La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Pensieri e Parole

Muovilarte: il parkour come riscoperta del movimento

Immaginatevi di essere nella piazza di un piccolo paese. Da un lato avete una struttura di tubi su cui un gruppo di ragazzi sta facendo acrobazie, dall’altro lato un concerto…

Immaginatevi di essere nella piazza di un piccolo paese. Da un lato avete una struttura di tubi su cui un gruppo di ragazzi sta facendo acrobazie, dall’altro lato un concerto in allestimento con casse e strumenti, di fronte a voi una crew di break dance che si esibisce, poco più in là una banda che ha appena finito di suonare e sparse per la piazza le squadre di un torneo di “palla invelenita”. E aggiungeteci il pubblico. Tutto nella stessa piazza, tutto nello stesso momento.

Se me l’avessero raccontato mi sarei aspettato di sentir parlare subito dopo di Lorelei e Rory Gilmore (Una mamma per amica). E invece quel folle e divertentissimo delirio non si è svolto a Starshollow, ma nella piazza di Sarteano. Questo per farvi capire di che tipo di paese stiamo parlando e come è possibile che sia successo quello che è successo il giorno dopo.

Domenica 23 giugno, infatti, nella stessa piazza, si sono raccolte una quarantina di persone dagli 8 ai 53 anni, di provenienze varie, tutte con lo stesso obiettivo: esibirsi sulla struttura di tubi di cui dicevo poco fa. Quaranta persone, di età differentissime, tutte nello stesso spazio, tutte con lo stesso obiettivo. Già questo ha un gusto leggermente folle.

Queste persone venivano da tre settimane di laboratori del progetto MUOVIL’ARTE.2 (che abbiamo raccontato qui, qui e qui) e la performance che avrebbero mostrato ruotava intorno a una domanda: quali cose nuove possono fare i nostri corpi? O meglio, quali cose possono tornare a fare i nostri corpi? Non sono cose nuove, sono cose che ci siamo dimenticati. Nel Regno Unito, ci raccontavano gli insegnanti che proprio da lì vengono, un terzo dei bambini passa all’aperto meno tempo dei detenuti delle carceri di massima sicurezza; i giovani si stanno dimenticando come ci si muove e i segni del problema ci sono anche in Italia.

Però MUOVIL’ARTE.2 ha dimostrato che con i giusti stimoli possiamo tornare a fare moltissimo: la performance finale proprio questo ha raccontato, una “riscoperta del movimento” che ha messo in gioco persone di ogni età e provenienza, con giochi, esercizi e coreografie. Proprio sul solco di questo racconto, gli insegnanti di The Urban Playground Team hanno regalato alla piazza una loro esibizione. Descrivere i movimenti che hanno eseguito non renderebbe la potenza evocativa di quello che è successo. Però sicuramente hanno mostrato quante cose incredibili i nostri corpi sanno fare.

Tutti i partecipanti del progetto, al termine dell’esibizione, o piangevano o erano a bocca aperta. C’era una domanda, sui loro volti: “Perché per tutti questi anni abbiamo negato la bellezza che i nostri corpi possono creare?” E al tempo stesso c’era la speranza di poter tornare a viverli, quei corpi. Quindi nello stesso spazio si sono alternati e incrociati bambini, ragazzi, adulti e artisti internazionali tutti uniti in un unico corpo che si muoveva armonico. Come se non bastasse, nella magia e nella follia di quello che stava succedendo, il pubblico numeroso applaudiva, tifava e incitava chi si esibiva.

Il (performance) parkour è spesso percepito e additato come pericoloso. In realtà la sua utilità è proprio quella di aumentare la propria sicurezza. Il pubblico di quella piazza non ha avuto bisogno di tante parole per capirlo: con i battiti delle mani, i sospiri, le esclamazioni di sorpresa gli spettatori dagli occhi spalancati hanno accolto con calore, senza paure, hanno ricambiato l’energia diventando a loro volta parte dell’unico organismo che ha preso vita e movimento quel pomeriggio.

Dal momento che però Sarteano, come dicevamo, è un paese un po’ folle, la celebrazione di MUOVIL’ARTE.2 è andata avanti anche la sera, sempre cercando di scoprire e riscoprire cose che magari ci sembrano scontate. Alle 22, infatti, la facciata del Teatro degli Arrischianti ha preso nuova vita. “Cosa può fare di nuovo la facciata di un edificio?” potreste chiedervi. Chiedetelo a un artista di videomapping e vi risponderà con quello che è stato proiettato quella sera. Finestre che si moltiplicano, si aprono e si chiudono solo con la luce, muri che si frammentano, sono attraversati da curve, sagome e ombre. E l’interno del teatro che si materializza sul suo esterno, in un gioco di spazi sorprendente e magico.

Al termine di tutto, quando la piazza è tornata al suo normale assetto, c’era ancora nell’aria un’energia frizzante e, oserei dire, incredula. C’erano le facce sorridenti dei bambini, desiderosi di muoversi ancora, c’erano gli occhi lucidi dei più grandi che si abbracciavano tra loro e con gli insegnanti. C’erano, nella sospensione, promesse di un futuro fatto ancora di movimento e di nuove possibilità. Vista la luce che c’era negli sguardi di tutti (e le azioni che già sono state intraprese) si può dire con certezza che non siano di quelle promesse che si fanno ma non si mantengono. Li vedrete ancora in giro.

Come dicevano gli insegnanti proprio quel pomeriggio, se vedete qualcuno che fa performance parkour in giro per il paese, sentitevi liberi di parlarci: incoraggiatelo, se avete dubbi sulla sua sicurezza chiedetegli spiegazioni, instaurate un discorso. Sembrerà inverosimile, ma Sarteano è un posto particolare e non è escluso che durante un allenamento o una performance arrivi una Lorelei Gilmore a fare tante domande, e magari anche troppe.

Se vedete qualcuno che fa parkour in giro per un paese che non è Sarteano, sentitevi comunque liberi di fare la Lorelei della situazione. Il performance parkour è arrivato in un paese pazzo come Sarteano, ma già ha toccato Monticchiello e Sinalunga proprio con MUOVIL’ARTE.2. Adesso può spostarsi ovunque: è nuove possibilità, non potrebbe fare altrimenti. E un po’ di folle Starshollow in ogni paese non farebbe male!

