La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Valentina Chiancianesi

Circolo culturale Fra Jacopo da Torrita, salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali del territorio

Gli anni ’70 sono gli anni della libertà, della trasgressione, delle lotte politiche e delle innovazioni rivoluzionarie. In questi anni esplodono la creatività e la voglia di progresso a tutti…

Gli anni ’70 sono gli anni della libertà, della trasgressione, delle lotte politiche e delle innovazioni rivoluzionarie. In questi anni esplodono la creatività e la voglia di progresso a tutti i costi, sono gli anni degli ‘hippie’ e della ‘Summer of Love’ che ha visto la sua consacrazione con i grandi festival rock come Monterey e Woodstock. Ma se da un lato libertà e trasgressione la fanno da padrone, dall’altro gli anni ’70 saranno ricordati per le contestazioni, le tensioni generazionali e i comportamenti aggressivi. In questi anni si fa sentire in maniera forte e decisa la presenza dei media che entrano di prepotenza nella vita quotidiana; le droghe diventano parte integrante dello stile di vita dei più giovani. Nonostante ciò, gli anni ’70 sono passati alla storia come un’epoca di genialità senza eguali.

Ed è in questi anni che, nella sonnolenta provincia lontana dalla vivacità cittadina, dalle menti di un gruppo di liceali nasce una nuova realtà. Animati dal desiderio di ritrovare le proprie radici, dalla voglia di cambiamento, dalla creatività e dall’amore per la ricerca, danno vita al Circolo Culturale Fra Jacopo da Torrita.

Oggi il presidente del Circolo è Mauro Goracci, ma a farmi da cicerone è la segretaria Raffaella Micheli, entrata a far parte dell’associazione solamente nel 2013. Durante il nostro incontro, avvenuto nello splendido scenario dell’Amorosa a Sinalunga, mi colpiscono subito la sua intraprendenza, la sua spiccata creatività e la sua determinazione, in perfetto stile anni ’70.

“Il Circolo culturale è nato negli anni ’70 da un gruppo di liceali, durante un’estate dove tutto era in trasformazione. I ragazzi avevano deciso di approfondire questioni che riguardavano l’aspetto archeologico del territorio torritese. Nel corso degli anni l’Associazione ha svolto un’attività di ricerca in archivi e biblioteche, ha organizzato scavi e mostre archeologiche, collaborando con gli Enti Locali, Sovrintendenze deputate per legge alla tutela dei Beni Culturali, Istituti Universitari, in particolare con Il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena” – mi spiega Raffaella.

Ma le attività del Circolo non si limitarono solo a questo. Quei liceali, ormai cresciuti, hanno sentito l’esigenza di raccogliere tutti i loro studi in una rivista che avesse periodicità annuale e fosse un mezzo per tramandare e far conoscere il territorio, ponendo l’attenzione sugli aspetti della storia di una comunità. Nel marzo 2010 nasce la rivista ‘Torrita Storia Arte Paesaggio’, il cui primo direttore responsabile è stato Alessandro Angiolini, che ha poi passato il testimone a Vittorio Zenardi.

“La rivista si propone di essere uno stimolo per iniziative tese alla valorizzazione e alla salvaguardia dei beni culturali, proponendo restauri di complessi architettonici, opere d’arte, progetti da intraprendere in collaborazione con privati e istituzioni. La pubblicazione della rivista è per l’associazione uno stimolo continuo nella ricerca, cercando di individuare aspetti non esaminati o non conosciuti della storia locale” – prosegue Raffaella.

Raffaella, nell’ultimo numero della pregiata rivista che in copertina ha un particolare della battaglia di Scannagallo, si è occupata del ritrovamento nella zona Pantanelli-Le Gore, a Torrita, di una mansio romana, ovvero una sosta dove il viaggiatore poteva riposare, mangiare ed effettuare il cambio degli animali:

“La testimonianza dell’organizzazione, che ruotava attorno al sito, è pervenuta grazie alla varietà e alla ricchezza di reperti emersi dagli scavi, inclusi i resti di quella che forse fu la capostipite della razza Chianina. Da ultimo viene fatto riferimento alle frequentazioni legate al culto delle acque della risorgiva e alla prima chiesa del territorio torritese” – spiega Raffaella.

E Fra Jacopo da Torrita, chi era? Chiedo io.

“Jacopo da Torrita, ovvero Jacopo Torriti, dal cognome si presume fosse di Torrita, era un pittore e mosaicista vissuto nel 13esimo secolo, che lavorò soprattutto a Roma e ad Assisi e dove i suoi lavori sono presenti tutt’oggi. Viene considerato uno dei più importanti personaggi della cultura torritese e per questo motivo è stato deciso di intitolare a lui il nostro Circolo” – continua Raffaella.

Nella sua particolareggiata descrizione, Raffaella si sofferma su una figura importante per il Circolo: “Questa avventura è iniziata grazie a un gruppo abbastanza ristretto di persone, ma sicuramente un ringraziamento importante per il lavoro svolto va all’avvocato Sante Bazzoni che ha avuto l’idea di trasformare l’impegno dell’associazione in una rivista. Questo perché, alla luce delle più moderne conoscenze e tecnologie che oggi possono essere utilizzate per l’analisi storica, è importante avere supporti cartacei dove si possano effettuare nuove ricerche e scoperte su questioni già studiate. Il passato non è modificabile, ma la conoscenza che ne abbiamo si evolve continuamente ed è quindi importante continuare a studiare, ricercare e approfondire”.

L’associazione sta già lavorando al numero dieci della rivista, ma come per ogni progetto che si rispetti il contenuto è top secret. Raffaella mi ha voluto però assicurare che come sempre si percepiranno l’amore e la passione che il gruppo mette nel portare avanti i propri studi. Un sintomo di attaccamento alla propria terra e alla propria cultura, che sottolinea come la conoscenza sia il modo migliore per valorizzare una comunità: è responsabilità di tutti noi custodirla e difenderla.

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Voce ruvida e imperfetta, Nada Malanima si racconta a Chianciano Terme

‘Sul porto di Livorno hai lasciato il cuore’. È iniziata con una citazione di Piero Ciampi, cantautore e poeta italiano dalla vita tormentata scomparso negli anni ’80, la tappa chiancianese…

‘Sul porto di Livorno hai lasciato il cuore’. È iniziata con una citazione di Piero Ciampi, cantautore e poeta italiano dalla vita tormentata scomparso negli anni ’80, la tappa chiancianese della cantautrice italiana Nada Malanima, che il 5 luglio scorso ha animato il centro storico di Chianciano Terme. Il concerto faceva parte del programma della rassegna di eventi estivi “Chianciano Terme da Vivere”, organizzato da Combo Produzioni per conto dell’amministrazione comunale di Chianciano Terme, con il coinvolgimento di Terme di Chianciano, Centro Commerciale Naturale, Associazione Albergatori Chianciano Terme e Pro Loco di Chianciano Terme.

Nada è arrivata a Chianciano Terme con un progetto nato nel 1994 dalla collaborazione con Fausto Mesolella e Ferruccio Spinetti, chitarra e contrabbasso degli Avion Travel, che prese il nome di ‘Nada Trio‘. Il supergruppo pubblicò un disco omonimo che raccolse molti apprezzamenti, vincendo il Premio Tenco e il premio Musicultura di Recanati, e che fu seguito da un tour internazionale.
Dopo anni di concerti, Nada, Mesolella e Spinetti sono tornati in studio nell’inverno del 2017 per registrare insieme un nuovo album, dal titolo“Nada Trio: La Posa”. Purtroppo, alla fine delle registrazioni scompare il grande Fausto Mesolella, la cui morte improvvisa ha posto fine all’attività del gruppo.

Nada, con la sua voce potentissima, rustica e abrasiva, al pubblico chiancianese ha riproposto molte canzoni di questi due dischi, partendo da “Sul porto di Livorno” e proseguendo con la popolare “Ma che freddo fa”; non ha tralasciato grandi successi come “Amore disperato”, “Il cuore è uno zingaro”, “Ti stringerò” e classici della tradizione popolare come “Maremma” e “Malachianta”. Non sono mancati brani dalla sua discografia da solista, inclusa la sua ultima fatica cantautoriale “È un momento difficile, tesoro”. Ad accompagnarla durante il concerto Andrea Mucciarelli, talentuoso chitarrista della scuola jazz/blues senese.

