La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: cultura

Psych pop e synth eterei: i Dumbo Gets Mad al GB20

La prossima serata in programma sabato 17 Febbraio al GB20 di Montepulciano vedrà come protagonista una formazione caratterizzata da eterei synth che rimandano al psych pop più accattivante e ipnotico…

La prossima serata in programma sabato 17 Febbraio al GB20 di Montepulciano vedrà come protagonista una formazione caratterizzata da eterei synth che rimandano al psych pop più accattivante e ipnotico che il genere, specialmente in Italia, abbia mai saputo offrire agli ascoltatori: da Reggio Emilia – anche se negli ultimi anni la base è diventata Los Angeles – arrivano i Dumbo Gets Mad.

I Dumbo Gets Mad sono un duo composto da Luca Bergomi (voce e chitarra) e da Carlotta Menozzi (voce e tastiere) per quanto riguarda la parte che si riferisce puramente al lavoro in studio. Lavoro in studio che ha portato alla produzione di tre album in sette anni di carriera, tutti pubblicati dalla Bad Panda Records: “Elephants At The Door” nel 2011, “Quantum Leap” nel 2013, e “Thank You Neil” nel 2015. Dal lato delle esibizioni dal vivo, invece, il duo è affiancato da Alessandro Corradi al basso e Lorenzo Rotteglia alla batteria.

In sede live, la formazione guadagna corpo ed energia nelle sonorità, che virano più verso lo psych rock, anziché il pop. La voce eterea e cristallina di Carlotta è paragonabile a quella delle artiste synth pop più eclettiche del Nord Europa, ma non manca di versatilità e di interpretazione: la vocalist è cresciuta ed è maturata, stilisticamente parlando, in particolar modo negli ultimi due dischi “Quantum Leap”, forse l’album più riuscito dei Dumbo Gets Mad, con un’attitudine sicuramente più americana e votata al lo-fi, e “Thank You Neil”.

Non resta quindi che darvi appuntamento al GB20 di Montepulciano questo sabato, per una serata all’insegna del psych rock energico, ma che non dimentica anche le sue influenze pop e anche decisamente vintage. Qui l’evento su Facebook.

Discografia:

Elephants at the Door (Bad Panda Records, 2011)
Quantum Leap (Bad Panda Records, 2013)
Thank You Neil (Bad Panda Records, 2015)

Riferimenti:

Dumbo Gets Mad – Facebook
Youtube

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Il post punk dei Sonic Jesus inaugura il 2018 del GB20

Il 2018 del GB20 Club di Montepulciano parte a ritmo di musica post punk. Saranno infatti i Sonic Jesus, una delle band di riferimento per quanto riguarda la new psych…

Il 2018 del GB20 Club di Montepulciano parte a ritmo di musica post punk. Saranno infatti i Sonic Jesus, una delle band di riferimento per quanto riguarda la new psych a livello internazionale, ad animare la serata di sabato 27 Gennaio.

In realtà, la sola definizione “post punk” non basta a classificare la musica dei Sonic Jesus, sempre alla ricerca di nuove mescolanze e nuove contaminazioni. Nel corso della loro carriera, avviatasi nel 2012 con l’omonimo EP, hanno sì fatto della psichedelia il loro punto di riferimento, ma hanno cercato di superarla, cercando di integrarla con influenze ora più post-punk, ora più dark e new wave, passando anche per il kraut rock tedesco. Si arriva così a “Grace”, l’ultima fatica della formazione, datata 2017 e sempre sotto l’etichetta Fuzz Club Records, che li ha seguiti sin dall’esordio.

Questo full-length, sulla scia del grande successo di cui aveva goduto il precedente “Neither Virtue Nor Anger”, cerca sempre di navigare nel vasto mare fatto di suoni oscuri e visionari che i Sonic Jesus hanno sapientemente creato nel corso della loro carriera; ma il nuovo intento, e la vera spinta innovatrice è stata quella di integrarci melodie più trascinanti e anche più pop (da non intendersi come un aspetto negativo, anzi!), tipiche di gruppi di grido come White Lies, Editors e Interpol. “Grace” è una sintesi sonora tra passato e futuro della band laziale di Doganella di Ninfa: una sintesi sonora fatta da una spinta sempre innovatrice e mai banale. E non a caso, quest’album è stato nominato uno dei migliori album dell’anno passato dalla leggendaria ‘zine Drowned in Sound, e anche da Gigwise.

© Emanuele Manco

Dal 2012, inoltre, la band ha maturato numerose esperienze in sede live, di un certo rilievo e di tutto rispetto: ricordiamo il Cosmosis Festival di Manchester, l’Eindhoven Psych Lab e il Reverence Festival tra le tante esperienze maturate, ma anche l’apertura dei concerti europei dei Singapore Sling.

L’appuntamento rimane quindi al GB20 di Montepulciano questo sabato (qui l’evento Facebook): per questa data e le prossime due, nel locale poliziano vi sarà un’esposizione del fotografo Carlo Pellegrini, sul suo progetto #vitaintreno.

Discografia:

Sonic Jesus (Fuzz Club Records, 2012)
Split Single N°5 (split con i Black Angels, Fuzz Club Records, 2014)
Neither Virtue Nor Anger (Fuzz Club Records, 2015)
Grace (Fuzz Club Records, 2017)

Riferimenti:

 

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Valdichiana Teatro: il nuovo magazine dedicato al teatro locale

Da tre anni, con il magazine La Valdichiana, seguo le stagioni teatrali del territorio. Il discorso giornalistico e divulgativo che ho sempre cercato di perseguire non si è mai limitato…

Da tre anni, con il magazine La Valdichiana, seguo le stagioni teatrali del territorio. Il discorso giornalistico e divulgativo che ho sempre cercato di perseguire non si è mai limitato a consegnare una ‘cronaca dello spettacolo’, la mera rielaborazione dei comunicati stampa delle compagnie. Tutt’altro. Da sempre, come la linea editoriale del giornale per cui ho scritto, i perni direttivi su cui ho impostato gli articolo sono stati quelli della critica e della narrazione. Ho avuto quindi la possibilità e la volontà di approfondire il teatro locale nella sua integrità, visto dall’occhio esterno del cronista e dell’aspirante critico, cercando di non ostentare giammai un’autorità ex cathedra.

Quello che ho capito in questi anni è che il reticolo umano, generato dalle istituzioni teatrali del nostro territorio, è una ricchezza sottaciuta, quasi nascosta. Le associazioni e le fondazioni che operano negli ambiti della cultura e del teatro sono, nella maggior parte dei casi, realtà meravigliose basate sulla produzione e condivisione di arte, finissime commistioni tra la professionalità e l’amatorialità. Sorgenti educative fondamentali, al pari delle istituzioni scolastiche, per l’edificazione umana delle collettività.

I teatri hanno spesso compagnie stabili che producono perle ineguagliabili. I fermenti e le proliferazioni di piacere, gli effluvi estetici che in questi anni ho avuto modo di esperire, insieme ai colleghi de La Valdichiana, hanno l’enorme difetto di decedere subito, deglutiti, nel giro di qualche settimana, nella celerità di un tempo edace, un tessuto che non lascia spazio alla storia. Un reticolo ad altissimo ritmo produttivo, che si disperde per isolamento.

Questo magazine è nato per valorizzare questa ricchezza. È gratuito. È rivolto a tutti, dagli insegnanti di liceo ai viticoltori e cantinieri, dai casalinghi alle bancarie, dalle dottoresse ai pensionati. Serve per fortificare la comunità che intorno al teatro si muove. L’obiettivo da perseguire, con questo periodico, vuole che il reticolo locale prenda coscienza della sua dimensione, dell’importanza che ricopre nelle realtà in cui opera.

Questo è un servizio che viene fatto, prima d’ogni altra cosa, all’arte. Che non esistono parole e cose già grandi di per loro, ma siamo noi a rendere grandi le parole e le cose, farle durare e dare loro spazio.

Valdichiana Teatro è il nuovo supplemento del magazine “La Valdichiana” completamente dedicato al mondo teatrale. Una pubblicazione trimestrale, gratuita e digitale, ottimizzata per l’esperienza mobile, con interviste e aggiornamenti dalle stagioni teatrali della Valdichiana e contenuti esclusivi non apparsi sul magazine. Il progetto editoriale è di Tommaso Ghezzi, il progetto grafico di Alessia Zuccarello.

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Apprendista Cantierista: diario di bordo

Questo è un diario che parla del Cantiere dal punto di vista di Marta. All’interno del Cantiere Internazionale d’Arte la mia funzione non era stabile, ogni giorno avevo compiti diversi…

Questo è un diario che parla del Cantiere dal punto di vista di Marta. All’interno del Cantiere Internazionale d’Arte la mia funzione non era stabile, ogni giorno avevo compiti diversi in qualità di apprendista. Ho deciso di scrivere un diario per vivere appieno le esperienze che stavo facendo e le emozioni che stavo provando.
Scrivere aiuta a far comprendere meglio quello che stiamo vivendo, agli altri come a se stessi.
Questo è il mio racconto, di ciò che ho vissuto durante il nostro Cantiere.

Diario #1

Ore 21:05 – È tarda sera, l’atmosfera è tra le più suggestive. Una luce illumina il nostro spettacolare Duomo, un’altra luce molto più soffusa illumina Palazzo Ricci. Chiunque passi ha il naso rivolto verso l’alto. Prima che tutto inizi, il suono di un tamburo accompagna l’entrata degli spettatori. Un venticello estivo scompiglia le chiome del pubblico e i musicisti accordano gli ultimi strumenti. Il fiato si accorcia, le pupille si dilatano.

