La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

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“La bambina si chiamerà Italia!” – Quando Garibaldi passò da Foiano

Indagando sul passato di Foiano della Chiana, la cosa che più colpisce uno storico avventuroso è la tempra del suo popolo: geloso custode di antichissime e nobili tradizioni libertarie, strenuamente…

Indagando sul passato di Foiano della Chiana, la cosa che più colpisce uno storico avventuroso è la tempra del suo popolo: geloso custode di antichissime e nobili tradizioni libertarie, strenuamente difese in ogni epoca. Questi ideali di libertà e rivolta hanno lasciato ricordi legati anche a grandi personaggi della storia.

A confermare questa indole ribelle delle genti foianesi si possono rievocare a dimostrazione molti eventi di indiscutibile rilevanza storica, sia a livello locale, che a quello più ampio del contesto italiano ed europeo. Procedendo a ritroso negli anni e nei secoli ecco che si ricorda il ruolo attivo di molti giovani nella Resistenza antifascista; il coraggio di coloro che, tra i primi in Italia, si opposero alla violenza fascista con i famosi Fatti di Renzino; la nascente consapevolezza del movimento operaio e mezzadrile di inizio Novecento che, trasformata in coscienza di classe, combatté per il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita, ottenendo grandi successi come la modifica del patto colonico e il diritto di sciopero all’interno della fabbrica di tabacchi; la tradizione giacobina di Foiano, con la sua impermeabilità al movimento del Viva Maria e la profonda fede nella Rivoluzione francese scandita dal motto libertà, fraternità, uguaglianza; e, infine, l’interesse del famosissimo Machiavelli, che ebbe a scrivere il suo “Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati” scritto nel lontano 1503, dopo che i nostri antenati si opposero al dominio fiorentino.

Ma la storia di Foiano si lega anche con quella di un altro famosissimo personaggio storico, conosciuto come l’Eroe dei due mondi, ammirato e stimato in ogni continente: Giuseppe Garibaldi (1807 – 1882). La sua figura è da sempre associata alla spedizione dei Mille e all’Unità d’Italia del 1861, avvenimenti che si collocano in un contesto spazio-temporale molto più ampio della sola missione delle Giubbe rosse. La genesi di questo processo va ricercata nella Rivoluzione francese (1789 – 1799) e nei conseguenti avvenimenti sociopolitici che interessarono il Vecchio Continente.

I movimenti e le ribellioni nazionali che scossero l’intera Europa per tutto l’Ottocento, cominciarono a germinare negli anni successivi alla caduta di Napoleone, come contropartita alla bigotta e repressiva restaurazione dei principi. Verso la metà del XIX secolo una serie di conflitti sociali, economici, istituzionali e politici generatisi durante la restaurazione e usciti allo scoperto durante gli anni Trenta, portarono alla ribalta idee di libertà politica e civile, maturate negli ambienti intellettuali illuminati, espressioni anche della volontà popolare. Queste ideali si mescolarono a quelle di unità nazionale: esigenza che stava infuocando sempre più gli animi dei popoli che si volevano riconoscere liberi e fraterni sotto una comune tradizione e cultura. Erano gli anni dei Moti del 1848.

Fu un anno decisivo anche per l’Italia, dove scoppiarono rivolte sulla scia di quelle europee. Poco dopo quasi tutti i piccoli Stati (tranne il regno Lombardo-veneto e i ducati di Parma e Modena) avevano ottenuto un regime costituzionale. Negli stessi mesi i patrioti italiani intensificarono la loro lotta contro l’Austria usurpatrice e invasore, dando il via alla prima guerra di indipendenza italiana.

A Roma un moto insurrezionale mise in fuga il papa e dette vita alla Repubblica Romana (febbraio 1849), il cui governo provvisorio venne affidato ad un triumvirato formato da Mazzini, Armellini e Saffi; anche in Toscana venne cacciato il Granduca e creato un governo provvisorio. Questa situazione generale, però, si infranse pochi mesi dopo, quando la restaurazione ristabilì l’ordine con gli eserciti regi. A Roma il papa aveva chiesto alle potenze cattoliche di essere aiutato a ripristinare il potere temporale. Alla richiesta risposero la Spagna, l’Austria, il Regno delle Due Sicilie e la Francia repubblicana, il cui presidente, Luigi Napoleone, cercava l’appoggio dei cattolici per legittimare il suo potere. Dunque, nonostante la strenua difesa da parte di un gruppo di volontari capeggiati da Giuseppe Garibaldi, nel luglio 1849 la Repubblica Romana si arrese e i francesi. Solo Venezia, ora ultimo baluardo di speranza per i riformatori italiani, sembrava resistere all’assedio di Napoleone.

Così, il richiamo della libertà e della giustizia spinse Le lion de la liberté (come veniva chiamato Garibaldi in Francia) a intraprendere il pericolosissimo cammino da Roma, dove era appena stato sopraffatto dall’enorme forza francese, verso la Serenissima. Fu proprio per spostare le sue truppe lungo questo itinerario che Garibaldi attraversò la Valdichiana.

Dopo aver radunato i suoi fedeli in Piazza San Pietro, il Generale della Repubblica romana si incamminò al grido “Chi ama l’Italia mi segua!”. Numerose furono poi le tappe in Toscana: dopo l’ingresso a Palazzone risalì la Chiana passando per Cetona, Chianciano, Montepulciano, Foiano, Castiglion Fiorentino e Arezzo.

La sosta a Foiano il 21 luglio 1849, motivata anche dal maltempo oltre che dalla necessità di decidere la strada in base ai rapporti delle pattuglie di cavalleria, lasciò un lieto ricordo alla popolazione. Fatti accampare gli uomini, prese alloggio presso la casa di Pietro Pagliuccola, guardiano addetto ai regi possessi, a ridosso della Porta Cortonese. Nella notte la moglie del padrone di casa diede alla luce una bambina e, nell’entusiasmo generato dalla nascita, venne chiesto al Generale quale nome le si dovesse dare. Garibaldi la chiamò Italia!

La mattina seguente il Comune di Foiano sussidiò di denaro la spedizione garibaldina per il sostentamento dei suoi combattenti volontari, e fra applausi e incitamenti il Generale si allontanò dal piccolo paesino. Dopo quasi tre settimane di marce forzate, la colonna si era ridotta a circa 2000 uomini, causa le molte diserzioni, in fondo del tutto normali in un esercito composto da volontari, così lontani dalla base di partenza, in territorio ostile e braccati da ben 5 eserciti (tra i quali quello austriaco e quello francese).

A San Marino, sfuggito con abilità alla manovra a tenaglia degli austriaci volta a chiudergli la strada verso l’Adriatico, il 31 luglio sciolse la legione e, rifiutata la resa, “con un pugno di compagni” giunse a Cesenatico, dove, con un colpo di mano, s’imbarcò per Venezia. Ma gli eventi giocarono un bruttissimo colpo al Generale barbuto. Intercettati da una squadra navale austriaca, vide prima morire sua moglie e poi fu costretto a consegnarsi alle forze imperiali.

Ma i destini di Foiano e Garibaldi s’incrociarono ancora un’ultima volta. Dopo anni di esilio e dopo aver riunito l’Italia, l’Eroe dei due mondi progettò la conquista di Roma per annetterla al Regno. Durante gli spostamenti logistici dell’esercito in direzione della Città eterna, il Generale attraversò di nuovo la Toscana. Non appena i foianesi seppero del campo militare montato a Rapolano, inviarono una delegazione di cittadini per invitarlo in paese e notificargli la sua nomina a Presidente onorario della locale Società Operaia. Grato dell’affetto che il paese di Foiano gli riservava rispose con una lettera prima di tornare a far visita alla piccola Foiano.

«Poggio di S. Cecilia, 14 agosto 1867

Miei cari amici

accetto con gratitudine l’onorevole titolo di vostro presidente onorario. Circa a vedere la cara città di Foiano, che sì gentilmente mi hai dette ospitalità or sono 18 anni, i latori di questa vi recheranno la mia risposta.

Io sono per la vita il vostro

Giuseppe Garibaldi»

La targa commemorativa a Foiano della Chiana: “L’illustre generale Giuseppe Garibaldi reduce da Roma col nemico alle spalle nel dì 21 luglio 1849 qui soggiornò; al popolo foianese che vivamente l’acclamava rivolse parole di conforto; all’Italia predisse un migliore avvenire”


Bibliografia

Luigi Armandi, Nel nome di Garibaldi. Storia del risorgimento nell’aretino, Regione Toscana, Letizia editore, 2007

Francesco Asso, Itinerari garibaldini in Toscana e dintorni 1848-1867, Regione Toscana, 2011

Wikipedia, “Marcia di Garibaldi dopo la caduta di Romahttps://it.wikipedia.org/wiki/Marcia_di_Garibaldi_dopo_la_caduta_di_Roma

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Il cuore oltre il traguardo: intervista a Chiara Bazzoni

La notizia è di pochi giorni fa: la staffetta “in rosa” dell’atletica italiana, 17 anni dopo l’ultima volta, è tornata sul podio di una competizione europea indoor. Agli Europei di…

La notizia è di pochi giorni fa: la staffetta “in rosa” dell’atletica italiana, 17 anni dopo l’ultima volta, è tornata sul podio di una competizione europea indoor. Agli Europei di Glasgow, la 4x400m tricolore ha conquistato la medaglia di bronzo, dietro a Gran Bretagna e Polonia.

Tra le quattro staffettiste, a inorgoglire la Toscana ma soprattutto la Valdichiana, c’è Chiara Bazzoni, che alla soglia dei 35 anni continua ancora a stupire e a portare a casa grandissimi risultati: se si conta anche il bronzo degli Europei di Barcellona 2010, infatti, fanno due medaglie in meno di un mese.

Lo capisco, detto così non è chiarissimo come concetto.

Ma nove anni fa c’era ancora Chiara a rappresentare l’Italia in terra spagnola, nella 4x400m vinta dalla Russia in cui le italiane arrivarono in quarta posizione. La tardiva squalifica della Russia, però, giunta ad inizio 2019, ha permesso l’assegnazione del terzo posto proprio alle azzurre, che nove anni dopo hanno potuto mettere al collo la medaglia che si meritavano.

