La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Valentina Chiancianesi

UC Sinalunghese, la determinazione di credere in un sogno chiamato Serie D

10 giugno 2018: una data che sarà destinata a rimanere nella storia di Sinalunga e scritta in maniera indelebile nei cuori della Uc Sinalunghese. In questo giorno infatti, sul campo…

10 giugno 2018: una data che sarà destinata a rimanere nella storia di Sinalunga e scritta in maniera indelebile nei cuori della Uc Sinalunghese. In questo giorno infatti, sul campo della USD Classe di Ravenna la squadra di calcio di Sinalunga si è qualificata per una storica promozione nella Serie D nazionale. La promozione, per i ragazzi di Roberto Fani, è arrivata al termine di una stagione ricca di successi e soddisfazioni; dalla prossima stagione aumenteranno le sfide e il livello di competizione, ma adesso è il momento di festeggiare il meritato successo per tutta la squadra e gli appassionati tifosi.

Un territorio intero, che a distanza di giorni, sembra ancora incredulo dello storico risultato. Invece è tutto vero, a dimostrazione che quando si crede fortemente nei sogni questi si realizzano. Sogno di un’impresa storica di una società che proprio lo scorso anno ha compiuto 60 anni, in cui hanno creduto e scommesso generazioni di bambini, ragazzi e uomini che del 1957 ad oggi hanno indossato e indossano la maglia rossoblù.

La storia della Sinalughese parte proprio dal 1957 grazie a Gino Zanelli, suo fondatore e primo presidente fino al 1972. L’associazione è nata con l’intento di promuovere il calcio, i valori dello sport e l’importanza del lavoro di squadra, qualità che hanno contribuito a raggiungere la tanto agognata Serie D.

Dal 1957 ad oggi, molte le persone che hanno contribuito alla crescita della società, da Edgardo Parri a Salvadore Maudente, a Ezio Giannini che con l’allenatore Tognoni portò la squadra in promozione; Cosimo De Simone, Corrado Benocci, Carlo Caroni, l’indimenticato bomber Marco Bernacchia, Giomarelli, Spataro e poi ancora Leti, Lorenzini e Corbelli, fino ad arrivare agli ultimi dieci anni e all’arrivo del mister Roberto Fani, che grazie alla sua ambizione e determinazione  convinse dirigenti e società ad affidargli la squadra. Fani rimarrà alla Sinalughese per tre anni per poi approdare alla Sansovino, passati sei anni la storia si riapre: Fani torna a guidare la prima squadra rossoblù conquistando prima il campionato di promozione nella stagione 2008-2009,  poi quello di eccellenza, fino ad arrivare, storia recente, alla Serie D.

direttore generale Bruno Mugnai

“Da dieci anni siamo in eccellenza e abbiamo sempre ottenuto ottimi risultati. La nostra è una squadra costruita e programmata nel tempo con l’intento di affidare ruoli giusti ai giusti elementi. Proprio per questo motivo ci sono ragazzi che giocano con noi da quasi dieci anni, come Vasseur, Calveri e Fanetti. Nel tempo poi abbiamo sempre cercato di inserire giocatori nei ruoli che a nostro avviso esaltavano di più le loro capacità” – così il direttore generale Bruno Mugnai  e il responsabile Claudio Polvani mi raccontano come hanno costruito la squadra che rimarrà negli annali della società scritta a caratteri cubitali.

Arrivare nei primi posti, sia in classifica che in coppa, erano gli obiettivi da raggiungere per la squadra di Fani, che ha potuto contare su un’ottima squadra nonostante i limiti numerici e una rosa ristretta rispetto ad altre concorrenti. Ma l’ambizione e la determinazione a vincere ha permesso a Fani di gestire al meglio i propri giocatori ottenendo i risultati e conquistato un risultato tanto inatteso quanto sperato.

“Quello che ha funzionato più di tutto in questo gruppo è stata la compattezza e la coesione tra i ragazzi. Negli spogliatoi c’era e c’è rispetto reciproco, sia tra i ragazzi che sono insieme da più anni che tra i nuovi arrivati. Ed è questo è alla base della nostra grande vittoria. I ragazzi hanno sempre creduto che questo gruppo poteva arrivare molto in alto, noi come società siamo stati loro molto vicini e tutto è venuto di conseguenza. Non ti nego che questi play-off ci hanno ‘galvanizzato’ e ci hanno dato la spinta per arrivare vittoriosi fino in fondo” – mi confidano Mugnai e Polvani, con gli occhi di chi sa che nella propria squadra non giocano semplici giocatori, ma ragazzi che incarnano i veri valori del calcio.

capitano Dario Calveri

Uno di questi ragazzi è proprio il capitano della squadra, Dario Calveri, che ancora incredulo, come i suoi compagni, mi racconta che le parole ‘Serie D’ suonano molto strane; ma è la realtà, essere riusciti a concretizzare il sogno di una società e di molte generazioni di giocatori che hanno militato nella compagine senese.

“Sono 9 anni che gioco a Sinalunga e insieme ai miei compagni abbiamo sempre pensato che l’eccellenza fosse la nostra dimensione, ma quando abbiamo cominciato a capire che con le nostre capacità e la nostra determinazione potevano riuscire a farci salire in Serie D, abbiamo dato il tutto per tutto e siamo riusciti a realizzare un sogno. Abbiamo capito tardi che potevamo arrivare in Serie D, ma l’importante è che questo traguardo sia stato raggiunto. Il nostro gruppo è formato da persone che si vogliono veramente bene, con valori che vanno aldilà della sport, questo ci ha permesso di vivere le situazioni in maniera migliore. Nel nostro gruppo prima viene il sentimento e non il valore economico, ed è stato questo a spingerci a lottare verso un’unica direzione” – mi spiega Dario.

La bella promozione della Sinalughese, arrivata proprio al fischio di inizio dei Mondiali Russia 2018 in cui per la prima volta, dopo 60 anni, la nostra nazionale non ci sarà, riaccende la voglia di credere nei valori dello sport e del calcio, di tornare a tifare la propria squadra del cuore e dare la possibilità a tanti bambini di poter tornare a sognare di diventare, un giorno, come il proprio ‘calciatore supereroe’ senza distinzione di categoria o serie.

“Il fatto di essere così seguiti dai bambini ci fa un piacere enorme perché a questi livelli è una cosa rara. Per noi è un onore vedere tutti questi bambini che ci seguono, soprattutto perché hanno capito che oltre alla Serie A e alla Champions League lo sport è bello a tutti i livelli. Per me, tutto questo ha valore doppio perché anche io, quando ero piccolo, andavo a vedere il Sinalunga giocare e mi rivedo in tutti quei bambini che nei giorni passati sono venuti a chiederci un autografo o una foto. Come ha detto il bomber Bernacchia: ‘20 anni fa si parlava dei vari Caroni, Bernacchia e C., oggi si parla di Fani, Lucatti, Marini, Vasseur e C., ma domani si parlerà di loro e questo sarà solo motivo di orgoglio’” – continua a spiegarmi il capitano.

Quella della Sinalunghese è una promozione che ha unito un intero paese, con un gruppo ultras formidabile che ha sostenuto e supportato la squadra fin dall’inizio di questo incredibile viaggio. A vincere su tutti, però, in questo straordinario cammino sono le emozioni, le sensazioni e i valori che solo lo sport, vissuto come una ragione di vita e con tanti sacrifici, può dare. Il capitano Calveri parlando alla squadra dice:

“Noi abbiamo sacrificato l’Io per dare tutto al Noi, abbiamo fatto delle rinunce personali e abbiamo stretto i denti per affrontare una stagione lunga e di livello. Per ottenere un obiettivo del genere abbiamo fatto delle rinunce e visto il risultato raggiunto penso che sia stato ripagato tutto alla grande. Come ci ha detto in vicepresidente Nocentini: ‘in 60 anni siete stati il punto più alto che abbia mai avuto questa società, siete l’orgoglio più grande’. E detto da persone come loro, da dirigenti che si sporcano le mani tutti i giorni per il bene della società è qualcosa che ripaga di tutto. Ai miei compagni, al mio staff e a tutto il paese di Sinalunga dico che sono orgoglioso di essere il loro capitano”.

A lui fa eco uno dei componenti dello staff tecnico Marco Bulletti, preparatore atletico che insieme a Luca Guerrini, Federico Daviddi e Tosi, compongo una ‘squadra parallela’ di estrema importanza ed efficienza per il gruppo:

“Sono due anni che faccio parte dello staff tecnico della Sinalughese, siamo un gruppo bellissimo che io considero la mia famiglia sportiva. Insieme a loro, oltre alle vittorie e questo splendido risultato, abbiamo condiviso anche le sconfitte, ma sempre con la convinzione che i valori del nostro gruppo e la nostra determinazione ci avrebbero portato a risultati altissimi e così è stato. In tutto questo ci tengo a ringraziare Roberto Fani, molto più di un allenatore, l’artefice di questo successo, una persona stupenda dal lato sia umano che sportivo. Due anni fa, quando sono arrivato a Sinalunga, non credevo che avrei trovato un gruppo così bello”.

