La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Valentina Chiancianesi

‘Tre Gotti al Campino’ – Dieci anni di rock nel caratteristico borgo di Trequanda

Arrivata al decimo anno, “Tre Gotti al Campino”, la festa della birra di Trequanda, è pronta per un’edizione con il botto. Nata tra gli anni ’90 e i primi del…

Arrivata al decimo anno, “Tre Gotti al Campino”, la festa della birra di Trequanda, è pronta per un’edizione con il botto. Nata tra gli anni ’90 e i primi del 2000, la festa ebbe una battuta di arresto, ma grazie alla buona volontà e alle idee di gruppo di ragazzi trequandini, nel 2009 rinasce con più grinta e con le idee ben chiare: coniugare musica di alto livello, buona cucina e tanto divertimento.

‘Tre Gotti al Campino’ edizione numero 10 è organizzata dai circoli ARCI e ACLI di Trequanda, in collaborazione con il Comune e si svolge da giovedì 16 a domenica 19 agosto 2018 presso il Parco delle mura Ornella Pancirolli di Trequanda.

Per conoscere un po’ di più il festival che scuote Trequanda e le calde notti della Valdichiana, abbiamo contattato gli organizzatori che ci hanno spiegato come è cambiata negli anni la festa e qual è la line up di questa decima edizione.

“La festa è stata ideata da un gruppo di amici in una sera d’estate. Inizialmente il nome per intero era “Tre Gotti al Campino due di Birra e uno di Vino”,  poi è stato abbreviato per essere condivisa da tutti i ragazzi del paese. Per quanto riguarda lo staff, invece, è composto principalmente da, come ci chiamano tutti, “i ragazzi di Trequanda“. Gli ultimi anni sono serviti per integrare nel collettivo pure le generazioni più piccole per far si che la festa duri molti anni ancora”

Un’organizzazione, quella di ‘Tre Gotti al Campino’, che coinvolge tutta la comunità di Trequanda perché oltre ai ragazzi che si occupano della parte musicale e artistica, ci sono le donne che si occupano della cucina mentre gli uomini che pensano alla parte gastronomica, per lo più genitori degli organizzatori e non, che da oltre 10 anni a questa parte sono parte integrante della festa.

“La manifestazione è crescita insieme a noi ragazzi. Io avevo 16 anni quando c’è stata la prima edizione – mi spiega Francesco Bronzi, uno degli organizzatori – e adesso ne ho 26. È stato un crescendo sia per quanto riguarda i gruppi musicali, sia per quanto riguarda la promozione dei prodotti locali”.

Poi Francesco, insieme agli organizzatori, mi spiega cosa hanno in serbo per il pubblico della Valdichiana in questa grandissima decima edizione di ‘Tre Gotti al Campino’:

“Questa sarà un’edizione speciale, che tutti aspettavamo. Se qualcuno anni fa ci avesse detto che avremmo fatto quello che abbiamo fatto forse non ci avremmo creduto. La decima edizione è qualcosa che sicuramente resterà nella storia di questo bellissimo borgo, ci saranno alcune sorprese che al momento non è possibile annunciare, ma sappiamo che i fedelissimi di questo incredibile festival e non, non rimarranno delusi”

Sicuramente sappiamo che la prima serata, quella del 16 agosto, sarà animata dai Red Light Skyscraper, Universal Sex Arena e della Fuzz Orchestra. Venerdì 17 Agosto sarà la volta della band che deve i suoi natali proprio a Trequanda e che con al loro musica stanno girando l’Italia e sta mettendo a segno collaborazione importanti, ovvero gli Impatto Zero. Insieme a loro i Botanici e Braces Bros. Only Vinyl Dj Set (Yuri Braces & Ivan Braces Viti). Sabato 18 Agosto salirà sul placo di Trequanda Simone Rocchi, i Vins-t e Bobo Rondelli. E infine domenica 19 agosto grande finale con The Big Blue House e gli Etruschi From Lakota.

Anche quest’anno gli artisti sono stati scelti osservando le proposte del mondo musicale attuale e guardando all’Alt Rock nostrano. Oltre a selezionare gli artisti di livello nazionale, gli organizzatori danno spazio anche a band e giovani artistic che conoscono personalmente. Insomma un festival che non ha niente a cui invidiare ai fratelli più grandi che dominano il panorama musicale della Valdichiana con tanti giovani all’opera uniti dalla passione per la musica con l’intento di unire e rendere coesa la comunità di Trequanda.

Appuntamento quindi dal 16 al 19 agosto 2018 nel caratteristico borgo della Valdichiana per tanto divertimento, buona birra, ottimo cibo e ovviamente del giusto accompagnamento musicale, contornato da un incredibile area, quella del Parco delle mura Ornella Pacirolli, che offre una vista veramente stupenda del paese e del panorama che ci circonda

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La rigenerazione urbana per riqualificare un territorio – Intervista al prof. Alessandro Bianchi

Per rigenerazione urbana si intende l’evoluzione di un tessuto edificato, non attraverso una serie di demolizioni, ma ricostruendo e dando nuova vita ai vari elementi che costruiscono il tessuto edilizio…

Per rigenerazione urbana si intende l’evoluzione di un tessuto edificato, non attraverso una serie di demolizioni, ma ricostruendo e dando nuova vita ai vari elementi che costruiscono il tessuto edilizio di un territorio.

Negli ultimi anni la rigenerazione urbana ha fatto passi in avanti affermandosi come approccio condiviso per dare alle città non solo un aspetto nuovo e competitivo, rilanciandone l’immagine territoriale a livello estetico, ma dando loro nuovo respiro dal punto di vista culturale, economico e sociale e chiaramente con attenzione agli aspetti  ambientali.

La rigenerazione urbana è un fenomeno suddiviso in tre sequenze: la riqualificazione dei centri storici, che ha avuto inizio durante gli anni ‘70 quando c’è stata una presa di coscienza del valore del tessuto edilizio storico e una voglia di riaffermare la propria identità locale. Il secondo step ha riguardato il recupero delle aree dismesse, che rappresenta un processo ancora in corso in molti centri. Tutto cominciò sul finire degli anni ’80, nel momento in cui cominciò la delocalizzazione delle industrie e di molti altri servizi fino ad allora in prossimità se non all’interno dei centri urbani, come i mercati ortofrutticoli, i macelli o ancora i poli ferroviari. Infine il terzo ciclo prevede in linea di massima la riqualificazione dei quartieri residenziali costruiti nella seconda metà del ’900. Rigenerare quartieri residenziali purtroppo costruiti con criteri di bassa qualità edilizia, architettonica e urbanistica e dare sostegno a politiche di mobilità sostenibile e quant’altro possa servire come attrattore per ripopolare le aree dismesse.

Per affrontare correttamente un intervento di rigenerazione urbana è importante consultarsi con gli enti locali e con gli utenti delle aree soggette a rigenerazione nonché agli operatori che su quelle aree gravitano per vari motivi. Fatto questo, valutati i bisogni e le aspettative degli utenti, le potenzialità di un luogo e la capacità di resilienza di un ambito su cui operare si passa a individuare gli strumenti urbanistico/edilizi, di programmazione economica e sociale, e non solo, utili a procedere alle analisi e quindi alla progettazione.

La rigenerazione è un metodo, non è costituita da regole preconfezionate ma da approcci e analisi dedicati, non è una soluzione immediata ma occorre tempo per apprezzarne i risultati positivi, non esula dalle normativa ma se ne serve in maniera intelligente per raggiungere degli obbiettivi e fornire delle risposte.

Di questo tema ne abbiamo parlato con il professor Alessandro Bianchi, Magnifico Rettore dell’Università Telematica Pegaso, in occasione della sua Lectio Magistralis che si è svolta lo scorso 23 giugno a Montepulciano.

 

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Un #umano che ha dato un #senso ad Orizzonti

#Umano era il tema dell’edizione 2017 del Festival Orizzonti; nato nel 2003 sotto la direzione artistica di Manfredi Rutelli per poi passare nel 2014 a quella di Andrea Cigni, fino…

#Umano era il tema dell’edizione 2017 del Festival Orizzonti; nato nel 2003 sotto la direzione artistica di Manfredi Rutelli per poi passare nel 2014 a quella di Andrea Cigni, fino alla scorsa edizione quando il Festival Orizzonti ha subìto una profonda trasformazione sia dal punto di vista organizzativo che per quello artistico.

