La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Franco Boschi

Alla scoperta dell’Aglione alla Fiera di San Vittorino

L’aglione è uno degli elementi più caratteristici del nostro territorio: dai famosi pici ai tanti condimenti tipici della cucina locale. Proprio l’aglione, assieme ai libri, alle foto d’epoca e agli…

L’aglione è uno degli elementi più caratteristici del nostro territorio: dai famosi pici ai tanti condimenti tipici della cucina locale. Proprio l’aglione, assieme ai libri, alle foto d’epoca e agli altri podotti tipici, sarà il protagonista della “Filiera Corta” che si svolgerà alla Fiera di San Vittorino di Acquaviva di Montepulciano.

L’A.S.D. “Il Fierale” in occasione della Festa patronale di San Vittorino di Acquaviva e della Sagra dell’Ocio dal collo ripieno che si svolge dal 2 al 7 Settembre presso i Giardini dell’Ex-Fierale, torna ad organizzare sul tracciato stradale urbano dell’ antica Via Cassia Adrianea presso l’antica “statio AD NOVAS” la tradizionale Fiera di San Vittorino.

Sabato 6 Settembre, dalle ore 10 alle ore 22, uno storico appuntamento in Valdichiana in cui si troveranno moltissimi prodotti di ogni genere a Filiera Corta, le produzioni delle giovani eccellenze che guardano con rispetto alle tematiche ambientali, l’immancabile fiera merceologica e uno spazio dedicato alla creatività locale presso la ex-Coop con esposizioni di cartoline d’epoca del ‘900 e di opere in piombo dell’artista Ugo Forte.

Tra gli oggetti a Filiera corta, presso lo stand del Centro Culturale Gens Valia, da segnalare l’iniziativa “Dall’autore al lettore”, la filiera corta del libro, dove si potranno trovare gli ultimi libri scritti sulla storia locale del nostro territorio presentati dagli autori e di rari libri d’epoca da collezione di autori famosi quali Vittorio Fossombroni, Odoardo Corsini, Alessandro Manetti ed in modo particolare, per i visitatori che acquisteranno i libri, sarà regalato loro uno spicchio gigante di Aglione della Valdichiana per ogni copia acquistata.

aglione in mano di SergioQuest’anno i Consiglieri del Gens Valia, dopo aver ricevuto moltissime richieste, ripropongono il gustosissimo Aglione Chianino “Raccolta 2014” proveniente dai semi regalati con il progetto 2011. L’Aglione, per il suo gustosissimo sapore (ma è anche un vero farmaco “verde” che regola la pressione e ripulisce le arterie, ha un’azione antibatterica e antivirale, contiene delle sostanze antiossidanti ed è antitumore) è famoso per il sugo a condimento dei tradizionali pici Chianini; recentemente è entrato a far parte dei prodotti pregiati nell’Arca del Gusto di Slow Food. Un ritorno quindi auspicato ad una produzione di prodotti agroalimentari naturali ed una futura opportunità per le giovani generazioni che vorranno intraprendere questa nuova esperienza in un territorio che si appresta ad essere classificato “distretto biologico”.

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La pesca nei laghi della Valdichiana – seconda parte

Dopo la prima parte, continua la storia della pesca antica nelle acque dei laghi della Valdichiana e del Trasimeno Nella Valdichiana, i chiari di Chiusi e Montepulciano, sin dal XII…

Dopo la prima parte, continua la storia della pesca antica nelle acque dei laghi della Valdichiana e del Trasimeno

Nella Valdichiana, i chiari di Chiusi e Montepulciano, sin dal XII secolo, sono stati al centro di tante attività umane di cui una importante quale è stata la pesca. Qui, pescatori e agricoltori sono vissuti quasi in simbiosi, anzi spesso e volentieri, visto il limitato profitto che si ricavava dalle acque, i pescatori sono stati anche coltivatori, come dimostra il fatto che l’attività della pesca era ed è stata svolta, quasi per tutto il Novecento, da cooperative i cui soci esercitavano tutte e due le professioni.

Il pesce era un alimento necessario per la sopravvivenza in tempi di non grande ricchezza alimentare e un cibo prescritto per determinati giorni della settimana e periodi dell’anno. E così è stato per lunghi secoli, fino, per rimanere in Toscana e nell’Umbria, al 1950 circa, quando entra in crisi il sistema mezzadrile ed avviene il fenomeno della grande fuga dalle campagne, con relativo spopolamento. L’attività di pesca nelle acque dei laghi dalla fine degli anni 1940 fino al 1990 circa, era praticata in buona parte da pescatori abitanti sulle rive perugine dei laghi mentre sulle rive toscane dei Chiari, l’attività principale era di tipo agricolo. Oggi, nei due laghi, praticano la pesca meno di una decina di pescatori professionisti di cui alcuni giovanissimi.

Riguardo alla pesca nel lago Trasimeno e nel Chiugi, Leopoldo Boscherini, così descrive questa pratica in alcune pagine di storia medievale: “A metà del XIII secolo circa, il comune di Perugia aveva assunto il pieno dominio sul lago Trasimeno e sulle terre del Chiugi e poco dopo la Comunantia fructus aque Lacus e la Comunantia pasture Chiuscii, istituite “ad hoc”, ebbero un posto preminente nell’elenco delle voci che costituivano il sistema tributario perugino in età comunale. La prima era l’entrata derivante dal pagamento del prezzo dell’appalto della gabella sul pesce pescato nel lago Trasimeno e sugli altri prodotti del lago: uccelli presi nell’acqua o a cinquanta passi dalla riva, l’uso delle macerine per le canapi e per il lino……Con i quasi cinquemila quintali di pesce che se ne potevano trarre annualmente, il Trasimeno era una riserva patrimoniale di tutto rispetto, sia per le entrate fiscali del comune, sia per i profitti degli appaltatori che si succedevano periodicamente nel suo sfruttamento. La normativa fiscale sui frutti del lago era la seguente. Un terzo di tutte le specie di pesci tratti dal lago, ad eccezione delle anguille, doveva essere versato nella cassa comunale”.

La pesca dei tori

La pesca dei tori

Il sistema di pesca tipico del Trasimeno di quell’epoca, fu quello con i tori, qui di seguito pubblichiamola sua descrizione redatta dall’ITC “A.Capitini”: “La pesca dei tori è un antico metodo di pesca risalente al Medioevo che coinvolgeva tutta la comunità per un lungo periodo di tempo, da alcuni secoli tuttavia non è più in uso a causa dell’introduzione di nuove tecnologie. Il termine toro deriva dal latino “torus” che significa “mucchio”, riferito ai cumuli di fascine che costituivano uno dei principali strumenti utilizzati, infatti il principio era che le tinche e le anguille qui si sarebbero rifugiate durante l’inverno. A giugno i pescatori iniziavano a preparare il toro con il taglio delle fronde delle querce e dei cerri che si facevano poi macerare nelle acque. In estate poi, le fronde si trasportavano con dei barconi da carico in zone del lago sgombre da vegetazione e venivano sistemate in grandi cumuli sommersi dal diametro di cinque – sei metri e di tre metri d’altezza. Intorno al mucchio si disponeva una doppia palizzata che formava un corridoio circolare largo cinque metri su cui veniva appesa una rete di canapa che si faceva scendere fino sul fondo del lago. La fase successiva consisteva nella rimozione della legna, che veniva depositata all’esterno per formare la base di un nuovo toro. A questo punto i pesci erano spinti nel corridoio, dove si rifugiavano in fascine sospese nell’acqua. Dopo una pausa di cinque o sei ore i pescatori sollevano il secondo lembo della rete imprigionando i pesci in un alveo circolare, che, tolte le fascine, era ridotto fino a quando si riuscivano a far passare i pesci in una rete a sacco ,”il mutilo”, per portarli a riva. L’ultimo atto era lo smontaggio della palizzata con il successivo trasporto a terra dei tronchi e la messa ad asciutto della rete”.

