La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Valentina Chiancianesi

L’agricoltura diventa “Smart” – Intervista all’ingegnere Francesco Cariello

L’agricoltura 4.0 (smart o digital) è la nuova frontiera dell’agricoltura che impiega sul campo tecnologie ed internet per la condivisione di dati e di informazioni non solo tra macchine, ma…

L’agricoltura 4.0 (smart o digital) è la nuova frontiera dell’agricoltura che impiega sul campo tecnologie ed internet per la condivisione di dati e di informazioni non solo tra macchine, ma anche fra operatori diversi della filiera.

Ma andiamo sul pratico. Quando parliamo di agricoltura 4.0 parliamo di sensori posizionati a bordo delle macchine agricole, ma anche droni capaci di monitorare in tempo reale i campi da coltivare o, ancora, etichette “Smart” per migliorare la tracciabilita dei prodotti. Sono queste le tecnologie capaci di generare e mettere in rete un grande numero di dati, tecnologie che stanno segnando una nuova frontiera dopo quella avviata negli anni ‘90 con l’agricoltura di precisione.

L’agricoltura 4.0 in Italia vale 100 milioni di euro ma la diffusione di soluzioni ‘smart agrifood’ è ancora limitata e oggi meno dell’1% della superficie coltivata complessiva è gestito con questi sistemi. Molte piccole e medie imprese italiane si stanno attivando nella trasformazione digitale dell’agroalimentare, ma una forte spinta innovativa proviene dalle nuove imprese: dal 2011 a oggi sono nate 481 startup internazionali, di cui 60 italiane (pari al 12%0). E’ quanto emerge dalla ricerca dell’Osservatorio ‘Smart AgriFood‘ della School of Management del Politecnico di Milano e del laboratorio Rise dell’Università di Brescia.

I benefici che può portare questa nuova tecnologia vanno dall’analisi incrociata di fattori ambientali, climatici e colturali che consentono di stabilire il fabbisogno irriguo e nutritivo delle coltivazioni, prevenire patologie, identificare infestanti prima che proliferino; di conseguenza è possibile intervenire in modo mirato, risparmiando risorse materiali e temporali ed effettuando interventi più efficaci, che incidono positivamente sulla qualità del prodotto finito.

Il beneficio è quindi sia qualitativo sia quantitativo: si pensi, da un lato, ad aziende agricole che hanno ottenuto un risparmio sugli input produttivi del 30% con il 20% di produzione in più, e dall’altro, ad aziende che hanno ottenuto prodotti di maggiore qualità senza alcun residuo di sostanze chimiche. Inoltre grazie a tali tecnologie è infatti possibile stabilire il momento più opportuno per la raccolta e gestirla, se necessario, in più fasi, in modo da cogliere il prodotto nel momento più indicato a seconda dell’utilizzo che ne verrà fatto lungo la filiera. Ed è proprio sfruttando tali dati lungo la filiera che si coglie il maggior valore dell’Agricoltura 4.0: è possibile tracciare e certificare prodotti dal campo fino all’industria di trasformazione, costituire filiere corte, ottenere prodotti di massima qualità e creare efficienza non solo nei processi produttivi, ma anche in quelli di scambio merci e informazioni tra i vari attori della value chain.

Per capire meglio quali saranno gli scenari che si apriranno con l’introduzione più massiccia dell’agricoltura 4.0, abbiamo intervistato Francesco Cariello, pugliese, ingegnere gestionale con esperienza in manutenzione ed assistenza tecnica su prodotti ad alta tecnologia nel settore Oil&Gas e che ha preso parte alla tavola rotonda “VINUM NOSTRUM: VITICOLTURA 4.0“ organizzata nell’ambito dell’anteprima del Vino Nobile di Montepulciano all’enoliteca del consorzio del Vino Nobile.

 

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Binne My, fuori il nuovo disco dei The Big Blue House

Si chiama Binne My l’ultima fatica dei The Big Blue House, la giovane blues band italiana che si è formata nel 2014 a Torrita di Siena, Capitale del Blues Europeo…

Si chiama Binne My l’ultima fatica dei The Big Blue House, la giovane blues band italiana che si è formata nel 2014 a Torrita di Siena, Capitale del Blues Europeo del 2016 con l’European Blues Challenge. La formazione vede Danilo Staglianò alla voce e alla chitarra, Luca Bernetti al basso elettrico, Sandro Scarselli alle tastiere e all’organo Hammond, Andrea Berti alla batteria. Il loro primo disco è uscito nel 2016, Do It, e raccoglieva esperienze e sogni maturati nei primi di vita della band.

Dopo l’uscita del primo disco è iniziata una lunga serie di date e successi, sono passati per il palco del Pistoia Blues in apertura ad Alex Britti, hanno vinto il contest a livello nazionale Effetto Blues, conquistando l’esibizione presso il Torrita Blues Festival,  e condividendo il palco con Linda Valori & Maurizio Pugno Band e Mike Zito.

Adesso il secondo disco rappresenta la crescita umana e stilistica della band, e a predominare è tema dell’amore accanto all’inevitabile rifiuto dei compromessi e delle menzogne, con in sottofondo dell’accettazione del diverso come arricchimento culturale ed umano.

Binne My è composto da 8 brani autentici che spaziano dal blues tradizionale fino ad arrivare alle nostre influenze stilistiche. I temi sono vari e al contrario di Do It, Binne My non è soltanto l’amore di una relazione di coppia ma è una visione universale di questo sentimento che va verso l’introspezione più intima dell’essere umano che si interfaccia al mondo esterno alla tragedia continua del nostro mar Mediterraneo vissuta dai naufraghi ed osservata da noi all’interno del lavoro.

L’uscita del nuovo disco è accompagnata dal nuovo video, Liar, e per l’occasione abbiamo incontrato il gruppo che ci ha raccontato qualcosa in più sulle ultime fatiche dei The Big Blues House.

Ragazzi, tra gli otto brani del nuovo disco, Binne My, avete scelto Liar come brano per il vostro nuovo videoclip, perché questa scelta?

TBBH:“Liar è la canzone che rappresenta a pieno il passaggio da DO IT a Binne My. È un brano diretto e senza fronzoli, puro rock-blues e con un testo che ironizza sull’essere bugiardi di fronte a qualsiasi tipo di relazione interpersonale. Ci piace veramente tanto quanto è piaciuta, in sede di registrazione in studio, al nostro produttore Emanuele Ferrari. È stato lui a spingere per questa canzone!”

Parlatemi di Liar, come nasce questo brano e di cosa racconta?

TBBH: “Liar, questo brano nasce subito dopo la fine delle incisioni di Do It. Brano, come detto prima, che parla della bugia come mezzo di comunicazione tra due interlocutori non per forza uniti in relazione ma semplici uomini che vivono in maniera differente le loro vite. A livello musicale è l’anello di congiunzione tra i due lavori studio ed è il miglior brano per aprire la track-list di Binne My. Sia a livello sonoro che di significato e percorso storico della band.”

Il video di Liar è stato girato al Teatro degli Oscuri di Torrita, un piccolo gioiello cultura della Valdichiana, da Dario Pichini Studio Fotografico. Qual è il progetto alla base del videoclip e perché avete scelto proprio il teatro degli Oscuri?

TBBH: “Abbiamo scelto come location il Teatro degli Oscuri di Torrita per la nostra amicizia verso la Compagnia Teatro Giovani Torrita, anche in virtù di collaborazioni musicali che ci hanno visto e ci vedranno a partecipi, come il 3 marzo 2018 prossimo quando metteremo in scena uno spettacolo che ricalcherà il rapporto tra le origini del blues e l’oscuro. Abbiamo scelto un teatro per la magia che sa trasmettere; ha un’atmosfera molto intima e particolare. Il video gioca molto sugli profili interni del teatro, sulle luci naturali e non, il tutto per creare un videoclip prettamente live e diretto. Di fatto si tratta di un’esibizione live, senza troppi contorni ed effetti, blues semplice ed efficace”.

Il nuovo lavoro dei The Big Blue House, dunque può essere considerato un viaggio interiore con la consapevolezza di essere cresciuti per riscoprire cosa significhi essere un uomo prima ancora che un musicista al giorno d’oggi, affrontando difficoltà e sconfitte, senza arrendersi mai.

Per quanto riguarda le date live ed il tour estivo di Binne My, i TBBH non ci svelano niente ma consiglia i nostri lettori di rimanere collegati alla loro pagina facebook e al sito dell’etichetta A-Z Blues perchè a breve usciranno le prime date dei concerti sia sul territorio regionale, nazionale, sia le partecipazioni ai club e ai Festival.

Photografer Dario Pichini Studio Fotografico

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Gli abusi sono soprattutto in famiglia: i dati della violenza di genere

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi….

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

È proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la nuova rubrica: ‘Scarpette rosse’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

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Purtroppo, a pochi giorni dall’inizio del 2018, dobbiamo già registrare il primo episodio femminicidio dell’anno avvenuto a Catania dove a perdere la vita è stata una donna accoltellata dal marito davanti ai loro due figli.

Secondo la ricostruzione fatta dalla forze dell’ordine a dare l’allarme sarebbe stati proprio i figli della coppia che hanno avvisato le assistenti del Cara di Mineo, luogo dove risiedeva la donna assieme ai figli, ma appena arrivati i medici non hanno fatto altro che accertare il decesso della madre. La donna era arrivata nella struttura nel dicembre del 2016 ed era in attesa del riconoscimento di rifugiato politico e, sembra, che per questo fosse contraria a seguire il marito nel Nord che nei giorni precedenti era arrivato a Mineo per convincerla. Il marito è stato fermato con l’accusa di omicidio volontario con le aggravanti di avere agito per futili motivi e con crudeltà. Le indagini hanno permesso di appurare che il marito si sarebbe recato a trovare la moglie ed i figli e al culmine di una lite ha colpito la donna con un coltello da cucina lungo 13 centimetri trovato accanto al corpo della donna sporco di sangue, e poi dandosi alla fuga.