Nuove cariche e scelte diverse hanno fatto sì che il festival chiusino diventasse più umano, proprio come il tema scelto per l’edizione 2017. Un tema che portava con sé un insieme di significati, ovvero, tornare ad investire sul capitale umano, sulle risorse plurali degli individui e sulle loro enormi potenzialità. Dal punto di vista artistico, l’edizione 2017 del Festival Orizzonti ha segnato una profonda rottura con la linea programmatica che caratterizzava uno dei festival più importanti del nostro territorio.

‘La gestione più umana’ ha dato vita ad un festival più pop e che ha cercato di riedificare una tessitura perduta tra le componenti della comunità specificatamente chiusina, assestata in una posizione media, più generalista, che non ha mancato di dare opportunità a realtà locali di confrontarsi con una struttura rilevante e un brand autorevole come la dicitura OrizzontiFestival. Tuttavia con questa rottura, caratterizzata da un equilibrio tra generalismo e cultura detta alta, l’amministrazione è riuscita a far fronte ad una lacuna e una carenza di strumenti finanziari e strutturali,

Quell’#umano del 2017, allo stesso tempo, è riuscito a dare un #senso all’edizione 2018 del Festival Orizzonti, una XVI edizione dove il ‘senso’ è declinato come senso di appartenenza (ad un luogo, una persona, un gruppo), senso identitario, senso artistico e senso del bello (più che mai soggettivo), poi senso del lascito e di quell’eredità intellettuale che abbiamo fatto nostra, infine senso del dovere di esprimere ciò che siamo e cosa significhiamo.

Sembra proprio, dunque, che il Festival Orizzonti abbia trovato la sua dimensione creata dal basso, secondo le richieste del pubblico e le esigenze di tutti coloro che vivono e convivono con il festival. Un percorso triennale che conduce lo spettatore in un’esplorazione più esaustiva delle arti performative nei modi più disparati: guardando gli attori e apprezzando gli spettacoli, ma anche incontrando gli artisti, partecipando a officine e workshops, motivando i giovani soprattutto e gli amatori in generale.

“Un festival fruibile da più soggetti possibili – ha spiegato il direttore artistico Roberto Carloncelli in fase di progettazione – per gli spettatori che vi intervengono per interesse puramente artistico, per quanti vorranno trarne un’esperienza di nuovi apprendimenti, per coloro che vorranno cogliere l’opportunità del festival per conoscere ed apprezzare la bella realtà del nostro territorio a tutto tondo”.

Il Festival Orizzonti 2018 avrà, come di consueto, la location principale nella magica Piazza Duomo per tutte le prime e gli spettacoli serali, la tensostruttura adiacente a San Francesco come spazio per gli appuntamenti pomeridiani con gli artisti del territorio, il tradizionale Teatro Mascagni per il resto degli eventi in programma e un nuovo luogo, dedicato alle kermesse dei bambini in esterna, a Poggio Gallina. Appuntamenti di danza, musica, teatro, workshop e arte coloreranno Chiusi dal 5 al 12 agosto in una XVI edizione differente per finalità, significato e target, che si aprirà con l’attesa prima regionale di Artemis Danza, culminerà con la prima nazionale di Motus Danza e si concluderà con l’imperdibile performance di Rocco Papaleo.

Finalità e scelte, quelle fatte dalla direzione artistica e dalla nuova gestione capeggiata dal presidente-sindaco Juri Bettollini, che hanno attutito i conflitti, recuperato i cocci e ricomposti in visione di una crescita, e tornare di nuovo a portare teatro, danza, opera, poesia, arti figurative, musica e qualsiasi altro tipo di contenuto culturale in un borgo di poco meno di novemila abitanti. Scelte necessarie che hanno rimesso in anche linea la gestione economica della Fondazione Orizzonti con un debito in via di risoluzione.

Insomma quel ‘Lallerare senza lilleri, o almeno provarci’ che il nostro magazine aveva lanciato l’anno scorso ha fatto da monito per un richiamo all’ordine, quell’ordine che il Festival Orizzonti sembra aver trovato con un #senso.

 

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Scarpette Rosse – Centri antiviolenza e codice rosa, dalla spirale della violenza di genere si può uscire

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro le scarpe enormi…

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro le scarpe enormi di mamma. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

È proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la rubrica: ‘Scarpette rosse’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

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“Conosceva i miei punti deboli, a quelli si aggrappava per ricattarmi. Io non sapevo ribellarmi, avevo troppa paura delle sue reazioni e pensavo che nessuno potesse aiutarmi, diceva di amarmi ma subito dopo mi faceva sentire una nullità, fino a quando…” . È difficile mettere per iscritto quello che prova una donna che subisce violenza, che sia essa psicologica, verbale o fisica, tanto più difficile è trovare il coraggio di denunciare il fatto di averla subìta.

I casi di cronaca aumentano e nel 2018, in Italia, già possiamo contare 25 femminicidi, l’ultimo registrato proprio nella nostra regione, a Prato dove un ragazzo di 25 anni ha ucciso la ex fidanzata di 30, prima di togliersi a sua volta la vita. L’omicida si chiamava Federico Zini ed era un calciatore del Tuttocuoio, società di Lega Pro di Ponte a Egola, la vittima è invece Elisa Amato, una bellissima ragazza commessa in un negozio di moda.

Elisa, come Laura, Pamela o Jessica, donne a cui è stata tolta la voglia di vivere, i sogni e i progetti, da quelle persone che le avrebbero dovute proteggere per tutta la vita. Nel 2017 sono state 121 le donne uccise, e la violenza almeno nella metà dei casi è arrivata dai partner o dagli ex. In molti casi, alla furia di questi uomini assistono anche i figli, testimoni innocenti e indifesi di questa violenza.

A sostegno delle donne vittime di violenza di genere c’è la rete dei centri antiviolenza che in tutt’Italia può essere contattata attraverso il numero nazionale 1522. Chi si sente annullato dall’altro, chi subisce violenza fisica o verbale può fare questo numero o può rivolgersi al suo medico di famiglia o al Pronto Soccorso o al 118 o al Consultorio o alle forze dell’ordine. Nella massima riservatezza verrà attivato un percorso di ascolto e protezione per uscire dalla violenza. La Asl Toscana sud est, insieme alle altre istituzioni,  è in grado di assicurare una risposta efficace alle vittime di violenza, garantendo una presa in carico e un accompagnamento nel percorso dedicato, con il sostegno di un team multidisciplinare.

Il Codice Rosa è un progetto nato a Grosseto nel 2010 con l’obiettivo di aiutare le donne che hanno subìto violenza. Attualmente è una Rete clinica tempo-dipendente e definisce le modalità di accesso ed il percorso socio-sanitario, in particolare nei servizi di emergenza urgenza delle donne vittime di violenza di genere in linea con le linee guida nazionali e delle vittime di violenza causata da vulnerabilità o discriminazione. Definisce anche le modalità di allerta ed attivazione dei successivi percorsi territoriali, nell’ottica di un continuum assistenziale e di presa in carico globale.”

Nel 2017, il Codice Rosa della Asl Toscana sud est (Arezzo, Siena e Grosseto) ha contato 763 accessi: 684 di adulti (664 casi di maltrattamento, 12 di abusi e 8 di stalking) e 79 di minori (73 casi di maltrattamento e 6 di abuso). Per gli adulti la fascia di età più colpita è quella tra i 40 e i 49 anni (180 accessi); seguono la fascia 30-39 (163 accessi) e la fascia 18-29 (157 accessi). La distinzione per sesso vede 616 donne e 68 uomini. La distinzione per nazionalità: 487 italiani e 197 stranieri. Mentre per i minori la fascia di età più colpita sono gli adolescenti tra i 15 e i 17 anni (27 accessi); segue la fascia 7-11 anni (19 accessi) e quella 12-14 anni (18 accessi). Tra i minori sono i maschi quelli più soggetti a violenza (42, contro 37 femmine). Restano superiori i numeri degli italiani (57) rispetto agli stranieri (22).

Dal 2012 al 2017, nei Pronto soccorso della Toscana si sono registrati 17.363 casi di Codice Rosa (14.940 adulti, nella stragrande maggioranza donne, e 2.423 bambini). Nel 2017 sono stati 3.142 (2.592 adulti e 550 bambini).

Da considerare che questi dati non comprendono i numerosi casi di chi non ha la forza di chiedere aiuto. Proprio per cercare il più possibile di aiutare le donne che hanno subìto violenza a denunciare, i centri antiviolenza chiedono a chiunque venga a conoscenza di forme di discriminazione, violenza psicologica o fisica, anche se non coinvolto in prima persona, può abbattere la più grande alleata della violenza che è la solitudine in cui spesso si trovano le vittime e aiutare ad attivare un percorso di sostegno.

