La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: teatro

Quizas, Quizas, Quizas in scena al Teatro Caos di Chianciano: intervista a Manfredi Rutelli e Cristina Aubry

Si intitola Quizas, Quizas, Quizas, come la canzone di Osvaldo Farrés, cantata da più o meno tutti i crooners del mondo, ed è la nuova produzione di LST Teatro, che…

Si intitola Quizas, Quizas, Quizas, come la canzone di Osvaldo Farrés, cantata da più o meno tutti i crooners del mondo, ed è la nuova produzione di LST Teatro, che aprirà la nuova stagione teatrale del Teatro Caos di Chianciano Terme, organizzata e diretta dalla compagnia LST Teatro e patrocinata dal Comune di Chianciano Terme, sabato 30 novembre, alle ore 21:15.

Manfredi Rutelli, dopo il successo di Tacabanda e de Il secondo figlio di Dio che, portato in scena da Simone Cristicchi, ha trionfato nei teatri italiani, scrive una nuova delicata commedia al femminile: Quizas, Quizas, Quizas. Questa volta la protagonista è una donna, la bravissima Cristina Aubry, alle prese con uno dei temi più attuali della società moderna: la perdita del lavoro, tema trattato con leggerezza e umorismo.

Le donne della commedia italiana sono tradizionalmente tratteggiate in maniera peculiare: sono molto spesso donne al limite, sull’orlo di quello che – a seconda delle prospettive – può essere sia un baratro che un trionfo. Una cosa è certa: è molto raro che siano donne passive. Non subiscono quasi mai l’ordine degli eventi ma se ne rendono – prima o poi – artefici. Sarà che le maschere della commedia dell’arte italiana – fondamento del teatro moderno – proponevano figure femminili sempre attive, finanche nei ruoli di servetta o di locandiera. Anzi, era proprio nelle condizioni di subalternità che queste rovesciavano gli schemi ‘patriarcali’ della società, sbeffeggiando i Padroni e rifiutando obblighi sociali, matrimoni forzati, avances di vecchi libidinosi e soldati fanfaroni.

La penna e la visione scenica di Manfredi Rutelli entrano perfettamente in questa tradizione: il suo modo di raccontare e di rappresentare le figure femminili porta con sé le grandi maschere femminili della nostra commedia. Per Quizas Quizas Quizas, la figura femminile è Cristina Aubry, attrice e doppiatrice, che si confronta con un personaggio molto complesso dal punto di vista recitativo: la protagonista dello spettacolo è infatti Anna, una donna sulla cinquantina, che rimane bloccata dentro l’ascensore mentre sta salendo per andare a un appuntamento importante, presso un’agenzia di consulenza per chi perde il lavoro. Collegata con l’esterno solo grazie all’interfono dell’ascensore, Anna cerca una rocambolesca via d’uscita. In un turbinio di situazioni paradossali e comiche, tra ricordi giovanili e familiari, Anna si ritrova a fare i conti con un’esistenza mai facile, mentre intorno a lei le luci vanno e vengono, e le note della canzoncina “Quizas, quizas, quizas”, diffusa dall’interfono dell’ascensore, si confondono con il rumore delle corde d’acciaio e delle lamiere. Abbiamo incontrato Manfredi Rutelli e Cristina Aubry pochi giorni prima del debutto.

Innanzi tutto è interessante parlare di incontri umani: come è avvenuto l’incontro tra Manfredi Rutelli e Cristina Aubry? Che peso ha avuto il rapporto umano nella preparazione di questo spettacolo?  

Manfredi Rutelli: Questa è la fortuna di essere in una compagnia teatrale indipendente, dove cosa fare e con chi possiamo sceglierlo liberamente. Conosco Cristina da tanti anni; abbiamo già avuto occasione di lavorare insieme, quando la diressi in uno spettacolo di Pierpaolo Palladino, L’ultimo angelo. L’avevo vista recitare tante volte a Roma, è stata ospite del Festival Orizzonti con uno spettacolo intitolato Al Pacino e insomma, credo ci sia stata tra noi sempre, oltre che una piacevole amicizia, anche una profonda stima reciproca. Così, quando LST ha deciso di produrre questo spettacolo, è stato abbastanza spontaneo per me pensare a Cristina come interprete. Le ho fatto leggere il testo e, bontà sua, a lei è piaciuto. Così si è concretizzata questa nuova collaborazione. Ci siamo chiusi dentro il Teatro Caos a Chianciano Terme e abbiamo fatto nascere questo spettacolo, tra chiacchiere, mangiate e prove estenuanti…

Perché proprio  “Quizás Quizás Quizás”, come brano da utilizzare in una dimensione claustrofobica dell’ascensore? 

Manfredi Rutelli: Beh, intanto mi divertiva l’effetto paradossalmente comico di una canzoncina così spensierata in una situazione così angosciosa come quella che sta vivendo la nostra ansiosa protagonista. Ma poi c’è  anche il tormentone di questo “chissà, chissà, chissà” che è infondo il canto di una speranza disperata e allo stesso tempo fiduciosa, ottimistica, della nostra Anna, che spera, con il colloquio che deve fare all’agenzia che sta raggiungendo con l’ascensore, di poter risolvere una situazione personale, economica, molto problematica, come può essere quella della ricerca di un lavoro da parte di una donna non più giovanissima che si trova a fare i conti con un’esistenza mai facile. Chissà come le andranno le cose, chissà se l’aiuteranno a ricollocarsi, chissà se risolverà i suoi complessi nei confronti della figlia, e, soprattutto,  chissà se la tireranno fuori da quell’ascensore dove, molto metaforicamente, è rimasta intrappolata.

Lo spettacolo prevede un grande lavoro tecnico di allestimento: ci sono voci fuori scena, particolarissime sonorizzazioni che hanno un peso diegetico; spesso sono dei veri e propri inneschi narrativi: è come se chi sta dietro i mixer abbia una responsabilità “performativa” al pari degli attori. È una caratteristica di LST? Nel processo creativo degli spettacoli, consideri da subito gli elementi tecnici e i props di scena? 

Manfredi Rutelli: Vedi, per me suoni e luci sono fondamentali in uno spettacolo. Probabilmente la mia passione per il cinema, che non ho mai neanche provato a fare, ma di cui mi sono nutrito sin da bambino quando chiudevo tutto e facevo buio nella mia cameretta e proiettavo sulla parete i cartoni animati di Paperino e Topolino, me la porto ancora dietro. Così come porto con me la mia passione per la musica, i suoni, la sonorizzazione. Paradossalmente per uno che scrive, delle parole ne potrei fare anche a meno,  ma non potrei rinunciare alla visione scaturita dai suoni, rumori, azioni su musica, luci suggestive. Per questo ricerco sempre non una colonna sonora, non un sottofondo musicale, ma un partitura musicale, un corpo sonoro concreto; non un accompagnamento per le azioni, ma proprio un’altra azione. Credo che il suono possa avere la stessa energia di un’azione, lo stesso impatto emotivo sullo spettatore. E così per le luci. Ho la fortuna di lavorare, in LST Teatro, con musicisti come Paolo Scatena e Massimiliano Pace, con tecnici appassionati e preparati, con loro ci piace esplorare, e i nostri prossimi progetti, quelli che abbiamo in mente di realizzare nel 2020, saranno un’ottima occasione di studio e ricerca.

