La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: studio

L’università non prepara al mondo del lavoro. Giusto, ma…

Oggi, si viene detto sempre più che è meglio lavorare, essere idraulico, panettiere, pasticcere, anziché prendersi una laurea, perché un laureato costa troppo a un’azienda, perché un laureato non ha…

Oggi, si viene detto sempre più che è meglio lavorare, essere idraulico, panettiere, pasticcere, anziché prendersi una laurea, perché un laureato costa troppo a un’azienda, perché un laureato non ha idea di che cosa sia il mondo del lavoro, perché l’università è un mondo chiuso a sé stante che non è in grado di preparare i giovani al mondo del lavoro vero e proprio.

Suonerà come uno “sputare nel piatto in cui si mangia”, ma quest’editoriale non vuole essere una manifestazione di ingratitudine, ma è assolutamente vero che non è in grado di fare quanto detto. L’università è incapace di preparare al mondo del lavoro, oggi come oggi, per un problema di didattica e di impostazione. Con le dovute precisazioni: prima di tutto, quando dicono che ci sono posti liberi da fornai, artigiani, che nessuno vuole, e che sono “estremamente ben pagati”, ebbene, si attendono le dichiarazioni di questi fornai e artigiani che guadagnano “fino a 3.000 € al mese”, perché ancora latitano. Secondo, l’università non preparerà al mondo del lavoro, ed è un aspetto grave, ma si potrebbe bilanciare nuovamente la didattica, favorendo lo sviluppo del pensiero critico degli studenti e prediligendo l’attività allo studio eccessivamente passivo e poco critico.

Ecco il problema più grande dell’università italiana: l’eccessivo nozionismo. Avere una solida cultura di base, avere una conoscenza teorica forte è senz’altro importante. Ma c’è un effetto collaterale, a cui non si pensa: una preparazione eccessivamente sbilanciata sulle teorie, su uno studio puramente astratto, rende gli studenti dei perfetti pappagalli, che leggono il libro, imparano a memoria, vanno all’esame, passano l’esame, per poi dimenticarsi quanto studiato. Perché poi, giustamente, molti laureati e già lavoratori, anni dopo arrivano a dire “quello che ho studiato all’università non l’ho mai applicato”. In altre parole, non è servito a niente. E non è lusinghiero come commento, eppure salta fuori molto spesso. Ma è vero, si vedono questi atteggiamenti, si leggono, si sentono in giro: non c’è bisogno di sapere il perché si studia questa teoria, anziché un’altra, basta impararsi i concetti meccanicamente e ripeterli in maniera corretta all’esame, per prendersi un 30. A volte basta impararsi tutto con dei riassunti, non ci vogliono neanche gli innumerevoli libri della bibliografia dell’esame. Qua si apre una triste parentesi: i libri scritti dai professori. Talvolta, le bibliografie d’esame sono fatte esclusivamente da libri scritti dai professori che tengono il corso; e molto spesso, sono libri illeggibili, quando sullo stesso tema, sono stati scritti libri più autorevoli e più ragionati (nonché più comprensibili). E questa, sembra essere una prassi tutta italiana.

Cosa ne consegue dal troppo nozionismo dell’università italiana? Che viene a mancare una forte dose di attività, di pratica, di progettualità. Quanti di quelli che hanno studiato Scienze della Comunicazione si sono trovati davanti a un progetto di social media marketing da fare? A un blog da aprire per scrivere articoli in base ai temi trattati a lezione? Quanti di questi studenti si sono trovati davanti alla richiesta di scrivere o di progettare una raccolta di racconti con i compagni di corso, partendo dai racconti da scrivere, ai rudimenti di ‘impaginazione con InDesign? Quanti di questi si sono trovati di fronte a un esame dove l’obiettivo non è studiare una data quantità di pagine e libri, ma è dimostrare di saper fare qualcosa, coerentemente con il corso di studi?

Perché succede di trovarsi di fronte a laureati in Scienze della Comunicazione che non sono in grado di scrivere un comunicato stampa, o un semplice articolo, e non sono in grado di capire come funziona Facebook o Twitter, o la semplice gestione della comunicazione di un brand sui social network.

Non solo: da quest’ossessione per il nozionismo ne consegue una grave mancanza di capacità critica. Capacità critica verso quanto studiato, e capacità di comprendere cosa, tra quanto imparato, serva davvero nel proprio percorso lavorativo. Una prassi molto diffusa, nell’università inglese, è quella di produrre essay, dei saggi critici, per gli esami. Perché sembra che il pensiero autonomo e critico sia più importante delle nozioni, nel mondo dell’università inglese (ed è chiaro che anche quel mondo avrà i suoi difetti). O meglio, sembra che venga preferito lo studente che è in grado di mettere in pratica quanto appreso e che è anche in grado di scegliere quello che gli sembra più utile nel proprio percorso. Il famoso chiedersi il perché si studiano quelle teorie, perché si leggono quei libri, anziché degli altri, l‘utilità della singola nozione e lo scoprire i nessi logici che vanno a creare il bagaglio di conoscenze che ci si appresta a capire, prima di utilizzarle.