Alla famiglia rossoblù piace pensare che la cavalcata trionfale verso la Serie D sia stata accompagnata da tre angeli custodi che li guardano dall’alto e che portano il nome di Marino Cencini, Giuliano Giuliotti e Mario Parri. Tre tifosi indimenticabili: Marino sempre presente e uomo di una bontà infinita, Giuliano, sinalunghese doc che ha seguito la squadra del suo paese e tutto il calcio dilettantistico da sempre con tanta passione e infine Mario, un personaggio simbolo nel calcio di provincia che oltre alla sua passione immensa per i colori rossoblú e viola aveva un grande carisma e una simpatia unica. Sicuramente anche loro saranno orgogliosi e anche un po’ increduli di questo risultato.

E adesso? Adesso è ancora tempo di festeggiare, anche se la mente della società è già al lavoro per preparare la squadra che intraprenderà il viaggio della Serie D. Un viaggio nuovo per tutti, sia per  società, che per la squadra e per i tifosi, ma che sicuramente vivranno con tutti loro stessi e si godranno ogni singolo momento di questa straordinaria esperienza.

Prime indiscrezioni della stagione 2018-2019: staff tecnico riconfermato e un grande in bocca a lupo a Francesco Brunetti che non farà parte del viaggio in Serie D, ma vivrà il suo sogno americano. Francesco infatti andrà in America per quattro anni per studiare e giocare a calcio; del gruppo rossoblù porterà con sé la possibilità di realizzare un sogno condiviso fortemente da una squadra e i consigli che lo hanno fatto crescere!

Photo credits: pagina facebook UC Sinalunghese

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Legge obiettivo ungulati – Gli agricoltori chiedono maggiori tutele contro i danni dei caprioli

All’indomani del via libera, da parte della Regione Toscana, al piano di abbattimento dei caprioli per il territorio della provincia di Siena, l’Unione provinciale agricoltori di Siena ha organizzato una…

All’indomani del via libera, da parte della Regione Toscana, al piano di abbattimento dei caprioli per il territorio della provincia di Siena, l’Unione provinciale agricoltori di Siena ha organizzato una tavola rotonda per fare il punto sugli effetti della Legge Obiettivo dalla sua effettiva applicazione.

All’incontro, che si è svolto a Siena, hanno preso parte il direttore dell’Unione Provinciale Agricoltori di Siena, Gianluca Cavicchioli, il professore dell’Università di Sassari dipartimento di Medicina Veterinaria e membro Cirsemaf, Marco Apollonio, il presidente ATC 3 Siena Nord Roberto Vivarelli, Francesco Rustici presidenza Confederazione Cacciatori Toscani, Silvano Toso vice presidente vicario EPS nazionale e il dottor Paolo Banti dirigente de settore ufficio caccia della Regione Toscana, oltre a molti agricoltori e cacciatori del territorio senese.

Lo scopo della Legge Obiettivo per la gestione degli ungulati in Toscana è quello di ridurre, entro un triennio, i conflitti generati dagli ungulati selvatici rispetto agli habitat che li ospitano. La Legge tende ad aumentare le possibilità di prelievo venatorio anche mediante periodi più ampi nelle aree maggiormente soggette a danni.

Nei 20 mesi di effettiva applicazione della Legge sono stati abbattuti complessivamente 215.575 capi in tutta la Regione Toscana, così suddivisi: 184.774 cinghiali, 27.135 caprioli, 993 cervi, 2456 daini e 217 mufloni. Se da una parte questi dati sembrano confortanti per quanto riguarda gli abbattimenti, dall’altra però aumentano i danni alle colture causati proprio da ungulati e cervidi. La tendenza dei danni ha un andamento molto disomogeneo tra provincia e provincia e infatti quelle che risultano essere maggiormente colpite sono la provincia di Siena e quella di Firenze.

A Siena e provincia, nonostante l’aumento dei piani di prelievo, dei tempi di caccia e l’individuazione, insieme a ISPRA, dei distretti con obiettivi di bassa densità, il numero dei danni è causato maggiormente dai caprioli e nel 2017 i danni, in tutta la Regione, arrivano a sfiorare quasi i 4 milioni di euro.

A farne le spese più grandi sono proprio gli agricoltori che muovono fortissime critiche alla Legge Obiettivo: la popolazione della specie capriolo si sta annualmente incrementando, tantoché nella sola provincia di Siena è arrivata ad oltre 40mila capi. Nelle riserve naturali, ed in generale nelle zone a divieto di caccia, non è stato di fatto effettuata alcuna apprezzabile attività di contenimento e tutto ciò accresce i rischi di incolumità per i cittadini, i danni alle specie vegetali, alle altre specie selvatiche, all’incrementare della presenza della specie lupo e all’utilizzo delle recinzione alle colture agricole.

In base a ciò, gli agricoltori a gran voce chiedono l’applicazione dell’articolo 37 anche per i caprioli, in quanto l’attuale pratica termina il 15 marzo e riprende i 1 di giugno, ma in questo intervallo si concentrano i maggiori danni alle colture. Armonizzare gli interventi su tutto il territorio al fine di ottimizzare e non vanificare i positivi risultati ottenuti; intervenire sulle riserve naturali, ovvero coordinare le azioni da effettuare nel territorio libero, cambiare la legge 157/92 che riguarda la fauna selvatica in modo che l’attività venatoria non sia più in contrasto con la conservazione della fauna. Rivedere il decreto dei minimis, cioè se c’è un danno, gli agricoltori richiedono di essere indennizzati al 100%, invece il decreto stabilisce un tetto massimo di risarcimento in 15mila euro suddiviso in 3 anni comprensivi anche di altre provvidenze come sgravi, contributi e aiuti di credito. Infine gli agricoltori chiedono soluzioni alternative alla recinzione, in quanto contrari perché rovinano il paesaggio.

Dal canto suo la Regione Toscana, nei giorni scorsi, ha dato il via libera al piano di controllo dei caprioli in cinque zone di ripopolamento e cattura della provincia di Siena gestite dall’ATC Siena nord. Il piano di controllo prevede un prelievo complessivo di 206 capi e a seconda dell’esito del risultato verrà valutato se gli interventi potranno essere ripetuti o estesi ad altre zone di ripopolamento e cattura.

Per quanto riguarda gli altri punti messi sul banco, nel report della Regione Toscana emerge che per quanto riguarda il cinghiale, nelle aree non vocate, la caccia di selezione nel 2017 ha portato al prelievo di 8.445 capi, con un incremento dell’84,4% rispetto ai 4.581 capi del 2016. Anche il prelievo del cinghiale in “controllo”  nel 2017 è aumentato: sono stati prelevati 13.569 capi, rispetto ai 9.927 capi del periodo giugno-dicembre 2016, mentre nelle aree vocate, invece, si è registrato l’abbattimento di 60.976 cinghiali, con un calo del 19.6% rispetto ai 75.863 capi prelevati nel 2016. Complessivamente i cinghiali prelevati in Toscana nel 2017 sono stati 87.684, contro i 97.090 del 2016 e 79.330 del 2015.

Per il Capriolo, non sembra esserci stato un reale incremento dei prelievi a seguito dell’applicazione delle Legge Obbiettivo: i numeri dei capi abbattuti restano stabili così come la consistenza della specie, che nel 2017 è stata stimata in 182.575 capi, di cui 148.689 nelle aree vocate alla specie e 33.877 capi nelle aree non vocate. Dai dati parziali presentati nel report, i Caprioli abbattuti nelle aree non vocate nell’annata venatoria 2017-18 risultano essere 8.281, rispetto ad un piano complessivo di prelievo pari a 35.693 capi.

Infine la Regione Toscana, alla luce dei fatti, spiega le problematiche causate dagli ungulati sono ancora presenti ed è quindi necessario intervenire ancora in modo più efficace specialmente sulle altre specie come il capriolo e al di là delle norme e dei provvedimenti, l’elemento più importante per cercare di attenuare un fenomeno in atto da oltre 10 anni è che ogni soggetto interessato lavori per una gestione comune e condivisa del territorio.

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Pici, il ‘marchio di fabbrica’ della Valdichiana e l’iscrizione all’INPAI

Branded content a cura di Valdichiana Media e Università Telematica Pegaso – Sede di Montepulciano I pici rappresentano il ‘marchio di fabbrica’ della gastronomia della Valdichiana. Nel nostro territorio, infatti,…

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I pici rappresentano il ‘marchio di fabbrica’ della gastronomia della Valdichiana. Nel nostro territorio, infatti, è possibile gustare il sapore inconfondibile di questa pasta, “lontani parenti degli spaghetti, ma molto più corposi” come li definisce Giovanni Righi Parenti nel libro ‘La cucina toscana in 800 ricette tradizionali’.

La storia dei pici affonda le sue radici in epoca etrusca e difatti una prima testimonianza si può trovare nella celeberrima Tomba dei Leopardi di Tarquinia, monumento funerario del V secolo a.C. che raffigura un banchetto. Per quanto riguarda il nome, le correnti di pensiero sono molte e discordanti: c’è chi lo fa risalire addirittura all’antica Roma, nello specifico alla figura di Marco Gavio Apicio (25 a.C.37 d.C.), uno dei più importanti gastronomi dell’antichità, mentre altre sostengono che il nome derivi dal gesto che si fa con il palmo della mano per far prendere all’impasto la forma del picio, quello che nel gergo culinario toscano è il verbo “appiciare”.

