La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: teatro

Die Panne di Valentina Bischi a Teatro (dopo tanto peregrinare)

Uno scherzo, un jest, che rivela tutto l’assoluto dell’esistere. Un rovesciamento kafkiano della conformità, per lo svelamento del vero. Dürrenmatt ha utilizzato come nessun altro l’assurdo fonetico per tirare fuori…

Uno scherzo, un jest, che rivela tutto l’assoluto dell’esistere. Un rovesciamento kafkiano della conformità, per lo svelamento del vero. Dürrenmatt ha utilizzato come nessun altro l’assurdo fonetico per tirare fuori il vero dagli esseri umani. Valentina Bischi, vecchia conoscenza del Teatro Arrischianti di Sarteano, torna al teatro in piazza XXIV giugno con un “classico”, che ormai da due anni sta portando in giro per palchi non esattamente convenzionali. “Die Panne” (La Panne, in italiano), testo equilibratissimo, nato come radiodramma, nel 1956 – reso anche un film da Ettore Scola La più bella serata della mia vita, con Alberto Sordi, nel 1972 – racconta la vicenda di un rappresentante tessile apparentemente senza macchie, che incappa nella casa di un anziano giudice in pensione, il quale – con due suoi ospiti – si diverte ad allestire tribunali fittizi per allietare le serate. Il rappresentante, inizialmente felice di partecipare al gioco, si confronterà con i lati più oscuri della psiche umana, con la labilità dei concetti di colpevolezza ed innocenza.  Abbiamo intervistato Valentina Bischi a pochi giorni dalla residenza di laboratorio che terrà nelle sale della Nuova Accademia degli Arrischianti di Sarteano venerdì 8 e sabato 9 febbraio, per poi andare in scena lo stesso sabato alle ore 21:30 e domenica 10 febbraio alle 17:30.

 

La Panne di Durrenmatt è uno spettacolo che stai portando in giro in varie dimensioni da quasi due anni. Come si è evoluto nel tempo e cosa significa portarlo su un palcoscenico teatrale?

Die Panne è uno spettacolo pensato intorno a un tavolo. Di fatto il teatro accade attorno al tavolo nel quale sono seduti gli spettatori. Quello è stato lo spazio di possibilità dell’azione per cui è stato portato in diversi luoghi: case private, ristoranti, biblioteche… essere in teatro è sempre un’emozione personale e quello di Sarteano particolarmente perché ci sono stata molte volte. L’evoluzione è ritmica. Sempre di più mi rendo conto che è un testo molto legato alla parola che sta su una partitura ritmica. Se parliamo di evoluzione penso alle battute sempre più definite e precise, ma che non decidiamo noi che agiamo lo spettacolo… vengono determinate dal respiro del pubblico. Il ritmo è una condizione collettiva. In questo senso parlerei di evoluzione: lo spettacolo è sempre di più esposto alle variazioni di ritmo determinate dal pubblico.

 

Ti ricordi come avvenne la scelta di questo testo?

La scelta del testo la ricordo bene. Avvenne un paio di anni fa, quando un’amica con cui avevo già collaborato ad Arezzo mi chiese se avessi una storia da raccontare per un evento in una cantina. Io ho pensato a Die Panne che avevo già sentito a Roma, quando collaboravo con la casa dei racconti di Duccio Camerini.

 

Lo spettacolo mescola in maniera estremamente omogenea teatro di parola – di fatto è posto come un radiodramma – e teatro di figura. Qual è stato il modello di lavoro e più in generale dove stra arrivando la tua ricerca drammaturgica?

Sono sempre stata legata alla parola, al suono, alla possibilità del ritmo dentro gli enunciati. Questo testo si è unito perfettamente a questa esigenza. La fascinazione per la voce nella radio, è sempre stata presente.

Die Panne è uno spettacolo che mi ha sempre dato grandi soddisfazioni perché alla fine siamo arrivati a una cinquantina di repliche in vari luoghi. Spero che continui il suo percorso. Nel frattempo insieme a un gruppo nato al Teatro Rossi Aperto di Pisa, un teatro occupato da circa sette anni, abbiamo messo in scena il cartografo di Juan Mayorga.

 

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45 Giri – Quarta traccia

Manca ormai poco alla prima rappresentazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, che è stato interamente ideato e gestito da bambini e…

Manca ormai poco alla prima rappresentazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, che è stato interamente ideato e gestito da bambini e ragazzi, attraverso il coinvolgimento di un gruppo affiatato che avete già visto all’opera lo scorso anno con Nessuno ad Acquaviva e a Montepulciano.

È arrivato il momento di rivelare l’origine del nome dello spettacolo, in un video che approfondisce le motivazioni che hanno portato alla scelta di “45 Giri”; nel frattempo, il gruppo di ragazzi del laboratorio sta continuando a provare le scene, a ultimare i costumi e le scenografie dello spettacolo. L’appuntamento è fissato per  sabato 16 marzo al Teatro dei Concordi di Acquaviva e sabato 23 marzo al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, non mancate!

Ecco la quarta traccia di 45 Giri, buon ascolto!

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La Memoria degli Olocausti Contemporanei – “Il Treno” agli Arrischianti

Il 26 Gennaio alle 21:15 e il 27 alle 17:30 è di scena al Teatro Arrischianti di Sarteano Il Treno, con Francesco Storelli, Calogero Dimino, Pierangelo Margheriti, Giordano Tiberi, Silvia…

Il 26 Gennaio alle 21:15 e il 27 alle 17:30 è di scena al Teatro Arrischianti di Sarteano Il Treno, con Francesco Storelli, Calogero Dimino, Pierangelo Margheriti, Giordano Tiberi, Silvia De Bellis, Giulia Rossi. La regia è di Giacomo Testa. La vicenda si svolge nel 1941 e racconta di un piccolo villaggio ebraico nel quale, per sfuggire all’imminente arrivo dei tedeschi, si tenta “un’autodeportazione”: finti deportati, finti nazisti su un finto treno. Il Treno è la storia di una fuga perfetta.

Ironia e malinconia accompagnano questa sgangherata comunità nel lungo viaggio verso la Terra Santa.