La cantautrice livornese ha raccontato al pubblico di una sé giovanissima arrivata al successo a soli 15 anni, nel 1969, conMa che freddo fa“. Un successo pazzesco che però la fece crescere troppo in fretta, ingabbiandola nel mondo dello spettacolo e spingendola nel tunnel dell’anoressia. Fu proprio questo momento così difficile della sua vita che la legò a Piero Ciampi, a cui era molto legata: abbandonò l’immagine adolescenziale, costruita ad arte dai discografici, e si avvicinò alla poesia.  Nell’album “Ho Scoperto Che Esisto Anch’io“, Nada cantò i brani scritti per lei da Piero e Pino Pavone, produttore del disco insieme all’arrangiatore Gianni Marchetti.

Con “Amore disperatoNada ritornò verso il genere pop: il brano divenne subito un tormentone e la cantautrice venne consacrata come una cantante a tutto tondo. Dopo essersi classificata ultima al Festival di Sanremo 1987 decise di allontanarsi dalle scene per poi farvi ritorno qualche anno più tardi nelle vesti di cantautrice. Da qui iniziò a scrivere brani per Franco Battiato e per la Piccola Orchestra Avion Travel. Nell’ultimo decennio, Nada ha raggiunto la piena maturità artistica (nel 2003 ha debuttato anche come scrittrice con “Le mie madri” per Fazi editori e ha vinto il premio “Alghero donna” nella sezione poesia) di cui ha dato prova anche in “Occupo Poco Spazio“, album del 2014.

Il 18 gennaio del 2019 è uscito È un momento difficile, tesoro, la sua ultima fatica che vede il ritorno alla produzione di John Parish dopo lo splendido lavoro fatto in “Tutto l’amore che mi manca” (2004). Il brano “Senza un perché” tratto dall’album è stato inserito da Paolo Sorrentino all’interno della colonna sonora della serie TV “The Young Pope”, un successo mondiale distribuito in oltre centoquaranta paesi.

Ho sempre provato attraverso i miei dischi e i miei libri a cercare di raccontare quello che sento e avverto, sia dentro che fuori di me. È esattamente da questa disposizione d’animo che è nato “È un momento difficile, tesoro”. Il disco è un’espressione che esprime un malessere ma mi fa sorridere; è sicuramente appropriata al mio sentire, al mio chiedermi se con queste canzoni sono effettivamente riuscita a descrivere bene frammenti di vita e stati d’animo, tanto da riuscire a sintetizzare in un’unica idea le emozioni e i pensieri che in quest’ultimo periodo mi hanno profondamente coinvolta – spiega Nada – “È un momento difficile, tesoro”: dieci canzoni nate negli abissi del mio nero profondo, per poi misteriosamente raggiungere i colori e la leggerezza del pensiero, finalmente libero di andare dove portano sentimento e ragione che si uniscono per diventare tutt’uno. Anema e core, avrebbe detto il mio grande amico Fausto Mesolella, a cui dedico le parole di questa opera”.

Nada, a tratti ironica e profonda, ha regalato al pubblico chiancianese una serata autentica e densa di ricordi; ha saputo raccontare con semplicità e onestà, con la sua inconfondibile voce ruvida e imperfetta, le storie della sua vita. Tra gli applausi e le urla della folla, Nada si è congedata con un grande inchino, mimando un grande abbraccio per contraccambiare il calore riservatole in una serata di luglio in cui il vento e la musica hanno accompagnato e cullato le emozioni degli spettatori.

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La storia dei trattori arancioni, protagonisti dell’agricoltura in Valdichiana

In concomitanza con la festa dei lavoratori del 1° Maggio, a Foiano della Chiana si è svolto il primo raduno dei trattori d’epoca OM/FIAT, conosciuti da tutti come l’esercito dei…

In concomitanza con la festa dei lavoratori del 1° Maggio, a Foiano della Chiana si è svolto il primo raduno dei trattori d’epoca OM/FIAT, conosciuti da tutti come l’esercito dei trattori arancioni. Durante l’evento organizzato dal Club Amici della Zucca, i mezzi simbolo dell’agricoltura del dopoguerra italiano hanno sfilato per le vie del borgo foianese raccontando la loro storia.  Tra i protagonisti della sfilata i modelli di punta come il Fiat 211, il 411 e l’OM 513, fino ai modelli più recenti come quelli dell’edizione “Nastro d’oro” di cui facevano parte il 450, il 550 e il 650 e “Le gomme alte” o l’OM 850, il Fiat 1000 e il 1300.

La storia dei trattori arancioni inizia nel 1958, periodo in cui comincia a vacillare il sistema mezzadrile del nostro territorio lasciando il posto alla coltivazione diretta dei terreni. All’inizio il trattore, una macchina di piccole dimensioni, affiancava il lavoro delle vacche e dei buoi e solo dopo il 1964, con l’inizio della chiusura delle stalle, le potenze di queste macchine sono cresciute e sono diventate più adatte a svolgere lavori più impegnativi.  Il trattore di media potenza veniva affiancato da una macchina di piccole dimensioni che si sostitutiva al lavoro a trazione animale per i trasporti di cereali, fieno, legna, mais e girasole.

Durante l’evento foianese, ho incontrato Pietro Rampi, coltivatore della Valdichiana ma anche esperto conoscitore di questi mezzi, che mi ha raccontato come è avvenuto il passaggio dalla mezzadria alla coltivazione diretta dei terreni.

I trattori arancioni hanno fatto la storia della nostra Valdichiana. Questi mezzi sono stati comprati dai nostri agricoltori alla fine degli anni ’50 e all’inizio anni ’60. Prima il terreno veniva lavorato dai contadini delle famiglie mezzadrili e da piccoli coltivatori diretti: le vacche e i buoi castrati venivano usati per lavorare la terra, ma questo non bastava più, c’era bisogno di aumentare la produzione per stare dietro al boom economico del dopoguerra italiano. A questo punto, quindi, vennero introdotte delle macchine particolari, piccolissime come la 211, e successivamente la 250, la cui trazione corrispondeva a quella di un paio di buoi” – mi spiega Pietro.

Gli inizi degli anni ’60 sono anni in cui la nostra agricoltura e tutto il territorio si trova in pieno fermento, cadono gli antichi sistemi economici per lasciare il posto a nuovi assetti. Oltre quindici anni di grandi cambiamenti nei quali l’agricoltura cambia faccia e le macchine sempre più performanti nella tecnologia seguono questa evoluzione.

“Dal 1957-58 fino al 1965-66 la lavorazione dei terreni era ancora mista: per metà venivano lavorati con il trattore e per l’altra metà ancora con le vacche o con i buoi. Questi sono gli anni in cui la Fiat si stava evolvendo, le macchine cingolate venivano usate nelle grandi aziende, che finito il lavoro, andavano ad aiutare i contadini mezzadri. In questo frangente si va a inserire una storia particolare, quella di Edro Gabellieri, agricoltore maremmano che vide nella Valdichiana un territorio interessante per la coltivazione della barbabietola da zucchero. Edro, a metà degli anni 60, comprò 1500 ettari di terreno nella campagna di Montepulciano, e per coltivare questo tipo di pianta aveva bisogno di macchine che facessero vari tipi di lavori e che rimpiazzasse del tutto il lavoro degli animali, e quindi comprò circa 40 trattori tra modelli 615 e 715. Sul cofano di questi trattori venne posto un numero per renderli riconoscibili e per celebrare questo grande investimento che per l’economia del territorio rappresentava una boccata di ossigeno”

L’ agricoltura della Valdichiana è stata meccanizzata velocemente e ad alto livello. La coltura della barbabietola da zucchero ha rappresentato un traino per l’economia locale. Insieme alla barbabietola, un’altra coltura che, attraverso la meccanizzazione, ha determinato lo sviluppo economico della Valdichiana è stato il tabacco. Nel 1964 la massima potenza su trattori gommati era di 80 cv, ma gli anni di svolta sono stati il 1966-67: in questo periodo infatti nasce la serie ‘nastro d’oro’ un successo di tecnologia, prestazioni, consumi e affidabilità che, oltre a consacrare la Fiat livello europeo, ha migliorato di gran lunga l’attività agricola dei nostri contadini. Un ulteriore cambiamento è arrivato poi nel 1968, quando arrivano nascono i modelli: 250, 450, 550, mentre con marchio OM arrivarono 650 e 850. Successivamente arrivarono anche 1000 e 1300: con questi modelli la Fiat si rivolgeva al mercato europeo e dopo quasi dieci anni diventò leader in Europa con i modelli della SERIE 80. In concomitanza a ciò, le vacche chianine e i buoi non venivano più impiegati nelle aziende come animali da tiro, bensì venivano usati per la riproduzione e la commercializzazione della carne.