Ognuno di noi può diventare la voce di chi non può parlare perché  bloccato dalla paura o dai sensi di colpa. Aiutare una vittima dalla violenza, vuol dire anche aiutare il suo persecutore per il quale inizierà un percorso riabilitativo ed educativo a comportamenti non violenti.

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UC Sinalunghese, la determinazione di credere in un sogno chiamato Serie D

10 giugno 2018: una data che sarà destinata a rimanere nella storia di Sinalunga e scritta in maniera indelebile nei cuori della Uc Sinalunghese. In questo giorno infatti, sul campo…

10 giugno 2018: una data che sarà destinata a rimanere nella storia di Sinalunga e scritta in maniera indelebile nei cuori della Uc Sinalunghese. In questo giorno infatti, sul campo della USD Classe di Ravenna la squadra di calcio di Sinalunga si è qualificata per una storica promozione nella Serie D nazionale. La promozione, per i ragazzi di Roberto Fani, è arrivata al termine di una stagione ricca di successi e soddisfazioni; dalla prossima stagione aumenteranno le sfide e il livello di competizione, ma adesso è il momento di festeggiare il meritato successo per tutta la squadra e gli appassionati tifosi.

Un territorio intero, che a distanza di giorni, sembra ancora incredulo dello storico risultato. Invece è tutto vero, a dimostrazione che quando si crede fortemente nei sogni questi si realizzano. Sogno di un’impresa storica di una società che proprio lo scorso anno ha compiuto 60 anni, in cui hanno creduto e scommesso generazioni di bambini, ragazzi e uomini che del 1957 ad oggi hanno indossato e indossano la maglia rossoblù.

La storia della Sinalughese parte proprio dal 1957 grazie a Gino Zanelli, suo fondatore e primo presidente fino al 1972. L’associazione è nata con l’intento di promuovere il calcio, i valori dello sport e l’importanza del lavoro di squadra, qualità che hanno contribuito a raggiungere la tanto agognata Serie D.

Dal 1957 ad oggi, molte le persone che hanno contribuito alla crescita della società, da Edgardo Parri a Salvadore Maudente, a Ezio Giannini che con l’allenatore Tognoni portò la squadra in promozione; Cosimo De Simone, Corrado Benocci, Carlo Caroni, l’indimenticato bomber Marco Bernacchia, Giomarelli, Spataro e poi ancora Leti, Lorenzini e Corbelli, fino ad arrivare agli ultimi dieci anni e all’arrivo del mister Roberto Fani, che grazie alla sua ambizione e determinazione  convinse dirigenti e società ad affidargli la squadra. Fani rimarrà alla Sinalughese per tre anni per poi approdare alla Sansovino, passati sei anni la storia si riapre: Fani torna a guidare la prima squadra rossoblù conquistando prima il campionato di promozione nella stagione 2008-2009,  poi quello di eccellenza, fino ad arrivare, storia recente, alla Serie D.

direttore generale Bruno Mugnai

“Da dieci anni siamo in eccellenza e abbiamo sempre ottenuto ottimi risultati. La nostra è una squadra costruita e programmata nel tempo con l’intento di affidare ruoli giusti ai giusti elementi. Proprio per questo motivo ci sono ragazzi che giocano con noi da quasi dieci anni, come Vasseur, Calveri e Fanetti. Nel tempo poi abbiamo sempre cercato di inserire giocatori nei ruoli che a nostro avviso esaltavano di più le loro capacità” – così il direttore generale Bruno Mugnai  e il responsabile Claudio Polvani mi raccontano come hanno costruito la squadra che rimarrà negli annali della società scritta a caratteri cubitali.

Arrivare nei primi posti, sia in classifica che in coppa, erano gli obiettivi da raggiungere per la squadra di Fani, che ha potuto contare su un’ottima squadra nonostante i limiti numerici e una rosa ristretta rispetto ad altre concorrenti. Ma l’ambizione e la determinazione a vincere ha permesso a Fani di gestire al meglio i propri giocatori ottenendo i risultati e conquistato un risultato tanto inatteso quanto sperato.

“Quello che ha funzionato più di tutto in questo gruppo è stata la compattezza e la coesione tra i ragazzi. Negli spogliatoi c’era e c’è rispetto reciproco, sia tra i ragazzi che sono insieme da più anni che tra i nuovi arrivati. Ed è questo alla base della nostra grande vittoria. I ragazzi hanno sempre creduto che questo gruppo poteva arrivare molto in alto, noi come società siamo stati loro molto vicini e tutto è venuto di conseguenza. Non ti nego che questi play-off ci hanno ‘galvanizzato’ e ci hanno dato la spinta per arrivare vittoriosi fino in fondo” – mi confidano Mugnai e Polvani, con gli occhi di chi sa che nella propria squadra non giocano semplici giocatori, ma ragazzi che incarnano i veri valori del calcio.

capitano Dario Calveri

Uno di questi ragazzi è proprio il capitano della squadra, Dario Calveri, che ancora incredulo, come i suoi compagni, mi racconta che le parole ‘Serie D’ suonano molto strane; ma è la realtà, essere riusciti a concretizzare il sogno di una società e di molte generazioni di giocatori che hanno militato nella compagine senese.

“Sono 9 anni che gioco a Sinalunga e insieme ai miei compagni abbiamo sempre pensato che l’eccellenza fosse la nostra dimensione, ma quando abbiamo cominciato a capire che con le nostre capacità e la nostra determinazione potevano riuscire a farci salire in Serie D, abbiamo dato il tutto per tutto e siamo riusciti a realizzare un sogno. Abbiamo capito tardi che potevamo arrivare in Serie D, ma l’importante è che questo traguardo sia stato raggiunto. Il nostro gruppo è formato da persone che si vogliono veramente bene, con valori che vanno aldilà della sport, questo ci ha permesso di vivere le situazioni in maniera migliore. Nel nostro gruppo prima viene il sentimento e non il valore economico, ed è stato questo a spingerci a lottare verso un’unica direzione” – mi spiega Dario.

La bella promozione della Sinalughese, arrivata proprio al fischio di inizio dei Mondiali Russia 2018 in cui per la prima volta, dopo 60 anni, la nostra nazionale non ci sarà, riaccende la voglia di credere nei valori dello sport e del calcio, di tornare a tifare la propria squadra del cuore e dare la possibilità a tanti bambini di poter tornare a sognare di diventare, un giorno, come il proprio ‘calciatore supereroe’ senza distinzione di categoria o serie.

“Il fatto di essere così seguiti dai bambini ci fa un piacere enorme perché a questi livelli è una cosa rara. Per noi è un onore vedere tutti questi bambini che ci seguono, soprattutto perché hanno capito che oltre alla Serie A e alla Champions League lo sport è bello a tutti i livelli. Per me, tutto questo ha valore doppio perché anche io, quando ero piccolo, andavo a vedere il Sinalunga giocare e mi rivedo in tutti quei bambini che nei giorni passati sono venuti a chiederci un autografo o una foto. Come ha detto il bomber Bernacchia: ‘20 anni fa si parlava dei vari Caroni, Bernacchia e C., oggi si parla di Fani, Lucatti, Marini, Vasseur e C., ma domani si parlerà di loro e questo sarà solo motivo di orgoglio’” – continua a spiegarmi il capitano.

Quella della Sinalunghese è una promozione che ha unito un intero paese, con un gruppo ultras formidabile che ha sostenuto e supportato la squadra fin dall’inizio di questo incredibile viaggio. A vincere su tutti, però, in questo straordinario cammino sono le emozioni, le sensazioni e i valori che solo lo sport, vissuto come una ragione di vita e con tanti sacrifici, può dare. Il capitano Calveri parlando alla squadra dice:

“Noi abbiamo sacrificato l’Io per dare tutto al Noi, abbiamo fatto delle rinunce personali e abbiamo stretto i denti per affrontare una stagione lunga e di livello. Per ottenere un obiettivo del genere abbiamo fatto delle rinunce e visto il risultato raggiunto penso che sia stato ripagato tutto alla grande. Come ci ha detto in vicepresidente Nocentini: ‘in 60 anni siete stati il punto più alto che abbia mai avuto questa società, siete l’orgoglio più grande’. E detto da persone come loro, da dirigenti che si sporcano le mani tutti i giorni per il bene della società è qualcosa che ripaga di tutto. Ai miei compagni, al mio staff e a tutto il paese di Sinalunga dico che sono orgoglioso di essere il loro capitano”.

