La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: musica

Il rock senza compromessi degli One Dimensional Man al GB20 di Montepulciano

Ai cultori del rock alternativo italiano, il nome One Dimensional Man sicuramente dirà ben più di qualcosa, così come il nome di Pierpaolo Capovilla, fondatore proprio di questa formazione che animerà la…

Ai cultori del rock alternativo italiano, il nome One Dimensional Man sicuramente dirà ben più di qualcosa, così come il nome di Pierpaolo Capovilla, fondatore proprio di questa formazione che animerà la serata di sabato 12 Gennaio al GB20 di Montepulciano; Capovilla, è anche, tra l’altro fondatore e frontman dei celebri Il Teatro degli Orrori.

Gli One Dimensional Man sono attivi da più di vent’anni e tra numerosi cambi di formazione, sei album e una pausa nei primi anni 2000, per dare spazio a Il Teatro degli Orrori, la cifra stilistica è sempre rimasta quella: un rock senza velleità commerciali, ma duro e puro, scegliendo una visione dell’attualità da un punto di vista sociale e schierandosi dalla parte degli emarginati e di chi ogni giorno si sente escluso da questo mondo che gira vorticosamente verso individualismo, narcisismo e indifferenza. Una scelta narrativa che ha sempre caratterizzato Pierpaolo Capovilla, in fondo, sia nella musica, che nei suoi spettacoli dedicati alla lettura di poesie (due sono i reading da lui fatti nel corso degli anni, dedicati alle poesie di Majakovskij e di Pasolini).

La formazione attuale vede l’inossidabile Capovilla al basso e alla voce, Carlo Veneziano alla chitarra e Francesco Valente alla batteria. L’ultimo album, “You Don’t Exist” (pubblicato dall’etichetta La Tempesta) è uscito il 23 Febbraio 2018, le cui registrazioni e il mixaggio sono stati curati dalla band stessa e da Federico Grella, presso i Dirty Sound Studios di Verona. Il mastering è stato curato da Tommaso Benedetto degli YourOhm Studio B di Pordenone. Il disco si contraddistingue per una sonorità più dura rispetto ai predecessori, con influenze più hardcore, tornando così alle radici sonore dei primi One Dimensional Man, che come abbiamo detto in precedenza, ora più che mai non cercano nessun compromesso, nessuna esigenza di svendersi al mercato, ma vogliono raccontare tutto da una prospettiva vera e anche, se vogliamo, più cruda rispetto a molte formazioni rock blasonate.

Non resta quindi che darvi appuntamento al GB20 di Montepulciano questo sabato, per una serata all’insegna del rock alternativo con uno dei maggiori rappresentanti del filone, nonché uno dei migliori frontman e narratori del rock italiano degli ultimi anni. Ad accompagnare la formazione ci saranno gli Ask The White. Qui l’evento su Facebook.

Discografia:

One Dimensional Man (1997, Wide Records)
1000 Doses of Love (2000, Wide Records)
You Kill Me (2001, Gamma Pop/Wallace Records)
Take Me Away (2004, Ghost Records/Midfinger Records)
A Better Man (2011, La Tempesta Dischi)
You Don’t Exist (2018, La Tempesta Dischi)

Riferimenti:

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Espana Circo Este: un piede oltre oceano per il sogno di suonare in ogni continente

Gli Espana li conosciamo ormai da 4/5 anni. Da quando aprirono (per la seconda volta) il concerto a Manu Chao al Vulci Music Fest e già una volta li abbiamo…

Gli Espana li conosciamo ormai da 4/5 anni. Da quando aprirono (per la seconda volta) il concerto a Manu Chao al Vulci Music Fest e già una volta li abbiamo intervistati per spiegarvi chi fossero. Impossibile non rimanere incuriositi da quattro bombe in calzamaglia saltellanti sul palco. La loro musica, poi, è una rarità in Italia: travolgente, energica, fresca, un calderone pieno di ritmi e suoni.

Non potevamo certo mancare all’unica data del loro tour europeo, proprio a Siena, insieme a Lo Stato Sociale, nella fantastica cornice di Piazza del Campo a fine settembre. Alla fine della serata mi sono ritrovato con Marcello, il frontman, a bere birra e parlare di viaggi, genti lontane e sogni a un passo dall’essere realizzati.

Ci siamo visti l’ultima volta alla Festa rossa di Lari. È passato un anno da allora cosa è cambiato? Cos’hanno fatto gli Espana nel frattempo?

Bè abbiamo attraversato l’oceano atlantico per incominciare a mettere un piede di “”. La nostra missione è girare il mondo, suonare in ogni continente. Andare oltre oceano è stato un passo gigantesco, soprattutto per quello che abbiamo fatto, perché abbiamo suonato all’SXSW un festival immenso ad Austin in Texas, con 500 band in giro per la strade e noi siamo stati fra le 15 band di tutte quelle invitate – che erano molto fighe fra l’altro – a suonare nel palco principale. Siamo rimasti di m***a. C’era tantissima gente, un vero macello è stato bellissimo. E comunque non è stata la cosa più importante che abbiamo fatto: ritornare in posti in cui avevamo già suonato è stata una figata, nel senso che l’Europa l’avevamo già esplorata due anni fa e ritornarci per il tour del 2018, con dei festival più importanti, è stato fantastico e poi lo Sziget Festival a Budapest, in cui abbiamo suonato ad agosto, è stato unico.

L’altra volta mi parlasti del vostro sogno: suonare in latino America. Perché proprio là?

Io c’ho vissuto per tanto e da quando sono ritornato in Italia il mio sogno è sempre stato rivedere quei posti da musicista, non solo viaggiatore. Ho questa duplice anima e la musica mi permette di fare entrambe le cose. Vorrei tornarci con addosso queste nuove vesti, quelle del musicista insomma. Infatti, ci siamo mossi in questa direzione, nel senso che abbiamo fatto un EP con Flora Margo che è un’artista molto importante in Messico e adesso stiamo cercando di andare da quelle parti. L’America latina è piena di realtà, di vita vissuta intensamente. Molte cose che viviamo noi in occidente sono fittizie, ma in Sud America la gente vive in modo reale e sensibile, come se avesse ancora un’anima e a me piace questo popolo ancora così vivo, mi piace scoprirlo, rincontralo e vedere se è come l’ho lasciato ormai 10 anni fa.

La senti come casa tua?

Bè sì, c’ho vissuto tanto e mi manca molto, mi manca la sua gente.

E adesso? Programmi a breve termine?

Stiamo facendo i pezzi nuovi!! Sono molto fighi ci saranno dei produttori importanti dietro. Figata!! Aspettiamo un attimino di capire i tempi giusti per la pubblicazione e spiegare meglio cosa stiamo facendo. La prossima volta che torneremo in Italia vogliamo presentarci in una maniera diversa quindi stiamo preparando bene ogni dettaglio.

Tipo?

Nuovi sound, nuova voglia di confrontarci con un mercato che in Italia è molto complicato per noi. Vogliamo vedere cosa succede dopo due anni dall’ultimo disco, a che punto siamo arrivati.

I vostri tour seguono tappe incredibili. Suonate spessissimo in Europa forse più che in Italia. Perché questa necessità? A cosa è dovuta?

Mah, in realtà è un’impressione distorta di chi ci vede da fuori. L’ultimo disco è uscito due anni fa, abbiamo fatto un anno in Italia con quasi 100 date ed è raro che in Italia succeda una cosa del genere e il fatto che quest’anno abbiamo detto basta Italia per suonare all’estero è solo una questione di organizzazione: il primo anno lo dedichiamo in Italia, il secondo sempre in Europa. Tutto qui. Ti dico che oggi siamo arrivati a Siena, unica data italiana, siamo entrati in piazza sbucando da un vicoletto, e di scatto, in maniera spontanea, ci siamo messi ad applaudire vedendo questo spettacolo magnifico. È perché siamo super affezionati all’Italia ci dà delle emozioni uniche e non vediamo l’ora di tornare a suonare qua.