“Negli anni della serie ‘nastro d’oro’, le aziende cominciavano ad avere bisogno di più di una macchina, in quanto una più pesante, sia di cilindrata e che di potenza, serviva per lavorare il terreno mentre una più leggera per fare altri tipi di colture. Alla fine degli anni 90 e con la serie 50 arrivano le potenze più grosse. Il dopoguerra italiano è stato un periodo difficile per tutti. C’era un Paese da ricostruire, un sistema economico da riprogettare, ma la voglia di fare non mancava affatto, come la fantasia dei nostri contadini. Non tutti potevano permettersi di acquistare uno dei trattori descritti fino ad ora e quindi c’è stato chi si arrangiava mettendo insieme varie parti di mezzi agricoli diversi”mi racconta Pietro che mi saluta con un aneddoto molto bello della vita di campagna del dopoguerra chianino: “Quando ero piccolo mi hanno raccontato di un agricoltore che ha montato le ruote di una mietitrebbia su di un trattore, ha attaccato il rimorchio ed è andato a lavorare il campo. Queste ruote però si sono pienate d’acqua e quando il contadino in questione è arrivato a metà campo, il trattore si è impennato e la lavorazione del campo non è stata davvero proficua”.

Il raduno dei trattori arancioni di Foiano della Chiana, oltre a celebrare uno dei mezzi simbolo dell’agricoltura, è stato un bel momento per conoscere e tramandare racconti e aneddoti storici del nostro territorio negli anni del dopoguerra.

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Dolcezza e grinta ne ‘Il Divieto di Sbagliare’ di Eleonora Betti

Ho conosciuto Eleonora Betti in una calda giornata di fine agosto, quando ci siamo ritrovate entrambe a Firenze per la conferenza stampa di uno degli eventi musicali più importanti del…

Ho conosciuto Eleonora Betti in una calda giornata di fine agosto, quando ci siamo ritrovate entrambe a Firenze per la conferenza stampa di uno degli eventi musicali più importanti del centro Italia. Quel giorno il Collettivo Piranha presentava l’edizione 2018 del Live Rock Festival di Acquaviva; Eleonora era lì in quanto protagonista di una delle serate del festival, io per scoprire e raccontare l’evento.

Ho avuto modo di apprezzare la sua musica proprio nei giorni del Live Rock Fest e, adesso che si sta preparando all’esibizione di venerdì 15 marzo in terra chianina, finalmente sono riuscita a cogliere l’occasione per intervistarla.

Fin dalle prime battute scambiate con Eleonora, quello che mi colpisce è la sua dolcezza, il suo sguardo innamorato della musica e il suo modo di raccontarsi che sembra già essere il testo di una canzone. Oltre alla dolcezza che incanta, quello che sorprende di Eleonora è il modo in cui si fondono in lei, in maniera perfetta, vari generi musicali, che la rendono unica e libera da obblighi di appartenenza.

Eleonora Betti è una cantautrice che si divide tra la Valdichiana e Roma, dove attualmente vive; laureata in musicologia, Eleonora è cresciuta tra le note della musica classica, l’amore per le grandi voci del jazz, del musical e il fado portoghese.

“La musica classica è parte di tanti ricordi della mia infanzia e adolescenza, mi piace scoprirne la freschezza, le forme. Del jazz direi che mi affascina più di tutto il senso di libertà espressiva, l’idea che la musica sia qualcosa sempre di personale e non possa essere mai uguale a sé stessa. Del musical amo l’unione tra le varie arti, la dimensione del teatro, la narrazione; del fado la sua forza, spesso drammatica, la capacità di raccontare un luogo e le sue storie. In ognuno di questi generi trovo un’intensità sconvolgente”

Tutti questi generi trovano una sintesi perfetta nel suo disco d’esordio, ‘Il Divieto di Sbagliare’ che, oltre a presentare Eleonora al grande pubblico, è un invito a riflettere sull’impossibilità di camminare sul sentiero della vita senza inciampare ogni tanto. L’errore fa parte di un percorso di conoscenza ed evoluzione. Comprendere il proprio stato di imperfezione consente di elaborare le cadute, di curare le ferite, di guardare avanti con consapevolezza, di trovare nuova forza.

“Grazie a ‘Il Divieto di Sbagliare’ ho potuto far conoscere la mia musica a molte persone, ha aperto la strada a collaborazioni importanti, come quella con Ferruccio Spinetti che ha suonato il basso nel nuovo singolo ‘Libera’. Inoltre, dopo la pubblicazione del mio lavoro, ho potuto osservare come possa esserci interesse anche per un prodotto fuori dagli schemi attuali come il mio, interesse che ho riscontrato sia tra il pubblico ai concerti, che tra la critica. Di recente, è stata una felicissima sorpresa che una webzine musicale come MusicMap abbia scelto “Quaranta Volte” come canzone più bella del 2018” – mi spiega Eleonora.

I brani di Eleonora nascono dall’urgenza di trasformare in canzone un pensiero, un’emozione o una riflessione. E alla domanda se all’interno del disco ci sia un brano a cui è più legata, Eleonora mi risponde così:

“I legami sono diversi con ogni brano, e ugualmente intensi. Però, a distanza di un anno, sento di dire che per ‘Quaranta Volte’ ho un ulteriore affetto, perché è stata la canzone di lancio dell’album ed è diventata la colonna sonora di questi dodici mesi, tra promozione e concerti. Per comporre i miei brani spesso parto da un piccolo nucleo di testo e melodia che poi sviluppo, a volte rapidamente se il momento creativo è molto intenso”.

La Repubblica ha definito il pop di Eleonora un pop d’autore e da camera, un soffuso d’archi e di fiati; non un ninnolo luccicante da mettere in mostra nella vetrina del salotto buono, ma una via d’uscita da prigioni sonore, da etichette precostituite e appiccicate da chi è sempre in cerca di definizioni. Definizioni di cui Eleonora, appunto, non ha bisogno; con la sua musica cerca di far capire che prima di tutto bisogna ascoltare noi stessi in modo da trovare la giusta strada, e, in secondo luogo, gli altri, con apertura e attenzione, per poter costruire qualcosa insieme.

“Fare musica vuol dire impegnarsi per ottenere un risultato; vuol dire giocare, divertirsi, avere passione, essere aperti, incontrare, conoscere, concentrarsi, restare umili. La musica è l’umanità espressa in un suono” – insegnamento, questo, che Eleonora porta sempre con sé e che cerca di trasmettere ai suoi studenti del Liceo e ai bambini a cui impartisce lezioni di pianoforte, canto corale e laboratori di propedeutica.

Durante l’intervista, ho avuto modo di comprendere il punto di vista di Eleonora sullo stato attuale della musica e sulle varie polemiche nate dalla vittoria di Mahmood a Sanremo:

“Sebbene ogni anno ci siano polemiche attorno al vincitore, quella che si è aperta in questo caso mi è parsa assurda: fuori luogo per la parte tecnica, offensiva e preoccupante per i tratti razzisti che ha assunto da parte di alcune persone. Non credo che i pregiudizi siano nel mondo della musica, o perlomeno spero che non sia così; vedo più una strumentalizzazione politica che ha aperto la strada a commenti di ogni genere anche a livello popolare. Comunque tante persone hanno da subito preso posizione in modo opposto, e questo mi conforta”.

Alla vigilia della sua esibizione al Teatro Verdi di Monte San Savino del prossimo 15 marzo, Eleonora mi dice:

È un bellissimo momento, che mi consente, tra l’altro, di chiudere nel migliore dei modi questo primo anno trascorso dall’uscita del disco. Ho un legame molto forte sia con il Teatro Verdi che con il paese di Monte San Savino: lì ho iniziato a suonare il pianoforte e ricevuto la prima formazione artistica. Certamente sarà una bella emozione, una festa, il mio modo per dire grazie a un luogo in cui sono cresciuta e per abbracciarlo con la musica; un abbraccio che spero potrà arrivare forte anche alle persone presenti”.

E riguardo ai progetti futuri, invece, mi svela che questo momento si sta rivelando molto creativo.

“Mi sto dedicando alla scrittura di nuove canzoni, pensando già con entusiasmo a nuovi progetti da realizzare, ma il desiderio è anche quello di continuare con i concerti. La musica come momento di condivisione regala incontri ed emozioni che amo infinitamente vivere”.

Eleonora conclude con un augurio personale, ma allo stesso tempo un auspicio per l’intero panorama musicale italiano e internazionale:

Quando accendo la radio spero di poter sentire musica bella, italiana o internazionale che sia, e magari anche musica emergente, indipendente, da scoprire”.