Il Giorno della Memoria negli ultimi anni è diventato un appuntamento fisso delle stagioni teatrali del nostro territorio. È proprio nelle motivazioni che determinano questa scelta  che alberga – a mio parere – uno dei valori principali del teatro, nella nostra società. Moltissimi media sono elementi volatili che assecondano i tempi ridottissimi delle risorse di attenzione nel nostro tempo. Molti di voi, ad esempio, non stanno più leggendo questo testo, oppure hanno già saltato a piè pari questo paragrafo; tantissimi non hanno nemmeno aperto il link dal quale hanno raggiunto l’articolo, pur avendolo – magari – condiviso. Per mantenere l’attenzione, il pubblico deve essere motivato a farlo. Le forme di rappresentazione più riflessive, che hanno il beneficio di poter occupare un lasso di tempo più lungo delle nostre giornate, sono quelle che necessitano di un ambiente chiuso e determinato, sacrale, nel quale dedicare una porzione di tempo sufficientemente lunga a qualcosa. Un luogo nel quale i telefoni si silenzino (o si dovrebbero silenziare) e non si emettano suoni (o non si dovrebbero emettere), un luogo in cui la concentrazione si rivolga solo e soltanto a un quadro scenico. La sala cinematografica e il teatro sono le due articolazioni del discorso scenico nelle quali lo spettatore è obbligato a dedicare tempo a una rappresentazione. A teatro però, a differenza del cinema, gli agenti della rappresentazione sono vivi, reali, sono presi da un demone istrionico che fa sospendere l’incredulità. Ecco, quindi, l’ambientazione del teatro come eletta per celebrare il giorno della memoria. Ché questa non sia rappresentata da un tweet, da un pensiero fugace, da un link osservato di sfuggita, ma che sia vissuta in un luogo celebrale (non cerebrale, attenzione), da persone in carne e ossa, a forzare i riempimenti psichici del ricordo di una pagina buia della nostra storia, tanto buia che rischia di essere ripetuta ancora oggi.

Il teatro degli Arrischianti di Sarteano da sempre inserisce nel suo cartellone uno spettacolo per il Giorno della Memoria. Da sempre questi spettacoli sono produzioni della Compagnia Arrischianti, sovente le migliori del repertorio. Si è visto in passato il Mein Kampf di George Tabori e più recentemente la prima assoluta italiana di Dall’Inferno alla Luna di Thiercelin. Quest’anno la virtù è ulteriore, perché c’è un esordio alla regia: quello di Giacomo Testa, già comprovato attore, apprezzato in varie vesti nei teatri tra Umbria e Toscana, e che ha deciso di dedicarsi all’arte del metteur en scène proprio in occasione di questa ricorrenza. Gli abbiamo rivolto alcune domande, a pochi giorni dallo spettacolo.

 

LaV: È il tuo esordio alla regia. Come ti trovi in questa veste?

Giacomo Testa: Considera che io ho già fatto delle piccole regie, in passato. Per piccole intendo proprio cose ridotte: monologhi, brevi spettacoli, in piccoli spazi. Per me è esordio alla regia di uno spettacolo lungo e corale. La mia prima regia articolata, diciamo. Devo dire che non è facile gestire il tutto. Dalla parte dell’attore non ci si rende mai conto della misura del lavoro che il regista porta avanti. L’attenzione effettiva che richiedono i piccoli dettagli, il coordinamento dei costumi, dell’allestimento, così come la gestione degli attori. È stato interessante confrontarmi con le varie interpretazioni che il testo subisce durante le prove.  Il lavoro fondamentale con gli attori è proprio questo, vedere cosa esce dalla loro recitazione, lavorare con loro per farli uscire dalla comfort-zone.

LaV: Quali strumenti hai utilizzato per imparare a fare una regia?

GT: Quello che ho cercato a fare da attore è stato rubare con l’occhio. Lavorare il più possibile con persone esperte, con professionisti, per assimilare da loro la qualità pratica. Fortunatamente sono anche un grosso consumatore di teatro, vado a vedere quanti più spettacoli possibili. Quindi ho avuto, da una parte, una formazione da autodidatta. In più ho frequentato laboratori di drammaturgia che sono stati illuminanti. Agli Arrischianti ho seguito i corsi di scrittura e drammaturgia di Angels Aymar,  e prima ancora con la Compagnia Del Pino di Terni.

LaV: Intorno a te hai però il pieno supporto della Compagnia Arrischianti, no?

GT: Sì, c’è Gabriele Valentini che ha curato le coreografie degli attori, la scenografia invece è di Simone Ragonesi e il disegno luci di Laura Fatini, i costumi della Vittoria Bianchini e Angela Dispenza che è l’aiuto regia…

LaV: Le musiche sono originali e sono composte da un musicista d’eccezione, Giacomo Rost Rossetti dei Negrita. Come lo hai coinvolto nel progetto?

GT: Giacomo è un amico. Gli ho chiesto di partecipare e lui ha accettato.

LaV: Lo spettacolo tratto da Train de Vie di Radu Mihăileanu, in che modo si misura con il film?

GT:  Più che “tratto” direi “ispirato”. È uno spettacolo che si ispira al film Train de Vie, non ha la presunzione di essere un rifacimento teatrale, o peggio una riduzione fedele. L’idea di fondo sì, è quella raccontata dal film. Poi da lì partono molti microcosmi che passano dal surreale al simbolico. Ho aggiunto intere parti di dialogo che non ci sono nel film, per rendere più mio lo spettacolo.

LaV: Di che valori si rinnova quest’anno il giorno della Memoria?

Il Giorno della Memoria dell’Olocausto potrebbe essere allargato ai tanti olocausti contemporanei. La Memoria va ricercata di giorno in giorno, e ne abbiamo fortemente bisogno, basta dare un’occhiata alle notizie che abbiamo. Nel mondo ci sono migliaia di olocausti, migliaia, che restano sottotraccia, di cui non siamo informati o peggio di cui non ci vogliamo informare. La celebrazione della memoria dovrebbe essere viva tutti i giorni.

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45 Giri – Terza traccia

Nessuna pausa natalizia per le fasi di preparazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, interamente creato e gestito dai ragazzi con il…

Nessuna pausa natalizia per le fasi di preparazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, interamente creato e gestito dai ragazzi con il coinvolgimento di tanti bambini che avete già visto all’opera con Nessuno ad Acquaviva e a Montepulciano.

