Autore: Tommaso Ghezzi

“Tutta Casa, Letto e Chiesa” al Poliziano – Intervista a Valentina Lodovini

Tutta Casa, Letto e Chiesa va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano la sera del 10 Gennaio 2019, alle 21:15. L’interprete è Valentina Lodovini, la regia di Sandro Mabellini,…

Tutta Casa, Letto e Chiesa va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano la sera del 10 Gennaio 2019, alle 21:15. L’interprete è Valentina Lodovini, la regia di Sandro Mabellini, le musiche di Maria Antonietta.

Il 9 marzo 1973 cinque uomini armati obbligano Franca Rame a salire su un furgoncino. Viene prima seviziata, la feriscono con una lametta, le spengono sigarette addosso, poi la stuprano a turno per ore. L’ambientazione storica è quella dell’Italia in piena strategia della tensione; Dario Fo e Franca Rame sono artisti schierati: hanno fondato un gruppo di lavoro chiamato La Comune che si esibisce nei circoli ARCI e nelle case del Popolo, coordinano l’organizzazione Soccorso Rosso Militante, che fornisce supporti agli operai in lotta nelle fabbriche italiane e già nel 1962 si erano fatti cacciare dalla RAI per aver inserito nella scaletta di Canzonissima uno sketch giudicato eccessivamente polemico. Nel 1970 hanno portato in scena Morte Accidentale di un Anarchico, sposando apertamente la tesi dell’omicidio di Giuseppe Pinelli, per i fatti della notte del 15 dicembre 1969. Gli aggressori sono componenti di cellule organizzate neofasciste. L’azione si configurava come una vera e propria spedizione punitiva, per colpire la parte “debole” della coppia di “compagni”.

Dopo questo evento Franca Rame, con il marito Dario Fo, non si arrendono. Scrivono altri testi, molti dei quali decisamente impegnati, tra cui uno, supportato dal crescente movimento femminista e dalle conquiste civili. Si intitola Tutta Casa, Letto e Chiesa. È uno spettacolo focalizzato sulla condizione femminile, sulla servitù della donna, sulla condizione prostrabile e subalterna del femminile nel dominio fallico della cultura occidentale. Un testo che viene rappresentato per la prima volta nel 1977 alla Palazzina Liberty di Milano, ma che nel 2019, invece di mostrare la sua senescenza, si accende di fuoco nuovo, preme le dita contro argomenti che ancora creano disturbo politico, ancora svelano inadeguatezze e problematiche di genere (e pure sessuali) malauguratamente presenti nel tempo presente.

A portarlo in scena oggi è Valentina Lodovini, uno dei volti più noti – e più belli – del panorama teatrale e cinematografico italiano. Passerà anche al Teatro Poliziano giovedì 10 gennaio. Le abbiamo fatto alcune domande.

LaV: Portando in scena un testo interpretato da una gigante del teatro come Franca Rame, hai mai sentito il peso della responsabilità di interpretare le parti di Tutta casa, letto e chiesa?

Valentina Lodovini: No. Questa paranoia non me la faccio. C’ho pensato all’inizio però ogni sera quando sono in scena penso solo al mio pubblico e basta.

LaV: Tra i vari commenti allo spettacolo, ovviamente in maggioranza positivi, c’è anche qualcuno che allude al fatto che tu parli di una sofferenza femminile dalla “posizione privilegiata di sex symbol”: ecco che cosa risponderesti a questa velata accusa?

Valentina Lodovini: Diciamo pure che anche Franca Rame era una sex symbol. Sinceramente questo tipo di pensieri mi spiazzano. Il discorso è proprio limitante. La mia testa non funziona così: io non ho pregiudizi, non ho mai fatto distinzioni tra bello e brutto, non percepisco questa difficoltà. Forse  in Italia se fai questo mestiere e sei bella dai fastidio. Negli altri paesi non è così. La bellezza si apprezza e basta. Noi, in fondo, siamo alla ricerca della bellezza sempre, chiunque di noi, anche semplicemente nella scelta del ristorante in cui andare a cena. Ricerchiamo costantemente il bello. Soltanto in Italia si fanno questi problemi, forse perché siamo abituati alla bellezza, visto che cresciamo in mezzo all’arte… ma io, ecco, me ne sono sempre fregata. Chiariamo: nello spettacolo sono in sottoveste perché i quattro personaggi che interpreto, all’interno del testo, sono in sottoveste: una fa sesso, un’altra si è appena svegliata, un’altra lo dice proprio «sono in déshabillé», sicché è una questione di coerenza con quello che si racconta e che si rappresenta. Sarebbe stupido far alzare una da letto con la tuta da sci, no? … vabbè poi magari mi stava bene pure la tuta da sci e quindi avrebbero avuto lo stesso da ridire… comunque questi discorsi lasciano il tempo che trovano: il mio mestiere è altro. Sono lusingata del fatto che piaccia. In ogni caso, se qualcuno pensa che per essere brava devi essere brutta forse il problema è loro.

LaV: Se si leggono commenti sui social, specie in relazione ai recenti fatti legati al movimento #metoo, l’umanità media in Italia è abbastanza sconfortante: rancorosa, cinica, portatrice d’odio, aggressiva, sessuofobica, violentemente patriarcale: il teatro – specie quando è teatro civile, engagé – è uno strumento di analisi. Serve a sondare i sentori del pubblico vivo, ché forse i commenti online distorcono. Come ti sembra abbia risposto finora il pubblico vivo, di fronte a queste tematiche?

Valentina Lodovini: In molti modi diversi. Nel pubblico teatrale c’è di tutto. C’è da una parte un’intelligenza viva, preziosissima, straordinaria, che risponde bene, e c’è dall’altra una chiusura mentale, purtroppo, molto meno brillante. C’è tutto quello che esiste nel paese reale. È un testo che tira fuori le cose, è inattaccabile. Ha dentro anche la commedia, fa ridere e fa riflettere, stimola il pubblico a reagire in modi diversi e confrontare le emozioni. C’è quindi una scissione ogni sera.

LaV: Ti sei diplomata al centro sperimentale di cinematografia di Roma. Hai modulato le pratiche rappresentative per la camera, e quindi per il cinema: questa cosa ti ha condizionata in qualche modo nella recitazione praticata su un palco scenico, di fronte a un pubblico presente?

Valentina Lodovini: No. Anzitutto io ho fatto un’accademia di teatro prima di fare il CSC. Comunque il Centro lavora a trecentosessanta gradi sulla formazione degli attori. È un po’ ingannevole, un po’ riduttivo, pensare che il Centro lavori solo sul cinema. Dura tre anni e mezzo e fornisce tutti gli strumenti per fare al meglio questo mestiere. Io so adeguarmi a tutti i tipi di linguaggio, conosco le regole – poi magari decido di romperle – però il mio mestiere lo so fare molto bene, se mi chiedono di declamare dei versi li declamo. Nulla è lasciato al caso. Anche in questo spettacolo qua c’è una precisa scelta mia, solo mia, di recitazione e di interpretazione. Può piacere o non piacere, però è stata una scelta. C’è una scelta ben precisa sia sul linguaggio usato, sia con la distanza che viene posta tra me e Franca Rame. Nulla è lasciato al caso. Per me non c’è differenza tra cinema e teatro, si tratta solo di come si sceglie di sfruttare il mestiere.

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Un pretesto per parlare di noi: “Prove di Miles Gloriosus” agli Arrischianti

Dal 28 al 31 dicembre al Teatro degli Arrischianti di Sarteano va in scena Prove di Miles Gloriosus. Una riscrittura da Tito Maccio Plauto composta da Laura Fatini. La compagine…

Dal 28 al 31 dicembre al Teatro degli Arrischianti di Sarteano va in scena Prove di Miles Gloriosus. Una riscrittura da Tito Maccio Plauto composta da Laura Fatini. La compagine degli attori è composta da Laura Scovacricchi, Pierangelo Margheriti, Francesco Storelli, Guido Dispenza, Calogero Dimino, Giulia Peruzzi, Giulia Roghi, Matteo Caruso, Silva De Bellis, Martina Belvisi e Francesco Pipparelli. La replica del 31 Dicembre coincide con il tradizionale veglione di Capodanno a Teatro, format ormai assodato e di comprovato successo marcato Nuova Accademia Arrischianti.

Trentadue anni di Nuova Accademia Arrischianti. Trentadue anni di vicende accumulate, più di cinquanta spettacoli prodotti, centinaia personaggi che hanno attraversato le tavole del teatro in Piazza XXIV Giugno. Un teatro che si è sempre più identificato per la sua caratura distintiva, il suo essere laboratorio permanente, opificio artistico di arti performative e di esperienze umane. Laura Fatini, responsabile dei laboratori, ha lavorato quest’anno allo spettacolo di “capodanno” giocando con l’alchimia testuale di un classico tra i classici. Il Miles Gloriosus di Tito Maccio Plauto è un pretesto per confrontarsi con il percorso che una compagnia e un teatro di provincia hanno intrapreso negli anni, con le loro contraddizioni, le loro tensioni, le loro passioni, le loro inestinguibili bellezze. Ne abbiamo parlato con la regista Laura Fatini.

Il Miles Gloriosus nel 2018 significa non solamente recuperare un testo classico latino ma addirittura una fabula palliata, e quindi una commedia latina di argomento greco, che già di per sé era recupero del passato nel II secolo a.C.; come hai filtrato questi passaggi in uno spettacolo da consegnare oggi, al pubblico locale, sotto le feste?

