La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Pensieri e Parole

Sonia.

Sonia rutila al sole e sfoglia le analisi cartacee scorrendo il dito sui valori della VES. Non fa che deglutire. Ha aperto bocca solo per chiedere se fosse aperto il…

Sonia rutila al sole e sfoglia le analisi cartacee scorrendo il dito sui valori della VES. Non fa che deglutire. Ha aperto bocca solo per chiedere se fosse aperto il baule, scaricando i suoi cinquantasei chili sulla maniglia del trolley, quando alla stazione di Chiusi-Chianciano Terme è stata raggiunta dall’auto dopo un’ora di attesa. Lui non l’ha ancora guardata negli occhi, quando chiude la rotonda in direzione del casello dell’A1. Guida con i polpastrelli; lo sterzo scotta ancora, nonostante la sosta all’ombra, e i punti d’intonazione della radio perdono di aderenza alle orecchie, ad ogni colpo di vento dai finestrini. «Dimmelo, eh, se ti dà fastidio, ché accendiamo l’aria…». La curva del naso di lei protende oltre il velo biondo cenere dei capelli, fino a poche settimane prima decisamente più lucidi, nella leggera decolorazione del balayage. «No, non ti preoccupare» dice Sonia «Ci sono abituata». Lui non dice niente. Sono soltanto in due ed entrano in autostrada, in un giorno di pieno agosto, con i fotoni solari dritti sul nero melanite micalizzato, che infervora di centigradi gli interni e il circostante.

Era poco più di un anno che non andavano a letto insieme, ma lui sembrava ricordarsi ancora a memoria ogni centimetro di lamina cellulare, ogni singola porzione del suo strato corneo, ne aveva baciato in lungo e in largo gli umori, con il caldo e il freddo delle notti lungo il rincorrersi delle stagioni. Poteva ancora indovinarle le forme, sotto il bianco del caftano, ora che con le braccia incrociate sul ventre voleva avvilire la sua femminilità. Per brevità potremmo dire che – – era ancora innamorato. «Come stai, Sonia? Perché non dici niente?» chiede, con insistenza passiva. «Come vuoi che stia?». Non ha ancora abbassato il volume dello stereo e immagino non abbia la minima intenzione di farlo. Cachaça e luna piena / con te in una favela. Lui forza gli angoli della bocca e si rosicchia l’interno della guancia.   

Lei scoppia a piangere e l’imbarazzo ingenuo dell’ultima mezz’ora si trasforma in panico. La quiete è rotta dai nitriti di pianto che straziano il microclima dell’abitacolo. Siamo solo all’uscita Bettolle-Valdichiana ed è già esploso un qualche tipo di dolore.

Sono almeno dodici minuti che lui cerca di intuirle lo stato d’animo con delle brevi occhiate.  «Vuoi parlarne?» azzarda e si porta l’unghia dell’indice sotto il molare. «Non ti mangiare le unghie» dice lei, spalmandosi le lacrime sugli zigomi. «Non mi mangio le unghie» cerca di rispondere «Mi tolgo solo le pellicine dal pollice», dice. Hanno superato l’area di sosta di Lucignano e lui nemmeno ha chiesto se volesse fermarsi.  Amami come se fosse l’ultimo giorno / sposteremo il mondo. Vorrebbe uscire a Monte San Savino, accostare nel parcheggio della “Le Mirage”, saltarle addosso e dirle che l’ama. Supera l’area di servizio di Badia al Pino. Poi supera l’uscita di Arezzo. Vorrei andare in un posto diverso / Ultimamente me ne frega un terzo / Sai quanto me ne importa di una casa in centro?

«Ma a Firenze in che zona lavoravi?» prova così ad intavolare una conversazione, durante il pasto all’Autogrill Arno Est. «A Novoli, ma abitavo a Calenzano, in una casa con altre sei». Ogni sillaba è per lui una coltellata. «E ora lo sai dove ti portano?» chiede. «No, macché» e addenta la Rustichella. «ora lavoriamo nelle case, che c’è la nuova ordinanza in città, lo sai?». Lui annuisce involontariamente. «Ultimamente non ho capito più niente. Mi è cambiato il tempo, mi sembra che le settimane durino attimi, non parlo più con nessuno», lo sfogo verbale è un canale che esonda, mentre lui ancora cerca di non soccombere al peso dei suoi occhi puntati contro. Lei capisce tutto: «avessi avuto un lavoro» conclude allora, «secondo te farei quello che faccio?».

Il cartellone in forex fuori dall’Autogrill suggerisce una redenzione: “Sei in un paese meraviglioso”. Lo sguardo di lei tocca la morbidezza degli spigoli in legno che contornano la cartina, i segmenti laser che tagliano la Valdichiana tra Montepulciano, Cortona e Pienza e sembrano ferirla; come un rasoio le tagliano la gola, violata da un fiume di catrame fino al ventre verde-ocra che è il Valdarno, una terra che ribolle, sotto i quaranta gradi di agosto, nel pancreas della Toscana. «Sei in un paese meraviglioso» dice specularmente lui, convinto di essere simpatico, a quattro metri e mezzo da lei che in gola si sente un persico di lago vivo. «Dai, almeno sei circondata da città d’arte, da paesaggi che ci invidia il mondo…» eccola che si volta, dopo le classiche parole di troppo che erano uscite dalla bocca del maschio – sempre di troppo e sempre troppo tardi per capire –  e rimontano in macchina. Portami giù, dove non si tocca / dove la vida è loca.

Pochi chilometri dopo Firenze Sud – non necessariamente della stessa estate – lui tira il freno a mano in un parcheggio. Ad aspettarla c’è un’altra Audi, d’un blu palais effetto perla. I lampioni rovesciano i chiaroscuri delle curve e brillano sui riflessi. Prima di aprire la portiera lei lo guarda per un paio di frazioni. Lui ha la bocca allentata dalla cervicale, sbronzo di sentimenti incomprensibili e veramente non sa che cosa dire. Il muro tra loro è ormai cresciuto come crescono le mangrovie e quasi, pur fissandosi negli occhi, non riescono a vedersi. L’ho pagata sulla pelle e non mi ha dato il resto / e la sera i locali chiudono troppo presto. Lei scende da sola e prova ad aprire il portellone posteriore per prendere la valigia, ma la chiusura centralizzata rallenta la procedura. Eccolo intervenire, allora, e la aiuta a scaricare il bagaglio. «Io, Sonia, non ci posso fare niente», dice mortificandosi. «E perché? Ti ho chiesto qualcosa, io?». La risposta sta tutta dentro un’emissione di fiato. Lui ruota le spalle di centottanta gradi, verso la macchina, e s’immagina di sentirla singhiozzare mentre già se ne sta andando. Sto partendo, sta a te non perdere il treno / se vuoi prendi la mano e vieni con me / se no bye bye. Per dieci minuti tiene la testa rivolta verso lo svincolo entro il quale l’ha vista andare via, poi forza il cambio sulla prima e con le pliche della gola spinge la saliva verso il plesso solare, dove sente materializzarsi tutta la consistenza della sua codardia. Pensa alla soddisfazione di somministrare consigli ai figlioli, sotto lo sguardo compiaciuto di sua moglie, nel caldo di una cena domestica, mentre nella sua immobilità, nella sua cupa inferriata borghese, utilizza dipendenze o millantate disabilità emotive per lasciarsi scorrere la vita addosso. Con l’indice ancora tremolante, tanto quanto il petto, preme il pulsante del telefono. «Siri, indicazioni per Castiglion della Pescaia», dice. Tira fuori dal cruscotto una Davidoff, che per smettere di fumare c’è sempre tempo. «Ecco le indicazioni per Castiglion della Pescaia» risponde Siri, da dentro lo smartphone. In fondo è ancora Agosto. Può ancora andare a godersi i suoi due figli, che sono dalla madre ora, nella quiete estiva della riviera maremmana.  «Ce n’è ancora di tempo» pensa, lui «prima che i corvi finiscano di divorare le verbene». Ci resta ancora tutta la vita per una scusa / per volare in autostrada / e in radio musica cubana. Ed è già in quinta, stabile sui centoquaranta, lungo l’Autostrada del Sole.