Le festività di fine anno saranno il momento perfetto per intensificare il ritmo delle prove e sistemare gli ultimi dettagli relativi ai costumi e alle scenografie: nel frattempo, però, possiamo già anticiparvi le date ufficiali dello spettacolo: sabato 16 marzo 2019 al Teatro dei Concordi di Acquaviva e sabato 23 marzo 2019 al Teatro degli Arrischianti di Sarteano!

Ecco la terza traccia di 45 Giri, buon Natale e buone feste a tutti!

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45 Giri – Seconda traccia

Continua il videoblog che segue le fasi di lavorazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, con il coinvolgimento di tanti bambini e…

Continua il videoblog che segue le fasi di lavorazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, con il coinvolgimento di tanti bambini e la conferma di un gruppo di attori e assistenti di scena che avete già visto all’opera con Nessuno ad Acquaviva e a Montepulciano. In questa puntata andremo a scoprire il tema portante del nuovo spettacolo, ovvero la follia della protagonista Matilde e il suo modo di relazionarsi con il mondo esterno.

Ecco la seconda traccia di 45 Giri, buona visione!

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“Very Abnormal People” – Storie di ordinaria violenza al Teatro degli Orti

Il 23, 24 e 25 novembre 2018, va in scena Very Abnormal People – storie di ordinaria violenza, presso il Piccolo teatro degli Orti a Montepulciano, sede dell’associazione ARTEdaPARTE. Lo…

Il 23, 24 e 25 novembre 2018, va in scena Very Abnormal People – storie di ordinaria violenza, presso il Piccolo teatro degli Orti a Montepulciano, sede dell’associazione ARTEdaPARTE. Lo spettacolo è allestito a sostegno di Amica Donna in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne (il 25 novembre).

Lo spazio nel quale verrà allestito lo spettacolo ha un’aura vocazionale fortemente underground; per struttura e capienza, la sala in Vicolo degli orti 3 di Montepulciano è predisposta per diventare sempre di più un centro di ricerca drammaturgica – e più in generale nell’ambito delle arti performative – per quanto i posti a sedere siano limitati e le misure tecniche di palco ridotte. Ma c’è un elemento potenziale enorme, nella piccola sala (tra l’altro a pochi metri dal Teatro Poliziano): in una dimensione scenica piccola si rende necessario e assoluto il gesto dell’attore: vista la totale assenza di ornamento scenografico, la centralità visuale per l’auditorio è pura e si risolve in un unico punto di fuga.

Una piccola forma di “teatro della crudeltà”, così come era inteso da Antonin Artaud, il quale quando scrisse il manifesto del théâtre de la cruauté, non volle intendere la crudeltà come estetizzazione della violenza, inserita in un impianto drammaturgico, ma come riscatto del gesto e della parola rispetto al testo. Il testo fondativo del Teatro della Crudeltà, inserito poi nella macro-pubblicazione Il Teatro e il Suo Doppio (libro fondamentale per la storia del teatro del secondo novecento) impone al gesto teatrale una riflessione sul linguaggio: Artaud ne ricercava uno “crudele”,  che connettesse la metafisica della parola agli elementi scenici. Jacques Derrida scriverà, commentando le teorie artaudiane, che il teatro della crudeltà non è rappresentazione ma «vita stessa in ciò che ha di irrappresentabile» e «un trionfo della pura messa in scena». Rileggere questo libro, dopo aver osservato le prove di Very Abnormal People – storie di ordinaria violenza, non può non creare dei link tra le riflessioni sul corpo, sul linguaggio e sulla carne del teatro novecentesco e gli approfondimenti contemporanei sulla consapevolezza e la violenza di genere, l’ossessione para-sessuale della proprietà e la deflagrazione dei rapporti umani. Di crudeltà si parla, e con crudeltà artaudiana se ne parla, senza svelare l’artificio drammaturgico legato alla violenza, ma solo acuminando le sensazioni nel pubblico attraverso il potenziamento del gesto puro degli attori. La mise en scene al Teatro degli Orti di questo spettacolo diventa – purtroppo – necessaria, nel contesto storico e sociale che stiamo vivendo.

Abbiamo intervistato Ira Moering (pseudonimo di Emanuela Castiglionesi), che dirige lo spettacolo e segue gli attori nel laboratorio di espressione emozionale tenuto dalla stessa realtà associativa.

 LaV: Il tema della violenza di genere è malauguratamente ancora molto presente nei dibattiti e nelle cronache del contemporaneo. Quali sono le funzioni aggiuntive che il linguaggio drammaturgico può apportare alle riflessioni sul tema?

Ira Moering: Il problema non è il mezzo o il linguaggio che si usa, ma il messaggio che si manda. Penso che ogni canale sia buono e oggi ne abbiamo tanti a disposizione, ma per arrivare quel messaggio, deve avere un’intensità tale da scuotere le coscienze e farci fare i conti con noi stessi, con la nostra indolenza. La drammaturgia può molto, è attraverso l’Arte che si sono fatte le più grandi rivoluzioni! La letteratura, il teatro, il cinema, la musica, la pittura… arrivano dirette e spesso sono usate per combattere le ingiustizie, per parlare di pace, per raccontare storie. Noi utilizziamo il teatro e attraverso l’interpretazione di questi personaggi complessi, portiamo sia gli attori che gli spettatori a riflettere, a farsi domande, spesso a comprendere meglio storie e situazioni. In questi spettacoli che si definiscono “emozionali”, il pubblico si trova di fronte non tanto all’attore che racconta una vicenda, quanto al volto dell’amico, del parente, della compagna e l’interpretazione colpisce molto di più, la storia tocca molto più da vicino ed il messaggio arriva più intenso.

