La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Scarpette Rosse

Scarpette Rosse – Centri antiviolenza e codice rosa, dalla spirale della violenza di genere si può uscire

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro le scarpe enormi…

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro le scarpe enormi di mamma. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

È proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la rubrica: ‘Scarpette rosse’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

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“Conosceva i miei punti deboli, a quelli si aggrappava per ricattarmi. Io non sapevo ribellarmi, avevo troppa paura delle sue reazioni e pensavo che nessuno potesse aiutarmi, diceva di amarmi ma subito dopo mi faceva sentire una nullità, fino a quando…” . È difficile mettere per iscritto quello che prova una donna che subisce violenza, che sia essa psicologica, verbale o fisica, tanto più difficile è trovare il coraggio di denunciare il fatto di averla subìta.

I casi di cronaca aumentano e nel 2018, in Italia, già possiamo contare 25 femminicidi, l’ultimo registrato proprio nella nostra regione, a Prato dove un ragazzo di 25 anni ha ucciso la ex fidanzata di 30, prima di togliersi a sua volta la vita. L’omicida si chiamava Federico Zini ed era un calciatore del Tuttocuoio, società di Lega Pro di Ponte a Egola, la vittima è invece Elisa Amato, una bellissima ragazza commessa in un negozio di moda.

Elisa, come Laura, Pamela o Jessica, donne a cui è stata tolta la voglia di vivere, i sogni e i progetti, da quelle persone che le avrebbero dovute proteggere per tutta la vita. Nel 2017 sono state 121 le donne uccise, e la violenza almeno nella metà dei casi è arrivata dai partner o dagli ex. In molti casi, alla furia di questi uomini assistono anche i figli, testimoni innocenti e indifesi di questa violenza.

A sostegno delle donne vittime di violenza di genere c’è la rete dei centri antiviolenza che in tutt’Italia può essere contattata attraverso il numero nazionale 1522. Chi si sente annullato dall’altro, chi subisce violenza fisica o verbale può fare questo numero o può rivolgersi al suo medico di famiglia o al Pronto Soccorso o al 118 o al Consultorio o alle forze dell’ordine. Nella massima riservatezza verrà attivato un percorso di ascolto e protezione per uscire dalla violenza. La Asl Toscana sud est, insieme alle altre istituzioni,  è in grado di assicurare una risposta efficace alle vittime di violenza, garantendo una presa in carico e un accompagnamento nel percorso dedicato, con il sostegno di un team multidisciplinare.

Il Codice Rosa è un progetto nato a Grosseto nel 2010 con l’obiettivo di aiutare le donne che hanno subìto violenza. Attualmente è una Rete clinica tempo-dipendente e definisce le modalità di accesso ed il percorso socio-sanitario, in particolare nei servizi di emergenza urgenza delle donne vittime di violenza di genere in linea con le linee guida nazionali e delle vittime di violenza causata da vulnerabilità o discriminazione. Definisce anche le modalità di allerta ed attivazione dei successivi percorsi territoriali, nell’ottica di un continuum assistenziale e di presa in carico globale.”

Nel 2017, il Codice Rosa della Asl Toscana sud est (Arezzo, Siena e Grosseto) ha contato 763 accessi: 684 di adulti (664 casi di maltrattamento, 12 di abusi e 8 di stalking) e 79 di minori (73 casi di maltrattamento e 6 di abuso). Per gli adulti la fascia di età più colpita è quella tra i 40 e i 49 anni (180 accessi); seguono la fascia 30-39 (163 accessi) e la fascia 18-29 (157 accessi). La distinzione per sesso vede 616 donne e 68 uomini. La distinzione per nazionalità: 487 italiani e 197 stranieri. Mentre per i minori la fascia di età più colpita sono gli adolescenti tra i 15 e i 17 anni (27 accessi); segue la fascia 7-11 anni (19 accessi) e quella 12-14 anni (18 accessi). Tra i minori sono i maschi quelli più soggetti a violenza (42, contro 37 femmine). Restano superiori i numeri degli italiani (57) rispetto agli stranieri (22).

Dal 2012 al 2017, nei Pronto soccorso della Toscana si sono registrati 17.363 casi di Codice Rosa (14.940 adulti, nella stragrande maggioranza donne, e 2.423 bambini). Nel 2017 sono stati 3.142 (2.592 adulti e 550 bambini).

Da considerare che questi dati non comprendono i numerosi casi di chi non ha la forza di chiedere aiuto. Proprio per cercare il più possibile di aiutare le donne che hanno subìto violenza a denunciare, i centri antiviolenza chiedono a chiunque venga a conoscenza di forme di discriminazione, violenza psicologica o fisica, anche se non coinvolto in prima persona, può abbattere la più grande alleata della violenza che è la solitudine in cui spesso si trovano le vittime e aiutare ad attivare un percorso di sostegno.

Ognuno di noi può diventare la voce di chi non può parlare perché  bloccato dalla paura o dai sensi di colpa. Aiutare una vittima dalla violenza, vuol dire anche aiutare il suo persecutore per il quale inizierà un percorso riabilitativo ed educativo a comportamenti non violenti.

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Scarpette Rosse – Codice Rosa: nel 2017 oltre 3mila casi di maltrattamenti e abusi in Toscana

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi….