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Rivoluzione e creatività: creare per crescere – Il 2019 de La Valdichiana

Per La Valdichiana nata sotto il segno del Toro (3 maggio 2013) il 2019 si prospetta all’insegna della rivoluzione. Già nel 2018 questa rivoluzione si è cominciata ad affacciare sul…

Per La Valdichiana nata sotto il segno del Toro (3 maggio 2013) il 2019 si prospetta all’insegna della rivoluzione. Già nel 2018 questa rivoluzione si è cominciata ad affacciare sul nostro magazine con una veste grafica che ne ha migliorato l’impatto visivo, l’architettura delle categorie in cui sono racchiusi gli articoli e l’esperienza di lettura: pagine più veloci e più facili da leggere da smartphone e tablet, con un impianto pensato per mettere al centro storie e personaggi del territorio. Tutto questo tenendo sempre ben presente la promessa fatta al pubblico ben sei anni fa, ovvero quella di porci ai lettori come compagni affidabili al loro servizio.

Questo approccio, che è alla base della nostra linea editoriale, lo abbiamo perseguito fin dagli albori e continueremo a mantenerlo anche per il 2019, sia nei momenti di maggior successo che in quelli di maggior difficoltà, senza mai perdere di vista i valori che consideriamo fondanti per fare buon giornalismo.

Nel 2018, La Valdichiana ha inaugurato un negozio online che continuerà a essere operativo anche nel 2019. Un negozio virtuale dove il nostro pubblico può trovare ebook esclusivi e nuovi prodotti come ‘Il Mercante in Chiana’, il gioco di carte attraverso il quale vogliamo tutelare e tramandare le antiche tradizioni del nostro territorio.

L’esperienza del ‘Mercante in Chiana’, ideato e prodotto insieme ad Andrea Comunicazione, ci ha permesso di avviare nuove collaborazioni e approfondire la conoscenza di realtà locali dinamiche e creative. È anche grazie ai nostri partner che ci miglioriamo di anno in anno, per offrire servizi sempre migliori, informazioni più complete, esperienze più soddisfacenti e contenuti più complessi. Vogliamo essere portatori di un’esperienza che stimoli la crescita, la curiosità e la ricerca personale, sia del pubblico che della redazione stessa.

Uscendo dall’online e continuando la nostra rivoluzione, il 2019 è già partito con una grande novità: se il 2018 era iniziato con una veste grafica nuova, il 2019 è iniziato con una nuova sede operativa.La Valdichiana, infatti, si è trasferita a Chianciano Terme. Un ambiente a disposizione di tutti i membri della redazione per condividere e implementare idee, seguendo un modello di economia collaborativa in cui tutti offrono competenze, conoscenze, tempo, valori comuni e beni, con il fine ultimo di creare e quindi crescere.

Infine, ultimo ma non meno importante, per il 2019 continueremo a dare spazio all’arte e supportare i vostri progetti con tutte le nostre forze, perché l’arte, declinata in ogni sua sfaccettatura, riempie la nostra vita di significato.

D’altra parte, per La Valdichiana il 2018 è stato anche l’anno dei no, i famosi no che fanno crescere, che nel momento in cui li ricevi lasciano sconforto e confusione, ma che nel tempo si trasformano in insegnamenti di grande importanza.
Allo stesso tempo, però, proprio in virtù di questa crescita, cercheremo di fare in modo che il 2019 sia l’anno dei sì.  a mantenere un approccio positivo verso il mondo che ci circonda, sì ad un modello di giornalismo a cui aspiriamo e che perseguiamo dalla nostra nascita, a cercare sempre soluzioni nuove, a nuovi progetti, a guardare le cose da un’altra prospettiva e un enorme all’avere coraggio per superare i nostri limiti e a non arrendersi mai.

Tutti coloro che lavorano per La Valdichiana, giornalisti, redattori e collaboratori, nel 2019 si impegneranno perché questa rivoluzione, iniziata nel 2018, continui all’insegna della sperimentazione, del perfezionamento, della collaborazione e della creatività. Creare per crescere, perché come diceva Albert Einstein ‘La creatività non è altro che un’intelligenza che si diverte’.

La Valdichiana augura, seppur un po’ in ritardo, Buon 2019 a tutti! Se avete consigli, richieste o critiche, o più semplicemente volete parlare con noi, non esitate a contattarci.

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‘Dall’ombra alla luce’ – Il Concorso letterario dell’Accademia degli Oscuri si apre ai non vedenti

  ‘Ab umbra lumen – Dall’ombra alla luce’, oltre ad essere il motto dell’Accademia degli Oscuri di Torrita di Siena, quest’anno è il tema scelto per l’ottava edizione del ‘Concorso…

  ‘Ab umbra lumen – Dall’ombra alla luce’, oltre ad essere il motto dell’Accademia degli Oscuri di Torrita di Siena, quest’anno è il tema scelto per l’ottava edizione del ‘Concorso letterario nazionale per ragazzi’, organizzato dalla stessa Accademia.

Nato otto anni fa come premio letterario per romanzi inediti, poi divenuto una competizione letteraria per ragazzi a livello nazionale, il concorso ha come obiettivo quello di stimolare la creatività narrativa dei giovani contribuendo a portare dall’ombra alla luce le loro qualità intellettuali.

Otto anni in cui sono usciti, dalle fervide menti dei ragazzi, dei racconti interessanti e sorprendenti che hanno saputo ben descrivere il tema, ogni anno diverso, dato dagli Accademici. “Si accorse che non c’era più e subito pensò che quella non sarebbe stata una giornata come tutte le altre…”, questo l’incipit del 2017 e dal quale gli autori hanno prodotto dello storie in cui la realtà giovanile è emersa in maniera nitida attraverso il filtro dell’immaginazione e della finzione.

“L’esperienza di questi anni ci dimostra che il Concorso Letterario Nazionale per Ragazzi – spiega Lucia Della Giovampaola (La Determinata, pseudonimo scelto per lei dall’Accademia) responsabile del progetto – produce un circolo virtuoso, determinando una sana emulazione in cui i modelli di riferimento sono quelli positivi dell’eccellenza, della collaborazione, della responsabilità, dell’applicazione e dell’impegno”.

Il concorso è rivolto agli alunni della V classe della scuola primaria e I classe della scuola secondaria di 1°grado, alle classi II e III della scuola secondaria di 1° grado e alle classi I e II della scuola secondaria di 2° grado di tutta Italia.

Il concorso, fin dalla sua nascita, è destinato a tutti i ragazzi dai 10 ai 16 anni, ma da quest’anno inserisce una sezione riservata interamente agli studenti non vedenti. I ragazzi non vedenti hanno una percezione della realtà diversa e molto spesso a noi sconosciuta, e quindi la nuova sezione del concorso vuole proprio indagare e far emergere un modo differente di leggere la realtà e un vissuto che a noi non è noto.

L’accademico Alberto Morganti (il Narratore) spiega come è nata l’idea di istituire questa nuova sezione all’interno del concorso:

“Per caso ho iniziato a fare il Libro Parlato, ovvero leggevo un libro, mi registravo e lo mandavo all’organizzazione che lo diffonde alle persone non vedenti. Mentre stavo leggendo, l’autore del libro descriveva tutti i particolari, ovvero il colore delle foglie, degli alberi, del cielo e mi chiedevo come un cieco potesse assimilare tutti questi particolari e come avrebbe descritto la realtà che lo circonda.  Da qui l’idea di inserire nel concorso letterario una sezione dedicata ai ragazzi non vedenti”.

Il concorso, in entrambe le categorie, offre stimoli per mettersi in gioco, per uscire da ruoli predeterminati, per conoscere meglio se stessi e le proprie qualità, troppo spesso celate dietro il quotidiano e dietro una percezione di sé standardizzata e cristallizzata.  L’intensione del concorso infatti non è quella di orientare o condizionare il partecipante, ma vuole tirare fuori una visione della realtà personale, che sia essa brillante, cupa, serena o angosciante con lo scopo di mettere in primo piano i propri sentimenti, senza la paura di esprimersi.

La partecipazione al concorso è gratuita, i testi che perverranno dovranno essere assolutamente inediti e redatti in lingua italiana; sono ammessi al concorso solo elaborati individuali e ciascun concorrente può presentarsi con un solo testo. Gli elaborati saranno valutati, oltre che dall’Accademia degli Oscuri anche dagli allievi delle scuole secondarie di primo grado dell’Istituto di Torrita di Siena e di Trequanda che, secondo il regolamento, non possono partecipare al concorso con propri elaborati per motivi di trasparenza e correttezza procedurale.

I criteri di valutazione degli elaborati terranno conto dell’autenticità, della correttezza ortografica e grammaticale, della fantasia nel rielaborare la realtà, della creatività e delle emozioni che riusciranno a suscitare nei membri della giuria.

“Occasioni come queste fortunatamente non sono arre ed è quindi frequente trovare persone che dedicano il loro tempo a iniziative analoghe senza alcun ritorno economico o personale e quindi si adoperano gratuitamente per organizzarle solo perché credono nell’opportunità di ricercare quello che noi Accademici Oscuri chiamiamo ‘la ricerca del giusto, il vero e del bello’. Ebbene noi siamo fieri di essere fra questi” – conclude l’Arcioscuro Fabrizio Betti.