Il prossimo spettacolo sta per cominciare, e io, guardandomi intorno, non capisco bene dove mi trovo. Sono in mezzo alle amiche e alle colleghe con cui condivido lo stage al Cantiere; mi piace considerarci come una ciurma di apprendisti. Mentre eravamo persi nelle chiacchiere, un applauso ci ha stupiti. I musicisti stanno entrando, chi con in mano una tromba, chi con in mano un violino, ognuno prendendo posizione. Tra il pubblico cala il silenzio, ed è un silenzio assordante. Poi un clarinetto dà inizio a quella meravigliosa magia che è la musica.

Diario #2

Ore 15:47 – Inizia il mio secondo giorno da apprendista al Cantiere Internazionale d’Arte. Anche oggi l’atmosfera non appare per niente rilassata. In Piazza Grande sta provando un gruppo di danza, e anche io e le mie colleghe siamo abbastanza impegnate con il lavoro. Chi non frequenta il mondo dello spettacolo forse non può capire, ma tutti i minimi pezzi di questo puzzle devono combaciare perfettamente.

Forse si potrebbe pensare che il Cantiere sia dedicato esclusivamente a un pubblico straniero, ma ho scoperto che non è così. Sono proprio i poliziani a occupare le prime file della platea agli spettacoli, e tra i poliziani si possono trovare compositori, registi, musicisti… I poliziani più interessanti sono quelli che lavorano dietro le quinte degli spettacoli del Cantiere, e oggi vorrei parlare di loro. Partirei da Magdalena, la ragazza della biglietteria: semplice, accogliente e sempre con il sorriso; per poi passare a Lavinia: elegante, fine e rassicurante.

Se devo essere sincera, mi sono sempre chiesta il motivo per cui si chiamasse Cantiere. Forse adesso l’ho capito, ma non so se sia solo il mio pensiero. È un po’ come se a Montepulciano si costruisse l’arte: in ogni angolo del nostro paesino suona un violino, un pianoforte, con melodie uniche.

Credo che per lavorare in questo settore e coordinare un grande evento si debba essere una buona squadra, come una grande famiglia. Un ciurma in cui regna la complicità, in cui si ride, si scherza e ci si prende sul serio quanto basta. Ecco una ricetta per la buona riuscita di tutto questo (capito, Marta? Ricordatelo per il futuro!). Mi auguro di incontrare tante famiglie e capire a quale appartenere, chissà che a questo Cantiere non trovi la colonna sonora della mia vita!

Ore 21:00 – Il teatro inizia a riempirsi, e io non potevo che essere presente. Anche se ho già finito il mio turno, amo troppo il teatro per mancare a un evento come questo. In mezzo al pubblico che assiste a “ Le sette ultime parole di Cristo ”, scrivo quel che mi passa per la testa, e quello che l’arte mi trasmette.

Violini e violoncelli incoronano un volto scuro di pelle, un volto meraviglioso. La musica accompagna tutti i problemi di questo mondo, e il volto malinconico nello schermo guarda il pubblico, il responsabile di questo misero mondo. La madre di Cristo è stata sostituita da una donna moderna con indosso degli occhiali, sul led di fianco a lui un uomo con un tablet in mano rappresenta il mondo odierno. Si parla di tutto, di grandi temi come la speranza, e dell’importanza di recuperare il tempo nell’epoca di internet.

Diario #3

Ore 15:20 – Una sala verde ben illuminata, un pianoforte e un violoncello, file e file di sedie. Sono seduta nell’ultima fila, da sola con il musicista. Lui non sembra dire nulla, o quasi. A parte la tipica frase: c’è dell’acqua? Mi accoglie con una sviolinata. In termini di musica, chiaramente.
Tutto nella sala di Palazzo Ricci è così armonico e naturale. Ci siamo soltanto io e il musicista in mezzo a questa sala.

Li ho osservati in questi giorni, i musicisti. Personaggi bizzarri, un po’ narcisi, decisi e sicuri di sé. Credo che in parte il loro carattere sia giustificato dalla capacità di produrre qualcosa di così meraviglioso, qualcosa che per la maggior parte dipende da loro. La musica non è naturale, anche se si genera dal tutto: è un meccanismo complesso, inspiegabile.

Il musicista inizia a suonare. Le mani magre e rovinate dalla corda incantano. Quanto più la musica aumenta, quanto più io scrivo veloce, velocissimo, troppo veloce. Mi rivolge uno sguardo severo. Ma tanto da questa stanza la musica arriva ovunque, no?


Il diario di Marta continua nell’ebook gratuito “Apprendista Cantierista” disponibile per tutti i nostri lettori affezionati!

Potete scaricarlo all’interno della piattaforma Patreon, nella sezione dedicata al magazine: la pubblicazione è gratuita ed è ottimizzata per l’esperienza da smarpthone e tablet.

Se avete difficoltà a scaricarlo o avete bisogno di formati alternativi al Pdf, contattateci alla mail: redazione@lavaldichiana.it


(Photo credits © Irene Trancossi)

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La Sagra dei Pici di Celle sul Rigo: i racconti dei protagonisti

Da quasi cinquant’anni la comunità di Celle sul Rigo si riunisce attorno a un elemento fortemente identitario. La Sagra dei Pici, dedicata interamente a un alimento di eccellenza del territorio, è…

Da quasi cinquant’anni la comunità di Celle sul Rigo si riunisce attorno a un elemento fortemente identitario. La Sagra dei Pici, dedicata interamente a un alimento di eccellenza del territorio, è diventata una tradizione molto sentita tra la popolazione del piccolo borgo, grazie a una crescita costante e un’atmosfera di serenità che si respira nell’ultima settimana di maggio.

I pici, tutti rigorosamente fatti a mano dai cellesi nei giorni precedenti alla manifestazione, sono un elemento di fondamentale importanza per Celle sul Rigo. Anche se la Sagra dei Pici è ufficialmente organizzata dalla Società Filarmonica locale per finanziare le attività musicali, in realtà coinvolge l’intera popolazione ed è capace di richiamare centinaia di ospiti dai dintorni. I pici di Celle sul Rigo sono diventati particolarmente famosi e apprezzati, tanto che nel corso della 48° edizione è stata annunciata la candidatura della pratica dell’appiciare a patrimonio immateriale dell’UNESCO.

Per ripercorrere la storia della Sagra dei Pici ho avuto il piacere di intervistare numerosi cellesi, utilizzando le loro esperienze dirette per ricostruire le vicende di questa tradizione. Dai più anziani ai più giovani, tutti hanno storie da raccontare su questo importante momento di aggregazione che dura da cinquant’anni.

Memorie storiche della Sagra dei Pici

La signora Roberta Rocchi è attualmente la responsabile della cucina della Sagra dei Pici: cellese da sempre, si ricorda le primissime edizioni della festa. Fin da bambina era addetta alla distribuzione dei pici, e ha sempre appiciato assieme agli altri bambini: lo ricorda come un importante momento di aggregazione, per stare in compagnia e parlare del loro paese.

“Siamo un paese piccolo, ma nei periodi della sagra tutto il paese partecipa e viene a lavorare, perché vuole bene a Celle. Quando vediamo tutte queste persone che arrivano per la festa, è un grosso piacere. Vengono per mangiare i pici, ma anche perché si sta bene con i cellesi, siamo persone accoglienti.”

Il legame tra celle e i pici è sempre esistito. Roberta appicia anche a casa, non soltanto nei giorni della festa; ha imparato anche a fare i pici senza glutine, per venire incontro alle intolleranze del figlio. Insomma, i pici non possono mai mancare nella sua cucina.

Nara Meloni ha 63 anni e ricorda bene le prime edizioni della festa. A quei tempi i pici non erano ancora famosi: gli organizzatori riuscivano a servire soltanto una cinquantina di porzioni e dovevano andare in giro per il paese a proporli alle persone.

“Ci trovavamo tutti assieme in piazza, ognuno portava il suo tegamino, ognuno con le sue cose. Io avevo 14 anni e già aiutavo, sono sempre stata addetta alla cottura dei pici. Non c’erano ancora i fornelloni, usavamo i paioli, si metteva la brace, si facevano anche i sughi… ancora nessuno conosceva i pici, li portavamo lungo le vie, chi voleva li comprava in giro.”

Anche per Nara i pici sono il tipico piatto dell’ospitalità: quando ha festeggiato quarant’anni di matrimonio, ha invitato a casa gli amici e ha fatto i pici. Ogni volta che un cellese ha un ospite, quindi, i pici sono il tipico piatto da proporre.

La memoria storica della manifestazione è ben rappresentata anche da Giovanni Innocenti, che ha 80 anni ed è stato presidente della Società Filarmonica. Anche lui ricorda bene le primissime edizioni, quando ancora la sagra non era conosciuta e non veniva nessuno da fuori. Poi l’evento ha cominciato a ingranare, e sempre più persone hanno conosciuto i pici.

“Fu una scelta lungimirante quella di puntare sui pici; anche i ristoranti usufruivano di questa pubblicità, il sabato e la domenica erano sempre pieni. Tutti volevano mangiare i pici di Celle, rigorosamente fatti a mano.”

Giovanni divide la storia della manifestazione in tre fasi: quella iniziale, considerata come una fase di rodaggio, in cui tutto era organizzato in maniera più approssimativa, ma con grande impegno e voglia di stare insieme. Nella seconda fase l’organizzazione è migliorata, grazie all’acquisto da parte della Società Filarmonica dello stabile utilizzato per la cucina; hanno dovuto lavorare molto per sistemarlo, perché originariamente era utilizzato come fienile e dependance del palazzo del conte, ma dal 1985 ha consentito alla festa di svilupparsi ulteriormente. E poi la terza fase, a partire dalla fine degli anni ’90, con il passaggio all’interno weekend, l’acquisto di nuove attrezzature per la cucina e i tendoni della piazza, fino agli anni attuali.