Lo schema drammaturgico dello spettacolo sembra familiare ai classici del teatro contemporaneo come Il calapranzi di Harold Pinter o Giorni felici di Beckett. Quando scrivi hai dei riferimenti? Dei “Maestri”?

Manfredi Rutelli: Accidenti, se avessi saputo di poter essere minimamente accostato ai due mostri sacri che hai citato, camminerei a 30 cm da terra! No, il mio è un artigianato molto più semplice: racconto storie. Nient’altro. Questo è il mio unico riferimento. Raccontare una storia. Questa storia mi è balenata in testa in un periodo della mia vita in cui effettivamente avevo delle difficoltà professionali ed economiche e anche relazionali, visto che non è mai facile ammettere, alle persone care che hai vicine, l’ipotesi, il rischio, di un fallimento. È un modo catartico di superare certe situazioni in cui ognuno di noi potrebbe venirsi a trovare. E non chiedermi il perché abbia trasferito tutto questo a un personaggio femminile, anziché in uno maschile,  visto il mio “genere”, perché si potrebbero aprire meandri da psicanalisi che potrebbero lasciar intendere cose che non sono. Chissà, chissà, chissà… Scherzi a parte, mi piace scrivere di personaggi femminili, non so perché, ma mi viene facile. Forse perché ho vissuto e tutt’ora vivo con moglie e due figlie, circondato da donne; sin da bambino sono state tante le presenze femminili nella mia vita. Mi  piace esplorare quella dimensione, che mi affascina, da cui sono infinitamente attratto e di cui sono perennemente incuriosito. E quando ho pensato alla storia da raccontare, ho pensato subito a una donna come protagonista: Anna. Era lì, con l’urgenza di raccontare la sua vita, i suoi rapporti, i suoi problemi con la madre, con la figlia, e con gli uomini, che in questa vicenda non fanno mai una bella figura!

Quanto è rilevante il fatto che la protagonista sia una donna? Quanto di questo personaggio è visceralmente – o sei vuoi stereotipicamente – femminile? 

Cristina Aubry: Con Manfredi ci conosciamo da anni e mi ha già diretta in uno spettacolo di Palladino, L’ultimo angelo. Questo testo è nato proprio per il teatro Caos. È stato importante, per me, venire a Chianciano e già dal primo giorno avere il teatro a disposizione. Si è creata una bella intimità, è stato come un ritiro nel quale la concentrazione era totale. Il personaggio di Anna è quello di una donna sui cinquant’anni che vive una condizione di solitudine e fallimento su tutti i fronti. Perdere il lavoro in un’età in cui non si è più giovani e non ancora vecchi è molto difficile per entrambi i sessi. Forse per una donna, socialmente, è ancora più discriminatorio. È femminile, secondo me, il fatto che abbia il coraggio di mettersi a nudo e a poco a poco crollino tutte le maschere; credo che questo coraggio sia strettamente femminile e in qualche modo dietro tanta fragilità si nasconde una grande forza.

La figura femminile sembra circondata da un’aura simbolica molto forte: tutto sembra significare qualcosa di più grande. Forse che siamo tutti chiusi dentro un ascensore e sta a noi decidere se sia una trappola o una barricata? 

Cristina Aubry: Anna nella sua vita non ha più nulla a cui appoggiarsi: una madre ancora molto ingombrante, una figlia che parte per l’Australia verso la quale nutre un forte complesso di inferiorità, un matrimonio finito e il licenziamento da lavoro. La tentazione di rimanere al sicuro, nel guscio, è forte… ma il suo coraggio è l’arma che le farà fare un ulteriore passo verso la liberazione. Credo che solo la sincerità con se stessi possa aiutarci a ripartire. Anche da zero.

Lo spettacolo Quizas, Quizas, Quizas, fuori servizio, con Cristina Aubry, scritto e diretto da Manfredi Rutelli, con le voci fuori scena di Pierpaolo Palladino, Alessandro Waldergan e Gianni Poliziani, con gli arrangiamenti musicali di Massimiliano Pace, la sonorizzazione di Paolo Scatena, le Luci di Simone Beco e l’allestimento scenico di Lucia Baricci, dopo la prima di Chianciano Terme, sarà a Roma la prossima settimana, al Teatro Tordinona, dal 6 all’8 dicembre, e da qui prenderà il via la sua tourneé per la stagione 2019/20.

Nessun commento su Quizas, Quizas, Quizas in scena al Teatro Caos di Chianciano: intervista a Manfredi Rutelli e Cristina Aubry

‘No Normal’ – La normalità che diventa l’anormalità

Si pronunciano nello stesso modo, ma non vogliono dire la stessa cosa. La normalità: carattere, condizione di ciò che è o si ritiene normale, cioè regolare e consueto, non eccezionale…

Si pronunciano nello stesso modo, ma non vogliono dire la stessa cosa.

La normalità: carattere, condizione di ciò che è o si ritiene normale, cioè regolare e consueto, non eccezionale o casuale o patologico, con riferimento sia al modo di vivere, di agire, o allo stato di salute fisica o psichica, di un individuo, sia a manifestazioni e avvenimenti del mondo fisico, sia a situazioni più generali.

L’anormalità: stato, condizione di ciò che è anormale: anormalità di una situazione, di un comportamento, di un fenomeno, di una manifestazione; anormalità psichica. In senso concreto, la cosa stessa che esce dalla normalità o che è irregolare: riscontrare molte anormalità nell’amministrazione.

Nella vita si danno per scontate tante, molte e forse troppe cose. Si danno per scontate le cose che abbiamo, le cose che facciamo e addirittura le persone. Senza parlare poi dei valori, dei sentimenti e degli affetti. Prendiamo ad esempio l’amore: l’amore è il sentimento più bello e più normale che si possa provare; troppo spesso però, negli ultimi anni soprattutto, quello che in amore dovrebbe essere normale diventa tragicamente anormale. E titoli come questi ‘Uccisa per il troppo amore’, ‘L’ho uccisa per amore’, non fanno altro che sottolineare che di normale c’è poco o niente e che non possiamo dare per scontato, o giustificarli, comportamenti o parole di queste genere

È questo il concetto che l’associazione culturale ‘ArtedaParte’ porta in scena con lo spettacolo ‘No Normal’ in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Questo progetto nasce nel 2017 in collaborazione con il laboratorio teatrale di espressione emozionale, mettendo in scena prima ‘Ab-Normal’ e poi ‘Very Abnormal People’. L’iniziativa suscitò  molto interesse fino ad arrivare , quest’anno, a una collaborazione attiva che unisce varie realtà artistiche presenti nel territorio della Valdichiana, con l’intento di scuotere le coscienze verso un tema, quello della violenza sulle donne, che ormai sta dilagando anche nel nostro territorio.

