La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Tommaso Ghezzi

Settimana Arthur Miller: interviste a Elena Sofia Ricci e Sebastiano Somma

Giovedì 15 febbraio 2018, alle 21:15, al Teatro Poliziano di Montepulciano, va in scena Vetri Rotti con Elena Sofia Ricci, Gianmarco Tognazzi e Maurizio Donadoni, per la regia di Armando Pugliese….

Giovedì 15 febbraio 2018, alle 21:15, al Teatro Poliziano di Montepulciano, va in scena Vetri Rotti con Elena Sofia Ricci, Gianmarco Tognazzi e Maurizio Donadoni, per la regia di Armando Pugliese. Sabato  17 febbraio, invece, al Teatro Mascagni di Chiusi, sempre in prima serata, va in scena Uno Sguardo dal Ponte, con Sebastiano Somma, per la regia di Enrico Maria LaManna e le musiche di un inedito Pino Donaggio prestato alla colonna sonora teatrale.

Due testi di Arthur Miller a distanza di pochi giorni. Due testi che sono primariamente messaggi politici. Attenzione, “politici” in questo caso assume una significazione lontana da quella che vergognosamente è commutata da questi mesi di campagna elettorale, fatta di graffi retorici e slogan banalizzanti, complessità sbriciolate in frasi paratattiche semplificatorie.

Vetri Rotti, al Poliziano il 15 Febbraio, si svolge nella New York borghese del 1938. Il riferimento esplicito del titolo è rivolto a quella Notte dei Cristalliil violento pogrom nazionalsocialista che nella seconda settimana del Novembre del 1938 attaccò – non solo in Germania, ma anche in Austria e Cecoslovacchia – i quartieri ebrei delle città, devastando e aggredendo la popolazione ebraica.  Elena Sofia Ricci interpreta Sylvia, moglie di Philip da trent’anni, che si ritrova improvvisamente paralizzata agli arti inferiori. «La cosa che emerge da questo testo è che la paralisi di silvia apre uno scenario più interessante» mi dice Elena Sofia Ricci, a pochi giorni dalla replica poliziana «Il lavoro sulla paralisi delle gambe di Sylvia non è stato facile come mi aspettavo nel momento in cui ho letto il testo per la prima volta. Sia dal punto di vista emotivo, poiché quell’immobilismo delle gambe non è che l’aspetto esteriore di una paralisi più profonda, interiore, storica. Sia perché non è per niente facile dimenticarsi di avere le gambe.  Non muovere mai le gambe comporta una scissione interna, una rottura psicologica tra le componenti del corpo. È difficilissimo. Il lavoro che ho fatto si è concentrato solo sulla parte superiore del corpo e sulle intenzioni. Su cosa sto dicendo io e cosa sto raccontando della mia paralisi oltre quella fisica».

La paralisi viene diagnosticata come psicosomatica. Si ricorre così alla psicologia, che negli anni ’30 stava esplodendo come disciplina scientifica. «Il medico Hyman, un ebreo “sereno” rispetto alla complessità che gli altri due protagonisti vedono nella loro matrice culturale» continua Elena Sofia Ricci «cerca di spiegare la paralisi con qualche piccola e marginale conoscenza in ambito psicologico, ma Sylvia è paralizzata dalla paura, dalla complessità della colpa millenaria vissuta dagli ebrei. La paralisi è un’espressione cassandrina del dramma storico che sarà l’olocausto. Da questo spunto, lo spettacolo arriva anche a parlare dell’inversione dei ruoli, privati, in una coppia: un elemento di straordinaria contemporaneità. Nello spettacolo vediamo una donna che deve diventare uomo, all’interno della coppia. Oggi questo vediamo: uomini che vengono frustrati da queste donne così totemiche, così virili, che li rendono impotenti. L’impotenza genera frustrazione e la frustrazione genera violenza. Così nei popoli così nel  privato delle coppie».

Un dramma privato che si dispiega in dramma storico, pubblico, umano. Un topos, se vogliamo, della tradizione letteraria mondiale, ma che nel caso di Arthur Miller trova anche un significato astorico, al di fuori del tempo, che parla al presente utilizzando narrazioni localizzate molto lontano nella storiografia.

«Quando Arthur Miller ha scritto Uno Sguardo dal Ponte di certo non pensava che sessant’anni dopo ancora avrebbe suscitato delle riflessioni in questi termini, in Italia», dice Sebastiano Somma, qualche giorno prima della replica al Teatro Mascagni di un’altra pièce, scritta trentanove anni prima dell’altra, che come ambientazione ha la Brooklyn popolata da immigrati italiani, «Siamo in giro con questo spettacolo da tre stagioni e abbiamo falcato l’Italia da nord a sud» continua Somma, «Ed è stato interessante notare come in Veneto e in Friuli, regioni del nord-est che certa narrazione mediatica vorrebbe lontane dall’accoglienza e dalla recezione positiva dell’immigrazione, le persone siano ben consapevoli di quanto l’emigrazione abbia fatto parte della loro storia». Sebastiano Somma interpreta Eddie Carbone, un padre-padrone di famiglia, siciliano trapiantato a Brooklyn, travolto da una vicenda di ossessioni e sentimenti distorti, contrastivo nei confronti di una figlia che sembra troppo aperta ai costumi newyorkesi e lontana dalla visione femminile paterna. «Ovviamente nel testo originale non ci sono riferimenti dialettali, ma con Masolino d’Amico, che ha curato l’adattamento ed Enrico LaManna, regista, abbiamo deciso di caratterizzare questo personaggio con un accento siciliano, che resti ovviamente comprensibile a tutti gli italiani».

 

È indubbio che la famigerata pancia del paese esista. Ed è ancor più fuori discussione che questa pancia sia ormai un interlocutore necessario per comprendere le sorti del paese. Questi due spettacoli parlano a questa pancia: non lo fanno con le urla da salotto televisivo, con i microfoni direzionali a spilla che grattano sulle giacche. Lo fanno con narrazioni nette, procedimenti psichici e storici di rilievo universale. Due spettacoli che sono anche fondamentali per la storia del teatro contemporaneo. Perderseli, di fatto, è come perdersi un’occasione per capire.

[Le interviste integrali a Elena Sofia Ricci e Sebastiano Somma usciranno nel #2 di Valdichiana Teatro, da Marzo scaricabile dal nostro Shop. Se ti sei perso il #1 ti perdoniamo, ma ti invitiamo a sopperire alla carenza, scaricandolo da qui

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Un Omaggio a Rino Gaetano a Torrita – Intervista a Claudia Campagnola

Ogni 2 giugno, a Roma si tiene il “Rino Gaetano Day”. Il pubblico dell’evento nel 2017 ha registrato 30.000 persone – si raccoglie in Piazza Sempione, ad assistere alle esibizioni…

Ogni 2 giugno, a Roma si tiene il “Rino Gaetano Day”. Il pubblico dell’evento nel 2017 ha registrato 30.000 persone – si raccoglie in Piazza Sempione, ad assistere alle esibizioni di una serie di tributi al cantautore crotonese-romano. Una piazza stracolma, come quella che si configura nella manifestazione romana, testimonia l’affezione che il pubblico di oggi mantiene per Rino Gaetano, scomparso tragicamente in un incidente d’auto il 2 giugno del 1981. Un’affezione che coinvolge anche il Teatro Golden di Roma, che sta portando in giro uno spettacolo intitolato Chi Mi Manca sei Tu (celebre refrain di Ahi Maria, successo gaetaniano del 1979) a lui dedicato e che farà tappa al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, sabato 10 febbraio 2018: sempre secondo lo schema comprovato di doppio spettacolo alle 19:00 e alle 21:00.

Scritto e diretto da Toni Fornari e interpretato da Marco Morandi e Claudia Campagnola, si configura come uno spettacolo-concerto, nel quale si alternano interpretazioni dei brani a racconto in prosa. Sul palco, la band – che vede come frontman lo stesso Marco Morandi – è composta da Giorgio Amendolara, al piano e le tastiere, Menotti Minervini al basso e Umberto Vitiello alla batteria.

Claudia Campagnola interpreta invece un personaggio femminile, molto vicino a Rino Gaetano, ed è lei a guidarci nel racconto di Rino Gaetano. Le abbiamo rivolto delle domande prima della tappa torritese.