Tuttavia la creazione dei pici non è circoscritta ai maestri che tramandano il sapere o agli specialisti, ma dal momento che stiamo parlando di un piatto povero proveniente dalla tradizione contadina, può essere facilmente preparato da tutti, senza distinzione di sesso, età o classe sociale. Intorno ai pici e all’arte dell’appiciare sono state riconosciute importanti caratteristiche come la capacità di mantenere legami sociali nelle comunità e la possibilità di essere praticata da chiunque, sotto la guida di mani esperte, aprendo a tutti i membri della comunità che poi li consumerà la partecipazione alla produzione.

Per questo motivo il MIPAAF ha accolto la richiesta di ammissione al patrimonio agroalimentare e “I pici e l’arte di appiciare” sono stati ammessi con Decreto del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali all’Inventario nazionale del patrimonio agroalimentare italiano (INPAI).

Insieme ai nostri pici c’è solo “L’arte del pizzaiolo napoletano” che il 7 dicembre 2017 è diventata addirittura Patrimonio culturale dell’umanità, riconosciuto e tutelato dall’UNESCO. Doverosa precisazione da fare è che mentre l’arte della pizza è patrimonio esclusivo dei pizzaioli che diventano tali al termine di un percorso di addestramento non facile e dalla riuscita non certa, chiunque può “appiciare” con risultati apprezzabili. Da non sottovalutare poi il fatto che il riconoscimento, il più alto che possa essere attribuito in Italia nel settore agroalimentare e delle tradizioni popolari e contadine, prevede che sia lo stesso Ministero a valorizzare i beni ammessi all’Inventario attraverso attività di comunicazione e nella Settimana della cucina italiana nel mondo che nel 2018 giungerà alla terza edizione dopo aver superato, l’anno scorso, i 1.000 eventi in oltre 100 Paesi.

La richiesta d’iscrizione è stata effettuata dell’Unione dei Comuni Valdichiana Senese che ha affidato l’incarico a Qualità e Sviluppo Rurale, società a prevalente capitale pubblico, già positivamente impegnata in attività simili. Lo studio è stato condotto, a costo zero, dal Presidente di QSR Stefano Biagiotti e da un team comprendente anche Alessio Banini, Filippo Masina e Francesca Sordi.

Sull’iscrizione ha pesato la modalità di trasmissione dell’arte dell’appiciare, che si basa sulla pratica, e il valore sociale e culturale che racchiude, rappresentando un forte strumento di trasmissione delle tradizioni insieme alla sua capacità di superare barriere sociali ed anagrafiche. Indubbiamente questa iscrizione avrà delle ricadute importanti su tutto il nostro territorio in quanto ha sistematizzato il valore sociale e culturale del prodotto, noto a tanti ma non ancora così ben messo a fuoco.

Proprio su questo punto abbiamo chiesto maggiori informazioni al presidente di QSR, nonché rappresentante dell’Università Telematica Pegaso della sede di Montepulciano, Stefano Biagiotti.

“Una co-abitazione di grande prestigio che attribuisce enorme valore al riconoscimento attribuito dal MIPAAF ad un alimento, i pici, di origine povera, inconfondibile per la sua tipicità e provenienza, quasi identitario, ma oggi diffuso su tutte le tavole, e soprattutto ad una pratica, appunto l’ “appiciare”, di cui uno studio appositamente commissionato ha sistematizzato il valore sociale e culturale, noto a tanti ma non ancora così ben messo a fuoco” – spiega il presidente Biagiotti

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Acqua e conformazione territoriale, Sinalunga come Sinaloa – Le origini del nome

Situata nel centro delle più importanti direttrici stradali, Sinalunga è suddivisa in un centro abitativo più antico e da una parte pianeggiante fervente di attività industriali e commerciale, la Pieve….

Situata nel centro delle più importanti direttrici stradali, Sinalunga è suddivisa in un centro abitativo più antico e da una parte pianeggiante fervente di attività industriali e commerciale, la Pieve. Il territorio di Sinalunga si compone di 5 frazioni: Bettolle, città natale di Ezio Marchi, il primo a studiare la razza bovina “chianina” e caratterizzata dalla presenza di Ville Leopoldine e Poderi Ottocenteschi testimoni dell’originaria architettura concepita dal Gran Duca Leopoldo I; Rigomagno, uno dei pochi centri urbani medievali della Valdichiana quasi del tutto intatti, che mantiene la sua struttura di borgo fortificato, testimoniata dai resti della cerchia muraria in cui sono inserite due torri semicircolari ben conservate. Scrofiano che sorge su un colle e con la sua struttura medievale è un esempio di arte sacra della zona; Farnetella, con la sua impostazione caratteristica, basata su borghi paralleli e vicoli traversi che conducono alla sommità, è un tipico esempio di struttura urbanistica medievale e in fine Guazzino che è la frazione di costituzione più recente, formata da un nucleo abitativo che gravita attorno alla Parrocchia e alle fornaci di laterizio.

Questo è come si presenta uno dei Comuni più popolosi della Valdichiana, ma di Sinalunga è interessante conoscere l’origine del toponimo. Vari autori e ricercatori hanno formulato diverse ipotesi sull’origine del nome, alle quali si aggiunge anche quella di cui vi andrò a parlare e che si basa su un’osservazione del territorio e sulla sua formazione.

A riguardo abbiamo incontrato Gianfranco Censini, geologo e presidente del Gruppo Archeologico Sinalunghese, che ci ha spiegato come il toponimo ‘Sinalunga’ derivi da Sinus Longus, dal latino ‘Lunga Insenatura’. Per arrivare a questa spiegazione è stato necessario uno studio partito nel giugno 2015 durante un viaggio nella città di Chihuahua ed El Fuerte, nella Regione di Sinaloa, in Messico, ed è stata proprio questa straordinaria somiglianza tra i toponimi Sinaloa e Sinalunga che ha scatenato la curiosità del dottor Censini.

Dottor Censini ci può spiegare in cosa il toponimo Sinalunga è così simile a Sinaloa in Messico?

“Sinalunga deriva da “Sinus Longus’, cioè ‘una lunga insenatura’ ai bordi del più ampio ambiente lacustre della Valdichiana e, seguendo le regole della classificazione delle insenature già descritte in un trattato di Fisica delle Acque del 1700, anche la Regione di Sinaloa si colloca all’imbocco di un altro Sinus Longus’, ovvero il Golfo della California, che, appunto, sta al margine dell’Oceano Pacifico. Questa spiegazione che lega il nome ad una specifica caratteristica del territorio appare in linea con la naturale tendenza di indicare i luoghi specificandone una forma o dimensione particolare: Collelungo (nome originario della Fattoria tra Monte Martino e Guazzino), Pratolungo, Vallelunga, oppure Collalto, Montegrosso, Montebello, Cala Piccola, Cala Grande, sono solo alcuni esempi di toponimi che riportano a particolari forme del territorio in cui si trovano”.

Le ricerche di Censini si sono svolte su testi antichi disponibili solo in forma digitale: cercando la combinazione “sinus + longus” i link trovati sono stati molti ma, purtroppo, la combinazione di queste due parole è stata spesso utilizzata anche in antichi testi di anatomia umana, per cui la selezione di quelli attinenti per questa ricerca è stata più complicata.

Per questi motivi, i risultati ottenuti per questa ricerca derivano dall’opera di Francisci Batle ‘Instituones Physicae, Ad Usum Scholarum Accomodatae’ che definisce in maniera molto sintetica cosa è un ‘Sinus Lonsus’, ovvero un’insenatura, con il quale vengono elencati i più grandi golfi conosciuti, tra questi anche il Mar Mediterraneo, con all’interno i più piccoli Sinus quali il mare Adriatico, il mar Tirreno, il mar Ionio e gli altri nostri mari italiani.

L’ipotesi sulla nascita del toponimo ‘Sinalunga’ di Censini si fonda, dunque, sull’origine del nostro territorio che nel periodo pleistocenico era ancora invaso dalle acque del grande bacino lacustre che caratterizzava tutta l’area della Valdichiana. In epoca romana poi erano presenti acquitrini dovuti al ristagno delle acque del torrente Foenna, mentre gran parte della Valdichiana era già prosciugata e interessata da zone lacustri solo nella fascia centrale.

Dottor Censini come si presentava la morfologia del nostro territorio?

“La morfologia della nostra zona, sebbene non più totalmente occupata dalle acque, era sufficientemente marcata da apparire ancora come un golfo, una baia o semplicemente un’insenatura di circa 8 chilometri ed una imboccatura, molto stretta, identificabile nell’allineamento tra “La Capacciola e Monte Martino”. La nostra valle ha subìto le conseguenze di fenomeni naturali molto complessi che hanno portato le acque a scorrere in un senso o nell’altro, oppure a fermarsi e ristagnare, creando acquitrini o piccoli laghi, di cui ci sono evidenti testimonianze nei toponimi antichi e chiare conferme nelle conseguenze degli eventi alluvionali recenti”.

Ma il topomino Sinus Longus come si è trasformato in Sinalunga?