Come t’è sembrata Siena? Com’è stato suonare stasera?

Bella, bellissima. Molto emozionante. Era anche un bel po’ che non suonavamo in Italia ed eravamo timorosi, perché l’Europa ti porta a suonare in una certa maniera, ti cambia e non sai cosa succede quando torni a casa, invece la gente è stata molto disponibile e presa bene! Siamo molto contenti.

Lo facciamo un viaggio insieme? Vi accompagno in Sud America, vi scarico il pullman, vi scrivo il diario di bordo

Se hai una macchina fotografica e una penna per raccontare vieni. Sarebbe bello far filmare i nostri viaggi. Non in maniera invasiva, ma spontanea, fluida, naturale.

Domandona. Ma la calzamaglia a righe e il trucco sugli occhi che fine hanno fatto?

È un’altra cosa raga… ho 32 anni (ride). Sicuramente tornerà la chitarra con lo scotch in stile punk!!

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Garage, punk e rock ‘n’ roll con i Bee Bee Sea al GB20 di Montepulciano

Oltre all’arrivo dell’inverno, questo sabato 22 Dicembre al GB20 di Montepulciano è prevista anche un’ondata di garage, punk e rock ‘n’ roll. Suonano come una delle numerose e collaudate formazioni…

Oltre all’arrivo dell’inverno, questo sabato 22 Dicembre al GB20 di Montepulciano è prevista anche un’ondata di garage, punk e rock ‘n’ roll. Suonano come una delle numerose e collaudate formazioni d’oltreoceano del settore, ma i Bee Bee Sea sono italianissimi e vengono da Mantova, da Castel Goffredo per la precisione. Il loro motto “where there is no good shit around, you better form a band” (“se non succede nulla di buono nei dintorni, faresti meglio a formare una band”) può sì spiegare la genesi della band, ma vuole anche rimarcare come il divertimento sia una componente fondamentale per fare musica; ingrediente fondamentale che è rimasto nel sound dei Bee Bee Sea, a quasi quattro anni dalla loro formazione.

La band, nata nel 2015, è formata da tre elementi: Damiano Negrisoli, Giacomo Parisio e Andrea Onofrio e la loro discografia è composta dal debut album omonimo “Bee Bee Sea” (2015, ripubblicato in versione deluxe lo scorso novembre), un EP “3 Songs & Jacques Dutronc” (2016) e il secondo full-length “Sonic Boomerang” (2017), prodotto da Bruno Barcella e Alessio Lonati presso il T.U.P. Studio di Brescia.

Negli ultimi anni, il trio mantovano si è dedicato a un’intensa attività live che ha dato come frutti concerti di supporto a due band di calibro internazionale come i Black Lips e i Thee Oh Seas – da cui i Bee Bee Sea traggono ispirazione, musicalmente parlando. Questa solida esperienza live si sente in “Sonic Boomerang”, dove le canzoni promettono veramente fuochi d’artificio in sede di concerto.

Grazie all’energia della propria proposta musicale, il trio garage rock ha attirato sin da subito l’attenzione di etichette come Dirty Water, Wild Honey e Glory Records, e molto spesso, le anteprime dei loro nuovi brani sono disponibili su testate specialistiche americane, a rimarcare come la qualità di una simile proposta tutta italiana abbia un degno riconoscimento in uno dei paesi fondamentali per l’evoluzione del rock ‘n’ roll e del garage rock.

Non resta quindi che darvi appuntamento al GB20 di Montepulciano questo sabato, per una serata che si preannuncia prima di tutto divertente, calda e all’insegna dell’energia del rock ‘n’ roll. Qui l’evento su Facebook.

Ricordiamo anche che al GB20 sono previste altre due serate, il 12 Gennaio e il 23 Febbraio, i cui dettagli verranno diffusi nelle prossime settimane.

Discografia:

“Bee Bee Sea” (2015)

“3 Songs & Jacques Dutronc” (EP, 2016)

“Sonic Boomerang” (2017)

Riferimenti:

Sito Ufficiale

Pagina Facebook

 

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Live Rock Festival 2018: l’azzardo come antidoto alla prevedibilità

Il Live Rock Festival si conferma una realtà in espansione, andando quest’anno a ricercare le interpretazioni più efficaci del nostro tempo ai margini delle definizioni di genere. Dal 5 al 9…

Il Live Rock Festival si conferma una realtà in espansione, andando quest’anno a ricercare le interpretazioni più efficaci del nostro tempo ai margini delle definizioni di genere. Dal 5 al 9 settembre 2018, presso il parco ex fierale di Acquaviva di Montepulciano Le declinazioni multiformi del rock contemporaneo si condensano in cinque serate, ognuna delle quali si configura come un vero e proprio percorso vertiginoso nelle espressioni artistiche più interessanti del panorama musicale internazionale.

Sono sedici i nomi che campeggiano sul manifesto della ventiduesima edizione di LRF. La loro stentoreità rimbalza dalla costa del Connecticut alla Milano notturna degli after party, dal post-punk del midwest al suono della nuova scena londinese. La cornice strutturale della musica live è composta dalla qualità dei servizi presenti nel parco ex fireale; dell’enogastronomia focalizzata sui prodotti del territorio, con giovani chef locali profondamente dediti al gusto e al legame con i prodotti a Km zero; della sensibilità ambientalista che rende il festival eco-sostenibile, grazie alle stoviglie biodegradabili e all’utilizzo dell’eco-bicchiere lavabile e riutilizzabile.

La line-up del festival vanta band di culto della storia post-punk, stelle dell’elettronica internazionale, fiori all’occhiello del noise rock e dello shoegaze contemporaneo, artisti toscani (e poliziani) che hanno convinto critica e pubblico nell’ultima stagione musicale.

Si parte mercoledì 5 settembre 2018 alle 21:30 con gli Aquarama, che hanno esordito un anno fa con il disco Riva, dimostrando la capacità di mescolare i ritmi tropicali con le atmosfere vintage. Segue M¥SS KETA, l’anima situazionista dell’elettronica italiana, cela il suo volto dietro un velo e degli occhiali da sole, incorniciati dal capello platino: di lei si conosce l’irriverenza e la sensualità del suo accento galloitalico, spalmato sui ripiani sonici dei migliori producer italiani. Gli headliner della prima serata sono gli americani A Place To Bury Strangers, paladini dello shoegaze del nuovo millennio, crudi e rumorosi, passano dal noise alla psichedelia, filtrando tutto il caos sonoro di New York.

Giovedì 6 settembre si apre con i figli della valdichiana, il caschetto rosa e la gioventù ruggente dei ROS sono entrati nel cuore di milioni di italiani, portando alta la bandiera rock della Toscana: dopo aver aperto i concerti di Marilyn Manson e A Perfect Circle, arrivano al Live Rock Festival per presentare il loro disco d’esordio. Segue Andrea Laszlo de Simone, probabilmente il miglior prodotto del panorama indipendente italiano, ormai composto da tante chimere e molto vocìo scomposto. Una rielaborazione di cinquant’anni di psichedelia in chiave cantautorale. Chiude la seconda serata Yungblud, 21 anni e un mese, che mescola la tradizione esplosiva dell’entroterra inglese con le nuove espressioni dell’hip-hop e la cultura di strada: praticamente il suono del prossimo decennio.