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Un estratto da “Trovami un Modo Semplice Per Uscirne” di Nicola Nucci

Nicola Nucci è nato nel 1987 a Sinalunga ma ha sempre risieduto a Torrita di Siena. Ha scritto per numerose riviste. quotidiani e blog, tra cui Watspad Italia Indie, Nonsolocalcio…

Nicola Nucci è nato nel 1987 a Sinalunga ma ha sempre risieduto a Torrita di Siena. Ha scritto per numerose riviste. quotidiani e blog, tra cui Watspad Italia Indie, Nonsolocalcio e Corriere di Siena. È stato premiato in location importanti quali il Salone del Libro di Torino e Under29 di Modena. Il suo romanzo d’esordio “Trovami un Modo Semplice per Uscirne” (titolo ripreso dal brano dei Verdena) è stato finalista al prestigioso Premio Italo Calvino 2018 per “la misura della lingua parlata, spontanea e scandita da scambi brevissimi, calata in un’impalcatura che dichiara la sua teatralità sin dal principio”. In esclusiva per i lettori de La Valdichiana, su gentile concessione dell’autore, ne pubblichiamo un breve estratto.

TROVAMI UN MODO SEMPLICE PER USCIRNE

[la rivoluzione]

Mmhhh…
Ma oggi è…
Sì. no.
Oggi.
Oggi…
Tutto a gonfie vele, no?
Sì?
Regolare, no?
Cioè?
Cioè… oggi… oggi si fa la rivoluzione, no?
Ancora con ‘sta storia?
Rivoluzione sempre, rivoluzione adesso, rivoluzione da
tutte le parti.
Lo sapevo che…
Bum bum bum, capito?
‘na persecuzione, eh.
non abbiamo scelta, capito?
Eppure non sono mica un tipo molto selettivo.
Rivoluzione, no?
‘na “pizzata” tra amici…
Facciamo quel che dobbiamo fare e poi…
Uno sturo duro svelto svelto…
‘na cosa salutare, capito?
Invece te ne esci con…
Be’ cioè, rivoluzione… mica male, eh?
Mi sarebbe bastato…
Invece facciamo la rivoluzione.
Rivoluzione?
Ci diamo dentro con…
Sicuro non l’avessimo già fatta?
Cosa?
La rivoluzione.
Beh cioè, un flashmob ce lo siamo scolati.
E tutto quel trambusto allora?
Mica ‘na rivoluzione.
No?
No!
Parli di…
Parlo di…
Il solito scuotiscuoti.
Qualcosa che…
Era scritto in cielo che te ne saresti uscito con…
Mica ‘na cosa strampalata.
Sì. no.
Un sacco divertente, capito?
È…
Io, te…
Io? Te?
Non ti senti come tutto elettrizzato?
Mi sento solo ‘na cifra stanco.
Stanco per…?
Anche oggi dieci ore filate.
Che vuoi che sia.
Come ‘na galera, peggio di una galera.
Quel che vogliono.
Non quel che voglio io.
Durerà in eterno.
Troppo tempo!
Allora ho ragione io, no?
A che proposito?
Ho ragione io quando ti parlo di direzioni da seguire,
di correttivi da attuare…
Ma non è solo questo.
Ti ho mai fatto cacciare nei guai?
Un sacco di volte.
Mai!
Tante di quelle volte che…
Ma stavolta sarà tutto diverso.
Anche la volta scorsa doveva essere tutto diverso.
Lascia perdere la volta scorsa, ok?
Invece ci penso eccome.
Stavolta… stavolta è stavolta, no?
Non lo so.
Non lo sai?
Non lo so nick.
Lo sai.
Lo so?
Regolare che lo sai.
Dico solo: finiremo male.
Tutto a posto, amico mio.
Non…
Hai fiducia nel sottoscritto?
Ma non è questo.
‘na rivoluzione coi fiocchi, capito?
Non lo so.
Ti fidi di me?
Sì. No.
Beh se ti fidi di me, fidati una volta di più, no, cazzo ti
costa?
Non lo so.
Lo sai.
È tutto così difficile.
Basterà mettere da parte i brutti ricordi.
Più forte di me: non faccio che pensare a…
Ce ne stiamo buoni buonini, capito?
È solo che…
Non faremo del male a una mosca.
Rivoluzione, eh?
Io e te, capito?
Chiaro.
Tutto a gonfie vele, no?
Chiaro che qualora sconfinassimo nella solita tiritera
non tarderei a…
Facciamo i bravi.
Promesso?
Promesso.

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Nessuno, atto 6: senza nome e senza colpa

Quando ci si avvicina a un momento a lungo immaginato e per il quale si lavora da molto, il tempo sembra scorrere con una particolare lentezza e da una parte…

Quando ci si avvicina a un momento a lungo immaginato e per il quale si lavora da molto, il tempo sembra scorrere con una particolare lentezza e da una parte è bene che sia così, perché più vicini ci si sente al traguardo e più lentamente pensiamo di correre, ma in realtà siamo a un passo dall’arrivo e si ha paura di fare quell’ultimo respiro finale prima di bere dalla borraccia e voltarsi indietro dicendo che ce l’abbiamo fatta. La preparazione a qualcosa è molto più bella di ciò per cui ci si sta preparando, perché significa crescita, maturazione, riflessione, ma soprattutto sconvolgimento delle idee che da tempo frullavano nella nostra testa, avendo delle conferme o semplicemente decidendo di non scegliere quello che un po’ di tempo prima, probabilmente, avremmo scelto.

Dal training autogeno alla biomeccanica, dal lavoro sul corpo alla sceneggiatura, dalla consapevolezza del movimento del corpo su un palco ai balletti, fino alla composizione della musica, all’arredamento e alla pianificazione di come far muovere tutto in contemporanea, per arrivare infine a fare i conti con quello che ci aspetterà fra solo un mese. Il pensiero di prendere in braccio il mio bambino, di sentire l’odore della sua pelle, la sorpresa nel vedere diverso da come me lo sono sempre immaginato, lo stupore nel vedere che frutto può nascere da un amore o una propensione verso qualcosa.

In questi mesi c’è stato veramente tutto, tutto ha contribuito a rendere Nessuno ciò che sarà. E come non concludere tutto questo se non preparando l’abbigliamento con il quale mio figlio vivrà le prime ore della sua vita? In termini drammatici, Rossana Crociani, ovvero la costumista alla quale ho affidato la creazione dei vestiti, sta mettendo a punto le ultime cuciture lavorando ai dettagli finali per rendere il bambino ancora più bello e farlo sentire avvolto in qualcosa, quando non sentirà più il calore del mio grembo.

