Autore: Tommaso Ghezzi

“On The Road. Again” – Una Playlist Folk Rock

Si intitola “On The Road. Again” ed è lo spettacolo scritto da Marco Lorenzoni che andrà in scena al teatro P. Mascagni, venerdì 24 Maggio 2019 alle 21.15. Un modulo…

Si intitola “On The Road. Again” ed è lo spettacolo scritto da Marco Lorenzoni che andrà in scena al teatro P. Mascagni, venerdì 24 Maggio 2019 alle 21.15. Un modulo drammaturgico che alterna prosa e musica, scritto appositamente per voci narranti e per band, che ci porta nelle ambientazioni americane on the road delle canzoni di Woody Guthrie, Bob Dylan e Bruce Springsteen. Sul palco infatti saranno presenti i “Dudes, con Matteo Micheletti alla voce, chitarra, e all’armonica, Mattia Mignarri alla chitarra solista, Andrea Fei alla batteria e Gianluca Lorenzoni al basso. Le voci che legheranno i brani con i racconti di quell’America, saranno di Martina Belvisi, Alessandro Manzini, Massimo Giulio Benicchi e Luca Morelli. La scena vedrà anche la presenza dei ballerini della scuola di danza “In Punta di Piedi”, che attraverso le performance coreutiche, aiuteranno il pubblico ad immergersi nelle strade d’America. Lo spettacolo segue una linea narrativa che lega le parole di alcuni brani che hanno raccontato quel lato polveroso degli Stati Uniti. Noi de LaValdichiana abbiamo saputo in anteprima le canzoni che saranno eseguite durante lo spettacolo e le abbiamo già messe in heavy-rotation nelle nostre playlist. Ne approfittiamo per approfondirne cinque – per non spoilerarle tutte – che invitiamo i lettori a riascoltare.

  • Bruce Springsteen – The ghost of Tom Joad

Le strade d’America sono l’èpos dei menestrelli folk-rock. Hanno scalfito l’iconografia del cantautorato mondiale come aedi novecenteschi, che tra gli accordi di settima raccontano il disagio esistenziale nelle viscere degli USA. Le loro ambientazioni ci mostrano una nazione diversa da quella abitualmente illuminata dai riflettori dell’opulenza americana: emarginazione, white trash, segregazione, convivenze forzate, povertà, fughe e attraversamenti di confine. Ben prima di Guthrie e di Leadbelly, però, erano stati gli autori modernisti – Faulkner, Caldwell, Dos Passos e soprattutto Steinbeck – ad immergersi nella melma del sottoproletariato statuinitense, dell’America povera e indistinta, meticcia, l’America delle comunità nere e dei migranti interni che dalle zone depresse del Midwest e del Southern si spostavano verso la California. John Steinbeck scrisse un romanzo nel 1939 dal titolo The Grapes of Wrath, tradotto in italiano con Furore (titolo fortemente voluto da Valentino Bompiani, forse influenzato da un altro romanzo affine, ma più vecchio di dieci anni – anche se sarà pubblicato solo nel 1947 – The Sound and the Fury/L’Urlo e il Furore di William Faulkner) che racconta proprio una storia di WASP impoveriti, i quali avevano visto il fallimento delle loro fattorie dopo la crisi del ’29, l’esproprio da parte delle banche dei loro possedimenti, e che il cataclisma delle Dust Bowl degli anni ‘30 aveva definitivamente spinto ad emigrare. Il protagonista del romanzo è Tom Joad, secondogenito della famiglia di cui si narra la traversata. Nel 1995 Bruce Springsteen scrive una canzone intitolata proprio The Ghost of Tom Joad, che darà poi il titolo al disco in cui sarà contenuta. Oltre a The Grapes of Wrath, però, la canzone prende ispirazione anche da “The Ballad of Tom Joad” di Woody Guthrie, che a sua volta è stato ispirato dall’adattamento cinematografico di John Ford del romanzo di Steinbeck. Springsteen concepì la canzone come un tributo a Guthrie stesso e la connotò degli stilemi che caratterizzavano le canzoni di protesta degli anni Trenta.

  • Bob Dylan – The Times They Are A-Changin

La title-track del disco di Bob Dylan uscito nel 1964, il terzo della sua carriera, dopo essere assurto nell’empireo della canzone folk americana con Freewheelin’, è probabilmente uno dei brani più importanti del novecento. Sul finire del 1963, Tom Wilson, produttore della Columbia Records, non aveva molta fiducia nel cantautore di Duluth. Credeva che l’interesse mediatico nei confronti del folk pertenesse soltanto ad una minima fetta di mercato discografico, composta per lo più da vecchi nostalgici bianchi del sud. Quando sentì il brano però, capì che quella formula espressiva avrebbe falcato gli oceani. Nei riverberi idealistici che ancora oggi tremano, tra le plettrate delle chitarre acustiche di tutto il mondo, è presente un tasso poetico incommensurabile. Quello di Dylan è un anatema futuribile nei confronti del passatismo (ironico che sia espresso attraverso le forme di una canzone tradizionale in giro di Sol), è un memento dello scorrere eracliteo del tempo, una ballata eterna il cui messaggio sembra vibrare da un passato ancestrale, fuori da tempo e storia. Robert Dylan – che aveva allora già cambiato ufficialmente il suo cognome anagrafico, Zimmermann, presso la Corte Suprema – scrisse il brano tra il settembre e l’ottobre del 1963, nel suo appartamento al Greenwich Village. Il 22 Novembre, poche ore dopo l’omicidio di Kennedy, eseguì la canzone per la prima volta dal vivo: «La dovetti suonare la sera stessa in cui Kennedy morì» ha avuto modo di dichiarare, «In qualche modo divenne una costante canzone di apertura e lo restò a lungo».

  • Woody Guthrie – This Land Is Your Land

Nel gennaio del 1961 Dylan entra in una stanza dell’Ospedale Psichiatrico di Greystone Park. In un lettino c’è Woody Guthrie, affetto dalla còrea di Huntington; una malattina neurodegenerativa che colpisce la coordinazione muscolare e porta ad un grave declino cognitivo e psichico. Guthrie muove la testa da destra a sinistra come un pendolo, ha la fronte sempre corrugata, le sopracciglia alzate, come ad esprimere un dubbio sempiterno. Mentre Dylan porge verso di lui una copia di Bound for Glory, l’autobiografia dello stesso Guthrie scritta nel 1943, il trovatore dell’Oklahoma, neanche cinquantenne, tiene lo sguardo fisso verso il basso, alternando agli sparuti momenti di lucidità, una profonda catatonia. Quell’incontro però rappresenta l’illuminazione per Bob Dylan, una specie di investitura poetica da parte del suo principale riferimento artistico: l’anno successivo uscirà il suo disco d’esordio.  In quella stessa stanza d’ospedale Dylan conobbe anche un vecchio amico di Guthrie, Ramblin’ Jack Elliott: da lui Dylan assimilerà la voce nasale e l’andamento antiprosodico delle vocali, che saranno la sua cifra stilistica almeno fino a Nashville Skyline, del 1969.

This Land Is Your Land è senza dubbio il brano più celebre di Woody Guthrie. La canzone che ancora oggi, negli Stati Uniti, viene urlata dai cortei di protesta, come colonna sonora di tutte le lotte progressiste. Bruce Springsteen l’ha definita “la più grande canzone mai scritta sull’America”. L’icona del ragazzo spettinato, che salta sui treni con la chitarra sulla quale è graffiata la scritta “this machine kills fascists“, è stata canonizzata in più occasioni: nel film Bound Of Glory – tratto proprio dalla sua opera, e conosciuto in italiano con Questa Terra è La Mia Terra di Hal Ashby- e in I’m Not There, il celebre film di Todd Haynes, sulla poliedrica figura di Bob Dylan, in tutte le sue articolate espressioni.

  • Creedence Clearwater Revival – Run Through the Jungle

La canzone è stata scritta dal cantante, chitarrista e compositore dei Creedence, John Fogerty. Fu incluso nel loro album del 1970 Cosmo’s Factory, il quinto del gruppo. Il titolo e i testi della canzone, così come il contesto storico in cui questa è stata pubblicata, hanno eletto da subito il brano ad inno contro la guerra del Vietnam. Certo è che gli stessi Creedence Clearwater Revival si erano già schierati in opposizione alle politiche militari degli Stati Uniti: per dirne una su tutte, nel 1969 avevano pubblicato Fortunate Son, nella quale era esplicita l’adesione ai movimenti pacifisti. Tuttavia, in un’intervista del 2016 concessa a Rolling Stone, Fogerty ha spiegato che Run Through the Jungle parla più specificatamente della proliferazione di armi negli Stati Uniti. «La cosa di cui volevo parlare era il controllo delle armi e la proliferazione delle armi» ha dichiarato Fogerty, «Ricordo di aver letto da qualche parte che ci fosse una pistola per ogni uomo, donna e bambino, in America. Trovai questa notizia sconcertante. Mi sembra che proprio da quella lettura, uno dei primi versi della canzone che scrissi fu Two hundred million guns are loaded (Sono state caricate 200 milioni di pistole). Ho sempre pensato che fosse inquietante vivere in America, che fosse una tale giungla per i nostri cittadini solo passeggiare nel nostro paese, ci sono così tante pistole private possedute sì da persone responsabili, ma anche da molte persone irresponsabili».