Partendo dal primo episodio di femminicidio del 2018 andiamo a vedere quanti sono stati i casi di violenza e/o di femminicidio ci sono verificati nel 2017 e quante donne hanno avuto il coraggio di denunciare e si sono rivolte ai centri di competenza.

Secondo il rapporto Eures sul femminicidio sono 114 le donne vittime di violenza nei primi 10 mesi del 2017. Tra il 2015 e il 2016 il numero di femminicidi in Italia è tornato ad aumentare, passando da 142 a 150 (+5,6%), soprattutto a causa di una forte crescita del fenomeno nelle regioni del Nord e del Centro. Sempre nel 2016 a livello regionale il numero più alto di femminicidi lo si è registrato in Lombardia (25 vittime), seguita da Veneto (17), Campania (nonostante un calo dei casi, passati 31 a 16), Emilia Romagna (13). Nello scorso anno il 76,7% dei femminicidi è maturato in un contesto familiare e affettivo, con una forte connotazione negativa data da possesso e gelosia, ma anche dall’isolamento e dal disagio. Dal 2000 a oggi le donne vittime di omicidio volontario nel nostro Paese sono state 3mila: nel 2016 i femminicidi sono tornati a crescere rispetto all’anno precedente (+5,6%, da 142 a 150), trend sostanzialmente confermato dai 114 casi – più di uno ogni 3 giorni – dei primi dieci mesi di quest’anno.

Inoltre, dai dati SINIACA-IDB del 2015-2016 emerge che per le donne vittime di violenza in età fertile (15-49 anni), oltre il 35% dei casi è dovuto ad aggressione da parte del coniuge o partner sentimentale (nei maschi è meno del 10%). Quasi l’85% dei casi di violenze su donne è compiuta da conoscenti (nei maschi tale percentuale è inferiore al 40%).

In Toscana, secondo i dati REVAMP coordinati dalla sorveglianza dell’Istituto Superiore di Sanità e dall’Ospedale Galliera di Genova presentati al Ministero della Salute, tra il 2006 e il 2016, sono stati registrati 101 femminicidi di queste 75 sono italiane e 26 straniere, nel 76,2% dei casi l’assassino è di nazionalità italiana.

Ovviamente la cosa da fare in questi casi, come ho sempre scritto in questa rubrica, è denunciare e non avere paura. Dal 1° luglio 2009 al 30 giugno 2017 circa 18.939 donne si sono rivolte ad un centro antiviolenza in Toscana, soprattutto per violenze reiterate nel tempo attraverso atti di persecuzione psicologica, fisica ed economica. Nell’83% dei casi la violenza è stata operata dal partner o dall’ex. Nell’ultimo periodo di rifermento (luglio 2016-giugno 2017) è stato registrato il numero più elevato di richieste con un incremento del 22,5% rispetto all’anno precedente.

Le donne che si rivolgono al centro antiviolenza sono donne con un livello di istruzione medio-alto, occupate e che subiscono violenza fuori dalle mura domestiche, dall’ex o dal partner non convivente. Per quanto riguarda le straniere, sono in aumento le donne che vivono in una situazione di estrema fragilità economica: donne sole, senza un lavoro fisso.

L’altra faccia della violenza di genere è rappresentata dalla violenza assistita, cioè il dramma vissuto dai figli che vedono, o percepiscono, le proprie madri subire violenza all’interno delle mura domestiche da parte del padre. In questo caso potrebbe rientrare il fatto accaduto a Catania. Solo nel 2016 sono stati 1298 i casi di questo tipo registrati, non solo, l’Istituto degli innocenti ha rivelato un progressivo aumento del numero dei bambini e ragazzi vittime di maltrattamenti.

Un altro mezzo utile per aiutare le donne sopravvissute alla violenza è il ‘Codice Rosa’, un codice per identificare un percorso di accesso al pronto soccorso riservato a tutte le vittime di violenza. Dal 1 gennaio 2013 al 30 giugno 2017 gli accessi sono stati 10.219, di cui 2.577 rilevati negli ultimi dodici mesi.

Pe quanto riguarda i consultori, invece, nel 2016, le donne che vi sono rivolte sono state 596 di cui 81 minorenni, in cui circa il 43,8% del totale sono stati maltrattamenti psicologici, il 36,8% maltrattamenti fisici, l’11,8% negligenza genitoriale e il 7,5% maltrattamenti sessuali.

Non solo le donne, anche gli uomini che riconoscono di tenere un comportamento violento nei confronti del loro partner, possono chiedere aiuto ai centri per uomini autori di violenza. Dal 1 luglio 2016 al 30 giugno 2017 nei quattro centri presenti in Toscana sono stati presi in carico 89 casi, 67 dei quali sono uomini italiani. In circa un quarto dei casi la decisione di rivolgersi ai centri è avvenuta su iniziativa spontanea da parte dell’uomo, in 11 casi è stata invece determinante la spinta da parte della partner o dell’ex, in altri 7 casi sono stati altri familiari o amici a indirizzare l’uomo.


Approfondimenti

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II talento della Valdichiana conquista la Foresta di Sherwood – Intervista a Giulio Benvenuti, in tour con il musical Robin Hood

“Ogni uomo, quando ne ha l’opportunità, è disposto a donare qualcosa per aiutare il prossimo”. Quando pensiamo a questa filosofia indubbiamente ci viene in mente una storia, un cartone animato,…

“Ogni uomo, quando ne ha l’opportunità, è disposto a donare qualcosa per aiutare il prossimo”. Quando pensiamo a questa filosofia indubbiamente ci viene in mente una storia, un cartone animato, che tutti noi, anche per sbaglio, abbiamo sicuramente visto, questa storia, o forse è meglio dire leggenda, è Robin Hood, il ladro che rubava ai ricchi per donare ai poveri.

La storia è narrata da un Gallo Cantastorie, alias Cantagallo, il quale ci racconta le rocambolesche avventure di Robin Hood e il suo migliore amico Little John. Entrambi vivono nella foresta di Sherwood, rubando ai ricchi per dare ai poveri. Lo Sceriffo di Nottingham tenta in tutti i modi di catturare i due impavidi amici, senza mai riuscirsi e scatenando così l’ira funesta del suo boss, il Principe Giovanni. Quest’ultimo si è appropriato del trono dopo la partenza per le Crociate del fratello, Re Riccardo. Consigliato dal perfido Sir Biss, il Principe Giovanni sta rovinando il regno, creando povertà e arricchendo le casse reali. Tra duelli, inseguimenti, gare di tiro con l’arco e romantici incontri, Robin e Little John cercano in tutti i modi di fermare il malvagio tiranno e riportare serenità al popolo intimorito.

La leggenda di Robin Hood, nel 1973, non è passata inosservata ai collaboratori di Walt Disney che han fatto sì che diventasse il ventunesimo classico della casa di produzione. Dopo Walt Disney sono stati molti i registi che hanno ripreso la leggenda declinandola ma tenendo ben saldo il valore principe che vuole tramandare di generazione in generazione, ovvero il desiderio di condivisione.

Tra i registi che hanno ripreso le avventure del coraggioso ladro gentiluomo, che si tramandano ormai da oltre ottocento anni, c’è Mauro Simone. Robin Hood, firmato Mauro Simone e prodotto da Beppe Danti con Tunnel e Medina Produzioni, è interpretato da Manuel Frattini affiancato da Fatima Trotta, giovane attrice rivelazione, nota al grande pubblico come conduttrice di Made in Sud, che svela le sue doti da performer affiancando Manuel nel ruolo di Lady Marian. Tunnel Produzioni e Medina Produzioni stanno portando in giro per l’Italia Robin Hood da ottobre 2017.

Perché vi sto parlando di questo musical? Semplice, perché nel cast, nel ruolo di Little John, il fidato compagno di avventure di Robin Hood, c’è Giulio Benvenuti, torritese doc che ha mosso i primi passi nel musical proprio grazie alla Compagnia Teatro Giovani Torrita e che lo scorso 18 dicembre abbiamo incontrato al Teatro Signorelli di Cortona in occasione della tappa toscana del musical.

Ciao Giulio, in questo momento stai vivendo un’esperienza strepitosa per la tua carriera da attore, hai un ruolo importante in una produzione altrettanto importante e che ripercorre le gesta di uno degli eroi più amati di sempre. Raccontaci qualcosa di questa bellissima esperienza che stai vivendo e come è nata la collaborazione con Tunnel e Medina Produzioni per questo musical.

“Sicuramente è un’esperienza da cui sto imparando tantissimo, soprattutto perché avere la possibilità di stare in scena con grandi artisti è un’opportunità di crescita unica. C’è sempre da imparare qualcosa e c’è sempre qualcosa da “rubare” guardando i grandi artisti all’opera. La collaborazione con la produzione, come spesso succede, è nata tramite un’audizione a cui all’inizio non ero neanche convito di voler partecipare, ma alla fine una “vocina” mi ha detto che era giusto andare e da lì è cominciato il mio viaggio nelle “Terre di Sherwood“.”

 A Giulio Benvenuti è stato assegnato il personaggio di Little John, fidato amico di Robin che lo accompagna in tutte le sue avventure. Giulio raccontami il tuo personaggio, un ruolo importante, ti aspettavi questa parte?

“Devo ammettere, che data la mia “stazza”, il ruolo di  Little John mi calza abbastanza bene ed è stato una vera scoperta. Grazie al nostro regista, Mauro Simone, improvvisamente questo “orso buono” ha preso forma e Little John non è solo l’aiutante di Robin ma è soprattutto il suo più caro amico, il loro rapporto è unico e autentico basato sulla fiducia e sul supporto reciproco”.