Purtroppo bisogna dire che la violenza di genere e nel caso specifico sulle donne, è una realtà dalla quale nessuno è immune; il più grande genocidio della storia dell’umanità, un vero e proprio olocausto che continua malgrado l’evoluzione, la tecnologia, la cultura ci abbiano reso così “civilizzati”. Le cronache riportano di continuo notizie di violenza, atti di estrema brutalità, di efferata cattiveria che però ci passano accanto nella quasi totale indifferenza, ormai abituati, assuefatti dalla routine di sentire ogni giorno: “Donna uccisa dal compagno!”, “Ragazza stuprata in centro!”, “Bambina seviziata e uccisa!”, “Anziana picchiata a morte!”, “Madre accoltellata insieme ai bambini!”… bruciata viva, fatta a pezzi, sfregiata, massacrata… i dettagli macabri fanno la differenza, stuzzicano il nostro lato oscuro, il nostro voyeurismo, la curiosità morbosa. Così, tanto più è complicato il caso, tanto più regge l’attenzione sulla notizia, ma poi passa e si dimentica e nulla cambia! Non ci sono leggi adeguate, punizioni esemplari, condanne pesanti… le vittime vengono lasciate sole, prima, durante e dopo…  le famiglie delle vittime vengono abbandonate al loro destino, orfani compresi, mentre i “mostri” diventano famosi.

Si giustifica ma soprattutto si giudica la vittima, i suoi comportamenti, il suo stile di vita, per trovare gli “errori” che ne hanno portato alla tragica fine. Perfino le manifestazioni, i cortei, le ricorrenze stanno diventando eventi abituali, divulgativi, quasi anacronistici. Gli Enti preposti a vigilare, tutelare, proteggere non sono sufficienti, adeguati, presenti o efficienti come dovrebbero spesso per mancanza di fondi, di personale, di spazi, etc… Intanto tutti parlano di prevenzione, ma sempre articolando i discorso al femminile, il tema dominante della propaganda è la difesa: le donne devono imparare a difendersi, ad evitare i maschi violenti, imparare a denunciarli, imparare a liberarsi da rapporti distruttivi, perché l’uomo è di natura cattivo e bisogna imparare a conviverci come con una bestia feroce. Perché non si parla mai al maschile? Le donne parlano alle donne, gli uomini parlano alle donne, ma nessuno parla agli uomini. Le associazioni antiviolenza sono solo per le donne, gli uomini non sono ammessi, neanche quelli che vorrebbero dare una mano e fare davvero la differenza, quelle maschili sono così rare che si contano a malapena. Ma gli uomini tacciono, non si schierano, non s’indignano di essere classificati come  “mostri latenti”, come “bestie”. Come si può cambiare la situazione così? Quale esempio lasciamo? Ma soprattutto perché gli uomini non rispettano le donne?

LaV: Che tipo di lavoro c’è stato alla base della costruzione di Very Abnormal People, sia per quanto riguarda l’apparato scenico sia per la preparazione degli attori?

IM: Un grandissimo lavoro! Premetto che l’idea è nata lo scorso anno, per partecipare attivamente alla lotta contro ogni tipo di violenza e di discriminazione, siamo andati in scena con “AB-Normal”, uno spettacolo, composto da monologhi sul Femminicidio, dove vittime e assassini si raccontavano in tutta la loro disperazione e tutta la loro ferocia. Un’altalena di sensazioni che ha emozionato, sorpreso, fatto riflettere e a tratti divertito con amara ironia. Lo spettacolo ha avuto forte impatto sul pubblico ma soprattutto è stata fonte di grande crescita personale per gli interpreti. Quest’anno abbiamo voluto replicare l‘evento, con un testo tutto nuovo, a tratti più cupo. Ci sono storie terribili, che vanno dalla violenza domestica allo stupro, fino al femminicidio, storie con le quali è difficile rapportarsi. Per affrontare questi personaggi è necessaria una intensa preparazione fisica e mentale, la maggior parte degli interpreti non sono attori professionisti e alcuni sono allievi, ma è una preparazione a cui si sono dovuti sottoporre anche gli attori più esperti per arrivare a dare interpretazioni credibili. Una sfida, una vera e propria prova attoriale, un grande impegno e una grande fatica che è stata affrontata da tutti con tanto entusiasmo. Da circa due mesi ogni Attore lavora in sessioni singole da due ore, andando a ricostruire ogni dettaglio caratteriale, posturale, emotivo del proprio personaggio. Un gran lavoro che, siamo certi, darà i suoi frutti e… inchioderà il pubblico!!!

LaV: Questo tipo di lavoro è parte di una progettualità più grande: quali sono le attività ulteriori (e complementari) portate avanti dall’associazione?

IM: L’Associazione “ARTEdaPARTE” nasce con l’intento di educare all’Arte, attraverso spettacoli, corsi, laboratori, stage, workshop e dare uno spazio creativo a chi non può permettersi i canali ufficiali: teatri, auditorium, sale etc per promuovere il proprio talento. Abbiamo uno spazio attrezzato, sede dell’associazione, che noi chiamiamo “Il Piccolo Teatro degli Orti”, che ha una capienza massima di pubblico di 30 persone, un palco di mt 4×4, tre faretti a LED, due diffusori audio, camerino, servizi; dove svolgiamo le nostre attività e che su richiesta può essere concesso ai nostri associati. Tra le nostre varie attività, da alcuni anni è attivo il Laboratorio di Espressione Emozionale nel quale formiamo alla costruzione scenica del personaggio con lo studio specifico delle emozioni, della mimica espressiva, della voce, della respirazione, del movimento e della postura. Una didattica rivolta sia a chi si avvicina per la prima volta al teatro, sia e soprattutto, a chi già svolge attività artistica e desidera affinare le tecniche teatrali di espressione. Una metodologia che proponiamo anche alle scuole superiori, in alternativa al classico laboratorio teatrale, perché aiuta i ragazzi a conoscere meglio se stessi e gli altri, migliorando la qualità dei rapporti sociali, andando a lavorare sullo studio delle emozioni primarie. Il laboratorio si svolge ogni venerdì dalle ore 21,15 alle 23,30 e invitiamo tutti a venire a curiosare, la prima prova è senza impegno! Lo scorso anno è nata una nuova sezione con “ARTEdaPARTE Historia”, un Gruppo che si occupa di Rievocazione Storica, proponendo performance e spettacoli di vario genere. Con l’occasione ha preso il via il I° Livello del “Percorso di Formazione e Addestramento alla Nobile Arte Cavalleresca”. Questo percorso che si sviluppa su tre livelli di preparazione, affronta la formazione del cavaliere medievale, attraverso lo studio del codice cavalleresco, della disciplina, della spiritualità e del simbolismo. Unendo la parte didattica all’attività fisica, con la guida di Istruttori di Lotta e Arti Marziali e dei migliori Istruttori Nazionali di Scherma Storica quali: A. Conti della “ASD Fiore De’ Liberi” di Roma , A. Morini e A. Nicosia della “Sala d’Arme Marozzo” di Roma; che hanno mostrato le tecniche storiche di utilizzo di bastone, spada, spada e brocchiero e spada a due mani. Il I° livello si è concluso il 30 settembre con la consegna degli attestati di partecipazione e di passaggio al livello successivo, che ripartirà in primavera. Diamo a tutti appuntamento ad Aprile per un nuovo inizio dei corsi! Su richiesta sono disponibili lezioni private o di gruppo, di recitazione, dizione, comunicazione, portamento, scrittura creativa, regia teatrale, trucco di scena. Quattro workshop specifici sulla costruzione del personaggio cattivo, del personaggio psicopatico, del personaggio innamorato e sugli schemi emotivi, rivolti a chi ha già esperienza teatrale o alle scuole di recitazione, per ampliare il pacchetto formativo. E tanti nuovi progetti…

