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Tag: violenza

“Very Abnormal People” – Storie di ordinaria violenza al Teatro degli Orti

Il 23, 24 e 25 novembre 2018, va in scena Very Abnormal People – storie di ordinaria violenza, presso il Piccolo teatro degli Orti a Montepulciano, sede dell’associazione ARTEdaPARTE. Lo…

Il 23, 24 e 25 novembre 2018, va in scena Very Abnormal People – storie di ordinaria violenza, presso il Piccolo teatro degli Orti a Montepulciano, sede dell’associazione ARTEdaPARTE. Lo spettacolo è allestito a sostegno di Amica Donna in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne (il 25 novembre).

Lo spazio nel quale verrà allestito lo spettacolo ha un’aura vocazionale fortemente underground; per struttura e capienza, la sala in Vicolo degli orti 3 di Montepulciano è predisposta per diventare sempre di più un centro di ricerca drammaturgica – e più in generale nell’ambito delle arti performative – per quanto i posti a sedere siano limitati e le misure tecniche di palco ridotte. Ma c’è un elemento potenziale enorme, nella piccola sala (tra l’altro a pochi metri dal Teatro Poliziano): in una dimensione scenica piccola si rende necessario e assoluto il gesto dell’attore: vista la totale assenza di ornamento scenografico, la centralità visuale per l’auditorio è pura e si risolve in un unico punto di fuga.

Una piccola forma di “teatro della crudeltà”, così come era inteso da Antonin Artaud, il quale quando scrisse il manifesto del théâtre de la cruauté, non volle intendere la crudeltà come estetizzazione della violenza, inserita in un impianto drammaturgico, ma come riscatto del gesto e della parola rispetto al testo. Il testo fondativo del Teatro della Crudeltà, inserito poi nella macro-pubblicazione Il Teatro e il Suo Doppio (libro fondamentale per la storia del teatro del secondo novecento) impone al gesto teatrale una riflessione sul linguaggio: Artaud ne ricercava uno “crudele”,  che connettesse la metafisica della parola agli elementi scenici. Jacques Derrida scriverà, commentando le teorie artaudiane, che il teatro della crudeltà non è rappresentazione ma «vita stessa in ciò che ha di irrappresentabile» e «un trionfo della pura messa in scena». Rileggere questo libro, dopo aver osservato le prove di Very Abnormal People – storie di ordinaria violenza, non può non creare dei link tra le riflessioni sul corpo, sul linguaggio e sulla carne del teatro novecentesco e gli approfondimenti contemporanei sulla consapevolezza e la violenza di genere, l’ossessione para-sessuale della proprietà e la deflagrazione dei rapporti umani. Di crudeltà si parla, e con crudeltà artaudiana se ne parla, senza svelare l’artificio drammaturgico legato alla violenza, ma solo acuminando le sensazioni nel pubblico attraverso il potenziamento del gesto puro degli attori. La mise en scene al Teatro degli Orti di questo spettacolo diventa – purtroppo – necessaria, nel contesto storico e sociale che stiamo vivendo.

Abbiamo intervistato Ira Moering (pseudonimo di Emanuela Castiglionesi), che dirige lo spettacolo e segue gli attori nel laboratorio di espressione emozionale tenuto dalla stessa realtà associativa.

 LaV: Il tema della violenza di genere è malauguratamente ancora molto presente nei dibattiti e nelle cronache del contemporaneo. Quali sono le funzioni aggiuntive che il linguaggio drammaturgico può apportare alle riflessioni sul tema?

Ira Moering: Il problema non è il mezzo o il linguaggio che si usa, ma il messaggio che si manda. Penso che ogni canale sia buono e oggi ne abbiamo tanti a disposizione, ma per arrivare quel messaggio, deve avere un’intensità tale da scuotere le coscienze e farci fare i conti con noi stessi, con la nostra indolenza. La drammaturgia può molto, è attraverso l’Arte che si sono fatte le più grandi rivoluzioni! La letteratura, il teatro, il cinema, la musica, la pittura… arrivano dirette e spesso sono usate per combattere le ingiustizie, per parlare di pace, per raccontare storie. Noi utilizziamo il teatro e attraverso l’interpretazione di questi personaggi complessi, portiamo sia gli attori che gli spettatori a riflettere, a farsi domande, spesso a comprendere meglio storie e situazioni. In questi spettacoli che si definiscono “emozionali”, il pubblico si trova di fronte non tanto all’attore che racconta una vicenda, quanto al volto dell’amico, del parente, della compagna e l’interpretazione colpisce molto di più, la storia tocca molto più da vicino ed il messaggio arriva più intenso.

Purtroppo bisogna dire che la violenza di genere e nel caso specifico sulle donne, è una realtà dalla quale nessuno è immune; il più grande genocidio della storia dell’umanità, un vero e proprio olocausto che continua malgrado l’evoluzione, la tecnologia, la cultura ci abbiano reso così “civilizzati”. Le cronache riportano di continuo notizie di violenza, atti di estrema brutalità, di efferata cattiveria che però ci passano accanto nella quasi totale indifferenza, ormai abituati, assuefatti dalla routine di sentire ogni giorno: “Donna uccisa dal compagno!”, “Ragazza stuprata in centro!”, “Bambina seviziata e uccisa!”, “Anziana picchiata a morte!”, “Madre accoltellata insieme ai bambini!”… bruciata viva, fatta a pezzi, sfregiata, massacrata… i dettagli macabri fanno la differenza, stuzzicano il nostro lato oscuro, il nostro voyeurismo, la curiosità morbosa. Così, tanto più è complicato il caso, tanto più regge l’attenzione sulla notizia, ma poi passa e si dimentica e nulla cambia! Non ci sono leggi adeguate, punizioni esemplari, condanne pesanti… le vittime vengono lasciate sole, prima, durante e dopo…  le famiglie delle vittime vengono abbandonate al loro destino, orfani compresi, mentre i “mostri” diventano famosi.

Si giustifica ma soprattutto si giudica la vittima, i suoi comportamenti, il suo stile di vita, per trovare gli “errori” che ne hanno portato alla tragica fine. Perfino le manifestazioni, i cortei, le ricorrenze stanno diventando eventi abituali, divulgativi, quasi anacronistici. Gli Enti preposti a vigilare, tutelare, proteggere non sono sufficienti, adeguati, presenti o efficienti come dovrebbero spesso per mancanza di fondi, di personale, di spazi, etc… Intanto tutti parlano di prevenzione, ma sempre articolando i discorso al femminile, il tema dominante della propaganda è la difesa: le donne devono imparare a difendersi, ad evitare i maschi violenti, imparare a denunciarli, imparare a liberarsi da rapporti distruttivi, perché l’uomo è di natura cattivo e bisogna imparare a conviverci come con una bestia feroce. Perché non si parla mai al maschile? Le donne parlano alle donne, gli uomini parlano alle donne, ma nessuno parla agli uomini. Le associazioni antiviolenza sono solo per le donne, gli uomini non sono ammessi, neanche quelli che vorrebbero dare una mano e fare davvero la differenza, quelle maschili sono così rare che si contano a malapena. Ma gli uomini tacciono, non si schierano, non s’indignano di essere classificati come  “mostri latenti”, come “bestie”. Come si può cambiare la situazione così? Quale esempio lasciamo? Ma soprattutto perché gli uomini non rispettano le donne?

