La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Mattia Nocchi

Avere vent’anni: gli “Essenza”, una band dal rock velenoso

Negli anni ’90 l’allora leader dei CSI Giovanni Lindo Ferretti (ex Cccp) tentò l’utopia di creare un’etichetta discografica alternativa (“I dischi del mulo”) che partisse da un principio: produrre band…

Negli anni ’90 l’allora leader dei CSI Giovanni Lindo Ferretti (ex Cccp) tentò l’utopia di creare un’etichetta discografica alternativa (“I dischi del mulo”) che partisse da un principio: produrre band alternative senza musicisti di professione, o viziati studenti fuori corso, ma fatte da persone normali, lavoratori, che dedicavano tempo libero alla musica. Così nacquero gli “Ustmamò” e i “Discilpinatha”. Ecco, se questo esperimento di “musica proletaria” fosse ancora in piedi, consiglierei a Lindo Ferretti una ruspante rockband nostrana, dove a cantare è un elettricista di vent’anni e a suonare la batteria un giovane fornaio: gli “Essenza”.

Gli Essenza sono una rockband di Sarteano di poco più di vent’anni ed hanno qualità che fanno la differenza: faccia tosta, energia e soprattutto uno stile. Netto, chiaro, magari acerbo e spesso sopra le righe, ma tutto loro.

essenza CD okIl loro primo disco da studio autoprodotto “Il mio veleno” (registrato, missato ottimamente da Alessandro Cristofori) mi è rimasto incastrato nel lettore cd, ed ho deciso che meritano una recensione. Alcuni miei amici trentenni sono scettici, ormai ascoltano i “Talking heads” o gli “Arcade fire” e forse dimenticano quando eravamo divertiti, innamorati, incasinati e incazzati senza soluzione di continuità anche noi. A vent’anni, appunto.

Chi per caso si è trovato davanti a loro in un live non è rimasto indifferente. Gli Essenza sono goliardici nei modi, nell’atteggiamento e nei testi. Francesco Garosi, il cantante, cala rime a metà tra cantato e hip hop su basi funk e hard rock (negli anni ’90 lo avremmo chiamato “crossover”). Poggia su una verve e su un’ironia incontenibile, che crescendo dovrà imparare a dosare meglio, ma tiene il palco e fa viaggiare la band alla velocità della luce. Nei momenti migliori, sembrano usciti fuori da una puntata di South Park.

“Protesto”, “Diverso” o “Il mio veleno” raccontano l’urgenza di stanare l’ipocrisia raccontata dai media. Sono lontani anni luce da una generazione omologata da “Amici” o dal “Grande fratello”; o anche dai talent stile “the Voice”. Non cercano citazioni colte (una sola concessione cinematografica con “Qualcuno volò sul nido del Cuculo”), ma non toccano mai niente per farlo rimanere fermo. Sono diretti, la rima si chiude sempre su una provocazione (almeno) accettabile. Schiaffeggiano il buon gusto bipartisan di questi tempi, irridono la tv noiosa e finto perbenista, vedono la politica da talk show come una roba lontanissima, ma non sono per niente apolitici. A volte, va detto, rischiano di esagerare nelle parolacce (servirebbe un “explicit lyric” in copertina come per i rapper di una volta), ma sono veri come un gavettone di acqua gelida. E si salvano sempre, trovando la strada dell’ironia e nel non prendersi mai troppo sul serio.

“Cenere”, forse il pezzo migliore assieme alla title track, fa emergere un inaspettato lato introverso nell’unica ballad del disco. Un lato che affiora anche in “903” (nota marca di grappa barriccata), la storia semplice di una delusione d’amore raccontata, o meglio, difesa dalle prese in giro degli amici al bar di paese. Dove niente si può nascondere, ma tutto si racconta e si giudica, come in un’immensa seduta psicoanalitica collettiva. Ordinaria vita di provincia.

Si fa fatica a non premere play una seconda volta. E si perdonano alcune soluzioni facili e qualche passaggio forse troppo demenziale, grazie ad un’energia vitale e alla qualità dell’esecuzione musicale. Valerio Marabissi, giovane fornaio, alla batteria è un metronomo funk, certe linee di basso di Alessio Zeppoloni ( che sostiene il cantante con cori e doppie voci) non possono che ricordare la fluidità di Flea, e le chitarre di Andrea Puliti (si intuiscono ore di studio e buono ascolti) non sono mai invadenti.

essenza live2Gli Essenza meritano di essere visti dal vivo e ascoltati su cd, ma soprattutto di crescere in pace. Qualcuno gli rimprovera un eccessiva goliardia nei testi e nei live (non è difficile vederli iniziare un concerto in mutande), ma mi chiedo: con le dovute proporzioni (Sarteano non è Los Angeles), forse i Red Hot Chili Peppers prima di rileccare suoni e immagine erano tanto diversi? Vi ricordate, per caso, dove stavano i calzini?

Last but not least, lode alla scelta di non cedere alle cover, ma di presentare uno spettacolo loro dall’inizio alla fine. Con un loro immaginario, fatto di serate annoiate al bar, ribellioni acerbe, un mondo dove i buoni e i cattivi si capiscono subito, racconti di amici strambi (“Un tipo messo male” mi ricorda vagamente “Perché Pippo è uno sballato”, il fumetto di Andrea Pazienza); ma soprattutto quell’odore di intere nottate in sala prove, dove si suda e si limano rime, riff e melodie, per sopravvivere ad un piccolo paese di provincia. Chi non è stato così a vent’anni?

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Lo Stato dell’Arte: intervista a Sonia Mazzini

“Un festival europeo, che vuol rimanere popolare” intervista a Sonia Mazzini, Presidente della Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano. “Non abbiamo paura di portare l’educazione musicale negli asili nido o…

“Un festival europeo, che vuol rimanere popolare” intervista a Sonia Mazzini, Presidente della Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano.

“Non abbiamo paura di portare l’educazione musicale negli asili nido o tra i banchi del mercato. Bisogna allenarsi costantemente alla cultura, è come andare in bici”.

Parlare di Cantiere Internazionale d’Arte obbliga partire dal manifesto di Henze, dove si teorizzava un’officina per giovani artisti, una contaminazione con il pubblico e una ricerca di nuove forme artistiche. Dove, soprattutto, non si viene pagati ma agli artisti deve bastare vitto e alloggio, naturalmente con la buona cucina toscana. E’ difficile rimanere fedeli a quel manifesto semplice e rivoluzionario?