LaV: Queste pratiche mettono insieme persone che vengono da esperienze molto diverse fra loro, distribuite sul territorio. Quali potenzialità ci sono e quali obiettivi è possibile raggiungere nella dimensione locale in cui state lavorando?

IM: Tra gli spettacoli, i corsi e le vari attività cerchiamo sempre nuove collaborazioni che permettano a tutti di condividere esperienze diverse e proporre nuovi progetti. Noi crediamo che la collaborazione, soprattutto tra le piccole realtà artistiche, sia fondamentale. E’ attraverso lo scambio e l’aiuto reciproco che si cresce e si migliora. Per questo cerchiamo di unire più persone possibili attraverso attività nuove che ne stimolino la creatività. Purtroppo, mentre alcune discipline artistiche sono ampiamente riconosciute, il Teatro sembra avere ancora un ruolo quasi di nicchia, per pochi, secondario. Noi crediamo invece che sia necessario riportare la gente a teatro, incentivando le piccole compagnie, valorizzando il talento e la creatività, formando fin dall’infanzia per creare non solo artisti, ma soprattutto, un pubblico più interessato e attento.

Stiamo lavorando con l’obiettivo di diventare scuola, progetto che abbiamo proposto e che speriamo ci venga appoggiato e sostenuto, per ampliare l’offerta di formazione artistica già presente nel territorio comunale, con l’Istituto di Musica e il Cantiere Internazionale. Il motto è: “EDUCARE all’ARTE”, valorizzare i talenti, scoprirne e formarne di nuovi, migliorare la qualità della preparazione artistica e riunire in un unico ingranaggio tanti piccoli meccanismi.

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45 Giri – Prima traccia

Dopo il racconto della nascita di Nessuno, il laboratorio di Teatro Danza dei Concordi è già partito per un nuovo anno, con il coinvolgimento di tanti bambini e la conferma…

Dopo il racconto della nascita di Nessuno, il laboratorio di Teatro Danza dei Concordi è già partito per un nuovo anno, con il coinvolgimento di tanti bambini e la conferma di un gruppo di attori e assistenti di scena pronti ad affrontare una nuova avventura. Il titolo dello spettacolo di quest’anno, che verrà messo in scena al termine del laboratorio, è “45 Giri”. La squadra è all’opera per occuparsi di tutte le fasi necessarie alla messa in scena, ma nel frattempo il diario di lavoro verrà raccontato su queste pagine.

Ecco la prima traccia di 45 Giri!

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“Nelle Scarpe di Giufà”: le storie secolari per capire il presente

L’apertura del 43esimo Cantiere Internazionale d’Arte è affidata ad un’interessante co-produzione con la Nuova Accademia degli Arrischianti. A rafforzare la pratica ideale che il maestro Henze aveva inciso nello statuto…

L’apertura del 43esimo Cantiere Internazionale d’Arte è affidata ad un’interessante co-produzione con la Nuova Accademia degli Arrischianti. A rafforzare la pratica ideale che il maestro Henze aveva inciso nello statuto dell’evento poliziano, gli attori e performer della Compagnia Arrischianti conciliano le proprie spinte creative con altre multiformi esperienze.  

Dopo tre anni Laura Fatini torna a portare in scena un testo costruito attorno alla figura di Giufà. Già nel contesto del festival Orizzonti di Chiusi del 2015, con la regia di Gabriele Valentini, era stata allestita la sua pièce Ballata per Giufà. Lo spettacolo al Castello di Sarteano 2018, riprende quello spunto del personaggio della tradizione orale, ma approfondisce sia le metriche drammaturgiche, sia i contenuti del personaggio, nonché si alimenta attraverso la dinamica del Cantiere Internazionale d’Arte, che vuole progetti costruiti per multidisciplinarietà e incontro tra artisti locali e internazionali. Nelle Scarpe di Giufà – questo il titolo dello spettacolo – va in scena da Giovedì 12 a Domenica 15 e da Mercoledì 18 a Domenica 22. Laura Fatini edifica uno spettacolo scritto con perizia quasi scientifica, e si avvale dell’ausilio di un gruppo drammaturgico affinato in anni di laboratori, progetti e propedeutica teatrale nelle stanze del teatro sarteanese: Calogero Dimino, Andrea Storelli, Francesco Pipparelli, Giordano Tiberi, Pierangelo Margheriti, Emma del Grasso, Laura Scovacricchi, Pina Ruiu, Flavia del Buono, Brunella Mosci, Alessandra Mazzetti, Giulia Peruzzi, Noemi Lo Bello, Giulia Roghi, Silvia De Bellis, Francesco Storelli, Matteo Caruso, Giacomo Testa e Giulia Rossi.