  • Bruce Springsteen – The River

Assieme a Bringing It All Back Home di Dylan, The River è uno dei dischi più iconici della storia del folk rock americano. Il capolavoro ‘On The Road’ di Bruce Springsteen, che ci dà un’immagine di America fatta di ruggine, in cui la ruvidità della voce del Boss esprime tutta la passione atavica della working class. La canzone che dà il titolo al disco fu registrata alla Power Station di New York tra il luglio e l’agosto del 1979. Il brano fortemente descrittivo, traccia la vicenda di un io-narrante che dall’adolescenza si ritrova a confrontarsi con la vita adulta di padre e lavoratore in colletto blu. Nella prima esecuzione dal vivo della canzone nel 1979, Springsteen affermò che lo spunto narrativo del brano arrivò dalla vicenda di sua sorella Virginia “Ginny” e da suo cognato Mickey, entrambi minorenni quando divennero genitori. La canzone è una melanconica ballata per acustica e armonica, in cui si cantano le illusioni perdute della working class americana, costretta a mettere da parte i sogni, al fine di perseguire un’agognata serenità familiare. Nel brano già si avvertono i vettori creativi che saranno precipui  nell’album successivo – forse ancora più ingombrante nel canone della storia del cantautorato internazionale – Nebraska.

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Con “La Bella e La Bestia” la Filodrammatica di Sinalunga torna ad incantare il pubblico

Con La Bella e La Bestia, la Filodrammatica di Sinalunga torna ad incantare il pubblico della Valdichiana e non solo. Venerdì 10 e sabato 11 maggio alle ore 21:15 e…

Con La Bella e La Bestia, la Filodrammatica di Sinalunga torna ad incantare il pubblico della Valdichiana e non solo. Venerdì 10 e sabato 11 maggio alle ore 21:15 e domenica 12 maggio alle 17:15, attori e danzatori, musicisti e coristi si esibiranno sul palco del Teatro Poliziano di Montepulciano per far rivivere una storia senza età che da sempre fa sognare adulti e bambini: La Bella e la Bestia

La retta disegnata dal percorso della Filodrammatica di Sinalunga è senza dubbio ascendente. Il musical La bella e la bestia, firmato Filodrammatica di Sinalunga – e nato dalla collaborazione con la Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte Montepulciano – arriva fuori abbonamento, al Teatro Poliziano. Venerdì 10 e sabato 11 maggio alle ore 21:15 e domenica 12 maggio alle 17:15, 46 elementi tra attori e danzatori, 45 musicisti e 35 coristi si esibiranno sul palco del Poliziano per far rivivere una storia senza età che da sempre fa sognare adulti e bambini.

In un castello incantato un giovane principe viziato e prepotente deve fare i conti con il suo passato. Trasformato in una ripugnante Bestia a causa della sua crudeltà, dovrà imparare ad amare e a farsi amare, prima che l’ultimo petalo della rosa magica cada, così da spezzare l’incantesimo. Liberamente tratto all’omonimo film d’animazione del 1991, nella versione filodrammatica la regia è firmata da Marco Mosconi, le musiche dal Maestro Alessio Tiezzi e le coreografie da Maria Stella Poggioni. Un lavoro in parallelo iniziato diversi mesi fa: da una parte il lavoro notevole e incessante degli attori e dei danzatori guidati dal regista Mosconi e della coreografa Poggioni, dall’altra un importante  e meticoloso lavoro portato avanti dal Maestro Tiezzi con l’orchestra e la corale poliziana che ha curato la parte musicale dello spettacolo. Nel musical niente è lasciato al caso. Anche i costumi, realizzati dal costumista Massimo Gottardi, e tutti gli oggetti di scena, come mobili e piccoli utensili di legno elaborati da Samuele Goti, sono stati curati nei minimi particolari ricercando la perfezione degli arredi originali nell’imponente castello in cui padrone è stato trasformato in una Bestia dal cuore tenere.

Abbiamo incontrato i direttori dei vari settori a pochi giorni dallo spettacolo. Ecco le interviste.

Dopo mesi di lavoro, finalmente questo musical vede la luce…

Marco Mosconi: Abbiamo iniziato a settembre, con una prova a settimana, per poi infittire gli appuntamenti. Siamo abbastanza emozionati, ma soprattutto entusiasti di quello che abbiamo fatto. Stiamo collaborando con tante persone, in ogni settore si è creato uno splendido gruppo di lavoro, ed è questa la cosa che ci dà più soddisfazione. Nello spettacolo abbiamo in un certo senso tutta la Valdichiana riunita, visto che il gruppo che lavora allo spettacolo coinvolge persone che vengono da Chiusi, da Torrita, Sinalunga, Montepulciano…  Ecco, è bellissimo vedere tutte persone che lavorano insieme con entusiasmo e con gioia.

Come è avvenuto il lavoro di riscrittura del testo? Quali sono stati i riferimenti utilizzati? 

MM: I modelli utilizzati sono stati sia il classico cartone animato Disney, sia il musical, che ad oggi sembra essere uno dei più rappresentati negli Stati Uniti. Abbiamo cercato di unire insieme le due versioni,  ovviamente con i testi delle canzoni in italiano. Ah, i testi non saranno propriamente fedeli a quelli presenti nel cartone animato. Quindi mi rivolgo soprattutto ai bambini: non vi arrabbiate se non sentirete esattamente le versioni delle canzoni Disney, perché le abbiamo cambiate per renderle più coerenti con il resto del testo. Godetevi lo spettacolo!

La Bella e La Bestia è soprattutto uno spettacolo in costume: Massimo Gottardi si è occupato degli abiti che i personaggi in scena indosseranno. Com’è andato il lavoro? 

Massimo Gottardi: Mi sono ispirato sia al cartone che al film. In più mi sono documentato con moltissimi video online, per cercare spunti e ispirazioni. Il mio metodo consiste nell’andare in giro e trovare i tessuti per poi adattarli al personaggio. In più c’è molto di mio, della visione che ho avuto io dei caratteri. Il lavoro è stato abbastanza lungo. Ogni abito ha bisogno di molto tempo di lavorazione. Serve molta attenzione al particolare, nel cercare la passamaneria giusta, i colori giusti da abbinare… è un lavoro che mi prende costantemente, ad ogni ora del giorno e della notte.

Per quanto riguarda le musiche, invece, come si è articolato il lavoro sugli arrangiamenti? Avete lavorato insieme, in due luoghi diversi coordinandovi tra di voi…

Alessio Tiezzi: È stata un’operazione un po’ complessa, che speriamo porti i giusti frutti. Io ho lavorato separatamente, sia da Marco Mosconi che ha curato la regia della scena, sia da Judy Diodati, che invece ha preparato il coro. Ho messo insieme il tutto e mi sono concentrato sulla parte orchestrale. Abbiamo fatto prove coordinate per poi arrivare ad unire le componenti passo dopo passo. I nostri ragazzi stanno studiando da mesi. Il progetto è molto ambizioso, perché mette insieme molte discipline che si compenetrano: sarà uno spettacolo a 360 gradi. Noi siamo ovviamente un po’ tesi e agitati, ma sicuramente fiduciosi. Faremo del nostro meglio!

E per Maria Stella Poggioni, invece, come è stato confrontarsi con questa nuova avventura della Filodrammatica

Maria Stella Poggioni: Io mi occupo del comparto coreografico della Filodrammatica da molti anni: la sfida che ho accettato quest’anno è stata quella relativa al numero di partecipanti. Perché abbiamo avuto una grande partecipazione da parte di ragazzi e adulti. Ci sono molte persone in scena. Quindi abbiamo riservato particolare cura e attenzione al montaggio e alla cura delle coreografia dovuto al grande numero degli elementi. Ai filodrammatici abbiamo affiancato un gruppo di allieve dell’ècole de ballet, la scuola di danza di Sinalunga. I linguaggi coreografici risultano variegati: a momenti brillanti ed espressivi si affiancheranno movimenti più tecnici e accademici. È  stato un lavoro impegnativo ma molto interessante.

 

Il cast è composto da  Luca Mosconi nel ruolo de La Bestia, Belle sarà Sara Anselmi. Il padre di Belle è Brunero Terrosi, Fabio Panfi è Il Fornaio mentre Il Libraio è interpretato da Francesco Bartolini. Gabriele Paolucci è Gaston e il personaggio di Letont è interpretato da Marco Checcarelli, Lumiere da Roberta Faggi e Tockins Giacomo Graziani. Mrs Bric è interpretata da Rebecca Papa, Chicco da Guido Terrosi, Spolverina da Ilaria Dragoni, il Guardaroba da Federica Goti, lo Specchio da Benedetta Checcarelli, la Strega a narratrice da Vanessa Marcocci, il Cuoco da Fabio Terrosi, il direttore del manicomio da Carlo Stefanucci Le tre Gemelle sono Federica Terrosi, Samantha Giorni e Sharon Vannuzzi, infine gli uomini e le donne del villaggio sono Fortunata Tulisi, Francesca Panzarella, Rosaria Giuliano, Paola Aretini, Giovanna Benocci, Michela Rossi, Monica Marziali, Valentina Mariottini, Samuele Goti, Marco Biancucci, Giacomo Paolucci, Ivan Colombo, Barbara Rosati. Con loro anche le ballerine Caterina Graziani, Roberta Rosellino, Giovanna Manganiello, Elena Marras, Beatrice Marras, Lucrezia Massai, Andreana Lanzara, Bianca Boncompagni e Teresa Graziani.

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Roberto Ciufoli: «I Cattivi non sono mai cattivi davvero»

Roberto Ciufoli torna a Torrita di Siena per il secondo anno consecutivo. Quest’anno sale sul palco del Teatro degli Oscuri con Cattivi . Lo fa sabato 4 Maggio 2019, nel canonico…

Roberto Ciufoli torna a Torrita di Siena per il secondo anno consecutivo. Quest’anno sale sul palco del Teatro degli Oscuri con Cattivi . Lo fa sabato 4 Maggio 2019, nel canonico doppio appuntamento del teatro in piazza Matteotti, alle 19.00 e alle 21.15. 