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

È proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la nuova rubrica: ‘Scarpette rosse’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

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Sono 3.142 i casi di maltrattamenti e abusi riscontrati nel 2017 e approdati al codice rosa nei pronto soccorso della Toscana: 2.592 i casi di maltrattamenti, abusi e stalking su adulti e 550 sono maltrattamenti e abusi su minori.

Le storie di violenza di genere, possono sembrare una serie di eventi episodici, occasionali e spesso influenzati da fattori di disagio personale, ma in realtà sono storie drammatiche, tutte diverse, in cui si può fingere di non individuare elementi e fattori comuni. Se invece, le storie di violenza, si guardano un pò più da lontano si può notare quanto la violenza di genere faccia parte di una cultura, anzi fa talmente parte del nostro contesto, sia per chi la copie sia per chi la subisce, che spesso è anche difficile da denunciare. La violenza è dunque percepita come un problema individuale da nascondere per la debolezza che lascia trasparire, da non condividere per lo stigma che si porta dietro e perché parlarne con qualcuno è spesso impossibile.

Ed è proprio per contrastare la violenza di genere e quindi rispondere ai bisogni concreti delle donne vittime di violenza che nel 2010 nella Asl 9 di Grosseto è nato, come progetto pilota, il percorso Codice Rosa con la finalità di assicurare un più efficace coordinamento tra le diverse istituzioni e competenze, per dare anche una risposta efficace già dall’arrivo della vittima di violenza in pronto soccorso. Nel 2011, con la sottoscrizione del protocollo d’intesa tra la Regione Toscana e la Procura Generale della Repubblica di Firenze, diventa un progetto regionale. Il Progetto regionale Codice Rosa prevede percorsi gender sensitive di accoglienza, cura e tutela delle persone vittime di violenze e abusi. Nel gennaio 2014 si completa la diffusione a livello regionale con l’estensione della sperimentazione a tutte le Aziende sanitarie toscane.

Ma come funziona il percorso codice rosa? In ogni pronto soccorso degli ospedali toscani c’è una corsia riservata e un team multidisciplinare che si prende cura delle persone vittime di violenza di genere e ad altre vittime di violenza sottoposte a discriminazione, con un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere .

Il Codice Rosa è lo spazio in cui un attento ascolto permette di cogliere una situazione di violenza attuale o pregressa anche a partire da uno stato di malattia come effetto indiretto ed è il luogo in cui si possono ricevere le prime informazioni o le risposte necessarie dalle operatrici specializzate. Questo percorso permette un confronto continuo tra l’operatrice specializzata in violenza di genere e il personale psico-sociale e sanitario sui singoli casi e sulla violenza in quanto fenomeno sociale. Offre, inoltre, la possibilità di documentare l’attività svolta e promuovere ricerche epidemiologiche e qualitative del fenomeno, monitorando e validando le prassi adottate, offre anche la possibilità di svolgere un ‘approccio prognostico’, permette di individuare i fattori predittivi di un probabile rischio di recidiva della violenza e di realizzare un piano efficace di gestione e contrasto della stessa.

Il Codice Rosa è diventato sempre di più un percorso di tipo sociosanitario per far sì che una donna non venga poi abbandonata una volta uscita dal pronto soccorso. La Rete regionale Codice Rosa collega e coordina tutte le forze che all’interno del servizio sanitario toscano lavorano per offrire alle vittime di violenza e abusi un aiuto pronto e tempestivo, articolato e complesso.

Nel 2016 è stata costituita la Rete regionale Codice Rosa per gli interventi a favore di persone adulte e minori vittime di violenze e/o abusi. La Rete regionale Codice Rosa è un sistema in grado di attivare connessioni tempestive ed efficaci per fornire risposte immediate alle esigenze di cura delle persone, per il riconoscimento e la collocazione in tempi rapidi del bisogno espresso all’interno di percorsi sanitari specifici.

Dal 2012 al 2016 i dati degli accessi al codice rosa dei pronto soccorsi della Regione Toscana sono aumentati, mentre nel 2017 si è registrato un leggero calo. Nel 2012 erano soltanto cinque le Asl toscane coinvolte e i casi sono stati in totale 1.455 (1.314 adulti, 141 minori). Nel 2013 si sono aggiunte le Asl mancanti e le Aou Careggi e Meyer e sono stati registrati 2.998 casi (2.646 adulti e 352 minori). Nel 2014 con l’aggiunta delle Asl 1, 3, 7, 10 e le Aou Senese e Pisana, la copertura del territorio toscano era completa: 3.268 casi (2.827 adulti e 441 minori). Nel 2015 sono stati registrati 3.049 casi (2.623 adulti e 426 minori), nel 2016 3.451 casi (2.938 adulti e 513 minori) e nel 2017: 3.142 casi (2.592 adulti e 550 minori). In totale, dunque, dal 2012 al 2017 sono stati 17.363 casi, di cui 14.940 su adulti e 2.423 su minori.


Sitografia

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Gli abusi sono soprattutto in famiglia: i dati della violenza di genere

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi….

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

È proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la nuova rubrica: ‘Scarpette rosse’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

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Purtroppo, a pochi giorni dall’inizio del 2018, dobbiamo già registrare il primo episodio femminicidio dell’anno avvenuto a Catania dove a perdere la vita è stata una donna accoltellata dal marito davanti ai loro due figli.

