“Il Sudamerica è un luogo così diverso dalla Terra”.

In Perù, ad esempio, un manipolo di 150 uomini spagnoli con 40 cavalli riuscì a sconfiggere un esercito di più di 90mila uomini sparando quattro colpi di cannone. Qualche secolo più tardi, un altro pugno di soldati, il Sendero Luminoso, cercò di conquistarlo, dando ancora una volta l’impressione che poche persone potessero portarsi via “questo luogo così fragile, così incantato della terra”

In Argentina, invece, un pazzo completamente ubriaco riuscì a far gol al River Plate. Prima della partita – pantalones! – gli gridavano i suoi compagni, mentre cercava di togliersi i pantaloni. Ce li aveva sulla testa. Non a caso lo chiamavano René el Loco Houseman: talmente loco da fingere di essersi fatto male dopo aver segnato, solo per tornare a casa a smaltire la sbornia.

Oppure, sempre nella terra del Sol de Mayo, c’è la prima squadra ad essere stata sulla luna. Il presidente dell’Independiente tesserò Armstrong prima del lancio dell’Apollo 11, consegnandogli il gagliardetto del proprio club. “Se hai tempo, lancialo”. Armstrong lo fece. E nacque el equipo de la luna.

E poi c’è il Brasile, che ha partorito Pelé e Garrincha. Uno che ha segnato il suo millesimo gol al Maracanà, l’altro che fu più artista che calciatore: un funambolo che calpestava il gesso della linea laterale come per mantenere l’equilibrio sopra una fune, condannato a quella vita sempre in bilico tra il pallone e il precipizio dell’alcool.

‘El Loco’ Houseman, così pazzo che sembra dichiararsi a una donna nonostante la veneranda età

Quando Federico Buffa parla di Sudamerica, si illumina. È un fiume in piena, straripante. “Se in uno spettacolo ci sono io, ed ho voce in capitolo, è molto probabile che si parli di Sudamerica”. Su di lui, ammette, quel lembo di terra ha un effetto impressionante”.

E durante tutto lo spettacolo Il rigore che non c’era, andato in scena al Teatro Poliziano il 14 marzo scorso, questo suo amore per il Sudamerica si respira, già a partire dal titolo. Il rigore che non c’era è la vicenda argentina del rigore più lungo del mondo, quello assegnato da tal Herminio Silva nella partita tra Deportivo Belgrano e Estrella Polar e battuto una settimana dopo, perché la partita fu sospesa a causa della rissa scaturitasi dopo l’intrepido fischio del direttore di gara.

Lo spettacolo inizia e finisce con quel rigore, trasformato in espediente narrativo che gli permetterà di raccontare in medias res una miriade di storie, incalzato da uno strampalato speaker radiofonico interpretato da Marco Caronna, accompagnato dalla sapienza musicale di Alessandro Nidi e ispirato dall’angelica bellezza lunare di Jvonne Giò.

In questo intermezzo decameroniano, ovviamente, c’è tanto spazio per il Sudamerica. Perché questa terra abbia un tale ascendente su di lui, Federico se lo spiega in tre modi diversi.

“Chiedo allo speaker ‘Sei mai stato in Sudamerica?’ e lui mi risponde di sì, che c’è stato una volta e che gli è piaciuta. Ma poi lo incalzo, e finisco per spiegargli io perché gli è piaciuta. Ci sono tre cose da dire: la prima è che ogni cultura è una grande cultura, tutte sono grandi culture, ma nella latino-americana sembra che esista una capacità di indagare l’animo umano in modo completamente diverso dalle altre…”.

Un’affermazione che ricorda Orwell ne La fattoria degli animali, e che ci dona l’immagine di un popolo passionario ed estremamente sensibile, capace di scorgere e raccontare come nessuno la verità profonda che muove l’animo umano, attraverso la musica, lo sport, la letteratura. Non so di preciso cosa significhi “indagare l’animo umano”, ma Federico Buffa ogni volta che racconta una storia lo fa mettendo in primo piano proprio l’anima dei protagonisti: la corporeità dei vari personaggi si sgretola, lasciando trasparire l’ umana nudità nella sua interezza. È questo, ne sono sicuro, il motivo di tanto successo.

A metà dello spettacolo, addirittura, Buffa arriverà a dire che “solo un sudamericano può scrivere una canzone d’amore e di protesta”. Questa, forse, è la frase che identifica maggiormente il Sudamerica, ergendolo a cultura più “grande” delle altre.

“La seconda cosa da dire, è che in Sudamerica sangue e acqua tendono a confondersi. Sembra, addirittura, che in Sudamerica il sangue umano sia il miglior fertilizzante della terra…”.

Un chiaro riferimento alla storia passata e presente di una terra colonizzata, schiavizzata, sfruttata, che ha tentato di ribellarsi (il Perù, appunto, ne è esempio lampante). Una storia in cui il sangue sparso a fiotti ha fatto germogliare proprio quella sensibilità e quella passionalità che hanno i sudamericani nei confronti della vita.

