La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Tommaso Nutarelli

Turismo, una voce importante per l’economia della Valdichiana – Intervista a Doriano Bui

Il turismo rappresenta una delle voci più importanti per l’economia della Valdichiana. Un comparto capace, non solo di generare occupazione, ma anche innovazione. Un terreno nel quale tecnologia e tradizione…

Il turismo rappresenta una delle voci più importanti per l’economia della Valdichiana. Un comparto capace, non solo di generare occupazione, ma anche innovazione. Un terreno nel quale tecnologia e tradizione riescono a trovare una felice punto d’incontro. Abbiamo intervistato Doriano Bui, presidente della Strada del Vino Nobile e dei Sapori della Valdichiana Senese, per capire quali saranno le prospettive future del turismo nel nostro territorio.

Quale sono i numeri del turismo nel territorio della Valdichiana?

In termini di domanda, il 2017 ha chiuso con un totale di 510 mila arrivi turistici e oltre 1,3 milioni di pernottamenti; la durata media del soggiorno è stata di 2,6 notti (analoga quella rilevata in provincia). La Valdichiana si conferma un territorio importante nell’economia complessiva della provincia, con circa il 27% delle presenze totali.

In termini di fatturato e occupazione, qual è il peso del turismo nel nostro territorio?

Secondo il Rapporto del 2017 dell’Osservatorio sul mercato del lavoro del turismo in Italia, il settore Commercio e turismo ha occupato oltre 4,5 milioni di lavoratori, più dell’intera industria manifatturiera. Quasi il 70% dei dipendenti ha meno di quarant’anni e il 44% meno di 30. In Valdichiana è difficile indicare il dato esatto ma considerando che il settore agricolo e quello turistico sono quelli più sviluppati e che spesso in questo territorio sono strettamente collegati, ritengo che il numero di occupati sia davvero importante.

Qual è il tipo di turista che visita la Valdichiana e cosa richiede maggiormente?

La presenza di turisti italiani e stranieri si equivalgono: rispettivamente 50,7% e 49.3%. Le strutture alberghiere rimangono le sistemazioni predilette, sia dagli italiani che degli stranieri (62,3%). Questi, tuttavia, in virtù di una permanenza più lunga, tendono a trascorrere la maggior parte dei pernottamenti (55.9% del totale) nelle strutture extralberghiere. Riguardo alle motivazioni del viaggio l’enogastronomia, il benessere termale, i borghi d’arte, il paesaggio e il turismo attivo (passeggiate in bici, a cavallo, a piedi).

Quali sono i principali paesi di provenienza?

Prima di tutto Usa (13.4%), seguita da Germania (12.7%), Paesi bassi (9.3%) e Inghilterra (8 %).  Mentre la principale area di provenienza della domanda italiana è costituita dal Centro Italia.

L’innovazione tecnologica sta cambiando il mondo del turismo?

In una fase storica come quella attuale il turismo è sicuramente un settore in forte e continua crescita, ed è strategico acquisire competenze manageriali che permettano di essere aggiornati e di disporre di strumenti adeguati per essere più competitivi. L’innovazione, nell’era del turismo 4.0, significa migliorare l’esperienza dell’ospite, modificare le abitudini del turista, agevolarlo durante il soggiorno, contribuendo a creare un’esperienza unica, e sicuramente “più confortevole”. Diversi sono i dispositivi e le app che vengono sempre più utilizzati, grazie anche al finanziamento ricevuto dalla Regione Toscana con il Bando innovazione servizi qualificati per il turismo per l’annualità 2017.  Un esempio è l’attivazione di una chatbot, ossia un vero e proprio robot in grado di rispondere H24 a tutte le richieste di informazione da parte del cliente.

Quali sono oggi le competenze maggiormente richieste dalle imprese?

Sicuramente quelle legate al web e ai social network, la conoscenza delle lingue (meglio se due), in particolare quelle dei nuovi paesi emergenti, come i BRIC (Brasile, Russia, India, Cina). Sono sempre ricercate le figure tradizionali, perno dell’accoglienza e dell’hotellerie, soprattutto in strutture di lusso e business. Una figura emergente è il revenue/pricing (consulente nella gestione del prezzo), che ha il compito di modificare le tariffe attraverso la gestione delle leve di prezzo e di inventario, o i servizi di booking online.

Tutto questo comporta dei cambiamenti anche nelle tipologie contrattuali che ricadono nell’orbita del turismo?

Certamente. Oltre al lavoro dipendente, si aprono opportunità anche per nuove iniziative imprenditoriali: dai servizi di booking, che offrono strumenti al consumatore o all’operatore, alle app che sfruttano la georeferenziazione per offrire contenuti / servizi a valore aggiunto, fino agli startup, specializzate in social marketing e storytelling dei luoghi.

 Qual è il ruolo della formazione?

Per avere territori turisticamente avanzati è necessario investire nella formazione e dare poco spazio all’improvvisazione. Per questo motivo riteniamo importante investire nella formazione in modo trasversale: nella pubblica Amministrazione e nel mondo d’impresa. Solo alcune considerazioni: quanto la preparazione dei dipendenti delle PA o la lentezza dell’apparato burocratico incidono sulla mancanza di euro-progettualità? I programmi ministeriali sul turismo sono adeguati alle esigenze dell’era del turismo 4.0? Allo stesso modo le aziende italiane, sono consapevoli della necessità di una formazione costante, in linea con i cambiamenti che avvengono in un mercato globale?

Ritiene che ci siano degli strumenti che andrebbero migliorati per dare maggiore spinta al turismo?

