La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: enogastronomia

I pici all’aglione della Valdichiana

C’è una storia gastronomica che affonda le sue radici in tempi antichissimi, la storia di un prodotto prezioso ma purtroppo sconosciuto ai più, anche se sicuramente ne avrete già sentito…

C’è una storia gastronomica che affonda le sue radici in tempi antichissimi, la storia di un prodotto prezioso ma purtroppo sconosciuto ai più, anche se sicuramente ne avrete già sentito parlare. Chi di voi, sfogliando il menù di un’osteria toscana, non si è mai trovato davanti i famigerati ‘pici all’aglione‘? E quanti avranno scelto di evitarli per non rischiare di dover rimanere in silenzio per tutto il resto della serata a causa dell’odore poco gradevole, per così dire, emanato dal presunto ingrediente principale di questo piatto?
Potrei scommettere che in molti abbiate fatto questa scelta. Ma se ora vi dicessi che non c’è bisogno di preoccuparsi, che l’aglio non è affatto – o almeno non dovrebbe essere – un ingrediente di questa ricetta e che potreste godervi una generosa porzione di pici all’aglione senza preoccuparvi dell’olfatto dei vostri commensali, rimarreste stupiti? Forse sì, o almeno me lo auguro, perché è proprio da qui che parte la nostra storia.

L’allium ampeloprasum var. holmense, volgarmente noto come aglione, è una varietà di aglio che si coltiva nel territorio della Valdichiana sin dal XVI secolo.
Pur essendo conosciuto e coltivato da molto tempo, è stato davvero riscoperto solo in tempi recenti, pur rimanendo un prodotto di nicchia a causa del suo costo elevato (si arriva a 15-18 euro al chilo) e della sua diffusione limitata quasi esclusivamente all’interno dei confini della Toscana (chi volesse reperirlo o scoprire chi lo produce può rivolgersi all’Associazione per la Tutela e la Valorizzazione dell’Aglione della Valdichiana).
La scarsa fama di questo prodotto può derivare anche da una mancanza di informazione: chi non ne ha mai sentito parlare potrebbe pensare che non differisca poi molto dall’aglio e che quindi non valga la pena prestargli troppa attenzione. Ma l’aglione e l’aglio sono in realtà molto diversi, non solo per la forma (l’aglione è molto più grosso, come si può facilmente intuire dal nome).

Qual è la prima, sostanziale differenza tra questi due ortaggi?
Proviamo a immaginare quanto possa essere complicato, per qualcuno allergico all’aglio, andare a mangiare in un ristorante: nella cucina italiana è un ingrediente molto usato, per esempio nel sugo di funghi, nel pesto, nella famosa ribollita toscana e in moltissimi altri piatti. I soggetti allergici sono quindi costretti a prestare sempre molta attenzione a quello che ordinano. E qui sta proprio la chiave del malinteso: l’aglione, a differenza dell’aglio, non provoca alcun tipo di allergia, proprio come ci racconta la tradizione, e può essere quindi consumato anche da chi è allergico all’aglio.

Adelina aveva cinque anni la prima (e fortunatamente ultima) volta che, dopo aver mangiato una sola forchettata dei pici al pomodoro e aglio della mamma, smise quasi del tutto di respirare, destando il più completo terrore attorno alla tavola alla quale sedeva assieme a tutta la sua famiglia. Non ricordava molto di quel pranzo, sapeva solo che a un certo punto si era sentita soffocare come quando, solo qualche mese prima, era finita per sbaglio nel doppiofondo dell’armadio dei suoi genitori e si era sentita sollevare da terra, senza avere idea di chi fossero le braccia che la cingevano.
Si era svegliata un paio d’ore più tardi, madida di sudore e con un forte dolore al centro del petto, sentendo il padre spiegare al resto della famiglia che probabilmente non tollerava qualcosa che aveva mangiato e che tutti si sarebbero dovuti impegnare per capire che cosa fosse. Anche se Gilberto Bacconi aveva deciso di tornare a prendersi cura del podere una volta finita la guerra, non aveva mai dimenticato tutto quello che aveva imparato come medico dell’esercito. Quegli insegnamenti gli avevano permesso di salvare la vita alla figlia più piccola, ma non era comunque sicuro che sarebbe stato in grado di riuscirci una seconda volta. Non sapeva molto di allergie, che non erano state la preoccupazione principale durante una guerra cruenta quanto la Prima Guerra Mondiale, ma aveva visto morire sua madre dopo un attacco troppo simile a quello di Adelina. Così si disse che avrebbero dovuto fare molta attenzione affinché un episodio simile non si ripetesse.
Non fu una scoperta immediata, fu come giocare una brutta partita di Roulette Russa con la bambina, ma alla fine fu chiaro che era l’aglio a nuocere alla piccola Adelina. Non fu semplice privarsi di quell’ingrediente così tradizionale: quasi ogni cosa cucinata dalle sapienti mani di Marisa ne aveva contenuta, fino a quel momento, una dose più o meno consistente, ma era imperativo riuscire a farne a meno.

Nei cinque anni successivi, la donna ebbe molto tempo per sperimentare e diventare brava a sopperire a quella che, per una famiglia di contadini toscani, era decisamente una grossa mancanza. Di tanto in tanto, specialmente in occasioni di compleanni o feste importanti, qualcuno si azzardava a chiedere un piatto dei pici al pomodoro e aglio che non vedevano la luce in casa Bacconi da tanto tempo, ma Marisa decise di cucinarli di nuovo solo quando a chiederglieli fu proprio Adelina, il giorno del suo decimo compleanno. Lei ovviamente si rifiutò, ma quando la figlia proseguì dicendo che era il suo unico desiderio per quel compleanno, Marisa acconsentì col cuore attanagliato dalla paura. Avevano cercato di spiegare alla bambina che non era per scelta  che l’avevano privata di quello che, dopo una sola forchettata, era diventato il suo piatto preferito, che le avrebbe fatto molto male mangiarlo, ma lei sembrava così entusiasta al solo pensiero, che Marisa proprio non riuscì a negarle quell’unico regalo.
Le soluzioni erano molteplici: avrebbe potuto fare un semplice sugo di pomodoro senza usare l’aglio, ma era sicura che Adelina se ne sarebbe accorta e non aveva alcuna intenzione di deluderla. Così cominciò a pensare a come riuscire a rendere felice la bambina senza, ovviamente, farle rischiare la vita. Sfogliò tutti i libri di cucina presenti in casa (per la maggior parte scritti dalle sue ave) finché non si imbatté in un appunto piuttosto curioso, vergato a mano probabilmente con una penna d’oca. Era scritto proprio accanto alla ricetta dei famosi pici al pomodoro che ormai conosceva a memoria da più di vent’anni; tuttavia, non ricordava assolutamente quel particolare.
La parola aglio era stata cancellata con una sottile linea nera e accanto era stato appuntato “aglione, non impedisce il respiro”. Era quello il problema che aveva avuto Adelina: le era proprio mancato il respiro. Quell’appunto significava forse che quell’aglione, sicuramente in qualche modo simile all’aglio ma di cui lei non aveva mai sentito parlare, potesse essere mangiato anche da sua figlia minore? Continuò a studiare l’argomento, si consultò col dottore del paese, col proprietario della drogheria, col fruttivendolo e alla fine capì che la sua deduzione era esatta, che quell’antico appunto era esatto. Grazie a quella scoperta poteva realizzare l’unico desiderio di compleanno della figlia: non più dei semplici pici al pomodoro e aglio, ma degli innovativi e autentici pici all’aglione.