LaV: Che tipo di lavoro c’è stato alla base della costruzione di Very Abnormal People, sia per quanto riguarda l’apparato scenico sia per la preparazione degli attori?

IM: Un grandissimo lavoro! Premetto che l’idea è nata lo scorso anno, per partecipare attivamente alla lotta contro ogni tipo di violenza e di discriminazione, siamo andati in scena con “AB-Normal”, uno spettacolo, composto da monologhi sul Femminicidio, dove vittime e assassini si raccontavano in tutta la loro disperazione e tutta la loro ferocia. Un’altalena di sensazioni che ha emozionato, sorpreso, fatto riflettere e a tratti divertito con amara ironia. Lo spettacolo ha avuto forte impatto sul pubblico ma soprattutto è stata fonte di grande crescita personale per gli interpreti. Quest’anno abbiamo voluto replicare l‘evento, con un testo tutto nuovo, a tratti più cupo. Ci sono storie terribili, che vanno dalla violenza domestica allo stupro, fino al femminicidio, storie con le quali è difficile rapportarsi. Per affrontare questi personaggi è necessaria una intensa preparazione fisica e mentale, la maggior parte degli interpreti non sono attori professionisti e alcuni sono allievi, ma è una preparazione a cui si sono dovuti sottoporre anche gli attori più esperti per arrivare a dare interpretazioni credibili. Una sfida, una vera e propria prova attoriale, un grande impegno e una grande fatica che è stata affrontata da tutti con tanto entusiasmo. Da circa due mesi ogni Attore lavora in sessioni singole da due ore, andando a ricostruire ogni dettaglio caratteriale, posturale, emotivo del proprio personaggio. Un gran lavoro che, siamo certi, darà i suoi frutti e… inchioderà il pubblico!!!

LaV: Questo tipo di lavoro è parte di una progettualità più grande: quali sono le attività ulteriori (e complementari) portate avanti dall’associazione?

IM: L’Associazione “ARTEdaPARTE” nasce con l’intento di educare all’Arte, attraverso spettacoli, corsi, laboratori, stage, workshop e dare uno spazio creativo a chi non può permettersi i canali ufficiali: teatri, auditorium, sale etc per promuovere il proprio talento. Abbiamo uno spazio attrezzato, sede dell’associazione, che noi chiamiamo “Il Piccolo Teatro degli Orti”, che ha una capienza massima di pubblico di 30 persone, un palco di mt 4×4, tre faretti a LED, due diffusori audio, camerino, servizi; dove svolgiamo le nostre attività e che su richiesta può essere concesso ai nostri associati. Tra le nostre varie attività, da alcuni anni è attivo il Laboratorio di Espressione Emozionale nel quale formiamo alla costruzione scenica del personaggio con lo studio specifico delle emozioni, della mimica espressiva, della voce, della respirazione, del movimento e della postura. Una didattica rivolta sia a chi si avvicina per la prima volta al teatro, sia e soprattutto, a chi già svolge attività artistica e desidera affinare le tecniche teatrali di espressione. Una metodologia che proponiamo anche alle scuole superiori, in alternativa al classico laboratorio teatrale, perché aiuta i ragazzi a conoscere meglio se stessi e gli altri, migliorando la qualità dei rapporti sociali, andando a lavorare sullo studio delle emozioni primarie. Il laboratorio si svolge ogni venerdì dalle ore 21,15 alle 23,30 e invitiamo tutti a venire a curiosare, la prima prova è senza impegno! Lo scorso anno è nata una nuova sezione con “ARTEdaPARTE Historia”, un Gruppo che si occupa di Rievocazione Storica, proponendo performance e spettacoli di vario genere. Con l’occasione ha preso il via il I° Livello del “Percorso di Formazione e Addestramento alla Nobile Arte Cavalleresca”. Questo percorso che si sviluppa su tre livelli di preparazione, affronta la formazione del cavaliere medievale, attraverso lo studio del codice cavalleresco, della disciplina, della spiritualità e del simbolismo. Unendo la parte didattica all’attività fisica, con la guida di Istruttori di Lotta e Arti Marziali e dei migliori Istruttori Nazionali di Scherma Storica quali: A. Conti della “ASD Fiore De’ Liberi” di Roma , A. Morini e A. Nicosia della “Sala d’Arme Marozzo” di Roma; che hanno mostrato le tecniche storiche di utilizzo di bastone, spada, spada e brocchiero e spada a due mani. Il I° livello si è concluso il 30 settembre con la consegna degli attestati di partecipazione e di passaggio al livello successivo, che ripartirà in primavera. Diamo a tutti appuntamento ad Aprile per un nuovo inizio dei corsi! Su richiesta sono disponibili lezioni private o di gruppo, di recitazione, dizione, comunicazione, portamento, scrittura creativa, regia teatrale, trucco di scena. Quattro workshop specifici sulla costruzione del personaggio cattivo, del personaggio psicopatico, del personaggio innamorato e sugli schemi emotivi, rivolti a chi ha già esperienza teatrale o alle scuole di recitazione, per ampliare il pacchetto formativo. E tanti nuovi progetti…

LaV: Queste pratiche mettono insieme persone che vengono da esperienze molto diverse fra loro, distribuite sul territorio. Quali potenzialità ci sono e quali obiettivi è possibile raggiungere nella dimensione locale in cui state lavorando?

IM: Tra gli spettacoli, i corsi e le vari attività cerchiamo sempre nuove collaborazioni che permettano a tutti di condividere esperienze diverse e proporre nuovi progetti. Noi crediamo che la collaborazione, soprattutto tra le piccole realtà artistiche, sia fondamentale. E’ attraverso lo scambio e l’aiuto reciproco che si cresce e si migliora. Per questo cerchiamo di unire più persone possibili attraverso attività nuove che ne stimolino la creatività. Purtroppo, mentre alcune discipline artistiche sono ampiamente riconosciute, il Teatro sembra avere ancora un ruolo quasi di nicchia, per pochi, secondario. Noi crediamo invece che sia necessario riportare la gente a teatro, incentivando le piccole compagnie, valorizzando il talento e la creatività, formando fin dall’infanzia per creare non solo artisti, ma soprattutto, un pubblico più interessato e attento.

Stiamo lavorando con l’obiettivo di diventare scuola, progetto che abbiamo proposto e che speriamo ci venga appoggiato e sostenuto, per ampliare l’offerta di formazione artistica già presente nel territorio comunale, con l’Istituto di Musica e il Cantiere Internazionale. Il motto è: “EDUCARE all’ARTE”, valorizzare i talenti, scoprirne e formarne di nuovi, migliorare la qualità della preparazione artistica e riunire in un unico ingranaggio tanti piccoli meccanismi.

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Scarpette Rosse – Centri antiviolenza e codice rosa, dalla spirale della violenza di genere si può uscire

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro le scarpe enormi…

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro le scarpe enormi di mamma. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

È proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la rubrica: ‘Scarpette rosse’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

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“Conosceva i miei punti deboli, a quelli si aggrappava per ricattarmi. Io non sapevo ribellarmi, avevo troppa paura delle sue reazioni e pensavo che nessuno potesse aiutarmi, diceva di amarmi ma subito dopo mi faceva sentire una nullità, fino a quando…” . È difficile mettere per iscritto quello che prova una donna che subisce violenza, che sia essa psicologica, verbale o fisica, tanto più difficile è trovare il coraggio di denunciare il fatto di averla subìta.