Chiara Bazzoni rappresenta una delle eccellenze dell’atletica in Italia, ma i risultati raggiunti finora dalla bettollina (e ci tiene a sottolinearlo) sono il frutto di una storia sportiva iniziata circa venticinque anni fa. Un tempo lontano, in un luogo a noi vicinissimo, Torrita di Siena. Così, abbiamo deciso di intervistarla, tra passato, presente e futuro; tra risultati ottenuti, infortuni e voglia di continuare a vincere.

Allora, come direbbe lo starter prima dello sparo: on your marks. Ai vostri posti. Get set. Mettetevi comodi.

Partenza dai blocchi – Gli inizi

In Italia, l’atletica è uno sport con una risonanza mediatica estremamente bassa. I picchi di interesse si registrano durante le Olimpiadi, come è ovvio che sia, ma prima e dopo di esse è come se ci si dimenticasse che esiste ancora chi corre, chi salta in alto, chi lancia pesi. Appassionarsi ad una disciplina così “di nicchia”, quindi, non è cosa da poco, soprattutto in una realtà come la Valdichiana, in cui non esistono strutture all’avanguardia per allenarsi con continuità. Chiara, in effetti, aveva iniziato col nuoto, come un po’ tutti quando siamo piccoli, col mito portato avanti dalle mamme dello “sport completo”.

In famiglia, però, Chiara aveva già sentito parlare di atletica, da suo cugino Nicola, ostacolista. Bastarono un paio di volte, a bordo campo a vederlo allenarsi, per capire che quello sarebbe stato il suo sport, senza sapere che pian piano si sarebbe trasformato in vita.

“Ho iniziato a praticare questo sport a 10 anni, poiché lo praticava mio cugino Nicola Bernardini, cinque anni più grande di me. A spronarmi fu anche mio zio, che mi diceva sempre che essendo una spilungona, oltre che molto magra e con le gambe lunghe, avrei potuto arrivare lontano! Così, di settimana in settimana, ho iniziato ad andare al campo di Torrita di Siena, che in zona, fino a poco tempo fa, era la pista più vicino a casa, essendo io di Bettolle. La passione è nata giorno dopo giorno, fino a diventare quello che è ora: vita. Sono passati venticinque anni, quasi il triplo di quelli senza aver fatto atletica, ma sembra ieri. Faccio fatica a pensare a come è cambiato tutto, in questo tempo: come da andare in pista una volta alla settimana o, a volte, anche una al mese, sia passata ad andarcene due al giorno”.

Merito del tartan di Torrita di Siena – “devo tutto a questa struttura” -, che ha permesso a Chiara di allenarsi sempre più costantemente, a due passi da casa. A quel tempo, infatti, l’atletica stava diventando qualcosa di più di un semplice passatempo, in concomitanza però con l’età dell’adolescenza, che mette di fronte ad ognuno di noi gli anni più delicati della scuola e il giovanile istinto di divertirsi insieme ai propri amici. Chiara, infatti, ammette che quello è stato il periodo più difficile della sua carriera.

“Tra i 14 e i 18 anni ho dovuto impegnarmi tantissimo per conciliare gli impegni sportivi con quelli scolastici, ma anche con le amicizie. Mi piaceva andare bene a scuola, per questo ci sono stati giorni in cui non uscivo o mi svegliavo prestissimo la mattina. Inoltre, in una realtà piccola come la mia, non ho trovato altre ragazze, coetanee, con le mie stesse necessità e i miei bisogni: solo io facevo questa vita, e non è stato semplice essere da sola. Dico questo perché, magari, nelle città ci sono più giovani e più femmine che praticano atletica, ed è più facile creare amicizie con gli stessi interessi. Poi ai tempi non c’erano agevolazioni per i giovani atleti, infatti i miei non erano contenti di farmi uscire un’ora prima da scuola per una gara”.

Primo rettilineo – L’atletica a tempo pieno

In una gara dei 400m, dopo essere partiti praticamente già in curva, ci si tuffa nel primo rettilineo, in cui vengono fuori i valori che vanno oltre la corsia di partenza.

Il vero rettilineo della vita da atleta di Chiara è iniziato nel 2006, con il reclutamento da parte dell’Esercito. Rettilineo inteso però non come percorso facile, ma come stile di vita: da quell’anno, Chiara ha potuto dedicare anima e corpo interamente all’atletica. “Faccio parte del Gruppo sportivo dell’Esercito da ben 13 anni, ed è proprio grazie al loro supporto se io posso essere ancora qui oggi a fare quello che più mi piace e meno mi pesa”.

È nel 2008 che Chiara ha esordito con la Nazionale, alla Coppa Europa di Annecy, e solo due anni più tardi è arrivato forse il risultato più bello della sua storia, e torniamo un’altra volta a Barcellona.

“Sono diventata per la prima volta primatista italiana della 4x400m nel 2010 agli europei di Barcellona, sfiorando il podio, e da lì è iniziata la mia carriera importante. La medaglia è arrivata con nove anni di ritardo, ed è ancora vivo il ricordo di quel primato”.

Da quel momento, Chiara ha iniziato a infoltire il suo palmarès con grandissime prestazioni, andando anche ad infrangere il record nazionale indoor della 4x400m per ben due volte, prima a Sopot in Polonia e poi, nel 2018, a Birmingham (3’31”55). In tutto questo tempo, la forza di Chiara è stata la determinazione e la voglia di non mollare mai, nemmeno di fronte a difficoltà apparentemente insuperabili.

“Non ho mai pensato di mollare, anche se l’infortunio al menisco dello scorso maggio mi ha messo a dura prova. Doveva essere un recupero lampo, ma ci sono state complicazioni e tra tutto ho ricominciato a correre dopo quattro mesi. Però mi sono guardata da fuori, ero consapevole che davanti a me erano rimasti pochi anni di atletica, e così mi sono fatta forza. La carriera di un atleta è legata molto all’età, non potevo arrendermi”. E infatti, Glasgow è stato il coronamento di questa scelta coraggiosa.

Chiara deve moltissimo a chi le è sempre stata vicino. Quando si parla di sacrifici nella vita di uno sportivo, ci si dimentica che spesso chi li fa non è solo l’atleta, ma anche le persone che gravitano attorno.

“Sono devota a tutte le persone che mi hanno supportato ma soprattutto sopportato in questi anni. La serenità della vita che ti circonda si ripercuote su quella sportiva, perciò è fondamentale che famiglia e amici mi siano sempre stati vicini. Tutto questo va ad influire sulla tenuta mentale di uno sportivo, che a parità di qualità tecniche fa la differenza. Siamo soggetti pensanti, non robot, non conta solo l’allenamento fisico“.

Se si pensa alle persone vicine appunto, per Chiara è impossibile non citare la figura di Angela Fè. Insolitamente rispetto alla norma, Chiara è stata allenata per più di vent’anni dalla stessa allenatrice, prova di grande stima reciproca e di sconfinata competenza.

“Oltre a essere un’ottima allenatrice, che ha avuto la capacità di non sfruttarmi in età giovanile e permettermi così di avere una lunga carriera, è stata per me come una seconda mamma, un’educatrice. Se non ero a casa, ero in pista con lei. Ogni anno ha cercato di dare un input diverso agli allenamenti affinché sia mente che fisico non si abituassero mai agli stessi metodi. Nel 2013 ha instaurato una collaborazione con il tecnico romano Vincenzo De Luca per apportare nuovi stimoli all’allenamento di un’atleta matura. Da tre stagioni a questa parte mi allena Alessandro Bracciali, altro suo atleta, e quindi prima mio compagno di allenamento e adesso allenatore”.

La curva – Londra 2012

Oltre la retorica del caso, l’Olimpiade è per un atleta il punto più alto a cui aspirare. La svolta della vita sportiva di Chiara, da grande atleta a campionessa, è arrivata proprio nel 2012, con la partecipazione ai Giochi olimpici di Londra“le Olimpiadi sono il sogno di ogni atleta e posso dire che è davvero così”. Ciò che è rimasto più impresso a Chiara di quell’esperienza è l’atmosfera surreale della cerimonia e l’aria di festa di tutta la capitale inglese.

“Quello che mi è rimasto delle Olimpiadi è più il contesto che altro. Il villaggio olimpico, la fiaccola, le cerimonie di apertura e chiusura: chi ha la fortuna di viverle in prima persona, capisce cosa c’è dietro a tutto il movimento olimpico. In quei giorni sembrava di vivere in una favola, più per tutto ciò che per la gara in sé, che se ci pensi non è così diversa da un Europeo o da un Mondiale”. In quell’occasione, la 4x400m si fermò in semifinale, ma Chiara ha un ricordo particolare del suo turno. “Ero prima frazionista ed ebbi la fortuna di partire in nona corsia, quella più esterna e quindi più vicina al pubblico. In Inghilterra non ci sono barriere, quindi ricordo benissimo quella sensazione di essere quasi “spinta” da quel focoso pubblico, che tifava tutti indistintamente. Sembrava di avere sempre il vento a favore, cosa impossibile in una gara come la mia. Merito di quella Londra: chi l’ha vista in quel periodo, festosa, frenetica e colorata, può capire cosa si respirava”.

Ma, come si dice di solito, è vero che l’importante non è vincere, ma partecipare?

“Il famoso motto di De Coubertin è la classica frase palliativa con la quale si è soliti consolare un atleta quando le cose non vanno. Ognuno di noi si schiera dietro i blocchi per vincere, a nessuno piace perdere, soprattutto se dietro a quella gara c’è stato tanto lavoro, fatica e tutto quello che lo sport professionistico richiede. Ma vincere in atletica non è sempre solo e soltanto tagliare per primi il traguardo. Io ritengo che i primi avversari siamo noi stessi, quindi a volte vincere significa anche migliorare il proprio tempo, o realizzare il minimo di partecipazione per un Mondiale o un Europeo. Allora, in quel caso, se proprio vogliamo, possiamo anche dire che l’importante era partecipare…”.

La spinta propulsiva di Londra ha portato Chiara alla doppietta ai Giochi del Mediterraneo di Mersin 2013, con il doppio oro nei 400m piani e nella staffetta. Negli anni, Chiara si è tolta tantissime soddisfazioni, nonostante si definisca una “perfezionista” – “ho il pregio, o forse difetto, di non essere mai contenta e andare sempre a cercare il pelo nell’uovo anche in quelle occasioni dove invece dovrei solo godermi il momento e festeggiare”.