Un eccesso di nozionismo fa provare una repulsione crescente verso l’università, e lo dimostrano le immatricolazioni sempre più in calo, anno dopo anno. Al di là delle ragioni economiche, dovute alla crisi economica e all’aumento delle rette universitarie, c’è questo motivo “non ho voglia di studiare un altro tre, cinque anni”, “non ho voglia di studiare di nuovo cose che ho già fatto”. Questo è il problema: l’università non dovrebbe “insegnare cose già fatte”, dovrebbe invece portare le conoscenze degli studenti verso un nuovo livello e dovrebbe portare alla presa di coscienza del proprio bagaglio culturale, oltre che dare un’idea di che cosa potrebbe implicare il voler essere un esperto di comunicazione nel mondo del lavoro, una volta preso l’agognato “pezzo di carta”. E chiamarlo pezzo di carta, con questa università italiana, è drammaticamente la definizione giusta. Un pezzo di carta bello da mostrare e nulla più. L’urgenza è di far diventare l’università un mondo che dialoghi con la dimensione lavorativa, e di farlo diventare un luogo dove si ragiona, si fa, si sperimenta, dove si sbaglia e si corregge il tiro, non un posto dove si studia a memoria “per passare l’esame” o per “stare parcheggiati”. Perché questi pensieri – reali e già sentiti uscire da alcune persone – sono veramente tristi e svilenti e contribuiscono a dipingere un ritratto dell’universitario ideale tutt’altro che positivo.

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La delusione più grande: quanto ti illudono di avere un lavoro

In fondo, una giovane di 25 anni cerca ancora di sperare nell’Italia e nel suo disastrato mondo del lavoro. A 25 anni, si rincorrono ancora stage sottopagati (quando non pagati…

In fondo, una giovane di 25 anni cerca ancora di sperare nell’Italia e nel suo disastrato mondo del lavoro. A 25 anni, si rincorrono ancora stage sottopagati (quando non pagati affatto con la pretesa di essere curriculari o formativi) e pretese di lavoro assurde per una persona che si è appena affacciata nel mondo del lavoro, per poi sentirsi dire che a 29 anni si è già troppo vecchi e non possono più prenderti.

Mi sembra giusto che una persona, che ha passato i suoi ultimi 5 anni a formarsi all’università, dia qualche chance al proprio Paese, malgrado tutto quello che si dice, tutto quello che si dovrebbe fare e cambiare, ma che nessuno sembra avere la forza di fare.

Ti dicono che la laurea non serve più a nulla, eppure studi con impegno, tenendo ben in mente i sacrifici che i tuoi genitori fanno per pagarti gli studi, l’affitto e le relative spese se sei fuori sede. Per non gravare troppo sul loro bilancio, cerchi dei lavoretti occasionali, o dei lavori part-time, per non dire dei lavori veri e propri, andando incontro a tutte le difficoltà del caso, a un’università italiana ben lontana dal saper gestire e saper accettare questa piccola realtà sospesa tra due mondi. Ti dicono che l’università non sa preparare al mondo del lavoro, e anche per questo motivo cerchi di inserirti il prima possibile. Tuttavia, anche i datori di lavoro non sanno accettare degli studenti che vorrebbero anche lavorare, nascondendosi dietro il “non me lo posso permettere”, o arrivano a offrire loro – mossi da pietà – posizioni da sfruttamento. Tre, sei mesi a “fare fotocopie” e a “portare caffè”, sempre sottopagati o anche gratis – e qua, prego tutti i ragazzi e le ragazze di non accettare niente gratis, si finisce in un circolo vizioso senza fine e il primo stipendio vagamente decente lo si vede a 30 anni. Forse.

Detto questo – la cosa più brutta è quando ti illudono di aver trovato un lavoro, che addirittura è molto vicino, se non perfettamente coincidente con le tue aspirazioni. Il colloquio ti mette già nero su bianco tutto, trattamento economico, orario di lavoro, e ti chiedono di fare un lavoro di prova, prima dell’incontro finale che avrebbe sancito l’inizio ufficiale della tua attività. E allora, cosa fai? Ti lanci a capofitto nel progetto, passi giorni scervellandoti nella speranza che le tue idee vengano apprezzate. La comunicazione con i “superiori” è insolitamente veloce e rapida, e contenta di tutto ciò, consegni il lavoro, sperando in un riscontro rapido. Ma tutto tace. Né un va bene, né un non va bene, nessun commento circa pregi o difetti del tuo lavoro. Nulla. Zero. Solo una settimana dopo arriva un’email abbastanza asciutta e secca, senza saluti, ma con una domanda, a cui rispondi. Intanto sono passate tre settimane dalla consegna e nessuno si fa più vivo. Passano i giorni e non sai che fare. Provi a scrivere di nuovo, ma non ricevi nessuna reazione.