“Dopo la strepitosa esperienza del Giufà avevo deciso di non riproporre un testo mio. Plauto è un autore sempre molto piacevole e quindi ho deciso di lavorarci su. Ho iniziato pensando all’Amphitruo, in assoluto il mio preferito: si tratta però del primo testo che ho fatto con Carlo Pasquini, e per questo ha un’aura sacrale, è per me intoccabile. Ho un ricordo estremamente bello di quel lavoro, che era fatto in maniera perfetta. Per il profondo rispetto di quel ricordo, ho preferito scegliere un altro testo plautino. Mi sono tuffata allora sul Miles Gloriosus, che avevo messo in scena tempo prima, con i bambini. Ho approfondito molto la traduzione pasoliniana del testo, che sporcava la parola, attraverso il linguaggio popolare, per avvicinarsi di più a Plauto. Detto questo, il Miles è molto contemporaneo, parla di una persona che millanta, parla di una società che si basa sull’inganno, che si basa sul dire di sé piuttosto che sull’essere. Ho quindi ridotto il testo, che però sentivo mancasse ancora di qualcosa. Alla fine mi è venuta in mente l’idea di utilizzarlo come pretesto…”

In effetti il titolo è “Prove” di Miles Gloriosus: un accenno forse al metateatro?

Questo spettacolo parla di nascondimento, del cambio di percezione che si ha del personaggio a seconda dei vestiti che porta. Agli Arrischianti abbiamo una sala dei costumi enorme  che è un vero e proprio tesoro di meraviglie. Ho deciso di ambientare lo spettacolo proprio in una costumeria. E sì, da lì ad approdare al meta teatro è stato immediato. Sono riemerse quindi quelle che sono le mie radici teatrali con il Teatro Povero di Monticchiello: l’autodramma, il mettere in scena noi stessi.”

Quindi cosa racconta realmente questo spettacolo? 

“Dunque: una compagnia di provincia ogni quattro anni mette in scena il Miles. È una tradizione che non è mai stata interrotta. Dopo la quinta volta, i giovani iniziano a stancarsi: dopotutto il Miles è polveroso, è misogino, è antiquato. I vecchi invece dicono che il teatro classico sono le radici, e lì bisogna ritornare. I vecchi sanno a memoria le parti e come succede spesso alle compagnie, quando si vedono i costumi che sono serviti per fare un altro personaggio, vengono in mente le battute. La compagnia cerca di andare avanti a trovare i costumi, ma c’è sempre qualcuno che tira fuori parte di Romeo e Giulietta o di Sogno di una notte di mezza estate… Emergono quindi tantissimi elementi di autoanalisi, da parte della compagnia e tra i personaggi si chiarificano tre gruppi distinti di visione delle cose: la tradizione un po’ annoiata che è la base, poi i giovani che sono già dentro questo meccanismo e poi ci sono quelli che vedono questo mondo da fuori. Chi vede questo mondo da esterno, infatti, percepisce la compagnia teatrale come una setta, come un gruppo di disadattati. C’è una battuta di uno di questi che fa più o meno così: «è sabato sera e siamo al freddo, bevendo un birra calda in attesa di una pizza fredda: perché?…»”

C’è come un voyeurismo di base nelle intenzioni del pubblico, quando si ritrova ad apprezzare film o spettacoli che svelino il retroscena, o talvolta l’o-sceno del teatro. Di recente ho riguardato Le dernier métro di Truffaut, ma pensiamo anche a Birdman che qualche anno fa ha sbaragliato il mercato cinematografico  internazionale. Visto che nella storia della Compagnia Arrischianti c’è anche una riuscitissima produzione di Rumori Fuori Scena, secondo te a cosa è dovuto questo interesse per il dietro le quinte da parte del pubblico? Come lo elabori nei tuoi lavori?   

“Penso che il pubblico senta la vulnerabilità dell’attore. La compagnia è un po’ come la fotosfera solare, composta da tanti elementi in continua combustione. Credo che il pubblico senta il magnetismo della compagnia, questo circolo di auto sostegno, in cui tutto funziona perché  c’è un patto tra tutte le persone presenti in scena e fuori scena, per il quale tutti accettano di credere in qualcosa che di fatto è artificiale. Coleridge la chiamava “volontaria sospensione dell’incredulità”. Il pubblico sta lì e volontariamente sospende l’incredulità e dice: ok, ti credo. Banalmente, il teatro amplifica le relazioni umane, sia quelle interne tra gli attori, sia quelle tra attori e pubblico. Quindi banalmente il pubblico si sente estremamente attratto da questa dinamica. È un magnetismo.”

La Compagnia Arrischianti si è sempre configurata come un “collettivo”, una comunità in continua crescita. C’è anche questo nello spettacolo?

“Nello spettacolo c’è anche questo. La Compagnia Arrischianti ha vissuto varie fasi, e vive una continua mutazione. Nello spettacolo ho cercato di raccontare anche questo: c’è chi ha impegni fuori dal teatro ovviamente, c’è l’esistenza prosaica che incombe: la casa, il lavoro, la vita che cambia. Come ho detto, mutuando dal Teatro Povero di Monticchiello, il Miles è un pretesto per parlare di noi. Di autodrammatizzarci. Mi sto rendendo conto che il mio teatro è questo: qualcosa che crei confronto, sostegno, supporto, aiuto. La forza comunitaria che nasce dal vivere insieme.”

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Pierrot, Arlecchino e Colombina, più che maschere, colori – Intervista a Maria Claudia Massari

Sabato 8 Dicembre alle 17:30, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena Pierrot, Arlecchino e Colombina, Una Storia di Amore e Pane, una produzione della Nuova Compagnia delle…

Sabato 8 Dicembre alle 17:30, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena Pierrot, Arlecchino e Colombina, Una Storia di Amore e Pane, una produzione della Nuova Compagnia delle Arti – Corps Rompu. Sulla scena Maria Claudia Massari, impersonando i tre celebri caratteri della tradizione, ci racconta una vicenda ispirata da un racconto di di Michel Tournier intitolato Pierrot e I Segreti della Notte.  In un piccolo villaggio in Francia, il panettiere Pierrot ama la bella lavandaia Colombina. Questa però non è contenta del suo innamorato, che lavora quando gli altri dormono. Un bel giorno passa di là Arlecchino, imbianchino multicolore, che affascina Colombina con la sua magia di colori e vitalità. Lo spettacolo si avvale della musica dal vivo, suonata da Giovanni Rafanelli e le scene di Mauro Borgogni.

«Questo spettacolo esiste da molto tempo. Si è evoluto tantissimo negli ultimi anni» ci racconta Maria Claudia Massari, principale interprete e regista dello spettacolo «Lo spettacolo ha girato moltissimo e ci sono molto affezionata. Il pubblico di ogni età ha sempre risposto bene, forse anche perché finisce con una bella merenda». Alla fine dello spettacolo, infatti, il ciaccino sfornato da Pierrot diventa l’occasione per condividere una merenda e certificare il lieto fine della vicenda.

Maria Claudia Massari ha lungamente approfondito il teatro d’immagine: la sua formazione a Parigi, presso la Ecole Internationale de Mimodrame de Paris Marcel Marceau e Ecole de l’Acteur François Florent, determina una forte cognizione del teatro di maschera. «Lo spettacolo è un tributo ai miei maestri, Marcel Marceau, Ferruccio Soleri… le maschere sono sempre un bellissimo tema di lavoro» continua Maria Claudia Massari, che da sola, sul palco, interpreta i tre personaggi, senza l’uso della maschera fisica «Ovviamente ho lavorato in maniera non convenzionale: il mio Arlecchino è molto timido, anche se seduttore, non di certo paragonabile a quello di Soleri o di Moretti…».

Lo spettacolo si sviluppa sulla forte caratura simbolica dei colori: «Colombina ha una forte predominanza di bianco, Pierrot di blu e Arlecchino di tutti i suoi colori sgargianti. Colombina ha il bianco luminoso del giorno, contrapposto al blu notturno di Pierrot: i due sono svegli in momenti diversi, e proprio su questo contrasto si sviluppa il loro confronto. Giorno e notte, luce e buio, sole e luna. Poi arriva arlecchino che con i suoi colori creerà scompiglio, ma che alla fine dimostrerà la sua inconsistenza».

Un teatro delle maschere che secondo Maria Claudia Massari è ancora molto vivo: «Magari dovranno passare degli anni prima di capire quali maschere sono ancora vive nei nostri tempi, ma in giro si vedono spettacoli bellissimi che ne fanno uso: a Parigi abbiamo visto La Gattomachia che è un ottimo esempio di contaminazione, per quanto riguarda l’uso delle maschere oggi. Anche Andrea Brugnera è uno che a modo suo, anche quando lavora senza maschera, riesce ad averci una maschera sulla pelle:anche questo è un modo di continuare quella tradizione».

L’appuntamento è a Sarteano, al teatro degli Arrischianti, sabato 8 dicembre alle 17:30. «I bambini – dai 3 anni in su – si troveranno nel loro mondo: poi, ognuno più leggerlo a suo moto, anche gli adulti ovviamente».

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Intervista ad Amanda Sandrelli – La Locandiera: Carlo Goldoni contro il Patriarcato

Sabato 1 Dicembre 2018, La Locandiera di Carlo Goldoni, con la regia e drammaturgia di Paolo Valerio e Francesco Niccolini, va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano. Il personaggio…

Sabato 1 Dicembre 2018, La Locandiera di Carlo Goldoni, con la regia e drammaturgia di Paolo Valerio e Francesco Niccolini, va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano. Il personaggio principale Mirandolina è interpretato da Amanda Sandrelli, gli altri interpreti sono Alex Cendron e Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti e Lucia Socci. La produzione è di Arca Azzurra e Teatro Stabile di Verona.

