La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Tommaso Ghezzi

Drammaturgia della Canzone – Intervista a La Rappresentante di Lista

Abbiamo incontrato Dario Mangiaracina e Veronica Lucchesi de La Rappresentante di Lista dopo il loro show al Live Rock Festival di Acquaviva il 1 settembre 2019. In un dialogo costante…

Abbiamo incontrato Dario Mangiaracina e Veronica Lucchesi de La Rappresentante di Lista dopo il loro show al Live Rock Festival di Acquaviva il 1 settembre 2019. In un dialogo costante tra drammaturgia della canzone ed energia esecutiva dei brani, il loro live è annoverato tra i migliori dell’ultima stagione musicale italiana. Figlio di un lungo percorso di ricerca e di scrittura, il loro ultimo disco Go Go Diva segna un traguardo che conferma la qualità compositiva di quella che è senza dubbio una delle più importanti band della nostra scena indipendente. Tommaso Ghezzi ha parlato con loro delle tematiche principali del disco, delle legature creative che si creano tra musica e teatro, di Sicilia, di Toscana e di futuro.

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Poesia di vita quotidiana: intervista ad Antonio Dimartino

Il tour che ha seguito l’uscita del disco “Afrodite” di Dimartino ha toccato anche Acquaviva, in occasione della XXIII edizione di Live Rock Festival, la sera del 29 Agosto 2019….

Il tour che ha seguito l’uscita del disco “Afrodite” di Dimartino ha toccato anche Acquaviva, in occasione della XXIII edizione di Live Rock Festival, la sera del 29 Agosto 2019. Apprezzatissimo da critica e pubblico, sia come interprete dei suoi brani sia come autore per altri artisti, Antonio Di Martino – che solo nel caso del nome d’arte contrae il suo cognome in Dimartino – è uno dei più importanti cantautori italiani. Con quattro dischi all’attivo (più un disco tributo a Chavela Vargas), e molte canzoni eseguite, tra gli altri, da Arisa, Malika Ayane, Brunori, Colapesce, Levante e Carmen Consoli, è il punto di riferimento del songwriting italiano. Tommaso Ghezzi lo ha intervistato nel backstage del Live Rock Festival subito dopo la sua esibizione.

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La complessità dell’essere genuini – Intervista a Rancore

Rancore, al secolo Tarek Iurcich, rapper romano classe 1989, si è esibito ad Acquaviva in occasione della XXIII edizione di Live Rock Festival. Lo show che sta portando in giro…

Rancore, al secolo Tarek Iurcich, rapper romano classe 1989, si è esibito ad Acquaviva in occasione della XXIII edizione di Live Rock Festival. Lo show che sta portando in giro è quello che segue la pubblicazione del suo ultimo disco “Musica per Bambini”, nel quale – secondo la critica – ha raggiunto la sua maturità stilistica. Il concerto di Acquaviva ha dimostrato come la sua performance sia principalmente fisica e necessiti un’attenta preparazione, quasi un allenamento. Tommaso Ghezzi lo ha intervistato per noi pochi minuti dopo il live, parlando del suo modo di preparare le esibizioni e le tematiche del suo ultimo disco.

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L’Amore è Punk – Intervista a Gian Maria Accusani

La sera di Ferragosto del 2019, i Sick Tamburo di Gian Maria Accusani hanno suonato a Trequanda, come headliner della prima serata di 3 Gotti Al Campino. Lo abbiamo intervistato…

La sera di Ferragosto del 2019, i Sick Tamburo di Gian Maria Accusani hanno suonato a Trequanda, come headliner della prima serata di 3 Gotti Al Campino. Lo abbiamo intervistato non appena è sceso dal palco dopo un partecipatissimo concerto, nel quale i brani del nuovo disco Paura e l’Amore si sono mescolate a perle del passato, tra cui anche canzoni dei Prozac+.

Dal movimento The Great Complotto alla formazione dei Sick Tamburo, Gian Maria Accusani racconta ai nostri microfoni la sua visione della scena Alternative Rock italiana.

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Orizzonti a Chiusi, ma Aperti – cos’è stato #DONNA2019

Procediamo per immagini: domenica pomeriggio, Parco dei Forti a Chiusi, fa caldo. Un nuvolo di pubblico – che sulle prime altro non faceva che sollevare lo smartphone per fissare in…

Procediamo per immagini: domenica pomeriggio, Parco dei Forti a Chiusi, fa caldo. Un nuvolo di pubblico – che sulle prime altro non faceva che sollevare lo smartphone per fissare in memoria video che non riguarderà mai – tace estasiato da un gruppo di bambini che sta raccontando (drammatizzandola) la fiaba di Cappuccetto Rosso. I codici sono bambineschi eppure efficaci. I rapporti di ascolto, convenzionalmente stabiliti dall’uso comune, vengono rovesciati: sono gli infanti che raccontano fiabe agli adulti. Adulti persi nel telefono, imbambolati dai meme, scossi e ridestati dai figli che raccontano loro fiabe. Niente di meno improvvisato: è uno spettacolo che si intitola Bambini che Raccontano nei Parchi. È la penultima rappresentazione in programma per il Festival Orizzonti 2019, diretto da Gianni Poliziani.  Alessandro Manzini ha sapientemente gestito un gruppo di 26 bambini, tutti i giorni, dal 5 all’11 agosto, dimostrando una pazienza e una capacità drammaturgica notevole: tutto ciò che Manzini elabora, per la messa in scena di fine laboratorio, muove da istanze che arrivano dai partecipanti: la scrittura è imminente, corale, complementare.  Già il pomeriggio precedente i ragazzi di un altro laboratorio avevano dimostrato la costruzione di uno spettacolo teatrale, mosso dagli spunti di drammatizzazione corporea emersi durante sei giorni di workshop intensivo, tenuto da Francis Pardeilhan. Anche in quel caso – probabilmente in misura maggiore – il dato esperienziale, di nutrimento conoscitivo, vissuto dal pubblico è stato rilevante. Sempre frutto di un percorso laboratoriale è stato anche Inferno SRL, messo in scena nel pomeriggio di venerdì, che avevamo già avuto modo di vedere in una versione teatrale – sacrificata – e che invece nella cornice open-air di Parco dei Forti trova il suo habitat drammaturgico.

Ma procediamo per immagini. Una platea che in attesa dello spettacolo si presenta come uno smisurato tappeto di ventagli, quasi da sembrare un ingabbiato allevamento di lepidotteri. Prendete infatti le temperature medie della settimana dal 5 all’11 agosto 2019 a Chiusi Città: picchi di 36 gradi nel pomeriggio  e minime che non scendevano al di sotto dei 22. Sfido chiunque a mantenere quattrocento persone chiuse in un teatro per due ore, senza aria condizionata. C’è chi ce l’ha fatta. La Stazione del gruppo LST Teatro è stata un rapimento cognitivo che ha sospeso le percezioni fattuali convincendo tutti i presenti di trovarsi altrove. È agosto di uno degli anni più caldi del secolo? I gradi percepiti sono 50? No, è un giorno di pioggia invernale: in scena una stufa a legna, i pellicciotti, una pioggia continua che sembra battere sui vetri delle finestre, gli attori che entrano dalle quinte trafelati e umettati d’acqua piovana: quella che si presenta agli occhi del pubblico è una scena totalizzante, persuasiva, che trascende lo spettatore.