Il concorso, pubblicato nel sito del Ministro della Pubblica Istruzione, prevede l’assegnato di nove premi in denaro e buoni per l’acquisto dei libro. La premiazione avverrà nel mese di Maggio 2019.

L’Accademia degli Oscuri, nata nel lontano 1760 grazie a “ragguardevoli Torritesi” ed in particolare dal Dott. Saverio Pascucci, Arciprete della Collegiata, letterato, dal Dott. Lorenzo Batignani (detto l’Erudito) e dal Dott. Giobatta Davitti amante di poesia arguta e lepida e dai Dottori fratelli Andrea e Girolamo Ercolani (detto il Savio), magistrati e amanti di poesia, promuove ricerche, studi, analisi, dibattiti, confronti, pubblicazioni, tutele, collaborazioni e quant’altro ritenuto opportuno al fine di  conoscere e far conoscere la storia della comunità torritese e il patrimonio artistico locale, nonché far sviluppare interesse e sensibilità verso tutte le tematiche artistiche.

Per maggiori informazioni: Accademia degli Oscuri  – oppure sul sito del Miur

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Chianini nel mondo: la storia di Marta Scali tra Norvegia, Monaco e Olanda

Olanda, Novembre 2018. Fare le valigie e partire per un Paese con storia, cultura, usanze e costumi diversi dalle nostre, è una scelta di grande coraggio e un’esperienza di vita…

Olanda, Novembre 2018.

Fare le valigie e partire per un Paese con storia, cultura, usanze e costumi diversi dalle nostre, è una scelta di grande coraggio e un’esperienza di vita molto affascinante. Uscire dalla propria ‘zona di conforto’  per essere un ‘cittadino del mondo’, però, non è mai una scelta semplice, e chi ha il coraggio di farla, difficilmente se ne pente, indipendentemente che si tratti di un’esperienza bella o brutta, perché quello che è stato vissuto farà sempre parte di noi.

“Quando si fa un’esperienza all’estero, si ha la possibilità di conoscere persone che non dimenticheremo mai: ci sono quelle con cui si passa più tempo e che diventano parte del tua vita quotidiana, quelle che diventano la tua ‘famiglia’ quando la tua ‘vera famiglia’ è lontana chilometri e chilometri da te, e infine ci sono quelle persone che ti fanno crescere e che ti insegnano nuove cose, un po’ come dei fratelli o sorelle maggiori”.

Ti manca l’Italia?

“Se mi manca l’Italia?. Beh, un po’ sì, ma poi quando torno e rimango lì per più di una settimana inizia a mancarmi la mia casa…che in questo momento è l’Olanda. Casa è dove trovi le persone che ti fanno stare bene, dove riesci ad esprimere al meglio te stesso e ti senti fortunato a fare quello che più ti piace fare”.

Questo racconto di vita ci arriva in redazione direttamente dall’Olanda, Paese europeo, in cui Marta Scali ha trovato, da quattro anni a questa parte, la sua casa, dopo aver abitato in Norvegia e a Monaco di Baviera. Marta è partita con la sua valigia pieni di sogni e di speranze da Trequanda.

Chi è Marta Scali?

“Sono cresciuta in una grande e unica famiglia. Ho frequentato le scuole elementari e medie del paese e il Liceo Scientifico a Montepulciano. E poi una nuova scelta. Mi sono trasferita a Pisa per frequentare Ingegneria Biomedica all’Università degli Studi di Pisa, un nuovo indirizzo nella Facoltà di Ingegneria dove la tecnologia incontra la medicina. Dopo la mia Laurea breve ho continuato a studiare per la Laurea Magistrale. È stato un lungo cammino ma allo stesso tempo stimolante. Alla fine del quinto anno grazie alla borsa di studio Erasmus Placement ho avuto la possibilità di vivere in un’altra nazione a mia scelta per 6 mesi per lavorare al mio progetto di tesi Magistrale. La mia scelta della Nazione non è stata molto scontata. Ho scelto di partire per la Norvegia, in specifico Trondheim”

Di solito chi parte per fare la prima esperienza all’estero sceglie Paesi a noi ‘amici’ come la Germania, la Francia o l’Inghilterra, tu perché hai scelto proprio la Norvegia?

“Fin da piccola ho visto la Norvegia e i suoi fiordi come un posto irraggiungibile e non mi sarei mai immaginata di vivere là un giorno. Invece in un freddo gennaio del 2012 ho preso le mie valige cariche di golf, scarponi, sciarpe e cappelli e sono partita. Il primo impatto è stato migliore di quanto pensassi. I miei primi mesi sono stati caratterizzati da neve, ghiaccio, aurore boreali e tanto calore da parte di ogni persona che incontravo. Il mio inglese non era dei migliori quando sono arrivata, avevo il livello che tutti gli italiani mai usciti dall’Italia hanno, riuscivo a capire abbastanza bene quello che mi dicevano ma le mie risposte erano sempre molto limitate. Ho sofferto molto all’inizio perché non riuscivo ad esprimere me stessa al meglio. Nella mia testa avrei volute dire tante cose ma poi di tutto quello che avevo dentro usciva solo una minima parte. Poi una mattina mi sono svegliata e mi ero accorta di aver fatto un sogno in cui tutti parlavano inglese inclusa me. E da lì tutto è cambiato”.

Parlaci del progetto che ti ha portato in Norvegia.

“Il mio progetto di tesi si è svolto al SINTEF Medical Technology dove ho lavorato al design di un nuovo strumento per biopsia durante una procedura di broncoscopia (analisi e diagnosi di problemi ai polmoni). Mi è piaciuto molto lavorare a contatto con i medici interessati a nuove tecnologie e pieni di idee e voglia di miglioramento nelle procedure mediche. Finito il mio progetto in Norvegia sono tornata in Italia per laurearmi e subito dopo ho continuato a lavorare come ricercatrice al SINTEF Medical Technology  con un progetto di ricerca europeo Marie Curie. Questo progetto è durato per 8 mesi dopo di che sono tornata in Italia”.

Finita questa esperienza sei tornata in Italia, ma dopo poco tempo hai deciso di ripartire. Cos’è che ti ha fatto decidere di ripartire di nuovo?

“Mi sono trovata ad un bivio in cui non sapevo bene cosa fare, andare a lavorare in un’azienda o continuare nel mondo accademico. Ho iniziato a mandare cv in Italia ma non ho ricevuto molte risposte ed entusiasmo. Ho contattato università all’estero, inclusa l’Australia, ma nel frattempo ho ricevuto un’offerta di un dottorato a Monaco di Baviera e ho deciso di accettarlo. E sono ripartita. Valige in mano mi sono trasferita a Monaco di Baviera con un’altra lingua da imparare. In Germania parlare il tedesco è molto importante per il processo di integrazione. Mi sono trovata a condividere le mie esperienze lavorative e non con un gruppo alquanto internazionale, Iran, Spagna, Cina, Repubblica Ceca, Francia, Turchia, India, Messico…Quando ti ritrovi circondato da tutte queste nazionalità e culture diverse in un certo senso è un po’ come viaggiare senza spostarsi fisicamente. E poi capita che in un attimo sei invitato ad un matrimonio in Colombia e il giorno dopo sei a mangiare tapas a Madrid”.

E quella di Monaco di Baviera, che esperienza è stata?

“Purtroppo il tipo di dottorato e l’ambiente di lavoro non mi convincevano e non riuscivo a vedere niente di positivo nel rimanere nella mia condizione, l’unico motivo sarebbe stato quello di restare per le persone che avevo conosciuto al di fuori, persone veramente uniche che mi hanno aiutato in un momento difficile mi sentivo persa e senza una soluzione. Poi ho visto una nuova opportunità per un dottorato in Olanda con il gruppo di Minimally invasive Instrument all’Università Tecnologica di Delft e ho deciso di fare domanda. Sono stata presa per questo lavoro e ho lasciato il mio dottorato a Monaco di Baviera per iniziarne uno nuovo in Olanda. Ed è qui che mi trovo dal 2015. Lavoro nel Dipartimento di Biomechanical Engineering, nel Bio-inspired technology group. Nel nostro gruppo ci guardiamo intorno e prendiamo inspirazione dal mondo animale e vegetale per sviluppare nuovi strumenti medici per chirurgia minimamente invasive”.

Parlami meglio di questo progetto.