I Cattivi in genere sono affascinanti. Sarà forse perché per essere buoni basta soltanto esserlo, mentre per essere cattivi si ha bisogno di un pensiero forte e di una personalità marcata… Fatto è che spesso in letteratura, teatro o cinema, i personaggi “cattivi” creano più interesse dei “buoni”; il nero del cattivo è un velo che copre gli altri colori, mostrandone a tratti uno scorcio, mentre il bianco del buono è una spugna che tutti gli altri colori assorbe. Quando poi a disegnarne i tratti è la penna di Shakespeare, i “cattivi” diventano monumenti da visitare e da ammirare. Roberto Ciufoli analizza queste e molte altre questioni nel suo nuovo spettacolo, che lo porterà di nuovo a calcare le tavole dell’Oscuri di Torrita, dopo il successo di Tipi.  Lo abbiamo intervistato.

 

LaV: Sei già passato a Torrita lo scorso anno, con uno spettacolo da solista, intitolato Tipi. Oggi torni con un Cattivi: ecco spiegaci un po’ questo titolo…

Roberto Ciufoli: Come impianto drammaturgico, Cattivi assomiglia a Tipi, nel senso che sono solo e parlo di “tipologie”. Se prima parlavo di tipologie umane diverse, e quindi di atteggiamenti o caratteri di persone, adesso parlo di tipologie di cattivi. O meglio, di “cattivi”, che siamo abituati a considerare tali: Caino e Abele, Giuda, i Cattivi Disney, fino ai villain letterari. Ognuno di questi cattivi ha avuto un motivo per essere giudicato tale. Io cerco di smuovere questa definizione fino anche a sospendere il giudizio. Prendo in esame anche personaggi borderline, come ad esempio Adamo e Eva, che non si definirebbero cattivi. Altri invece sono cattivi per antonomasia, come il Riccardo III di Shakespeare. Lo spettacolo è divertente perché sono tipologie di cattivi che vengono visti da un punto di vista non convenzionale, perché i cattivi non sono mai cattivi davvero.

 

LaV: Come in Tipi anche in questa occasione lavori molto con il tuo bagaglio, inserendo citazioni e tributi: in Cattivi cosa vedremo nello spettacolo?

Roberto Ciufoli: Sì, di Adamo ed Eva ad esempio ne parlo leggendo anche alcuni piccoli estratti dal Diario di Adamo ed Eva di Mark Twain. Poi, analizzando figure che socialmente sono considerate cattive, leggerò L’Elogio del Ladro di Elio Petri, da La Proprietà non è Più un Furto. Leggerò anche un pezzo dal Riccardo III di Shakespeare. Sono solo alcuni riferimenti che ho inserito in un testo che poi, per la maggior parte, è originale.

 

LaV: La linea che si traccia resta nell’ambito della commedia o si sposta verso il monologo drammatico?

Roberto Ciufoli: No, il monologo drammatico no… Non esageriamo. La linea della commedia c’è, in ogni caso. Come sempre nella commedia, però, c’è una linea più seria, che serve anche ad aiutare il pubblico ad interpretare le cose che accadono. Voglio dire: questo è un elemento fondamentale nella storia del teatro. Nelle tragedie di Shakespeare ci sono personaggi comici, che aiutano a capire meglio la portata tragica dei componimenti. Credo che ci dovrebbe essere sempre uno spazio per la lacrima nella commedia e per la risata nella tragedia. Seguo una linea di narrazione che va ad analizzare un panorama contenente una grande diversità di personaggi, di situazioni e di considerazioni: il fil-rouge è quello dell’essere divertenti.

 

LaV: Stai girando l’Italia con diversi spettacoli, come si gestisce questa pluralità di interpretazioni?

Roberto Ciufoli: Adesso ho Cattivi e cerco di concentrarmi su questo. Ce ne sono molti altri, certo. Ormai siamo tornati ai repertori, come nella vecchia commedia dell’arte. Ogni sera si recita a soggetto e il soggetto è sempre diverso. Il teatro italiano funziona così: tutti hanno diversi spettacoli all’attivo e li rimettono in scena a seconda delle disposizioni. Io sono molto felice di portare questo spettacolo al teatro degli Oscuri. Non vedo l’ora di tornare a Torrita. Quel pubblico mi ha accolto benissimo lo scorso anno e il teatro è veramente molto bello. Ha tutti i parametri giusti per poter essere il luogo ideale per Cattivi.

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Chi semina bene, raccoglie Semidarte 2.0: al Teatro Mascagni va in scena “Bambini”

Il 27 aprile 2019, alle 21.00 la giovane compagnia chiusina Semidarte 2.0, si confronta con il passaggio all’età adulta nello spettacolo Bambini di Michele La Ginestra e Adriano Bennicelli. La…

Il 27 aprile 2019, alle 21.00 la giovane compagnia chiusina Semidarte 2.0, si confronta con il passaggio all’età adulta nello spettacolo Bambini di Michele La Ginestra e Adriano Bennicelli. La regia di Bambini è di Andrea Storelli, e gli attori in scena sono Emma Bali, Pietro Carloncelli, Daniele Cesaretti, Pauline D’Antonio, Teddy Edu, Riccardo Laiali, Noemi Lo Bello, Benedetta Margheriti, Carlotta Margheriti, Mascia Massarelli, Claudia Pronti, Giacomo Testa e lo stesso Andrea Storelli. Le scenografie sono curate da Piero Scaccini, Enrico Mearini e Fabrizio Nenci, mentre la fonica da Flavio Storelli.

 

Sin da bambini hanno passato ore sulle poltroncine rosse del teatro di Chiusi, osservando i “grandi” della storica compagnia chiusina Semidarte: alle prime e alle repliche, sia durante le prove tecniche che durante le letture di copione. Hanno respirato talmente tanto i profumi di legno secco del palco e le polveri delle quinte di scena, che quasi mantengono a mente battute e fraseggi di copione che hanno inscenato gli adulti anni fa. Così, nel 2013, lo spunto di costituire un gruppo teatrale “giovane” a Chiusi, che fosse speculare a quello della generazione precedente alla loro, arriva da Andrea Storelli e Benedetta Margheriti. Per la scelta del nome da dare al gruppo, da subito non hanno dubbi: Semidarte 2.0, una nuova versione “aggiornata” rispetto a quel teatro analogico dei decenni precedenti. Mantengono alto il ritmo delle produzioni: sono cinque, ad oggi, gli spettacoli rappresentati: Attento alla Cioccolata, Callaghan!, Rumors, Se devi dire una bugia dilla grossa, il letto Ovale e, tra pochi giorni saranno di nuovo in scena con Bambini. Uno spettacolo corale, molto nutrito, con 13 attori in scena che elaborano un testo apparentemente leggero e ironico, che cela però una profonda – e attualissima – riflessione sul passaggio dalla giovinezza all’età adulta, sul confronto che ognuno si ritrova a dover fare con le proprie ambizioni, i propri risultati.

«Appena finito uno spettacolo si pensa già ad un altro» mi scrive Benedetta Margheriti «Infatti a Settembre 2018, il nostro regista Andrea Storelli ci ha convocati per parlare e decidere le sorti del nuovo copione. Tutti insieme abbiamo deciso che era arrivato il momento di cambiare, di avvicinarci ad un nuovo genere teatrale, che si allontanasse dalla commedia brillante, la quale ci ha accompagnato per ben quattro spettacoli. Andrea ci ha proposto Bambini, commedia di Michele La Ginestra e Adriano Bennicelli. Durante la prima lettura siamo rimasti molto colpiti dalla storia e dalla comicità amara che viene fuori dal testo».

Il rischio che molto spesso corrono i nuclei creativi del territorio è legato al fatto che ogni generazione subisce ormai una diaspora generalizzata tra i 20 e i 30 anni. I Semidarte 2.0 non temono sfaldamenti: «Quest’anno ci sono stati cambiamenti anche per quanto riguarda gli attori della compagnia» continua Benedetta «Si sono uniti a noi ragazzi che vengono da Sarteano, Sant’Albino e Torrita di Siena; inoltre siamo stati molto fieri di lavorare con Mascia Massarelli, che è stata per molti anni attrice del vecchio collettivo “Semidarte”, a cui la nostra compagnia 2.0 è molto legata. Un’adulta “supervisionatrice”, su di lei si può contare».

In Bambini ci si interroga su quanto l’essere “adulti” faccia perdere quel “fanciullino” che è in noi, quello di cui abbiamo sentito parlare in molti testi poetici e che sparisce molto facilmente quando deve fare i conti con la realtà che lo circonda. «È un testo che ci ha permesso momenti di estrema comicità e momenti di riflessione, in cui l’attore si interroga e si deve sapere ascoltare per tirare fuori emozioni vere. Ci siamo ritrovati anche a confrontarci sul fanciullino che ognuno di noi porta ancora dentro, anche fisicamente: stiamo letteralmente rovistando nelle nostre rispettive case, spolverando vecchi bauli, in cerca di giocattoli, cianfrusaglie infantili, oggetti che ci appartenevano quando eravamo bambini, da portare in scena»

 

 

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Simone Montedoro: «”La Casa di Famiglia” è uno spettacolo che coinvolge tutti»

Sabato 27 Aprile 2019 al teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, va in scena La Casa di Famiglia, con la regia di Augusto Fornari, nell’ormai canonico doppio appuntamento: primo…

Sabato 27 Aprile 2019 al teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, va in scena La Casa di Famiglia, con la regia di Augusto Fornari, nell’ormai canonico doppio appuntamento: primo spettacolo alle 19 e secondo spettacolo alle 21.15. Con La Casa di Famiglia, tornano sul palco del Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, gli interpreti dalla commedia Finchè Giudice non ci Separi dopo il grande successo riscosso nelle ultime due stagioni teatrali, Simone Montedoro, Toni FornariLuca Angeletti e Laura Ruocco. Scritta nel 2011, e ancora attualissima, La casa di famiglia  è una delle prime commedie scritte dal quartetto di autori del Teatro Golden, Augusto Fornari, Toni Fornari, Andrea Maia e Vincenzo Sinopoli.