La scenografia e in generale la tecnica prepotente e prorompente – gestita in parte direttamente dal Regista Manfredi Rutelli – sono un punto di forza dello spettacolo. Tecnica che non si pone come semplice orpello estetico, ma di reale peso diegetico. È infatti intorno alla pioggia, alla rumoristica fuori-scena, agli effetti mobili di alcune porzioni di scenografia che si sviluppa la vicenda de La Stazione. Il plot vede un capostazione, di un imprecisato momento storico (tra gli anni ’90 e i primissimi 2000), in un altrettanto imprecisato luogo del sud Italia, vedere rotta da un evento imprevisto la sua rigida routine; tanto rigida da fargli calcolare tempistiche precise, con minutaggio effettivo, della preparazione del caffè, del tempo che lo sportello – rotto – di una vecchia mensola ci mette a scattare verso il basso. Si tratta dell’arrivo, in stazione, di Flavia, giovane e attraente ragazza, in abiti borghesi, in fuga da una festa e da un compagno troppo possessivo e violento. Quello che vuole è tornare a Roma in treno.

Interessante peculiarità del gruppo LST è proprio il rifiuto dalla tecnica prescritta: le luci, così come le musiche (sovente eseguite da Paolo Scatena durante gli spettacoli, come abbiamo avuto modo di sentire nel pirandelliano L’Uomo, La Bestia, La Virtù) vengono determinate dal respiro del pubblico, dall’andamento della mise en scène. È una compagnia attentissima alle urgenze della platea. Allo stesso modo per La Stazione, le istanze degli spettatori arrivano evidentemente a deviare certe ritmiche di scena: applausi a scena aperta e fragorose risate impreviste, hanno evidentemente interrotto un flusso recitativo continuo. Alessandro Waldergan – fungente da termometro tensivo e da bilanciamento drammatico in più punti – occupa la scena per il 90 per cento dello spettacolo,  dentro una divisa FdS di almeno una taglia più grande. L’abito caratterizza tantissimo il personaggio interpretato da Waldergan, che procede per scatti mimetici, infondendo dapprima insicurezza, subalternità rispetto agli altri personaggi, per poi percorrere un processo di riscatto che si riverbera anche nei movimenti stessi. Il contraltare fisico è il bruto Gianni Poliziani, in giacca e papillon, fidanzato di Flavia, che cerca di recuperare la ragazza – più interessato alla brutta figura che sta facendo alla festa dell’alta società, che all’effettivo sentimento – e riportarla alla festa. Poliziani lavora tantissimo di spalle, caratterizza il bruto gonfiando i toni e il petto, forzando costantemente la parte inferiore del volto, accentuando un prognatismo volitivo funzionalissimo alle attribuzioni di scena. Silvia Frasson interpreta invece Flavia, al centro di questo triangolo di tensioni che va crescendo lungo tutta l’ora e mezza di spettacolo: a lei va la responsabilità più grande di essere stata bravissima come punto focale, la bandierina al centro della linea di gioco il secondo prima dell’annuncio dei numeri: ha mantenuto la stessa carica drammatica, pur surfando sulle ondate sceniche degli altri due personaggi. Bravi tutti, ottima regia. Non è facile tenere il palco bene in tre, lavorando in complementarità con molta tecnica di scena e soprattutto con quaranta gradi.

Il tema delle cinque giornate di spettacoli è stato “DONNA”, proprio perché di donne, sul palco, se ne sono viste moltissime. Livia Castellana e Debora Villa, ad esempio, che con due monologhi diversissimi, in due location diverse, hanno attraversato le fasi della vita di una donna, con il piglio narrativo e introspettivo che ha fatto riconoscere in molte presenti – ma anche, inaspettatamente in molti presenti – schemi esistenziali comuni. La paura di invecchiare, di restare soli, di non essere volute o voluti, respinti: sono sentimenti sineddotici di tutti gli esseri umani.

Livia Castellana ha lavorato – sotto lo sguardo registico di Gianni Poliziani – su un testo di Aldo Nicolaj intitolato “Poco Più, Poco Meno”, con alcune azzeccatissime modifiche sull’originale. La crescita della protagonista è resa da una capacità vocale indiscutibile, che procede verso il declino del corpo e la disgregazione psichica di una donna che ha perso la memoria, che si ritrova a collazionare sprazzi, colori, immagini irrelate, per ritrovare la sua identità. Notabilissime le luci che hanno trasformato la Tensostruttura di San Francesco, operate da Simone Beco, durante l’esibizione di Livia Castellana, che hanno inglobato tutta la macroarea dello spettacolo in un’unica bolla mnestica. Sempre nello stesso spazio abbiamo avuto modo di rivedere QUIN, di cui abbiamo già parlato qui. Con Valentina Bischi e la regia di Laura Fatini, che – in maniera affine, ma con un taglio decisamente più multidimensionale – ripercorre la vicenda di una sfortunata “miss” di provincia.

Continuiamo a procedere per immagini: una gremita platea che si intrattiene ad osservare spettacoli di narrazione fino a tarda notte. Nella Tensostruttura di San Francesco si sono snodati spettacoli di narrazione, in tarda serata, come a elaborare un “circuito off” interno al cartellone. Le regine della Tensostruttura sono senza dubbio state Le Coche che insieme a Silvia Frasson hanno edificato una narrazione drammatizzata della figura di Artemisia Gentileschi, artista post-carvaggesca, vissuta tra XVI e XVII secolo. Le Coche (galline, in dialetto chiusino) sono composte da Mascia Massarelli, Francesca Carnieri, Roberta Ceccarelli, Sara Provenda e Claudia Morganti, ed hanno intessuto il loro vettore creativo con il progetto “Racconto quindi Esisto” di Silvia Frasson. Un procedimento di scrittura collettiva incentrato sulla prima grande femminista della storia italiana: vittima di stupro in giovane età, ha fatto pesare le sue scelte e ha deciso della sua vita in un mondo nel quale erano gli uomini a decidere per le donne. Le Coche sono in scena con una t-shirt macchiata di acrilico policromatico, e – specularmente – l’espressività si articola in una pluralità di registri, di toni, di colori. “Artemisia Della Rabbia e Dell’Amore” – questo il titolo dello spettacolo –  risulta così avere qualità espressive di un olio su tela caravaggesco, con pennellate miste, una tavola ampissima e fortissimi contrasti tra luci e ombre.

Il Festival Orizzonti è stata quindi la festa di una comunità che ruota attorno alle pratiche del teatro, nelle sue molteplici sfaccettature. Si sono visti gli “addetti ai lavori” sopra e sotto il palco, mescolati agli ospiti del festival, alle compagnie professionali venute a portare i loro lavori (riuscitissimi il Romeo e Giulietta di Stivalaccio Teatro e Sempre Domenica di Controcanto Collettivo). Un’officina, una settimana di approfondimento, di esperienza laboratoriale che esce dai perimetri dei workshop e assimila tutte le persone coinvolte nel festival, tutti i tecnici, tutti gli organici della Fondazione Orizzonti d’Arte, tutti i presenti nella Città di Chiusi. Un festival che doveva essere chiuso, secondo molti, che avrebbe dovuto perire sotto i dardi di un debito economico, sotto il peso di un difficile rapporto creato con il resto della cittadinanza, ha invece trovato la strada per la ricostituzione, per tornare ad essere il festival principale per il teatro di prosa nel nostro territorio. Gli orizzonti, verso i quali sembra tendere questo festival, sono decisamente aperti all’innovazione, alla crescita, alla bellezza.