LaV: Che cosa rende Rino Gaetano ancora oggi così amato, celebre anche nelle giovani generazioni?

Claudia Campagnola: Sicuramente Rino diceva delle verità scottanti, parlava del presente ma in realtà dava già l’occhio al futuro, cioè era un genio che secondo me aveva uno sguardo ancora oggi attuale che racconta ancora oggi del nostro paese. Rileggendo le sue canzoni i suoi testi le sue canzoni il nostro paese non sembra aver fatto molta strada. È un po’ come fosse un personaggio shakespeariano, tipo fool, a me piace vederlo così, un fool che è l’unico a vedere la verità e raccontarla e quindi per questo considerato pazzo. Invece è semplicemente una capacità più ampia di guardare la realtà più ampia e sicuramente più autentica.

 LaV: Tu interpreti una “groupie” di Rino, che lo seguiva ovunque durante gli anni ’70…

CC: In realtà è una figura più complessa. Intepreto un personaggio femminile  che ha vissuto accanto a Rino Gaetano, che sa molte cose di lui. L’autore del testo non ha specificato se fosse la sorella, la fidanzata, la cugina oppure se sia un flirt che ha fatto parte della sua vita. Sappiamo solo che è una figura femminile, molto vicina a Rino, che ha passato molto tempo nella sua quotidianità, che ha vissuto accanto a lui. A me piace dire che questo personaggio può essere letto anche come la sua anima, la sua anima femminile, una Musa, oppure la sua linfa poetica…

LaV: È cambiato secondo te il rapporto con i divi? È cambiato il rapporto tra il pubblico e la celebrità della musica? Può esistere un personaggio come Rino Gaetano oggi?

CC: Be’ direi che il rapporto con il pubblico da parte degli artisti è completamente diverso. Soprattutto quando viene meno la “purezza” degli artisti. C’è sicuramente un grande intento da una parte di certi cantautori di descrivere il presente attraverso la musica e raccontare le emozioni delle persone. C’è però, devo dire, anche un lato commerciale con cui fare i conti. In questo momento è un po’ difficile per un artista – che sia musicista, cantautore, autore e anche attore – avere una poetica da poter portare avant una poetica pulita, scevra da compromessi commerciali o di mercato. Ma c’è chi ci riesce ancora per fortuna…

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Vedi alla Voce – Nina’s Drag Queen

C’è una cornetta che diventa un microfono. Un uomo che diventa bambola. Un corpo vivo che diventa macchina teatrale meta-testuale capace di proiettare sé stessa tra il dentro e il…

C’è una cornetta che diventa un microfono. Un uomo che diventa bambola. Un corpo vivo che diventa macchina teatrale meta-testuale capace di proiettare sé stessa tra il dentro e il fuori del testo. È la porzione di un intero drammaturgico allestito dalla compagnia Nina’s Drag Queen, in scena al Teatro degli Arrischianti di Sarteano il 4 febbraio 2018. Vedi Alla Voce Alma, è il titolo ed è interpretato da Lorenzo Piccolo, con la regia di Alessio Calciolari.

Il plesso narrativo dello spettacolo si basa su due vettori: il primo è un tradizionale testo di teatro borghese che funge da impalcatura drammaturgica, il secondo è una storia vera, allo stesso modo struggente.

Il testo teatrale di riferimento è La voce umana di Jean Cocteau. Il monologo per donna, opera del drammaturgo francese, scritto nel 1930, che fa ruotare tutto il crescendo di disperazione della protagonista femminile attorno all’inefficienza del servizio telefonico parigino: la donna, abbandonata, cerca di parlare con l’ex amante al telefono, tra pianti e disperazione sentimentale. Il testo è famoso in Italia per la sua interpretazione di Anna Magnani, diretta da Roberto Rossellini nella pellicola L’Amore, del 1948.

La storia vera è invece quella di Alma Schindler, meglio nota come Alma Mahler o – come l’hanno ribattezzata i manualisti – la “Vedova delle Quattro Arti; moglie e vedova di Gustav Mahler; divenne musa e amante di grandi artisti legati alla Secessione Viennese dalla Kunstgewerbeschule, come Klimt e Kokoschka. Si sposò poi con l’architetto Walter Gropius dal quale divorziò a causa di una relazione che aveva instaurato con lo scrittore Franz Werfel. Questi diventò poi il suo terzo marito, il quale morì di infarto nel 1945, lasciandola vedova per la seconda volta. Ma è la vicenda che la lega a Oscar Kokoschka che ha attratto le Nina’s Drag Queen – e non solo – per imbastire un percorso di forte impatto immaginifico sulle meccaniche dell’abbandono. Il grande pittore e la donna – così raccontano le biografie – si frequentarono per due anni, nella Vienna ruggente degli anni ’10. Lui dipinse un quadro intitolato La sposa del vento, in cui raccolse espressivamente tutto il fulgore che quella relazione scatenava nel suo animo. Venne poi chiamato al fronte, durante la Grande Guerra, e lei, invece di aspettarlo, decise di troncare la relazione. Oscar, cieco di amore e gelosia, scatenato da una collera morbosa e furibonda, decise di contattare la modista Hermine Moos per costruire insieme a lei una bambola a immagine e somiglianza di Alma. L’amante posticcia venne realizzata secondo le proporzioni effettive della ex-compagna, con una minuziosa precisione nella riproduzione di tutte (proprio tutte) le parti del corpo, nascondendo le cuciture. Lui comprò per la bambola vestiti costosi e biancheria intima, ordinava alla servitù di servirla, la portava con sé nelle occasioni pubbliche e la dipinse in numerosi quadri.

Secondo una dinamica interpretativa che potremmo definire a matrioska, una dentro l’altra queste vicende – e i personaggi ad esse legati – voltolano nella voce e nei gesti del bravissimo Lorenzo Piccolo, che alterna i commenti alla vicenda con immedesimazioni dei personaggi, fino alla trasposizione melologica  della narrazione servendosi del playback e del lip-sync di canzoni e frammenti filmici. Dentro c’è Mia Martini, Patty Pravo, Ornella Vanoni che si mescolano al teatro borghese degli anni venti.

 

Abbiamo incontrato i due “responsabili” di Vedi Alla Voce Alma e abbiamo fatto loro delle domande.

V: Come funziona la catena di interpretazioni di questo spettacolo? Come è gestita la molteplicità di voci e di corpi nel unicità del monologo?

Lorenzo Piccolo: Noi siamo partiti dal testo di Cocteau che è un monologo per donna – tra l’altro il primo monologo femminile della storia del teatro – e segna proprio per questo un punto chiave della drammaturgia moderna. Ci interessava, nel momento in cui utilizziamo la Drag Queen come maschera teatrale, questo aspetto. È un testo interessante, ma anche molto strano: molte cose non si capiscono. Poi è molto datato perché è dentro una struttura di teatro borghese del 1930. Quindi innanzi tutto Vedi Alla Voce Alma nasce da un rapporto di amore-odio verso questo testo. Da un lato ha degli evidenti aloni di muffa, dall’altro è legato alle grandi attrici: lo ha fatto la Magnani, la Bergman, recentemente la Asti, la Proclemer, c’è pure un’opera lirica di Francis Poulenc. Ha quindi qualcosa di mitologico e affascinante. Cocteau cerca di analizzare la psicologia dell’abbandono e dello struggimento con metodi un po’ vecchiotti. Il nostro tentativo è stato lavorare per mezzo di una dialettica, di uno sguardo critico nei confronti del testo, che si configurasse con un passaggio dentro-fuori dalle parole del copione originale. Abbiamo aggiunto musiche, brani da film. Abbiamo reso questo gioco in maniera evidente con l’uso del playblack. Abbiamo svelato l’artificio dell’attore. Il playback infatti è fare una cosa e guardarti mentre la fai. Abbiamo usato anche molte delle didascalie che Cocteau ha immesso nel testo originale, commentandole in scena. Cose scritte che fanno un po’ ridere. Ad un certo punto ad esempio troviamo «Il sipario rivela una camera da delitto. Davanti al letto, per terra, è sdraiata una donna con una lunga camicia, come assassinata. L’autore vorrebbe che l’attrice desse l’impressione di sanguinare, di perdere il sangue come una bestia ferita, di terminare l’atto in una camera piena di sangue». Sì vabbè Cocteau, mo’ lo faccio… (ride). Ecco, lui aveva queste visioni, era un po’ pazzerello, ricordiamo che era anche disegnatore e cineasta, un artista estremamente visivo, il problema è che scriveva didascalie sostanzialmente inutili dal punto di vista drammaturgico. Spesso l’interprete esce dall’interpretazione per commentare le didascalie stesse… c’è molta ironia anche su questo.