Qualora in un qualsiasi tipo di rappresentazione narrativa venga inserita la scena di una coppia eterosessuale in pieno litigio, il pubblico fruitore percepisce una forte tensione realistica. Se, al contrario, la coppia viene presentata in un atto d’amore, nei canonici segmenti condivisi dei rapporti – dichiarazione d’amore, primo bacio, cena romantica – quello che viene recepito è invece una forzatura smielata, una leziosità romantica evitabile. Questo è uno dei sintomi che rivelano la forte pulsione patriarcale che basa la nostra implicita (in)educazione di genere: assimilare i rapporti più a uno scontro, a una guerra o a un tenzone, piuttosto che a un incontro, a una risoluzione in unità di due corpi. Un retaggio che le società eurasiatiche si portano dietro da millenni: ne parlavano già gli elegiaci romani, Tibullo, Properzio, e soprattutto l’Ovidio dell’Ars Amatoria, che sintetizzava molti dei suoi precetti d’amore, basati sul conquistare una donna attraverso l’inganno, nella celebre punch-line fallite fallentes (ingannate le ingannatrici). Anche il lessico contemporaneo tragitta un’educazione relazionale e sessuale apportata all’antagonismo tra i sessi; la “conquista” e la “preda”, la “resa”, lei che “ci casca”, lui che va “a caccia”, la coguara,  il “morto di fica”, e così via. La completa disfunzione delle interrelazioni di genere, sulle quali il nostro tempo ci impone di riflettere, dimostra una cognizione sessuale sempre più diffratta. Di questa diffrazione, com’è purtroppo ovvio, a pagare di più sono le donne.

Raccontare una vicenda che abbia come protagonista una donna indipendente sembra scuota un ambiguo interesse nel pubblico. L’interpretazione di Joy da parte di Jennifer Lawrence – che le è valsa un Golden Globe e una candidatura all’Oscar Academy Award per la miglior interpretazione femminile – nel 2015 venne osannata dal mondo femminile e ridicolizzata dalla beceraggine di certa critica mansplain. Non parliamo poi di quello che è emerso dal caso Weinstein e dal conseguente movimento #metoo, negli ambiti del terribile squilibrio che viene sancito dal binomio “sesso come merce”/”posizione di potere”.

Ecco: Carlo Goldoni era abbastanza avanti già nel 1753. Non tanto perché attraverso dinamiche drammaturgiche avanguardistiche era riuscito a superare gli schemi fissi della commedia d’improvviso e la canonica composizione delle maschere fisse nello spazio scenico, traghettando la commedia cosiddetta dell’Arte alle forme moderne di commedia d’autore; ma soprattutto perché, attraverso la gestione tridimensionale dei personaggi, riuscì ad analizzare i rapporti tra uomini e donne, la valutazione del sesso nella vita delle persone e soprattutto la pervasività del principio di realtà, e dei valori pubblici, nelle alcove d’amore.

Mirandolina (evoluzione d’autore della maschera fissa di Colombina), protagonista de La Locandiera, è una donna di mezza età, avvenente e consapevole. Gestisce – come appunto suggerisce il titolo della commedia – una locanda a Firenze,  assieme al cameriere Fabrizio. Mirandolina lavora al pubblico e la sua avvenenza attira gli interessi di molti clienti uomini, tra cui il Marchese di Forlipopoli e il Conte d’Albafiorita. La Locandiera è brava a non lasciarsi sedurre, a gestire le avances con la maestria dell’inaccessibilità; ma è il Cavaliere di Ripafratta – simile a lei nell’ambito delle scelte sentimentali – che metterà fortemente in crisi la sua visione dei rapporti.

Amanda Sandrelli ha lavorato per interpretare questo personaggio nel nostro tempo. Le abbiamo fatto un po’ di domande: ecco l’intervista.

LaV: Possiamo dire che ormai sei di casa nei nostri teatri: nelle ultime stagioni hai avuto modo di apparire più volte nelle stagioni teatrali della Valdichiana. Come ti sembra recitare sui nostri palchi e come ti sembra il nostro pubblico?

Amanda Sandrelli: la Toscana, insieme all’Emilia Romagna e alle Marche sono i territori privilegiati per noi attori. Il pubblico sembra educato al teatro. In Toscana c’è una rete molto efficiente: l’offerta teatrale della Toscana, per numero di teatri funzionanti e spettatori, penso sia una delle prime regioni in Italia. Il teatro ha bisogno di educazione: e questa affermazione non vuole essere una cosa presuntuosa o borghese, è una cosa necessaria. Si sente la differenza tra un pubblico abituato a vedere un certo tipo di teatro; si vede quando il pubblico non è abituato, non è attento, non risponde all’attore. Per chi sta in palcoscenico questo è fondamentale. Ogni spettacolo è fatto sia dagli attori che dal pubblico. Quando il pubblico è educato te ne accorgi dal fatto che non squillano i telefonini, c’è silenzio, si ride e si applaude al momento giusto, c’è rispetto per un mestiere che sta dietro la preparazione di uno spettacolo.

LaV: La Locandiera è uno dei testi più celebri del nostro teatro. Viene certamente considerato per il suo peso storico, per il modo con cui ricalca illuministicamente i mutamenti sociali che nel mondo a lui contemporaneo si stavano verificando; ma oggi questo testo dimostra anche come il superamento di certe maschere fisse, ha portato Goldoni a costruire i personaggi secondo tipologie umane, non maschere ma volti comuni, iperrealistici, moderni, ancora oggi fortemente riconoscibili. Cosa ci dice La Locandiera oggi sui rapporti umani e sociali?

Amanda Sandrelli: La rilettura di Francesco Niccolini è perfetta. Questo è un testo perfetto di per sé, Francesco lo ha semplicemente avvicinato ai nostri tempi. Considera che dura un’ora e mezzo, quando in realtà La Locandiera ne dovrebbe durare tre. Il linguaggio è stato avvicinato al pubblico contemporaneo ed è quello che l’autore avrebbe voluto: Goldoni scriveva per la sua epoca, per la gente del Settecento. Ecco: in questa “spolverata” si nota ancora di più quanto i personaggi siano profondi. La Locandiera e il Cavaliere dichiarano una cosa che non è vera per entrambi: la locandiera non vuole uomini intorno, si vuole godere la sua autonomia e il cavaliere odia tutte le donne: dice che non ne ha mai conosciuta una degna di amore. Queste sono ovviamente espressioni di autodifesa. Dichiarano e affermano una forza d’animo che però nasce da una fragilità. Visto che l’amore nessuno lo ha mai deciso, ma è sempre arrivato per tutti, arriva anche per loro. Entrambi però finiscono col rifiutarlo perché non vogliono dichiararsi “perdenti” di fronte agli altri. Mirandolina alla fine decide di rinunciare al rischio, all’amore, al cavaliere che è di una classe sociale diversa dalla sua, poiché rappresenta un pericolo per la sua affermazione, ma soprattutto non si lascia andare con lui per non far vedere agli altri che ha perso. Goldoni ci mostra ancora oggi, nell’era dei social network, di quanto la parte pubblica della nostra vita diventi più importante di quella privata.

LaV: Mirandolina ad un certo punto afferma «Quei che mi corrono dietro, presto mi annoiano. La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste nel vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza e questa è la debolezza di quasi tutte le donne…» Cosa ne pensi di quest’affermazione del tuo personaggio?

Amanda Sandrelli: Dunque, in quel monologo Mirandolina non dice la verità, non dice quello che veramente sente. È una dichiarazione di intenti, speculare a quella del cavaliere che dice di “odiare le donne”. È una presa di posizione e come tutte le prese di posizione non è mai completamente vera. Mirandolina non vuole non essere sedotta, ma vuole proteggere un’indipendenza e una liberta che in quel periodo storico era ancora più rara di quanto sia oggi. Lei è una donna del Settecento che ha più o meno la mia età, orfana, sola, che ha deciso di non sposarsi, a cui il padre ha messo accanto un servo, Fabrizio, con il quale probabilmente si intrattiene nel letto ma non lo sposa, perché non le conviene. C’è ancora oggi un pensiero diffuso, nel femminile,  quello che un uomo o un matrimonio ti possa risolvere la vita. È una cosa terribilmente sbagliata. Ti toglie la vera libertà. Mirandolina teme una libertà impossibile: nessuno di noi è libero a meno che non decida di essere solo. Nel momento in cui si ama qualcuno, allora si dipende da qualcuno. Per quanto riguarda me, io intendo oggi la libertà economica e sociale, la libertà di andarsene nel momento in cui un uomo diventa pericoloso. Continuo a pensare che questo sia il primo passo per l’emancipazione: quando le donne saranno davvero indipendenti e nessuna penserà più che un uomo sia una “soluzione” alla propria vita – così come nessuna madre e nessuna nonna lo penserà più – a quel punto anche la violenza di genere verrà sconfitta.


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“Very Abnormal People” – Storie di ordinaria violenza al Teatro degli Orti

Il 23, 24 e 25 novembre 2018, va in scena Very Abnormal People – storie di ordinaria violenza, presso il Piccolo teatro degli Orti a Montepulciano, sede dell’associazione ARTEdaPARTE. Lo…

Il 23, 24 e 25 novembre 2018, va in scena Very Abnormal People – storie di ordinaria violenza, presso il Piccolo teatro degli Orti a Montepulciano, sede dell’associazione ARTEdaPARTE. Lo spettacolo è allestito a sostegno di Amica Donna in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne (il 25 novembre).

Lo spazio nel quale verrà allestito lo spettacolo ha un’aura vocazionale fortemente underground; per struttura e capienza, la sala in Vicolo degli orti 3 di Montepulciano è predisposta per diventare sempre di più un centro di ricerca drammaturgica – e più in generale nell’ambito delle arti performative – per quanto i posti a sedere siano limitati e le misure tecniche di palco ridotte. Ma c’è un elemento potenziale enorme, nella piccola sala (tra l’altro a pochi metri dal Teatro Poliziano): in una dimensione scenica piccola si rende necessario e assoluto il gesto dell’attore: vista la totale assenza di ornamento scenografico, la centralità visuale per l’auditorio è pura e si risolve in un unico punto di fuga.