I casi di cronaca aumentano e nel 2018, in Italia, già possiamo contare 25 femminicidi, l’ultimo registrato proprio nella nostra regione, a Prato dove un ragazzo di 25 anni ha ucciso la ex fidanzata di 30, prima di togliersi a sua volta la vita. L’omicida si chiamava Federico Zini ed era un calciatore del Tuttocuoio, società di Lega Pro di Ponte a Egola, la vittima è invece Elisa Amato, una bellissima ragazza commessa in un negozio di moda.

Elisa, come Laura, Pamela o Jessica, donne a cui è stata tolta la voglia di vivere, i sogni e i progetti, da quelle persone che le avrebbero dovute proteggere per tutta la vita. Nel 2017 sono state 121 le donne uccise, e la violenza almeno nella metà dei casi è arrivata dai partner o dagli ex. In molti casi, alla furia di questi uomini assistono anche i figli, testimoni innocenti e indifesi di questa violenza.

A sostegno delle donne vittime di violenza di genere c’è la rete dei centri antiviolenza che in tutt’Italia può essere contattata attraverso il numero nazionale 1522. Chi si sente annullato dall’altro, chi subisce violenza fisica o verbale può fare questo numero o può rivolgersi al suo medico di famiglia o al Pronto Soccorso o al 118 o al Consultorio o alle forze dell’ordine. Nella massima riservatezza verrà attivato un percorso di ascolto e protezione per uscire dalla violenza. La Asl Toscana sud est, insieme alle altre istituzioni,  è in grado di assicurare una risposta efficace alle vittime di violenza, garantendo una presa in carico e un accompagnamento nel percorso dedicato, con il sostegno di un team multidisciplinare.

Il Codice Rosa è un progetto nato a Grosseto nel 2010 con l’obiettivo di aiutare le donne che hanno subìto violenza. Attualmente è una Rete clinica tempo-dipendente e definisce le modalità di accesso ed il percorso socio-sanitario, in particolare nei servizi di emergenza urgenza delle donne vittime di violenza di genere in linea con le linee guida nazionali e delle vittime di violenza causata da vulnerabilità o discriminazione. Definisce anche le modalità di allerta ed attivazione dei successivi percorsi territoriali, nell’ottica di un continuum assistenziale e di presa in carico globale.”

Nel 2017, il Codice Rosa della Asl Toscana sud est (Arezzo, Siena e Grosseto) ha contato 763 accessi: 684 di adulti (664 casi di maltrattamento, 12 di abusi e 8 di stalking) e 79 di minori (73 casi di maltrattamento e 6 di abuso). Per gli adulti la fascia di età più colpita è quella tra i 40 e i 49 anni (180 accessi); seguono la fascia 30-39 (163 accessi) e la fascia 18-29 (157 accessi). La distinzione per sesso vede 616 donne e 68 uomini. La distinzione per nazionalità: 487 italiani e 197 stranieri. Mentre per i minori la fascia di età più colpita sono gli adolescenti tra i 15 e i 17 anni (27 accessi); segue la fascia 7-11 anni (19 accessi) e quella 12-14 anni (18 accessi). Tra i minori sono i maschi quelli più soggetti a violenza (42, contro 37 femmine). Restano superiori i numeri degli italiani (57) rispetto agli stranieri (22).

Dal 2012 al 2017, nei Pronto soccorso della Toscana si sono registrati 17.363 casi di Codice Rosa (14.940 adulti, nella stragrande maggioranza donne, e 2.423 bambini). Nel 2017 sono stati 3.142 (2.592 adulti e 550 bambini).

Da considerare che questi dati non comprendono i numerosi casi di chi non ha la forza di chiedere aiuto. Proprio per cercare il più possibile di aiutare le donne che hanno subìto violenza a denunciare, i centri antiviolenza chiedono a chiunque venga a conoscenza di forme di discriminazione, violenza psicologica o fisica, anche se non coinvolto in prima persona, può abbattere la più grande alleata della violenza che è la solitudine in cui spesso si trovano le vittime e aiutare ad attivare un percorso di sostegno.

Ognuno di noi può diventare la voce di chi non può parlare perché  bloccato dalla paura o dai sensi di colpa. Aiutare una vittima dalla violenza, vuol dire anche aiutare il suo persecutore per il quale inizierà un percorso riabilitativo ed educativo a comportamenti non violenti.

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Scarpette Rosse – Codice Rosa: nel 2017 oltre 3mila casi di maltrattamenti e abusi in Toscana

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi….

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

È proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la nuova rubrica: ‘Scarpette rosse’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

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Sono 3.142 i casi di maltrattamenti e abusi riscontrati nel 2017 e approdati al codice rosa nei pronto soccorso della Toscana: 2.592 i casi di maltrattamenti, abusi e stalking su adulti e 550 sono maltrattamenti e abusi su minori.

Le storie di violenza di genere, possono sembrare una serie di eventi episodici, occasionali e spesso influenzati da fattori di disagio personale, ma in realtà sono storie drammatiche, tutte diverse, in cui si può fingere di non individuare elementi e fattori comuni. Se invece, le storie di violenza, si guardano un pò più da lontano si può notare quanto la violenza di genere faccia parte di una cultura, anzi fa talmente parte del nostro contesto, sia per chi la copie sia per chi la subisce, che spesso è anche difficile da denunciare. La violenza è dunque percepita come un problema individuale da nascondere per la debolezza che lascia trasparire, da non condividere per lo stigma che si porta dietro e perché parlarne con qualcuno è spesso impossibile.

Ed è proprio per contrastare la violenza di genere e quindi rispondere ai bisogni concreti delle donne vittime di violenza che nel 2010 nella Asl 9 di Grosseto è nato, come progetto pilota, il percorso Codice Rosa con la finalità di assicurare un più efficace coordinamento tra le diverse istituzioni e competenze, per dare anche una risposta efficace già dall’arrivo della vittima di violenza in pronto soccorso. Nel 2011, con la sottoscrizione del protocollo d’intesa tra la Regione Toscana e la Procura Generale della Repubblica di Firenze, diventa un progetto regionale. Il Progetto regionale Codice Rosa prevede percorsi gender sensitive di accoglienza, cura e tutela delle persone vittime di violenze e abusi. Nel gennaio 2014 si completa la diffusione a livello regionale con l’estensione della sperimentazione a tutte le Aziende sanitarie toscane.

Ma come funziona il percorso codice rosa? In ogni pronto soccorso degli ospedali toscani c’è una corsia riservata e un team multidisciplinare che si prende cura delle persone vittime di violenza di genere e ad altre vittime di violenza sottoposte a discriminazione, con un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere .

Il Codice Rosa è lo spazio in cui un attento ascolto permette di cogliere una situazione di violenza attuale o pregressa anche a partire da uno stato di malattia come effetto indiretto ed è il luogo in cui si possono ricevere le prime informazioni o le risposte necessarie dalle operatrici specializzate. Questo percorso permette un confronto continuo tra l’operatrice specializzata in violenza di genere e il personale psico-sociale e sanitario sui singoli casi e sulla violenza in quanto fenomeno sociale. Offre, inoltre, la possibilità di documentare l’attività svolta e promuovere ricerche epidemiologiche e qualitative del fenomeno, monitorando e validando le prassi adottate, offre anche la possibilità di svolgere un ‘approccio prognostico’, permette di individuare i fattori predittivi di un probabile rischio di recidiva della violenza e di realizzare un piano efficace di gestione e contrasto della stessa.