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“Culture Contro la Paura” dell’Orchestra Multietnica di Arezzo: Intervista a Luca Baldini

Con l’Orchestra Multietnica di Arezzo, il Cortona Mix Festival 2019 si è chiuso con un evento straordinario, un live che ha avuto implicazioni artistiche, sociali e politiche – beninteso, nel…

Con l’Orchestra Multietnica di Arezzo, il Cortona Mix Festival 2019 si è chiuso con un evento straordinario, un live che ha avuto implicazioni artistiche, sociali e politiche – beninteso, nel suo senso etimologico, nel suo valore di interesse nei confronti della collettività e del bene condiviso degli esseri umani. In Piazza Signorelli, il 21 luglio 2019, è stato presentato il progetto Culture Contro la Paura: due ore di musica, graditissimi ospiti e flussi espressivi provenienti dai quattro angoli del mondo. Sul palco, diretti da Enrico Fink, 35 musicisti provenienti da Albania, Palestina, Libano, Nigeria, Costa d’Avorio, Argentina, Colombia, Bangladesh, Giappone, Romania, Russia, Svizzera e dalle più svariate regioni italiane, hanno accompagnato protagonisti della musica italiana del calibro di Brunori SAS, Lo Stato Sociale, Paolo Benvegnù, Dente, Luca Lanzi de La Casa del Vento insieme a Francesco Moneti dei Modena City Ramblers, Alessandro Fiori nonché le voci di Emad Shuman e Paola Scoppa. Durante l’esibizione, poi, il fondale del palco si è animato con il live drawing del collettivo perugino dei BecomigX.
Abbiamo intervistato Luca “Roccia” Baldini, uno dei coordinatori dell’orchestra – nonché vicepresidente di Officine della Cultura e bassista, organico del progetto – a poche ore dallo spettacolo che ha riempito di gioia e di colore Piazza Signorelli di Cortona. Nel vorticoso viavai degli artisti, tra palco e backstage, nel caotico rumoreggiare del sound-check del pomeriggio di domenica 21 luglio, siamo riusciti a fargli qualche domanda.

Quale è stato il percorso, intrapreso dall’Orchestra Multietnica di Arezzo, che ha portato all’esibizione che vedremo stasera in chiusura del Cortona Mix Festival 2019?  

Luca Baldini: Dunque, il progetto dell’OMA va avanti ormai da 12 anni ed è nato inizialmente come percorso formativo, finalizzato alla conoscenza e all’approfondimento delle strutture di base delle tradizioni musicali delle aree del mediterraneo. Il progetto Culture Contro la Paura, invece, lo abbiamo iniziato lo scorso anno, come progetto interno all’OMA, coinvolgendo anche Dario Brunori, Paolo Benvegnù e Amanda Sandrelli. È nato in occasione di un mini-tour siciliano: abbiamo portato in giro un messaggio di integrazione in tre spettacoli che abbiamo fatto alla Valle dei Templi di Agrigento, al mercato di Ballarò e al Teatro di Verdura di Palermo. È stata una tre giorni di cultura dell’integrazione, in cui abbiamo condiviso una visione di mondo migliore con altri artisti, un mondo in cui potremmo essere tutti uguali. Da questa esperienza è partita la registrazione di un disco – intitolato appunto Culture Contro la Paura – che uscirà nei prossimi giorni, nel quale saranno presenti tutti gli ospiti che sono stati integrati nel percorso dell’OMA nel corso degli anni: ci sono Shel Shapiro, Dario Brunori, Raiz, Cisco, ma c’è anche la Bandabardò, Moni Ovadia e tantissimi altri. Questo è stato un espediente per ritrovarci e dare un messaggio importante, qui a Cortona. È la prima volta che facciamo un concerto con così tanti ospiti e siamo molto orgogliosi ed emozionati.

Sul palco insieme a voi ci sarà una presenza molto importante, sia per il messaggio – coerente con quello della OMA – sia per la stessa città di Cortona: sto parlando della Chitarra “Mare di Mezzo”.

LB: Sì, certamente! La chitarra che Giulio Carlo Vecchini, liutaio cortonese, ha assemblato con frammenti di barconi arrivati a Lampedusa, sarà suonata da Francesco Moneti de La Casa del Vento e dei Modena City Ramblers. Sarà sul palco anche lo stesso Giulio Carlo Vecchini. Insomma, ci sarà un bel gruppo di amici. Personalmente devo dire che è stato molto faticoso. Veniamo da giorni di prove in teatro e siamo tutti un po’ stanchi. Come Officine della Cultura, poi, siamo anche coinvolti nell’organizzazione del Cortona Mix Festival e di conseguenza sono stati giorni molto intensi. Ma questo è il nostro gioiello e abbiamo fortemente voluto che chiudesse questa manifestazione. Abbiamo voluto chiudere ribadendo valori importantissimi, che non sono prettamente politici, ma sono etici. La politica si fa tutti i giorni, per strada, ma quando si parla di integrazione, di accoglienza e di apertura, penso che si entri in un ambito che è superiore della politica: si parla di etica, di valori assoluti.

L’OMA con questa compagine arriva in terra d’Arezzo dopo aver girato l’Italia. Rispetto alle tematiche citate, di integrazione e di accoglienza, come ti sembra che la terra d’Arezzo – e la Valdichiana – stia rispondendo?

LB: Vedo una grossa difficoltà delle persone rispetto a queste tematiche. È però una caratteristica comune di tutta l’Italia. È un periodo in cui le persone hanno veramente paura. La paura però nasce sempre dall’ignoranza, dal non conoscere – o peggio dal rifiutarsi di conoscere – le cose che stanno al di là del nostro campo visivo. L’unica soluzione è quella di cercare ogni giorno di far arrivare un messaggio di apertura e di ricerca. Le difficoltà ci sono, in Valdichiana così come nel resto d’Italia. Le abbiamo vissute anche sulla nostra pelle. Recentemente abbiamo portato in giro lo spettacolo Occident Express, con Ottavia Piccolo [di cui abbiamo parlato nel secondo numero di ValdichianaTeatro ndr] e mi sono accorto di come questo, in molti teatri, non sia stato accolto con grande entusiasmo. Le persone però si avvicinano a queste storie, le ascoltano, ne vengono coinvolte: ci rendiamo conto che le storie di chi viene da lontano sono anche nostre, sono vicine a noi, ci rendono complici. L’ignoranza è la malattia più grande dei nostri tempi, noi cerchiamo di curarla con quello che sappiamo fare meglio: suonare.

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Il Sogno Lucido del Cantiere Internazionale d’Arte

In occasione della undicesima giornata di Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, mercoledì 24 luglio 2019 è andato in scena in Piazza Grande lo spettacolo articolato ‘Sogni di una Notte d’Estate’….

In occasione della undicesima giornata di Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, mercoledì 24 luglio 2019 è andato in scena in Piazza Grande lo spettacolo articolato ‘Sogni di una Notte d’Estate’. Di seguito il racconto della serata. 

Un’Officina per Giovani Artisti: il vettore organizzativo del Cantiere Internazionale d’Arte indica questa direzione fin dalle linee programmatiche tracciate da Hans Werner Henze. Multidisciplinarietà e orizzontalità delle produzioni; artisti locali e artisti internazionali; non professionisti e professionisti; studenti specializzati e appassionati, tutti a intersecare esperienze e dati creativi.

La serata di mercoledì 24 luglio 2019 è stata, in questo, esemplificativa: sul palco allestito in Piazza Grande, tra i due colonnati di americane e il logo del Cantiere proiettato iconicamente sul travertino del Palazzo Comunale, si sono resi complementari due corpi di balletto, una corale con due voci soliste, una compagnia di prosa e un’orchestra. Sogni di Una Notte d’Estate è stato il titolo scelto per questa serata polimorfica che ha seguito come trait d’union la celebre commedia di William Shakespeare Sogno di Una Notte di Mezza Estate, con i suoi speculari rifacimenti operistici e figurativi.