Una piccola forma di “teatro della crudeltà”, così come era inteso da Antonin Artaud, il quale quando scrisse il manifesto del théâtre de la cruauté, non volle intendere la crudeltà come estetizzazione della violenza, inserita in un impianto drammaturgico, ma come riscatto del gesto e della parola rispetto al testo. Il testo fondativo del Teatro della Crudeltà, inserito poi nella macro-pubblicazione Il Teatro e il Suo Doppio (libro fondamentale per la storia del teatro del secondo novecento) impone al gesto teatrale una riflessione sul linguaggio: Artaud ne ricercava uno “crudele”,  che connettesse la metafisica della parola agli elementi scenici. Jacques Derrida scriverà, commentando le teorie artaudiane, che il teatro della crudeltà non è rappresentazione ma «vita stessa in ciò che ha di irrappresentabile» e «un trionfo della pura messa in scena». Rileggere questo libro, dopo aver osservato le prove di Very Abnormal People – storie di ordinaria violenza, non può non creare dei link tra le riflessioni sul corpo, sul linguaggio e sulla carne del teatro novecentesco e gli approfondimenti contemporanei sulla consapevolezza e la violenza di genere, l’ossessione para-sessuale della proprietà e la deflagrazione dei rapporti umani. Di crudeltà si parla, e con crudeltà artaudiana se ne parla, senza svelare l’artificio drammaturgico legato alla violenza, ma solo acuminando le sensazioni nel pubblico attraverso il potenziamento del gesto puro degli attori. La mise en scene al Teatro degli Orti di questo spettacolo diventa – purtroppo – necessaria, nel contesto storico e sociale che stiamo vivendo.

Abbiamo intervistato Ira Moering (pseudonimo di Emanuela Castiglionesi), che dirige lo spettacolo e segue gli attori nel laboratorio di espressione emozionale tenuto dalla stessa realtà associativa.

 LaV: Il tema della violenza di genere è malauguratamente ancora molto presente nei dibattiti e nelle cronache del contemporaneo. Quali sono le funzioni aggiuntive che il linguaggio drammaturgico può apportare alle riflessioni sul tema?

Ira Moering: Il problema non è il mezzo o il linguaggio che si usa, ma il messaggio che si manda. Penso che ogni canale sia buono e oggi ne abbiamo tanti a disposizione, ma per arrivare quel messaggio, deve avere un’intensità tale da scuotere le coscienze e farci fare i conti con noi stessi, con la nostra indolenza. La drammaturgia può molto, è attraverso l’Arte che si sono fatte le più grandi rivoluzioni! La letteratura, il teatro, il cinema, la musica, la pittura… arrivano dirette e spesso sono usate per combattere le ingiustizie, per parlare di pace, per raccontare storie. Noi utilizziamo il teatro e attraverso l’interpretazione di questi personaggi complessi, portiamo sia gli attori che gli spettatori a riflettere, a farsi domande, spesso a comprendere meglio storie e situazioni. In questi spettacoli che si definiscono “emozionali”, il pubblico si trova di fronte non tanto all’attore che racconta una vicenda, quanto al volto dell’amico, del parente, della compagna e l’interpretazione colpisce molto di più, la storia tocca molto più da vicino ed il messaggio arriva più intenso.

Purtroppo bisogna dire che la violenza di genere e nel caso specifico sulle donne, è una realtà dalla quale nessuno è immune; il più grande genocidio della storia dell’umanità, un vero e proprio olocausto che continua malgrado l’evoluzione, la tecnologia, la cultura ci abbiano reso così “civilizzati”. Le cronache riportano di continuo notizie di violenza, atti di estrema brutalità, di efferata cattiveria che però ci passano accanto nella quasi totale indifferenza, ormai abituati, assuefatti dalla routine di sentire ogni giorno: “Donna uccisa dal compagno!”, “Ragazza stuprata in centro!”, “Bambina seviziata e uccisa!”, “Anziana picchiata a morte!”, “Madre accoltellata insieme ai bambini!”… bruciata viva, fatta a pezzi, sfregiata, massacrata… i dettagli macabri fanno la differenza, stuzzicano il nostro lato oscuro, il nostro voyeurismo, la curiosità morbosa. Così, tanto più è complicato il caso, tanto più regge l’attenzione sulla notizia, ma poi passa e si dimentica e nulla cambia! Non ci sono leggi adeguate, punizioni esemplari, condanne pesanti… le vittime vengono lasciate sole, prima, durante e dopo…  le famiglie delle vittime vengono abbandonate al loro destino, orfani compresi, mentre i “mostri” diventano famosi.

Si giustifica ma soprattutto si giudica la vittima, i suoi comportamenti, il suo stile di vita, per trovare gli “errori” che ne hanno portato alla tragica fine. Perfino le manifestazioni, i cortei, le ricorrenze stanno diventando eventi abituali, divulgativi, quasi anacronistici. Gli Enti preposti a vigilare, tutelare, proteggere non sono sufficienti, adeguati, presenti o efficienti come dovrebbero spesso per mancanza di fondi, di personale, di spazi, etc… Intanto tutti parlano di prevenzione, ma sempre articolando i discorso al femminile, il tema dominante della propaganda è la difesa: le donne devono imparare a difendersi, ad evitare i maschi violenti, imparare a denunciarli, imparare a liberarsi da rapporti distruttivi, perché l’uomo è di natura cattivo e bisogna imparare a conviverci come con una bestia feroce. Perché non si parla mai al maschile? Le donne parlano alle donne, gli uomini parlano alle donne, ma nessuno parla agli uomini. Le associazioni antiviolenza sono solo per le donne, gli uomini non sono ammessi, neanche quelli che vorrebbero dare una mano e fare davvero la differenza, quelle maschili sono così rare che si contano a malapena. Ma gli uomini tacciono, non si schierano, non s’indignano di essere classificati come  “mostri latenti”, come “bestie”. Come si può cambiare la situazione così? Quale esempio lasciamo? Ma soprattutto perché gli uomini non rispettano le donne?

LaV: Che tipo di lavoro c’è stato alla base della costruzione di Very Abnormal People, sia per quanto riguarda l’apparato scenico sia per la preparazione degli attori?

IM: Un grandissimo lavoro! Premetto che l’idea è nata lo scorso anno, per partecipare attivamente alla lotta contro ogni tipo di violenza e di discriminazione, siamo andati in scena con “AB-Normal”, uno spettacolo, composto da monologhi sul Femminicidio, dove vittime e assassini si raccontavano in tutta la loro disperazione e tutta la loro ferocia. Un’altalena di sensazioni che ha emozionato, sorpreso, fatto riflettere e a tratti divertito con amara ironia. Lo spettacolo ha avuto forte impatto sul pubblico ma soprattutto è stata fonte di grande crescita personale per gli interpreti. Quest’anno abbiamo voluto replicare l‘evento, con un testo tutto nuovo, a tratti più cupo. Ci sono storie terribili, che vanno dalla violenza domestica allo stupro, fino al femminicidio, storie con le quali è difficile rapportarsi. Per affrontare questi personaggi è necessaria una intensa preparazione fisica e mentale, la maggior parte degli interpreti non sono attori professionisti e alcuni sono allievi, ma è una preparazione a cui si sono dovuti sottoporre anche gli attori più esperti per arrivare a dare interpretazioni credibili. Una sfida, una vera e propria prova attoriale, un grande impegno e una grande fatica che è stata affrontata da tutti con tanto entusiasmo. Da circa due mesi ogni Attore lavora in sessioni singole da due ore, andando a ricostruire ogni dettaglio caratteriale, posturale, emotivo del proprio personaggio. Un gran lavoro che, siamo certi, darà i suoi frutti e… inchioderà il pubblico!!!

LaV: Questo tipo di lavoro è parte di una progettualità più grande: quali sono le attività ulteriori (e complementari) portate avanti dall’associazione?

IM: L’Associazione “ARTEdaPARTE” nasce con l’intento di educare all’Arte, attraverso spettacoli, corsi, laboratori, stage, workshop e dare uno spazio creativo a chi non può permettersi i canali ufficiali: teatri, auditorium, sale etc per promuovere il proprio talento. Abbiamo uno spazio attrezzato, sede dell’associazione, che noi chiamiamo “Il Piccolo Teatro degli Orti”, che ha una capienza massima di pubblico di 30 persone, un palco di mt 4×4, tre faretti a LED, due diffusori audio, camerino, servizi; dove svolgiamo le nostre attività e che su richiesta può essere concesso ai nostri associati. Tra le nostre varie attività, da alcuni anni è attivo il Laboratorio di Espressione Emozionale nel quale formiamo alla costruzione scenica del personaggio con lo studio specifico delle emozioni, della mimica espressiva, della voce, della respirazione, del movimento e della postura. Una didattica rivolta sia a chi si avvicina per la prima volta al teatro, sia e soprattutto, a chi già svolge attività artistica e desidera affinare le tecniche teatrali di espressione. Una metodologia che proponiamo anche alle scuole superiori, in alternativa al classico laboratorio teatrale, perché aiuta i ragazzi a conoscere meglio se stessi e gli altri, migliorando la qualità dei rapporti sociali, andando a lavorare sullo studio delle emozioni primarie. Il laboratorio si svolge ogni venerdì dalle ore 21,15 alle 23,30 e invitiamo tutti a venire a curiosare, la prima prova è senza impegno! Lo scorso anno è nata una nuova sezione con “ARTEdaPARTE Historia”, un Gruppo che si occupa di Rievocazione Storica, proponendo performance e spettacoli di vario genere. Con l’occasione ha preso il via il I° Livello del “Percorso di Formazione e Addestramento alla Nobile Arte Cavalleresca”. Questo percorso che si sviluppa su tre livelli di preparazione, affronta la formazione del cavaliere medievale, attraverso lo studio del codice cavalleresco, della disciplina, della spiritualità e del simbolismo. Unendo la parte didattica all’attività fisica, con la guida di Istruttori di Lotta e Arti Marziali e dei migliori Istruttori Nazionali di Scherma Storica quali: A. Conti della “ASD Fiore De’ Liberi” di Roma , A. Morini e A. Nicosia della “Sala d’Arme Marozzo” di Roma; che hanno mostrato le tecniche storiche di utilizzo di bastone, spada, spada e brocchiero e spada a due mani. Il I° livello si è concluso il 30 settembre con la consegna degli attestati di partecipazione e di passaggio al livello successivo, che ripartirà in primavera. Diamo a tutti appuntamento ad Aprile per un nuovo inizio dei corsi! Su richiesta sono disponibili lezioni private o di gruppo, di recitazione, dizione, comunicazione, portamento, scrittura creativa, regia teatrale, trucco di scena. Quattro workshop specifici sulla costruzione del personaggio cattivo, del personaggio psicopatico, del personaggio innamorato e sugli schemi emotivi, rivolti a chi ha già esperienza teatrale o alle scuole di recitazione, per ampliare il pacchetto formativo. E tanti nuovi progetti…

LaV: Queste pratiche mettono insieme persone che vengono da esperienze molto diverse fra loro, distribuite sul territorio. Quali potenzialità ci sono e quali obiettivi è possibile raggiungere nella dimensione locale in cui state lavorando?