Il Codice Rosa è diventato sempre di più un percorso di tipo sociosanitario per far sì che una donna non venga poi abbandonata una volta uscita dal pronto soccorso. La Rete regionale Codice Rosa collega e coordina tutte le forze che all’interno del servizio sanitario toscano lavorano per offrire alle vittime di violenza e abusi un aiuto pronto e tempestivo, articolato e complesso.

Nel 2016 è stata costituita la Rete regionale Codice Rosa per gli interventi a favore di persone adulte e minori vittime di violenze e/o abusi. La Rete regionale Codice Rosa è un sistema in grado di attivare connessioni tempestive ed efficaci per fornire risposte immediate alle esigenze di cura delle persone, per il riconoscimento e la collocazione in tempi rapidi del bisogno espresso all’interno di percorsi sanitari specifici.

Dal 2012 al 2016 i dati degli accessi al codice rosa dei pronto soccorsi della Regione Toscana sono aumentati, mentre nel 2017 si è registrato un leggero calo. Nel 2012 erano soltanto cinque le Asl toscane coinvolte e i casi sono stati in totale 1.455 (1.314 adulti, 141 minori). Nel 2013 si sono aggiunte le Asl mancanti e le Aou Careggi e Meyer e sono stati registrati 2.998 casi (2.646 adulti e 352 minori). Nel 2014 con l’aggiunta delle Asl 1, 3, 7, 10 e le Aou Senese e Pisana, la copertura del territorio toscano era completa: 3.268 casi (2.827 adulti e 441 minori). Nel 2015 sono stati registrati 3.049 casi (2.623 adulti e 426 minori), nel 2016 3.451 casi (2.938 adulti e 513 minori) e nel 2017: 3.142 casi (2.592 adulti e 550 minori). In totale, dunque, dal 2012 al 2017 sono stati 17.363 casi, di cui 14.940 su adulti e 2.423 su minori.


Sitografia

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Gli abusi sono soprattutto in famiglia: i dati della violenza di genere

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi….

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

È proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la nuova rubrica: ‘Scarpette rosse’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

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Purtroppo, a pochi giorni dall’inizio del 2018, dobbiamo già registrare il primo episodio femminicidio dell’anno avvenuto a Catania dove a perdere la vita è stata una donna accoltellata dal marito davanti ai loro due figli.

Secondo la ricostruzione fatta dalla forze dell’ordine a dare l’allarme sarebbe stati proprio i figli della coppia che hanno avvisato le assistenti del Cara di Mineo, luogo dove risiedeva la donna assieme ai figli, ma appena arrivati i medici non hanno fatto altro che accertare il decesso della madre. La donna era arrivata nella struttura nel dicembre del 2016 ed era in attesa del riconoscimento di rifugiato politico e, sembra, che per questo fosse contraria a seguire il marito nel Nord che nei giorni precedenti era arrivato a Mineo per convincerla. Il marito è stato fermato con l’accusa di omicidio volontario con le aggravanti di avere agito per futili motivi e con crudeltà. Le indagini hanno permesso di appurare che il marito si sarebbe recato a trovare la moglie ed i figli e al culmine di una lite ha colpito la donna con un coltello da cucina lungo 13 centimetri trovato accanto al corpo della donna sporco di sangue, e poi dandosi alla fuga.

Partendo dal primo episodio di femminicidio del 2018 andiamo a vedere quanti sono stati i casi di violenza e/o di femminicidio ci sono verificati nel 2017 e quante donne hanno avuto il coraggio di denunciare e si sono rivolte ai centri di competenza.

Secondo il rapporto Eures sul femminicidio sono 114 le donne vittime di violenza nei primi 10 mesi del 2017. Tra il 2015 e il 2016 il numero di femminicidi in Italia è tornato ad aumentare, passando da 142 a 150 (+5,6%), soprattutto a causa di una forte crescita del fenomeno nelle regioni del Nord e del Centro. Sempre nel 2016 a livello regionale il numero più alto di femminicidi lo si è registrato in Lombardia (25 vittime), seguita da Veneto (17), Campania (nonostante un calo dei casi, passati 31 a 16), Emilia Romagna (13). Nello scorso anno il 76,7% dei femminicidi è maturato in un contesto familiare e affettivo, con una forte connotazione negativa data da possesso e gelosia, ma anche dall’isolamento e dal disagio. Dal 2000 a oggi le donne vittime di omicidio volontario nel nostro Paese sono state 3mila: nel 2016 i femminicidi sono tornati a crescere rispetto all’anno precedente (+5,6%, da 142 a 150), trend sostanzialmente confermato dai 114 casi – più di uno ogni 3 giorni – dei primi dieci mesi di quest’anno.

Inoltre, dai dati SINIACA-IDB del 2015-2016 emerge che per le donne vittime di violenza in età fertile (15-49 anni), oltre il 35% dei casi è dovuto ad aggressione da parte del coniuge o partner sentimentale (nei maschi è meno del 10%). Quasi l’85% dei casi di violenze su donne è compiuta da conoscenti (nei maschi tale percentuale è inferiore al 40%).

In Toscana, secondo i dati REVAMP coordinati dalla sorveglianza dell’Istituto Superiore di Sanità e dall’Ospedale Galliera di Genova presentati al Ministero della Salute, tra il 2006 e il 2016, sono stati registrati 101 femminicidi di queste 75 sono italiane e 26 straniere, nel 76,2% dei casi l’assassino è di nazionalità italiana.

Ovviamente la cosa da fare in questi casi, come ho sempre scritto in questa rubrica, è denunciare e non avere paura. Dal 1° luglio 2009 al 30 giugno 2017 circa 18.939 donne si sono rivolte ad un centro antiviolenza in Toscana, soprattutto per violenze reiterate nel tempo attraverso atti di persecuzione psicologica, fisica ed economica. Nell’83% dei casi la violenza è stata operata dal partner o dall’ex. Nell’ultimo periodo di rifermento (luglio 2016-giugno 2017) è stato registrato il numero più elevato di richieste con un incremento del 22,5% rispetto all’anno precedente.

Le donne che si rivolgono al centro antiviolenza sono donne con un livello di istruzione medio-alto, occupate e che subiscono violenza fuori dalle mura domestiche, dall’ex o dal partner non convivente. Per quanto riguarda le straniere, sono in aumento le donne che vivono in una situazione di estrema fragilità economica: donne sole, senza un lavoro fisso.

L’altra faccia della violenza di genere è rappresentata dalla violenza assistita, cioè il dramma vissuto dai figli che vedono, o percepiscono, le proprie madri subire violenza all’interno delle mura domestiche da parte del padre. In questo caso potrebbe rientrare il fatto accaduto a Catania. Solo nel 2016 sono stati 1298 i casi di questo tipo registrati, non solo, l’Istituto degli innocenti ha rivelato un progressivo aumento del numero dei bambini e ragazzi vittime di maltrattamenti.

Un altro mezzo utile per aiutare le donne sopravvissute alla violenza è il ‘Codice Rosa’, un codice per identificare un percorso di accesso al pronto soccorso riservato a tutte le vittime di violenza. Dal 1 gennaio 2013 al 30 giugno 2017 gli accessi sono stati 10.219, di cui 2.577 rilevati negli ultimi dodici mesi.