Giufà è il nome siciliano di Nasr Eddin Hodja fu un filosofo che visse in Turchia nel XIII secolo. Con il tempo è diventato il protagonista di molte storie tradizionali dell’Asia Minore, e grazie alle migrazioni, ai commerci e alle guerre, le sue storie hanno viaggiato con coloro che si spostavano da quei luoghi ai Balcani, all’Europa Occidentale e oltre, seguendo le rotte migratorie attraverso il Mediterraneo. Questo personaggio ha quindi cambiato molti nomi ed è diventato il protagonista di tante avventure tramandate oralmente nei secoli, circolando in tutti i popoli di Europa, Asia e Medio Oriente.

Nelle Scarpe di Giufà gioca con la potenza umanistica di questo personaggio, il suo tenere in sé un impianto culturale millenario, le storie mescolate di tutti i popoli. «Il percorso è nato nel 2014 nato dall’idea di Orizzonti “voci del mediterraneo”» racconta Laura Fatini «Giufà è una “maschera” che mi fu presentata da Francesco Storelli come personaggio-ponte. Da lì è nato uno studio che è rimasto ininterrotto per quattro anni». Negli ultimi anni Laura Fatini ha intrapreso uno studio storico, antropologico e comparatistico sulla tradizione orale di Giufà. «L’allestimento che presentiamo quest’anno al castello è la parte finale di un progetto. Non semplicemente uno spettacolo».

È di fatto una delle punte dell’iceberg del “progetto Giufà”, nato dal percorso che gli Arrischianti hanno intrapreso con il programma formativo  The Complete Freedom of Truth (TCFT), creato insieme a Opera Circus, concepito per offrire scambi culturali, residenze e formazione a una rete crescente di giovani in tutta Europa; è stato inoltre commissionato da Glyndebourne come parte di un lavoro tuttora in corso e che ha come obiettivo principale quello di presentare l’opera lirica contemporanea ad un pubblico più ampio. «Quando sono andata a Bournemouth, due anni fa, ho conosciuto Sara Ross, la compositrice delle musiche originali di questo spettacolo e che è in residenza artistica proprio in questi giorni a Montepulciano, presso l’Istituto di musica Henze. Ovviamente la mia fissa relativa a Giufà emerge sempre, quando incontro altre persone da altri paesi d’Europa:  Sara è portoghese e da lei esiste la figura di Manuel Tolo, in tutto assimilabile al Giufà siciliano. Ha scritto allora dei brani su questo argomento, nel 2016,  e da allora si è concretizzata la possibilità di lavorare a un progetto insieme. Nel contempo abbiamo lavorato con i migranti, ho avuto modo di confrontarmi con il professor Mugnaini dell’università di Siena, e tutti questi elementi hanno contribuito ad affinare lo spettacolo che stiamo per presentare al pubblico».

Lo spettacolo al castello di Sarteano è, come si è detto, l’apertura del Cantiere Internazionale d’Arte, in co-produzione con l’Accademia degli Arrischianti e in collaborazione con l’Istituto di Musica Henze, da cui arrivano i musicisti che eseguiranno i brani, lungo il percorso. «Dopo 7 anni ci presentiamo allo spettacolo al Castello con un testo originale.» Continua Laura Fatini «La base di lavoro è stata l’esperienza della compagnia Arrischianti e della sua compenetrazione nel territorio. Riusciamo a mettere in scena venti attori di varie età. La complementarità tra le discipline che da decenni anima il cantiere ci ha stimolato a scegliere di lavorare con una compositrice portoghese,  che siamo riusciti ad avere grazie alla vittoria del bando emesso dalla fondazione Monte dei Paschi Patrimoni in Movimento. abbiamo una scenografa inglese, Ella Squirrell – che faceva parte di TCFT – che grazie ad una borsa di studio universitaria in Italia, ha avuto la possibilità di lavorare con noi. In questi giorni a Sarteano c’è un’asse in movimento, che unisce Portogallo e Inghilterra, attraverso i partner Opera Circus, Glyndebourne, Crisis Classroom e Battle Festival. C’è anche un sito www.thegiufaproject.com nel quale vengono raccolte tutte le esperienze percorse finora. Vi consigliamo vivamente di dargli un’occhiata prima di partecipare allo spettacolo».

La tradizione delle storie di Giufà ci insegna che ognuno danza con un demone diverso ma in fondo uguale, identico nelle sue tensioni e nella sua connessione con il circostante, ognuno calpesta spazi già per millenni marcati, da popoli e storie, terre attraversate da migrazioni, incontri, scontri, lingue franche – come il piccolo moresco, la lingua franca mediterranea che si parlava in tutti i porti tra Europa, Africa e Medio Oriente, tenuta viva dal XIII al XIX secolo – in una complessità storica che ci portiamo dentro, nei kilometri di dna, nei kilometri di mare che da sempre unisce le terre e mai le divide.

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Un #umano che ha dato un #senso ad Orizzonti

#Umano era il tema dell’edizione 2017 del Festival Orizzonti; nato nel 2003 sotto la direzione artistica di Manfredi Rutelli per poi passare nel 2014 a quella di Andrea Cigni, fino…

#Umano era il tema dell’edizione 2017 del Festival Orizzonti; nato nel 2003 sotto la direzione artistica di Manfredi Rutelli per poi passare nel 2014 a quella di Andrea Cigni, fino alla scorsa edizione quando il Festival Orizzonti ha subìto una profonda trasformazione sia dal punto di vista organizzativo che per quello artistico.

Nuove cariche e scelte diverse hanno fatto sì che il festival chiusino diventasse più umano, proprio come il tema scelto per l’edizione 2017. Un tema che portava con sé un insieme di significati, ovvero, tornare ad investire sul capitale umano, sulle risorse plurali degli individui e sulle loro enormi potenzialità. Dal punto di vista artistico, l’edizione 2017 del Festival Orizzonti ha segnato una profonda rottura con la linea programmatica che caratterizzava uno dei festival più importanti del nostro territorio.

