, e con tanti abbiamo iniziato collaborazioni, ci sentiamo, si continua, magari su altri lavori.

 Abbiamo ricevuto critiche sia ovviamente da un’opposizione che aveva un’opinione diversa dalla nostra, sia dal mondo della comunicazione, che magari aveva la nostra opinione ma per cui il nostro modo di comunicare non era corretto perché ironizzava troppo. Rispetto a come di solito si raccontano i migranti, la nostra voce è un po’ meno pesante e a volte anche sarcastica, però anche molto amara, tragicamente amara.

Io quello che posso dire è che siamo riusciti a spostare un po’ il target, nel senso che abbiamo parlato a chi volevamo parlare, ossia le persone della nostra età. Ci arrivavano le cartoline da ragazzi di 18, 19 anni! E i creativi hanno dato la direzione del progetto più che noi, che abbiamo dato loro l’input ‘metti nella cartolina un luogo di mare, saluti da, e rappresenta una scena che racconta quello che succede nei nostri mari’. Noi poi abbiamo filtrato. E ora che la campagna è finita però comunque ci cercano e ci mandano altre cartoline.

Ci siamo chiamati Creative Fighters (e anche poi nei giornali ci hanno iniziato a definire così), anche se questo nome ha destato il delirio, il nome fighters ‘ah perché è violenta’, perché noi per le idee si combatte. Combattiamo con il nostro strumento: la creatività.

A metà campagna c’è stato un altro tweet di Salvini in cui diceva ‘ciao amici mandatemi le vostre cartoline’ e chiamava i suoi seguaci a inviarci delle contro-cartoline. E sono arrivate: immagini di stupri, qualcuna un po’ fascista. Erano un po’, ma neanche troppe in realtà. Lo sai, nel momento in cui decidi di fare una cosa simile, lo sai benissimo: a me personalmente sono arrivate anche email a lavoro, visto che ero il tramite con l’ufficio stampa e usciva più spesso il mio nome, solo per questione di divisione dei compiti, e quindi probabilmente ho fatto un pochino di più da parafulmine rispetto ad altri.

Noi ora stiamo facendo questo spin off sulle Alpi: con questa campagna ci siamo spostati sul racconto, sulla storia di questo Amir che attraversa le montagne, per la quale ci siamo dovuti documentare e raccogliere le storie – vere – e scrivere una storia. Amir rappresenta un po’ tutti i migranti che attraversano il confine: le cartoline sono le puntate della storia che racconta questa traversata. Quando questo fundraising finirà, dovremo capire cosa fare, come tenere questo network e magari attivarci per una campagna l’anno, non solo cartoline ma anche altre tematiche, per esempio il climate change.

Chiara Cardaioli ci racconta il momento dedicato alle letture e alle attività per bambini 0-6 e 7-11 anni.

Foto di Andrea Micheletti

Domenica pomeriggio con tante mamme che ci hanno prestato la loro voce, abbiamo provato a seminare parole e racconti in varie lingue: spagnolo, arabo, inglese, albanese, rumeno. Abbiamo creato, attraverso le storie universali della letteratura per l’infanzia, un momento vero di integrazione: è forse questo l’obiettivo più alto di una Biblioteca pubblica. È stata l’occasione per valorizzare la lingua madre, che è la lingua del cuore, del ricordo, ed è stato bello sentire l’emozione nella voce di alcune lettrici. L’iniziativa è stata coordinata dalla Biblioteca comunale di Chiusi, all’interno del programma nazionale Nati per Leggere.

GEC&BOOK: Identità meticce, presentazione libri moderata da Caterina Guidi e con gli autori Giovanni Dozzini e Bruno Barba.

Foto di Andrea Micheletti

Caterina Guidi, ricercatrice alla European University Institute, ci parla dell’incontro e dei confini mentali, oltre che fisici.

L’incontro è essenzialmente la conoscenza dell’altro, incontrandoci ci riscontriamo un po’ simili in tutto, che siano desideri, aspirazioni, problematiche, e anche diseguaglianze. Penso che la reale diseguaglianza nel mondo moderno sia legata più a condizioni socioeconomiche che altro; che questo fatto venga poi manipolato e scientemente mascherato come un altro tipo di conflitto porta in sé la vera ragione stessa del conflitto. Se ci si accorgesse che, invece, si tratta di un problema di posizione socioeconomica, forse faremmo qualcosa di più: banalmente ci arrabbieremmo tutti insieme per migliorare questa condizione.

Nell’incontro con l’altro non c’è solo la somiglianza, ma anche la differenza. Sicuramente in occasioni come queste, per esempio, ci si riscopre quello che siamo, ossia uomini, donne e fondamentalmente esseri umani, in accordo con il tema della mostra fotografica Humans. Le etichette, siano esse appunto usate per definirci migranti, o per cittadinanza italiana, sono a volte comode: il diritto internazionale per sua stessa natura, per esempio, ha bisogno di esse per definire anche la protezione delle vulnerabilità. Allo stesso modo, l’economia pubblica ha bisogno di definire chi è vulnerabile per garantire maggiore protezione sociale. Purtroppo, a volte diventa la ragione stessa del pregiudizio e della mancanza di tensione nella conoscenza verso l’altro. A volte ci fermiamo alla sua stessa definizione, che è comoda, per riassumere la condizione dell’altro e per non conoscerlo davvero.

Ho lavorato in zone fuori dall’Unione Europea, come in Bosnia, e ho avuto modo di capire e apprezzare che cosa fosse la conoscenza reale dei problemi, toccarli con mano; ho cominciato davvero a capire l’importanza del mio passaporto e l’importanza di dover attraversare una frontiera: è totalmente aleatorio e qualcosa che non hai fatto niente per meritare. Ti è capitato di nascere da una parte del mondo rispetto ad un’altra. Spesso ho riflettuto su che cosa sia davvero il confine: lo puoi definire in modo positivo, ma può escludere allo stesso tempo, e in fondo lo stato nazione così come lo conosciamo è una creazione recente rispetto alla storia dell’umanità, solo tre secoli!

L’idea Europea è un po’ il superamento dei confini nazionali all’interno di un territorio comune, e la sua fragilità l’abbiamo vista quando qualcuno è venuto a bussare alle nostre porte e ha voluto far parte di questa terra, che io penso sia una terra di opportunità. 511 milioni di abitanti non dovrebbero spaventarsi di qualche milione di stranieri ma, anzi, essi stessi potrebbero essere i cittadini del domani di questa Unione Europea.

Penso veramente che l’approccio migliore sia di non raccontare più la migrazione con pietismo, – ovviamente senza per questo negare le tragedie del mediterraneo – garantendo prima di tutto condizioni dignitose di viaggio in sicurezza e raccontare la migrazione finalmente in un’ottica di storia dell’uomo. La mobilità è sempre esistita, e sempre esisterà. Nel bene e nel male nessuno fermerà la corsa al benessere di un altro individuo; bisognerebbe però pensarla in una prospettiva che non sia né di solidarietà né di carità, come spesso viene fatto, ma di cittadinanza, cioè nell’insieme dei doveri di cittadini e come parte di questa società europea. Io vedo questa come unica prospettiva per superare prima di tutto quello che è un confine mentale, e secondariamente quello che viene esercitato a suon di trattati dai governi nazionali.

Giovanni Dozzini, autore di E Baboucar guidava la fila – un romanzo, la storia di 4 protagonisti immaginari, ispirati però a ragazzi che l’autore conosce – ci parla di letteratura e politica.

La letteratura ha sempre un ruolo sociale e politico in senso ampio, perché incide sulle persone e sulle loro coscienze, sul modo di pensare, di sentire. Un romanzo come Babucar, per il tipo di storia che racconta, ha dei risvolti politici e sociali. Si parla di migranti, e parlare di migranti oggi ovviamente è un atto molto politico.

In particolare quello che io ho voluto fare è stato parlare di questo tema, che è enorme, in una maniera un po’ diversa rispetto a come si fa solitamente nella rappresentazione mediatica soprattutto, ma anche in letteratura. Perché negli ultimi anni alcuni libri, a livello narrativo, sono cominciati a uscire sulla questione migratoria, e la mia operazione è stata quella di proporre un racconto in presa diretta, cercando di non rivangare nel passato dei protagonisti: il viaggio, con la V maiuscola non lo racconto, bensì parlo di due giorni, di presente, cercando di raccontare il modo di porsi dei personaggi in un contesto completamente nuovo e pieno di possibilità ma anche di insidie. Il risvolto politico di questo romanzo sta nel tentativo di proporre una visione un po’ diversa di quelle persone che noi siamo abituati a considerare secondo categorie abbastanza approssimative e per luoghi comuni.

Anche se troppa poca gente legge libri rispetto a quanta ne servirebbe; anche se mi rendo conto che la gente, che viene alle presentazioni, che prende il libro in mano e lo legge, è già gente benevola nei confronti di questi ragazzi, comunque la letteratura può avere un ruolo. Quindi da un lato sento il limite della forma romanzo, dall’altro, soprattutto nel caso di Baboucar, credo che faccia pensare – d’altronde, io non voglio dare risposte, ma far ragionare la gente. Rispetto a questa grande questione dei migranti, anche chi ha un’attitudine più benevola a volte si rifà a dei cliché, per cui aderisce a uno schema un po’ pietistico: il migrante lo accogliamo, però a certe condizioni, nel senso che nel momento in cui lui non vuole più recitare la parte del ‘poveraccio’ fino in fondo cominciamo a stranirci. Il cellulare, l’ambizione di andare al mare, di fare una cosa tanto per farla: a volte anche una persona che accoglie questi ragazzi poi dice ‘eh però, non è che puoi lamentarti del vitto, non puoi pretendere anche di andare al mare, cioè vieni qua ti accolgo però, stai lì’. Leggendo questo romanzo si potrebbe un po’ cambiare il proprio punto di vista, incrinare qualche convinzione, anche legittima che una persona può avere. La letteratura deve far questo, far cambiare un po’ la prospettiva sulle cose, anche di un millimetro, perché poi uno ci ragioni, senza dare ricette o fornire risposte semplici.

Le rappresentazioni che noi abbiamo della realtà sono frutto dell’esperienza, quindi è normale da una parte affidarsi a quelle che ci vengono propinate in qualche modo, della quale ognuno fa la propria sintesi. Però, la narrativa rispetto, per esempio, all’informazione giornalistica, ha il privilegio di dare più tempo, di insistere sulle sfumature, e anche sulle contraddizioni. Quindi chi legge un libro può sfruttare questo privilegio, che ha lo scrittore ma ha anche il lettore; di conseguenza, la narrativa si fonda sulla complessità, la complessità è nemica degli stereotipi per cui, la narrativa credo che possa aiutare a scardinare un po’ la rappresentazione semplicistica della realtà e della società.

Bruno Barba, antropologo e autore di Meticcio, l’opportunità della differenza, ci regala spunti di riflessione importanti sul tema del meticciato culturale.