La pesca nel Trasimeno oggi : “Sul Trasimeno la pesca rimane un’attività di grande importanza economica, seppure in lento declino per mancanza di ricambio tra le file dei pescatori di cui oggi ne restano centocinquanta professionisti. Gli attrezzi in uso hanno comunque notevolmente accresciuto la propria efficacia da quando, per la fabbricazione delle reti, sono state abbandonate le fibre naturali per quelle sintetiche. Lo strumento più caratteristico è il “Tofo”, altro attrezzo è “l’Altana”, altro sistema di pesca ancora in uso sul Trasimeno è la “Fila”.

Tofi sul Trasimeno

Tofi sul Trasimeno

Nel territorio tra i tre laghi esistono delle realtà museali dove approfondire il tema dedicato alla pesca. Ecco dove si trovano i musei che se ne occupano:

  1. All’interno del Centro visite della Riserva Naturale del lago di Montepulciano in loc. la Casetta , esiste il Museo delle Memorie del Lago e Storia della Val di Chiana che tratta la storia del paesaggio e della pesca sul lago di Montepulciano e dei diversi modi e usi dell’impagliatura, gli utensili giornalieri e quelli per la caccia. Via del Lago, 1 – Loc. Tre Berte – Montepulciano (Si) – Tel. 0578 767343; cell. 366 32.43.647 – http://www.amicilagodimontepulciano.it
  2. Presso il Museo Civico “La città sotterranea” di Chiusi nella sezione delle “Attività produttive”, si trattano le tecniche di pesca, delle attrezzature, delle imbarcazioni e dei prodotti animali e vegetali del lago di Chiusi e della storia della bonifica della Val di Chiana. Via II Ciminia, 2 – 53043 Chiusi (Siena) Tel. 0578 20915; 0578 227667; cell. 334 6266852 – http://www.museisenesi.org/pagine/informazioni-020
  3. A San Feliciano di Magione, il Museo della pesca del lago Trasimeno descrive la vita del lago Trasimeno, dell’ambiente biologico animale e vegetale e della storia dell’uomo che ne abita le rive attraverso gli strumenti e le tecniche di pesca: imbarcazioni, reti, vari strumenti di cattura. Via Lungolago della Pace e del Lavoro, 20 – San Feliciano – Magione (PG) – Tel. 075 8479261 – http://www.magionecultura.it/default2.asp?active_page_id=4
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La pesca nei laghi della Valdichiana – Prima parte

Storia della pesca antica nelle acque dei laghi della Valdichiana e del Trasimeno La storia della pesca coincide con la storia dell’uomo e quella dell’uomo coincide con la storia dell’amo….

Storia della pesca antica nelle acque dei laghi della Valdichiana e del Trasimeno

La storia della pesca coincide con la storia dell’uomo e quella dell’uomo coincide con la storia dell’amo. I primi ami pare fossero di legno. Gli indiani d’America li ricavavano dagli artigli del falco e dal becco delle aquile, già naturalmente ricurvi. Con la scoperta di nuovi materiali, anche l’amo muto, comparvero così nel 4000 a. C. circa gli ami in rame, poi quelli in bronzo e infine gli ami in ferro.

Nella preistoria, la pesca, con la caccia e la raccolta spontanea è stata un’attività primordiale dell’uomo. Già nel paleolitico gli uomini si cibavano di pesci, come dimostrato dai resti di pasti ritrovati. Una prova è considerata una scultura su osso, proveniente dalla famosa caverna de la Madelaine in Dordogna (Francia) che rappresenta un uomo con un arpione sulla schiena. In quasi tutte le località dove sorgevano villaggi su palafitte sono stati trovati reperti che provano come circa 6000 – 3000 anni fa, anche l’arte della pesca fosse molto sviluppata. In molti luoghi i reperti hanno conservato un ottimo stato grazie al substrato geologico, cosi è stato possibile ritrovare non solo ami di corno di cervo, zanna di cinghiale o di bronzo, arpioni di osso, frecce, lance ma persino resti di reti da pesca ed è curioso constatare come i nodi usati fossero uguali a quelli attuali mentre per sostenere le reti in acqua si usavano galleggianti fatti di corteccia d’albero e per tenderla dei pesi di terracotta.

Di questo periodo, va ricordato che sulle rive del lago Trasimeno, presso la località “La Valle” di San Savino, di notevole interesse sono stati i rinvenimenti archeologici di un insediamento di pescatori riferibile all’Età del Bronzo recente-finale (1.350 -1.000 a.C.).

La pesca al tempo degli Etruschi e dei Romani

Tra le testimonianze e i reperti archeologici etruschi pervenuti su questa pratica si possono annoverare i pesi da rete in argilla o in pietra a forma discoidale con foro centrale, ami e aghi in bronzo usati per riparare le reti, un frammento di brocca d’impasto di Veio (VII sec. a. C.), dove è raffigurata un’imbarcazione con vela e remi dalla quale sporge un arpione che infilza un pesce; alcune scene di pesca compaiono nelle necropoli di importanti città della dodecapoli etrusca. Tra le più affascinanti, va citato il dipinto raffigurante una battuta di pesca tratteggiata nella Tomba della Caccia e della Pesca di Tarquinia, qui con vivace maestria, si ammira una scena di pesca con la lenza e con la fiocina.

2 -i laghi dal satelliteAnche gli antichi Romani praticavano la pesca. Sui mosaici che decorano le pareti e i pavimenti delle loro architetture, i motivi della pesca e dei pesci sono frequenti. I Romani sono stati tra i primi a promulgare alcune leggi sulla pesca ed uno dei principi fondamentali affermava che ”il pesce è un bene senza proprietari per cui appartiene a chi lo cattura”. La pesca era libera solo sul territorio dello Stato e come tale erano considerate quelle parti dei laghi e dei fiumi che restavano di norma sommerse anche con l’acqua bassa. Le rive e le spiagge erano però di proprietà privata e la pesca era pertanto permessa soltanto al proprietario del suolo. Alcuni scrittori romani come Plinio, Eliano, Oppiano, Decimo e Ausonio Magno testimoniano della grande importanza della pesca, nei loro testi si descrivono varie specie di pesci, la tecnica della pesca con lo “sparviero”.