 

L’orchestra della Royal Northern College of Music è già di per sé uno spettacolo. I ragazzi di Manchester, che ogni anno arricchiscono il centro storico di Montepulciano con esibizioni cristalline di brani classici e contemporanei, sono una delle ‘cartoline’ più belle della storia del Cantiere Internazionale d’Arte. La direzione dell’orchestra, per la serata dedicata ai Sogni di una Notte d’Estate, è stata ovviamente affidata al Maestro Roland Böer, direttore artistico e musicale del Festival. La serata è cominciata con l’ouverture operistica tratta dall’Oberon di Carl Maria von Weber, ispirata proprio al personaggio scespiriano, consorte di Titania e re degli elfi. La RNCM Symphony Orchestra di Manchester ha poi eseguito la Sinfonia n. 8 di Hans Werner Henze, composta nel 1993 e ispirata al Sogno di Una Notte di Mezza Estate di Shakespeare. Ogni movimento è strettamente collegato a una breve sezione dell’opera teatrale: il primo movimento (Allegro) è ispirato dalla battuta di Puck, nel testo originale, «I’ll put a girdle round the earth/ In forty minutes» (Avvolgerò una cintura attorno al globo in quaranta minuti!) – Atto II, scena I – e all’invito da parte di Oberon, a Titania, di fare il giro del mondo «We the globe can compass soon / Swifter than the wandering moon» – Atto IV, Scena I. Henze raffigura il viaggio globale di Puck nella variazione di tonalità: l’Est è il Do Maggiore, il Polo Sud è rappresentato dalle note più basse della gamma dell’orchestra sinfonica moderna, mentre il Polo Nord è rappresentato da quelle più alte.
Il secondo movimento (Allegramente con comodo tenerezza e ballabilità) raffigura fonicamente la tentata seduzione di Nick Bottom da parte di Titania, mentre il movimento finale (Adagio) sembra far riecheggiare la battuta del monologo finale, sempre di Puck, «Se l’ombre nostre vi hanno offeso…» alla fine della commedia. Il secondo movimento indicato dallo stesso Henze come ballabile, ha visto stagliarsi sul piano di scena una coreografia di Maria Stella Poggioni, eseguita dalle ballerine della sua École de Ballet. La coreografia ha visto ondeggiare una serie di figure mobili, con dominanza dei colori freddi (il blu su tutti), la cui obliquità di posizione ha teso, per buona parte del balletto, verso un vertice centrale che si è presentificato – all’inizio e alla fine del balletto – come una figura femminile bendata: sono quindi il sogno e i movimenti dell’inconscio durante le fasi della notte, che vengono rappresentati nel balletto. Le ballerine si muovono entro un amnio onirico, composto da fraseggi propri del sogno, della postura notturna dei corpi. Questo, il primo dei due sogni che hanno scandito la serata.

 

La seconda parte ha invece visto in scena, insieme all’orchestra, il gruppo della Corale Poliziana, diretta da Judy Diodato, e con le voci del soprano Noemi Umani e del mezzo soprano Zhu Aoxue. La sezione musicale ha lasciato buona parte di piano scenico per la commedia scespiriana in prosa, con la regia di Carlo Pasquini e interpretata dal gruppo teatrale FUC – Formare Una Compagnia. La commedia in prosa è stata quindi puntualmente abbinata all’esecuzione integrale delle musiche di scena composte, sul testo di Shakespeare, da Felix Mendelssohn Bartholdy: in questo caso la rappresentazione teatrale è impreziosita dalla coreografia realizzata da Cristina Peruzzi per la sua Pétite École, con fraseggi di balletto perfettamente integrati nella complessità scenica di orchestra-coro-attori, tanto che spesso le ballerine assumono la vera e propria funzione di fatine – nelle scene boschive tra Oberon e Titania (interpretati in maniera originalissima ma equilibrata, dagli ottimi Giovanni Pomi e Emanuela Castiglionesi) – e di damigelle nel contesto del finale della commedia, sancito dai matrimoni fra i protagonisti.

Nei costumi curati da Milena Karinska, l’atmosfera arcadica si traduce in un’ambientazione lisergica, dai toni psichedelici – acuiti dai visual proiettati sulla facciata del duomo, che richiamano visioni braminiche, citando qua e là Jonas Mekas e i Tame Impala, montati da Noemi Leandri – che ben si sposano con la plot scespiriana del Sogno, in cui tutto l’equivoco della commedia ruota attorno al succo di viola del pensiero, il quale avrebbe il potere di far innamorare chiunque della prima cosa veduta al risveglio. Un po’ melevisione un po’ Woodstock, con uno straordinario Puck, interpretato da Federico Dottori – un Tonio Cartonio post-punk, in giacchetto di pelle e new era a rovescio – un po’ idillio arcadico, un po’ matrimonio gipsy, il Sogno di Carlo Pasquini è la conferma di quanto sia bello alterare le traiettorie, le visioni, le tradizioni, in funzione di un daimon creativo condiviso. I ragazzi della compagnia FUC rappresentano a oggi un tessuto culturale importante, sul quale il Cantiere e le istituzioni teatrali del territorio dovrebbero investire.

In tutto sono state due le ore di spettacolo (fluite con estrema leggerezza) che hanno tenuto una platea colma di spettatori nella splendida cornice di Piazza Grande, che sembrava quasi dipinta, per la bellezza che lo spettacolo in scena non ha fatto altro che rimarcare.

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Le molteplici intersezioni del Cantiere Internazionale d’Arte

Foto di Michele Vino Dal 12 al 18 Luglio 2019, Il Cantiere Internazionale d’Arte ravviva la Valdichiana e la Valdorcia con quarantasei spettacoli disseminati in varie suggestive location. Un programma…

Foto di Michele Vino

Dal 12 al 18 Luglio 2019, Il Cantiere Internazionale d’Arte ravviva la Valdichiana e la Valdorcia con quarantasei spettacoli disseminati in varie suggestive location. Un programma multidisciplinare che sta convincendo il nutrito pubblico che riempie, in queste calde sere d’estate, le platee allestite dalla Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte. Si conclude oggi la prima settimana di Festival. Ne abbiamo tratto una riflessione. 

Se si cercasse una parola chiave, un lemma caleidoscopico, per indicare la traiettoria metodologica, che guidi le pratiche creative di questa edizione del Cantiere Internazionale d’Arte, questa sarebbe intersezione. Le intersezioni – ma anche gli scambi, le sovrapposizioni – sono di tipo geografico, disciplinare e relativo alle produzioni. È geografico perché sono molti i comuni coinvolti, così come moltissime sono le location, definite anche dal programma Luoghi-Incontro, attraverso il quale il Cantiere – congiuntamente alla Fondazione Monte dei Paschi di Siena – coinvolge le piazze, i musei, i mercati dei diversi centri. È disciplinare perché stiamo parlando di un festival, fondato da Hans Werner Henze, che si poneva come officina per giovani artisti, che proprio dallo scambio tra generi ed esperienze, faceva scaturire nuove espressione e crescita comune. È relativo alle produzioni perché coinvolge i virgulti creativi del territorio, le associazioni presenti, le istituzioni, i gruppi di lavoro già coesi, e li scontra con esperienze internazionali e professionali, per farli reagire insieme.

Quello di quest’anno è un habitat espanso, un’ulteriore estensione di dominio, un allargamento del perimetro d’azione che sta tracciando un vero e proprio processo educativo di area. Il Cantiere non è più preminentemente “di Montepulciano”; il Cantiere è ormai un’istituzione culturale in Valdichiana e Valdorcia, posto come garante di un reticolo culturale di scambio, di confronto, di approfondimento centrifugo, disseminante esperienze artistiche in tutto il sud della provincia di Siena. La cognizione culturale del territorio ha conosciuto tempi più brillanti. L’indirizzo smaccatamente politico – poiché l’arte è sempre politica – dell’iniziativa cantieristica acquista quindi, nel presente periodo storico, una marca di necessarietà.

Molte delle intersezioni tematiche – che partono dalle espressioni musicali e teatrali – sono state quest’anno rivolte alla storia della letteratura. Il testo è tornato a essere portante nei moduli degli spettacoli. In un’epoca in cui la parola viene esautorata – bistrattata, screditata – e sono le frequenze, invece, a essere investite di potere comunicativo, ecco che gli spettacoli del Cantiere tornano a pareggiare le livellature tra i due codici: musica e parola.