I vestiti sono un concetto fondamentale nello spettacolo, infatti non solo verbalmente, musicalmente e coreograficamente, si trasmette il concetto della spersonalizzazione: con stoffe cucite a metà, geometrie, simmetrie e colori che rendono implicito ed esplicito allo stesso tempo il significato dell’intero testo, il quale appare ora realmente comprensibile, poiché tutte le scene sono state montate con le luci, gli spostamenti e la coordinazione di qualsiasi movimento che dovrà avvenire sul palcoscenico. È solo metà del lavoro, perché la gran parte ancora deve arrivare, ma fino a qui si sono sicuramente costruite le basi solide senza le quali niente di tutto quello che verrà messo in scena sarebbe stato possibile.

Vedendo l’impegno dedicato finora, la consapevolezza del fatto che l’arte sia un buon conduttore è ancora maggiore e che non è assolutamente vero che ai ragazzi sia vietato l’accesso a certi temi o a certi argomenti, perché in un determinato contesto tutto si può affrontare, anche quello che per l’essere umano è oggettivamente incomprensibile.

Così come un bambino è legato alla madre per mezzo di un cordone ombelicale, che sembra essere un grande tubo attraverso il quale scorrono le stesse emozioni, le stesse necessità di comunicare, così io mi sento legata a ognuna delle persone che collaborano a questo spettacolo, che siano sul palco o dietro le quinte, per mezzo di una grande corda, simile a quella che apre un sipario, attraverso la quale scorre un fine che vediamo dritto puntualmente di fronte a noi e che è reso sempre più evidente dalla voglia sfrenata di raggiungerlo e di vedere finalmente nascere questo bambino.

“Nessuno, la vostra vita è senza nome e senza colpa.”

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Nessuno, atto 5: musica che delimita la vita

Il rumore, il caos, il ritmo, la pulsazione della musica su tutti gli oggetti che incontra è gran parte della nostra vita. Ci accompagna durante tutta la giornata, anche se…

Il rumore, il caos, il ritmo, la pulsazione della musica su tutti gli oggetti che incontra è gran parte della nostra vita. Ci accompagna durante tutta la giornata, anche se noi non sempre lo sentiamo, lo percepiamo, ascoltiamo. Quando ci svegliamo al mattino il semplice farci un caffè può diventare un ritmo bellissimo che, accompagnato all’aroma forte che riempie la stanza, rende il nostro risveglio uno di quei riti al quale non potremo rinunciare. La musica è vita, è movimento, è espressione delle particelle che compongono tutti i corpi, è razionalità irrazionale ed è la cornice che dà un senso a tutte le cose.

Non solo la musica dà vita e la esprime, ma ne accompagna anche la creazione, lo sviluppo di una vita stessa. Una mamma dentro al suo pancione sente tutto: e la musica più bella che potrà mai ascoltare sarà quella dei piccoli piedini rugosi che scalciano contro il suo grembo. Ecco, questa è la musica che fa da cornice alla creazione di un essere umano che sceglierà di essere chi vuole, accompagnato dalla colonna sonora che prediligerà, e che accarezzerà sempre ciò che sarà. Ed io, il mio Nessuno, lo sento. Lo sento suonare ogni giorno, la musica è una delle più piacevoli, anche se spesso mi perdo ad ascoltarla, perché il ritmo non è per niente regolare, perché i timbri a volte sono troppo forti, altre volte non li sento per niente, e a volte invece sono talmente tanto belli che quasi non mi rendo conto di cosa sento.

E anche lo spettacolo ha una cornice bellissima, innovativa, personale, espressiva ed esplicativa di ciò che è. In questo mese, infatti, abbiamo lavorato a un tassello in più che consiste nella composizione delle musiche elettroniche che andranno ad accompagnare le coreografie dei corsi del laboratorio teatro-danza del Teatro dei Concordi. Molti padri vedono crescere questo bambino, e uno è il compositore Davide Vannuccini, che con l’Istituto di Musica di Montepulciano curerà la parte musicale dello spettacolo; non solo è un padre, ma è anche l’ecografo, la rappresentazione figurativa della crescita di una creatura che per prima farà crescere anche me. Ogni musica contiene un suono evocativo della scena nella quale è contestualizzata, fornisce una sensazione e un’emozione che riempiono e concludono quelle che già verranno trasmesse attraverso il testo durante lo spettacolo.

In queste settimane ci siamo preparati all’arrivo di questo bambino, specificatamente all’istante del parto, abbiamo già realizzato alcuni corsi pre-parto, giusto per capire come cambiare il pannolino, come prenderlo in braccio e reggere la testa, come farlo smettere di piangere o come distinguere un lamento di stanchezza da uno di fame. Quello che, teatralmente parlando, si traduce in prove. Mettendo gli attori in scena e cominciando a montare le posizioni, i movimenti, le intonazioni, i tempi di risposta, la trasmissione delle emozioni, ci si può rendere conto dell’impatto che questa creazione avrà e bisogna ammettere che sarà molto forte, ma anche discontinua, sarà una trama rotta, spezzata e ripresa frequentemente, ma che si chiuderà in un cerchio finale che darà luogo alla nascita di un bambino un po’ particolare e sicuramente speciale per la sua mamma.

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Nessuno, atto 4: controlli in corso d’opera

Non so come faccia il tempo a scorrerci addosso e scivolare via, ma ultimamente scorre troppo velocemente, tanto da non sentire il contatto con la superficie delle cose. La fine…

Non so come faccia il tempo a scorrerci addosso e scivolare via, ma ultimamente scorre troppo velocemente, tanto da non sentire il contatto con la superficie delle cose. La fine di questo mese vuol dire l’inizio di un periodo al quale potrei attribuire troppi aggettivi che non starò a citare, perché chi mi accompagna in quest’avventura possa viverlo in maniera ancora più concreta. Inizia infatti quel lasso di tempo nel quale il mio bambino ha bisogno di controlli, giusto per vedere come cresce e avere la possibilità di trovare da prima le soluzioni, nel caso ci fossero dei problemi.

Febbraio: accordi siglati, progetti entrati in porto, viaggi e ritorni verso casa, riflessioni e preparazione a quella che sarà l’entrata nell’arena, come quando i gladiatori strofinavano un pugno contro l’altro prima di prepararsi al combattimento. In questi quasi 28 giorni di cose ne sono successe, abbiamo messo a punto il lavoro con i ragazzi dell’istituto F. Redi di Montepulciano facendo un laboratorio di una sola lezione, mettendo in scena l’aspetto emotivo della guerra. Il 9 febbraio io e Lara Pieri (professoressa di lettere dell’istituto) abbiamo presentato questo lavoro, prendendo un treno la mattina presto per andare a Firenze al Sant’Apollonia, dove si teneva una conferenza storica, conclusione di un ciclo sperimentale della Facoltà di Storia di Firenze. Alla presentazione erano presenti molte scuole della Toscana: tutte hanno parlato dello stesso argomento, la guerra nei Balcani. Hanno affrontato aspetti politici, questioni religiose e ragioni economiche che hanno fatto iniziare un inferno del quale alcuni orrori rimangono tuttora da rivelare, caratteristica comune a molte guerre. Al di là dell’aspetto storico si è parlato molto dell’aspetto umano, di quelle superstiti Hana e Mila, di Nina che vede tornare suo fratello a casa in lacrime, e di un Paese di cui prima erano concittadini e che dopo la guerra ha dovuto accettare diversità indotte, che non hanno né tradizioni né una storia vera e propria, ma che attraverso i simboli si sono costruite una nuova nazionalità, una patria diversa alla quale appartenere. Tra confini invisibili, lotte tra vicini di casa, abitazioni deturpate da colpi di proiettile e rancori incancellabili, in quella stanza dove si teneva la conferenza volavano invisibili pensieri discordanti. Era quasi esplicita una frase che mi passava spesso per la mente: “La guerra come dolorosa necessità”. Quella mattina, solo quella mattina, ho capito quanto fosse importante da parte di noi posteri, far rivivere la brutalità di certi eventi nella mente di chi si sente immune agli episodi del passato, con la consapevolezza che è spesso destinata a succedere ancora.

