In fondo, una giovane di 25 anni cerca ancora di sperare nell’Italia e nel suo disastrato mondo del lavoro. A 25 anni, si rincorrono ancora stage sottopagati (quando non pagati affatto con la pretesa di essere curriculari o formativi) e pretese di lavoro assurde per una persona che si è appena affacciata nel mondo del lavoro, per poi sentirsi dire che a 29 anni si è già troppo vecchi e non possono più prenderti.

Mi sembra giusto che una persona, che ha passato i suoi ultimi 5 anni a formarsi all’università, dia qualche chance al proprio Paese, malgrado tutto quello che si dice, tutto quello che si dovrebbe fare e cambiare, ma che nessuno sembra avere la forza di fare.

Ti dicono che la laurea non serve più a nulla, eppure studi con impegno, tenendo ben in mente i sacrifici che i tuoi genitori fanno per pagarti gli studi, l’affitto e le relative spese se sei fuori sede. Per non gravare troppo sul loro bilancio, cerchi dei lavoretti occasionali, o dei lavori part-time, per non dire dei lavori veri e propri, andando incontro a tutte le difficoltà del caso, a un’università italiana ben lontana dal saper gestire e saper accettare questa piccola realtà sospesa tra due mondi. Ti dicono che l’università non sa preparare al mondo del lavoro, e anche per questo motivo cerchi di inserirti il prima possibile. Tuttavia, anche i datori di lavoro non sanno accettare degli studenti che vorrebbero anche lavorare, nascondendosi dietro il “non me lo posso permettere”, o arrivano a offrire loro – mossi da pietà – posizioni da sfruttamento. Tre, sei mesi a “fare fotocopie” e a “portare caffè”, sempre sottopagati o anche gratis – e qua, prego tutti i ragazzi e le ragazze di non accettare niente gratis, si finisce in un circolo vizioso senza fine e il primo stipendio vagamente decente lo si vede a 30 anni. Forse.

Detto questo – la cosa più brutta è quando ti illudono di aver trovato un lavoro, che addirittura è molto vicino, se non perfettamente coincidente con le tue aspirazioni. Il colloquio ti mette già nero su bianco tutto, trattamento economico, orario di lavoro, e ti chiedono di fare un lavoro di prova, prima dell’incontro finale che avrebbe sancito l’inizio ufficiale della tua attività. E allora, cosa fai? Ti lanci a capofitto nel progetto, passi giorni scervellandoti nella speranza che le tue idee vengano apprezzate. La comunicazione con i “superiori” è insolitamente veloce e rapida, e contenta di tutto ciò, consegni il lavoro, sperando in un riscontro rapido. Ma tutto tace. Né un va bene, né un non va bene, nessun commento circa pregi o difetti del tuo lavoro. Nulla. Zero. Solo una settimana dopo arriva un’email abbastanza asciutta e secca, senza saluti, ma con una domanda, a cui rispondi. Intanto sono passate tre settimane dalla consegna e nessuno si fa più vivo. Passano i giorni e non sai che fare. Provi a scrivere di nuovo, ma non ricevi nessuna reazione.

Intanto ti chiamano per altri lavori e non sai che cosa rispondere, perché sei lasciata “in sospeso”. Passa pure la data in cui avresti dovuto iniziare a lavorare da loro. Sei, in gergo, “rimasta a piedi”. Ed è anche altamente probabile, se non sicuro, che questi si sono intascati il tuo lavoro di prova, di cui non hai visto un solo commento, una valutazione, tantomeno un rimborso, un riconoscimento economico. Un “scusaci il disturbo, tieni qualcosa, perché comunque hai lavorato 10 giorni, nel bene e nel male”. E stai pure certa che si prenderanno qualche idea che hai avuto, si  prenderanno il merito di qualcosa che non è loro, ma che poteva essere anche loro.