La fedeltà al manifesto di Henze non è una scelta romantica, ma una necessità inderogabile. Essere all’altezza di una personalità come quella di Hans Werner Henze, tra i più gradi compositori e divulgatori culturali del Novecento, è un’incombenza che richiede impegno e dedizione: pur nei nostri limiti siamo fieri di perseguire la costruzione di una manifestazione come il Cantiere che non è un festival commerciale, ma un evento di animazione sociale dove gli artisti lavorano senza percepire compensi, in cambio soltanto di un’esperienza culturale e formativa. A Montepulciano, diceva Henze, siamo tutti insegnanti e al tempo stesso studenti.

Il successo del Cantiere è sotto gli occhi di tutti. Nella varietà degli spettacoli, nelle collaborazioni, come ci si perfeziona dopo trentanove anni?

Cerchiamo di essere aperti a qualsiasi collaborazione locale, nazionale ed internazionale che migliori le nostre competenze e la nostre sensibilità. Siamo convinti che solo dal confronto scaturisca il miglioramento: per questo collaboriamo con realtà culturali prestigiose come il Royal Northern College of Music di Manchester, con istituzioni ministeriali, regionali ed europee e con numerosi soggetti locali. Il perfezionamento però si ottiene anche promuovendo la didattica musicale, così da formare nuove generazioni sensibili e aperte ai diversi linguaggi culturali.

Sonia MazziniCantiere è un’istituzione sulla quale punta molto il Comune di Montepulciano e l’intera area Valdichiana. Quanto è cresciuta la rete di collaborazioni?

Siamo arrivati a gestire un Istituto di Musica e la stagione del Teatro Poliziano, così come abbiamo ampliato le nostre attività sul territorio. Sulla didattica musicale, ad esempio, siamo molto attivi a Cetona e Sarteano, dove abbiamo aperto sedi distaccate della nostra scuola musicale. In questi Comuni, così come a Pienza e a Torrita di Siena, portiamo avanti da anni i progetti di propedeutica musicale nelle scuole. Sempre a Torrita di Siena abbiamo organizzato le ultime due edizioni del Concorso Internazionale di canto lirico “Giulio Neri”, lanciando la competizione sul panorama nazionale. Abbiamo addirittura un corso di organo a Gioiella, in territorio umbro.

 

Qualche anticipazione per la prossima edizione?

Il prossimo ottobre ospiteremo l’Orchestra giovanile di Zurigo per una tournée che stiamo organizzando in diverse città toscane. E il prossimo 39° Cantiere Internazionale d’Arte, oltre ai consueti appuntamenti diffusi su tutti i Comuni aderenti alla Fondazione Cantiere, prevede uno spettacolo di teatro musicale itinerante che si muoverà su diverse piazza del territorio. Vorremmo allargare ulteriormente questa rete di cooperazione e siamo quindi disponibili a qualsiasi proposta che valorizzi la produzione culturale della Valdichiana, a partire dai i teatri dell’area.

Un territorio come il nostro senza cultura sarebbe quasi esclusivamente paesaggio e storia. Che non è poco, per fortuna, ma non sarebbe abbastanza. Produrre cultura evita di tenderci pura periferia, ci mantiene vivi e in salute, concorda?

La produzione culturale, in tutte le sue declinazioni, è l’unità di misura per la salute di una società. Siamo talmente convinti di questo che lavoriamo alacremente, ogni giorno, per animare la creatività locale, nazionale ed internazionale. Chi produce cultura ne diventa anche un consumatore consapevole: siamo quindi fortunati ad essere radicati in un territorio vivace, dove, oltre a noi, ci sono numerose altre realtà: scuole di musica e danza, compagnie teatrali, associazioni culturali di ogni natura. Stiamo forse scoprendo quanto sia bello e salutare essere vitali.

Accennavi ad alcuni progetti musicali nelle scuole primarie, addirittura negli asilo nido. Quanto è importante far crescere i bambini immersi nella musica?

Un bambino che segue i nostri progetti didattici è un bambino che apparentemente suona le claves (i legnetti), ma che in realtà sta imparando la coordinazione motoria, il senso ritmico, la socializzazione del lavoro di gruppo e mille altre virtù scientificamente dimostra dalle ricerche su cui si basano i nostri modelli pedagogici. Per non parlare dei bambini di 6 anni che vanno a scuola con violini e violoncelli: lì serve disciplina, attenzione, sensibilità intellettiva. Bastava vedere i nostri ragazzi che hanno recentemente messo in scena un’operina e un concerto per rendersi conto dei benefici.

Eppure l’Italia, paese di grandi talenti  musicali e tradizione artistica, affida l’insegnamento delle arti e non solo musicale, ad un ruolo di secondo piano, quasi accessorio.  Il ruolo pubblico quale dovrebbe essere?

In un paese come l’Italia, in una regione come la Toscana, conoscere le arti e i linguaggi culturali significa conoscere se stessi, il contesto dove si nasce e si cresce, la predisposizione all’apertura mentale che sarà sempre premiata, anche sul piano professionale. Per questo sarebbe necessario un investimento massiccio di risorse e di innovazione sulla scuola pubblica.

Anche la cultura deve fare sforzo di rendersi popolare?

Sicuramente sì. Noi stiamo provando ad aprire tutte le nostre produzioni ad una fruizione più possibile popolare, anche se non è sempre semplice perché talvolta la crescita culturale richiede uno sforzo che ognuno di noi deve fare. Del resto, se uno fa 5 km in bicicletta dopo un periodo di inattività si sentirà affaticato, ma alla lunga la muscolatura sarà più tonica. Proprio per rafforzare la muscolatura culturale del nostro territorio, noi cerchiamo di aprire concerti gratuite nelle piazze e nelle strade e di mantenere accessibili i prezzi dei biglietti: abbiamo persino portato affermati professionisti internazionali ad esibirsi tra i banchi del mercato di Montepulciano.

Tra poco elezioni europee. Non chiedo certo valutazioni politiche, ma il Cantiere lo scorso anno è stato l’unico festival culturale italiano riconosciuto a livello europeo. Un prestigio importante, un orgoglio per Montepulciano e per un’intera area che crede nel progetto. Dobbiamo forse toglierci qualche pregiudizio in più sull’Europa e imparare a sfruttare le possibilità che può aprire?