“Nel mio progetto, lavoriamo allo sviluppo di nuovi aghi, con diametro inferiori ad 1 mm, che possono curvare e penetrare all’interno del corpo per, per esempio, prendere un campione di tessuto o iniettare liquidi. L’inspirazione del mio progetto è arrivata da l’ovipositor di una vespa parassita. L’ovipositor è delle dimensioni di un capello umano (o anche più piccolo) che la vespa può inserire all’interno di un frutto o tronco di albero utilizzando un semplice meccanismo. Ora sono al quarto anno di dottorato e a Marzo 2019 anche questa avventura finirà. Al momento sto cercando attivamente un nuovo lavoro al di fuori dell’Accademia”

Al di là dei limitazioni linguistiche, come sono state con te le persone che hai conosciuto o incontrato durante queste esperienze?

“In Italia sappiamo che le persone del Nord Europa sono ‘fredde’, ma quello che noi non riusciamo a capire è che quello che per noi è ‘freddezza’ per loro è puro ‘rispetto dell’altro’, il nostro ‘vivi e lascia vivere’. Ed è proprio vero, io non mi sono mai sentita così libera di essere quello che voglio essere come adesso.  Il mio carattere è cambiato, è maturato grazie alle esperienze di vita in Paesi diversi che mi hanno fatto conoscere e comprendere che non esiste un solo modo di vedere le cose e che non si finisce mai di imparare. Nel mio primo anno fuori dall’Italia ho scoperto e imparato così tanto di me stessa e del mondo, che una volta tornata a casa, 6 mesi mi sono sembrati anni”.

Marta in Olanda ha trovato anche l’amore e del suo fidanzato parla così:

“Mi fa strano pensare che sono fidanzata con un ragazzo non italiano. Quello che ci rende forti è che ci complementiamo, un po’ come le nostre due culture. Anche se siamo cresciuti in modi differenti riusciamo a capirci e ad amarci per quello che siamo. In più il caso ha voluto che trovassi un ragazzo olandese che parla italiano! Mi ricordo ancora quando pensavo che la mia vita da grande sarebbe stata lavoro, casa e famiglia nei confini della Valdichiana. Direi che i miei piani sono cambiati un pochino. Questo mi fa sorridere, perché chissà dove sarò e cosa farò tra qui a 5 anni? Non nego che una parte di me dice che la mia vita prima o poi mi riporterà in Italia, ma al momento mi godo questa sensazione di libertà,  voglia di conoscere e scoprire il mondo perché come si dice ‘Non si finisce mai di imparare!’”

Hai detto che casa è ‘dove trovi le persone che ti fanno stare bene’, però dì la verità, c’è qualcosa che ti manca dell’Italia?

“Mi mancano le nostre colline e i nostri tramonti mozzafiato. Questo perchè sono 4 anni che vivo in Olanda, una nazione prevalentemente piatta. Mi manca il cibo, come penso un po’ a tutti gli italiani che vivono all’estero e soprattutto mi manca una bel piatto di tagliata e di pici al sugo! Mi manca l’estate Italiana con gli aperitivi, le serate passate semplicemente a parlare in piazza con le persone del paese, alzare gli occhi al cielo e vedere le stelle o meglio ancora le stelle cadenti.”

Ma a Marta, la cosa che le manca di più della sua Toscana, e che forse non ha mai veramente apprezzato ma che l’Olanda le ha fatto riscoprire, sono le semplici battute che si scambiano quando si incontra per strada qualcuno che si conosce, un amico, un conoscente o un semplice passante:

“C’è una cosa, in particolare, che mi fa sorridere e mi rende sempre un po’ nostalgica: quando incontro una nuova persona e mi presento mi viene sempre chiesto “Da dove vieni?” e appena rispondo “Italia” gli occhi di quella persona cambiano immediatamente espressione e mi sento dire “Wow, che bello! Italia da dove?”“Toscana” – “Oh, che posti meravigliosi. Sono geloso/a, e perché hai deciso di lasciare l’Italia?”. E da qui rinizia la mia storia”.

Marta, nonostante essere ‘cittadina del mondo’, è e rimarrà sempre italiana e sicuramente, questa esperienza le sarà servità per aprire un pò di più gli occhi e la mente, consegnandole gli strumenti per non giudicare senza prima conoscere. E questo le è stato possibile grazie alle diverse e differenti culture, da quella norvegese e a quella olandese, con cui è entrata in contatto, quelle culture che adesso Marta riconosce come ‘casa’.

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Calcio a 5 femminile, le ragazze tremende dell’Asd La Chianina

Lo sport è eccitazione ed energia, titoli e medaglie conquistate, ma anche sconfitte e delusioni. La gioia di salire sul gradino più alto di un podio, la soddisfazione di sentirsi…

Lo sport è eccitazione ed energia, titoli e medaglie conquistate, ma anche sconfitte e delusioni. La gioia di salire sul gradino più alto di un podio, la soddisfazione di sentirsi ripagati di tutti gli sforzi e i sacrifici fatti: è questo ciò per cui uno sportivo combatte, questo ciò che lo spinge ad amare ciò che fa.

Purtroppo però la vita di un atleta non è solo gloria e successi, a volte bisogna avere la forza per affrontare e superare le sconfitte: deludono, fanno versare lacrime di rabbia, ma sono un momento importante, indispensabile per prendere coscienza dei propri errori. Dal dolore di una sconfitta nasce la voglia di vincere, nasce la forza che può portare a sacrifici ancora più grandi, nasce, prima di tutto, il desiderio di superare se stessi, prima ancora degli avversari.

E questo lo sanno benissimo Marta Rencinai, Jessica Sodano, Laura Betti, Sofia Faltoni, Alice Tiezzi, Cecilia Biagi, Martina Francini, Lisa Graziani, Roberta Millacci, Dany Marinova e Giulia Ugolini: undici ragazze, ognuna con i propri interessi e i propri sogni, accomunate dalla passione per lo sport, in particolar modo per il calcio e per il calcio a 5, che quest’anno andranno a comporre la rosa della squadra di calcetto femminile dell’ASD La Chianina di Montepulciano Stazione.

Le undici ragazze, negli anni passati, facevano parte di altre squadre di calcio a 5 femminili locali, Sinalunge Le Crete, con il tempo però alcuni elementi importanti di queste squadre sono venuti meno e quindi le due compagini, non arrivando al numero dei componenti per presentarsi ai campionati, hanno deciso di unirsi fino ad arrivare, quest’anno a disputare il campionato con i colori rosso-bianco dell’ASD Chianina.

La Chianina, già ’40 anni fa, disponeva di una squadra di calcio, partecipava a competizioni locali e diffondeva la cultura sportiva nel territorio. Con il passare degli anni si sono succeduti altri importanti settori quali il tennis, il nuoto e il ciclismo, fino alle aggiunte più recenti quali appunto il podismo, il basket e il calcio a 5 femminile. Dalla società sportiva di fine anni ’70, si è poi creata l’Associazione Sportiva Dilettantistica di fine anni ’90, l’attuale forma societaria che vede La Chianina ancora tra i principali attori sportivi del nostro territorio. Attualmente all’associazione è stata affidata la gestione del centro sportivo che ha contribuito a costruire e sviluppare tutte le attività sportive e ricreative.

Forti dal secondo posto dell’anno scorso conquistato nel girone di Siena Campionato Uisp contro una squadra ben più avvezza a macinare successi e vittorie, le ragazze tremende dell’Asd La Chianina, sotto la guida dell’allenatore Massimiliano Armonici e Niki Ciolfi per i portieri, sono pronte a scendere di nuovo in campo, il prossimo 4 novembre, nello stesso campionato, più determinate che mai per migliorare il risultato dell’anno scorso e conquistare il primo posto. Per questo, quest’anno nella squadra hanno fatto il loro ingresso quattro nuove ragazze che, insieme alle altre, oltre a conquistare i piani alti della classifica andranno a comporre un gruppo affiatato e determinato.

‘1,2,3…fotting’ è il loro motto prima di entrare in campo, una frase di intesa che descrive la determinazione e la voglia di vincere di questo gruppo di ragazze molto unito dentro e fuori al campo. Per queste ragazze sentirsi parte di una squadra è adrenalinico e combattere per uno stesso obiettivo per il quale, spesso, non servono parole di incoraggiamento o motti, ma basta uno sguardo per provare le stesse emozioni e le stesse paure, è uno stile di vita che porta ad avere fiducia reciproca.

La ASD La Chianina  può vantare una lunga storia fatta di partecipazione e impegno, incarnati quest’

anno anche dalla nuova squadra di calcio a 5 femminile delle ragazze tremende.