In Passion, il musical che ha aperto questa quarantaquattresima edizione, lo spunto testuale viene da un classico minore della nostra letteratura. Pilastro delle metriche romanzesche della scapigliatura, Fosca di Iginio Ugo Tarchetti è il basamento testuale per quello che secondo il programma di sala è un “musical”, ma che rappresenta un’intersezione – anche qui – tra vari generi compositivi. Passion è l’ultima, pluripremiata partitura dell’autore colossale Stephen Sondheim, il liricista americano che ha partorito – tra le altre cose – West Side Story e Sweeney Todd che per questa lavoro si è ispirato al film Passione d’amore di Ettore Scola, derivato dal romanzo di Tarchetti. Il cinema torna anche in L’Uomo Visibile, la serata che ha visto coinvolte proiezioni di pellicole dell’era del muto con musiche eseguite dal vivo e approfondimenti, nel contesto della Fortezza di Montepulciano, con Francesco Finocchiaro, Julie Brown, Richard Heyman e Elisabeth Trautwein-Heyman.

 

I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni sono invece stati il serbatoio testuale, dal quale Gabriele Valentini ha edotto il suo Rodrigo – appunti su un malamore. La drammaturgia è intersecata ai suoni e alle musiche di Davide Vannuccini e ai visual di Simone Pucci, giocate con proiezioni efficacissime nella facciata di Villa Fanelli, nel parco del Castello di Sarteano. Il resto delle luci è affidato agli attori stessi, che tengono torce i cui getti fotonici non mantengono linee fisse: sono orizzontali, ma anche verticali e obliqui. Modificando le direzioni dei coni di luce, la tecnica di scena diventa dominante, nell’economia generale della messa in scena. Quella che viene operato in Rodrigo è un’epochè, una sospensione del giudizio anti-romantica (e quindi anti-manzoniana), in cui il fulcro della vicenda dei Promessi Sposi viene deliberatamente focalizzata sulla figura del villain. Con accenni alla contemporaneità (dal #metoo agli osteggiamenti della diversità) e incursioni citazionistiche del romanzo originale, Gabriele Valentini elabora un’ottima interpretazione contemporanea della figura di Don Rodrigo, post-freudiana, in cui il sogno che l’antagonista dei Promessi Sposi fa nel capitolo XXXIII, durante la notte in cui egli stesso contagia la peste, viene esposto sulla scena come esplosione inconscia, ridda di un rimosso emotivo. Nel patchwork testuale è presente anche il Capitolo V – che di fatto funge da antifona, da profezia che si auto-adempie – in cui Fra Cristoforo (molto ben interpretato, qui, da Francesco Storelli) giunge al palazzotto del nobile e viene invitato al banchetto che si sta tenendo a corte. Tutto, nello spettacolo, viene tenuto insieme da un’atmosfera onirica, in un amnio fatto di torce e proiezioni astrali. Musica, proiezioni e luce, sono un’arma scenica potentissima, il cui calibro si misura – in questo caso – in volume.

Sempre di prominente presenza Arrischianti è lo spettacolo La Goccia e il Fuoco, nato da un’idea del Maestro Luciano Garosi, con la drammaturgia – e la regia – di Laura Fatini, con Maria Pina Ruiu e Giovanni Fabiani. Lo spettacolo è impostato come un dialogo a due voci: una è effettivamente una voce, quella di George Sand, interpretata da una superlativa Maria Pina Ruiu, e l’altra è quella di Fryderyk Chopin, il quale – ovviamente – non si esprime sulla scena a parole, ma attraverso i suoi brani (eseguiti, appunto, dal pianista Giovanni Fabiani). La storia d’amore tra i due si consumò dal 1838 al 1847, tra Parigi, Nohant e Palma di Maiorca.

George Sand la proto femminista, George Sand l’integerrima autrice di Lélia e de La Piccola Fadette, George Sand che si opponeva alle convenzioni soffocanti del suo tempo, di fronte al guazzabuglio dell’innamoramento pare afflitta e debilitata, oltraggiata dai dardi di amore. Un amore sconvolgente, ma immaturo, che si traccia più sulla carta che sulle lenzuola delle camere da letto. Niente bisogna risparmiarsi quando si hanno mani per scrivere e per suonare, afferma la Sand di Laura Fatini, che dal suo scrittoio ripercorre tutto il carteggio che tra i due c’è stato, lungo quei dieci anni di tormentata relazione. La goccia e il fuoco del titolo sono i due tropi attraverso i quali queste due figure storiche si configurano in scena, un fuoco che brucia, trancia, che si consuma velocemente, e dall’altra parte la goccia che lentamente spegne i fuochi, intride la carta fino a renderla illeggibile, distruggerla, sebbene sia stato il fuoco a bruciare fattivamente l’epistolario. Un amore che si consuma anche sulla tela, in un famoso dipinto di Delacroix, rimasto però solo abbozzato (siamo rimasti abbozzati persino su una tela, dice) e che – ironia del mercato – venne tagliato in due dal proprietario, pensando che i ritratti singoli divisi avessero un valore più alto.

Un Cantiere Internazionale d’Arte che quindi valorizza le intersezioni, le sovrapposizioni, le complementarità, che connette e cuce insieme, che educa e diverte. Una quarantaquattresima edizione che riluce d’amore, di passione e di follia.

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Lars Rock Fest: tre giorni contro la banalità

Foto di copertina di Emiliano Migliorucci «Ah, e mi raccomando si scrive Lars, non l’Ars come fanno molti» dice il mio interlocutore, mentre si allontana verso il backstage «lo so…

Foto di copertina di Emiliano Migliorucci

«Ah, e mi raccomando si scrive Lars, non l’Ars come fanno molti» dice il mio interlocutore, mentre si allontana verso il backstage «lo so che è difficile, ma Lars è un riferimento a Lars Porsenna, il più rock’n’roll tra i lucumoni etruschi». In effetti, del re Porsenna – che secondo Plinio il Vecchio giunse a Roma, da Chiusi, e costrinse la città a sottomettersi – questo festival ha sia l’attitudine che la postura. Tra gli ospiti che nel festival chiusino si sono succeduti nel corso degli ultimi sei anni, spiccano nomi come Wire, i Gang of Four, i Public Service Broadcasting, i Japandroids, gli Unknown Mortal Orchestra, i Protomartyr: quest’anno, nei tre giorni che sono andati dal 5 al 7 luglio 2019, con i Metz, i Cloud Nothings e i Wolfmother, il Lars Rock Fest ha sancito la sua posizione tra i festival più importanti del centro Italia. I giardini pubblici di Chiusi, per tre giorni, sembrano il Coachella, mentre i nuvoli di pubblico sciamano tra il mercatino del disco, la fiera dell’editoria indipendente, il sottopalco e il ristorante.

La peculiarità del Lars Rock Fest è questa: l’aspetto totale dell’evento. I programmi coinvolgono vari aspetti dell’espressione creativa contemporanea. Dalla musica alle arti figurative, dalla letteratura all’artigianato, dalla fotografia allo yoga. Laboratori per bambini, letture ad alta voce, presentazioni di libri, mostre: da questa prospettiva, la musica è solo una porzione di un ecosistema più grande.  

Al centro del giardino si apre lo spazio Open Book, un fierino di editoria indipendente. «Un’immersione rigenerante nella resistenza culturale» – si legge nel comunicato – «a difesa della bibliodiversità e della pluralità di pensiero: tra libri e riviste, ci sarà la possibilità di farsi raccontare dagli editori le scelte editoriali, il catalogo e le genesi e il futuro dei progetti».