Abbiamo compreso l’importanza dell’Unione Europea lavorando al progetto che è stato finanziato nel 2013: siamo testimoni diretti delle risorse economiche, sociali e culturali che può offrire l’Europa, a patto che decidiamo noi cittadini di esserne protagonisti. Siamo stati invitati al Forum europeo della cultura di Bruxelles, stiamo collaborando con Siena2019 – Città candidata a capitale europea della cultura, ci stiamo confrontando con le istituzioni europee perché dobbiamo occupare tutti i possibili spazi di cittadinanza. E perché dobbiamo capire che l’Europa siamo noi.

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Arrischianti: “Iniziammo a fare teatro in un vecchio cimitero, adesso siamo una fucina artigianale di talenti”

Pina Ruiu, la presidente della Nuova Accademia degli Arrischianti di Sarteano, spiega come un piccolo Teatro si è trasformato negli anni in un fervido centro di produzione e formazione artistica….

Pina Ruiu, la presidente della Nuova Accademia degli Arrischianti di Sarteano, spiega come un piccolo Teatro si è trasformato negli anni in un fervido centro di produzione e formazione artistica.

Pina Ruiu rappresenta la dimostrazione di quanto lavorare molto, alla fine paghi. Determinata, trascinatrice, eppure discreta, la donna del teatro di Sarteano ha costruito assieme ad un gruppo sempre più vasto di amici attori, registi, fotografi, truccatrici, uno degli esempi più belli di laboratorio culturale e creativo della Valdichiana e del sud della Toscana. Non ama molto parlare di sé, del suo lavoro di attrice, ma nell’intervista vuole concentrarci sul collettivo: quella Nuova Accademia degli Arrischianti che importa ed esporta talenti, che produce, sperimenta, riempie le poltroncine di sogni e risate in grande libertà.

“Credo molto nel concetto del “teatro abitato”, cioè di un luogo facilmente fruibile dove le persone si sentano a proprio agio e di cui sentono l’appartenenza. Anche a Sarteano è stato importante sdoganare il teatro come luogo per pochi e farlo diventare centro di aggregazione. Gran parte del pubblico, oltre ad apprezzare la qualità dei nostri spettacoli, apprezza anche il clima che si respira all’interno del teatro, l’accoglienza, l’amore che si percepisce anche dalla cura verso la struttura”.

A differenza di altri teatri, piuttosto che acquistare grandi spettacoli per i vostri cartelloni, puntate soprattutto sulle auto-produzioni, allestite un laboratorio permanente e puntate sui giovani talenti. Essere poveri aguzza la fantasia?

“Il nostro Teatro, un piccolo gioiellino di 150 posti, a metà strada tra due teatri grandi come il Mascagni e il Poliziano, ha dovuto per forza trovare la sua peculiarità e specializzarsi come centro di produzione e formazione . E’ giusto che i teatri grandi continuino a fare il cartellone con i “nomi”, perché ne hanno la forza economica e strutturale. Noi dobbiamo guadagnarci uno spazio alternativo, diverso. Per questo puntiamo sui laboratori: di scenografia, teatrali, di mimo, clownerie. Con il laboratorio permanente di tecnica d’attore abbiamo messo su una fucina di giovani talenti che possono approfondire vari aspetti della tecnica teatrale, fare stages con docenti esterni e partecipare alle nostre produzioni mettendosi subito alla prova sul palco.”

Il logo dell’associazione è un veliero che affronta una tempesta, che ben simboleggia la vostra storia di rivincita. L’Accademia nasce prima del Risorgimento (1731), resistite a due guerre mondiali, ma negli anni del boom economico, avviene il declino. Come ricorda un libro di Carlo Bologni, negli anni ’60 sul palco veniva messa una tv per trasmettere “Lascia o raddoppia” con Mike Bongiorno. Nel frattempo il teatro cadeva a pezzi, e finì per essere chiuso. Ma come diceva Orson Welles (grazie google), “il teatro resiste come un divino anacronismo”. Nel 1986 a Sarteano rinasce “La Nuova Accademia degli Arrischianti”. Che anni erano quelli, quando un gruppo di giovanissimi sarteanesi riprende in mano i copioni?

“Erano anni carichi di entusiasmo e di grandi ideali. Ideali di promozione culturale e sociale per colorarci la vita attraverso il teatro e la musica in un piccolo arrischianti 86paese come Sarteano. Come i veri “Arrischianti” da cui mutuavamo il nome, non ci fermò certo il fatto che il Teatro fosse chiuso da anni: ripulimmo quello che oggi è chiamato “Auditorium S. Vittoria” ma che allora era semplicemente “il vecchio cimitero”. Dal cancello non si vedeva neanche l’interno tanto era alta la vegetazione che lo ricopriva. Lì cominciammo la nostra attività. Iniziammo proprio con una commedia rappresentata dagli arrischianti storici: “Il Gatto in Cantina” guidati dal Prof. Antonio Colavita, con le musiche dal vivo dirette da Stefanina Casoli. Da allora si sono susseguiti spettacoli teatrali, molti diretti da Stefano Bernardini, laboratori vari con Rutelli, Masini, Aguirre, Massari, Mario Gallo. Oltre a questa intensa attività teatrale e di animazione, nasce nel 1993 “Venerdi Jazz” oggi il rinomato “Sarteano Jazz & Blues”.

Poi negli ultimi anni, con la ristrutturazione del bellissimo Teatro degli Arrischianti avete fatto tornare gli spettatori sui palchetti o in platea.

“Inaugurammo il teatro con “Buonanotte Bettina”, la commedia musicale di Garinei e Giovannini con la regia di Stefano Bernardini, e fu un grande successo. In seguito abbiamo lavorato molto cercando di riabituare la gente a teatro, per renderlo un luogo vivo. Spesso in teatro abbiamo contemporaneamente la Sala dell’Orologio occupata con i laboratori, il palcoscenico impegnato per le prove di qualche spettacolo e il foyer utilizzato per lezioni di musica o altro. Insomma è un pullulare di persone, di attività: in poche parole di vita!”.

Quindi nuovi allievi, collaborazioni con altre associazioni, e soprattutto un processo di maturazione al proprio interno di tante figure che si stanno facendo largo in altre realtà. Insomma, un cantiere aperto e brulicante. Quanto lavoro c’è dietro?