Forse la cosa più brutta che mi potesse succedere è questa. Essere illusa e poi essere silenziosamente espropriata di un lavoro. Di qualche idea che potevo continuare a sviluppare io. Questo è quello che mi è successo con una start-up di Parma, che si vanta di “rispondere sempre” ai candidati, che si vanta di voler dare possibilità a tutti, di inserirli per farli crescere all’interno della propria attività – e sembra che chi entri non voglia quasi più uscirne. A me hanno fatto vedere l’entrata della loro magnifica fucina e lì sono rimasta, ad aspettare qualcosa che non è mai arrivato.

E se dovessero mai farsi vivi tra qualche mese e dirmi che mi vogliono a lavorare da loro? Rifiuterei, perché chissà cos’altro potrebbero avere in serbo per me. Perché prima avevano solamente bisogno di qualcuno che gli sbrigasse un lavoro nel quale, evidentemente, le loro idee erano in letargo, anziché essere sempre sveglie, come sostengono nel loro motto. E perché non provare a cavarsela pure gratis? D’altronde in Italia, chi frega se la cava sempre, alla faccia degli onesti.

Dopo questo, credete ancora che io abbia fiducia nel mondo del lavoro del mio Paese? Credete che mi possa presentare sempre affabile e servizievole, se l’ultima fregatura è stata anche quella più vicina ai miei sogni? Credete che sia troppo presentarsi e chiedere che anche un lavoro di prova venga retribuito e che abbia un suo contratto occasionale?

Credete che sia troppo? Se lo pensaste davvero, non avreste minimamente a cuore il vostro futuro, che siamo noi giovani. E pensate, esattamente come quella start-up di Parma, al vostro tornaconto e allo sfruttare idee degli altri, senza dare loro il minimo riconoscimento, perché tanto siamo giovani senza esperienza e volete continuare a tenerci senza esperienza, perché fa comodo. Per poi dirci che siamo troppo vecchi e non abbiamo imparato niente. Se questo è il modo per affossare la mia (poca) fiducia verso l’Italia, ce la state facendo. Ma se una cosa mi viene bene, è difendermi e passare al contrattacco. E da qui in avanti, sarà tutta difesa verso il mio lavoro. Perché voglio lavorare anch’io. E voglio vedere il mio lavoro riconosciuto con nome e cognome e retribuito. Non rubato.

Print Friendly, PDF & Email
Show Full Content

About Author View Posts

Alessandra Leoni
Alessandra Leoni

Sempre divisa tra Milano (testa) e Parma (cuore). Classe 1989 e tanta voglia di scrivere. Laureata in Linguaggi dei Media presso l'Università del Sacro Cuore di Milano e specializzanda (!?) in Giornalismo e Cultura Editoriale presso l'Università di Parma. Avida lettrice di libri, sviluppa una certa dipendenza alla musica di ogni genere. È necessario prenderla a piccole dosi.

5 thoughts on “La delusione più grande: quanto ti illudono di avere un lavoro

  1. Io dopo due occasioni in cui ho visto pochi soldi o zero non ho mai più accettato condizioni simili e ora a 30 anni non ho ancora mai avuto un contratto. Lo stipendio è fantascienza.

    1. È fantascienza, ma comunque è vergognoso che i lavori di prova siano lavori veri e propri e non vengano retribuiti – bisogna impuntarsi e farsi valere. Se si va avanti ad accettare tirocini gratis, lavori gratis, continueranno così. Io mi sono stufata.

      1. Certo, intendevo dire che lo posso vedere solo nei sogni! Io non accetto queste condizioni e per questo non lavoro o non mi avvicino neanche a cose che puzzano troppo di sfruttamento. Sono uscito da due anni di malattia e francamente non ho voglia di fare una cosa del genere, di farmi schiavizzare. Dopo quasi 5 anni di ricerca e pochissimi lavoretti occasionali, ho deciso di fare un corso di formazione per specializzarmi in qualcosa, sperando che porti a qualcosa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

 
Iscriviti alla nostra newsletter!

Ultimi Articoli

Ultimi Podcast

Ultimi Video

Valdichiana Shop

I nostri sponsor

Archivi

Close
Close