Localmente, in epoca etrusco-romana era importante la pesca praticata nelle acque dolci di fiumi e corsi d’acqua a lento deflusso come il Clanis in Valdichiana e nel lago Trasimeno. L’attività veniva praticata con la lenza o la rete (filum), quest’ultima, realizzata in filo di lino, poteva essere a strascico (tragum), a lancio (iaculum) o a “posta fissa”. La pesca a “posta fissa” era sia attiva che passiva. Nella prima si ricorda da parte di alcuni che le reti venissero distese durante il giorno a semicerchio, sopratutto lungo le rive e in prossimità dei canneti, per poi spingervi i pesci rumoreggiando nell’acqua con pietre, bastoni o remi. Nella pesca passiva le reti erano invece calate durante la notte, legate le une alle altre e raccolte al mattino con le prede rimaste impigliate durante i loro movimenti erratici notturni.

Tra i siti e reperti archeologici, si ricorda in Valdichiana, il porto Etrusco di Brolio di Castiglion Fiorentino, del verosimile Porto Etrusco-Romano di Clusium a Chiusi Stazione e vari reperti ceramici etruschi ritrovati presso la darsena del Club Velico di Castiglione del Lago e alcune monete romane dell’imperatore Claudio presso l’Emissario di San Savino.

(continua…)

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Annibale in Valdichiana e la Battaglia del Trasimeno

Annibale e i suoi eserciti in Valdichiana, 2230 anni fa. La battaglia del Trasimeno tra Annibale e Flaminio: i luoghi, le marce e lo scontro all’alba del 24 giugno 217…

Annibale e i suoi eserciti in Valdichiana, 2230 anni fa.
La battaglia del Trasimeno tra Annibale e Flaminio: i luoghi, le marce e lo scontro all’alba del 24 giugno 217 a.C.

Il luogo della battaglia del Trasimeno oltreché essere un meraviglioso paesaggio meritevole di far parte del patrimonio mondiale dell’umanità, (questo lo propongo per tutta la riviera del Trasimeno! Chi mi aiuta? -> info@gensvalia.it) è una delle scenografie belliche più studiate dagli storici e dagli appassionati di storia Romana. Esistono vari tesi che dettagliano le posizioni e il percorso delle due armate ed anche oggi questo evento suscita sempre molta curiosità e stimola la fantasia per identificarne precisamente i luoghi. Questo evento oltre che a lasciare la memoria sui toponimi locali, ha segnato anche il nome delle persone, infatti, localmente, il nome di Annibale, oltreché riecheggiare sulle colline di Tuoro, è ancora presente tra di noi in quanto portatore di vittoria, di coraggio e di altre positive virtù. Ad esempio, dove abito io, un uomo nato 60 anni fa a Terontola porta il nome di Annibale. Prima di descrivere l’attività bellica di quel giorno infausto per gli eserciti di Roma, proverò a ricostruire le fasi precedenti la memorabile battaglia.

La Marcia di Annibale Barca
Annibale con le sue truppe Cartaginesi e gli alleati, dopo le vittorie presso i fiumi Trebbia e Ticino, superò gli Appennini e dopo Incisa discese lungo la sponda sinistra del Valdarno Aretino, evitò la città militare romana di Arezzo e si immise in Valdichiana dal passo della Verniana sopra Monte San Savino seguendo poi la sponda destra prima del torrente Esse poi di quella del fiume Clanis, allora tributario del fiume Tevere, per raggiungere e conquistare Roma. Giunto a Valiano (territorio della famiglia Gens Valia), anziché proseguire verso Sud lungo le antiche strade etrusche che saranno il sottofondo alla futura Via Cassia Vetus per Clusium (la consolare sarà aperta nel 154 a.C.), qualcosa lo indusse ad evitare anche il municipium romano Chiusino e preferì deviare al Trasimeno per le attuali campagne di Petrignano (territorio della famiglia Gens Petroni), Ferretto, Borghetto, evitando l’altra città romana di Cortona per dirigersi verso Perugia forse a cercare o il tracciato della Via consolare Amerina (realizzata nel 240 a. C.) o della Via consolare Flaminia (realizzata nel 220 a.C.). Nel transitare sul Malpasso, ebbe la conferma che da Arezzo gli eserciti romani del console Flaminio lo stavano inseguendo e vista la stretta valle tra Monte Gualandro e Tuoro decise di posizionare strategicamente le sue migliaia di uomini sulle colline di Sanguineto di Tuoro in attesa dell’arrivo dei nemici. Il territorio sottostante aveva una superficie più ridotta rispetto all’attuale in quanto il livello delle acque del lago di Trasimeno era molto più alto di oggi, ci è noto infatti dagli storici che solo sotto l’imperatore romano Claudio (41 d.C. – 54 d.C.) fu costruito l’emissario sotterraneo di S.Savino che regolava l’altezza delle acque, così come lo sono anche oggi grazie alla nuova quota più bassa stabilizzata con l’attuale emissario Consortile del 1898.

Marcia di Annibale

La marcia di Caio Flaminio
Il console Caio Flaminio si trovava con la sua legione ad Arezzo per sbarrare la via in Etruria ai Cartaginesi, mentre il console Gneo Servilio Gemino era con la sua legione a Rimini, per bloccare un’eventuale marcia adriatica dei Cartaginesi. Alla notizia della discesa di Annibale in Valdichiana in direzione del Trasimeno, Flaminio iniziò a muoversi in quella direzione mentre Gneo Servillo da Rimini si mosse in direzione dell’Umbria per unire le due legioni. Flaminio però commise un grave errore sul campo di battaglia, il suo nuovo piano era di un attacco a tenaglia e cioè di prendere Annibale tra la propria armata da ovest e quella del suo collega Servilio che stava percorrendo la via Flaminia e doveva ormai essere nei pressi di Foligno, da est. Ma Annibale fu più veloce di loro e si predispose strategicamente contro l’attacco a tenaglia posizionandosi sulle colline di Sanguineto di fronte al lago Trasimeno per affrontare una legione alla volta. Intanto Flaminio seguiva i Cartaginesi a debita distanza e giunto nelle vicinanze di Terontola piazzò il campo all’apice sinistro del lago Trasimeno sotto Monte Gualandro a poca distanza dal Malpasso: i Cartaginesi erano scomparsi dalla vista dei Romani e tutti pensarono che erano oramai diretti verso Perugia.

La Battaglia
Così non fu. Annibale aveva fatto tornare indietro le sue truppe con un ampio giro, disponendole lungo la cerchia di colline che dominavano la strada che percorreva il bordo del lago realizzando così la più grande imboscata della storia militare. Il combattimento nella nebbiosa mattina del 24 giugno 217 a.C. durò 3 ore: i Romani persero 15.000 uomini tra morti e prigionieri contro 2.500 Cartaginesi che rimasero sul campo di battaglia. I Cartaginesi poi, ripreso il cammino verso Sud, non vollero o non ebbero il coraggio di marciare contro Roma e si dettero agli ozi di Capua e Roma fu salva.