Nessun commento su Muovilarte: il parkour come riscoperta del movimento

Resistiamo a voce alta: un Pride che non si spegne

Sono consapevole di essere gay da nove anni. Ho passato la maggior parte di questi senza riuscire a dirlo, solo scriverlo era uno sforzo enorme. Poi ho iniziato a dirlo,…

Sono consapevole di essere gay da nove anni. Ho passato la maggior parte di questi senza riuscire a dirlo, solo scriverlo era uno sforzo enorme. Poi ho iniziato a dirlo, timidamente, a pochissime persone: “Sono gay”, sussurravo; “Scusami se sono gay”, intendevo.

Intanto cercavo di adattarmi e di adeguarmi. Per anni ho tenuto sotto controllo i movimenti delle mie mani, della mia faccia, di tutto il mio corpo per non far trapelare niente. Non ci sarò riuscito bene, ma immaginatevi com’è vivere in quel modo.

Figuriamoci se mi sarei sognato di andare a un Pride. Perché partecipare a un evento che grida a tutti chi sono? Cosa sono? Ma poi che senso ha sventolarlo in modo così esagerato? I gay non sono così, ce ne sono anche di normali.

Con quanta invidia dicevo e pensavo quelle cose. Non ne ero consapevole, ovviamente, ma io detestavo quelle persone perché riuscivano a fare quello che io non potevo: essere se stesse liberamente, splendidamente. Volevo essere come quelle persone lì, quelle che si vestivano in modi non convenzionali, che si truccavano, che cantavano a squarciagola tutte quelle canzoni considerate troppo gay dalla maggior parte della società.

Però mi ero messo in una gabbia talmente stretta che era difficile uscirne.

A un certo punto, però, sono diventato troppo stanco. Vivendo come quella persona lì che mi ero costretto ad essere non riuscivo ad amarmi: avevo bisogno di tornare me stesso. Anzi, di diventarlo, visto che non mi sono mai dato la possibilità di esserlo.

Ho iniziato a mettere la matita, qualche volta l’ombretto; ho comprato degli orecchini che normalmente sono considerati “da donna”; ho provato lo smalto (che però non mi piace un granché). Per avvicinarmi a me, quella persona che per tanti anni ho tenuto lontana.

In questa strada per tornare da me, il Pride era un passo fondamentale. Era il modo di dire a me stesso: finalmente hai il coraggio per apprezzare chi sei.

Nonostante avessi deciso, comunque, avevo paura. Il timore di vivere davvero chi sei, una volta interiorizzato, è difficile da scacciare: se siete gay (o lesbiche, bisex…) probabilmente sapete di cosa parlo; se non lo siete, non saprei come spiegarvelo, ma fidatevi che si vive di merda.

Però sono tanto fortunato da avere degli amici bellissimi: etero e cisgender, hanno deciso di accompagnarmi e non li ringrazierò mai abbastanza per avermi tenuto la mano in questo passo.

Così arriva sabato 1 Giugno. Di corsa come in tutte le altre occasioni della mia vita, sono andato a Perugia (niente Pride a Siena o ad Arezzo quest’anno). Non mi sono vestito esageratamente perché non ho trovato niente che mi piacesse. Però mi sono messo matita, ombretto e smalto blu e rosa.

Il timore di essere mal visto dagli altri non se ne era andato, ma speravo di trovare al Pride un mondo simile al mio.

Invece, arrivati a Perugia ho trovato molta meno esagerazione di quanto mi aspettassi. C’erano tanti palloncini arcobaleno, bandiere, quattro carri più o meno colorati, ma le persone erano in media piuttosto normali. Qualcuno truccato c’era e c’erano persone vestite in modi assurdi (in senso buono): qualcuno con un corno di unicorno in testa, altri con maschere e vestiti che non saprei descrivere. In linea generale, però, c’erano persone normali con qualche linea colorata in faccia a creare l’arcobaleno.

Bello, però…

Siamo stati fermi un’ora in piazza senza fare nulla.

Poi finalmente il corteo è iniziato. Io e i miei amici – per errori tattici nella scelta della postazione – ci siamo trovati in fondo.

Abbiamo iniziato a camminare e sembrava di passeggiare.

Nel senso che la stessa identica cosa avremmo potuto farla da un’altra parte, in un’altra occasione, anche se con meno persone intorno.

Allora abbiamo deciso di provare a risalire il corteo, per vedere se in altri punti stesse succedendo qualcosa più “da pride” (per come ce lo immaginavamo). Così abbiamo superato un camioncino dentro il quale un gruppo suonava dal vivo, ci siamo mossi in mezzo a un fiume di persone, siamo stati vicini a un carro dal quale la Bertè cantava Non sono una signora! (esattamente il tipo di musica che cercavo), abbiamo raggiunto il carro di Omphalos Perugia, quello guidato dalle Drag Queen.

Non ricordo che musica ci fosse quando li abbiamo raggiunti, né cosa stessero dicendo, ma forse quello spirito “gay” che speravo di trovare al Pride non era nemmeno lì, perché abbiamo deciso di andare oltre raggiungendo il carro delle famiglie arcobaleno e i loro stamburatori ambulanti che suonavano con grande energia.

Sempre insoddisfatti, siamo andati ancora più avanti.

Alla fine siamo arrivati in testa al corteo. Cioè proprio davanti, dove non c’era più niente. Dopo aver visto tutto eravamo più convinti di quanto non fossimo stati all’inizio, ma non davvero coinvolti.

Stavo cercando di capire se ci fosse un legame tra il percorso che avevamo fatto nel corteo e la mia vita: dal fondo, risalire la corrente per arrivare in cima. Forse assomigliava al fatto che io rimanessi in disparte e nascosto una volta capito di essere gay e, dopo una lunga lotta, avevo iniziato a venire allo scoperto?