Attraverso l’interpretazione scenica di giovani attori, attori professionisti e attori amatoriali, la regista ha cercato di indagare sulla realtà che esiste oltre quell’amore ‘normale’ ma che in realtà non lo è: ‘No Normal’ è un modo per dire ‘Non è normale’ mostrando persone ‘normali’ in un’altalena di situazioni di vittime e carnefici, per far riflettere e discutere.

Tramite schemi emotivi e caratterizzazione emotiva, i personaggi sul palco reinterpreteranno i testi del libro di Serena Dandini ‘Ferite a morte’ e i casi di violenza saliti agli onori di cronaca per la loro crudeltà e spietatezza. In maniera emotiva e toccante, gli interpreti faranno emergere il normale che diventa anormale in una vita apparentemente felice.

L’adattamento scenico dello spettacolo è affidato a Emanuela Castiglionesi, per la direzione scenica di Ira Moering. ‘No Normal’, oltre a monologhi e testimonianze, avrà anche un accompagnamento musicale affidato a Niccolò Falciani e Joao Pedro Savino, il tutto con l’obiettivo di allontanare della coscienza umana ogni tipo di violenza e prendere le distanze dall’anormale brutalità che invece per l’essere umano può sempre normale.  Lo spettacolo vede la partecipazione di Chiara Protasi, Stefano Bernardini,  M. Paola Bernardini, Luca, Fabio e Aurora Amirante, M. Luisa De Curtis, Emma Bali, Damiano Belardi, Alessandra Guattari, Lara Frosoni, Federico Vulpetti, Samuele Peruzzi, Stefano Boffa, Luisa Noli, M. Cristina Neri, Giacomo Maggi, Emanuela Castiglionesi e, in una coreografia di Cristina Peruzzi, Lucrezia Cozzi e Francesco Esposito.

La regista ha lavorato sugli attori dal punto di vista emotivo, spogliandoli delle loro caratteristiche per farli entrare in situazioni lontane dal loro modo di essere e distaccandoli dalle loro reazioni, fare della loro anormalità la normalità.

‘Andando ad interpretare brani di Mia Martini, ho trovato difficoltà dal punto di vista tecnico, io sono cantante lirica mentre Mia Martini è una cantante moderna. Dal punto di vista interpretativo, invece, il messaggio è forte perché il brano che interpreto parla di donne in balia del potere maschile e infatti il messaggio che vogliamo lanciare con questo spettacolo è quello di prendere le distanze da ogni tipo di violenza. Con questo spettacolo abbiamo voluto portare in scena fatti di forti e crudi proprio perché lo spettatore non si deve riconoscere in quello che vede e dunque prenderne le distanze e attivarsi perché fatti di violenza non avvengano più’ è il commento di Chiara Protasi, una delle interpreti.

Lo spettacolo andrà in scena venerdì 22 novembre alle 21:30 al Teatro dei Concordi di Acquaviva di Montepulciano e sabato 23 novembre alle ore 21:30 al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena. L’iniziativa è organizzata con il patrocinio dell’Unione Comuni Valdichiana Senese, il Centro Pari Opportunità, il Comune di Montepulciano e il Comune di Torrita di Siena ed in collaborazione con il Laboratorio Teatrale di Espressione Emozionale, il Gruppo Teatrale F.U.C. (Formare Una Compagnia), la Petite Ecole di C. Peruzzi (Scuola di Danza), il CTA “Il Borgo” Torrita di Siena, la Pro Loco Torrita di Siena e l’Associazione “Amica Donna” (Ascolto e Accoglienza Vittime).

Nessun commento su ‘No Normal’ – La normalità che diventa l’anormalità

Valdichiana Teatro – Stagione 2019/2020

Stagioni teatrali, spettacoli, corsi di recitazione: in Valdichiana la cultura teatrale è sempre più diffusa e vivace! Il nostro magazine segue da tempo le attività legate al teatro nel territorio,…

Stagioni teatrali, spettacoli, corsi di recitazione: in Valdichiana la cultura teatrale è sempre più diffusa e vivace! Il nostro magazine segue da tempo le attività legate al teatro nel territorio, tra i cartelloni invernali e i festival estivi: Valdichiana Teatro è il tentativo di mettere in relazione tutte le persone che in questo territorio apprezzano e vivono il mondo teatrale. Non soltanto informazioni e calendari degli spettacoli, ma anche un gruppo di discussione, interviste e approfondimenti, un magazine digitale completamente gratuito e tante altre iniziative che andranno ad arricchire tutti gli appassionati locali e non solo.


gruppo facebook valdichiana teatro

 


Le Stagioni Teatrali in Valdichiana 2019/2020









Nessun commento su Valdichiana Teatro – Stagione 2019/2020

Nei Panni dell’Altro – Intervista a Olga Rossi

Con la postura austera, ma pacata, dell’attrice di accademia, Olga Rossi non ha mai abbandonato le sue radici toscane, nonostante il curriculum artistico le abbia permesso di falcare da Nord…

Con la postura austera, ma pacata, dell’attrice di accademia, Olga Rossi non ha mai abbandonato le sue radici toscane, nonostante il curriculum artistico le abbia permesso di falcare da Nord a Sud lo stivale, tra tournée teatrali e set cinematografici. Tanto che, tra i lavori per il cinema con Gabriele Salvatores o Rocco Papaleo, e quelli per il teatro con Alessandro Gassman o Ottavia Piccolo – giusto per citarne alcuni – Olga Rossi trova occasioni per portare avanti progetti di propedeutica teatrale, e laboratori di recitazione, nel nostro territorio. Dopo il Diploma al Teatro Stabile di Torino, ha seguito corsi di perfezionamento con Luca Ronconi e Massimo Navone, per poi seguire seminari e workshop con Marcel Marceau, Julie Anne Stanzak e Nicolaj Karpov: non si può di certo negare che abbia avuto la possibilità di osservare da vicino il lavoro dei più grandi teatranti del nostro tempo.

Residente a Trequanda, già lo scorso anno ha curato un laboratorio teatrale dedicato alla Costituzione italiana e quest’anno, coinvolta dalla direzione del Teatro Ciro Pinsuti di Sinalunga, si occuperà dei corsi di recitazione rivolti ai bambini delle scuole elementari e di quelli per adulti. Oltre a Olga Rossi, a coordinare i partecipanti dei laboratori di recitazione presso il teatro sinalunghese ci sarà anche Maria Claudia Massari, ormai volto noto del pubblico del Ciro Pinsuti, che porterà avanti i corsi per ragazzi delle scuole medie e per le scuole superiori.