Battaglia del Trasimeno

Termino la narrazione della battaglia citando Francesco Dini, poligrafo di Lucignano, autore del libro in latino “Antiquitatum Etruriae seu de situ Clanarum – Fragmenta Historica” 1696 e 1723, tradotto in italiano da don Remigio Presenti per i tipi della Società Bibliografica Toscana – Aprile 2012, che così racconta la sua cronaca:

“…Annibale sconvolse con incendi e stragi la regione fra le più fertili dell’Italia fra Fiesole ed Arezzo, ricca di frumento, di greggi e di ogni genere di beni.
Convocata frattanto un’assemblea nel Senato degli Aretini, i Padri decisero di aspettare il collega (Flaminio) e con accordo e decisione comune di portare a termine la guerra: si tratta di nemici prestigiosi per qualità di armi e addestramento militare e fama di gesta ed è grande la speranza e il pericolo; bisogna aver cautela, frenare l’aggressività dell’animo, perché talvolta l’occasione non colta diventa gloria più sicura e più grande. Il Console con atteggiamento impaziente rimproverando con durezza e senza paura i Padri e i penati, disse : “Sediamo davanti alle mura di Arezzo, qui sono infatti la patria e i penati; Annibale arrivi alle mura di Roma e devasti l’Italia!”. In preda all’ira (Flaminio), si precipitò fuori dall’assemblea, salì precipitosamente a cavallo e, privato della sedia curule, espose il piano di battaglia: il nemico era in marcia verso il Trasimeno, lungo le falde dei monti cortonesi, lasciata a sinistra Città di Castello e Lucignano a destra, essendo della massima importanza la rapidità e temendo più l’indugio che la guerra, devastava con stragi belliche tutto il territorio che c’è fra quella ricca e oppressa regione, per eccitare sempre più l’animo risoluto del console a vendicare le offese degli alleati, fino invocare gli inferi per attacar battaglia. Quando questi fu giunto al lago, l’esercito cominciò a spiegarsi in un terreno più vasto e, passata la notte, si accorse di essere circondato da ogni parte dagli agguati dei Cartaginesi e chiuso dai monti. Impavido schierò le file e le falangi e subito si mise mano alle armi; i Romani per la libertà, la famiglia e la religione, i cartaginesi per distruggere il nome di Roma e liberare il mondo intero; si combattè per circa tre ore accanitamente e ferocemente da ambedue le parti : Avendo la necessità eccitato l’indolenza, tanto che le legioni romane erano esangui e messe in fuga quelle degli alleati; quando l’assalto di un’ala fresca di Africani investì i nemici, Flaminio contrastando audacemente gli estremi nemici e ferito, esalò la grande invitta anima”.

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La Via Lauretana – Terza parte

Bentornati alla scoperta della Via Lauretana, l’antica strada etrusco-romana che collegava Cortona a Montepulciano, Asciano e Siena. Dopo la Prima parte e la Seconda parte, Franco Boschi ci racconta la terza e ultima parte di questo…

Bentornati alla scoperta della Via Lauretana, l’antica strada etrusco-romana che collegava Cortona a Montepulciano, Asciano e Siena. Dopo la Prima parte e la Seconda parte, Franco Boschi ci racconta la terza e ultima parte di questo importante pezzo di storia che attraversa la Valdichiana!

La riscoperta della Via Lauretana Senese-Aretina (Terza parte)

Ripreso il cammino sulla Lauretana, dopo circa tre chilometri su di una collina a destra si ammirano il Borgo storico dei Palazzi e le cinquecentesche ville signorili del Vescovo Vagnucci e del Cardinale Silvio Passerini, vicario in Toscana del Papa Clemente VII; più avanti, oltrepassato il confine provinciale Senese-Aretino, ci si immerge nel territorio dell’antica lucumonìa della Tabula Cortonensis e si attraversano i borghi di Centoia e di San Lorenzo, per poi raggiungere, a Camucia, l’innesto con l’antica Via dell’Alpe di Serra – oggi la S.P. 71 Umbro-Casentinese. Da qui il percorso della Lauretana prosegue verso l’Umbria e le Marche, fino a Loreto, dove la Santa Casa, oggi posta all’interno di una grande basilica cinquecentesca, annuncia il termine del viaggio.

E’ stata scoperta, da chi scrive questa nota, un’altra curiosità storico-territoriale del percorso della Via Lauretana e delle cause che avevano determinato l’ attraversamento della Chiana sullo storico Ponte di Valiano. Comunemente, infatti, le vie regie o le vie di pellegrinaggio puntavano al lontano luogo di arrivo seguendo itinerari rettilinei, compatibilmente con la conformazione del terreno; ma la via Lauretana, nella sezione senese-aretina, anziché seguire l’attuale tracciato del raccordo autostradale Siena-Perugia, allungava e non di poco il suo percorso verso Sud, perchè?

Questo il motivo. La Valdichiana era stata allagata dal 1055 dagli Orvietani con la realizzazione del noto Muro Grosso di Carnaiola, presso Fabro, e come dimostra il disegno di Leonardo da Vinci del 1503, il ponte più vicino all’itinerario lauretano era quello di Valiano, che, come detto, univa la terraferma attraversando la palude con un tavolato su palafitte dalla località Maestà del Ponte al piede della collina di Valiano. Gli unici altri ponti si trovavano molto più distanti, presso Arezzo e alle Torri chiusine di Beccati questo e Beccati quest’altro.

Da notare che la Via Lauretana era l’unica strada che conduceva da Perugia a Siena e fa piacere pensare che anche i pittori umbri, Perugino, Pinturicchio e lo stesso Raffaello, quando si recavano a Siena, seguissero il percorso Lauretano. Riguardo al sommo Raffaello, sappiamo che debuttò, diciassettenne, a Città di Castello, in occasione del Giubileo del 1500; occasione, come tutti gli Anni Santi, di grandi fioriture artistiche, con un’ immagine strettamente lauretana: l’Incoronazione di San Nicola da Tolentino, eseguita per l’altare dei Baronci nella locale chiesa di Sant’Agostino. San Nicola da Tolentino è il Santo che, dal suo convento di Recanati, avrebbe visto la Santa Casa scendere, sorretta dagli angeli, sul colle di Loreto. Raffaello si sarebbe poi recato a Siena, in questa sua missione decorativa al seguito del suo maestro Pinturicchio, lasciando probabili tracce del suo passaggio in più località.

cortona_via_lauretana

L’attività di Raffaello, il pittore delle Madonne, inedito pittore lauretano, sarebbe continuata più tardi a Firenze con la Madonna del cardellino, dipinto in cui, sulla destra, l’edificio a pianta centrale che svetta su una collina potrebbe ricordare il Santuario di Loreto. La tavola fu eseguita per le nozze di Lorenzo (Laurentius) Nasi, il mercante fiorentino che aveva una cappella nella chiesa di Santa Lucia dei Magnoli, contigua al suo palazzo di Via de’ Bardi, cappella che fin dal ‘600 risulta dedicata alla Madonna di Loreto e che addirittura riproduce le dimensioni della Santa Casa.

Il percorso lauretano di Raffaello sarebbe infine terminato a Roma, in Santa Maria del Popolo, la prima chiesa che i pellegrini provenienti da Loreto trovavano entrando in città, dove ristrutturò per il banchiere senese Agostino Chigi la Cappella di Loreto, che il cardinal Girolamo Basso della Rovere, protettore della Santa Casa, aveva fatto costruire a fine ‘400, e per la quale dipinse una Madonna di Loreto, ora a Chantilly, che ne ha adornato a lungo l’altare.