Secondo la ricostruzione fatta dalla forze dell’ordine a dare l’allarme sarebbe stati proprio i figli della coppia che hanno avvisato le assistenti del Cara di Mineo, luogo dove risiedeva la donna assieme ai figli, ma appena arrivati i medici non hanno fatto altro che accertare il decesso della madre. La donna era arrivata nella struttura nel dicembre del 2016 ed era in attesa del riconoscimento di rifugiato politico e, sembra, che per questo fosse contraria a seguire il marito nel Nord che nei giorni precedenti era arrivato a Mineo per convincerla. Il marito è stato fermato con l’accusa di omicidio volontario con le aggravanti di avere agito per futili motivi e con crudeltà. Le indagini hanno permesso di appurare che il marito si sarebbe recato a trovare la moglie ed i figli e al culmine di una lite ha colpito la donna con un coltello da cucina lungo 13 centimetri trovato accanto al corpo della donna sporco di sangue, e poi dandosi alla fuga.

Partendo dal primo episodio di femminicidio del 2018 andiamo a vedere quanti sono stati i casi di violenza e/o di femminicidio ci sono verificati nel 2017 e quante donne hanno avuto il coraggio di denunciare e si sono rivolte ai centri di competenza.

Secondo il rapporto Eures sul femminicidio sono 114 le donne vittime di violenza nei primi 10 mesi del 2017. Tra il 2015 e il 2016 il numero di femminicidi in Italia è tornato ad aumentare, passando da 142 a 150 (+5,6%), soprattutto a causa di una forte crescita del fenomeno nelle regioni del Nord e del Centro. Sempre nel 2016 a livello regionale il numero più alto di femminicidi lo si è registrato in Lombardia (25 vittime), seguita da Veneto (17), Campania (nonostante un calo dei casi, passati 31 a 16), Emilia Romagna (13). Nello scorso anno il 76,7% dei femminicidi è maturato in un contesto familiare e affettivo, con una forte connotazione negativa data da possesso e gelosia, ma anche dall’isolamento e dal disagio. Dal 2000 a oggi le donne vittime di omicidio volontario nel nostro Paese sono state 3mila: nel 2016 i femminicidi sono tornati a crescere rispetto all’anno precedente (+5,6%, da 142 a 150), trend sostanzialmente confermato dai 114 casi – più di uno ogni 3 giorni – dei primi dieci mesi di quest’anno.

Inoltre, dai dati SINIACA-IDB del 2015-2016 emerge che per le donne vittime di violenza in età fertile (15-49 anni), oltre il 35% dei casi è dovuto ad aggressione da parte del coniuge o partner sentimentale (nei maschi è meno del 10%). Quasi l’85% dei casi di violenze su donne è compiuta da conoscenti (nei maschi tale percentuale è inferiore al 40%).

In Toscana, secondo i dati REVAMP coordinati dalla sorveglianza dell’Istituto Superiore di Sanità e dall’Ospedale Galliera di Genova presentati al Ministero della Salute, tra il 2006 e il 2016, sono stati registrati 101 femminicidi di queste 75 sono italiane e 26 straniere, nel 76,2% dei casi l’assassino è di nazionalità italiana.

Ovviamente la cosa da fare in questi casi, come ho sempre scritto in questa rubrica, è denunciare e non avere paura. Dal 1° luglio 2009 al 30 giugno 2017 circa 18.939 donne si sono rivolte ad un centro antiviolenza in Toscana, soprattutto per violenze reiterate nel tempo attraverso atti di persecuzione psicologica, fisica ed economica. Nell’83% dei casi la violenza è stata operata dal partner o dall’ex. Nell’ultimo periodo di rifermento (luglio 2016-giugno 2017) è stato registrato il numero più elevato di richieste con un incremento del 22,5% rispetto all’anno precedente.

Le donne che si rivolgono al centro antiviolenza sono donne con un livello di istruzione medio-alto, occupate e che subiscono violenza fuori dalle mura domestiche, dall’ex o dal partner non convivente. Per quanto riguarda le straniere, sono in aumento le donne che vivono in una situazione di estrema fragilità economica: donne sole, senza un lavoro fisso.

L’altra faccia della violenza di genere è rappresentata dalla violenza assistita, cioè il dramma vissuto dai figli che vedono, o percepiscono, le proprie madri subire violenza all’interno delle mura domestiche da parte del padre. In questo caso potrebbe rientrare il fatto accaduto a Catania. Solo nel 2016 sono stati 1298 i casi di questo tipo registrati, non solo, l’Istituto degli innocenti ha rivelato un progressivo aumento del numero dei bambini e ragazzi vittime di maltrattamenti.

Un altro mezzo utile per aiutare le donne sopravvissute alla violenza è il ‘Codice Rosa’, un codice per identificare un percorso di accesso al pronto soccorso riservato a tutte le vittime di violenza. Dal 1 gennaio 2013 al 30 giugno 2017 gli accessi sono stati 10.219, di cui 2.577 rilevati negli ultimi dodici mesi.

Pe quanto riguarda i consultori, invece, nel 2016, le donne che vi sono rivolte sono state 596 di cui 81 minorenni, in cui circa il 43,8% del totale sono stati maltrattamenti psicologici, il 36,8% maltrattamenti fisici, l’11,8% negligenza genitoriale e il 7,5% maltrattamenti sessuali.