Questa forse è solo una storia, forse Adelina non è mai esistita (chissà), ma ciò che è senza dubbio vero è che l’aglione è l’ingrediente ideale per coloro che, impossibilitati a mangiare aglio, non vogliono privarsi di quel sapore piccante e un po’ dolce che è la sua caratteristica più apprezzata.

 

 

I pici all’aglione della Valdichiana: la ricetta

Ingredienti per 4 persone – Pici fatti in casa
400 g di farina 0
200 g di farina di grano duro
300 g di acqua

Mescolate bene le due farine, meglio se le setacciate. Disponetele a fontana sulla spianatoia, versate l’acqua nel cratere e incorporate la farina poco a poco.
Impastate per 10 minuti, dopo di che prendete la pasta e cominciate a fare delle strisce. Rollatele con le mani fino a ottenere dei lunghi spaghettoni . Per evitare che si attacchino, disponeteli su un piano cosparso di semolino in attesa della cottura. Il picio deve cuocere circa 15 minuti.

Ingredienti per il sugo
500gr di pomodori
50gr di aglione
olio extravergine di oliva
mezzo bicchiere di vino
sale
pepe e peperoncino a gusto

Per prima cosa, si sminuzza l’aglione. C’è chi preferisce tagliarlo a pezzi e chi preferisce schiacciarlo: in alternativa si possono frullare gli spicchi e qualche cucchiaio d’olio con un frullatore a immersione, e versare la pasta così ottenuta in un tegame dove si sarà fatto scaldare un po’ d’olio. Quando l’aglione comincia a dorarsi, stando attenti a non farlo attaccare al fondo, si aggiunge il mezzo bicchiere di vino (per esempio un Valdichiana Toscana DOC bianco) e lo si lascia ritirare ottenendo infine una crema. A questo punto si può spegnere la fiamma mentre si prepara il pomodoro, in modo che l’aglione non bruci.
Per quanto riguarda i pomodori si può usare la passata già pronta oppure i pelati (che andranno frullati una volta rimossi i piccioli). Il risultato finale dovrà essere una salsa, quindi se si sceglie di usare i pomodori freschi tagliati a cubetti bisognerà lasciarli cuocere fino a che non saranno completamente sfatti.
Quando la crema di aglione è pronta, a fiamma accesa si unisce il pomodoro e si amalgama il tutto. Se si è scelto di usare passata o pelati il tempo di cottura sarà di circa 30 minuti (o comunque fino a quando il pomodoro non si sarà addensato), per i pomodori freschi invece i tempi saranno più lunghi.

Quando la salsa è pronta, condite i pici, servite e abbuffatevi!
L’aglione è un ortaggio che ancora viene prodotto in quantità limitate ed è più facile reperirlo tra luglio e novembre. Un’ottima idea per gustarsi la salsa all’aglione tutto l’anno è prepararla in grandi quantità e farne delle conserve.

1 commento su I pici all’aglione della Valdichiana

La Sagra dei Pici di Celle sul Rigo: i racconti dei protagonisti

Da quasi cinquant’anni la comunità di Celle sul Rigo si riunisce attorno a un elemento fortemente identitario. La Sagra dei Pici, dedicata interamente a un alimento di eccellenza del territorio, è…

Da quasi cinquant’anni la comunità di Celle sul Rigo si riunisce attorno a un elemento fortemente identitario. La Sagra dei Pici, dedicata interamente a un alimento di eccellenza del territorio, è diventata una tradizione molto sentita tra la popolazione del piccolo borgo, grazie a una crescita costante e un’atmosfera di serenità che si respira nell’ultima settimana di maggio.

I pici, tutti rigorosamente fatti a mano dai cellesi nei giorni precedenti alla manifestazione, sono un elemento di fondamentale importanza per Celle sul Rigo. Anche se la Sagra dei Pici è ufficialmente organizzata dalla Società Filarmonica locale per finanziare le attività musicali, in realtà coinvolge l’intera popolazione ed è capace di richiamare centinaia di ospiti dai dintorni. I pici di Celle sul Rigo sono diventati particolarmente famosi e apprezzati, tanto che nel corso della 48° edizione è stata annunciata la candidatura della pratica dell’appiciare a patrimonio immateriale dell’UNESCO.

Per ripercorrere la storia della Sagra dei Pici ho avuto il piacere di intervistare numerosi cellesi, utilizzando le loro esperienze dirette per ricostruire le vicende di questa tradizione. Dai più anziani ai più giovani, tutti hanno storie da raccontare su questo importante momento di aggregazione che dura da cinquant’anni.

Memorie storiche della Sagra dei Pici

La signora Roberta Rocchi è attualmente la responsabile della cucina della Sagra dei Pici: cellese da sempre, si ricorda le primissime edizioni della festa. Fin da bambina era addetta alla distribuzione dei pici, e ha sempre appiciato assieme agli altri bambini: lo ricorda come un importante momento di aggregazione, per stare in compagnia e parlare del loro paese.

“Siamo un paese piccolo, ma nei periodi della sagra tutto il paese partecipa e viene a lavorare, perché vuole bene a Celle. Quando vediamo tutte queste persone che arrivano per la festa, è un grosso piacere. Vengono per mangiare i pici, ma anche perché si sta bene con i cellesi, siamo persone accoglienti.”

Il legame tra celle e i pici è sempre esistito. Roberta appicia anche a casa, non soltanto nei giorni della festa; ha imparato anche a fare i pici senza glutine, per venire incontro alle intolleranze del figlio. Insomma, i pici non possono mai mancare nella sua cucina.

Nara Meloni ha 63 anni e ricorda bene le prime edizioni della festa. A quei tempi i pici non erano ancora famosi: gli organizzatori riuscivano a servire soltanto una cinquantina di porzioni e dovevano andare in giro per il paese a proporli alle persone.

“Ci trovavamo tutti assieme in piazza, ognuno portava il suo tegamino, ognuno con le sue cose. Io avevo 14 anni e già aiutavo, sono sempre stata addetta alla cottura dei pici. Non c’erano ancora i fornelloni, usavamo i paioli, si metteva la brace, si facevano anche i sughi… ancora nessuno conosceva i pici, li portavamo lungo le vie, chi voleva li comprava in giro.”