Si riferisce specificatamente al 2016, e al bronzo conquistato agli Europei di Amsterdam.

“Forse l’unica cosa che non rifarei è andare a dormire il giorno della vittoria del bronzo europeo ad Amsterdam. Sarebbe durato di più, compresa la mia felicità. L’unico motivo per il quale tornerei indietro è per rivivere davvero tutto, per poter assaporare di più certe emozioni, sensazioni che poi non tornano più. Perché ho fatto sbagli, scelte da mangiarsi le mani, ma adesso mi rendo conto che senza quelle non sarei l’atleta che sono. Magari, in quel momento, una scelta diversa mi avrebbe ripagato diversamente, ma certamente senza gli errori che ho fatto non sarei qui oggi a provarci di nuovo…”.

Questo volersi sempre migliorare, questa ricerca delle minime imperfezioni, ha permesso a Chiara di affrontare le gare quasi sempre con la giusta mentalità. In una corsa, ciò che lo spettatore vede è solo l’ultima parte di un percorso tortuoso da affrontare meticolosamente. A partire dal riscaldamento.

“La gara è un insieme di innumerevoli fattori, difficili da elencare. C’è il riscaldamento, in cui devi prepararti fisicamente allo sforzo, senza però gettare al vento tutte le energie nervose che hai accumulato nei giorni precedenti alla gara. C’è il momento in cui ci si avvicina ai blocchi, forse il più intenso a livello emotivo. Ci sono gare in cui ho sbagliato una cosa, in altre non sono riuscita a trovare la concentrazione; come ho detto prima, nell’atletica, il nostro primo avversario siamo noi stessi”.

Finale – Futuro

A 35 anni, inevitabilmente, un atleta è nella fase finale della sua carriera. Uscito dalla curva, vede il traguardo, e affonda gli ultimi passi sul tartan. Sono forse i passi più intensi, prima che la corsa si spenga in quello scoordinato agitare di braccia dopo l’arrivo, quando i muscoli improvvisamente si rilassano. Chiara sa di essere a questo punto della sua vita sportiva, ed è per questo che non vuole lasciare nulla di intentato.

“Nonostante gli anni c’è ancora qualche obiettivo da provare a raggiungere, con la differenza che quando ero più giovane mi ponevo obiettivi a lungo termine, mentre oggi mi pongo obiettivi più vicini e viaggio giorno dopo giorno, passo dopo passo”.

Quali obiettivi, Chiara non lo dice. “Noi atleti siamo un po’ scaramantici, sai!”.

Uno, possiamo scommetterci, era sicuramente quello del podio di Glasgow, realizzato pochi giorni dopo averci risposto a tutte queste domande. Siamo stati provvidenziali, anche se di certo i suoi successi non li deve a noi. Li deve a sé stessa. Li deve a quello sport che, col passare degli anni, è diventato vita.

“All’atletica devo molto, se non quasi tutto di quello che è il mio carattere oggi. Non so se nel bene o nel male, non sta a me giudicare, ma ha tirato fuori delle caratteristiche che probabilmente non sarebbero mai uscite fuori. Mi ha forgiato, dato certezze e messo spesso di fronte a scelte importanti a qualsiasi età. Ha placato la mi ansia, mi ha dato la capacità di conoscermi meglio, mi ha spesso fatto fare introspezione. Mi ha cambiato la vita”.

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Per la ripresa in Italia e in Valdichiana

Riceviamo e pubblichiamo l’analisi di Giorgio Visintini sull’attuale fase economica dell’Italia e della Valdichiana, con la speranza che le sue riflessioni siano uno stimolo per una discussione e un confronto…

Riceviamo e pubblichiamo l’analisi di Giorgio Visintini sull’attuale fase economica dell’Italia e della Valdichiana, con la speranza che le sue riflessioni siano uno stimolo per una discussione e un confronto costruttivo tra le diverse opinioni.

La via italiana alla ripresa economica

Dopo gli anni della crisi, 2009-2011, che ha colpito tutta l’Europa, dal 2012 la maggior parte dei Paesi europei ha imboccato la via di una ripresa sia pure lenta. Mentre l’Italia restava ferma e, solo quest’anno, pare avviarsi a  una debole ripresa (siamo il Paese dello 0, lo dice il Censis). Ciò nonostante le riforme rivolte a promuovere lo sviluppo dell’occupazione e dell’economia.

Sindacati, Confindustria, la stampa di informazione, le opposizioni di destra e di sinistra e finanche alcuni gruppi interni alla maggioranza, insomma quasi tutti i cosiddetti ‘opinion makers’, danno paradossalmente la colpa dello 0, al governo Renzi. Dopo vent’anni di governi incapaci di affrontare i problemi del Paese, questo è il primo governo che ha dato una scossa all’Italia.

Perché allora la ripresa economica e le prospettive di sviluppo del Paese restano ancora deboli? Nessun economista ha ancora approfondito questo tema provando a dare una risposta credibile. Si parla del debito pubblico accumulato in 40 anni, di burocrazia, di eccessivo peso delle tasse, ecc. Ma nessuna indicazione concreta.

Cerchiamo di farlo con qualche riflessione sulla via da intraprendere.

Il patrimonio delle famiglie italiane è stimato complessivamente in 6,000 miliardi di euro (più di 4 volte il prodotto interno lordo e 2,5 volte il debito pubblico dell’Italia). Circa 10% delle famiglie italiane detengono 40% di questa ricchezza, mentre il 25% delle famiglie stentano ad arrivare alla fine del mese e quindi ne posseggono una quota marginale. Ciò significa che 65% delle famiglie, ossia 15 milioni di famiglie, detengono circa  il 50% della ricchezza, 3.000 miliardi di euro, pari a un’ammontare medio di 200.000 euro per famiglia. L’Italia è il Paese europeo con il più alto tasso di risparmio privato, depositato nelle banche in contanti o in titoli conservativi ( BOT o obbligazioni). Del resto l’Italia , pur con un debito pubblico molto alto, è il solo Paese in cui le famiglie detengono oltre 60% dei titoli a garanzia del debito pubblico.

La via di una ripresa decisa va ricercata dunque nel far muovere una parte di questa enorme ricchezza a sostegno di attività produttive, in investimenti per creare nuove attività. Non è sostenibile che una famiglia di cinquantenni con un figlio, magari laureato e disoccupato, ma con un risparmio di 100.000 o 200.000 euro, non spinga il figlio a intraprendere una nuova attività, da solo o in società con altri giovani, investendo una piccola quota dei loro risparmi.

È passato il tempo in cui aspettare che si liberi un posto fisso, meglio se pubblico e nel comune di residenza, e, nel frattempo, restare a carico della famiglia.

Se 2 milioni di famiglie seguissero l’esempio sopra citato, investendo 40 miliardi di euro, in nuove attività o ampliamento di attività esistenti, l’economia del Paese, nel giro di due anni riceverebbe una forte spinta, creando due milioni di posti di lavoro.

E la Valdichiana senese?

Nei 9 comuni risiedono circa 11.000 famiglie, per un totale di 29.000 abitanti. Il livello dei redditi e dei consumi pro-capite nei nostri comuni è di livello medio-alto rispetto alla media dei comuni italiani (sulla base della scala a 6 punti delle statistiche comunali su redditi e consumi). Anche la condizione patrimoniale è superiore alla media, considerando il numero delle abitazioni di proprietà (più di una per famiglia) e il livello dei depositi bancari e postali. Dunque la quota delle famiglie povere è certamente inferiore al 20% e probabilmente è inferiore anche la quota delle famiglie molto ricche (5% a livello nazionale). Pertanto circa 9.000 famiglie rientrano in quella fascia di patrimonio medio intorno ai 200.000 euro. Se 2.000 di queste famiglie investissero 20.000 euro in nuove attività, si otterrebbe un investimento di 40 milioni di euro e la creazione di almeno 2.000 posti di lavoro, con una drastica riduzione, se non un azzeramento del livello di disoccupazione giovanile.

Il ruolo delle istituzioni

Le istituzioni, a tutti i livelli, dal governo alle regioni, fino ai comuni dovrebbero istituire delle sedi dove offrire consulenza ai candidati imprenditori, riguardo a:

  • Le attività più promettenti in termini di mercato potenziale, dall’agricoltura di nicchia al turismo, dai servizi ai privati, alle aziende, agli enti pubblici, sempre più propensi all’outsourcing.
  • La struttura d’impresa da adottare, le procedure da seguire
  • La logistica, favorendo la costituzione di imprese/professionisti/artigiani consorziati con una sede e una segreteria in comune

In alcuni Paesi europei (Francia, Germania) si sono costituiti gruppi di consulenti in pensione e di imprenditori che hanno ceduto la guida della loro impresa, che svolgono attività di volontariato per affiancare le start-up di giovani che hanno bisogno di qualche assistenza, almeno nel primo periodo.

Queste forme di impresa saranno sempre più diffuse nei prossimi decenni. A questo fenomeno un governo giovane e innovatore, come l’attuale, deve prestare attenzione. Di queste nuove forme di lavoro in cui il lavoratore si fa imprenditore dovrebbero occuparsi i sindacati, che dispongono di sedi e risorse importanti.

In Italia le condizioni sono ottimali, per la nostra creatività e la disponibilità di risorse finanziarie, ora immobilizzate. Paradossalmente, invece, siamo in grave ritardo rispetto ad altri Paesi. Restiamo il Paese dello 0, sempre in attesa che arrivi un governo con la bacchetta magica, pronti a dar credito ai populisti che man mano si presentano sulla scena.

Io mi auguro che il governo Renzi, ricco di giovani talenti, apra un tavolo con le regioni ed i rappresentanti dei comuni, per intraprendere questa via italiana allo sviluppo economico e culturale del Paese.

(Articolo a cura di Giorgio Visintini, Sarteano: g.visintini@yahoo.it)

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Socialitas, socialitatis: L’Italia nei bar

Ogni mattina, un italiano si sveglia e ha bisogno di un caffè. Si alza, si guarda allo specchio con aria assonnata e cerca di capire dove, come e perché. Nella maggioranza…

Ogni mattina, un italiano si sveglia e ha bisogno di un caffè. Si alza, si guarda allo specchio con aria assonnata e cerca di capire dove, come e perché. Nella maggioranza dei casi, vegeta per un po’ nel corridoio sorseggiando un caffè fatto di corsa, gli occhiali storti sul naso e grattandosi la pancia; una volta che il cervello realizza che ora sia, l’italiano, vestendosi in fretta e furia, la cravatta o la sciarpa sfatta, e acciuffando al volo la valigetta da lavoro o la borsa, muove i primi passi della sua giornata. La maggioranza dei casi inizia muovendosi verso il bar.