Pe quanto riguarda i consultori, invece, nel 2016, le donne che vi sono rivolte sono state 596 di cui 81 minorenni, in cui circa il 43,8% del totale sono stati maltrattamenti psicologici, il 36,8% maltrattamenti fisici, l’11,8% negligenza genitoriale e il 7,5% maltrattamenti sessuali.

Non solo le donne, anche gli uomini che riconoscono di tenere un comportamento violento nei confronti del loro partner, possono chiedere aiuto ai centri per uomini autori di violenza. Dal 1 luglio 2016 al 30 giugno 2017 nei quattro centri presenti in Toscana sono stati presi in carico 89 casi, 67 dei quali sono uomini italiani. In circa un quarto dei casi la decisione di rivolgersi ai centri è avvenuta su iniziativa spontanea da parte dell’uomo, in 11 casi è stata invece determinante la spinta da parte della partner o dell’ex, in altri 7 casi sono stati altri familiari o amici a indirizzare l’uomo.


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Molestie sessuali sul lavoro, perchè ne parliamo solo oggi?

L’articolo 26 del Decreto Legislativo 198/2006: “le molestie sessuali sono comportamenti indesiderati, posti in essere per ragioni connesse al sesso, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di…

L’articolo 26 del Decreto Legislativo 198/2006: “le molestie sessuali sono comportamenti indesiderati, posti in essere per ragioni connesse al sesso, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo. Sono altresì considerate molestie sessuali quei comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo. Sono considerati discriminazioni anche quei trattamenti sfavorevoli da parte del datore di lavoro che costituiscono una reazione ad un reclamo o ad una azione volta ad ottenere il rispetto del principio di parità di trattamento tra uomini e donne”.

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Dopo il caso Weinstein, il potente produttore di Hollywood che avrebbe molestato sessualmente decine di donne tra attrici, assistenti e dipendenti che negli anni hanno lavorato con lui,  l’argomento delle molestie sessuali sul lavoro è tornato a far parlare di sé. Un problema che, in realtà, nella nostra società c’è sempre stato, ma che abbiamo continuato sempre ad ignorare.

Le molestie sessuali sul posto di lavoro non sono solo una questione confinata al mondo dello spettacolo. Non è solo quando a denunciare è un’attrice di Hollywood che dobbiamo gridare allo scandalo: dobbiamo indignarci allo stesso modo se si tratta di un’impiegata, una giornalista, una commessa, una dottoressa o un’operaia. Le numerose denunce lanciate in questi giorni da tante donne, non fanno altro che sottolineare le condizioni di insicurezza e impotenza in cui molte donne sono state costrette a lavorare: c’è ancora molta strada da fare per garantire i loro diritti.

C’è un’indagine, unica in questo ambito, condotta da Linda Laura Sabbadini e Maria Giuseppina Muratore per l’Istat nel 2008-2009 sui casi di molestie sessuali subite dalle donne sul posto di lavoro in Italia, che rivela che sono un milione 224 mila le donne che hanno subito molestie o ricatti sul posto di lavoro, pari all’8,5% delle lavoratrici attuali o passate, incluse le donne in cerca di occupazione.

Negli ultimi tre anni, 347 mila donne (il 2,4%) ha subito questo tipo di abusi. Le molestie rappresentano il 31,2% di queste situazioni, mentre i ricatti e le richieste di disponibilità costituiscono il restante 68,8%, con una quota di circa il 35% costituito dalle sole richieste di disponibilità sessuale.

Le donne che cedono ai ricatti lo fanno principalmente illudendosi di poter essere assunte, oppure per mantenere il posto di lavoro o per fare carriera. Ciò che accomuna le vittime di molestie sessuali in questo campo è il fatto di avere un titolo di studio elevato.

Nel 75,9% dei casi la vittima subisce un solo ricatto dalla stessa persona, ma la frequenza è molto diversa a seconda del tipo di minaccia: tra i ricatti per assunzione, il 19,1% delle vittime ne ha subito più di uno dalla stessa persona, mentre per le richieste di disponibilità, la quota delle donne che ha avuto più di un episodio è pari al 16,6%, contro il 43,3% dei ricatti sessuali per carriera o per mantenere il posto di lavoro. La frequenza dei ricatti è maggiore tra le donne che lavorano nel commercio, nelle attività immobiliari e informatiche, nelle attività manifatturiere, nella sanità e altri servizi sociali, nonché negli alberghi e nei ristoranti.

Quando una donna subisce un ricatto sessuale, nell’81,7% dei casi non ne parla con nessuno sul posto di lavoro. Solo il 18,3% di coloro che hanno subito ricatti nel corso della vita hanno raccontato la loro esperienza, soprattutto ai colleghi. Un dato sconcertante che emerge dall’analisi è che quasi nessuna delle vittime abbia denunciato l’episodio alle forze dell’ordine, perché molte delle intervistate hanno ritenuto di poco conto la gravità dell’episodio, essendosela cavata da sole o con l’aiuto dei familiari. La loro scelta è solitamente dettata anche dalla mancanza di fiducia nelle forze dell’ordine o dalla propria reticenza a denunciare per paura di essere giudicate e/o trattate male al momento della denuncia. Molte donne, per sottrarsi alla situazione di violenza, hanno cambiato lavoro.

A conferma di questi dati c’è anche la Uil, che ha attivato sportelli di ascolto in tutta Italia e che ogni giorno si trova a raccogliere richieste di aiuto che arrivano in maniera quasi univoca da donne (63% dei casi), lavoratrici che denunciano soprattutto casi di mobbing (67%) e di stalking (10%).

Ci sono poi una sequenza di fattori per il quale le donne, al momento della denuncia, spesso non vengono credute: ad influire molto è il fattore ‘la mia parola contro la tua’, in quanto le molestie avvengono all’oscuro degli altri colleghi e che quindi, non avendo testimoni che possano confermare o smentire il fatto, risulta ancora più difficile decidere di denunciare. Inoltre, esiste la percezione che il datore di lavoro di rimarrebbe comunque impunito qualcosa fosse accusato di molestie. Tutto questo spinge le donne a isolarsi e ad abbandonare il posto di lavoro. Proprio per questo, se le denunce arrivano, come dimostrato dal caso Weinstein, arrivano a distanza di anni e quando non si ha più alcun legame con quel datore di lavoro. Il denunciare a distanza di anni rende libera la persona, ma allo stesso tempo non la tutela perché diventa impossibile ricostruire l’esatta dinamica dei fatti e/o accertare se la molestia è avvenuta o meno e quindi prendere provvedimenti per aiutare altre donne.

Quindi, il miglior modo di agire quando si subiscono molestie sul posto di lavoro è denunciare subito l’accaduto. In aiuto a questo, c’è un decalogo a cura di Rosa M. Amorevole, esperta in materia di lavoro e contrasto alle discriminazioni e dal 2008 consigliera di Parità per l’Emilia Romagna, nel quale, oltre a spiegare cosa sono le molestie sul lavoro, Rosa cerca anche di fornire strumenti utili su come riconoscerle, su come difendersi e soprattutto su come superare la paura di denunciare. Il decalogo è già stato adottato anche da alcune grandi aziende.

È chiaro che non ci dovrebbe essere un tempo giusto o sbagliato per raccontare e portare alla luce le violenze subite sul posto di lavoro, che come la casa, dovrebbe essere un posto sicuro, l’importante per una donna è sentirsi libera dal senso di frustrazione per ciò che ha dovuto subire e non sentirsi mai sola, come dimostrato dalle conseguenze che fanno da eco alle attrici di Hollywood molestate.