Venerdì 7 è aperto dal trio di ispirazione afro blues Hit Kunle, riprendendo la linea world music onnipresente in tutte le edizioni del festival, seguiti da Black Beat Movement, un collettivo milanese che fonde il jazz con tutta la secolare evoluzione della musica nera. A chiudere la serata del venerdì c’è Sir Bob Cornelius Rifo, con il progetto Bloody Beetrots: italianissimo ma stabile nell’empireo delle produzioni statunitensi, ha calcato tutti i palchi più importanti del mondo. Dal Tomorrowland a Sanremo in coppia con Raphael Gualazzi, dal Coachella al Rock Am Ring, senza perdere mai la sua identità esplosiva. Vanta collaborazioni con Steve Aoki, Tommy Lee e Paul McCartney, e chiuderà il venerdì notte di LRF: ci sarà da divertirsi.

Sabato 8 settembre Lucio Leoni salirà sul palco alle 21:30, con il suo cantautorato drammaturgico, i suoi recitativi a metà tra il rap e l’irriverenza punk, ha conquistato il cuore di tantissimi ascoltatori. Segue Akua Naru, una militante prima che una grande voce soul, rivendica le lotte delle donne afroamericane cavalcando le ritmiche funk, jazz e hip hop. Gli Shame sono la grande proposta di quest’anno, e saranno l’ultimo live del sabato sera: emergono dall’underground londinese, si sono conquistati uno spazio rilevante della scena musicale inglese con il graffio dei loro amplificatori e l’energia scatenata nei live. A chiudere la serata il dj set di Herva, grande promessa dell’elettronica fiorentina già sbarcata su etichette internazionali come Planet Mu e Delsin.

Domenica 9 settembre sarà Eleonora Betti ad aprire l’ultima serata di LRF: proporrà un pop d’autore, una musica colta  figlia della sua formazione accademica in pianoforte e canto che si configura in una poetica fuori da tempo e storia, incasellabile e degna dell’ascolto più attento. In seconda battuta gli  Eugenio in Via di Gioia, che aumenteranno le ritmiche tra le plettrate vigorose sulle chitarre acustiche e la frizzantezza dei loro testi, sarcastici e spietati, racconteranno l’Italia contemporanea con l’ironia che meritano i drammi. A chiudere il Live Rock Festival saranno i Pere Ubu, padri del post-punk americano. Dopo quarantatre anni di carriera, cominiciano una nuova tournée italiana partendo proprio da Acquaviva, con un live gratuito – è sempre bene ricordarlo – in una storica reunion con il bassista Tony Maimone fondatore della band.

Cinque serate di grande musica, di grande qualità gastronomica, di buone pratiche e di educazione alla convivenza. Cinque serate gratuite, senza token, senza biglietterie né selezioni all’ingresso. Cinque serate di gioia alle quali mancare sarebbe un gran peccato.

«L’azzardo è l’antidoto contro la prevedibilità»

 

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‘Tre Gotti al Campino’ – Dieci anni di rock nel caratteristico borgo di Trequanda

Arrivata al decimo anno, “Tre Gotti al Campino”, la festa della birra di Trequanda, è pronta per un’edizione con il botto. Nata tra gli anni ’90 e i primi del…

Arrivata al decimo anno, “Tre Gotti al Campino”, la festa della birra di Trequanda, è pronta per un’edizione con il botto. Nata tra gli anni ’90 e i primi del 2000, la festa ebbe una battuta di arresto, ma grazie alla buona volontà e alle idee di gruppo di ragazzi trequandini, nel 2009 rinasce con più grinta e con le idee ben chiare: coniugare musica di alto livello, buona cucina e tanto divertimento.

‘Tre Gotti al Campino’ edizione numero 10 è organizzata dai circoli ARCI e ACLI di Trequanda, in collaborazione con il Comune e si svolge da giovedì 16 a domenica 19 agosto 2018 presso il Parco delle mura Ornella Pancirolli di Trequanda.

Per conoscere un po’ di più il festival che scuote Trequanda e le calde notti della Valdichiana, abbiamo contattato gli organizzatori che ci hanno spiegato come è cambiata negli anni la festa e qual è la line up di questa decima edizione.

“La festa è stata ideata da un gruppo di amici in una sera d’estate. Inizialmente il nome per intero era “Tre Gotti al Campino due di Birra e uno di Vino”,  poi è stato abbreviato per essere condivisa da tutti i ragazzi del paese. Per quanto riguarda lo staff, invece, è composto principalmente da, come ci chiamano tutti, “i ragazzi di Trequanda“. Gli ultimi anni sono serviti per integrare nel collettivo pure le generazioni più piccole per far si che la festa duri molti anni ancora”

Un’organizzazione, quella di ‘Tre Gotti al Campino’, che coinvolge tutta la comunità di Trequanda perché oltre ai ragazzi che si occupano della parte musicale e artistica, ci sono le donne che si occupano della cucina mentre gli uomini che pensano alla parte gastronomica, per lo più genitori degli organizzatori e non, che da oltre 10 anni a questa parte sono parte integrante della festa.

“La manifestazione è crescita insieme a noi ragazzi. Io avevo 16 anni quando c’è stata la prima edizione – mi spiega Francesco Bronzi, uno degli organizzatori – e adesso ne ho 26. È stato un crescendo sia per quanto riguarda i gruppi musicali, sia per quanto riguarda la promozione dei prodotti locali”.

Poi Francesco, insieme agli organizzatori, mi spiega cosa hanno in serbo per il pubblico della Valdichiana in questa grandissima decima edizione di ‘Tre Gotti al Campino’:

“Questa sarà un’edizione speciale, che tutti aspettavamo. Se qualcuno anni fa ci avesse detto che avremmo fatto quello che abbiamo fatto forse non ci avremmo creduto. La decima edizione è qualcosa che sicuramente resterà nella storia di questo bellissimo borgo, ci saranno alcune sorprese che al momento non è possibile annunciare, ma sappiamo che i fedelissimi di questo incredibile festival e non, non rimarranno delusi”

Sicuramente sappiamo che la prima serata, quella del 16 agosto, sarà animata dai Red Light Skyscraper, Universal Sex Arena e della Fuzz Orchestra. Venerdì 17 Agosto sarà la volta della band che deve i suoi natali proprio a Trequanda e che con al loro musica stanno girando l’Italia e sta mettendo a segno collaborazione importanti, ovvero gli Impatto Zero. Insieme a loro i Botanici e Braces Bros. Only Vinyl Dj Set (Yuri Braces & Ivan Braces Viti). Sabato 18 Agosto salirà sul placo di Trequanda Simone Rocchi, i Vins-t e Bobo Rondelli. E infine domenica 19 agosto grande finale con The Big Blue House e gli Etruschi From Lakota.

Anche quest’anno gli artisti sono stati scelti osservando le proposte del mondo musicale attuale e guardando all’Alt Rock nostrano. Oltre a selezionare gli artisti di livello nazionale, gli organizzatori danno spazio anche a band e giovani artistic che conoscono personalmente. Insomma un festival che non ha niente a cui invidiare ai fratelli più grandi che dominano il panorama musicale della Valdichiana con tanti giovani all’opera uniti dalla passione per la musica con l’intento di unire e rendere coesa la comunità di Trequanda.

Appuntamento quindi dal 16 al 19 agosto 2018 nel caratteristico borgo della Valdichiana per tanto divertimento, buona birra, ottimo cibo e ovviamente del giusto accompagnamento musicale, contornato da un incredibile area, quella del Parco delle mura Ornella Pacirolli, che offre una vista veramente stupenda del paese e del panorama che ci circonda

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Willie Peyote: la rabbia per la politica, la fiducia per ripartire

Per descrivere Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, sono stati usati tanti aggettivi, molti paragoni e giochi di parole. Io mi sento di aggiungere “uno di quelli che servono alle…

Per descrivere Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, sono stati usati tanti aggettivi, molti paragoni e giochi di parole. Io mi sento di aggiungere “uno di quelli che servono alle generazioni più giovani e alla musica”. Sui palchi italiani sta presentando il suo ultimo album Sindrome di Tôret uscito il 6 ottobre per l’etichetta 451.