A lui fa eco uno dei componenti dello staff tecnico Marco Bulletti, preparatore atletico che insieme a Luca Guerrini, Federico Daviddi e Massimo Tosi, compongo una ‘squadra parallela’ di estrema importanza ed efficienza per il gruppo:

“Sono due anni che faccio parte dello staff tecnico della Sinalughese, siamo un gruppo bellissimo che io considero la mia famiglia sportiva. Insieme a loro, oltre alle vittorie e questo splendido risultato, abbiamo condiviso anche le sconfitte, ma sempre con la convinzione che i valori del nostro gruppo e la nostra determinazione ci avrebbero portato a risultati altissimi e così è stato. In tutto questo ci tengo a ringraziare Roberto Fani, molto più di un allenatore, l’artefice di questo successo, una persona stupenda dal lato sia umano che sportivo. Due anni fa, quando sono arrivato a Sinalunga, non credevo che avrei trovato un gruppo così bello”.

Alla famiglia rossoblù piace pensare che la cavalcata trionfale verso la Serie D sia stata accompagnata da tre angeli custodi che li guardano dall’alto e che portano il nome di Marino Cencini, Giuliano Giuliotti e Mario Parri. Tre tifosi indimenticabili: Marino sempre presente e uomo di una bontà infinita, Giuliano, sinalunghese doc che ha seguito la squadra del suo paese e tutto il calcio dilettantistico da sempre con tanta passione e infine Mario, un personaggio simbolo nel calcio di provincia che oltre alla sua passione immensa per i colori rossoblú e viola aveva un grande carisma e una simpatia unica. Sicuramente anche loro saranno orgogliosi e anche un po’ increduli di questo risultato.

E adesso? Adesso è ancora tempo di festeggiare, anche se la mente della società è già al lavoro per preparare la squadra che intraprenderà il viaggio della Serie D. Un viaggio nuovo per tutti, sia per la società, che per la squadra e per i tifosi, ma che sicuramente vivranno con tutti loro stessi e si godranno ogni singolo momento di questa straordinaria esperienza.

Prime indiscrezioni della stagione 2018-2019: staff tecnico riconfermato e un grande in bocca a lupo a Francesco Brunetti che non farà parte del viaggio in Serie D, ma vivrà il suo sogno americano. Francesco infatti andrà in America per quattro anni per studiare e giocare a calcio; del gruppo rossoblù porterà con sé la possibilità di realizzare un sogno condiviso fortemente da una squadra e i consigli che lo hanno fatto crescere!

Photo credits: pagina facebook UC Sinalunghese

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Legge obiettivo ungulati – Gli agricoltori chiedono maggiori tutele contro i danni dei caprioli

All’indomani del via libera, da parte della Regione Toscana, al piano di abbattimento dei caprioli per il territorio della provincia di Siena, l’Unione provinciale agricoltori di Siena ha organizzato una…

All’indomani del via libera, da parte della Regione Toscana, al piano di abbattimento dei caprioli per il territorio della provincia di Siena, l’Unione provinciale agricoltori di Siena ha organizzato una tavola rotonda per fare il punto sugli effetti della Legge Obiettivo dalla sua effettiva applicazione.

All’incontro, che si è svolto a Siena, hanno preso parte il direttore dell’Unione Provinciale Agricoltori di Siena, Gianluca Cavicchioli, il professore dell’Università di Sassari dipartimento di Medicina Veterinaria e membro Cirsemaf, Marco Apollonio, il presidente ATC 3 Siena Nord Roberto Vivarelli, Francesco Rustici presidenza Confederazione Cacciatori Toscani, Silvano Toso vice presidente vicario EPS nazionale e il dottor Paolo Banti dirigente de settore ufficio caccia della Regione Toscana, oltre a molti agricoltori e cacciatori del territorio senese.

Lo scopo della Legge Obiettivo per la gestione degli ungulati in Toscana è quello di ridurre, entro un triennio, i conflitti generati dagli ungulati selvatici rispetto agli habitat che li ospitano. La Legge tende ad aumentare le possibilità di prelievo venatorio anche mediante periodi più ampi nelle aree maggiormente soggette a danni.

Nei 20 mesi di effettiva applicazione della Legge sono stati abbattuti complessivamente 215.575 capi in tutta la Regione Toscana, così suddivisi: 184.774 cinghiali, 27.135 caprioli, 993 cervi, 2456 daini e 217 mufloni. Se da una parte questi dati sembrano confortanti per quanto riguarda gli abbattimenti, dall’altra però aumentano i danni alle colture causati proprio da ungulati e cervidi. La tendenza dei danni ha un andamento molto disomogeneo tra provincia e provincia e infatti quelle che risultano essere maggiormente colpite sono la provincia di Siena e quella di Firenze.

A Siena e provincia, nonostante l’aumento dei piani di prelievo, dei tempi di caccia e l’individuazione, insieme a ISPRA, dei distretti con obiettivi di bassa densità, il numero dei danni è causato maggiormente dai caprioli e nel 2017 i danni, in tutta la Regione, arrivano a sfiorare quasi i 4 milioni di euro.

A farne le spese più grandi sono proprio gli agricoltori che muovono fortissime critiche alla Legge Obiettivo: la popolazione della specie capriolo si sta annualmente incrementando, tantoché nella sola provincia di Siena è arrivata ad oltre 40mila capi. Nelle riserve naturali, ed in generale nelle zone a divieto di caccia, non è stato di fatto effettuata alcuna apprezzabile attività di contenimento e tutto ciò accresce i rischi di incolumità per i cittadini, i danni alle specie vegetali, alle altre specie selvatiche, all’incrementare della presenza della specie lupo e all’utilizzo delle recinzione alle colture agricole.

In base a ciò, gli agricoltori a gran voce chiedono l’applicazione dell’articolo 37 anche per i caprioli, in quanto l’attuale pratica termina il 15 marzo e riprende i 1 di giugno, ma in questo intervallo si concentrano i maggiori danni alle colture. Armonizzare gli interventi su tutto il territorio al fine di ottimizzare e non vanificare i positivi risultati ottenuti; intervenire sulle riserve naturali, ovvero coordinare le azioni da effettuare nel territorio libero, cambiare la legge 157/92 che riguarda la fauna selvatica in modo che l’attività venatoria non sia più in contrasto con la conservazione della fauna. Rivedere il decreto dei minimis, cioè se c’è un danno, gli agricoltori richiedono di essere indennizzati al 100%, invece il decreto stabilisce un tetto massimo di risarcimento in 15mila euro suddiviso in 3 anni comprensivi anche di altre provvidenze come sgravi, contributi e aiuti di credito. Infine gli agricoltori chiedono soluzioni alternative alla recinzione, in quanto contrari perché rovinano il paesaggio.

Dal canto suo la Regione Toscana, nei giorni scorsi, ha dato il via libera al piano di controllo dei caprioli in cinque zone di ripopolamento e cattura della provincia di Siena gestite dall’ATC Siena nord. Il piano di controllo prevede un prelievo complessivo di 206 capi e a seconda dell’esito del risultato verrà valutato se gli interventi potranno essere ripetuti o estesi ad altre zone di ripopolamento e cattura.

Per quanto riguarda gli altri punti messi sul banco, nel report della Regione Toscana emerge che per quanto riguarda il cinghiale, nelle aree non vocate, la caccia di selezione nel 2017 ha portato al prelievo di 8.445 capi, con un incremento dell’84,4% rispetto ai 4.581 capi del 2016. Anche il prelievo del cinghiale in “controllo”  nel 2017 è aumentato: sono stati prelevati 13.569 capi, rispetto ai 9.927 capi del periodo giugno-dicembre 2016, mentre nelle aree vocate, invece, si è registrato l’abbattimento di 60.976 cinghiali, con un calo del 19.6% rispetto ai 75.863 capi prelevati nel 2016. Complessivamente i cinghiali prelevati in Toscana nel 2017 sono stati 87.684, contro i 97.090 del 2016 e 79.330 del 2015.

Per il Capriolo, non sembra esserci stato un reale incremento dei prelievi a seguito dell’applicazione delle Legge Obbiettivo: i numeri dei capi abbattuti restano stabili così come la consistenza della specie, che nel 2017 è stata stimata in 182.575 capi, di cui 148.689 nelle aree vocate alla specie e 33.877 capi nelle aree non vocate. Dai dati parziali presentati nel report, i Caprioli abbattuti nelle aree non vocate nell’annata venatoria 2017-18 risultano essere 8.281, rispetto ad un piano complessivo di prelievo pari a 35.693 capi.