Mettiamo che il toponimo primordiale fosse ‘Sinus Longus’ e che vi sia stato aggiunto, da coloro che si mettevano in viaggio da Sud verso Nord, il prefisso che indica la destinazione “AD”, cioè moto a luogo, si può ritenere che con il passare del tempo il toponimo sia diventato “Ad Sinus Longus’ e poi ‘ Asinuslongus’, di questa forma però non sembra che ci siano testimonianze chiare, mentre è chiari che ad un certo punto, nei vari documenti che parlano della questa zona, si inizia a trovare la forma rimasta in uso fino al 1863, di Asinalunga, con una forma intermedia di Asinalonga. Al di là della piccola variazione da ‘Longa a Lunga’, la variazione che sembra importante è quella che vede la variazione da ‘Ad Sinus a ad Sina’ e questa variazione può costituire la conferma che da una primordiale insenatura unica, che andava dalla Capacciola a Rigomagno, si sia passati, durante il Medioevo, a più bacini palustri separati”.

Pertanto, secondo un’informazione raccolta dalla dottoressa Valeria Novembri, dell’Accademica Oscuri di Torrita esperta di letteratura latina, il toponimo maschile singolare Sinus, diventando plurale avrebbe cambiato genere diventando neutro, quindi Sina indica un sostantivo plurale di genere neutro e ciò vuol dire che i viaggiatori che si muovevano verso Nord venendo verso la nostra zona venivano Ad Sina Longa cioè “verso la zone delle insenature lunghe’.

Il toponimo Asinalunga rimase il nome ufficiale della Comunità sinalunghese fino al 1863 quando, per Regio Decreto, il nome venne definitivamente cambiato in Sinalunga.

In conclusione in dottor Censini asserisce che l’origine di un toponimo, la sua etimologia, sono spesso chiari e privi di incertezze; altre volte risultano causa di discussioni accademiche o di dibattiti infiniti e Sinalunga, sicuramente, rientra tra questi ultimi e non sarà di certo questa ricerca a porvi fine.


Sitografia e bibliografia

  • http://www.terresiena.it/it/val-di-chiana/273-i-comuni/216-sinalunga
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Sinalunga
  • ‘Dalla Capacciola a Rigomagno, è questo il SINUS LONGUS che ha dato il nome a SINALUNGA? – Elementi Geomorfologici, Toponomastici e Riferimenti Storici’ di Gianfranco Censini

 

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Il terremoto geopolitico in Medioriente raccontato nel libro di Nicola Censini

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Il terremoto geopolitico che si è registrato negli ultimi anni a seguito delle Primavere Arabe ha messo in discussione un intero assetto regionale. A distanza di pochi anni, molti dei paesi interessati dalle sommosse presentano ancora forti elementi d’instabilità e di precarietà. In molti casi sono ancora in corso guerre o aspri conflitti interni e, talvolta, anche i vari sistemi istituzionali, politici ed economici appaiono modesti o precari.

Le sommosse, nei Paesi nel quadrante mediorientale, cominciarono nel dicembre 2010 in seguito alla protesta estrema del tunisino Mohamed Bouazizi che si dette fuoco in seguito a maltrattamenti subìti da parte della polizia e il cui gesto innescò l’intero moto di rivolta tramutatosi nella cosiddetta Rivoluzione dei Gelsomini. Per le stesse ragioni, un effetto domino si propagò ad altri Paesi del mondo arabo e della regione del Nord Africa, in molti casi i giorni più accesi, o quelli dai quali prese avvio la rivolta, sono stati chiamati giorni della rabbia o con nomi simili.

Le proteste colpirono non solo Paesi Arabi, ma anche alcuni Stati non arabi, come nel caso della Repubblica Islamica dell’Iran che ha in un certo senso anticipato la primavera araba con le proteste post-elettorali del 2009-2010; i due casi hanno in comune l’uso di tecniche di resistenza civile, come scioperi, manifestazioni, marce e cortei e talvolta anche atti estremi come suicidi.

I fattori che hanno portato alle proteste iniziali sono numerosi e comprendono la corruzione, l’assenza della libertà individuale, la violazione dei diritti umani e la mancanza di interesse per le condizioni di vita, molto dure, che in molti casi rasentano la povertà estrema. Delle rivolte hanno poi cercato di approfittarne movimenti estremisti e terroristici di matrice islamica, come i Fratelli Musulmani che con trucchi, intimidazioni e corruzioni, sono riusciti anche a prendere il potere in alcuni stati, riportando in vigore assurde leggi ancora più opprimenti e antiquate. Anche la crescita del prezzo dei generi alimentari.

Questo scenario è stato esaminato da Nicola Censini, dottorato di ricerca in Geopolitica presso l’Università di Pisa, nel suo secondo libro ‘Le frontiere del quadrante mediorientale’ edito da Aracne e presentato a Montepulciano nei giorni scorsi alla presenza dell’Ambasciatore Roberto Falaschi e del Consigliere Grand’ufficiale della Repubblica Fabrizio Nevola.

Per la scrittura del suo nuovo libro, Nicola non si è soffermato solo sulle situazioni che ci sono in Tunisia, Libia o Egitto, ma ha studiato anche la situazione del Bahrein, uno Stato molto piccolo, ma dalle dinamiche interessanti governato da una dinastia sunnita in un Paese a maggioranza sciita, e dell’Oman, Stato ibadita, ossia governato da un partito che discende dalla lotta fra sunniti e sciiti, agli inizi della storia islamica.

Il volume di Nicola va ad analizzare non solo i cambiamenti che si sono verificati nell’ambito del quadrante mediorientale del Mediterraneo allargato all’indomani delle rivolte arabe, ma in prospettiva anche i lineamenti del nuovo scenario mondiale, sempre più multipolare e ancora in cerca di un suo equilibrio.

Sul ruolo che l’Italia ha in tutto questo ‘scenario’, anche se parlare di scenario in questo momento è molto difficile, ne hanno parlato l’Ambasciatore Falaschi e il Consigliere Nevola, i quali hanno ribadito il fatto che il ruolo del nostro Paese è molto marginale perché c’è la necessità di avere una politica interna più forte e una politica internazionale che desse la possibilità di affrontare certi scenari con determinazione ed efficacia.

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Agricoltura di precisione, maggiori controlli e più previsione nelle colture

Branded content a cura di Valdichiana Media e Università Telematica Pegaso – Sede di Montepulciano Se l’agricoltura 4.0 è la nuova frontiera dell’agricoltura che impiega sul campo tecnologie ed internet…

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Se l’agricoltura 4.0 è la nuova frontiera dell’agricoltura che impiega sul campo tecnologie ed internet per la condivisione di dati e di informazioni non solo tra macchine, ma anche fra operatori diversi della filiera, l’agricoltura di precisione è un sistema integrato di metodologie e tecnologie progettate per aumentare la produzione vegetale, la qualità e la produttività di un’azienda agricola.

Andando sul pratico: nell’agricoltura tradizionale un coltivatore deve in qualche modo presumere o indovinare sulla base della sua esperienza le necessità delle colture: quanta acqua, quanto concime, quali attacchi parassitari, mentre nell’agricoltura di precisione è una gestione “precisa” delle attività di coltivazione, come per esempio l’irrigazione e la fertilizzazione, e sulle metodologie di elaborazione spaziale che costituiscono la base per una programmazione di interventi in campo mirati e localizzati, rendendo il processo produttivo sostenibile in termini economici che ambientali.

Le tecnologie utilizzate maggiormente per il rilevamento sono i droni e i sensori geoelettrici e radiometrici, ma anche aerei, satelliti, GPS, mentre per il monitoraggio e la mappatura subentrano macchine operatrici basate sulla tecnologia a rateo variabile, che sono in grado di gestire in modo differente varie porzioni dello stesso terreno sulla base di input georiferiti.

In Italia l’agricoltura di precisione si usa principalmente nei vigneti, noccioleti, colture di cereali, pomodori e risaie, ma è negli Stati Uniti che questa nuova frontiera è arrivata negli anni 90 a beneficio delle grandi estensioni colturali di cotone e mais. L’agricoltura di precisione può offrire diversi benefici in molteplici campi: dalla produzione, con l’aumento dell’efficienza, alla tutela dell’ambiente.

I benefici che può offrire questo tipo di agricoltura sono molteplici e possono spaziare in diversi campi, dalla produzione, con l’aumento dell’efficienza, alla tutela dell’ambiente grazie alla riduzione di input chimici. Può anche avere benefici effetti sulla cosiddetta filiera, grazie al miglioramento della qualità, e portare vantaggi economici in termini di risparmio.

Per capire ancora meglio quali sono i vantaggi che questa nuova frontiera dell’agricoltura può apportare a tutto il settore abbiamo intervistato l’agronomo Giuseppe Cillo che ha approfondito gli studi in questo campo per fornire risposte concrete in termini di maggiore sostenibilità sociale, ambientale ma soprattutto dare maggiore dignità ai veri protagonisti: gli agricoltori che sono alle prese con innumerevoli criticità legate non solo ai mercati ma anche agli effetti dei cambiamenti climatici.