Prendiamo come punto di partenza il concetto di sincretismo religioso, che nasce da una reinterpretazione di due religioni che si incontrano e, a partire dalla loro unione, presentano poi un aspetto totalmente differente. Riferendomi al caso di uno dei miei campi di studio, la cultura brasiliana è tutta soggetta a questa dinamica, ovvero tutto è reinterpretazione: dalla musica alla gastronomia, e persino l’elemento biologico. C’è un salto logico forse un po’ ardito ma che in qualche modo spiega anche il fatto per il quale noi, tutti, siamo ibridi; tutte le culture sono ibride. La mistificazione della purezza, tanto dal punto di vista razziale, quanto del confine culturale, è qualcosa che si può definire ingenuo, sbagliato. Tutto è contaminato da sempre. Quindi, quando si parla di contenere confini, quando si tratta di difendere quella che qualcuno chiama addirittura la razza, si fa un’opera di disinformazione che può essere considerata o ingenua o malevola.

La migrazione, insieme alla percezione dell’alterità e all’ibridazione tanto biologica quanto culturale, è la costante più frequente nella storia dell’umanità. Da sempre gli uomini si muovono e si spostano, e questa è la ragione per cui non esistono le razze. Il fatto che le razze non esistono è dovuto al fatto che da sempre l’uomo ha scambiato geni, come anche dicono i genetisti, e come dice Barbujani tra gli altri. Queste riflessioni di fatto ci devono fare considerare l’immigrazione di oggi, soprattutto in Europa, come un fenomeno assolutamente normale, gestibilissimo – sarebbe stato, ed è ancora, gestibilissimo –, ma interessi vari fanno sì che la sua percezione sia appunto dell’ingovernabilità del fenomeno.

Io dico sempre che si perde di una cultura ciò che vale la pena perdere, magari attraverso strategie di resistenza, perché poi il destino meticcio non è un destino segnato, o tracciabile facilmente e di cui già oggi possiamo noi prefigurare i confini e gli effetti. È un processo che sicuramente avverrà come sta avvenendo e i cui effetti sono difficilmente calcolabili. Di sicuro, si tratta di effetti benefici nel lungo termine, perché le culture sopravvivono soltanto attraverso la contaminazioni. Quella cultura che si ritiene di poter proteggere, e alla quale si impone una protezione, è una cultura folclorizzata – le riserve indiane per intenderci –; mi rendo conto che possano esserci buone intenzioni alla base, ma non è così che si difendono le culture: sono gli uomini, che hanno la voglia e l’interesse a conoscere l’alterità. Un’altra mistificazione: la paura dell’altro nasce semplicemente dalla non conoscenza, o meglio, è legata all’ignoranza di che cosa l’altro è.

In questo momento, considerare ‘gli immigrati come risorse’ e prendere come paradigma i pochissimi casi in cui avvengono tragedie, diventano elementi discriminatori e critici, separanti, legati a un certo modo di pensare fortemente ideologicamente orientato. Pensando invece agli effetti macroscopici del fenomeno, è innegabile rendersi conto che le culture, gli uomini, la biologia, tutto ciò che ha a che vedere con il contatto, è favorito dal contatto stesso.

Sul ruolo e i doveri dell’antropologia oggi…

I doveri oggi sono intanto a rimediare a una percezione che l’antropologia storica ha contribuito a creare – non dimentichiamoci che le teorie evoluzioniste, il razzismo stesso, il differenzialismo, le enfasi date anche, magari con buone intenzioni, al multiculturalismo come sottolineatura della diversità, possono produrre una tendenza all’incomunicabilità. L’idea meticcia serve apposta a superare, a dare un’accelerata alla proposta multiculturalista, perché se il multiculturalismo accetta le diversità, le inserisce però in un ambiente, in una città, in un contenitore sperando in una pacifica convivenza. Il meticcio, questa convivenza la propone attraverso la capacità di ricreare stimoli culturali, e attraverso l’idea che i fatti e le usanze possano sempre essere migliorabili. L’uomo è tendenzialmente creativo, non passivo, e fruitore di quello che si chiama, appunto, cultura. Se qualcuno usa la cultura come alibi e come se fosse una cappa dalla quale gli uomini non possono né ribellarsi, né discutere, Jorge Amado ci ricorda invece che il razzismo si combatte a letto; il razzismo si combatte attraverso l’osservazione, la curiosità e il desiderio di conoscere l’altro e dell’altro scegliere ciò che ci fa bene.

Se in Europa la narrazione è legata alla tradizione, alla purezza, allo stesso tempo l’antropologia ci insegna che le tradizioni, la purezza, l’idea di razza, di confine, di Stato, sono tutte finzioni, creazioni contingenti e storiche che si possono, così come sono state proposte, riproporre, cancellare, modificare, modellizzare.

Conclusioni

Per concludere quella che si è rivelata una raccolta di riflessioni ricchissima, nonché un momento di dialogo fondamentale, cercherò di essere breve, mantenendo però la speranza che si continui ad affrontare queste tematiche da un punto di vista critico e riflessivo molto a lungo e approfonditamente.

Difatti, quella che ritengo sia la vera ricchezza di eventi come quello che si è svolto a Chiusi il 24 marzo, è finalmente dire le cose come realmente sono, scevri da maschere ed illusioni. A mio parere, solo parlando chiaramente, e onestamente, saremo in grado di migliorarci e di crescere.

Credo che se da una parte Identità meticce abbia riunito e invitato al dialogo i fautori di tanti progetti, uno più bello dell’altro, e attività stimolanti – citiamo nuovamente la mostra Humans, The Giufà Project, il progetto Solo in Cartolina, l’arte in live del collettivo Becoming X – Art+Sound Collective, le letture per i bambini a cura di Biblioteca Comunale e Informagiovani Città di Chiusi, con gli operatori di Nati per Leggere Siena, il tutto condito dall’aperitivo con i vini dell’ Azienda Agricola Nenci –, e che quindi abbia mostrato come esista un’Italia attiva e viva nei confronti dell’integrazione, dall’altro abbia sollevato due idee importanti, in particolare.

Sarò brevissima, perché breve deve essere, secondo me, il tempo in cui tutti noi possiamo renderci conto del poco che serve per iniziare a migliorare la situazione attuale.

Una realizzazione chiara, e semplice, che:

La mobilità è parte della storia dell’uomo da sempre.

La migrazione non deve essere vista con pietismo, ma come la normale corsa al benessere di un altro individuo, cosa che facciamo tutti in un modo o nell’altro.

Senza confini mentali. Quelli che vengono creati per paura dell’altro, quando la paura è un sintomo della mistificazione di una società attuale che vuole imporci le sue regole ma che, fortunatamente, consciamente o inconsciamente, siamo in grado di resistere, e resistiamo.

Vediamo orizzonti dove voi ancora tracciate confini.

[Valentina, 28 anni]

 

 

Foto in copertina di Andrea Micheletti, opera di David Ferracci del collettivo Becoming X

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Migrazioni e dignità: la mostra itinerante “Humans”

Il tema delle migrazioni internazionali, dei richiedenti asilo che attraversano il Mediterraneo e delle difficili politiche di gestione dei flussi migratori è ormai da molti anni al centro del dibattito…

Il tema delle migrazioni internazionali, dei richiedenti asilo che attraversano il Mediterraneo e delle difficili politiche di gestione dei flussi migratori è ormai da molti anni al centro del dibattito sociale, e anche la nostra redazione ha spesso affrontato questo tema, sempre più presente in un territorio rurale come quello della Valdichiana.

La mostra fotografica “Humans”, inaugurata lo scorso venerdì 23 giugno presso il Palazzo Comunale di Montepulciano, si inserisce perfettamente in questa tematica: è infatti una mostra itinerante, che oltre alla cittadina poliziana verrà ospitata nelle prossime settimane a Chianciano Terme e a Monticchiello, organizzata dal Centro Pari Opportunità dell’Unione dei Comuni della Valdichiana Senese. Le fotografie sono state scattate da Matteo Casilli per l’organizzazione umanitaria Intersos e ritraggono i richiedenti asilo nel centro di accoglienza di Crotone: il loro scopo è quello di sensibilizzare gli spettatori, attraverso immagini di forte impatto emotivo, sui temi dell’immigrazione e della dignità umana.

Il progetto è nato grazie al coinvolgimento del Coordinamento Associazioni Valdichiana per un’Europa senza Muri, che già da molti mesi ha iniziato una proficua collaborazione con Intersos. Il coordinamento è impegnato sui temi dell’accoglienza e dell’integrazione e si avvale del contributo di Legambiente Valdichiana, Amica Donna, ANPI, Croce Verde Chianciano, Auser, Incontriamoci, Teatro Povero di Monticchiello, Libera Università Iris Origo e tante altre. Il punto di contatto è Intersos, l’organizzazione presente in oltre 20 Paesi nel mondo e che porta il suo contributo nei luoghi di emergenza. All’inaugurazione della mostra era presente il responsabile della comunicazione, Giovanni Visone:

“Abbiamo cominciato un percorso di collaborazione con le associazioni locali più di un anno fa, sulla spinta della campagna sull’emergenza profughi in Grecia. Dopo un anno non abbiamo assistito solamente all’innalzamento di muri fisici, come nei balcani, ma si sono rafforzati anche i muri culturali. Forse per la prima volta da quando l’uomo è arrivato a concepire la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e la definizione dello status di rifugiato, quelle conquiste vengono esplicitamente messe in discussione dagli stessi Paesi che le hanno create.”

I valori a cui si ispira Intersos sono proprio quelli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: la difesa della vita e della dignità delle persone, in ogni Paese del mondo. Il progetto fotografico “Humans” nasce proprio da questi valori e dalla necessità di restituire dignità ai migranti, attraverso il ritratto.

“Lo scorso anno la stazione ferroviaria di Crotone ospitava più di 200 rifugiati, accolti in condizioni allucinanti. Grazie allo sguardo puro e libero di Matteo Casilli abbiamo cercato di rimetterli in piedi, e restituire loro la dignità attraverso lo sguardo degli altri. Il mondo ormai è questo, nessuno può più rimanere chiuso nel suo centro, nemmeno in Valdichiana. La sfida che abbiamo di fronte è quella di rafforzare la conoscenza dei problemi dei territori locali, e dall’altra parte avvicinarli a quello che accade nel mondo e nelle zone di conflitto.”

La mostra fotografia è stata fortemente voluta dal Centro Pari Opportunità, a cui partecipano i delegati dei Consigli Comunali di tutti i membri dell’Unione dei Comuni della Valdichiana Senese.

“Questa mostra risponde a un’esigenza nata da tempo, ovvero quella di allargare i temi da trattare in termini di accesso ai servizi alle pari opportunità. – spiega Lorenza Duchini, organizzatrice dell’evento – Il Centro Pari Opportunità, negli scorsi anni, si è concentrato principalmente sulla tematica femminile, grazie al Centro Antiviolenza gestito dall’associazione Amica Donna. Dalle delegate è però scaturita la necessità di lavorare anche su altre tematiche, ad esempio le barriere architettoniche e l’integrazione dei migranti. Dopo aver conosciuto Intersos,abbiamo deciso di fare un passo successivo, proponendo la mostra “Humans” nel nostro territorio, per portare un baluardo di conoscenza rispetto alla tematica delle migrazioni, uscendo dallo schema della contrapposizione rabbiosa dei social network.”