«Open Book è quello che noi chiamiamo il festival dentro il festival. Ci si concentra sui libri, ma sul settore che resta magari in ombra, quello dell’editoria indipendente» mi dice Eleonora Billi, dell’Associazione GEC (Gruppo Effetti Collaterali) «Il Lars è un festival di musica, ovviamente: ma se si osservano le line up che lo hanno caratterizzato nel corso degli anni, ci si accorge che è un festival di ricerca. Da sempre abbiamo proposto un’offerta non convenzionale o comunque non comune nel territorio. Ecco: Open Book si muove nella stessa direzione. La selezione delle case editrici presenti al festival, segue le stesse categorie critiche che utilizziamo per la musica: la non-conformità». L’associazione GEC non è solo Lars, mi ricorda Eleonora: «Open Book è frutto di un percorso invernale che viene condotto da diversi anni e che si chiama GEC&Book. Ci è sembrato logico far nascere questo spazio all’interno del festival. Quest’anno poi è nata una splendida collaborazione con FirenzeRiVista e abbiamo avuto la partecipazione di Edicola 518. Il primo è un festival dedicato alle riviste indipendenti, che si svolge Firenze ogni settembre da cinque anni; secondo è un progetto di presidio culturale nella città di Perugia, del quale ci siamo subito innamorati».

«Il festival è andato bene. Siamo stati felicissimi di vedere così tanta gente riempire gli spazi del festival. C’è stata una bellissima risposta di pubblico, arrivato da tutta Italia. Il festival è cominciato ogni pomeriggio, dalle 17: il pubblico ha vissuto l’evento, ha passato tre giorni insieme a noi: un pubblico di ogni età, vista la presenza di laboratori per bambini e corsi per adulti. Il Lars abbraccia la cultura in tutte le sue forme. Un festival per tutti, con tutto dentro: è quello che volevamo fare, è quello che caratterizza il Lars Rock Fest».

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“Il Tuo Corpo è Perfetto, Comunque Esso Sia”: Il Parkour come stile di vita

Al di là di tutte le implicazioni evocative che potrebbero scaturire dall’attraversamento di un ostacolo, il superamento di un limite, l’oltrepassamento di un muro, il parkour è una pratica estremamente…

Al di là di tutte le implicazioni evocative che potrebbero scaturire dall’attraversamento di un ostacolo, il superamento di un limite, l’oltrepassamento di un muro, il parkour è una pratica estremamente legata all’aspetto performativo.  Spostarsi da un punto A ad un punto B nel modo più efficiente, veloce e sicuro possibile, sfruttando l’ambiente circostante, diventa una pratica totale e adattabile a qualsiasi configurazione paesaggistica.

Quello del performance parkour è stato uno dei workshop di maggior successo, all’interno del progetto di Muovil’Arte ( di cui abbiamo parlato qui e qui). La scelta, da parte degli organizzatori della nuova Accademia degli Arrischianti di Sarteano – legati storicamente all’esercizio delle performance teatrali – della pratica del parkour nasce dalla ricerca di una possibile attività in grado di valorizzare, far conoscere i luoghi identitari dei piccoli centri e sviluppare allo stesso tempo la sensibilità al bello attraverso l’interazione con il patrimonio architettonico. Il Performance Parkour, disciplina metropolitana mossa dalla filosofia della libertà di movimento, permette di entrare in relazione con i luoghi conosciuti, ma anche con quelli spesso ignorati, da una diversa prospettiva, grazie ad un approccio fisico-artistico. Il laboratorio è stato condotto dagli insegnanti Alister O’Loughlin e Miranda Henderson, di The Urban Playground Teamed è stato una lunga occasione epifanica per tutti coloro che hanno avuto modo di confrontarsi con la pratica.

Parlando con i partecipanti al workshop tenutosi presso la riserva naturale di Pietraporciana, quello che è emerso è un messaggio chiaro ed efficace: il tuo corpo è perfetto, comunque esso sia. Ecco alcuni commenti che trascriviamo di seguito.

Annamaria: è stata una sfida sia a livello fisico che mentale. Il workshop è tutto in inglese e mentalmente è una challenge. Dal punto di vista fisico, è una pratica che dà molta fiducia. Sono riuscita a fare cose che non ero sicura di poter fare. La cosa interessante è che si ha la percezione di poter migliorare sempre.

Francesco: Questa è stata la mia prima esperienza di performance parkour. Prima ho solo supportato altri laboratori in contemporanea, lo avevo visto insegnare, avevo tradotto, magari mi ero prestato per dimostrare i movimenti, ma non avevo mai partecipato direttamente. Avevo paura di non essere in grado di farlo. È stato sicuramente molto formativo: oltre alla base delle tecniche insegnate ho visto tutta la metodologia che impiegano e che hanno dietro il semplice insegnamento del parkour, e cioè le tecniche di comunicazione non verbale, la psicologia, di adattamento rispetto all’audience che hanno. Non ho subito la barriera linguistica più di tanto e credi di aver supportato chi fosse più in difficoltà con la lingua.

Simona: io sono una danzatrice ed ho scoperto come il mio corpo abbia molte più possibilità di quante credevo ne avesse. Nonostante – grazie alla danza – io abbia un rapporto già approfondito con le potenzialità espressive del mio corpo, ho scoperto come ciò che può essere considerato un limite, piano piano, grazie alla disponibilità, alla pratica,e all’aiuto degli altri, possa essere  superato; come ogni limite possa essere piano piano spostato più in là, grazie al supporto degli altri e del gruppo. Quello che a me interessa è soprattutto la pratica sportiva e muscolare che si coniuga a un aspetto espressivo. Una delle cose che più mi ha interessato è stato il rapporto con la struttura che spesso ci siamo trovati a utilizzare: la cage. È una gabbia che non è una prigione, è una gabbia che diventa un’amica. Una gabbia che diventa una casa, un rifugio che ti permette l’espressione.

 Ludovico: io ho fatto parkour già lo scorso anno. Quello che ho detto all’insegnante, al termine del corso, è stato che fino ad allora io sapevo sì di avere di avere un corpo, ma non sapevo più cosa significasse essere felice di avere un corpo. La performance mi ha fatto riscoprire il piacere di averlo addosso, questo corpo.

Giulia: Non è stata la mia prima esperienza. Ho frequentato i corsi dello scorso anno e già sapevo che negli anni scorso avrei trovato dei benefici sia mentali che fisici. Ti apre molto la testa perché devi essere pronto a gestire sempre gli imprevisti. Il corpo non reagisce sempre come vorresti all’ostacolo, sia perché quell’ostacolo non era proprio previsto. Fa riscoprire tutte le possibilità nascoste del tuo corpo. Anche a teatro gli esercizi di contact si scoprono possibilità di movimento così anche qui si scoprono parti corporee che non siamo abituati a utilizzare.  Mi sono resa conto di quanto le persone migliorino e prendano confidenza con il proprio corpo, giorno dopo giorno. Con la pratica si prende coscienza di sé e degli altri.

Ludovico: molta della sicurezza che ho preso di me è stata frutto di un percorso che è nato dai laboratori di parkour che ho fatto l’estate scorsa. Questa disciplina mi ha cambiato la vita. Sì, so che può sembrare una cosa molto cheesy da dire. Il corpo è tuo ed è necessario starci bene dentro. Intorno a te c’è un mondo. Il modo attraverso il quale il corpo interferisce con il circostante si fa espressione. Esistono indicazioni che non sono regole ma spunti, obiettivi, motivazioni; istruttori che non sono dei tecnici della pratica ma ricercatori.

 

 

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Intervista a Massimo Zamboni: «Non ho paura di sentirmi istituzionalizzato»

Massimo Zamboni ha suonato in piazza Duomo a Chiusi alle 22 del 1 giugno 2019 in occasione della Festa della Costituzione di ANPI Valdichiana. Qualche ora prima, sono riuscito a…

Massimo Zamboni ha suonato in piazza Duomo a Chiusi alle 22 del 1 giugno 2019 in occasione della Festa della Costituzione di ANPI Valdichiana. Qualche ora prima, sono riuscito a strappargli qualche minuto per un’intervista, la cui trascrizione riporto qui di seguito.