Oggi la mia mattina è iniziata esattamente così, come per quasi tutti gli italiani. Quindi, eccomi qui, a scrivere nel bar sotto casa. Rigorosamente, cappuccino con cacao e mezzo tramezzino senza maionese: una di quelle classiche situazioni nelle quali entri in un locale di ristorazione e ordini: Il solito.

I bar sono piccoli mondi dove gli italiani danno il via alla loro vita quotidiana, nei quali tornano svariate volte nel corso della loro giornata, e dove avvengono delle dinamiche determinate che caratterizzano un poco la nostra essenza. Dinamiche sociali.

Cos’è la socialità, prima di tutto. La Treccani mi aiuta con la sua definizione perfetta:

s. f. [dal lat. socialĭtas -atis «socievolezza», der. di socialis «sociale»; nel sign. 2, der. direttamente da sociale]. –  l’insieme dei rapporti che insorgono tra gli individui che fanno parte di una società o di un ambiente determinato; la coscienza, generale o individuale, di questi rapporti e dei diritti e spec. dei doveri che essi comportano.

Socialitas, socialitatis. Non è del tutto vero che oramai la maggioranza della socialità si sviluppa sui Social Network come si usa dire informalmente tra le persone. Io osservo un luogo che mi sento sia il carattere vivo e primario nel quale si sviluppa la socialità in Italia. Un luogo fatto di vociare e rumore di tazzine sbattute sul bancone, di briciole di cornetto adagiate sul pavimento e monetine abbandonate sugli scontrini.

Una iniziale differenziazione si può fare tra bar di città e di bar di paese. Per rimanere, intanto, per quel che permette lo spazio di questo articolo, a un livello superficiale che non tenga conto delle differenze regionali: il bello sarà che ognuno avrà modo di valutarlo personalmente. A questo livello di differenziazione, quel che ho notato è la diversità di tempi: la lentezza. Nel bar di paese il culto del caffè è associato al culto del buon vivere. Tutto appare più rilassato, meno frenetico. La città rappresenta, invece, un mondo più veloce, ma la magia del bar agisce anche lì. Per esempio, Roma: la vita romana esterna, ossia vissuta sulla strada, è fatta di gente che cammina velocissima da una parte all’altra, per correre a lavoro, a casa, a scuola, dovunque e, tutti a testa bassa, non ci si scambia uno sguardo manco a pagarlo. La magia: quando entra una persona in un bar tutto si rovescia. Un sorriso, un buongiorno a destra, un salve a sinistra, e via con le chiacchiere e le risate. Nel momento in cui nuovamente si varca la soglia e si esce di nuovo nel mondo ognuno torna al proprio anonimato auto-imposto.

Ecco una lista dei personaggi che più facilmente si possono incontrare nel vostro bar preferito:

Il barista e il suo aiuto, ovviamente. Dispensatori di caffè, non possono non essere amati. Nella maggioranza dei casi sono gioviali e allegri anche se sono le 6 di mattina, nessuno ha mai capito perché.

Il lettore del giornale. La Repubblica, Il Mattino, Il Corriere, non importa quale esso sia, se li legge tutti, riga dopo riga, sfogliando le pagine un po’ di corsa un po’ distrattamente. Di solito, comunque, si sofferma maggiormente nella lettura della Gazzetta dello Sport.

Il commentatore sportivo. Strettamente associato al lettore del giornale, ama e si diletta nell’inneggiare alla propria squadra, e denigrare quella altrui. Commentando l’ultimo gol del suo beniamino, i suoi occhi si spalancheranno insieme alla sua bocca per descriverne le meraviglie calcistiche. Poi sorseggerà il suo caffè stretto annuendo più a se stesso che al suo interlocutore.

L’orso da gioco. Ci sarà, sempre e comunque, qualcuno che sarà impegnato in uno qualsiasi degli svariati mezzi con cui gli italiani amano spendere i propri soldi: a scelta tra schedine calcistiche, gratta e vinci, Slot Machines.

Il politicante. Costui può essere un solo membro (che per lo più chiacchiera da solo riguardo all’ultimo evento politico) o un gruppo di, solitamente, uomini, che, a prescindere dall’età, aprono animatissimi dibattiti politici di tutti i generi. La frase: “Ai miei tempi…” si riscontra per lo più nei politicanti di età più avanzata.

Il circolo femminile: se vi capita di assistere a un raduno mattutino di anziane donne, la vostra giornata comincerà al meglio. Con allegra spensieratezza, trasmetteranno a voi il loro buonumore, mentre chiacchierano di cucito, di nipotini, di appuntamenti galanti e di tutto e di più.

L’intellettuale mascherato. In un angolino, nascosto da occhiali da sole anche se dentro è buio, c’è una creaturina che legge, ma che in realtà sta osservando con aria un po’ assorta tutto quel che accade intorno. Cosa stia pensando dentro la sua testolina, a nessuno è dato di saperlo.

L’uomo auricolare. Si può incontrare la tipologia di uomo d’affari con l’auricolare che va in ufficio mentre la limousine lo attende all’uscita, che entra gioviale chiedendo un caffè mentre parla delle ultime azioni col suo segretario in diretta telefonica. Si tratta di una figura che è sempre più difficile incontrare nei tempi contemporanei, ma che appunto per la sua ormai singolarità, ogni volta che entra in un luogo affollato tutti si girano a osservarlo.

Il papà. Lo zaino dell’ultimo cartone trendy su una spalla, una mano salda in quella della sua bambina pronta per la scuola, l’altra che regge faticosamente la valigetta da lavoro, chiede frettolosamente un caffè per affrontare la giornata. Ha subito la solidarietà di tutto il bar.

Ricordatevi, ogni mattina un italiano si alza e ha bisogno di un caffè. Non importa quanto sia in ritardo: l’importante è che faccia un salto al bar.

Opera in copertina: Jean Beraud, Al bar

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Quello che il fango non deve nascondere: l’alluvione a Parma

Questi giorni credo che non si scorderanno mai. Non si dimenticheranno facilmente, e non sono e non saranno giorni facili, né per Genova, né per Parma. Lascio a chi ha…

Questi giorni credo che non si scorderanno mai. Non si dimenticheranno facilmente, e non sono e non saranno giorni facili, né per Genova, né per Parma. Lascio a chi ha tempo da perdere raffronti su “chi ha subito più danni”, su “quale tra le due città abbia subito la piena peggiore”, perché intendiamoci: anche una persona che non ha mai visitato le due città, ci arriva a capire che hanno due strutture completamente diverse. Ma non è questo il punto – entrambe hanno subito a modo loro danni, di varia entità!

Io posso parlare per quello che ho visto per la città che comunque mi ha accolto per un anno: Parma. Lascio al provincialismo gretto le affermazioni da manie di protagonismo “Ma tu cosa vuoi, vivi in una zona sicura, non hai subito danni, io sì” pronunciate in una sorta di vittimismo compiaciuto, quando magari sono proprio persone di altre zone di Parma ad accorrere in soccorso alle persone del Quartiere Montanara, la zona dove il torrente Baganza confluisce con la Parma e dove sono stati riscontrati i danni più ingenti (senza contare le valli sull’Appennino e la provincia). Lascio ai qualunquisti dietro uno schermo le frasi, e giuro che mi è toccato pure sentirle, “Fate andare prima gli immigrati e gli extracomunitari a spalare, poi vengo a spalare pure io“, “Fateci andare i politici corrotti!“, “Fateci andare gli studenti fannulloni!“; che sia parzialmente vera quest’ultima affermazione, posso anche confermarlo, visto che ho assistito a scene di improvvisa diligenza negli studi, da individui che criticano perennemente la città e che si trovano sempre male, che sia estate perché è troppo caldo e umido, che sia inverno, perché è tutto triste e grigio e c’è la nebbia (venendo da Milano, forse mi sono abituata troppo io agli inverni del Nord…); però della città si ricordano solo quando c’è da andare a ballare o fare l’aperitivo in via Farini, nel momento in cui si parla di faticare, cambia tutto. In ultima battuta, vorrei lasciare a chi è disperato nel dover “far notizia” (volutamente tra virgolette) gli attacchi al Sindaco, Federico Pizzarotti. Non ho sempre condiviso le scelte della giunta, ma penso che sia giusto osservare, che questa volta, ha fatto veramente del suo meglio nel gestire la comunicazione e nell’essere presente, fornendo informazioni utili, senza stare a ricamare drammi su drammi. Non stava semplicemente baloccando con Facebook e Twitter, ma il parmigiano medio fatica a capire che questi social network possono essere d’aiuto nel momento dell’emergenza, e non servono solo a postare idiozie. E allora deve attaccare e criticare da dietro uno schermo. Lascio gli attacchi a prescindere verso il sindaco a coloro che hanno il bisogno disperato di far sapere di quante pagine è il loro speciale sull’alluvione, e a coloro che hanno bisogno di drammi e non notizie da scrivere. Perché non parlare anche dell’allarme dato in notevole ritardo dalla Protezione Civile, che aveva anche sottovalutato la portata delle precipitazioni? Io ho iniziato a capire la gravità della situazione non alle 12 di lunedì, ma alle 16 circa, quando pioveva già da ore, come leggerete più avanti. Ma l’importante è prendersela con il sindaco sempre e comunque, facendolo tramite un organo di informazione che dovrebbe servire tutti i cittadini, di qualsiasi schieramento politico o idea.

Avrei da dire un po’ di cose sul provincialismo parmigiano, frammisto a boria e snobismo, ma magari lo dirò in un momento più opportuno, questo non è proprio l’occasione giusta, ma quest’atteggiamento, in questi giorni, non è comunque mancato. Ripeto che non è il momento giusto, perché ho visto un sacco di gente bravissima, in questi giorni. A prescindere dalla provenienza, dall’età, ci siamo trovati un po’ tutti colti di sorpresa di fronte a questa “Parma Voladòra” brusca e irascibile, gonfia di acqua fino a rompere il record della piena del 2000. 392 cm di rabbia, fango e detriti. Però quello che mi è piaciuto, è quello che c’è stato dopo, il darsi da fare per pulire tutto e rimettere in sesto i quartieri e le strade.