Sitografia:

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Scarpette Rosse – Ricordare le vittime di violenza di genere per combatterla

Antoneta Balan, una donna rumena di 42 anni, è stata barbaramente uccisa lo scorso 13 luglio a Montepulciano dal suo ex convivente. Secondo le ricostruzioni delle forze dell’ordine, l’ex compagno…

Antoneta Balan, una donna rumena di 42 anni, è stata barbaramente uccisa lo scorso 13 luglio a Montepulciano dal suo ex convivente. Secondo le ricostruzioni delle forze dell’ordine, l’ex compagno si è presentato a casa delle due signore che assisteva Antoneta, ha fatto irruzione nell’appartamento, ha preso un coltello dalla cucina e avrebbe inseguito la donna per poi infierire su di lei più e più volte. L’uomo ha poi gettato il coltello dalla finestra e si dato alla fuga. La donna, trasportata all’ospedale di Nottola, è stata poi trasferita d’urgenza all’ospedale di Siena, dove è morta per arresto cardiaco e per le gravi lesioni riportate al colon, al fegato e al polmone. Attualmente il suo ex convivente è in carcere in attesa di processo

Antoneta è solo una delle 83 donne che da inizio anno ad oggi sono rimaste vittime di violenza di genere, una vittima ogni tre giorni. Negli ultimi dieci anni le donne uccise in Italia sono state 1.740, di cui 1.251 (il 71,9%) in famiglia. Al femminicidio si aggiungono violenze quotidiane che sfuggono ai dati ma che, se non fermate in tempo, rischiano di fare altre vittime: sono infatti migliaia le donne molestate, perseguitate, aggredite, picchiate, sfregiate. Quasi 7 milioni, secondo i dati Istat, quelle che nel corso della propria vita hanno subito una forma di abuso. È una vera e propria strage.

La fiaccolata che si è svolta a Montepulciano il 13 ottobre scorso, organizzata dal Centro Antiviolenza Amica Donna Onlus, in collaborazione con l’Unione dei Comuni della Valdichiana Senese, non è stata solo un’occasione per ricordare Antoneta Balan, ma è stato anche un momento per riflettere sul fenomeno del femminicidio e sulla violenza di genere, problemi del quale neanche il nostro territorio è immune.

Il presidio è nato dalla volontà di aiutare le donne che hanno subito violenza, per far trovare loro il coraggio di denunciare e reagire, perché gli uomini che uccidono siano fermati e indirizzati presso i centri che agiscono contro questo atteggiamento e per far sì che la violenza non sia più il destino di molte donne, e dei minori che assistono.

Tanti i momenti di raccoglimento intervallati da letture e brani musicali, per riflettere sulla violenza di genere e sulle conseguenze che essa genera attraverso tutti i linguaggi che abbiamo a nostra disposizione, dalla letteratura alla musica, dal giornalismo alla poesia.

Assunta Bigelli, presidente del Centro Antiviolenza della Valdichiana Amica Donna Onlus, si è detta molto contenta della partecipazione all’iniziativa perché è estremamente importante tenere alta l’attenzione sul problema della violenza di genere, anche perché quando si verifica un fatto di violenza, a risentirne non è solo la famiglia della vittima o della persona coinvolta, ma è tutta la comunità.

Gessica Nisi, presidente del Centro Pari Opportunità dell’Unione dei Comuni della Valdichiana senese, ha invece spiegato come il Centro stia rivedendo tutti i suoi protocolli sulla base anche del Codice Rosa, un percorso di accesso al pronto soccorso riservato a tutte le vittime di violenza. La rete Codice Rosa è costituita da tutti i nodi che concorrono alla erogazione di risposte sanitarie, in emergenza e nell’immediata presa in carico successiva, per le diverse tipologie di vittime di violenza, mediante percorsi specifici dedicati ai diversi target. Attraverso gli organismi di governo della rete Codice Rosa viene assicurata la collaborazione ai livelli istituzionali di coordinamento e la partecipazione ai gruppi tecnici già presenti o attivati successivamente in materia.

Alla fiaccolata era presente anche la dottoressa Anna Paramstrahler, che è stata vicepresidente di Di.ReDonne in Rete contro la violenza”, la prima associazione italiana a carattere nazionale di centri antiviolenza non istituzionali e gestiti da associazioni di donne, nonché membro della Commissione sul Femminicidio al Senato. La dottoressa Paramstrahler ha spiegato come stanno lavorando in Senato per far luce su tutti i casi di femminicidio avvenuti in Italia:

“Purtroppo in Italia ancora non c’è la capacità di reagire a questo grave problema del femminicidio. Ogni donna che viene uccisa ha la sua storia e quindi per ognuna di essa si dovrebbe trovare una soluzione che sfortunatamente o non ci sono o non bastano le misure intraprese. Molte volte le donne hanno denunciato e non è stato fatto niente. Oltre al femminicidio dobbiamo anche parlare di altri tipi di violenza, violenza di genere ma anche economica, psicologica, per cui è facilmente riconducibile ad un problema culturale che deve essere la società a cambiarlo. Non servono solo le leggi, ma è necessario applicarle”.

Particolarmente toccanti i brani, interpretati da Anna Iannunzio, tratti dallo spettacolo di Serena Dandini ‘Ferite a morte. Lo sapevano tutti’. Un rapido susseguirsi di storie di donne morte, uccise per mano dei loro mariti, compagni, ex fidanzati, ma anche fratelli e padri, il movente? Condizionamenti sociali, influenze religiose, rapporto morbosi, il considerare la donna come un oggetto, la smodata possessività e la gelosia morbosa.

I brani tratti dal libro di Liliana Angheluta, una donna rumena che vive da tanti anni in Italia, ‘Ciliegie Amare’ e interpretati da Giovanna Vivarelli, hanno invece fatto riflettere  sul fenomeno migratorio delle donne rumene dal loro paese d’origine per arrivare in Italia, o in qualsiasi parte del mondo, in cerca di un futuro migliore.

Un futuro migliore e con più giustizia come quello che auspicano tutte le donne vittime di violenza, e l’intera comunità, che sia un paese, una città o una nazione intera. Per il nostro territorio ospitare un evento come quello del 13 ottobre, in cui è stata ricordata una donna morta per mano di un uomo violento, è stato un atto insolito, ma doveroso non solo per la memoria ma per urlare a gran voce che nessuno è immune alla violenza, qualsiasi essa sia.  

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Ai centri antiviolenza le briciole dei fondi stanziati

Riceviamo e pubblichiamo: Tremila euro l’anno per due anni: è quanto il Governo intende assegnare a ognuno degli storici Centri Antiviolenza e alle Case Rifugio che operano con efficacia da…

Riceviamo e pubblichiamo:

Tremila euro l’anno per due anni: è quanto il Governo intende assegnare a ognuno degli storici Centri Antiviolenza e alle Case Rifugio che operano con efficacia da decenni e in regime di volontariato. È in questa esperienza che si radicano il sapere e il metodo che consentono a tante donne di salvarsi la vita, e di ritrovare autonomia e libertà. Ma quei soldi non basteranno neanche per pagare le bollette.

A chi andranno gran parte degli stanziamenti (circa 15 milioni di euro)?

Alle Regioni, che finanzieranno progetti sulla base di bandi: la scelta è quella di sostenere “centri” e sportelli istituiti last minute, oltre che di istituzionalizzare i percorsi di uscita dalla violenza delle donne.