Sitografia

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La bandiera vola tra le emozioni della storia – Intervista al Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita

Per ricercare l’origine della figura dello sbandieratore dobbiamo risalire al periodo medievale e più precisamente all’ambiente di guerra. La bandiera era il segno dell’orgoglio cittadino ma allo stesso tempo esprimeva…

Per ricercare l’origine della figura dello sbandieratore dobbiamo risalire al periodo medievale e più precisamente all’ambiente di guerra. La bandiera era il segno dell’orgoglio cittadino ma allo stesso tempo esprimeva un’esigenza tattica ed era punto di riferimento durante il combattimento. Gli sbandieratori servivano per comunicare con i reparti: attraverso lanci e sventolii dei vessilli veniva infatti indicato l’attimo più propizio per l’attacco, i movimenti da effettuare con le truppe e le fasi salienti della battaglia, secondo un codice ben preciso.

Il maneggio delle bandiere era affidato a bravi militi che avevano il compito di difendere le proprie insegne sino alla morte. Dovevano essere fedeli, discreti e ingegnosi oltre che istruiti in diverse lingue per comunicare con i nemici sul campo di battaglia. Se i nemici catturavano uno sbandieratore, questi, nonostante violenze e torture, non dovevano assolutamente rivelare i segreti che gelosamente custodivano.

Oggi della figura dello sbandieratore è rimasto l’aspetto estetico e lo spettacolo che determinano l’atmosfera di una festa, una figura che fa vivere la bandiera con uno sventolio preciso e multicolore che sia scandito dai tempi indicati dai tamburi e dalle chiarine. Quello che non è cambiato nei secoli, però, è la paura, l’insicurezza e soprattutto l’onore e l’orgoglio che ogni sbandieratore e tamburino prova quando veste i colori della propria contrada che sia essa un’epoca antica o moderna.

Juri Gigliotti, presidente Gruppo Sbandieratori e Tamburini Torrita di Siena

Sensazioni strane e allo stesso tempo difficili da descrivere quelle provate da uno sbandieratore o tamburino, ma che la nostra redazione è riuscita a carpire dalle parole di Juri Gigliotti, neo presidente del Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita di Siena.

Il Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita di Siena nasce nel 1991, figlio naturale dell’Associazione Sagra San Giuseppe, l’associazione che organizza ogni anno il Palio dei Somari. Il gruppo è attualmente composto da 50 elementi tra sbandieratori, tamburini, chiarine, armati e tutte le persone che lavorano dietro le quinte per la crescita dei questa bella realtà torritese.

Lo scopo del Gruppo è quello di far conoscere e promuovere il territorio di Torrita di Siena, il suo Palio e tutta la passione con la quale viene vissuto, rievocando la tradizione dell’epoca tardo-medievale senese. Il Gruppo si esibisce in suggestivi cortei e in curate evoluzioni capaci di far rivivere uno scorcio di vita medievale, utilizzando le bandiere delle 8 contrade e dei 4 castelli del Palio dei Somari di Torrita.

Ogni contrada sfila il giorno del Palio in un suggestivo corteo che racchiude quasi 300 figuranti in costume. All’interno del corteo vi sono due sbandieratori e due tamburini per ogni contrada che si sfidano il sabato antecedente al Palio, in una gara a coppie nella piazza del Comune. Questa gara ha raggiunto negli anni alti livelli di qualità, destrezza e sincrona armonia nelle esibizioni presentate dalle coppie di concorrenti. La domenica del Palio tutti gli sbandieratori e i tamburini delle Contrade si esibiscono insieme in esecuzioni di piccola squadra, grande squadra e numero dei musici.

Ciao Juri, primo anno di palio da neo presidente del Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita, come ti senti?

Sono molto emozionato. Spero di essere all’altezza di questi ragazzi perché l’impegno che mettono in tutto quello che fanno è massimo e quindi li devo rappresentare nel migliore dei modi’

Come si sta preparando il gruppo in vista del Palio e quali sono i numeri che porteranno in piazza il giorno della grande corsa?

‘Il gruppo si sta preparando con prove continue, studi e tanti consigli da chi è stato sbandieratore o tamburino prima di loro. Spesso far conciliare impegni personali e prove non è semplice e quindi i nostri ragazzi fanno i salti mortali per poter essere impeccabili il giorno del Palio. È un gruppo fantastico e sta facendo un ottimo lavoro. Quest’anno il giorno del Palio porteranno in piazza due numeri: uno composto da sei sbandieratori e otto tamburini, uno per contrada, e un altro in cui ci saranno otto sbandieratori e otto tamburini. Inoltre ci sarà il numero aggiuntivo dei castelli composto da quattro tamburini e quattro sbandieratori”.

Oltre al vento, qual è l’insidia più temuta da uno sbandieratore?

‘Oltre il vento l’insidia più temuta è sicuramente l’emozione. L’emozione potrebbe giocare brutti scherzi, perché portare in piazza i colori della tua contrada, farli sventolare a ritmo di tamburi è una scarica di adrenalina che non ti abbandona mai, ma allo stesso tempo ti da la giusta carica per affrontare il numero. Questi momenti ti regalano un insieme di emozioni difficili da spiegare che solo vivendoli si possono capire’.

Ed è proprio la voglia di continuare a tramandare queste emozioni e la passione per la bandiera che nel 2005 nasce la Scuola Sbandieratori e Tamburini di Torrita, dedicata ai bambini dai 9 ai 14 anni. La Scuola Sbandieratori e Tamburini si è esibita all’interno di molti contesti sia nel nostro territorio che nelle province e nelle regioni limitrofe. Veder crescere le nuove generazioni vicine all’arte della bandiera, del tamburo e della chiarina, garantendo così il tramandarsi della propria tradizione e attività, è fonte di orgoglio e soddisfazione per il Gruppo Sbandieratori e Tamburini, che rappresenta ormai fiore all’occhiello della propria comunità.

Che effetto fa essere considerati uno dei gruppi più apprezzati e ammirati della Valdichiana?

‘Fa estremamente piacere e onore ad essere visti così dagli altri gruppi della Valdichiana, perché significa che stiamo lavorando bene, frutto di anni di lavoro e di molti sacrifici da parte delle persone che ne hanno fatto parte nel tempo. In questo ci ha aiutato molto la scuola dei piccoli sbandieratori e tamburini, con la quale siamo partiti sette anni fa e adesso stiamo raccogliendo i risultati di quel lavoro. La buona preparazione ricevuta dai piccoli fa bene alla crescita del gruppo e vedere che oggi quei bambini sono cresciuti e quindi passati nel gruppo dei grandi, fa sicuramente piacere’.

Del gruppo fanno parte anche diverse donne. Com’è cambiato, negli anni, il ruolo delle donne nel gruppo e quante ne fanno parte attualmente?

‘Le donne, fino a poco tempo fa, non erano così numerose come adesso. In passato hanno ricoperto il ruolo di porta insegne e ci aiutavano dietro le quinte: mi viene da citare e ringraziare Francesca Rossi e Daniela Bonollo. Le quote rosa stanno prendendo sempre più campo sia tra gli sbandieratori e che tra i tamburini e anche nella scuola è arrivato un bel gruppetto di bambine. Quest’anno poi, nel gruppo dei grandi, ci sarà sempre la coppia di donne della contrada Porta a Pago e quindi anche quest’anno ci sarà una bella rappresentanza di donne che non solo fanno parte dell’uscita della domenica del Palio ma partecipano attivamente a tutta la vita del gruppo’.

Ci sono rivalità tra gli sbandieratori e tamburini del gruppo?

‘Le rivalità ci sono, però si tratta di sana competizione. Tra i ragazzi c’è molto affiatamento perché la giornata del Palio siamo tutti insieme per suonare in piazza e portare in alto i colori di Torrita. Non ci sono mai stati litigi, ma solo, ripeto, una sana competizione’.

L’esperienza acquisita negli anni dai ragazzi, oggi adulti, ha portato ad adattare le loro esibizioni a ogni necessità richiesta, con la possibilità di esibirsi in spettacoli di grande squadra, piccola squadra e singolo e numero dei musici. Molte sono state le piazze entusiasmate dai colori torritesi negli ultimi venti anni di attività, italiane ed europee, ecco alcuni esempi: Middelalder Festival di Horsens, Middelalder Festival di Oslo, Santiago de Compostela, Piazza San Pietro a Città del Vaticano, Beauvais e Budapest.

Juri Gigliotti al suo primo anno da presidente del Gruppo sente molta responsabilità e alle giovani generazioni spera di riuscire a tramandare l’amore per la festa, la passione per la bandiera o per i tamburi o le chiarine, ma soprattutto l’impegno di cui la manifestazione ha bisogno per crescere ancora e le gioie e i dolori che possono portare questa meravigliosa festa, simbolo di aggregazione e comunità.

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Scarpette Rosse – Codice Rosa: nel 2017 oltre 3mila casi di maltrattamenti e abusi in Toscana

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi….

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

È proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la nuova rubrica: ‘Scarpette rosse’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

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Sono 3.142 i casi di maltrattamenti e abusi riscontrati nel 2017 e approdati al codice rosa nei pronto soccorso della Toscana: 2.592 i casi di maltrattamenti, abusi e stalking su adulti e 550 sono maltrattamenti e abusi su minori.