Come racconta Giulio Bartolini, i primi anni la Sagra dei Pici si teneva soltanto la domenica; poi, grazie al crescente successo, ha aumentato la durata. I primi anni venivano serviti i pici e alcuni affettati, poi hanno aggiunto la carne alla brace. A quei tempi i banchetti venivano gestiti da tutto il paese: ognuno poteva occupare una parte della piazza e offrire le sue pietanze, tra lumache e porchette, dando un contributo alla Società Filarmonica. Sia commercianti che paesani mettevano un banchetto in piazza e lo gestivano in autonomia.

“I primi anni venivano coinvolte entrambe le macellerie del paese, un anno prendevamo la carne dalla macelleria del mì babbo, l’anno successivo dagli altri. Poi dal 1983 ho sempre gestito io la carne, il mì babbo ha smesso e mi ha lasciato la bottega. Adesso ci sono i figli che mi aiutano, sia alla festa che alla macelleria.”

Ospiti di Celle e graditi ritorni

La Sagra dei Pici non è soltanto il principale evento aggregativo dei cellesi, ma è anche capace di favorire l’integrazione di ospiti e immigrati, e di favorire il ritorno di chi ha deciso di spostarsi altrove.

Per esempio, Fatuma Alì non è cellese di origine, bensì di adozione. Nata in Somalia, abita in Danimarca da 40 anni e lavora come psichiatra. È venuta a Celle per la prima volta trent’anni fa, si è innamorata del posto e ha comprato casa sedici anni fa, proprio accanto alle cucine della sagra. Conosce la Sagra dei Pici da quel momento e viene sempre a Celle nel periodo della festa.

“Quello che mi impressiona ogni anno, è questo spirito collettivo. Tutta la gente di Celle partecipa, tutti sono presenti in maniera volontaria, questo non lo trovi in tanti posti. I giovani stanno cominciando a dare ricambio alle signore più anziane. Veniamo dalla Danimarca e questo per noi è un paradiso: la tranquillità, la gentilezza della gente… mi sento molto inclusa fin dal primo giorno, e aiutare durante la festa è un modo per ripagare l’accoglienza che riceviamo.”

Fatuma non è cellese di origine, ma aiuta durante la Sagra dei Pici: serve ai tavoli, a volte coinvolgendo anche gli amici danesi. Partecipare alla festa è anche un modo per sentirsi parte della comunità di Celle sul Rigo e non soltanto turisti, è un modo per entrare a far pienamente parte della comunità.

Un altro racconto degno di interesse è quello di Romolo Rocchi: 68 anni, cellese di origine, ma torinese di adozione. Ha ancora la madre a Celle e torna due o tre volte all’anno a trovarla, in particolare quando c’è la Sagra dei Pici. Abita dal 1971 a Torino, e da cellese ha vissuto soltanto i primissimi anni della festa, ma tutti gli anni torna per partecipare e aiutare. Si occupa di vendere le cartelle della tombola, e ovviamente non può farsi scappare i pici.

“Sui pici cosa devo dire? Piacciono a tutti, a noi e ai nostri figli che non sono nati qui. A volte li facciamo qui e li porto a Torino per mangiarli con tutta la famiglia. I primi anni appiciavamo tutti assieme, poi sono andato via e non ho potuto più partecipare alla preparazione della festa, ma quando riporto i pici a Torino, riporto un pezzo di Celle.”

Le nuove generazioni

Una manifestazione di questo tipo non potrebbe sopravvivere per così tanti anni senza ricambio generazionale. Per fortuna, a Celle sul Rigo ci sono tanti giovani che sembrano intenzionati a portare avanti l’organizzazione della festa e la tradizione dei pici.

Una di essi è Anastasia Fabbrini, 26 anni e cellese da sempre. Già da piccola partecipava alla festa, servendo i pici ai tavoli, anche perché i più grandi obbligavano i più piccoli ad aiutare. Adesso si occupa del banchetto dei dolci, perché ognuno all’interno della festa deve avere il suo ruolo, ma partecipa volentieri anche alle fasi di appiciatura prima dell’inizio della manifestazione.

“Sono diversi anni che appicio, anche quando eravamo piccole venivamo assieme ai genitori. Abbiamo imparato ad appiciare assieme a loro, grazie ai consigli delle donne più anziane, qui alla festa. Le donne più grandi appiciano durante la mattina e il pomeriggio, quelle più giovani la sera. Ci sono turni serali per chi lavora, è utile anche per ritagliarsi un po’ di spazio, per svagarsi insieme agli altri compaesani, è comunque uno spazio sociale per stare insieme.”

Anche Eleonora Pinzi è cellese da sempre: ha 34 anni, ha sposato un cellese ed è mamma da poco. Quand’è nata, c’era già la Sagra dei Pici, e il suo ricordo è che tutta Celle viva per la tradizione dei pici.

“Da sempre il rituale è lo stesso. Le donne si organizzano per la preparazione dei pici, usando prodotti di alta qualità, sia per la pasta che per i sughi. Tutti fanno il possibile e l’impossibile per partecipare ad aiutare. Io ho una bottega commerciale, ho staccato alle 18 per venire qui.”

Eleonora ha iniziato fin da piccola a servire i pici, poi è passata alla carne; adesso alla brace ci sono i genitori, i suoceri sono in cucina, e lei aiuta dove può. Quest’anno ha dato una mano al bar, perché deve anche occuparsi del bimbo, assieme al marito. I giorni precedenti alla sagra, come da tradizione, ha partecipato all’appiciatura. Lo faceva fin da bambina, seguendo una sorta di rituale che è rimasto simile:

“Io avevo meno di dieci anni, ci venivo con la mì nonna. Mi lavavo le mani e mi preparavo. Una signora mi metteva il grembiulino e la cuffietta. C’era la donna che spianava, quella che tagliava… e poi ti passavano a ruota questi piccoli pezzetti di pasta e tutti si appiciava. Dopo aver appiciato, si buttavano i pici dentro la farina, la donna addetta li prendeva e li sistemava nei vassoi.”

L’elemento più importante della festa, secondo Eleonora, è che anche chi non è nato a Celle capisce l’importanza di questa tradizione. Ci sono persone che si sono avvicinate alla Sagra dei Pici, che cercano di aiutare e di integrarsi. E poi ci sono cellesi che non abitano più nel paese da tanti anni, ma che tornano appositamente per la Sagra dei Pici. Da Firenze, Roma, Torino… conoscono il loro ruolo da una vita, e tornano sempre al paese per aiutare la manifestazione, non soltanto per mangiare i pici.

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Borgo dei Libri 2017 – Tutte le notizie

Branded Content a cura di Valdichiana Media e Fondazione Torrita Cultura – Notizie e aggiornamenti dall’edizione 2017 del Borgo dei Libri di Torrita di Siena. Segui gli speciali approfondimenti della nostra redazione!…

Branded Content a cura di Valdichiana Media e Fondazione Torrita Cultura – Notizie e aggiornamenti dall’edizione 2017 del Borgo dei Libri di Torrita di Siena. Segui gli speciali approfondimenti della nostra redazione!


Si conclude la terza edizione del Borgo dei Libri (15/05/17)

Ha chiuso i battenti domenica 14 maggio la terza edizione del Borgo dei Libri a Torrita di Siena. Un’edizione speciale iniziata il 29 aprile con l’inaugurazione della Casa della Cultura. Un fine settimana in cui il centro storico è stato visitato da molti appassionati, collezionisti ed amanti del libro in ogni suo genere e forma.

Grande risultato per il convegno promosso dall’Anci sulla Via Lauretana; i molti rappresentanti, sia istituzionali che religiosi, hanno sottolineato la necessità di una sinergia comune perché quest’antica via che attraversa tre regioni, da Siena a Loreto, abbia la giusta visibilità e risalto per un turismo lento alla riscoperta di antiche tradizioni, fede e storia.

Tra mostre, libri antichi, libri per bambini, degustazioni eno-culturali e curiosità, il segno del giallo ha fatto da filo conduttore sia di uno scontro “a colpi di pipe” tra due dei più amati protagonisti del genere, Sherlock Holmes e Maigret, sia alla realizzazione di una caccia all’assassino in cui 35 investigatori in erba hanno seguito le tracce tra i borghi medievali della cittadina.

Gli studenti e i bambini sono stati il fulcro dell’edizione 2017: letture animate, incontri con gli autori e i concorsi indetti dall’Accademia degli Oscuri (un concorso letterario per i ragazzi delle scuole dell’obbligo) e quello denominato Clanis, primo concorso in dialetto dove sono stati assegnati i premi Alò d’oro, d’Argento e di Bronzo, a cui hanno partecipato molti ragazzi delle scuole della Valdichiana Senese e Aretina.

“Abbiamo registrato un buon riscontro di pubblico – dichiara la Presidente della Fondazione Torrita Cultura Simona Giovagnola, ente organizzatore dell’evento in collaborazione con la Pro-loco e l’Amministrazione Comunale – anno dopo anno stiamo cercando di migliorarci e di attrarre operatori, espositori e autori. Questo tipo di manifestazioni non sarebbero realizzabili se non con l’aiuto e l’impegno delle associazioni di volontariato che sopratutto nel nostro territorio sono il traino e il motore di tanti eventi.”


Torrita di Siena: un fine settimana ricco di appuntamenti (12/05/17)

Il centro storico di Torrita si trasforma in una libreria a cielo aperto; passeggiando nelle sue caratteristiche vie color terracotta dove i mattoni delle case si fondono con la pietra grigia del selciato, potrete trovare delle vere novità o dei testi antichi, assistere a convegni, concerti, mostre, incontrare autori o cimentarvi in laboratori dove la cultura va a braccetto con il gusto dei prodotti enogastronomici tipici della Valdichiana.

Tra le molte curiosità della terza edizione il Borgo dei Libri si appresta alla premiazione del concorso Clanis, indetto per gli studenti delle scuole del territorio che vuole valorizzare la nostra lingua originaria “il chianino”. Strapperanno più di un sorriso i racconti in dialetto che saranno premiati con l’Alò d’oro, l’Alò d’argento e l’Alò di bronzo. Mentre farà da cornice la splendida Villa Rocchi, ai margini del centro storico nella premiazione del concorso letterario nazionale per i ragazzi della scuola dell’obbligo indetto da l’ Accademia degli Oscuri che in questa edizione ha esaminato più di mille testi pervenuti da tutte le parti della penisola.