Le mie riflessioni (o elucubrazioni) sono state interrotte dai saluti dei miei compagni di avventura che dovevano partire. Così siamo rimasti io e l’amica che si era fatta il viaggio in macchina con me.

Abbiamo deciso di sederci e aspettare che il corteo ci raggiungesse. Non avevamo fretta di andarcene e speravamo invece di vivere davvero il Pride.

Il carro di Omphalos ha recuperato terreno, si è fermato per un po’ davanti a noi (fortuna o destino?). E lì, mentre aspettavamo un coinvolgimento vero, è partita la canzone che sapevo, sapevo sarebbe arrivata prima o poi.

Dolceamaro. Cristiano Malgioglio feat. Barbara D’Urso.

Sarà anche troppo gay (e trash) ma mi sono messo a cantare questa canzone con tutti gli altri vicino e intorno al carro ed è stato in quel momento che sono diventato davvero parte del Pride. Da lì in poi ho smesso di guardare da fuori e mi sono unito agli altri.

La Drag con in mano il microfono (non ricordo il tuo nome, ma ti adoro!) alternava pezzi di canzone a battute a slogan e messaggi. A questi ultimi io però non riuscivo a rispondere con grida e applausi come tutti gli altri: la mia abitudine a ridurre l’espressione dei sentimenti, invece che viverla, non era ancora stata vinta dal coinvolgimento nella manifestazione. Ne ero parte, ma non del tutto.

Ero felice ma… Incerto forse è la parola più giusta.

Eravamo ormai praticamente alla fine ed è allora che la Drag con in mano il microfono ha iniziato a gridare a più riprese che “noi esistiamo e resistiamo”.

“Siamo settemila” ha detto. “L’anno scorso eravamo cinquemila, quest’anno settemila e il prossimo anno saremo di più, perché noi piaciamo, noi valiamo, noi esistiamo, noi resistiamo!”

Era una festa di musica e battute ed è diventata una festa arrabbiata. Perché nonostante tutto, nonostante fossimo in settemila, c’è tutto un mondo che ora come un tempo vorrebbe vederci scomparire, vorrebbe negarci il diritto all’esistenza.

E dal momento in cui quella Drag e tutti gli altri con lei hanno iniziato a gridare e gridare davvero l’orgoglio di essere chi erano nonostante tutto, la voglia di esistere e resistere, da quel momento ho iniziato a gridare e applaudire anche io insieme a tutti gli altri.

È stato emozionante, liberatorio, da brividi. Mi ha reso più leggero, più felice, più orgoglioso.

E più arrabbiato.

C’era un cartello, portato da una ragazza, che diceva “Angry women will change the world”, cioè “Le donne arrabbiate cambieranno il mondo”. Io mi sentirei di dire che le persone arrabbiate cambieranno il mondo.

Perché noi festeggiamo, cantiamo canzoni che altri considerano stupide o troppo gay, ci copriamo di colori, ma non ci dimentichiamo di tutti quelli che vogliono annullarci. Siamo costretti ad esserne consapevoli, continuamente, anche se preferiremmo non esserlo. Siamo costretti a ricordarci che qualsiasi diritto abbiamo non è garantito, che qualsiasi conquista è precaria e che c’è chi i nostri diritti vuole calpestarli ogni giorno. E quando i diritti vengono calpestati ci si arrabbia e noi siamo arrabbiati. Con i nostri colori, con i nostri sorrisi, con il nostro orgoglio siamo arrabbiati e non permetteremo a qualche cretino di schiacciarci.

pride

E per chiunque stia leggendo questo, questa è la lotta che permette a chiunque di essere chi è. Sei un ragazzo cisgender ed etero che però vorrebbe mettersi un po’ di trucco ogni tanto? Lottiamo anche per questo. Sei una ragazza cisgender ed etero che vuole vestirsi con abiti “poco femminili” senza volersi sentir dire “sei un maschiaccio” o “sei lesbica?”? Lottiamo anche per te. Lottiamo perché ognuno abbia la libertà di essere se stesso e di esserlo con orgoglio. Quindi, chiunque tu sia, non venirci a dire che i Pride sono inutili o dannosi. Stiamo lottando anche per te.

Pensi che il Pride non dovrebbe essere esagerato? Che le persone dovrebbero “contenersi” per non attirarsi gli attacchi di chi ci denigra? È come dire a una ragazza che deve coprirsi perché se poi la stuprano se l’è andata a cercare. Quando smetteremo di dare la colpa alle vittime? Quando cominceremo a dire ai colpevoli (perché questo sono) che non va bene comportarsi come fanno?

Esagerato, sobrio, colorato, monocromatico, tutti ci meritiamo di esistere. Tutti esistiamo. E resistiamo.

E poi un messaggio per chiunque sia gay, lesbica, bisex, trans, queer, intersex, asessuale, sia in dubbio o insicuro su chi sia e ancora non si senta pronto a dirlo al mondo. Va bene, non sentirti in dovere di uscire allo scoperto. Ti rispettiamo, ti abbracciamo e ti accettiamo come sei.

Io ci ho messo nove anni a trovare il coraggio. Tu magari ce ne metterai di meno, o magari di più. Non importa: ognuno ha i suoi tempi. Un giorno riuscirai a partecipare a un Pride (se vorrai): sarai accolt* e accettat* per chi sei, chiunque e comunque tu ti senta. Intanto sappi che lottiamo anche per te e che non sei sol*. Ti vogliamo bene.

Ora scusate ma vado a colorarmi un po’ le sopracciglia e a mettermi addosso un po’ di gaiezza. Dico qualche “adoroh” a caso e spargo glitter in giro mentre canto Born this way di Lady Gaga.

La paura interiorizzata che non mi faceva essere me stesso se n’è andata? No. Chissà se se ne andrà mai.

Intanto, però, esisto. A voce alta. E resisto.

E voi attenti a non scivolare sui miei brillantini colorati o rischiate di essere contagiati, non vorrete rischiare di diventare favolosi!

“Il Pride non finisce oggi ma va avanti tutti i giorni dell’anno.”