Abbiamo rivolto qualche domanda a Olga nella settimana in cui sono stati presentati i corsi attraverso lezioni-prova gratuite.

Quale percorso professionale/artistico ti ha portato a curare la propedeutica teatrale? Cosa ti interessa del lavoro di insegnante di teatro?

Il tempo. In mezzo alle  lunghe tournèe scavalcamontagne che durano mesi, così, per gioco, ho iniziato con i ragazzi del circolo Arci di Trequanda un percorso che mi ha convinta sempre di più della funzione sociale del teatro. Fosse per me aprirei un teatro e una biblioteca, con gli orari di un centro commerciale, in ogni paese. Per quanto riguarda l’insegnamento, non credo che il teatro si possa insegnare, ma se ti interessa puoi imparare a farlo.

Che tipo di lavoro attende i ragazzi che si iscriveranno ai corsi 2019/20 del Ciro Pinsuti?

Ai ragazzi, che poi sono più bambini – dato che con me saranno i piccoli delle elementari – leggerò le Favole al Telefono di Rodari: ogni giorno sarà una storia a guidare la nostra immaginazione. C’era una volta il signor Bianchi di Varese… le leggevo da piccola e l’idea di quel babbo che ogni sera, dal niente, inventava una storia per sua figlia, me la sono portata dietro per anni, poi ho capito perché. Ascoltare storie ci fa sentire meno soli.

Qual è la principale novità di questa stagione, sempre per quanto riguarda i laboratori, rispetto a quelle precedenti?

Non so bene rispondere in questi termini. Il lavoro appassionato di Maria Claudia, che da vent’anni ha cresciuto i ragazzi di Sinalunga e, agli albori, ha cresciuto anche me. Quello che Calamandrei dice a proposito della legge credo possa essere piuttosto universale, le regole del teatro sono vive perché dentro a queste formule circola il pensiero del nostro tempo; bisogna lasciarvi entrare l’aria che respiriamo, mettervi dentro i nostri propositi e le nostre speranze. Il teatro è giovane e antico come la primavera, si rinnova sempre e le persone, se ne hanno voglia, possono fare altrettanto.

A quale tipo di persone sono rivolti i tuoi corsi?

Non esistono requisiti specifici, credo che piuttosto sia necessaria la voglia di provare a mettersi nei panni di qualcun altro, lasciare andare un pezzo delle proprie convinzioni per provare a capire cosa pensa qualcuno che non sia ‘io’; è un esercizio necessario in questi tempi.

Nessun commento su Nei Panni dell’Altro – Intervista a Olga Rossi

L’improvvisazione teatrale di Voci e Progetti tra gli eventi dell’estate di Chianciano Terme

Era il 1994 e a Chianciano Terme, per contribuire ad animare la vita culturale del posto, un gruppo di giovani fondava l’associazione “Voci e Progetti“, attraverso la quale poter organizzare…

Era il 1994 e a Chianciano Terme, per contribuire ad animare la vita culturale del posto, un gruppo di giovani fondava l’associazione “Voci e Progetti“, attraverso la quale poter organizzare cineforum, incontri, concerti e proporre performance di recitazione.

25 anni dopo, quell’associazione è divenuta una compagnia di teatro di improvvisazione e alcuni di quei ragazzi, adesso attori professionisti, tornano nel luogo da dove sono partiti per offrire un programma di quattro spettacoli. Gli appuntamenti con il teatro di improvvisazione previsti per questa estate a Chianciano saranno infatti una serie di eventi tutti diversi tra loro, per i temi che andranno ad affrontare, come ha annunciato Renato Preziuso, presidente di Voci e Progetti:

«Le quattro date attraverso cui si articolerà il calendario sono: il 13 giugno, con “Bistrot, una performance di storie che prenderanno vita dalle parole suggerite dal pubblico, il 16 luglio, con “Jazz”, al quale prenderà parte Omar Argentino Galvan, improvvisatore di fama internazionale, il 4 agosto, con “I Cant”, che oltre a quelle recitate prevede l’inserimento di parti cantate e il 6 settembre, quando lo spettacolo, intitolato “Prowalk”, si snoderà lungo i negozi del centro di Chianciano e le battute saranno ispirate da ciascuno di essi. Siamo lieti di portare il nostro teatro nel paese dove Voci e Progetti è nata, insieme alle nostre carriere, soprattutto adesso che il lavoro ci porta a stare molto a Perugia, dove si trova l’altra sede dell’associazione. 

Di volta in volta, dalle tre alle nove persone si troveranno al centro della scena per affrontare un copione che nascerà sul momento, senza il supporto di una trama predefinita o alcuna scenografia».

Quella che poi è l’essenza del teatro di improvvisazione.

«E che lo differenza rispetto al teatro di testo, dove invece si ha a disposizione una sceneggiatura già scritta. Tra i due generi vige un rapporto di complementarietà: non c’è tanta differenza per quanto riguarda lo stile di recitazione, ma nel teatro di improvvisazione si è soliti dare più rilevanza al modo in cui si dicono le cose, che al loro contenuto. In altre parole, se il teatro di testo è un brano di musica classica, l’improvvisazione è un pezzo jazz. Questo rende imprevedibile e irripetibile ogni performance, legata nel suo divenire alla situazione in cui si svolge, alle persone che recitano, a ciò che le ispira in quel momento.

Poi ci sono anche tanti punti in comune con il teatro di testo, come lo studio della presenza sul palco o dell’impostazione della voce, tutti aspetti che vengono insegnati agli allievi della scuola di Voci e Progetti».

Oltre a portare in giro spettacoli di improvvisazione, Voci e Progetti è infatti anche scuola nazionale di recitazione.

«I corsi sono rivolti ad adulti e bambini, la scuola si struttura in piani di otto mesi per tre anni, al termine dei quali se ne può aggiungere uno di perfezionamento. In genere, ogni lezione prevede esercizi di riscaldamento e interazione con gli altri attori. Si impara a sviluppare un’attitudine all’ascolto e alla gestione delle emozioni, a produrre testi, ad approfondire tecniche teatrali e format di improvvisazione».

Elementi che, una volta appresi, possono essere utilizzati non solo sulla scena.

«Il teatro, in particolar modo quello di improvvisazione, pone le sue tecniche a servizio anche di altri contesti, come per esempio le aziende e la pubblica amministrazione. È una cultura già diffusa da molti anni all’estero, mentre in Italia, e soprattutto nelle regioni del Nord, ha preso piede solo nell’ultimo decennio. Le competenze più richieste sono la capacità di ascolto e la disposizione al cambiamento, necessarie alla vita di un’impresa soprattutto nei processi di team building e di gestione di eventuali crisi. Tanto lavoro viene fatto sulla comunicazione efficace e sul public speaking, e ciò può richiedere talvolta il supporto di psicologi come coach».

Il teatro di improvvisazione è dunque un mondo che non si limita allo spazio della performance artistica, ma contribuisce alla creazione dell’ambiente in cui si svolge la vita delle persone.