“Molto, e parte da lontano, grazie ad uno zoccolo duro che non ha conosciuto cedimenti. Niente nasce per caso e improvvisamente. Un nostro regista ed autore, Gabriele Valentini, ad esempio, è entrato nell’associazarrischianti oraione poco più che adolescente ed è cresciuto con noi. Laura Fatini si è accostata una decina di anni fa, proponendo inizialmente i laboratori per poi passare alle regie. L’altro nostro regista, Stefano Bernardini, ci ha accompagnato fin dagli esordi firmando le sue prime regie. Tutti hanno trovato un ambiente favorevole per mettersi in gioco, per sperimentare il proprio talento. Importante è non chiudersi, non temere il ricambio generazionale. “

Avete ottenuto la residenza teatrale per tre anni, come pensate di sfruttarla?

“E’ stata un’ottima soluzione che vogliamo utilizzare per un’ulteriore professionalizzazione, ospitando compagnie, organizzando stage, laboratori e per ottenere qualche anteprima. A breve, ad esempio, avremo in residenza per una settimana Alessandro Serra, regista e fondatore di Teatropersona, che proverà da noi la sua ultima produzione. Offrire alle compagnie il teatro e l’assistenza della compagnia residente per poter provare le proprie produzioni prima del debutto, potrebbe essere il modo per arricchire il nostro cartellone con diverse anteprime a costi contenuti”.

Gli Arrischianti sono tra le realtà più apprezzate anche al di fuori di Sarteano, non a caso collaborate stabilmente con il Cantiere internazionale d’arte di Montepulciano. E’ difficile lavorare come area? Si può crescere ancora in questo senso?

“Molti di noi avevano già partecipato negli anni agli spettacoli del Cantiere, di recente la collaborazione si è rafforzata. Ora parliamo di co-produzioni, e l’aver scelto la nostra “Tempesta” come anteprima del Cantiere 2013 ci ha certamente fatto molto piacere. Sarteano tra l’altro è fra i Comuni aderenti alla Fondazione Cantiere e la collaborazione si sta consolidando ormai su più fronti. Io credo che l’importante sia che ciascuna realtà abbia una propria specificità e quindi possa interfacciarsi con le altre senza timore di essere “fagocitata”. Uno scambio positivo. Per esempio, di recente, i nostri registi Valentini e Fatini sono stati chiamati dalla Fondazione Orizzonti di Chiusi per allestire uno spettacolo teatrale per la prossima stagione“.

Non solo teatro, iniziative sociali, penso al tema dei diritti della donna, e grazie soprattutto all’impegno di Sergio Bologni, il “Sarteano Jazz & Blues”, un festival raffinato e di grande qualità. Siete già al lavoro per l’edizione di agosto 2014?

“Crediamo molto sulla valenza sociale del Teatro. Chi fa cultura non è avulso dal contesto e deve utilizzare i mezzi che ha a disposizione per stimolare una società sempre più distratta e veloce.
Per quanto riguarda il Festival Sarteano Jazz & Blues, viviamo una fase delicata. In tutti questi anni abbiamo visto crescere il Festival qualitativamente e come riscontro di pubblico. Purtroppo si sono chiusi molti canali di finanziamento: Fondazione MPS, Regione, Provincia. Le ultime edizioni sono state rese possibili con un sostegno del comune e grazie al contributo decisivo di investitori esterni, penso soprattutto alla Fondazione Monteverdi Tuscany. Per il 2014 stiamo ancora lavorando, non vogliamo certo interrompere un Festival che dura dal 1993, a cui siamo molto affezionati”.

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“L’improvvisazione teatrale è come il jazz”. Intervista a Renato Preziuso presidente di Voci e Progetti

Intervista a Renato Preziuso, performer teatrale e presidente di Voci e Progetti “L’improvvisazione teatrale è come il jazz, serve affiatamento e molta tecnica”. La storia di una compagnia teatrale di…

Intervista a Renato Preziuso, performer teatrale e presidente di Voci e Progetti

“L’improvvisazione teatrale è come il jazz, serve affiatamento e molta tecnica”.

La storia di una compagnia teatrale di Chianciano che ha riscosso successo nel capoluogo umbro, dove colleziona decine di allievi, sperimentando forme originali.

Voci e Progetti nasce a Chianciano da un gruppo di amici che si avvicinano al teatro e col tempo iniziano a sperimentare forme diverse. Come si mantiene alta la passione per venti anni?
Siamo nati quasi vent’anni fa, nel 1994, qualche anno dopo entriamo in contatto con il rutilante mondo dell’improvvisazione teatrale e scopriamo che è la forma che fa per noi. Coinvolgente, innovativo, libero e creativo, il teatro di improvvisazione ci ha affascinato dal primo momento. Negli ultimi anni la costante crescita quantitativa, ma soprattutto qualitativa, è andata di pari passo con la professionalizzazione della struttura. Certo, ci sono stati alti e bassi, ma la passione non è mai calata, anche perché le persone che sono dentro Voci e Progetti, i miei colleghi e i nostri allievi sono una fonte inesauribile di energia.

C’è ancora un po’ di pregiudizio da parte del pubblico che segue il teatro, rispetto all’improvvisazione?
Quando il pubblico scopre l’impro, come la chiamiamo, in genere ne rimane affascinata. Il problema è spiegare cosa facciamo a chi non ha mai assistito ai nostri spettacoli. Il rapporto poi con il teatro “istituzionale” è ancora complicato L’improvvisazione in Italia è vista come un sottogenere. Siamo “quelli simpatici che fanno le scenette”. In altre parti del mondo l’improvvisazione ‘è’ il teatro. Pensare che l’italianissima Commedia dell’Arte forse è la prima forma di teatro all’impronta. Sarebbe bello far capire quanto lavoro c’è dietro.

Faccio un parallelismo improprio. Il teatro di testo è come la musica classica. Conta l’interpretazione, ma c’è uno spartito. L’improvvisazione teatrale il jazz. Ci sono degli schemi, ma la performance è libera. Come si riconosce una buona improvvisazione teatrale da una stecca?
Sono d’accordo con il parallelismo. La buona improvvisazione si riconosce, come nel jazz, dall’affiatamento dei performer, dalla loro tecnica, dalla meraviglia che la creazione istantanea genera nel pubblico. Come nel jazz, ma estenderei a tutte le performances dal vivo, l’esecuzione può non essere impeccabile, ma deve essere piena di vita. La connessione tra chi è sul palco ed il pubblico in sala deve essere forte, fortissima e tutti si è parte di un evento unico.

