La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

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La musica (e la grafica) dei Maestro

I Maestro sono una band aretina, nata a marzo del 2019. Le loro idee sono chiare: far dialogare musica e grafica in cerca di messaggi densi di significati. Si tratta…

I Maestro sono una band aretina, nata a marzo del 2019. Le loro idee sono chiare: far dialogare musica e grafica in cerca di messaggi densi di significati. Si tratta di un progetto in corso d’opera, composto da un trio molto particolare. Alberto Nepi alla voce e ai sintetizzatori è accompagnato da Lorenzo Camilletti, basso e “spippolini”. E poi c’è Francesco Camporeale, l’illustratore grafico, l’elemento visivo del gruppo.

Sì, perché è proprio questa la particolarità dei Maestro: musica elettronica e illustrazioni che si intrecciano e si influenzano a vicenda. Una bella novità nel campo musicale aretino, a dispetto di un ambiente tanto restio alle proposte artistiche giovanili (pur con le solite lodevoli eccezioni). Li ho intervistati in uno dei locali di Corso Italia, proprio ad Arezzo.

Com’è nato questo progetto?

“Del tutto casualmente da un incontro in studio di registrazione. Dialogavamo sull’accostamento tra immagine e musica da molti anni. Con i Whao! (band di cui fa parte Alberto), per esempio, facemmo un brano molto elettronico (Anxiety 2.0), che accompagnammo a un video pieno di immagini bellissime create al PC dalle mani e dalla mente di Francesco. Qualche mese fa abbiamo conosciuto Lorenzo e ci siamo accorti di avere molte idee in comune, soprattutto per quanto riguarda l’elettronica nella musica. Questi interessi simili hanno fatto scattare una scintilla. A livello sonoro e testuale volevamo creare qualcosa che dialogasse con le immagini di Francesco. Da lì è partito questo trio composto da una coppia che fa elettronica e un grafico che illustra.”

A cosa serve il grafico?

“Musica e arte visiva qui sono qualcosa che si completano a vicenda. Il progetto è in fase di sperimentazione, abbiamo enormi margini di crescita anche per imparare a conoscere le nostre potenzialità. La grafica è una sintesi dei brani fatta al computer. La creazione dell’immagine avviene in maniera autonoma rispetto alla composizione della musica, ma da questa deve essere influenzata, perché vogliamo che dialoghino a vicenda. Sono le sensazioni create da suono e voce riportate sotto forma di immagini o video. Nel nostro primo pezzo “Chimera” i disegni dialogano totalmente con i musicisti che vengo rappresentati in maniera stilizzata, essenziale. Inoltre, ci sono dei richiami all’arte italiana come Giotto, il Cristo morto del Mantegna, Michelangelo. Altri video che abbiamo sono immagini con una storia dietro. Lo scopo è quello di creare altre letture del messaggio testo-suono.”

Come i Gorillaz?

“Loro sono una Cartoon-band. Noi abbiamo in mente qualcosa di diverso. Mentre la band inglese usa i cartoni animati per dare vita al gruppo, noi vogliamo che musica e immagini si fondano per creare qualcosa di nuovo, che sia un altro componente del lavoro complessivo.”

 

Come mai questo nome?

“Nella musica classica il Maestro è il musicista che ha letteralmente dedicato gran parte della sua vita alla musica e a un certo strumento. Da tanti anni i miei amici mi chiamano Maestro, per giocare sul fatto che suono da sempre e sono effettivamente un maestro di musica. Questa cosa autobiografica l’abbiamo sfruttata per dare profondità al progetto già a partire dal nome. Volevamo che la band avesse un po’ di spessore, perché ci sembra che la musica oggi ne abbia perso un bel po’, insieme alle tematiche che finiscono nei testi. Anche Jim Morrison, per esempio, parlava di sesso e droga, ma le canzoni dei Doors trattavano anche la guerra, la politica e la vita quotidiana. Poi Maestro è anche una parola internazionale, speriamo sia di buon auspico. Vorremmo che la nostra musica fosse qualcosa verso cui approcciarsi con la voglia di avere sensazioni visive, sonore e di ogni altro tipo. Ci piacerebbe che le persone ci ascoltassero con attenzione e calma, come qualcosa a cui bisogna dedicare più energia e concentrazione, ma che alla fine ripaga dello sforzo.”

Ricercate un pubblico specifico quindi?

“No. Perché si può parlare di temi culturali a diverse profondità e con linguaggi diversi, universali. Non facciamo cose difficilissime e complesse. Il nostro è un linguaggio fruibile da tutti. Non sono esercizi di stile per far vedere quanto siamo bravi. Abbiamo anche strofe e ritornelli! C’è del POP!”

Di cosa parlano i Maestro?

“Di una cultura generalmente intesa, ma non come quella sbandierata sui social da qualche politico sempre affamato. Una cultura che crea conoscenza e pensieri da condividere, non quella che ti fa andare su facebook a scrivere cazzate o a esprimere opinioni da ignorante. Parliamo anche di esperienze personali e di affetti. Che si parli di amore o di politica o di quello che vuoi l’importante è avere un contenuto dignitoso e profondo.”

Durante i live come funziona con la grafica?

“Prepariamo le immagini che passeranno nello schermo durante l’esibizione. Sul palco siamo un duo elettronico e lo schermo ci sta molto bene lì nel mezzo. A proposito di live, il 2 gennaio suoneremo al Velvet Underground di Castiglion Fiorentino. È una bellissima opportunità, non vediamo l’ora.”