Anche per Nara i pici sono il tipico piatto dell’ospitalità: quando ha festeggiato quarant’anni di matrimonio, ha invitato a casa gli amici e ha fatto i pici. Ogni volta che un cellese ha un ospite, quindi, i pici sono il tipico piatto da proporre.

La memoria storica della manifestazione è ben rappresentata anche da Giovanni Innocenti, che ha 80 anni ed è stato presidente della Società Filarmonica. Anche lui ricorda bene le primissime edizioni, quando ancora la sagra non era conosciuta e non veniva nessuno da fuori. Poi l’evento ha cominciato a ingranare, e sempre più persone hanno conosciuto i pici.

“Fu una scelta lungimirante quella di puntare sui pici; anche i ristoranti usufruivano di questa pubblicità, il sabato e la domenica erano sempre pieni. Tutti volevano mangiare i pici di Celle, rigorosamente fatti a mano.”

Giovanni divide la storia della manifestazione in tre fasi: quella iniziale, considerata come una fase di rodaggio, in cui tutto era organizzato in maniera più approssimativa, ma con grande impegno e voglia di stare insieme. Nella seconda fase l’organizzazione è migliorata, grazie all’acquisto da parte della Società Filarmonica dello stabile utilizzato per la cucina; hanno dovuto lavorare molto per sistemarlo, perché originariamente era utilizzato come fienile e dependance del palazzo del conte, ma dal 1985 ha consentito alla festa di svilupparsi ulteriormente. E poi la terza fase, a partire dalla fine degli anni ’90, con il passaggio all’interno weekend, l’acquisto di nuove attrezzature per la cucina e i tendoni della piazza, fino agli anni attuali.

Come racconta Giulio Bartolini, i primi anni la Sagra dei Pici si teneva soltanto la domenica; poi, grazie al crescente successo, ha aumentato la durata. I primi anni venivano serviti i pici e alcuni affettati, poi hanno aggiunto la carne alla brace. A quei tempi i banchetti venivano gestiti da tutto il paese: ognuno poteva occupare una parte della piazza e offrire le sue pietanze, tra lumache e porchette, dando un contributo alla Società Filarmonica. Sia commercianti che paesani mettevano un banchetto in piazza e lo gestivano in autonomia.

“I primi anni venivano coinvolte entrambe le macellerie del paese, un anno prendevamo la carne dalla macelleria del mì babbo, l’anno successivo dagli altri. Poi dal 1983 ho sempre gestito io la carne, il mì babbo ha smesso e mi ha lasciato la bottega. Adesso ci sono i figli che mi aiutano, sia alla festa che alla macelleria.”

Ospiti di Celle e graditi ritorni

La Sagra dei Pici non è soltanto il principale evento aggregativo dei cellesi, ma è anche capace di favorire l’integrazione di ospiti e immigrati, e di favorire il ritorno di chi ha deciso di spostarsi altrove.

Per esempio, Fatuma Alì non è cellese di origine, bensì di adozione. Nata in Somalia, abita in Danimarca da 40 anni e lavora come psichiatra. È venuta a Celle per la prima volta trent’anni fa, si è innamorata del posto e ha comprato casa sedici anni fa, proprio accanto alle cucine della sagra. Conosce la Sagra dei Pici da quel momento e viene sempre a Celle nel periodo della festa.

“Quello che mi impressiona ogni anno, è questo spirito collettivo. Tutta la gente di Celle partecipa, tutti sono presenti in maniera volontaria, questo non lo trovi in tanti posti. I giovani stanno cominciando a dare ricambio alle signore più anziane. Veniamo dalla Danimarca e questo per noi è un paradiso: la tranquillità, la gentilezza della gente… mi sento molto inclusa fin dal primo giorno, e aiutare durante la festa è un modo per ripagare l’accoglienza che riceviamo.”

Fatuma non è cellese di origine, ma aiuta durante la Sagra dei Pici: serve ai tavoli, a volte coinvolgendo anche gli amici danesi. Partecipare alla festa è anche un modo per sentirsi parte della comunità di Celle sul Rigo e non soltanto turisti, è un modo per entrare a far pienamente parte della comunità.

Un altro racconto degno di interesse è quello di Romolo Rocchi: 68 anni, cellese di origine, ma torinese di adozione. Ha ancora la madre a Celle e torna due o tre volte all’anno a trovarla, in particolare quando c’è la Sagra dei Pici. Abita dal 1971 a Torino, e da cellese ha vissuto soltanto i primissimi anni della festa, ma tutti gli anni torna per partecipare e aiutare. Si occupa di vendere le cartelle della tombola, e ovviamente non può farsi scappare i pici.

“Sui pici cosa devo dire? Piacciono a tutti, a noi e ai nostri figli che non sono nati qui. A volte li facciamo qui e li porto a Torino per mangiarli con tutta la famiglia. I primi anni appiciavamo tutti assieme, poi sono andato via e non ho potuto più partecipare alla preparazione della festa, ma quando riporto i pici a Torino, riporto un pezzo di Celle.”

Le nuove generazioni

Una manifestazione di questo tipo non potrebbe sopravvivere per così tanti anni senza ricambio generazionale. Per fortuna, a Celle sul Rigo ci sono tanti giovani che sembrano intenzionati a portare avanti l’organizzazione della festa e la tradizione dei pici.

Una di essi è Anastasia Fabbrini, 26 anni e cellese da sempre. Già da piccola partecipava alla festa, servendo i pici ai tavoli, anche perché i più grandi obbligavano i più piccoli ad aiutare. Adesso si occupa del banchetto dei dolci, perché ognuno all’interno della festa deve avere il suo ruolo, ma partecipa volentieri anche alle fasi di appiciatura prima dell’inizio della manifestazione.

“Sono diversi anni che appicio, anche quando eravamo piccole venivamo assieme ai genitori. Abbiamo imparato ad appiciare assieme a loro, grazie ai consigli delle donne più anziane, qui alla festa. Le donne più grandi appiciano durante la mattina e il pomeriggio, quelle più giovani la sera. Ci sono turni serali per chi lavora, è utile anche per ritagliarsi un po’ di spazio, per svagarsi insieme agli altri compaesani, è comunque uno spazio sociale per stare insieme.”

Anche Eleonora Pinzi è cellese da sempre: ha 34 anni, ha sposato un cellese ed è mamma da poco. Quand’è nata, c’era già la Sagra dei Pici, e il suo ricordo è che tutta Celle viva per la tradizione dei pici.

“Da sempre il rituale è lo stesso. Le donne si organizzano per la preparazione dei pici, usando prodotti di alta qualità, sia per la pasta che per i sughi. Tutti fanno il possibile e l’impossibile per partecipare ad aiutare. Io ho una bottega commerciale, ho staccato alle 18 per venire qui.”