«L’improvvisazione può essere un mezzo attraverso cui avvicinarsi alla recitazione, dopodiché un attore può anche intraprendere altri generi. Fondamentale è l’occasione di apprendere le tecniche teatrali che offre, con le quali gli attori diventano registi di se stessi nel corso della performance».

Nessun commento su L’improvvisazione teatrale di Voci e Progetti tra gli eventi dell’estate di Chianciano Terme

Chi semina bene, raccoglie Semidarte 2.0: al Teatro Mascagni va in scena “Bambini”

Il 27 aprile 2019, alle 21.00 la giovane compagnia chiusina Semidarte 2.0, si confronta con il passaggio all’età adulta nello spettacolo Bambini di Michele La Ginestra e Adriano Bennicelli. La…

Il 27 aprile 2019, alle 21.00 la giovane compagnia chiusina Semidarte 2.0, si confronta con il passaggio all’età adulta nello spettacolo Bambini di Michele La Ginestra e Adriano Bennicelli. La regia di Bambini è di Andrea Storelli, e gli attori in scena sono Emma Bali, Pietro Carloncelli, Daniele Cesaretti, Pauline D’Antonio, Teddy Edu, Riccardo Laiali, Noemi Lo Bello, Benedetta Margheriti, Carlotta Margheriti, Mascia Massarelli, Claudia Pronti, Giacomo Testa e lo stesso Andrea Storelli. Le scenografie sono curate da Piero Scaccini, Enrico Mearini e Fabrizio Nenci, mentre la fonica da Flavio Storelli.

 

Sin da bambini hanno passato ore sulle poltroncine rosse del teatro di Chiusi, osservando i “grandi” della storica compagnia chiusina Semidarte: alle prime e alle repliche, sia durante le prove tecniche che durante le letture di copione. Hanno respirato talmente tanto i profumi di legno secco del palco e le polveri delle quinte di scena, che quasi mantengono a mente battute e fraseggi di copione che hanno inscenato gli adulti anni fa. Così, nel 2013, lo spunto di costituire un gruppo teatrale “giovane” a Chiusi, che fosse speculare a quello della generazione precedente alla loro, arriva da Andrea Storelli e Benedetta Margheriti. Per la scelta del nome da dare al gruppo, da subito non hanno dubbi: Semidarte 2.0, una nuova versione “aggiornata” rispetto a quel teatro analogico dei decenni precedenti. Mantengono alto il ritmo delle produzioni: sono cinque, ad oggi, gli spettacoli rappresentati: Attento alla Cioccolata, Callaghan!, Rumors, Se devi dire una bugia dilla grossa, il letto Ovale e, tra pochi giorni saranno di nuovo in scena con Bambini. Uno spettacolo corale, molto nutrito, con 13 attori in scena che elaborano un testo apparentemente leggero e ironico, che cela però una profonda – e attualissima – riflessione sul passaggio dalla giovinezza all’età adulta, sul confronto che ognuno si ritrova a dover fare con le proprie ambizioni, i propri risultati.

«Appena finito uno spettacolo si pensa già ad un altro» mi scrive Benedetta Margheriti «Infatti a Settembre 2018, il nostro regista Andrea Storelli ci ha convocati per parlare e decidere le sorti del nuovo copione. Tutti insieme abbiamo deciso che era arrivato il momento di cambiare, di avvicinarci ad un nuovo genere teatrale, che si allontanasse dalla commedia brillante, la quale ci ha accompagnato per ben quattro spettacoli. Andrea ci ha proposto Bambini, commedia di Michele La Ginestra e Adriano Bennicelli. Durante la prima lettura siamo rimasti molto colpiti dalla storia e dalla comicità amara che viene fuori dal testo».

Il rischio che molto spesso corrono i nuclei creativi del territorio è legato al fatto che ogni generazione subisce ormai una diaspora generalizzata tra i 20 e i 30 anni. I Semidarte 2.0 non temono sfaldamenti: «Quest’anno ci sono stati cambiamenti anche per quanto riguarda gli attori della compagnia» continua Benedetta «Si sono uniti a noi ragazzi che vengono da Sarteano, Sant’Albino e Torrita di Siena; inoltre siamo stati molto fieri di lavorare con Mascia Massarelli, che è stata per molti anni attrice del vecchio collettivo “Semidarte”, a cui la nostra compagnia 2.0 è molto legata. Un’adulta “supervisionatrice”, su di lei si può contare».

In Bambini ci si interroga su quanto l’essere “adulti” faccia perdere quel “fanciullino” che è in noi, quello di cui abbiamo sentito parlare in molti testi poetici e che sparisce molto facilmente quando deve fare i conti con la realtà che lo circonda. «È un testo che ci ha permesso momenti di estrema comicità e momenti di riflessione, in cui l’attore si interroga e si deve sapere ascoltare per tirare fuori emozioni vere. Ci siamo ritrovati anche a confrontarci sul fanciullino che ognuno di noi porta ancora dentro, anche fisicamente: stiamo letteralmente rovistando nelle nostre rispettive case, spolverando vecchi bauli, in cerca di giocattoli, cianfrusaglie infantili, oggetti che ci appartenevano quando eravamo bambini, da portare in scena»

 

 

Nessun commento su Chi semina bene, raccoglie Semidarte 2.0: al Teatro Mascagni va in scena “Bambini”

“Dis-Order”, il teatro di LaBute a Montefollonico: intervista a Benedicta Boccoli

Sabato 9 Marzo 2019, al Teatro di Montefollonico, va in scena Dis-Order, con Benedicta Boccoli e Claudio Botosso, per la regia di Marcello Cotugno. Il testo è di Neil LaBute,…

Sabato 9 Marzo 2019, al Teatro di Montefollonico, va in scena Dis-Order, con Benedicta Boccoli e Claudio Botosso, per la regia di Marcello Cotugno. Il testo è di Neil LaBute, regista, sceneggiatore e drammaturgo americano, e affronta i lati più intimi e più oscuri di una coppia, un confronto teso e vibrante tra un uomo e una donna che dovranno trovare la forza di amarsi o arrendersi agli eventi.

Il testo di Neil LaBute è diviso in due atti unici in cui i protagonisti sono un uomo e una donna, giunti in entrambi casi a momenti critici della loro relazione. Il tratto d’unione dei due fraseggi narrativi è la presenza – decisiva – di un oggetto-feticcio: il telefono mobile. L’autore non lo fa apparire come mero accessorio quotidiano, ma come elemento drammaturgico decisivo ai fini del destino dei personaggi.