Le storie di violenza di genere, possono sembrare una serie di eventi episodici, occasionali e spesso influenzati da fattori di disagio personale, ma in realtà sono storie drammatiche, tutte diverse, in cui si può fingere di non individuare elementi e fattori comuni. Se invece, le storie di violenza, si guardano un pò più da lontano si può notare quanto la violenza di genere faccia parte di una cultura, anzi fa talmente parte del nostro contesto, sia per chi la copie sia per chi la subisce, che spesso è anche difficile da denunciare. La violenza è dunque percepita come un problema individuale da nascondere per la debolezza che lascia trasparire, da non condividere per lo stigma che si porta dietro e perché parlarne con qualcuno è spesso impossibile.

Ed è proprio per contrastare la violenza di genere e quindi rispondere ai bisogni concreti delle donne vittime di violenza che nel 2010 nella Asl 9 di Grosseto è nato, come progetto pilota, il percorso Codice Rosa con la finalità di assicurare un più efficace coordinamento tra le diverse istituzioni e competenze, per dare anche una risposta efficace già dall’arrivo della vittima di violenza in pronto soccorso. Nel 2011, con la sottoscrizione del protocollo d’intesa tra la Regione Toscana e la Procura Generale della Repubblica di Firenze, diventa un progetto regionale. Il Progetto regionale Codice Rosa prevede percorsi gender sensitive di accoglienza, cura e tutela delle persone vittime di violenze e abusi. Nel gennaio 2014 si completa la diffusione a livello regionale con l’estensione della sperimentazione a tutte le Aziende sanitarie toscane.

Ma come funziona il percorso codice rosa? In ogni pronto soccorso degli ospedali toscani c’è una corsia riservata e un team multidisciplinare che si prende cura delle persone vittime di violenza di genere e ad altre vittime di violenza sottoposte a discriminazione, con un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere .

Il Codice Rosa è lo spazio in cui un attento ascolto permette di cogliere una situazione di violenza attuale o pregressa anche a partire da uno stato di malattia come effetto indiretto ed è il luogo in cui si possono ricevere le prime informazioni o le risposte necessarie dalle operatrici specializzate. Questo percorso permette un confronto continuo tra l’operatrice specializzata in violenza di genere e il personale psico-sociale e sanitario sui singoli casi e sulla violenza in quanto fenomeno sociale. Offre, inoltre, la possibilità di documentare l’attività svolta e promuovere ricerche epidemiologiche e qualitative del fenomeno, monitorando e validando le prassi adottate, offre anche la possibilità di svolgere un ‘approccio prognostico’, permette di individuare i fattori predittivi di un probabile rischio di recidiva della violenza e di realizzare un piano efficace di gestione e contrasto della stessa.

Il Codice Rosa è diventato sempre di più un percorso di tipo sociosanitario per far sì che una donna non venga poi abbandonata una volta uscita dal pronto soccorso. La Rete regionale Codice Rosa collega e coordina tutte le forze che all’interno del servizio sanitario toscano lavorano per offrire alle vittime di violenza e abusi un aiuto pronto e tempestivo, articolato e complesso.

Nel 2016 è stata costituita la Rete regionale Codice Rosa per gli interventi a favore di persone adulte e minori vittime di violenze e/o abusi. La Rete regionale Codice Rosa è un sistema in grado di attivare connessioni tempestive ed efficaci per fornire risposte immediate alle esigenze di cura delle persone, per il riconoscimento e la collocazione in tempi rapidi del bisogno espresso all’interno di percorsi sanitari specifici.

Dal 2012 al 2016 i dati degli accessi al codice rosa dei pronto soccorsi della Regione Toscana sono aumentati, mentre nel 2017 si è registrato un leggero calo. Nel 2012 erano soltanto cinque le Asl toscane coinvolte e i casi sono stati in totale 1.455 (1.314 adulti, 141 minori). Nel 2013 si sono aggiunte le Asl mancanti e le Aou Careggi e Meyer e sono stati registrati 2.998 casi (2.646 adulti e 352 minori). Nel 2014 con l’aggiunta delle Asl 1, 3, 7, 10 e le Aou Senese e Pisana, la copertura del territorio toscano era completa: 3.268 casi (2.827 adulti e 441 minori). Nel 2015 sono stati registrati 3.049 casi (2.623 adulti e 426 minori), nel 2016 3.451 casi (2.938 adulti e 513 minori) e nel 2017: 3.142 casi (2.592 adulti e 550 minori). In totale, dunque, dal 2012 al 2017 sono stati 17.363 casi, di cui 14.940 su adulti e 2.423 su minori.


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L’agricoltura diventa “Smart” – Intervista all’ingegnere Francesco Cariello

Branded content a cura di Valdichiana Media e Università Telematica Pegaso – Sede di Montepulciano L’agricoltura 4.0 (smart o digital) è la nuova frontiera dell’agricoltura che impiega sul campo tecnologie…

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L’agricoltura 4.0 (smart o digital) è la nuova frontiera dell’agricoltura che impiega sul campo tecnologie ed internet per la condivisione di dati e di informazioni non solo tra macchine, ma anche fra operatori diversi della filiera.

Ma andiamo sul pratico. Quando parliamo di agricoltura 4.0 parliamo di sensori posizionati a bordo delle macchine agricole, ma anche droni capaci di monitorare in tempo reale i campi da coltivare o, ancora, etichette “Smart” per migliorare la tracciabilita dei prodotti. Sono queste le tecnologie capaci di generare e mettere in rete un grande numero di dati, tecnologie che stanno segnando una nuova frontiera dopo quella avviata negli anni ‘90 con l’agricoltura di precisione.

L’agricoltura 4.0 in Italia vale 100 milioni di euro ma la diffusione di soluzioni ‘smart agrifood’ è ancora limitata e oggi meno dell’1% della superficie coltivata complessiva è gestito con questi sistemi. Molte piccole e medie imprese italiane si stanno attivando nella trasformazione digitale dell’agroalimentare, ma una forte spinta innovativa proviene dalle nuove imprese: dal 2011 a oggi sono nate 481 startup internazionali, di cui 60 italiane (pari al 12%0). E’ quanto emerge dalla ricerca dell’Osservatorio ‘Smart AgriFood‘ della School of Management del Politecnico di Milano e del laboratorio Rise dell’Università di Brescia.

I benefici che può portare questa nuova tecnologia vanno dall’analisi incrociata di fattori ambientali, climatici e colturali che consentono di stabilire il fabbisogno irriguo e nutritivo delle coltivazioni, prevenire patologie, identificare infestanti prima che proliferino; di conseguenza è possibile intervenire in modo mirato, risparmiando risorse materiali e temporali ed effettuando interventi più efficaci, che incidono positivamente sulla qualità del prodotto finito.

Il beneficio è quindi sia qualitativo sia quantitativo: si pensi, da un lato, ad aziende agricole che hanno ottenuto un risparmio sugli input produttivi del 30% con il 20% di produzione in più, e dall’altro, ad aziende che hanno ottenuto prodotti di maggiore qualità senza alcun residuo di sostanze chimiche. Inoltre grazie a tali tecnologie è infatti possibile stabilire il momento più opportuno per la raccolta e gestirla, se necessario, in più fasi, in modo da cogliere il prodotto nel momento più indicato a seconda dell’utilizzo che ne verrà fatto lungo la filiera. Ed è proprio sfruttando tali dati lungo la filiera che si coglie il maggior valore dell’Agricoltura 4.0: è possibile tracciare e certificare prodotti dal campo fino all’industria di trasformazione, costituire filiere corte, ottenere prodotti di massima qualità e creare efficienza non solo nei processi produttivi, ma anche in quelli di scambio merci e informazioni tra i vari attori della value chain.

Per capire meglio quali saranno gli scenari che si apriranno con l’introduzione più massiccia dell’agricoltura 4.0, abbiamo intervistato Francesco Cariello, pugliese, ingegnere gestionale con esperienza in manutenzione ed assistenza tecnica su prodotti ad alta tecnologia nel settore Oil&Gas e che ha preso parte alla tavola rotonda “VINUM NOSTRUM: VITICOLTURA 4.0“ organizzata nell’ambito dell’anteprima del Vino Nobile di Montepulciano all’enoliteca del consorzio del Vino Nobile.

 

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Binne My, fuori il nuovo disco dei The Big Blue House

Si chiama Binne My l’ultima fatica dei The Big Blue House, la giovane blues band italiana che si è formata nel 2014 a Torrita di Siena, Capitale del Blues Europeo…

Si chiama Binne My l’ultima fatica dei The Big Blue House, la giovane blues band italiana che si è formata nel 2014 a Torrita di Siena, Capitale del Blues Europeo del 2016 con l’European Blues Challenge. La formazione vede Danilo Staglianò alla voce e alla chitarra, Luca Bernetti al basso elettrico, Sandro Scarselli alle tastiere e all’organo Hammond, Andrea Berti alla batteria. Il loro primo disco è uscito nel 2016, Do It, e raccoglieva esperienze e sogni maturati nei primi di vita della band.

Dopo l’uscita del primo disco è iniziata una lunga serie di date e successi, sono passati per il palco del Pistoia Blues in apertura ad Alex Britti, hanno vinto il contest a livello nazionale Effetto Blues, conquistando l’esibizione presso il Torrita Blues Festival,  e condividendo il palco con Linda Valori & Maurizio Pugno Band e Mike Zito.