 LaV: La Drag Queen ha la possibilità di passare dal kitsch alle citazioni colte, da Moira Orfei ad Anna Magnani, dal trash sublime alla cultura alta: mantenendo sempre una coerenza: come funziona il bagaglio culturale di una Drag?

Alessio Calciolari: Noi usiamo la drag queen come maschera. Attraverso questa prendiamo più anime e ce le mettiamo addosso le interpretiamo e le usiamo come mezzo di comunicazione. Essendo la drag un immagine fantastica, estrema, entrarci è molto divertente

Lorenzo Piccolo: Sia per l’interprete che per il pubblico. C’è un elemento di piacere che ingaggia il pubblico. C’è un procedimento ironico: se sei un uomo che fa la donna il tuo corpo è ironico, i tuoi gesti lo sono.

Alessio Calciolari: Attraverso quest’ironia si riesce a prendere qualsiasi punto di riferimento alto o basso. Si può prendere Raffaella Carrà,  parlando di tradimento in maniera seria e pesante, o una Callas che in Traviata si strugge d’amore e portarla in scena senza quel peso che portava durante l’opera e veicolarla per rappresentare ciò che serve in quel preciso momento.

 LaV: Il circuito del teatro indipendente come se la sta passando? Quali sono i circuiti nei quali si può inserire una compagnia indipendente?

LP: Il teatro indipendente sta male. I grandi teatri stabili non si prendono il rischio di proporre cose non confromi. Sì, anche se molte sono scuse: spesso il nostro spettacolo viene rifiutato perché “il pubblico non è pronto”. Non è pronto “alle drag queen”, non è pronto “all’argomento…”: stupidate, non è vero niente. Sono solo giochi politici. È un modo abbastanza sciocco di andare sul sicuro, con il grande nome. I grandi teatri cercano la rassicurazione anziché lo stimolo e la crescita del pubblico. Se sei un programmatore devi pensare che il tuo pubblico è intelligente – ché il pubblico è sempre intelligente anche quando non lo sa –  e non ha bisogno della copertina o di sentirsi dire che tutto va bene. Per questo le piccole compagnie oggi fanno fatica. L’unica risposta che abbiamo è fare il nostro lavoro nel modo più intellettualmente onesto possibile.

AC: Dobbiamo poi dire che anche le compagnie indipendenti, lo sono per modo di dire. Ad esempio Con la nuova produzione abbiamo sia il Metastasio di Prato che il Carcano di Milano. La compagnia indipendente per sopravvivere ha bisogno di appoggi e tutele da parte o dei grandi premi o dei grandi teatri.

LP: Il nostro focus adesso è più artistico. Con questo spettacolo abbiamo avuto la collaborazione di Daria Deflorian. La nostra attenzione è cercare di crescere noi da dentro e sperare che questo venga riconosciuto.

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Circo come contenitore polisemico: intervista a Alessandro Serena

Abbiamo incontrato Alessandro Serena, autore di The Black Blues Brothers: spettacolo in programma al Teatro Mascagni di Chiusi sabato 3 febbraio 2018. Professore di Storia dello Spettacolo Circense e di…

Abbiamo incontrato Alessandro Serena, autore di The Black Blues Brothers: spettacolo in programma al Teatro Mascagni di Chiusi sabato 3 febbraio 2018. Professore di Storia dello Spettacolo Circense e di Strada all’Università Statale di Milano, Alessandro Serena proviene da un’antica famiglia circense, imparentata con gli Orfei. Si è dedicato a studi e ricerche sulla cultura e la storia del circo. Ha pubblicato i volumi Lo spettacolo del corpo (AICS), Il circo e la scena (Marsilio) e Luci della giocolieria (Stampa Alternativa). Ha rivestito ruoli istituzionali presso l’Ente Nazionale Circhi e l’Accademia del Circo. Ha firmato spettacoli tv come Sabato al Circo, Gran Premio Internazionale del Circo, Circo Massimo e Non Chiamatelo Circo, oltre che gli speciali di RAI 3 dedicati al Cirque du Soleil. Dal 2000, per tre anni, ha collaborato con La Biennale di Venezia in un’attività finalizzata alla fusione fra le arti della pista e quelle della scena.

V: Sono anni che approfondisci le possibilità che la mescolanza tra arte circense – da pista e tendone – e arte scenica possono portare a questa forma di arte-spettacolo: in occasione di Black Blues Brothers, questo sabato, avremo modo di vedere esercizi di acrobati circensi, sul palco del Teatro Mascagni. Com’è portare il circo in teatro?

Alessandro Serena: Dunque, va detto che ci sono varie differenze. Ce n’è uno tecnico, legato alla fisicità del luogo, e quindi strutturale: nel circo a pista rotonda hai la necessità di performare a 360 gradi, sei visto da tutte le direzioni, mentre in teatro, la capacità di attirare l’attenzione dello spettatore da una quarta parete, è completamente diversa. Il circo tradizionale poi permette anche numeri aerei, l’uso di animali, invece in teatro lo spettacolo deve necessariamente essere più contenuto. Negli anni quest’arte si è affinata, proprio per sopperire alla mancanza delle componenti più apriche, più articolate. Black Blues Brothers utilizza ad esempio una formula particolare di un gruppo da 5 persone. È uno spettacolo mono-disciplinare, sebbene all’interno dell’acrobazia vi siano tantissime sotto-discipline e variazioni: ma non ci sono trapezi, né clown, né animali.

V: Dal punto di vista del pubblico, secondo te, come è cambiata la percezione del circo negli ultimi anni? 

AS: È cambiata moltissimo. Ma come per tutte le forme d’arte. Prendi ad esempio il cinema: sono cambiati i metodi di fruizione. Siamo passati dai cinema di prima visione alle multisale. In più oggi abbiamo lo streaming e la payperview. Questo cambiamento ha inciso moltissimo anche e soprattutto sul prodotto artistico stesso. Il linguaggio si sta evolvendo continuamente. Così anche nel circo, dove le discipline circensi o paracircensi, sono antiche di millenni, e si sono evolute nel corso della storia.

Quest’anno di festeggia il 250 anniversario del circo classico, poiché si colloca nella figura di Philip Astley la paternità del circo moderno. In realtà le discipline che sono convenute nella pista tonda di Astley sono antiche di millenni. Nel corso degli anni trovano modalità differenti di mostrarsi al pubblico. Ce ne sono alcune altresì che sono impressionanti per quanto fedeli ai loro antesignani di millenni fa: c’è una statuetta di Tebe, risalente a 300 anni prima di Cristo, che è rappresentata nella posizione di un esercizio uguale a quelli che fa Viktor Kee, una delle stelle contemporanee del Cirque du Soleil. Quindi ecco la percezione è cambiata, così come è cambiata la fruizione. In televisione si vedono Italia’s  got Talent e Tu Si Que Vales che hanno sostituito, di fatto, programmi televisivi come il Festival Internazionale di Montecarlo.

V: E secondo te com’è l’arte circense oggi? 

Il circo è un contenitore polisemico. Segni che sono tanti e in contrasto fra di loro. Il circo può ispirare la piccola compagnia di guitti, polverosa quasi patetica, felliniana direi, come un’armata Brancaleone dell’acrobazia, che gira con un tendone rattoppato di città e città. allo stesso tempo il circo può rimandare alla perfezione del gesto fisico: il funambolo è l’uomo solo con se stesso che non può sbagliare, cercando il suo sentiero, con una metafora. Il circo contenga un sacco di segni contrastanti tra di loro. Il circo oggi è una delle pochissime forme di spettacolo che riesce a tenere insieme moduli contrastanti di intrattenimento: come la cucina italiana ti può proporre sia un piatto raffinato che uno popolare con lo stesso tasso di qualità. Può mettere vicini, in scaletta, un numero raffinatissimo di Anatoli Zaleski, con la musica classica, e un numero di animali – maiali, mucche e galline – con musiche tirolesi, riuscendo a farli sembrare coerenti e godibili.