Non solo le donne, anche gli uomini che riconoscono di tenere un comportamento violento nei confronti del loro partner, possono chiedere aiuto ai centri per uomini autori di violenza. Dal 1 luglio 2016 al 30 giugno 2017 nei quattro centri presenti in Toscana sono stati presi in carico 89 casi, 67 dei quali sono uomini italiani. In circa un quarto dei casi la decisione di rivolgersi ai centri è avvenuta su iniziativa spontanea da parte dell’uomo, in 11 casi è stata invece determinante la spinta da parte della partner o dell’ex, in altri 7 casi sono stati altri familiari o amici a indirizzare l’uomo.


Approfondimenti

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Molestie sessuali sul lavoro, perchè ne parliamo solo oggi?

L’articolo 26 del Decreto Legislativo 198/2006: “le molestie sessuali sono comportamenti indesiderati, posti in essere per ragioni connesse al sesso, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di…

L’articolo 26 del Decreto Legislativo 198/2006: “le molestie sessuali sono comportamenti indesiderati, posti in essere per ragioni connesse al sesso, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo. Sono altresì considerate molestie sessuali quei comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo. Sono considerati discriminazioni anche quei trattamenti sfavorevoli da parte del datore di lavoro che costituiscono una reazione ad un reclamo o ad una azione volta ad ottenere il rispetto del principio di parità di trattamento tra uomini e donne”.

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Dopo il caso Weinstein, il potente produttore di Hollywood che avrebbe molestato sessualmente decine di donne tra attrici, assistenti e dipendenti che negli anni hanno lavorato con lui,  l’argomento delle molestie sessuali sul lavoro è tornato a far parlare di sé. Un problema che, in realtà, nella nostra società c’è sempre stato, ma che abbiamo continuato sempre ad ignorare.

Le molestie sessuali sul posto di lavoro non sono solo una questione confinata al mondo dello spettacolo. Non è solo quando a denunciare è un’attrice di Hollywood che dobbiamo gridare allo scandalo: dobbiamo indignarci allo stesso modo se si tratta di un’impiegata, una giornalista, una commessa, una dottoressa o un’operaia. Le numerose denunce lanciate in questi giorni da tante donne, non fanno altro che sottolineare le condizioni di insicurezza e impotenza in cui molte donne sono state costrette a lavorare: c’è ancora molta strada da fare per garantire i loro diritti.

C’è un’indagine, unica in questo ambito, condotta da Linda Laura Sabbadini e Maria Giuseppina Muratore per l’Istat nel 2008-2009 sui casi di molestie sessuali subite dalle donne sul posto di lavoro in Italia, che rivela che sono un milione 224 mila le donne che hanno subito molestie o ricatti sul posto di lavoro, pari all’8,5% delle lavoratrici attuali o passate, incluse le donne in cerca di occupazione.

Negli ultimi tre anni, 347 mila donne (il 2,4%) ha subito questo tipo di abusi. Le molestie rappresentano il 31,2% di queste situazioni, mentre i ricatti e le richieste di disponibilità costituiscono il restante 68,8%, con una quota di circa il 35% costituito dalle sole richieste di disponibilità sessuale.

Le donne che cedono ai ricatti lo fanno principalmente illudendosi di poter essere assunte, oppure per mantenere il posto di lavoro o per fare carriera. Ciò che accomuna le vittime di molestie sessuali in questo campo è il fatto di avere un titolo di studio elevato.

Nel 75,9% dei casi la vittima subisce un solo ricatto dalla stessa persona, ma la frequenza è molto diversa a seconda del tipo di minaccia: tra i ricatti per assunzione, il 19,1% delle vittime ne ha subito più di uno dalla stessa persona, mentre per le richieste di disponibilità, la quota delle donne che ha avuto più di un episodio è pari al 16,6%, contro il 43,3% dei ricatti sessuali per carriera o per mantenere il posto di lavoro. La frequenza dei ricatti è maggiore tra le donne che lavorano nel commercio, nelle attività immobiliari e informatiche, nelle attività manifatturiere, nella sanità e altri servizi sociali, nonché negli alberghi e nei ristoranti.

Quando una donna subisce un ricatto sessuale, nell’81,7% dei casi non ne parla con nessuno sul posto di lavoro. Solo il 18,3% di coloro che hanno subito ricatti nel corso della vita hanno raccontato la loro esperienza, soprattutto ai colleghi. Un dato sconcertante che emerge dall’analisi è che quasi nessuna delle vittime abbia denunciato l’episodio alle forze dell’ordine, perché molte delle intervistate hanno ritenuto di poco conto la gravità dell’episodio, essendosela cavata da sole o con l’aiuto dei familiari. La loro scelta è solitamente dettata anche dalla mancanza di fiducia nelle forze dell’ordine o dalla propria reticenza a denunciare per paura di essere giudicate e/o trattate male al momento della denuncia. Molte donne, per sottrarsi alla situazione di violenza, hanno cambiato lavoro.

A conferma di questi dati c’è anche la Uil, che ha attivato sportelli di ascolto in tutta Italia e che ogni giorno si trova a raccogliere richieste di aiuto che arrivano in maniera quasi univoca da donne (63% dei casi), lavoratrici che denunciano soprattutto casi di mobbing (67%) e di stalking (10%).