Eleonora ha iniziato fin da piccola a servire i pici, poi è passata alla carne; adesso alla brace ci sono i genitori, i suoceri sono in cucina, e lei aiuta dove può. Quest’anno ha dato una mano al bar, perché deve anche occuparsi del bimbo, assieme al marito. I giorni precedenti alla sagra, come da tradizione, ha partecipato all’appiciatura. Lo faceva fin da bambina, seguendo una sorta di rituale che è rimasto simile:

“Io avevo meno di dieci anni, ci venivo con la mì nonna. Mi lavavo le mani e mi preparavo. Una signora mi metteva il grembiulino e la cuffietta. C’era la donna che spianava, quella che tagliava… e poi ti passavano a ruota questi piccoli pezzetti di pasta e tutti si appiciava. Dopo aver appiciato, si buttavano i pici dentro la farina, la donna addetta li prendeva e li sistemava nei vassoi.”

L’elemento più importante della festa, secondo Eleonora, è che anche chi non è nato a Celle capisce l’importanza di questa tradizione. Ci sono persone che si sono avvicinate alla Sagra dei Pici, che cercano di aiutare e di integrarsi. E poi ci sono cellesi che non abitano più nel paese da tanti anni, ma che tornano appositamente per la Sagra dei Pici. Da Firenze, Roma, Torino… conoscono il loro ruolo da una vita, e tornano sempre al paese per aiutare la manifestazione, non soltanto per mangiare i pici.

1 commento su La Sagra dei Pici di Celle sul Rigo: i racconti dei protagonisti

Le Taverne del Palio dei Somari 2017

Il Palio dei Somari di Torrita di Siena si correrà domenica 19 marzo, proprio nella giornata intitolata a San Giuseppe, il patrono a cui è dedicata la festa. Come da…

Il Palio dei Somari di Torrita di Siena si correrà domenica 19 marzo, proprio nella giornata intitolata a San Giuseppe, il patrono a cui è dedicata la festa. Come da tradizione, però, la marcia di avvicinamento alla sfida tra le otto contrade della cittadina è scandita da alcuni importanti appuntamenti. Uno dei più apprezzati è sicuramente quello delle Taverne, che si svolgono il weekend precedente alla corsa e che attirano centinaia di visitatori, oltre a riunire tutta la cittadinanza torritese tra i vicoli del centro storico.

Quest’anno la nostra redazione è tornata a visitare le Taverne, per raccontare il lavoro dei contradaioli che preparano piatti e specialità della cucina tipica locale, attraverso dei punti di ristoro disseminati per tutto il centro storico. Subito dopo l’estrazione delle batterie eliminatorie e la prima sfilata del corteo storico, abbiamo cominciato il tour alla scoperta dei piatti più gustosi delle contrade di Torrita di Siena: ecco le fotografie e il racconto della serata!

Il tour delle Taverne comincia con “Pagone”, il punto dedicato agli aperitivi, gestito dalla Contrada Porta a Pago. Nella prima tappa del nostro percorso siamo accolti dal Presidente e dagli addetti alla cucina e ai tavoli, che ci presentano i loro piatti: i classici crostini e la zuppa in crosta, ovvero un minestrone contadino all’interno di un panino. Un ottimo modo per cominciare la serata!

La seconda tappa del tour enogastronomico delle Taverne ci porta alla “Cripta”, dove si trova anche la sede della Contrada Cavone. Inganniamo l’attesa con un bicchiere di vino, mentre le massaie terminano l’impiattamento: arriva poi il momento dei pici, il primo piatto che non può mancare in una festa tradizionale del nostro territorio!

Ancora una volta i pici sono protagonisti per la terza tappa del tour: arriviamo infatti alla “Taverna della Nencia”, percorrendo le vie esterne del centro storico, dove tanti altri piatti (conditi da ragù o da aglione) sono pronti ad aspettarci. La taverna è gestita dalla Contrada Porta a Sole e dalla Contrada Porta Gavina, che hanno unito le forze (e le rispettive cucine) per far fronte alla grande affluenza.

Giunti a metà del percorso, ci gettiamo sui secondi piatti: il percorso ci riporta verso la piazza centrale di Torrita, dove la Contrada Refenero gestisce la “Taverna dei Ghiotti”. I ragazzi non si fanno pregare e ci mostrano i pentoloni dove fanno cuocere le loro prelibatezze: scottiglia di cinghiale con pulezze. Ancora una volta, accompagnati da un buon bicchiere di vino!

La folla di ragazzini di fronte al “Braciere della Piana” ci blocca per qualche minuto, ma non ci facciamo intimidire! Grazie alle energie (e alle calorie) accumulate fino a questo momento, riusciamo a farci largo fino a raggiungere la brace della Contrada Stazione e a immortalare i cotnradaioli impegnati alla griglia. Un morso ai bocconi di salsiccia e pane, e siamo pronti al gran finale!

Eccoci giunti alla fine del viaggio: all’Osteria di Giano è il momento di assaporare i dolci e le classiche frittelle, degna conclusione di una bella serata passata in compagnia delle contrade di Torrita di Siena. La taverna gestita dalla Contrada Le Fonti e dalla Contrada Porta Nova, che si trova proprio in Piazza Matteotti, è anche il punto in cui poter brindare con un bicchiere di vin santo o un assaggio di vino speziato. Buon Palio dei Somari a tutti!

Nessun commento su Le Taverne del Palio dei Somari 2017

Montepulciano e Nobile, un legame che va oltre il disciplinare

Montepulciano, perla del Rinascimento nel cuore della Valdichiana, celebra quest’anno i 50 anni della Doc del Vino Nobile. Era infatti il 12 luglio del 1966 quando venne disciplinata la produzione…

Montepulciano, perla del Rinascimento nel cuore della Valdichiana, celebra quest’anno i 50 anni della Doc del Vino Nobile. Era infatti il 12 luglio del 1966 quando venne disciplinata la produzione di questo vino, un riconoscimento che non si è fermato a questo risultato: in poco meno di vent’anni, nel 1980, il Nobile di Montepulciano fu il primo vino in Italia a fregiarsi della sigla Docg.

Ma il legame tra Montepulciano e il vino è molto più antico di quello che il disciplinare ci racconta. Nel 1868 venne ritrovata una kylix, una tazza da vino a figure rosse di origine etrusca. L’oggetto recava la rappresentazione di Flufluns, il dio Bacco della tradizione etrusca, che insieme ad una menade si dedica al cottabo, un gioco che aveva come protagonista il vino. Viene datato al VII secolo d.C. e si tratta del primo documento che ci dà una testimonianza del vino di Montepulciano.