La casa di famiglia racconta la storia di quattro fratelli caratterialmente molto diversi tra loro, Giacinto, Oreste, Alex e Fanny. Una cosa hanno in comune: La Casa di Famiglia, dove sono nati e dove hanno trascorso la loro infanzia.  Il loro padre è in coma da due anni e la casa vuota è da tempo inutilizzata. Un giorno Alex convoca i fratelli per annunciare che ha ricevuto un’offerta milionaria per cedere la casa di famiglia. Alex vorrebbe venderla mentre gli altri non sono d’accordo.

Simone Montedoro è uno dei protagonisti della commedia, nonché volto molto noto della televisione italiana, e ci ha concesso un’intervista che riportiamo qui di seguito. 

LaV: Questo testo è già stato elaborato in una funzione cinematografica e parte del pubblico ha già avuto modo di apprezzarlo al cinema. Quali sono i valori aggiuntivi che la versione teatrale apporta a quella filmica?

Simone Montedoro: ti rispondo sinceramente: il film non l’ho ancora visto. (ride) Augusto Fornari è arrabbiato con me per questo motivo… Devo dire però che parlando con chi ha visto sia il fim che lo spettacolo, la preferenza del pubblico cade sempre sulla versione teatrale, ma non è un caso. Lo spettatore a teatro è più esposto a quello che viene raccontato. È più coinvolto. Il testo funziona in entrambi i linguaggi, perché gli autori sono geniali, ma a teatro chi ci guarda rimane più affascinato. C’è anche da dire che a teatro il racconto di drammaturgia è leggermente diverso: noi sul palco scenico cominciamo la storia con l’accordarci per mettere in vendita una casa, dopo le diatribe e i vecchi rancori che esistono tra fratelli, mentre il film inizia che la casa già è stata venduta. Quindi non è esattamente la stessa vicenda, attenzione. A chi ha già visto La Casa di Famiglia al cinema dico: venite a maggior ragione a teatro, che è una forma diversa di vedere anche la stessa storia, che vi può coinvolgere in maniera diversa. La Casa di Famiglia è uno spettacolo che coinvolge tutti, che racconta sentimenti nei quali tutti possono identificarsi.

LaV: Gli spettacoli che arrivano dai teatri delle grandi città molto spesso devono apportare cambiamenti strutturali quando si ritrovano a recitare in piccoli teatri: La Casa di Famiglia come si confronta con i differenti spazi in cui viene ospitato?

SM: Guarda, la scenografia – che è bellissima fatta da Ivan Stefanutti – è stata proprio studiata insieme ad Augusto per essere adattata e ricomposta in quanti più spazi diversi possibili. Ha un’elasticità di produzione che può essere messa ovunque. A livello recitativo siamo forse più compatti nei palchi più angusti, ma siamo talmente affiatati che ci adattiamo ovunque, anche in un salotto. Il teatro degli Oscuri di Torrita è una bomboniera bellissima, con un palco piccolo, ma risolviamo i problemi legati allo spazio in maniera molto funzionale al contesto nel quale recitiamo. La scenografia è stata studiata per essere allestita anche in spazi addirittura più piccoli di questo. Lavoro con persone che fanno teatro ormai da tantissimo tempo e quindi hanno piena consapevolezza.

LaV: La tua carriera è sicuramente poliedrica. Ti abbiamo visto, a teatro così come al cinema e in televisione, intraprendere linguaggi diversi e forme diverse di confronto con il pubblico. Come cambia l’approccio con la scena, nei vari media?

SM: A me piace questo lavoro. Fare l’attore è un mestiere complesso e pieno di sfaccettature. Ci possono essere tanti campi che si sfumano intorno a quello che può essere semplicemente recitare su un palco scenico, o davanti a una camera, una cinepresa. Credo che sia interessante spaziare, dove possibile, in questi campi. Ovviamente senza esagerare! Se mi fanno partecipare a Sanremo con una canzone potrei essere in difficoltà, poiché non sono un cantante… Però ecco: mettere piede nelle dimensioni che girano intorno a quello che è l’intrattenimento, è molto interessante. Una delle esperienze più recenti che mi hanno particolarmente affascinato è stata la conduzione, insieme ad Anna Ferzetti, del Prima Festival. Si trattava della striscia televisiva che è andata in onda, in diretta ogni sera da Sanremo, pochi minuti prima dell’inizio dello show sul palco dell’Ariston. Il codice di comunicazione che ho sperimentato in questo programma è completamente diverso, rispetto al mio modo di relazionarmi con la scena. Ti faccio un esempio: io e Anna ci guardavamo in faccia quando interagivamo, ma ci hanno subito corretto: dovevamo guardare in camera, parlare tra noi, ma stare concentrati sul pubblico da casa. È stato molto interessante. L’attore quindi è un animale che si muove in tutte le sfere ambientali possibili, che deve spaziare in tutti i linguaggi, senza porsi il problema delle dimensioni della scena.

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Alessandro Benvenuti: «”Un Comico Fatto di Sangue” è un monologo, ma sul palco non mi sento mai solo»

Alessandro Benvenuti torna al Teatro Mascagni di Chiusi martedì 16 Aprile 2019 alle 21.15, con Un Comico Fatto di Sangue. Lo spettacolo va a chiudere una stagione, quella del teatro…

Alessandro Benvenuti torna al Teatro Mascagni di Chiusi martedì 16 Aprile 2019 alle 21.15, con Un Comico Fatto di Sangue. Lo spettacolo va a chiudere una stagione, quella del teatro di Chiusi, che ha visto alternarsi sul suo palcoscenico alcune tra le stelle più brillanti del teatro nazionale.
Alessandro Benvenuti torna in Valdichiana un anno dopo aver rappresentato Chi è di Scena, sua ultima fatica autoriale, al Teatro Poliziano, di cui abbiamo già parlato nel periodico Valdichiana Teatro. Spettacolo leggermente più vecchio (la prima risale al 2015), ma mai approdato nei teatri del nostro territorio, è questo Un Comico Fatto di Sangue, composto in collaborazione con Chiara Guazzini. Un monologo che ripercorre  le vicende di una famiglia e delle sue tensioni interne: Un padre, una madre, due figlie e qualche animale domestico che funge da deus ex machina tragico, per i nodi formati nei rapporti tra i protagonisti.
Di seguito l’intervista.

 

LaV: Per cominciare, banalmente, ti chiedo una riflessione sul titolo, che porta in sé un’ambivalenza di fondo…

Alessandro Benvenuti: Un Comico Fatto di Sangue ha una doppia lettura: ha senso sia che si parli di un comico – e cioè di una persona fatta di sangue, nel senso che adora parlare di vita vera, sanguigna –  sia che il fatto di cui si parla sia un “fatto di sangue”, un fatto oscuro, che però è anche comico. Nell’ambiguità del titolo, in fondo, si cela tutto lo spettacolo.

 

LaV: I contesti familiari possono essere considerati dei topos nella tua produzione. Nei lavori come la trilogia Gori, ma anche in Zitti e Mosca, le famiglie sono sempre dei nuclei caleidoscopici che tu sfrutti per raccontare l’incomunicabilità, le tensioni generazionali, o anche interi quadri storici. Cosa ti attrae così tanto, dal punto di vista narrativo e drammaturgico, dei nuclei familiari?

AB: Il nucleo familiare è un laboratorio di patologie. In famiglia c’è sì amore, c’è assistenza, c’è solidarietà, ma esistono anche i legami imposti, i vizi assimilati, le disfunzioni, la melassa, la vischiosità che la famiglia produce nel tentativo di proteggere i suoi componenti, e anche sé stessa, dall’esterno. È un laboratorio meraviglioso di patologie. Io preferisco, da comico, concentrare i contenuti della mia analisi sulle patologie, perché l’amore non fa ridere o comunque fa ridere meno. È più interessante raccontare le malattie della famiglia. Se vogliamo è anche una scelta terapeutica: cerchiamo insieme di guarire dalle malattie che la famiglia ha prodotto e produce, attraverso l’ironia e l’umorismo. Cerco di superare queste vischiosità attraverso racconti che svelano le metastasi del male prodotto dalla famiglia, ridendoci sopra. Sia chiaro: io adoro il concetto di famiglia. Non ce l’ho con l’idea di famiglia, ma ne vedo anche la pericolosità. Per questo ho diffidenza nei confronti di chi difende la famiglia come se fosse la cosa più sacra che c’è. La famiglia non è una cosa sacra. Diventa sacra nel momento in cui produce il bene e allarga la mente di chi la compone, ma se questa diventa un fortino arroccato contro la modernità e contro gli altri in generale, la famiglia diviene un grumo di male, un cancro che estende metastasi in tutti gli appartenenti. Quando si difende la famiglia, si difendono spesso anche degli obbrobri. È bene parlare di famiglia, e guarirla, perché è il primo nucleo nel quale si riconosce l’essere umano. Se la famiglia è sana, ne risente anche la nazione in cui l’essere umano vive. La famiglia può essere sacra nel momento in cui capisce quali siano le patologie che essa stessa ha prodotto e riesce a sanarle.