Il mio bambino non somiglierà solo a me, ma nel suo volto se ne rifletteranno almeno altri cinquanta, perché di padre ce n’è più di uno. Io sono semplicemente la custode, tutti coloro che saliranno sul palco sono la parte attiva che gli dà concretezza. Non avrei mai voluto che sul palco salissero soltanto persone che la guerra non l’hanno mai vissuta; è giusto che ci siano, perché riusciranno a comprendere l’argomento e rimarrà nei loro pensieri per molto a lungo, ma un pensiero diventa espressione quando è stato vissuto in maniera reale, tangibile, vera. Non potevo non invitare a partecipare a questo lavoro i “Tamburi Migranti”, un gruppo di estroversi musicisti del centro di accoglienza per i richiedenti asilo di Chiusi; alcuni di loro hanno sentito il fuoco tambureggiante delle armi troppo da vicino e hanno sentito la necessità di dover chiamare casa un altro posto, portando con sé solo loro stessi e le proprie passioni. Attraverso colori sgargianti, ritmi primordiali, facce consumate e quindi attraverso la musica fanno riemergere storie del loro passato, esperienze mai spente. Ho sempre voluto che questo spettacolo fosse un urlo a cielo aperto, un grido di rabbia, una collettività che attraverso la confusione di storie, che creano un rumore quasi assordante, dice qualcosa che non molti hanno il coraggio di dire, a cui pochi pensano, che Nessuno esprime.

In questo momento mi sembra di essere sulle montagne russe e io mi trovo solo nei carrelli finali all’inizio della giostra: pian piano sto proseguendo verso il centro e di fronte a me vedo una salita ripida, al termine della quale ci sarà una discesa a picco che mi farà venire il nodo allo stomaco. Probabilmente a volte mi farà chiudere gli occhi, e so che scesa da quella giostra mi tremeranno ancora le gambe, ma sicuramente niente mi darà mai la sensazione di quel tuffo nel vuoto. Insomma, bambino mio, siamo arrivati insieme fino al quinto mese e se prima vedevo solamente la pancia di una forma diversa, adesso concretamente ti sento dentro di me.

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Nessuno, atto 3: arredamento e scenografia

Continua la preparazione di “Nessuno”, questa volta lavorando non in maniera immanente, ma trascendente. Non parlerò di come cresce il mio bambino, o se ho la pancia a punta o…

Continua la preparazione di “Nessuno”, questa volta lavorando non in maniera immanente, ma trascendente. Non parlerò di come cresce il mio bambino, o se ho la pancia a punta o i fianchi larghi, ma di come mi sto preparando per accoglierlo, per farlo sentire mio e per caratterizzarlo. In questo periodo i lavori stanno procedendo sull’arredamento della cameretta: non sarà rosa o blu, perché non voglio sapere il sesso, mi preoccupo solo che ci sia un letto e tutto ciò che possa rendere l’ambiente un posto sicuro.

In termini di spettacolo, l’arredamento è composto da tanti fattori, infatti in questo mese ho comprato e montato la “culla”, ovvero, per intenderci, sono iniziate le prove con gli attori, concentrandosi sui lavori di biomeccanica, training autogeno e linguaggio del corpo. In più, come ogni camera che si rispetti, ho comprato tutte quelle cose che apparentemente sembrano inutili, ma che poi trovano la loro funzionalità nell’essere ciò che sono. La ditta di arredamento (coloro che mi aiutano a montare le mensole e l’armadio) è composta dagli scenografi Federica, Nico, Daniele, Selene e Gaia (due dei quali conosciuti alla Casa della Cultura di Torrita di Siena): personaggi fuori dalle righe, da ogni schema, che non possono essere guidati o diretti, che sono indefiniti e indefinibili.

Gli scenografi daranno un’ambientazione al bambino che sta per nascere, un posto nel quale avrà il diritto di essere se stesso, o di sentirsi ciò che vuole. La cameretta sarà la stessa, ma le case saranno due: i palchi in cui verrà messo in scena lo spettacolo saranno quelli del Teatro dei Concordi e del Teatro Poliziano.

Quando il bambino nascerà, dovrà pure indossare qualcosa: per poter far questo, insieme a Pauline (che definirei la zia di questo bambino) siamo andate alla sartoria del Teatro Poliziano. Tra vestiti troppo stravaganti, tulle, corpetti e cappotti anni ’20, abbiamo messo da parte ciò che ci interessava di più, per vestire gli attori dello spettacolo.

Adesso vi saluto che devo ancora capire come funziona lo scaldalatte. Del resto, per ora, gioco solo a travestirmi da “mamma regista”, non lo sono realmente.

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Nessuno, atto 2: sviluppo e immaginazione

Sono ormai arrivata al secondo mese di “gravidanza”, un mese particolare per una aspirante regista, così come per una mamma. In questo momento tutto deve conciliare, ogni margine deve essere…

Sono ormai arrivata al secondo mese di “gravidanza”, un mese particolare per una aspirante regista, così come per una mamma. In questo momento tutto deve conciliare, ogni margine deve essere definito e oltre a quello non si può andare. Il mio bambino delle forme comincia ad averle, sono sicura che da questa ecografia riuscirete a vederlo e non vi sembrerà semplicemente un feto, ma uno spettacolo, qualcosa che nasce.

In questo mese la nostra compagnia si è arricchita dell’ultimo personaggio, si sono strette collaborazioni con gli scenografi Nico e Federica, si è creata la collettività sperata, e anche la storia è stata quasi ultimata. In pratica è come se questo bambino cominciasse già a sviluppare le mani che saranno fondamentali nella sua vita, per toccare le cose; in fondo è come se le mani conoscessero la verità prima di noi. Per non parlare di come respira: non potrei dire che respira a pieni polmoni, ma sta già cominciando a capire come sia quella sensazione. Gli organi principali quali lo stomaco, l’intestino, il pancreas hanno cominciato a dare già i primi segni di riconoscimento, ci vorrà del tempo prima che possano cooperare tutti assieme per la vita di quell’essere che ha bisogno di loro per esistere.

E gli organi di questo “bambino” per me sono i personaggi: Mila, carismatica, matura, cresciuta troppo in fretta e determinata. Hana, capace di mostrare una fittizia vivacità, apparentemente spensierata, empatica e un po’ ingenua. Peter, un giovane soldato ambizioso, figlio di una vita un po’ crudele nei suoi confronti, con un guscio troppo duro nel quale a volte non riesce più a entrare e dal quale è ancora più difficile uscire. Tomi, insicuro, sensibile, riflessivo, emotivo e troppo fragile per avere accanto a sé un amico come Peter, ma più coraggioso di quanto possa sembrare. Interpretati rispettivamente da Benedetta Margheriti, Emma Bali, Giovanni Pomi e Riccardo Laiali, attori di provenienze diverse, compagnie diverse e strade diverse, ed è questa diversità ciò che farà sicuramente trovare fra loro un nucleo che possa esprimere al meglio il messaggio di questa storia.