Nessun commento su Resistiamo a voce alta: un Pride che non si spegne

45 Giri – Quinta traccia

Ultima traccia del videoblog dedicato a “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio Teatro Danza dei Concordi, un progetto che già da molti anni coinvolge bambini e ragazzi in percorsi…

Ultima traccia del videoblog dedicato a “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio Teatro Danza dei Concordi, un progetto che già da molti anni coinvolge bambini e ragazzi in percorsi di danza e recitazione nella frazione di Acquaviva. La giovane compagnia ha messo in scena spettacoli interamente ideati, diretti e organizzati dagli stessi componenti, culminati lo scorso anno con la rappresentazione di Nessuno ad Acquaviva e a Montepulciano.

A marzo 2019 si concluderà la nuova stagione del laboratorio, con una nuova opera originale chiamata “45 Giri”; dopo aver conosciuto l’origine del nome dello spettacolo, le peculiarità della protagonista Matilda e gli attori che saliranno sul palco, è arrivato il momento di approfondire gli ultimi aspetti legati alla fase creativa, in compagnia della regista Marta Parri e dell’aiuto regista Margherita Massai. Mentre la compagnia si appresta a definire gli ultimi dettagli delle coreografie e delle scenografie, non vi resta che prenotare il vostro posto: l’appuntamento è fissato per  sabato 16 marzo al Teatro dei Concordi di Acquaviva e sabato 23 marzo al Teatro degli Arrischianti di Sarteano!

Ecco la quinta e ultima traccia di 45 Giri, buon ascolto!

Nessun commento su 45 Giri – Quinta traccia

45 Giri – Quarta traccia

Manca ormai poco alla prima rappresentazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, che è stato interamente ideato e gestito da bambini e…

Manca ormai poco alla prima rappresentazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, che è stato interamente ideato e gestito da bambini e ragazzi, attraverso il coinvolgimento di un gruppo affiatato che avete già visto all’opera lo scorso anno con Nessuno ad Acquaviva e a Montepulciano.

È arrivato il momento di rivelare l’origine del nome dello spettacolo, in un video che approfondisce le motivazioni che hanno portato alla scelta di “45 Giri”; nel frattempo, il gruppo di ragazzi del laboratorio sta continuando a provare le scene, a ultimare i costumi e le scenografie dello spettacolo. L’appuntamento è fissato per  sabato 16 marzo al Teatro dei Concordi di Acquaviva e sabato 23 marzo al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, non mancate!

Ecco la quarta traccia di 45 Giri, buon ascolto!

1 commento su 45 Giri – Quarta traccia

45 Giri – Terza traccia

Nessuna pausa natalizia per le fasi di preparazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, interamente creato e gestito dai ragazzi con il…

Nessuna pausa natalizia per le fasi di preparazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, interamente creato e gestito dai ragazzi con il coinvolgimento di tanti bambini che avete già visto all’opera con Nessuno ad Acquaviva e a Montepulciano.

Le festività di fine anno saranno il momento perfetto per intensificare il ritmo delle prove e sistemare gli ultimi dettagli relativi ai costumi e alle scenografie: nel frattempo, però, possiamo già anticiparvi le date ufficiali dello spettacolo: sabato 16 marzo 2019 al Teatro dei Concordi di Acquaviva e sabato 23 marzo 2019 al Teatro degli Arrischianti di Sarteano!

Ecco la terza traccia di 45 Giri, buon Natale e buone feste a tutti!

1 commento su 45 Giri – Terza traccia

45 Giri – Seconda traccia

Continua il videoblog che segue le fasi di lavorazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, con il coinvolgimento di tanti bambini e…

Continua il videoblog che segue le fasi di lavorazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, con il coinvolgimento di tanti bambini e la conferma di un gruppo di attori e assistenti di scena che avete già visto all’opera con Nessuno ad Acquaviva e a Montepulciano. In questa puntata andremo a scoprire il tema portante del nuovo spettacolo, ovvero la follia della protagonista Matilde e il suo modo di relazionarsi con il mondo esterno.

Ecco la seconda traccia di 45 Giri, buona visione!

1 commento su 45 Giri – Seconda traccia

45 Giri – Prima traccia

Dopo il racconto della nascita di Nessuno, il laboratorio di Teatro Danza dei Concordi è già partito per un nuovo anno, con il coinvolgimento di tanti bambini e la conferma…

Dopo il racconto della nascita di Nessuno, il laboratorio di Teatro Danza dei Concordi è già partito per un nuovo anno, con il coinvolgimento di tanti bambini e la conferma di un gruppo di attori e assistenti di scena pronti ad affrontare una nuova avventura. Il titolo dello spettacolo di quest’anno, che verrà messo in scena al termine del laboratorio, è “45 Giri”. La squadra è all’opera per occuparsi di tutte le fasi necessarie alla messa in scena, ma nel frattempo il diario di lavoro verrà raccontato su queste pagine.

Ecco la prima traccia di 45 Giri!

1 commento su 45 Giri – Prima traccia

Sonia.

Sonia rutila al sole e sfoglia le analisi cartacee scorrendo il dito sui valori della VES. Non fa che deglutire. Ha aperto bocca solo per chiedere se fosse aperto il…

Sonia rutila al sole e sfoglia le analisi cartacee scorrendo il dito sui valori della VES. Non fa che deglutire. Ha aperto bocca solo per chiedere se fosse aperto il baule, scaricando i suoi cinquantasei chili sulla maniglia del trolley, quando alla stazione di Chiusi-Chianciano Terme è stata raggiunta dall’auto dopo un’ora di attesa. Lui non l’ha ancora guardata negli occhi, quando chiude la rotonda in direzione del casello dell’A1. Guida con i polpastrelli; lo sterzo scotta ancora, nonostante la sosta all’ombra, e i punti d’intonazione della radio perdono di aderenza alle orecchie, ad ogni colpo di vento dai finestrini. «Dimmelo, eh, se ti dà fastidio, ché accendiamo l’aria…». La curva del naso di lei protende oltre il velo biondo cenere dei capelli, fino a poche settimane prima decisamente più lucidi, nella leggera decolorazione del balayage. «No, non ti preoccupare» dice Sonia «Ci sono abituata». Lui non dice niente. Sono soltanto in due ed entrano in autostrada, in un giorno di pieno agosto, con i fotoni solari dritti sul nero melanite micalizzato, che infervora di centigradi gli interni e il circostante.