Giulio Benvenuti ha mosso i suoi primi passi nel musical proprio con la Compagnia Teatro Giovani Torrita, sotto la guida di importanti insegnamenti impartiti da Maria Laura Baccarini, Franco Travaglio, Manuel Frattini, Roberto Giuffrida, Fabiola Ricci. Dopo il liceo, al momento di decidere del suo futuro, Giulio non ha avuto dubbi, la sua strada era il musical e la possibilità di far diventare quella passione il suo lavoro e così è stato. Giulio si è trasferito a Roma e si è iscritto alla Teatro Golden Academy che gli ha permesso di formarsi in modo professionale. Giulio, guardando indietro, chi è la persona che più ti ha insegnato in questo lavoro?

“In tutta onestà devo dire che sono stato davvero fortunato perché nel corso di questi anni di studio e lavoro ho avuto il piacere di incontrare persone davvero speciali ed estremamente competenti. Sicuramente Fabiola Ricci è stata una figura fondamentale per la mia crescita artistica; e poi l’incontro con Laura Ruocco è stato quello che ha dato un po’ il via alla mia carriera professionale”.

Prima di interpretare Little John in Robin Hood, Giulio Benvenuti è stato interprete di molti musical e nonostante la sua giovane età può già vantare molte collaborazioni importanti come in ‘The Best of musical” diretto da Chiara Noschese, “Garbatella futbol cleb”, diretto da Michele La Ginestra, e poi ancora “C’è qualche cosa in te…” per la regia di Enrico Montesano, e ancora nel 2012 ha preso parte in “Amleto contro la Pantera rosa” diretto da  Augusto Fornari e prima ancora nel “The Wedding Singer” e nel “The Rocky Horror Experience” diretto da Fabiola Ricci. Qual è il musical che ricordi in particolar modo e perché?

“Credo sia “C’è qualche cosa in te” una commedia musicale con Enrico Montesano, che è stato il mio primo lavoro dopo l’accademia. Ricordo perfettamente il giorno della prima (tre l’altro era anche il mio compleanno!), l’ansia per il debutto, la gioia, l’emozione incredibile ai saluti finali… si direi che il detto “Il primo lavoro non si scorda mai” è azzeccatissimo”.

Ambizione, coraggio, amore e avventura, sono tutti gli elementi che possiamo ritrovare nel musical in cui tu sei attualmente impegnato, ma sono anche un po’ i principi che ti hanno accompagnato nella tua vita fino ad ora. Tutti tasselli importanti e necessari per poter riuscire a fare della tua passione il tuo lavoro, se potessi dare dei consigli ai giovani che vorrebbero avvicinarsi al mondo dello spettacolo, nel tuo caso il mondo del musical, cosa ti sentiresti di dire?

“Per i ragazzi che vogliono avvicinarsi al musical il consiglio che do, anche se forse scontato, è: STUDIATE!. Servono tanta tecnica sia nel canto che nella danza, ma non bisogna dimenticarsi della parte attoriale, perché è la più importante: ogni cosa che facciamo sul palco ha un unico obiettivo, quello di raccontare una storia, e solo i grandi attori riescono a farlo in maniera credibile…anche appesi a testa in giù!”

Robin Hood e Littel John, insieme ai suoi amici, avventori, banditi, arcieri, dame, ancelle e servitori, continueranno a girare l’Italia per tutto il 2018 e per raccontare al pubblico le vicende di un uomo che vuole diventare un eroe semplicemente aiutando i più poveri in una delle leggende più belle di tutti i tempi.

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Non c’è più tempo per il silenzio. ‘La mafia uccide, il silenzio pure’

Giornalismo e mafia, intesa come organizzazione criminale retta sull’omertà e regolata da riti, legami familiari e percorsi iniziatici peculiari che ciascun appartenente, detto affiliato è tenuto a rispettare, non sono…

Giornalismo e mafia, intesa come organizzazione criminale retta sull’omertà e regolata da riti, legami familiari e percorsi iniziatici peculiari che ciascun appartenente, detto affiliato è tenuto a rispettare, non sono mai andati d’accordo. Spampinato, De Mauro, Siani, Impastato, sono solo alcuni dei giornalisti morti per mano mafiosa perché oltre che a cercare di cambiare le cose nella loro terra d’origine, stavano facendo il loro lavoro, ovvero raccontare i fatti del proprio territorio.

Raccontare significa indagare, esporsi agli eventi, e spesso navigare controcorrente per portare a galla verità scomode che fanno traballare chi costruisce imperi economici sulle menzogne. Questo dovrebbe essere il giornalismo del XXI secolo, un giornalismo che agisce nel presente e non gira la testa dall’altra parte, che cerca di comprendere l’evoluzione dei fenomeni e le nuove forme che assume la società senza prostrarsi al potere.

Purtroppo ci sono ancora giornalisti che muoiono perché raccontano, altri che vivono costantemente nella paura di fare il proprio mestiere e altri ancora che per raccogliere informazioni subiscono vessazioni e violenze. Ne sono un esempio i fatti di Ostia con la testata in pieno volto data da Roberto Spada, fratello del boss condannato a 10 anni di carcere, al giornalista di Nemo Davide Piervincenzi, mentre stava indagando sull’appoggio politico degli Spada a CasaPound durante le elezioni comunali.

Il caso di Ostia, oltre a mettere in luce le difficoltà che ancora vive il giornalismo, dimostra che nel nostro Paese la mafia continua ad affermarsi. La domanda sorge spontanea: in tutto questo lo Stato dove’è, cosa sta facendo?

Poco più di un mese fa la Camera ha varato il codice antimafia che punta a velocizzare le misure di prevenzione patrimoniale, rende più trasparente la scelta degli amministratori giudiziari, ridisegna l’Agenzia per i beni sequestrati e include corrotti, stalker e terroristi tra i possibili destinatari dei provvedimenti. A oggi sono quasi 20mila i beni confiscati alle mafie, tramite sequestro preventivo, a cui si aggiungono 2.876 aziende. Altri 20mila i beni confiscati (tra terreni, aziende e immobili) con procedimenti di natura penale. Immenso il valore: quasi 30 miliardi.

Del codice antimafia ne ha parlato l’On. Rosy Bindi, presidente della Commissione antimafia della Camera, intervenuta durante l’incontro organizzato dai Licei Poliziani in occasione del XXV anniversario delle stragi di mafia, in cui sono stati ricordati  Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Don Pino Puglisi. L’On. Bindi ha affermato che lo Stato deve lavorare molto per mettere in campo politiche di giustizia di contrasto al sistema mafioso.

“Noi ci definiamo il Paese delle mafie, ma allo stesso tempo siamo il Paese delle lotta contro le mafie. Abbiamo una legislazione e apparati di Magistratura che altri Paesi non hanno e neppure conoscono, come per esempio il reato di associazione mafiosa. […] Ormai il numero dei Comuni che vengono sciolti per infiltrazioni mafiose è molto alto; nell’ultimo mese sono stati sciolti altri cinque Comuni in Calabria e quando un’amministrazione comunale è soggiogata al potere mafioso, per voti di scambio, non persegue più l’interesse della comunità e come tale va sciolto. Allo stesso tempo però la desertificazione della politica non aiuta le comunità a rinascere e quindi stiamo lavorando su delle misure che colpiscano in maniera chirurgica le parti malate salvando quello buone e motivando i cittadini alla buona amministrazione. […] Mentre abbiamo assicurato alla giustizia la mafia delle stragi che ci hanno portato via Falcone, Borsellino, Mattarella e Don Puglisi, le altre mafie sono ancora molto forti e quindi serve un cambio di passo non solo dello Stato ma di tutti noi”.

A chi dice che la mafia arriva dove lo Stato non è riuscito ad arrivare, l’On. Bindi risponde:

“È sempre stato così.  Presentarsi come ‘uomini d’onore’ è una delle forme di consenso che la mafia ha usato da sempre per imporre il proprio potere. Loro cercano intese dicendo che: ‘lo Stato li ha lasciati soli’ e questo è un sistema difficile da scardinare. In alcuni territori, non solo ad Ostia, ma anche nella Locride, nei quartieri palermitani (solo per citarne alcuni), si arriva quasi a giustificare tutto questo con una semplice frase: ‘la mafia c’è perché non c’è lo Stato’, questo può essere vero ma non giustifica la mafia. Per combattere la mafia servono politiche di giustizia che diano lavoro, prospettive di vita, buona crescita. La mafia è la causa del sottosviluppo di un territorio non l’effetto, ma fin quando mancheranno scuola e lavoro e i cittadini non avranno gli stessi diritti di tutti gli altri sarà difficile scardinare il consenso della mafia”.

Chi da 24 anni cerca sradicare il sistema mafioso agendo dal basso e quindi operando tra la gente è il professore Maurizio Artale del Centro di accoglienza antimafia “Padrenostro” di Palermo che sta continuando l’opera  di padre Pino Puglisi che sognava di realizzare la prima scuola di Brancaccio, un quartiere di Palermo.

Era il 15 settembre del 1993 quando la mafia uccise Don Pino Puglisi. Con la sua morte, la mafia voleva interrompere l’opera di cambiamento che Don Pino aveva in mente, ma dopo 24 anni sono stati realizzati quasi tutti i sogni che il parroco aveva per quella comunità e per il 25esimo anno dalla sua morte c’è in progetto la realizzazione di un asilo nido.

Il professore Artale è intervenuto all’incontro per il XXV anniversario delle stragi di mafia, organizzato dai Licei Poliziani. Artale ha spiegato come ha lavorato con i ragazzi di Brancaccio per far ritornate in loro la fiducia nei veri valori della vita e facendo capire loro che la mafia non è portatrice di valori positivi.

“La prima cosa che i giovani devono comprendere è che non bisogna farsi rubare la speranza da nessuno. Il nostro centro è la testimonianza che tutte le cose che sono state fatte, ovviamente con alcuni momenti di sconforto e solitudine,  sono state realizzare con l’impegno quotidiano e questo dimostra come vale la pena stare dalla parte delle legalità”.