Il libro comunque sarà il protagonista indiscusso dell’edizione. Nella grande mostra mercato dislocata nei punti strategici dentro le mura del centro storico che conterà circa cinquanta operatori del settore librario creerà un vivo interesse da parte degli appasionati e non solo. Un occhio di riguardo agli studenti delle scuole del territorio che potranno usufruire dei buoni sconto sull’acquisto dei libri messi a disposizione della Fondazione Torrita Cultura proprio per avvicinare le nuove generazioni alla lettura.

Molti gli autori presenti tra sabato e domenica, per citarne alcuni Vincenzo Trama, Mirko Tosi, Marco Fusi; Luigi Pratesi, Luigi Bicchi che a presenteranno le loro opere al pubblico. Nel segno del giallo aprirà con un’interessante sfida “a colpi di pipe” tra gli amici di Sherlock Holmes e di Maigret con la moderazione dello scrittore Roberto Costantini e l’innovativo Delitto nel Borgo; ambientato nei borghi di Torrita un giallo che ha per soggetti un libro, un cadavere e cinque squadre di investigatori alla caccia dell’assassino.

Grande rilievo al convegno sull’antica Via Lauretana, promossa in collaborazione con l’Anci, le regioni Marche, Umbria e Toscana alla presenza di tante autorità per parlare di questo importante indotto testimone di fede, storia ed arte. Torrita fregiata dal titolo “Città che legge” che partecipa ai progetti Il Maggio dei Libri, progetto Sifa “io leggo perchè” e Nati per Leggere si appresta quindi a vivere un week end all’insegna del libro e della cultura e di tutto ciò che essi possono promuovere.


Il Borgo dei Libri: inaugurate tre mostre e assegnati i premi per i libri d’artista (08/05/17)

Un fine settimana denso di appuntamenti quello appena concluso a Torrita di Siena, in attesa della grande kermesse del prossimo week end. Venerdì pomeriggio a Firenze, presso il Palazzo del Pegaso, c’è stato il taglio del nastro per la mostra dedicata ai Medici, intitolata
“La Toscana dei Medici vita ed opere di tre Granduchi in libri ed incisioni del ‘500”, una collaborazione con la Società Bibliografica Toscana alla ricerca di tutti quei paramenti tipici di matrimoni, battesimi, funerali in epoca medicea.

A Torrita di Siena è stata inaugurata la mostra “Memorie di Carta”, un viaggio a ritroso nel tempo attraverso gli archivi del nostro territorio. Un grande lavoro certosino di molti volontari ha contribuito alla ricostruzione degli archivi parrocchiali, civili ed ecclesiastici. Un particolare encomio a Neda Mechini che con passione e meticolosità per anni, con la collaborazione delle dottoresse Gabriela Todros e Diana Toccafondi della sopraintendenza archivistica e bibliografica della regione Toscana, ha archiviato il materiale giacente presso la collegiata di San Martino contribuendo così a lasciare ai posteri una buona parte di storia torritese. La sede della mostra realizzata dalla Società Bibliografica Toscana è la bellissima chiesa romanica delle SS. Flora e Lucilla e sarà visitabile fino al 14 maggio.

Tre grandi personalità come la prof. Maria Gioia Tavoni, la scrittrice Paola Gribaudo e il prof. Carlo Pulsoni hanno conferito i premi relativi al concorso internazionale d’artista per i libri d’autore, riservato per agli under 30, dedicato al tema delle abbazie. Primi classificati Mattia Caruso, Matteo Spinelli, Riccardo Bucella, Cristina Piciacchia, Erica Apolloni; le opere degli artisti sono visibili nella relativa mostra in via Maestri.


Il Borgo dei Libri tra Firenze e Torrita di Siena (03/05/17)

Tutto pronto per il primo weekend di iniziative del “Borgo dei Libri”: la manifestazione giunta alla terza edizione, di fatto iniziata sabato 29 aprile con l’inaugurazione della Casa della Cultura e della mostra “Musei di Carta – immagini dell’antico in Valdichiana”, vedrà infatti realizzarsi 5 dei 32 eventi in programma.

“L’inaugurazione della Casa della Cultura è stata un successo di una comunità, la partecipazione sia alla realizzazione che alla giornata di un copioso pubblico è stata una bella dimostrazione di attenzione e coesione per Torrita” ha dichiarato la Presidente della Fondazione Torrita Cultura, Simona Giovagnola,

Giovedì 4 maggio un interessante viaggio nell’antica Via Lauretana con visita nel borgo di Torrita, documentario e dibattito alla presenza di Mons.Stefano Manetti e del Vice Presidente Acli Emiliano Manfredonia.

Venerdì 5 maggio, invece, “Il borgo dei libri” si sposterà a Firenze. A Palazzo del Pegaso verrà inaugurata la mostra “Le pompe dei Medici: guerre, nascite battesimi e funerali dei primi tre Granduchi. Usi e costumi della famiglia che ha unito la Toscana e lasciato le proprie impronte nel mondo.” Interverrà alla presentazione, oltre alle personalità accademiche e gli studiosi di settore, anche il Presidente del Consiglio Regionale Eugenio Giani.

Alla Casa della Cultura, sempre venerdì 5 maggio alle ore 21:15, si parlerà in un convegno mirato di “chianina” e di come costruire un archivio comune al territorio per la tutela della razza.

Sabato 6 maggio al Teatro degli Oscuri alle ore 10:00 si terrà invece il convegno “Memorie di Carta”, un viaggio a ritroso nel tempo attraverso gli archivi storici del nostro territorio. Tra i numerosi interventi il Sovraintendente Archivistico e Bibliografico della Toscana Diana Toccafondi. La relativa Mostra sarà esposta nella chiesa della SS. Flora e Lucilla, che sarà visitabile fino a domenica 14 maggio.

Sempre al Teatro degli Oscuri, domenica 7 maggio alle ore 10:00 si terrà la prima premiazione dei tre concorsi banditi nel 2017 dal Borgo dei Libri: il concorso internazionale per i libri d’artista ispirato al tema delle abbazie e riservato agli under 30. Madrina della cerimonia sarà Paola Gribaudo; a seguire, inaugurazione mostra delle opere in concorso.


Con l’inaugurazione della Casa della Cultura prende il via la terza edizione del Borgo dei Libri con trenta iniziative che coinvolgeranno la cittadina (28/04/17)

Con un appuntamento importante e atteso parte, sabato 29 aprile, la terza edizione del Borgo dei Libri, punto di riferimento per tutti gli interessati e gli appassionati, una vetrina di livello nazionale. Se il protagonista principale sarà sicuramente il libro, l’attenzione, nella prima giornata, va all’evento che il via ufficialmente a tutta la manifestazione, ovvero l’inaugurazione della Casa della Cultura.

La Casa della Cultura è stata ricavata dalla ristrutturazione dall’ex magazzino merci della stazione ferroviaria di Torrita che da anni era inutilizzato. A lavorare al progetto alcuni artigiani torritesi, che mettendo a disposizione della comunità la loro arte e dopo la ristrutturazione dell’intero edificio, hanno lavorato alla parte estetica restituendo alla cittadinanza un’inedita opera d’arte che ha scaturito subito un’enorme curiosità. Un progetto, questo, realizzato dalla Fondazione Torrita Cultura con la coadiuvazione dell’Aministrazione Comunale: “Un luogo a disposizione della cultura e di tutti coloro che della cultura hanno fatto uno stile di vita per lavoro, hobby o semplicemente voglia di comunicare con le loro opere ed il loro sapere” – spiega la presidente della Fondazione Simona Giovagnola.

“Un’opera importante perchè in essa si racchiude la manualità, la fantasia e il saper fare dei torritesi. Con questa inaugurazione possiamo dire completata la riqualificazione urbanistica dell’area adiacente la Stazione Ferrioviaria” – spiega il sindaco Grazi.

Con l’inaugurazione della Casa della Cultura, sarà anche aperta la mostra “Musei di carta, immagini dell’antico in Valdichiana” un particolare connubio tra archeologia e libri antichi e dove si potranno ammirare pregevoli “cinquecentine” accompagnate da una selezione di alcune decine di esemplari di monete di epoca romana repubblicana ed imperiale. La mostra itinerante, dopo la prima tappa a Torrita di Siena, sarà esposta nei Comuni della Valdichiana Senese Aretina che hanno aderito al progetto.

Al via della terza edizione del manifestazione prenderanno parte il Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita di Siena e la Filarmonica Guido Monaco La Samba. Numerose le personalità che parteciperanno oltre il Sindaco Giacomo Grazi e la Presidente della Fondazione Torrita Cultura Giovagnola, saranno ospiti infatti il presidente del Consiglio Regionale Eugenio Giani, l’Assessore alla mobilità Regione Toscana Vincenzo Ceccarelli, il direttore territoriale Rete Ferrovie Italiane Efisio Murgia, il Questore di Siena Piccolotti, il Prefetto di Siena Gradone, l’Assessore alla Cultura comune di Torrita Paolo Tiezzi Maestri, il curatore della Mostra Musei di Carta Giulio Paolucci, l’autore del catalogo Mario De Gregorio e il direttore del monetiere del museo archeologico di Firenze Fiorenzo Catalli.


Il Borgo dei Libri presentato in Regione Toscana: tutte le novità della terza edizione (20/04/17)

Arriva la terza edizione de “Il Borgo dei Libri”, con oltre trenta gli eventi che nei fine settimana dal 29 aprile al 14 maggio animeranno Torrita di Siena. La rassegna, che punta a valorizzare la cultura del territorio e far conoscere i libri d’autore ma anche i racconti in dialetto, è stata presentata in Consiglio regionale alla presenza del presidente dell’Assemblea toscana Eugenio Giani e del sindaco di Torrita Giacomo Grazi.