Ci sono poi una sequenza di fattori per il quale le donne, al momento della denuncia, spesso non vengono credute: ad influire molto è il fattore ‘la mia parola contro la tua’, in quanto le molestie avvengono all’oscuro degli altri colleghi e che quindi, non avendo testimoni che possano confermare o smentire il fatto, risulta ancora più difficile decidere di denunciare. Inoltre, esiste la percezione che il datore di lavoro di rimarrebbe comunque impunito qualcosa fosse accusato di molestie. Tutto questo spinge le donne a isolarsi e ad abbandonare il posto di lavoro. Proprio per questo, se le denunce arrivano, come dimostrato dal caso Weinstein, arrivano a distanza di anni e quando non si ha più alcun legame con quel datore di lavoro. Il denunciare a distanza di anni rende libera la persona, ma allo stesso tempo non la tutela perché diventa impossibile ricostruire l’esatta dinamica dei fatti e/o accertare se la molestia è avvenuta o meno e quindi prendere provvedimenti per aiutare altre donne.

Quindi, il miglior modo di agire quando si subiscono molestie sul posto di lavoro è denunciare subito l’accaduto. In aiuto a questo, c’è un decalogo a cura di Rosa M. Amorevole, esperta in materia di lavoro e contrasto alle discriminazioni e dal 2008 consigliera di Parità per l’Emilia Romagna, nel quale, oltre a spiegare cosa sono le molestie sul lavoro, Rosa cerca anche di fornire strumenti utili su come riconoscerle, su come difendersi e soprattutto su come superare la paura di denunciare. Il decalogo è già stato adottato anche da alcune grandi aziende.

È chiaro che non ci dovrebbe essere un tempo giusto o sbagliato per raccontare e portare alla luce le violenze subite sul posto di lavoro, che come la casa, dovrebbe essere un posto sicuro, l’importante per una donna è sentirsi libera dal senso di frustrazione per ciò che ha dovuto subire e non sentirsi mai sola, come dimostrato dalle conseguenze che fanno da eco alle attrici di Hollywood molestate.


Sitografia:

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Scarpette Rosse – Ricordare le vittime di violenza di genere per combatterla

Antoneta Balan, una donna rumena di 42 anni, è stata barbaramente uccisa lo scorso 13 luglio a Montepulciano dal suo ex convivente. Secondo le ricostruzioni delle forze dell’ordine, l’ex compagno…

Antoneta Balan, una donna rumena di 42 anni, è stata barbaramente uccisa lo scorso 13 luglio a Montepulciano dal suo ex convivente. Secondo le ricostruzioni delle forze dell’ordine, l’ex compagno si è presentato a casa delle due signore che assisteva Antoneta, ha fatto irruzione nell’appartamento, ha preso un coltello dalla cucina e avrebbe inseguito la donna per poi infierire su di lei più e più volte. L’uomo ha poi gettato il coltello dalla finestra e si dato alla fuga. La donna, trasportata all’ospedale di Nottola, è stata poi trasferita d’urgenza all’ospedale di Siena, dove è morta per arresto cardiaco e per le gravi lesioni riportate al colon, al fegato e al polmone. Attualmente il suo ex convivente è in carcere in attesa di processo

Antoneta è solo una delle 83 donne che da inizio anno ad oggi sono rimaste vittime di violenza di genere, una vittima ogni tre giorni. Negli ultimi dieci anni le donne uccise in Italia sono state 1.740, di cui 1.251 (il 71,9%) in famiglia. Al femminicidio si aggiungono violenze quotidiane che sfuggono ai dati ma che, se non fermate in tempo, rischiano di fare altre vittime: sono infatti migliaia le donne molestate, perseguitate, aggredite, picchiate, sfregiate. Quasi 7 milioni, secondo i dati Istat, quelle che nel corso della propria vita hanno subito una forma di abuso. È una vera e propria strage.

La fiaccolata che si è svolta a Montepulciano il 13 ottobre scorso, organizzata dal Centro Antiviolenza Amica Donna Onlus, in collaborazione con l’Unione dei Comuni della Valdichiana Senese, non è stata solo un’occasione per ricordare Antoneta Balan, ma è stato anche un momento per riflettere sul fenomeno del femminicidio e sulla violenza di genere, problemi del quale neanche il nostro territorio è immune.

Il presidio è nato dalla volontà di aiutare le donne che hanno subito violenza, per far trovare loro il coraggio di denunciare e reagire, perché gli uomini che uccidono siano fermati e indirizzati presso i centri che agiscono contro questo atteggiamento e per far sì che la violenza non sia più il destino di molte donne, e dei minori che assistono.

Tanti i momenti di raccoglimento intervallati da letture e brani musicali, per riflettere sulla violenza di genere e sulle conseguenze che essa genera attraverso tutti i linguaggi che abbiamo a nostra disposizione, dalla letteratura alla musica, dal giornalismo alla poesia.

Assunta Bigelli, presidente del Centro Antiviolenza della Valdichiana Amica Donna Onlus, si è detta molto contenta della partecipazione all’iniziativa perché è estremamente importante tenere alta l’attenzione sul problema della violenza di genere, anche perché quando si verifica un fatto di violenza, a risentirne non è solo la famiglia della vittima o della persona coinvolta, ma è tutta la comunità.