Cos’è più difficile improvvisare per te?
Più che cosa è il come. Soffro le condizioni sfavorevoli. Lo spettacolo di improvvisazione, al contrario di quello che si può facilmente pensare, è delicato. Non si può fare ovunque e non si presta ad ogni occasione. Visto il grado di coinvolgimento, il pubblico deve venire in qualche modo predisposto a vedere lo spettacolo. Insomma l’improvvisazione non può essere “improvvisata”. Nell’improvvisazione le condizioni di lavoro e organizzative sono fondamentali.

Performance di Voci e Progetti

Performance di Voci e Progetti

Voci e progetti nasce a Chianciano, ma poi si sposta a Perugia, dove sta riscuotendo un successo enorme (puoi toccarti se vuoi). Come nasce questa scelta di Perugia?
Perugia è una città ricca di iniziative e di iniziative culturali. E’ candidata come capitale europea della cultura 2019. E’ una città universitaria con tanti giovani e begli spazi per le attività teatrali. Siamo sbarcati in questo contesto sei anni fa con uno spettacolo nel meraviglioso teatro Pavone. Poi ci siamo mossi in punta dei piedi, cercando di entrare in contatto e collaborazione con le realtà teatrali locali. Sarà perché la nostra specificità non ci rende competitor o perché noi per primi siamo aperti a contaminazioni e scambi, ma non abbiamo trovato particolari chiusure, anzi, siamo stati molto ben accolti. Collaboriamo stabilmente con tre teatri ed i rapporti con le istituzioni ed il tessuto sociale sono ottimi. E poi, per continuare il parallelismo, Perugia è la città del Jazz!

Sembra quasi una storia di fuga di cervelli, insisterete ancora con l’impro in Valdichiana?
Nel nostro caso non parlerei affatto di “cervelli”, ecco. Per il resto faremo improvvisazione ovunque ci sarà data la possibilità. Siamo parte di una rete nazionale di scuole e compagnie di che si chiama “Improteatro” che ha come scopo quello di promuovere l’improvvisazione teatrale in tutto lo stivale… quindi perché no? Poi a Chianciano abbiamo un gruppo di giovanissimi allievi molto appassionati che curiamo con particolare amore.

Fai mente locale sulla Valdichiana: come siamo messi a livello di offerta culturale? Mancano spazi?
Noi abbiamo sede a Chianciano Terme l’unico paese della zona senza uno spazio teatrale. La sala polivalente, che negli anni ha ospitato i nostri spettacoli, è chiusa da tre anni. Adesso c’è un progetto di ristrutturazione che pare possa essere avviato, ma senza certezze. Sedi per le associazioni neanche a parlarne. Sarebbe un discorso lungo e doloroso… Il risultato è che stanchi di investire energie senza un progetto condiviso, rimaniamo disponibili ad ogni tipo di collaborazione che ci venga richiesta, ma con il tempo abbiamo quasi interrotto l’attività performativa nella cittadina che ci ha visto nascere. Per noi è un peccato, ma non vogliamo mollare del tutto, anche perché il rapporto con il tessuto sociale e le altre associazioni del territorio è ottimo. Speriamo di trovare condizioni migliori nel futuro, per ora ci concentriamo sull’Umbria.

La tua storia personale è quella di uno che ha trasformato una passione in una professione. Quanta fatica costa?
Beh sì ci vuole molto impegno e costanza. Occorre metterci coraggio ed energia e non ci si può risparmiare. I miei compagni di viaggio, in particolare Mariadele Attanasio e Lorenzo Meacci,
rendono il clima e le cose che facciamo “speciali”. Certo, non è un lavoro comodo, ma è quello che ho scelto e quindi la fatica, quando si sente, passa in secondo piano. Ho avuto poi la fortuna di avere una moglie che mi a sostenuto nel fare questo passo, anche se non so se poi se ne è pentita visto che poi sono sempre in giro a tenere corsi in molte città d’Italia.

Voci e Progetti

Voci e Progetti

Girando così tanto, qual è lo stato dell’arte che vedi?
Il movimento dell’improvvisazione teatrale, pur avendo numeri che il teatro tradizionale ci potrebbe invidiare, sia dal punto di vista del pubblico che delle scuole, non ha mai avuto accesso a contributi pubblici. Abbiamo sempre lavorato basandoci sulle nostre sole forze. In quest’epoca soffriamo meno di altri perché meno dipendenti dal “sistema”.

Che differenza trovi tra il fare teatro in periferia, rispetto alle scene presenti nelle città?
Spesso nei piccoli centri si ha la fortuna di poter lavorare in teatri molto belli, magari piccoli, ma meravigliosi gioielli di architettura. In città accedere a questo tipo di spazi è pressoché impossibile. Altro discorso è il pubblico. In città, anche se l’offerta di spettacoli è sicuramente maggiore, è più facile trovare persone che si appassionano al nostro teatro.

Tornando allo spettacolo improvvisato, chi vi ha visto almeno una volta sa che l’impro ricerca una forte interazione con il pubblico. Spesso una storia parte proprio dagli input che vengono dalla platea, ti ricordi un suggerimento assurdo?
“Il paramecio viaggia in Ryanair”. Non mi ricordo che storia venne fuori ma fu assai divertente!

Hai mai pensato: troppo faticoso, prima o poi smetto?
No, è un lavoro che mi piace tantissimo e nel quale metto molto di me. Ho voglia di proseguire e di crescere ancora professionalmente. La domanda casomai è fino a quando riuscirò a continuare? La speranza è di riuscire a trasformare ciò che faccio adattandolo all’età!

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“Come abbiamo trasformato una placida frazione in una capitale del rock”

Intervista ad Alessio Biancucci, direttore artistico del Live Rock Festival Fare domande ad Alessio Biancucci per me è difficile. Ho davanti un vecchio amico, e una delle menti più argute…

Intervista ad Alessio Biancucci, direttore artistico del Live Rock Festival

Fare domande ad Alessio Biancucci per me è difficile. Ho davanti un vecchio amico, e una delle menti più argute in circolazione, rimaste intrappolate – chissà come – in provincia. Dietro allo sguardo sfuggente, si annidano buone letture, idee taglienti e una lingua a volte impudente che sferza l’interlocutore.
Con questa sviolinata (che spero mi valga la prossima bevuta), iniziamo una lunga chiacchierata, mai banale, dalla quale tirerei fuori almeno una decina di #hashtag, un paio di spunti per le prossime amministrative (“abbiamo dimostrato che ogni piccolo centro può raccogliere le energie del volontariato per costruire progetti ambiziosi”), qualche slogan da murales (“meglio sbagliare per una scelta audace piuttosto che accontentarsi di una soluzione pavida”), persino una frase romantica degna del miglior Battiato (“le alchimie si manifestano e basta: è inutile spiegarle con parole”). Vamos.