 

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Shoegaze e psichedelia: i New Candys al GB20

La prossima serata in programma sabato 31 Marzo al GB20 di Montepulciano vedrà come protagonisti i veneziani New Candys. La formazione è nata nel 2008 e vede la partecipazione di…

La prossima serata in programma sabato 31 Marzo al GB20 di Montepulciano vedrà come protagonisti i veneziani New Candys. La formazione è nata nel 2008 e vede la partecipazione di Fernando Nuti (voce, chitarra, sitar), Diego Menegaldo (chitarra, cori), Andrea Volpato (basso, chitarra, cori) e Dario Lucchesi (batteria, percussioni).

Le sonorità di questa band attingono dal rock e dalla psichedelia, mescolando pura energia rock ‘n’ roll, schietta e diretta, con elementi di psichedelia e shoegaze, quei generi in cui tutto si fa molto più ampio, sporco e distorto. Il tutto, cercando di combinare modernità e passato, per non essere una proposta puramente derivativa, ma anche con una personalità e uno sguardo proiettato verso il futuro e nuovi orizzonti da esplorare. Come quasi da prassi per ogni band, tra l’altro, il terzo album dei New Candys, “Bleeding Magenta” è un ottimo punto di partenza per conoscerli, ma anche un ottimo compendio tra il loro passato e il loro futuro musicale.

I New Candys hanno ricevuto un buon riscontro da parte della critica praticamente a partire dal proprio EP autoprodotto, seguito poi dal primo album “Stars Reach The Abyss” (Foolica) nel 2012. La discografia, poi, si è arricchita di altri due full-length, “As Medicine” (Picture In My Ear) nel 2015 e il già citato “Bleeding Magenta” (Fuzz Club), pubblicato nel 2017. Inoltre, non è mancato il successo anche in sede live, con tour nel Regno Unito all’inizio, per poi giungere al quarto tour europeo in carriera. Quest’anno, inoltre, l’obiettivo della band è di girare e di suonare anche negli Stati Uniti e in Messico, dopo il primo tour australiano con i The Baudelaires.

Non resta quindi che darvi appuntamento al GB20 di Montepulciano questo sabato, per una serata all’insegna del rock vestito di energia e distorsioni shoegaze. Qui l’evento su Facebook.

Discografia:

Stars Reach The Abyss (Foolica, 2012)
As Medicine (Picture In My Ear, 2015)
Bleeding Magenta (Fuzz Club, 2017)

Riferimenti:

New Candys – Sito Web Ufficiale
New Candys – Pagina Facebook

 

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Violetta Dixit #7 – Othismos

Settima puntata di Violetta Dixit, la rubrica podcast del nostro magazine: si parla di ciò che ci fa stare bene, la musica. E la musica della Valdichiana ha molto da dire…

Settima puntata di Violetta Dixit, la rubrica podcast del nostro magazine: si parla di ciò che ci fa stare bene, la musica. E la musica della Valdichiana ha molto da dire e da dare.

In questa puntata continuiamo a scoprire band locali: direttamente da Montepulciano, gli Othismos

Scaricate il podcast oppure ascoltatela direttamente su spreaker: per suggerimenti, segnalazioni e consigli per le prossime puntate di Violetta Dixit potete scrivere a: violettadixit@lavaldichiana.it

Ascolta “Violetta Dixit #07 – Othismos” su Spreaker.

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The Dudes: intervista a una band che vive senza affanni

“Drugo voleva solo il suo tappeto. Nessuna avidità. È che dava… un tono all’ambiente.” Le parole del Grande Lebowski, il film di culto dei fratelli Coen, esprimono con chiarezza la…

“Drugo voleva solo il suo tappeto. Nessuna avidità. È che dava… un tono all’ambiente.” Le parole del Grande Lebowski, il film di culto dei fratelli Coen, esprimono con chiarezza la filosofia che anima i “The Dudes”, band originaria di Chiusi e composta da Andrea Fei (batteria e sintetizzatore), Gianluca Lorenzoni (basso), Mattia Mignarri (chitarra) e Matteo Micheletti (voce e chitarra). Una filosofia dall’indole pacata e tranquilla, per chi intende vivere senza affanni, prendendo quello che viene, come nello spirito del film di fine anni ’90 che vede come protagonista il “drugo”.

Uno spirito che anima anche i nostri “Dudes”, che sembrano prendere con pacatezza e tranquillità la rapida ascesa che li ha portati in pochi mesi a suonare da Chiusi a Milano, senza perdere l’umiltà e l’autenticità tipica dei giovani ragazzi della Valdichiana. Dopo essersi formati nella seconda metà del 2015, i Dudes hanno vinto il contest “Emergenza Festival” all’Afterlife di Perugia, che ha spalancato loro le porte dell’Alcatraz di Milano. Una bella esperienza che merita un approfondimento sul nostro magazine!

Benvenuti su queste pagine! Raccontateci subito della vostra esperienza all’Alcatraz, un palco che fa gola a tutti gli artisti. Come ci siete arrivati?

(Matteo) È un piacere poter raccontare quello che stiamo facendo, è bello vedere che c’è stata una buona accoglienza da parte del pubblico, ci hanno seguiti fin dall’inizio. Emergenza Festival è stato il primo festival a cui abbiamo partecipato, perché la band è nata nell’autunno 2015. Abbiamo partecipato alle semifinali di Perugia, abbiamo vinto la semifinale e ci ha permesso di suonare alla finale che si è tenuta all’Alcatraz di Milano. È stata un’esperienza bellissima, su un palco in cui hanno suonato i più grandi artisti nazionali e internazionali. Sono state due giornate in cui ci siamo confrontati anche con band che appartengono a realtà diverse dalla nostra; è stata un’esperienza positiva che ci ha insegnato tanto e ci ha messo di fronte alla realtà delle cose, quello che succede fuori dal contesto in cui siamo cresciuti.”

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La vostra band è nata nel 2015, quindi da pochi mesi: come vi siete trovati?