V: Sei anche un sostenitore del circo sociale: che funzione ha il circo nella reintegrazione sociale e nella formazione degli esseri umani? 

I cinque ragazzi che vedrete sul palco di Chiusi si sono formati a Nairobi, in Kenia. Sono in tournée da quattro anni e riescono, oggi, a vivere di quest’arte. Si sono formati e tutt’oggi collaborano con un gruppo chiamato Sarakasi. Il gruppo è attivo in Africa da anni e lavora soprattutto in situazioni di estrema miseria. In passato ha lavorato con ex-prostitute di tredici anni -sì, esatto, ex prostitute di tredici anni– trasmettendo valori legati alla consapevolezza del corpo con i quali sono riusciti a salvare delle vite. Ho avuto modo di collaborare con realtà meravigliose in giro per il mondo dalla Colombia, alla Romania, dove l’associazione Parada tira fuori i bambini dai tombini della città per insegnare loro l’arte del circo. Sono stato a Kabul, dove mi sono confrontato con il disastro che la guerra ha portato nel paese, distruggendo tutti gli anagrafi e lasciando intere generazioni senza identità. Ma così come la clownterapia è una forma di circo sociale. I ragazzi di Black Blues Brothers tornano regolarmente a Nairobi ad insegnare acrobazia ai ragazzi nelle bidonville, molto spesso tirandoli fuori da un futuro certo di miseria e delinquenza.

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Un Omaggio ad Anna Marchesini al Teatro Mascagni – Intervista a Ingrid Monacelli

Quando Roberto Carloncelli ha preso in mano la direzione artistica del Festival Orizzonti, nel caos gestionale che lo circondava, si è ritrovato a comporre un florilegio di spettacoli legati a…

Quando Roberto Carloncelli ha preso in mano la direzione artistica del Festival Orizzonti, nel caos gestionale che lo circondava, si è ritrovato a comporre un florilegio di spettacoli legati a sue conoscenze dirette. Tra queste, c’era Ingrid Monacelli, la quale si è resa protagonista, durante lo scorso festival, nell’agosto del 2017, del fortunato ciclo di letture Donna: Femminile Singolare. Le performance, distribuite in tre giorni, inglobavano, tra gli altri, testi di Franca Rame, Stefano Benni e  Aldo Nicolaj; sopratutto però, la Monacelli interpretò in maniera magistrale Anna Cappelli di Annibale Ruccello.

È impossibile, nell’economia del teatro contemporaneo, non associare il testo di Ruccello ad Anna Marchesini che a più riprese lo interpretò lungo gli anni Novanta. Da questo spunto, Roberto Carloncelli e Ingrid Monacelli hanno lavorato, negli ultimi mesi, ad uno spettacolo che si configurasse come un vero e proprio tributo alla grande attrice orvietana. Oggi si intitola Anna: omaggio ad Anna Marchesini e va in scena al Teatro Pietro Mascagni venerdì 26 gennaio 2018. 

Abbiamo incontrato Roberto Carloncelli e Ingrid Monacelli prima del debutto e abbiamo posto loro alcune domande.

 

LaV: Secondo voi qual è il segno che Anna Marchesini ha inciso nella storia del teatro? Cosa avete imparato voi da lei?

Ingrid Monacelli:  Riusciva a rendere naturale ciò che è estremamente artificioso. Ogni suo personaggio era frutto di un lavoro sul corpo molto faticoso che poteva durare anche dei mesi, ma lei era capace di essere fluida e naturale nelle interpretazioni. Certo, era molto caricaturale, spesso molto grottesca, ma sempre con naturalezza. I suoi tempi comici erano immanenti; aveva capacità di improvvisare sul palco, a seconda del pubblico che aveva davanti. Riusciva a portare il pubblico dove voleva lei; era eccezionale in questo. Ogni volta che si trovava sul palco dava l’impressione di essere a casa sua. Il pubblico era l’ospite. Per chi fa questo lavoro quello che dovrebbe essere sempre presente è l’amore di stare sul palco, sentirsi a casa. Vedere l’amore e la passione che lei metteva nel suo lavoro è stato l’insegnamento più grande.

Roberto Carloncelli: Anna Marchesini è stata una delle pochissime attrici italiane che riuscivano a passare dalla lettura delle pagine gialle a Shakespeare. Deteneva una preparazione, a livello culturale, enorme, anche se noi l’abbiamo conosciuta nel suo aspetto prevalentemente comico. Era una persona rara. Ha lasciato secondo me questa sua particolare visione della comicità: l’umorismo velato di tristezza. Che poi è una cosa tipica di chi fa teatro comico, ma lei aveva una marcia in più. Per chi ha avuto la fortuna di vederla nell’ultima parte della sua carriera, da sola, ha fatto spettacoli incredibili.

LaV: In che misura il fatto che Anna Marchesini fosse una donna ha codificato il suo essere teatrale?

IM: Anna Marchesini è riuscita a sdoganare quella che era una brutta tradizione nell’ambito dello spettacolo: che la donna non fosse propriamente una figura comica. I comici sono uomini. Nel mondo dello spettacolo comico le figure forti sono sempre maschili. Lei è stata bravissima perché ha saputo cogliere tutti i pregiudizi sociali, rivolti al femminile, tutti i difetti delle donne – dalla nevrosi all’estrema vanità, fino alla strumentalizzazione della sessualità – ed è riuscita a costruire dei personaggi che in maniera caricaturale ridevano di loro stessi. Il valore più importante è stata la sua grande intelligenza nel sapersi prendere in giro confrontarsi con il suo essere femminile fino in fondo, a trecentosessanta gradi. Far emergere tutti i lati della femminilità ed esprimerli con la risata.

RC: Ha una rilevanza, certo. Il teatro, purtroppo, è maschile. Dalle radici della sua origine. Pensiamo che in passato le donne non potevano nemmeno entrare a teatro. Ecco, Anna Marchesini è stata una di quelle attrici che hanno fatto capire quanto la figura femminile fosse la forza motrice non solo del teatro, ma in generale della vita del mondo. Potremmo estendere questo discorso a tutti gli aspetti della società, le recenti cronache ci forniscono un quadro abbastanza preoccupante. Anna Marchesini può anche ribadire quanto le donne possano essere protagoniste, dentro e fuori dai teatri.

LaV: È stato difficile confrontarsi con una gigante del teatro come Anna Marchesini?

IM: Sicuramente confrontarsi con Anna Marchesini è impossibile. Un mostro sacro del teatro contemporaneo. Cerchiamo di fare un omaggio, un tributo, alla sua figura. Per me è sempre stata un riferimento. Lei era eccezionale per quanto riguarda il trasformismo. Riusciva a cambiare completamente connotati visivi, la voce, il corpo, i movimenti, i tic a seconda dei personaggi. Osservarla è stata una delle fonti più grandi di ispirazione per il lavoro. Ho cercato di trarre da lei soprattutto la capacità di trasformarmi, e di imparare ad avere quella stessa luce negli occhi che aveva lei quando saliva sul palco e che dimostrava il suo immenso amore per questo lavoro.

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Compagnia Teatro Giovani Torrita, una storia da celebrare

La Compagnia Teatro Giovani di Torrita di Siena compie vent’anni. Dal dicembre 1997 produce spettacoli, intavola confronti di formazione con grandi personalità dell’arte scenica italiana. Si è specializzata nella nobile…

La Compagnia Teatro Giovani di Torrita di Siena compie vent’anni. Dal dicembre 1997 produce spettacoli, intavola confronti di formazione con grandi personalità dell’arte scenica italiana. Si è specializzata nella nobile arte del musical, probabilmente il genere teatrale che riscuote il maggior successo di pubblico. I ragazzi che oggi compongono la Compagnia, hanno voluto omaggiarla, con uno spettacolo tutto dedicato a lei, alla sua storia e ai suoi tanti successi. Auguri: sono 20! Un sogno divenuto realtà è il titolo dello spettacolo che va in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita il 20 Gennaio 2018, con una selezione – un The Best Of – delle migliori performance, collezionate lungo tutti i vent’anni dalla pletora di spettacoli portati in scena in tutta Italia dai ragazzi torritesi.