Era poco più di un anno che non andavano a letto insieme, ma lui sembrava ricordarsi ancora a memoria ogni centimetro di lamina cellulare, ogni singola porzione del suo strato corneo, ne aveva baciato in lungo e in largo gli umori, con il caldo e il freddo delle notti lungo il rincorrersi delle stagioni. Poteva ancora indovinarle le forme, sotto il bianco del caftano, ora che con le braccia incrociate sul ventre voleva avvilire la sua femminilità. Per brevità potremmo dire che – – era ancora innamorato. «Come stai, Sonia? Perché non dici niente?» chiede, con insistenza passiva. «Come vuoi che stia?». Non ha ancora abbassato il volume dello stereo e immagino non abbia la minima intenzione di farlo. Cachaça e luna piena / con te in una favela. Lui forza gli angoli della bocca e si rosicchia l’interno della guancia.   

Lei scoppia a piangere e l’imbarazzo ingenuo dell’ultima mezz’ora si trasforma in panico. La quiete è rotta dai nitriti di pianto che straziano il microclima dell’abitacolo. Siamo solo all’uscita Bettolle-Valdichiana ed è già esploso un qualche tipo di dolore.

Sono almeno dodici minuti che lui cerca di intuirle lo stato d’animo con delle brevi occhiate.  «Vuoi parlarne?» azzarda e si porta l’unghia dell’indice sotto il molare. «Non ti mangiare le unghie» dice lei, spalmandosi le lacrime sugli zigomi. «Non mi mangio le unghie» cerca di rispondere «Mi tolgo solo le pellicine dal pollice», dice. Hanno superato l’area di sosta di Lucignano e lui nemmeno ha chiesto se volesse fermarsi.  Amami come se fosse l’ultimo giorno / sposteremo il mondo. Vorrebbe uscire a Monte San Savino, accostare nel parcheggio della “Le Mirage”, saltarle addosso e dirle che l’ama. Supera l’area di servizio di Badia al Pino. Poi supera l’uscita di Arezzo. Vorrei andare in un posto diverso / Ultimamente me ne frega un terzo / Sai quanto me ne importa di una casa in centro?

«Ma a Firenze in che zona lavoravi?» prova così ad intavolare una conversazione, durante il pasto all’Autogrill Arno Est. «A Novoli, ma abitavo a Calenzano, in una casa con altre sei». Ogni sillaba è per lui una coltellata. «E ora lo sai dove ti portano?» chiede. «No, macché» e addenta la Rustichella. «ora lavoriamo nelle case, che c’è la nuova ordinanza in città, lo sai?». Lui annuisce involontariamente. «Ultimamente non ho capito più niente. Mi è cambiato il tempo, mi sembra che le settimane durino attimi, non parlo più con nessuno», lo sfogo verbale è un canale che esonda, mentre lui ancora cerca di non soccombere al peso dei suoi occhi puntati contro. Lei capisce tutto: «avessi avuto un lavoro» conclude allora, «secondo te farei quello che faccio?».

Il cartellone in forex fuori dall’Autogrill suggerisce una redenzione: “Sei in un paese meraviglioso”. Lo sguardo di lei tocca la morbidezza degli spigoli in legno che contornano la cartina, i segmenti laser che tagliano la Valdichiana tra Montepulciano, Cortona e Pienza e sembrano ferirla; come un rasoio le tagliano la gola, violata da un fiume di catrame fino al ventre verde-ocra che è il Valdarno, una terra che ribolle, sotto i quaranta gradi di agosto, nel pancreas della Toscana. «Sei in un paese meraviglioso» dice specularmente lui, convinto di essere simpatico, a quattro metri e mezzo da lei che in gola si sente un persico di lago vivo. «Dai, almeno sei circondata da città d’arte, da paesaggi che ci invidia il mondo…» eccola che si volta, dopo le classiche parole di troppo che erano uscite dalla bocca del maschio – sempre di troppo e sempre troppo tardi per capire –  e rimontano in macchina. Portami giù, dove non si tocca / dove la vida è loca.

Pochi chilometri dopo Firenze Sud – non necessariamente della stessa estate – lui tira il freno a mano in un parcheggio. Ad aspettarla c’è un’altra Audi, d’un blu palais effetto perla. I lampioni rovesciano i chiaroscuri delle curve e brillano sui riflessi. Prima di aprire la portiera lei lo guarda per un paio di frazioni. Lui ha la bocca allentata dalla cervicale, sbronzo di sentimenti incomprensibili e veramente non sa che cosa dire. Il muro tra loro è ormai cresciuto come crescono le mangrovie e quasi, pur fissandosi negli occhi, non riescono a vedersi. L’ho pagata sulla pelle e non mi ha dato il resto / e la sera i locali chiudono troppo presto. Lei scende da sola e prova ad aprire il portellone posteriore per prendere la valigia, ma la chiusura centralizzata rallenta la procedura. Eccolo intervenire, allora, e la aiuta a scaricare il bagaglio. «Io, Sonia, non ci posso fare niente», dice mortificandosi. «E perché? Ti ho chiesto qualcosa, io?». La risposta sta tutta dentro un’emissione di fiato. Lui ruota le spalle di centottanta gradi, verso la macchina, e s’immagina di sentirla singhiozzare mentre già se ne sta andando. Sto partendo, sta a te non perdere il treno / se vuoi prendi la mano e vieni con me / se no bye bye. Per dieci minuti tiene la testa rivolta verso lo svincolo entro il quale l’ha vista andare via, poi forza il cambio sulla prima e con le pliche della gola spinge la saliva verso il plesso solare, dove sente materializzarsi tutta la consistenza della sua codardia. Pensa alla soddisfazione di somministrare consigli ai figlioli, sotto lo sguardo compiaciuto di sua moglie, nel caldo di una cena domestica, mentre nella sua immobilità, nella sua cupa inferriata borghese, utilizza dipendenze o millantate disabilità emotive per lasciarsi scorrere la vita addosso. Con l’indice ancora tremolante, tanto quanto il petto, preme il pulsante del telefono. «Siri, indicazioni per Castiglion della Pescaia», dice. Tira fuori dal cruscotto una Davidoff, che per smettere di fumare c’è sempre tempo. «Ecco le indicazioni per Castiglion della Pescaia» risponde Siri, da dentro lo smartphone. In fondo è ancora Agosto. Può ancora andare a godersi i suoi due figli, che sono dalla madre ora, nella quiete estiva della riviera maremmana.  «Ce n’è ancora di tempo» pensa, lui «prima che i corvi finiscano di divorare le verbene». Ci resta ancora tutta la vita per una scusa / per volare in autostrada / e in radio musica cubana. Ed è già in quinta, stabile sui centoquaranta, lungo l’Autostrada del Sole.