Gessica Nisi, presidente del Centro Pari Opportunità dell’Unione dei Comuni della Valdichiana senese, ha invece spiegato come il Centro stia rivedendo tutti i suoi protocolli sulla base anche del Codice Rosa, un percorso di accesso al pronto soccorso riservato a tutte le vittime di violenza. La rete Codice Rosa è costituita da tutti i nodi che concorrono alla erogazione di risposte sanitarie, in emergenza e nell’immediata presa in carico successiva, per le diverse tipologie di vittime di violenza, mediante percorsi specifici dedicati ai diversi target. Attraverso gli organismi di governo della rete Codice Rosa viene assicurata la collaborazione ai livelli istituzionali di coordinamento e la partecipazione ai gruppi tecnici già presenti o attivati successivamente in materia.

Alla fiaccolata era presente anche la dottoressa Anna Paramstrahler, che è stata vicepresidente di Di.ReDonne in Rete contro la violenza”, la prima associazione italiana a carattere nazionale di centri antiviolenza non istituzionali e gestiti da associazioni di donne, nonché membro della Commissione sul Femminicidio al Senato. La dottoressa Paramstrahler ha spiegato come stanno lavorando in Senato per far luce su tutti i casi di femminicidio avvenuti in Italia:

“Purtroppo in Italia ancora non c’è la capacità di reagire a questo grave problema del femminicidio. Ogni donna che viene uccisa ha la sua storia e quindi per ognuna di essa si dovrebbe trovare una soluzione che sfortunatamente o non ci sono o non bastano le misure intraprese. Molte volte le donne hanno denunciato e non è stato fatto niente. Oltre al femminicidio dobbiamo anche parlare di altri tipi di violenza, violenza di genere ma anche economica, psicologica, per cui è facilmente riconducibile ad un problema culturale che deve essere la società a cambiarlo. Non servono solo le leggi, ma è necessario applicarle”.

Particolarmente toccanti i brani, interpretati da Anna Iannunzio, tratti dallo spettacolo di Serena Dandini ‘Ferite a morte. Lo sapevano tutti’. Un rapido susseguirsi di storie di donne morte, uccise per mano dei loro mariti, compagni, ex fidanzati, ma anche fratelli e padri, il movente? Condizionamenti sociali, influenze religiose, rapporto morbosi, il considerare la donna come un oggetto, la smodata possessività e la gelosia morbosa.

I brani tratti dal libro di Liliana Angheluta, una donna rumena che vive da tanti anni in Italia, ‘Ciliegie Amare’ e interpretati da Giovanna Vivarelli, hanno invece fatto riflettere  sul fenomeno migratorio delle donne rumene dal loro paese d’origine per arrivare in Italia, o in qualsiasi parte del mondo, in cerca di un futuro migliore.

Un futuro migliore e con più giustizia come quello che auspicano tutte le donne vittime di violenza, e l’intera comunità, che sia un paese, una città o una nazione intera. Per il nostro territorio ospitare un evento come quello del 13 ottobre, in cui è stata ricordata una donna morta per mano di un uomo violento, è stato un atto insolito, ma doveroso non solo per la memoria ma per urlare a gran voce che nessuno è immune alla violenza, qualsiasi essa sia.  

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Scarpette rosse – Il peso delle parole

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi….

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

È proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la nuova rubrica: ‘Scarpette rosse come il sangue’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

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Quando si riporta un fatto di cronaca prima di tutto è necessario rispettare la privacy delle persone coinvolte e poi fornire le informazioni necessarie al lettore perché sia messo in condizione di capire cosa sia successo, quando, dove, come e perché. Certo, fornire i particolari è necessario per rendere ancora più ricca la storia e far comprendere meglio ciò che è avvenuto, ma quanti particolari e quale linguaggio dobbiamo usare per rispettare le persone coinvolte e non creare stereotipi di determinati soggetti che veicolano messaggi sessisti o razzisti?

Raccontando i fatti di violenza, femminicidi o aggressione, avvenuti negli ultimi mesi sia a livello nazionale che locale, questa domanda me la sono fatta più volte mettendomi sia nella parte di chi scrive, sia nella parte di chi legge, cercando di capire quali sono le informazioni utili al lettore nel rispetto delle persone coinvolte.

Molto spesso le narrazioni che ci vengono offerte dai media sono distorte e il linguaggio non è propriamente adatto a quanto raccontato, come per esempio per parlare di femminicidio vengono usate spesso diciture come ‘raptus della gelosia’, ‘delitto passionale’, ‘allarme femminicidio’, ‘uccisa per il troppo amore’. Tutte queste espressioni possono portare ad atteggiamenti che innescano processi frettolosi e privi di senso nei confronti delle vittime e ancora più spesso a giustificare chi a commesso il fatto, creando confusione nella mente del lettore.

Il motore che sta dietro all’uso di un linguaggio (oppure la scelta di titolare un pezzo in un modo invece che in un altro) è dovuto al tentativo di veicolare un articolo rispetto alla concorrenza se si parla di web, di vendere più copie se si parla di carta stampata, di aumentare gli ascolti se si parla di TV. Ma dove finiscono le persone coinvolte in tutto questo? E il lettore dov’è? Rischiamo di dare soltanto le informazioni nel modo più utile al direttore editoriale di turno, senza alcun rispetto per le vittime: tanto qualcuno va in carcere, parenti, amici o semplici conoscenti fanno la fila per essere intervistati, l’importante è parlare e sparlare.