(Mattia) Tutto è nato nell’estate del 2015, quando abbiamo deciso di formare un gruppo per suonare a Chiusi, ai Ruzzi della Conca. Io e Matteo ci conosciamo da anni perché eravamo a scuola insieme, ci siamo sentiti suonare e abbiamo voluto provare a partecipare all’evento estivo. Matteo aveva già dei pezzi che aveva registrato da solo, li ho sentiti e mi sono piaciuti subito. Abbiamo provato a partire e siamo arrivati fino a qui: è stata una cosa inaspettata, ma bellissima!”

Qual’è il vostro percorso musicale?

(Matteo) Veniamo da una storia piuttosto lunga. Io e Gianluca avevamo già una band chiamata Kandisky, abbiamo partecipato ad alcuni eventi nella zona, ad esempio la Festa della Musica di Chianciano Terme. Ci conoscevamo già prima grazie ad alcuni progetti collegati, ad esempio quando ero più piccolo già ascoltavo Andrea Fei che suonava in altri gruppi. Trovarsi a suonare all’Alcatraz proprio con queste persone è stato particolare; per quanto mi riguarda quello dei Dudes è il primo progetto, ho fatto qualcosa da solo come esperienza personale, ma senza concerti.”

(Gianluca) La mia esperienza personale è iniziata al liceo, come gran parte dei gruppi locali. Abbiamo fatto esperienza con i Kandisky, poi abbiamo girato la zona con altre cover band. Quando mi hanno chiamato per questo progetto, ho detto subito sì.”

(Mattia) Io ho iniziato a suonare tardissimo, ho preso la chitarra in mano a vent’anni, però ho avuto vari gruppetti, specialmente un duo acustico con cui ho girato la zona. La prima esperienza di musica fatta interamente da noi è quella dei Dudes, non ho avuto altre esperienze del genere.”

Il vostro genere richiama le sonorità psichedeliche e progressive, ma tenendo bene a mente il rock degli anni ’70. Quali sono le vostre fonti di ispirazioni? Ci sono degli artisti a cui attingete al momento della composizione?

(Matteo) È difficile fare dei nomi. Ognuno di noi ha degli ascolti musicali che si assomigliano, ma che sono diversi. Prendiamo sia dal panorama italiano che estero, dalla musica attuale a quella più vecchia. Proviamo a mescolare le carte. Cantare in italiano è uno stimolo, ma per certi versi anche un limite: cantando in inglese puoi giocare di più con le parole, con le rime e con i versi, ma il pensiero di cantare in inglese, soprattutto in questo periodo in cui la musica italiana sembra tornare alla ribalta, mi sembrerebbe un passo indietro. Se devo proprio fare qualche nome, tra i gruppi italiani posso citare sicuramente gli Afterhours e i Verdena, sia dal punto di vista dei testi che della musica. Poi ci sono i gruppi stranieri come i The National e i Pink Floyd; prendiamo spunto da gruppi diversi, che cerchiamo di far confluire in un’unica idea.”

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Parliamo del panorama musicale locale: che ne pensate?

(Matteo) Tantissima musica, di tanti generi diversi. Abbiamo un sacco di amici che suonano in tante band locali, suonano in giro e propongono ognuno loro genere. Fa sicuramente piacere, rispetto a cinque anni fa è tutta un’altra cosa. Prima c’erano meno band, meno proposte, meno posti dove suonare. Adesso vedo più locali che si mettono in gioco e provano a fare musica, sicuramente è una cosa positiva per la zona. Chiusi magari è un po’ povera di occasioni, ma ultimamente si sta smuovendo qualcosa, è una cosa positiva: fa bene alle band, ma anche al territorio.”

Quali sono i vostri progetti futuri?

“(Matteo) Ci siamo messi al lavoro sui nuovi pezzi, per arrivare a fare concerti più lunghi. Abbiamo partecipato anche al Rock for Life di Ponticelli, dove abbiamo vinto il voto della giuria popolare, quindi saremmo in scaletta anche il prossimo anno. Fa sicuramente piacere, è uno dei festival più importanti della zona. Vogliamo lavorare sui pezzi nuovi, facendo questi concorsi che danno buona visibilità e ti portano su palchi importanti, dobbiamo farci trovare pronti.”

“(Gianluca) L’estate è stata molto impegnativa, con concerti a cui abbiamo partecipato con i nostri pezzi e alcune cover. A breve registreremo un pezzo in un importante studio di Firenze, grazie alla vittoria nel contest di Perugia. L’obiettivo è ampliare il repertorio con nuovi pezzi, poi prenderemo quello che viene!”

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Creatività, Composizione ed Esibizione in una sola parola: Soundwood

Creatività, composizione ed esibizione vissute come urgenze giovanili. Di fatto il rock’n’roll potrebbe essere solo questo; un’urgenza. Ci sono centinaia di casi esemplari, tra gli adolescenti e i giovani, ad…

Creatività, composizione ed esibizione vissute come urgenze giovanili. Di fatto il rock’n’roll potrebbe essere solo questo; un’urgenza. Ci sono centinaia di casi esemplari, tra gli adolescenti e i giovani, ad avvalersi dei moventi r’n’r per edificare una forma all’espressione. Sommando agli stimoli positivi che derivano dall’avere un gruppo, tutte le contrapposte difficoltà; dall’iniziale “arte di arrangiarsi” ai successivi disguidi legati alla difficoltà di porre la musica in una scala di priorità esistenziali. Dopo i vent’anni c’è chi resta in provincia, chi parte, chi decide di porre la musica nel cassetto degli hobby occasionali e chi decide di vendere gli strumenti e occuparsi di tutt’altro. C’è invece chi, pur seguendo le proprie ambizioni private, pur allontanandosi dal luogo nel quale il gruppo è nato e che funge ancora da base, continua con determinazione a tenere vivo il progetto musicale che ha costruito.