Adesso il secondo disco rappresenta la crescita umana e stilistica della band, e a predominare è tema dell’amore accanto all’inevitabile rifiuto dei compromessi e delle menzogne, con in sottofondo dell’accettazione del diverso come arricchimento culturale ed umano.

Binne My è composto da 8 brani autentici che spaziano dal blues tradizionale fino ad arrivare alle nostre influenze stilistiche. I temi sono vari e al contrario di Do It, Binne My non è soltanto l’amore di una relazione di coppia ma è una visione universale di questo sentimento che va verso l’introspezione più intima dell’essere umano che si interfaccia al mondo esterno alla tragedia continua del nostro mar Mediterraneo vissuta dai naufraghi ed osservata da noi all’interno del lavoro.

L’uscita del nuovo disco è accompagnata dal nuovo video, Liar, e per l’occasione abbiamo incontrato il gruppo che ci ha raccontato qualcosa in più sulle ultime fatiche dei The Big Blues House.

Ragazzi, tra gli otto brani del nuovo disco, Binne My, avete scelto Liar come brano per il vostro nuovo videoclip, perché questa scelta?

TBBH:“Liar è la canzone che rappresenta a pieno il passaggio da DO IT a Binne My. È un brano diretto e senza fronzoli, puro rock-blues e con un testo che ironizza sull’essere bugiardi di fronte a qualsiasi tipo di relazione interpersonale. Ci piace veramente tanto quanto è piaciuta, in sede di registrazione in studio, al nostro produttore Emanuele Ferrari. È stato lui a spingere per questa canzone!”

Parlatemi di Liar, come nasce questo brano e di cosa racconta?

TBBH: “Liar, questo brano nasce subito dopo la fine delle incisioni di Do It. Brano, come detto prima, che parla della bugia come mezzo di comunicazione tra due interlocutori non per forza uniti in relazione ma semplici uomini che vivono in maniera differente le loro vite. A livello musicale è l’anello di congiunzione tra i due lavori studio ed è il miglior brano per aprire la track-list di Binne My. Sia a livello sonoro che di significato e percorso storico della band.”

Il video di Liar è stato girato al Teatro degli Oscuri di Torrita, un piccolo gioiello cultura della Valdichiana, da Dario Pichini Studio Fotografico. Qual è il progetto alla base del videoclip e perché avete scelto proprio il teatro degli Oscuri?

TBBH: “Abbiamo scelto come location il Teatro degli Oscuri di Torrita per la nostra amicizia verso la Compagnia Teatro Giovani Torrita, anche in virtù di collaborazioni musicali che ci hanno visto e ci vedranno a partecipi, come il 3 marzo 2018 prossimo quando metteremo in scena uno spettacolo che ricalcherà il rapporto tra le origini del blues e l’oscuro. Abbiamo scelto un teatro per la magia che sa trasmettere; ha un’atmosfera molto intima e particolare. Il video gioca molto sugli profili interni del teatro, sulle luci naturali e non, il tutto per creare un videoclip prettamente live e diretto. Di fatto si tratta di un’esibizione live, senza troppi contorni ed effetti, blues semplice ed efficace”.

Il nuovo lavoro dei The Big Blue House, dunque può essere considerato un viaggio interiore con la consapevolezza di essere cresciuti per riscoprire cosa significhi essere un uomo prima ancora che un musicista al giorno d’oggi, affrontando difficoltà e sconfitte, senza arrendersi mai.

Per quanto riguarda le date live ed il tour estivo di Binne My, i TBBH non ci svelano niente ma consiglia i nostri lettori di rimanere collegati alla loro pagina facebook e al sito dell’etichetta A-Z Blues perchè a breve usciranno le prime date dei concerti sia sul territorio regionale, nazionale, sia le partecipazioni ai club e ai Festival.

Photografer Dario Pichini Studio Fotografico

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Gli abusi sono soprattutto in famiglia: i dati della violenza di genere

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi….

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

È proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la nuova rubrica: ‘Scarpette rosse’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

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Purtroppo, a pochi giorni dall’inizio del 2018, dobbiamo già registrare il primo episodio femminicidio dell’anno avvenuto a Catania dove a perdere la vita è stata una donna accoltellata dal marito davanti ai loro due figli.

Secondo la ricostruzione fatta dalla forze dell’ordine a dare l’allarme sarebbe stati proprio i figli della coppia che hanno avvisato le assistenti del Cara di Mineo, luogo dove risiedeva la donna assieme ai figli, ma appena arrivati i medici non hanno fatto altro che accertare il decesso della madre. La donna era arrivata nella struttura nel dicembre del 2016 ed era in attesa del riconoscimento di rifugiato politico e, sembra, che per questo fosse contraria a seguire il marito nel Nord che nei giorni precedenti era arrivato a Mineo per convincerla. Il marito è stato fermato con l’accusa di omicidio volontario con le aggravanti di avere agito per futili motivi e con crudeltà. Le indagini hanno permesso di appurare che il marito si sarebbe recato a trovare la moglie ed i figli e al culmine di una lite ha colpito la donna con un coltello da cucina lungo 13 centimetri trovato accanto al corpo della donna sporco di sangue, e poi dandosi alla fuga.

Partendo dal primo episodio di femminicidio del 2018 andiamo a vedere quanti sono stati i casi di violenza e/o di femminicidio ci sono verificati nel 2017 e quante donne hanno avuto il coraggio di denunciare e si sono rivolte ai centri di competenza.

Secondo il rapporto Eures sul femminicidio sono 114 le donne vittime di violenza nei primi 10 mesi del 2017. Tra il 2015 e il 2016 il numero di femminicidi in Italia è tornato ad aumentare, passando da 142 a 150 (+5,6%), soprattutto a causa di una forte crescita del fenomeno nelle regioni del Nord e del Centro. Sempre nel 2016 a livello regionale il numero più alto di femminicidi lo si è registrato in Lombardia (25 vittime), seguita da Veneto (17), Campania (nonostante un calo dei casi, passati 31 a 16), Emilia Romagna (13). Nello scorso anno il 76,7% dei femminicidi è maturato in un contesto familiare e affettivo, con una forte connotazione negativa data da possesso e gelosia, ma anche dall’isolamento e dal disagio. Dal 2000 a oggi le donne vittime di omicidio volontario nel nostro Paese sono state 3mila: nel 2016 i femminicidi sono tornati a crescere rispetto all’anno precedente (+5,6%, da 142 a 150), trend sostanzialmente confermato dai 114 casi – più di uno ogni 3 giorni – dei primi dieci mesi di quest’anno.

Inoltre, dai dati SINIACA-IDB del 2015-2016 emerge che per le donne vittime di violenza in età fertile (15-49 anni), oltre il 35% dei casi è dovuto ad aggressione da parte del coniuge o partner sentimentale (nei maschi è meno del 10%). Quasi l’85% dei casi di violenze su donne è compiuta da conoscenti (nei maschi tale percentuale è inferiore al 40%).

In Toscana, secondo i dati REVAMP coordinati dalla sorveglianza dell’Istituto Superiore di Sanità e dall’Ospedale Galliera di Genova presentati al Ministero della Salute, tra il 2006 e il 2016, sono stati registrati 101 femminicidi di queste 75 sono italiane e 26 straniere, nel 76,2% dei casi l’assassino è di nazionalità italiana.

Ovviamente la cosa da fare in questi casi, come ho sempre scritto in questa rubrica, è denunciare e non avere paura. Dal 1° luglio 2009 al 30 giugno 2017 circa 18.939 donne si sono rivolte ad un centro antiviolenza in Toscana, soprattutto per violenze reiterate nel tempo attraverso atti di persecuzione psicologica, fisica ed economica. Nell’83% dei casi la violenza è stata operata dal partner o dall’ex. Nell’ultimo periodo di rifermento (luglio 2016-giugno 2017) è stato registrato il numero più elevato di richieste con un incremento del 22,5% rispetto all’anno precedente.

Le donne che si rivolgono al centro antiviolenza sono donne con un livello di istruzione medio-alto, occupate e che subiscono violenza fuori dalle mura domestiche, dall’ex o dal partner non convivente. Per quanto riguarda le straniere, sono in aumento le donne che vivono in una situazione di estrema fragilità economica: donne sole, senza un lavoro fisso.

L’altra faccia della violenza di genere è rappresentata dalla violenza assistita, cioè il dramma vissuto dai figli che vedono, o percepiscono, le proprie madri subire violenza all’interno delle mura domestiche da parte del padre. In questo caso potrebbe rientrare il fatto accaduto a Catania. Solo nel 2016 sono stati 1298 i casi di questo tipo registrati, non solo, l’Istituto degli innocenti ha rivelato un progressivo aumento del numero dei bambini e ragazzi vittime di maltrattamenti.

Un altro mezzo utile per aiutare le donne sopravvissute alla violenza è il ‘Codice Rosa’, un codice per identificare un percorso di accesso al pronto soccorso riservato a tutte le vittime di violenza. Dal 1 gennaio 2013 al 30 giugno 2017 gli accessi sono stati 10.219, di cui 2.577 rilevati negli ultimi dodici mesi.