IM: Tra gli spettacoli, i corsi e le vari attività cerchiamo sempre nuove collaborazioni che permettano a tutti di condividere esperienze diverse e proporre nuovi progetti. Noi crediamo che la collaborazione, soprattutto tra le piccole realtà artistiche, sia fondamentale. E’ attraverso lo scambio e l’aiuto reciproco che si cresce e si migliora. Per questo cerchiamo di unire più persone possibili attraverso attività nuove che ne stimolino la creatività. Purtroppo, mentre alcune discipline artistiche sono ampiamente riconosciute, il Teatro sembra avere ancora un ruolo quasi di nicchia, per pochi, secondario. Noi crediamo invece che sia necessario riportare la gente a teatro, incentivando le piccole compagnie, valorizzando il talento e la creatività, formando fin dall’infanzia per creare non solo artisti, ma soprattutto, un pubblico più interessato e attento.

Stiamo lavorando con l’obiettivo di diventare scuola, progetto che abbiamo proposto e che speriamo ci venga appoggiato e sostenuto, per ampliare l’offerta di formazione artistica già presente nel territorio comunale, con l’Istituto di Musica e il Cantiere Internazionale. Il motto è: “EDUCARE all’ARTE”, valorizzare i talenti, scoprirne e formarne di nuovi, migliorare la qualità della preparazione artistica e riunire in un unico ingranaggio tanti piccoli meccanismi.

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Bettolle in Rosa: la musica si tinge di rosa per la lotta al tumore al seno

Se si attraversa il piccolo centro urbano di Bettolle durante il mese di ottobre non può non saltare all’occhio la persistenza del colore rosa, nei viali, nelle piazze e nei…

Se si attraversa il piccolo centro urbano di Bettolle durante il mese di ottobre non può non saltare all’occhio la persistenza del colore rosa, nei viali, nelle piazze e nei giardini. Drappeggi enormi composti da quadrati di lana, lunghi anche decine di metri, appesi ai cartelli stradali, intorno agli alberi, distesi lungo ringhiere, sui reticoli e sule paratie stradali. Sono lane, stoffe e nastri, rigorosamente rosa, spesso annodati assieme, a richiamare il simbolo che ormai da anni simboleggia la lotta contro il tumore al seno. È l’urban knitting (conosciuto anche come pratica di Yarn Bombing) che dal 2016 il comitato Bettolle in Rosa porta avanti per sensibilizzare la popolazione alla prevenzione e alla cura di sé.

Il 19 Ottobre 2018, al Tjmory Pub di Bettolle, si alzerà il sipario su Concerto in Rosa: un vero e proprio concertone autunnale che vedrà alternarsi alcuni tra i più importanti musicisti della Valdichiana. Una serata di alternanza ritmica, che passerà dai set acustici al jazz, dal rock’n’roll al cantautorato, finalizzata ad un unico scopo: la beneficienza. Belindà, Debora Giani, Selene Lungarella, Sturm, Andrea Pinsuti e tantissimi altri (la line-up è in continuo aggiornamento) si alterneranno sul palco del locale alternandosi ad aste benefiche che avranno come lotti opere d’arte di artisti locali, nonché ricchi premi messi in palio attraverso estrazioni e lotterie. I live saranno infatti l’occasione per raccogliere fondi destinati al servizio di sostegno psicologico ai diagnosticati presso il reparto di oncologia dell’ospedale di Nottola.

«L’occasione per creare un gruppo di lavoro si è presentata nel 2016» mi dice Rita Reggidori, coordinatrice del comitato di volontarie Bettolle in Rosa «Io mi sono ammalata nel 2013 e sono entrata in contatto con l’associazione IoSempreDonna di Chianciano Terme. Per un anno sono andata ad addobbare Chianciano Terme con manufatti di colore rosa. Dopo qualche anno ho portato questa pratica a Bettolle. Attraverso il passaparola si è creato veramente un bel gruppo di lavoro, costituito non solo da donne ma anche da uomini. Solo il primo anno abbiamo distribuito della lana rosa alla signore del paese e in meno di un mese sono stati prodotti 280 quadrati di lana. Poi nel 2017, lo scorso anno, l’attenzione è ovviamente cresciuta e in molti si sono impegnati per portare avanti questa prativa. Siamo arrivati a 600 quadrati e il numero è destinato a crescere. Mi piacerebbe molto se nascessero comitati anche nei paesi vicini che portassero avanti lo stesso progetto, nello stesso periodo dell’anno».

La serata live del 19 ottobre, si inserisce in un programma più ampio, La Giornata della Salute, dedicato alla prevenzione, coordinato dalla Proloco di Bettolle e ADiVaSe (Associazione Diabetici Valdichiana Senese), con il sostegno dei comitati di volontari Bettolle in Rosa e Bettolle Cuore Amico, e con il patrocinio del Comune di Sinalunga: la giornata dopo il concerto sarà quindi l’occasione per tutta la cittadinanza – e oltre – di poter fruire di controlli glicemici e screening metabolici gratuiti, nonché di seguire gli incontri dedicati all’utilizzo dei defibrillatori automatici esterni. «Quest’anno è stato intercettato il progetto Dai una Mano in Corsa, portato avanti dall’associazione Atletica di Sinalunga» continua Rita, «I ricavati della serata del 19 ottobre confluiranno nella donazione che anche l’associazione sinalunghese fa annualmente, finalizzata allo stesso servizio. Spero che tutto questo serva non solo a raccogliere fondi, che sicuramente servono, ma anche a sensibilizzare le persone a superare le loro paure e controllarsi regolarmente».

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Cos’era Guido Ceronetti

Il 13 settembre 2018 è deceduto Guido Ceronetti. È morto a Cetona, nella casa in cui da anni si era rifugiato, in un’anacoresi mistica laica. Il suo amico Emil Cioran…

Il 13 settembre 2018 è deceduto Guido Ceronetti. È morto a Cetona, nella casa in cui da anni si era rifugiato, in un’anacoresi mistica laica. Il suo amico Emil Cioran gli aveva dedicato un capitolo nella sua raccolta di ritratti Esercizi di Ammirazione, del 1986, nel quale così tesseva la sua iconografia: «…lo si direbbe un eremita sedotto dall’inferno (dall’inferno del corpo), segno certo d’una salute precaria, anzi minacciata: sentire i propri organi, esserne coscienti fino all’ossessione». In effetti, Guido Ceronetti si è interrogato molto sul valore del corpo, non solo del proprio, o più precisamente sul punto di intonazione dell’esistente, snobbando la sua posizione. Guido Ceronetti era un intellettuale obliquo, sovente cattivo, attaccato al peso dei viventi tanto da sentire  la necessità di sfilacciarlo – questo peso – liberarlo dal groviglio filamentoso della storia. Quando, ad esempio, parla di civiltà delle automobili – che annulla la percezione dello spazio – si riferisce a sé come uomo a piedi: l’essere umano pedone che affina il suo sapersi vedere come «punto più debole della natura, candela da soffiare, pudendi scoperti».  In testi come Lo Scrittore Inesistente o La Lanterna del Filosofo (da cui è tratta la citazione soprastante), ma soprattutto ne Il Silenzio del Corpo, cerca di scardinare l’automatismo sensoriale dell’uomo negli anni del consumismo attraverso un vero e proprio culto della parola, che parallelamente trovava forma nelle sue rappresentazioni teatrali.

Guido Ceronetti è stato drammaturgo. Parlava dei suoi testi come di un complesso di parole date in offerta all’altare umanistico che è il teatro. Un teatro, il suo, proiettato al superamento – anche qui – della rappresentazione corporea – certo con le marionette, ma anche con la pura fonetica, per la fruizione della quale si rimanda ai suoi eccezionali radiodrammi per la serie delle Interviste Impossibili.

Attraverso il suo insistere filosofico sul corpo, ha intuito il misticismo new age e il vegetarianesimo almeno vent’anni prima che fosse mainstream, quando in ballo non c’erano movimenti politici con endogene gerarchie da scalare o notorietà, ma solo appercezioni gnoseologiche e altitudini morali.  Guido Ceronetti perseguiva scarti epifanici partendo dal circostante, dai dati che l’esistenza ha messo a disposizione: l’unica stratificazione materica a lui cara è stata la terra, quella del viaggio e dell’immersione paesaggistica. Ha scelto e amato Cetona, come la Svizzera italiana e la sua Torino; ha dato respiro descrittivista alla sua prosa nel suo Viaggio in Italia, con la profondità mistica dei simbolisti francesi, in un tenue anelito di riscatto: «Questo grande rottame naufrago col vecchio nome di Italia è ancora, per la sua bellezza residua, un pallido aiuto alla pensabilità del mondo», scrive nel Viaggio.

Guido Ceronetti è stato altresì un traduttore. Ha tradotto i due libri biblici più vertiginosi: l’Ecclesiaste (o Qoelet) e Il Cantico dei Cantici. Forse uno dei pochi intellettuali del Novecento ad intendere la Bibbia come testo umanisticamente letterario e che – lontano da tutto l’aspetto dogmatico – ha fornito ad esso una postazione di rilievo nella riflessione basica delle letterature comparate.