Senza mai perdere la solennità per i temi trattati, riesce a essere allo stesso tempo provocante e dissacrante, ironico e irriverente, incazzoso e romantico (a modo suo). Il suo rappare si lega alle lezioni del cantautorato più classico, al pop e a mille altre sfumature. Non a caso dentro al suo ultimo disco le sonorità spaziano dal punk al funk, passando per il jazz fino all’hip-hop. Un vero mosaico. Per il Peyote la musica significa anche comunicare prendendo posizione e lo dice chiaro e tondo “non rimo: divulgo”.

Lo abbiamo intervistato dopo il suo concerto alla Festa dell’unità di Torrita di Siena e abbiamo imparato che non le manda a dire e che non si piegherebbe mai a nessuno. Ah, è anche “uno di noi”, uno easy.

C’è tantissimo “Daniele Silvestri” nei tuoi testi e nelle tue musiche. Mi sbaglio?

“Beh, l’ho ascoltato moltissimo. Secondo me è il più bravo di tutti i cantautori italiani di seconda generazione. Scrive da Dio. Tra tutti è quello che sicuramente mi ha influenzato di più, insieme ovviamente ad artisti più vecchi tipo Gaber, Iannacci, Buscaglione. Ha un modo molto ironico di gestire la scrittura e il palco. Poi ti dico che un mese fa a Roma è venuto a vedermi suonare con i figli… sembrerebbe essere fan.”

Un bel traguardo, no?

“Minchia! Una delle cose più belle che mi siano successe!”

Anche stasera, come sempre, hai dimostrato di aver riportato il rap sul piano sociale. Prima di te c’erano Frankie Hi-Nrg, Caparezza, i 99 Posse, poi però qualcosa è cambiato. In quale direzione è andato il rap?

“Ma sai, in realtà è un falso mito quello che vede il rap come strumento per far emergere le problematiche sociali. Ovviamente il rap nasce negli USA all’interno dei quartieri afroamericani, dove era forte il senso di rivalsa sociale. Ma vede la luce come genere per far divertire le persone, perciò non dobbiamo aspettarci che il rap abbia per forza contenuti sociali. In Italia s’è legato da subito alle posse, a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, quindi da sempre pensiamo che sia così. Dopodiché ti dico che non me ne frega un cazzo di quello che fanno gli altri. Io ho bisogno di dire delle cose, ho una coscienza politica e la metto nelle mie canzoni. Gli altri sono liberi di fare quello che vogliono. Non so verso quale direzione sia andato il rap, ma secondo me la musica non deve andare da nessuna parte. Ogni artista fa quello che sente. Ognuno deve fare quello che vuole fare.”

Il cantante oggi deve riappropriarsi della responsabilità politica?

“Solo chi se la sente. Non deve essere obbligatoria: se hai una coscienza politica è giusto che tu la metta nella tua musica. Se sei uno a cui non frega un cazzo è giusto che ti faccia i cazzi tuoi, perché un ignorante che parla di temi importanti è peggio di uno che non ne parla.”

Qualche giorno fa abbiamo intervistato I Ministri parlando, tra l’altro, di fiducia che poi è anche il loro nuovo album. Nelle tue canzoni c’è lo stesso appello e una critica verso chi questo atteggiamento l’ha dimenticato. Quanto è importante ritrovarlo?

“Senza fiducia non si può vivere. Io in realtà non ho molta fiducia negli esseri umani, soprattutto se tengo a una persona paradossalmente mi fido meno, perché mi sento vulnerabile e quindi ho più paura. Però sarebbe bello che tutti ci sentissimo parte della società sapendo che chi è di fianco a noi, se avessimo un momento di difficoltà, ci aiuterebbe. In italiana non è così. La fiducia nella persona che ti sta accanto andrebbe ritrovata, a prescindere da quale sia il grado di parentela o di amicizia. Sai perché non c’è fiducia? Perché tutti inconsciamente sanno che non si spenderebbero per l’altro e se tu per primo non lo fai pensi che l’altro si spenderebbe per te? È colpa nostra. Non coltiviamo più il concetto di comunità. Non c’è bisogno di essere tutti d’accordo: la comunità è anche un luogo in cui si discute, è la sensazione di poter essere utile e aiutare il prossimo. Questa roba non c’è. Dovremmo avere più fiducia nell’essere umano.”

Tu però ne parli sempre, sali sul palco e arrivi al punto di arrabbiarti. Ci credi davvero nel miglioramento?

“C’è un inizio. Bisogna tutti tornare a pensare di più, a pensare con la nostra testa e a prenderci la responsabilità dei nostri pensieri e delle nostre azioni. Quello è il meccanismo. Dobbiamo smettere di parlare per titoli di giornale, per slogan televisivi o da social network. Dobbiamo tornare a parlare e pensare come vogliamo noi. Sarebbe già un inizio. Nessuno deve pensare come me, ma con la propria testa. Poi se ne può parlare. Però ognuno dovrebbe essere consapevole di quello che pensa non andare avanti per sentito dire. C’è un momento in cui ti accodi a delle idee che funzionano. Succede nella musica, succede nella politica. Tutti lo facciamo, ci sta, ma troppi non hanno le palle di prendere posizione e staccarsi dal branco. Io prendo posizione e c’è un sacco di gente che mi dice “oh ma guarda che è un rischio, perdi del pubblico”. E vabbè. Non voglio essere ascoltato da gente che alla festa dell’unità mi manda a cagare se faccio un pezzo antifascista.”

Ecco, cosa è successo a Torrita? Sul palco ti sei preso a parole con qualcuno…

“C’erano due al bar che dopo la strofa a cappella mi hanno fatto un suca. È per quello che ho fatto quell’invettiva. Non me ne fotte di ricevere un suca, non è il primo e non sarà l’ultimo. È il contesto che mi fa incazzare: se alla festa dell’unità, in un posto di provincia, qualcuno si incazza se viene trattato un tema antifascista dal palco allora abbiamo tutti un problema grosso di identità. E nessuno se ne rende conto. C’erano un sacco di vecchi, del PD probabilmente, seduti su quelle cazzo di sedie. Io ho parlato di molti temi importanti, di cose su cui bisognerebbe ragionare, ma loro sono figli di una politica che è morta. Vincerà sempre Salvini se continueranno ad essere loro l’opposizione. Sono tutti morti dentro. Su questo hanno ragione i 5 stelle: intorno a loro c’era la morte, Salvini ha distrutto tutto quello che aveva intorno, perché ha la forza di chi parla male, ma parla alle persone. Invece la sinistra è staccata dalla popolazione da ormai un sacco di tempo e queste situazioni qua mi fanno prendere male, mi incazzo quando vedo ‘sta roba, perché c’è gente che organizza queste cose chiamandole Feste dell’unità, per retaggio, per tradizione. Di vero senso di appartenenza, qua dentro, non c’è più un cazzo e questo è grave.”

Per calmare un po’ gli animi, ci dici com’è suonare con Roy Paci?

“Figo. Con i musicisti così è sempre molto figo. Poi lui quando prende la tromba in mano è mostruoso.”

Com’è andata? Come vi siete conosciuti?

“Mi ha scritto e poi ci siamo beccati a un concerto. Siamo diventati amici e sono andato nel suo studio a Lecce a registrare Sindrome di Tôret. Siamo diventati ancora più amici, ogni tanto ci becchiamo. Mi piace che la musica sia condivisione. Deve esserlo.”

Suonerete insieme?