 

LaV: Non parli solo di rapporti tra persone, ma anche tra persone e animali…

AB: Dei rapporti tra persone e animali disvelo gli aspetti più pittoreschi e più comici: perché uno si mette in casa un animale? La risposta è: perché ha bisogno di un affetto diverso forse.  Cosa produce, invece, un animale in casa, nei confronti di chi non ha bisogno di questo affetto. Io racconto con molta sincerità quello che succede tra genitori e figli e tra esseri umani e animali. Tra l’altro la collaborazione con Chiara è stata molto fruttuosa in questo. Lei ha scritto “la versione della moglie” dello spettacolo. Lo spettacolo è diviso in cinque parti, tre sono recitate e due sono lette. Quelle lette sono testimonianze documentali, pensieri e appunti lasciati dalla moglie in un cassetto, che il marito ritrova e legge al pubblico.

 

LaV: Lo snodo della vicenda si sviluppa dal 2000 al 2015: che tipo di lettura storica viene data a questo quindicennio?

AB: No, più che una lettura storica, c’è la storia che entra di soppiatto nello spettacolo, con piccoli accenni nella vicenda. Si parla ad esempio della paura dell’America per i talebani, così come si parla della crisi e della recessione, ma il succedersi degli eventi è solo un’ombra. La vicenda è tutta concentrata nei rapporti interpersonali tra un padre, una madre, due figlie e in più qualche animale domestico. La  grande Storia serve per contestualizzare il racconto, ma pur avvertendone gli aspetti e le complicanze, rimane alla finestra.

 

LaV: Un Comico Fatto di Sangue è un monologo: come si riempie il palco da soli? Quali sono i vantaggi o gli svantaggi – se così vogliamo definirli – dello stare da soli rispetto al lavorare in spettacoli corali?

AB: Ma sai, l’importante è fare una bella cosa. L’importante è che ci sia un senso in quello che si fa, a prescindere da quanti siamo sul palco. Quando scrivo uno spettacolo, parto da un bisogno intimo di raccontare qualcosa della mia vita, della mia esperienza, e cerco di coinvolgere nelle storie che racconto quanta più gente possibile. In Chi È di Scena, ad esempio, non sono solo sul palco e trovo una grande armonia con i miei due colleghi, la stessa armonia però cerco di trovarla anche in questo spettacolo, nonostante sia solo sul palco. Sento che sto parlando sì di cose che riguardano me, ma anche tanta gente che le sta ascoltando: il fatto di riderci insieme costruisce un rapporto divertente e divertito che è già di per sé coralità. Sono solo sul palco, ma allo stesso tempo non lo sono. Non si ride a caso sul nulla, o su invenzioni letterarie, si ride di cose tragiche della vita condivise, si ride delle nostre miserie, riuscendo a scherzarci sopra, a perdonarci, a trovare una pietas. Il teatro, in questo senso, assolve a questa funzione di comunicazione e di riconoscimento, sia per chi vede, sia per chi è visto.

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La disponibilità delle parole – un’intervista a Roberto Latini

Mercoledì 27 marzo, alle 21.15, al Teatro Poliziano, Roberto Latini interpreta con la sua originalità stilistica il Cantico dei Cantici, un’opera in versi dell’Antico Testamento. Lo spettacolo è adattato, diretto…

Mercoledì 27 marzo, alle 21.15, al Teatro Poliziano, Roberto Latini interpreta con la sua originalità stilistica il Cantico dei Cantici, un’opera in versi dell’Antico Testamento. Lo spettacolo è adattato, diretto e interpretato dallo stesso Roberto Latini, mentre assumono un significato rilevante le musiche curate da Gianluca Misiti, anch’egli insignito del Premio Ubu per il miglior progetto sonoro. Lo abbiamo intervistato a pochi giorni dallo spettacolo a Montepulciano. 

Vista da una postura disinteressata e pigra, potremmo banalmente ridurre l’opera di Roberto Latini a recipiente postmoderno, collage autoreferenziale di citazioni, e individuare in lui un gesticolatore dell’ipermodernità in ambito teatrale: in realtà Latini raggiunge – e sovente supera – la grande lezione di teatro di ricerca pop di Bob Wilson, muovendo, anziché dai formalismi del teatro anglosassonne, dalla chirurgia della rappresentazione di Carmelo Bene: in lui convergono decenni di ricerca scenica, da Leo de Berardinis con Perla Peragallo, fino allo stesso Bene passando per Demetrio Stratos, risultando la personalità teatrale più interessante del panorama italiano. Il Cantico dei Cantici, sua ultima fatica, è un’occasione  (termine a Latini molto caro), in cui far accadere il teatro. Un’opportunità di proporre l’occasione-teatro, nella speranza che esso accada. Ne abbiamo parlato, tra le altre cose, nella chiacchierata che segue.

 

LaV: L’immaginario che consegni al pubblico è estremamente variegato. La domanda è: da quale bagaglio di base è stata partorita questa operazione, mossa dal Cantico dei Cantici?

Roberto Latini: Allora, parto da un assunto fondamentale, che ripeto sempre a me stesso così come lo ripeto alle persone con cui lavoro: non disturbate lo spettacolo. Cioè che non siano gli spettatori a “vedere” uno spettacolo, ma che possano essi stessi portarsi via il proprio. Che il pubblico possa cioè avere a che fare con qualcosa che noi proponiamo soltanto e non rappresentiamo davvero. Questo produce a catena una serie di conseguenze: mettere insieme la Carrà con un testo della Bibbia (cosa che avviene nel suo Cantico, ndr) significa avere a che fare con quello che siamo. Essere capaci di stare di fronte alla sensazione data da un testo come quello, riportandolo anche nella specificità del quotidiano. Avere a che fare con l’altezza del Cantico dei Cantici senza osservarla come qualcosa da tenere sotto teca, ma con la quale avere a che fare direttamente.

 

LaV: Il Cantico dei Cantici arriva, per il pubblico locale, dopo il tuo adattamento de I Giganti della Montagna: si è passati quindi dal tardo Pirandello, anzi dal postremo Pirandello, quindi da una meccanica drammaturgica novecentesca, a qualcosa di – passami il termine – archetipico della letteratura. Come avviene la selezione dei testi e delle parole nel tuo lavoro e nel tuo metodo?

Roberto Latini: Ho sempre pensato che gli unici personaggi da interpretare negli spettacoli fossero solo le parole. Nei lavori che hai citato non c’è un attore che interpreta dei ruoli, bensì che interpreta delle parole. Nel Pirandello, ne i Giganti della Montagna, sono stato solo in scena e l’unico personaggio che ho sentito di interpretare sono state le parole del testo. Allo stesso modo, nel Cantico dei Cantici non mi interessa interpretare dei personaggi, non è importante che io sia maschile o femminile, non è importante che io aggiusti la voce a seconda di chi parla. Non è importante capire chi, ma è l’avere a che fare con che cosa. Questo è quello che accade se davvero ci mettiamo nella disponibilità delle parole.

 

LaV: Nel Cantico, quindi, sono state le parole a veicolare il vettore creativo drammaturgico?

Roberto Latini: Parole tra senso e sensazione. Il Cantico dei Cantici è certo un archetipo, come hai detto giustamente tu. Lo conosciamo tutti ancor prima di conoscerlo. È il testo più saccheggiato della storia delle letterature: dai romanzi alle canzoni. Un verso lo abbiamo certamente sentito da qualche parte nella nostra vita, quando ancora non abbiamo nemmeno saputo riconoscere da dove fosse né da dove potesse arrivare. Per me lavorarci sopra è stato un tornare, con coscienza e consapevolezza, su un testo antichissimo che avevo conosciuto. C’è stato bisogno andare avanti, per me, per la mia carriera trentennale, raggiungere il Pirandello del Novecento, per poi potersi voltare e guardare indietro…

 

LaV: C’è una definizione in teatrese che avrebbe tutte le ragioni per essere detestata, mi riferisco a “teatro di parola”. Preferirei che si parlasse di questo spettacolo e del tuo lavoro come un “teatro di voce”, o un “teatro di suono” piuttosto. Ti chiedo però, in quale percentuale la parola è significato in sé, e quanto è fonetica? 

Roberto Latini: Questo sta alla disponibilità sensibile di ogni spettatore. Io ho a che fare con dei suoni articolati, che diventano voce. La capacità di senso o di restare suono è nella disponibilità di chi ascolta, anzi di chi sente. Sentire: una parola più precisa, nelle sue molteplici e bellissime accezioni.  Ovviamente lavorare con un compositore come Gianluca Misiti è una cosa che mi vizia da venticinque anni, rispetto a quello che abbiamo proposto dal palco. Abbiamo sempre lavorato su cose che hanno delle strutture musicali o che hanno a che fare con dei concetti musicali, come la dinamica. La dinamica è uno di quei concetti musicali che sono approdati al teatro. Ecco una dimostrazione di come il teatro ha imparato ad arrivare ad altre forme di comunicazione e inglobarle. Tutto questo fa del teatro un luogo in evoluzione.

 

LaV: Dinamica è sì un termine musicale, ma è comunque mutuato dalla fisica; è una semantica interessantissima questa. La dinamica ha a che fare con la mobilità dei corpi e arriva a debordare nella definizione di una gestualità artistica, anche questo coinvolge la mutlidisciplina del teatro contemporaneo…

Roberto Latini: Interessante è anche il fatto che ci siano parole che io non potrei emettere se il corpo non assumesse certe posizioni… oppure tutto ciò che concerne la temperatura del testo, che va raggiunta e può essere espressa dalla temperatura della voce. Contestualmente a questo la voce deve arrivare dentro la temperatura delle parole. Anche il concetto di temperatura è molto bello ed è assolutamente fisico.  Se il mio corpo non arriva a quella data temperatura, non posso portare allo stesso livello la voce e quindi anche le parole. Quindi, forse, anche l’ascolto.