Ma la parte più bella sta iniziando, quella in cui ogni mamma inizia a immaginarsi il suo piccolo: come sarà, di che colore avrà gli occhi, saranno grandi, piccoli, a mandorla o rotondi? E cosa sarà bravo a fare? Giocare a calcio, a tennis, diventerà una ballerina, sarà alta, bassa? Insomma ogni mamma in questa fase inizia a crearsi delle aspettative che poi – stando a quanto dicono tutte – vengono sempre disattese, naturalmente in meglio. Perché finché non ci sei, finché non sarà quel giorno, non ci si può minimamente immaginare la sensazione che si ha quando si vede per la prima volta quello che è stato dentro di noi per così tanto tempo.

Questo spettacolo me lo immagino altalenante, un climax di emozioni pervaderà il mio corpo prima di quello degli attori e del pubblico. So che avrò la pelle d’oca lungo la schiena, so che in qualche parte mi commuoverò, ma non posso sapere altro, perché anche io, come voi, quello spettacolo lo vedrò la sera stessa. E allora nei mesi successivi potrò dire com’è stato, ammesso che la troppa emozione non offuschi i ricordi.

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Nessuno, atto 1: il concepimento

“Il concepimento” è un titolo strano, effettivamente molto strano. No, se ve lo state chiedendo, non sto per diventare madre, o almeno non sto per avere un bambino. In realtà…

“Il concepimento” è un titolo strano, effettivamente molto strano. No, se ve lo state chiedendo, non sto per diventare madre, o almeno non sto per avere un bambino. In realtà amo le metafore. La maggior parte delle volte, nel corso della vita, ci spieghiamo tramite questa figura retorica, per renderle più divertenti e meno statiche, noiose, o scontate. Il concepimento è l’inizio di una vita, creare qualcuno o qualcosa. Il verbo concepire ha una polivalenza nella lingua italiana, si può difatti concepire un’idea, un concetto oppure un essere vivente. Quando si concepisce si crea qualcosa, si mette a frutto ciò che prima era soltanto in potenza d’essere o  di diventare. Di cosa potrei parlare allora, che cosa potrei concepire?

Teatro. Questa è la mia parola preferita nella lingua italiana. La scorsa stagione del Teatro dei Corcordi si è conclusa con il successo de “Il magico mondo di Oz 2017” andato in scena il 15 Giugno al termine di un anno di lavoro con le trenta bambine del laboratorio “Teatro Danza” dell’associazione “Il Fierale” di Acquaviva. Poche settimane fa è iniziata la preparazione ad un’altra grande avventura, un altro viaggio alla scoperta di  tante nuove persone (ma anche di tante nuove parti di me). Dopo tutti gli errori commessi, tutte le nuove nozioni acquisite, i punti su cui fare forza, si riparte con un nuovo spettacolo, ovvero un bambino da mettere al mondo. Che aspetto avrà questo bambino? Rispetto agli altri sembrerà nato da un’altra madre o almeno me lo auguro, forse sto esagerando, diciamo da una madre migliore di quella del passato, più consapevole di ciò a cui va incontro.

Il nuovo debutto, previsto per il mese di Giugno 2018, parlerà di guerra. Avrà come sfondo la guerra dei Balcani, Prijedor e Sarajevo, ma in realtà parlerà di tutte le guerre, poiché tutte si accomunano, hanno le stesse cause e le stesse conseguenze. Un climax ascendente di emozioni sempre più complesse verrà messo in scena, ma soprattutto una conseguenza straziante della guerra: la spersonalizzazione. Perdere l’identità ed essere costretti all’uguaglianza, aiuta la distruzione di massa, la cancellazione delle proprie peculiarità, delle caratteristiche che ci rendono diversi gli uni dagli altri, che ci contraddistinguono nella società.

Per documentare la nascita del nuovo spettacolo (documentare aiuta a veder crescere le cose) mi sono armata di una piccola telecamera e durante le prime settimane di lavoro ho già incontrato i responsabili dell’Istituto di musica di Montepulciano per comporre la musica e le colonne sonore, oltre a due giovani ragazze che interpreteranno i ruoli delle attrici protagoniste (Emma Bali e Benedetta Margheriti). È bello amare le cose, perché in questo modo si fanno amare anche agli altri; posti di fronte a questo progetto nessuno poteva dire di no. Il gruppo sta prendendo vita, ma ancora non siamo del tutto al completo, e presto crescerà.

Sto scrivendo la storia, concentrandomi sui desideri e le speranze di ragazzi che hanno vissuto la guerra. Sto scrivendo le emozioni, ciò che sui libri di storia a volte non trova spazio. Questi sono argomenti e spunti di riflessione a cui noi nella nostra quotidianità non badiamo; il teatro, del resto, serve anche a far pensare.

Perché ho deciso di raccontare attraverso questi articoli la nascita dello spettacolo? Immaginatevi che sia un’ecografia che posso rivedere tra un anno, e magari piangere come le mamme ricordando i primi momenti. Concepire qualcosa non è una passeggiata, ma quanto è bello provare tutte queste emozioni!

La prossima volta che leggerete queste pagine, questo bambino avrà un mese in più e magari assomiglierà a quello che potrebbe diventare. Come si chiamerà? Nessuno.

Riparto da qui.

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Apprendista Cantierista: diario di bordo

Questo è un diario che parla del Cantiere dal punto di vista di Marta. All’interno del Cantiere Internazionale d’Arte la mia funzione non era stabile, ogni giorno avevo compiti diversi…

Questo è un diario che parla del Cantiere dal punto di vista di Marta. All’interno del Cantiere Internazionale d’Arte la mia funzione non era stabile, ogni giorno avevo compiti diversi in qualità di apprendista. Ho deciso di scrivere un diario per vivere appieno le esperienze che stavo facendo e le emozioni che stavo provando.
Scrivere aiuta a far comprendere meglio quello che stiamo vivendo, agli altri come a se stessi.
Questo è il mio racconto, di ciò che ho vissuto durante il nostro Cantiere.

Diario #1

Ore 21:05 – È tarda sera, l’atmosfera è tra le più suggestive. Una luce illumina il nostro spettacolare Duomo, un’altra luce molto più soffusa illumina Palazzo Ricci. Chiunque passi ha il naso rivolto verso l’alto. Prima che tutto inizi, il suono di un tamburo accompagna l’entrata degli spettatori. Un venticello estivo scompiglia le chiome del pubblico e i musicisti accordano gli ultimi strumenti. Il fiato si accorcia, le pupille si dilatano.

Il prossimo spettacolo sta per cominciare, e io, guardandomi intorno, non capisco bene dove mi trovo. Sono in mezzo alle amiche e alle colleghe con cui condivido lo stage al Cantiere; mi piace considerarci come una ciurma di apprendisti. Mentre eravamo persi nelle chiacchiere, un applauso ci ha stupiti. I musicisti stanno entrando, chi con in mano una tromba, chi con in mano un violino, ognuno prendendo posizione. Tra il pubblico cala il silenzio, ed è un silenzio assordante. Poi un clarinetto dà inizio a quella meravigliosa magia che è la musica.