La mostra itinerante ha infatti come obiettivo quello di incontrare pubblici diversi, cambiando allestimento in luoghi gratuiti e fruibili a tutti; dopo Montepulciano sarà la volta di Chianciano Terme e infine a Monticchiello, durante il periodo del Teatro Povero. In questo modo, le immagini dei migranti si confronteranno non soltanto con coloro che hanno più predisposizione ad approfondire tali tematiche, ma anche con il resto della popolazione locale. L’ambizioso obiettivo, infatti, è quello di scardinare gli stereotipi, sensibilizzare e informare sulla vita dei migranti:

“In questo momento i migranti hanno bisogno di attenzione da parte di chi si occupa delle pari opportunità, e infatti abbiamo accolto questo progetto molto volentieri. – commenta Gessica Nisi, presidente del Centro Pari Opportunità – Nel nostro territorio i richiedenti asilo sono una realtà: vengono accolti, ma inseriti in maniera molto marginale, non sono molto integrati nella comunità. Il Centro Pari Opportunità deve quindi lavorare anche in questa direzione, per informare e sensibilizzare.”

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L’accoglienza dei migranti: come bambini in un asilo

Il tema dell’accoglienza dei migranti dovrebbe più correttamente riferirsi ai “richiedenti asilo”. Stiamo infatti parlando di persone che lasciano il paese d’origine e sono temporaneamente accolte in Italia o in…

Il tema dell’accoglienza dei migranti dovrebbe più correttamente riferirsi ai “richiedenti asilo”. Stiamo infatti parlando di persone che lasciano il paese d’origine e sono temporaneamente accolte in Italia o in Europa perché hanno fatto richiesta di un diritto internazionalmente riconosciuto e presente anche nella nostra Costituzione. Fintanto che il sistema giudiziario non valuta la correttezza delle loro richieste, essi sono definiti da uno status ambiguo che li lascia in un limbo che è quasi fuori dall’ordinamento sociale e giuridico; può durare per molti mesi, addirittura anni.

D’altronde, la stessa parola “asilo” rileva un’ambiguità di fondo in questo contesto, se consideriamo la sua etimologia. Dal greco Asylum, era riferito ai templi o ai luoghi sacri in cui i criminali erano temporaneamente protetti dal diritto di cattura: luoghi sicuri e fuori dalla legge, poiché si situavano sopra di essa. Da luogo sicuro per i colpevoli, nell’età classica, a luogo sicuro destinato ai bambini nell’età contemporanea: oggi l’asilo è il luogo in cui poter lasciare gli infanti mentre i genitori sono al lavoro, per accudirli e farli crescere, in quanto non sono ancora autosufficienti per vivere nella società e non hanno ancora pienamente acquisito lo status di persona.

Che siano riferiti all’accezione di criminali o bambini alla ricerca di un luogo sicuro, quindi, coloro che ricorrono al diritto d’asilo nell’ambito delle migrazioni internazionali hanno già, per definizione, uno status inferiore a quello della persona libera.

Per approfondire questi temi ho analizzato un caso di studio sul territorio in cui vivo: il centro di accoglienza di Montepulciano Stazione. Ho svolto interviste e ricerche, raccolto storie di vita e documentazioni nel corso dei primi mesi del 2017; da questa inchiesta è nato un lavoro molto più complesso e articolato, di cui vi propongo alcuni punti salienti.

I sistemi di accoglienza in Italia

L’eccellenza del sistema di accoglienza nel nostro Paese è rappresentata dalla rete SPRAR, ovvero il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Esso è costituito dalla rete degli enti locali, supportati dalle associazioni del terzo settore, che garantiscono interventi di accoglienza integrata. Lo SPRAR è un sistema che consente non soltanto la distribuzione di vitto e alloggio, ma anche i servizi di assistenza e orientamento, l’inserimento sociale ed economico, la mediazione culturale. Si tratta di un sistema che ha ricevuto numerosi attestati di merito e che è specificamente destinato ai richiedenti asilo e ai rifugiati.

Non tutti gli enti locali, tuttavia, hanno aderito alla rete SPRAR: ad oggi si contano soltanto circa 1200 comuni su un totale di circa 8000 comuni italiani. Alla fine del 2016 la situazione è quella ben descritta dall’approfondimento de “La Stampa”, con Comuni in sofferenza e altri neppure toccati dalla situazione.

Inoltre, l’ambigua condizione che continuano a vivere i migranti (sospesi tra richiedenti asilo, titolari di un qualche tipo di protezione internazionale, profughi o clandestini) ha impedito di fare chiarezza tra i centri di accoglienza primaria (per l’identificazione dei richiedenti asilo e la gestione delle prime fasi di arrivo) e quelli di accoglienza secondaria (per l’inserimento sociale e culturale di coloro che ne hanno diritto), finendo per mischiare le carte in tavola e smistando i migranti, sulla base della contingenza e dell’emergenza, tra le varie tipologie di strutture.

Non tutti gli enti locali hanno aderito alla rete SPRAR, ma gli sbarchi non si sono fermati. Per quanto non si possa parlare di “invasione” o di “emergenza sbarchi”, il numero degli arrivi è comunque superiore ai posti messi a disposizione da questa rete (nel 2016 circa 360mila sbarchi a fronte dei circa 26mila posti disponibili – attraverso le fonti di Open Migration). Lo Stato italiano ha quindi dovuto ricorrere ad altre tipologie di centri accoglienza quali il  Cpsa, il Cara, il Cie, e soprattutto i Cas, a partire dal 2014; misure alternative che permettessero comunque di distribuire la presenza dei migranti nei territori, anche in quelli periferici, diminuendo la loro incidenza nelle grandi città e nelle periferie.

Sono soprattutto i centri Cas a costituire la parte più ambigua del sistema: essi non hanno bisogno del rapporto diretto con l’ente locale e al loro interno vengono smistati anche i richiedenti asilo che avrebbero diritto ai servizi più avanzati di inserimento. È bene chiarire che la criticità dei Cas non è soltanto relativa al mancato esercizio di un diritto, ma anche alla loro peggiore gestione, al loro costo più alto e alla loro efficienza più bassa. Nei Cas la rendicontazione dei costi è più difficile da ottenere e la trasparenza non è sempre garantita.

La riuscita dei Cas dipende dalla singola capacità degli operatori dei centri, e questo denota una mancanza di strutturazione del servizio: la buona accoglienza, con questo sistema, diventa l’eccezione e non la norma. A questo proposito, la campagna “InCAStrati” mira a mettere in luce le storture e l’ambiguità del sistema di accoglienza in cui stiamo vivendo: ci troviamo infatti di fronte a una cipolla a più strati, un sistema di accoglienza che dal 2014 ad oggi non è cambiato, e in cui la situazione non fa che peggiorare.

I migranti di Montepulciano Stazione

In questo contesto si inserisce il centro di accoglienza di Montepulciano Stazione, che ha cominciato le sue attività a Dicembre 2016. Si tratta di un Cas gestito da un imprenditore di Chianciano Terme, Massimo Fiorini, all’interno di una struttura alberghiera, con il supporto di un’associazione del terzo settore di riferimento, ovvero la Croce Rossa locale.

Il centro gestisce 26 migranti provenienti da Ghana, Nigeria, Somalia, Costa d’Avorio, Mali, Bangladesh e Pakistan, suddivisi in 24 adulti e 2 bambini. Per loro stessa ammissione, l’esperienza si sta rivelando buona: durante le mie interviste ho raccolto commenti positivi e nessuna lamentela.

La struttura di accoglienza funziona sulla base di precisi orari: la colazione alle ore 7:30 di mattina, il pranzo alle ore 12:00, la cena alle ore 18:00. Tale orario costituisce anche la chiusura serale del centro: se qualcuno degli ospiti dovesse rientrare nella struttura dopo l’orario stabilito, i gestori sono tenuti a comunicarlo alla Prefettura per eventuali provvedimenti disciplinari.

Il regolamento del centro di accoglienza cita anche i casi di allontanamento: l’uscita dei migranti è consentita limitatamente alle ore diurne. Chi vuole allontanarsi per più tempo, per motivi personali o per attività connesse alle domande di asilo, deve effettuare una richiesta preventiva alla prefettura per ottenere un permesso temporaneo.

In cambio dell’erogazione dei servizi del centro, i migranti ospitati a Montepulciano Stazione si impegnano a firmare quotidianamente il registro delle presenze, frequentare i corsi di lingua italiana, partecipare alle pulizie degli spazi privati e comuni. Alcuni vorrebbero lavorare, ma finché non hanno una richiesta provvisoria di permesso di soggiorno, non posso essere iscritti all’ufficio di collocamento. Tre di loro hanno fatto richiesta per frequentare il corso e diventare volontari della Croce Rossa di Montepulciano Stazione.

I richiedenti asilo imparano la lingua italiana

Non-persone, bambini e migranti

Il caso di Montepulciano Stazione mi permette di affrontare alcuni aspetti complessivi del sistema di gestione. Il fulcro della questione è già nella definizione linguistica: la parola asilo rappresenta pienamente tutta l’ambiguità di fondo del contesto in cui vivono i migranti nei centri di accoglienza. L’asilo è il luogo sicuro in cui i criminali si rifugiano, il luogo sacro situato sopra la legge; ma è anche il luogo sicuro in cui i genitori lasciano i figli mentre vanno al lavoro.

Gli infanti nell’asilo non sono ancora sufficientemente maturi: non sono ancora diventate persone. In maniera simile, i criminali posti fuori dalla legge, nel sacro territorio dell’asilo, non possono essere catturati e quindi neppure difesi: sono temporaneamente fuori dalla legalità, dal sistema dei diritti e dei doveri che accomuna tutte le persone che hanno acquisito lo status di cittadino.

Anche un criminale, che ha un’accezione negativa, è diventato perlomeno una persona, rispetto a chi rimane fuori da questo sistema. Finché rimane dentro all’asilo, è una non-persona, che non può neppure accedere al sistema giudiziario. Al pari dell’infante, però, l’asilo è una condizione temporanea: prima o poi il bambino crescerà, e potrà diventare una persona a tutti gli effetti.

Anche i richiedenti asilo si trovano in una situazione temporanea di non-persone. Sono in attesa di valutazione da parte di una commissione competente, e fintanto che questa condizione perdura, sono accolti nel loro asilo, un luogo sicuro e separato dalla cittadinanza. Dentro all’asilo non si è ancora persone: in cambio della sicurezza, si perdono autonomia o libertà ( o non si acquistano mai, finché non se ne esce). D’altronde, lo stesso sistema di accoglienza della rete Sprar ha come obiettivo la “(ri)conquista dell’autonomia” da parte dei richiedenti asilo e quindi dello status di persona libera: segno evidente che i migranti che si trovano al loro interno non hanno ancora un’autonomia e si trovano in una posizione ambigua e indefinita.

In uno Stato come quello italiano, in una civiltà come quella occidentale, in cui lo status di persona è riconosciuto a ogni individuo, i richiedenti asilo sembrano provocare un paradosso. Non sono delle persone, ma devono ancora diventarlo, come se fossero degli eterni bambini.