Infine la Regione Toscana, alla luce dei fatti, spiega le problematiche causate dagli ungulati sono ancora presenti ed è quindi necessario intervenire ancora in modo più efficace specialmente sulle altre specie come il capriolo e al di là delle norme e dei provvedimenti, l’elemento più importante per cercare di attenuare un fenomeno in atto da oltre 10 anni è che ogni soggetto interessato lavori per una gestione comune e condivisa del territorio.

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Pici, il ‘marchio di fabbrica’ della Valdichiana e l’iscrizione all’INPAI

Branded content a cura di Valdichiana Media e Università Telematica Pegaso – Sede di Montepulciano I pici rappresentano il ‘marchio di fabbrica’ della gastronomia della Valdichiana. Nel nostro territorio, infatti,…

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I pici rappresentano il ‘marchio di fabbrica’ della gastronomia della Valdichiana. Nel nostro territorio, infatti, è possibile gustare il sapore inconfondibile di questa pasta, “lontani parenti degli spaghetti, ma molto più corposi” come li definisce Giovanni Righi Parenti nel libro ‘La cucina toscana in 800 ricette tradizionali’.

La storia dei pici affonda le sue radici in epoca etrusca e difatti una prima testimonianza si può trovare nella celeberrima Tomba dei Leopardi di Tarquinia, monumento funerario del V secolo a.C. che raffigura un banchetto. Per quanto riguarda il nome, le correnti di pensiero sono molte e discordanti: c’è chi lo fa risalire addirittura all’antica Roma, nello specifico alla figura di Marco Gavio Apicio (25 a.C.37 d.C.), uno dei più importanti gastronomi dell’antichità, mentre altre sostengono che il nome derivi dal gesto che si fa con il palmo della mano per far prendere all’impasto la forma del picio, quello che nel gergo culinario toscano è il verbo “appiciare”.

Tuttavia la creazione dei pici non è circoscritta ai maestri che tramandano il sapere o agli specialisti, ma dal momento che stiamo parlando di un piatto povero proveniente dalla tradizione contadina, può essere facilmente preparato da tutti, senza distinzione di sesso, età o classe sociale. Intorno ai pici e all’arte dell’appiciare sono state riconosciute importanti caratteristiche come la capacità di mantenere legami sociali nelle comunità e la possibilità di essere praticata da chiunque, sotto la guida di mani esperte, aprendo a tutti i membri della comunità che poi li consumerà la partecipazione alla produzione.

Per questo motivo il MIPAAF ha accolto la richiesta di ammissione al patrimonio agroalimentare e “I pici e l’arte di appiciare” sono stati ammessi con Decreto del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali all’Inventario nazionale del patrimonio agroalimentare italiano (INPAI).

Insieme ai nostri pici c’è solo “L’arte del pizzaiolo napoletano” che il 7 dicembre 2017 è diventata addirittura Patrimonio culturale dell’umanità, riconosciuto e tutelato dall’UNESCO. Doverosa precisazione da fare è che mentre l’arte della pizza è patrimonio esclusivo dei pizzaioli che diventano tali al termine di un percorso di addestramento non facile e dalla riuscita non certa, chiunque può “appiciare” con risultati apprezzabili. Da non sottovalutare poi il fatto che il riconoscimento, il più alto che possa essere attribuito in Italia nel settore agroalimentare e delle tradizioni popolari e contadine, prevede che sia lo stesso Ministero a valorizzare i beni ammessi all’Inventario attraverso attività di comunicazione e nella Settimana della cucina italiana nel mondo che nel 2018 giungerà alla terza edizione dopo aver superato, l’anno scorso, i 1.000 eventi in oltre 100 Paesi.

La richiesta d’iscrizione è stata effettuata dell’Unione dei Comuni Valdichiana Senese che ha affidato l’incarico a Qualità e Sviluppo Rurale, società a prevalente capitale pubblico, già positivamente impegnata in attività simili. Lo studio è stato condotto, a costo zero, dal Presidente di QSR Stefano Biagiotti e da un team comprendente anche Alessio Banini, Filippo Masina e Francesca Sordi.

Sull’iscrizione ha pesato la modalità di trasmissione dell’arte dell’appiciare, che si basa sulla pratica, e il valore sociale e culturale che racchiude, rappresentando un forte strumento di trasmissione delle tradizioni insieme alla sua capacità di superare barriere sociali ed anagrafiche. Indubbiamente questa iscrizione avrà delle ricadute importanti su tutto il nostro territorio in quanto ha sistematizzato il valore sociale e culturale del prodotto, noto a tanti ma non ancora così ben messo a fuoco.

Proprio su questo punto abbiamo chiesto maggiori informazioni al presidente di QSR, nonché rappresentante dell’Università Telematica Pegaso della sede di Montepulciano, Stefano Biagiotti.

“Una co-abitazione di grande prestigio che attribuisce enorme valore al riconoscimento attribuito dal MIPAAF ad un alimento, i pici, di origine povera, inconfondibile per la sua tipicità e provenienza, quasi identitario, ma oggi diffuso su tutte le tavole, e soprattutto ad una pratica, appunto l’ “appiciare”, di cui uno studio appositamente commissionato ha sistematizzato il valore sociale e culturale, noto a tanti ma non ancora così ben messo a fuoco” – spiega il presidente Biagiotti

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Acqua e conformazione territoriale, Sinalunga come Sinaloa – Le origini del nome

Situata nel centro delle più importanti direttrici stradali, Sinalunga è suddivisa in un centro abitativo più antico e da una parte pianeggiante fervente di attività industriali e commerciale, la Pieve….

Situata nel centro delle più importanti direttrici stradali, Sinalunga è suddivisa in un centro abitativo più antico e da una parte pianeggiante fervente di attività industriali e commerciale, la Pieve. Il territorio di Sinalunga si compone di 5 frazioni: Bettolle, città natale di Ezio Marchi, il primo a studiare la razza bovina “chianina” e caratterizzata dalla presenza di Ville Leopoldine e Poderi Ottocenteschi testimoni dell’originaria architettura concepita dal Gran Duca Leopoldo I; Rigomagno, uno dei pochi centri urbani medievali della Valdichiana quasi del tutto intatti, che mantiene la sua struttura di borgo fortificato, testimoniata dai resti della cerchia muraria in cui sono inserite due torri semicircolari ben conservate. Scrofiano che sorge su un colle e con la sua struttura medievale è un esempio di arte sacra della zona; Farnetella, con la sua impostazione caratteristica, basata su borghi paralleli e vicoli traversi che conducono alla sommità, è un tipico esempio di struttura urbanistica medievale e in fine Guazzino che è la frazione di costituzione più recente, formata da un nucleo abitativo che gravita attorno alla Parrocchia e alle fornaci di laterizio.

Questo è come si presenta uno dei Comuni più popolosi della Valdichiana, ma di Sinalunga è interessante conoscere l’origine del toponimo. Vari autori e ricercatori hanno formulato diverse ipotesi sull’origine del nome, alle quali si aggiunge anche quella di cui vi andrò a parlare e che si basa su un’osservazione del territorio e sulla sua formazione.

A riguardo abbiamo incontrato Gianfranco Censini, geologo e presidente del Gruppo Archeologico Sinalunghese, che ci ha spiegato come il toponimo ‘Sinalunga’ derivi da Sinus Longus, dal latino ‘Lunga Insenatura’. Per arrivare a questa spiegazione è stato necessario uno studio partito nel giugno 2015 durante un viaggio nella città di Chihuahua ed El Fuerte, nella Regione di Sinaloa, in Messico, ed è stata proprio questa straordinaria somiglianza tra i toponimi Sinaloa e Sinalunga che ha scatenato la curiosità del dottor Censini.

Dottor Censini ci può spiegare in cosa il toponimo Sinalunga è così simile a Sinaloa in Messico?

“Sinalunga deriva da “Sinus Longus’, cioè ‘una lunga insenatura’ ai bordi del più ampio ambiente lacustre della Valdichiana e, seguendo le regole della classificazione delle insenature già descritte in un trattato di Fisica delle Acque del 1700, anche la Regione di Sinaloa si colloca all’imbocco di un altro Sinus Longus’, ovvero il Golfo della California, che, appunto, sta al margine dell’Oceano Pacifico. Questa spiegazione che lega il nome ad una specifica caratteristica del territorio appare in linea con la naturale tendenza di indicare i luoghi specificandone una forma o dimensione particolare: Collelungo (nome originario della Fattoria tra Monte Martino e Guazzino), Pratolungo, Vallelunga, oppure Collalto, Montegrosso, Montebello, Cala Piccola, Cala Grande, sono solo alcuni esempi di toponimi che riportano a particolari forme del territorio in cui si trovano”.