Nel corso della storia si sono susseguiti diversi estimatori del vino nato dalle colline poliziane. Francesco Redi in un poemetto della fine del XVII secolo, Bacco in Toscana, esalta la bontà della produzione vinicola di Montepulciano. Anche filosofi e presidenti rientrano nella lista degli ammiratori del Nobile. Nel Candido di Voltaire, in una tavola imbandita di cibi e bevande, fa la sua comparsa il vino di Montepulciano.

vino nobile montepulciano 2

La New York Public Library ha recentemente digitalizzato alcuni documenti privati di Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti ed uno dei firmatari della Dichiarazione d’Indipendenza, nei quali possiamo leggere una lista di vini da lui ordinati, tra i quali è presente anche il Nobile.

Il 1873 è un anno nefasto per la produzione vinicola poliziana, che sembrerebbe avere una fine definitiva durante la mostra di Vienna. In quell’occasione, infatti, l’enologo di Sua Maestà Britannica esprime un giudizio negativo sui campioni di vino provenienti dalle terre del Poliziano.

Un oblio che si interrompe negli anni ’30 dello scorso secolo, grazie all’opera di Adamo Fanetti, fondatore dell’omonima cantina ancora attiva. Durante l’Ente Mostra-Mercato Nazionale dei Vini Tipici e Pregiati tenutasi a Siena nel 1933, Fanetti presentò 30 quintali di vino, che ricevettero un diffuso consenso. Lo stesso Tancredi Biondi-Santi, nome di spicco dell’enologia italiana, amico ed estimatore di Fanetti, non poté non apprezzare la bontà e le potenzialità del rosso di Montepulciano. L’esempio fu seguito da altre aziende, tanto che nel 1937 venne creata la cantina sociale, con lo scopo di aumentare la produzione e il raggio per commercializzare il prodotto.

L’origine del nome è di difficile individuazione. L’utilizzo del termine Nobile compare per la prima volta nel 1787, in un documento del Conservatorio di San Girolamo. Nel testo si parla di 28 fiaschi di vino provenienti da Montepulciano, che vengono etichettati con il nome che tutt’oggi conosciamo. Ma è stata ancora una volta l’azione instancabile del Fanetti a veicolare l’uso del nome “Nobile”. Infatti fino agli anni’30 del ‘900 ma anche oltre, quello che oggi conosciamo come Nobile, veniva indicato semplicemente come “vino scelto di Montepulciano”.

vino nobile montepulciano 1Il nome è legato anche alle proprietà organolettiche del vino. La base del Nobile è costituita per un 70-80% dal Sangiovese, che i Poliziani chiamano Prugnole Gentile. Altri vitigni a bacca rossa ammessi sono il Canaiolo o il Mammolo, o altre tipologie presenti nel territorio toscano. Di un rosso rubino, che con l’invecchiamento tende ad assumere riflessi sul granato, il Nobile presenta un bouquet complesso ed equilibrato, nel quale dalla frutta rossa, come la ciliegia, si passa a note erbacee e terrose di sottobosco. Rispetto ad un Brunello, molto più austero e con spiccato sentore minerale, il Nobile si fa apprezzare per i suoi tannini delicati e per lo spiccato gusto di prugna. Molto più che aromi e sapori, il Nobile racchiude e restituisce, a chi lo degusta, il legame profondo e millenario con le terre di Montepulciano. Non dovrebbe infatti sorprenderci se, nelle vene dei Poliziani al posto del comunissimo sangue, scorra dell’ottimo Nobile.

 

Nessun commento su Montepulciano e Nobile, un legame che va oltre il disciplinare

A Montefollonico torna la Fiera di San Leonardo

Domenica 9 novembre, tra le vie del bellissimo e caratteristico borgo di Montefollonico, frazione di Torrita di Siena, si svolgerà la fiera di San Leonardo, la fiera coincide con i…

Domenica 9 novembre, tra le vie del bellissimo e caratteristico borgo di Montefollonico, frazione di Torrita di Siena, si svolgerà la fiera di San Leonardo, la fiera coincide con i festeggiamenti religiosi del Santo Patrono, che si è celebrata il 6 novembre.

Per tutti i cittadini non è solo una manifestazione, ma è ormai un appuntamento fisso oltre che un importante momento di aggregazione e un modo per far conoscere il territorio e le sue tradizioni. Quest’anno le associazioni montanine sono state coinvolte dal Comune che ha chiesto loro la disponibilità ad organizzare eventi inerenti. Un ricco programma di appuntamenti, dunque, che sarà un momento di coinvolgimento per tutto il paese.

Per tutta la giornata ci sarà la possibilità di curiosare tra i banchini, fare shopping, assistere agli spettacoli e alle iniziative organizzate ad hoc.

Montefollonico è da sempre considerata da tutti la la terrazza naturale sulla Valdichiana, bandiera arancione Touring Club, è anche conosciuto come ”Il borgo del Vinsanto”, manifestazione che si svolgerà , come tutti gli anni nel mese di dicembre.

934872_400008393495746_8746010054417334609_n

Nessun commento su A Montefollonico torna la Fiera di San Leonardo

I cuochi toscani al Salone del Gusto

Comunicato stampa di Ufficio Stampa Slow Food del 3 novembre 2014 Due chef hanno coordinato i cuochi toscani del progetto Alleanza Cuochi Presidi nella cucina dell’Osteria Toscana al Salone del…

Comunicato stampa di Ufficio Stampa Slow Food del 3 novembre 2014

Due chef hanno coordinato i cuochi toscani del progetto Alleanza Cuochi Presidi nella cucina dell’Osteria Toscana al Salone del Gusto e Terra Madre di Torino. Si tratta di Daniele Fagiolini, dell’Antico Ristoro le Colombaie a San Miniato, insignito quest’anno della prestigiosa “Chiocciola” nella guida Osterie d’Italia di Slow Food, e di Silvia Volpe, di Bacco & la Volpe di Castelnuovo Misericordia (LI), chef impegnata nella valorizzazione del pesce dimenticato del mar Tirreno,

L’Osteria Toscana, realizzata all’interno dello stand voluto da Regione Toscana e Toscana Promozione, è stata il fulcro di un progetto di educazione e promozione attraverso Laboratori del Gusto, focus tematici e cooking show gestiti da Slow Food Toscana, presentazioni di produttori e produzioni promossi dalle province di Lucca, Siena, Livorno, Pisa e Grosseto. Ogni giorno, per i cinque giorni della manifestazione Daniele e Silvia hanno lavorato insieme ad altri tre/quattro cuochi toscani, elaborando piatti della tradizione culinaria della regione insieme a piatti innovativi realizzati con prodotti toscani.

Dal pesce alle carni, dalle verdure ai dolci, dall’olio al vino, tutto ha permesso l’esaltazione del paesaggio toscano e della sapienza dei nostri produttori. La cucina ha lavorato dalla mattina alla sera senza interruzioni esprimendo bene la filosofia di Slow Food del “buono, pulito e giusto”: cuochi motivati ed impegnati nella valorizzazione della qualità delle materie prime e nel sostegno ai piccoli produttori.