Nessun commento su Sonia.

Un estratto da “Trovami un Modo Semplice Per Uscirne” di Nicola Nucci

Nicola Nucci è nato nel 1987 a Sinalunga ma ha sempre risieduto a Torrita di Siena. Ha scritto per numerose riviste. quotidiani e blog, tra cui Watspad Italia Indie, Nonsolocalcio…

Nicola Nucci è nato nel 1987 a Sinalunga ma ha sempre risieduto a Torrita di Siena. Ha scritto per numerose riviste. quotidiani e blog, tra cui Watspad Italia Indie, Nonsolocalcio e Corriere di Siena. È stato premiato in location importanti quali il Salone del Libro di Torino e Under29 di Modena. Il suo romanzo d’esordio “Trovami un Modo Semplice per Uscirne” (titolo ripreso dal brano dei Verdena) è stato finalista al prestigioso Premio Italo Calvino 2018 per “la misura della lingua parlata, spontanea e scandita da scambi brevissimi, calata in un’impalcatura che dichiara la sua teatralità sin dal principio”. In esclusiva per i lettori de La Valdichiana, su gentile concessione dell’autore, ne pubblichiamo un breve estratto.

TROVAMI UN MODO SEMPLICE PER USCIRNE

[la rivoluzione]

Mmhhh…
Ma oggi è…
Sì. no.
Oggi.
Oggi…
Tutto a gonfie vele, no?
Sì?
Regolare, no?
Cioè?
Cioè… oggi… oggi si fa la rivoluzione, no?
Ancora con ‘sta storia?
Rivoluzione sempre, rivoluzione adesso, rivoluzione da
tutte le parti.
Lo sapevo che…
Bum bum bum, capito?
‘na persecuzione, eh.
non abbiamo scelta, capito?
Eppure non sono mica un tipo molto selettivo.
Rivoluzione, no?
‘na “pizzata” tra amici…
Facciamo quel che dobbiamo fare e poi…
Uno sturo duro svelto svelto…
‘na cosa salutare, capito?
Invece te ne esci con…
Be’ cioè, rivoluzione… mica male, eh?
Mi sarebbe bastato…
Invece facciamo la rivoluzione.
Rivoluzione?
Ci diamo dentro con…
Sicuro non l’avessimo già fatta?
Cosa?
La rivoluzione.
Beh cioè, un flashmob ce lo siamo scolati.
E tutto quel trambusto allora?
Mica ‘na rivoluzione.
No?
No!
Parli di…
Parlo di…
Il solito scuotiscuoti.
Qualcosa che…
Era scritto in cielo che te ne saresti uscito con…
Mica ‘na cosa strampalata.
Sì. no.
Un sacco divertente, capito?
È…
Io, te…
Io? Te?
Non ti senti come tutto elettrizzato?
Mi sento solo ‘na cifra stanco.
Stanco per…?
Anche oggi dieci ore filate.
Che vuoi che sia.
Come ‘na galera, peggio di una galera.
Quel che vogliono.
Non quel che voglio io.
Durerà in eterno.
Troppo tempo!
Allora ho ragione io, no?
A che proposito?
Ho ragione io quando ti parlo di direzioni da seguire,
di correttivi da attuare…
Ma non è solo questo.
Ti ho mai fatto cacciare nei guai?
Un sacco di volte.
Mai!
Tante di quelle volte che…
Ma stavolta sarà tutto diverso.
Anche la volta scorsa doveva essere tutto diverso.
Lascia perdere la volta scorsa, ok?
Invece ci penso eccome.
Stavolta… stavolta è stavolta, no?
Non lo so.
Non lo sai?
Non lo so nick.
Lo sai.
Lo so?
Regolare che lo sai.
Dico solo: finiremo male.
Tutto a posto, amico mio.
Non…
Hai fiducia nel sottoscritto?
Ma non è questo.
‘na rivoluzione coi fiocchi, capito?
Non lo so.
Ti fidi di me?
Sì. No.
Beh se ti fidi di me, fidati una volta di più, no, cazzo ti
costa?
Non lo so.
Lo sai.
È tutto così difficile.
Basterà mettere da parte i brutti ricordi.
Più forte di me: non faccio che pensare a…
Ce ne stiamo buoni buonini, capito?
È solo che…
Non faremo del male a una mosca.
Rivoluzione, eh?
Io e te, capito?
Chiaro.
Tutto a gonfie vele, no?
Chiaro che qualora sconfinassimo nella solita tiritera
non tarderei a…
Facciamo i bravi.
Promesso?
Promesso.

Nessun commento su Un estratto da “Trovami un Modo Semplice Per Uscirne” di Nicola Nucci

Nessuno, atto 6: senza nome e senza colpa

Quando ci si avvicina a un momento a lungo immaginato e per il quale si lavora da molto, il tempo sembra scorrere con una particolare lentezza e da una parte…

Quando ci si avvicina a un momento a lungo immaginato e per il quale si lavora da molto, il tempo sembra scorrere con una particolare lentezza e da una parte è bene che sia così, perché più vicini ci si sente al traguardo e più lentamente pensiamo di correre, ma in realtà siamo a un passo dall’arrivo e si ha paura di fare quell’ultimo respiro finale prima di bere dalla borraccia e voltarsi indietro dicendo che ce l’abbiamo fatta. La preparazione a qualcosa è molto più bella di ciò per cui ci si sta preparando, perché significa crescita, maturazione, riflessione, ma soprattutto sconvolgimento delle idee che da tempo frullavano nella nostra testa, avendo delle conferme o semplicemente decidendo di non scegliere quello che un po’ di tempo prima, probabilmente, avremmo scelto.