Le ricerche di Censini si sono svolte su testi antichi disponibili solo in forma digitale: cercando la combinazione “sinus + longus” i link trovati sono stati molti ma, purtroppo, la combinazione di queste due parole è stata spesso utilizzata anche in antichi testi di anatomia umana, per cui la selezione di quelli attinenti per questa ricerca è stata più complicata.

Per questi motivi, i risultati ottenuti per questa ricerca derivano dall’opera di Francisci Batle ‘Instituones Physicae, Ad Usum Scholarum Accomodatae’ che definisce in maniera molto sintetica cosa è un ‘Sinus Lonsus’, ovvero un’insenatura, con il quale vengono elencati i più grandi golfi conosciuti, tra questi anche il Mar Mediterraneo, con all’interno i più piccoli Sinus quali il mare Adriatico, il mar Tirreno, il mar Ionio e gli altri nostri mari italiani.

L’ipotesi sulla nascita del toponimo ‘Sinalunga’ di Censini si fonda, dunque, sull’origine del nostro territorio che nel periodo pleistocenico era ancora invaso dalle acque del grande bacino lacustre che caratterizzava tutta l’area della Valdichiana. In epoca romana poi erano presenti acquitrini dovuti al ristagno delle acque del torrente Foenna, mentre gran parte della Valdichiana era già prosciugata e interessata da zone lacustri solo nella fascia centrale.

Dottor Censini come si presentava la morfologia del nostro territorio?

“La morfologia della nostra zona, sebbene non più totalmente occupata dalle acque, era sufficientemente marcata da apparire ancora come un golfo, una baia o semplicemente un’insenatura di circa 8 chilometri ed una imboccatura, molto stretta, identificabile nell’allineamento tra “La Capacciola e Monte Martino”. La nostra valle ha subìto le conseguenze di fenomeni naturali molto complessi che hanno portato le acque a scorrere in un senso o nell’altro, oppure a fermarsi e ristagnare, creando acquitrini o piccoli laghi, di cui ci sono evidenti testimonianze nei toponimi antichi e chiare conferme nelle conseguenze degli eventi alluvionali recenti”.

Ma il topomino Sinus Longus come si è trasformato in Sinalunga?

Mettiamo che il toponimo primordiale fosse ‘Sinus Longus’ e che vi sia stato aggiunto, da coloro che si mettevano in viaggio da Sud verso Nord, il prefisso che indica la destinazione “AD”, cioè moto a luogo, si può ritenere che con il passare del tempo il toponimo sia diventato “Ad Sinus Longus’ e poi ‘ Asinuslongus’, di questa forma però non sembra che ci siano testimonianze chiare, mentre è chiari che ad un certo punto, nei vari documenti che parlano della questa zona, si inizia a trovare la forma rimasta in uso fino al 1863, di Asinalunga, con una forma intermedia di Asinalonga. Al di là della piccola variazione da ‘Longa a Lunga’, la variazione che sembra importante è quella che vede la variazione da ‘Ad Sinus a ad Sina’ e questa variazione può costituire la conferma che da una primordiale insenatura unica, che andava dalla Capacciola a Rigomagno, si sia passati, durante il Medioevo, a più bacini palustri separati”.

Pertanto, secondo un’informazione raccolta dalla dottoressa Valeria Novembri, dell’Accademica Oscuri di Torrita esperta di letteratura latina, il toponimo maschile singolare Sinus, diventando plurale avrebbe cambiato genere diventando neutro, quindi Sina indica un sostantivo plurale di genere neutro e ciò vuol dire che i viaggiatori che si muovevano verso Nord venendo verso la nostra zona venivano Ad Sina Longa cioè “verso la zone delle insenature lunghe’.

Il toponimo Asinalunga rimase il nome ufficiale della Comunità sinalunghese fino al 1863 quando, per Regio Decreto, il nome venne definitivamente cambiato in Sinalunga.

In conclusione in dottor Censini asserisce che l’origine di un toponimo, la sua etimologia, sono spesso chiari e privi di incertezze; altre volte risultano causa di discussioni accademiche o di dibattiti infiniti e Sinalunga, sicuramente, rientra tra questi ultimi e non sarà di certo questa ricerca a porvi fine.


Sitografia e bibliografia

  • http://www.terresiena.it/it/val-di-chiana/273-i-comuni/216-sinalunga
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Sinalunga
  • ‘Dalla Capacciola a Rigomagno, è questo il SINUS LONGUS che ha dato il nome a SINALUNGA? – Elementi Geomorfologici, Toponomastici e Riferimenti Storici’ di Gianfranco Censini

 

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Il terremoto geopolitico in Medioriente raccontato nel libro di Nicola Censini

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Il terremoto geopolitico che si è registrato negli ultimi anni a seguito delle Primavere Arabe ha messo in discussione un intero assetto regionale. A distanza di pochi anni, molti dei paesi interessati dalle sommosse presentano ancora forti elementi d’instabilità e di precarietà. In molti casi sono ancora in corso guerre o aspri conflitti interni e, talvolta, anche i vari sistemi istituzionali, politici ed economici appaiono modesti o precari.

Le sommosse, nei Paesi nel quadrante mediorientale, cominciarono nel dicembre 2010 in seguito alla protesta estrema del tunisino Mohamed Bouazizi che si dette fuoco in seguito a maltrattamenti subìti da parte della polizia e il cui gesto innescò l’intero moto di rivolta tramutatosi nella cosiddetta Rivoluzione dei Gelsomini. Per le stesse ragioni, un effetto domino si propagò ad altri Paesi del mondo arabo e della regione del Nord Africa, in molti casi i giorni più accesi, o quelli dai quali prese avvio la rivolta, sono stati chiamati giorni della rabbia o con nomi simili.

Le proteste colpirono non solo Paesi Arabi, ma anche alcuni Stati non arabi, come nel caso della Repubblica Islamica dell’Iran che ha in un certo senso anticipato la primavera araba con le proteste post-elettorali del 2009-2010; i due casi hanno in comune l’uso di tecniche di resistenza civile, come scioperi, manifestazioni, marce e cortei e talvolta anche atti estremi come suicidi.

I fattori che hanno portato alle proteste iniziali sono numerosi e comprendono la corruzione, l’assenza della libertà individuale, la violazione dei diritti umani e la mancanza di interesse per le condizioni di vita, molto dure, che in molti casi rasentano la povertà estrema. Delle rivolte hanno poi cercato di approfittarne movimenti estremisti e terroristici di matrice islamica, come i Fratelli Musulmani che con trucchi, intimidazioni e corruzioni, sono riusciti anche a prendere il potere in alcuni stati, riportando in vigore assurde leggi ancora più opprimenti e antiquate. Anche la crescita del prezzo dei generi alimentari.

Questo scenario è stato esaminato da Nicola Censini, dottorato di ricerca in Geopolitica presso l’Università di Pisa, nel suo secondo libro ‘Le frontiere del quadrante mediorientale’ edito da Aracne e presentato a Montepulciano nei giorni scorsi alla presenza dell’Ambasciatore Roberto Falaschi e del Consigliere Grand’ufficiale della Repubblica Fabrizio Nevola.

Per la scrittura del suo nuovo libro, Nicola non si è soffermato solo sulle situazioni che ci sono in Tunisia, Libia o Egitto, ma ha studiato anche la situazione del Bahrein, uno Stato molto piccolo, ma dalle dinamiche interessanti governato da una dinastia sunnita in un Paese a maggioranza sciita, e dell’Oman, Stato ibadita, ossia governato da un partito che discende dalla lotta fra sunniti e sciiti, agli inizi della storia islamica.

Il volume di Nicola va ad analizzare non solo i cambiamenti che si sono verificati nell’ambito del quadrante mediorientale del Mediterraneo allargato all’indomani delle rivolte arabe, ma in prospettiva anche i lineamenti del nuovo scenario mondiale, sempre più multipolare e ancora in cerca di un suo equilibrio.