Questo tema era già stato al centro del mio precedente lavoro sui migranti di Torrita di Siena. Alla fine di tale ricerca avevo teorizzato la figura del migrante come quella del figlio adottivo, che attraverso il sistema di gestione dell’accoglienza riceve vitto, alloggio, vestiti e paghetta mensile. In cambio di questi servizi, forniti dal loro genitore adottivo rappresentato dal centro di accoglienza, sacrifica la sua dignità di persona e il pieno godimento dei diritti individuali.

La situazione nel centro di accoglienza di Montepulciano Stazione è simile: anzi, il regolamento predisposto dalla Croce Rossa in accordo con la Prefettura di Siena permette di fare un ulteriore passo avanti nella riflessione. Il regolamento chiede il rispetto di una serie di impegni e di divieti, oltre a dare delle indicazioni generali sui servizi offerti e sul modello di comportamento; in caso di ripetute infrazioni o grave violazione dello stesso, è previsto l’allontanamento della struttura o addirittura la revoca del diritto all’accoglienza.

La tabella dei divieti imposti agli ospiti è molto interessante, perché mischia norme di carattere legale a considerazioni di carattere morale; mischia indicazioni di “buona educazione” a condizioni d’uso della struttura alberghiera. Vi sono comprese norme già sancite dal diritto pubblico, e che non avrebbero bisogno di essere specificate, perché sono già vietate per legge (usare violenza contro altre persone, usare droghe, danneggiare la proprietà privata); vi sono limitazioni più strette rispetto a quelle che le persone, facenti parte della comunità dei cittadini, devono rispettare (usare alcolici, ospitare amici e parenti). E poi, accanto a quelle che potremmo considerare come delle norme di salvaguardia della struttura alberghiera ospitante, ci sono le indicazioni di buona educazione (rovistare nei cassonetti della spazzatura) che sembrano essere indirizzate più alla percezione esterna che la cittadinanza potrebbe avere degli ospiti, che a una reale necessità di gestione del centro.

Queste non sono norme necessarie alla corretta gestione di un centro d’accoglienza per richiedenti asilo: sono le norme di un collegio. Gli ospiti all’interno della struttura sono considerati al pari di eterni bambini, rinchiusi in un collegio con regolamenti più stringenti rispetto a quelli a cui ha diritto la società di persone. E a cui loro non hanno ancora diritto, in quanto non-persone.

La condizione di eterni bambini è il risultato dell’infantilizzazione che costringe i richiedenti asilo in un limbo che tra rinvii burocratici e appelli giudiziari può durare anni; in questa condizione temporanea essi sono costretti a vivere nel collegio dei centri di accoglienza, in attesa che venga loro riconosciuto lo status di persona, nel luogo sicuro e fuori dalla legge costituito dal loro asilo.

Ma le persone continueranno a migrare e a cercare di migliorare la propria condizione; prima o poi i bambini diventeranno adulti, e non potremo chiuderle in luoghi sicuri per tutta la vita.

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Da uno dei tanti a gOLD BOY – Storia di ordinaria integrazione

Tutti, da piccoli, abbiamo sognato e pensato a cosa avremmo fatto da grandi, a quale sarebbe stata la nostra professione, a come sarebbero state la nostra casa e la nostra…

Tutti, da piccoli, abbiamo sognato e pensato a cosa avremmo fatto da grandi, a quale sarebbe stata la nostra professione, a come sarebbero state la nostra casa e la nostra vita. Molti di questi sogni magari si sono avverati, altri richiederanno un po’ più di impegno per far sì che si avverino, mentre altri li abbiamo abbandonati, pensando che non si sarebbero mai avverati.

Nonostante questo, però, è severamente vietato smettere di sognare, perché sognare è bello, stimola la fantasia che fa muovere le idee e le idee, se messe in atto, permettono di migliorare il mondo.

Quel mondo migliore molte persone sperano di trovarlo sotto casa, altre invece lo cercano altrove. Chi lo cerca altrove molto spesso è perché fugge da una realtà che invece di aiutare a realizzare i sogni li nega, come nega la possibilità di avere un futuro e la dignità di vivere il presente.

Molte persone sono disposte a tutto pur di raggiungere quel mondo che è ancora in grado, in qualche modo, di darti dignità, futuro e che ti permette di sognare. Terre e Paesi lontani che per essere raggiunti comportano viaggi lunghissimi che potrebbero durare settimane, a volte mesi. Bisogna attraversare continenti sconosciuti e mari pericolosi, a bordo di mezzi fatiscenti su cui si sale solo a fronte di lauti pagamenti. Molto spesso, questi viaggi non portano alla dignità, non portano ad un futuro, non portano alla realizzazione dei sogni, portano solo alla morte.

Forse anche Moustapha, un ragazzo ivoriano di ventun anni, è partito dalla sua casa in Costa d’Avorio con in tasca i sogni e la speranza di trovare un mondo migliore al di là del Mediterraneo, un mondo che fosse in grado di accoglierlo e che sapesse ridargli quella dignità e quel futuro che il suo Paese non sembrava in grado di dargli. Infatti, attualmente la Costa d’Avorio è scossa da una situazione politica molto grave, che sta riscuotendo un grave tributo di sangue dalla popolazione civile.

Moustapha è un rifugiato politico in affido ad un’associazione locale in un comune della Valdichiana. Queste sono le generalità burocratiche di Moustapha, ma c’è di più: questo ragazzo ivoriano, arrivato da qualche mese in Italia, ha già una bella storia da raccontare, e la comunità che lo ha accolto una bella lezione di vita da esporre.

Una sera, Moustapha è stato notato dietro la rete del campo da calcio di Renzino, una nota zona di Foiano della Chiana, dai giocatori della squadra gOLD BOYs durante il loro allenamento settimanale. Uno di loro si è avvicinato a quel ragazzo di colore con gli occhi pieni di ammirazione e la voglia di dare due calci al pallone, e gli ha chiesto se volesse giocare insieme a loro. Il gOLD BOY non sapeva se quel ragazzo fosse capace di giocare a calcio o meno, ma il giocatore non ci ha messo molto a capire che in quello sguardo c’era una passione per lo sport paragonabile a quella di un bambino che sogna di diventare un grande calciatore, per poter giocare nei più grandi club calcistici del mondo.

img-20161011-wa0000E così i gOLD BOYs lo hanno accolto nella squadra. Il passo dalla semplice partita in allenamento alla visita medica sportiva e al cartellino è stato breve: oggi Moustapha è entrato a far parte a tutti gli effetti dei gOLD BOYs. Fin dai primi allenamenti, questo ragazzo con gli occhi pieni di speranza si è rivelato subito un buon giocatore, anche se un po’ taciturno.

Purtroppo, Moustapha non conosce la lingua italiana e per parlare con gli altri ragazzi della squadra si fa aiutare da un suo amico che gli fa da interprete. L’accoglienza da parte della squadra è stata fin da subito ammirevole: tutti si sono adoperati per far sentire Moustapha parte integrante del gruppo. I gOLD BOYs hanno donato a Moustapha le scarpette, la felpa e la tuta, la maglia e i pantaloncini. Così, dopo tre settimane di allenamenti e amichevoli, sabato 1 ottobre Moustapha ha esordito nel campionato di seconda divisione Uisp di Arezzo davanti al pubblico di Renzino e ai suoi amici.

La partita è stata esaltante, la prova superlativa, lo strabiliante lavoro di squadra e di integrazione hanno portato la gOLD BOYs a una favolosa vittoria sotto tutti i punti di vista, non solo sportivo e calcistico.

La vittoria simbolica è quella di un ragazzo venuto da lontano che ha trovato nella comunità che lo accolto la dignità perduta. Moustapha ha ricevuto dai ragazzi della gOLD BOYs una solidarietà che può metterlo in condizione di costruire il suo futuro con passione e impegno, ingredienti indispensabili per realizzare i propri sogni. Si sa, il fare squadra paga sempre: è questo il potere dell’aggregazione e dell’associazionismo.

Certo, la gOLD BOys non è un club sportivo internazionale, ma a Moustapha non importa: quel bambino, ormai grande, che ha lasciato la sua Terra dilaniata dalla sete di potere, può ricominciare a sognare di diventare un grande campione.

Questa storia ha entusiasmato tutti, dai giocatori alla dirigenza e all’intera cittadinanza. I giocatori della gOLD BOYs hanno voluto condividere con noi, con un pizzico di emozione e di orgoglio, questo bell’esempio di integrazione per farlo diventare un inno all’accoglienza. Perché accogliere è un po’ mettersi in gioco: accogliere non vuol dire soltanto dare ospitalità, ma anche imparare a convivere in maniera reciproca con chi è diverso da noi per nazionalità, per usi e costumi e per il modo di relazionarsi con il mondo. Una cosa che sicuramente accomuna tutte le persone è la speranza per il futuro, e anche i sogni sono più ai simili ai nostri di quanto crediate.

 

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Accoglienza migranti: l’esperienza di Torrita di Siena

Il tema dei migranti torna ciclicamente alla ribalta, nei mezzi di informazione, in occasione delle emergenze umanitarie, delle diatribe politiche o dei casi di cronaca. Eppure, i flussi migratori sono uno degli elementi più importanti della società contemporanea, nell’epoca della globalizzazione e della digitalizzazione: lo studio delle migrazioni non dovrebbe essere schiavo dell’attualità, della cronaca o della politica, ma a mio avviso dovrebbe ricevere maggiore dignità assieme alle disciplin

Accoglienza migranti: l’esperienza di Torrita di Siena

Il tema dei migranti torna ciclicamente alla ribalta, nei mezzi di informazione, in occasione delle emergenze umanitarie, delle diatribe politiche o dei casi di cronaca. Eppure, i flussi migratori sono uno degli elementi più importanti della società contemporanea, nell’epoca della globalizzazione e della digitalizzazione: lo studio delle migrazioni non dovrebbe essere schiavo dell’attualità, della cronaca o della politica, ma a mio avviso dovrebbe ricevere maggiore dignità assieme alle discipline che lo approfondiscono.

Alessio, Gano e Paolo

Alessio, Gano e Paolo

Questo è lo spirito che ha animato questa piccola inchiesta, nell’autunno del 2015: approfondire il tema dei migranti e della loro accoglienza in Valdichiana, fuori dalla retorica della politica o dei casi di cronaca, concentrandosi sugli aspetti sociali e culturali di coloro che si trovano ospiti nella comunità di Torrita di Siena. Una breve ricerca sul campo, che ho potuto compiere sulla base della mia esperienza accademica in Antropologia culturale ed Etnologia all’Università di Siena, e che ha visto la luce grazie alla collaborazione di Valdichiana Media, della Pubblica Assistenza di Torrita di Siena e dell’Amministrazione Comunale di Torrita di Siena, a cui vanno i miei sinceri ringraziamenti per la disponibilità.

Ho scelto di raccontare l’esperienza di Torrita di Siena con i migranti per via delle sue caratteristiche particolari, che saranno esaminate più avanti, e che a mio avviso permettono una riflessione più accurata.