Dal training autogeno alla biomeccanica, dal lavoro sul corpo alla sceneggiatura, dalla consapevolezza del movimento del corpo su un palco ai balletti, fino alla composizione della musica, all’arredamento e alla pianificazione di come far muovere tutto in contemporanea, per arrivare infine a fare i conti con quello che ci aspetterà fra solo un mese. Il pensiero di prendere in braccio il mio bambino, di sentire l’odore della sua pelle, la sorpresa nel vedere diverso da come me lo sono sempre immaginato, lo stupore nel vedere che frutto può nascere da un amore o una propensione verso qualcosa.

In questi mesi c’è stato veramente tutto, tutto ha contribuito a rendere Nessuno ciò che sarà. E come non concludere tutto questo se non preparando l’abbigliamento con il quale mio figlio vivrà le prime ore della sua vita? In termini drammatici, Rossana Crociani, ovvero la costumista alla quale ho affidato la creazione dei vestiti, sta mettendo a punto le ultime cuciture lavorando ai dettagli finali per rendere il bambino ancora più bello e farlo sentire avvolto in qualcosa, quando non sentirà più il calore del mio grembo.

I vestiti sono un concetto fondamentale nello spettacolo, infatti non solo verbalmente, musicalmente e coreograficamente, si trasmette il concetto della spersonalizzazione: con stoffe cucite a metà, geometrie, simmetrie e colori che rendono implicito ed esplicito allo stesso tempo il significato dell’intero testo, il quale appare ora realmente comprensibile, poiché tutte le scene sono state montate con le luci, gli spostamenti e la coordinazione di qualsiasi movimento che dovrà avvenire sul palcoscenico. È solo metà del lavoro, perché la gran parte ancora deve arrivare, ma fino a qui si sono sicuramente costruite le basi solide senza le quali niente di tutto quello che verrà messo in scena sarebbe stato possibile.

Vedendo l’impegno dedicato finora, la consapevolezza del fatto che l’arte sia un buon conduttore è ancora maggiore e che non è assolutamente vero che ai ragazzi sia vietato l’accesso a certi temi o a certi argomenti, perché in un determinato contesto tutto si può affrontare, anche quello che per l’essere umano è oggettivamente incomprensibile.

Così come un bambino è legato alla madre per mezzo di un cordone ombelicale, che sembra essere un grande tubo attraverso il quale scorrono le stesse emozioni, le stesse necessità di comunicare, così io mi sento legata a ognuna delle persone che collaborano a questo spettacolo, che siano sul palco o dietro le quinte, per mezzo di una grande corda, simile a quella che apre un sipario, attraverso la quale scorre un fine che vediamo dritto puntualmente di fronte a noi e che è reso sempre più evidente dalla voglia sfrenata di raggiungerlo e di vedere finalmente nascere questo bambino.

“Nessuno, la vostra vita è senza nome e senza colpa.”

2 commenti su Nessuno, atto 6: senza nome e senza colpa

Nessuno, atto 5: musica che delimita la vita

Il rumore, il caos, il ritmo, la pulsazione della musica su tutti gli oggetti che incontra è gran parte della nostra vita. Ci accompagna durante tutta la giornata, anche se…

Il rumore, il caos, il ritmo, la pulsazione della musica su tutti gli oggetti che incontra è gran parte della nostra vita. Ci accompagna durante tutta la giornata, anche se noi non sempre lo sentiamo, lo percepiamo, ascoltiamo. Quando ci svegliamo al mattino il semplice farci un caffè può diventare un ritmo bellissimo che, accompagnato all’aroma forte che riempie la stanza, rende il nostro risveglio uno di quei riti al quale non potremo rinunciare. La musica è vita, è movimento, è espressione delle particelle che compongono tutti i corpi, è razionalità irrazionale ed è la cornice che dà un senso a tutte le cose.

Non solo la musica dà vita e la esprime, ma ne accompagna anche la creazione, lo sviluppo di una vita stessa. Una mamma dentro al suo pancione sente tutto: e la musica più bella che potrà mai ascoltare sarà quella dei piccoli piedini rugosi che scalciano contro il suo grembo. Ecco, questa è la musica che fa da cornice alla creazione di un essere umano che sceglierà di essere chi vuole, accompagnato dalla colonna sonora che prediligerà, e che accarezzerà sempre ciò che sarà. Ed io, il mio Nessuno, lo sento. Lo sento suonare ogni giorno, la musica è una delle più piacevoli, anche se spesso mi perdo ad ascoltarla, perché il ritmo non è per niente regolare, perché i timbri a volte sono troppo forti, altre volte non li sento per niente, e a volte invece sono talmente tanto belli che quasi non mi rendo conto di cosa sento.

E anche lo spettacolo ha una cornice bellissima, innovativa, personale, espressiva ed esplicativa di ciò che è. In questo mese, infatti, abbiamo lavorato a un tassello in più che consiste nella composizione delle musiche elettroniche che andranno ad accompagnare le coreografie dei corsi del laboratorio teatro-danza del Teatro dei Concordi. Molti padri vedono crescere questo bambino, e uno è il compositore Davide Vannuccini, che con l’Istituto di Musica di Montepulciano curerà la parte musicale dello spettacolo; non solo è un padre, ma è anche l’ecografo, la rappresentazione figurativa della crescita di una creatura che per prima farà crescere anche me. Ogni musica contiene un suono evocativo della scena nella quale è contestualizzata, fornisce una sensazione e un’emozione che riempiono e concludono quelle che già verranno trasmesse attraverso il testo durante lo spettacolo.