10704167_10204825003215047_2892855390032414041_nIo posso solo descrivere la crescente preoccupazione di lunedì, quando, insospettita da quel temporale che durava da troppo, ho deciso di iniziare a consultare i siti d’informazione, che iniziavano a esprimere altrettanta preoccupazione. Poi, nel pomeriggio, è partita l’escalation. Mi sono veramente insospettita quando è saltato internet del tutto, e la corrente elettrica ha iniziato a fare le bizze, ad andare a scatti. Ho acceso la tv e su TV Parma trasmettevano l’edizione straordinaria: la piena rovinosa del Baganza, il crollo del Ponte Navetta, i container nei torrenti, gli allagamenti di via Chiavari, via Po, delle altre vie prossime agli argini. Già decisa a muovermi, verso una zona più sicura, inizio a sentire che stanno chiudendo i ponti, e dovevo muovermi ad attraversarne uno.

Il Ponte di Mezzo è il ponte più vicino al centro, a via Mazzini, via che mi stavo apprestando ad attraversare, quando ho sentito distintamente il boato del torrente a una buona distanza. Sono arrivata al ponte, e non so come mai, ho iniziato a sentire paura. Per quanto mi dicessero “tranquilla che non tracima“, a vederlo, mi sono sentita come con l’acqua alla gola e ho iniziato a correre, allontanandomi dal ponte. I miei genitori stanno a Milano, e potevano solo vedere le zone più danneggiate tramite la televisione, in quei momenti, quindi mi hanno chiamato, preoccupati che Parma fosse interamente allagata e che avessi subito danni anche io. Li ho rassicurati, ma quella sensazione di ansia ci ha messo qualche ora ad andarsene.

Ripeto, io sono molto fortunata, perché non ho subito danni, di nessun tipo, a parte internet poco funzionante. E in quelle ore critiche, ho fatto la cosa migliore che potessi fare: informare le persone a me più vicine, i miei conoscenti, ma anche qualcuno che magari non riusciva a mettersi in contatto con altri in città, tramite Facebook, lasciando il profilo aperto con aggiornamenti costanti. Mi è sembrato un gesto naturale, per rassicurare tutti, senza che si spaccassero la testa per contattarmi, o intasando le linee telefoniche (gli unici operatori funzionanti erano proprio Vodafone e Wind). Adesso, posso dire che la situazione si sta ristabilendo in tempi tutto sommato rapidi, ovviamente il discorso è un po’ diverso, per il Quartiere Montanara, ma tanti si stanno rimboccando le maniche per spalare e lavare via il fango. La mia speranza è che chi ha subito dei danni, di qualsiasi entità, possa vedere almeno un risarcimento, ma i tempi saranno lunghissimi, visto che Genova, ahimè, ha faticato a vedere i soldi della prima alluvione del 2011.

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La delusione più grande: quanto ti illudono di avere un lavoro

In fondo, una giovane di 25 anni cerca ancora di sperare nell’Italia e nel suo disastrato mondo del lavoro. A 25 anni, si rincorrono ancora stage sottopagati (quando non pagati…

In fondo, una giovane di 25 anni cerca ancora di sperare nell’Italia e nel suo disastrato mondo del lavoro. A 25 anni, si rincorrono ancora stage sottopagati (quando non pagati affatto con la pretesa di essere curriculari o formativi) e pretese di lavoro assurde per una persona che si è appena affacciata nel mondo del lavoro, per poi sentirsi dire che a 29 anni si è già troppo vecchi e non possono più prenderti.

Mi sembra giusto che una persona, che ha passato i suoi ultimi 5 anni a formarsi all’università, dia qualche chance al proprio Paese, malgrado tutto quello che si dice, tutto quello che si dovrebbe fare e cambiare, ma che nessuno sembra avere la forza di fare.

Ti dicono che la laurea non serve più a nulla, eppure studi con impegno, tenendo ben in mente i sacrifici che i tuoi genitori fanno per pagarti gli studi, l’affitto e le relative spese se sei fuori sede. Per non gravare troppo sul loro bilancio, cerchi dei lavoretti occasionali, o dei lavori part-time, per non dire dei lavori veri e propri, andando incontro a tutte le difficoltà del caso, a un’università italiana ben lontana dal saper gestire e saper accettare questa piccola realtà sospesa tra due mondi. Ti dicono che l’università non sa preparare al mondo del lavoro, e anche per questo motivo cerchi di inserirti il prima possibile. Tuttavia, anche i datori di lavoro non sanno accettare degli studenti che vorrebbero anche lavorare, nascondendosi dietro il “non me lo posso permettere”, o arrivano a offrire loro – mossi da pietà – posizioni da sfruttamento. Tre, sei mesi a “fare fotocopie” e a “portare caffè”, sempre sottopagati o anche gratis – e qua, prego tutti i ragazzi e le ragazze di non accettare niente gratis, si finisce in un circolo vizioso senza fine e il primo stipendio vagamente decente lo si vede a 30 anni. Forse.

Detto questo – la cosa più brutta è quando ti illudono di aver trovato un lavoro, che addirittura è molto vicino, se non perfettamente coincidente con le tue aspirazioni. Il colloquio ti mette già nero su bianco tutto, trattamento economico, orario di lavoro, e ti chiedono di fare un lavoro di prova, prima dell’incontro finale che avrebbe sancito l’inizio ufficiale della tua attività. E allora, cosa fai? Ti lanci a capofitto nel progetto, passi giorni scervellandoti nella speranza che le tue idee vengano apprezzate. La comunicazione con i “superiori” è insolitamente veloce e rapida, e contenta di tutto ciò, consegni il lavoro, sperando in un riscontro rapido. Ma tutto tace. Né un va bene, né un non va bene, nessun commento circa pregi o difetti del tuo lavoro. Nulla. Zero. Solo una settimana dopo arriva un’email abbastanza asciutta e secca, senza saluti, ma con una domanda, a cui rispondi. Intanto sono passate tre settimane dalla consegna e nessuno si fa più vivo. Passano i giorni e non sai che fare. Provi a scrivere di nuovo, ma non ricevi nessuna reazione.

Intanto ti chiamano per altri lavori e non sai che cosa rispondere, perché sei lasciata “in sospeso”. Passa pure la data in cui avresti dovuto iniziare a lavorare da loro. Sei, in gergo, “rimasta a piedi”. Ed è anche altamente probabile, se non sicuro, che questi si sono intascati il tuo lavoro di prova, di cui non hai visto un solo commento, una valutazione, tantomeno un rimborso, un riconoscimento economico. Un “scusaci il disturbo, tieni qualcosa, perché comunque hai lavorato 10 giorni, nel bene e nel male”. E stai pure certa che si prenderanno qualche idea che hai avuto, si  prenderanno il merito di qualcosa che non è loro, ma che poteva essere anche loro.

Forse la cosa più brutta che mi potesse succedere è questa. Essere illusa e poi essere silenziosamente espropriata di un lavoro. Di qualche idea che potevo continuare a sviluppare io. Questo è quello che mi è successo con una start-up di Parma, che si vanta di “rispondere sempre” ai candidati, che si vanta di voler dare possibilità a tutti, di inserirli per farli crescere all’interno della propria attività – e sembra che chi entri non voglia quasi più uscirne. A me hanno fatto vedere l’entrata della loro magnifica fucina e lì sono rimasta, ad aspettare qualcosa che non è mai arrivato.

E se dovessero mai farsi vivi tra qualche mese e dirmi che mi vogliono a lavorare da loro? Rifiuterei, perché chissà cos’altro potrebbero avere in serbo per me. Perché prima avevano solamente bisogno di qualcuno che gli sbrigasse un lavoro nel quale, evidentemente, le loro idee erano in letargo, anziché essere sempre sveglie, come sostengono nel loro motto. E perché non provare a cavarsela pure gratis? D’altronde in Italia, chi frega se la cava sempre, alla faccia degli onesti.

Dopo questo, credete ancora che io abbia fiducia nel mondo del lavoro del mio Paese? Credete che mi possa presentare sempre affabile e servizievole, se l’ultima fregatura è stata anche quella più vicina ai miei sogni? Credete che sia troppo presentarsi e chiedere che anche un lavoro di prova venga retribuito e che abbia un suo contratto occasionale?

Credete che sia troppo? Se lo pensaste davvero, non avreste minimamente a cuore il vostro futuro, che siamo noi giovani. E pensate, esattamente come quella start-up di Parma, al vostro tornaconto e allo sfruttare idee degli altri, senza dare loro il minimo riconoscimento, perché tanto siamo giovani senza esperienza e volete continuare a tenerci senza esperienza, perché fa comodo. Per poi dirci che siamo troppo vecchi e non abbiamo imparato niente. Se questo è il modo per affossare la mia (poca) fiducia verso l’Italia, ce la state facendo. Ma se una cosa mi viene bene, è difendermi e passare al contrattacco. E da qui in avanti, sarà tutta difesa verso il mio lavoro. Perché voglio lavorare anch’io. E voglio vedere il mio lavoro riconosciuto con nome e cognome e retribuito. Non rubato.

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Gli annunci di lavoro ingannevoli: una pratica ignobile sempre più in aumento

La crisi, come ben sappiamo, ha lasciato a casa molti lavoratori italiani. E ne ha bruciati molti “alla partenza”, dato che molti neo-laureati sono ancora in cerca di lavoro anche…

La crisi, come ben sappiamo, ha lasciato a casa molti lavoratori italiani. E ne ha bruciati molti “alla partenza”, dato che molti neo-laureati sono ancora in cerca di lavoro anche a distanza di qualche anno. La crisi ha portato e porta tutt’ora sconforto e disperazione in molti; tuttavia, la disperazione può essere una cattiva consigliera e far cadere in trappole da cui è difficile uscire, lavorativamente parlando, perché può portare a far accettare posizioni lavorative che rasentano lo sfruttamento. Anzi, sono sfruttamento vero e proprio. Non ci si sente di dire che sia giusto che “pur di lavorare” si sia disposti a tutto. Non più, se “pur di lavorare” bisogna arrivare a imbrogliare anziani e persone con contratti ingannevoli ed essere ingannati a propria volta. 