“Ma guarda, ora sarà difficile perché siamo in tour e come puoi immaginare ci sono un sacco di complicazioni logistiche. Però prima o poi succederà.”

In Toscana suoni spesso. Com’è la risposta del nostro pubblico?

“Ultimamente ci suono spesso sì: Arezzo al Mengo, a Fucecchio, a Firenze e qua. Abbiamo esordito con un sold-out alla Flog totalmente inaspettato e da lì la regione ha risposto molte bene: al di sopra delle nostre aspettative. In realtà tutta Italia sta rispondendo molto bene.”

Magari ne ha bisogno. Secondo me c’è una valanga di giovani che hanno urgenza di sentire queste cose: hanno bisogno di ritrovare fiducia, iniziando a riconoscerla fra coetanei.

“Bene. Io provo a farlo, poi ognuno si riconosce in ciò che vuole. È un momento storico in cui le cose da un punto di vista musicale funzionano. La gente va ai concerti, quindi bella storia. Se riusciamo a far divertire le persone e a farle pensare allora benissimo!”

Molti provano a circoscriverti in categorie musicali sempre diverse, a cucirti addosso un genere su misura. O ci dici tu cosa fai oppure ne invento un’altra anche io: RAPACAZZO. Un mix tra rap e cacacazzo, visto che rompi i coglioni a molti con la tua musica…

“Ci può stare. È la prima volta che mi viene detto, ma me l’accollo. Potrei essere io in effetti! Comunque io non mi definisco. Non ci si definisce da soli. Tu sei. Gli altri ti definiscono.”

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La consacrazione del Mengo Music Fest – Intervista a Paco Mengozzi

Si è appena concluso il Mengo Music Fest e l’affluenza record di 30mila spettatori che hanno preso parte al festival ha dato ragione dell’eccezionale lavoro fatto dagli organizzatori nel corso…

Si è appena concluso il Mengo Music Fest e l’affluenza record di 30mila spettatori che hanno preso parte al festival ha dato ragione dell’eccezionale lavoro fatto dagli organizzatori nel corso degli anni. Chi il Mengo lo segue da sempre, o comunque da molti anni, si sarà sicuramente accorto dei risultati raggiunti, frutto dell’impegno e dell’esperienza maturati nelle varie edizioni.

Il viaggio del Mengo Music Fest inizia nel 2004 e noi, dopo l’intervista a “I Ministri”, ci siamo fatti raccontare un po’ di cose da Paco Mengozzi, uno degli storici organizzatori.

Mengo Music Fest nel 2009

Com’è nata l’idea? Quali erano i sogni e le speranze di quel giovane di 14 anni fa?

Il Mengo nasce come una cosa del tutto spontanea. Al parco di Via Alfieri c’era il chiosco di mio babbo e un gruppo di ragazzi si riuniva lì per passare i pomeriggi parlando e bevendo birra; la maggior parte suonava in gruppi e nacque proprio su quelle sedie disposte intorno ai tavolini l’idea di suonare insieme. Chiamandosi il chioschino Mengo decidemmo di chiamare così le nostre serate.

Com’era allestito?

Una pedana con due casse e via (ride). Suonava chiunque volesse suonare. Era tutto organizzato fra amici all’ultimo minuto. Ci divertivamo tantissimo.

Come è potuto crescere fino a questo punto?

Già dall’anno successivo il numero dei partecipanti era aumentato e così quello dopo ancora. Creammo un’associazione che si chiama Music! allo scopo di dare maggiori opportunità a tutti quelli che ci chiedevano di suonare. Negli anni siamo cresciuti sempre più, soprattutto dal punto di vista organizzativo. Nel 2009 c’è stata una prima svolta in cui abbiamo ospitato I Ministri, erano anche loro agli inizi, ma già facevano la differenza. Da quella data i cantanti del panorama nazionale e internazionale si sono susseguiti sul nostro palco fino a comprendere lo Stato Sociale, Calcutta, Zen Circus, Fask, Levante, ecc. Quest’anno ha suonato anche Cosmo.

Chi sono le anime di tutto questo?

Inizialmente volontari che si erano riuniti nell’associazione Music!. Poi molti di loro sono diventati tecnici di palco, turnisti, musicisti, professionisti della musica insomma: i punti di riferimento per il festival. Ci sono anche tanti di noi che dedicano il proprio tempo al Mengo, prendendo ferie dal lavoro e si mettono qui a sudare in pieno luglio. Ovviamente ci sono gli sponsor, senza di loro non saremmo a questo livello.

Oggi cosa è diventato? Cos’è per te il Mengo? Te lo immaginavi così 14 anni fa?

È lo stesso piccolo palco con una pedana e due casse, in versione gigante. È il nostro sogno che si realizza. Sogno che richiede passione e impegno. Adesso è a tutti gli effetti un lavoro, perché l’organizzazione si protrae per tutto l’anno. È principalmente una festa dove il risultato è frutto dell’impegno di professionisti.

Tantissimi elogi e apprezzamenti su giornali e radio. Anche all’inizio dell’avventura erano tutti così entusiasti?

All’inizio non avevamo neanche aspettative. Poi dal secondo anno già la cosa si era ingrandita e l’asticella si alzava. Devo dire che il pubblico ci ha aiutato tantissimo e gli abitanti di Arezzo ci hanno sempre apprezzato, questo ci rende veramente orgogliosi.

Questa edizione la possiamo definire come la consacrazione a grande evento nazionale?

Sì dai. È l’edizione della svolta. Le serate sono state di grandissimo livello sia per le performance sul palco che per la risposta del pubblico. Siamo contentissimi. Molto è dovuto al fatto che questo è un festival gratuito, genere quasi del tutto sparito in Italia. Nonostante non ci sia un biglietto da pagare riusciamo comunque a dare un ottimo prodotto al pari di quegli eventi che invece richiedono il ticket. È importante sottolineare questa cosa della gratuità, perché è difficilissimo e faticosissimo ricercare sponsor e finanziamenti per mesi e mesi avendo come obiettivo quello di creare concerti di altissimo livello. Ci metteremo sempre tutto il cuore e l’impegno che abbiamo!

Mengo Music Fest nel 2018

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I Ministri, la rabbia, i dubbi, la fiducia… il romanticismo – Dal G8 del 2001 al Mengo Music Fest

Abbiamo voluto ripercorrere la storia de I Ministri legandola alla spettacolare evoluzione del Mengo Music Fest. Dagli esordi della band milanese nel 2006, passando per la svolta del festival aretino…

I Ministri

Abbiamo voluto ripercorrere la storia de I Ministri legandola alla spettacolare evoluzione del Mengo Music Fest. Dagli esordi della band milanese nel 2006, passando per la svolta del festival aretino nel 2009 che li vide come protagonisti, fino a questa stupenda XIV edizione dove si sono incontrati di nuovo.

Sei album in dodici anni. A marzo è uscito il loro ultimo lavoro, Fidatevi. Ci spiegano come il tema della fiducia sia uscito spontaneo dai loro testi, che neanche lo avessero pensato come base di partenza per la scrittura del CD: come se fosse esplosa una necessità inconscia in un periodo privo di fiducia.

Al Mengo c’eravate già stati nel 2009, che impressione vi fa a distanza di tanti anni?

Allora era un contesto molto diverso da quello di oggi: i ragazzi dell’organizzazione provavano a muovere i primi passi in una situazione davvero problematica, ereditiera della parabola di Arezzo Wave. Oggi per noi il Mengo è diventato una realtà grandiosa, essenziale sia per la Toscana che, soprattutto, per l’Italia.

Da alcuni anni si stanno risvegliando i festival. Come avete vissuto la loro fase di declino e di ripresa?