Parlando di Totò Riina, Artale dice:

“Dobbiamo cambiare l’ordine di riflessione: Riina è morto dopo 25anni di carcere, quindi lui è uno sconfitto, non è un vincitore. Quello che il giornalismo ha fatto fino ad oggi, ovvero parlare di Riina come il Capo dei Capi, è uno degli errori che continuiamo a fare. Tutti devono sapere che i mafiosi che reggeva le fila siciliane e dell’Italia sono in carcere e moriranno in carcere. Ai ragazzi quindi va detto che stare dalla parte di Riina significa bruciarsi la vita”.

Dopo i fatti di Ostia è tornata ancora più di prepotenza la frase pronunciata dal giornalista Peppino Impastato più di 40 anni fa: ‘La mafia uccide, il silenzio pure’. Dobbiamo scrollarci di dosso l’etichetta di Paese omertoso, dobbiamo sconfiggere la paura di parlare e allo stesso tempo dobbiamo imparare ad ascoltare. Non serve a niente parlare se poi non sappiamo ascoltare, anche perché mettendoci in ascolto possiamo cambiare la nostra società e di conseguenza chiedere politiche di crescita e provvedimenti che migliorino la vita, sconfiggendo chi invece del silenzio fa una ricchezza personale a scapito di un intero Paese.

 

 

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Molestie sessuali sul lavoro, perchè ne parliamo solo oggi?

L’articolo 26 del Decreto Legislativo 198/2006: “le molestie sessuali sono comportamenti indesiderati, posti in essere per ragioni connesse al sesso, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di…

L’articolo 26 del Decreto Legislativo 198/2006: “le molestie sessuali sono comportamenti indesiderati, posti in essere per ragioni connesse al sesso, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo. Sono altresì considerate molestie sessuali quei comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo. Sono considerati discriminazioni anche quei trattamenti sfavorevoli da parte del datore di lavoro che costituiscono una reazione ad un reclamo o ad una azione volta ad ottenere il rispetto del principio di parità di trattamento tra uomini e donne”.

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Dopo il caso Weinstein, il potente produttore di Hollywood che avrebbe molestato sessualmente decine di donne tra attrici, assistenti e dipendenti che negli anni hanno lavorato con lui,  l’argomento delle molestie sessuali sul lavoro è tornato a far parlare di sé. Un problema che, in realtà, nella nostra società c’è sempre stato, ma che abbiamo continuato sempre ad ignorare.

Le molestie sessuali sul posto di lavoro non sono solo una questione confinata al mondo dello spettacolo. Non è solo quando a denunciare è un’attrice di Hollywood che dobbiamo gridare allo scandalo: dobbiamo indignarci allo stesso modo se si tratta di un’impiegata, una giornalista, una commessa, una dottoressa o un’operaia. Le numerose denunce lanciate in questi giorni da tante donne, non fanno altro che sottolineare le condizioni di insicurezza e impotenza in cui molte donne sono state costrette a lavorare: c’è ancora molta strada da fare per garantire i loro diritti.

C’è un’indagine, unica in questo ambito, condotta da Linda Laura Sabbadini e Maria Giuseppina Muratore per l’Istat nel 2008-2009 sui casi di molestie sessuali subite dalle donne sul posto di lavoro in Italia, che rivela che sono un milione 224 mila le donne che hanno subito molestie o ricatti sul posto di lavoro, pari all’8,5% delle lavoratrici attuali o passate, incluse le donne in cerca di occupazione.

Negli ultimi tre anni, 347 mila donne (il 2,4%) ha subito questo tipo di abusi. Le molestie rappresentano il 31,2% di queste situazioni, mentre i ricatti e le richieste di disponibilità costituiscono il restante 68,8%, con una quota di circa il 35% costituito dalle sole richieste di disponibilità sessuale.

Le donne che cedono ai ricatti lo fanno principalmente illudendosi di poter essere assunte, oppure per mantenere il posto di lavoro o per fare carriera. Ciò che accomuna le vittime di molestie sessuali in questo campo è il fatto di avere un titolo di studio elevato.

Nel 75,9% dei casi la vittima subisce un solo ricatto dalla stessa persona, ma la frequenza è molto diversa a seconda del tipo di minaccia: tra i ricatti per assunzione, il 19,1% delle vittime ne ha subito più di uno dalla stessa persona, mentre per le richieste di disponibilità, la quota delle donne che ha avuto più di un episodio è pari al 16,6%, contro il 43,3% dei ricatti sessuali per carriera o per mantenere il posto di lavoro. La frequenza dei ricatti è maggiore tra le donne che lavorano nel commercio, nelle attività immobiliari e informatiche, nelle attività manifatturiere, nella sanità e altri servizi sociali, nonché negli alberghi e nei ristoranti.

Quando una donna subisce un ricatto sessuale, nell’81,7% dei casi non ne parla con nessuno sul posto di lavoro. Solo il 18,3% di coloro che hanno subito ricatti nel corso della vita hanno raccontato la loro esperienza, soprattutto ai colleghi. Un dato sconcertante che emerge dall’analisi è che quasi nessuna delle vittime abbia denunciato l’episodio alle forze dell’ordine, perché molte delle intervistate hanno ritenuto di poco conto la gravità dell’episodio, essendosela cavata da sole o con l’aiuto dei familiari. La loro scelta è solitamente dettata anche dalla mancanza di fiducia nelle forze dell’ordine o dalla propria reticenza a denunciare per paura di essere giudicate e/o trattate male al momento della denuncia. Molte donne, per sottrarsi alla situazione di violenza, hanno cambiato lavoro.

A conferma di questi dati c’è anche la Uil, che ha attivato sportelli di ascolto in tutta Italia e che ogni giorno si trova a raccogliere richieste di aiuto che arrivano in maniera quasi univoca da donne (63% dei casi), lavoratrici che denunciano soprattutto casi di mobbing (67%) e di stalking (10%).

Ci sono poi una sequenza di fattori per il quale le donne, al momento della denuncia, spesso non vengono credute: ad influire molto è il fattore ‘la mia parola contro la tua’, in quanto le molestie avvengono all’oscuro degli altri colleghi e che quindi, non avendo testimoni che possano confermare o smentire il fatto, risulta ancora più difficile decidere di denunciare. Inoltre, esiste la percezione che il datore di lavoro di rimarrebbe comunque impunito qualcosa fosse accusato di molestie. Tutto questo spinge le donne a isolarsi e ad abbandonare il posto di lavoro. Proprio per questo, se le denunce arrivano, come dimostrato dal caso Weinstein, arrivano a distanza di anni e quando non si ha più alcun legame con quel datore di lavoro. Il denunciare a distanza di anni rende libera la persona, ma allo stesso tempo non la tutela perché diventa impossibile ricostruire l’esatta dinamica dei fatti e/o accertare se la molestia è avvenuta o meno e quindi prendere provvedimenti per aiutare altre donne.

Quindi, il miglior modo di agire quando si subiscono molestie sul posto di lavoro è denunciare subito l’accaduto. In aiuto a questo, c’è un decalogo a cura di Rosa M. Amorevole, esperta in materia di lavoro e contrasto alle discriminazioni e dal 2008 consigliera di Parità per l’Emilia Romagna, nel quale, oltre a spiegare cosa sono le molestie sul lavoro, Rosa cerca anche di fornire strumenti utili su come riconoscerle, su come difendersi e soprattutto su come superare la paura di denunciare. Il decalogo è già stato adottato anche da alcune grandi aziende.

È chiaro che non ci dovrebbe essere un tempo giusto o sbagliato per raccontare e portare alla luce le violenze subite sul posto di lavoro, che come la casa, dovrebbe essere un posto sicuro, l’importante per una donna è sentirsi libera dal senso di frustrazione per ciò che ha dovuto subire e non sentirsi mai sola, come dimostrato dalle conseguenze che fanno da eco alle attrici di Hollywood molestate.


Sitografia:

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Una pianta antica e una raccolta fondi per far rivivere Pava e la sua Pieve

Avete presente gli scavi archeologici che possiamo vedere lungo la strada SP 14 che da San Giovanni d’Asso porta a Montalcino? Bene, quegli scavi sono ciò che rimane delle Pieve…

Avete presente gli scavi archeologici che possiamo vedere lungo la strada SP 14 che da San Giovanni d’Asso porta a Montalcino? Bene, quegli scavi sono ciò che rimane delle Pieve di San Pietro in Pava, un edificio religioso che sorgeva in località Pieve a Pava nel Comune di Montalcino. San Pietro in Pava è ricordata per la prima volta in documenti di età longobarda relativi ad una contesa tra il vescovo di Siena e quello di Arezzo per il possesso di alcune chiese di confine.

Area Scavi della Pieve di Pava

Il dipartimento di Scienze Storiche e Beni Culturali dell’Università di Siena ha iniziato dal 2004 lo scavo di un grande complesso archeologico nell’area dove si identifica la chiesa battesimale di S. Pietro in Pava (baptisterium Sancti Petri in Pava). Ma già dal 2000 le ricerche archeologiche nella Valle dell’Asso sono iniziate facendo divenire l’area una zona sulla quale realizzare indagini molto intense.

Le indagini stratigrafiche hanno messo in luce l’esistenza di questa chiesa, che venne fondata tra fine del V secolo e l’inizio del VI secolo d.C. su preesistenze romane ancora da definire, costruita in buona parte con laterizi romani di riutilizzo. Tra le caratteristiche di maggior interesse della chiesa paleocristiana vi è la pianta: con due absidi, una ad est e una ad ovest.  La struttura supera i trenta metri di lunghezza, l’abside est chiude al suo interno un banco presbiteriale che a sua volta circoscrive la base dell’altare.

La sopravvivenza della Pieve è stata accertata per tutto l’altomedioevo, fino al XII secolo, quando è stato realizzato un rifacimento della pavimentazione, del tetto e la chiusura dell’area absidale occidentale con una piccola abside interna alla navata. Nel corso del X secolo è poi collocabile il crollo dell’abside orientale, da quel momento la chiesa subì una profonda ristrutturazione. La nuova fase costruttiva avviene tra XI e XII secolo ma è di breve durata. La chiesa risulta abbandonata e crollata entro lo stesso XII secolo.