Nel primo atto, intitolato Land of Death, lei è incinta e vuole tenere il bambino, lui no. È mattina. Lui va a colazione dal suo capo per festeggiare la conclusione di un grosso affare, lei in clinica per abortire. Appena terminato l’intervento la donna riceve un messaggio sul suo cellulare. È suo marito: ha cambiato idea. Lavora al World Trade Center ed è l’11 settembre 2001. Nel secondo atto, Helter Skelter, marito e moglie si incontrano in un elegante ristorante, per una pausa dallo shopping natalizio. È una coppia che sembra avere tutto ciò che può confortante: denaro da spendere e due figli. La donna chiede al marito di poter usare il cellulare per chiamare i bambini, dato che il suo è scarico. L’uomo mette in scena una lunga e buffa situazione per sottrarsi alla richiesta della moglie di usare il suo cellulare: sa che sul display del cellulare apparirà il nome della donna di cui è l’amante.

Abbiamo intervistato Benedicta Boccoli qualche giorno prima dello spettacolo.

LaV: Dis-Order è uno spettacolo che affonda nell’intimo della coppia. Si possono affrontare temi collettivi anche spiando l’intimità e il privato delle persone?

Benedicta Boccoli: Certo. È la forza di questo testo. Lo spettacolo coinvolge molto il pubblico. È molto cinematografico. L’inquadratura è molto semplice. Non abbiamo scenografie ma solo un tavolo e due sedie, oltre alle luci e alle musiche. Tutto è dato dall’emotività. Gioca sull’uso del telefono cellulare che è oggi comune a tutti. Un po’ come Perfetti Sconosciuti ma ricordiamo che questo testo è stato scritto molto prima del film di Genovese. Io ho lavorato molto nel comico e nel brillante, ma mi sono innamorata di questo testo che, pur non essendo una commedia, porta in sé un alto tasso di verità. Questo coinvolge moltissimo il pubblico. Io ho iniziato a confrontarmici facendo delle letture pubbliche, durante l’estate. Letture in piazza… puoi immaginare cosa significhi fare una lettura in una piazza italiana d’estate, con i passeggini, i bambini che corrono e tutte le distrazioni del caso. Ecco, mi sono accorta come durante la lettura di questo testo si generava il silenzio, saliva l’attenzione. Veniva a crearsi un grande ascolto collettivo. Questa cosa mi ha convinto ad approfondire Dis-Order. Ho pensato “ma allora non piace solo a me!”. Abbiamo deciso di farne uno spettacolo. Uno spettacolo scenograficamente spoglio, essenziale,  ma pieno di forza, di emozioni. A mio parere è uno spettacolo empatico. Ha molta sostanza.

 

LaV: Alcuni critici hanno parlato di Dis-Order come di un testo femminista. Sei d’accordo?

BB: La figura dell’uomo esce massacrata da questo testo. Nello spettacolo il maschio è un codardo, uno che non sa prendersi le sue responsabilità, un traditore. Il maschio, tra l’altro, occupa la parte comica del testo, per la sua goffaggine, mentre la donna mantiene più lo spazio del dramma. Quindi sì, sono d’accordo…

LaV: Lavorare in due sul palco, interpretando una coppia di lunga data, significa entrare in profonda sintonia con il partner di scena: come è stato il lavoro con Claudio Botosso?

BB: Io Claudio lo conosco da tempo. Anni fa abbiamo girato un film insieme (Dolce di Latte, di Gianni Leacche, ndr) e siamo amici. Cercavamo un testo da fare, che andasse bene a entrambi. È intervenuta poi la regia di Marcello Cotugno, che è anche in contatto personalmente con Neil LaBute e lo conosce molto bene. Con Claudio, abbiamo poi cominciato ad approcciarci a questo testo in maniera molto genuina: ci siamo ritrovati in casa, nei bar a prendere un tè. In situazioni molto amichevoli con il copione sotto mano, a leggerlo e studiarlo. È stato un lavoro molto puro. Penso che traspaia questa cosa, agli spettatori. Non ci sono sovrastrutture. Si vedono due attori che amano una cosa e adorano recitarla insieme.

LaV: Cosa deve aspettarsi il pubblico di Montefollonico?

BB: Sebbene in questo spettacolo non si rida, questo è uno spettacolo che intrattiene bene. Uso il verbo intrattenere nel suo significato più nobile: è un testo che non rallenta mai, che coinvolge. Come ho già detto è un testo molto empatico, che cerca l’emotività degli spettatori. Il pubblico sarà sicuramente coinvolto dalle vicende e fino all’ultimo momento vorrà sapere come va a finire.

Nessun commento su “Dis-Order”, il teatro di LaBute a Montefollonico: intervista a Benedicta Boccoli

45 Giri – Quinta traccia

Ultima traccia del videoblog dedicato a “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio Teatro Danza dei Concordi, un progetto che già da molti anni coinvolge bambini e ragazzi in percorsi…

Ultima traccia del videoblog dedicato a “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio Teatro Danza dei Concordi, un progetto che già da molti anni coinvolge bambini e ragazzi in percorsi di danza e recitazione nella frazione di Acquaviva. La giovane compagnia ha messo in scena spettacoli interamente ideati, diretti e organizzati dagli stessi componenti, culminati lo scorso anno con la rappresentazione di Nessuno ad Acquaviva e a Montepulciano.

A marzo 2019 si concluderà la nuova stagione del laboratorio, con una nuova opera originale chiamata “45 Giri”; dopo aver conosciuto l’origine del nome dello spettacolo, le peculiarità della protagonista Matilda e gli attori che saliranno sul palco, è arrivato il momento di approfondire gli ultimi aspetti legati alla fase creativa, in compagnia della regista Marta Parri e dell’aiuto regista Margherita Massai. Mentre la compagnia si appresta a definire gli ultimi dettagli delle coreografie e delle scenografie, non vi resta che prenotare il vostro posto: l’appuntamento è fissato per  sabato 16 marzo al Teatro dei Concordi di Acquaviva e sabato 23 marzo al Teatro degli Arrischianti di Sarteano!

Ecco la quinta e ultima traccia di 45 Giri, buon ascolto!

Nessun commento su 45 Giri – Quinta traccia

45 Giri

“45 GIRI” Uno spettacolo di Marta Parri Matilda, una ragazza fuori dalle righe e cosciente della sua particolarità, crea dinamiche interessanti che incentrano tutta l’azione scenica sulle caratteristiche dell’essere umano,…

“45 GIRI”
Uno spettacolo di Marta Parri

Matilda, una ragazza fuori dalle righe e cosciente della sua particolarità, crea dinamiche interessanti che incentrano tutta l’azione scenica sulle caratteristiche dell’essere umano, a livello emozionale, sentimentale, psicologico e anche esistenziale. A cambiare le carte in tavola sarà l’incontro con due ragazzi: Yann e Olivier, che si dimostreranno molto diversi da lei e che le daranno degli impulsi per mettersi a nudo, fino a conoscere la sua essenza, che poi è quella di qualsiasi essere umano.