I cuochi ai fornelli: Nicola Bochicchio – Biosteria Sbarbacipolla di Colle Val D’Elsa, Flavio Biserni e Renzo Galeazzo – Osteria Antica Fattoria del Grottaione di Castel del Piano, Virgilio e Lucia Casentini – Osteria Pasta e Vino di San Giuliano Terme, Andrea Lisi – Ristorante Nonno Cianco di Cutigliano, Domenico Pichini – Osteria Il Tufo Allegro di Pitigliano, Simona Quirini – Osteria Il Canto del Maggio di Terranuova Bracciolini, Massimo Rossi – Ristorante Il Belvedere di Monte San Savino, Stefano Sorci – L’Oste Dispensa di Orbetello, Tiziana Tacchi – Il Grillo è Buon Cantore di Chiusi.

Altra presenza importante e rappresentativa della toscanità nell’ora della merenda, Leonardo Torrini – il Trippaio di Gavinana di Firenze –, ha animato ogni pomeriggio con il panino al lampredotto, destinando il ricavato all’ospitalità delle delegazioni straniere della Rete di terra Madre Toscana.

Quest’anno a Torino – dichiara Raffaella Grana, Presidente di Slow food Toscana- si è espressa a pieno la Rete di Terra Madre Toscana, sia nello stand regionale che nel padiglione toscano, con la massiccia presenza dei Presìdi Slow Food , delle Comunità del Cibo dal Mercato della Terra del Valdarno e di Procchio, della Comunità del Cibo delle Energie rinnovabili.. Abbiamo cercato di coinvolgere tutti i territori dal mare alla montagna, e siamo orgogliosi, soddisfatti e soprattutto grati a tutti i volontari della nostra associazione che hanno lavorato dal mattino alla sera per rendere al meglio l’immagine della nostra regione insieme ai ragazzi dell’istituto Vegni Capezzine di Cortona che hanno svolto il loro stage sia in cucina che in sala. Un ringraziamento particolare va a Silvia Volpe e Daniele Fagiolini che da mesi si sono impegnati gratuitamente per far funzionare al meglio la cucina dell’Osteria di Slow Food Toscana, così come a Leonardo Torrini e tutti i cuochi che hanno reso, col loro lavoro volontario, tangibile e concreta la presenza della Rete di Terra Madre Toscana.

Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla nostra redazione

Nessun commento su I cuochi toscani al Salone del Gusto

Anche Fonteverde tra i tre resort termali per i menù a 4 mani

Giuseppe Argentino (chef executive di Grotta Giusti), Salvatore Quarto (chef executive di Fonteverde) e Umberto Toscano (chef executive di Bagni di Pisa) sono i protagonisti di un evento enogastronomico itinerante…

Giuseppe Argentino (chef executive di Grotta Giusti), Salvatore Quarto (chef executive di Fonteverde) e Umberto Toscano (chef executive di Bagni di Pisa) sono i protagonisti di un evento enogastronomico itinerante che prevede sei serate a tema, tra novembre e dicembre, dedicate alla degustazione delle eccellenze del territorio toscano.

A due a due gli chef si alterneranno nelle cucine dei tre resort termali toscani e metteranno in scena un menu ‘a 4 mani’ dove mixeranno il loro estro culinario – accumunato dalla cultura del mangiar sano, dall’utilizzo di ingredienti genuini, dall’attenzione ai dettagli e dalla creatività – focalizzandosi su alcuni prodotti della tradizione toscana: cinta senese, mucco pisano, tartufo, funghi porcini, pesce azzurro

Il calendario prevede:

7 novembre, Grotta Giusti: protagonisti il fungo porcino e i frutti di bosco dell’Abetone. Ai fornelli Giuseppe Argentino e Umberto Toscano che tra l’altro proporranno il fungo porcino: la crema, il gelato e fritto

14 Novembre, Fonteverde: protagonista la cinta senese e ai fornelli Salvatore Quarto e Giuseppe Argentino. Tra i piatti in menu: zuppa di ceci e farro con rigatino di cinta senese e costoletta di cinta senese con il suo juice di cottura speziato al cioccolato criollo

21 Novembre, Fonteverde: protagonisti le eccellenze di San Casciano dei Bagni. Ai fornelli Salvatore Quarto e Umberto toscano che, tra le portate, hanno previsto anche pecorini delle crete senesi e castagne dell’Amiata e ravioli fondenti all’uovo con tartufo di San Casciano

28 Novembre, Bagni di Pisa: protagonista il pesce azzurro. Ai fornelli Umberto Toscano e Giuseppe Argentino. Nel menu anche arrosto di filetto di palamita in crosta ai due sesami su salsa di olive nostraline e mantecato di ceci con timballo di a ici e polvere di pappa al pomodoro

5 dicembre, Bagni di Pisa: protagonista il mucco pisano e il tartufo di San Miniato. Ai fornelli Umberto Toscano e Salvatore Quarto. Tra i piatti proposti sandwich di salame di mucco e tartufo e guancia e tortelli di patate al ragù di mucco

12 Dicembre, Grotta Giusti: protagonisti il cinghiale e il pecorino scoppolato della Garfagnana. Ai fornelli Giuseppe Argentino e Salvatore Quarto. In menu anche un croccante di pecorino della garfagnana con caramello al vin santo e noci

Insomma, il benessere viene…anche mangiando! E per non perdersi questi appuntamenti Grotta Giusti, Fonteverde e Bagni di Pisa hanno approntato pacchetti ad hoc dove all’esperienza gourmet si alternano tante coccole relax.

FonteverdeCollection-CenaA4Mani

Nessun commento su Anche Fonteverde tra i tre resort termali per i menù a 4 mani

Chianciano: arriva TTI, fiera del turismo in Italia

Domani, sabato 11 ottobre 2014, presso la Sala Mescita del Parco Acqua Santa delle Terme di Chianciano, alle ore 21.00, il territorio di Chianciano Terme, rappresentato da Terme di Chianciano,…

Domani, sabato 11 ottobre 2014, presso la Sala Mescita del Parco Acqua Santa delle Terme di Chianciano, alle ore 21.00, il territorio di Chianciano Terme, rappresentato da Terme di Chianciano, Consorzio Chiancia-sì, UPMC Italy, Museo Etrusco e Terme Sant’Elena, incontrerà 50 buyers provenienti da tutto il mondo per far conoscere la destinazione turistica. 

Quest’anno il post convention tour del TTI di Rimini è organizzato da T&T Tour & Travel srl, Tour Operator Incoming Toscano e con la preziosa collaborazione di APET (Agenzia di Promozione Economica della Toscana). TTI Travel Trade Italia, che si conclude domani a Rimini,  è la principale fiera del turismo in Italia.

Molto interessante, unica per gli operatori, la possibilità di conoscere in anteprima tutte le novità del settore. Sono state presentate le nuove offerte per quanto riguarda il turismo estero. Grande ingresso di Abu Dhabi con la riconferma di moltissimi paesi esteri. Due padiglioni all’interno della fiera sono stati dedicati al turismo su gomma, Bus & Turismo.