In queste settimane ci siamo preparati all’arrivo di questo bambino, specificatamente all’istante del parto, abbiamo già realizzato alcuni corsi pre-parto, giusto per capire come cambiare il pannolino, come prenderlo in braccio e reggere la testa, come farlo smettere di piangere o come distinguere un lamento di stanchezza da uno di fame. Quello che, teatralmente parlando, si traduce in prove. Mettendo gli attori in scena e cominciando a montare le posizioni, i movimenti, le intonazioni, i tempi di risposta, la trasmissione delle emozioni, ci si può rendere conto dell’impatto che questa creazione avrà e bisogna ammettere che sarà molto forte, ma anche discontinua, sarà una trama rotta, spezzata e ripresa frequentemente, ma che si chiuderà in un cerchio finale che darà luogo alla nascita di un bambino un po’ particolare e sicuramente speciale per la sua mamma.

2 commenti su Nessuno, atto 5: musica che delimita la vita

Nessuno, atto 4: controlli in corso d’opera

Non so come faccia il tempo a scorrerci addosso e scivolare via, ma ultimamente scorre troppo velocemente, tanto da non sentire il contatto con la superficie delle cose. La fine…

Non so come faccia il tempo a scorrerci addosso e scivolare via, ma ultimamente scorre troppo velocemente, tanto da non sentire il contatto con la superficie delle cose. La fine di questo mese vuol dire l’inizio di un periodo al quale potrei attribuire troppi aggettivi che non starò a citare, perché chi mi accompagna in quest’avventura possa viverlo in maniera ancora più concreta. Inizia infatti quel lasso di tempo nel quale il mio bambino ha bisogno di controlli, giusto per vedere come cresce e avere la possibilità di trovare da prima le soluzioni, nel caso ci fossero dei problemi.

Febbraio: accordi siglati, progetti entrati in porto, viaggi e ritorni verso casa, riflessioni e preparazione a quella che sarà l’entrata nell’arena, come quando i gladiatori strofinavano un pugno contro l’altro prima di prepararsi al combattimento. In questi quasi 28 giorni di cose ne sono successe, abbiamo messo a punto il lavoro con i ragazzi dell’istituto F. Redi di Montepulciano facendo un laboratorio di una sola lezione, mettendo in scena l’aspetto emotivo della guerra. Il 9 febbraio io e Lara Pieri (professoressa di lettere dell’istituto) abbiamo presentato questo lavoro, prendendo un treno la mattina presto per andare a Firenze al Sant’Apollonia, dove si teneva una conferenza storica, conclusione di un ciclo sperimentale della Facoltà di Storia di Firenze. Alla presentazione erano presenti molte scuole della Toscana: tutte hanno parlato dello stesso argomento, la guerra nei Balcani. Hanno affrontato aspetti politici, questioni religiose e ragioni economiche che hanno fatto iniziare un inferno del quale alcuni orrori rimangono tuttora da rivelare, caratteristica comune a molte guerre. Al di là dell’aspetto storico si è parlato molto dell’aspetto umano, di quelle superstiti Hana e Mila, di Nina che vede tornare suo fratello a casa in lacrime, e di un Paese di cui prima erano concittadini e che dopo la guerra ha dovuto accettare diversità indotte, che non hanno né tradizioni né una storia vera e propria, ma che attraverso i simboli si sono costruite una nuova nazionalità, una patria diversa alla quale appartenere. Tra confini invisibili, lotte tra vicini di casa, abitazioni deturpate da colpi di proiettile e rancori incancellabili, in quella stanza dove si teneva la conferenza volavano invisibili pensieri discordanti. Era quasi esplicita una frase che mi passava spesso per la mente: “La guerra come dolorosa necessità”. Quella mattina, solo quella mattina, ho capito quanto fosse importante da parte di noi posteri, far rivivere la brutalità di certi eventi nella mente di chi si sente immune agli episodi del passato, con la consapevolezza che è spesso destinata a succedere ancora.

Il mio bambino non somiglierà solo a me, ma nel suo volto se ne rifletteranno almeno altri cinquanta, perché di padre ce n’è più di uno. Io sono semplicemente la custode, tutti coloro che saliranno sul palco sono la parte attiva che gli dà concretezza. Non avrei mai voluto che sul palco salissero soltanto persone che la guerra non l’hanno mai vissuta; è giusto che ci siano, perché riusciranno a comprendere l’argomento e rimarrà nei loro pensieri per molto a lungo, ma un pensiero diventa espressione quando è stato vissuto in maniera reale, tangibile, vera. Non potevo non invitare a partecipare a questo lavoro i “Tamburi Migranti”, un gruppo di estroversi musicisti del centro di accoglienza per i richiedenti asilo di Chiusi; alcuni di loro hanno sentito il fuoco tambureggiante delle armi troppo da vicino e hanno sentito la necessità di dover chiamare casa un altro posto, portando con sé solo loro stessi e le proprie passioni. Attraverso colori sgargianti, ritmi primordiali, facce consumate e quindi attraverso la musica fanno riemergere storie del loro passato, esperienze mai spente. Ho sempre voluto che questo spettacolo fosse un urlo a cielo aperto, un grido di rabbia, una collettività che attraverso la confusione di storie, che creano un rumore quasi assordante, dice qualcosa che non molti hanno il coraggio di dire, a cui pochi pensano, che Nessuno esprime.

In questo momento mi sembra di essere sulle montagne russe e io mi trovo solo nei carrelli finali all’inizio della giostra: pian piano sto proseguendo verso il centro e di fronte a me vedo una salita ripida, al termine della quale ci sarà una discesa a picco che mi farà venire il nodo allo stomaco. Probabilmente a volte mi farà chiudere gli occhi, e so che scesa da quella giostra mi tremeranno ancora le gambe, ma sicuramente niente mi darà mai la sensazione di quel tuffo nel vuoto. Insomma, bambino mio, siamo arrivati insieme fino al quinto mese e se prima vedevo solamente la pancia di una forma diversa, adesso concretamente ti sento dentro di me.

3 commenti su Nessuno, atto 4: controlli in corso d’opera

Type on the field below and hit Enter/Return to search