Sul ruolo che l’Italia ha in tutto questo ‘scenario’, anche se parlare di scenario in questo momento è molto difficile, ne hanno parlato l’Ambasciatore Falaschi e il Consigliere Nevola, i quali hanno ribadito il fatto che il ruolo del nostro Paese è molto marginale perché c’è la necessità di avere una politica interna più forte e una politica internazionale che desse la possibilità di affrontare certi scenari con determinazione ed efficacia.

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Agricoltura di precisione, maggiori controlli e più previsione nelle colture

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Se l’agricoltura 4.0 è la nuova frontiera dell’agricoltura che impiega sul campo tecnologie ed internet per la condivisione di dati e di informazioni non solo tra macchine, ma anche fra operatori diversi della filiera, l’agricoltura di precisione è un sistema integrato di metodologie e tecnologie progettate per aumentare la produzione vegetale, la qualità e la produttività di un’azienda agricola.

Andando sul pratico: nell’agricoltura tradizionale un coltivatore deve in qualche modo presumere o indovinare sulla base della sua esperienza le necessità delle colture: quanta acqua, quanto concime, quali attacchi parassitari, mentre nell’agricoltura di precisione è una gestione “precisa” delle attività di coltivazione, come per esempio l’irrigazione e la fertilizzazione, e sulle metodologie di elaborazione spaziale che costituiscono la base per una programmazione di interventi in campo mirati e localizzati, rendendo il processo produttivo sostenibile in termini economici che ambientali.

Le tecnologie utilizzate maggiormente per il rilevamento sono i droni e i sensori geoelettrici e radiometrici, ma anche aerei, satelliti, GPS, mentre per il monitoraggio e la mappatura subentrano macchine operatrici basate sulla tecnologia a rateo variabile, che sono in grado di gestire in modo differente varie porzioni dello stesso terreno sulla base di input georiferiti.

In Italia l’agricoltura di precisione si usa principalmente nei vigneti, noccioleti, colture di cereali, pomodori e risaie, ma è negli Stati Uniti che questa nuova frontiera è arrivata negli anni 90 a beneficio delle grandi estensioni colturali di cotone e mais. L’agricoltura di precisione può offrire diversi benefici in molteplici campi: dalla produzione, con l’aumento dell’efficienza, alla tutela dell’ambiente.

I benefici che può offrire questo tipo di agricoltura sono molteplici e possono spaziare in diversi campi, dalla produzione, con l’aumento dell’efficienza, alla tutela dell’ambiente grazie alla riduzione di input chimici. Può anche avere benefici effetti sulla cosiddetta filiera, grazie al miglioramento della qualità, e portare vantaggi economici in termini di risparmio.

Per capire ancora meglio quali sono i vantaggi che questa nuova frontiera dell’agricoltura può apportare a tutto il settore abbiamo intervistato l’agronomo Giuseppe Cillo che ha approfondito gli studi in questo campo per fornire risposte concrete in termini di maggiore sostenibilità sociale, ambientale ma soprattutto dare maggiore dignità ai veri protagonisti: gli agricoltori che sono alle prese con innumerevoli criticità legate non solo ai mercati ma anche agli effetti dei cambiamenti climatici.


Sitografia

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La bandiera vola tra le emozioni della storia – Intervista al Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita

Per ricercare l’origine della figura dello sbandieratore dobbiamo risalire al periodo medievale e più precisamente all’ambiente di guerra. La bandiera era il segno dell’orgoglio cittadino ma allo stesso tempo esprimeva…

Per ricercare l’origine della figura dello sbandieratore dobbiamo risalire al periodo medievale e più precisamente all’ambiente di guerra. La bandiera era il segno dell’orgoglio cittadino ma allo stesso tempo esprimeva un’esigenza tattica ed era punto di riferimento durante il combattimento. Gli sbandieratori servivano per comunicare con i reparti: attraverso lanci e sventolii dei vessilli veniva infatti indicato l’attimo più propizio per l’attacco, i movimenti da effettuare con le truppe e le fasi salienti della battaglia, secondo un codice ben preciso.

Il maneggio delle bandiere era affidato a bravi militi che avevano il compito di difendere le proprie insegne sino alla morte. Dovevano essere fedeli, discreti e ingegnosi oltre che istruiti in diverse lingue per comunicare con i nemici sul campo di battaglia. Se i nemici catturavano uno sbandieratore, questi, nonostante violenze e torture, non dovevano assolutamente rivelare i segreti che gelosamente custodivano.

Oggi della figura dello sbandieratore è rimasto l’aspetto estetico e lo spettacolo che determinano l’atmosfera di una festa, una figura che fa vivere la bandiera con uno sventolio preciso e multicolore che sia scandito dai tempi indicati dai tamburi e dalle chiarine. Quello che non è cambiato nei secoli, però, è la paura, l’insicurezza e soprattutto l’onore e l’orgoglio che ogni sbandieratore e tamburino prova quando veste i colori della propria contrada che sia essa un’epoca antica o moderna.

Juri Gigliotti, presidente Gruppo Sbandieratori e Tamburini Torrita di Siena

Sensazioni strane e allo stesso tempo difficili da descrivere quelle provate da uno sbandieratore o tamburino, ma che la nostra redazione è riuscita a carpire dalle parole di Juri Gigliotti, neo presidente del Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita di Siena.

Il Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita di Siena nasce nel 1991, figlio naturale dell’Associazione Sagra San Giuseppe, l’associazione che organizza ogni anno il Palio dei Somari. Il gruppo è attualmente composto da 50 elementi tra sbandieratori, tamburini, chiarine, armati e tutte le persone che lavorano dietro le quinte per la crescita dei questa bella realtà torritese.

Lo scopo del Gruppo è quello di far conoscere e promuovere il territorio di Torrita di Siena, il suo Palio e tutta la passione con la quale viene vissuto, rievocando la tradizione dell’epoca tardo-medievale senese. Il Gruppo si esibisce in suggestivi cortei e in curate evoluzioni capaci di far rivivere uno scorcio di vita medievale, utilizzando le bandiere delle 8 contrade e dei 4 castelli del Palio dei Somari di Torrita.

Ogni contrada sfila il giorno del Palio in un suggestivo corteo che racchiude quasi 300 figuranti in costume. All’interno del corteo vi sono due sbandieratori e due tamburini per ogni contrada che si sfidano il sabato antecedente al Palio, in una gara a coppie nella piazza del Comune. Questa gara ha raggiunto negli anni alti livelli di qualità, destrezza e sincrona armonia nelle esibizioni presentate dalle coppie di concorrenti. La domenica del Palio tutti gli sbandieratori e i tamburini delle Contrade si esibiscono insieme in esecuzioni di piccola squadra, grande squadra e numero dei musici.

Ciao Juri, primo anno di palio da neo presidente del Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita, come ti senti?

Sono molto emozionato. Spero di essere all’altezza di questi ragazzi perché l’impegno che mettono in tutto quello che fanno è massimo e quindi li devo rappresentare nel migliore dei modi’

Come si sta preparando il gruppo in vista del Palio e quali sono i numeri che porteranno in piazza il giorno della grande corsa?

‘Il gruppo si sta preparando con prove continue, studi e tanti consigli da chi è stato sbandieratore o tamburino prima di loro. Spesso far conciliare impegni personali e prove non è semplice e quindi i nostri ragazzi fanno i salti mortali per poter essere impeccabili il giorno del Palio. È un gruppo fantastico e sta facendo un ottimo lavoro. Quest’anno il giorno del Palio porteranno in piazza due numeri: uno composto da sei sbandieratori e otto tamburini, uno per contrada, e un altro in cui ci saranno otto sbandieratori e otto tamburini. Inoltre ci sarà il numero aggiuntivo dei castelli composto da quattro tamburini e quattro sbandieratori”.

Oltre al vento, qual è l’insidia più temuta da uno sbandieratore?

‘Oltre il vento l’insidia più temuta è sicuramente l’emozione. L’emozione potrebbe giocare brutti scherzi, perché portare in piazza i colori della tua contrada, farli sventolare a ritmo di tamburi è una scarica di adrenalina che non ti abbandona mai, ma allo stesso tempo ti da la giusta carica per affrontare il numero. Questi momenti ti regalano un insieme di emozioni difficili da spiegare che solo vivendoli si possono capire’.