È dallo scorso luglio, infatti, che otto giovani migranti senegalesi sono stati accolti nel paese di Torrita, in accordo con la prefettura e con l’amministrazione comunale, grazie alla supervisione della Pubblica Assistenza locale. Una scelta, quella dell’accoglienza ai migranti, che ha suscitato critiche e pareri contrapposti, e che con il passare dei mesi è andata via via sparendo dalle prime pagine dei giornali.

La mia scelta è stata quella di raccogliere le storie dei giovani migranti: Gano Abdoulaye, Diao Issa, Kante Yaya, Balde Omar, Tall Daouda, Cham Modou, Namadio Gnansou e Balde Abdoulaye. Sono partito dalle loro esperienze private, come persone dotate di una loro dignità, per comprendere meglio il sistema di accoglienza e la situazione sociale in cui si trovano a vivere. Una storia che può essere raccontata, quindi, attraverso le vicende esemplari di uno di loro, Abdoulaye Balde, che nonostante l’imbarazzo iniziale è stato felice di condividere le sue esperienze personali, fatte di gioie e dolori.

“Spesso non si tiene conto del fatto che “i migranti” non sono una categoria astratta con determinate caratteristiche, ma persone, ognuna delle quali con storie, forze, debolezze, perfidie e sensibilità proprie.” (D.Settineri, Dialoghi Mediterranei, marzo 2015)

Il viaggio di Abdoulaye

Abdoulaye Balde è nato nel 1996 in Senegal, in un piccolo villaggio di campagna chiamato Mamadi. Ha scelto di emigrare dal suo paese d’origine per via dei conflitti e della guerra civile: due anni di viaggio per arrivare in Italia il 4 marzo del 2014.

Ma andiamo con ordine, perché il viaggio di un migrante non è veloce né semplice: non è un viaggio turistico, è una lotta per la sopravvivenza. Innanzitutto, quali sono i motivi che hanno spinto Balde ad affrontare questo pericoloso viaggio? Da una parte c’è la difficile situazione politica che attraversava il suo Paese, dall’altra le aspettative di una vita migliore in Europa. Amici e conoscenti che erano state in Italia gli avevano parlato bene del nostro Paese, gli dicevano che poteva trovare migliori aspettative di vita, e consigliavano di affrontare il viaggio.

Adboulaye Balde durante la lezione di lingua italiana

Adboulaye Balde durante la lezione di lingua italiana

Nel 2012 Balde lascia quindi il Senegal, salutando la mamma e due sorelle. Decide di partire per un futuro migliore, per la sua famiglia ma anche per sé stesso. In Senegal aveva studiato per cinque anni, aveva anche lavorato un po’ in campagna: un piccolo investimento per affrontare la prima tappa del viaggio, che da Mamadi lo porta fino al Mali. Anche nel Mali, Balde deve guadagnarsi da vivere con qualche lavoretto per qualche mese (agricoltore, muratore, commerciante al dettaglio), fino ad accumulare abbastanza soldi per continuare il viaggio. Prima un autobus verso il Niger, poi verso la tappa successiva, ovvero la Libia. Ogni volta a lavorare nei campi e nei cantieri, ogni volta a racimolare abbastanza soldi per continuare il viaggio verso l’Europa.

La Libia è probabilmente la tappa più difficile: all’entrata nel Paese si è dovuto fare tre mesi di prigione. “Se non hai abbastanza soldi per pagarti l’ingresso – mi racconta – ti fai la prigione. In Libia è difficile lavorare, non vogliono persone africane”. Balde ha insistito e dopo la prigione è riuscito a trovarsi altri lavoretti: ha dovuto risparmiare cinquecento euro per pagarsi il passaggio verso la Sicilia. Il passaggio del Mediterraneo è avvenuto nel marzo del 2014: novantacinque persone stipate in un barcone rotto e vecchio, che imbarcava acqua. Una carretta del mare di quelle che riempiono le prime pagine dei giornali, quando affondano in grande quantità: e che spariscono dalle memorie collettive, quando la traversata va a buon fine.

“La barca era rotta, entrava l’acqua… noi avevamo tutti paura, pensavamo di morire. Ci abbiamo messo due giorni per attraversare il Mediterraneo e arrivare in Sicilia. C’erano donne e bambini a bordo. Non li conoscevo, non so che fine abbiano fatto.”

Balde non aveva rapporti di parentela o amicizia con gli altri passeggeri del barcone, e tutt’ora non sa dove siano finiti. All’arrivo in Sicilia è stato accolto dai Carabinieri e dalla Croce Rossa, ha ricevuto la prima accoglienza con cibo, scarpe e vestiti, mentre il barcone è sparito nel Mediterraneo tornando verso la Libia. Dalla prima accoglienza italiana, Balde è stato mandato al Picchetto a Siena, una sistemazione temporanea per circa tre mesi, prima del nuovo piano nazionale e internazionale di accoglienza dei migranti. A luglio è arrivato a Torrita di Siena, assieme ad altri sette ragazzi senegalesi che non conosceva: tutti di età diversa, ma con una base culturale comune, tutti pronti a vivere assieme sotto lo stesso tetto.

L’accoglienza a Torrita di Siena

Balde si trova bene a Torrita di Siena. Fa il volontario, assieme agli altri compagni, con la supervisione della Pubblica Assistenza. Sono già sei mesi che vive in un’appartamento nei pressi della stazione; svolge la sua attività di volontariato pulendo le strade, cucinando e pulendo la casa, e frequenta tre volte a settimana il corso di italiano. Tutti e otto i ragazzi senegalesi inseriti nel programma di accoglienza vivono nello stesso appartamento; hanno organizzato dei turni in modo da fare la spesa, cucinare, pulire e svolgere tutte le necessarie attività domestiche. Nella casa c’è anche il wi-fi, così possono rimanere in contatto con il proprio Paese d’origine.

Il permesso di soggiorno, dopo i primi sei mesi, è stato rinnovato per altri sei mesi. Balde vorrebbe avere i documenti per rimanere in Italia e costruirsi la sua vita, perchè qui si trova bene. Ammette di non conoscere molte persone di Torrita, ha poche occasioni di socializzazione a parte i suoi supervisori: il presidente Clode Grazi della Pubblica Assistenza, l’assessore comunale Michele Cortonicchi e il Sindaco Giacomo Grazi sono le persone che più gli sono state vicine, stando alle sue parole. Non capitano molte occasioni per parlare con gli altri torritesi, nè per fare la reciproca conoscenza, e di questo si mostra piuttosto dispiaciuto.

Le attività di volontariato sono il principale impegno di Balde e degli altri migranti: due volte a settimana, durante la mattina, i ragazzi si confrontano con la Pubblica Assistenza e con gli operai del Comune di Torrita per capire se c’è qualcosa da fare. Le attività di volontariato vengono svolte a turno, con due o tre ragazzi impegnati nella pulizia, mentre gli altri si occupano delle faccende domestiche. Di solito sono impegnati nella pulizia di strade o giardini, assieme agli operai comunali, a seconda delle specifiche esigenze. Hanno anche aiutato la Pubblica Assistenza per la consueta festa annuale, con un’altra importante occasione di socializzazione e di integrazione nella comunità.

La questione dell’accoglienza non può certo prescindere dallo spinoso tema finanziario: quanti soldi prendono i migranti? La quota di 34,5 euro al giorno per migrante, messa a disposizione dall’Unione Europea, viene affidata al Comune di Torrita di Siena, che a sua volta la mette a disposizione della Pubblica Assistenza per occuparsi delle necessità degli otto ragazzi (cibo, vestiti, affitto, corsi di italiano). Dai 34,5 euro totali vanno quindi tolti circa 32 euro spesi dall’ente supervisore per la loro accoglienza, mentre ai migranti arrivano 2,5 euro al giorno, riscossi ogni due settimane. Circa 70 euro al mese a testa, quindi, tendenzialmente usati per telefonare a casa o per mandarli direttamente alle famiglie d’origine. I migranti potrebbero anche lavorare con i voucher, se qualcuno avesse bisogno di loro, ma in quei giorni di lavoro non avrebbero diritto ai 34,5 euro dell’Unione Europea. (Per dovere di cronaca, il Comune di Torrita di Siena ha pubblicato un bando per venti famiglie torritesi in difficoltà, utilizzando il disavanzo dei fondi europei per la gestione dei migranti)

Gli otto migranti sono quindi ospiti della comunità di Torrita da sei mesi, e la prefettura ha rinnovato il visto di soggiorno per altri sei mesi. Il futuro è ancora un’incognita: se trovano un lavoro è più facile che venga accettata la loro richiesta di accoglienza, altrimenti si tratterà soltanto di una sistemazione temporanea.

Il volontariato e l’assistenza

I lavori di volontariato prevedono la pulizia di strade e giardini

I lavori di volontariato prevedono la pulizia di strade e giardini

Anche se si tratta soltanto di una sistemazione temporanea, questo non significa che i ragazzi non si impegnino o che l’associazione che li supervisiona non li tenga indaffarati. Il Presidente della Pubblica Assistenza, Clode Grazi, mi racconta la loro organizzazione: ogni martedì e ogni venerdì si svolgono le attività di volontariato assieme agli operai comunali, con possibilità di incremento o diminuzione a seconda delle esigenze. Trattandosi di attività volontaria e non di lavoro, i ragazzi non sono obbligati a partecipare, ma fino a questo momento i risultati sono stati positivi, e sia gli operai del Comune che gli addetti della Pubblica Assistenza hanno mostrato la loro soddisfazione. All’inizio del percorso di accoglienza i migranti erano più attivi, anche per via della calamità naturale della forte grandinata che colpì Torrita, tutti i giorni erano in strada a spazzare e a dare una mano a riparare i danni. Ora le attività di volontariato sono più limitate rispetto a quei momenti, ci sono meno cose da fare.

In qualità di supervisore, la Pubblica Assistenza ha contribuito a gestire l’accoglienza dei migranti: ha messo a disposizione l’ambiente per tenere i corsi di lingua, grazie all’esperienza come associazione di volontariato ha saputo come introdurli al meglio nelle attività, senza dover usare assistenti sociali. Attraverso la loro convenzione cercano di inserire i ragazzi nella comunità di Torrita, utilizzando al meglio i fondi messi a disposizione dall’Europa. È il Presidente Clode in prima persona a occuparsi di loro: li aiuta a fare la spesa e a riscuotere i soldi, li mette in contatto con il Comune, li porta dal dottore a fare le visite e le vaccinazioni. È il loro punto di riferimento, insomma, e in qualità di Presidente della Pubblica Assistenza è anche il loro diretto responsabile.

“Le necessità mediche non sono da sottovalutare. – mi racconta Clode Grazi – Uno dei ragazzi ha il femore rotto perché l’hanno preso a calci in Libia, ha il bacino spostato, ormai si è calcificato e non ci si può fare più niente. Un altro l’hanno preso a calci in faccia, un altro ha i denti cariati… vanno seguiti anche dal punto di vista medico.”