Ad oggi sono molte le possibili interpretazioni di questo ambiente, dal culto di reliquie al fonte battesimale. Proprio all’interno dell’abside occidentale è stato scoperto uno degli elementi di maggior interesse del sito: un ripostiglio di monete d’oro e d’argento di età gota. Dell’area fa parte anche un cimitero che si sta configurando come uno straordinario spaccato della popolazione del piviere di Pava, perché ogni scheletro porta tracce delle abitudini di vita quotidiane e lo scavo di ogni sepoltura contribuisce ad arricchire la conoscenza su una popolazione che almeno per trecento anni ha vissuto lungo la Val dell’Asso.

Amelio Taccioli

In quest’area abita Amelio Taccioli, un signore ultra 80enne che possiede piante di testucchio, ovvero acero campestre, ereditati dal padre. Cosa c’entra Amelio con gli scavi di Pava? Grazie ai testucchi di Amelio, l’area degli scavi di Pava potrà tornare all’epoca della Pieve di Santo Stefano e chiunque potrà rivivere la sua storia e la sua tradizione con il passato vitivinicolo del territorio racchiuso tra l’Orcia e le Crete Senesi.

Registi di tutto questo progetto è Land.is, un’associazione no-profit che ha sede a Montalcino che riunisce docenti universitari e professionisti specializzati in ambiti differenti, mossi dal desiderio comune di conoscere, valorizzare e tutelare il legame tra paesaggi rurali tradizionali e beni culturali. Lo scopo principale di Land.is è promuovere un nuovo modello di sviluppo basato sulla conoscenza dei contenuti culturali del territorio attraverso progetti che utilizzano il paesaggio rurale come elemento culturale centrale, luogo della genesi dell’eccellenza del Made in Italy.

Di Land.is fanno parte Luigi Ananìa e Nicola Boccianti, Mario Ferrero, Fabio Salvitano, Mauro Buonincontri e Gaetano Di Pasquale, storico delle piante e del paesaggio e docente dell’Università Federico II di Napoli. Grazie ad Amelio, Land.is lancia il progetto ‘Montalcino Wine Tree’, ovvero l’impianto di un vigneto storico proprio nel Parco Archeologico della Pieve di San Pietro in Pava: un vigneto con filari di testucchi vivi su cui la vite si potrà arrampica per crescere. Landi.is intende ricostruire filologicamente il suo vigneto, coi testucchi, le viti clonate e i filari, in un’operazione di archeologia del paesaggio che forse non ha eguali.

Testucchi e vite maritata

I filari di vite maritata ai testucchi caratterizzavano le campagne della Toscana, del Lazio e dell’Umbria fino agli anni 50-60 del Novecento. Poi la moderna viticoltura ha cancellato questo paesaggio, modellando il territorio che conosciamo.

“Della vite maritata all’acero ne parla Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia. È la forma d’allevamento detta Arbustum italicum, su alberi bassi, con tralci ricadenti dalle branche del tutore vivo, di cui sarebbero stati maestri e diffusori gli Etruschi. I Romani avrebbero poi potenziato questa tecnica di allevamento portando filari di vite e testucchi nelle ville. Nelle terre dell’Orcia, terre appunto di civiltà millenarie, vive il signor Amelio che da più di 80 anni alleva coi testucchi le viti che prima erano di suo padre, e che suo padre già aveva trovato nel podere acquistato alla fine dell’Ottocento. Non solo il Sangiovese del Chianti e del Brunello, ma altre varietà dai nomi antichi. Amelio è quindi l’ultimo custode di un sapere millenario e di una biodiversità viticola oggi rara” – ci spiegano i componenti dall’associazione.

L’associazione aggiunge che oggi la ricerca consente di arrivare a datare piante, colture e manufatti, rendendo possibile una precisa identificazione storica e culturale e questo permette di legare il paesaggio rurale agli altri macro-elementi di un territorio, archeologia e architettura, e quindi elaborare strategie di marketing territoriale innovative ed integrate.

Dopo uno studio quantificato con agronomi e viticoltori, l’associazione ha stimato che il costo dell’intero progetto ammonta a 16.000 euro che serviranno sia per la manutenzione della vigna sia per gli anni futuri. Per raccogliere questa cifra l’associazione ha lanciato una racconta fondi.

“Per raggiungere la somma necessaria, il progetto è stato lanciato sulla piattaforma americana di raccolta fondi Kickstarter, dove tutti, tramite internet, possono sostenere questo progetto con piccoli contributi. C’è tempo fino al 31 ottobre per raggiungere l’obiettivo” – ci dicono dall’associazione.

Se l’associazione riuscirà a raggiungere l’obiettivo prefissato, il Parco Archeologico della Pieve di San Pietro in Pava diventerà custode e narratore di un capitolo dell’incredibile e millenaria storia della viticoltura nella sua terra.


Sitografia:

  • http://www.museisenesi.org/eventi/area-archeologica-di-pava
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Pieve_di_San_Pietro_a_Pava
  • http://www.lamiaterradisiena.it/Pava/pievedipava.htm
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Acer_campestre
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Scarpette Rosse – Ricordare le vittime di violenza di genere per combatterla

Antoneta Balan, una donna rumena di 42 anni, è stata barbaramente uccisa lo scorso 13 luglio a Montepulciano dal suo ex convivente. Secondo le ricostruzioni delle forze dell’ordine, l’ex compagno…

Antoneta Balan, una donna rumena di 42 anni, è stata barbaramente uccisa lo scorso 13 luglio a Montepulciano dal suo ex convivente. Secondo le ricostruzioni delle forze dell’ordine, l’ex compagno si è presentato a casa delle due signore che assisteva Antoneta, ha fatto irruzione nell’appartamento, ha preso un coltello dalla cucina e avrebbe inseguito la donna per poi infierire su di lei più e più volte. L’uomo ha poi gettato il coltello dalla finestra e si dato alla fuga. La donna, trasportata all’ospedale di Nottola, è stata poi trasferita d’urgenza all’ospedale di Siena, dove è morta per arresto cardiaco e per le gravi lesioni riportate al colon, al fegato e al polmone. Attualmente il suo ex convivente è in carcere in attesa di processo

Antoneta è solo una delle 83 donne che da inizio anno ad oggi sono rimaste vittime di violenza di genere, una vittima ogni tre giorni. Negli ultimi dieci anni le donne uccise in Italia sono state 1.740, di cui 1.251 (il 71,9%) in famiglia. Al femminicidio si aggiungono violenze quotidiane che sfuggono ai dati ma che, se non fermate in tempo, rischiano di fare altre vittime: sono infatti migliaia le donne molestate, perseguitate, aggredite, picchiate, sfregiate. Quasi 7 milioni, secondo i dati Istat, quelle che nel corso della propria vita hanno subito una forma di abuso. È una vera e propria strage.

La fiaccolata che si è svolta a Montepulciano il 13 ottobre scorso, organizzata dal Centro Antiviolenza Amica Donna Onlus, in collaborazione con l’Unione dei Comuni della Valdichiana Senese, non è stata solo un’occasione per ricordare Antoneta Balan, ma è stato anche un momento per riflettere sul fenomeno del femminicidio e sulla violenza di genere, problemi del quale neanche il nostro territorio è immune.

Il presidio è nato dalla volontà di aiutare le donne che hanno subito violenza, per far trovare loro il coraggio di denunciare e reagire, perché gli uomini che uccidono siano fermati e indirizzati presso i centri che agiscono contro questo atteggiamento e per far sì che la violenza non sia più il destino di molte donne, e dei minori che assistono.

Tanti i momenti di raccoglimento intervallati da letture e brani musicali, per riflettere sulla violenza di genere e sulle conseguenze che essa genera attraverso tutti i linguaggi che abbiamo a nostra disposizione, dalla letteratura alla musica, dal giornalismo alla poesia.

Assunta Bigelli, presidente del Centro Antiviolenza della Valdichiana Amica Donna Onlus, si è detta molto contenta della partecipazione all’iniziativa perché è estremamente importante tenere alta l’attenzione sul problema della violenza di genere, anche perché quando si verifica un fatto di violenza, a risentirne non è solo la famiglia della vittima o della persona coinvolta, ma è tutta la comunità.

Gessica Nisi, presidente del Centro Pari Opportunità dell’Unione dei Comuni della Valdichiana senese, ha invece spiegato come il Centro stia rivedendo tutti i suoi protocolli sulla base anche del Codice Rosa, un percorso di accesso al pronto soccorso riservato a tutte le vittime di violenza. La rete Codice Rosa è costituita da tutti i nodi che concorrono alla erogazione di risposte sanitarie, in emergenza e nell’immediata presa in carico successiva, per le diverse tipologie di vittime di violenza, mediante percorsi specifici dedicati ai diversi target. Attraverso gli organismi di governo della rete Codice Rosa viene assicurata la collaborazione ai livelli istituzionali di coordinamento e la partecipazione ai gruppi tecnici già presenti o attivati successivamente in materia.

Alla fiaccolata era presente anche la dottoressa Anna Paramstrahler, che è stata vicepresidente di Di.ReDonne in Rete contro la violenza”, la prima associazione italiana a carattere nazionale di centri antiviolenza non istituzionali e gestiti da associazioni di donne, nonché membro della Commissione sul Femminicidio al Senato. La dottoressa Paramstrahler ha spiegato come stanno lavorando in Senato per far luce su tutti i casi di femminicidio avvenuti in Italia:

“Purtroppo in Italia ancora non c’è la capacità di reagire a questo grave problema del femminicidio. Ogni donna che viene uccisa ha la sua storia e quindi per ognuna di essa si dovrebbe trovare una soluzione che sfortunatamente o non ci sono o non bastano le misure intraprese. Molte volte le donne hanno denunciato e non è stato fatto niente. Oltre al femminicidio dobbiamo anche parlare di altri tipi di violenza, violenza di genere ma anche economica, psicologica, per cui è facilmente riconducibile ad un problema culturale che deve essere la società a cambiarlo. Non servono solo le leggi, ma è necessario applicarle”.