Innanzi tutto, non bisogna pensare che se un festival funziona allora ha raggiunto il quorum culturale che in realtà meriterebbe il concetto di festival. In Italia siamo attaccati all’idea di dover proporre le realtà musicali “del momento”. Il Mengo, come la maggior parte delle manifestazioni, chiama band in tour che presentano sempre i loro nuovi lavori e questo, per fortuna, richiama un gran pubblico. Ma cosa succederebbe se facessero come all’estero, dove si ingaggiano artisti e band di altissima qualità anche al di fuori dei loro tour personali? Inoltre, le serate dei festival italiani sono molto schematizzate in base al genere musicale. Ieri la serata hip-hop di Gemitaiz, oggi la serata rock e blues con i Bud Spencer Blues Explosion e I Ministri. Per noi tutto questo non dovrebbe esistere. Dovrebbe essere un grande calderone, un mix di sonorità, concetti e ritmi. La musica deve coinvolge tutte le persone, non creare fedi musicali. Purtroppo, a livello internazionale siamo ancora indietro da questo punto di vista, ma ben vengano momenti magnifici di festa: ne abbiamo davvero bisogno, soprattutto dopo un periodo in cui la musica italiana ha subito una specie di stagnazione.

Quando avete iniziato avevate i vostri punti di riferimento musicali. Adesso sentite la responsabilità di essere voi quel punto di riferimento per le nuove generazioni?

È bello sapere che sei un esempio per molti, ma non la viviamo come una responsabilità o un qualcosa che ci consacra nell’olimpo della musica. L’importante è ricordarsi di lavorare con serietà e professionalità, perché in fin dei conti è ancora più bello farlo per chi, là fuori, crede in te. È importante dare un esempio di serietà e dedizione verso la musica ai ragazzi che si approcciano a questo mondo bellissimo. Una cosa interessante del rock è il fatto che può essere replicabile, perché relativamente semplice. Un concetto molto distante da quello della musica del producing o dell’elettronica, perché rifare una cosa che di base non è concreta perde il suo significato sociale e culturale: non ho mai sentito nessuno rifare i Club Dogo o Dr. Dre. Questa differenza consente al rock di avere una tradizione indistruttibile, che dura dagli anni ’60. È un collante di umanità per le persone che hanno interessi e passioni comuni. La cosa che notiamo essendo una band perennemente in tour è che nelle grandi città questo sta scomparendo. L’individualismo è diventato imperante e ha portato a valorizzare i suoi contenuti tipici, che non apprezziamo affatto. Le persone di provincia cercano davvero di coinvolgersi nelle vite di tutti, si creano momenti di aggregazione e di cultura che portano a stare bene. Sembrano discorsi fuori tempo, ma tutto questo esiste.

Mi pare proprio che stiate parlando anche di voi stessi, della vostra storia, dove il discorso politico è sempre stato caratterizzante. Siete tra le pochissime band che provano a sensibilizzare sull’attualità, anche con parole e argomenti inusuali. Quanto è importante continuare a farlo?

Lo ripeto: la musica è fatta per stare bene, non per i soldi e il successo. Anche se chiunque guardandosi allo specchio con una chitarra ha pensato “quanto sono fico, quante ragazze mi faccio”, resta comunque qualcosa di naturale e frutto dell’inesperienza, ci siamo passati tutti: inutile nasconderlo. Il nostro obiettivo è ottenere il consenso di qualcuno, non sono la fama e i soldi. Ricerchiamo soprattutto il rispetto da parte delle persone che ci stanno a fianco. Le nostre parole sono molto poco popolari, ma questi siamo noi senza calcoli e costrizioni. È anche un modo per distinguersi. Sappiamo benissimo che i nostri messaggi arrivano solo a una minoranza di giovani, ma non c’è nulla di male nelle minoranze. A volte succede che sono proprio queste che formano un pensiero che metterà in moto il cambiamento. Questo disco ci rispecchia a pieno, molto più di atri che abbiamo fatto. Ci interessano molto i giovani che ci stanno scoprendo adesso con questi messaggi e queste parole. I dischi sono tappe di un percorso lunghissimo, sono dei momenti che cristallizzano un periodo di contemporaneità veramente vissuto, sono i capitoli delle nostre vite e le nostre vite sono sincere. È fondamentale continuare a cantare le parole che ci vengono da dentro, per noi e per chi in noi si riconosce.

Photo Credit: Giovanni Bellacci

Serviva davvero una band che in questo momento storico italiano prendesse posizione. Molti personaggi pubblici che potrebbero farlo non si espongono, come mai?

La nostra è una presa di posizione dalla base verso concetti di principio, più che sulle singole questioni. Oggi la gente è sempre pronta a ringhiare contro obiettivi occasionali, oggi gli immigrati, domani qualcun altro, insultando e mordendo in ogni modo possibile, soprattutto attraverso i social, usati in maniera indegna dai nostri ministri. Credo che sia frutto di tanta paura, che coinvolge tutte le classi sociali.

So che avete agganciato il G8 di Genova con la vostra partenza come band. Che rapporto c’è stato con quell’evento?

È stato un punto di chiusura di un’era e l’inizio di una nuova. Siamo cresciuti ascoltando una musica veramente alternativa cantata in italiano, ma con sonorità internazionali. Erano gli anni della ricerca di un’Italia diversa. Gli occhi e le orecchie erano puntati all’estero in ogni direzione per captare qualcosa che potesse migliorare il nostro mondo. In quegli anni tutti i percorsi musicali che seguivamo erano accomunati da una radice comune: quella dell’ideologia di sinistra. Il G8 ha messo in crisi la condivisione dei valori di questa parte politica: sono diventati pericolosi e tu all’improvviso diventavi comunicatore di qualcosa che era marchiato come terrorismo. I musicisti si sono ritrovati soli, accusati per le loro parole e le loro idee. Noi abbiamo visto Milano cambiare tantissimo dal 2001 a oggi. La nostra città aveva moltissimi centri sociali dove siamo cresciuti come band. Era un periodo in cui il rock e la musica erano profondamente legati ai centri di aggregazione di sinistra: luogo dove la cultura si muoveva e prendeva vita. Ad un certo punto hanno cominciato a chiuderli tutti e il circolo Arci è diventato “l’alternativa culturale”. Ma si trattava di una situazione molto curata dallo Stato e dal partito, non una situazione borderline, autogestita dalle persone, con nuove idee e proposte. Si è smesso di dar fiducia e di credere nella gente e questo ha portato ad un profondo e diffuso individualismo. Tutto doveva essere filtrato da un controllo di Stato e la musica è stata costretta ad autocensurarsi. Noi siamo cresciuti in quest’ambiente.

Vi siete autocensurati voi?

Nah. Quando è successa tutta questa storia noi stavamo praticamente iniziando (era il 2006) e i fatti del G8 erano in una fase di rielaborazione. Già si vedeva come qualcosa di lontano e noi fummo tra i pochissimi che per la prima volta dopo cinque anni urlavano di nuovo quella tipica aggressività che nasce dalla protesta contro le ingiustizie. Per quasi un decennio venne addomesticata la denuncia tipica del rock e al suo posto subentrò lo stile, il ben vestire, l’ordine: una visione molto estetica, innaturale. Noi invece siamo stati fin da subito molto fisici e incazzati, sia nel modo di suonare sul palco che in quello di comunicare. Eravamo molto fuorimoda quando siamo usciti e lo siamo rimasti. Costruivamo le nostre canzoni sulla rabbia e la protesta, ma anche sul dubbio: un racconto interiore di come le cose ci trascinavano dentro e ci cambiavano nostro malgrado. Però con orgoglio ti possiamo assicurare che non siamo cambiati per un cazzo.

Cosa vorrebbero lasciare i Ministri?