Diario #2

Ore 15:47 – Inizia il mio secondo giorno da apprendista al Cantiere Internazionale d’Arte. Anche oggi l’atmosfera non appare per niente rilassata. In Piazza Grande sta provando un gruppo di danza, e anche io e le mie colleghe siamo abbastanza impegnate con il lavoro. Chi non frequenta il mondo dello spettacolo forse non può capire, ma tutti i minimi pezzi di questo puzzle devono combaciare perfettamente.

Forse si potrebbe pensare che il Cantiere sia dedicato esclusivamente a un pubblico straniero, ma ho scoperto che non è così. Sono proprio i poliziani a occupare le prime file della platea agli spettacoli, e tra i poliziani si possono trovare compositori, registi, musicisti… I poliziani più interessanti sono quelli che lavorano dietro le quinte degli spettacoli del Cantiere, e oggi vorrei parlare di loro. Partirei da Magdalena, la ragazza della biglietteria: semplice, accogliente e sempre con il sorriso; per poi passare a Lavinia: elegante, fine e rassicurante.

Se devo essere sincera, mi sono sempre chiesta il motivo per cui si chiamasse Cantiere. Forse adesso l’ho capito, ma non so se sia solo il mio pensiero. È un po’ come se a Montepulciano si costruisse l’arte: in ogni angolo del nostro paesino suona un violino, un pianoforte, con melodie uniche.

Credo che per lavorare in questo settore e coordinare un grande evento si debba essere una buona squadra, come una grande famiglia. Un ciurma in cui regna la complicità, in cui si ride, si scherza e ci si prende sul serio quanto basta. Ecco una ricetta per la buona riuscita di tutto questo (capito, Marta? Ricordatelo per il futuro!). Mi auguro di incontrare tante famiglie e capire a quale appartenere, chissà che a questo Cantiere non trovi la colonna sonora della mia vita!

Ore 21:00 – Il teatro inizia a riempirsi, e io non potevo che essere presente. Anche se ho già finito il mio turno, amo troppo il teatro per mancare a un evento come questo. In mezzo al pubblico che assiste a “ Le sette ultime parole di Cristo ”, scrivo quel che mi passa per la testa, e quello che l’arte mi trasmette.

Violini e violoncelli incoronano un volto scuro di pelle, un volto meraviglioso. La musica accompagna tutti i problemi di questo mondo, e il volto malinconico nello schermo guarda il pubblico, il responsabile di questo misero mondo. La madre di Cristo è stata sostituita da una donna moderna con indosso degli occhiali, sul led di fianco a lui un uomo con un tablet in mano rappresenta il mondo odierno. Si parla di tutto, di grandi temi come la speranza, e dell’importanza di recuperare il tempo nell’epoca di internet.

Diario #3

Ore 15:20 – Una sala verde ben illuminata, un pianoforte e un violoncello, file e file di sedie. Sono seduta nell’ultima fila, da sola con il musicista. Lui non sembra dire nulla, o quasi. A parte la tipica frase: c’è dell’acqua? Mi accoglie con una sviolinata. In termini di musica, chiaramente.
Tutto nella sala di Palazzo Ricci è così armonico e naturale. Ci siamo soltanto io e il musicista in mezzo a questa sala.

Li ho osservati in questi giorni, i musicisti. Personaggi bizzarri, un po’ narcisi, decisi e sicuri di sé. Credo che in parte il loro carattere sia giustificato dalla capacità di produrre qualcosa di così meraviglioso, qualcosa che per la maggior parte dipende da loro. La musica non è naturale, anche se si genera dal tutto: è un meccanismo complesso, inspiegabile.

Il musicista inizia a suonare. Le mani magre e rovinate dalla corda incantano. Quanto più la musica aumenta, quanto più io scrivo veloce, velocissimo, troppo veloce. Mi rivolge uno sguardo severo. Ma tanto da questa stanza la musica arriva ovunque, no?


Il diario di Marta continua nell’ebook gratuito “Apprendista Cantierista” disponibile per tutti i nostri lettori affezionati!

Potete scaricarlo all’interno della piattaforma Patreon, nella sezione dedicata al magazine: la pubblicazione è gratuita ed è ottimizzata per l’esperienza da smarpthone e tablet.

Se avete difficoltà a scaricarlo o avete bisogno di formati alternativi al Pdf, contattateci alla mail: redazione@lavaldichiana.it


(Photo credits © Irene Trancossi)

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Il borgo dei delitti: cronache di un’indagine

Un furto, un omicidio e sette squadre di investigatori in un borgo ammantato di mistero, nell’atmosfera noir dell’Italia degli anni ’30. Questa è l’ambientazione in cui si è svolto “Il…

Un furto, un omicidio e sette squadre di investigatori in un borgo ammantato di mistero, nell’atmosfera noir dell’Italia degli anni ’30. Questa è l’ambientazione in cui si è svolto “Il Borgo dei Delitti”, il gioco di ruolo dal vivo organizzato dall’associazione Rizes nell’ambito della manifestazione “Il Borgo dei Libri” a Torrita di Siena, sabato 13 maggio. Complice una temperatura primaverile e un centro storico piccolo e accogliente, le squadre degli investigatori hanno passato una serata all’insegna del divertimento, partecipando a una narrazione coinvolgente e interattiva che ha suscitato gli applausi finali.

Che cos’era, nello specifico, il Borgo dei Delitti? Per chi ha giocato a Cluedo, è molto facile fa capire. Gli organizzatori hanno preparato una storia di crimine e mistero, in cui tutti i partecipanti (circa 35, suddivisi in sette squadre provenienti da tutta la provincia) dovevano svolgere un’indagine per scoprire il colpevole dell’omicidio e del furto di un libro prezioso. L’indagine si svolgeva lungo i vicoli del centro storico di Torrita di Siena, alla ricerca di indizi predisposti dagli organizzatori o interagendo con i gli altri personaggi, interpretati da bravissimi attori dell’associazione Rizes che si erano preparati a dovere, in un misto di fedeltà al copione e di improvvisazione teatrale. Vestiti nei costumi dell’epoca (l’indagine era ambientata nell’Italia degli anni ’30) e fedeli alle caratteristiche culturali e sociali del periodo, gli investigatori hanno interagito con il commissario, la vedova, il banchiere, il farmacista e tanti altri personaggi. Alla fine del gioco, la squadra che è riuscita a comprendere i dettagli della vicenda e a smascherare il colpevole dell’omicidio si è conquistata la vittoria.

Ho partecipato con entusiasmo al Borgo dei Delitti, in parte perché appassionato di giochi di ruolo, in parte perché fiducioso nelle capacità creative dell’associazione Rizes: aspettative che sono state ben ripagate, con una serata di gioco avvincente e ben orchestrato. La squadra degli “Allegri Birboni” in cui militavo assieme a Gessica e ad Elena non ha vinto, ma ci siamo comunque divertiti e abbiamo gironzolato per Torrita armati di lente di ingrandimento, taccuino e documenti sui sospettati. Attendiamo con ansia la prossima avventura!

Gli “Allegri Birboni” pronti all’indagine per le strade di Torrita di Siena!