Intanto ti chiamano per altri lavori e non sai che cosa rispondere, perché sei lasciata “in sospeso”. Passa pure la data in cui avresti dovuto iniziare a lavorare da loro. Sei, in gergo, “rimasta a piedi”. Ed è anche altamente probabile, se non sicuro, che questi si sono intascati il tuo lavoro di prova, di cui non hai visto un solo commento, una valutazione, tantomeno un rimborso, un riconoscimento economico. Un “scusaci il disturbo, tieni qualcosa, perché comunque hai lavorato 10 giorni, nel bene e nel male”. E stai pure certa che si prenderanno qualche idea che hai avuto, si  prenderanno il merito di qualcosa che non è loro, ma che poteva essere anche loro.

Forse la cosa più brutta che mi potesse succedere è questa. Essere illusa e poi essere silenziosamente espropriata di un lavoro. Di qualche idea che potevo continuare a sviluppare io. Questo è quello che mi è successo con una start-up di Parma, che si vanta di “rispondere sempre” ai candidati, che si vanta di voler dare possibilità a tutti, di inserirli per farli crescere all’interno della propria attività – e sembra che chi entri non voglia quasi più uscirne. A me hanno fatto vedere l’entrata della loro magnifica fucina e lì sono rimasta, ad aspettare qualcosa che non è mai arrivato.

E se dovessero mai farsi vivi tra qualche mese e dirmi che mi vogliono a lavorare da loro? Rifiuterei, perché chissà cos’altro potrebbero avere in serbo per me. Perché prima avevano solamente bisogno di qualcuno che gli sbrigasse un lavoro nel quale, evidentemente, le loro idee erano in letargo, anziché essere sempre sveglie, come sostengono nel loro motto. E perché non provare a cavarsela pure gratis? D’altronde in Italia, chi frega se la cava sempre, alla faccia degli onesti.

Dopo questo, credete ancora che io abbia fiducia nel mondo del lavoro del mio Paese? Credete che mi possa presentare sempre affabile e servizievole, se l’ultima fregatura è stata anche quella più vicina ai miei sogni? Credete che sia troppo presentarsi e chiedere che anche un lavoro di prova venga retribuito e che abbia un suo contratto occasionale?

Credete che sia troppo? Se lo pensaste davvero, non avreste minimamente a cuore il vostro futuro, che siamo noi giovani. E pensate, esattamente come quella start-up di Parma, al vostro tornaconto e allo sfruttare idee degli altri, senza dare loro il minimo riconoscimento, perché tanto siamo giovani senza esperienza e volete continuare a tenerci senza esperienza, perché fa comodo. Per poi dirci che siamo troppo vecchi e non abbiamo imparato niente. Se questo è il modo per affossare la mia (poca) fiducia verso l’Italia, ce la state facendo. Ma se una cosa mi viene bene, è difendermi e passare al contrattacco. E da qui in avanti, sarà tutta difesa verso il mio lavoro. Perché voglio lavorare anch’io. E voglio vedere il mio lavoro riconosciuto con nome e cognome e retribuito. Non rubato.

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Tesi di laurea nel cestino? No, grazie

Era già successo a Scienze Politiche, a Milano, qualche anno fa: tesi di laurea buttate nel cestino. La foto pubblicata la settimana scorsa su Repubblica.it ha nuovamente scatenato (e giustamente, ci mancherebbe altro)…

Era già successo a Scienze Politiche, a Milano, qualche anno fa: tesi di laurea buttate nel cestino. La foto pubblicata la settimana scorsa su Repubblica.it ha nuovamente scatenato (e giustamente, ci mancherebbe altro) le ire degli ex-universitari, oramai laureati. Questa volta, le tesi bellamente messe nei bidoni sono quelle di Informatica in via Comelico.

In questo post, non mi interessa che siano le tesi scritte tra gli anni ’80 e gli anni ’90, perché il principio è il lavoro che c’è stato alle spalle. Se il problema è la quantità di tesi cartacee che si sono accumulate negli anni, perché non far partire un progetto di digitalizzazione delle tesi? Sfruttare i ricercatori e i dipartimenti di informatica (di ingegneria, e così via) per avviare un progetto di biblioteca digitale delle tesi, forse è azzardato? Azzardato, ma non infattibile. E soprattutto, sarebbe un’operazione intelligente e utile.

