Riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta a cittadini, teatranti, istituzioni culturali e amministratori da parte di Accademia Minima

Manca il teatro.
Vorremmo dire “ci manca” ed allora sembrerebbe una frase da teatranti o da addetti ai lavori.
A chi manca?
Manca alla comunità, consapevole o non consapevole di questo, esso manca alla comunità.
Non stiamo pensando al teatro come intrattenimento; sebbene il teatro sia anche questo e per molti sia “solo” questo; non stiamo parlando di un prodotto di consumo malgrado per molti sia diventato questo.
Del teatro come intrattenimento possiamo fare a meno in questo periodo complesso; del teatro come prodotto di consumo possiamo fare a meno sempre.

Parliamo del teatro nella sua funzione più antica e sostanziale: la capacità di mettere in relazione una comunità con sé stessa, di farle metabolizzare il tempo e lo spazio che stanno vivendo.

Il teatro è l’unica delle arti e dei linguaggi che ha questa capacità in quanto si basa su un dialogo; tutte le altre forme d’arte, e lo stesso teatro quando è vissuto in differita e senza condivisione di spazio come nello streaming o alla televisione, hanno al centro una comunicazione unilaterale: qualcuno dice ed altri ascoltano. Nel teatro, al contrario, la comunicazione è sempre bilaterale: l’artista ascolta lo spettatore e lo spettatore ascolta l’artista e da questa disponibilità reciproca nasce il dialogo.

Per questo noi di Accademia Minima, assieme ad altre compagnie teatrali italiane, abbiamo deciso da gennaio, superato il periodo delicato delle “festività”, di ricominciare ad incontrare il pubblico.

Si, ricominceremo a fare spettacolo.

Esiste la possibilità di farlo, sebbene economicamente dispendioso, muovendosi tra le maglie dei decreti e dei regolamenti attualmente in vigore. Noi la sfrutteremo. Sfrutteremo la fallacia delle stesse regole che sono state imposte.

Sarà un atto di disobbedienza civile, a dei divieti assurdi, che rispondono esclusivamente alla volontà politica di una classe dirigente che legifera su questioni che non si è presa la briga di conoscere prima.

La nostra non è una disobbedienza insensata; del virus abbiamo paura, crediamo sia necessario combatterlo, crediamo sia necessario il rispetto del protocolli sanitari, crediamo che sia importante il distanziamento fisico, che sia necessaria la mascherina, che siano necessarie le opportune azioni di sanificazione degli spazi. Noi non siamo dissennati; cerchiamo e ci domandiamo però il senno di chi, malgrado sia evidente che il teatro (soprattutto nelle piccole realtà e meno facilmente nei grandissimi teatri) sia fruibile in una sicurezza maggiore rispetto ad altri spazi a cui, al contrario, è concesso l’accesso.

Si dice che i teatri devono essere chiusi perché lo spostamento del pubblico per raggiungerli è rischioso; bene, noi faremo spettacoli per un massimo di dieci quindici spettatori, organizzando loro i percorsi da seguire da casa allo spazio dove verrà allestito lo spettacolo, in modo che percorrano strade secondarie senza mai incontrarsi; laddove possibile li andremo a prendere, casa per casa, uno ad uno e li accompagneremo monitorando che rispettino le regole.

Si dice che i teatri siano poco sicuri perché al chiuso; e noi prenderemo i regolamenti interni a spazi simili, come le chiese, e raddoppieremo le misure di sicurezza. Laddove sono previsti un metro e mezzo di distanza tra persone, noi avremo tre metri di distanza tra le persone.

Si dice che i teatri siano pericolosi perché le persone dovrebbero stare nello stesso spazio, al chiuso, per troppo tempo; noi offriremo spettacoli che durino meno di una messa o della fila alla cassa di un negozio di articoli sportivi e, laddove possibile, faremo spettacoli brevissimi ed all’aperto.

Si dice che le persone non abbiano intenzione di venire in teatro in questo momento perché spaventati: bene, noi abbiamo spettatori che ci chiedono da mesi di riaprire e che solo allo spargersi della voce stanno già chiedendo di prenotarsi.

In questi mesi abbiamo continuato a lavorare duramente; abbiamo evitato lo streaming di spettacoli e corsi perché lo consideriamo fuorviante e dannoso per il teatro stesso, ed allora ci siamo chiusi in sala come professionisti (ciò era consentito dai decreti) ed abbiamo continuato a lavorare, migliorarci, crescere.

Adesso stiamo provando gli spettacoli che porteremo fuori dalla sala di lavoro, negli spazi dove potranno incontrare il pubblico fin dal 16 gennaio prossimo.

Il teatro, proprio in questi momenti, diventa necessario; perché è necessario che la comunità attraverso l’incontro tra attori e spettatori sia accompagnata a leggere ed a riconoscere sé stessa anche all’interno di una pandemia.

Il teatro, del resto, non si è mai fermato nella storia; laddove lo abbiamo visto sparire era semplicemente costretto alla clandestinità.

Noi non voglia essere clandestini nella nostra comunità, noi vogliamo essere cittadini delle nostre città ed esercitiamo la cittadinanza attraverso la funzione sociale del teatro che è insostituibile.

Con questa nostra invitiamo la cittadinanza, i colleghi delle altre compagnie teatrali, gli spazi culturali, le amministrazioni locali del territorio e la direzione artistica dei teatri di Siena e degli altri teatri della provincia ad aderire a questa nostra azione di disobbedienza civile, ospitare gli spettacoli che siamo pronti a portare in pubblico (vi aiuteremo noi affinché tutto resti legale e ci assumeremo ogni responsabilità) ed a coordinarci per realizzarla.

Francesco Chiantese
Accademia Minima APS

www.accademiaminima.it

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