Il presidente del Consiglio Eugenio Giani, nel corso della conferenza di presentazione dalla terza edizione, ha ricordato che la cittadina ha le sue istituzioni culturali, come la Società bibliografica toscana e l’Accademia degli oscuri, che giocano in questo un ruolo fondamentale.

“La Toscana è la terra del libro, vera essenza della sua tradizione culturale. Come Consiglio regionale vogliamo valorizzare tutte le iniziative che danno il senso di questo suo primato storico. ‘Il Borgo dei libri’, con più di trenta eventi dal prossimo 29 aprile, farà di Torrita di Siena il punto di riferimento per tutti gli interessati e gli appassionati, una vetrina di livello nazionale”.

Il sindaco Grazi ha ricordato che l’iniziativa si sviluppa lungo l’arco di tre fine settimana: il 29 aprile inizia con l’inaugurazione della Casa della cultura, nel vecchio magazzino merci delle ferrovie, per proseguire il 3 maggio proprio in Consiglio regionale.

“C’è un po’ di tutto – ha aggiunto il sindaco di Torrita Giacomo Grazi – C’è la cultura dilettantistica e quella un po’ più professionale. Siamo associati anche all’Alai, l’associazione dei librai antiquari d’Italia. Sulle nostre bancarelle sarà possibile comprare il libro da dieci euro, con quello da migliaia di euro”.

L’assessore alla cultura Paolo Tiezzi Mazzoni, che è anche presidente della Società bibliografica toscana, ha allestito nel Palazzo del Pegaso una mostra di incisioni, libri antichi, scenografie che si riferiscono alle pompe tenute dai Medici nella seconda metà del Cinquecento: nozze, battesimi, funerali e l’apoteosi della vittoria nella guerra con Siena. Il gran finale della manifestazione è in programma per il 13 e 14 maggio quando sono in calendario molti convegni ed il concorso letterario nazionale per ragazzi, curato dall’Accademia degli oscuri.

“È sotto gli occhi di tutti che siamo di fronte ad una manifestazione in crescita – ha rilevato la presidente della Fondazione Torrita Cultura, Simona Giovagnola – Quest’anno i fine settimana interessati sono tre, abbiamo rafforzato le collaborazioni, anche con il settore enogastronomico, e ci sono laboratori particolari come quello sui fumetti per l’identità chianina. L’amministrazione, inoltre, ha dato una casa alla cultura, un privilegio di pochi comuni”.

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Foiano Fotografia: le interviste

L’edizione 2016 di Foiano Fotografia propone una rassegna di mostre di carattere internazionale, allestite nelle location lungo il centro storico di Foiano della Chiana. Le mostre sono liberamente visitabili tutti i…

L’edizione 2016 di Foiano Fotografia propone una rassegna di mostre di carattere internazionale, allestite nelle location lungo il centro storico di Foiano della Chiana. Le mostre sono liberamente visitabili tutti i weekend dal 4 al 27 novembre, con i seguenti orari: venerdì dalle 15:00 alle 18:00, sabato e domenica dalle 10:00 alle 12:30 e dalle 15:00 alle 18:00.

Foiano Fotografia: le mostre

  • Peter Bauza – Copacabana Palace (Sala Carbonaia)
  • Simone Sapienza – Charlie surfs on Lotus Flowers (Galleria Furio del Furia)
  • Federico Clavarino – Italia o Italia (Palazzo Caiani)
  • Luca Locatelli – MegaMecca (Palazzo Caiani)
  • Karl mancini – Ghosts from the past (Chiesa-museo della Fraternita di Santa Maria)
  • Melissa Carnemolla – 13 IV 1941 (Palazzo Caiani)
  • Sara Camilli – Sei piani di storie (Galleria Furio del Furia)
  • Michele Sibiloni – Fuck It (Galleria Furio del Furia)

Ecco le interviste realizzate da Valentina Chiancianesi e Tommaso Ghezzi agli autori e ai curatori delle mostre fotografiche, che approfondiscono gli aspetti culturali e sociali trattati nelle opere esposte. Buona visione!

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Foiano Fotografia: uno sguardo diverso sul mondo

Lo sguardo fotografico ci permette di entrare in contatto con parti del mondo diverse e lontane dai nostri occhi. Il valore delle mostre di Foiano Fotografia è proprio quello di…

Lo sguardo fotografico ci permette di entrare in contatto con parti del mondo diverse e lontane dai nostri occhi. Il valore delle mostre di Foiano Fotografia è proprio quello di lasciare spaziare lo sguardo sul resto del mondo, dal centro della Valdichiana, e stabilire una connessione con altre storie e altre culture.

L’edizione 2016 di Foiano Fotografia presenta una rassegna di dieci mostre fotografiche allestite in splendide location: dagli spazi espositivi sotterranei della Galleria Furio del Furia a Palazzo Caiani, dalla Chiesa-Museo della Fraternita di Santa Maria all’affascinante sala Carbonaia, la chiesa sconsacrata adibita a deposito di carbone dalle tipiche mura annerite. Le opere fotografiche esposte ci permettono di compiere un viaggio intorno al mondo, soffermando lo sguardo su aspetti che solitamente vengono tralasciati, stimolando riflessioni e coinvolgimenti emotivi.

Lo sguardo sul mondo comincia dal Brasile, con la mostra di Peter Bauza intitolata “Copacabana Palace”. Una serie di scatti che ci trasportano all’interno di un quartiere di Rio de Janeiro pensato per la nascente classe media, ma occupato da più di dieci anni da senzatetto. Un mondo rimasto in bilico, tra sopravvivenza e rovina, tra povertà e speranza per il futuro, e che mostra pienamente l’altra faccia della medaglia del Brasile degli ultimi anni. L’altra faccia delle Olimpiadi e dei grandi eventi sportivi, la parte di mondo che deve essere nascosta agli occhi del mondo e che rivela il fallimento delle politiche anti-povertà messe in atto dai governi brasiliani.

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“Ghosts from the past” di Karl Mancini

Dal Brasile ci spostiamo alla Cambogia, grazie alle opere di Karl Mancini con “Ghosts from the past”. Anche in questo caso lo sguardo del fotografo ci permette di tratteggiare una realtà diversa da quella che traspare dalle grandi narrazioni internazionali. Non è la Cambogia del grande sviluppo e dei grandi investimenti turistici, è la Cambogia che vive ancora nel terrore delle mine antiuomo disseminate nel territorio dagli Khmer Rossi. Ancora oggi il Paese vive gli effetti della guerra civile, soprattutto i bambini e i contadini che rimangono vittime degli ordigni rimasti a testimonianza di quel periodo storico, e le loro mutilazioni sono il simbolo di una ferita sociale e culturale ancora aperta.

La mostra “Mega Mecca” di Luca Locatelli non indugia sui ritratti, ma ci propone delle foto di grande impatto da uno dei luoghi più affascinanti del pianeta. Non capita spesso che un fotografo occidentale sia accolto nel cuore della religione islamica, e non capita spesso che un pubblico occidentale possa affrontare l’argomento senza preconcetti. Le immagini che dipingono la Mecca come una megalopoli del turismo religioso sono lo specchio di un consumismo di massa che ormai ha attanagliato tutte le grandi religioni: resort di lusso, souvenir, ristoranti, musei con lunghe code all’entrata, e ovviamente un enorme giro d’affari.

Il viaggio prosegue con “Charlie surfs on lotus flowers”, la mostra di Simone Sapienza. Questa volta le fotografie ci portano nel cuore del Vietnam, quarant’anni dopo la guerra con gli USA: un Paese dall’economia in crescita e dalla giovane classe dirigente, pronto a diventare la prossima Tigre Asiatica. Nonostante il governo sia saldamente nelle mani del Partito Comunista, gran parte della popolazione è a favore di un’economia capitalista e del libero mercato: forse gli USA la guerra l’hanno vinta davvero, se non sul piano militare, almeno su quello economico e culturale.

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“Mega Mecca” di Luca Locatelli

Torniamo in Italia, per la precisione a Marina di Ragusa, un piccolo paese sulla costa siciliana. Il lavoro di Melissa Carnemolla, “13 IV 1941”, è una ricerca sul giorno di Pasqua del 1941, quando un aereo militare tedesco precipitò sulla cittadina; lo schianto provocò la morte dei cinque militari a bordo e di altrettante persone che abitavano nelle case, tra cui due bambini. Il lavoro di Melissa ha recuperato le testimonianze di quel tragico avvenimento, attraverso le lettere spedite dai cittadini al governo italiano e le fotografie dei resti dell’epoca. E viene da chiedersi quale sia il senso della tragedia in tempo di guerra: dieci morti sembrerebbero un’inezia, una storia da nulla, se paragonata a quello che stava accadendo nel 1941 nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Se l’incidente fosse accaduto in tempo di pace, sarebbe un punto fermo nella storia locale: ma in tempo di guerra, le tragedie minori vengono facilmente dimenticate, e il lavoro di Melissa ci impone di ricordare e di restituire la dignità storica della tragedia attraverso il nostro sguardo.

Il viaggio tracciato da Foiano Fotografia prosegue con altre mostre: il racconto fotografico del Quarticciolo di Roma di Sara Camilli con “Sei piani di storie”, la prostituzione in Uganda di Michele Sibiloni con “Fuck It” e le immagini simboliche del Belpaese di Federico Clavarino con “Italia o Italia”; a queste si aggiungono le due mostre selezionate durante il crowdfunding, “Sull’incontro tra terra e acqua” di Laura Bertonazzi e “PanoramicaMente” di Francesco Cicciotti.