Clode parla con i ragazzi senegalesi

Clode parla con i ragazzi senegalesi

Ogni settimana Clode deve tenere un diario di quello che i ragazzi fanno e inviarlo alla prefettura: si tratta di questione di tutela legale, per la pubblica sicurezza, e per verificare tutti i loro spostamenti. Ad esempio uno dei ragazzi è andato a Roma a trovare degli amici senegalesi per tre giorni, e in quei giorni ha dovuto comunicare la sua assenza; non ha quindi ricevuto la sua quota di denaro per i giorni di assenza.

La gestione nazionale e comunitaria dei migranti è piuttosto ambigua, e Clode mi racconta tutta la sua disapprovazione: secondo lui la gestione è sbagliata, spesso i ragazzi sono lasciati da soli, senza fare nulla. Il Comune di Torrita ha trovato un modo per farli sentire utili, in altre situazioni invece i migranti riempiono gli alberghi o le strutture di ospitalità senza fare niente.

“Prima di venire qui, Balde era al Picchetto a Siena, e non faceva niente assieme agli altri: mangiavano, dormivano e giocavano a pallone. Questo non serve a integrarli. Se stanno chiusi in casa o in un albergo, chi li vede? Le opportunità di lavoro o di stare in società non le avranno mai, dopo un anno saranno costretti ad andare via.”

Clode è contento delle attività di volontariato, perché grazie ad esse il paese di Torrita può conoscere i migranti, hanno una reale opportunità di integrazione, fanno qualcosa di utile per tutti e sono più invogliati a cercare opportunità di lavoro. Se le imprese locali non li conoscono, se la comunità del piccolo paese non ha occasione di vederli all’opera, è difficile che possa integrarli. L’ambiguità dei fondi erogati dall’Europa è difficile da superare, perché se i ragazzi trovassero lavoro sarebbero costretti a rinunciare a quei famosi 34,5 euro al giorno. I migranti che sono ospitati in altre strutture di accoglienza e che non prevedono percorsi di volontariato e di partecipazione alla vita della comunità possono dare un cattivo esempio anche ai ragazzi di Torrita, perché li consigliano a non impegnarsi, tanto i soldi li ricevono comunque. Per Clode, però, è necessario non farsi coinvolgere da questi atteggiamenti negativi, perché sarebbe come darsi la zappa sui piedi da soli. Senza le attività di volontariato i migranti sarebbero visti negativamente, non avrebbero opportunità di lavoro o di socializzazione, e sarebbe molto più difficile integrali nella comunità.

Scuola e Lavoro

L’integrazione non può prescindere, ovviamente, dall’apprendimento della lingua. Perché senza la possibilità di attivare una comunicazione e una mediazione culturale tra gli ospiti e gli abitanti locali, sarebbe difficile portare avanti un processo di inserimento sociale. Durante la mia piccola inchiesta ho seguito la lezione di lingua italiana che gli otto ragazzi hanno tenuto con la loro insegnante: una lezione di due ore in cui hanno imparato termini di utilizzo comune, hanno fatto esperienza di dialogo e di composizione delle frasi, hanno imparato le specificità linguistiche e culturali attraverso lo studio, il gioco e la partecipazione.

La loro insegnante, che li segue tre volte alla settimana, è una giovane torritese: Lara insegna ai migranti dal 2011, ha già una buona esperienza nel settore per il nostro territorio, ogni anno svolge corsi di apprendimento tra Foiano, Torrita e Arezzo.

“Si tratta di un’esperienza gratificante, ma difficile – mi racconta Lara – i ragazzi sono bravi, ma tra di loro c’è un analfabeta totale e un semianalfabeta. Senza fondi per integrazione vera e mirata, è difficile far loro imparare bene la lingua e la cultura italiana. In molti casi manca anche la scolarizzazione, quindi oltre a insegnare la lingua devi anche insegnare a imparare, abituarli a studiare.”

Durante i corsi, i ragazzi imparano la lingua e la cultura italiana

Durante i corsi, i ragazzi imparano la lingua e la cultura italiana

Se gli studi di lingua si svolgono di pomeriggio, le attività di volontariato sono l’impegno principale della mattina. Anche se sono svolte a turni, si tratta dell’impegno più vicino al concetto di lavoro che i migranti hanno provato nel corso di questa esperienza, in attesa di altre opportunità lavorative da parte di imprese locali.

Paolo è uno degli operai del comune che li porta spesso in giro per la cittadina: i ragazzi si impegnano a pulire i giardini e le strade, secondo le esigenze. Hanno imparato a fare la raccolta differenziata, a utilizzare gli attrezzi. In alcuni momenti vorrebbero guidare i mezzi comunali, ma non possono prendere la patente.

“Sono una squadra affiatata – racconta Paolo, alla fine di una mattinata di lavoro – Quando sono tutti assieme sono uno spettacolo, puliscono che è una meraviglia. Quando posso gli regalo la merenda, così sono contenti.”

In un certo senso, è come se i giovani migranti senegalesi fossero dei bambini adottivi.

Migranti, schiavi e bambini

È proprio il concetto del figlio adottivo che voglio affrontare in queste riflessioni finali. L’esperienza di Torrita, senza la pretesa di costituire il modello per un’analisi definitiva e generica sul fenomeno dei flussi migratori e sui modelli di accoglienza, si tratta comunque di un caso importante e particolare, che può permettere la nascita di studi approfonditi o di analisi più mirate.

Dalle parole dei protagonisti, dei migranti e dei responsabili dell’accoglienza, risulta chiaro che al momento non esistono piani di integrazione nazionali o internazionali. Il principale interesse delle istituzioni italiane ed europee, in questo momento, è soltanto la pubblica sicurezza, una sistemazione temporanea che vive di emergenze e di scossoni, non di piani a medio e lungo termine.

Laddove non esiste un piano di integrazione, chi riesce a sviluppare progetti innovativi merita un plauso: in questo caso particolare, mi sento di fare i complimenti al Comune di Torrita di Siena per aver fatto un passo in avanti. Ma si tratta appunto di un caso particolare, un’eccezione a una normalità che sembra interessarsi più alla gestione delle emergenze che a un fondamentale aspetto sociale e demografico della società contemporanea come l’accoglienza e l’integrazione dei migranti.

In questo momento, i migranti accolti attraverso la gestione delle emergenze sono trattati come figli adottivi: i genitori pensano a tutto (casa, cibo, vestiti) e ricevono anche una paghetta mensile. Nonostante siano degli adulti, sono altri ad avere la loro tutela legale, sono altri ad avere la responsabilità della loro sopravvivenza e della loro vita: perché non sono cittadini, appunto, sono migranti in attesa di regolarizzazione.

Per quanto riguarda l’assistenza di base, si può arrivare a dire che il migrante si trovi in una situazione migliore di un italiano povero? Difficile sostenere il contrario, se non si affronta la situazione dalla giusta prospettiva. Il cittadino italiano gode infatti di un sistema di welfare tutto spostato sul lavoro (cassa integrazione, mobilità, malattie, ecc…); questo perché si pensa che l’istituzione della famiglia sia sufficiente e imprescindibile per tutte le altre necessità (fino ad arrivare al famoso familismo amorale di Banfield). I migranti, invece, che non hanno parentele e quindi non hanno accesso al “paracadute sociale” fornito dalla famiglia, godono di un sussidio di base, un sistema di welfare basato sui diritti civili. Il punto di ambiguità e di maggiore criticità, a mio avviso, è tutto qui: è da questa differenza che nascono i problemi politici e sociali dell’accoglienza. La differenza tra i due sistemi di welfare utilizzati, e l’assoluta mancanza di un sistema di welfare moderno ed europeo, basato sui diritti civili e non sul lavoro e sul familismo, di cui l’Italia si dovrebbe dotare.

Quale futuro per i giovani senegalesi?

Quale futuro per i giovani senegalesi?

Ma la situazione dei giovani migranti senegalesi di Torrita non è una garanzia di integrazione. Oltre al sussidio di base che garantisce la sopravvivenza, fornito dall’Unione Europea, non possono fare nulla: non hanno concrete possibilità di lavoro o di studio, si trovano in un limbo di emergenza e precarietà che li taglia fuori dalla società che li ospita. Anche in un caso di accoglienza positiva, come quello di Torrita, i migranti hanno difficoltà a trovare occasioni di socializzazione e di integrazione con la cultura locale. E per un’esperienza positiva come questa che vi ho raccontato, siamo perfettamente coscienti di altri casi in Italia di associazioni o cooperative nate appositamente per gestire l’emergenza migranti e intascarsi i fondi europei per la loro gestione, senza curarsi del futuro di queste persone.

Perché di persone si tratta, con le loro storie di vita ai margini. I migranti si trovano in una condizione sociale di marginalità, pur senza essere poveri nel senso economico del termine (perché vengono loro forniti i mezzi per l’autosussistenza, come d’altronde vengono forniti agli schiavi e ai servi). La loro condizione sociale è quella dei bambini adottivi che si trovano in punizione, in cui la mamma li tiene chiusi in cameretta, porta loro da mangiare e permette loro di vedere la televisione, li obbliga a fare le faccende domestiche e a seguire i corsi scolastici: ma non permette loro di vedere gli amici, di progettare il loro futuro, di costruire la loro vita. Pur senza trovarsi in condizione di schiavitù, si trovano in una situazione di evidente marginalità.

La schiavitù, tuttavia, non è poi così lontana. Il vero punto focale dell’integrazione, la vera sfida per ogni progetto di accoglienza, è quello di far diventare i migranti parte della comunità dei parenti, di farli entrare nella rete di parentela sancita dalla cittadinanza. La condizione dei migranti come figli adottivi, temporaneamente stipati nei centri di accoglienza per garantire la sussistenza, è un labile e ambiguo confine tra la vera integrazione e la riduzione in schiavitù.

La schiavitù non è il prolungamento della parentela, scriveva l’antropologo francese Claude Meillassoux, bensì la sua negazione. Lo schiavo è lo straniero assoluto, colui che è escluso dalla parentela, dai cicli produttivi e riproduttivi. Quale potrebbe essere, quindi, il segreto per l’integrazione dei migranti? Un piano di accoglienza per farli diventare parenti, per costruire un legame sociale e culturale, non soltanto economico. Tornando alla citazione iniziale, c’è bisogno di considerarli non più come migranti in senso stretto, ma come persone, con le loro forze e debolezze, i loro pregi e i loro difetti. Persone come noi, insomma.

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“Pasapalabra”, a scuola di integrazione

Cosa può fare la scuola per l’integrazione, e come si può raccontare attraverso la cultura i cambiamenti sociali del mondo contemporaneo? Sono dei grandi temi, quelli affrontati nel cortometraggio “Pasapalabra” (trad. Passaparola)…

Cosa può fare la scuola per l’integrazione, e come si può raccontare attraverso la cultura i cambiamenti sociali del mondo contemporaneo? Sono dei grandi temi, quelli affrontati nel cortometraggio “Pasapalabra” (trad. Passaparola) di Andrea Testini. Cinque minuti che fanno riflettere e che ci fanno capire che bastano pochi gesti per favorire l’integrazione e comprendersi a vicenda. Per migliorare il mondo, addirittura.