I performers, che sono poi coloro che hanno partecipato negli anni ai vari allestimenti e produzioni, ieri bambini e oggi adulti, ripercorreranno la storia di questi vent’anni attraverso canzoni, aneddoti e ricordi. Uno spettacolo allegro e divertente con i pezzi più famosi dei musical più celebri.

L’associazione Giovani Torrita è nata nel 1997 con l’intento i stimolare e sostenere la crescita morale e sociale, promuovendo la diffusione dell’arte della cultura teatrale, con particolare riferimento al teatro musicale, del quale è divenuta punto di riferimento territoriale e nazionale. Il primo spettacolo è tratto da I racconti di natale di Charles Dickens seguito l’anno successivo con Forza Venite Gente, musical sulla vita di Francesco d’Assisi. Sin dai primi anni si avverte l’intento di alzare l’asticella ogni allestimento e affinare la qualità delle produzioni: Joseph, il Re dei Sogni, viene infatti portato in scena per la prima volta in versione italiana, tradotto appositamente per la Compagnia da Franco Travaglio, oggi celebre traduttore delle liriche dei più grandi musical del mondo che arrivano in Italia. Nel 2000 poi va in scena Il Fantasma di Canterville, tratto dall’omonimo romanzo di Oscar Wilde. È in questo periodo che iniziano a nascere i corsi di avviamento al musical per i giovani e i giovanissimi, oggi ormai un’autorità grazie alla scuola di avviamento all’arte del musical, messa in piedi dalla Compagnia, SpazioMusical. La formazione imbastita dalla scuola è costellata da appuntamenti fissi durante l’anno: il più importante è sicuramente la serie di workshop di fine estate, da dieci anni sotto la direzione artistica di Marco Columbro e con insegnanti Laura Ruocco, Antonello Angiolillo e Barbara Pleruccetti, che richiama ragazzi da tutta Italia.

 

È del 2005 la fortunatissima tournée con la versione italiana di Jesus Christ Superstar. In accordo con la compagnia internazionale inglese, diretta da Andrew Lloyd Webber, The Really Useful Group – London, viene curato l’allestimento nella versione italiana di Joseph e la strabiliante tunica dei sogni in Technicolor.  Il 2008 e 2009 sono dedicati alla messa in scena di una serie di concerti-spettacolo: Musical Greatest Hits Celebration e Make Musical Noto Wall, quest’ultimo realizzato nell’ambito del progetto di cooperazione internazionale con il popolo palestinese Terre di Toscana – Strumenti per la Pace. Nel 2009 inizia la salda collaborazione con Fabiola Ricci, alla quale vengono affidati la regia degli spettacoli e la formazione.

Nell’anno 2010, viene messo in scena The Rocky Horror Experience che debutta il 22 maggio 2010 presso la sala degli ex-macelli di Montepulciano in collaborazione con l’associazione Mattatoio n.5. Nello stesso anno si avverte una cesura forte nella Compagnia, un giro di boa di qualità semi-professionale nelle produzioni: il cast diventa più nutrito, il livello qualitativo delle rappresentazioni aumenta e soprattutto gli investimenti nella formazione dei performer aumentano notevolmente.

L’anno 2011 è segnato dalla partecipazione al progetto You Media – la comunicazione fra e per i giovani: nuovi linguaggi per fare e ricevere cultura, con il co-finanziamento del Comune di Torrita di Siena, al quale la compagnia partecipa attraverso il linguaggio del Musical Theatre proponendo la realizzazione della prima versione italiana di un musical arrivato direttamente da Broadway: The Wedding Singer, con musica dal vivo, su licenza della Music Theatre International – M.T.I., registrando il tutto esaurito nella conseguente tournèe. Con The Wedding Singer nel 2012 la Compagnia viene selezionata per la partecipazione al Festival Nazionale del Teatro Nuovo di Milano, uno dei più prestigiosi teatri milanesi. Il folto pubblico presente in sala e la giuria decretano The Wedding Singer vincitore del primo premio come miglior spettacolo musicale, del terzo premio come miglior spettacolo in assoluto. Il giovane Giulio Benvenuti, prossimo alla carriera professionale, vince il primo premio come miglior performer in assoluto. La Compagnia Teatro Giovani è divenuta, nel territorio torritese, una fucina di performers professionisti, che proprio sulle tavole del teatro degli Oscuri muovono i loro primi passi scenici. Dal 2015 l’Amministrazione Comunale di Torrita affida la stagione teatrale del Teatro deli Oscuri alla Compagnia, con la direzione artistica di Laura Ruocco.

Lo spettacolo di sabato 20 gennaio sarà l’occasione per rivivere ogni tappa dell’evoluzione artistica della Compagnia Teatro Giovani, che all’altezza di vent’anni ha registrato un trend di crescita esponenziale. Lunga vita, quindi, alla passione per i palchi, alla coralità della CTG e alla forza collettiva che porta un gruppo di ragazzi ogni anno ad allestire delle vere e proprie perle. Auguri!

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“Il Bacio” di Ger Thijs: intervista a Francesco Branchetti

Dopo l’esperienza di Medea di Jean Anouilh, che li ha impegnati lungo le ultime due stagioni teatrali, Barbara de Rossi torna a lavorare con Francesco Branchetti con Il Bacio, un testo…

Dopo l’esperienza di Medea di Jean Anouilh, che li ha impegnati lungo le ultime due stagioni teatrali, Barbara de Rossi torna a lavorare con Francesco Branchetti con Il Bacio, un testo di Ger Thijs proposto al pubblico del Teatro Mascagni di Chiusi sabato 13 Gennaio 2017. La regia e l’adattamento è dello stesso Branchetti, il quale ha lavorato sulla traduzione dall’olandese di Enrico Luttmann.

Ger Thijs, autore de Il Bacio, è uno dei più importanti drammaturghi olandesi. È nato a Waubach, nel Limburgo, nel 1948.  Abbandonati gli studi di psicologia ad Amsterdam, segue i corsi dell’Accademia Teatrale di Maastricht. Non conclude il percorso accademico poiché all’inizio del secondo anno viene ingaggiato dalla compagnia di Elise Hoomans, debuttando nel 1970 come attore con un testo di Raymond Quéneau. Da allora ha lavorato in tutti i campi dell’attività teatrale, dirigendo anche alcune delle sue stesse opere. E’ stato anche Direttore Artistico del Teatro Nazionale Olandese. Molte delle sue rappresentazioni sono state nominate per il prestigioso Theatre Audience Award.  Scrive, inoltre, romanzi ed è editorialista per il quotidiano Volkskrant.

Il Bacio si svolge in un bosco. Un luogo quasi etereo, al di fuori della quotidianità. Lui è un comico fallito in procinto di prendere una decisione importante sulla sua carriera, lei si trova di fronte ad un bivio fisico, un movente di preoccupazione. I due personaggi, di cui mai vengono esplicitati i nomi, si incrociano durante una passeggiata nel verde. Si siedono su una panchina e iniziano a parlare. Il dialogo diventa un’esplorazione sineddotica dell’anima umana, quando è chiamata a scontrarsi con la brutalità dell’esistenza. L’andamento dell’approccio tra i due è intralciato dagli imbarazzi e dai limiti verbali dell’alterità, ma sostenuto dalla profonda comprensione sentimentale di due vite che si intrecciano, lungo l’unità temporale dello spettacolo.

Abbiamo incontrato Francesco Branchetti, prima dello spettacolo, che ha risposto alle nostre domande:

V: Come è stato dirigere Barbara de Rossi che è tornata a lavorare in teatro dopo tanti anni?

Francesco Branchetti: È stato molto bello e molto semplice. Ci siamo incontrati molto tempo prima delle prove di Medea ed abbiamo iniziato un lavoro molto certosino sul personaggio che poi ha interpretato benissimo. Abbiamo fatto un lavoro di preparazione molto lungo prima delle prove. Medea di Jean Anouilh  è stato uno spettacolo che Barbara ha fortissimamente voluto fare, e io anche. È stato un lavoro entusiasmante. Barbara, poi, è una persona dal carattere gentile e dalla professionalità straordinaria. Non ci sono state difficoltà perché si è messa completamente nelle mie mani di regista e questa sua lontananza dal palco scenico, lungo tutti questi anni, non ha pesato. Sono state prove molto lunghe, ma è stato un lavoro molto accurato.