Le mostre rimarranno esposte a Foiano della Chiana fino al 27 Novembre: un’occasione unica per osservare i lavori di importanti fotografi e permettere al nostro sguardo di compiere un viaggio intorno al mondo. Un viaggio che racconta la realtà, anche quando è cruda e dolorosa, perché testimonia gli sforzi compiuti dall’umanità. Le immagini catturate dalle foto rendono il mondo più vicino a noi, ci impongono di non dimenticare tutto quello che sta accadendo. Ci impediscono, in poche parole, di distogliere lo sguardo.

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“Visit Chiusi” e l’eredità degli Etruschi

La Valdichiana è stata una delle sedi più importanti della civiltà etrusca, e tutte le attuali cittadine di questo territorio sono chiamate a fare i conti con un passato così…

La Valdichiana è stata una delle sedi più importanti della civiltà etrusca, e tutte le attuali cittadine di questo territorio sono chiamate a fare i conti con un passato così importante, e per certi versi così ingombrante. A prescindere dalle vicissitudini del medioevo o del rinascimento, i borghi della Valdichiana mantengono forti tracce del passato etrusco e devono affrontare la difficile sfida della loro riscoperta e valorizzazione.

Chiusi è una delle città che maggiormente vive questa grande sfida. È stata una delle capitali della civiltà etrusca, uno dei cardini della dodecapoli e la sede di Porsenna, il lucumone che arrivò persino a sconfiggere Roma e ad assoggettarla al suo dominio. C’era un periodo, quindi, in cui Chiusi poteva vantarsi di essere uno dei centri più importanti di tutta la penisola. L’eredità degli etruschi può diventare una parte importante nella valorizzazione culturale e turistica della città e di tutto il territorio.

In questo contesto si inserisce l’iniziativa di “Visit Chiusi” inaugurata sabato 15 ottobre presso la Sala Conferenze S.Francesco e la Casa della Cultura, grazie al coinvolgimento dell’amministrazione comunale, delle associazioni, delle imprese e di tutto coloro che sono interessati alle tematiche dell’arte, della cultura e del turismo nella città di Porsenna. Un evento aperto alla partecipazione dal basso e al contributo di tutti, per delineare le strategie di sviluppo per il futuro di Chiusi, che si concluderà il prossimo 12 novembre. L’evento è stato introdotto dalla presentazione dei dati sui flussi turistici e sull’indotto economico generato dal comparto della cultura; successivamente i partecipanti si sono suddivisi in sei tavoli di lavoro tematici (cultura e arte, beni culturali patrimonio e turismo, incoming e accoglienza, attività produttive, associazionismo, comunicazione media e marketing) e i contributi realizzati sono stati dibattuti in un’assemblea pubblica, in attesa di un’analisi da parte di esperti di settore e di un programma attuativo di media/lunga durata messo in campo dall’amministrazione comunale.

Il tema degli etruschi e della loro eredità è stato rapidamente messo al centro della discussione dei diversi tavoli di lavoro: il Museo Nazionale Etrusco fa infatti registrare circa 18mila ingressi annuali, in una città che tra strutture alberghiere ed extra-alberghiere ha chiuso il 2015 con circa 63mila presenze. Una potenzialità turistica importante, quella fornita dai beni culturali e dal ricchissimo patrimonio archeologico della città, che oltre al museo può offrire esperienze uniche come la visita al Labirinto di Porsenna, alla Tomba della Scimmia o alla Tomba della Pellegrina. La crescita di eventi culturali come il Festival Orizzonti o il Lars Rock Fest si accompagna alla nascita di progetti come Experience Etruria, il  distretto turistico interregionale dell’Etruria e la candidatura a Capitale della Cultura 2018 assieme a Orvieto e Viterbo. Infine, non meno importante, l’inserimento dell’Etruria come linea di indirizzo nel Piano di Sviluppo Regionale della Toscana determina la volontà, anche da parte degli amministratori, di investire su progetti di lunga durata per la valorizzazione del patrimonio etrusco e una reale possibilità di crescita sul piano turistico e culturale.

Ho partecipato con interesse ai tavoli di lavoro di Visit Chiusi, sia perché ritengo fondamentale la partecipazione dal basso a progetti di questo tipo, sia perché la tematica risulta della massima importanza. Ritengo che gli etruschi possano diventare il punto di forza di Chiusi anche in ottica di promozione della destinazione turistica in chiave internazionale, sia attraverso i prodotti già presenti (dal Museo Nazionale Etrusco alle tombe), sia attraverso la creazione di nuove opportunità; ad esempio, lo sviluppo di un grande festival a tema etrusco che possa catalizzare l’attenzione di grandi volumi fuori dalla Valdichiana e dall’Italia.

La Tomba della Pellegrina

La Tomba della Pellegrina

Il Lago di Chiusi, i prodotti tipici locali, gli spettacoli culturali e i percorsi di sport e benessere possono essere elementi molto importanti, ma ritengo che debbano essere considerati a completamento di un’offerta che vede la valorizzazione storica, culturale e turistica degli etruschi al primo posto, sia dei progetti che degli investimenti. In un’ottica di competizione globale, l’eredità della civiltà etrusca è l’elemento identitario forte che caratterizza la città di Porsenna e che può renderla il punto di riferimento di un territorio molto vasto. In questo contesto, il progetto di Visit Chiusi sembra tracciare una linea nella giusta direzione, in sinergia con tutti i prodotti turistici che può offrire la Valdichiana nel suo complesso. Il futuro di Chiusi potrebbe passare proprio per il suo passato, grazie all’immenso patrimonio che ci ha lasciato la civiltà etrusca.

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Rocca Manenti: il contenitore d’arte di Sarteano

Valorizzare gli edifici storici, in un contesto di provincia (quindi con meno persone, meno turisti, meno investimenti e meno opportunità rispetto ai grandi centri urbani) in cui è presente una grande…

Valorizzare gli edifici storici, in un contesto di provincia (quindi con meno persone, meno turisti, meno investimenti e meno opportunità rispetto ai grandi centri urbani) in cui è presente una grande offerta turistica nel settore della cultura, dell’architettura e dell’arte, non è un’impresa semplice. Soprattutto se ogni piccolo paese o borgo può vantare edifici storici che meritano attenzione e progetti di valorizzazione. La sfida quindi è quella di fare sistema, di trovare sinergie, di focalizzare gli impegni in alcuni settori principali che possano fungere da traino, per evitare la dispersione di energie e di risorse.

Rocca Manenti Art (RAM, come da presentazione dello scorso luglio) ha l’ambizione di diventare un progetto che spicca nell’offerta culturale del territorio. Un progetto promosso dalla Pro Loco di Sarteano, dalla cooperativa Clanis Service con il supporto dell’amministrazione comunale, che ha trovato piena sinergia oltre che dal mondo associativo anche dalle imprese del territorio, che hanno sponsorizzato l’evento culturale che ha avviato il nuovo corso di Rocca Manenti.

rocca manenti

Il castello che domina Sarteano ha una storia millenaria: prende il nome dai Conti Manenti, signori della cittadina in epoca medievale, e nel corso dei secoli ha goduto di una notevole fama militare per la sua capacità di resistere agli assedi degli eserciti nemici. La struttura del castello, così austera e squadrata, crea un particolare fascino in quella che non è soltanto una fortificazione, ma un’opera architettonica di enorme valore storico e culturale. Eppure, la principale funzione del castello in epoca medievale, ovvero quella di garantire la difesa di Sarteano, ha perso importanza già dal Rinascimento.

Quale poteva essere il futuro per Rocca Manenti, se non quello di una riconversione? Da una difesa militare, alla difesa dell’arte e della cultura. Una volta ristrutturato, il castello di Sarteano è stato protagonista di eventi teatrali, spettacoli e iniziative di vario tipo per animare la vita della cittadina. Tuttavia, questa è la prima volta che ci troviamo di fronte a un progetto di ampio respiro: RAM, Rocca Manenti Art, aspira a trasformare il castello in un contenitore d’arte per ospitare in maniera continuativa mostre di fotografia ed eventi artistici in generale. Quattro piani, quattro stanze per piano, quattro metri per quattro di grandezza per ogni stanza: una disposizione che sembra studiata appositamente per i percorsi artistici. Le opere fotografiche esposte lungo i binari delle sale, con quelle forme pulite e contemporanee, si mischiano alle strutture austere e medievali del castello, in un suggestivo percorso che dal ponte levatoio si snoda fino alle terrazze che si affacciano sul meraviglioso panorama circostante. E poi dalla cima di nuovo fino al piano terra, seguendo una lunga scalinata a chiocciola scavata nella roccia.

Rocca Manenti 3

La prima mostra di questo ambizioso progetto è una personale di Yoshie Nishikawa, fotografa giapponese di fama internazionale. L’artista lavora tra Tokyo, New York, Londra e Milano e può vantare una carriera trentennale e numerose pubblicazioni di rilievo. Le opere in mostra a Rocca Manenti si susseguono lungo le sale in un percorso a ritroso, attraverso particolari giochi di luci e di ombre; dalle bambole della madre ai pesci in ambienti metafisici, dai corpi nudi e sofisticati, alla convivenza tra analogico e digitale nell’arte fotografica. Un percorso artistico di rilievo internazionale, quindi, che vuole anche celebrare i 150 anni dalla firma del trattato di amicizia e commercio tra Italia e Giappone. La mostra ha avuto il patrocinio dell’Ambasciata del Giappone in Italia ed è stata inaugurata nel giorno dell’anniversario dello sgancio della bomba atomica su Hiroshima: un altro elemento simbolico che trasforma il castello di Sarteano da opera architettonica per la guerra a contenitore d’arte in tempo di pace.

L’obiettivo del progetto non è soltanto quello di valorizzare il castello a livello artistico, ma anche quello di utilizzare la cultura come volano per il settore turistico fuori dai mesi estivi: grazie all’organizzazione di eventi culturali di alto livello, Rocca Manenti potrebbe infatti favorire gli afflussi turistici, oltre ad ampliare l’offerta per i visitatori già presenti nel territorio. Nella prima settimana di apertura sono stati registrati circa 1500 ingressi al castello, il doppio rispetto ai numeri dello scorso anno, quindi i primi riscontri sono positivi; un altro elemento importante è rappresentato dall’impegno delle associazioni e delle attività commerciali che hanno deciso di investire nel progetto, come tassello del sistema di promozione del buon vivere locale chiamato Sarteano Living.