Ma andiamo con ordine: Andrea Testini, classe 1982, è un videomaker che vive a metà tra la Valdichiana e Barcellona. Originario di Montepulciano e Chianciano, dove ha vissuto e studiato prima di trasferirsi in Spagna a proseguire la formazione cinematografica, ha ricevuto numerosi riconoscimenti per “Pasapalabra”, soprattutto nei concorsi e nelle rassegne interessate ai temi dell’educazione e della solidarietà.

Mi sono subito interessato alla storia del cortometraggio, appena Andrea me l’ha raccontata: tematiche come l’integrazione, i modelli di apprendimento e di comunicazione, l’incontro tra le culture e le religioni, sono di importanza cruciale nella nostra epoca, anche quando non salgono agli onori della cronaca. Ho quindi incontrato l’autore per visionare l’intera opera (che ancora non può essere distribuita integralmente, perché per la partecipazione ai concorsi ha bisogno di rimanere inedita) e per farmi raccontare cosa l’ha spinto a narrare questo tipo di storia.

Foto Pasapalabra 10La trama di “Pasapalabra” è semplice, ma colpisce con forza fin dalla prima visione. In una scuola occidentale, dei bambini stanno giocando al “telefono senza fili”; l’ultimo della fila è Yassin, il bambino musulmano di origine marocchina preso in giro dalle bambine occidentali. La prima della fila, a cui compete il potere di stabilire la frase da ripetere alle orecchie degli altri compagni con il passaparola, sceglie “Sono un terrorista”, in modo da fargli fare brutta figura. Tutti i bambini ripetono la frase, alcuni divertiti, altri controvoglia. Solo il penultimo bambino decide di spezzare il circolo e di mentire, cambiando la frase: sussurra all’orecchio di Yassin “Sono bello”. Il bambino crede così che la prima della fila volesse dichiarare il suo amore, lo ripete ad alta voce alla classe e corre a darle un bacio sulla guancia. Una trama semplice, lo ripeto, ma di fortissimo impatto per tutti i significati che porta con sé.

“Pasapalabra” è un cortometraggio prodotto da Estudio de Cine di Barcellona; Andrea Testini ha curato la regia e la sceneggiatura, e quando la casa di produzione l’ha selezionato, ha messo a disposizione materiale audiovisivo professionale e spazi per il casting con attori già abituati alle macchine da presa. Le scene sono state girate in un collegio alla periferia di Barcellona, nel Giugno 2015; le musiche sono di Giulia Y Los Tellarini, famosi per le loro colonne sonore in alcuni film di Woody Allen.

Il cortometraggio ha già ricevuto premi, apprezzamenti e prestigiosi riconoscimenti; “Pasapalabra” è stato selezionato al MetropoL’his Festival di Barcellona nella categoria dedicata al cinema solidale dove ha vinto il secondo premio, all’Human Rights Film Festival di Barcellona, Parigi e New York, al CineFest di Los Angeles. Inoltre è stato inserito nelle rassegne Educa Solid Gandia, Valetudo Short Film Tour, Abycine Festival Internacional de Albacete, Ko&Digital Barcellona, Art Film Children’s Festival International Bogotá, Seminci Festival Internacional de Valladolid e la lista è in continuo aggiornamento.

Andrea, complimenti per i risultati che il tuo cortometraggio sta riscuotendo. Come ti è venuta l’idea della trama?

AT: “Volevo affrontare temi di attualità: immigrazione e integrazione, l’incontro tra le culture. Ci sono stati i casi recenti della Siria che mi hanno fatto pensare. Si parla spesso del problema di integrazione del popolo musulmano che risiede in Europa, delle difficoltà vissute dalle seconde generazioni, ed era un argomento che volevo affrontare nel cortometraggio. Mi sono anche ispirato agli episodi di terrorismo recenti, quella è stata la scintilla per parlare di integrazione, educazione e comunicazione. Ho cercato di dare un punto di vista personale su quella che dovrebbe essere la maniera di affrontare il problema. Credo che per migliorare l’integrazione serva più educazione nelle scuole, conoscere e accettare l’altro senza mortificare le culture diverse dalla nostra, senza generalizzare o demonizzare come spesso viene fatto dai media o dalla politica.”

In questa storia ho visto anche una forte critica verso il potere dei media e dei politici. La bambina all’inizio della fila ha il potere di scegliere il messaggio, tutti gli altri bambini sono gli utenti che lo condividono più o meno volentieri, rischiando di far subire gli effetti di questo potere ai soggetti più indifesi. Ma ognuno di noi ha la possibilità di ribellarsi a questa catena, di spezzare il circolo, di evitare la diffusione della disinformazione. Che ne pensi?

AT: “Effettivamente è una lettura che ci può stare. Io l’ho sempre vista come una metafora, il dieci per cento della popolazione che ha il coraggio di non accettare la lettura dominante, di spezzare il ciclo. Non si può credere che i musulmani siano tutti terroristi, come non si può accettare una guerra, decisa in gran parte per gli interessi di alcuni potenti. Le persone non dovrebbero accettare passivamente il pregiudizio. Il passaparola è su tutto, funziona così: le persone sono passive nei confronti della lettura dominante, finché non si spezza il ciclo grazie a chi ha un minimo di pensiero critico.”

pasapalabra 1Hai scelto di continuare la tua carriera da videomaker in Spagna, anche se hai vissuto per anni a Montepulciano e Chianciano. Perché questa scelta?

AT: “Uno dei motivi per cui mi sono trasferito a Barcellona è perché c’è terreno fertile per poter portare avanti progetti culturali, d’altronde è una grande città. Eppure la cultura che abbiamo qui nella nostra zona, in Toscana e in Italia in generale, molti se la sognano. Sia come tradizione che di formazione, siamo messi bene, il livello è molto alto. Però mancano le opportunità date dalle nuove tecnologie, dal coraggio di sperimentare o dai maggiori fondi presenti nelle grandi città. Da noi non ci sono strutture di formazione specializzate nel settore audiovisivo, ma qui è normale, siamo in campagna. Eppure credo che neanche Roma, Milano e Firenze siano in questo momento al livello di Barcellona: in Spagna hanno fatto grandi passi avanti nei centri educativi a livello tecnologico.”

Quali sono i tuoi progetti futuri dopo questo cortometraggio?

AT: “Mi piacerebbe portare “Pasapalabra” anche in Italia, magari a qualche festival e raccogliere i frutti di tanto lavoro. Sarebbe bello proiettarlo anche in Valdichiana, il prodotto merita diffusione. Anche nei Paesi anglofoni sta andando bene e stiamo pensando di fare i sottotitoli in francese e in italiano. Sto anche lavorando ad altri progetti, sempre a tema sociale, che affrontano argomenti importanti per la cultura attuale: per esempio il documentario “Le città invisibili”, basato sul romanzo di Calvino, sui malati e i senzatetto nelle grandi città è un lavoro che sta circolando già da un paio d’anni in tutto il mondo. Ma il sogno per il futuro sarebbe poter girare un film qui nella mia terra.”

Mi sembra di capire, quindi, che per te il ruolo dell’industria culturale sia molto importante nella società, giusto?

AT: “Certo che sì. La cultura è imprescindibile. Non puoi tagliare fondi alla cultura come non puoi tagliarli alla sanità, sono fondamentali, allo stesso livello. Nel caso specifico dell’integrazione, anche il cinema può contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica, insegnare a vedere il mondo con nuovi occhi. Per far sì che questo accada, bisogna iniziare dalle scuole. L’arte e la cultura possono diventare uno strumento politico.”

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Libero Accesso – 3° puntata: Immigrazione

La Terza puntata di Libero Accesso è andata in onda martedì 10 Marzo su Tele Idea (canali 86-625-699 del digitale terrestre) e si è occupata di immigrazione: approfondimenti sulla situazione dei flussi…

La Terza puntata di Libero Accesso è andata in onda martedì 10 Marzo su Tele Idea (canali 86-625-699 del digitale terrestre) e si è occupata di immigrazione: approfondimenti sulla situazione dei flussi migratori in Valdichiana, sulle problematiche relative ai profughi e all’integrazione, sui nuovi poveri creati dalla crisi economica.

La discussione è stata affrontata in studio con i seguenti ospiti:

  • Roberto Fé, presidente Misericordia di Chiusi
  • Mattia Savelli, dirigente provinciale FdI e AN, militante Casaggì Valdichiana
  • Francesco Giusti, vicesegretario Lega Nord Toscana
  • Alessio Banini, antropologo e dirigente provinciale PD
  • Roberto Renai, presidente associazione OLTRE

Inoltre hanno contributo alla discussione con servizi esterni:

  • Chiara Cinughi, medico igiene pubblica del dipartimento prevenzione Usl7 di Siena
  • Andrea Marchetti, sindaco del Comune di Chianciano Terme
  • Mons. Stefano Manetti, Vescovo della Diocesi di Montepulciano-Chiusi-Pienza
  • Dott. Abdel Qader Mohamad, Imam della Moschea di Colle Val d’elsa
  • Don Pietro, Caritas Parrocchiale di Acquaviva

Libero Accesso è una trasmissione aperta al contributo di tutti, che continua nel suo approfondimento giornalistico sui tremi trattati in studio anche nel magazine online “La Valdichiana”. Come un wi-fi libero, tutti possono connettersi e inviare i loro contributi, che possono essere letti e commentati in diretta, oppure partecipare alla conversazione online. Nel corso della trasmissione è infatti possibile interagire attraverso l’indirizzo mail liberoaccesso@teleidea.it, la pagina facebook e l’hashtag su twitter #LiberoAccesso.

Documentazione sulla terza puntata

Per la copertina che ha introdotto l’argomento della serata sono stati raccolti i dati statistici relativi ai flussi migratori in Valdichiana Senese, attraverso i quali è stato possibile realizzare delle infografiche con il numero e la percentuale di popolazione straniera suddivisa per i nove comuni della Valdichiana senese: IMMIGRAZIONE IN VALDICHIANA SENESE

I dati sono stati raccolti da Giorgio Visintini e hanno permesso di tracciare un quadro relativo ai paesi di provenienza degli immigrati presenti in Valdichiana Senese, riassunti in questo contributo: INFOGRAFICA SU IMMIGRAZIONE

Infine i seguenti contributi realizzati da Maria Chiara Biagi relativi ai flussi migratori dall’Africa Occidentale verso l’Italia e la Valdichiana, con le previsioni per il 2020: INFOGRAFICHE SU AFRICA

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Immigrazione in Valdichiana senese: le statistiche

IMMIGRAZIONE IN VALDICHIANA SENESE | Create infographics   (Fonte dati ILO, Fondazione ISMU, Servizi demografici della Valdichiana Senese – raccolti da Giorgio Visintini)

 

(Fonte dati ILO, Fondazione ISMU, Servizi demografici della Valdichiana Senese – raccolti da Giorgio Visintini)

AfricanImmigrationITA4Web

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Aumenta l’immigrazione in Valdichiana senese

L’immigrazione dall’Africa verso l’Italia e la Valdichiana L’Africa conta attualmente 1,150 miliardi di abitanti. Le previsioni demografiche parlano di 1,5 miliardi entro il 2020 e di 2 miliardi nel 2020….