Una storia atopica e completamente fuori dalle righe, il tutto raccolto dentro un 45 giri che, messo sul piatto, narrerà qualcosa e sarà destinato a essere ascoltato da chi sembra essere lontanissimo da quel non-luogo. I tre ragazzi, con le bambine del Laboratorio Teatro Danza, creeranno un’azione scenica incentrata sulla biomeccanica e sulla conoscenza del corpo in relazione allo spazio.


Attori: Emma Bali, Riccardo Laiali, Giovanni Pomi, Laboratorio Teatro Danza dei Concordi
Voci: Francesca Fenati, Gianni Poliziani
Regia: Marta Parri
Aiuto Regia: Margherita Massai
Scenografia: Federica Marcocci, Nico Posani
Costumi: Rossana Crociani
Luci e Audio: Luca Culicchi, Giacomo Capeglioni, Samuele Peruzzi
Addetti di Sala: Martina Chieco, Irene Ragazzo, Edoardo Trabalzini
Produzione: ASD Il Fierale, Valdichiana Media
Si ringrazia: Lightning Multimedia


Sabato 16 Marzo 2019 ore 21:15
Teatro dei Concordi di Acquaviva


Sabato 23 Marzo 2019 ore 21:15
Teatro degli Arrischianti di Sarteano


Il racconto della preparazione dello spettacolo:

Vuoi prenotare il tuo posto allo spettacolo? Scrivici!

Utilizzando questo modulo accetti la memorizzazione e la gestione dei tuoi dati in questo sito web.

Nessun commento su 45 Giri

Die Panne di Valentina Bischi a Teatro (dopo tanto peregrinare)

Uno scherzo, un jest, che rivela tutto l’assoluto dell’esistere. Un rovesciamento kafkiano della conformità, per lo svelamento del vero. Dürrenmatt ha utilizzato come nessun altro l’assurdo fonetico per tirare fuori…

Uno scherzo, un jest, che rivela tutto l’assoluto dell’esistere. Un rovesciamento kafkiano della conformità, per lo svelamento del vero. Dürrenmatt ha utilizzato come nessun altro l’assurdo fonetico per tirare fuori il vero dagli esseri umani. Valentina Bischi, vecchia conoscenza del Teatro Arrischianti di Sarteano, torna al teatro in piazza XXIV giugno con un “classico”, che ormai da due anni sta portando in giro per palchi non esattamente convenzionali. “Die Panne” (La Panne, in italiano), testo equilibratissimo, nato come radiodramma, nel 1956 – reso anche un film da Ettore Scola La più bella serata della mia vita, con Alberto Sordi, nel 1972 – racconta la vicenda di un rappresentante tessile apparentemente senza macchie, che incappa nella casa di un anziano giudice in pensione, il quale – con due suoi ospiti – si diverte ad allestire tribunali fittizi per allietare le serate. Il rappresentante, inizialmente felice di partecipare al gioco, si confronterà con i lati più oscuri della psiche umana, con la labilità dei concetti di colpevolezza ed innocenza.  Abbiamo intervistato Valentina Bischi a pochi giorni dalla residenza di laboratorio che terrà nelle sale della Nuova Accademia degli Arrischianti di Sarteano venerdì 8 e sabato 9 febbraio, per poi andare in scena lo stesso sabato alle ore 21:30 e domenica 10 febbraio alle 17:30.

 

La Panne di Durrenmatt è uno spettacolo che stai portando in giro in varie dimensioni da quasi due anni. Come si è evoluto nel tempo e cosa significa portarlo su un palcoscenico teatrale?

Die Panne è uno spettacolo pensato intorno a un tavolo. Di fatto il teatro accade attorno al tavolo nel quale sono seduti gli spettatori. Quello è stato lo spazio di possibilità dell’azione per cui è stato portato in diversi luoghi: case private, ristoranti, biblioteche… essere in teatro è sempre un’emozione personale e quello di Sarteano particolarmente perché ci sono stata molte volte. L’evoluzione è ritmica. Sempre di più mi rendo conto che è un testo molto legato alla parola che sta su una partitura ritmica. Se parliamo di evoluzione penso alle battute sempre più definite e precise, ma che non decidiamo noi che agiamo lo spettacolo… vengono determinate dal respiro del pubblico. Il ritmo è una condizione collettiva. In questo senso parlerei di evoluzione: lo spettacolo è sempre di più esposto alle variazioni di ritmo determinate dal pubblico.

 

Ti ricordi come avvenne la scelta di questo testo?

La scelta del testo la ricordo bene. Avvenne un paio di anni fa, quando un’amica con cui avevo già collaborato ad Arezzo mi chiese se avessi una storia da raccontare per un evento in una cantina. Io ho pensato a Die Panne che avevo già sentito a Roma, quando collaboravo con la casa dei racconti di Duccio Camerini.

 

Lo spettacolo mescola in maniera estremamente omogenea teatro di parola – di fatto è posto come un radiodramma – e teatro di figura. Qual è stato il modello di lavoro e più in generale dove stra arrivando la tua ricerca drammaturgica?

Sono sempre stata legata alla parola, al suono, alla possibilità del ritmo dentro gli enunciati. Questo testo si è unito perfettamente a questa esigenza. La fascinazione per la voce nella radio, è sempre stata presente.

Die Panne è uno spettacolo che mi ha sempre dato grandi soddisfazioni perché alla fine siamo arrivati a una cinquantina di repliche in vari luoghi. Spero che continui il suo percorso. Nel frattempo insieme a un gruppo nato al Teatro Rossi Aperto di Pisa, un teatro occupato da circa sette anni, abbiamo messo in scena il cartografo di Juan Mayorga.

 

Nessun commento su Die Panne di Valentina Bischi a Teatro (dopo tanto peregrinare)

45 Giri – Quarta traccia

Manca ormai poco alla prima rappresentazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, che è stato interamente ideato e gestito da bambini e…

Manca ormai poco alla prima rappresentazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, che è stato interamente ideato e gestito da bambini e ragazzi, attraverso il coinvolgimento di un gruppo affiatato che avete già visto all’opera lo scorso anno con Nessuno ad Acquaviva e a Montepulciano.

È arrivato il momento di rivelare l’origine del nome dello spettacolo, in un video che approfondisce le motivazioni che hanno portato alla scelta di “45 Giri”; nel frattempo, il gruppo di ragazzi del laboratorio sta continuando a provare le scene, a ultimare i costumi e le scenografie dello spettacolo. L’appuntamento è fissato per  sabato 16 marzo al Teatro dei Concordi di Acquaviva e sabato 23 marzo al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, non mancate!

Ecco la quarta traccia di 45 Giri, buon ascolto!

