Una volta che si è identificato la diffusione non consensuale di materiale pornografico come un problema principalmente culturale, da rimuovere a partire dalle generazioni più giovani, rimane comunque il fatto che, fino a quando questo non sarà risolto, si dovrà costantemente fare i conti con un certo numero di vittime. Vittime che non sono solo quelle di revenge porn, espressione volta a indicare quelle situazioni che sottendono un movente di vendetta, ma anche per esempio di sextorsion, cioè l’estorsione di denaro o favori sessuali dietro minaccia di rendere pubbliche immagini di natura intima.

Dal punto di vista legislativo, in Italia la “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti” è inclusa nel cosiddetto Codice Rosso, la legge a tutela delle vittime di violenza di genere entrata in vigore il 17 luglio 2019, per la quale «salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro. La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento».

Quindi, per chi si trova in una situazione tale da ritenere di essere vittima di un comportamento illegale, vi è chiaramente la possibilità di denunciare quanto accaduto. Un’effrazione digitale può essere segnalata alla Polizia postale, che ha messo a disposizione anche uno sportello online a cui rivolgersi specificando su quale social network e in che modo si è stati lesi.

Certo è che, in modo maggiore rispetto agli episodi di violenza di tipo fisico, nei casi di abuso digitale c’è il rischio che per le vittime si aggiunga il peso dello stigma sociale. A causa delle stesse dinamiche che spiegano il compiersi degli abusi, cioè la cultura patriarcale, la maschilità egemonica e la criminalizzazione della libertà sessuale femminile, spesso infatti si osserva, anche dagli stessi casi di cronaca, come la colpa di quanto accaduto infine venga addossata alla vittima.

È stato stimato che per il 51% delle vittime, la paura di una notorietà negativa, una maggiore esposizione pubblica e il senso di vergogna spingono a contemplare la possibilità del suicidio come rimedio al problema.

Tenendo in considerazione questo aspetto, c’è chi di recente ha iniziato a predisporre iniziative in grado di fornire soluzioni per far sì che i contenuti condivisi in modo non consensuale possano essere rimossi dalle piattaforme.

Facebook, già dal 2020, ha attivato un progetto pilota utile a segnalare, in via preventiva, i contenuti che rischiano di recare danno a qualcuno qualora condivisi sul network. Sebbene ancora in fase di perfezionamento, alla fine del 2020, sono state già 28 milioni le immagini di nudo e di atti sessuali di adulti identificate e rimosse.

Il piano messo a punto da Facebook prevede che, se qualcuno minaccia di condividere l’immagine intima di una persona senza il suo consenso (o una persona teme che qualcuno possa farlo) e questa persona è in possesso dell’immagine in questione, fornendo alla piattaforma il proprio nome, il link al proprio profilo Facebook e un indirizzo mail, si riceve indietro un link monouso su cui caricare l’immagine. La richiesta con gli allegati diviene accessibile a un gruppo limitato di dipendenti del Community Operations Team di Facebook, formati per gestire problemi relativi alla sicurezza. Entro 48 ore, se l’immagine (ma lo stesso procedimento è applicabile nel caso di un video) risulta in linea con tutti i criteri, il team attiva su quel contenuto una tecnologia in grado di trovare corrispondenze e quindi impedire che venga successivamente condiviso su Facebook e Instagram.

Per la realizzazione del progetto di Facebook ha coinvolto una serie di enti collaboratori in Australia, Brasile, Canada, Pakistan, Taiwan, Regno Unito, Stati Uniti e Italia. Nel nostro Paese, l’interlocutore scelto per fare da tramite con le vittime è Permesso Negato, un’Associazione nata per dare supporto ai soggetti deboli nei casi di segnalazione di Pornografia Non Consensuale (NCP & “Revenge Porn”), da anni impegnata per offrire gratuitamente sostegno alle vittime di abusi digitali.


Di seguito le prime tre parti dell’approfondimento dedicato al tema della violenza online:

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Anita Goti

Classe '94. Liceo classico, una laurea triennale in Comunicazione, lingue e culture e una magistrale in Comunicazione pubblica e giornalismo all'Università di Siena. Scrive, perché le parole sono le uniche cose che le piace mettere in ordine.

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