Nell’ipermaterialismo dei nostri tempi, chi annulla la carne è considerato pessimista, così come l’Edipo Tiranno è percepito come osceno – in realtà il pessimismo di Ceronetti non era che un decimo del suo enorme apporto filosofico. Dal pessimismo mistico, Ceronetti lascia emergere una forte caratura ironica, l’uso del paradosso e della rappresentazione scarna, dell’oggettivizzazione, della conoscenza proteiforme.

La sua mistica nichilistica non si è mai tradotta in uno spudorato – e poco autentico – affidamento religioso, come ad esempio è accaduto in Huysmans, o nel modo in cui recentemente gli scellerati sceneggiatori di True Detective hanno semplificato il pensiero di Thomas Ligotti (altro intellettuale che se avesse avuto trent’anni in più, sarebbe sicuramente stato intercettato, tradotto e divulgato in Italia da Ceronetti), piuttosto nell’eresia (che – come ci insegna lui stesso – deriva da αἵρεσις sostantivizzazione di αἱρέω, e per aumento temporale ᾕρεον, e cioè un verbo la cui significazione rimanda all’atto dello scegliere, del conoscere tante opzioni così da permettersi la valutazione di tutte). Nella sua erudizione Guido Ceronetti ha fornito ai suoi lettori e ai suoi allievi la Scelta, la capacità di ognuno di accrescere una dossografia privata e considerare ogni elemento come degno di approfondimento. È stato erroneamente indicato come intellettuale provocatoriamente antisistemico, passivamente polemico, fuori dagli schemi, era in realtà un erudito capace di non sigillarsi in propugnacoli idealistici, ma aprirsi all’alterità totale. È forse per questo che, negli ultimi giorni di vita, ha scelto di attraversare il sacramento battesimale del Consalamentum, il battesimo dei catari, come a rilucere nel decadimento con un ultimo beffardo ghigno e santificare la morte attraverso l’epitome di un’eresia.

In tutto e per tutto, l’opera di Ceronetti avrà ancora un peso crescente, non tanto nei contenuti della nostra cultura, quanto nel metodo, nel procedimento, nella capacità di strutturare un itinerario del pensiero. Un antidoto all’ego, smisurata malattia dei nostri tempi.

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Live Rock Festival 2018: l’azzardo come antidoto alla prevedibilità

Il Live Rock Festival si conferma una realtà in espansione, andando quest’anno a ricercare le interpretazioni più efficaci del nostro tempo ai margini delle definizioni di genere. Dal 5 al 9…

Il Live Rock Festival si conferma una realtà in espansione, andando quest’anno a ricercare le interpretazioni più efficaci del nostro tempo ai margini delle definizioni di genere. Dal 5 al 9 settembre 2018, presso il parco ex fierale di Acquaviva di Montepulciano Le declinazioni multiformi del rock contemporaneo si condensano in cinque serate, ognuna delle quali si configura come un vero e proprio percorso vertiginoso nelle espressioni artistiche più interessanti del panorama musicale internazionale.

Sono sedici i nomi che campeggiano sul manifesto della ventiduesima edizione di LRF. La loro stentoreità rimbalza dalla costa del Connecticut alla Milano notturna degli after party, dal post-punk del midwest al suono della nuova scena londinese. La cornice strutturale della musica live è composta dalla qualità dei servizi presenti nel parco ex fireale; dell’enogastronomia focalizzata sui prodotti del territorio, con giovani chef locali profondamente dediti al gusto e al legame con i prodotti a Km zero; della sensibilità ambientalista che rende il festival eco-sostenibile, grazie alle stoviglie biodegradabili e all’utilizzo dell’eco-bicchiere lavabile e riutilizzabile.

La line-up del festival vanta band di culto della storia post-punk, stelle dell’elettronica internazionale, fiori all’occhiello del noise rock e dello shoegaze contemporaneo, artisti toscani (e poliziani) che hanno convinto critica e pubblico nell’ultima stagione musicale.

Si parte mercoledì 5 settembre 2018 alle 21:30 con gli Aquarama, che hanno esordito un anno fa con il disco Riva, dimostrando la capacità di mescolare i ritmi tropicali con le atmosfere vintage. Segue M¥SS KETA, l’anima situazionista dell’elettronica italiana, cela il suo volto dietro un velo e degli occhiali da sole, incorniciati dal capello platino: di lei si conosce l’irriverenza e la sensualità del suo accento galloitalico, spalmato sui ripiani sonici dei migliori producer italiani. Gli headliner della prima serata sono gli americani A Place To Bury Strangers, paladini dello shoegaze del nuovo millennio, crudi e rumorosi, passano dal noise alla psichedelia, filtrando tutto il caos sonoro di New York.

Giovedì 6 settembre si apre con i figli della valdichiana, il caschetto rosa e la gioventù ruggente dei ROS sono entrati nel cuore di milioni di italiani, portando alta la bandiera rock della Toscana: dopo aver aperto i concerti di Marilyn Manson e A Perfect Circle, arrivano al Live Rock Festival per presentare il loro disco d’esordio. Segue Andrea Laszlo de Simone, probabilmente il miglior prodotto del panorama indipendente italiano, ormai composto da tante chimere e molto vocìo scomposto. Una rielaborazione di cinquant’anni di psichedelia in chiave cantautorale. Chiude la seconda serata Yungblud, 21 anni e un mese, che mescola la tradizione esplosiva dell’entroterra inglese con le nuove espressioni dell’hip-hop e la cultura di strada: praticamente il suono del prossimo decennio.

Venerdì 7 è aperto dal trio di ispirazione afro blues Hit Kunle, riprendendo la linea world music onnipresente in tutte le edizioni del festival, seguiti da Black Beat Movement, un collettivo milanese che fonde il jazz con tutta la secolare evoluzione della musica nera. A chiudere la serata del venerdì c’è Sir Bob Cornelius Rifo, con il progetto Bloody Beetrots: italianissimo ma stabile nell’empireo delle produzioni statunitensi, ha calcato tutti i palchi più importanti del mondo. Dal Tomorrowland a Sanremo in coppia con Raphael Gualazzi, dal Coachella al Rock Am Ring, senza perdere mai la sua identità esplosiva. Vanta collaborazioni con Steve Aoki, Tommy Lee e Paul McCartney, e chiuderà il venerdì notte di LRF: ci sarà da divertirsi.

Sabato 8 settembre Lucio Leoni salirà sul palco alle 21:30, con il suo cantautorato drammaturgico, i suoi recitativi a metà tra il rap e l’irriverenza punk, ha conquistato il cuore di tantissimi ascoltatori. Segue Akua Naru, una militante prima che una grande voce soul, rivendica le lotte delle donne afroamericane cavalcando le ritmiche funk, jazz e hip hop. Gli Shame sono la grande proposta di quest’anno, e saranno l’ultimo live del sabato sera: emergono dall’underground londinese, si sono conquistati uno spazio rilevante della scena musicale inglese con il graffio dei loro amplificatori e l’energia scatenata nei live. A chiudere la serata il dj set di Herva, grande promessa dell’elettronica fiorentina già sbarcata su etichette internazionali come Planet Mu e Delsin.

Domenica 9 settembre sarà Eleonora Betti ad aprire l’ultima serata di LRF: proporrà un pop d’autore, una musica colta  figlia della sua formazione accademica in pianoforte e canto che si configura in una poetica fuori da tempo e storia, incasellabile e degna dell’ascolto più attento. In seconda battuta gli  Eugenio in Via di Gioia, che aumenteranno le ritmiche tra le plettrate vigorose sulle chitarre acustiche e la frizzantezza dei loro testi, sarcastici e spietati, racconteranno l’Italia contemporanea con l’ironia che meritano i drammi. A chiudere il Live Rock Festival saranno i Pere Ubu, padri del post-punk americano. Dopo quarantatre anni di carriera, cominiciano una nuova tournée italiana partendo proprio da Acquaviva, con un live gratuito – è sempre bene ricordarlo – in una storica reunion con il bassista Tony Maimone fondatore della band.

Cinque serate di grande musica, di grande qualità gastronomica, di buone pratiche e di educazione alla convivenza. Cinque serate gratuite, senza token, senza biglietterie né selezioni all’ingresso. Cinque serate di gioia alle quali mancare sarebbe un gran peccato.

«L’azzardo è l’antidoto contro la prevedibilità»

 

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Una storia Rock’n’Roll: torna il Birranthology Festival, dal 24 al 26 agosto 2018

Dal 24 al 26 Agosto 2018, al Parco dell’Uccelliera di Scrofiano, il High Extravaganza Birranthology Festival celebra la storia del rock’n’roll. Non solo un semplice festival con esibizioni live, ma…

Dal 24 al 26 Agosto 2018, al Parco dell’Uccelliera di Scrofiano, il High Extravaganza Birranthology Festival celebra la storia del rock’n’roll. Non solo un semplice festival con esibizioni live, ma un vero e proprio viaggio nella cultura rockabilly, con l’estetica e la stravaganza delle sue radici negli anni ’50 fino alle più recenti espressioni di psychobilly, horror-punk e dello stile che ormai caratterizza il festival da più di dieci anni. Tutto accompagnato da una raffinatissima selezione di birre artigianali, all’insegna del motto craft not crafty, (artigianale, non finto-artigianale) che premia le piccole brewery indipendenti. Marchi di birrifici locali, che dimostrano un’attenzione particolare nei confronti del territorio, affiancati ad importanti brand internazionali, sempre appartenenti al circuito delle birre artigianali.  «Il lavoro del birraio è molto simile a quello del cuoco» affermano gli organizzatori «Entrambi lavorano con il fuoco e con le pentole, di varie dimensioni quelle del cuoco, enormi quelle del birraio. Il birraio però ha dei vincoli che il cuoco non ha. Quest’ultimo infatti può scegliere liberamente con quali materie prime comporre i propri piatti, mentre il birraio deve necessariamente utilizzare alcuni ingredienti: l’acqua, il malto d’orzo, il luppolo, il lievito». Le birre artigianali saranno servite rigorosamente in lattina, in pieno stile rockabilly. Non solo per fattori estetici ma anche di qualità. «Bere birra in lattina è un gesto purtroppo percepito come rozzo» continuano gli organizzatori «In realtà l’inscatolamento in lattina della birra rappresenta il metodo più efficace di conservazione del prodotto. Proporremo le birre locali alla spina, poiché la vicinanza fisica ai luoghi di produzione ci permette di avere massima espressione della loro qualità, e le birre straniere in lattina, per avere l’esperienza migliore di fruizione del prodotto».