TTI Travel Trade Italia è il punto di incontro per tutti gli operatori dell’industria turistica italiana per creare e promuovere un sistema di business dedicato all’incoming. Il workshop, della durata di due giorni, ha visto protagoniste occasioni di incontro e contrattazione tra buyer nazionali e internazionali, che pianificano l’offerta dell’Italia come prodotto turistico a livello mondiale. L’ Educational a Chianciano Terme, organizzato dal Consorzio Chiancia-sì, sarà inaugurato da una serata dedicata al gusto toscano, dove i 50 buyers potranno provare il Percorso del Gusto delle Terme Sensoriali di Terme di Chianciano e le aziende locali presenteranno la nostra cultura enogastronomica per far scoprire i sapori toscani.

Il giorno successivo seguirà una giornata dedicata alla scoperta dei benefici delle acque termali, senza tralasciare l’offerta culturale.

1 commento su Chianciano: arriva TTI, fiera del turismo in Italia

Il Club del Fornello sceglie Chiusi

Preservare il tesoro culinario regionale italiano e saperlo tramandare ai posteri. È questa la filosofia scelta da Gisella Corvi, presidente nazionale del Club del Fornello per presentare l’associazione che di…

Preservare il tesoro culinario regionale italiano e saperlo tramandare ai posteri. È questa la filosofia scelta da Gisella Corvi, presidente nazionale del Club del Fornello per presentare l’associazione che di recente ha scelto la Città di Chiusi per svolgere i lavori dell’XIII congresso nazionale.

Oltre 100 delegate, tutte donne, sono arrivate da ogni angolo d’Italia. Il Club del Fornello nato negli anni ’70 ha oggi sedi da Bolzano a Siracusa, e si sono ritrovati a Chiusi per discutere dei temi legati alla tradizione dell’arte culinaria italiana che ha reso il nostro paese famoso in tutto il mondo. I lavori sono iniziati al chiostro di San Francesco con un convegno sull’importanza del grano alimento fondamentale della nostra dieta; ad aprire i lavori è stato il saluto del sindaco Stefano Scaramelli.

Sono contento – dichiara il sindaco – che il Club del Fornello abbia scelto la nostra città per svolgere il congresso nazionale, un ringraziamento per questo non può non essere fatto alla nostra sede delle fornelle che ha ben lavorato in questo senso e che infine ha portato il congresso a Chiusi. La filosofia delle fornelle credo che sia importante e da tramandare con forza perché in un mondo preso d’assalto dai fast food riscoprire il piacere del mangiare lento e sano, secondo le nostre antiche tradizioni, è qualcosa di fondamentale per il futuro nostro e dei nostri figli. Sono anche soddisfatto perché le delegate del Club del Fornello hanno avuto modo di visitare le bellezze che la nostra città ha da offrire e ne sono rimaste colpite. L’auspicio è di poter ospitare quanto prima un nuovo congresso o una iniziativa legata al Club del Fornello.

Abbiamo scelto la Città di Chiusi – spiega la presidente Gisella Corvi – perché riteniamo che sia un Comune molto caratteristico, bello e perfetto per svolgere le attività sociali che caratterizzano lo svolgimento del congresso. Abbiamo visitato la città e tutte le sue bellezze, dal Duomo ai musei a tutta la parte archeologica e ne siamo rimaste veramente colpite per la bellezza e la cura dei luoghi. Personalmente già conoscevo alcune caratteristiche di Chiusi perché la storia e in particolare il periodo storico nel quale Chiusi è stata città di riferimento mi ha sempre affascinato e per questo invito tutti a visitare l’antica Lucumonia di Porsenna.

La città di Chiusi, grazie al Club del Fornello è dunque diventata per qualche giorno la capitale dell’antica tradizione culinaria italiana.

Nessun commento su Il Club del Fornello sceglie Chiusi

Il Maestro Enrique Mazzola dirige a Berlino, accompagnato dal Nobile

Andrea Natalini (Presidente Consorzio Vino Nobile): «E’ un esempio di come il vino e le arti si possano sposare in un progetto che parte comunque dal territorio di origine, Montepulciano»….

Andrea Natalini (Presidente Consorzio Vino Nobile): «E’ un esempio di come il vino e le arti si possano sposare in un progetto che parte comunque dal territorio di origine, Montepulciano». I migliori musicisti del mondo conoscono il Nobile grazie all’impegno del Maestro Mazzola

L’Ambasciatore del Vino Nobile nel mondo, il Maestro Enrique Mazzola, prosegue nel suo percorso professionale con un altro grande traguardo. Con il 1 ottobre infatti arriva il suo debutto nella famosa sala tedesca – Berliner Philarmonie – nella direzione del Dinohra di Meyerbeer. Questa Opera sarà esibita in forma di concerto, e inaugurerà un ciclo di Deutsche Oper Berlin, dedicato a capolavori di Meyerbeer.

Con questo straordinario progetto inizia un’altra grande stagione, la 2014-2015, per il Maestro Mazzola che debutterà all’Opera di Zurigo, tornerà in Inghilterra al Glyndebourne Festival con nuova produzione di Poliuto di Donizetti, e dirigerà numerosi concerti con l’Orchestra Nazionale d’Île-de-France, della quale è Direttore Musicale.

Grazie al grande impegno di Enrique Mazzola, il Consorzio del Vino Nobile è già stato tra i partner ufficiali di una delle orchestre nazionali di Francia più importanti (tra le prime dieci al mondo secondo la blasonata rivista Gramophone), la Orchestre National “Ile de France”, diretta dal 2012 proprio dall’Ambasciatore del Nobile. Grazie al giovane musicista che a Montepulciano ha vissuto a lungo, tutte le attività dell’orchestra francese sono state accompagnate da momenti di degustazione a base dei vini di Montepulciano e di altri prodotti del territorio toscano.

«Essere ambasciatore del Vino Nobile è per me un onore – spiega Enrique Mazzola – e lo è ancora di più poter portare questo prodotto bandiera di Montepulciano  in tutto il mondo». Dal 1999 al 2003 il Maestro Mazzola ha diretto il Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano ed è in questa occasione che è scattato l’amore per il borgo rinascimentale toscano e il suo Vino Nobile del quale è ambasciatore dal 2009.

Enrique Mazzola è uno dei direttori d’orchestra più apprezzati al mondo. Italiano, di origini spagnole, il Maestro è riconosciuto dalla critica internazionale come uno dei direttori d’orchestra più dinamici del panorama contemporaneo della musica classica. Tra i suoi impegni più recenti, Mazzola vanta la direzione dell’Orchestra of the Age of Enlightenment della New Japan philarmonic, dell’Orchestra sinfonica di Taipei. Ha diretto opere con le più importanti orchestre dei teatri di tutto il mondo, dalla Scala di Milano, al Teatro Nazionale di Tokyo, passando per Berlino. Invitato ai principali festival musicali europei tra i quali quello di Aix en Provence, l’Opernfestspiele di Monaco di Baviera, il Festival di Radio France, la Biennale di Venezia e tanti altri.