Il Borgo dei Delitti si inserisce nella fortunata tradizione dei murder party, che negli ultimi decenni hanno registrato un crescente interesse; si tratta di un gioco di ruolo ispirato ai libri gialli, una storia di investigazione che mette in pratica una vicenda poliziesca. Nella versione con pochi partecipanti, ognuno interpreta un ruolo: uno dei giocatori è colpevole del reato, ma è ignoto agli altri giocatori e deve rimanere tale, mentre gli altri dovranno scoprirlo e denunciarlo. Una tipologia di gioco come questo ha bisogno di un copione ben strutturato, di un gruppo di persone che agiscono come organizzatori o arbitri dell’evento e di una grande capacità di mettersi in gioco e di interpretare un ruolo da parte di tutti i partecipanti, contribuendo a creare una narrativa condivisa e interattiva.

La presenza di attori, di copioni ben congegnati e di scenografie adatte allo scopo possono rendere il gioco ancora più avvincente; altre tipologie diventate famose sono le “cene con delitto” oppure i “weekend con delitto”, rispettivamente versioni più brevi o più lunghe del classico “murder party”. La sapiente miscela tra messa in scena teatrale, gioco di ruolo e giallo deduttivo rendono l’esperienza unica e accattivante, capace di creare una competizione positiva tra i giocatori o le squadre in gara.

Nello specifico, il Borgo dei Delitti si qualifica come un gioco di ruolo di investigazione, in cui i giocatori non erano obbligati a recitare ma potevano semplicemente indagare lungo le strade di Torrita di Siena, interagendo con attori bravissimi e uno staff che ha curato nei minimi dettagli l’ambientazione e la trama. Dopo una bella serata, non posso che auspicare l’arrivo di altri eventi di questo tipo in Valdichiana, costellata di tanti borghi che ben si presterebbero a giochi di ruolo e a “murder party” ben costruiti!

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L’Isola di Einstein: al Trasimeno la scienza è per tutti

Foto di Marco Giugliarelli L’abbiamo scoperta quasi per caso, l’Isola di Einstein, attraverso un contatto di Facebook che avrebbe tenuto uno spettacolo durante l’edizione di quest’anno. Nonostante quella del Trasimeno non…

Foto di Marco Giugliarelli

L’abbiamo scoperta quasi per caso, l’Isola di Einstein, attraverso un contatto di Facebook che avrebbe tenuto uno spettacolo durante l’edizione di quest’anno. Nonostante quella del Trasimeno non sia una zona di cui siamo soliti occuparci (essendo amministrativamente e geomorfologicamente separata dalla Valdichiana), è anche vero che i confini sono linee labili fatte apposta per essere scavalcate. Castiglione del Lago è un comune della cosiddetta Valdichiana umbra o romana, a poche decine di minuti di distanza dalla maggior parte dei comuni della Valdichiana toscana, meta di uscite domenicali e teatro di numerosi eventi culturali durante tutto l’anno.
Pur essendo stata diverse volte a Castiglione del Lago, non avevo mai avuto occasione di andare a visitare l’Isola Polvese, e questa è stata l’occasione perfetta per scoprire un angolo che definire magico sarebbe riduttivo. Si tratta della più grande delle tre isole che costellano il Lago Trasimeno, che dal 1995 è stata dichiarata parco scientifico. Una piccola oasi di pace, dove il prato lambisce le acque verdi del lago e il castello torreggia a pochi metri dai canneti. E’ proprio nei grandi prati dell’Isola che ogni anno si svolge il festival scientifico L’Isola di Einstein.

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Di cosa si tratta?
Gli organizzatori, la cooperativa Pisquadro e l’associazione Gurdulù, descrivono il loro festival come un evento unico in Europa:

“I protagonisti in scena sono esperimenti, fenomeni naturali e storie di scienza che divertono, incuriosiscono e appassionano. A presentarli sono abili artisti, divulgatori, scienziati e storytellers internazionali che sanno affascinare il pubblico e condividere la passione per la scoperta.”

Il festival dura tre giorni; l’ultima edizione ha ospitato 85 spettacoli tenuti da 50 ospiti provenienti da 8 Paesi. A dimostrazioe del suo essere pensato per un pubblico molto giovane, l’ingresso è gratuito per i bambini fino a 6 anni, proprio per incentivare la partecipazione dei più piccoli.

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L’Isola di Einstein è giunta quest’anno alla sua quarta edizione. L’affluenza in costante crescita (addirittura quadruplicata nel corso degli anni) testimonia la qualità dell’iniziativa, unica nel suo genere. Si tratta di un festival di divulgazione scientifica: esperimenti, droni, matematica, giochi, storie… la passione per la scienza può passare attraverso diverse forme, e il numero di bambini incantati e sorridenti che scorazzavano per l’Isola, durante l’ultima edizione, era davvero rincuorante. Ogni angolo dell’Isola era stato adibito ad una funzione specifica: sotto un grande albero c’era una band che suonava utilizzando strumenti musicali ottenuti da materiali di riciclo (giocattoli, latte, ombrelli, megafoni e altri oggetti improbabili), più avanti un’area dove i visitatori potevano sfidarsi nella costruzione di torri di cassette di plastica, due alla volta contro la gravità. Sotto una grande rete i bambini potevano provare a pilotare un drone, e nello spiazzo principale potevano assistere a esperimenti scientifici, giochi matematici e racconti sulla storia della scienza. Con un po’ di imbarazzo, non nascondo di essermi emozionata molto per la presenza di un artista delle bolle di sapone. Ho un debole per le bolle di sapone, piccoli, bellissimi e coloratissimi equilibrismi tra fisica e chimica.

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Vi chiedete mai quali sono i segreti della natura che si nascondono dietro alle cose che usate? Vi capita mai di guardare il vostro smartphone e chiedervi qual’è la magia che si nasconde dietro il suo funzionamento, o dietro alla musica generata da una musicassetta? La scienza serve proprio a spiegare queste cose, a farcele capire e a permetterci di replicarle e migliorarle. Uso il termine magia perché è così che siamo soliti chiamare i fenomeni che non sappiamo spiegarci (che all’occorrenza diventano fenomeni paranormali, alieni, miracoli e altro), ma le scienze auree – matematica, fisica e chimica – sono in realtà in grado di spiegare quasi tutto… quasi, perché l’universo è ancora pieno di misteri enormi per noi, minuscoli esseri viventi che abitiamo questo minuscolo pianeta. Tanto per fare un esempio, nessuno ha ancora capito esattamente come fanno i gatti a fare le fusa, ma siamo fiduciosi: prima o poi troveremo la risposta.

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Quando ero al liceo, chiedevo al mio professore di matematica a cosa mi sarebbe servito quello che mi stava insegnando, nella vita di tutti i giorni. “Prof, mica devo risolvere le equazioni per fare la spesa!”. E invece sì.
Cosa?
Sì. Perché quello a cui serve davvero la matematica è imparare a ragionare. Logica. Più siamo bravi in matematica, più saremo gradi di compiere ragionamenti rapidi e complessi, e questa capacità non solo torna utilissima nella vita di tutti giorni, ma può essere determinante nella riuscita del nostro lavoro e dei nostri progetti. Provate a mettere, al posto di quei numeri incomprensibili, nomi di persone o qualsiasi altro tipo di dato. In un certo senso, la matematica spiana la strada a un futuro più facile. Idem per la fisica, la chimica… non è affatto sbagliato dire che più sappiamo più possiamo. Sembrano cose importanti da dare a un bambino, no?