I titoli strillati, come per esempio ‘Donna stuprata da un uomo nero’, oppure ‘Uccide per il troppo amore la sua ex’, non sono titoli mirati a informare, ma anzi, da una parte creano confusione nella mente di chi cerca di capire cosa è successo e dall’altra cercano di spettacolarizzare le tragedie senza tenere conto dei contesti sociali e personali delle persone coinvolte.

A cercare di porre rimedio a questa situazione che, purtroppo, negli ultimi anni è peggiorata, ci sta provando anche l’Ordine dei Giornalisti che ha adottato un documento della Federazione Internazionale dei Giornalisti. Si tratta di un decalogo composto da dieci punti da seguire quando si racconta un fatto di cronaca di femminicidio o violenza.

Prima di tutto, dopo aver identificato la violenza inflitta alla donna in modo preciso, è necessario darne notizia utilizzando un linguaggio esatto e libero da pregiudizi, come per esempio, uno stupro o un tentato stupro non possono essere rimandati necessariamente al fatto che una donna stava girando sola o che era poco vestita. In questo caso, come in tutti i fatti di violenza o femminicidio, i giornalisti devono riflettere sul grado di dettagli che desiderano rivelare, perché molto spesso l’eccesso rischia di far precipitare il reportage nel sensazionalismo, o in caso contrario di banalizzare la gravità della situazione.

Molte volte è più adatto non usare la parola ‘vittima’, per chi è sopravvissuto alla violenza, anche perché le donne coinvolte non vogliono essere etichettate come vittime, ma bensì come coloro che hanno saputo reagire a un gravissimo fatto che le segnerà per tutta la vita. Spesso le sfumature dei termini aiutano, non solo a descrivere meglio il fatto, ma anche a tutelare chi è rimasto coinvolto.

Conoscere a fondo chi si intervista, mettersi sullo stesso piano e cercare di avere un’empatia con l’interlocutore, consente al giornalista di realizzare un reportage responsabile, approfondito e ricco di particolari utili al lettore. Trattare con rispetto chi sceglie di rilasciare un’intervista significa trattare anche con rispetto il lettore a cui si danno informazioni puntuali e dettagliate. Ovviamente le persone coinvolte possono rifiutarsi di rispondere alle domande: in questo caso il giornalista può lasciare il contatto e quando l’interlocutore è pronto per raccontare anche altre informazioni, sa che in quella persona può trovare prima di tutto un confidente e un amico a cui affidare le sue notizie in maniera sicura, senza speculazioni.

Inoltre può essere utile usare statistiche e informazioni in ambito sociale. Questi strumenti permettono di collocare la violenza nel proprio contesto, nell’ambito di una comunità o di un conflitto. Raccontare la vicenda per intero è importante. Molto spesso i media si concentrano solo l’aspetto che fa più ‘audience’, parlando in termini tecnici, tralasciando invece aspetti meno importanti ma che possono essere di supporto a chi vive la notizia da fuori. Infine è importante preservare la riservatezza delle persone coinvolte, non citare nomi o luoghi che potrebbero mettere a rischio la sicurezza e la serenità dei testimoni.

Un cambio di linguaggio necessario è richiesto anche dall’Associazione Amica Donna, Centro antiviolenza della Valdichiana, che svolge un importante lavoro sul territorio per aiutare le donne che necessitano di assistenza perché protagoniste di atti di violenza sia verbale che fisica. L’associazione è attualmente impegnata a organizzare un presidio simbolico in ricordo di Antoneta Balan, la donna romena di 42 anni uccisa lo scorso luglio a Montepulciano per mano dell’ex convivente. Antoneta verrà ricordata il prossimo 13 ottobre a Montepulciano, per tenere alta l’attenzione sul tema della violenza anche a livello locale, per dire basta a questa lenta mattanza e soprattutto, aggiungo io, per dire basta al linguaggio violento e poco rispettoso usato sempre più spesso dai media per raccontare le violenze e i femmicidi.

Da donna è avvilente leggere notizie create ad arte soltanto con l’obiettivo di arrivare per primi, a costo di raccontare la vicenda in maniera approssimata e con titoli strillanti. Soprattutto dobbiamo riflettere sul fatto che quelle notizie che noi raccontiamo e che spesso i miei colleghi strillano, sono lette non solo da semplici donne, ma da chi la violenza l’ha ricevuta, da chi è sopravvissuto e dai parenti delle vittime. Credo che a queste persone non faccia piacere essere violentate per la seconda volta in senso figurativo, da un articolo di giornale o da un titolo scritto con un linguaggio feroce, brutale e privo di rispetto.

Bibliografia


Scarpette rosse – Introduzione (27/04/2017)

Il rosso é sempre stato il mio colore preferito. Da piccola sceglievo sempre di indossare abiti che avessero qualcosa di rosso. E poi c’erano le scarpe con i tacchi di mamma: non erano rosse, ma indossarle mi faceva sentire grande e bella.

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

Elina Chauvet utilizzò le scarpe rosse con questa accezione per la prima volta nel 2012 in un’installazione artistica davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne uccise nella città messicana di Juarez, che erano state rapite, stuprate, mutilate e strangolate. Elina raccolse trentatré paia di scarpe rosse e le installò nello spazio urbano. Da quel giorno le scarpette rosse, rosse come il sangue, sono diventate il simbolo della lotta contro la violenza sulle donne.