Nessun commento su Il Maestro Enrique Mazzola dirige a Berlino, accompagnato dal Nobile

Pronta la vendemmia a Montepulciano: si fa con i turisti

Dalla musica ai corsi di cucina, passando per la possibilità di vivere una giornata da “vendemmiatore”. Ecco come i viticoltori fanno sistema con il turismo. Intanto tutto pronto per la…

Dalla musica ai corsi di cucina, passando per la possibilità di vivere una giornata da “vendemmiatore”. Ecco come i viticoltori fanno sistema con il turismo. Intanto tutto pronto per la vendemmia del Prugnolo Gentile, l’anima del Vino Nobile di Montepulciano

C’è chi offre la possibilità di imparare a cucinare il tradizionale pranzo della vendemmia, ma anche chi vuole far conoscere da vicino le fasi principali di un vero e proprio rito, quello della raccolta delle uve, magari spiegando perché a Montepulciano il vino prende precise connotazioni organolettiche. La vendemmia insomma non è più cosa per pochi e anche nella patria del Vino Nobile sono sempre di più le cantine che aprono le porte ai turisti, soprattutto stranieri, durante il lavoro più delicato dell’anno. Un modo per destagionalizzare il cosiddetto enoturismo, ma allo stesso tempo per dare la possibilità a chi vive in città di apprezzare da vicino la fatica e l’attenzione che occorre per produrre un vino di qualità.

Tra le iniziative promosse dalle cantine in questo periodo ci sono i corsi di cucina nei quali imparare a cucinare i pici (la tradizionale pasta fatta a mano) e i condimenti principali (sugo all’aglione o alle briciole). Si può anche scoprire il territorio attraverso delle vere e proprie visite guidate in vigna con l’enologo che spiega la differenza tra i vari vitigni, ma anche il “terroir” dove questi vengono coltivati. A Montepulciano non mancano poi le cantine che durante la raccolta dell’uva propongono arte in cantina, o addirittura concerti a fine giornata degustando i vini già pronti per essere bevuti, magari scoprendo l’importanza dell’invecchiamento con annate, anche vecchie, a confronto. Se le cantine storiche in questo periodo possono dimostrare come a distanza di centinaia di anni ancora il vino si produce nello stesso luogo, quelle di ultima generazione spiegano la differenza tra una vasca d’acciaio e una botte con i vari tipi di legno.

«E’ un modo per avvicinare al nostro mondo il consumatore – spiega il presidente del Consorzio del Vino Nobile, Andrea Natalini – e così anche per offrire in un periodo meno affollato dal punto di vista turistico, una possibilità di poter comunque visitare Montepulciano guardandolo da un’altra prospettiva».

Sono molte a questo proposito anche le offerte che la Strada del Vino Nobile propone per poter organizzare al meglio il soggiorno in questo periodo che fino a metà ottobre vedrà impegnate le oltre 70 aziende produttrici di Vino Nobile.

Del resto il turismo del vino, stando ai dati del Consorzio, rappresenta una importante voce nel territorio. Ogni anno sono oltre 200 mila i visitatori che visitano una cantina a Montepulciano. Un punto strategico è inoltre l’Enoteca del Consorzio del Vino Nobile, una tra le prime in Italia, dalla quale passano ogni anno circa 5 mila appassionati e di questi oltre 2.000 degustano, mentre almeno il 40% acquista. Tra le provenienze si consolidano gli Stati Uniti, seguiti da tedeschi, olandesi ed italiani. Riconfermata la presenza di turisti francesi, belgi e svizzeri. Inoltre si è registrata una buona affluenza da paesi “emergenti”, almeno per il turismo toscano, quali Portogallo, Polonia, Repubblica Ceca, Danimarca, Canada e Giappone.

Intanto a Montepulciano, patria del Vino Nobile la vendemmia è nel pieno e si punta sulla qualità:

«La qualità che contraddistingue il Vino Nobile è stata raggiunta – così dice il Presidente Natalini – e questo grazie ad un lavoro di grande attenzione, mettendo in pratica tutte le tecniche agronomiche a disposizione per garantire un’ottimale cura e maturazione delle uve. In definitiva è solo con un grande lavoro di selezione in vigneto e successivamente in cantina che i produttori di Vino Nobile hanno attuato riuscendo ad ottenere un vino rispondente ai parametri qualitativi degni della sua fama anche se a scapito dei costi di produzione sostenuti».

Nessun commento su Pronta la vendemmia a Montepulciano: si fa con i turisti

Montagnano: 42esima Sagra della nana

Non ci saranno più dispute con gli animalisti o con la Lav, non ci sarà più lo spettacolare e divertente palio dei carretti, non vedremo più la superba nana fare…

Non ci saranno più dispute con gli animalisti o con la Lav, non ci sarà più lo spettacolare e divertente palio dei carretti, non vedremo più la superba nana fare sfoggio di sé sui carretti dei quattro rioni del borgo in gara, sempre pronte a volare via alla prima scossa, ma la Sagra della nana di Montagnano sarà sempre un appuntamento al quale non si può mancare.

Giunta alla sua 42.a edizione, la Sagra della nana di Montagnano è ormai diventata una delle kermesse culinarie più seguite nel variegato panorama degli appuntamenti ludico-culinari dell’Italia centrale.

“Il motivo è semplice – esordisce Vittorio Brilli Presidente del Comitato della Sagra della nana di Montagnano – solo qui si può degustare la ormai famosa nana al forno ‘impillotatta’ (il modo di condire la nana prima di essere messa in forno dalle massaie locali) preparata come lo facevano le nostre nonne”.

E poi tagliatelle al sugo di nana, antipasto di prodotti tipici, compreso i “crostini neri”, bistecca di Chianina al taglio, da gustare con un vino da scegliere, non prima di averlo assaggiato, il tutto nelle eccellenze offerte nell’“angolo” degustazioni degli stand enogastronomici.

La sagra della nana non è solo gastronomia, ma prevede anche tutta una serie di avvenimenti che vanno dallo spettacolo, al ballo, allo sport, al folclore, come il palio dei rotoloni il cui drappo è stato disegnato da Antonio Guarini – conclude Brilli – arti, mestieri, usi e costumi, ma anche giochi di una volta e ancora gruppi folk, artisti di strada e sceneggiate con attori e comparse locali”.

Fino al 28 settembre giorni ricchi di tradizione, cultura ed enogastronomia, grazie alla passione del comitato festeggiamenti paesani di Montagnano, presieduto dal giovane e dinamico Vittorio Brilli.

t_MANIFESTO NANA 2014 cut2

Nessun commento su Montagnano: 42esima Sagra della nana

Type on the field below and hit Enter/Return to search