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Gender e Studi di Genere – Un colloquio con Dario Accolla

‘Vi faremo credere che il crocifisso è Conchita Wurst che fa l’aeroplano. Riscriveremo i testi sacri, tutti. Eva non sarà più nata da una costola di Adamo, ma da un…

‘Vi faremo credere che il crocifisso è Conchita Wurst che fa l’aeroplano. Riscriveremo i testi sacri, tutti. Eva non sarà più nata da una costola di Adamo, ma da un orecchino di Vladimir Luxuria’.  È con questo linguaggio ironico e irriverente che Dario Accolla, blogger, scrittore, professore con un dottorato in filologia moderna, attivista per i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender, spiega nel suo ultimo libro ‘Il gender: la stesura definitiva’ che cos’è la teoria gender e perchè suscita interesse scaturendo forti polemiche.

Dario Accolla, tra i fondatori di Gaypost.it, con un blog su Linkiesta.it, con all’attivo un saggio dal titolo ‘I gay stanno tutti a sinistra – Omossessualità, politica e Mario Mieli trent’anni dopo’ e una raccolta di racconti dal titolo ‘Da quando Ines è andata a vivere in città’ e ‘Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile’, si è confrontato sui gender studies con un folto pubblico intervenuto alla Casa della Cultura di Torrita di Siena in occasione del nuovo appuntamento organizzato dalla neonata associazione culturale ‘La Tigre di carta’.

L’incontro con Dario è iniziato spiegando al pubblico cosa sono i gender studies: un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere. Nati in Nord America a cavallo tra gli anni settanta e ottanta nell’ambito degli studi culturali, gli studi di genere si diffondono in Europa Occidentale negli anni ottanta e si sviluppano a partire da un certo filone del pensiero femminista, trovando spunti fondamentali nel post-strutturalismo e decostruzionismo francese, negli studi che uniscono psicologia e linguaggio.

Di importanza specifica per gli studi di genere sono anche gli studi gay e lesbici e il postmodernismo. Questi studi non costituiscono un campo di sapere a sé stante, ma rappresentano innanzitutto una modalità di interpretazione. Sono il risultato di un incrocio di metodologie differenti che abbracciano diversi aspetti della vita umana, della produzione delle identità e del rapporto tra individuo e società, tra individuo e cultura.

Dario nel suo libro distingue il gender, scritto in corsivo, da “gender” messo tra virgolette: “Il primo indica gli studi di genere, ovvero quell’insieme di discipline che si basano sul cosiddetto “pensiero della differenza” il cui messaggio è semplice: l’eterosessismo e il maschilismo, sul quale si strutturano sia il pregiudizio omofobico sia il binarismo di genere, generano squilibri e gerarchie che non fanno la felicità dell’individuo. Col “gender” invece indico la mistificazione che si fa attorno ad essi. Una vera operazione di terrorismo psicologico, a ben vedere” – spiega Dario.

Quando si parla di gender, nella faccia delle persone si legge un po’ di paura e sempre più spesso il confronto sfocia nello scontro, Dario spiega ciò paragonando il tema alla questione dei vaccini:

“La mistificazione sul “gender” è particolarmente insidiosa proprio perché fa leva sugli affetti familiari, sul legame genitoriale. È normale che madri e padri siano spaventati di fronte ad una prospettiva per cui si vuole “pervertire” il proprio bambino. Un po’ meno rassicurante, invece, che non ci siano agenzie politiche e culturali – scuola, ministeri appositi, governo – che prendano in pugno la situazione per disinnescare questo allarme sociale”.

I gender studies mirano a favorire condizione di maggior equilibrio tra genere e identità sessuali, Dario, con questo libro, propone una lettura che si articola su un doppio binario: quello dell’ironia, fornendo al lettore una chiave di lettura sulla qualità del dibattito svolto fino ad ora e che usa un linguaggio più ironico, e quello di un’informazione più rigorosa, ricostruita attraverso la documentazione giornalistica, i contributi e gli studi di esperti del settore. Per Dario è importante ricostruire il fenomeno nella sua complessità è per questo che nel suo libro fa una ricostruzione storica dei fatti di cronaca accaduti per spiegare meglio la questione, perchè il sapere è un ottimo antidoto contro l’ignoranza.

Dario, durante l’incontro, ha fatto anche riferimento del ruolo fondamentale della scuola nell’educazione alla cittadinanza:

“I miei studenti dico che non devono pensarla come me, perchè il mio compito è quello di fornire gli strumenti affinché qualsiasi cosa penseranno un domani sia il frutto di una riflessione e non la conseguenza di un insieme di preconcetti. La polemica sul “gender” ha presupposti fortemente omofobici e credo che a scuola non debba esserci spazio per un certo tipo si sentimenti e di discorsi d’odio”

L’incontro organizzato alla Casa della Cultura da ‘La Tigre di carta’ è terminato con una lettura tratta dal libro e dal titolo ‘Piccolo grande amore’, perché come racconta la canzone di Claudio Baglioni scritta nel 1972, l’amore va oltre ogni pregiudizio  superando qualsiasi ostacolo di qualsiasi natura esso sia.


Sitografia

“Gender, la stesura definitiva”: «Così faremo diventare gay i vostri figli»

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Claudia Koll, il cinema, la conversione e la fede

La conversione, il passato da attrice, la fede e i giovani, Claudia Koll è intervenuta all’annuale convocazione diocesana di Montepulciano-Chiusi-Pienza che da avvio all’anno pastorale 2018–2019. Invitata dal Vescovo mons….

La conversione, il passato da attrice, la fede e i giovani, Claudia Koll è intervenuta all’annuale convocazione diocesana di Montepulciano-Chiusi-Pienza che da avvio all’anno pastorale 2018–2019. Invitata dal Vescovo mons. Stefano Manetti, Claudia Koll è la persona che nell’ultimo decennio si è distinta per la sua fede matura e forte, capace di testimoniare al nostro tempo la novità cristiana.

‘Se non c’è verità nella tua vita, come ci può essere nel tuo mestiere?’, è da questa frase, che le ripeteva la sua coach sul set, che inizia il processo di conversione di Claudia Koll. Da qui in poi per Claudia, attrice romana, classe ’65 da anni, inizia un percorso che la conduce a varcare la Porta Santa nel 2000, ad impegnarsi come missionaria laica nell’aiuto ai poveri e nelle missioni e ad occuparsi di un ragazzo malato di Aids ricoverato in un centro della Caritas.

La piccola Claudia viene allevata dalla nonna, cieca, la madre, dopo la sua nascita, rimane a lungo ricoverata in ospedale per una malattia. Claudia bambina era solita guardare i film in compagnia della nonna, ma, quest’ultima, essendo cieca vedeva i film attraverso gli occhi di Claudia, la quale le raccontava cosa succedeva nelle scene dei film. Era la voce narrante della nonna.

L’allontanamento dai genitori verrà vissuto da Claudia con un forte dolore, tanto da credere di essere stata abbandonata e maturare un grande rancore nei loro confronti. In seguito al diploma classico, la Koll inizia a frequentare corsi di teatro ed infine conosce Tinto Brass, che la scrittura per il film ‘Così fan tutte’. Il debutto dell’attrice le permette di riscuotere un forte successo, premiandola con il titolo di diva erotica italiana. Dopo questo film si susseguono vari lavori, tra i quali anche con Ezio Greggio e Renato Pozzetto nel film ‘Miracolo Italiano’, nel 1995  affiancherà Pippo Baudo nel Festival di Sanremo e dopo due anni sarà protagonista della fiction Linda e il brigadiere, al fianco di Nino Manfredi ed altri lavori di successo come Valeria medico legale. Claudia però inizia a vivere dei forti turbamenti sul set dovuti alla sua professione e da qui inizia il suo percorso di conversione.

“La mia conversione è avvenuta nel 2000 con il passaggio della Porta Santa. Mi sono messa in moto su due aspetti: la verità, e quindi scoprire che come persona dovevo essere autentica, non ipocrita e quindi togliermi di dosso tutte le maschere che indossavo per il mio lavoro, trovare chi era veramente Claudia ed entrare in relazione autentica con gli altri. L’altro aspetto su cui mi sono mossa è l’amore insieme alla carità” – racconta Claudia durante la nostra intervista.

Claudia, nell’intervista, parla di come è avvenuto il passaggio dal cinema alla fede, o come ci tiene a precisare lei, il passggio alla vita reale:

“Il passaggio dal cinema alla vita, ovvero la rappresentazione della realtà, è avvenuto in modo naturale. Ho semplicemente scoperto che era molto più interessante vivere piuttosto che rappresentare e quindi tutto quello che è finzione non mi piace più e di conseguenza mi pesa, come mi pesa quando devo interpretare qualche ruolo. Potrò tornare ad interpretare ruoli solo quando sento di aderire perfettamente al quel personaggio perchè mi permetterà di camminare nella strada della verità”.