Artigianalità, ribellione, quindi, extravaganza e retrofuturismo s’incontrano nella valorizzazione delle sottoculture musicali rock ed elettroniche delle scelte musicali; ovvero quelle zone grigie della musica tanto particolari quanto interessanti. Un viaggio musicale di tre giorni, attraverso le atmosfere coinvolgenti del Rock’n’Roll che si configura in tre serate tematiche molto diverse con titoli che lasciano intuire l’atmosfera che si respirerà ad ogni show:

Venerdì 24 agosto “Birranthology Rockin’ Playlist” https://spoti.fi/2t7Jkfk
(Rock’n’Roll-Rhytm’n’Blues- Garage Rock)

 

Sabato 25 agosto “Birranthology Stompin’ Playlist” https://spoti.fi/2ylDThX
(Psychobilly- Neo-rockabilly- Horror Punk)

 

Domenica 26 agosto “Birranthology Dreamin’ Playlist” https://spoti.fi/2lgZaQp
(Retrowave, Outrun, Darksynth)

Alla musica e alla birra, si aggiungono anche le esibizioni delle artiste di Burlesque, anch’esse selezionate a seconda della prossimità formale con le linee della serata, per poter vivere appieno la molteplicità delle espressioni emerse dalla cultura del recupero dal passato, il vintage, il retrofuturismo, le grafiche old-school. Una festa ad ingresso libero, che permette a chiunque di conoscere una storia troppo bella per essere ignorata. 

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Sonia.

Sonia rutila al sole e sfoglia le analisi cartacee scorrendo il dito sui valori della VES. Non fa che deglutire. Ha aperto bocca solo per chiedere se fosse aperto il…

Sonia rutila al sole e sfoglia le analisi cartacee scorrendo il dito sui valori della VES. Non fa che deglutire. Ha aperto bocca solo per chiedere se fosse aperto il baule, scaricando i suoi cinquantasei chili sulla maniglia del trolley, quando alla stazione di Chiusi-Chianciano Terme è stata raggiunta dall’auto dopo un’ora di attesa. Lui non l’ha ancora guardata negli occhi, quando chiude la rotonda in direzione del casello dell’A1. Guida con i polpastrelli; lo sterzo scotta ancora, nonostante la sosta all’ombra, e i punti d’intonazione della radio perdono di aderenza alle orecchie, ad ogni colpo di vento dai finestrini. «Dimmelo, eh, se ti dà fastidio, ché accendiamo l’aria…». La curva del naso di lei protende oltre il velo biondo cenere dei capelli, fino a poche settimane prima decisamente più lucidi, nella leggera decolorazione del balayage. «No, non ti preoccupare» dice Sonia «Ci sono abituata». Lui non dice niente. Sono soltanto in due ed entrano in autostrada, in un giorno di pieno agosto, con i fotoni solari dritti sul nero melanite micalizzato, che infervora di centigradi gli interni e il circostante.

Era poco più di un anno che non andavano a letto insieme, ma lui sembrava ricordarsi ancora a memoria ogni centimetro di lamina cellulare, ogni singola porzione del suo strato corneo, ne aveva baciato in lungo e in largo gli umori, con il caldo e il freddo delle notti lungo il rincorrersi delle stagioni. Poteva ancora indovinarle le forme, sotto il bianco del caftano, ora che con le braccia incrociate sul ventre voleva avvilire la sua femminilità. Per brevità potremmo dire che – – era ancora innamorato. «Come stai, Sonia? Perché non dici niente?» chiede, con insistenza passiva. «Come vuoi che stia?». Non ha ancora abbassato il volume dello stereo e immagino non abbia la minima intenzione di farlo. Cachaça e luna piena / con te in una favela. Lui forza gli angoli della bocca e si rosicchia l’interno della guancia.   

Lei scoppia a piangere e l’imbarazzo ingenuo dell’ultima mezz’ora si trasforma in panico. La quiete è rotta dai nitriti di pianto che straziano il microclima dell’abitacolo. Siamo solo all’uscita Bettolle-Valdichiana ed è già esploso un qualche tipo di dolore.

Sono almeno dodici minuti che lui cerca di intuirle lo stato d’animo con delle brevi occhiate.  «Vuoi parlarne?» azzarda e si porta l’unghia dell’indice sotto il molare. «Non ti mangiare le unghie» dice lei, spalmandosi le lacrime sugli zigomi. «Non mi mangio le unghie» cerca di rispondere «Mi tolgo solo le pellicine dal pollice», dice. Hanno superato l’area di sosta di Lucignano e lui nemmeno ha chiesto se volesse fermarsi.  Amami come se fosse l’ultimo giorno / sposteremo il mondo. Vorrebbe uscire a Monte San Savino, accostare nel parcheggio della “Le Mirage”, saltarle addosso e dirle che l’ama. Supera l’area di servizio di Badia al Pino. Poi supera l’uscita di Arezzo. Vorrei andare in un posto diverso / Ultimamente me ne frega un terzo / Sai quanto me ne importa di una casa in centro?

«Ma a Firenze in che zona lavoravi?» prova così ad intavolare una conversazione, durante il pasto all’Autogrill Arno Est. «A Novoli, ma abitavo a Calenzano, in una casa con altre sei». Ogni sillaba è per lui una coltellata. «E ora lo sai dove ti portano?» chiede. «No, macché» e addenta la Rustichella. «ora lavoriamo nelle case, che c’è la nuova ordinanza in città, lo sai?». Lui annuisce involontariamente. «Ultimamente non ho capito più niente. Mi è cambiato il tempo, mi sembra che le settimane durino attimi, non parlo più con nessuno», lo sfogo verbale è un canale che esonda, mentre lui ancora cerca di non soccombere al peso dei suoi occhi puntati contro. Lei capisce tutto: «avessi avuto un lavoro» conclude allora, «secondo te farei quello che faccio?».

Il cartellone in forex fuori dall’Autogrill suggerisce una redenzione: “Sei in un paese meraviglioso”. Lo sguardo di lei tocca la morbidezza degli spigoli in legno che contornano la cartina, i segmenti laser che tagliano la Valdichiana tra Montepulciano, Cortona e Pienza e sembrano ferirla; come un rasoio le tagliano la gola, violata da un fiume di catrame fino al ventre verde-ocra che è il Valdarno, una terra che ribolle, sotto i quaranta gradi di agosto, nel pancreas della Toscana. «Sei in un paese meraviglioso» dice specularmente lui, convinto di essere simpatico, a quattro metri e mezzo da lei che in gola si sente un persico di lago vivo. «Dai, almeno sei circondata da città d’arte, da paesaggi che ci invidia il mondo…» eccola che si volta, dopo le classiche parole di troppo che erano uscite dalla bocca del maschio – sempre di troppo e sempre troppo tardi per capire –  e rimontano in macchina. Portami giù, dove non si tocca / dove la vida è loca.

Pochi chilometri dopo Firenze Sud – non necessariamente della stessa estate – lui tira il freno a mano in un parcheggio. Ad aspettarla c’è un’altra Audi, d’un blu palais effetto perla. I lampioni rovesciano i chiaroscuri delle curve e brillano sui riflessi. Prima di aprire la portiera lei lo guarda per un paio di frazioni. Lui ha la bocca allentata dalla cervicale, sbronzo di sentimenti incomprensibili e veramente non sa che cosa dire. Il muro tra loro è ormai cresciuto come crescono le mangrovie e quasi, pur fissandosi negli occhi, non riescono a vedersi. L’ho pagata sulla pelle e non mi ha dato il resto / e la sera i locali chiudono troppo presto. Lei scende da sola e prova ad aprire il portellone posteriore per prendere la valigia, ma la chiusura centralizzata rallenta la procedura. Eccolo intervenire, allora, e la aiuta a scaricare il bagaglio. «Io, Sonia, non ci posso fare niente», dice mortificandosi. «E perché? Ti ho chiesto qualcosa, io?». La risposta sta tutta dentro un’emissione di fiato. Lui ruota le spalle di centottanta gradi, verso la macchina, e s’immagina di sentirla singhiozzare mentre già se ne sta andando. Sto partendo, sta a te non perdere il treno / se vuoi prendi la mano e vieni con me / se no bye bye. Per dieci minuti tiene la testa rivolta verso lo svincolo entro il quale l’ha vista andare via, poi forza il cambio sulla prima e con le pliche della gola spinge la saliva verso il plesso solare, dove sente materializzarsi tutta la consistenza della sua codardia. Pensa alla soddisfazione di somministrare consigli ai figlioli, sotto lo sguardo compiaciuto di sua moglie, nel caldo di una cena domestica, mentre nella sua immobilità, nella sua cupa inferriata borghese, utilizza dipendenze o millantate disabilità emotive per lasciarsi scorrere la vita addosso. Con l’indice ancora tremolante, tanto quanto il petto, preme il pulsante del telefono. «Siri, indicazioni per Castiglion della Pescaia», dice. Tira fuori dal cruscotto una Davidoff, che per smettere di fumare c’è sempre tempo. «Ecco le indicazioni per Castiglion della Pescaia» risponde Siri, da dentro lo smartphone. In fondo è ancora Agosto. Può ancora andare a godersi i suoi due figli, che sono dalla madre ora, nella quiete estiva della riviera maremmana.  «Ce n’è ancora di tempo» pensa, lui «prima che i corvi finiscano di divorare le verbene». Ci resta ancora tutta la vita per una scusa / per volare in autostrada / e in radio musica cubana. Ed è già in quinta, stabile sui centoquaranta, lungo l’Autostrada del Sole.

