L’articolo 26 del Decreto Legislativo 198/2006: “le molestie sessuali sono comportamenti indesiderati, posti in essere per ragioni connesse al sesso, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo. Sono altresì considerate molestie sessuali quei comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo. Sono considerati discriminazioni anche quei trattamenti sfavorevoli da parte del datore di lavoro che costituiscono una reazione ad un reclamo o ad una azione volta ad ottenere il rispetto del principio di parità di trattamento tra uomini e donne”.

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Dopo il caso Weinstein, il potente produttore di Hollywood che avrebbe molestato sessualmente decine di donne tra attrici, assistenti e dipendenti che negli anni hanno lavorato con lui,  l’argomento delle molestie sessuali sul lavoro è tornato a far parlare di sé. Un problema che, in realtà, nella nostra società c’è sempre stato, ma che abbiamo continuato sempre ad ignorare.

Le molestie sessuali sul posto di lavoro non sono solo una questione confinata al mondo dello spettacolo. Non è solo quando a denunciare è un’attrice di Hollywood che dobbiamo gridare allo scandalo: dobbiamo indignarci allo stesso modo se si tratta di un’impiegata, una giornalista, una commessa, una dottoressa o un’operaia. Le numerose denunce lanciate in questi giorni da tante donne, non fanno altro che sottolineare le condizioni di insicurezza e impotenza in cui molte donne sono state costrette a lavorare: c’è ancora molta strada da fare per garantire i loro diritti.

C’è un’indagine, unica in questo ambito, condotta da Linda Laura Sabbadini e Maria Giuseppina Muratore per l’Istat nel 2008-2009 sui casi di molestie sessuali subite dalle donne sul posto di lavoro in Italia, che rivela che sono un milione 224 mila le donne che hanno subito molestie o ricatti sul posto di lavoro, pari all’8,5% delle lavoratrici attuali o passate, incluse le donne in cerca di occupazione.

Negli ultimi tre anni, 347 mila donne (il 2,4%) ha subito questo tipo di abusi. Le molestie rappresentano il 31,2% di queste situazioni, mentre i ricatti e le richieste di disponibilità costituiscono il restante 68,8%, con una quota di circa il 35% costituito dalle sole richieste di disponibilità sessuale.

Le donne che cedono ai ricatti lo fanno principalmente illudendosi di poter essere assunte, oppure per mantenere il posto di lavoro o per fare carriera. Ciò che accomuna le vittime di molestie sessuali in questo campo è il fatto di avere un titolo di studio elevato.

Nel 75,9% dei casi la vittima subisce un solo ricatto dalla stessa persona, ma la frequenza è molto diversa a seconda del tipo di minaccia: tra i ricatti per assunzione, il 19,1% delle vittime ne ha subito più di uno dalla stessa persona, mentre per le richieste di disponibilità, la quota delle donne che ha avuto più di un episodio è pari al 16,6%, contro il 43,3% dei ricatti sessuali per carriera o per mantenere il posto di lavoro. La frequenza dei ricatti è maggiore tra le donne che lavorano nel commercio, nelle attività immobiliari e informatiche, nelle attività manifatturiere, nella sanità e altri servizi sociali, nonché negli alberghi e nei ristoranti.

Quando una donna subisce un ricatto sessuale, nell’81,7% dei casi non ne parla con nessuno sul posto di lavoro. Solo il 18,3% di coloro che hanno subito ricatti nel corso della vita hanno raccontato la loro esperienza, soprattutto ai colleghi. Un dato sconcertante che emerge dall’analisi è che quasi nessuna delle vittime abbia denunciato l’episodio alle forze dell’ordine, perché molte delle intervistate hanno ritenuto di poco conto la gravità dell’episodio, essendosela cavata da sole o con l’aiuto dei familiari. La loro scelta è solitamente dettata anche dalla mancanza di fiducia nelle forze dell’ordine o dalla propria reticenza a denunciare per paura di essere giudicate e/o trattate male al momento della denuncia. Molte donne, per sottrarsi alla situazione di violenza, hanno cambiato lavoro.

A conferma di questi dati c’è anche la Uil, che ha attivato sportelli di ascolto in tutta Italia e che ogni giorno si trova a raccogliere richieste di aiuto che arrivano in maniera quasi univoca da donne (63% dei casi), lavoratrici che denunciano soprattutto casi di mobbing (67%) e di stalking (10%).

Ci sono poi una sequenza di fattori per il quale le donne, al momento della denuncia, spesso non vengono credute: ad influire molto è il fattore ‘la mia parola contro la tua’, in quanto le molestie avvengono all’oscuro degli altri colleghi e che quindi, non avendo testimoni che possano confermare o smentire il fatto, risulta ancora più difficile decidere di denunciare. Inoltre, esiste la percezione che il datore di lavoro di rimarrebbe comunque impunito qualcosa fosse accusato di molestie. Tutto questo spinge le donne a isolarsi e ad abbandonare il posto di lavoro. Proprio per questo, se le denunce arrivano, come dimostrato dal caso Weinstein, arrivano a distanza di anni e quando non si ha più alcun legame con quel datore di lavoro. Il denunciare a distanza di anni rende libera la persona, ma allo stesso tempo non la tutela perché diventa impossibile ricostruire l’esatta dinamica dei fatti e/o accertare se la molestia è avvenuta o meno e quindi prendere provvedimenti per aiutare altre donne.

Quindi, il miglior modo di agire quando si subiscono molestie sul posto di lavoro è denunciare subito l’accaduto. In aiuto a questo, c’è un decalogo a cura di Rosa M. Amorevole, esperta in materia di lavoro e contrasto alle discriminazioni e dal 2008 consigliera di Parità per l’Emilia Romagna, nel quale, oltre a spiegare cosa sono le molestie sul lavoro, Rosa cerca anche di fornire strumenti utili su come riconoscerle, su come difendersi e soprattutto su come superare la paura di denunciare. Il decalogo è già stato adottato anche da alcune grandi aziende.

È chiaro che non ci dovrebbe essere un tempo giusto o sbagliato per raccontare e portare alla luce le violenze subite sul posto di lavoro, che come la casa, dovrebbe essere un posto sicuro, l’importante per una donna è sentirsi libera dal senso di frustrazione per ciò che ha dovuto subire e non sentirsi mai sola, come dimostrato dalle conseguenze che fanno da eco alle attrici di Hollywood molestate.


Sitografia:

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