Apprendiamo dalla stampa – il Sole 24 Ore del 27 giugno 2014 – le incredibili modalità di riparto dei fondi -17 milioni di euro- stanziati dalla L. 119/2013 detta contro il femminicidio per gli anni 2013/14.

Secondo una mappatura in base a criteri illeggibili, di questi 17 milioni ai 352 Centri Antiviolenza e Case Rifugio toccheranno solo 2.260.000 euro, circa 6.000 euro per ciascun centro.

Inoltre tutti i centri, pubblici e privati, saranno finanziati allo stesso modo, senza tenere conto del fatto che diversamente dai privati i centri pubblici hanno sedi, utenze e personale già pagati.

Questa scelta del Governo contravviene in modo netto alla Convenzione di Istanbul per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, che l’Italia ha ratificato e che entrerà in vigore il prossimo 1° agosto, la quale prevede siano destinate:

“adeguate risorse finanziarie e umane per la corretta applicazione delle politiche integrate, misure e programmi per prevenire e combattere tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione, incluse quelle svolte da organizzazioni non governative e dalla società civile” (Articolo 8).

Nella Convenzione si privilegia il lavoro dei centri di donne indipendenti, mentre il Governo Italiano sceglie di destinare la maggior parte dei finanziamenti alle reti di carattere istituzionale.

L’idea è che la politica non intenda rinunciare a “intercettare” quei fondi, e che si proponga di controllare e ridurre allo stremo i Centri antiviolenza indipendenti, già operativi da molti anni e associati nella rete nazionale D.i.Re (Donne in Rete contro la Violenza).

Denunciamo questo modo di procedere.

Il Governo non ha sino ad oggi neppure formulato un Piano Nazionale Antiviolenza, e si presenta in Europa senza avere intrapreso un confronto politico serio con tutte coloro che lavorano da oltre 20 anni sul territorio, offrendo politiche e servizi di qualità per prevenire e contrastare il fenomeno della violenza sulle donne.

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Ubriaco aggredisce due poliziotti, denunciato.

Era talmente ubriaco che sono stati necessari due calmanti, somministratigli dai sanitari del Pronto Soccorso dell’Ospedale, per tranquillizzare uno straniero fermato ieri dalla Polizia. Intorno alle ore 20.45, gli agenti delle Volanti…

Era talmente ubriaco che sono stati necessari due calmanti, somministratigli dai sanitari del Pronto Soccorso dell’Ospedale, per tranquillizzare uno straniero fermato ieri dalla Polizia.

Intorno alle ore 20.45, gli agenti delle Volanti della Questura di Siena sono intervenuti in via del Porrione dove era stato segnalato un avventore di un noto locale che, in stato di evidente ebbrezza, infastidiva le persone.

Poco lontano dall’esercizio i poliziotti hanno rintracciato l’uomo, sprovvisto di  documenti, successivamente identificato come un inglese di 33 anni.

Lo straniero, alla vista degli agenti, ha iniziato ad agitarsi al punto che è stato necessario accompagnarlo, in sicurezza, in Questura. Una volta condotto in Ufficio, per procedere alla sua esatta identificazione, dato che non aveva con sé i documenti, ha continuato a dare in escandescenza, gridando a squarciagola e gettandosi in terra.

A quel punto i poliziotti hanno tentato, seppur con molte difficoltà, di aiutarlo a rialzarsi e, nel frattempo, hanno chiamato il 118 per le cure del caso.

Nel momento in cui sono riusciti a farlo stare in piedi, ha colpito con una testata uno dei due agenti. Durante lo scontro è rimasto lui stesso lievemente ferito allo zigomo sinistro.

Una volta trasportato al pronto soccorso è stato sottoposto alle cure mediche, sotto la stretta vigilanza della Polizia, dato il perdurare del suo stato di agitazione fino alla somministrazione del secondo sedativo.

Una vola dimesso dall’Ospedale, con una prognosi di 3 giorni per intossicazione alcolica, è stato denunciato per violenza, resistenza e minaccia a pubblico ufficiale.

Il poliziotto ha invece riportato un trauma al volto giudicato guaribile in 5 giorni.

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Violenza sulle donne: un romanzo indica un percorso di rinascita

Prosegue il dibattito intorno al ruolo femminile Venerdì 14 marzo a Montepulciano la presentazione de “Il dono” di Francesca Scartoni Nell’ambito del programma di eventi “La donna al centro”, coordinato…

Prosegue il dibattito intorno al ruolo femminile
Venerdì 14 marzo a Montepulciano la presentazione de “Il dono” di Francesca Scartoni

Nell’ambito del programma di eventi “La donna al centro”, coordinato dal Centro Pari Opportunità dell’Unione dei Comuni Valdichiana Senese, venerdì 14 marzo, alle 17.00, a Montepulciano, nel Palazzo del Capitano (Piazza Grande), sarà presentato il libro “Il dono” di Francesca Scartoni, ed. Albatros.

Il romanzo, ambientato in gran parte proprio a Montepulciano, affronta un tema di drammatica urgenza, quello della violenza sulle donne, indicando un percorso di riscatto e rinascita.

Scritto con uno stile semplice e attuale, il libro narra il ritorno alla vita e all’amore di una donna che, dopo aver subito violenze fisiche e psicologiche dal marito, trova il coraggio di tornare ad amarsi e ad avere fiducia nel prossimo. Una storia edificante che, attingendo ai registri dell’amicizia e dell’amore, invita, dopo il tunnel della violenza, a trovare le energie per rialzarsi e lottare.

Alla presentazione, organizzata in collaborazione con il Comune di Montepulciano, oltre alla giovane autrice, interverranno il Consigliere delegato alle Pari opportunità Francesca Profili, la Presidente del Centro Pari Opportunità Natascia Volpi e Rita Andreani.

Francesca Scartoni è nata a Cortona, ha 38 anni, ha studiato Giurisprudenza ed è al secondo romanzo dopo “I linguaggi dell’amore” (2010 – ed. Albatros).

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Il “Codice Rosa” adesso è presente in tutta la Toscana

Il Codice Rosa è presente in tutta la Toscana. Con la delibera approvata lunedì 10 marzo dalla giunta, che estende il progetto regionale alle aziende 1 di Massa e Carrara,…

Il Codice Rosa è presente in tutta la Toscana. Con la delibera approvata lunedì 10 marzo dalla giunta, che estende il progetto regionale alle aziende 1 di Massa e Carrara, 3 di Pistoia, 7 di Siena, 10 di Firenze, e alle aziende ospedaliero universitarie pisana e senese , ora il progetto del Codice Rosa copre l’intero territorio toscano, essendo presente nelle 12 aziende sanitarie e nelle 4 aziende ospedaliero-universitarie della regione.

“I dati di attività dimostrano come il progetto regionale del Codice Rosa contribuisca all’emersione del fenomeno dei maltrattamenti e abusi commessi nei confronti delle fasce deboli della popolazione: donne, ma anche bambini, anziani, omosessuali, extracomunitari – dice l’assessore al diritto alla salute Luigi Marroni – Nel 2012, nelle 5 aziende in cui il Codice Rosa era presente, sono stati registrati 1.455 casi di violenza, mentre nel 2013, con 10 aziende, sono stati accertati 2.998 casi. Il lavoro di squadra che mette in rete tante competenze diverse – medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, magistratura, forze dell’ordine, associazioni, centri antiviolenza – si è dimostrato molto efficace nel far emergere gli episodi di violenza, dare sostegno alle vittime e perseguire i responsabili”.