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A fronte di tutto questo, dovrebbe essere quasi superfluo spiegare l’importanza dei festival scientifici per trasmettere ai nostri figli la bellezza della matematica e delle forze che muovono l’universo.
L’Isola di Einstein, come altri (pochi) festival in giro per il mondo, svolge l’importantissima funzione di mostrare ai bambini un pezzo di mondo – un pezzo fondamentale! – che visto dal banco di classe fa spesso paura. È importante che i nostri bambini vivano in un ambiente che stimoli la loro curiosità verso il mondo, che acuisca il loro pensiero e che ponga loro continuamente delle piccole sfide che, con un po’ di impegno, possono superare anche da soli, usando solo la propria testa.

È meraviglioso pensare che un gruppo di ragazzi sia riuscito a portare tutto questo qui, nel nostro territorio, e a trasformare quella che è già un’Isola bellissima in qualcosa di più grande. Non si tratta che di un (per adesso) piccolo festival a Castiglione del Lago, ma è di piccoli mattoncini che è fatta la strada per un futuro migliore per tutti.

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Per la ripresa in Italia e in Valdichiana

Riceviamo e pubblichiamo l’analisi di Giorgio Visintini sull’attuale fase economica dell’Italia e della Valdichiana, con la speranza che le sue riflessioni siano uno stimolo per una discussione e un confronto…

Riceviamo e pubblichiamo l’analisi di Giorgio Visintini sull’attuale fase economica dell’Italia e della Valdichiana, con la speranza che le sue riflessioni siano uno stimolo per una discussione e un confronto costruttivo tra le diverse opinioni.

La via italiana alla ripresa economica

Dopo gli anni della crisi, 2009-2011, che ha colpito tutta l’Europa, dal 2012 la maggior parte dei Paesi europei ha imboccato la via di una ripresa sia pure lenta. Mentre l’Italia restava ferma e, solo quest’anno, pare avviarsi a  una debole ripresa (siamo il Paese dello 0, lo dice il Censis). Ciò nonostante le riforme rivolte a promuovere lo sviluppo dell’occupazione e dell’economia.

Sindacati, Confindustria, la stampa di informazione, le opposizioni di destra e di sinistra e finanche alcuni gruppi interni alla maggioranza, insomma quasi tutti i cosiddetti ‘opinion makers’, danno paradossalmente la colpa dello 0, al governo Renzi. Dopo vent’anni di governi incapaci di affrontare i problemi del Paese, questo è il primo governo che ha dato una scossa all’Italia.

Perché allora la ripresa economica e le prospettive di sviluppo del Paese restano ancora deboli? Nessun economista ha ancora approfondito questo tema provando a dare una risposta credibile. Si parla del debito pubblico accumulato in 40 anni, di burocrazia, di eccessivo peso delle tasse, ecc. Ma nessuna indicazione concreta.

Cerchiamo di farlo con qualche riflessione sulla via da intraprendere.

Il patrimonio delle famiglie italiane è stimato complessivamente in 6,000 miliardi di euro (più di 4 volte il prodotto interno lordo e 2,5 volte il debito pubblico dell’Italia). Circa 10% delle famiglie italiane detengono 40% di questa ricchezza, mentre il 25% delle famiglie stentano ad arrivare alla fine del mese e quindi ne posseggono una quota marginale. Ciò significa che 65% delle famiglie, ossia 15 milioni di famiglie, detengono circa  il 50% della ricchezza, 3.000 miliardi di euro, pari a un’ammontare medio di 200.000 euro per famiglia. L’Italia è il Paese europeo con il più alto tasso di risparmio privato, depositato nelle banche in contanti o in titoli conservativi ( BOT o obbligazioni). Del resto l’Italia , pur con un debito pubblico molto alto, è il solo Paese in cui le famiglie detengono oltre 60% dei titoli a garanzia del debito pubblico.

La via di una ripresa decisa va ricercata dunque nel far muovere una parte di questa enorme ricchezza a sostegno di attività produttive, in investimenti per creare nuove attività. Non è sostenibile che una famiglia di cinquantenni con un figlio, magari laureato e disoccupato, ma con un risparmio di 100.000 o 200.000 euro, non spinga il figlio a intraprendere una nuova attività, da solo o in società con altri giovani, investendo una piccola quota dei loro risparmi.

È passato il tempo in cui aspettare che si liberi un posto fisso, meglio se pubblico e nel comune di residenza, e, nel frattempo, restare a carico della famiglia.

Se 2 milioni di famiglie seguissero l’esempio sopra citato, investendo 40 miliardi di euro, in nuove attività o ampliamento di attività esistenti, l’economia del Paese, nel giro di due anni riceverebbe una forte spinta, creando due milioni di posti di lavoro.

E la Valdichiana senese?

Nei 9 comuni risiedono circa 11.000 famiglie, per un totale di 29.000 abitanti. Il livello dei redditi e dei consumi pro-capite nei nostri comuni è di livello medio-alto rispetto alla media dei comuni italiani (sulla base della scala a 6 punti delle statistiche comunali su redditi e consumi). Anche la condizione patrimoniale è superiore alla media, considerando il numero delle abitazioni di proprietà (più di una per famiglia) e il livello dei depositi bancari e postali. Dunque la quota delle famiglie povere è certamente inferiore al 20% e probabilmente è inferiore anche la quota delle famiglie molto ricche (5% a livello nazionale). Pertanto circa 9.000 famiglie rientrano in quella fascia di patrimonio medio intorno ai 200.000 euro. Se 2.000 di queste famiglie investissero 20.000 euro in nuove attività, si otterrebbe un investimento di 40 milioni di euro e la creazione di almeno 2.000 posti di lavoro, con una drastica riduzione, se non un azzeramento del livello di disoccupazione giovanile.

Il ruolo delle istituzioni

Le istituzioni, a tutti i livelli, dal governo alle regioni, fino ai comuni dovrebbero istituire delle sedi dove offrire consulenza ai candidati imprenditori, riguardo a:

  • Le attività più promettenti in termini di mercato potenziale, dall’agricoltura di nicchia al turismo, dai servizi ai privati, alle aziende, agli enti pubblici, sempre più propensi all’outsourcing.
  • La struttura d’impresa da adottare, le procedure da seguire
  • La logistica, favorendo la costituzione di imprese/professionisti/artigiani consorziati con una sede e una segreteria in comune

In alcuni Paesi europei (Francia, Germania) si sono costituiti gruppi di consulenti in pensione e di imprenditori che hanno ceduto la guida della loro impresa, che svolgono attività di volontariato per affiancare le start-up di giovani che hanno bisogno di qualche assistenza, almeno nel primo periodo.

Queste forme di impresa saranno sempre più diffuse nei prossimi decenni. A questo fenomeno un governo giovane e innovatore, come l’attuale, deve prestare attenzione. Di queste nuove forme di lavoro in cui il lavoratore si fa imprenditore dovrebbero occuparsi i sindacati, che dispongono di sedi e risorse importanti.

In Italia le condizioni sono ottimali, per la nostra creatività e la disponibilità di risorse finanziarie, ora immobilizzate. Paradossalmente, invece, siamo in grave ritardo rispetto ad altri Paesi. Restiamo il Paese dello 0, sempre in attesa che arrivi un governo con la bacchetta magica, pronti a dar credito ai populisti che man mano si presentano sulla scena.

Io mi auguro che il governo Renzi, ricco di giovani talenti, apra un tavolo con le regioni ed i rappresentanti dei comuni, per intraprendere questa via italiana allo sviluppo economico e culturale del Paese.

(Articolo a cura di Giorgio Visintini, Sarteano: g.visintini@yahoo.it)

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