Siete un festival anomalo, totalitario e cannibale. Al Live Rock ci sono tutti e c’è di tutto. Musica, fumetto (la collaborazione decennale con Danjiel Zezelj), ambiente, vino nobile, acqua pubblica, birra, libri, mercatino. La sera a tavola ci sono i genitori e i nonni che mangiano i pici o lo stinco di maiale. Mentre all’una si balla come in un club berlinese. Come ci siete arrivati? E quanto è cambiato il Collettivo Piranha, il motore del Festival, in questi anni?
Siamo arrivati a tutto questo eludendo l’ansia da prestazione, con un po’ di incoscienza e tanta professionalità. Ogni anno siamo sempre più spaventati, perché sono sempre più diversi i nostri pubblici e sempre più articolate le loro aspettative. I ragazzi che ora acclamano i djset elettronici erano in fasce quando abbiamo iniziato; i loro genitori ci guardavano dubbiosi quando Acquaviva doveva ancora abituarsi alle migliaia di giovani che destabilizzavano il metabolismo provinciale del paesello. Ora anche quelle famiglie hanno affinato l’orecchio e sono pronte a giudicare le scelte artistiche e le proposte gastronomiche. Ogni anno devi dare il massimo, cercando di coltivare quella spontaneità che i più giovani piranhas ci aiutano a mantenere. In fondo la nostra è pur sempre una scellerata brigata di volontari: non dobbiamo dimenticarcelo noi e non deve dimenticarselo il nostro pubblico.

Come ha fatto una piccola frazione di Montepulciano, come Acquaviva, a mettere in piedi un festival che è ormai in punto di riferimento tra i festival gratuiti italiano? Come li avete convinti a lavorare così tanto?
Le alchimie si manifestano e basta, è inutile spiegarle con parole. Si sono combinati tanti e imprevedibili elementi. Che non è solo il Live Rock Festival (e sarebbe già un’impresa epica), ma è anche tutto il contesto circostante che ha preso esempio da noi: abbiamo convinto una piccola frazione a lavorare per un evento collettivo, ma abbiamo anche dimostrato che ogni piccolo centro può raccogliere le energie del volontariato per costruire progetti ambiziosi. In tanti, giovani e meno giovani, si sono ispirati alla nostra esperienza e si sono messi ad organizzare, talvolta anche con risultati lodevoli. I risultati diventano esempi e alimentano la voglia di uscire di casa e mettersi alla prova. Per sentirsi vivi.

Fare un festival significa lavorare con l’industria musicale. Come siamo messi in Italia?
Quando Rolling Stones ci pose una domanda analoga, rispondemmo che l’Italia, paese di Verdi e di Rossini, è ai livelli minimi di coscienza musicale. L’educazione musicale dovrebbe essere una priorità nelle nostre scuole pubbliche, così anche l’industria musicale sarebbe animata dalla sensibilità artistica più che da un diffuso e approssimativo opportunismo, e magari anche l’informazione farebbe meglio il proprio mestiere piuttosto che indugiare sull’ultimo gorgheggio di quel tal Mengoni. C’è tanto di buono nell’ambito più underground, ma anche nei circuiti più genuini incombono i vizi peggiori del mainstream: nessuno di noi è impermeabile alle più basse tentazioni.

Avete aggredito la pigrizia di chi ascolta la solita musica insistendo sulla contaminazione di generi diversi, anche nella stessa Line-up, e su artisti poco noti, magari stranieri. È una scelta che paga? Non spaventate i conservatori?
La verità è che i conservatori spaventano noi. E più ancora ci spaventa il conservatore che è dentro ognuno di noi. Essere rassicurati dalla solita musica sarebbe semplice e anche conveniente, ma la bellezza va inseguita con curiosità, senza accontentarsi delle soluzioni comode. Meglio sbagliare per una scelta audace piuttosto che accontentarsi di una soluzione pavida.

Una domanda meno buona, qualcuno dice c’è siete come l’Inter, preferite un nome straniero, ad un artista italiano dello stesso livello e puntate poco sul vivaio, sui giovani talenti del territorio. Che rispondi?
I poliziani Baustelle hanno suonato da noi 15 anni fa, ben prima di diventare i Baustelle; l’ultimo 3D Contest, concorso nazionale per giovani musicisti, l’hanno vinto sul nostro palco i Vandemars, gente dell’Amiata; quest’anno abbiamo avuto i toscani Platonick Dive, la P-Funking band di Città della Pieve e il Raf Ferrari 4tet sospinto da un valente batterista di Piancastagnaio. Siamo comunque aperti ai suggerimenti di chi riesce ad indicarci artisti italiani in grado di esprimere lo stesso livello dei nomi stranieri che ospitiamo. Si dovrà però riconoscere che il sound di Acquaviva è un po’ diverso dalla solita musica (appunto): non siamo noi a poter dire se è migliore, ma senz’altro è un suono diverso. E la diversità è un valore di per sé.

Qual è l’artista che ti ha deluso di più, a livello umano?
Fortunatamente sono pochi quelli che deludono sul piano umano: i più intrattabili sono spesso gli italiani medi, quelli che iniziano ad a vere un nome, ma che sono ancora piccoli per sentirsi tanto grandi.

Organizzi un festival, ma ne frequenti altri. Avessi potuto “rubare” un artista ad un altro festival chi avresti a scelto?
I Radiohead sono come i leggendari gran premi della montagna al Tour de France: hors catégorie. The Black Keys forse non vale perché non li ho visti ad un festival. Bruce Springsteen suona tre ore e non lascerebbe spazio ad altre band. Forse mi accontenterei degli Arctic Monkeys.

Alessio Biancucci - direttore artistico del Live Rock Festival

Alessio Biancucci – direttore artistico del Live Rock Festival

Credo che uno abbia la consapevolezza di aver fatto nascere una cosa vera, quando a un certo punto questa non ti appartiene più, e cammina da sola. Quando lascerai ballare il live rock da solo?
Una cosa è vera quando è un bene comune. E il Live Rock Festival è un patrimonio collettivo da diversi anni; appartiene ad ogni singolo volontario organizzatore e ad ogni singolo spettatore: tutti quelli che sono passati da qui ne costituiscono l’azionariato popolare, avendo lasciato il loro contribuito, non importa se di critiche o di vitalità. Non si può prevedere quanto ancora andrà avanti questa avventura, ma indipendentemente dalla mia presenza o da quella di qualche altro veterano, il Live Rock Festival non ballerà mai da solo, almeno finché un gruppo di giovani scalmanati avrà l’energia per guidare la danza.