 

LaV: Di recente hai annunciato che la compagnia Fortebraccio Teatro non esiste più formalmente. Ecco quale è stata la dinamica che ha mosso questa decisione e qual è soprattutto l’emergenza di base che questo gesto esprime?

Roberto Latini: Quest’anno sarebbe stato il ventesimo di contributo ministeriale. Secondo me il sistema così com’è non funziona e non può funzionare. Il contributo  essenzialmente serve a mantenere nella sopravvivenza compagnie e teatri, in un galleggiamento che è mortificante rispetto all’aspirazione artistica. Ho deciso – e di questo mi prendo la piena responsabilità – di  rinunciare ai contributi ministeriali poiché sentivo insidiare, da quei contributi e da quelle richieste numeriche, un pericolo per l’espressione artistica da cui ci siamo tenuti lungamente a riparo. Per certi versi ci sarebbe convenuto rimanere dentro quel sistema e fare meno, molto meno: fare davvero per finta. Sinceramente, preferisco fare finta per davvero.

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Due esempi di comicità nel Marzo del Teatro Mascagni

Cosa molto complessa è individuare per la comicità e per l’attore comico una tradizione di riferimento, un’unica formula attoriale o un unico linguaggio su cui sono state modellate le forme…

Cosa molto complessa è individuare per la comicità e per l’attore comico una tradizione di riferimento, un’unica formula attoriale o un unico linguaggio su cui sono state modellate le forme recitative. Il comico, da sempre, pesca da una smisurata varietà di linguaggi teatrali, mescola il tutto sfruttando elementi diversissimi tra loro, ora mutuati da pratiche recitative “alte”, magari per parodie, ora da pratiche popolari. In mancanza di un modello unico e codificato cui riferirsi, l’attore comico è costretto da sempre a crearsi uno stile unico e originale. Ma la caratura comica di un carattere non dipende solo dalla drammaturgia ma anche dall’interpretazione: l’atto scenico in cui vengono ricreati, ricostruiti, i significati. Ecco concentrato tutto il vigore comunicativo del comico, qui egli entra in diretto contatto col pubblico, con i suoi interlocutori fondamentali che egli deve divertire, divertere, come ci insegna l’etimologia, deviare dalla strada maestra del quotidiano e del banale. Il relazionarsi con il pubblico era elemento chiave delle commedie classiche: la parabasi, in cui il capocomico (o personaggio della commedia o del coro), si avvicinava al pubblico, togliendosi la maschera, e si esibiva in quella che oggi definiremmo stand-up comedy, farcita di nomi propri di personalità rilevanti del mondo politico e civile (in greco ὀνομαστὶ κωμῳδεῖν).

Oggi? Oggi il teatro comico politico si è polarizzato, la già citata stand-up comedy ha trovato un tessuto molto fertile anche in Europa (e in Italia), mentre la comicità tradizionale – in parte mutuata dalla commedia dell’arte, in parte dalle sfaccettature del teatro di varietà, o avanspettacolo – ha avuto una forte radicalizzazione televisiva, assecondando i termini del format che la ospitava e si è definita secondo canoni ulteriori. Il teatro Mascagni di Chiusi propone per i prossimi due spettacoli, due modi di fare comicità attigui ma diversi, che dimostrano perfettamente due modelli di comicità contemporanea.

Da una parte Tullio Solenghi e Massimo Lopez, giovedì 21 Marzo 2019, con lo show da loro stessi scritto e interpretato. I due sono profondamente strutturati nella tradizione dell’avanspettacolo, del teatro di varietà televisivo. Sono noti al grande pubblico per la carriera quarantennale, nella quale spicca la loro storica collaborazione (assieme ad Anna Marchesini) nel gruppo comico  Il Trio. Arrivano a Chiusi con uno spettacolo che si presta all’improvvisazione, che interferisce molto con il pubblico. Il duo ovviamente orfano della storica presenza femminile – anche ratificata da un segmento dello spettacolo in cui, senza fronzoli la si ricorda – Anna Marchesini (già celebrata sulle tavole del Teatro Mascagni lo scorso anno, con uno spettacolo diretto dal compianto Roberto Carloncelli). Come due vecchi amici che si ritrovano, Massimo Lopez e Tullio Solenghi tornano insieme sul palco dopo quindici anni! Una carrellata di sketch esilaranti, imitazioni, improvvisazioni e canzoni rigorosamente live, con l’orchestra “Jazz Company”. I due istrioni tornano sulla ribalta con emozionante e spassosa empatia.

Di tutt’altra tradizione è lo spettacolo del 29 Marzo 2019 con Alessandro Fullin, che presenta al pubblico il suo Piccole Gonne. Fullin propone un teatro narrativo, in cui gli espedienti scenici vengono dallo sketch del cabaret (Fullin stesso è stato un protagonista di Zelig), ma che si strutturano in un andamento drammaturgico da commedia brillante. Fullin con Piccole Gonne propone un “infeltrimento teatrale” di Little Women, celebre testo di Louisa M. Alcott. Il libro viene riletto in chiave ironica, giocando soprattutto con gli switch di genere, il gioco della sessualità fluida dei caratteri scenici, con personaggi en-travesti (tra l’altro rimarcando una regola aurea del teatro elisabettiano, in cui anche i personaggi femminili erano interpretati da uomini). Nello spettacolo, l’apprensiva Mrs March deve sistemare le sue quattro figlie con matrimoni all’altezza delle sue aspettative. Apparentemente Mag, Jo, Amy, Beth non hanno molto da offrire a un giovanotto americano, ma la loro madre non si darà per vinta e, coadiuvata dall’avara Zia March, riuscirà a confezionare bomboniere per ognuna delle sue protette. Lo spettacolo di e con Alessandro Fullin, nella più schietta tradizione elisabettiana, sarà interpretato da soli attori uomini. Con un’unica eccezione: sarà proprio il pubblico che dovrà scoprire chi è l’intrusa su un palco già dominato da tanta femminilità.

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Fenomenologia di Federico Buffa

Giovedì 14 Marzo, al Teatro Poliziano, Federico Buffa presenta la sua avventura teatrale: “Il rigore che non c’era”. Ambientato in un luogo non collocato nel tempo e nello spazio, lo…

Giovedì 14 Marzo, al Teatro Poliziano, Federico Buffa presenta la sua avventura teatrale: “Il rigore che non c’era”. Ambientato in un luogo non collocato nel tempo e nello spazio, lo spettacolo ritrae personaggi condannati a raccontarsi. Si avvia così un itinerario narrativo accompagnato dagli interventi musicali del pianista Alessandro Nidi che sottolineano e impreziosiscono i racconti. Sullo sfondo della scena, si scorgono un palazzo e due finestre, tra le quali compare una sorta di angelo custode, interpretato da Jvonne Giò; sul palco, insieme a Federico Buffa, c’è anche un altro attore, Marco Caronna.

Nella sacralità dello sport, la cronaca diviene liturgia e i cronisti (i tele-cronisti, i narratori e i giornalisti sportivi) assurgono a sacerdoti laici dell’agonismo. In questo, il presbitero della poetica sportiva italiana è Federico Buffa. Egli è la cronaca che diventa storytelling e contestualmente lo storytelling che scivola nella cronaca: è il neorealismo della diretta a telecamere accese che passa alla differita del realismo il quale, con austerità e cognizione storica, riporta i fatti facendo a meno delle immagini, esplicitando tutti i collegamenti che dagli eventi esposti scaturiscono. Federico Buffa riempie le fasi agoniche del gioco di valori umanistici, collettivi, e trasforma il racconto in puro fraseggio epico contemporaneo. Dall’essere voce italiana storica delle telecronache di NBA insieme a Flavio Tranquillo, è passato ad essere il guru dei format narrativi in TV, alimentando il grande peso sociale che l’aspetto sportivo detiene e che in Italia è stato storicamente parodizzato, marginalizzato, instupidito. Tutta la sua esperienza giornalistica trentennale ha sedimentato, fermentato, e viene espressa massimamente in questa sua prima fatica teatrale, la quale lo sta vedendo calcare il palchi di tutta Italia.

Il rigore che non c’era è uno spettacolo modulare. Federico Buffa lo sta portando in giro da due anni e con il tempo la struttura di questo si è arricchita e si è limata, ha ora allargato il campo di indagine, ora limato e centrato alcune argomentazioni. È uno spettacolo basato sulla realtà contro-fattuale, e cioè relativa al che cosa sarebbe successo se, le cosiddette sliding-doors (come insegna uno strepitoso film di Peter Howitt con Gwyneth Paltrow).  Il titolo dello spettacolo allude ad una storia raccontata dallo scrittore Osvaldo Soriano, in un libro intitolato Futbol: storie di calcio, edito in Italia da Einaudi. La vicenda vede protagoniste due squadre, l’Estrella Polar ed il Deportivo Belgrano, nel lontano 1958, nella ancor più lontana e sperduta Valle de Rio Negro, per le quali la tensione e il groppo in gola che si percepiscono prima di un rigore durarono addirittura una settimana intera.

Lo sport non è che un pretesto per parlare d’altro, un caleidoscopio argomentativo dal quale si diffranno antropologia dello sport, storia del Novecento, teoria dei giochi, storia delle arti; parafrasando Douglas Adams, la vita, l’universo e tutto quanto. Uno spettacolo che si mostra altresì nel suo configurarsi come espressione di un taccuino di viaggio, dal Perù a Barcellona, da Torino a Manchester, dall’Africa agli States. Federico Buffa allestisce un pantheon, una cattedrale sportiva di icone dall’aura quasi sacrale: Muhammad Alì, George Best, Lionel Messi, Bob Dylan, i Beatles, Neil Armstrong, il partito Sendero Luminoso, Elis Regina e Garrincha. Uno spettacolo che però fa perno – più che sui contenuti – sulle smisurate capacità narrative di Buffa, senza dubbio uno dei modelli italiani del racconto contemporaneo transmediale. Lui che ha riportato la narratologia nel vissuto sportivo su un piano analitico multilaterale, una dilatazione assoluta del discorso, che concretizza la regola aurea di Josè Mourinho da Setùbal, sintetizzata nel motto chi sa solo di calcio non sa niente di calcio.