L’idea che la musica possa continuare a essere qualcosa che davvero serve all’essere umano e che non sia fatta solo per intrattenere. Per noi è uno stile di vita che porta anche a sacrificare noi stessi. Vorremmo che venisse riconosciuto che la musica ha ancora una valenza nelle vite delle persone, qualcosa che si deposita nei cuori e ci accompagna per sempre. Un po’ di sano romanticismo!

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Acid-Rock dalle contaminazioni etniche: i Giöbia al GB20

La prossima serata in programma questo sabato 21 Aprile al GB20 di Montepulciano vedrà come protagonisti i milanesi Giöbia, dei veri e propri veterani dell’acid-rock e dello space rock. La…

La prossima serata in programma questo sabato 21 Aprile al GB20 di Montepulciano vedrà come protagonisti i milanesi Giöbia, dei veri e propri veterani dell’acid-rock e dello space rock. La formazione è infatti attiva da svariati anni, e il primo disco d’esordio è datato 2004, intitolato “Beyond The Stars”, seguito poi da “Hard Stories” quasi sei anni dopo. Paragonabili ad altre band già ospitate al GB20, come i New Candys, i Giobia godono anch’essi di buona fama internazionale.

Beyond The Stars” è un disco che introduce subito alla caratteristica fondamentale della band che tutt’ora è rimasta, ovvero un sound sfaccettato e vario, che attinge dal rock, dal pop, dalla dance, introducendo pure intriganti atmosfere etniche. Un disco da “beata incoscienza”, che, come tutte le band all’esordio, è caratterizzato da musica visionaria e voglia di stupire l’ascoltatore. Nuovi equilibri e una maggiore maturità invece vengono raggiunti nel terzo disco “Introducing Night Sound”, forse avvicinandosi, in qualche modo alle sonorità dei Kasabian, pur mantenendo quella cifra stilistica fatta da interessanti contaminazioni tra musica etnica e psichedelia.

Certo, c’è da dire che forse questo genere negli anni è andato verso la saturazione di proposte, ma quello che conta è la piacevolezza e la qualità della proposta e i Giöbia di certo hanno sempre saputo mantenere un buon livello complessivo nella loro discografia. Per farsi un’idea della loro resa in sede live, inoltre, la band ha pubblicato un CD live, “Live Freak”, nel 2017.

Non resta quindi che darvi appuntamento al GB20 di Montepulciano questo sabato, per una serata all’insegna dell’acid rock e di interessanti contaminazioni etniche. Qui l’evento su Facebook.

Discografia:

Beyond The Stars (2004)
Hard Stories (2010)
Introducing Night Sound (2013)
Magnifier (2015)
Live Freak (2017)

Riferimenti:

Giöbia – Sito Ufficiale
Giöbia – Pagina Facebook

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Shoegaze e psichedelia: i New Candys al GB20

La prossima serata in programma sabato 31 Marzo al GB20 di Montepulciano vedrà come protagonisti i veneziani New Candys. La formazione è nata nel 2008 e vede la partecipazione di…

La prossima serata in programma sabato 31 Marzo al GB20 di Montepulciano vedrà come protagonisti i veneziani New Candys. La formazione è nata nel 2008 e vede la partecipazione di Fernando Nuti (voce, chitarra, sitar), Diego Menegaldo (chitarra, cori), Andrea Volpato (basso, chitarra, cori) e Dario Lucchesi (batteria, percussioni).

Le sonorità di questa band attingono dal rock e dalla psichedelia, mescolando pura energia rock ‘n’ roll, schietta e diretta, con elementi di psichedelia e shoegaze, quei generi in cui tutto si fa molto più ampio, sporco e distorto. Il tutto, cercando di combinare modernità e passato, per non essere una proposta puramente derivativa, ma anche con una personalità e uno sguardo proiettato verso il futuro e nuovi orizzonti da esplorare. Come quasi da prassi per ogni band, tra l’altro, il terzo album dei New Candys, “Bleeding Magenta” è un ottimo punto di partenza per conoscerli, ma anche un ottimo compendio tra il loro passato e il loro futuro musicale.

I New Candys hanno ricevuto un buon riscontro da parte della critica praticamente a partire dal proprio EP autoprodotto, seguito poi dal primo album “Stars Reach The Abyss” (Foolica) nel 2012. La discografia, poi, si è arricchita di altri due full-length, “As Medicine” (Picture In My Ear) nel 2015 e il già citato “Bleeding Magenta” (Fuzz Club), pubblicato nel 2017. Inoltre, non è mancato il successo anche in sede live, con tour nel Regno Unito all’inizio, per poi giungere al quarto tour europeo in carriera. Quest’anno, inoltre, l’obiettivo della band è di girare e di suonare anche negli Stati Uniti e in Messico, dopo il primo tour australiano con i The Baudelaires.

Non resta quindi che darvi appuntamento al GB20 di Montepulciano questo sabato, per una serata all’insegna del rock vestito di energia e distorsioni shoegaze. Qui l’evento su Facebook.

Discografia:

Stars Reach The Abyss (Foolica, 2012)
As Medicine (Picture In My Ear, 2015)
Bleeding Magenta (Fuzz Club, 2017)

Riferimenti:

New Candys – Sito Web Ufficiale
New Candys – Pagina Facebook

 

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Intervista ai ROS: “Si avvicina il tour, siamo pronti a fare Rumore!”

I ROS sono un “power trio” composto da Camilla Giannelli alla voce e alla chitarra, Lorenzo Peruzzi alla batteria e Kevin Rossetti al basso. Una giovane band originaria della Valdichiana…

I ROS sono un “power trio” composto da Camilla Giannelli alla voce e alla chitarra, Lorenzo Peruzzi alla batteria e Kevin Rossetti al basso. Una giovane band originaria della Valdichiana che alla fine dello scorso anno ha partecipato all’undicesima edizione di X Factor, il talent show musicale di Sky (qui potete ripercorrere la loro esperienza all’interno dello show). Dopo questa importante esperienza, che ha garantito loro visibilità e maturazione artistica, i ROS sono pronti a partire per il loro primo tour nazionale con una serie di tappe a partire dal mese di Aprile che comprendono Treviso, Firenze, Parma, Teramo e Roma.

Mentre fervono i preparativi per il tour, i tre ragazzi ci hanno concesso un’intervista per conoscere meglio le loro aspettative e avere un’anteprima delle prospettive musicali che riserverà loro il futuro.

“Ciao ragazzi, parliamo subito dell’esperienza di X Factor. Quanto vi ha fatto crescere quest’esperienza?”

Camilla: “X Factor è stata un’esperienza prima di tutto formativa, abbiamo avuto la fortuna di lavorare con personaggi come Manuel Agnelli e Rodrigo D’Erasmo, oltre a grandissimi vocal coach; questa è la cosa che più ci è rimasta, e ci sta aiutando tuttora dal punto di vista artistico. Manuel ci sta aiutando molto, lavoreremo ancora con lui ed è una opportunità che ci fa grandissimo onore. La formazione che abbiamo ricevuto a X Factor è stata molto importante, abbiamo suonato tantissimo e imparato ancora di più, ci siamo messi continuamente alla prova.”

“Manuel Agnelli è stato il vostro giudice a X Factor e continua a sostenervi, ma c’è stato un giudice che vi ha penalizzato? E tra i giudici delle passate edizioni, c’è stato qualcuno con cui avreste voluto lavorare?” 

Kevin: “Mara Maionchi ci ha penalizzati più di tutti… sicuramente ha i suoi gusti e le sue idee musicali, e un progetto come il nostro è un po’ più particolare. Sui giudici del passato non saprei, non ho mai visto X Factor quindi non ne ho la più pallida idea!”

Lorenzo: “Del passato direi Skin, ma anche Morgan sarebbe stato molto interessante… comunque siamo capitati in squadra con Manuel, e direi che meglio di così non poteva andarci!”