I Soundwood potrebbero essere presi come modello emblematico per mostrare come le band nate al liceo vivano l’esperienza della formazione di un gruppo, della ricerca di spazi per suonare e dei disguidi che le esperienze delle singole vite comportano alla compiutezza dei progetti musicali. Giuliano Scroppo alla Voce, Niccolò Carpini ed alla chitarra, Roberto Giani al Basso e Eugenio Terzuoli alla Batteria, suonano ormai da cinque anni, con i regolari cambi di formazione, e possono essere indicati come una realtà molto interessante della scena musicale del nostro territorio.
Durante una serata del Bravìo di Montepulciano, tra un bicchiere di vino e l’altro abbiamo fatto una chiacchierata, che riporto più o meno in presa diretta.

Ogni formazione di una band ha una storia originale. La vostra storia come inizia?
Roberto; È iniziato tutto il giorno delle iscrizioni alla scuola di musica a Pienza nel settembre 2008. Incontrai Eugenio e Niccolò che si iscrivevano ai corsi di chitarra. Decidemmo di trovarci per suonare un po’ insieme.
Le prime prove erano nel garage di Eugenio, in uno stanzino minuscolo; io ero seduto sulla porta che non aveva il vetro, senza amplificazione “per non dare fastidio”. Trovammo una cantante, Celeste. Dopo poco tempo il nostro chitarrista si innamorò di Celeste. Io già intravidi il disastro successivo; eravamo già riusciti a trovare date, a suonare in giro, e capii che se disgraziatamente si fossero lasciati, avrebbero creato problemi alla band.
Bene…
Un anno dopo si sono lasciati.
Giuliano; E qui intervengo io! In quello stesso periodo, durante una festa nella contrada di Voltaia, a Montepulciano, passai una serata con Celeste, Niccolò ed Eugenio. Poi non li ho visti più per un sacco di tempo. Mi vennero a cercare dopo mesi. Dissero che cercavano un cantante, perché Celeste se ne era andata e che avrei fatto al caso loro. Accettai. Le prime prove furono un disastro, la mia prova fu un pezzo dei Nirvana… Che ora non ricordo… Aspetta…
Vabbè non è importante.
Giuliano; No aspetta ora te lo dico…
Roberto; Forse era “Bad to the Bone”.
Giuliano; macché! “Bad to the bone” è degli ZZ Top, era qualcosa dei Nirvana, sono sicuro!

Bad to the Bone è di George Thorogood, ma per il suo piglio southern rock e la forte impronta blues, viene spesso associata erroneamente alla band texana degli ZZ Top. Tra l’altro la paternità del celeberrimo riff modulato su una pentatonica minore con la blue note è contesa tra Bo Diddley di “I’m a Man” e il Chuck Berry di “No Money Down”, ma questo è puro nozionismo.

Giuliano; vabbè, fatto sta che la mia prima prova fu cantata tutta di gola, ancora non avevo idea di modulare la voce. Però mi presero lo stesso…
Roberto; Perché c’eri solo te. (ridendo) Non trovavamo altri cantanti in giro!
Giuliano; Fatto sta che con il tempo ho migliorato la voce. I primi mesi facevamo solo cover, poi proposi di comporre qualcosa di nostro. Scrissi un testo intitolato “Kin” e fu il primo che portò ad una forma di canzone coerente e definitiva. Successivamente abbiamo fatto uno spettacolo di Carlo Pasquini, intitolato“Noccioline”, al teatro di Monticchiello, nel quale ci venne chiesto di suonare e comporre una canzone apposita per lo spettacolo. Abbiamo continuato a scrivere canzoni nostre.
Roberto; Da quest’anno ci siamo dati un ordine creativo. Abbiamo cambiato nome in “Soundwood”, Eugenio Terzuoli è passato dalla chitarra alla batteria; in sei mesi è riuscito, da autodidatta,a ricoprire il ruolo di un batterista che suonava con noi già da cinque anni.

Trovate facilmente spazi per suonare?
Roberto; Ovviamente oltre ad arrangiare le nostre canzoni, ci “arrangiamo” anche per suonare. Lo scorso anno abbiamo fatto un concerto nel tardo pomeriggio, a Monticchiello, senza luci o effetti particolari; a metà concerto era calato il buio e per sopperire alla scarsa di visibilità abbiamo acceso i fari di una macchina che ci illuminavano, da dietro.
Giuliano; Detta così può sembrare una scena triste, in realtà l’atmosfera era bellissima.
Adesso abbiamo messo insieme otto pezzi che a breve registreremo.
Abbiamo aperto la Festa della Musica di Chianciano. La prima band della prima sera, quella dedicata ai gruppi locali emergenti. Ovviamente non è una posizione favorevole nella line-up (la gente ancora mangiava quando abbiamo suonato noi) ma è stato un vero onore. Tanta roba.

Chi scrive le canzoni?
Giuliano; alle prove scazziamo un po’ e tutti insieme collaborano per definire una base armonica. I testi li ho scritti più o meno tutti io.
Roberto; Le musiche vengono attraverso la Jam. Poi capita che qualcuno arriva alle prove con un giro di accordi e da quelli partiamo per aggiungere cose.