Rocca Manenti 2

Il nome della mostra di Yoshie Nishikawa è “Tutto Scorre” (Shogyoumujoi): ogni istante è diverso e la fotografia registra, interpreta e commenta il cambiamento. Anche se la fotografia potrebbe essere considerata come l’arte capace di rendere un’immagine ferma e immobile nel tempo, in realtà tutto cambia a seconda della percezione dell’osservatore. Lo stesso concetto potrebbe essere applicato al castello di Sarteano: tutto scorre, tutto cambia, la prospettiva muta continuamente. Da struttura militare a contenitore d’arte, il cambiamento percorre inesorabile anche opere architettoniche che potrebbero sembrare immobili e immutabili. La sfida per il futuro sarà quella di affrontare il cambiamento, mantenendo alto il valore culturale e mutando la funzione in base al contesto: una sfida raccolta da Rocca Manenti Art per un progetto che non vuole rimanere confinato in un istante nel tempo, ma lanciarsi verso un futuro a difesa dell’arte e della cultura.

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Il paesaggio culturale tra mezzadria e agricoltura

Quando dobbiamo promuovere il nostro territorio ai turisti, e quando gli ospiti parlano in maniera incantata dei luoghi che hanno visitato in Valdichiana e in Valdorcia, uno dei commenti che…

Quando dobbiamo promuovere il nostro territorio ai turisti, e quando gli ospiti parlano in maniera incantata dei luoghi che hanno visitato in Valdichiana e in Valdorcia, uno dei commenti che più spesso ci capita di sentire è: “che bel paesaggio!”. Indubbiamente questi luoghi, e in più in generale la Toscana, sono famosi a livello internazionale per la bellezza dei paesaggi e per il particolare rapporto che si è instaurato tra l’ambiente naturale e l’opera degli uomini che l’hanno abitato per secoli. Un rapporto certificato dalla denominazione di “Paesaggio culturale patrimonio mondiale” che la Valdorcia ha ricevuto dall’Unesco nel 2004. Ma qual’è il significato del paesaggio culturale, e qual’è il rapporto che esiste con la storia della mezzadria e la civiltà contadina che ha contraddistinto per secoli questi territori?

Vitaleta, cartolina della Valdorcia

Vitaleta, cartolina della Valdorcia

Paesaggio Culturale

Il paesaggio, secondo le definizioni più comuni, può essere spiegato come la “porzione di territorio considerata dal punto di vista prospettico o descrittivo, con senso eventualmente affettivo, artistico ed estetico” e anche come “la particolare fisionomia di un territorio determinata dalle sue caratteristiche fisiche, antropiche, biologiche ed etniche, imprescindibile dall’osservatore e dal modo in cui viene percepito e vissuto”. Risulta già evidente come il paesaggio non possa essere separato dal suo osservatore: che si tratti di un paesaggio di campagna, di un paesaggio invernale o desertico, il paesaggio non va confuso con l’ambiente naturale, che esiste in maniera autonoma. Il paesaggio è tale perché osservato dall’uomo ed esiste in funzione di esso: per certi versi, ogni paesaggio è culturale.

Perché sostengo questa tesi? Perché si è soliti definire l’antropizzazione come l’intervento umano sull’ambiente naturale, con lo scopo di trasformarlo o adattarlo alle sue esigenze. Un paesaggio è un ambiente modificato dall’uomo, se non in maniera fisica, perlomeno come identificazione: anche un paesaggio incontaminato è tale perché percepito tale dall’osservatore, in opposizione a un ambiente totalmente antropizzato.

Per l’Unesco i paesaggi culturali sono frutto dell’opera combinata della natura e dell’intervento umano, in cui si riconosce una conciliazione tra natura e cultura. In realtà, ritengo che ogni paesaggio sia frutto di questa combinazione, e che la differenza nel caso citato sia l’attribuzione di un valore positivo alla particolarità della Valdorcia. Come recita la targa, infatti, quel paesaggio viene visto come un modello degli ideali del buon governo, come un’icona artistica ed estetica. Un paesaggio culturale, quindi, modificato dalla cultura degli abitanti di questo territorio e della loro particolare capacità di modificare l’ambiente naturale.

La cultura, intesa in senso antropologico, non si limita all’oggetto culturale (il libro, il manufatto archiviato nel museo) ma comprende il sistema di norme e valori condivise all’interno di un gruppo sociale. La cultura è l’insieme degli usi e dei costumi, delle tradizioni e delle conoscenze, che vengono apprese dall’individuo come membro di una comunità.

La cultura è stata spesso opposta alla natura: ciò che non è naturale è artificiale, è prodotto dall’uomo sulla base della sua cultura. Tuttavia, la cultura fa parte della natura umana, rappresenta la capacità dell’uomo di apprendere dall’ambiente che lo circonda e trasmettere le sue conoscenze, continuamente modificandole con l’ambiente, le altre culture e gli altri uomini. E per conoscere la nostra cultura, per comprendere il nostro paesaggio culturale, come possiamo prescindere dalla storia della mezzadria e della civiltà contadina che per secoli ha contribuito a plasmare questo paesaggio?

trebbiatura

La tecnologia aiuta la trebbiatura

La mezzadria e il paesaggio

La mezzadria era un contratto agrario di origine antica, che è stato il fondamento della civiltà contadina delle nostre campagne. Il contratto veniva stipulato tra un mezzadro, che rappresentava anche la sua famiglia, e il proprietario, che concedeva l’utilizzo dei terreni in cambio della divisione a metà dei prodotti e degli utili: il proprietario metteva il capitale, la famiglia mezzadrile metteva il lavoro. Il rapporto non era soltanto economico, ma anche sociale, perché la mezzadria era il fondamento della storia e della cultura di questi territori, grazie alle influenze che aveva nella vita familiare. Per approfondire, potete leggere le caratteristiche della famiglia contadina e della divisione all’epoca della mezzadria.

Quello che ci interessa, nel contesto del paesaggio, è la particolare modifica dell’ambiente agricolo operata da questo sistema nel corso dei secoli. Il proprietario terriero suddivideva i terreni in poderi, che venivano abitati e gestiti da famiglie mezzadrili: ma erano quest’ultime ad adattarsi alle dimensioni e alle caratteristiche del podere e della casa colonica, non il contrario. Le famiglie si adattavano al podere e se diventavano troppo grandi si dividevano. Il podere diventava anche il centro di aggregazione e di scambio sociale, un luogo d’incontro esemplificato dalla veglia, in cui le famiglie si spostavano a turno nelle rispettive case coloniche per ballare, raccontare storie, conoscersi e socializzare.

Il podere era l’unità di base della fattoria e contribuiva a formare il paesaggio nel corso dei secoli; con i suoi campi coltivati, la casa colonica e le stalle, è diventato l’elemento caratteristico del territorio rurale. Sono tipiche le case leopoldine in Toscana, nelle zone della bonifica e dei piani di sviluppo di Pietro Leopoldo di Lorena, costituite da un modello a padiglione con torretta centrale: i contadini abitavano ai piani superiori, mentre i piani inferiori erano dedicati alle stalle per il bestiame, alla cantina e al granaio.

Ciò che è importante sottolineare è che i mezzadri avevano bisogno di sfruttare ogni angolo del podere per la propria attività, poiché avevano diritto soltanto a metà della produzione. Gran parte del podere era dedicato alle coltivazioni da commerciare, quali il grano e la barbabietola da zucchero, ma era necessario pensare anche all’autosussistenza. Veniva dedicato uno spazio all’orto, per coltivare i prodotti per l’uso giornaliero della famiglia; c’erano le vigne e l’oliveto per produrre vino e olio, oltre all’aia e al pollaio con le galline e gli animali domestici, fino ai filari di frutta e ai bachi da seta ospitati nelle camere da letto.

I mezzadri hanno modificato i poderi sulla base delle proprie necessità, e hanno progressivamente adottato migliorie tecnologiche, d’accordo con i padroni, per aumentare la produzione. La mezzadria ha contribuito a modellare il paesaggio delle campagne, come oggi lo conosciamo, sulla base della propria cultura e delle proprie necessità di adattarsi all’ambiente.

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Le dighe dei castori: cultura o natura?

Il paesaggio oggi: cultura o natura?

Con l’abbandono della mezzadria, le modifiche tecnologiche e le mutate condizioni del mercato agricolo internazionale, le campagne si sono prima svuotate e poi adattate al nuovo contesto. Nuove forme di economia si sono diffuse nelle campagne della Valdichiana e della Valdorcia, diventate luoghi turistici d’eccellenza e non più campagne affidate ai contadini; tra casolari abbandonati e ristrutturati, assistiamo a nuove forme di accoglienza, enogastronomia e recupero della ruralità. Anche in queste situazioni, l’uomo modifica il paesaggio sulla base delle mutate condizioni culturali e ambientali.

Si può quindi parlare di paesaggio culturale da preservare, da opporre ai paesaggi altamente antropizzati? Si può parlare di paesaggio rispettoso della natura, che si concilia con l’opera dell’uomo? Pensiamo per un attimo ai castori che costruiscono una diga e paragoniamoli con i contadini impegnati nella trebbiatura. In entrambi i casi, l’ambiente viene modificato per le rispettive necessità, utilizzando gli strumenti tecnologici a disposizione. Certo, la tecnologia dei contadini è maggiormente sviluppata, ma anche la diga dei castori, per certi versi, può essere considerata artificiale: la diga non si trova in natura, è opera dell’ingegno del castoro, come la trebbiatrice è opera dell’ingegno dell’uomo. Un paesaggio frutto dell’opera combinata di natura e intervento dei castori, quindi, sarebbe un paesaggio culturale degno di una targa Unesco? Si tratta ovviamente di una domanda provocatoria, ma che dimostra quanto il concetto di natura opposto a quello di cultura sia ormai sorpassato nell’antropologia moderna.