V: Ger Thijs, autore de Il Bacio, È il massimo autore olandese uno dei più importanti viventi. Molto del pubblico forse non lo ha mai sentito nominare. Oltre a divulgare il teatro nelle sue pratiche, cosa potreste fare voi professionisti della drammaturgia, per divulgare anche la letteratura teatrale?

FB: Personalmente, da tantissimi anni mi prefiggo di presentare testi stranieri in Italia. L’ho fatto con testi olandesi, spagnoli… l’ho fatto con le opere dei maggiori autori delle drammaturgie estere. Thijs è il maggiore autore del teatro olandese contemporaneo. Noi teatranti dovremmo tentare, prima di tutto, di portarli in scena. Dovremmo farli vivere attraverso gli allestimenti. Io ho portato in scena Manfredi, Angelo Longoni, Alberto Bassetti e moltissimi altri. La drammaturgia contemporanea mi è sempre stata molto a cuore: sia quella italiana che estera. Più il teatro contemporaneo ha modo di vivere sulla scena e più il pubblico si abitua agli autori contemporanei. È ovvio che in un momento di crisi, mancano basi culturali solide su cui appoggiarsi e spesso molte produzioni puntano sui classici, i grandi titoli del repertorio. Però non è necessariamente una scommessa vincente. La scommessa su questo testo di Thijs si è rivelata felice. Il Bacio non era mai andato in scena in Italia, mentre in tutti gli altri paesi europei sì . Quindi è stato il primo allestimento italiano. Anche questa stagione saremo per quattro mesi in tournée. Quindi non necessariamente rivolgersi ai grandi classici è l’unica strada per avere successo. Si può fare molto bene anche con un testo contemporaneo.

V: Secondo te ha qualcosa da dire sui recenti dibattiti sulla sessualità, i rapporti tra uomo e donna tirati in ballo nei recenti fatti di cronaca?

FB: No, direi di no. Il nostro spettacolo vive del rapporto anche tra uomo e donna soprattutto per quanto riguarda le sfere della tenerezza, dell’affetto arriva anche alla sensualità ma in una chiave totalmente rivolta al sentimento. Affronta l’innamoramento, non tanto la fisicità. È attuale nella misura in cui in un epoca in cui è diventato difficilissimo, fidarsi e affidarsi all’altro, anche nella figura di un altro sesso, è difficile conquistarne la fiducia. Sono solito dire che oggi l’unico atto di coraggio è fidarsi dell’altro. Questo è uno spettacolo che mostra come due personggi, affidandosi nelle vicendevoli mani, trovano in un sentimento condiviso, una via di salvezza. Mostra come un atto di fiducia e di coraggio possa cambiare le cose nelle nostre vite.

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“Harvey” al Teatro degli Arrischianti: un elogio alla follia

La follia che rimane coerente in mezzo ai “sani”: un topos estremamente funzionale, specie in un contesto sociale nel quale sempre più si tende a stigmatizzare la diversità e l’Altro…

La follia che rimane coerente in mezzo ai “sani”: un topos estremamente funzionale, specie in un contesto sociale nel quale sempre più si tende a stigmatizzare la diversità e l’Altro come errori, rispetto al senso comune condiviso. La follia che marchia gli imprevisti, l’incontrollabile, lo squilibrio, è un’autodifesa psichica, insita nel Über-Ich delle società moderne. Fortunatamente la letteratura interviene, ormai da almeno due secoli, a sbugiardare certe innegabili contraddizioni che muovono il giudizio alla base dell’appellativo “pazzo”. In questa tradizione di elogio alla follia, cui sono ascrivibili giganti del teatro, prosa, cinema e poesia come  Erasmo da Rotterdam, Robert Louis Stevenson o Lewis Carroll, si inserisce anche Mary Chase che nel 1944 firma una pièce intitolata Harvey. La vicenda parla di un uomo che «per trentacinque anni ha lottato contro la realtà e l’ha vinta fuggendola».

Harvey va per la prima volta in scena al Teatro della quarantottesima di Broadway il 1 novembre 1944. Resterà nel marquee fino al 15 gennaio 1949, dopo 1775 repliche. Il successo è enorme, tanto che l’anno seguente la Chase vince il premio Pulitzer e, neanche dieci anni dopo il debutto, Henry Koster ne firma una trasposizione cinematografica, per la quale Josephine Hull si aggiudica sia un premio Oscar, sia un Golden Globe, come miglior attrice protagonista. L’Academy di Los Angeles menziona anche James Stewart, protagonista della pellicola, con una nomination al miglior attore protagonista.

La base narrativa è stimolante e storicamente incollocabile. I fratelli Elwood e Veta Louise vivono in una grande casa assieme alla figlia di Veta, Myrtle Mae. Elwood però afferma di avere per amico un grosso coniglio bianco, di nome Harvey, appassionato bevitore e conoscitore del presente, del passato e del futuro. Stanca dei problemi generati dalle stranezze del fratello, decide di farlo internare presso la clinica psichiatrica del Prof. Chumley, soprattutto per evitare che le malelingue dell’alta società cittadina intacchino la reputazione della loro famiglia. Questa è la basa narrativa della commedia, la quale poi si sviluppa secondo una pletora di malintesi, qui-pro-quo, colpi di scena e brillantissimi espedienti drammaturgici, propri della grande commedia americana.

Gabriele Valentini dirige la Compagnia degli Arrischianti nella tripletta di repliche di fine anno, incluso lo spettacolo inserito nel programma del veglione di capodanno del 31 Dicembre: per l’occasione la compagnia si compone di Calogero Dimino nei panni di Elwood, Maria Pina Ruiu che è Veta Louise, Giulia Rossi è Myrtle Mae, Guido Dispenza interpreta il Prof. Sanderson, Martina Belvisi è Miss Kelly, Daniele Cesaretti è Wilson, Stefano Bernardini è il Prof. Chumley, Flavia Del Buono è Betty Chumley, Francesca Fenati è Mrs. Ethel Chauvenet, Giordano Tiberi è Logfren. Ah, e c’è pure il sottoscritto, che interpreta l’Avv. Gaffney.

Tutto ruota intorno alla visione – o “presenza” a seconda dei punti di vista – del  Pùca configurato nella fattezze di un coniglio, Harvey. Il Pùca è una creatura che vede le sue origini nel folklore celtico: uno spirito, generatore di buona e cattiva sorte, che protegge gli “ultimi” della società, amante degli alcoolici e delle persone con la testa fra le nuvole. Il Pùca-coniglio ha ispirato moltissimi espedienti nella cultura popolare, a partire dal Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie, di Lewis Carroll, e più di recente nel film di Richard Kelly, Donnie Darko. In Harvey, il Pùca è la noce semantica rivelatrice, epifanica, che svilisce qualsiasi pregiudizio sociale, distrugge ogni possibile normalizzazione comportamentale, nell’accettazione delle stranezze e delle “malattie” che sono in fondo le nostre cifre personalizzanti.

Lo spettacolo va in scena a Sarteano il 29 e 30 dicembre alle 21:15, e il 31 alle 22, con il tradizionale veglione in teatro.

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Il ritorno del Messicano Cattivo: intervista ai The Bad Mexican

Nel Maggio 2013, un live dei Bad Mexican ad un festival locale degenerò nella totale anarchia. Quella che – secondo la scaletta – doveva essere un’esibizione di un’ora e dieci,…

Nel Maggio 2013, un live dei Bad Mexican ad un festival locale degenerò nella totale anarchia. Quella che – secondo la scaletta – doveva essere un’esibizione di un’ora e dieci, sforò le due ore. Il pubblico, galleggiante tra i miasmi di alcool – e di altri additivi che sarebbe disdicevole qui elencare – cominciò a gonfiare profilattici come palloncini e farli galleggiare in aria. Tommaso Dringoli rumoreggiava nel microfono, muovendo solo le spalle, come un esoscheletro fosforescente sotto la luce dei led e delle teste mobili, mentre Filippo Ferrari esortava il pubblico ad incrementare la componente di caos del concerto. Matteo Salutari cavalcava le ritmiche alla batteria e Davide Vannuccini – entrato ormai nell’organico del ‘messicano cattivo’ – teneva le redini della rumoristica con la sacca preponderante dell’elettronica.  Non si trattava di una semplice decostruzione della forma canzone, ma della scomposizione di un intero artistico: il suono della band riusciva a controllare l’entropia delle cose e sistematizzarle, renderle funzionali all’espressività.