Particolarmente toccanti i brani, interpretati da Anna Iannunzio, tratti dallo spettacolo di Serena Dandini ‘Ferite a morte. Lo sapevano tutti’. Un rapido susseguirsi di storie di donne morte, uccise per mano dei loro mariti, compagni, ex fidanzati, ma anche fratelli e padri, il movente? Condizionamenti sociali, influenze religiose, rapporto morbosi, il considerare la donna come un oggetto, la smodata possessività e la gelosia morbosa.

I brani tratti dal libro di Liliana Angheluta, una donna rumena che vive da tanti anni in Italia, ‘Ciliegie Amare’ e interpretati da Giovanna Vivarelli, hanno invece fatto riflettere  sul fenomeno migratorio delle donne rumene dal loro paese d’origine per arrivare in Italia, o in qualsiasi parte del mondo, in cerca di un futuro migliore.

Un futuro migliore e con più giustizia come quello che auspicano tutte le donne vittime di violenza, e l’intera comunità, che sia un paese, una città o una nazione intera. Per il nostro territorio ospitare un evento come quello del 13 ottobre, in cui è stata ricordata una donna morta per mano di un uomo violento, è stato un atto insolito, ma doveroso non solo per la memoria ma per urlare a gran voce che nessuno è immune alla violenza, qualsiasi essa sia.  

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La minaccia dell’Isis e la situazione geopolitica siriana

Gli studenti dei Licei Poliziani lo scorso sabato 24 settembre hanno partecipato a una tavola rotonda dal titolo ‘La minaccia dell’ISIS e la situazione geopolitica siriana’, che ha permesso loro…

Gli studenti dei Licei Poliziani lo scorso sabato 24 settembre hanno partecipato a una tavola rotonda dal titolo ‘La minaccia dell’ISIS e la situazione geopolitica siriana’, che ha permesso loro di conoscere più da vicino l’attuale scenario del medio oriente. Alla tavola rotonda hanno preso parte la giornalista Sara Lucaroni, vincitrice del premio “Giornalisti del Mediterraneo 2017” per il suo reportage sulle donne yazide vendute come schiave sessuali per finanziare lo Stato islamico e il mons. Georges Abou-Khazen, vicario apostolico della Siria e vescovo di Aleppo, personaggio chiave per la resistenza siriana alle violenze barbaramente perpetrate dall’ISIS.

Parlare di ISIS, della situazione geopolitica in Siria, Iraq e Kurdistan, oltre che del braccio di ferro tra Usa e Russia in questi territori non è mai semplice, soprattutto se il pubblico a cui ci riferiamo sono giovani, ma gli studenti dei Licei Poliziani hanno mostrando una grande partecipazione ai temi trattati, dando vita a un proficuo scambio di vedute con gli interlocutori.

Sara Lucaroni, attraverso il reportage d’inchiesta ‘Rapite dall’Isis’ pubblicato sull’Espresso , ha portato alla luce un fatto avvilente che sta accadendo a Sinjar, una piccolissima città nell’Iraq nordoccidentale molto vicina al confine siriano e abitata per la maggior parte da persone yazide, fede religiosa diffusa in quella zona molto prima della comparsa dell’Islam. In questa zona le donne yazide vengono rapite dall’Isis e vendute come schiave sessuali per finanziare lo Stato Islamico.

Attraverso un padre coraggioso, un ex-commerciante iracheno che da due anni, con altri 35 collaboratori, svolge un’attività di mediazione per liberare le circa 4mila donne e bambini ancora ostaggi del Califfato, la giornalista è riuscita a entrare in contatto con la comunità yazida e ad accedere a un gruppo su Telegram controllato dall’Isis appositamente per la vendita delle schiave dello Stato Islamico a Raqqa. La vendita delle prigioniere al Califfato avveniva tramite un’asta online.

La jihad di Abu Bakr al Baghdadi ha preso di mira questo popolo perché ritenuto “infedele”, per cui molti bambini vengono addestrati per diventare kamikaze e soldati, mentre le donne, spesso minorenni, vengono violentate, torturate e costrette alla schiavitù sessuale, vendute da combattente all’altro. L’Onu, nel giugno scorso, ha definito questa situazione un ‘genocidio in atto’ nei confronti della minoranza yazida.

Attualmente le donne e i bambini salvati dalla rete attraverso un lavoro di intelligence, che poggia sugli informatori nelle città occupate, sono circa 15mila. La difficile attività di liberazione va avanti con tutte le difficoltà del caso.

Sara ha voluto portare alla luce quanto sta succedendo in questa parte sperduta del mondo perché i problemi delle donne del Medio Oriente, i problemi delle donne yazide sono in realtà i problemi di tutte noi:

“Sono problemi che ci devono riguardare il prima persona e non dobbiamo solo indignarci, ma dobbiamo fare qualcosa. Proprio perché sono donna sono riuscita a essere testarda, ho insistito per tirare fuori qualcosa che fino ad allora si conosceva in maniera aleatoria e contingente” – mi ha spiegato Sara.

Al confine con Sinjar c’è la Siria, dove in questo momento il rischio di un confronto militare diretto tra le forze russe e americane impegnate su fronti opposti nel paese mediorientale è cresciuto pericolosamente. Mons. Georges Abu-Khazen, vicario apostolico della Siria e vescovo di Aleppo, ha raccontato la situazione di un territorio martoriato da anni di guerra, violenza e distruzione.

Aleppo è stata liberata e unificata nel Natale del 2016, dopo bombardamenti alla cieca su vari quartieri della città che hanno seminato morte e terrore tra i civili; sono stati mesi duri e difficili, in cui una città si è spopolata con un esodo incessante. La liberazione della città da parte dell’esercito regolare ha segnato una nuova tappa nella guerra siriana, quella della speranza, con l’incentivo di liberare dai gruppi terroristici il resto del paese. In modo particolare ha allontanato la paura della divisione della Siria, dando forza alla possibilità di creare uno stato moderno dove diversi gruppi etnici e religiosi possano vivere in pace e in armonia.

“Aleppo è stata liberata, ma con la gioia e la speranza abbiamo scoperto le grandi sfide che ci aspettano. – ha dichiarato Mons. Abu-Khazen – Prima su tutte è quella di riconciliare gli spiriti, in modo che tutti gli abitanti siano uniti, non solo per la ricostruzione di un Paese martoriato dalla bombe, ma anche nel perdono. Senza perdono non c’è carità, non c’è cultura, non c’è avvenire. Esiste solo la morte. E come cristiani dobbiamo testimoniare il perdono”.

Sono stati molti i bambini che hanno perso i genitori e i parenti nel conflitto, altrettanti quelli abbandonati. Oltre alla ricostruzione fisica è quindi importante tutelare le generazioni più giovani, per ridare futuro alla nazione siriana.

“Tutte le chiese di Aleppo sono state colpite, alcune distrutte del tutto o in parte; molto danneggiata è la città industriale. Oltre alla distruzione c’è da fare i conti con i danni che hanno subito le case dei civili, la difficoltà quindi sarà anche quella di trovare alloggio per molte famiglie. Ci aspetta una grande sfida e soprattutto è importante far tornare la fiducia della gente attraverso  una convivenza serena e pacifica tra i vari gruppi, perché una grande paura regna tra tutte le minoranze”

Continua mons.Abu-Khazen:

“Molte famiglie sono tornate nella loro terra di origine, ma molti hanno perso la fiducia. Perdonare sarà difficile ma non impossibile, noi lavoreremo perché i giovani e le famiglie possano trovare i mezzi per riprendere una vita normale. Tutto questo sarà possibile attraverso un dialogo con le diverse minoranze perché tutti abbiamo conosciuto la sofferenza e abbiamo scoperto insieme la carità”.

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Scarpette rosse – Il peso delle parole

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi….

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

È proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la nuova rubrica: ‘Scarpette rosse come il sangue’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

***

Quando si riporta un fatto di cronaca prima di tutto è necessario rispettare la privacy delle persone coinvolte e poi fornire le informazioni necessarie al lettore perché sia messo in condizione di capire cosa sia successo, quando, dove, come e perché. Certo, fornire i particolari è necessario per rendere ancora più ricca la storia e far comprendere meglio ciò che è avvenuto, ma quanti particolari e quale linguaggio dobbiamo usare per rispettare le persone coinvolte e non creare stereotipi di determinati soggetti che veicolano messaggi sessisti o razzisti?

Raccontando i fatti di violenza, femminicidi o aggressione, avvenuti negli ultimi mesi sia a livello nazionale che locale, questa domanda me la sono fatta più volte mettendomi sia nella parte di chi scrive, sia nella parte di chi legge, cercando di capire quali sono le informazioni utili al lettore nel rispetto delle persone coinvolte.

Molto spesso le narrazioni che ci vengono offerte dai media sono distorte e il linguaggio non è propriamente adatto a quanto raccontato, come per esempio per parlare di femminicidio vengono usate spesso diciture come ‘raptus della gelosia’, ‘delitto passionale’, ‘allarme femminicidio’, ‘uccisa per il troppo amore’. Tutte queste espressioni possono portare ad atteggiamenti che innescano processi frettolosi e privi di senso nei confronti delle vittime e ancora più spesso a giustificare chi a commesso il fatto, creando confusione nella mente del lettore.

Il motore che sta dietro all’uso di un linguaggio (oppure la scelta di titolare un pezzo in un modo invece che in un altro) è dovuto al tentativo di veicolare un articolo rispetto alla concorrenza se si parla di web, di vendere più copie se si parla di carta stampata, di aumentare gli ascolti se si parla di TV. Ma dove finiscono le persone coinvolte in tutto questo? E il lettore dov’è? Rischiamo di dare soltanto le informazioni nel modo più utile al direttore editoriale di turno, senza alcun rispetto per le vittime: tanto qualcuno va in carcere, parenti, amici o semplici conoscenti fanno la fila per essere intervistati, l’importante è parlare e sparlare.