 

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Scusate se parlo d’Amore: Intervista a Manola Nifosì

Manola Nifosì è protagonista diScusate se Parlo d’Amore, in scena al Teatro degli Arrischianti di Sarteano venerdì 8 Marzo alle 21:15. Un monologo in cui si raccontano piccoli grandi amori,…

Manola Nifosì è protagonista diScusate se Parlo d’Amore, in scena al Teatro degli Arrischianti di Sarteano venerdì 8 Marzo alle 21:15. Un monologo in cui si raccontano piccoli grandi amori, con ironia e tenerezza, sarcasmo, nostalgia e stupore; in cui ancora ci si domanda: “Ma di cosa parliamo quando parliamo d’amore?”

Esiste una fortunata tradizione filologica, capeggiata dal Professor Giorgio Padoan, che suppone l’esistenza di una prima stesura del Decameron di Boccaccio, nella quale sono presenti solo sette giornate, con una lieta brigata composta solo dalle sette donne. Questo sarebbe confermato dal percorso ideale che, muovendo dall’Elegia di Madonna Fiammetta, avrebbe traghettato il Boccaccio ad intendere il racconto e la pratica del narrare, cose propriamente femminili. Dello stesso avviso sembra essere Manola Nifosì, che nella serata dell’8 Marzo 2018 sarà sul palco del Teatro degli Arrischianti di Sarteano, con il suo spettacolo Scusate se Parlo d’Amore, del quale cura anche la regia insieme a Sergio Aguirre. L’abbiamo intervistata pochi giorni prima dell’allestimento.

LaV: Lo spettacolo si intitola Scusate se Parlo d’Amore: perché scusarsi, quando si parla d’amore?

Manola Nifosì: Bella domanda. Perché l’amore è diventato un tema accessorio. Una tematica frivola, che va tenuta sul fondo. È ironico e provocatorio quello “scusate” che immetto nel titolo, perché io considero invece l’amore come l’energia più potente che esiste sulla terra, quella che muove la vita tra gli uomini. L’unica energia che in qualche maniera riesce pure a negare la morte. Io ne parlo in modo foscoliano: l’amore ci fa sopravvivere, si sopravvive grazie alle persone che continuano ad amarci. Parlo dell’energia più grande.

LaV: Lo spettacolo viene rappresentato l’otto marzo: qual è il valore che acquisisce, in occasione della festa della donna?

MN: Intanto la protagonista dello spettacolo è una donna. È una donna che parla dei diversi modi di amare, attraverso i racconti di storie riguardanti altre donne. Sono racconti molto diversi: si rifanno al mito greco, oltre che a storie più recenti, molte storie vere, storie di donne del secolo scorso, che hanno combattuto per amore e che continuano a cercarlo. L’otto marzo è una data nella quale lo spettacolo trova un significato più forte. In queste storie ci sono anche storie di violenza. Storie di donne che vedono l’amore come subalternità: donne che hanno vissuto la vita di coppia come l’essere di proprietà di qualcuno. Ecco, racconto queste vicende nel giorno dell’otto marzo perché purtroppo molti strascichi di questa società patriarcale ancora permangono oggi: ce lo dice la cronaca, così come ce lo dicono alcune sentenze giuridiche…

LaV: C’è forse qualcosa di profondamente femminile nella pratica di raccontare storie?

MN: Dunque questo è un monologo che porto dietro da molto. E cresce con me. Dalla prima versione è cambiato moltissimo. Tra le varie cose che più mi stanno a cuore, c’è un passaggio in cui il personaggio in scena racconta di un gruppo di amici che si interrogano su cosa significhi l’amore. Prendo tra l’altro in prestito il titolo di un’opera di Raymond Carver, Di Cosa Parliamo Quando Parliamo d’Amore. Ecco, in questa ricerca di significati da parte del gruppo di amici, gli uomini si mettono a indagare sulle definizioni, mentre le donne cominciano a raccontare storie. Non hanno bisogno di definizioni, ma di esempi narrativi. È quindi proprio della natura femminile, questo bisogno del raccontare. Il raccontare il tramandare storie della famiglia. cosa che io ho molto chiara, perché sono state le mie nonne a fornirmi questa attitudine al racconto. Continuare a raccontare è anche il modo che abbiamo per tenerci vicine le persone che amiamo.

LaV: Venti giorni fa è andato in scena a Chiusi, C’era una volta il Flauto Magico, nella rassegna dedicata al teatro per famiglie: come gestisci questa pluralità di linguaggi, questo allargamento del campo di indagine dello spazio drammaturgico, che passa dal teatro per i più piccoli al teatro – che per banalità chiamiamo – per adulti?

MN: Io mi definisco una teatrante, nel senso più generico del termine. Il teatro mi piace in tutte le sue forme: dalla scrittura alla regia, fino ai costumi. Nasco come attrice e quindi come attrice ho sperimentato il teatro sia per ragazzi che per adulti. Maturando come insegnante di teatro, ho capito che il teatro è sempre teatro. Ha delle regole che vanno rispettate. Quando mi rivolgo a dei bambini ho un tipo di registro, quando sono con gli adulti ne ho un altro. Non faccio distinzione, gli attori devono avere una preparazione tale da performare nel migliore dei modi. Attenzione ché fare teatro per ragazzi è molto difficile: i bambini e i ragazzi fanno sentire il disagio di uno spettacolo in sala. Aggiungo che nel caso di C’era una volta il flauto magico – in cui oltre a curare la drammaturgia e la regia, interpreto la Regina della Notte – ho lavorato con una riscrittura facendo molta attenzione anche alle questioni di genere. La figura femminile, nell’opera di Mozart, è bistrattata. Rispetto alla storia originale però nella mia riscrittura ho fatto sì che tutto si incentrasse sul percorso di formazione dei protagonisti: la presa di responsabilità, il fare delle scelte giuste, da parte dei maschi e delle femmine. Perché la rivoluzione culturale che va portata avanti non può essere fatta solo dalle donne, ma da tutti.

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“Dis-Order”, il teatro di LaBute a Montefollonico: intervista a Benedicta Boccoli

Sabato 9 Marzo 2019, al Teatro di Montefollonico, va in scena Dis-Order, con Benedicta Boccoli e Claudio Botosso, per la regia di Marcello Cotugno. Il testo è di Neil LaBute,…

Sabato 9 Marzo 2019, al Teatro di Montefollonico, va in scena Dis-Order, con Benedicta Boccoli e Claudio Botosso, per la regia di Marcello Cotugno. Il testo è di Neil LaBute, regista, sceneggiatore e drammaturgo americano, e affronta i lati più intimi e più oscuri di una coppia, un confronto teso e vibrante tra un uomo e una donna che dovranno trovare la forza di amarsi o arrendersi agli eventi.

Il testo di Neil LaBute è diviso in due atti unici in cui i protagonisti sono un uomo e una donna, giunti in entrambi casi a momenti critici della loro relazione. Il tratto d’unione dei due fraseggi narrativi è la presenza – decisiva – di un oggetto-feticcio: il telefono mobile. L’autore non lo fa apparire come mero accessorio quotidiano, ma come elemento drammaturgico decisivo ai fini del destino dei personaggi.

Nel primo atto, intitolato Land of Death, lei è incinta e vuole tenere il bambino, lui no. È mattina. Lui va a colazione dal suo capo per festeggiare la conclusione di un grosso affare, lei in clinica per abortire. Appena terminato l’intervento la donna riceve un messaggio sul suo cellulare. È suo marito: ha cambiato idea. Lavora al World Trade Center ed è l’11 settembre 2001. Nel secondo atto, Helter Skelter, marito e moglie si incontrano in un elegante ristorante, per una pausa dallo shopping natalizio. È una coppia che sembra avere tutto ciò che può confortante: denaro da spendere e due figli. La donna chiede al marito di poter usare il cellulare per chiamare i bambini, dato che il suo è scarico. L’uomo mette in scena una lunga e buffa situazione per sottrarsi alla richiesta della moglie di usare il suo cellulare: sa che sul display del cellulare apparirà il nome della donna di cui è l’amante.

Abbiamo intervistato Benedicta Boccoli qualche giorno prima dello spettacolo.

LaV: Dis-Order è uno spettacolo che affonda nell’intimo della coppia. Si possono affrontare temi collettivi anche spiando l’intimità e il privato delle persone?

Benedicta Boccoli: Certo. È la forza di questo testo. Lo spettacolo coinvolge molto il pubblico. È molto cinematografico. L’inquadratura è molto semplice. Non abbiamo scenografie ma solo un tavolo e due sedie, oltre alle luci e alle musiche. Tutto è dato dall’emotività. Gioca sull’uso del telefono cellulare che è oggi comune a tutti. Un po’ come Perfetti Sconosciuti ma ricordiamo che questo testo è stato scritto molto prima del film di Genovese. Io ho lavorato molto nel comico e nel brillante, ma mi sono innamorata di questo testo che, pur non essendo una commedia, porta in sé un alto tasso di verità. Questo coinvolge moltissimo il pubblico. Io ho iniziato a confrontarmici facendo delle letture pubbliche, durante l’estate. Letture in piazza… puoi immaginare cosa significhi fare una lettura in una piazza italiana d’estate, con i passeggini, i bambini che corrono e tutte le distrazioni del caso. Ecco, mi sono accorta come durante la lettura di questo testo si generava il silenzio, saliva l’attenzione. Veniva a crearsi un grande ascolto collettivo. Questa cosa mi ha convinto ad approfondire Dis-Order. Ho pensato “ma allora non piace solo a me!”. Abbiamo deciso di farne uno spettacolo. Uno spettacolo scenograficamente spoglio, essenziale,  ma pieno di forza, di emozioni. A mio parere è uno spettacolo empatico. Ha molta sostanza.