Pe quanto riguarda i consultori, invece, nel 2016, le donne che vi sono rivolte sono state 596 di cui 81 minorenni, in cui circa il 43,8% del totale sono stati maltrattamenti psicologici, il 36,8% maltrattamenti fisici, l’11,8% negligenza genitoriale e il 7,5% maltrattamenti sessuali.

Non solo le donne, anche gli uomini che riconoscono di tenere un comportamento violento nei confronti del loro partner, possono chiedere aiuto ai centri per uomini autori di violenza. Dal 1 luglio 2016 al 30 giugno 2017 nei quattro centri presenti in Toscana sono stati presi in carico 89 casi, 67 dei quali sono uomini italiani. In circa un quarto dei casi la decisione di rivolgersi ai centri è avvenuta su iniziativa spontanea da parte dell’uomo, in 11 casi è stata invece determinante la spinta da parte della partner o dell’ex, in altri 7 casi sono stati altri familiari o amici a indirizzare l’uomo.


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II talento della Valdichiana conquista la Foresta di Sherwood – Intervista a Giulio Benvenuti, in tour con il musical Robin Hood

“Ogni uomo, quando ne ha l’opportunità, è disposto a donare qualcosa per aiutare il prossimo”. Quando pensiamo a questa filosofia indubbiamente ci viene in mente una storia, un cartone animato,…

“Ogni uomo, quando ne ha l’opportunità, è disposto a donare qualcosa per aiutare il prossimo”. Quando pensiamo a questa filosofia indubbiamente ci viene in mente una storia, un cartone animato, che tutti noi, anche per sbaglio, abbiamo sicuramente visto, questa storia, o forse è meglio dire leggenda, è Robin Hood, il ladro che rubava ai ricchi per donare ai poveri.

La storia è narrata da un Gallo Cantastorie, alias Cantagallo, il quale ci racconta le rocambolesche avventure di Robin Hood e il suo migliore amico Little John. Entrambi vivono nella foresta di Sherwood, rubando ai ricchi per dare ai poveri. Lo Sceriffo di Nottingham tenta in tutti i modi di catturare i due impavidi amici, senza mai riuscirsi e scatenando così l’ira funesta del suo boss, il Principe Giovanni. Quest’ultimo si è appropriato del trono dopo la partenza per le Crociate del fratello, Re Riccardo. Consigliato dal perfido Sir Biss, il Principe Giovanni sta rovinando il regno, creando povertà e arricchendo le casse reali. Tra duelli, inseguimenti, gare di tiro con l’arco e romantici incontri, Robin e Little John cercano in tutti i modi di fermare il malvagio tiranno e riportare serenità al popolo intimorito.

La leggenda di Robin Hood, nel 1973, non è passata inosservata ai collaboratori di Walt Disney che han fatto sì che diventasse il ventunesimo classico della casa di produzione. Dopo Walt Disney sono stati molti i registi che hanno ripreso la leggenda declinandola ma tenendo ben saldo il valore principe che vuole tramandare di generazione in generazione, ovvero il desiderio di condivisione.

Tra i registi che hanno ripreso le avventure del coraggioso ladro gentiluomo, che si tramandano ormai da oltre ottocento anni, c’è Mauro Simone. Robin Hood, firmato Mauro Simone e prodotto da Beppe Danti con Tunnel e Medina Produzioni, è interpretato da Manuel Frattini affiancato da Fatima Trotta, giovane attrice rivelazione, nota al grande pubblico come conduttrice di Made in Sud, che svela le sue doti da performer affiancando Manuel nel ruolo di Lady Marian. Tunnel Produzioni e Medina Produzioni stanno portando in giro per l’Italia Robin Hood da ottobre 2017.

Perché vi sto parlando di questo musical? Semplice, perché nel cast, nel ruolo di Little John, il fidato compagno di avventure di Robin Hood, c’è Giulio Benvenuti, torritese doc che ha mosso i primi passi nel musical proprio grazie alla Compagnia Teatro Giovani Torrita e che lo scorso 18 dicembre abbiamo incontrato al Teatro Signorelli di Cortona in occasione della tappa toscana del musical.

Ciao Giulio, in questo momento stai vivendo un’esperienza strepitosa per la tua carriera da attore, hai un ruolo importante in una produzione altrettanto importante e che ripercorre le gesta di uno degli eroi più amati di sempre. Raccontaci qualcosa di questa bellissima esperienza che stai vivendo e come è nata la collaborazione con Tunnel e Medina Produzioni per questo musical.

“Sicuramente è un’esperienza da cui sto imparando tantissimo, soprattutto perché avere la possibilità di stare in scena con grandi artisti è un’opportunità di crescita unica. C’è sempre da imparare qualcosa e c’è sempre qualcosa da “rubare” guardando i grandi artisti all’opera. La collaborazione con la produzione, come spesso succede, è nata tramite un’audizione a cui all’inizio non ero neanche convito di voler partecipare, ma alla fine una “vocina” mi ha detto che era giusto andare e da lì è cominciato il mio viaggio nelle “Terre di Sherwood“.”

 A Giulio Benvenuti è stato assegnato il personaggio di Little John, fidato amico di Robin che lo accompagna in tutte le sue avventure. Giulio raccontami il tuo personaggio, un ruolo importante, ti aspettavi questa parte?

“Devo ammettere, che data la mia “stazza”, il ruolo di  Little John mi calza abbastanza bene ed è stato una vera scoperta. Grazie al nostro regista, Mauro Simone, improvvisamente questo “orso buono” ha preso forma e Little John non è solo l’aiutante di Robin ma è soprattutto il suo più caro amico, il loro rapporto è unico e autentico basato sulla fiducia e sul supporto reciproco”.

Giulio Benvenuti ha mosso i suoi primi passi nel musical proprio con la Compagnia Teatro Giovani Torrita, sotto la guida di importanti insegnamenti impartiti da Maria Laura Baccarini, Franco Travaglio, Manuel Frattini, Roberto Giuffrida, Fabiola Ricci. Dopo il liceo, al momento di decidere del suo futuro, Giulio non ha avuto dubbi, la sua strada era il musical e la possibilità di far diventare quella passione il suo lavoro e così è stato. Giulio si è trasferito a Roma e si è iscritto alla Teatro Golden Academy che gli ha permesso di formarsi in modo professionale. Giulio, guardando indietro, chi è la persona che più ti ha insegnato in questo lavoro?

“In tutta onestà devo dire che sono stato davvero fortunato perché nel corso di questi anni di studio e lavoro ho avuto il piacere di incontrare persone davvero speciali ed estremamente competenti. Sicuramente Fabiola Ricci è stata una figura fondamentale per la mia crescita artistica; e poi l’incontro con Laura Ruocco è stato quello che ha dato un po’ il via alla mia carriera professionale”.

Prima di interpretare Little John in Robin Hood, Giulio Benvenuti è stato interprete di molti musical e nonostante la sua giovane età può già vantare molte collaborazioni importanti come in ‘The Best of musical” diretto da Chiara Noschese, “Garbatella futbol cleb”, diretto da Michele La Ginestra, e poi ancora “C’è qualche cosa in te…” per la regia di Enrico Montesano, e ancora nel 2012 ha preso parte in “Amleto contro la Pantera rosa” diretto da  Augusto Fornari e prima ancora nel “The Wedding Singer” e nel “The Rocky Horror Experience” diretto da Fabiola Ricci. Qual è il musical che ricordi in particolar modo e perché?

“Credo sia “C’è qualche cosa in te” una commedia musicale con Enrico Montesano, che è stato il mio primo lavoro dopo l’accademia. Ricordo perfettamente il giorno della prima (tre l’altro era anche il mio compleanno!), l’ansia per il debutto, la gioia, l’emozione incredibile ai saluti finali… si direi che il detto “Il primo lavoro non si scorda mai” è azzeccatissimo”.

Ambizione, coraggio, amore e avventura, sono tutti gli elementi che possiamo ritrovare nel musical in cui tu sei attualmente impegnato, ma sono anche un po’ i principi che ti hanno accompagnato nella tua vita fino ad ora. Tutti tasselli importanti e necessari per poter riuscire a fare della tua passione il tuo lavoro, se potessi dare dei consigli ai giovani che vorrebbero avvicinarsi al mondo dello spettacolo, nel tuo caso il mondo del musical, cosa ti sentiresti di dire?

“Per i ragazzi che vogliono avvicinarsi al musical il consiglio che do, anche se forse scontato, è: STUDIATE!. Servono tanta tecnica sia nel canto che nella danza, ma non bisogna dimenticarsi della parte attoriale, perché è la più importante: ogni cosa che facciamo sul palco ha un unico obiettivo, quello di raccontare una storia, e solo i grandi attori riescono a farlo in maniera credibile…anche appesi a testa in giù!”

Robin Hood e Littel John, insieme ai suoi amici, avventori, banditi, arcieri, dame, ancelle e servitori, continueranno a girare l’Italia per tutto il 2018 e per raccontare al pubblico le vicende di un uomo che vuole diventare un eroe semplicemente aiutando i più poveri in una delle leggende più belle di tutti i tempi.

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