‘La gestione più umana’ ha dato vita ad un festival più pop e che ha cercato di riedificare una tessitura perduta tra le componenti della comunità specificatamente chiusina, assestata in una posizione media, più generalista, che non ha mancato di dare opportunità a realtà locali di confrontarsi con una struttura rilevante e un brand autorevole come la dicitura OrizzontiFestival. Tuttavia con questa rottura, caratterizzata da un equilibrio tra generalismo e cultura detta alta, l’amministrazione è riuscita a far fronte ad una lacuna e una carenza di strumenti finanziari e strutturali,

Quell’#umano del 2017, allo stesso tempo, è riuscito a dare un #senso all’edizione 2018 del Festival Orizzonti, una XVI edizione dove il ‘senso’ è declinato come senso di appartenenza (ad un luogo, una persona, un gruppo), senso identitario, senso artistico e senso del bello (più che mai soggettivo), poi senso del lascito e di quell’eredità intellettuale che abbiamo fatto nostra, infine senso del dovere di esprimere ciò che siamo e cosa significhiamo.

Sembra proprio, dunque, che il Festival Orizzonti abbia trovato la sua dimensione creata dal basso, secondo le richieste del pubblico e le esigenze di tutti coloro che vivono e convivono con il festival. Un percorso triennale che conduce lo spettatore in un’esplorazione più esaustiva delle arti performative nei modi più disparati: guardando gli attori e apprezzando gli spettacoli, ma anche incontrando gli artisti, partecipando a officine e workshops, motivando i giovani soprattutto e gli amatori in generale.

“Un festival fruibile da più soggetti possibili – ha spiegato il direttore artistico Roberto Carloncelli in fase di progettazione – per gli spettatori che vi intervengono per interesse puramente artistico, per quanti vorranno trarne un’esperienza di nuovi apprendimenti, per coloro che vorranno cogliere l’opportunità del festival per conoscere ed apprezzare la bella realtà del nostro territorio a tutto tondo”.

Il Festival Orizzonti 2018 avrà, come di consueto, la location principale nella magica Piazza Duomo per tutte le prime e gli spettacoli serali, la tensostruttura adiacente a San Francesco come spazio per gli appuntamenti pomeridiani con gli artisti del territorio, il tradizionale Teatro Mascagni per il resto degli eventi in programma e un nuovo luogo, dedicato alle kermesse dei bambini in esterna, a Poggio Gallina. Appuntamenti di danza, musica, teatro, workshop e arte coloreranno Chiusi dal 5 al 12 agosto in una XVI edizione differente per finalità, significato e target, che si aprirà con l’attesa prima regionale di Artemis Danza, culminerà con la prima nazionale di Motus Danza e si concluderà con l’imperdibile performance di Rocco Papaleo.

Finalità e scelte, quelle fatte dalla direzione artistica e dalla nuova gestione capeggiata dal presidente-sindaco Juri Bettollini, che hanno attutito i conflitti, recuperato i cocci e ricomposti in visione di una crescita, e tornare di nuovo a portare teatro, danza, opera, poesia, arti figurative, musica e qualsiasi altro tipo di contenuto culturale in un borgo di poco meno di novemila abitanti. Scelte necessarie che hanno rimesso in anche linea la gestione economica della Fondazione Orizzonti con un debito in via di risoluzione.

Insomma quel ‘Lallerare senza lilleri, o almeno provarci’ che il nostro magazine aveva lanciato l’anno scorso ha fatto da monito per un richiamo all’ordine, quell’ordine che il Festival Orizzonti sembra aver trovato con un #senso.

 

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Nessuno

“NESSUNO” – uno spettacolo di Marta Parri. Hana, Mila, Peta e Tomi: quattro ragazzi coinvolti nella Guerra dei Balcani, il sogno infranto di una generazione.

“NESSUNO”
uno spettacolo di Marta Parri

Hana, Mila, Peter e Tomi: quattro ragazzi coinvolti nella Guerra dei Balcani, il sogno infranto di una generazione. Lo spettacolo messo in scena dal Laboratorio Teatro Danza dei Concordi è un inno alla volontà di rimanere umani in mezzo alla guerra, intesa come folle negazione di ogni principio razionale. Le vicende sono quelle del conflitto balcanico degli anni ’90, ma in realtà riguardano tutte le guerre e tutte le persone, perché non c’è bisogno di essere dei reduci per sentirsi privati della propria umanità e della propria personalità.


Attori: Emma Bali, Riccardo Laiali, Benedetta Margheriti, Giovanni Pomi, Laboratorio Teatro Danza
Regia: Marta Parri
Aiuto Regia: Pauline D’Antonio
Scenografia: Selene Vacchelli, Daniele Dumi, Federica Marcocci, Nico Posani
Costumi: Rossana Crociani, Franca Dottori
Luci e Audio: Luca Culicchi, Giacomo Capeglioni, Federico Giomarelli
Musica: Istituto di Musica “H.W.Henze” di Montepulciano, Davide Vannuccini, Tamburi Migranti
Si ringraziano: Collettivo Piranha, Associazione Incontriamoci, Cantiere Internazionale d’Arte, Lightning Multimedia


Sabato 16 Giugno 2018 ore 21:15
Teatro dei Concordi di Acquaviva


Domenica 17 Giugno 2018 ore 21:15
Teatro Poliziano di Montepulciano


Il racconto della preparazione dello spettacolo:

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Nessuno, atto 6: senza nome e senza colpa

Quando ci si avvicina a un momento a lungo immaginato e per il quale si lavora da molto, il tempo sembra scorrere con una particolare lentezza e da una parte…

Quando ci si avvicina a un momento a lungo immaginato e per il quale si lavora da molto, il tempo sembra scorrere con una particolare lentezza e da una parte è bene che sia così, perché più vicini ci si sente al traguardo e più lentamente pensiamo di correre, ma in realtà siamo a un passo dall’arrivo e si ha paura di fare quell’ultimo respiro finale prima di bere dalla borraccia e voltarsi indietro dicendo che ce l’abbiamo fatta. La preparazione a qualcosa è molto più bella di ciò per cui ci si sta preparando, perché significa crescita, maturazione, riflessione, ma soprattutto sconvolgimento delle idee che da tempo frullavano nella nostra testa, avendo delle conferme o semplicemente decidendo di non scegliere quello che un po’ di tempo prima, probabilmente, avremmo scelto.