Il progetto del Codice Rosa è partito nel 2010 nella Asl di Grosseto. Dal gennaio 2012 è diventato progetto regionale, con la firma di un protocollo tra Regione Toscana e Procura della Repubblica, coinvolgendo 5 aziende. Dal gennaio 2013 altre 5 aziende sono entrate nel progetto. Con l’estensione del progetto alle rimanenti 6 aziende, ora il Codice Rosa è operativo in tutte le aziende della Toscana.

Nel 2013, nelle 10 aziende in cui il Codice Rosa era attivo (2-4-5-6-8-9-11-12-AOU Careggi-AOU Meyer), sono stati registrati 2.998 casi, di cui 2.646 su adulti (2.536 maltrattamenti, 85 abusi, 25 stalking), e 352 su minori (293 maltrattamenti e 59 abusi).

Dal 2012 ad oggi, la Regione ha destinato al progetto del Codice Rosa la cifra complessiva di 595.000 euro: per l’allestimento della “stanza rosa” nei pronto soccorso, la dotazione di tutto il materiale necessario, le spese aggiuntive per il personale (reperibilità/straordinari), l’organizzazione delle iniziative formative rivolte al personale e le attività informative/comunicative rivolte alla cittadinanza.

Codice Rosa: cos’è e come funziona

E’ un percorso di accoglienza al pronto soccorso dedicato a chi subisce violenza, che si colloca e si armonizza con la storica rete dei centri antiviolenza e delle altre associazioni di volontariato e solidarietà. Parte da una stanza dedicata all’interno del pronto soccorso, nella quale accedono tutti gli specialisti che dovranno visitare la/il paziente. Il suo punto di forza è una task force interistituzionale, una squadra formata da personale socio-sanitario (infermieri, ostetriche, medici, assistenti sociali, psicologi), magistrati, ufficiali di Polizia giudiziaria impegnati in un’attività di tutela delle fasce deboli della popolazione, quelle che possono essere maggiormente esposte a episodi di abuso e violenza: donne soprattutto, ma anche minori, anziani, disabili, omosessuali, immigrati, ecc.

L’intervento congiunto di questa task force permette di prestare immediate cure mediche e sostegno psicologico a chi subisce violenza, nel fondamentale rispetto della riservatezza. Questa attività congiunta avviene nella più ampia tutela della privacy e dei “tempi dei silenzi” delle vittime e nel rispetto della loro scelta sul tipo di percorso da seguire dopo le prime cure. Il compito principale del gruppo è l’assistenza socio-sanitaria e giudiziaria alle vittime di violenza, con un’attenzione particolare a far emergere quegli episodi di violenza in cui le vittime hanno difficoltà a raccontare di essere state oggetto di violenza da parte di terzi: una reticenza dovuta spesso alla paura di ritorsioni.

Alla base dell’attività della task force c’è un protocollo firmato congiuntamente da Regione Toscana e Procura della Repubblica. Alle cure si affianca l’azione sinergica e tempestiva delle Procure e delle forze dell’ordine, per rilevare tutti gli elementi utili, avviare le indagini, monitorare e tenere sotto controllo le situazioni a rischio nei casi di mancata denuncia. L’adozione di procedure condivise e di specifici protocolli operativi ha consentito di velocizzare i tempi di indagine e dei processi, e di creare un enorme flusso informativo, condiviso tra Asl, Procura e Forze dell’ordine, delle diverse situazioni di disagio e violenza.

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Sinalunga: violenza allo stadio, tifoso colpito da un oggetto di ferro

Pomeriggio di follia allo stadio di Sinalunga dove una parte della tifoseria ospite della Sangiovannese si è resa protagonista di tutta una serie di comportamenti tutt’altro che sportivi. Un centinaio…

Pomeriggio di follia allo stadio di Sinalunga dove una parte della tifoseria ospite della Sangiovannese si è resa protagonista di tutta una serie di comportamenti tutt’altro che sportivi.

Un centinaio i sostenitori arrivati nella domenica pomeriggio da San Giovanni Valdarno per seguire la partita di Eccellenza girone B contro la Sinalunghese.

Tutto è successo poco dopo la seconda metà del secondo tempo. Un giocatore della squadra ospite stava per battere un calcio di rigore quando dagli spalti occupati dai sostenitori della Sangiovannese è partito un grosso pezzo di ferro.

Colpito al volto dall’oggetto in ferro spesso alcuni centimetri, il tifoso è finito in ospedale con una profonda ferita al labbro e alla tempia.

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La cronaca della Valdichiana

Ennesimo caso di violenza nei confronti di una donna. Arrestato un trentaduenne residente in Valdichiana. Il fermo dell’uomo è avvenuto sabato, in seguito all’ordinanza emessa dal G.I.P.: sequestro di persona,…

Ennesimo caso di violenza nei confronti di una donna. Arrestato un trentaduenne residente in Valdichiana. Il fermo dell’uomo è avvenuto sabato, in seguito all’ordinanza emessa dal G.I.P.: sequestro di persona, ingiurie, minacce, percosse e lesioni personali nei confronti della propria convivente, queste le accuse che gravano sul capo di un trentaduenne residente in Valdichiana.

I carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Sansepolcro, unitamente a quelli della stazione di Foiano della Chiana, hanno tratto in arresto l’uomo in seguito all’esecuzione di una ordinanza emessa dall’Autorità Giudiziaria.

Il 16 ottobre scorso i militari dell’arma avevano già deferito il trentaduenne a seguito della denuncia della donna, che da tempo era oggetto di percosse e violenze da parte del convivente. Il 6 dicembre il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Arezzo, ha emesso nei confronti dell’uomo l’ordinanza di custodia cautelare per sequestro di persona continuato, maltrattamenti in famiglia e lesioni personali aggravate. Il fermo del trentaduenne è stato immediatamente eseguito dai carabinieri, che hanno condotto l’uomo presso la casa circondariale di Arezzo.

Un altro caso di cronaca riguarda il furto di due dipinti di Martina Buracchi, all’Antica Querciolaia di Rapolano Terme.

“Il furto di due dipinti della giovane artista Martina Buracchi ci amareggia molto. E’ un brutto episodio che, tra l’altro, rischia di vanificare l’impegno che stiamo portando avanti da anni per valorizzare le opere di tanti artisti offrendo loro lo scenario delle Terme Antica Querciolaia come spazio espositivo”. Con queste parole Alessandro Fabbrini, direttore generale dello stabilimento termale Antica Querciolaia di Rapolano Terme, interviene in merito al furto di due opere di Martina Buracchi.

“Siamo molto dispiaciuti per quanto avvenuto – continua Fabbrini – prima di tutto per il danno subito dall’artista, ma anche perché con questo atto si colpisce un lavoro finalizzato a offrire spazi e momenti di visibilità importanti, soprattutto per i giovani. In questo senso il gesto di inciviltà ci amareggia ancora di più. Ancora non sono chiare le dinamiche che hanno portato al furto e la speranza è che le opere sottratte tornino al legittimo proprietario. Vorrei rivolgere, a questo proposito un appello accorato, affinché i quadri vengano restituiti. Sarebbe un gesto importante per chi ha subito il furto, per la nostra comunità e per tutti noi che fino ad oggi abbiamo sostenuto e vogliamo continuare a sostenere con entusiasmo il connubio fra arte e terme”.

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