In quel periodo i Bad Mexican avevano fortificato la loro posizione all’interno del panorama musicale alternativo italiano: la Lizard Records aveva prodotto il loro disco This Is the First Attempt of a Band Called The Bad Mexican e molte fanzine europee e americane celebrano il disco, esaltando le capacità della band poliziana di superare le forme chiuse del death metal – poiché i tre si formano dopo lo scioglimento della mitologica band dei Valkyrian – e di lì a poco sarebbe decollato il fortunato crowdfunding su Musicraiser per la produzione del sophomore, semplicemente intitolato Due.

Tommaso Dringoli e Filippo Ferrari hanno risposto alle domande de La Valdichiana, in visione del live al GB20 di sabato 23 dicembre. L’ingresso al concerto è gratuito con tessera CAT 2017.

Sono passati tre anni dall’uscita di “Due”. Sono piovute recensioni positive, live sparsi in giro: cos’è successo poi? Dove è stato il ‘Messicano Cattivo’ in questo lasso di tempo? Soprattutto, che cosa ha ascoltato?

E’ successo che la fase di promozione si è fermata nel momento stesso in cui le nostre vite al di fuori del gruppo hanno preso percorsi più impegnativi: chi ha cambiato lavoro, chi si è trasferito… Per questo ed altri motivi il “Messicano Cattivo” è entrato in quello che potremmo definire uno stato di quiescenza indeterminata. Sugli ascolti poi non mi esprimo, potrei dirti i gruppi che sto seguendo io, ma non sarebbe giusto né interessante.

Due è uscito per Lizard Records, ormai un’autorità discografica indipendente per quanto riguarda l’avanguardia e il prog in Italia; siete anche apparsi in un volume firmato da Massimo Salari, intitolato Rock Progressivo Italiano 1980 – 2013; Suonate, sabato, al GB20, un club che sta affinando le sue scelte artistiche in maniera sempre più definita, verso l’avanguardia: Come vi comportate con i generi? Percepite la vostra musica come ‘progressive’, come ‘sperimentale’, o qualsiasi altra etichetta critica? Cos’è per voi “l’avanguardia”?

Alla domanda sull’avanguardia non saprei rispondere, personalmente la trovo un’etichetta estremamente rigorosa e se vuoi accademica, che poco si addice a cosa facciamo e al come. In questi anni abbiamo avuto l’immensa fortuna di essere riusciti a creare un contenitore sonoro totalmente libero, portato avanti da un senso di anarchica leggerezza che ci ha sempre condotti in luoghi se vuoi banali, se vuoi caotici, ma sempre dannatamente divertenti.

Certi fraseggi in Due, ma soprattutto in This Is the First Attempt of a Band Called The Bad Mexican, sembrano giocare su un sottile equilibrio tra la long-form della ‘suite musicale’ – in stile Tool, nelle fasi più aggressive, o Don Caballero e Slint, nelle fasi più ‘tranquille’ – e invece la forma chiusa della “canzone”: con strofe e ritornelli ben definibili. Come vengono fuori le canzoni dei Bad Mexican? Quanta componente di improvvisazione c’è in fase di scrittura?  

Le nostre canzoni partono sempre da un’idea se vuoi abbastanza rigorosa, precisa, che finisce poi per passare da quel contenitore anarchico di cui parlavo prima: c’è chi spinge sul pedale della sregolatezza sonora, chi fornisce eleganza e compattezza agli arrangiamenti, chi regala l’idea vincente dopo ore di stallo. Il nostro carburante è sempre stato il rispetto reciproco e l’enorme fiducia che abbiamo sempre riposto l’uno nell’altro.

Cosa potete rivelare del live di Sabato? Con quale disposizione dovrebbe presentarsi il pubblico del GB20? 

Nessuna disposizione ma una richiesta: presentatevi sereni e pronti a divertirvi perché alla fine è di quello che si tratta: di una bellissima festa che celebreremo insieme. Ah, e portate le pentole.

Adesso potete aiutarci a risolvere il rebus che appare nel bootleg di “This Is The First Attempt…” ? 

Sabato lo risolveremo tutti insieme, così potrete darci una mano.

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Valdichiana Teatro: il nuovo magazine dedicato al teatro locale

Da tre anni, con il magazine La Valdichiana, seguo le stagioni teatrali del territorio. Il discorso giornalistico e divulgativo che ho sempre cercato di perseguire non si è mai limitato…

Da tre anni, con il magazine La Valdichiana, seguo le stagioni teatrali del territorio. Il discorso giornalistico e divulgativo che ho sempre cercato di perseguire non si è mai limitato a consegnare una ‘cronaca dello spettacolo’, la mera rielaborazione dei comunicati stampa delle compagnie. Tutt’altro. Da sempre, come la linea editoriale del giornale per cui ho scritto, i perni direttivi su cui ho impostato gli articolo sono stati quelli della critica e della narrazione. Ho avuto quindi la possibilità e la volontà di approfondire il teatro locale nella sua integrità, visto dall’occhio esterno del cronista e dell’aspirante critico, cercando di non ostentare giammai un’autorità ex cathedra.

Quello che ho capito in questi anni è che il reticolo umano, generato dalle istituzioni teatrali del nostro territorio, è una ricchezza sottaciuta, quasi nascosta. Le associazioni e le fondazioni che operano negli ambiti della cultura e del teatro sono, nella maggior parte dei casi, realtà meravigliose basate sulla produzione e condivisione di arte, finissime commistioni tra la professionalità e l’amatorialità. Sorgenti educative fondamentali, al pari delle istituzioni scolastiche, per l’edificazione umana delle collettività.

I teatri hanno spesso compagnie stabili che producono perle ineguagliabili. I fermenti e le proliferazioni di piacere, gli effluvi estetici che in questi anni ho avuto modo di esperire, insieme ai colleghi de La Valdichiana, hanno l’enorme difetto di decedere subito, deglutiti, nel giro di qualche settimana, nella celerità di un tempo edace, un tessuto che non lascia spazio alla storia. Un reticolo ad altissimo ritmo produttivo, che si disperde per isolamento.

Questo magazine è nato per valorizzare questa ricchezza. È gratuito. È rivolto a tutti, dagli insegnanti di liceo ai viticoltori e cantinieri, dai casalinghi alle bancarie, dalle dottoresse ai pensionati. Serve per fortificare la comunità che intorno al teatro si muove. L’obiettivo da perseguire, con questo periodico, vuole che il reticolo locale prenda coscienza della sua dimensione, dell’importanza che ricopre nelle realtà in cui opera.

Questo è un servizio che viene fatto, prima d’ogni altra cosa, all’arte. Che non esistono parole e cose già grandi di per loro, ma siamo noi a rendere grandi le parole e le cose, farle durare e dare loro spazio.

Valdichiana Teatro è il nuovo supplemento del magazine “La Valdichiana” completamente dedicato al mondo teatrale. Una pubblicazione trimestrale, gratuita e digitale, ottimizzata per l’esperienza mobile, con interviste e aggiornamenti dalle stagioni teatrali della Valdichiana e contenuti esclusivi non apparsi sul magazine. Il progetto editoriale è di Tommaso Ghezzi, il progetto grafico di Alessia Zuccarello.