“Tuffiamoci nel passato, parlando delle vostre prime esperienze. Che ricordi avete del periodo in cui frequentavate le scuole superiori e in cui vi stavate avvicinando al mondo della musica?”

Camilla: “Della mia esperienza al liceo linguistico di Montepulciano mi ricordo tante cose. In quegli anni ho conosciuto Kevin, abbiamo cominciato a suonare insieme e ci siamo impegnati in tanti progetti. Di solito ci trovavamo all’autostazione, dopo le lezioni, e andavamo a suonare.”

Kevin: “Ricordo di aver passato ben sei anni a Montepulciano, prima frequentavo il liceo scientifico, ma suonavo troppo e sono bocciato. Insomma, la musica mi ha portato a cambiare scuola, sono passato ad economia e adesso mi sto laureando in scienze bancarie. Magari un giorno amministrerò le finanze dei ROS!”

“Come si è formato il vostro gruppo?”

Lorenzo: “In realtà hanno iniziato loro, io vivevo a Foiano… stavo cercando un progetto musicale in cui potermi impegnare seriamente e un giorno mi arriva un messaggio su Facebook da parte di una ragazza che stava cercava un batterista… che però ci teneva a specificare, si trattava di un progetto serio, voleva fare musica sul serio!”

Camilla: “Io e Kevin venivamo da varie esperienze musicali, anche a scuola, però abbiamo deciso di partire sul serio, lavorando al massimo su un solo progetto. Ci è balenata in testa l’idea di formare un power trio, ci mancava solo il batterista, abbiamo iniziato a fare provini a un po’ di persone finché non abbiamo trovato Lorenzo. Con lui è andata subito alla grande, cercavamo un batterista con uno stile molto forte dal punto di vista artistico e ci è piaciuto subito. Questo è successo tre anni fa. Abbiamo iniziato subito a lavorare su pezzi inediti, a cercare festival, lavorando tantissime ore al giorno, siamo cresciuti sempre di più, suonando in continuazione. Abbiamo fatto tanta gavetta, abbiamo suonato ovunque, anche in locali piccolissimi in cui ci chiedevano di abbassare il volume della batteria, che è piuttosto difficile!”

“A quei tempi il nome del vostro gruppo era l’acronimo di Revenge On Stage: siete ancora in quella fase, avete superato la voglia di vendicarvi?”

Camilla: “È vero, inizialmente ROS stava per Revenge On Stage, la vendetta sul palco. Abbiamo però iniziato da subito con la musica italiana e ci siamo staccati dall’idea di acronimo, ci siamo basati più sul colore, su questo nome diretto e d’impatto. In effetti la nostra è stata un po’ una vendetta sul palco, un riscatto contro chi non ci credeva… è stato un bel riscatto, finalmente arrivano le prime grandi conquiste!”

“Una delle grandi conquiste è il tour in arrivo: che prospettive avete, che emozioni state provando?”

Camilla: “Finalmente è arrivato il Rumore in Tour! Siamo felicissimi, il nostro obiettivo è sempre stato quello di suonare, calcare più palchi possibili e spaccare tutto davanti al pubblico!”

“Come sono cambiate le vostre influenze musicali e i vostri ascolti?”

Camilla: “I nostri ascolti hanno avuto un percorso molto interessante. Io sono partita dai Foo Fighters e dal rock moderno, Kevin viene dal metal classico, ovvero Metallica e Iron Maiden. Lorenzo ci ha fatto amare i cantautori italiani, perché quando l’abbiamo incontrato noi eravamo ancora un pochino scettici, ma pian piano i nostri ascolti si sono evoluti insieme. X Factor, paradossalmente, ci ha incattiviti! Avevamo paura che il nostro sound ne risultasse alleggerito, e invece no, siamo arrivati alla sesta puntata a portare i Rage Aganist the Machine in prima serata italiana. È stata un’esperienza che ci ha fatto scoprire molte cose, anche grazie all’aiuto di Manuel e delle sue proposte. Pensiamo ai The Kills, alla musica italiana come gli Afterhours e i Verdena… c’è stata una grandissima evoluzione dei nostri ascolti e ne siamo felici, siamo sempre pronti a scoprire nuova musica e a farci influenzare.”

“L’attuale industria discografica sembra preferire i brani digitali, gli ascolti su Spotify e il consumo usa e getta. In passato si lavorava per mesi alla produzione di un disco fisico, era necessario un grande lavoro prima di una pubblicazione. Come vivete questa situazione?”

Camilla: “Purtroppo o per fortuna, adesso il commercio musicale gira attorno al web, però ci sono i pro e i contro. Si sta perdendo l’importanza della stampa del disco fisico che è una cosa bellissima per un musicista, però allo stesso tempo si ha la possibilità di emergere e di farsi sentire anche dal nulla, si può arrivare a un sacco di persone in più e dare spazio a progetti musicali che non avrebbero potuto emergere. Per noi rimane comunque importantissimo il contatto diretto con il pubblico, salire sul palco e vendere i dischi fisici dopo il tour.”

“Come e dove vi vedete tra dieci anni?”

Lorenzo: “Tra dieci anni mi vedo su un palco a suonare.”

Camilla: “Tra dieci anni mi vedo sul palco del Wembley Stadium.”

Kevin: “Tra dieci anni mi vedo anche io sul palco… speriamo di essere sullo stesso!”

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Psych pop e synth eterei: i Dumbo Gets Mad al GB20

La prossima serata in programma sabato 17 Febbraio al GB20 di Montepulciano vedrà come protagonista una formazione caratterizzata da eterei synth che rimandano al psych pop più accattivante e ipnotico…

La prossima serata in programma sabato 17 Febbraio al GB20 di Montepulciano vedrà come protagonista una formazione caratterizzata da eterei synth che rimandano al psych pop più accattivante e ipnotico che il genere, specialmente in Italia, abbia mai saputo offrire agli ascoltatori: da Reggio Emilia – anche se negli ultimi anni la base è diventata Los Angeles – arrivano i Dumbo Gets Mad.

I Dumbo Gets Mad sono un duo composto da Luca Bergomi (voce e chitarra) e da Carlotta Menozzi (voce e tastiere) per quanto riguarda la parte che si riferisce puramente al lavoro in studio. Lavoro in studio che ha portato alla produzione di tre album in sette anni di carriera, tutti pubblicati dalla Bad Panda Records: “Elephants At The Door” nel 2011, “Quantum Leap” nel 2013, e “Thank You Neil” nel 2015. Dal lato delle esibizioni dal vivo, invece, il duo è affiancato da Alessandro Corradi al basso e Lorenzo Rotteglia alla batteria.

In sede live, la formazione guadagna corpo ed energia nelle sonorità, che virano più verso lo psych rock, anziché il pop. La voce eterea e cristallina di Carlotta è paragonabile a quella delle artiste synth pop più eclettiche del Nord Europa, ma non manca di versatilità e di interpretazione: la vocalist è cresciuta ed è maturata, stilisticamente parlando, in particolar modo negli ultimi due dischi “Quantum Leap”, forse l’album più riuscito dei Dumbo Gets Mad, con un’attitudine sicuramente più americana e votata al lo-fi, e “Thank You Neil”.

Non resta quindi che darvi appuntamento al GB20 di Montepulciano questo sabato, per una serata all’insegna del psych rock energico, ma che non dimentica anche le sue influenze pop e anche decisamente vintage. Qui l’evento su Facebook.

Discografia:

Elephants at the Door (Bad Panda Records, 2011)
Quantum Leap (Bad Panda Records, 2013)
Thank You Neil (Bad Panda Records, 2015)

Riferimenti:

Dumbo Gets Mad – Facebook
Youtube

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