Le sfide per il futuro, per quanto riguarda il paesaggio dei nostri territori, sono complesse. Nessuno vorrebbe vedere la Valdorcia rasa al suolo e ricoperta d’asfalto, nessuno vorrebbe perdere l’identità culturale delle campagne e dei borghi della Valdichiana. D’altra parte, pensare soltanto a un paesaggio da cartolina come Vitaleta, con i cipressi perfettamente curati e pronti da fotografare per i viaggiatori, significa creare un paesaggio artificiale, a uso e consumo dell’estetica del turista, con poche attinenze alla cultura che l’ha prodotto. Considerare il paesaggio come un manufatto da preservare in un museo, intoccabile e immutabile al pari di un quadro, significa snaturarlo.

La sfida per il futuro sarà quella di trovare una via di mezzo tra il museo e il cemento, tra la cartolina e il cieco sviluppo. Sarà quella di preservare il paesaggio non in quanto tale, ma nella sua capacità di adattarsi ai cambiamenti, coniugando turismo e agricoltura, tradizione e modernità. Come sempre hanno fatto i mezzadri, vivendo e ricreando il paesaggio con la loro cultura.

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Mediterranea a Chiusi: dove si incontrano le culture

Raccontare una storia non è un impegno che va preso alla leggera. Raccontare una storia inventata è facile, ma raccontare una storia vera è dannatamente difficile. E quando prendiamo l’impegno di…

Raccontare una storia non è un impegno che va preso alla leggera. Raccontare una storia inventata è facile, ma raccontare una storia vera è dannatamente difficile. E quando prendiamo l’impegno di raccontare una storia, noi di Valdichiana Media dobbiamo portarlo a termine.

Quella del Festival Orizzonti è una storia di cultura e di arte, con tanti eventi che spaziano dal teatro alla danza, dall’opera alla mostra, concentrati in dieci giorni d’estate. Ma non era questa la storia che mi interessava raccontare. Quando ho cominciato ad aggirarmi per le vie di Chiusi, durante il primo weekend del festival intitolato “MediTerranea”, avevo un altro obiettivo in mente. Volevo concentrarmi sulle storie delle persone che ruotavano attorno al festival: gli organizzatori, i turisti, i cronisti, gli artisti, i commercianti, gli appassionati e gli oppositori. Non gli eventi, ma ciò che li metteva in relazione: non la terraferma, ma il Mediterraneo. Un obiettivo ambizioso, raccontare la vita che ruota attorno al festival, senza avere la pretesa di comprenderla pienamente.

Erano queste le domande che mi ronzavano in testa, quando progettavamo i nostri racconti del Festival Orizzonti: il festival porta la cultura a Chiusi, ma come cambia Chiusi nei confronti di questa cultura? Come reagisce nei confronti degli artisti, come si confronta con mondi artistici così distanti da una cittadina della provincia senese di neppure diecimila abitanti?

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Alessio e Cinzia

Che il festival sia coinvolgente anche nei confronti di coloro che vivono e lavorano nel centro cittadino di Chiusi, è evidente dalle parole di Cinzia, che dal suo negozio di frutta e verdura osserva le compagnie teatrali e gli stagisti del festival che passano lungo le vie.

“Gli eventi culturali creano comunità – mi racconta, citando involontariamente il mio articolo dell’anno scorso – Se ne parla tra noi, se ne discute. Il teatro e l’opera possono piacere o meno, i gusti son gusti. Ma ti arricchiscono comunque, perché la cultura ti lascia sempre qualcosa.”

E poco importa che i risultati commerciali dell’attività, durante i giorni del festival, non siano esaltanti:

“Perché non bisogna guardare solo al denaro. Anche alle conoscenze che fai, alla capacità di promozione di un evento del genere. La gente che viene a Chiusi in questi giorni poi ritorna. Fai conoscere la città e la fai rendere viva.”

Il rapporto umano e la relazione sociale sono fondamentali, per la crescita culturale. E di rapporti umani vive tutto il festival. Tra un evento e un altro si incontrano Anna e Arianna che corrono da una parte all’altra, i redattori di Teatro & Critica che preparano il magazine, i ragazzi di Radio Trasimeno che allestiscono il Dj set serale. Il fermento culturale del festival è anche il fermento di chi lo racconta e di chi lo organizza. Gli eventi sono la terra in cui si sbarca, ma la rete attorno a essi è il mare, quel Mediterraneo che è il titolo di quest’edizione e in cui si annida lo spirito vero e autentico dell’aspirazione culturale di quest’angolo di mondo.

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Silva e Marcello

Perché la cultura è anche in queste relazioni. Nella rabbia di Marcello che bacchetta a suo modo la presidentessa della Fondazione Orizzonti per aver tardato l’apertura dell’Open Space Art, in cui sono esposte le opere pittoriche degli artisti locali.

“Noi artisti non vogliamo essere il fanalino di coda – si lamenta – vogliamo essere il faro.”

Marcello non vorrebbe limitarsi a esporre le sue opere, ma vorrebbe far crescere il pubblico. Farlo diventare critico, favorire la gestione economica della cultura. Non è l’arte che deve diventare popolare, ma il cittadino che deve diventare critico.

“Qui in inverno la gente non sa cosa fare. Una visita a una mostra sarebbe già qualcosa. Ci vogliono spazi comuni per i pittori, sia per presentarsi al pubblico sia per fare sistema assieme agli altri.”

Prima di fare la pace con Silva, che viene ad aprire la mostra, Marcello trova il tempo di citare Churchill e la seconda guerra mondiale.

“Perchè dovremmo tagliare fondi alla cultura per finanziare la guerra? E allora per cosa combattiamo?”

Anche Churchill, probabilmente, sarebbe stato felice di vedere quegli anziani signori in Piazza del Duomo, che non erano minimamente interessati alla prima della Cavalleria Rusticana e stavano nei giardini accanto. Ma che, quando un passante ha alzato la voce, gli hanno intimato di fare silenzio per non disturbare.

Sarebbe fiero anche di Simona e Rina, che si affaccendano al chiosco dei giardini mentre cittadini e visitatori vivono il festival.

“Meno male che c’è il festival che ha dato vita a questo paese – dicono – Un po’ di facce nuove si vedono, meno male che fanno iniziative belle che portano persone.”

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Simona e Rina

E il dispiacere di non poter godere neppure di un evento, perché c’è necessità di lavorare e tenere aperta l’attività commerciale, è mitigato dalla possibilità di ascoltare da vicino tutte le prove dalla Piazza del Duomo e dal Teatro Mascagni.

Organizzare un festival come questo significa investire in cultura. E quando investi in cultura, trovi anche degli oppositori. Come il signore all’uscita del Teatro Mascagni dopo lo spettacolo di Pippo Delbono:

“Ma io, se devo comprare qualcosa, mica la compro a Chiusi! Altrimenti aumento l’indotto, sarebbe come votare questa gente! Piuttosto i soldi li porto alla Pieve, e la roba la compro lì!”

Mentre l’oppositore riparte per Città della Pieve, però, un gruppetto di bambine in Piazza XX Settembre improvvisa dei balletti con la radiolina davanti alla fontana, in attesa del Dj set serale. Tutto questo, mentre nel Chiostro di San Francesco si svolge lo spettacolo di danza della compagnia Adriana Borriello. L’evento, e la vita che ruota attorno. La terraferma, e il mare di relazioni che la rende viva.

Ma questo non può essere sufficiente, per raccontare il festival. Non possono bastare le voci dalla piazza, le opinioni dei commercianti, le impressioni degli spettatori dopo gli spettacoli o la stanchezza mattutina degli organizzatori. Il senso profondo di questa Mediterranea che unisce paesi, storie, culture, sogni e destini, tutti diversi e tutti uguali, non può prescindere dal rapporto tra le persone.

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Il DJ Set di Radio Trasimeno

Cultura non è solo negli spettacoli di qualità del festival. Cultura è anche nella rete di relazioni tra le speranze di Cinzia, la rabbia di Marcello, i sorrisi di Simona e Rina, le emozioni delle decine di persone che il festival lo vivono e lo attraversano, fisicamente e spiritualmente, come se fosse un Mar Mediterraneo: alla ricerca dell’altro, del futuro, dell’arte, se non addirittura di un senso. E il mio contributo a questo mare non può che essere il racconto, per dare dignità alle loro emozioni e alle loro storie.

Pur sapendo di non essere all’altezza del festival, in certi momenti. Anche negli spettacoli di danza contemporanea che non posso comprendere, anche nelle citazioni teatrali che non posso cogliere, percepisco un senso più profondo. Sto attraversando la mia Mediterranea, e non sempre la terraferma è conosciuta: a volte è aspra, ignota, difficile. L’incontro con l’altro non è sempre facile: ma è proprio in quell’incontro, la cultura. Nel mare, non nella terraferma.

E allora anche a Chiusi puoi cercare un senso all’arte, alla vita, all’incontro tra le culture. E allora capisci che sì, Chiusi è una città piccola, famosa per il suo passato etrusco e per la sua stazione ferroviaria. Ma è un crocevia, ed è nei crocevia che si fa cultura. Come nel Mediterraneo, un mare che per secoli è stato un crocevia, dove si incontravano i mercanti con i preti, i guerrieri con i pescatori, i criminali con i poeti. Il luogo in cui si incontrano le culture, in cui entrano in relazione tra di loro, prima di affrontare una terraferma ignota, che sia un incontro a passi di danza o a colpi di hashtag.

E allora sì, eccolo qua, il mio racconto: benvenuti a Mediterranea, crocevia di culture.

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