Dal training autogeno alla biomeccanica, dal lavoro sul corpo alla sceneggiatura, dalla consapevolezza del movimento del corpo su un palco ai balletti, fino alla composizione della musica, all’arredamento e alla pianificazione di come far muovere tutto in contemporanea, per arrivare infine a fare i conti con quello che ci aspetterà fra solo un mese. Il pensiero di prendere in braccio il mio bambino, di sentire l’odore della sua pelle, la sorpresa nel vedere diverso da come me lo sono sempre immaginato, lo stupore nel vedere che frutto può nascere da un amore o una propensione verso qualcosa.

In questi mesi c’è stato veramente tutto, tutto ha contribuito a rendere Nessuno ciò che sarà. E come non concludere tutto questo se non preparando l’abbigliamento con il quale mio figlio vivrà le prime ore della sua vita? In termini drammatici, Rossana Crociani, ovvero la costumista alla quale ho affidato la creazione dei vestiti, sta mettendo a punto le ultime cuciture lavorando ai dettagli finali per rendere il bambino ancora più bello e farlo sentire avvolto in qualcosa, quando non sentirà più il calore del mio grembo.

I vestiti sono un concetto fondamentale nello spettacolo, infatti non solo verbalmente, musicalmente e coreograficamente, si trasmette il concetto della spersonalizzazione: con stoffe cucite a metà, geometrie, simmetrie e colori che rendono implicito ed esplicito allo stesso tempo il significato dell’intero testo, il quale appare ora realmente comprensibile, poiché tutte le scene sono state montate con le luci, gli spostamenti e la coordinazione di qualsiasi movimento che dovrà avvenire sul palcoscenico. È solo metà del lavoro, perché la gran parte ancora deve arrivare, ma fino a qui si sono sicuramente costruite le basi solide senza le quali niente di tutto quello che verrà messo in scena sarebbe stato possibile.

Vedendo l’impegno dedicato finora, la consapevolezza del fatto che l’arte sia un buon conduttore è ancora maggiore e che non è assolutamente vero che ai ragazzi sia vietato l’accesso a certi temi o a certi argomenti, perché in un determinato contesto tutto si può affrontare, anche quello che per l’essere umano è oggettivamente incomprensibile.

Così come un bambino è legato alla madre per mezzo di un cordone ombelicale, che sembra essere un grande tubo attraverso il quale scorrono le stesse emozioni, le stesse necessità di comunicare, così io mi sento legata a ognuna delle persone che collaborano a questo spettacolo, che siano sul palco o dietro le quinte, per mezzo di una grande corda, simile a quella che apre un sipario, attraverso la quale scorre un fine che vediamo dritto puntualmente di fronte a noi e che è reso sempre più evidente dalla voglia sfrenata di raggiungerlo e di vedere finalmente nascere questo bambino.

“Nessuno, la vostra vita è senza nome e senza colpa.”

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Nessuno, atto 5: musica che delimita la vita

Il rumore, il caos, il ritmo, la pulsazione della musica su tutti gli oggetti che incontra è gran parte della nostra vita. Ci accompagna durante tutta la giornata, anche se…

Il rumore, il caos, il ritmo, la pulsazione della musica su tutti gli oggetti che incontra è gran parte della nostra vita. Ci accompagna durante tutta la giornata, anche se noi non sempre lo sentiamo, lo percepiamo, ascoltiamo. Quando ci svegliamo al mattino il semplice farci un caffè può diventare un ritmo bellissimo che, accompagnato all’aroma forte che riempie la stanza, rende il nostro risveglio uno di quei riti al quale non potremo rinunciare. La musica è vita, è movimento, è espressione delle particelle che compongono tutti i corpi, è razionalità irrazionale ed è la cornice che dà un senso a tutte le cose.

Non solo la musica dà vita e la esprime, ma ne accompagna anche la creazione, lo sviluppo di una vita stessa. Una mamma dentro al suo pancione sente tutto: e la musica più bella che potrà mai ascoltare sarà quella dei piccoli piedini rugosi che scalciano contro il suo grembo. Ecco, questa è la musica che fa da cornice alla creazione di un essere umano che sceglierà di essere chi vuole, accompagnato dalla colonna sonora che prediligerà, e che accarezzerà sempre ciò che sarà. Ed io, il mio Nessuno, lo sento. Lo sento suonare ogni giorno, la musica è una delle più piacevoli, anche se spesso mi perdo ad ascoltarla, perché il ritmo non è per niente regolare, perché i timbri a volte sono troppo forti, altre volte non li sento per niente, e a volte invece sono talmente tanto belli che quasi non mi rendo conto di cosa sento.

E anche lo spettacolo ha una cornice bellissima, innovativa, personale, espressiva ed esplicativa di ciò che è. In questo mese, infatti, abbiamo lavorato a un tassello in più che consiste nella composizione delle musiche elettroniche che andranno ad accompagnare le coreografie dei corsi del laboratorio teatro-danza del Teatro dei Concordi. Molti padri vedono crescere questo bambino, e uno è il compositore Davide Vannuccini, che con l’Istituto di Musica di Montepulciano curerà la parte musicale dello spettacolo; non solo è un padre, ma è anche l’ecografo, la rappresentazione figurativa della crescita di una creatura che per prima farà crescere anche me. Ogni musica contiene un suono evocativo della scena nella quale è contestualizzata, fornisce una sensazione e un’emozione che riempiono e concludono quelle che già verranno trasmesse attraverso il testo durante lo spettacolo.

In queste settimane ci siamo preparati all’arrivo di questo bambino, specificatamente all’istante del parto, abbiamo già realizzato alcuni corsi pre-parto, giusto per capire come cambiare il pannolino, come prenderlo in braccio e reggere la testa, come farlo smettere di piangere o come distinguere un lamento di stanchezza da uno di fame. Quello che, teatralmente parlando, si traduce in prove. Mettendo gli attori in scena e cominciando a montare le posizioni, i movimenti, le intonazioni, i tempi di risposta, la trasmissione delle emozioni, ci si può rendere conto dell’impatto che questa creazione avrà e bisogna ammettere che sarà molto forte, ma anche discontinua, sarà una trama rotta, spezzata e ripresa frequentemente, ma che si chiuderà in un cerchio finale che darà luogo alla nascita di un bambino un po’ particolare e sicuramente speciale per la sua mamma.

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