L’immigrazione dall’Africa verso l’Italia e la Valdichiana

L’Africa conta attualmente 1,150 miliardi di abitanti. Le previsioni demografiche parlano di 1,5 miliardi entro il 2020 e di 2 miliardi nel 2020. LILO (Internetional Labour Organization) stima che siano già 20 milioni i lavoratori africani emigrati (anche all’interno dello stesso continente) e prevede che per il 2015 circa il 10% della popolazione africana vivrà all’estero ( circo 120 milioni).

Fin dagli anni ’90, gli africani hanno inciso all’incirca per un quarto sull’intera presenza straniera in Italia. attualmente, le Regioni in cui la componente africana risulta prevalente sono la Lombardia, l’Emilia Romagna, il Piemonte e il Veneto. Ma sta crescendo la presenza nelle regioni del Centro e, in particolare, in Toscana. La maggioranza degli immigrati africani sono giunti dall’Africa settentrionale (soprattutto Marocco), ma sono in crescita i flussi dall’Africa Occidentale.

Saranno tre gli effetti che influenzeranno l’immigrazione africana in Italia nei prossimi anni:

  • Il primo effetto produrrà un forte incremento, per cui dal livello attuale (circa un milione di africani) si passerà al raddoppio o quasi entro il 2020. I ritmi di questa evoluzione dipenderanno anche dai flussi di mano d’opera di riserva che continueranno ad arrivare dai Paesi dell’ est europeo.
  • Il secondo effetto consisterà nell’aumento degli africani provenienti dai Paesi dell’Africa occidentale, che diventeranno più numerosi di quelli dell’Africa settentrionale.
  • Il terzo effetto sarà una più marcata presenza africana in Toscana e nel Centro-Sud.

Negli anni più recenti è cresciuto il flusso migratorio verso l’Italia dai paesi dell’Africa Occidentale (Nigeria, Senegal, Ghana, Costa d’Avorio, Camerun, ecc). Nella tavola che segue sono elencati i 18 Paesi dell’Africa Occidentale, trend di popolazione e PIL dal 2012 al 2020, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale:

immigrazione tav1

Pur essendo il PIL in crescita superiore alla popolazione nei prossimi anni, il pil pro capite medio previsto nel 2020 resterà molto basso (1970 $ ). Il PIL dell’Italia nel 2013 ( 2,072 miliardi di $ per un pil pro capite pari a 33.000 $) è superiore circa 20 volte rispetto a quello medio dell’Africa Occidentale (1,630 $). Perciò è quanto mai verosimile che , almeno per i prossimi 7-8 anni, il flusso migratorio dall’Africa Occidentale verso l’Italia resterà costante o addirittura aumenterà.

Bisogna prendere coscienza fin d’ora che si tratta di un sisma sociale irreversibile, fin quando nei Paesi dell’Africa Occidentale non ci sarà uno sviluppo economico in grado di ridurre l’enorme divario esistente oggi fra pil pro capite di questi Paesi rispetto ai Paesi europei.

L’immigrazione in Valdichiana

A livello nazionale la popolazione immigrata è pari al 8,2%. In totale si tratta di 4.980.000 stranieri, di cui 53% dai Paesi europei, 22% dall’Africa (15% dal Nord Africa e 6% dall’Africa Occidentale, 1% dal resto dell’Africa), 17% dai Paesi asiatici e 8% dal Centro sud America. Nella tavola che segue sono rappresentati i Paesi di provenienza dell’immigrazione nei 9 comuni della Valdichiana senese:

immigrazione tav2

Dalla Tav.2 emerge che gli immigrati stabili (esclusi gli ospiti di passaggio) dai Paesi dell’Africa occidentale sono rappresentati solo marginalmente oggi nei 9 comuni della Valdichiana senese (55 su un totale di 6.191 immigrati), mentre questi Paesi rappresentano già il 6% dell’immigrazione sul territorio nazionale e si prevede che nei prossimi anni crescerà moltissimo, stante il livello di povertà e le guerre locali in molti di questi Paesi ( Nigeria, Mali, Chad, ecc).

Le previsioni dei flussi migratori al 2020 parlano di un raddoppio dell’immigrazione dall’Africa, non più dai Paesi del Nord Africa (Marocco e Tunisia), ma dai Paesi dell’Africa Occidentale, in particolare dalla Nigeria. E’ probabile che almeno 3.000 nuovi immigrati arriveranno da questi Paesi nei 9 comuni della Valdichiana.

Questa nuova immigrazione porrà già dai prossimi anni problemi ancora maggiori di integrazione, trattandosi di popolazioni di pelle nera che arriveranno in un contesto ben diverso dagli anni ’80 e ’90 (quelli dell’immigrazione dal Marocco), in quanto contrassegnato dai lunghi anni di crisi economica e occupazionale. Un problema che le amministrazioni locali e la Regione stessa si devono porre fin da oggi.

(articolo a cura di Giorgio Visintini)

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Immigrazione clandestina: fermati 59 siriani in un pullman

L’Ufficio Immigrazione della Questura di Siena sta lavorando sulle pratiche relative alla posizione sul territorio nazionale di 59 cittadini siriani, tra i quali 12 donne e diversi minori, accompagnati a…

L’Ufficio Immigrazione della Questura di Siena sta lavorando sulle pratiche relative alla posizione sul territorio nazionale di 59 cittadini siriani, tra i quali 12 donne e diversi minori, accompagnati a Siena da personale della Polaria di Rimini. Nel corso di una vasta operazione diretta dalla Procura della Repubblica presso il tribunale romagnolo e finalizzata al contrasto del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sono stato intercettati e fermati immigrati, nella notte di lunedì 14 ottobre, che viaggiavano a bordo di un pullman in transito sull’autostradale all’altezza di Sinalunga – Valdichiana diretto al nord.

Agli extracomunitari è stato fornito vitto e assistenza, grazie anche al tempestivo intervento delle associazioni di soccorso locale e sono stati tutti informati di quanto previsto dalla legge italiana in materia. Sono al vaglio le singole posizioni, d’intesa con i competenti uffici centrali del Ministero e col Prefetto di Siena. Naturalmente i responsabili dei questo traffico sono stati tratti in arresto dalla P.G. che ha proceduto su disposizione dei magistrati titolari dell’inchiesta.

I clandestini sono stati temporaneamente ospitati in un albergo di Chianciano Terme.

“Si tratta di una situazione in evoluzione – ha spiegato il prefetto di Siena Renato Saccone -. Tutto dipende dalla loro volontà e dalla libertà e autonomia che hanno. Se intendono richiedere la protezione internazionale scatta tutta una serie di meccanismi di tutela, di garanzia e assistenza che dobbiamo e vogliamo offrir loro. Se invece – prosegue il prefetto – come finora hanno manifestato, non intendono farlo, hanno l’obbligo di dover lasciare il territorio nazionale autonomamente e volontariamente senza nessun intervento coattivo. E comunque, anche con l’emanazione di provvedimenti che li invitano a lasciare il territorio, si può diventare richiedente asilo anche dopo, anche se fossero considerati irregolari sul territorio perché non ci sarà mai un rimpatrio coattivo in un Paese teatro di guerra. Io – conclude il prefetto Saccone – mi auguro che ragionino sulla richiesta di protezione”.

“Grazie alle associazioni di volontariato e ai mediatori culturali siriani – ha aggiunto Giancarlo Benedetti, questore di Siena – è stata data assistenza, accoglienza e informazioni su tutti i diritti spettanti, e le conseguenze che derivano da una scelta e da un’altra. La massima attenzione viene data soprattutto ai bambini. E’ una situazione – ha concluso il questore – che richiede un po’ di tempo e accortezza”.

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La memoria rubata: violenze contemporanee

Riprendendo l’argomento introdotto nel precedente articolo Lo spazio degli altri, affronterò un tema delicato: la violenza di cui sono vittima i richiedenti di asilo politico. La figura del rifugiato rappresenta l’unione…

Riprendendo l’argomento introdotto nel precedente articolo Lo spazio degli altri, affronterò un tema delicato: la violenza di cui sono vittima i richiedenti di asilo politico. La figura del rifugiato rappresenta l’unione di un fenomeno sociale, quello dell’immigrazione, con un elemento ulteriore, quello della violenza; sono queste due parole che, accostate l’una all’altra, creano un fenomeno politico circondato da un’ombra sinistra e macabra: lo spostamento da una nazione all’altra di una quantità incredibile di individui vittime di violenze da parte di governi o gruppi estremisti. Scappando dal loro paese, uomini e donne di tutte le età cercano salvezza oltre confine, spesso ritrovandosi invischiati solo in ulteriori problemi, da semplici ostacoli di ordine burocratico a veri e propri episodi di intolleranza da parte dei cittadini ospitanti.

Questo comporta ulteriori disagi per l’individuo, già costretto a sopportare le conseguenze delle violenze subìte. C’è un concetto in antropologia, esposto da Paul Farmer, quello di violenza strutturale, che riguarda individui vittime di una sofferenza derivante da forze e processi storicamente dati che agiscono in modo tale da limitare la libertà di azione.

Ho avuto modo di leggere ultimamente un libro scritto da un autore eccezionale, Roberto Beneduce, docente di Antropologia all’università di Torino dove dirige anche il centro Frantz Fanon. Si tratta di un istituto che accoglie rifugiati, immigrati e vittime di tortura affetti da disagio psichico. Numerosi sono i casi che Beneduce riporta nel suo libro di persone sofferenti, aiutate nel centro.

Archeologie del trauma. Un’antropologia del sottosuolo, questo il titolo del libro che tanto mi ha colpito. Una lettura che consiglio a tutti coloro che sono interessati a saperne di più su un aspetto importante del mondo contemporaneo: la sofferenza causata da azioni volontarie di uomini su altri uomini.

È questo che Beneduce mette in risalto: nei casi da lui studiati, nei racconti di richiedenti asilo, troviamo uomini e donne che hanno il volto segnato da una sofferenza anormale; quella che hanno subìto, in quanto la maggior parte di loro è vittima di tortura, è una violenza diversa, quella che solo un altro uomo è capace di causare. È lo specchio dell’incapacità di concepire come possa un altro essere umano causare volontariamente un dolore così forte, e  gratuito. Molti rifugiati presentano segni di disagio psichico, e l’autore vede nei loro occhi il segno di questa inumanità subìta.

La conseguenza principale di questa violenza è la memoria sottratta: l’individuo si viene a trovare in una condizione di confine tra il voler ricordare e il voler dimenticare. È il dilemma di non sapere cosa farsene, o come raccontare un passato di dolore. Un dolore terribile che esula dall’umana comprensione, che la persona stessa non riesce a concepire, e di conseguenza viene meno la capacità di esprimere un’esperienza simile attraverso il linguaggio, attraverso il ricordo.

Rimando al testo di Roberto Beneduce: con la sua capacità di scrittura egli riesce a dare vita ai sentimenti di queste persone, a narrare ciò che essi stessi non riescono a raccontare. Grazie al centro Fanon molte persone sono riuscite a dare un senso a un dolore che di significato ne ha davvero poco. Sperando che possa continuare a proseguire nel suo lavoro come sta facendo ora, in Italia esiste un’oasi fondamentale per chi è vittima di violenza.

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