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La Via Lauretana – Seconda parte

Ecco a voi la seconda parte del percorso alla scoperta della Via Lauretana, l’antica strada etrusco-romana che collegava Cortona a Montepulciano, Asciano e Siena. Franco Boschi ci racconta la storia di questo importante pezzo di storia che…

Ecco a voi la seconda parte del percorso alla scoperta della Via Lauretana, l’antica strada etrusco-romana che collegava Cortona a Montepulciano, Asciano e Siena. Franco Boschi ci racconta la storia di questo importante pezzo di storia che attraversa la Valdichiana: se vi siete persi la prima parte, correte a leggerla prima di proseguire!

La riscoperta della Via Lauretana Senese-Aretina (Seconda parte)

Lasciata Asciano, la Lauretana proseguiva verso Sinalunga affrontando la collina del Lecceto, alle cui falde i pellegrini potevano avvalersi della importante stazione termale di Montalceto e seguendo poi un percorso segnato da alcuni cippi miliari – tutt’oggi visibili – che indicavano la distanza dalla colonna granducale di Arbia.

In Valdichiana, la Via Lauretana non poteva rivolgersi direttamente verso Cortona a causa dell’area paludosa che impediva il passaggio a uomini ed animali, dovendo, pertanto, costeggiare la pianura tra Sinalunga e Torrita, che raggiungeva in prossimità di Rigaiolo. Il piccolo borgo, situato non lontano dalla pieve sinalunghese di San Pietro ad Mensulas, dove alcuni scheletrici apparati della chiesa stradale detta della Madonna del Gallo e un vistoso tabernacolo settecentesco a forma di cappella si offrono ancora alla devozione dei passanti.

In prossimità di Torrita di Siena, la Lauretana passa in mezzo ad una sorgente e ad un’altra chiesa consacrata al culto mariano, la Madonna delle Fonti a Giano: simile nella configurazione architettonica seicentesca al limitrofo, basso edificio che era stato eretto a protezione di una fonte che dissetava in passato uomini e animali. Sempre a Torrita, troviamo un altro edificio mariano, la Madonna delle Nevi, forse non ricollegabile alla Lauretana, ma capace di evocare nella semplice aula rettangolare preceduta da una loggia in laterizio il tipico aspetto di una cappella stradale, arricchita, come a Camparboli di Asciano, da una pregevole Assunzione di Girolamo di Benvenuto.

Proseguendo il viaggio, entriamo in territorio poliziano. La Lauretana, ad Abbadia di Montepulciano, attraversa longitudinalmente il centro abitato, sfiorando la Parrocchiale di San Pietro del XVI sec., quindi, in uscita dal borgo, lascia, a sinistra, la medievale chiesetta di San Pietro Vecchio, da poco restaurata e, a destra, la Fattoria Granducale dell’Abbadia, con la Villa Granducale impreziosita dal parco all’italiana, con la Casa del Fattore ed i locali per le maestranze; un nucleo di immobili al servizio dell’agricoltura che risale al 1806 e che annuncia l’ormai prossimo fondovalle della Valdichiana: grande area pianeggiante, antico Granaio d’Etruria, prima impaludata nel 1055 ad opera degli Orvietani, poi bonificata dai regnanti toscani ad iniziare dal 1551.

Superando il torrente Salarco si può apprezzare una delle opere più belle della bonifica chianina, ovvero la Serra del Salarco, progettata dall’Ing. Alessandro Manetti nel 1849 – come scritto sulla parete verticale ove cadono le acque con un gran salto – al fine di invertire il corso del torrente dal lago di Montepulciano al Foenna che incontrandolo poco distante da questo luogo, i due torrenti danno origine al gran canale Allacciante di Sinistra.

via lauretana

Questa sezione della Lauretana corre dapprima perpendicolare e poi parallela al Canale e, dopo circa due chilometri, raggiunge l’originale bivio della Chiesa della Maestà del Ponte, a Montepulciano Stazione: un edificio sacro che nasce nel 1616 – come impresso nel trave dell’orditura maestra – da una cappella stradale con l’immagine della Madonna situata sul bivio dell’antica strada alla fine del lungo tavolato su pali che attraversava la palude proveniente dal piede della collina di Valiano. Due chilometri dopo, la Lauretana soprapassa il Canale Maestro della Chiana sul Ponte di Valiano, potrebbe essere questo lo storico ponte, dove si dice che transitasse Annibale proveniente dal Valdarno con il suo esercito per sferrare l’attacco al Console Flaminio sulle rive del Trasimeno.

Attraversato il Canale più importante della bonifica di questa valle, dopo tre curve su una ripida salita, la Lauretana giunge al borgo medievale di Valiano, fondato in epoca romana dalla Gens Valia. Il castello, appartenuto dal 1100 ai Marchesi Bourbon Del Monte Santa Maria, passò nel 1357 ai Del Pecora di Montepulciano con l’aiuto di Perugia; estintasi la Signorìa poliziana, nel 1427, il popolo di Valiano ottenne da Firenze che il borgo fosse riconosciuto libero Comune e lo rimase fino al 1774, quando Pietro Leopoldo con la riforma comunitativa ordinò che fosse annesso a quello di Montepulciano. All’interno delle strette viuzze del centro storico c’è l’antica Pieve di San Lorenzo, restaurata e ampliata a croce latina nel 1804, con al suo interno un ligneo e miracoloso Crocefisso del XVI secolo e tre pregevoli dipinti di cui uno su tavola con il Santo Patrono ed un altare ricostruito dei Della Robbia. Sulla piazza osserviamo il palazzo comunale, oggi centro civico, e il palazzo dei Del Pecora; di lato alla porta di accesso la portella del gabelliere.

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La Via Lauretana – Prima parte

Cominciamo oggi un percorso alla scoperta della Via Lauretana, l’antica strada etrusco-romana che collegava Cortona a Montepulciano, Asciano e Siena. In concomitanza con la mostra dedicata a questa storica via…

Cominciamo oggi un percorso alla scoperta della Via Lauretana, l’antica strada etrusco-romana che collegava Cortona a Montepulciano, Asciano e Siena. In concomitanza con la mostra dedicata a questa storica via in programma ad Asciano fino alla prossima settimana, Franco Boschi ci racconta la storia di questo importante pezzo di storia che attraversa la Valdichiana.

La riscoperta della Via Lauretana Senese-Aretina (Prima parte)

Una tavola rotonda tenutasi a Valiano dal Centro Culturale “Gens Valia” sul tema “La Via Lauretana dalle Crete Senesi alla Val di Chiana Senese-Aretina”, un antico itinerario di artisti, pellegrini e mercanti dalla Via Francigena a Siena alla Via dell’Alpe di Serra presso Camucia di Cortona, ha riacceso l’interesse degli studiosi su questa storica via regia.