Purtroppo, e qui non ci siano dubbi circa la posizione di quest’editoriale, c’è chi se ne approfitta della disperazione dei disoccupati, utilizzando una pratica ignobile che è la creazione di annunci di lavoro che si rivelano essere vere e proprie truffe. Ed è giusto saperlo.

Di che cosa si tratta? Molto spesso, nei siti di ricerca di lavoro come InfoJobs.it, ma soprattutto su kijiji.it – si parla con cognizione di causa, dato che una buona fetta di tempo è stata passata a monitorare quel sito – ci si imbatte in annunci che cercano genericamente personale ambo i sessi, tra i 18 e 55 anni per mansioni di segreteria, back office e logistica. La prima cosa che desta sospetti è il carattere vago della ricerca e soprattutto che non ci siano requisiti particolari e che non sia richiesta esperienza. Destano ancora più sospetto i tempi di risposta rapidissimi: com’era stato spiegato in questa rubrica, i tempi medi di risposta – o peggio, oramai si arriva direttamente alla non risposta – nel mondo del lavoro in Italia sono lunghissimi; in questi casi, le risposte sono velocissime, fatte da numeri nascosti o sconosciuti, dietro i quali vi è una segretaria molto disponibile e gentile che fissa il colloquio di lavoro per i giorni immediatamente successivi alla telefonata. 

Attenzione agli ambienti di questi uffici presso i quali ci si reca: sono uffici improvvisati. Spogli, giusto qualche tavolo sparso, mura con qualche poster attaccato qualche giorno prima. Sono popolati da gente sorridente, ben vestita che accolgono il malcapitato, lo fanno sedere a uno di questi tavoli e parlano, parlano e parlano in maniera vaga. Parlano di lavoro in team, di predisposizione al contatto dei clienti, gestione dei clienti, ma non dicono cosa si andrà a fare, non parlano delle mansioni ricercate nell’annuncio. Qualcuno ha provato a chiedere se quel lavoro non fosse in realtà un lavoro porta a porta. Ovviamente la risposta è stata “assolutamente no”, come se si fosse insultato qualcuno. Subito dopo verrà proposto al malcapitato un “giorno di prova” – ed è lì che si palesa la truffa. Ci si trova sballottati in giro per la città – o anche in qualche città vicina – in macchina con una coppia di “superiori” vestiti elegantissimi e ci si trova a scarpinare, palazzo per palazzo, a suonare citofono per citofono, per vendere contratti truffaldini dell’Enel, di Sky e contratti di telefonia. Queste truffe per lo più coinvolgono anziani o persone esasperate che finiscono per abboccare. Naturalmente, la giornata di prova è assolutamente gratuita – e talvolta si è costretti a firmare un foglio in cui non si sarebbe percepito alcunché – ma comunque i compensi, per gli scellerati che decidono di andare oltre il giorno di prova, sono tutti vincolati ai contratti che si sono riusciti a stipulare. E molto spesso non sono mai arrivati, tra una scusa o quell’altra. Però vengono promessi guadagni esorbitanti e viene ripetuto fino alla nausea che il lavoro funziona. Viene promesso un fisso al mese più incentivi, che non ci sarà mai, così come il contratto di lavoro firmato non verrà mai più visto e non verrà mai fornita una copia da tenere con sé. Così come, molto spesso, non vengono versati i contributi all’INPS. E i pagamenti non sono mai puntuali, avvengono, se avvengono, almeno 45 – 60 giorni dopo. Si cerca di lavare il cervello ai malcapitati, si cerca di tenerli in strada più a lungo possibile, lontani dall’ufficio, dove da lì in poi non si incontreranno più nessuno di quelli con cui si aveva avuto a che fare al colloquio. Ci si trova in un inferno dove si sfruttano i disperati, dove ci sono debiti, anziché grandi utili, dove ci sono mandati, sub-mandati e sub-sub-mandati, dove quei pochi contratti strappati a gente ancora più debole e fragile vengono annullati, per essere attivati con qualche altro codice utente a vantaggio della società, in modo tale da dimostrare l’inefficienza del neo-manager che vaga ogni giorno, che ci sia freddo o caldo, per i palazzi di svariate città. E pur di non pagare questa gente disperata che ha ceduto al “pur di lavorare”, gli aguzzini si inventano false denunce arrivate dai clienti a cui si è riusciti a strappare un contratto che metterà nei guai pure loro. E quindi, con lo stipendio del disgraziato, si devono pagare i legali e le penali. 

Quel che è peggio, è che queste società spariscono improvvisamente, gli uffici improvvisati tornano a essere stanze vuote, cambiano città, o cambiano semplicemente zona, e riaprono, con un nome diverso. O hanno il coraggio di tenere lo stesso indirizzo e numero di telefono e di cambiare nome e di dire che loro non avevano niente a che fare con l’agenzia o società precedente. A volte queste società non sono intestate nemmeno a loro, agli squali approfittatori, e di questi approfittatori non si saprà mai molto. Né il numero di telefono reale, né dove abitano quando hanno finito di rovinare la vita delle persone che tengono sotto scacco. 

Diffidate da chi cerca di difendere i propri ex-aguzzini, preso da una bizzarra Sindrome di Stoccolma verso i carnefici, dicendo “poverini, non c’è niente di male a fare i venditori porta a porta”. Invece sì, c’è qualcosa di molto perverso in questo giro losco e c’è una malvagità che non conosce limiti. E occorre sapere che la legge italiana negli ultimi anni ha cercato di tutelare consumatori e reali aziende oneste e pulite autorizzate alla vendita a domicilio, in particolare con la legge n.173 del 2005. 

Riportiamo quanto scritto in questo documento, che potrete trovare in forma integrale qui.

In passato la vendita a domicilio è stata regolamentata dall’art. 36 della L. n. 426/1971 e dall’art. 55 del D.M. n. 375/1988. Questa disciplina è stata successivamente recepita, in buona parte, dal D. Lgs. n. 114 del 1998, portante la riforma della disciplina del settore commercio. L’articolo 4, comma 1, lettera h), n. 4 di tale decreto annovera la “vendita presso il domicilio dei consumatori” tra le forme speciali di vendita, dettandone poi la disciplina all’articolo 19. 

I contenuti essenziali possono essere sintetizzati nei seguenti tre punti: 

1. La vendita al dettaglio o la raccolta di ordinativi di acquisto presso il domicilio dei consumatori, è soggetta a previa comunicazione al Comune nel quale l’esercente ha la residenza, nel caso di persona fisica, o la sede legale, nel caso di società (utilizzando l’apposito Modello COM 7). L’attività può essere iniziata decorsi trenta giorni dal ricevimento di detta comunicazione. Nella comunicazione deve essere dichiarata la sussistenza dei requisiti previsti all’articolo 5 del medesimo decreto n. 114 del 1998 e il settore merceologico.

2. Il soggetto, che intende avvalersi per l’esercizio dell’attività di incaricati, ne comunica l’elenco all’autorità di pubblica sicurezza del luogo nel quale ha la residenza o la sede legale e risponde agli effetti civili dell’attività dei medesimi. Gli incaricati devono essere in possesso dei requisiti di carattere soggettivo. L’impresa rilascia un tesserino di riconoscimento alle persone incaricate, che deve ritirare non appena esse perdano i requisiti richiesti. Il tesserino di riconoscimento deve essere numerato e aggiornato annualmente, deve contenere le generalità e la fotografia dell’incaricato, l’indicazione a stampa della sede e dei prodotti oggetto dell’attività dell’impresa, nonché del nome del responsabile dell’impresa stessa, e la firma di quest’ultimo e deve essere esposto in modo visibile durante le operazioni di vendita. Le disposizioni concernenti gli incaricati si applicano anche nel caso di operazioni di vendita a domicilio del consumatore effettuate dal commerciante sulle aree pubbliche in forma itinerante. Il tesserino di riconoscimento è obbligatorio anche per l’imprenditore che effettua personalmente le operazioni disciplinate dal presente articolo. 

3. Alle vendite presso il domicilio dei consumatori si applicano altresì le disposizioni di cui al decreto legislativo 15 gennaio 1992, n. 50, in materia di contratti negoziati fuori dei locali commerciali. 

Chiunque si presenti alla vostra porta, nel tentativo di vendervi un contratto alternativo a quello che avete fatto, senza alcun tesserino di riconoscimento, senza neanche identificarsi, che non rende nota l’azienda o la società per cui lavora, non va fatto neanche continuare, ma va allontanato dalla propria abitazione. Se si riesce, occorrerebbe avvisare il Comune di riferimento, nella speranza che si possano effettuare eventuali verifiche – sempre che i truffatori non abbiano già cambiato nome dell’azienda e sede. La vendita a domicilio è estremamente regolamentata e molti di noi non lo sanno e pensano che sia qualcosa che si fa con un colpo di bacchetta magica.

Gli unici “poverini” sono quelli che si lasciano coinvolgere in questo giro, accettando di disintegrare la propria dignità “pur di lavorare, fare qualsiasi cosa”. Il problema è che non è più lavoro, ma sfruttamento, che è molto diverso dal lavorare. Non accettate nulla che abbia a che fare con queste truffe, al primo sospetto, alla prima campanella d’allarme, allontanatevi. Ma non abbiate paura di dire nome dell’agenzia, indirizzo, tutti i riferimenti possibili a chi di dovere e a chi è stato contattato per cadere nella stessa trappola. Non abbiate paura, ci sono molti siti e gruppi su Facebook che servono per denunciare queste attività. Non vorreste mai che qualcuno di vicino a voi cada nella trappola, giusto? Allora parlatene e fate sapere a tutti chi sono i disonesti e chi ha cercato di approfittare di voi. Il lavoro è una cosa, lo sfruttamento è un’altra. E va fermata, può essere fermata, se si fa scudo comune verso certe pratiche ignobili e inaccettabili

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Quello che ho imparato da Tiziano Terzani

Sarà stato il 2005, 2006 quando ho letto il primo libro di Tiziano Terzani, Un Altro Giro Di Giostra. Ricordo che se n’era andato nel 2004 e che di colpo…

Sarà stato il 2005, 2006 quando ho letto il primo libro di Tiziano Terzani, Un Altro Giro Di Giostra. Ricordo che se n’era andato nel 2004 e che di colpo tutta la stampa italiana si era accorta di lui, parlandone con un certo clamore. Come sempre, in Italia, da vivo non ti calcolano minimamente, da morto tutti ti conoscono, ti adorano e ti compiangono. Però lui in vita, da giornalista, era stato considerato come tale da Der Spiegel, un quotidiano tedesco, che gli aveva dato in mano le chiavi di un sogno, del suo sogno: essere corrispondente in Asia, e più precisamente, il primo contratto che ricevette fu quello di corrispondente nel Sud-Est asiatico. 