“La terza ed ultima cosa, che ha un effetto impressionante su di me, è la leggenda che dice che quando l’aquila e il condor, uno simbolo dell’America del Nord e l’altro dell’America del Sud, torneranno a incontrarsi, i nativi americani riprenderanno il possesso delle loro terre”.

Nella visione profetica di Buffa, quasi nei panni di un aedo omerico, arriverà il giorno in cui tutto, in Sudamerica, tornerà come alle origini del mondo.

Nel rispondere alla mia breve domanda sul Sudamerica, si è palesato il Federico Buffa che fino a quel momento avevo ascoltato solamente attraverso il filtro dello schermo televisivo. Dal vivo, la sua voce ha la capacità di abbracciare le persone attorno a lui; la sua eccelsa proprietà di linguaggio gli permetterebbe di parlare all’infinito. Il tempo, sotto questo punto di vista, per lui diventa decisivo.

Proprio per questo, l’altra domanda che gli ho posto è stata riguardo il passaggio da radio-telecronista a narratore. Ciò che differenzia le due professioni, sostanzialmente, è proprio il tempo che si ha a disposizione per raccontare.

“Dovreste chiederlo al laureando, Flavio Tranquillo, lui saprebbe sicuramente illustrarvi al meglio il mondo della cronaca e della narrazione. Una telecronaca, con lui, ti forma davvero. Lui avrebbe sicuramente detto, però, che i due mondi si intersecano sempre, che già in una telecronaca esiste la narrazione. Mentre commentavamo le partite di NBA, avevamo il materiale per poterne raccontare tre. Quando lui riteneva fosse il momento, magari la partita era già avviata verso un risultato scontato, mi faceva un cenno con la mano tipo ‘dai, su, è il tuo momento’. E io partivo a raccontare storie dentro la storia. C’erano delle mini-narrazioni all’interno del match che potevano durare anche 2-3 minuti”.

Lo scarto tra telecronaca e servizi televisivi, tuttavia, non è poi così ampio. Per registrare le puntate di Storie di Coppa dei Campioni, l’ultima produzione Sky targata Federico Buffa, servono estenuanti giornate di riprese, che si condensano poi in un racconto di un quarto d’ora. “Per registrare una puntata servono 7-8 ore, quasi tutte in piedi, perché anche se fai bene una parte, il regista ti chiede sempre di registrarla un’altra volta, altre due volte. E, visto che questi sono prodotti televisivi e quindi “eterni”, devono essere perfetti, e i tempi non sono dilatati”.

E, per farci capire quanto sia difficile poter narrare per intero una storia in televisione – SPOILER ALERT! –, ci racconta di Belodedici, libero della Steaua Bucarest campione d’Europa nel 1986, scappato dalla Romania di Ceaușescu e approdato a Belgrado, nella Stella Rossa, con cui bisserà il successo in finale di Coppa dei Campioni quattro anni più tardi. “Questo qua, nel 1989, non aveva mai visto in vita sua una lattina di Coca-Cola. E niente, c’era la regista col cronometro puntato a 33 secondi di tempo, e non ho avuto modo di raccontarla!”.

Il teatro, invece, è diverso, e in uno spettacolo ai limiti dell’improvvisazione come Il rigore che non c’era Buffa ha maggiore autonomia. “Il regista mi dice sempre ‘Federico, in teatro c’è tempo!’. Dal mio punto di vista, quindi, è cambiato solo il contesto, e ovviamente il tempo a disposizione. Poter raccontare storie in un contesto teatrale mi ha permesso di prendermi i miei tempi”.

Belodedici alla Stella Rossa di Belgrado

Tempi che, dopo aver finito di raccontarci di Est Europa, Danubio e quant’altro, sono diventati strettissimi.

Così, quello che ha fatto per terminare l’intervista, salutarci e andare a preparare lo spettacolo, mi ha lasciato a bocca aperta. Non è stato irruento ma schietto, e allo stesso tempo delicato.

Tommaso, che era lì con me, ha chiesto a Federico Buffa come vive sul palco il parallelo tra la fisicità dei giocatori dell’NBA e gli attori di Hollywood. Lo ha guardato, e dopo avergli detto “Ma ti sembro un afroamericano? Non ho voglia di rispondere a questa domanda, ci sarebbe troppo da dire, e poi tu potresti essere il figlio del mio secondo matrimonio…”, ci ha sorpreso con l’ennesima storia.

“All’Autogrill di Fiorenzuola, sull’Autostrada del Sole, ci sono sempre dei ragazzi napoletani che vendono le calze. Ce n’è uno che, quando mi vede, mi fa ogni volta ‘Dotto! Vuje co’ quell’ucchj sembrate n’attore ammericano’… e con questa vi saluto. Grazie mille, siete stati gentilissimi!”.

Federico Buffa, con una specie di bacchetta magica, rende entusiasmante anche l’incontro con un paio di venditori ambulanti. Non potevo che aspettarmi, infatti, di rimanere con gli occhi incollati sul palco per più di un’ora e mezzo, a guardarlo destreggiarsi tra luna e politica, tra Sudamerica e palla a spicchi, tra una narrazione e l’altra.

Che poi, se sia vero o meno che a Fiorenzuola vendano le calze, è importante davvero?

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