Il LIVE ROCK FESTIVAL, giunto nel 2013 alla 17° edizione, è ormai uno tra festival gratuiti più apprezzati e autorevoli d’Italia. 5 serate, oltre 100 gli artisti che ogni anno si alternano sul palco di Acquaviva, Montepulciano (SI). Rock e avanguardia, elettronica e world music, reggae e tradizione popolare, blues e jazz: il percorso musicale della rassegna privilegia le produzioni originali, i progetti internazionali, le nuove tecnologie e le radici etniche.

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Lo stato dell’arte: Collettivo Fabrica

LO STATO DELL’ARTE: COLLETTIVO FABRICA Iniziamo una serie di faccia a faccia con alcuni operatori culturali della Valdichiana. Per capire meglio lo stato dell’arte di questa terra, intercettare cosa si…

LO STATO DELL’ARTE: COLLETTIVO FABRICA

Iniziamo una serie di faccia a faccia con alcuni operatori culturali della Valdichiana. Per capire meglio lo stato dell’arte di questa terra, intercettare cosa si muove, raccontare la fatica di chi contribuisce alla crescita culturale delle proprie comunità. Ci servirà per scoprire storie, volti, aneddoti e iniziare a lanciare un’idea, quella di creare una rete e provare a fare sistema sul tema della produzione culturale.

“Al liceo sognavamo di trasformare il Parco Fucoli in una enorme discoteca. Ci siamo riusciti”
Intervista a Giacomo Serini, direttore artistico della Festa della Musica.

Giacomo Serini, 32 anni, è direttore artistico, insieme a Carlo Beligni, del Collettivo Fabrica, l’associazione che realizza dal 2007 la ‘Festa della Musica’ di Chianciano. I due si occupano del coordinamento, della produzione, dei rapporti con le istituzioni e del foundraising.

collettivo fabrica serini

Nel 2013 avete contato 140 volontari, più di 100 artisti, 12.000 presenze in cinque giorni. Far crescere un festival con questi numeri, di questi tempi, sembra un mezzo miracolo. Come avete fatto?
Abbiamo iniziato quasi per caso, nel 2007, col dare una mano all’associazione “Si fa la musica” che aveva dato vita alla Festa della musica a Chianciano. Alla fine, ci siamo fatti prendere la mano, e dal 2008 abbiamo preso le redini del festival, facendolo crescere fino ai livelli di questi anni. Il lavoro che c’è dietro è tantissimo. Durante i 5 giorni del festival, siamo in tanti a portare avanti la baracca, ma la progettazione e la programmazione iniziano da almeno 5 mesi prima dell’evento.

Perché avete deciso di portare la Festa della musica al Parco Fucoli, luogo simbolo di Chianciano?
Ai tempi del liceo, uno dei miei sogni era far diventare l’arena del Parco Fucoli una mega-discoteca. Anche dopo la costruzione del “bruco”, fantasticando tra di noi, ci siamo sempre detti: ti immagini che spettacolo sarebbe fare la Festa della musica lì dentro? Alla fine, abbiamo deciso di riprenderci il parco, sostenere un affitto da 10 mila euro, aprirlo ai giovani e a chi, probabilmente, l’aveva visto solo nelle vecchie cartoline degli anni ’80.

Scommessa vinta?
Direi! Per parlare solo di cifre, il primo anno della Festa al Parco Fucoli, il 2012, è stato il primo anno in cui siamo riusciti a non andare sotto.

Quanto conta l’innovazione per chi organizza un festival ogni anno?
Tantissimo. Ogni anno cerchiamo di proporre sempre qualcosa di diverso. Vorremmo essere un contenitore-catalizzatore delle cose buone che si muovono nel nostro territorio. Dal 2011 offriamo una vetrina agli “artisti a Km-zero” nella serata di apertura del festival, abbiamo lanciato la silent disco con le cuffie, ospitiamo spettacoli teatrali al pomeriggio, una cucina self service di qualità, una libreria molto personalizzata, facciamo attenzione alle tematiche ambientali collaborando con Legambiente. Cambiamo sempre, cercando di migliorare. A volte ci riusciamo, altre volte no. L’importante è non fermarsi.

Rivendicate con orgoglio di essere uno degli ultimi Festival gratuiti d’Italia. Quanta fatica vi costa?
Molta, è una scelta sofferta e molto discussa tra di noi. Alla fine, abbiamo voluto lasciare il festival gratuito. Si tratta di una scelta politica. Ci piace pensare al festival come un piccolo volano per l’economia locale. Quando abbiamo iniziato ad essere riconosciuti sul territorio, e ad intercettare finanziamenti, è arrivata la mazzata della crisi. In 3 anni abbiamo perso 15mila euro all’anno di sponsorizzazioni. Alla fine, gli unici che riescono ancora a darci una mano in termini economici sono il Comune di Chianciano e la Banca Cras.

Lo scorso anno avete lanciato una campagna di autofinanziamento su internet (crowdfunding) che ha dato ottimi risultati. È una strada che continuerete a seguire?
Siamo gente di paese, ma anche di mondo. Abbiamo conosciuto il meccanismo del crowdfunding quasi per caso e l’abbiamo sperimentato subito. Quello che abbiamo raccolto con le donazioni su internet non è decisivo rispetto al budget dell’evento, però è un segnale e un messaggio che vogliamo dare: da soli non si va da nessuna parte. Lavoriamo un po’ in controtendenza con un certo spirito del ‘tutti contro tutti’ che si respira a Chianciano: albergatori contro commercianti, commercianti contro l’amministrazione. Finché c’erano i soldi, ognuno faceva per sé. Ora le cose sembrano un po’ cambiate o comunque dovranno cambiare alla svelta. A livello sociale, la crisi ci ha fatto svegliare, ti impone di avere delle idee. In qualche modo, la crisi ci ha fatto bene.