I titoli strillati, come per esempio ‘Donna stuprata da un uomo nero’, oppure ‘Uccide per il troppo amore la sua ex’, non sono titoli mirati a informare, ma anzi, da una parte creano confusione nella mente di chi cerca di capire cosa è successo e dall’altra cercano di spettacolarizzare le tragedie senza tenere conto dei contesti sociali e personali delle persone coinvolte.

A cercare di porre rimedio a questa situazione che, purtroppo, negli ultimi anni è peggiorata, ci sta provando anche l’Ordine dei Giornalisti che ha adottato un documento della Federazione Internazionale dei Giornalisti. Si tratta di un decalogo composto da dieci punti da seguire quando si racconta un fatto di cronaca di femminicidio o violenza.

Prima di tutto, dopo aver identificato la violenza inflitta alla donna in modo preciso, è necessario darne notizia utilizzando un linguaggio esatto e libero da pregiudizi, come per esempio, uno stupro o un tentato stupro non possono essere rimandati necessariamente al fatto che una donna stava girando sola o che era poco vestita. In questo caso, come in tutti i fatti di violenza o femminicidio, i giornalisti devono riflettere sul grado di dettagli che desiderano rivelare, perché molto spesso l’eccesso rischia di far precipitare il reportage nel sensazionalismo, o in caso contrario di banalizzare la gravità della situazione.

Molte volte è più adatto non usare la parola ‘vittima’, per chi è sopravvissuto alla violenza, anche perché le donne coinvolte non vogliono essere etichettate come vittime, ma bensì come coloro che hanno saputo reagire a un gravissimo fatto che le segnerà per tutta la vita. Spesso le sfumature dei termini aiutano, non solo a descrivere meglio il fatto, ma anche a tutelare chi è rimasto coinvolto.

Conoscere a fondo chi si intervista, mettersi sullo stesso piano e cercare di avere un’empatia con l’interlocutore, consente al giornalista di realizzare un reportage responsabile, approfondito e ricco di particolari utili al lettore. Trattare con rispetto chi sceglie di rilasciare un’intervista significa trattare anche con rispetto il lettore a cui si danno informazioni puntuali e dettagliate. Ovviamente le persone coinvolte possono rifiutarsi di rispondere alle domande: in questo caso il giornalista può lasciare il contatto e quando l’interlocutore è pronto per raccontare anche altre informazioni, sa che in quella persona può trovare prima di tutto un confidente e un amico a cui affidare le sue notizie in maniera sicura, senza speculazioni.

Inoltre può essere utile usare statistiche e informazioni in ambito sociale. Questi strumenti permettono di collocare la violenza nel proprio contesto, nell’ambito di una comunità o di un conflitto. Raccontare la vicenda per intero è importante. Molto spesso i media si concentrano solo l’aspetto che fa più ‘audience’, parlando in termini tecnici, tralasciando invece aspetti meno importanti ma che possono essere di supporto a chi vive la notizia da fuori. Infine è importante preservare la riservatezza delle persone coinvolte, non citare nomi o luoghi che potrebbero mettere a rischio la sicurezza e la serenità dei testimoni.

Un cambio di linguaggio necessario è richiesto anche dall’Associazione Amica Donna, Centro antiviolenza della Valdichiana, che svolge un importante lavoro sul territorio per aiutare le donne che necessitano di assistenza perché protagoniste di atti di violenza sia verbale che fisica. L’associazione è attualmente impegnata a organizzare un presidio simbolico in ricordo di Antoneta Balan, la donna romena di 42 anni uccisa lo scorso luglio a Montepulciano per mano dell’ex convivente. Antoneta verrà ricordata il prossimo 13 ottobre a Montepulciano, per tenere alta l’attenzione sul tema della violenza anche a livello locale, per dire basta a questa lenta mattanza e soprattutto, aggiungo io, per dire basta al linguaggio violento e poco rispettoso usato sempre più spesso dai media per raccontare le violenze e i femmicidi.

Da donna è avvilente leggere notizie create ad arte soltanto con l’obiettivo di arrivare per primi, a costo di raccontare la vicenda in maniera approssimata e con titoli strillanti. Soprattutto dobbiamo riflettere sul fatto che quelle notizie che noi raccontiamo e che spesso i miei colleghi strillano, sono lette non solo da semplici donne, ma da chi la violenza l’ha ricevuta, da chi è sopravvissuto e dai parenti delle vittime. Credo che a queste persone non faccia piacere essere violentate per la seconda volta in senso figurativo, da un articolo di giornale o da un titolo scritto con un linguaggio feroce, brutale e privo di rispetto.

Bibliografia


Scarpette rosse – Introduzione (27/04/2017)

Il rosso é sempre stato il mio colore preferito. Da piccola sceglievo sempre di indossare abiti che avessero qualcosa di rosso. E poi c’erano le scarpe con i tacchi di mamma: non erano rosse, ma indossarle mi faceva sentire grande e bella.

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

Elina Chauvet utilizzò le scarpe rosse con questa accezione per la prima volta nel 2012 in un’installazione artistica davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne uccise nella città messicana di Juarez, che erano state rapite, stuprate, mutilate e strangolate. Elina raccolse trentatré paia di scarpe rosse e le installò nello spazio urbano. Da quel giorno le scarpette rosse, rosse come il sangue, sono diventate il simbolo della lotta contro la violenza sulle donne.

Ed è proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, avvezzo alla tranquillità, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la nuova rubrica: ‘Scarpette rosse come il sangue’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

L’argomento della violenza di genere è molto vasto e per cercare di capirlo a fondo servono le testimonianze e i racconti di coloro che ogni giorno lavorano per cercare di far fronte a questo avvilente problema. Con l’aiuto del Centro Antiviolenza Territoriale, di psicologi, avvocati, antropologi e delle forze dell’ordine, cercherò di affrontare il problema sotto vari punti di vista. In questo modo potremo capirne meglio l’origine, le cause, le conseguenze, i percorsi d’assistenza psicologici e legali da compiere una volta presa coscienza di essere una vittima di violenza, cosa non sempre scontata.

Nonostante l’intervento dello Stato con decreti legge e con varie campagne di sensibilizzazione, e nonostante l’attività dei centri antiviolenza e di altri enti che operano nel territorio nazionale, i casi di violenza sulle donne sembrano non fermarsi e, ancora oggi, assistiamo a fatti che sfociano troppo spesso nella tragedia.

La violenza sulle donne è stata definita dall’Onu come la manifestazione di una disparità nei rapporti tra uomo e donna, qualificandola giuridicamente come una violazione fondamentale dei diritti umani. La violenza sulle donne è considerata come la punta dell’iceberg dell’esercizio di potere e controllo dell’uomo sulla donna e si esterna in diverse forme, come violenza fisica, psicologica e sessuale, fuori e dentro la famiglia.

Dagli anni settanta del XX secolo, il movimento delle donne e il femminismo in Occidente hanno iniziato a mobilitarsi contro la violenza di genere, sia per quanto riguarda lo stupro sia per il maltrattamento e la violenza domestica. Il movimento ha messo in discussione la famiglia patriarcale e il ruolo dell’uomo nella sua funzione di “marito/padre-padrone”, non volendo più accettare alcuna forma di violenza esercitata sulla donna.

I dati Istat nel 2015 riferiscono che il 35% delle donne nel mondo abbiano subito una violenza e la matrice di questa violenza può essere rintracciata proprio nella disuguaglianza dei rapporti tra uomini e donne. Alcune tesi dimostrano che le donne maggiormente istruite o con una migliore posizione sociale tendono a essere ancora più in pericolo poiché questo status può scatenare in alcuni uomini forme di aggressività dettate dalla smentita dello stereotipo, mettendo quindi in crisi la personalità maschile.

Essere sottoposti a violenza produce effetti diversi a seconda del tipo di violenza subìta e della persona che ne è vittima. In un passato recente gli atti di violenza commessi in ambito domestico dall’uomo nei confronti della donna non erano punibili penalmente ed erano anche socialmente giustificati perché considerati faccende private, e quindi fuori dalla valutazione collettiva. Il fatto che oggi questi atti vengano condannati è già indice di un cambiamento della società e fa riflettere sull’evoluzione dei valori di uguaglianza, libertà e autodeterminazione nella relazione tra i generi maschile e femminile.

Non esistono indici che dicano con certezza se una persona è stata vittima di violenza o meno. Credere che il maltrattamento sia connesso a delle manifestazioni legate a varie patologie mentali è sbagliato, perché la diffusione della violenza degli uomini contro le donne esclude che il fenomeno sia da imputarsi a situazioni eccezionali o di devianza. Nessun comportamento messo in atto sulle donne può giustificare la violenza da loro subìta, ed è un dato di fatto che gli episodi di abuso avvengano spesso per motivi futili. Per una donna, subire percosse la espone a elevati livelli di stress e a malattie che si manifestano in attacchi di panico, depressione, disturbi del sonno e dell’alimentazione, alcolismo o abuso di stupefacenti, mentre per altre il modo migliore per fuggire dai maltrattamenti subiti è il suicidio.

Negare o minimizzare sono i principali meccanismi di difesa che appartengono a chi viene in contatto con la violenza; non solo: queste strategie difensive concorrono a creare quella confusione cognitiva che spinge a fare tentativi di uscire dalla relazione violenta che, però, si esauriscono in un rientro nel rapporto di coppia giustificato dall’illusione che l’altra persona possa cambiare. Un cambiamento che però non arriva mai.

Solo quando la vittima riuscirà a non negare e a non minimizzare l’atto di abuso subìto sarà pronta ad affrontare il percorso per riconquistare la libertà sottratta. Riconoscere di essere stata vittima di maltrattamenti è tutt’altro che semplice e molti sono i motivi che rendono difficile il prenderne coscienza. Per una donna, parlare di una situazione di violenza è molto difficile perché implica paura, vergogna o umiliazione, ma il riconoscimento della violenza è un presupposto essenziale e imprescindibile per poter intervenire efficacemente su di essa e compiere un percorso per riconquistare la libertà persa.