Sonata a Kreutzberg, il tuo ultimo lavoro, inquadra quella che era la Berlino e l’Europa dei primi anni ’80, lo spazio in cui si sono definiti i prodromi dei CCCP. C’è la sensazione che quel mondo fosse molto meno conformista di quello di oggi: il senso comune sembrava più elastico, più aperto ad accettare la novità…

Massimo Zamboni: Sì, quello che dici è vero. In realtà, l’avere il mondo diviso in due blocchi, creava una doppia polarità alla quale ci si poteva attenere, ma che si poteva anche respingere. Questo provocava movimento. Voglio dire: quel muro che doveva essere impenetrabile, in realtà non faceva altro che moltiplicare gli sguardi di attraversamento. Era facile, vivendo in quegli anni – al di là di tutte le barriere e tutte le guerre fredde o calde che c’erano – pensare che il mondo fosse nostro. Nel momento in cui il mondo è nostro possiamo andare dove la nostra voglia, volontà, coscienza e possibilità ci spingono. Adesso, paradossalmente, c’è una buonissima possibilità di movimento e di viaggio – non in tutto il mondo, naturalmente, ma in una buona parte di questo – ma c’è sempre meno gente che ha voglia di approfittarne perché si accontenta di guardare Google Earth, o di prendere il primo Ryan Air per andare in una località che, dopotutto, gli resta pure indifferente, perché manca il senso della conquista. Manca la voglia di condividerlo, questo mondo. Credo che ci sia un grandissimo conformismo da questo punto di vista. Mi è facile ricordare perfettamente il conformismo di allora: il conformismo della sinistra, il conformismo dei fricchettoni, il conformismo di chi si faceva le pere… il conformismo di tutti, perché ogni categoria aveva il suo conformismo: ma erano molteplici punti di vista. Non impermeabili. Erano anni molto faticosi ma anche molto appassionanti.

 

Ti è capitato di tornare a Berlino negli anni? Che sensazioni ti ha dato il cambiamento?

Massimo Zamboni: Ci torno spesso a Berlino. L’ultima volta che l’ho frequentata è stata anche ieri sera: mi sono ritrovato a visitare il sito di un besetzt in cui ho avuto modo di vedere tutta la mappatura di tutte le case occupate negli anni in cui abitavo anche io. Con anche la mia casa. Se tu li vedessi ti renderesti conto di quanta puntualità, organizzazione ci fosse, sotto questo punto di vista. Era – come dire? – tutto molto tedesco. Berlino oggi sta diventando una capitale come le altre, molto fascinosa, anche con molta voglia di mantenere la propria storia. Però… ti faccio l’esempio della pubblicità di Potsdamer Platz, che è una contraddizione del nostro tempo: quello era il luogo nel quale era costruito il bunker di Hitler, dove lui è morto. Poteva essere utilizzato come un ricordo per tutta europa, un monumento alla memoria, invece è diventato un shopping center della Sony.

 

Quel tipo di antagonismo punk che ha caratterizzato i primi vent’anni della tua carriera, arriva oggi a poter essere racchiuso in una festa dell’ANPI. Ti senti, passami il termine, “istituzionalizzato”?

Massimo Zamboni: Io ho la tessera dell’ARCI, della COOP, dell’Aci e dell’ANPI. Non ho paura delle istituzioni. Le istituzioni esistono soprattutto per proteggere e per aiutare. Capisco bene quello che vuoi dire e no, non ho paura di sentirmi istituzionalizzato. Non mi sono mai sentito antagonista, che è una parola che detesto perché mi porta ad uno scenario urbano di pretesa opposizione e che non mi riguarda assolutamente. Io sono un contadino per la maggior parte delle mie attività. Non ho paura. Con gli anni che passano consegnerò la storia dei CCCP e dei CSI ad una specie di maturità classica che non mi spaventa. Questo non scalfisce l’essere punkettone di allora perché, in realtà, quell’attitudine sta proseguendo sotto forme abbastanza inaspettate, anche per noi stessi. Io mi sento bene qua. Mi sembra di essere a casa. Mi sembra di conoscere molto bene tutte queste persone, questo luogo, riconosco questo modo di porsi. C’è un forte senso di accerchiamento intorno all’ANPI e a tutto ciò che rappresenta. È un po’ come gli orsi quando si ritirano in montagna quando sono inseguiti. Può darsi che questa sia la nostra montagna… lo scopriremo. Anche i partigiani si ritiravano in montagna, d’altra parte. Però mi rendo conto che c’è un’Italia, che non appartiene alle televisioni o ai giornali, ma un’Italia che vive e che lavora e che spesso è molto meglio di quello che pensiamo. Io sono contento di farne parte.

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“On The Road. Again” – Una Playlist Folk Rock

Si intitola “On The Road. Again” ed è lo spettacolo scritto da Marco Lorenzoni che andrà in scena al teatro P. Mascagni, venerdì 24 Maggio 2019 alle 21.15. Un modulo…

Si intitola “On The Road. Again” ed è lo spettacolo scritto da Marco Lorenzoni che andrà in scena al teatro P. Mascagni, venerdì 24 Maggio 2019 alle 21.15. Un modulo drammaturgico che alterna prosa e musica, scritto appositamente per voci narranti e per band, che ci porta nelle ambientazioni americane on the road delle canzoni di Woody Guthrie, Bob Dylan e Bruce Springsteen. Sul palco infatti saranno presenti i “Dudes, con Matteo Micheletti alla voce, chitarra, e all’armonica, Mattia Mignarri alla chitarra solista, Andrea Fei alla batteria e Gianluca Lorenzoni al basso. Le voci che legheranno i brani con i racconti di quell’America, saranno di Martina Belvisi, Alessandro Manzini, Massimo Giulio Benicchi e Luca Morelli. La scena vedrà anche la presenza dei ballerini della scuola di danza “In Punta di Piedi”, che attraverso le performance coreutiche, aiuteranno il pubblico ad immergersi nelle strade d’America. Lo spettacolo segue una linea narrativa che lega le parole di alcuni brani che hanno raccontato quel lato polveroso degli Stati Uniti. Noi de LaValdichiana abbiamo saputo in anteprima le canzoni che saranno eseguite durante lo spettacolo e le abbiamo già messe in heavy-rotation nelle nostre playlist. Ne approfittiamo per approfondirne cinque – per non spoilerarle tutte – che invitiamo i lettori a riascoltare.