Un momento difficile che pensavate di non superare?
A parte tutte le volte che guardo il bilancio preventivo? Direi nel 2011. Il pomeriggio del primo giorno di festival. Ci siamo scontrati per la prima volta con la commissione di pubblico spettacolo e c’è mancato davvero poco che vincesse lei. A due ore dall’apertura del festival, rischiavamo un bel nastro rosso e bianco sul palco e nell’area concerti. Fortunatamente non è andata così.

Tra i tanti artisti che avete avuto qual è stata la sorpresa più grande?
Il live più bello che mi ricordi è stato quello dei Peuple de l’Herbe nel 2010, ma forse sono di parte perché ho fatto carte false per portarli in Italia. Ricordo con divertimento anche il mago che accompagnava Meg nel suo tour 2008. A fine serata, riportammo Meg in albergo e lui rimase a fare baldoria con noi. La mattina ci svegliammo dentro al backstage e di lui rimanevano solo un paio di scarpe consumate. Evidentemente aveva fatto l’ultima magia e si era smaterializzato.

collettivo fabrica festa musica

Un artista che avresti voluto “rubare” ad un altro festival. Woodstock esclusa.
Più che un’artista, avrei voluto rubare una serata intera: quella degli Asian Dub Foundation ad Live Rock Festival di Acquaviva. Era un venerdì, mi pare fosse il 2008. Per loro è stata una tragedia a livello economico, perché pioveva forte. Però vedere la gente che ballava scalza nel fango è stato uno degli spettacoli che mi hanno impressionato di più, da quando vado ai concerti. La musica c’era, il fango anche, quella sera mancava solo l’amore libero.

Se ti guardi in giro, in Valdichiana, come siamo messi a livello di offerta culturale?
Non siamo messi male. Ci sono diverse realtà diverse che danno il loro contributo. Penso a Mattatoio 5 di Montepulciano, il Cantiere Internazionale d’Arte, la nuova Fondazione Orizzonti d’Arte a Chiusi, i vari teatri, il Live rock di Acquaviva. Se però non si riesce ad essere attrattivi e non diamo ai giovani un motivo per restare, per esempio uno straccio di lavoro, non sarà facile mantenere il livello attuale. Vedo però delle belle esperienze anche a livello di amministrazioni comunali. Penso a Sarteano (e non lo dico perché sei qui), anche Chiusi per certi aspetti, sicuramente Montepulciano, che rimane un po’ il motore della zona. Per Chianciano il discorso è più complicato… va superare un po’ di settarismo. Comunque in Valdichiana è arrivato il momento di metterci in rete, tra operatori della cultura, guardarci in faccia e fare sistema, ma sul serio, però!

(si ringraziano Emiliano Migliorucci e Foto Sintesi Lab per le fotografie)

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Castiglioncello: due ex-bambini, faccia a faccia con la storia

Settant’anni dopo la strage di Castiglioncello, torna al borgo e ritrova un vecchio amico Dino e Vilmano si erano conosciuti, loro malgrado, settanta anni fa. La storia li aveva messi,…

Settant’anni dopo la strage di Castiglioncello, torna al borgo e ritrova un vecchio amico

Dino e Vilmano si erano conosciuti, loro malgrado, settanta anni fa. La storia li aveva messi, allora bambinetti, spalle al muro lungo la facciata di una chiesa di un piccolo borgo toscano. Davanti ai lori occhi, le divise e i fucili puntati dei soldati dell’esercito tedesco. L’ordine partito dagli ufficiali nazisti era stato chiaro: rappresaglia. Le azioni dei partigiani nascosti nei boschi di Pietraporciana, doveva essere vendicata con le vite dei civili. Anche se innocenti, anche se inermi. Uomini, donne e bambini messi al muro, tremanti.

E quel giorno il destino di quei due bambini cambiò per sempre. Il padre del piccolo Dino, Quirino Salvadori, venne ucciso, assieme ad un altro civile, Amerigo Bai. Il padre di Vilmano, Giuseppe Cecchini, si mise in mezzo e con quel poco di tedesco imparato al fronte, cercò di salvare gli altri civili dalla furia nazista. Ci riuscì, e il resto degli abitanti fu risparmiato dalla strage.

Qualche giorno fa, quei due bambini si sono rivisti faccia a faccia, nel luogo dove si consumò quella giornata maledetta, a Castiglioncello del Trinoro, una piccola frazione del comune di Sarteano. Adesso Dino e Vilmano hanno pochi capelli e molte rughe. Con gli occhi lucidi, si sono abbracciati ed hanno ripercorso per ore quella giornata tremenda, passeggiando sulle vie lastricate dell’antico borgo medievale. Vilmano Cecchini non era tornato più a Castiglioncello. Dino non ha mai smesso di abitare per queste stradine abbarbicate sul crinale della Valdorcia, anche quando i residenti si contavano sulle dita di una mano e viverci era difficile.

Adesso Castiglioncello del Trinoro è un piccolo gioiello rimesso a nuovo da un importante investimento ricettivo. È stato riqualificato il patrimonio artistico e storico, rifatti alcuni servizi essenziali. Insomma, ci si vive meglio di qualche anno fa. Da una frazioncina destinata allo spopolamento, è diventata luogo di lavoro per tanti ragazzi che animano il wine bar, l’albergo o il ristorante di tendenza. Qui si rifugiano artisti di fama internazionale, o protagonisti del jet-set economico finanziario mondiale, in cerca di una pausa dalla vita metropolitana.

castiglioncello ex bambini

Al centro del borgo, non curante del tempo che passa, sopravvive la piccola chiesa romanica di Sant’Andrea. Muovendo lo sguardo lungo la sua facciata, prima di finire ammaliati dalla bellezza del panorama della Valdorcia, ci si imbatte in una piccola lapide di marmo.
L’avevano messa lì gli abitanti del borgo all’indomani della guerra, nel 1945: “Scolpiti nell’anima porterà i nomi di Bai Amerigo e Salvadori Quirino, vittime innocenti di quel giorno. Riconoscente affetto serberà all’interprete Cecchini Giuseppe che con coraggio e fermezza si adoperò per limitare l’ingiusto e barbaro eccidio”.

Dopo quasi settanta anni, i due figli di quei due nomi della storia tremenda si sono rivisti e parlati. Non sappiamo bene cosa si sono detti. Ma sappiamo che con loro hanno portato i loro figli e nipoti. Per ricordare tutti insieme quella storia, e tramandarsi una cicatrice che parla di morte e sopravvivenza. Una cicatrice lunga tutta una vita e che durerà per un’altra generazione almeno.

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