Quindi Giuliano porta il testo su un figlio a quadretti e tutti vi si adeguano?
Giuliano; No mi è capitato di scrivere anche durante le prove, proprio mentre la band suona. È normale seguire gli stimoli che coinvolgono tutto il gruppo in un momento, comunque parto sempre da dati molto personali. Mi capita di avere idee ovunque. L’ultimo pezzo l’ho scritto sotto la doccia, si intitola “Dyonisos”…
Roberto; Sotto la doccia? Come hai fatto a scrivere sotto la doccia?
Giuliano; No, dai, per dire. L’ho pensato sotto la doccia. Ho riflettuto sull’”essere sporchi”, sul lavarsi via di dosso tutto lo sporco del mondo. “6 Aprile”, invece, è stata composta in un’ottica di band. Eugenio mi ha dato uno spunto che ho ampliato. È un brano che abbiamo composto per un contest. Il testo è su Monticchiello sulla battaglia del 6 aprile 1943, ed è scritta in italiano e in tedesco. Di solito però scrivo in inglese.

Avete in progetto di registrare, ma allo stesso tempo avete anche percorsi esistenziali privati che portate avanti. Iniziano per voi i trasferimenti per università o lavoro. Come gestirete questa cosa?
Giuliano; Adesso mi trasferirò a Colonia, Roberto e Niccolò si trasferiranno a Bologna. Ma rimarremo in contatto per portare avanti il progetto.
Roberto; Anzi cercheremo di sfruttare al meglio il fatto di vivere in posti diversi e distanti. Ad esempio Giuliano, cerca qualche serata!
Giuliano; Certo!

Ragazzi non posso che farvi l’in bocca al lupo per qualsiasi progetto abbiate in mente.
Giuliano e Roberto; Crepi e altrettanto.

La loro genuinità e la loro schiettezza, sia sul palco che in sala prove, ma anche di fronte ad un registratore vocale per un’intervista, denota una forte personalità e determinazione. Anche in un periodo storico avverso, poco favorevole per essere sognatori e vivere di velleità, anche in un’età in cui i sogni crollano e spesso si ricorre all’ossequiosità delle vite monotone di provincia, c’è chi – nonostante tutto – vive le proprie passioni e i propri progetti con serenità, senza troppi preconcetti o obblighi. In fondo il rock’n’roll non è altro che questo.

I Soundwood hanno una  pagina facebook nella quale postano i testi delle loro canzoni a mano a mano che vengono composti.

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Dov’è finita la solidarietà artistica in Italia?

Houston, abbiamo un problema. Correggo e rilancio: Italia, abbiamo un problema. Forse certi problemi si capiscono veramente nel momento in cui li si affronta in prima persona.  Chi scrive non…

Houston, abbiamo un problema.

Correggo e rilancio: Italia, abbiamo un problema.

Forse certi problemi si capiscono veramente nel momento in cui li si affronta in prima persona. 

Chi scrive non è nessuno, per carità, ma mi sono resa conto che in Italia c’è un grosso, enorme problema. Faccio parecchie cose nel tempo libero, e perlopiù queste attività afferiscono al campo artistico – e capita ogni tanto di portare queste attività fuori dalla sala prove, cameretta, laboratorio. Rimango nessuno, ma rivendico il mio diritto a non essere trattata come un’imbecille da chi potrebbe darmi l’opportunità di suonare, recitare, distribuire e diffondere quanto scritto da me. 

Chi scrive si è resa conto che cercare di organizzare un qualsivoglia evento artistico interessante sia qualcosa che rasenta il TSO, o necessiti di una serie di sedute dallo psicoterapeuta dopo il trauma.

Parliamo di organizzare un concerto: partendo dal presupposto che non si sia la solita cover band – che, personalmente, penso che contribuiscano a rovinare il già disastrato panorama live italiano – suonare nel nostro Paese, soprattutto se si è una rock band e affini, è un disastro. Benissimo, lo sappiamo in tanti, è anche colpa dei gestori dei locali, che appunto, preferiscono una serata facile dando da suonare a una cover band. Il locale si riempie se uno sente “You Shook Me All Night Long” degli AC/DC, anziché un brano inedito di una band di emeriti nessuno. Insomma, le band con pezzi originali svuotano i locali, si sa. Meglio tenersi qualche copia maldestra di Angus Young in canna, è un successo assicurato, anche se le canzoni non sono proprio di per sé fresche e nuove. Insomma, come quando all’Inter c’era Siniša Mihajlović a battere le punizioni e i calci d’angolo – anche quando non era proprio più giovincello: tirava ed era un successo assicurato. Quasi lo si metteva in campo solo per un benedetto calcio d’angolo (Siniša ti voglio bene). Ma anche Mihajlović a un certo punto non funzionava più e si è ritirato. 

Detto questo, qualcuno dei lettori de La Valdichiana si ricorderà di certo la mia mini-guida sulla ricerca di lavoro – e sul fatto che uno dei problemi dei potenziali datori di lavoro era proprio la maleducazione nel non rispondere alle candidature. Bene, se vogliamo traslare il discorso in campo artistico, forse questo malcostume è anche più radicato e diffuso. Rarissimamente arrivano risposte o cenni d’interesse, se arrivano alcune sono il top dell’incompetenza o dell’arroganza. La comunicazione è un grosso problema (uno dei tanti), d’altronde uno non può neanche girare mezza Italia per distribuire una demo di locale in locale – e anche qua, ammesso che tu venga ben accolto e non trattato come un questuante e ammesso che il responsabile del locale sia di buon umore. Siccome una band in erba non ha i mezzi per girare l’Italia a scopo promozionale, si passa a contattare i locali via internet… E qua, bisogna tenere sottomano qualche farmaco appartenente alla famiglia delle benzodiazepine, perché si rischia un attacco di panico incontrollato. La comunicazione via internet è fattibile a patto che il locale in questione abbia anche solo una pagina Facebook aggiornata. O un indirizzo email utilizzato e controllato quotidianamente. Altrimenti, non proverete neanche la gioia e il gaudio di vedere un “visualizzato alle ore…”, ma proverete lo strazio di aspettare e aspettare ancora anche un “no, grazie, non siamo interessati”. Perché, seriamente, vi aprite una pagina Facebook se non siete neanche in grado di usare una basilare email? E mi taccio del fatto che alcuni locali non rispondano a prescindere, perché hanno il loro giro di band da far suonare

Non affronto neanche con il discorso del gestore del locale che chiede a chi vuole suonare “sì, ma quanta gente mi porti?”, perché la gente la si porterebbe anche volentieri, lo si fa il passaparola con piacere, ma se non sei capace di promuovere le serate nel tuo locale, quello è un problema del gestore, non della band. Da laureata in Linguaggi dei Media, devo dire che di siti o account di locali seriamente gestiti, forse li conto su una mano, due, al massimo. Comunicazione poco mirata, pubblico non selezionato, perché si passa allo spam generico e all’invito di massa. 