Ed è proprio la voglia di continuare a tramandare queste emozioni e la passione per la bandiera che nel 2005 nasce la Scuola Sbandieratori e Tamburini di Torrita, dedicata ai bambini dai 9 ai 14 anni. La Scuola Sbandieratori e Tamburini si è esibita all’interno di molti contesti sia nel nostro territorio che nelle province e nelle regioni limitrofe. Veder crescere le nuove generazioni vicine all’arte della bandiera, del tamburo e della chiarina, garantendo così il tramandarsi della propria tradizione e attività, è fonte di orgoglio e soddisfazione per il Gruppo Sbandieratori e Tamburini, che rappresenta ormai fiore all’occhiello della propria comunità.

Che effetto fa essere considerati uno dei gruppi più apprezzati e ammirati della Valdichiana?

‘Fa estremamente piacere e onore ad essere visti così dagli altri gruppi della Valdichiana, perché significa che stiamo lavorando bene, frutto di anni di lavoro e di molti sacrifici da parte delle persone che ne hanno fatto parte nel tempo. In questo ci ha aiutato molto la scuola dei piccoli sbandieratori e tamburini, con la quale siamo partiti sette anni fa e adesso stiamo raccogliendo i risultati di quel lavoro. La buona preparazione ricevuta dai piccoli fa bene alla crescita del gruppo e vedere che oggi quei bambini sono cresciuti e quindi passati nel gruppo dei grandi, fa sicuramente piacere’.

Del gruppo fanno parte anche diverse donne. Com’è cambiato, negli anni, il ruolo delle donne nel gruppo e quante ne fanno parte attualmente?

‘Le donne, fino a poco tempo fa, non erano così numerose come adesso. In passato hanno ricoperto il ruolo di porta insegne e ci aiutavano dietro le quinte: mi viene da citare e ringraziare Francesca Rossi e Daniela Bonollo. Le quote rosa stanno prendendo sempre più campo sia tra gli sbandieratori e che tra i tamburini e anche nella scuola è arrivato un bel gruppetto di bambine. Quest’anno poi, nel gruppo dei grandi, ci sarà sempre la coppia di donne della contrada Porta a Pago e quindi anche quest’anno ci sarà una bella rappresentanza di donne che non solo fanno parte dell’uscita della domenica del Palio ma partecipano attivamente a tutta la vita del gruppo’.

Ci sono rivalità tra gli sbandieratori e tamburini del gruppo?

‘Le rivalità ci sono, però si tratta di sana competizione. Tra i ragazzi c’è molto affiatamento perché la giornata del Palio siamo tutti insieme per suonare in piazza e portare in alto i colori di Torrita. Non ci sono mai stati litigi, ma solo, ripeto, una sana competizione’.

L’esperienza acquisita negli anni dai ragazzi, oggi adulti, ha portato ad adattare le loro esibizioni a ogni necessità richiesta, con la possibilità di esibirsi in spettacoli di grande squadra, piccola squadra e singolo e numero dei musici. Molte sono state le piazze entusiasmate dai colori torritesi negli ultimi venti anni di attività, italiane ed europee, ecco alcuni esempi: Middelalder Festival di Horsens, Middelalder Festival di Oslo, Santiago de Compostela, Piazza San Pietro a Città del Vaticano, Beauvais e Budapest.

Juri Gigliotti al suo primo anno da presidente del Gruppo sente molta responsabilità e alle giovani generazioni spera di riuscire a tramandare l’amore per la festa, la passione per la bandiera o per i tamburi o le chiarine, ma soprattutto l’impegno di cui la manifestazione ha bisogno per crescere ancora e le gioie e i dolori che possono portare questa meravigliosa festa, simbolo di aggregazione e comunità.

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Scarpette Rosse – Codice Rosa: nel 2017 oltre 3mila casi di maltrattamenti e abusi in Toscana

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi….

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

È proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la nuova rubrica: ‘Scarpette rosse’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

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Sono 3.142 i casi di maltrattamenti e abusi riscontrati nel 2017 e approdati al codice rosa nei pronto soccorso della Toscana: 2.592 i casi di maltrattamenti, abusi e stalking su adulti e 550 sono maltrattamenti e abusi su minori.

Le storie di violenza di genere, possono sembrare una serie di eventi episodici, occasionali e spesso influenzati da fattori di disagio personale, ma in realtà sono storie drammatiche, tutte diverse, in cui si può fingere di non individuare elementi e fattori comuni. Se invece, le storie di violenza, si guardano un pò più da lontano si può notare quanto la violenza di genere faccia parte di una cultura, anzi fa talmente parte del nostro contesto, sia per chi la copie sia per chi la subisce, che spesso è anche difficile da denunciare. La violenza è dunque percepita come un problema individuale da nascondere per la debolezza che lascia trasparire, da non condividere per lo stigma che si porta dietro e perché parlarne con qualcuno è spesso impossibile.

Ed è proprio per contrastare la violenza di genere e quindi rispondere ai bisogni concreti delle donne vittime di violenza che nel 2010 nella Asl 9 di Grosseto è nato, come progetto pilota, il percorso Codice Rosa con la finalità di assicurare un più efficace coordinamento tra le diverse istituzioni e competenze, per dare anche una risposta efficace già dall’arrivo della vittima di violenza in pronto soccorso. Nel 2011, con la sottoscrizione del protocollo d’intesa tra la Regione Toscana e la Procura Generale della Repubblica di Firenze, diventa un progetto regionale. Il Progetto regionale Codice Rosa prevede percorsi gender sensitive di accoglienza, cura e tutela delle persone vittime di violenze e abusi. Nel gennaio 2014 si completa la diffusione a livello regionale con l’estensione della sperimentazione a tutte le Aziende sanitarie toscane.

Ma come funziona il percorso codice rosa? In ogni pronto soccorso degli ospedali toscani c’è una corsia riservata e un team multidisciplinare che si prende cura delle persone vittime di violenza di genere e ad altre vittime di violenza sottoposte a discriminazione, con un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere .

Il Codice Rosa è lo spazio in cui un attento ascolto permette di cogliere una situazione di violenza attuale o pregressa anche a partire da uno stato di malattia come effetto indiretto ed è il luogo in cui si possono ricevere le prime informazioni o le risposte necessarie dalle operatrici specializzate. Questo percorso permette un confronto continuo tra l’operatrice specializzata in violenza di genere e il personale psico-sociale e sanitario sui singoli casi e sulla violenza in quanto fenomeno sociale. Offre, inoltre, la possibilità di documentare l’attività svolta e promuovere ricerche epidemiologiche e qualitative del fenomeno, monitorando e validando le prassi adottate, offre anche la possibilità di svolgere un ‘approccio prognostico’, permette di individuare i fattori predittivi di un probabile rischio di recidiva della violenza e di realizzare un piano efficace di gestione e contrasto della stessa.

Il Codice Rosa è diventato sempre di più un percorso di tipo sociosanitario per far sì che una donna non venga poi abbandonata una volta uscita dal pronto soccorso. La Rete regionale Codice Rosa collega e coordina tutte le forze che all’interno del servizio sanitario toscano lavorano per offrire alle vittime di violenza e abusi un aiuto pronto e tempestivo, articolato e complesso.

Nel 2016 è stata costituita la Rete regionale Codice Rosa per gli interventi a favore di persone adulte e minori vittime di violenze e/o abusi. La Rete regionale Codice Rosa è un sistema in grado di attivare connessioni tempestive ed efficaci per fornire risposte immediate alle esigenze di cura delle persone, per il riconoscimento e la collocazione in tempi rapidi del bisogno espresso all’interno di percorsi sanitari specifici.

Dal 2012 al 2016 i dati degli accessi al codice rosa dei pronto soccorsi della Regione Toscana sono aumentati, mentre nel 2017 si è registrato un leggero calo. Nel 2012 erano soltanto cinque le Asl toscane coinvolte e i casi sono stati in totale 1.455 (1.314 adulti, 141 minori). Nel 2013 si sono aggiunte le Asl mancanti e le Aou Careggi e Meyer e sono stati registrati 2.998 casi (2.646 adulti e 352 minori). Nel 2014 con l’aggiunta delle Asl 1, 3, 7, 10 e le Aou Senese e Pisana, la copertura del territorio toscano era completa: 3.268 casi (2.827 adulti e 441 minori). Nel 2015 sono stati registrati 3.049 casi (2.623 adulti e 426 minori), nel 2016 3.451 casi (2.938 adulti e 513 minori) e nel 2017: 3.142 casi (2.592 adulti e 550 minori). In totale, dunque, dal 2012 al 2017 sono stati 17.363 casi, di cui 14.940 su adulti e 2.423 su minori.


Sitografia

1 commento su Scarpette Rosse – Codice Rosa: nel 2017 oltre 3mila casi di maltrattamenti e abusi in Toscana

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