1 commento su 45 Giri – Quarta traccia

La Memoria degli Olocausti Contemporanei – “Il Treno” agli Arrischianti

Il 26 Gennaio alle 21:15 e il 27 alle 17:30 è di scena al Teatro Arrischianti di Sarteano Il Treno, con Francesco Storelli, Calogero Dimino, Pierangelo Margheriti, Giordano Tiberi, Silvia…

Il 26 Gennaio alle 21:15 e il 27 alle 17:30 è di scena al Teatro Arrischianti di Sarteano Il Treno, con Francesco Storelli, Calogero Dimino, Pierangelo Margheriti, Giordano Tiberi, Silvia De Bellis, Giulia Rossi. La regia è di Giacomo Testa. La vicenda si svolge nel 1941 e racconta di un piccolo villaggio ebraico nel quale, per sfuggire all’imminente arrivo dei tedeschi, si tenta “un’autodeportazione”: finti deportati, finti nazisti su un finto treno. Il Treno è la storia di una fuga perfetta.

Ironia e malinconia accompagnano questa sgangherata comunità nel lungo viaggio verso la Terra Santa.

Il Giorno della Memoria negli ultimi anni è diventato un appuntamento fisso delle stagioni teatrali del nostro territorio. È proprio nelle motivazioni che determinano questa scelta  che alberga – a mio parere – uno dei valori principali del teatro, nella nostra società. Moltissimi media sono elementi volatili che assecondano i tempi ridottissimi delle risorse di attenzione nel nostro tempo. Molti di voi, ad esempio, non stanno più leggendo questo testo, oppure hanno già saltato a piè pari questo paragrafo; tantissimi non hanno nemmeno aperto il link dal quale hanno raggiunto l’articolo, pur avendolo – magari – condiviso. Per mantenere l’attenzione, il pubblico deve essere motivato a farlo. Le forme di rappresentazione più riflessive, che hanno il beneficio di poter occupare un lasso di tempo più lungo delle nostre giornate, sono quelle che necessitano di un ambiente chiuso e determinato, sacrale, nel quale dedicare una porzione di tempo sufficientemente lunga a qualcosa. Un luogo nel quale i telefoni si silenzino (o si dovrebbero silenziare) e non si emettano suoni (o non si dovrebbero emettere), un luogo in cui la concentrazione si rivolga solo e soltanto a un quadro scenico. La sala cinematografica e il teatro sono le due articolazioni del discorso scenico nelle quali lo spettatore è obbligato a dedicare tempo a una rappresentazione. A teatro però, a differenza del cinema, gli agenti della rappresentazione sono vivi, reali, sono presi da un demone istrionico che fa sospendere l’incredulità. Ecco, quindi, l’ambientazione del teatro come eletta per celebrare il giorno della memoria. Ché questa non sia rappresentata da un tweet, da un pensiero fugace, da un link osservato di sfuggita, ma che sia vissuta in un luogo celebrale (non cerebrale, attenzione), da persone in carne e ossa, a forzare i riempimenti psichici del ricordo di una pagina buia della nostra storia, tanto buia che rischia di essere ripetuta ancora oggi.

Il teatro degli Arrischianti di Sarteano da sempre inserisce nel suo cartellone uno spettacolo per il Giorno della Memoria. Da sempre questi spettacoli sono produzioni della Compagnia Arrischianti, sovente le migliori del repertorio. Si è visto in passato il Mein Kampf di George Tabori e più recentemente la prima assoluta italiana di Dall’Inferno alla Luna di Thiercelin. Quest’anno la virtù è ulteriore, perché c’è un esordio alla regia: quello di Giacomo Testa, già comprovato attore, apprezzato in varie vesti nei teatri tra Umbria e Toscana, e che ha deciso di dedicarsi all’arte del metteur en scène proprio in occasione di questa ricorrenza. Gli abbiamo rivolto alcune domande, a pochi giorni dallo spettacolo.

 

LaV: È il tuo esordio alla regia. Come ti trovi in questa veste?

Giacomo Testa: Considera che io ho già fatto delle piccole regie, in passato. Per piccole intendo proprio cose ridotte: monologhi, brevi spettacoli, in piccoli spazi. Per me è esordio alla regia di uno spettacolo lungo e corale. La mia prima regia articolata, diciamo. Devo dire che non è facile gestire il tutto. Dalla parte dell’attore non ci si rende mai conto della misura del lavoro che il regista porta avanti. L’attenzione effettiva che richiedono i piccoli dettagli, il coordinamento dei costumi, dell’allestimento, così come la gestione degli attori. È stato interessante confrontarmi con le varie interpretazioni che il testo subisce durante le prove.  Il lavoro fondamentale con gli attori è proprio questo, vedere cosa esce dalla loro recitazione, lavorare con loro per farli uscire dalla comfort-zone.

LaV: Quali strumenti hai utilizzato per imparare a fare una regia?

GT: Quello che ho cercato a fare da attore è stato rubare con l’occhio. Lavorare il più possibile con persone esperte, con professionisti, per assimilare da loro la qualità pratica. Fortunatamente sono anche un grosso consumatore di teatro, vado a vedere quanti più spettacoli possibili. Quindi ho avuto, da una parte, una formazione da autodidatta. In più ho frequentato laboratori di drammaturgia che sono stati illuminanti. Agli Arrischianti ho seguito i corsi di scrittura e drammaturgia di Angels Aymar,  e prima ancora con la Compagnia Del Pino di Terni.

LaV: Intorno a te hai però il pieno supporto della Compagnia Arrischianti, no?

GT: Sì, c’è Gabriele Valentini che ha curato le coreografie degli attori, la scenografia invece è di Simone Ragonesi e il disegno luci di Laura Fatini, i costumi della Vittoria Bianchini e Angela Dispenza che è l’aiuto regia…

LaV: Le musiche sono originali e sono composte da un musicista d’eccezione, Giacomo Rost Rossetti dei Negrita. Come lo hai coinvolto nel progetto?

GT: Giacomo è un amico. Gli ho chiesto di partecipare e lui ha accettato.

LaV: Lo spettacolo tratto da Train de Vie di Radu Mihăileanu, in che modo si misura con il film?

GT:  Più che “tratto” direi “ispirato”. È uno spettacolo che si ispira al film Train de Vie, non ha la presunzione di essere un rifacimento teatrale, o peggio una riduzione fedele. L’idea di fondo sì, è quella raccontata dal film. Poi da lì partono molti microcosmi che passano dal surreale al simbolico. Ho aggiunto intere parti di dialogo che non ci sono nel film, per rendere più mio lo spettacolo.

LaV: Di che valori si rinnova quest’anno il giorno della Memoria?

Il Giorno della Memoria dell’Olocausto potrebbe essere allargato ai tanti olocausti contemporanei. La Memoria va ricercata di giorno in giorno, e ne abbiamo fortemente bisogno, basta dare un’occhiata alle notizie che abbiamo. Nel mondo ci sono migliaia di olocausti, migliaia, che restano sottotraccia, di cui non siamo informati o peggio di cui non ci vogliamo informare. La celebrazione della memoria dovrebbe essere viva tutti i giorni.

Nessun commento su La Memoria degli Olocausti Contemporanei – “Il Treno” agli Arrischianti

Type on the field below and hit Enter/Return to search