Detto questo, passo al problema più serio. I musicisti stessi. Sì, a voi mi rivolgo: dov’è finita la solidarietà artistica verso le altre band? Suonare in Italia è diventata una guerra tra poveri. Perché, se fai parte di quel giro di band elette a suonare in maniera più o meno regolare, grazie a quei padri-padroni che gestiscono i locali, che di solito monopolizzano la scena di una città e la incancreniscono fino a far passare la voglia di suonare, tu band immanicata sei al sicuro. E le band emergenti che ti chiedono un contatto, anche solo un’informazione su come poter suonare nel locale dove oramai suoni fisso, finiscono per avere il silenzio o risposte evasive (sempre per la serie “ti faccio sapere” o “sono un adepto del Culto della Non-Risposta, spiacente”). Come se si avesse paura che qualcuno possa entrare nel giro di apprezzamenti e favori del padre-padrone e uscire dal giro buono. Che poi giro buono non è, è sempre un inganno, il giro di per sé è mediocre… Però… Se non fai parte di quel giro… “Eh, ma se non accettiamo quello che dice o ci vuole far fare Tizio Caio, che è immanicato con mezza città, noi non suoniamo da nessuna parte” questa è la giustificazione che ho sentito più volte. E posso assicurarvi che ogni volta che sento questa giustificazione il mio cuore perde un battito. Mi cascano le braccia, mi viene il latte alle ginocchia e quant’altro. Perché alla fine, le band che aderiscono a quel giro, accettano di comportarsi da membri di una setta esclusiva e accettano di non dare una possibilità a coloro che sono ai loro primi passi nella loro attività. Che è gravissimo – poi ci si lamenta che ci sono sempre le solite band in giro a suonare, poi ci si lamenta che gli eventi sono sempre quelli. Ma se non si dà una possibilità a tutti, spiegatemi come si può innovare e rinnovare un ambiente che sa di stantio? Ed è qua che gli artisti “fuori dal giro” possono riscattarsi, alla faccia di chi vi ha negato la possibilità di dire la vostra e di farvi conoscere.

Questo è un appello per gli artisti che si sentono tagliati fuori da un giro che viene spacciato per giro buono: non gettate la spugna, perché non tutto il male e il dispiacere provato viene per nuocere. E soprattutto, state fuori dal giro musicale dal sapor di mafia. È più faticoso, ma il vecchio adagio “chi fa da sé fa per tre” oggi deve essere la vera guida di tutti i creativi (e non). Createvi le occasioni da soli, è il momento della rinegoziazione di un valore di un live, dell’incisione di un album intero. Alleatevi con la tecnologia, inventatevi nuovi modi insoliti per farvi conoscere – registrate un live esclusivo dalla vostra saletta prove, preparatela per ospitare pochissime persone, fatevi aiutare per le riprese, mettetelo su YouTube una volta sistemato. Lasciate perdere le vecchie vie stantie – e se volete proprio combatterle, è ora di allearvi con quelle poche persone veramente fidate, che non vi dicono davanti che siete tanto bravi, mentre alle spalle ve ne dicono di ogni. Ed è ora di smettere di credere che la vecchia via sia sempre quella migliore. Se vogliamo, se volete veramente cambiare le regole del gioco, forse è il momento di scommettere sulle proprie facoltà e bisogna smettere di dipendere da qualche magica facoltà di qualche presunto padre-padrone che preferisce tenere tutti in un mare di mediocrità (e si conta i soldi e raccoglie la gloria alle nostre spalle). La spinta per il cambiamento deve arrivare da noi. Dobbiamo fare fatica, ma credo sempre che la fatica venga sempre ripagata. 

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“Come abbiamo trasformato una placida frazione in una capitale del rock”

Intervista ad Alessio Biancucci, direttore artistico del Live Rock Festival Fare domande ad Alessio Biancucci per me è difficile. Ho davanti un vecchio amico, e una delle menti più argute…

Intervista ad Alessio Biancucci, direttore artistico del Live Rock Festival

Fare domande ad Alessio Biancucci per me è difficile. Ho davanti un vecchio amico, e una delle menti più argute in circolazione, rimaste intrappolate – chissà come – in provincia. Dietro allo sguardo sfuggente, si annidano buone letture, idee taglienti e una lingua a volte impudente che sferza l’interlocutore.
Con questa sviolinata (che spero mi valga la prossima bevuta), iniziamo una lunga chiacchierata, mai banale, dalla quale tirerei fuori almeno una decina di #hashtag, un paio di spunti per le prossime amministrative (“abbiamo dimostrato che ogni piccolo centro può raccogliere le energie del volontariato per costruire progetti ambiziosi”), qualche slogan da murales (“meglio sbagliare per una scelta audace piuttosto che accontentarsi di una soluzione pavida”), persino una frase romantica degna del miglior Battiato (“le alchimie si manifestano e basta: è inutile spiegarle con parole”). Vamos.

