Nel 2017 a Cuba, precisamente nella prima settimana di settembre, i turisti stranieri vennero improvvisamente fatti evacuare verso due zone di sicurezza: Varadero, una sottilissima lingua di terra nel Nord dell’Isola piena di alberghi per vacanzieri abbienti, e L’Avana, la capitale. Si stava avvicinando l’uragano Irma.

Proprio in quei giorni stavo accompagnando la mia famiglia in un viaggio di tre settimane lungo tutta l’isla tra autostop, vetture improbabili e notti passate nelle case di famiglie cubane. I notiziari televisivi e radiofonici informavano senza sosta gli ascoltatori riguardo l’imminente passaggio dell’uragano Irma, che da Portorico si stava dirigendo verso la Florida. Ovunque vedevamo cubani e cubane muoversi, spostarsi, sgomberare, puntellare, rafforzare, aiutarsi. Si stavano preparando alla battaglia contro la natura. Erano sorprendentemente calmi, composti, sorridenti nonostante la consapevolezza dell’imminente disastro che li stava per colpire. Ci sono abituati loro. Sono abituati agli uragani e alle tempeste che li colpiscono quasi ogni anno. Ma sono anche abituati a lottare, a ricostruire, a risollevarsi dalle macerie, a vincere. Un popolo tanto povero quanto indistruttibile. E noi? Noi li guardavamo increduli lavorare come formiche disciplinatissime.

Fortunatamente l’occhio dell’uragano non colpì in pieno la capitale. Io e la mia famiglia ci trovavamo al quinto piano di una palazzina nella periferia della città. E non potevamo fare altro che aspettare quel parto dalla natura, inquietante e distruttivo. Il Governo cubano aveva ormai da giorni vietato di uscire di casa. L’unico contatto con il mondo esterno, non essendoci internet nell’isola se non in determinati hotspot, era garantito dalla televisione e dalla radio. Ma con l’avvicinarsi della tempesta, nel pomeriggio il segnale si interruppe. Durante la notte sentivamo il vento colpire il palazzo facendolo vibrare. Ogni raffica soffiava e sbatteva sulle finestre e sulle pareti più forte delle precedenti. E poi la pioggia violenta e incessante, il cui frastuono si sommava ai rumori innaturali di una città che stava lottando contro qualcosa di immenso. Sembrava che tutta L’Avana stesse per sbriciolarsi da un momento all’altro. L’ansia si accumulava e le ore passarono lentissime e insonni. La tempesta non diminuì e continuò per tutto il giorno seguente.

Alla luce del mattino si presentò ai nostri occhi un panorama urbano irriconoscibile. I pali e i fili della corrente erano fracassati a terra insieme ai rami e agli alberi del viale. Nelle vie più vicine al Malecon (l’affascinante lungomare), a cinquanta metri da dove avevamo passato la notte, le strade erano completamente sommerse dall’acqua spinta oltre il chilometrico muretto che separa l’oceano dalla città. I detriti erano ovunque. Delle poche macchine parcheggiate per le vie si vedeva solo il tettuccio. Dopo lo spaesamento dei primi minuti ci rendemmo subito conto che non c’era più acqua corrente, il cibo (di per sé non abbondante a Cuba) non si trovava più e l’elettricità era solo un bellissimo ricordo.

Provate a immaginare di ritrovarvi senza nessun bene di prima necessità. Quelli veri: acqua, elettricità e un pasto. Provate a immaginare che di colpo non avete più niente e dovrete rimanere in quelle condizioni per una settimana. Uscire con le strade distrutte, gli alberi, i palazzi e i pali della luce pericolanti vi costringe a stare chiusi in casa. Provate a pensare che i vostri soldi perdono ogni valore, perché i negozi sono chiusi e il cibo non si trova, non si compra. Nella nostra testa i pensieri erano solo ed esclusivamente proiettati alla sopravvivenza. L’unica ancora di salvezza era l’aeroplano che ci avrebbe riportati a casa, ma le piste dell’aeroporto erano state ovviamente danneggiate e non sarebbero state riaperte prima di cinque giorni. E poi, senza internet, non potevamo avere aggiornamenti dalla compagnia aerea. Avremmo perso il volo? Ci avrebbero informati tramite sms?

Riuscire a controllare la situazione è stata una delle cose più difficili che abbia mai fatto. Dopo poche ore eravamo già esausti. Non tanto per la fame, quanto per lo sforzo mentale di dover affrontare una situazione così assurda. Eravamo anche costretti a razionare l’acqua dal pozzo comune: non più di tre secchi al giorno, dal momento che sarebbe dovuta bastare per tutte le famiglie del palazzo. Per fortuna ci hanno salvato i cubani, sfamandoci con del riso che gli veniva garantito grazie alle loro tessere per gli approvvigionamenti alimentari: quelle che il Governo rivoluzionario assicura a ogni singolo abitante dell’isola, insieme a una casa e all’istruzione. Ce l’abbiamo fatta grazie alla generosità e all’amore di persone sconosciute, che ci hanno aiutato a superare quella settimana da incubo. Alla fine, siamo riusciti a tornare. Stanchi e provati, ma felici di aver condiviso quell’esperienza inimmaginabile con delle persone così umane.

Ritrovarci oggi in quarantena in Italia, nelle nostre case, dove abbiamo tutte le comodità, mi fa pensare a quel popolo meraviglioso, che ha saputo (per l’ennesima volta) affrontare una catastrofe e rialzarsi unito e fiducioso nel futuro. Lo stesso che ci manda medici e infermieri per aiutarci a combattere l’epidemia di COVID-19.

Print Friendly, PDF & Email
Show Full Content

About Author View Posts

Francesco Bellacci
Francesco Bellacci

"Scrivo, imparo, viaggio, osservo, ascolto, imparo"

Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

 
Iscriviti alla nostra newsletter!

Ultimi Articoli

Ultimi Podcast

Ultimi Video

I nostri sponsor

Archivi

Close
Close