  • Bruce Springsteen – The ghost of Tom Joad

Le strade d’America sono l’èpos dei menestrelli folk-rock. Hanno scalfito l’iconografia del cantautorato mondiale come aedi novecenteschi, che tra gli accordi di settima raccontano il disagio esistenziale nelle viscere degli USA. Le loro ambientazioni ci mostrano una nazione diversa da quella abitualmente illuminata dai riflettori dell’opulenza americana: emarginazione, white trash, segregazione, convivenze forzate, povertà, fughe e attraversamenti di confine. Ben prima di Guthrie e di Leadbelly, però, erano stati gli autori modernisti – Faulkner, Caldwell, Dos Passos e soprattutto Steinbeck – ad immergersi nella melma del sottoproletariato statuinitense, dell’America povera e indistinta, meticcia, l’America delle comunità nere e dei migranti interni che dalle zone depresse del Midwest e del Southern si spostavano verso la California. John Steinbeck scrisse un romanzo nel 1939 dal titolo The Grapes of Wrath, tradotto in italiano con Furore (titolo fortemente voluto da Valentino Bompiani, forse influenzato da un altro romanzo affine, ma più vecchio di dieci anni – anche se sarà pubblicato solo nel 1947 – The Sound and the Fury/L’Urlo e il Furore di William Faulkner) che racconta proprio una storia di WASP impoveriti, i quali avevano visto il fallimento delle loro fattorie dopo la crisi del ’29, l’esproprio da parte delle banche dei loro possedimenti, e che il cataclisma delle Dust Bowl degli anni ‘30 aveva definitivamente spinto ad emigrare. Il protagonista del romanzo è Tom Joad, secondogenito della famiglia di cui si narra la traversata. Nel 1995 Bruce Springsteen scrive una canzone intitolata proprio The Ghost of Tom Joad, che darà poi il titolo al disco in cui sarà contenuta. Oltre a The Grapes of Wrath, però, la canzone prende ispirazione anche da “The Ballad of Tom Joad” di Woody Guthrie, che a sua volta è stato ispirato dall’adattamento cinematografico di John Ford del romanzo di Steinbeck. Springsteen concepì la canzone come un tributo a Guthrie stesso e la connotò degli stilemi che caratterizzavano le canzoni di protesta degli anni Trenta.

  • Bob Dylan – The Times They Are A-Changin

La title-track del disco di Bob Dylan uscito nel 1964, il terzo della sua carriera, dopo essere assurto nell’empireo della canzone folk americana con Freewheelin’, è probabilmente uno dei brani più importanti del novecento. Sul finire del 1963, Tom Wilson, produttore della Columbia Records, non aveva molta fiducia nel cantautore di Duluth. Credeva che l’interesse mediatico nei confronti del folk pertenesse soltanto ad una minima fetta di mercato discografico, composta per lo più da vecchi nostalgici bianchi del sud. Quando sentì il brano però, capì che quella formula espressiva avrebbe falcato gli oceani. Nei riverberi idealistici che ancora oggi tremano, tra le plettrate delle chitarre acustiche di tutto il mondo, è presente un tasso poetico incommensurabile. Quello di Dylan è un anatema futuribile nei confronti del passatismo (ironico che sia espresso attraverso le forme di una canzone tradizionale in giro di Sol), è un memento dello scorrere eracliteo del tempo, una ballata eterna il cui messaggio sembra vibrare da un passato ancestrale, fuori da tempo e storia. Robert Dylan – che aveva allora già cambiato ufficialmente il suo cognome anagrafico, Zimmermann, presso la Corte Suprema – scrisse il brano tra il settembre e l’ottobre del 1963, nel suo appartamento al Greenwich Village. Il 22 Novembre, poche ore dopo l’omicidio di Kennedy, eseguì la canzone per la prima volta dal vivo: «La dovetti suonare la sera stessa in cui Kennedy morì» ha avuto modo di dichiarare, «In qualche modo divenne una costante canzone di apertura e lo restò a lungo».

  • Woody Guthrie – This Land Is Your Land

Nel gennaio del 1961 Dylan entra in una stanza dell’Ospedale Psichiatrico di Greystone Park. In un lettino c’è Woody Guthrie, affetto dalla còrea di Huntington; una malattina neurodegenerativa che colpisce la coordinazione muscolare e porta ad un grave declino cognitivo e psichico. Guthrie muove la testa da destra a sinistra come un pendolo, ha la fronte sempre corrugata, le sopracciglia alzate, come ad esprimere un dubbio sempiterno. Mentre Dylan porge verso di lui una copia di Bound for Glory, l’autobiografia dello stesso Guthrie scritta nel 1943, il trovatore dell’Oklahoma, neanche cinquantenne, tiene lo sguardo fisso verso il basso, alternando agli sparuti momenti di lucidità, una profonda catatonia. Quell’incontro però rappresenta l’illuminazione per Bob Dylan, una specie di investitura poetica da parte del suo principale riferimento artistico: l’anno successivo uscirà il suo disco d’esordio.  In quella stessa stanza d’ospedale Dylan conobbe anche un vecchio amico di Guthrie, Ramblin’ Jack Elliott: da lui Dylan assimilerà la voce nasale e l’andamento antiprosodico delle vocali, che saranno la sua cifra stilistica almeno fino a Nashville Skyline, del 1969.

This Land Is Your Land è senza dubbio il brano più celebre di Woody Guthrie. La canzone che ancora oggi, negli Stati Uniti, viene urlata dai cortei di protesta, come colonna sonora di tutte le lotte progressiste. Bruce Springsteen l’ha definita “la più grande canzone mai scritta sull’America”. L’icona del ragazzo spettinato, che salta sui treni con la chitarra sulla quale è graffiata la scritta “this machine kills fascists“, è stata canonizzata in più occasioni: nel film Bound Of Glory – tratto proprio dalla sua opera, e conosciuto in italiano con Questa Terra è La Mia Terra di Hal Ashby- e in I’m Not There, il celebre film di Todd Haynes, sulla poliedrica figura di Bob Dylan, in tutte le sue articolate espressioni.

  • Creedence Clearwater Revival – Run Through the Jungle

La canzone è stata scritta dal cantante, chitarrista e compositore dei Creedence, John Fogerty. Fu incluso nel loro album del 1970 Cosmo’s Factory, il quinto del gruppo. Il titolo e i testi della canzone, così come il contesto storico in cui questa è stata pubblicata, hanno eletto da subito il brano ad inno contro la guerra del Vietnam. Certo è che gli stessi Creedence Clearwater Revival si erano già schierati in opposizione alle politiche militari degli Stati Uniti: per dirne una su tutte, nel 1969 avevano pubblicato Fortunate Son, nella quale era esplicita l’adesione ai movimenti pacifisti. Tuttavia, in un’intervista del 2016 concessa a Rolling Stone, Fogerty ha spiegato che Run Through the Jungle parla più specificatamente della proliferazione di armi negli Stati Uniti. «La cosa di cui volevo parlare era il controllo delle armi e la proliferazione delle armi» ha dichiarato Fogerty, «Ricordo di aver letto da qualche parte che ci fosse una pistola per ogni uomo, donna e bambino, in America. Trovai questa notizia sconcertante. Mi sembra che proprio da quella lettura, uno dei primi versi della canzone che scrissi fu Two hundred million guns are loaded (Sono state caricate 200 milioni di pistole). Ho sempre pensato che fosse inquietante vivere in America, che fosse una tale giungla per i nostri cittadini solo passeggiare nel nostro paese, ci sono così tante pistole private possedute sì da persone responsabili, ma anche da molte persone irresponsabili».

  • Bruce Springsteen – The River

Assieme a Bringing It All Back Home di Dylan, The River è uno dei dischi più iconici della storia del folk rock americano. Il capolavoro ‘On The Road’ di Bruce Springsteen, che ci dà un’immagine di America fatta di ruggine, in cui la ruvidità della voce del Boss esprime tutta la passione atavica della working class. La canzone che dà il titolo al disco fu registrata alla Power Station di New York tra il luglio e l’agosto del 1979. Il brano fortemente descrittivo, traccia la vicenda di un io-narrante che dall’adolescenza si ritrova a confrontarsi con la vita adulta di padre e lavoratore in colletto blu. Nella prima esecuzione dal vivo della canzone nel 1979, Springsteen affermò che lo spunto narrativo del brano arrivò dalla vicenda di sua sorella Virginia “Ginny” e da suo cognato Mickey, entrambi minorenni quando divennero genitori. La canzone è una melanconica ballata per acustica e armonica, in cui si cantano le illusioni perdute della working class americana, costretta a mettere da parte i sogni, al fine di perseguire un’agognata serenità familiare. Nel brano già si avvertono i vettori creativi che saranno precipui  nell’album successivo – forse ancora più ingombrante nel canone della storia del cantautorato internazionale – Nebraska.

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