Siete un festival anomalo, totalitario e cannibale. Al Live Rock ci sono tutti e c’è di tutto. Musica, fumetto (la collaborazione decennale con Danjiel Zezelj), ambiente, vino nobile, acqua pubblica, birra, libri, mercatino. La sera a tavola ci sono i genitori e i nonni che mangiano i pici o lo stinco di maiale. Mentre all’una si balla come in un club berlinese. Come ci siete arrivati? E quanto è cambiato il Collettivo Piranha, il motore del Festival, in questi anni?
Siamo arrivati a tutto questo eludendo l’ansia da prestazione, con un po’ di incoscienza e tanta professionalità. Ogni anno siamo sempre più spaventati, perché sono sempre più diversi i nostri pubblici e sempre più articolate le loro aspettative. I ragazzi che ora acclamano i djset elettronici erano in fasce quando abbiamo iniziato; i loro genitori ci guardavano dubbiosi quando Acquaviva doveva ancora abituarsi alle migliaia di giovani che destabilizzavano il metabolismo provinciale del paesello. Ora anche quelle famiglie hanno affinato l’orecchio e sono pronte a giudicare le scelte artistiche e le proposte gastronomiche. Ogni anno devi dare il massimo, cercando di coltivare quella spontaneità che i più giovani piranhas ci aiutano a mantenere. In fondo la nostra è pur sempre una scellerata brigata di volontari: non dobbiamo dimenticarcelo noi e non deve dimenticarselo il nostro pubblico.

Come ha fatto una piccola frazione di Montepulciano, come Acquaviva, a mettere in piedi un festival che è ormai in punto di riferimento tra i festival gratuiti italiano? Come li avete convinti a lavorare così tanto?
Le alchimie si manifestano e basta, è inutile spiegarle con parole. Si sono combinati tanti e imprevedibili elementi. Che non è solo il Live Rock Festival (e sarebbe già un’impresa epica), ma è anche tutto il contesto circostante che ha preso esempio da noi: abbiamo convinto una piccola frazione a lavorare per un evento collettivo, ma abbiamo anche dimostrato che ogni piccolo centro può raccogliere le energie del volontariato per costruire progetti ambiziosi. In tanti, giovani e meno giovani, si sono ispirati alla nostra esperienza e si sono messi ad organizzare, talvolta anche con risultati lodevoli. I risultati diventano esempi e alimentano la voglia di uscire di casa e mettersi alla prova. Per sentirsi vivi.

Fare un festival significa lavorare con l’industria musicale. Come siamo messi in Italia?
Quando Rolling Stones ci pose una domanda analoga, rispondemmo che l’Italia, paese di Verdi e di Rossini, è ai livelli minimi di coscienza musicale. L’educazione musicale dovrebbe essere una priorità nelle nostre scuole pubbliche, così anche l’industria musicale sarebbe animata dalla sensibilità artistica più che da un diffuso e approssimativo opportunismo, e magari anche l’informazione farebbe meglio il proprio mestiere piuttosto che indugiare sull’ultimo gorgheggio di quel tal Mengoni. C’è tanto di buono nell’ambito più underground, ma anche nei circuiti più genuini incombono i vizi peggiori del mainstream: nessuno di noi è impermeabile alle più basse tentazioni.

Avete aggredito la pigrizia di chi ascolta la solita musica insistendo sulla contaminazione di generi diversi, anche nella stessa Line-up, e su artisti poco noti, magari stranieri. È una scelta che paga? Non spaventate i conservatori?
La verità è che i conservatori spaventano noi. E più ancora ci spaventa il conservatore che è dentro ognuno di noi. Essere rassicurati dalla solita musica sarebbe semplice e anche conveniente, ma la bellezza va inseguita con curiosità, senza accontentarsi delle soluzioni comode. Meglio sbagliare per una scelta audace piuttosto che accontentarsi di una soluzione pavida.

Una domanda meno buona, qualcuno dice c’è siete come l’Inter, preferite un nome straniero, ad un artista italiano dello stesso livello e puntate poco sul vivaio, sui giovani talenti del territorio. Che rispondi?
I poliziani Baustelle hanno suonato da noi 15 anni fa, ben prima di diventare i Baustelle; l’ultimo 3D Contest, concorso nazionale per giovani musicisti, l’hanno vinto sul nostro palco i Vandemars, gente dell’Amiata; quest’anno abbiamo avuto i toscani Platonick Dive, la P-Funking band di Città della Pieve e il Raf Ferrari 4tet sospinto da un valente batterista di Piancastagnaio. Siamo comunque aperti ai suggerimenti di chi riesce ad indicarci artisti italiani in grado di esprimere lo stesso livello dei nomi stranieri che ospitiamo. Si dovrà però riconoscere che il sound di Acquaviva è un po’ diverso dalla solita musica (appunto): non siamo noi a poter dire se è migliore, ma senz’altro è un suono diverso. E la diversità è un valore di per sé.

Qual è l’artista che ti ha deluso di più, a livello umano?
Fortunatamente sono pochi quelli che deludono sul piano umano: i più intrattabili sono spesso gli italiani medi, quelli che iniziano ad a vere un nome, ma che sono ancora piccoli per sentirsi tanto grandi.

Organizzi un festival, ma ne frequenti altri. Avessi potuto “rubare” un artista ad un altro festival chi avresti a scelto?
I Radiohead sono come i leggendari gran premi della montagna al Tour de France: hors catégorie. The Black Keys forse non vale perché non li ho visti ad un festival. Bruce Springsteen suona tre ore e non lascerebbe spazio ad altre band. Forse mi accontenterei degli Arctic Monkeys.