Una strada molto transitata nei secoli XV, XVI e XVII che da Porta Pispini a Siena, si staccava dalla Via Francigena per giungere fino a Camucia, ai piedi di Cortona, poi l’antico percorso lauretano si dirigeva sulla sponda orientale del Lago Trasimeno, attraversava Passignano, lambiva Perugia e proseguiva sino a Foligno. Da questa città, si dirigeva verso gli Appennini umbro-marchigiani, valicandoli all’altezza del Passo di Colfiorito per giungere, attraverso varie località, a Loreto dove, secondo la tradizione, nel 1294 si adagiò, portata dagli angeli, su un colle di lauri, vicino al mare, la piccola casa di Nazareth dove era avvenuto l’Annuncio dell’Angelo a Maria e dove Gesù aveva vissuto fino al suo magistero pubblico.

A differenza della vicina via Francigena che ha continuato ad essere percorsa anche nei tempi moderni da chi si recava a Roma, la Lauretana senese-aretina, percorso essenzialmente devozionale, ha perso nei secoli viandanti e pellegrini di lungo percorso, che hanno scelto nuove strade per raggiungere la meta. La strada è stata quindi dimenticata e sostituita da altri tracciati più comodi: difficilmente chi la percorre oggi ne ricollega il nome all’antico pellegrinaggio verso Loreto.

Alcuni ricercatori si sono concentrati nello studio delle presenze artistiche ed architettoniche disseminate lungo l’antico percorso della via Lauretana ed in particolare Divo Savelli ha richiamato l’attenzione su di un affresco, probabilmente dell’anno 1500, che si trova in una vetusta chiesa d’impianto romanico ad Asciano, lungo la vecchia Lauretana appena fuori del borgo. Un’opera di pregevole qualità e di non modesto rilievo artistico, che lo studioso riferisce per aspetti stilistici e iconografici proprio ad una delle tante decorazioni devozionali che si trovano lungo il percorso di pellegrinaggio.

In virtù di una scritta graffita sull’affresco, oltrechè dell’esame oggettivo della figura, Savelli ha poi sostenuto che il dipinto fosse stato eseguito dal sommo Raffaello proprio in occasione del grande Giubileo di Mezzo Millennio. Per avvalorare questa ipotesi occorreva accertare che veramente il termine di Via Lauretana  si riferisse proprio al cammino dei pellegrini verso Loreto. Occorreva quindi trovare dei segni, delle testimonianze che confermassero questa sua, oggi dimenticata, ma un tempo importante funzione. I toponimi di spedale, taverna, osteria, le fonti e i ruderi di antichi abbeveratoi per i cavalli che si susseguono ancora  lungo la via Lauretana e, poi, vistosi tabernacoli, cappelle viarie, grandi croci ai bivi delle strade, offrono importanti e suggestivi indizi. Ovviamente, la testimonianza più attendibile che è stata trovata è quella data dalle numerose immagini di devozione al culto mariano, spesso con specifici riferimenti alla Madonna di Loreto,  presenti nelle chiese lungo la strada o nelle sue vicinanze, sia nelle Crete senesi che in Valdichiana.

via lauretana siena

A Siena, sulla facciata della stessa porta Pispini, dove ha origine la Via Lauretana, Sodoma aveva affrescato una natività, oggi in gran parte perduta, ma immagine per eccellenza del culto mariano e testimonianza evidente dell’antico amore dei Senesi per la loro celeste protettrice. Successivamente la Lauretana incrociava la Scialenga in prossimità di Monselvoli, dove un antico documento riferiva della presenza di un ospedale per pellegrini e viandanti e, proseguendo verso oriente, lambiva i sacelli di San Florenzio a Vescona e di San Giovanni alla Pievina. Superato con un ponte il fiume Ombrone la strada raggiungeva Asciano, dove trovava ben due chiese con importanti riferimenti al culto mariano: la cappella stradale di S. Sebastiano in Camparboli, nella cui abside troviamo uno straordinario affresco con la Madonna Assunta di Benvenuto di Giovanni e di Girolamo di Benevenuto e la chiesa romanica dedicata ai Santi Ippolito e Cassiano. È questa la struttura religiosa, già annessa ad un ospedale dei Gesuati, nella quale Savelli ha ipotizzato l’intervento pittorico del giovane Raffaello.

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Il giornale storico “La Val di Chiana”

Interrompiamo il racconto della bonifica della Valdichiana, ormai giunto alle sue battute finali, per mostrarvi alcuni documenti storici che sicuramente susciteranno l’interesse degli appassionati. I documenti d’epoca, gelosamente conservati da…

Interrompiamo il racconto della bonifica della Valdichiana, ormai giunto alle sue battute finali, per mostrarvi alcuni documenti storici che sicuramente susciteranno l’interesse degli appassionati. I documenti d’epoca, gelosamente conservati da Franco Boschi, si inseriscono in un continuo percorso di ricerca delle proprie radici storiche e di passione per il territorio.

Il nome del nostro portale di informazione dedicato alla Valdichiana Senese non è soltanto l’identificazione del territorio a cui facciamo riferimento. Il nome, infatti, è stato utilizzato anche da “La Val di Chiana”, giornale d’epoca di cui vi presentiamo alcune foto in esclusiva.

“La Val di Chiana” era l‘organo settimanale dell’Esposizione Umbro-Toscana, una pubblicazione periodica di Castiglion Fiorentino che si occupava del nostro territorio, risalente agli anni ’20. Ogni copia costava venti centesimi, come potete vedere dalle foto.

Qua sotto potete osservare l’edizione del 22 agosto 1920, che conta quattro pagine ripiegate.

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I temi trattati da “La Val Di Chiana”, come facilmente intuibile dai disegni sulla copertina e dai titoli, erano relativi alle mostre zootecniche del territorio, che mettevano in mostra i migliori bovini delle fattorie circostanti e le innovazioni tecnologiche per facilitare il lavoro degli agricoltori.

I contenuti del giornale spaziavano poi agli eventi locali, i festival e le fiere che allietavano le vite dei mezzadri chianini. Non mancava lo spazio dedicato agli eventi sportivi quali il ciclismo, le corse di cavalli e il calcio. Uno spazio interno era anche dedicato alle commemorazioni di personaggi importanti del territorio.

Qua sotto potete invece osservare la facciata dell’edizione del 5 settembre 1920, che conta anch’essa quattro pagine ripiegate, conservata in buone condizioni.

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Per tutti gli appassionati della storia della Valdichiana senese, l’appuntamento è al prossimo episodio della rubrica dedicata alle vicende della bonifica!

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Breve storia della Valdichiana – Quarta Parte

Quarto appuntamento con la rubrica dedicata alla storia della Valdichiana attraverso un racconto in più parti alla scoperta delle radici del nostro territorio. Se vi siete persi le prime parti, rinfrescatevi…

Quarto appuntamento con la rubrica dedicata alla storia della Valdichiana attraverso un racconto in più parti alla scoperta delle radici del nostro territorio. Se vi siete persi le prime parti, rinfrescatevi la memoria prima di proseguire con la lettura!