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Sarteano Jazz & Blues – Intervista a Battista Lena

La prima edizione del Sarteano Jazz & Blues risale al 1990 e per i successivi ventinove anni, ogni agosto, ha riempito il borgo toscano di blue note e improvvisazioni. Nel…

La prima edizione del Sarteano Jazz & Blues risale al 1990 e per i successivi ventinove anni, ogni agosto, ha riempito il borgo toscano di blue note e improvvisazioni. Nel 2018, alla XXVIII° Edizione, il festival sceglie come direttore artistico Battista Lena, uno dei più importanti chitarristi jazz d’Italia, docente di perfezionamento musicale a Siena e a Roccella Jonica nonché vero e proprio militante della musica: i suoi progetti musicali spaziano dall’opera jazz all’ambient, dalla colonna sonora alla propedeutica dello strumento. Dal 5 di agosto sarà presente a Sarteano, in occasione dell’anteprima del festival, presso il Chiostro Cennini, con il Pedro Spallati Quartet. Alle 19:00 i musicisti potranno incontrare il pubblico, presso il Teatro Comunale degli Arrischianti, moderati da Stefano Zenni, e a seguire Marco Lodoli leggerà dei brani dal suo libro “I Professori e gli Altri Professori”.

Abbiamo incontrato Battista Lena per rivolgergli qualche domanda sulla sua esperienza.

LaV: Il festival è alla sua ventinovesima edizione. Come si è evoluto nel tempo e come questa edizione si inserisce in questa evoluzione?

Battista Lena: Questo festival ha sempre avuto un carattere. Questo accade quando la persona che lo sovrintende ha una sincera passione per il Jazz come nel caso di Sergio Bologni. Per quanto mi riguarda ho cercato di non disperdere questa impostazione e questo patrimonio portando la mia esperienza di musicista militante.

LaV: Nel programma viene coinvolta anche la banda di Chianciano Terme e Sarteano: quali sono gli stimoli che un professionista riceve dal performare con i non-professionisti?

BL: Amo collaborare con i musicisti amatoriali, il primo esperimento, Banda Sonora, risale a oltre 20 anni fa (e fu ospitato al Sarteano Jazz&Blues) e da allora questo aspetto della mia attività non si è mai arrestato. Se non suonasse enfatico direi che ogni concerto è un piccolo miracolo di imperfezione e di dedizione che ancora trovo bellissimo.

LaV: Parlando del territorio: a pochi chilometri da Sarteano ci sono sia uno dei più importanti istituti di formazione jazzistica (il Siena Jazz), sia uno dei più importanti festival jazz d’Europa (Umbria Jazz). quali sono a tuo parere i punti di forza che può acquisire un festival dedicato a questa attitudine musicale in un luogo come Sarteano?

BL: Ovviamente non possiamo e non vogliamo misurarci con un colosso come Umbria Jazz. Qui però siamo liberi: il piccolo budget comporta una grande libertà, anche di sperimentare. È un festival rivolto naturalmente ai forestieri, ma anche molto alla comunità di Sarteano e nei prossimi anni potrebbe crescere ed aprirsi ad altre discipline.

LaV: Nell’attuale panorama contemporaneo, in cui la tecnologia e la standardizzazione dei suoni e degli schemi compositivi sembra ormai la pratica consolidata per il successo, cosa può trovare oggi il pubblico nel jazz? 

BL: Proprio nel momento in cui certe pratiche possono apparire totalizzanti si cerca il contrario: la libertà, la spontaneità di un linguaggio come quello jazzistico che non rifugge la complessità e che offre un ventaglio molto ampio di mondi espressivi.

Il Sarteano Jazz and Blues è prodotto dalla Nuova Accademia degli Arrischianti, un’entità culturale attiva soprattutto nell’ambito del teatro di prosa: nel programma del festival è presente anche il reading di Marco Lodoli, nonché l’allestimento di Cosmonauti Russi, l’opera jazz che si avvale della prosa per l’assetto liricistico. Ma in generale, che rapporto c’è secondo te tra il jazz e le parole?  

BL: Fra musica in generale e parola esiste un rapporto complesso e talvolta conflittuale. Il senso della parola, il significato e l’assenza di significato della musica, che è autosufficiente come diceva Stravinskij. L’alchimia fra questi elementi, al di là delle formule già codificate per enfatizzare questo o quel sentimento, è ancora un ambito tutto da esplorare.

La tre giorni di festival decollerà venerdi 24 Agosto, in Piazza San Lorenzo Gabriele Mirabassi al clarinetto, Cristina Renzetti alla chitarra – e alla voce – e Roberto Taufic alla chitarra. Il 25 Agosto il Roberto Gatto Trio si esibirà in Piazza San Lorenzo e Domenica 26 l’opera di Battista Lena “Cosmonauti Russi”, chiuderà il programma con la partecipazione di Giorgio Tirabassi. Ogni sera, dalle 23:30, presso il Chiostro Cennini, gli After Hours composti da Marcello Lupoi, Andrea Ambrosi e Giovanni Paolo Liguori, animeranno i fine serata.

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Un estratto da “Trovami un Modo Semplice Per Uscirne” di Nicola Nucci

Nicola Nucci è nato nel 1987 a Sinalunga ma ha sempre risieduto a Torrita di Siena. Ha scritto per numerose riviste. quotidiani e blog, tra cui Watspad Italia Indie, Nonsolocalcio…

Nicola Nucci è nato nel 1987 a Sinalunga ma ha sempre risieduto a Torrita di Siena. Ha scritto per numerose riviste. quotidiani e blog, tra cui Watspad Italia Indie, Nonsolocalcio e Corriere di Siena. È stato premiato in location importanti quali il Salone del Libro di Torino e Under29 di Modena. Il suo romanzo d’esordio “Trovami un Modo Semplice per Uscirne” (titolo ripreso dal brano dei Verdena) è stato finalista al prestigioso Premio Italo Calvino 2018 per “la misura della lingua parlata, spontanea e scandita da scambi brevissimi, calata in un’impalcatura che dichiara la sua teatralità sin dal principio”. In esclusiva per i lettori de La Valdichiana, su gentile concessione dell’autore, ne pubblichiamo un breve estratto.

TROVAMI UN MODO SEMPLICE PER USCIRNE

[la rivoluzione]

Mmhhh…
Ma oggi è…
Sì. no.
Oggi.
Oggi…
Tutto a gonfie vele, no?
Sì?
Regolare, no?
Cioè?
Cioè… oggi… oggi si fa la rivoluzione, no?
Ancora con ‘sta storia?
Rivoluzione sempre, rivoluzione adesso, rivoluzione da
tutte le parti.
Lo sapevo che…
Bum bum bum, capito?
‘na persecuzione, eh.
non abbiamo scelta, capito?
Eppure non sono mica un tipo molto selettivo.
Rivoluzione, no?
‘na “pizzata” tra amici…
Facciamo quel che dobbiamo fare e poi…
Uno sturo duro svelto svelto…
‘na cosa salutare, capito?
Invece te ne esci con…
Be’ cioè, rivoluzione… mica male, eh?
Mi sarebbe bastato…
Invece facciamo la rivoluzione.
Rivoluzione?
Ci diamo dentro con…
Sicuro non l’avessimo già fatta?
Cosa?
La rivoluzione.
Beh cioè, un flashmob ce lo siamo scolati.
E tutto quel trambusto allora?
Mica ‘na rivoluzione.
No?
No!
Parli di…
Parlo di…
Il solito scuotiscuoti.
Qualcosa che…
Era scritto in cielo che te ne saresti uscito con…
Mica ‘na cosa strampalata.
Sì. no.
Un sacco divertente, capito?
È…
Io, te…
Io? Te?
Non ti senti come tutto elettrizzato?
Mi sento solo ‘na cifra stanco.
Stanco per…?
Anche oggi dieci ore filate.
Che vuoi che sia.
Come ‘na galera, peggio di una galera.
Quel che vogliono.
Non quel che voglio io.
Durerà in eterno.
Troppo tempo!
Allora ho ragione io, no?
A che proposito?
Ho ragione io quando ti parlo di direzioni da seguire,
di correttivi da attuare…
Ma non è solo questo.
Ti ho mai fatto cacciare nei guai?
Un sacco di volte.
Mai!
Tante di quelle volte che…
Ma stavolta sarà tutto diverso.
Anche la volta scorsa doveva essere tutto diverso.
Lascia perdere la volta scorsa, ok?
Invece ci penso eccome.
Stavolta… stavolta è stavolta, no?
Non lo so.
Non lo sai?
Non lo so nick.
Lo sai.
Lo so?
Regolare che lo sai.
Dico solo: finiremo male.
Tutto a posto, amico mio.
Non…
Hai fiducia nel sottoscritto?
Ma non è questo.
‘na rivoluzione coi fiocchi, capito?
Non lo so.
Ti fidi di me?
Sì. No.
Beh se ti fidi di me, fidati una volta di più, no, cazzo ti
costa?
Non lo so.
Lo sai.
È tutto così difficile.
Basterà mettere da parte i brutti ricordi.
Più forte di me: non faccio che pensare a…
Ce ne stiamo buoni buonini, capito?
È solo che…
Non faremo del male a una mosca.
Rivoluzione, eh?
Io e te, capito?
Chiaro.
Tutto a gonfie vele, no?
Chiaro che qualora sconfinassimo nella solita tiritera
non tarderei a…
Facciamo i bravi.
Promesso?
Promesso.

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