Anche perché, fare una biblioteca digitale delle tesi, servirebbe ai futuri studenti e ai futuri tesisti per consultarle, e perché no, sfruttarle da altri tesisti come dei libri normali, per la propria bibliografia. Mi spiego: la tesi dovrebbe essere un lavoro con un certo valore scientifico, visto che dovrebbe essere curata da degli accademici e dei professionisti con molta preparazione e molta esperienza. Spesso, soprattutto negli ultimi anni (e ho visto certe cose accadere davanti ai miei occhi) i professori che seguono i tesisti, non li seguono affatto! A partire dal non presentarsi quasi mai agli incontri e agli appuntamenti dove si discute dei capitoli redatti, ma a partire più semplicemente dal leggere le tesi – e sapere di cosa parlano, l’argomento. Ho visto (e letto) tesi di qualità dubbia e mi trovo costretta a concordare che negli ultimi anni la qualità delle tesi siano precipitate. Però questo non giustifica il buttarle nel cestino, tutte, indistintamente. Che le migliori vengano digitalizzate e sfruttate dagli studenti che verranno dopo! E in questi anni, è veramente necessario spendere 100 € – almeno – per tre copie di una tesi, di cui una sola rimane allo studente, le altre due, se le tiene il relatore (forse, visto che poi magari finiscono dimenticate in un armadio)? Perché non fare una copia digitale per i relatori, avendo così solo una copia cartacea, che rimarrà allo studente?

Ma a questo punto, è veramente necessario scrivere una tesi come prova finale di una laurea? Se viene poi buttata via, neanche curata a modo dal relatore, lasciata in un angolo e nel dimenticatoio, che senso ha? A volte ci si dimentica che ci sono comunque ore di lavoro, di ricerche, di studio e di scrittura da parte di uno studente, il più delle volte abbandonato a se stesso, che è ben diverso dal lavoro in autonomia che ci si aspetterebbe giustamente dopo un primo ciclo di studi universitari. Allora che senso ha scrivere una prova finale – che poi magari risulta essere mediocre o scialba, che tratta un argomento magari già usato molte volte?

Al posto della tesi (che direi che potrebbe rimanere opzionale, se si ha veramente un argomento innovativo e di ricerca vera e propria), perché non dare come prova finale – non so, un’esperienza universitaria all’estero? O ancora meglio, un’esperienza di studio e lavoro di ricerca all’estero – che viene riportata e raccontata nella prova finale. No, non una tesi di 90 pagine, ma un elaborato della lunghezza di un saggio breve. A questo punto, chi non se la sente, potrebbe fare anche degli esami extra, che siano estremamente pertinenti con il percorso di studi. Se dobbiamo fare un lavoro che finisce nel cestino e che non viene sfruttato da chi studierà negli anni successivi, tesi no grazie. 

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Serena-Mente arriva anche a Sinalunga

Ad un anno e mezzo dalla sua realizzazione il progetto “Serena-Mente” del Centro Dedalo di Siena arriva anche a Sinalunga (e Grosseto). Il corso di doposcuola per ragazzi con DSA (disturbi…

Ad un anno e mezzo dalla sua realizzazione il progetto “Serena-Mente” del Centro Dedalo di Siena arriva anche a Sinalunga (e Grosseto). Il corso di doposcuola per ragazzi con DSA (disturbi dell’apprendimento come dislessia, disortografia, discalculia e disgrafia), coordinato della logopedista Valentina Campanella, nasce con l’obiettivo di supportare i ragazzi con difficoltà di apprendimento nelle strategie di studio, al fine di eguagliare il futuro scolastico di un pari coetaneo, che non presenta alcuna difficoltà e restituire successo e gratificazione ai vissuti scolastici, spesso segnati da frustrazione e delusione.

Da oggi, il doposcuola sarà attivo non solo a Siena (presso il Centro Dedalo in strada Massetana Romana 64) ma anche a Sinalunga presso la parrocchia San Pietro ad Mensulas. Il doposcuola “Serena-Mente” utilizza metodi e strumenti specifici, della Cooperativa Anastasis in convenzione con il Centro Dedalo. Per le necessità dei ragazzi con questo tipo di difficoltà nell’apprendimento sono stati sviluppati programmi mirati e software didattici e riabilitativi come sintetizzatori vocali e altri strumenti specifici, che permettono di affrontare con successo i problemi più frequenti: dalla lettura lenta e scorretta alla disortografia. Inoltre il corso si avvale di un’equipe multidisciplinare composta da logopedisti, psicologi, educatori e pedagogisti in costante formazione che durante l’anno seguono seminari di approfondimento con professionisti di livello nazionale.

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