Detto questo, forse potremmo andare oltre all’attuale accezione che hanno preso le scarpe rosse, e pensare che questo bellissimo accessorio femminile potrebbe riprendere la sua valenza reale, quello di bellezza e libertà, perchè le scarpe rosse potrebbero essere indossate idealmente da ogni singola donna per compiere il percorso verso la libertà dalla violenza: ogni donna con la sua storia personale, ma tutte con lo scopo di costruire insieme un percorso comune.

Bibliografia:

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Lino Guanciale alla ‘Sagra del cinema’, un cinema fresco e vitale all’ombra della Torre

Il cinema, nelle sue forme più sperimentali o intellettuali, ha raggiunto fin dai tempi più antichi un grande pubblico e le sue storie esemplari o quotidiane, vere o presunte hanno…

Il cinema, nelle sue forme più sperimentali o intellettuali, ha raggiunto fin dai tempi più antichi un grande pubblico e le sue storie esemplari o quotidiane, vere o presunte hanno spesso coniugato grande qualità artistica, riflessioni e creato personaggi. D’altro canto però festival e rassegne cinematografiche, luoghi dove il cinema andrebbe vissuto da tutti  e a 360 gradi, non sempre sono accessibili liberamente, anzi spesso risultano essere ambienti ovattati, inamidati, fatti di lustrini e cotillon con accesso consentito solo agli addetti ai lavori, diventando dei veri e propri carrozzoni.

A far fruire il cinema in maniera libera e attraverso un linguaggio diverso dal solito ci ha pensato un’associazione no profit di Perugia, MenteGlocale, che attraverso la ‘Sagra del cinema‘ cerca di far vivere al pubblico il cinema liberamente e con un elemento in più: il fattore C di cibo. 

Attraverso la ‘Sagra del cinema’, MenteGlocale cerca di unire due elementi, cinema e cibo, con lo scopo di promuovere entrambi e il territorio che li ospita. Il cibo, fin da tempi non sospetti, è sempre stato l’elemento presente in ogni tipo di manifestazione con l’obiettivo, fra tanti, di attirare più pubblico possibile e far risultare così anche la sagra più piccola un vero successo. Tuttavia la differenza tra manifestazioni e sagre,  non la fa sempre il cibo ma il modo di riuscire a ‘dialogare’ con il proprio pubblico e saperlo intercettare in maniera semplice e diretta. Inoltre, quando una manifestazione o sagra è composta da più elementi, anche forzatamente messi insieme, uno di questi rischia di passare in secondo piano e di solito non è mai il cibo. 

Ho avuto modo di partecipare all’incontro conclusivo della prima parte della ‘Sagra del Cinema’, iniziata giovedì 27, e finita domenica 30 luglio con un brillante Lino Guanciale, ed è stato veramente bello vedere nonne, nipoti, mariti e fidanzati, un pubblico bellissimo di tutte le età ad una rassegna cinematografica locale ma dal respiro fortemente nazionale che è riuscita a saziare la fame di cinema, e non di cibo, del pubblico in maniera fresca e semplice.

Questo conferma che in una manifestazione il cibo non è tutto. La ‘Sagra del cinema’, nata in punta di piedi tre anni fa a Castiglion Fiorentino, ha dimostrato che può vivere e continuare a crescere anche puntando solo su elementi che non siano cibo o leccornie varie, ma concentrandosi su proiezioni cinematografiche di qualità, incontri e confronti con attori amati e apprezzati dal tutto il pubblico.

Lino Guanciale, protagonista di fiction come “La porta rossa”, “L’allieva”, “Non dirlo al mio capo”, arrivato in Valdichiana all’ombra della Torre del Cassero di Castiglion Fiorentino, ha incontrato il pubblico per parlare del sua ultima fatica cinematografica “I Peggiori”, storia divertente di due fratelli squattrinati e senza prospettive che si barcamenano come possono nella speranza di garantire un futuro migliore alla sorella tredicenne.

Lino non si è sottratto alle domande del pubblico, ha raccontato della sua prima volta davanti alla macchina da presa e del suo debutto teatrale avvenuto a 19 anni in Abruzzo, sua terra di origine. Dopo il liceo scientifico di Avezzano, Lino Guanciale si è iscritto alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma per poi iscriversi all’Accademia nazionale d’arte drammatica sempre a Roma.

E poi ancora religione, politica, amore e rapporto con i social, Lino Guanciale ha spiegato che per lui i social rappresentano un modo per annullare le distanze, mantenere un rapporto forte con i fan, oltre che a raccontare attraverso foto e video i suoi lavori e il dietro le quinte delle registrazioni. Parlando dei film e delle produzioni italiane, Lino ha detto che gli italiani dovrebbero avere più coraggio nell’investire nella preparazione degli attori e nei progetti e ha spiegato ai giovani che chi vuole intraprendere il mestiere di attore, oltre a frequentare una buona scuola di recitazione, è necessario essere caparbi e credere nel lavoro che si sceglie di fare. “Il Gioiellino” e “I Peggiori” sono i film a cui Lino è più legato,  mentre per il suo futuro, dopo varie commedie, vorrebbe interpretare un film drammatico e magari un ruolo da perdente. Nel frattempo Guanciale ha anticipato che sarà presto sul set della seconda serie de ‘La Porta Rossa’, de ‘L’Allieva’ e di ‘Non ditelo al mio capo’.

Con l’incontro di Lino Guanciale, il pubblico ha dimostrato di apprezzare fortemente la ‘Sagra del cinema’ firmata MenteGlocale, ‘Sagra’ con la S maiuscola per marcare l’accezione più alta del termine e che, aggiungerei, non ha bisogno del fattore C (di cibo) per riscuotere successo e apprezzamenti. Quando una manifestazione regala qualità, ricercatezza nei contenuti e freschezza nel linguaggio il pubblico non ha bisogno di molto altro per appagare la sua fame di cultura, checché se ne dica alla fine con la cultura si può mangiare.

Guanciale è stato solo l’ultimo, in ordine di tempo, dei protagonisti che si sono susseguiti durante i primi quattro giorni di ‘Sagra’, con lui hanno incontrato il pubblico Fortunato Cerlino, protagonista di Gomorra e al cinema con il film “I falchi” di Tony D’Angelo. Poi ancora Renato Scarpa con il film “Habemus Papam” di Nanni Moretti e Francesco Montanari e Alessandro Boschi con il film “Sole cuore amore” di Daniele Vicari.

La Sagra del Cinema tornerà per il “secondo tempo” dal 18 al 20 agosto, sempre a Castiglion Fiorentino, ma in piazza dello Stillo con la proiezione del film “L’armata Brancaleone”, di Mario Monicelli, una serata in collaborazione con la rassegna Cinemaèdanza, promossa dall’associazione Sosta Palmizi, e una “Notte con Keaton”, un concerto per “percussioni e cinema” in cui l’artista perugino Gianni Maestrucci musicherà dal vivo tre capolavori muti di Buster Keaton.

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L’Aglione fa bene alla salute e rafforza la Valdichiana

Alla Tenuta della Fratta di Sinalunga si è svolto l’incontro organizzato dell’Associazione per la Tutela e Valorizzazione dell’Aglione in Valdichiana per approfondire e di divulgare le qualità genetiche e nutrizionali…

Alla Tenuta della Fratta di Sinalunga si è svolto l’incontro organizzato dell’Associazione per la Tutela e Valorizzazione dell’Aglione in Valdichiana per approfondire e di divulgare le qualità genetiche e nutrizionali di questa eccellenza agro-alimentare della Valdichiana. 

All’incontro hanno preso parte agronomi e docenti con un conseguente momento di condivisione dell’attività dell’associazione con le amministrazioni locali e le associazioni di categoria dei produttori, che fin da subito sono stati favorevoli al progetto.

Il convegno è inziato con gli interventi della dottoressa e agronoma Luciana Becherini e del professore di scienze dell’alimentazione Pier Luigi Rossi, dove, oltre alle esaurienti relazioni tecniche si sono susseguiti gli interventi dei rappresentanti delle amministrazioni comunali della Valdichiana presenti (Sinalunga, Civitella in Valdichiana, Montepulciano, Cortona, Foiano, Torrita di Siena e Lucignano) dai quali è emerso che, dall’esempio dell’aglione, si possa cogliere la possibilità di una più forte e coesa progettazione d’area vasta, Valdichiana, che non abbia più i tradizionali confini provinciali.

All’incontro è intervenuto anche il dottore Claudio Del Re, direttore dell’Ente Terre Regionali Toscane, sull’importanza di procedere all’inserimento dell’aglione della Valdichiana nei repertori regionali, dei coltivatori custodi e della banca regionale del germoplasma che svolgono la loro attività nell’ambito della rete di conservazione e sicurezza, e le informazioni sul contrassegno regionale per la valorizzazione dei prodotti delle razze e varietà locali toscane a rischio di estinzione tutelate.

Anche la categoria dei produttori , intervenute a conclusione dei lavori, ha manifestato molto interesse all’associazione dell’aglione ma soprattutto al modello e al percorso, nella speranza che il risultato, sia quello atteso, di dare un’ulteriore opportunità agli agricoltori e al territorio.

Ancora molto c’è da fare perché si possa dire che la sfida è vinta, ma l’esperienza dell’aglione è partita con il piede giusto e un ottimo entusiamo dei produttori e degli amministratori, per questo l’associzione è convinta grandi progetti, di area Valdichiana, possano essere messi in campo nell’agricolo, di mobilità sostenibile, di smart city, di turismo, di biodiversità e di valorizzazione territoriale.

Quindi lo scopo dell’associazione, è dunque quello, essere tutti insieme e correre per uno stesso obiettivo renderà anche più facile intercettare risorse pubbliche e private da ridistribuire nel territorio.

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