L’incontro della diocesi a cui ha preso parte Claudia Koll è stato un momento di riflessione ampio e concreto all’interno del quale sono venuti fuori momenti di confronto interessanti. Il Vescovo Manetti ha insistito molto su questo appuntamento che ha visto la Diocesi molto attenta a sviluppare la tematica “I giovani e la fede” e proprio su questo tema Claudia dice:

“Il modo migliore per trasmettere il vero senso della fede è l’amore coinvolgendo i giovani a fare del bene. Nei giovani ci sono delle forti potenzialità da capire e sviluppare, ma è anche importante dargli degli stimoli importanti per fare sempre nuove esperienze”.

Intervista Claudia Koll

La sua conversione, il suo passato da attrice, i giovani e la fede, sono queste le testimonianze portate nel nostro territorio da Claudia Koll in occasione della Convocazione diocesana. Il Consiglio Pastorale Diocesano, unitamente al Vescovo mons. Stefano Manetti, ha pensato a Claudia, per questo importante appuntamento, per la sua fede matura e forte, capace di testimoniare al nostro tempo la novità cristiana Diocesi di Montepulciano-Chiusi-Pienza

Pubblicato da La Valdichiana su Lunedì 24 settembre 2018

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‘Tre Gotti al Campino’ – Dieci anni di rock nel caratteristico borgo di Trequanda

Arrivata al decimo anno, “Tre Gotti al Campino”, la festa della birra di Trequanda, è pronta per un’edizione con il botto. Nata tra gli anni ’90 e i primi del…

Arrivata al decimo anno, “Tre Gotti al Campino”, la festa della birra di Trequanda, è pronta per un’edizione con il botto. Nata tra gli anni ’90 e i primi del 2000, la festa ebbe una battuta di arresto, ma grazie alla buona volontà e alle idee di gruppo di ragazzi trequandini, nel 2009 rinasce con più grinta e con le idee ben chiare: coniugare musica di alto livello, buona cucina e tanto divertimento.

‘Tre Gotti al Campino’ edizione numero 10 è organizzata dai circoli ARCI e ACLI di Trequanda, in collaborazione con il Comune e si svolge da giovedì 16 a domenica 19 agosto 2018 presso il Parco delle mura Ornella Pancirolli di Trequanda.

Per conoscere un po’ di più il festival che scuote Trequanda e le calde notti della Valdichiana, abbiamo contattato gli organizzatori che ci hanno spiegato come è cambiata negli anni la festa e qual è la line up di questa decima edizione.

“La festa è stata ideata da un gruppo di amici in una sera d’estate. Inizialmente il nome per intero era “Tre Gotti al Campino due di Birra e uno di Vino”,  poi è stato abbreviato per essere condivisa da tutti i ragazzi del paese. Per quanto riguarda lo staff, invece, è composto principalmente da, come ci chiamano tutti, “i ragazzi di Trequanda“. Gli ultimi anni sono serviti per integrare nel collettivo pure le generazioni più piccole per far si che la festa duri molti anni ancora”

Un’organizzazione, quella di ‘Tre Gotti al Campino’, che coinvolge tutta la comunità di Trequanda perché oltre ai ragazzi che si occupano della parte musicale e artistica, ci sono le donne che si occupano della cucina mentre gli uomini che pensano alla parte gastronomica, per lo più genitori degli organizzatori e non, che da oltre 10 anni a questa parte sono parte integrante della festa.

“La manifestazione è crescita insieme a noi ragazzi. Io avevo 16 anni quando c’è stata la prima edizione – mi spiega Francesco Bronzi, uno degli organizzatori – e adesso ne ho 26. È stato un crescendo sia per quanto riguarda i gruppi musicali, sia per quanto riguarda la promozione dei prodotti locali”.

Poi Francesco, insieme agli organizzatori, mi spiega cosa hanno in serbo per il pubblico della Valdichiana in questa grandissima decima edizione di ‘Tre Gotti al Campino’:

“Questa sarà un’edizione speciale, che tutti aspettavamo. Se qualcuno anni fa ci avesse detto che avremmo fatto quello che abbiamo fatto forse non ci avremmo creduto. La decima edizione è qualcosa che sicuramente resterà nella storia di questo bellissimo borgo, ci saranno alcune sorprese che al momento non è possibile annunciare, ma sappiamo che i fedelissimi di questo incredibile festival e non, non rimarranno delusi”

Sicuramente sappiamo che la prima serata, quella del 16 agosto, sarà animata dai Red Light Skyscraper, Universal Sex Arena e della Fuzz Orchestra. Venerdì 17 Agosto sarà la volta della band che deve i suoi natali proprio a Trequanda e che con al loro musica stanno girando l’Italia e sta mettendo a segno collaborazione importanti, ovvero gli Impatto Zero. Insieme a loro i Botanici e Braces Bros. Only Vinyl Dj Set (Yuri Braces & Ivan Braces Viti). Sabato 18 Agosto salirà sul placo di Trequanda Simone Rocchi, i Vins-t e Bobo Rondelli. E infine domenica 19 agosto grande finale con The Big Blue House e gli Etruschi From Lakota.

Anche quest’anno gli artisti sono stati scelti osservando le proposte del mondo musicale attuale e guardando all’Alt Rock nostrano. Oltre a selezionare gli artisti di livello nazionale, gli organizzatori danno spazio anche a band e giovani artistic che conoscono personalmente. Insomma un festival che non ha niente a cui invidiare ai fratelli più grandi che dominano il panorama musicale della Valdichiana con tanti giovani all’opera uniti dalla passione per la musica con l’intento di unire e rendere coesa la comunità di Trequanda.

Appuntamento quindi dal 16 al 19 agosto 2018 nel caratteristico borgo della Valdichiana per tanto divertimento, buona birra, ottimo cibo e ovviamente del giusto accompagnamento musicale, contornato da un incredibile area, quella del Parco delle mura Ornella Pacirolli, che offre una vista veramente stupenda del paese e del panorama che ci circonda

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La rigenerazione urbana per riqualificare un territorio – Intervista al prof. Alessandro Bianchi

Per rigenerazione urbana si intende l’evoluzione di un tessuto edificato, non attraverso una serie di demolizioni, ma ricostruendo e dando nuova vita ai vari elementi che costruiscono il tessuto edilizio…

Per rigenerazione urbana si intende l’evoluzione di un tessuto edificato, non attraverso una serie di demolizioni, ma ricostruendo e dando nuova vita ai vari elementi che costruiscono il tessuto edilizio di un territorio.

Negli ultimi anni la rigenerazione urbana ha fatto passi in avanti affermandosi come approccio condiviso per dare alle città non solo un aspetto nuovo e competitivo, rilanciandone l’immagine territoriale a livello estetico, ma dando loro nuovo respiro dal punto di vista culturale, economico e sociale e chiaramente con attenzione agli aspetti  ambientali.

La rigenerazione urbana è un fenomeno suddiviso in tre sequenze: la riqualificazione dei centri storici, che ha avuto inizio durante gli anni ‘70 quando c’è stata una presa di coscienza del valore del tessuto edilizio storico e una voglia di riaffermare la propria identità locale. Il secondo step ha riguardato il recupero delle aree dismesse, che rappresenta un processo ancora in corso in molti centri. Tutto cominciò sul finire degli anni ’80, nel momento in cui cominciò la delocalizzazione delle industrie e di molti altri servizi fino ad allora in prossimità se non all’interno dei centri urbani, come i mercati ortofrutticoli, i macelli o ancora i poli ferroviari. Infine il terzo ciclo prevede in linea di massima la riqualificazione dei quartieri residenziali costruiti nella seconda metà del ’900. Rigenerare quartieri residenziali purtroppo costruiti con criteri di bassa qualità edilizia, architettonica e urbanistica e dare sostegno a politiche di mobilità sostenibile e quant’altro possa servire come attrattore per ripopolare le aree dismesse.

Per affrontare correttamente un intervento di rigenerazione urbana è importante consultarsi con gli enti locali e con gli utenti delle aree soggette a rigenerazione nonché agli operatori che su quelle aree gravitano per vari motivi. Fatto questo, valutati i bisogni e le aspettative degli utenti, le potenzialità di un luogo e la capacità di resilienza di un ambito su cui operare si passa a individuare gli strumenti urbanistico/edilizi, di programmazione economica e sociale, e non solo, utili a procedere alle analisi e quindi alla progettazione.

La rigenerazione è un metodo, non è costituita da regole preconfezionate ma da approcci e analisi dedicati, non è una soluzione immediata ma occorre tempo per apprezzarne i risultati positivi, non esula dalle normativa ma se ne serve in maniera intelligente per raggiungere degli obbiettivi e fornire delle risposte.

Di questo tema ne abbiamo parlato con il professor Alessandro Bianchi, Magnifico Rettore dell’Università Telematica Pegaso, in occasione della sua Lectio Magistralis che si è svolta lo scorso 23 giugno a Montepulciano.

 

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