Valdichiana – Dalle Fattorie alle Ferrovie

Nei circa 7.000 ha di terreni toscani bonificati, acquisiti prima della famiglia fiorentina dè Medici poi dal 1737 al 1859 passati alla “corona” dei Lorena, furono realizzate dodici Fattorie Granducali (Dolciano, Acquaviva, Abbadia, Bettolle, Foiano, Pozzo, Fontarronco, Bastardo, Frassineto, Montecchio, Creti, Chianacce) e circa 260 case tipologicamente dette “Leopoldine” con la particolarità architettonica del nucleo centrale costituito dalla torre colombaria.

Nella Chiana Pontificia i terreni bonificati furono circa la metà dei toscani che acquisiti in proprietà dalla Revenda Camera Apostolica Papale, questa preferì affittarli; tra gli affittuari si distinsero le famiglie degli Oddi e i della Fargna i quali realizzarono decine di case a pianta rettangolare per i loro coloni sulle “nuove” terre.

La Val di Chiana, sul finire del XVIII secolo, tornò a primeggiare nella produzione agraria dei seminativi ed in particolare nell’allevamento della razza bovina “Chianina” con una punta di eccellenza nella produzione dei filati di seta; fu infatti il Granduca Pietro Leopoldo che nel 1770 aprì di nuovo in Valdichiana una “Via della Seta” ordinando su tutta la valle una ulteriore piantagione dei gelsi lungo le strade della bonifica e sugli argini dei nuovi canali, introducendo poi l’allevamento del baco da seta in ogni singola “Leopoldina”.

Dopo la parentesi Napoleonica, nel 1820 fu stipulato l’ultimo concordato tra gli Stati Toscano e Pontificio; in esso si prevedevano nuovi progetti idraulici che erano emersi dalle necessità intervenute dopo il Concordato del 1780; si era lavorato molto in quei 40 anni sui torrenti Tresa, Maranzano, Moiano, Rio Maggiore, Montelungo e sui Canali Chianicella e Chianetta e questo aveva portato a recuperare i terreni delle cosiddette “Bozze Chiusine” e del Po’ Bandino di Città della Pieve.
Fu una conquista molto importante in quanto su quei terreni demaniali le Ferrovie dello Stato, qualche decennio dopo, costruiranno l’importante Stazione Nazionale di Chiusi-Chianciano Terme.

La storia fece il suo corso e il nuovo Stato Unitario Italiano “ereditò” le proprietà Granducali e Pontificie alienandole subito per l’ impellente necessità economica di finanziare le grandi opere pubbliche ( strade, ferrovie, porti, nuove4 dei statali, caserme, ecc.) che il giovane Stato Italiano stava intraprendendo.

Si aprì l’Era delle Strade Ferrate già iniziata con i Governi Granducale e Pontificio, una rivoluzione per il trasporto di uomini e merci che andava a sostituire il precedente mezzo di locomozione: la trazione animale. La Valdichiana fu attraversata dalla linea Nazionale Roma-Firenze che dalla capitale dopo Orvieto faceva “stazione” a Fabro, a Ponticelli di Città della Pieve, al nodo di Chiusi per poi spostarsi nel Trasimeno su Panicale, Castiglione del Lago e tornare in valle a Terontola, Camucia, Castiglion Fiorentino, Rigutino, Frassineto e Arezzo.

Anche la Valdichiana Senese ebbe la sua ferrovia; una linea ferrata costruita grazie anche all’interessamento dei Fratelli Bastogi proprietari delle Fattorie post-granducali di Acquaviva e Abbadia, mosse da Siena in direzione Sud fino a Chiusi “stazionando” nelle Crete Senesi, a Rigomagno, Sinalunga, Torrita, Montepulciano Stazione, Montallese ed allacciandosi alla costruenda linea ferroviaria Nazionale presso Chiusi Scalo.

Questa nuova opera favorì il ritorno del benessere su tutta la Valdichiana quale fù al tempo della Viabilità Etrusco-Romana con le Vie “Cassia Vetus” e “Cassia Adrianea” rispettivamente in direzione Arezzo e Siena, sommerse nei tratti di fondovalle con l’inizio dell’impadulamento dell’XI secolo; l’evento segnò la “rinascita“ dei piccoli nuclei abitati etruschi chianini e delle Città storiche e la fondazione di nuove e fiorenti comunità tutt’oggi vanto della nostra florida valle.

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Breve storia della Valdichiana – Terza Parte

Terzo appuntamento con la rubrica dedicata alla storia della Valdichiana attraverso un racconto in più parti alla scoperta delle radici del nostro territorio. Se vi siete persi le prime parti, rinfrescatevi…

Terzo appuntamento con la rubrica dedicata alla storia della Valdichiana attraverso un racconto in più parti alla scoperta delle radici del nostro territorio. Se vi siete persi le prime parti, rinfrescatevi la memoria prima di proseguire con la lettura!

Valdichiana – La Bonifica

Altri interventi di scavo del Canale Maestro furono eseguiti tra l’Arno e i Ponti di Arezzo sino agli inizi dell’Età moderna ma rimanevano ancora sommersi dalle acque della palude circa settemila ettari da Pieve al Toppo a Carnaiola di Fabro.

Nei primi decenni del 1500, la famiglia Medici di Firenze riuscì ad eleggere al soglio pontificio due Papi e alcuni Cardinali intraprendendo una operazione imprenditoriale di bonifica idraulica della Valle che spaziava sia sui territori Umbri sia su quelli Toscani ed in più nel 1557 con la caduta della Repubblica di Siena riuscì a riunire tutto il territorio Toscano sotto il Granducato Mediceo.

Ristabilito poi il governo del territorio a livello regionale, i Medici, illustri promotori rinascimentali, conferirono agli scienziati del tempo, primo fra tutti Leonardo da Vinci , lo studio della bonifica della Valdichiana; dal 1525 in poi, stipularono un contratto di migliorìa fondiaria con tutte le comunità della valle interessate dall’impaludamento dei loro territori, portata susseguentemente a compimento dai Granduchi Lorenesi, dove si diceva che per ogni staiora di terreno bonificato la comunità avrebbe ricevuto annualmente uno staio di grano mentre i terreni passavano in proprietà della Famiglia Fiorentina.
La scelta progettuale adottata fu quella di invertire la pendenza delle valle da Chiusi verso Arezzo rialzando il terreno con la tecnica della “bonifica per colmata” conducendo così le sue acque nel fiume Arno.
Da Città della Pieve a Fabro, trattandosi di territorio dello Stato Pontificio, della bonifica per colmata se ne occuparono i Pontefici Romani che si succedettero i quali continuarono a condurre le acque al fiume Tevere.

Sul finire del 1500, l’alluvione del 24 dicembre 1598 su Roma contemporaneamente all’avvento del Pontefice Clemente VIII dissidente con la Famiglia Medici, trasformarono le operazioni di bonifica sul territorio a confine tra lo Stato Pontificio e il Granducato di Toscana in una vera e propria “guerra delle acque”. Furono rialzati e potenziati: l’argine-diga del Muro Grosso, realizzato il Bastione di Clemente VIII tra Poggio Cavalieri e le colline di Cetona e dell’argine diga con cateratte del Buterone connesso tra Poggio dei Cavalieri e le colline di Città della Pieve. La Valle subì di nuovo un desolante ed esteso impaludamento vanificando tutto quello che era stato fatto in 50 anni.