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“Due di Notte” al Teatro degli Oscuri – Intervista a Michele La Ginestra

Due uomini sono costretti a lavorare la vigilia di natale. Sono i due conduttori di Due di notte, una rubrica radiofonica notturna di Green Dimension Sound, che si ritrovano in…

Due uomini sono costretti a lavorare la vigilia di natale. Sono i due conduttori di Due di notte, una rubrica radiofonica notturna di Green Dimension Sound, che si ritrovano in studio, nonostante sia una notte di festa. Questa l’ambientazione di Due di Notte, la commedia in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita, sabato 9 dicembre, in doppio spettacolo, alle 19 e alle 21:15.  Michele La Ginestra è protagonista, insieme a Sergio Zecca di questa commedia. La Ginestra approda a Torrita mentre si stanno spargendo in tutti i teatri d’Italia altri suoi spettacoli: Mi hanno rimasto solo… dieci anni dopo e M’accompagno da me che lo ha visto debuttare, con successo, al Teatro Sistina la scorsa stagione. Dal 1997 è direttore artistico del Teatro Sette di Roma, dal quale escono anche sue brillantissime regie. Abbiamo incontrato Michele La Ginestra prima della tappa torritese.

Come è nata la commedia Due di Notte?

Michele La Ginestra: L’idea era quella di portare la radio in teatro e far vedere a tutti gli spettatori gli scherzi e le dinamiche che stanno dietro ad uno studio radiofonico. Mostrare ciò che quando si ascolta la radio non si vede. Mostrare anche le magagne che possono essere presenti all’interno di uno studio. Assistendo ad una chiacchierata tra due conduttori radiofonici, gli spettatori vedono anche un’umanità, che traspare attraverso i loro confronti durante i fuori-onda. Si definisce così, attraverso i dialoghi, la storia di un’amicizia. Quando ascoltiamo la radio, poi, ascoltiamo gli speaker come fossero dei paladini che ci illuminano le giornate, invece poi scopriamo che dietro i paladini ci sono degli uomini, che faticano, come tutti, con la quotidianità, che sono a contatto anche con dei problemi, anche gravi, i quali vengono mascherati da una bella voce. Tra una risata e l’altra, riusciamo a sdrammatizzare alcuni nodi problematici su cui, speriamo, il pubblico rifletta.

Il testo lo hai scritto insieme a Sergio Zecca e Massimiliano Bruno. Come vi siete distribuiti il lavoro, se così si può dire?

Michele La Ginestra: L’originale di Due di Notte fu scritta da Bruno e Zecca un bel po’ di anni fa. Considera che Sergio Zecca è stato il maestro di teatro di Massimiliano, e quando hanno deciso di creare qualcosa insieme, Massimiliano, dall’alto della sua capacità di scrittura, si è affidato all’esperienza di Sergio, per scrivere uno spettacolo sì divertente, ma anche un po’ demenziale. Il mio intervento – che è stato successivo rispetto alla stesura originale – ha cercato di inserire un po’ di riflessione nel testo, inizialmente incentrando il discorso sulla voglia di fare dei giovani, ma senza la maturità che ho, e che abbiamo, adesso. Oggi, dopo tanto tempo, ci abbiamo rimesso le mani e quel testo, che già di per sé era molto divertente, è diventato anche un po’ profondo. Affrontiamo il tema della ludopatia. Cerchiamo di rifletterci in maniera scherzosamente seria. È una patologia ahimè grave e come tale va intesa, sebbene noi ci scherziamo su.

Come ti destreggi tra le due vesti di attore e regista?

Michele La Ginestra: A me piace lo scambio di energia che avviene in teatro ed è bello secondo me trasmettere agli altri quello che si è appreso in tanti anni di teatro. La cosa bella è che io sono pure autore, spesso. Porto in giro uno spettacolo che si intitola M’accompagno da me, che è un one-man-show, composto da me. Ha debuttato al Sistina la scorsa primavera e mi sta dando belle soddisfazioni. In quel caso mi faccio dirigere, ad esempio. Essere diretti da qualcun altro è un momento di crescita. Il teatro è una metafora della vita se riusciamo a scambiare le nostre esperienze con gli altri cresciamo ed è una cosa positiva.

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Il doppio taglio della bellezza: QUIN agli Arrischianti di Sarteano

Dall’8 al 10 docembre 2017, al teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena QUIN, scritto e diretto da Laura Fatini e interpretato da Valentina Bischi. Prima produzione della Compagnia…

Dall’8 al 10 docembre 2017, al teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena QUIN, scritto e diretto da Laura Fatini e interpretato da Valentina Bischi. Prima produzione della Compagnia Teatro Arrischianti della stagione 2017/18, QUIN è un testo scritto nel 2014, revisionato nel 2015 e portato in scena nel prossimo weekend. Un monologo narrativo, di respiro ampissimo, che risalta le capacità sceniche di Valentina Bischi, la quale non è nuova a stare da sola su un palco scenico e racchiudere più corpi, e più anime, in uno.

Quin è la trascrizione fonetica di un termine inglese, perché?

Laura Fatini: È la storpiatura di Queen, un modo volgare e sgrammaticato di definirsi “regina”. È la storia di una ragazza che a 18 anni vince il titolo di Miss Estate 1985 nel suo piccolo paese di provincia. Inizia a fare varie selezioni per accedere al mondo dello spettacolo, incontra vari personaggi maschili che inizialmente sembrano aiutarla, poi a sfruttarla. Lei fa corsi di recitazione, ballo. portamento ma non sfonda e allora comincia a entrare nella dinamica delle feste “importanti”. Alla fine decide, per apparente semplicità di fare la escort di lusso. Ad un certo punto, però, inizia a invecchiare.

Che tecnica narrativa hai usato per raccontare questa storia, visto che tutto ci è filtrato dall’interpretazione di una sola attrice, Valentina Bischi? 

Laura Fatini: È uno stream of consciousness che non ha nulla a che fare con il tempo reale. All’inizio vediamo la vicenda alla fine. Valentina interpreta lo stesso personaggio in ambienti e tempi diversi. Valentina fa sia QUIN sia tutti gli altri personaggi. Procede per sprazzi. Il pubblico piano piano ci entra dentro. Lo spettacolo procede allo stesso modo di una memoria.

Dal punto di vista recitativo invece come ha gestito questi cambi? Non sei nuova a gestire corpi diversi in uno…

Valentina Bischi: Il testo l’ho letto un anno fa. Io e Laura ci conosciamo da tanto. Ci siamo sfiorate tante volte ma mai incontrate fino in fondo. Quando ho letto QUIN ne sono rimasta colpita. Mi sono detta che se con Laura non avevamo mai lavorato insieme prima, era giunto il momento di farlo. La difficoltà non è tanto nell’interpretazione plurale dei personaggi, ma nei cambi della protagonista e nella loro veridicità. QUIN è fragile e la sua fragilità non trova ascolto. Lei è sola. La sua condizione è evidente; il problema centrale è la sua solitudine.

Qual è stato lo spunto da cui è decollato il progetto? 

Laura Fatini: Lo spunto per la scrittura di questo spettacolo mi è arrivato da un libro che ho letto. Ricci, Limoni e Caffettiere – Piccoli stratagemmi di una vita ristretta, frutto del lavoro di un’associazione culturale, dentro il carcere di Rebibbia, nel settore feminile. In questo volume sono raccolte le strategie usate dalle donne per abitare la cella. La donna quando abita la cella lo fa in maniera diversa dall’uomo, la donna la modifica l’ambiente: usa acqua e farina per farla diventare colla per incollare le foto alle pareti, ci sono metodi per fare le mensole dal nulla, ci sono tantissime ricette di cucina e creme di bellezza. Sono rimasta stupita da come le donne in carcere facciano il ciambellone: non potendo avere un forno, utilizzano una sedia, la coprono di alluminio e mettono sotto di essa il fornelletto. La domanda che mi sono fatta è il motivo che porta delle carcerate a fare il ciambellone, o mettersi una crema di bellezza.  Il fatto è che le donne per essere vive devono creare la casa, le donne hanno la casa dentro. Sono case durante la gravidanza e ricreano una casa al di fuori di sé. All’inizio dello spettacolo QUIN è in carcere, e inizia a percepire questo stato della coscienza. Nello spettacolo si parla della bellezza e dei modi attraverso cui questa è utilizzata. Quando QUIN invecchia la sua bellezza diventa diventa un’ostacolo, lei non è più la bella ragazza di un tempo, e inizia a farsi trasparente per morire dentro. Userà, però, la bellezza per guardarsi allo specchio e finalmente riconoscersi.

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