Ed è proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, avvezzo alla tranquillità, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la nuova rubrica: ‘Scarpette rosse come il sangue’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

L’argomento della violenza di genere è molto vasto e per cercare di capirlo a fondo servono le testimonianze e i racconti di coloro che ogni giorno lavorano per cercare di far fronte a questo avvilente problema. Con l’aiuto del Centro Antiviolenza Territoriale, di psicologi, avvocati, antropologi e delle forze dell’ordine, cercherò di affrontare il problema sotto vari punti di vista. In questo modo potremo capirne meglio l’origine, le cause, le conseguenze, i percorsi d’assistenza psicologici e legali da compiere una volta presa coscienza di essere una vittima di violenza, cosa non sempre scontata.

Nonostante l’intervento dello Stato con decreti legge e con varie campagne di sensibilizzazione, e nonostante l’attività dei centri antiviolenza e di altri enti che operano nel territorio nazionale, i casi di violenza sulle donne sembrano non fermarsi e, ancora oggi, assistiamo a fatti che sfociano troppo spesso nella tragedia.

La violenza sulle donne è stata definita dall’Onu come la manifestazione di una disparità nei rapporti tra uomo e donna, qualificandola giuridicamente come una violazione fondamentale dei diritti umani. La violenza sulle donne è considerata come la punta dell’iceberg dell’esercizio di potere e controllo dell’uomo sulla donna e si esterna in diverse forme, come violenza fisica, psicologica e sessuale, fuori e dentro la famiglia.

Dagli anni settanta del XX secolo, il movimento delle donne e il femminismo in Occidente hanno iniziato a mobilitarsi contro la violenza di genere, sia per quanto riguarda lo stupro sia per il maltrattamento e la violenza domestica. Il movimento ha messo in discussione la famiglia patriarcale e il ruolo dell’uomo nella sua funzione di “marito/padre-padrone”, non volendo più accettare alcuna forma di violenza esercitata sulla donna.

I dati Istat nel 2015 riferiscono che il 35% delle donne nel mondo abbiano subito una violenza e la matrice di questa violenza può essere rintracciata proprio nella disuguaglianza dei rapporti tra uomini e donne. Alcune tesi dimostrano che le donne maggiormente istruite o con una migliore posizione sociale tendono a essere ancora più in pericolo poiché questo status può scatenare in alcuni uomini forme di aggressività dettate dalla smentita dello stereotipo, mettendo quindi in crisi la personalità maschile.

Essere sottoposti a violenza produce effetti diversi a seconda del tipo di violenza subìta e della persona che ne è vittima. In un passato recente gli atti di violenza commessi in ambito domestico dall’uomo nei confronti della donna non erano punibili penalmente ed erano anche socialmente giustificati perché considerati faccende private, e quindi fuori dalla valutazione collettiva. Il fatto che oggi questi atti vengano condannati è già indice di un cambiamento della società e fa riflettere sull’evoluzione dei valori di uguaglianza, libertà e autodeterminazione nella relazione tra i generi maschile e femminile.

Non esistono indici che dicano con certezza se una persona è stata vittima di violenza o meno. Credere che il maltrattamento sia connesso a delle manifestazioni legate a varie patologie mentali è sbagliato, perché la diffusione della violenza degli uomini contro le donne esclude che il fenomeno sia da imputarsi a situazioni eccezionali o di devianza. Nessun comportamento messo in atto sulle donne può giustificare la violenza da loro subìta, ed è un dato di fatto che gli episodi di abuso avvengano spesso per motivi futili. Per una donna, subire percosse la espone a elevati livelli di stress e a malattie che si manifestano in attacchi di panico, depressione, disturbi del sonno e dell’alimentazione, alcolismo o abuso di stupefacenti, mentre per altre il modo migliore per fuggire dai maltrattamenti subiti è il suicidio.

Negare o minimizzare sono i principali meccanismi di difesa che appartengono a chi viene in contatto con la violenza; non solo: queste strategie difensive concorrono a creare quella confusione cognitiva che spinge a fare tentativi di uscire dalla relazione violenta che, però, si esauriscono in un rientro nel rapporto di coppia giustificato dall’illusione che l’altra persona possa cambiare. Un cambiamento che però non arriva mai.

Solo quando la vittima riuscirà a non negare e a non minimizzare l’atto di abuso subìto sarà pronta ad affrontare il percorso per riconquistare la libertà sottratta. Riconoscere di essere stata vittima di maltrattamenti è tutt’altro che semplice e molti sono i motivi che rendono difficile il prenderne coscienza. Per una donna, parlare di una situazione di violenza è molto difficile perché implica paura, vergogna o umiliazione, ma il riconoscimento della violenza è un presupposto essenziale e imprescindibile per poter intervenire efficacemente su di essa e compiere un percorso per riconquistare la libertà persa.

Detto questo, forse potremmo andare oltre all’attuale accezione che hanno preso le scarpe rosse, e pensare che questo bellissimo accessorio femminile potrebbe riprendere la sua valenza reale, quello di bellezza e libertà, perchè le scarpe rosse potrebbero essere indossate idealmente da ogni singola donna per compiere il percorso verso la libertà dalla violenza: ogni donna con la sua storia personale, ma tutte con lo scopo di costruire insieme un percorso comune.

Bibliografia:

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