Alessio Biancucci - direttore artistico del Live Rock Festival

Alessio Biancucci – direttore artistico del Live Rock Festival

Credo che uno abbia la consapevolezza di aver fatto nascere una cosa vera, quando a un certo punto questa non ti appartiene più, e cammina da sola. Quando lascerai ballare il live rock da solo?
Una cosa è vera quando è un bene comune. E il Live Rock Festival è un patrimonio collettivo da diversi anni; appartiene ad ogni singolo volontario organizzatore e ad ogni singolo spettatore: tutti quelli che sono passati da qui ne costituiscono l’azionariato popolare, avendo lasciato il loro contribuito, non importa se di critiche o di vitalità. Non si può prevedere quanto ancora andrà avanti questa avventura, ma indipendentemente dalla mia presenza o da quella di qualche altro veterano, il Live Rock Festival non ballerà mai da solo, almeno finché un gruppo di giovani scalmanati avrà l’energia per guidare la danza.

Il LIVE ROCK FESTIVAL, giunto nel 2013 alla 17° edizione, è ormai uno tra festival gratuiti più apprezzati e autorevoli d’Italia. 5 serate, oltre 100 gli artisti che ogni anno si alternano sul palco di Acquaviva, Montepulciano (SI). Rock e avanguardia, elettronica e world music, reggae e tradizione popolare, blues e jazz: il percorso musicale della rassegna privilegia le produzioni originali, i progetti internazionali, le nuove tecnologie e le radici etniche.

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Tutto pronto per la XXV edizione del Torrita Blues 2013

A Torrita di Siena è tutto pronto per il  Torrita Blues, la più importante rassegna musicale che si svolge da venticinque anni in una splendida cornice medievale nel cuore della…

A Torrita di Siena è tutto pronto per il  Torrita Blues, la più importante rassegna musicale che si svolge da venticinque anni in una splendida cornice medievale nel cuore della Toscana tra prestigiose colline senesi, borghi e paesi antichi come Pienza, Montepulciano e Montalcino.

A Torrita di Siena ogni anno, nell’ultimo fine settimana di giugno, si svolge uno dei più importanti festival blues italiani: Torrita Blues Festival, appunto. Nato nel 1989, è giunto quest’anno allo storico traguardo delle 25 edizioni, è diventato un appuntamento imperdibile per migliaia di fans. Tra centinaia di artisti che hanno partecipato al Torrita Blues ricordiamo alcuni dei più significativi: Peter Green, Taj Mahal, John Mayall, Robben Ford, Joe Louis Walker,Roy Rogers, Bettye Lavette, Popa Chubby, Canned Heat, Rick Estrin, Alvin Youngblood Hart, Eric Sardinas, Jimy Dawkins, Sam Myers, Luther Allison, Charlie Musselwhite, James Cotton, Magic Slim, Shemekia Copeland, Tom Principato, Mac Arnold, Michael Coleman, Carey Bell.

Quella di quest’anno, oltre ad essere una fra le edizioni dove trionfa ancora una volta la qualità e il livello degli artisti presenti sia internazionali che italiani, sarà ricordata sicuramente come quella con il maggior numero di band presenti, ben 26, in tre giorni di festival (27, 28 e 29 giugno).

Il festival a inizio, ufficialmente, giovedi 27 giugno con l’immancabilecena Blues in Piazza Matteotti con inizio ore 20,30 allietata dal Blues Made in Italy, dove si esibiranno tre band vincitori dell’ultima edizione di Effetto Blues: la Tiber River Blues Band, la Hardblues Band e Sexual Chocolate Blues Band. La serata sarà arricchita dal Saint Augustine Gospel Choir, grandissimo coro Gospel della Cattedrale Cattolica di Washington che ha recentemente cantato alla Casa Bianca per il Presidente USA, Barack Obama.

Venerdi 28 giugno, la serata inizierà nel primo pomeriggio ai Giardini Pubblici con “Torrita Blues in The Garden” con i concerti pomeridiani di sette band di Effetto Blues 2013, rassegna giunta alla 3° edizione, dalle ore 16.30 fino alle 20,30. Alle 21,30 in Piazza Matteotti si svolgeranno i concerti di artisti internazionali: Tito Blues Band, vincitore di Effetto Blues 2013, a seguire il grande armonicista americano JOHNNY MARS Band, per concludere con due grandi artisti americani, JOEY GILMORE/SEAN CARNEY Band.

Sabato 29 giugno, nel pomeriggio dalle 16.30 “Torrita Blues in the Garden” con altre 6 band di Effetto Blues fino alle 20,30 – Giardini Pubblici – Intorno all’area saranno presenti dei mercatini. (ingresso gratuito). Aprirà la serata alle 21,30 in Piazza Matteotti il gruppo Vincitore di Effetto Blues 2013 gli Angry Gentlemen, a seguire una leggenda vivente del blues mondiale, l’artista forse più atteso del festival: BOB MARGOLIN Band, storico chitarrista di Muddy Waters dal 1973 al 1980. La 25° edizione del Torrita Blues sarà chiusa da un trio americano in ascesa nel panorama blues mondiale, sempre il tutto esaurito nei tour americani: MORELAND & ARBUCKLE, che con la loro energia sapranno sicuramente accaparrarsi l’affetto del caloroso e generoso pubblico del Torrita Blues.

Prezzi e abbonamenti: Giovedì 27 ingresso gratuito (per i concerti) – (Cena Blues in piazza: 15 € ) Venerdì 28 15,00 € Sabato 29 15,00 € Abbonamento 2 sere: 25,00 € Cena Blues (27 giugno) 15,00 € (è gradita la prenotazione – dal sito www.torritablues.it)

È possibile prenotare in anticipo i biglietti e gli abbonamenti sia nella sezione dedicata del sito web www.torritablues.it sia tramite la Proloco di Torrita di Siena (www.prolocotorritadisiena.it) e al fax (0577 686571). I biglietti potranno essere ritirati direttamente alle casse o all’Info Blues Point nei giorni del festival.

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