 

LaV: Alcuni critici hanno parlato di Dis-Order come di un testo femminista. Sei d’accordo?

BB: La figura dell’uomo esce massacrata da questo testo. Nello spettacolo il maschio è un codardo, uno che non sa prendersi le sue responsabilità, un traditore. Il maschio, tra l’altro, occupa la parte comica del testo, per la sua goffaggine, mentre la donna mantiene più lo spazio del dramma. Quindi sì, sono d’accordo…

LaV: Lavorare in due sul palco, interpretando una coppia di lunga data, significa entrare in profonda sintonia con il partner di scena: come è stato il lavoro con Claudio Botosso?

BB: Io Claudio lo conosco da tempo. Anni fa abbiamo girato un film insieme (Dolce di Latte, di Gianni Leacche, ndr) e siamo amici. Cercavamo un testo da fare, che andasse bene a entrambi. È intervenuta poi la regia di Marcello Cotugno, che è anche in contatto personalmente con Neil LaBute e lo conosce molto bene. Con Claudio, abbiamo poi cominciato ad approcciarci a questo testo in maniera molto genuina: ci siamo ritrovati in casa, nei bar a prendere un tè. In situazioni molto amichevoli con il copione sotto mano, a leggerlo e studiarlo. È stato un lavoro molto puro. Penso che traspaia questa cosa, agli spettatori. Non ci sono sovrastrutture. Si vedono due attori che amano una cosa e adorano recitarla insieme.

LaV: Cosa deve aspettarsi il pubblico di Montefollonico?

BB: Sebbene in questo spettacolo non si rida, questo è uno spettacolo che intrattiene bene. Uso il verbo intrattenere nel suo significato più nobile: è un testo che non rallenta mai, che coinvolge. Come ho già detto è un testo molto empatico, che cerca l’emotività degli spettatori. Il pubblico sarà sicuramente coinvolto dalle vicende e fino all’ultimo momento vorrà sapere come va a finire.

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Il Pinocchio apocrifo di Gabriele Valentini

Nei giorni 1, 2 e 3 Marzo 2019, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena P – Storia di un Burattino, scritto e diretto da Gabriele Valentini, con…

Nei giorni 1, 2 e 3 Marzo 2019, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena P – Storia di un Burattino, scritto e diretto da Gabriele Valentini, con l’assistenza di Airis Fantechi. In scena ci sono Andrea Storelli, Giacomo Testa, Giordano Tiberi, Martina Belvisi, Eleonora Ciampelli e Andrea Fiori. Nello spettacolo sono presenti i visual appositamente creati da Simone Pucci, i costumi sono di Vittoria Bianchini con la collaborazione di Roberta Rapetti.

P – Storia di un Burattino si ispira alla vicenda di Pinocchio; ma non quella canonica e tradizionale, di Carlo Collodi. È invece una “pinocchiata” degli anni ’20 del Novecento a fungere da base narrativa per questo spettacolo. Il successo del personaggio di Carlo Collodi fu talmente grande da generare una serie di racconti e romanzi di altri autori che sfruttarono il burattino più famoso del mondo per ulteriori composizioni (fanfiction diremmo oggi).  Una di queste, che vede un Pinocchio “scemo di guerra”, di ritorno dalla prima guerra mondiale, senza memoria, ha ispirato il nuovo spettacolo prodotto dalla Nuova Accademia Arrischianti.

Gabriele Valentini ha elaborato una messa in scena originalissima, che si inserisce nella già fortunata stagione invernale degli Arrischianti. Lo abbiamo intervistato.

LaV: Quella di Pinocchio è una delle vicende più conosciute al mondo. Da Collodi alla Disney, da Carmelo Bene a Benigni, fino all’annunciata lavorazione del film di Garrone. Cos’è che rende questa vicenda così longeva, tanto da renderla efficace ancora oggi?

Gabriele Valentini: Come tutti i grandi libri, “Le avventure di Pinocchio“, di Carlo Collodi (alias Carlo Lorenzini), ha più livelli di lettura: il primo è il più banale, ovvero la storia stessa del burattino. Già al livello successivo troviamo una forte critica sociale, dato che Pinocchio è stato definito “l’eroe della fame“, una fame che tutti conoscono, persino i burattini. Collodi descrive un mondo in cui persino i bambini (in carne ossa o meno) devono lavorare per sopravvivere. Ciò lo ha reso molto simile a Dickens e a Verga; è significativo il fatto che, nella sua prima stesura, la storia finisse con la morte di Pinocchio appeso a un albero ad opera del Gatto e della Volpe. L’unica cosa che spinse l’autore a cambiare il finale, fu l’insistenza dei suoi lettori che scrissero in massa alla redazione (Collodi scriveva su “Giornale per Bambini”) richiedendo un finale diverso. L’intenzione dell’autore era dunque diversa da quella che si evince dall’intero romanzo che si è abituati a leggere: la sua era una forte critica sociale dal tono amaro e verista, una sorta di insofferente ma inevitabile accettazione delle ingiustizie del mondo e delle istituzioni regolatrici dello stesso. Una storia decisamente lontana dall’edulcorato film d’animazione Disney famoso in tutto il mondo.

LaV: Lo spettacolo è ispirato a una “pinocchiata”, Il Cuore di Pinocchio. Dove l’hai scovata? Cosa ti ha convinto a tirarci fuori uno spettacolo?

Gabriele Valentini: Come penso sia normale, quando studi un argomento, in questo caso Pinocchio, si tende ad accumulare informazioni, così mi sono imbattuto ne “Il cuore di Pinocchio”, pubblicato per la prima volta nel 1917 e poi riedito, in forma ampliata, nel 1923, questo  è parte della ricca produzione di letteratura per l’infanzia a tema bellico che si diffuse negli anni del primo conflitto mondiale. Scritto dal nipote di Collodi – così figura l’autore Paolo Lorenzini sulla copertina del libro –  questa nuova riscrittura si presenta anzitutto come un testo vicino alla produzione propagandistica vera e propria. Leggendo il romanzo, non ho potuto non notare le differenze e le analogie culturali con i tempi di oggi, questo insieme ad altri racconti su Pinocchio, hanno rappresentato il punto di partenza, per poter poi sviluppare una storia che comprendesse rimandi al Pinocchio di Collodi ( l’originale), ma che parlasse anche del “Bel Paese dei Balocchi” nel quale, a volte, si ha l’impressione di vivere.

LaV: Il tuo Pinocchio è  uno “spin-off” della vicenda originale. In qualche modo questo spettacolo è imparentato con il Progetto Giufà, che allo stesso modo articolava una serie di sequenze drammaturgiche basate su vicende di tradizione popolare (“picaresche” direbbero i filologi)?

Gabriele Valentini: In realtà no, in P, storia di un burattino della tradizione popolare ho cercato di conservare solo le suggestioni e gli spunti. Mi interessava raccontare cosa ci fosse dietro l’immaginario collettivo che si ha su Pinocchio. La vicenda vede P, ragazzo in carne ed ossa, decidere di partire per la Guerra, per dimostrare a se stesso ed agli altri che oramai è un Uomo. Colpito dal “Vento degli Obici” (termine con il quale durante la Prima Guerra Mondiale si indicava quello che, solo nel 1980, fu etichettato come Disturbo Post Traumatico da Stress),  P non ricorda nulla, a vegliarlo strani personaggi, alcuni dei quali, tenteranno di fargli riacquistare la memoria, perché dalla conservazione della stessa  può spesso dipendere anche il futuro.

LaV: Come stai lavorando con gli attori? Nella nota di regia si legge: «personaggi non hanno un nome specifico perché sono essi stessi un insieme di ispirazioni, gli attori che vanno ad interpretarli fluttuano tra l’essere personaggio esistito, o esistente, e personaggio della fiaba»: come viene gestita questa cosa dal punto di vista recitativo?

Gabriele Valentini: È un lavoro individuale. Con ognuno degli interpreti ci siamo divertiti a caratterizzare il proprio personaggio, anche prendendo spunti dalla vita dell’autore, questo ci ha permesso di spaziare fino all’attualità.

LaV: Nell’allestimento sono presenti delle “video-scene”. Come si integrano nella messa in scena di “P.”?

Gabriele Valentini:  Gli interventi di video scenografia, curati da Simone Pucci, danno il loro contributo alla narrazione della vicenda, direi proprio che sono il settimo attore in scena.

LaV: Quali sono i progetti futuri della Nuova Accademia Arrischianti? Che tipo di primavera/estate attende il pubblico di Sarteano?

Gabriele Valentini: Il prossimo impegno riguarda l’ultimo appuntamento della Stagione 2018/19 con “Scusate se parlo d’amore” in scena l’8 marzo alle 21,30, di e con Manola Nifosì coadiuvata alla regia da Sergio Aguirre. Per quanto riguarda la primavera/estate siamo già a lavoro per il tradizionale appuntamento di “Teatro al Castello” , insieme il Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, su un progetto  che inizierà a fine marzo con un laboratorio teatrale aperto a tutti e che sfocerà nella messa in scena di Rodrigo dal 16 al 21 luglio, della quale curerò la regia, con le musiche di Davide Vannuccini. Altro  importante appuntamento dell’estate Arrischianti è il Sarteano Jazz & Blues 2019, la cui Direzione Artistica, anche quest’anno, è affidata a Battista Lena.

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