Su richiesta delle popolazioni della Valle, le Corti dei due Stati iniziarono a dialogare: dal 1600 al 1780 stipularono quattro concordati ove si articolarono le modalità tecniche del come e dove condurre fiumi e torrenti dei territori di confine appartenenti alle comunità di Cetona, Chiusi, Città della Pieve e Castiglione del Lago.

Con il concordato del 1780, firmato dal granduca Pietro Leopoldo e dal Papa Pio VI, fu definitivamente stabilita la realizzazione tra Chiusi e Moiano di Città della Pieve dell’Argine di Separazione delle due valli dando così origine, come lo sono attualmente, alla Valdichiana Toscana e alla Valdichiana Romana oggi Umbra.

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Breve storia della Valdichiana – Seconda Parte

Secondo appuntamento con la rubrica dedicata alla storia della Valdichiana attraverso un racconto in più parti alla scoperta delle radici del nostro territorio. Se vi siete persi la prima parte,…

Secondo appuntamento con la rubrica dedicata alla storia della Valdichiana attraverso un racconto in più parti alla scoperta delle radici del nostro territorio. Se vi siete persi la prima parte, rinfrescatevi la memoria prima di proseguire con la lettura!

Valdichiana – Il Medioevo

Nell’anno 476 d.C. la caduta dell’Impero Romano d’Occidente aprì il periodo delle invasioni dei popoli barbari del Nord-Europa, seguirono poi i Longobardi e Carlo Magno che recuperarono il “governo” sui  popoli riportando la stabilità nei territori. Tramontato anche il periodo Carolingio, dopo l’anno Mille la Valdichiana fu interessata da aspre lotte per la conquista del suo fertile territorio; le Città Comunali e le Signorìe più bellicose che si contesero duramente la conquista di vaste porzioni della valle furono: Firenze, Siena, Arezzo, Perugia e Orvieto.

L’azione strategica militare di Orvieto, tesa a conquistare ed a controllare il territorio a Nord ove sorgevano le rocche castellane di Cetona, Sarteano, Chianciano ed in particolare dell’antica e ricca città di Chiusi fortemente contesa da Perugia e Siena, si materializzò con la realizzazione di un alto sbarramento in muratura sul fiume Clanis sulla goletta tra Ficulle e Carnaiola presso Fabro detto “il Muro Grosso”.

L’intento fu appunto quello di frapporre una barriera d’acqua alle potenti città di Siena e di Perugia che impedì loro di spostarsi da una sponda all’altra della valle ed esercitare così il pieno controllo da Sud sui castelli conquistati sino a Chiusi e a Monteleone. Questo generò un lento ma progressivo allagamento del fondovalle che alla fine del XI sec. era risalito dalla goletta di Carnaiola-Fabro sino alle porte della città di Arezzo.

Di questo impaludamento progressivo ne soffrirono molto tutti i territori pianeggianti della Valdichiana senese e aretina: Fabro, Monteleone, Città della Pieve, Cetona, Chiusi, Castiglione del Lago, Montepulciano, Torrita, Sinalunga, Cortona, Foiano, Lucignano, Monte San Savino, Castiglion Fiorentino, Civitella ed Arezzo tanto da essere citato più volte da Dante Alighieri nella sua “Divina Commedia” e da altri poeti del tempo. Le popolazioni che abitavano nel fondovalle iniziarono quindi quella storica migrazione che le portò ad insediarsi sui colli più elevati dando così origine agli attuali borghi-castellari sopraddetti che conosciamo oggi, vere perle di architettura medievale incastonate nelle dolci e sinuose colline della Valle di Chiana.

Nel 1338, fu Firenze che dopo aver conquistato Arezzo, vedute le acque insidiare la Città, ordinò al Comune Aretino il taglio della collina di Chiani. Fu realizzato il primo tratto del “fossatum novum” demolendo a piccone circa 400 metri di macigno toscano; questo canale consentì alle acque stagnanti della piana di San Zeno di invertire il loro corso cioè di confluire nel fiume Arno presso Ponte Buriano. Era iniziato quello storico fenomeno di inversione delle acque conosciuto in tutto il mondo denominato “ inversione della Chiana” .

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Breve storia della Valdichiana – Prima Parte

Inauguriamo oggi questa rubrica dedicata alla storia locale e alle radici identitarie della Valdichiana attraverso un racconto in più parti che ripercorrere le vicende storiche del nostro territorio. Attraverso gli…

Inauguriamo oggi questa rubrica dedicata alla storia locale e alle radici identitarie della Valdichiana attraverso un racconto in più parti che ripercorrere le vicende storiche del nostro territorio. Attraverso gli articoli di questa rubrica potrete scoprire curiosità locali, cronache di epoche passate e le origini dei paesi in cui viviamo: un viaggio a puntate alla scoperta delle nostre radici!

Valdichiana – Dagli etruschi ai romani

La Valdichiana costituisce uno dei territori geografici storicamente più umanizzati della nostra Nazione. Originariamente la sua estensione era di circa 90 chilometri con alle due estremità i territori delle città di Arezzo a Nord e di Orvieto a Sud. In questa valle vissero floridamente le popolazioni Etrusche di quattro delle dodici Città-Stato della storica Lega Etrusca e cioè: Arezzo (Arretium), Cortona (Cortonae), Chiusi (Clusium) e Orvieto (Urbe-Vetus).

Le abbondanti ed ottime produzioni agrarie della pianura e delle dolci colline della Valdichiana le hanno conferito sin dalle prime civiltà il celebre appellativo di “granaio d’Etruria”. In epoca Etrusco-Romana, la valle era bagnata dal fiume Clanis; questi aveva origine dalle colline di San Zeno e di Chiani ad Ovest della città di Arretium e la percorreva in direzione Nord-Sud sino a confluire nel fiume Tevere a circa cinque chilometri a valle della città di Orvieto, dopo aver ricevuto le acque del fiume Paglia.

Gli storici del tempo quali Tacito, Strabone, Plinio, descrivono la Valdichiana come una valle che dopo il tramonto degli Etruschi, con la colonizzazione Romana, venne attraversata da importanti infrastrutture stradali prima fra tutte la Via Consolare “Cassia Vetus” e da infrastrutture fluviali quali le opere di navigazione ed un funzionale sistema portuale sul fiume Clanis.

Lungo il corso di questo importante fiume, i Romani realizzarono porti fluviali ed opportune opere di trattenuta delle acque che consentivano anche in estate, in occasione delle “nundine” giorno di mercato a Roma, di trasportare i prodotti di tutta la valle, sino al porto di Pagliano presso la confluenza del fiume Tevere e da qui fino alla Capitale dell’Impero.

Nel 17 d.C. il Senato Romano, preoccupato delle ripetute alluvioni del fiume Tevere a Roma, propose, insieme ad altri interventi idraulici, di invertire il corso delle acque del fiume Clanis deviandolo sul fiume Arno, ma come descritto da Tacito nei suoi Annali, i messi Fiorentini, supplicando l’Imperatore che tale provvedimento sarebbe stato la rovina di “Florentia”, fecero sì che questo progetto non fosse realizzato.

Appuntamento alla prossima settimana con la seconda parte della rubrica storica!

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