Il mio percorso nel conoscere i libri di Terzani è andato a ritroso. Sono partita dagli ultimi libri, dedicati tutti alla ricerca del Sé e di una cura, la cura, non tanto la cura del cancro (di cui ha sofferto negli ultimi anni di vita), quanto una cura che esorcizzasse la paura della morte, che estinguesse il terrore di non essere più “sotto i riflettori”, terrore nato dalla mania di protagonismo della vita occidentale. Un Altro Giro di Giostra e La Fine è Il Mio Inizio mi hanno regalato momenti di riflessione, perché in fondo quasi dieci anni fa ero solo una ragazzina che non conosceva così tanto l’universo di pensieri e culture che animavano l’Asia, pensavo che quanto datomi dalla civiltà occidentale fosse sufficiente; quei libri mi hanno regalato lacrime, perché per la prima volta mi avevano fatto pensare alla morte – a quell’avvenimento che aspetta e sorprende, talvolta, ogni essere vivente. Per la prima volta mi hanno fatto pensare: “E quando succederà a me, cosa farò? Cosa dirò? Chi ci sarà con me? Mi spaventerò?”. Poi ho smesso di pensare ossessivamente ed egoisticamente alla mia dipartita, ma ho allargato la prospettiva e ho guardato in maniera più universale al Tutto, al mondo che mi circondava. Guardavo alla natura – e proprio in quegli anni ero andata in Sudafrica, in mezzo alla savana, e lì avevo assistito al grande ciclo della vita e della morte nel regno animale – e vedevo come la natura accettasse quest’alternanza, come l’inizio e la fine continuassero a danzare tra loro, armonicamente e senza grandi traumi. Con naturalezza. Era l’uomo occidentale che aveva fatto della morte uno spauracchio e che aveva spinto i suoi simili a vivere la vita rincorrendo un’illusione di eternità e di perenne protagonismo, che lo ha portato a un rapporto distruttivo in primis con i suoi simili – da allora ritengo che in Occidente si sia sempre più malati, non tanto nel corpo, quanto nella psiche e nell’anima, e che si debba fare qualcosa per guarire – ma soprattutto con la natura stessa, che nel pensiero comune va dominata, in quanto l’uomo è un essere superiore che deve dominare tutto ciò che, in apparenza, non ha un intelletto pari al nostro. È stato proprio da Tiziano Terzani e quei due libri che il mio modo di vedere certi avvenimenti è cambiato completamente. E continua la sua trasformazione e la sua crescita, perché quei libri sono stati in grado di scatenare in me una scintilla meravigliosa, la scintilla che non dovrebbe avere nome, età, limite. E quella scintilla si chiama curiosità

Ma è stato anche un altro libro di Terzani a scuotere quelle fondamenta del mio bagaglio culturale, o meglio, quelle che pensavo fossero le fondamenta sicure del mio sapere. Ed è stato Un Indovino Mi Disse. L’avevo letto in un momento in cui avevo paura di esternare certi miei limiti alle persone che pensavo comprensive verso i miei confronti, verso di Me. Invece, vedevo come la fragilità e l’umiltà di ammettere un proprio limite venissero rifiutati, per viaggiare sullo stesso binario di convinzioni e di abitudini definite non solo incrollabili, ma anche “giuste”. Giuste rispetto a chi? A che cosa? Perché avere il desiderio di non viaggiare in aereo deve essere stupido e devi essere costretto a metterti sull’aereo per arrivare in Asia? Esistono ancora altri modi di muoversi, altri modi di viaggiare che ti fanno vedere il mondo con altre prospettive e altri occhi. Perché muovendo un passo dopo l’altro, anziché viaggiando a velocità irraggiungibili da noi umani, sopra le nuvole, possiamo goderci ogni centimetro di terra attorno a noi. Possiamo vedere tutto, essere sorpresi e meravigliati dall’imprevedibile. 

E perché pensare che quell’area più misteriosa della nostra esistenza, fatta di indovini, maghi (non fattucchieri di quelli che troviamo in televisione) filosofie e religioni diverse sia inutile ai fini della nostra esistenza o superflua, o semplicemente qualcosa di stupido, quando abbiamo la scienza e la tecnologia a darci sicurezza e le risposte che cerchiamo? Ma soprattutto chi mi dice che il modo in cui ho vissuto fino adesso è il modo “migliore” rispetto al resto dei miei simili?

Credo che sia questo l’insegnamento più grande che mi ha dato Tiziano Terzani a livello più personale e intimo, di non dare niente di questo mondo per scontato, di non classificare un pensiero, una cultura come “peggiore o migliore rispetto a…”. Ma soprattutto, mi ha insegnato a guardare dentro di me e a percepirmi come parte di qualcosa di molto più grande, il che ha anche placato certe paranoie che hanno cercato di inculcarmi negli anni. Ho imparato a farmi guidare dalle emozioni, ma anche a mettere certi avvenimenti in “scala”, a non drammatizzarli più del dovuto, rispetto ai problemi veri e realmente drammatici. Ho imparato a limare la violenza dentro di me, a reagire di fronte alle difficoltà con grinta ed entusiasmo. Ora di fronte a molte difficoltà mi sento molto più in pace con me stessa e più sicura nell’affrontarle con la giusta disposizione d’animo. È da qualche anno che ho un rifiuto netto, ho un’irritazione verso i modi violenti di chi si indigna per un nonnulla, nei modi arroganti di chi ti deve far sentire sempre meno importante di lui, di chi si deve far importante ed è nevrotico nella sua mania di controllo di qualsiasi aspetto della sua vita. E non c’è niente di peggio che la calma per farli arrabbiare ancora di più. Ma si arrabbiano loro, mica io.

Come era solito dire, la pace è dentro di noi, se la vogliamo. La nostra ricerca deve partire da dentro di noi. Io ho iniziato questo percorso di ricerca interiore per diventare una persona e una giornalista migliore. Perché se riesco a mettere delle fondamenta buone dentro di me, anche verso gli altri, verso il mio lavoro e le mie passioni potrò essere una persona migliore.

Come giornalista, l’ho sempre reputato uno dei miei modelli e non l’ho mai negato. A volte mi guardo attorno – c’è chi pensa che diventerò una grande giornalista professionista come Quello e Quell’Altro giornalista in televisione. E magari Quello e Quell’Altro mi è capitato di incontrarli e vederli all’opera. E li ho visti anche scendere a compromessi, li ho visti ossequiosi verso individui non di mio gradimento, o mettere in pratica prassi da cui mi ero sempre difesa. E questo mi ha sempre reso piuttosto disillusa, oltre che indignata. Per questo, credo che questa frase di Terzani sia la mia guida e penso che lo sarà sempre in questo percorso:

Ho fatto questo mio mestiere proprio come una missione religiosa, se vuoi, non cedendo a trappole facili. La più facile, te ne volevo parlare da tempo, è il Potere. Perché il potere corrompe, il potere ti fagocita, il potere ti tira dentro di sé! Capisci? Se ti metti accanto a un candidato alla presidenza in una campagna elettorale, se vai a cena con lui e parli con lui diventi un suo scagnozzo, no? Un suo operatore. Non mi è mai piaciuto. Il mio istinto è sempre stato di starne lontano. Proprio starne lontano, mentre oggi vedo tanti giovani che godono, che fioriscono all’idea di essere vicini al Potere, di dare del “tu” al Potere, di andarci a letto col Potere, di andarci a cena col Potere, per trarne lustro, gloria, informazioni magari. Io questo non lo ho mai fatto. Lo puoi chiamare anche una forma di moralità. Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, e lo mandavo a fanculo. Aprivo la porta, ci mettevo il piede, entravo dentro, ma quando ero nella sua stanza, invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo le domande. Questo è il giornalismo.

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Dov’è finita la solidarietà artistica in Italia?

Houston, abbiamo un problema. Correggo e rilancio: Italia, abbiamo un problema. Forse certi problemi si capiscono veramente nel momento in cui li si affronta in prima persona.  Chi scrive non…

Houston, abbiamo un problema.

Correggo e rilancio: Italia, abbiamo un problema.

Forse certi problemi si capiscono veramente nel momento in cui li si affronta in prima persona. 

Chi scrive non è nessuno, per carità, ma mi sono resa conto che in Italia c’è un grosso, enorme problema. Faccio parecchie cose nel tempo libero, e perlopiù queste attività afferiscono al campo artistico – e capita ogni tanto di portare queste attività fuori dalla sala prove, cameretta, laboratorio. Rimango nessuno, ma rivendico il mio diritto a non essere trattata come un’imbecille da chi potrebbe darmi l’opportunità di suonare, recitare, distribuire e diffondere quanto scritto da me. 

Chi scrive si è resa conto che cercare di organizzare un qualsivoglia evento artistico interessante sia qualcosa che rasenta il TSO, o necessiti di una serie di sedute dallo psicoterapeuta dopo il trauma.

Parliamo di organizzare un concerto: partendo dal presupposto che non si sia la solita cover band – che, personalmente, penso che contribuiscano a rovinare il già disastrato panorama live italiano – suonare nel nostro Paese, soprattutto se si è una rock band e affini, è un disastro. Benissimo, lo sappiamo in tanti, è anche colpa dei gestori dei locali, che appunto, preferiscono una serata facile dando da suonare a una cover band. Il locale si riempie se uno sente “You Shook Me All Night Long” degli AC/DC, anziché un brano inedito di una band di emeriti nessuno. Insomma, le band con pezzi originali svuotano i locali, si sa. Meglio tenersi qualche copia maldestra di Angus Young in canna, è un successo assicurato, anche se le canzoni non sono proprio di per sé fresche e nuove. Insomma, come quando all’Inter c’era Siniša Mihajlović a battere le punizioni e i calci d’angolo – anche quando non era proprio più giovincello: tirava ed era un successo assicurato. Quasi lo si metteva in campo solo per un benedetto calcio d’angolo (Siniša ti voglio bene). Ma anche Mihajlović a un certo punto non funzionava più e si è ritirato. 

Detto questo, qualcuno dei lettori de La Valdichiana si ricorderà di certo la mia mini-guida sulla ricerca di lavoro – e sul fatto che uno dei problemi dei potenziali datori di lavoro era proprio la maleducazione nel non rispondere alle candidature. Bene, se vogliamo traslare il discorso in campo artistico, forse questo malcostume è anche più radicato e diffuso. Rarissimamente arrivano risposte o cenni d’interesse, se arrivano alcune sono il top dell’incompetenza o dell’arroganza. La comunicazione è un grosso problema (uno dei tanti), d’altronde uno non può neanche girare mezza Italia per distribuire una demo di locale in locale – e anche qua, ammesso che tu venga ben accolto e non trattato come un questuante e ammesso che il responsabile del locale sia di buon umore. Siccome una band in erba non ha i mezzi per girare l’Italia a scopo promozionale, si passa a contattare i locali via internet… E qua, bisogna tenere sottomano qualche farmaco appartenente alla famiglia delle benzodiazepine, perché si rischia un attacco di panico incontrollato. La comunicazione via internet è fattibile a patto che il locale in questione abbia anche solo una pagina Facebook aggiornata. O un indirizzo email utilizzato e controllato quotidianamente. Altrimenti, non proverete neanche la gioia e il gaudio di vedere un “visualizzato alle ore…”, ma proverete lo strazio di aspettare e aspettare ancora anche un “no, grazie, non siamo interessati”. Perché, seriamente, vi aprite una pagina Facebook se non siete neanche in grado di usare una basilare email? E mi taccio del fatto che alcuni locali non rispondano a prescindere, perché hanno il loro giro di band da far suonare

Non affronto neanche con il discorso del gestore del locale che chiede a chi vuole suonare “sì, ma quanta gente mi porti?”, perché la gente la si porterebbe anche volentieri, lo si fa il passaparola con piacere, ma se non sei capace di promuovere le serate nel tuo locale, quello è un problema del gestore, non della band. Da laureata in Linguaggi dei Media, devo dire che di siti o account di locali seriamente gestiti, forse li conto su una mano, due, al massimo. Comunicazione poco mirata, pubblico non selezionato, perché si passa allo spam generico e all’invito di massa. 

Detto questo, passo al problema più serio. I musicisti stessi. Sì, a voi mi rivolgo: dov’è finita la solidarietà artistica verso le altre band? Suonare in Italia è diventata una guerra tra poveri. Perché, se fai parte di quel giro di band elette a suonare in maniera più o meno regolare, grazie a quei padri-padroni che gestiscono i locali, che di solito monopolizzano la scena di una città e la incancreniscono fino a far passare la voglia di suonare, tu band immanicata sei al sicuro. E le band emergenti che ti chiedono un contatto, anche solo un’informazione su come poter suonare nel locale dove oramai suoni fisso, finiscono per avere il silenzio o risposte evasive (sempre per la serie “ti faccio sapere” o “sono un adepto del Culto della Non-Risposta, spiacente”). Come se si avesse paura che qualcuno possa entrare nel giro di apprezzamenti e favori del padre-padrone e uscire dal giro buono. Che poi giro buono non è, è sempre un inganno, il giro di per sé è mediocre… Però… Se non fai parte di quel giro… “Eh, ma se non accettiamo quello che dice o ci vuole far fare Tizio Caio, che è immanicato con mezza città, noi non suoniamo da nessuna parte” questa è la giustificazione che ho sentito più volte. E posso assicurarvi che ogni volta che sento questa giustificazione il mio cuore perde un battito. Mi cascano le braccia, mi viene il latte alle ginocchia e quant’altro. Perché alla fine, le band che aderiscono a quel giro, accettano di comportarsi da membri di una setta esclusiva e accettano di non dare una possibilità a coloro che sono ai loro primi passi nella loro attività. Che è gravissimo – poi ci si lamenta che ci sono sempre le solite band in giro a suonare, poi ci si lamenta che gli eventi sono sempre quelli. Ma se non si dà una possibilità a tutti, spiegatemi come si può innovare e rinnovare un ambiente che sa di stantio? Ed è qua che gli artisti “fuori dal giro” possono riscattarsi, alla faccia di chi vi ha negato la possibilità di dire la vostra e di farvi conoscere.

Questo è un appello per gli artisti che si sentono tagliati fuori da un giro che viene spacciato per giro buono: non gettate la spugna, perché non tutto il male e il dispiacere provato viene per nuocere. E soprattutto, state fuori dal giro musicale dal sapor di mafia. È più faticoso, ma il vecchio adagio “chi fa da sé fa per tre” oggi deve essere la vera guida di tutti i creativi (e non). Createvi le occasioni da soli, è il momento della rinegoziazione di un valore di un live, dell’incisione di un album intero. Alleatevi con la tecnologia, inventatevi nuovi modi insoliti per farvi conoscere – registrate un live esclusivo dalla vostra saletta prove, preparatela per ospitare pochissime persone, fatevi aiutare per le riprese, mettetelo su YouTube una volta sistemato. Lasciate perdere le vecchie vie stantie – e se volete proprio combatterle, è ora di allearvi con quelle poche persone veramente fidate, che non vi dicono davanti che siete tanto bravi, mentre alle spalle ve ne dicono di ogni. Ed è ora di smettere di credere che la vecchia via sia sempre quella migliore. Se vogliamo, se volete veramente cambiare le regole del gioco, forse è il momento di scommettere sulle proprie facoltà e bisogna smettere di dipendere da qualche magica facoltà di qualche presunto padre-padrone che preferisce tenere tutti in un mare di mediocrità (e si conta i soldi e raccoglie la gloria alle nostre spalle). La spinta per il cambiamento deve arrivare da noi. Dobbiamo fare fatica, ma credo sempre che la fatica venga sempre ripagata. 

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Bar della Chiana – Brasile 2014 – Primi verdetti

Bar della Chiana – Brasile 2014 Ovvia ormai ‘sti mondiali di calcio so’ cominci già da un par di settimane, a forza di vedellì giocà ci sarebbe belle venuto annoia!…

Bar della Chiana – Brasile 2014

Ovvia ormai ‘sti mondiali di calcio so’ cominci già da un par di settimane, a forza di vedellì giocà ci sarebbe belle venuto annoia! Anche perchè giocheno tre partite al giorno, allo scoppio del sole, un c’è punta merigge. E allora chi unn’ha voglia di sfaticassi è lì che un si move, peggio dei ciuchi. I sudamericani invece vanno di più di quell’altri, sta a vedè che sti mondiali Brasile 2014 la vince qualche squadra nova invece dele solite? Vediamo a che punto semo arrivi!

Girone A

Si pensava tutti che ne ‘sto girone un ci fosse da faticà troppo, e invece il Brasile s’è belle fermo. Ha vinto cola Croazia ma gliè andata anche troppo bene, poi ha pareggio col Messico. I messicani invece corrono parecchio, ma anche la Croazia unn’è messa male, è piena di citti che un c’hanno mica paura!
Il Mago Falsetti prevede: 1° Brasile – 2° Croazia

Girone B

In questo invece mi sa che un c’ha chiappo nessuno prima d’iniziallo, infatti i pori spagnoli so belle usciti dalla coppa! Dopo avè vinto il mondiale e du’ europei la Spagna s’è fatta buttà fori dall’Olanda e dal Cile, almeno coll’Australia ci giocheranno per benino? St’olandesi sviaggiano più dei treni, stavvedè che riarrivano in finale?
Il Mago Falsetti prevede: 1° Olanda – 2° Cile

Girone C

Ne ‘sto girone unn’è che ci sia tanta gente a verso, quelli della Grecia parini tra poco manco sanno dove stanno di casa, quelli del Giappone c’hanno voglia ma d’andà a mangià il brustico al lago. Almeno ci so’ i colombiani che corrono, peccato che un si ricordano di fermassi e vanno a batte certe tronate contro i cartelloni!
Il Mago Falsetti prevede: 1° Colombia – 2° Costa d’Avorio

Girone D

Questo è il girone dove giocano quei bischeri dell’italiani, che dopo avè vinto coll’Inghilterra o un si so’ fatti fregà dal Costa Rica? Che poi aveva frego anche l’Urugay, tutti a piglialli pel culo come se un fossero boni a niente e invece corrono più di tutti! E poi quando vanno a casa c’hanno anche il mare, vedrai un gli manca niente!
Il Mago Falsetti prevede: 1° Costa Rica – 2° Italia

Girone E

Anche ‘sto girone unn’è mica male, almeno ci so l’europee che vanno bene invece di fassi sciagattà dai tonfi. Quelli dell’Honduras invece hanno chiappo certe lupate dall’allenatore dopo avè perso anche dall’Ecuador, che unn’è che c’abbia dei calciatori tanto rifiniti!
Il Mago Falsetti prevede: 1° Francia – 2° Svizzera

Girone F

Stanno tutti a vedè Messi perchè vogliono vedello giocà contro Neymar, se continuano così però va a finì che manco c’arrivano in finale, infatti se unn’era per Messi l’Argentina manco ci riusciva a batte quelli dell’Iran, che hanno comincio a giocà a calcio du’ mesi fa. O vediamo come va a finì!
Il Mago Falsetti prevede: 1° Argentina – 2° Nigeria

Girone G

Questo sì che lo chiameno il girone della morte, infatti so’ quattro squadre tutte bone, unn’è facile dì come va a finì! Quel bel citto di Ronaldo ce la farà a portà su il Portogallo o invece c’avrà da patì anche col Ghana? Invece cola Germania un ci si sbaglia mai, loro quando c’è da tirà qualche cignata col pallone ci so’ sempre!
Il Mago Falsetti prevede: 1° Germania – 2° Portogallo

Girone H

Anche questi unn’è che siano tanto boni, forse era meglio se andavano a giocà a bocce o imparavano a montà nei ciuchi, almeno si portavano in chiana pe fallì lavorà un pochino! E invece vogliono giocà, ma tra quelli dell’Algeria e quelli della Corea del Sud un si sa chi sia messo peggio!
Il Mago Falsetti prevede: 1° Belgio – 2° Russia

Ovvia vediamo come vanno a finì ‘sti gironi che poi si principia coll’ottavi di finale! Ancora vedrai è lunga prima di vedè come va a finì Brasile 2014!

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