Il turismo è un settore ad alta potenzialità occupazionale, dove devono operare imprese efficienti, dirette da quadri manageriali stabili e preparati e risorse umane motivate e valorizzate. Per questo sarebbe opportuno migliorare e rafforzare le infrastrutture, e implementare nuove tecnologie per migliorare la qualità dei servizi. Le imprese dovrebbero ricevere maggiore assistenza e un accesso al credito più facile. C’è poi tutto il discorso della formazione, che andrebbe potenziata, anche con appositi percorsi di studio.

Visto il peso del turismo, non solo nel territorio chianino, ma per l’intera economia nazionale, considera opportuno l’istituzione di un ministero ad hoc?

Il turismo, come si dice in gergo, è un’economia “labour intensive”, cioè che crea molti posti di lavoro. Per capirci: se investiamo 1 miliardo di euro nella siderurgia, arriveremo a creare, all’incirca, 300 posti di lavoro. Con la stessa cifra, nel turismo, potremmo arrivare a 12mila. Per questo ritengo che l’istituzione di una cabina di regia ad hoc potrebbe essere la scelta opportuna per un paese come l’Italia, che ha il maggior numero di beni e di attrattori culturali e paesaggistici al mondo. Istituire un ministero del Turismo significherebbe poter coordinare tutte le altre istituzioni locali e regionali, che oggi vanno ognuna per la sua strada, creando una confusione enorme. Ritengo che sia importante portare avanti una sinergia tra il turismo e l’agroalimentare, due settori fortemente interconnessi tra loro.

Quali sono le prospettive di sviluppo del turismo nella Valdichiana?

Rispecchiamo, in linea di massima, le prospettive di sviluppo a livello nazionale. Un’attenzione sempre maggiore al turismo ambientale, sostenibile e responsabile, che si basa su una maggiore tolleranza dei flussi a lungo termine e una maggiore interazione più stretta tra industria del turismo, comunità locali e viaggiatori. La sostenibilità diventa così una grande opportunità creativa per rigenerare e qualificare l’offerta turistica. Altro trend in continua crescita è dato dal turismo esperienziale, che risponde a bisogni emozionali, legato a una narrazione del territorio in base a interessi specifici dei destinatari (architettura, fotografia, musica, enogastronomia, ecc.). È anche una risposta volta contrastare le politiche di prezzo dei grandi gruppi, basandosi sulla tematizzazione e personalizzazione dei percorsi turistici, per offrire al cliente un’esperienza unica.

 Verso quale direzione andranno tali prospettive?

Assisteremo a una maggiore integrazione tra le imprese e a un riposizionamento dei prodotti, all’interno si del mercato nazionale che internazionale. È da tenere presente che attualmente, nel sistema di promozione territoriale, il modello Strada del Vino Nobile di Montepulciano e dei sapori della Valdichiana Senese è un sistema misto pubblico-privato, del quale fanno parte circa 200 soci, 10 Comuni e l’Unione dei Comuni della Valdichiana Senese. Insieme a questi soggetti abbiamo predisposto un Piano Turistico Triennale, che incrementi il numero degli arrivi e ne prolunghi la permanenza, facendo crescere anche la spesa turistica pro capite. Un’altra opportunità ci è data dalla legge di bilancio dello Stato 2017, che prevede la possibilità di costituire i “distretti del cibo”. Una volta iscritti ai registri regionali e nazionali, è possibile rafforzare la promozione dell’agroalimentare e di tutto il territorio. IL progetto che stiamo elaborando per la Valdichiana lo porteremo, come proposta al Coordinamento Nazionale delle Strade del Vino e dei Sapori d’Italia del quale siamo stati chiamati a gestire la segreteria Tecnica.

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Il mercato e l’innovazione del Vino Nobile – Intervista a Piero Di Betto, presidente del Consorzio Vino Nobile di Montepulciano

Il Nobile di Montepulciano, eccellenza della viticoltura made in Italy, costituisce non solo un patrimonio enogastronomico per il territorio della Valdichiana, ma una ricchezza anche in termini economici. Si tratta…

Il Nobile di Montepulciano, eccellenza della viticoltura made in Italy, costituisce non solo un patrimonio enogastronomico per il territorio della Valdichiana, ma una ricchezza anche in termini economici. Si tratta infatti di una delle prime dieci Doc nate in Italia: siamo infatti nel 1966 quando il Nobile ottiene questo prezioso riconoscimento, tre anni dopo la promulgazione della legge che ha riconosciuto la Denominazione d’Origine. Nel 1980 il Nobile diviene il primo vino a fregiarsi della Docg.

Un settore, quello dell’agroalimentare, capace di generare fatturato, innovazione e porsi come punta di diamante nei mercati internazionali. Nel decimo rapporto di Intesa San Paolo “Rapporto sull’economia e finanza dei distretti industriali” si sottolinea come sia proprio il wine&food a costituire uno dei comparti più dinamici della nostra economica, che più di altri ha saputo affrontare la lunga crisi economica. Nel report infatti si sottolinea come la forza dell’agroalimentare non sia legata solamente alla dimensione economica, ma anche alla sua capacità di raccontare la storia di un territorio, e di saper interpretare e trasmettere al meglio i valori del made in Italy.

Caratteristiche che contraddistinguono anche il territorio nel quale viene prodotto il Nobile. Qui la viticoltura occupa una posizione economicamente strategica, sia in termini di numeri che di innovazione. Per analizzarne l’impatto e l’indotto generato, all’indomani della chiusura della 53esima edizione del Vinitaly, abbiamo intervistato Piero di Betto, presidente del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano.

Di Betto, quali sono i numeri del Nobile di Montepulciano?

Quando parliamo del Nobile dobbiamo pensare a un patrimonio complessivo di 500 milioni di euro. Di questa cifra, 200 milioni è il valore patrimoniale delle aziende produttrici e 150 milioni quello dei vigneti, con una produzione media annua stimata in 65 milioni. Numeri importanti considerando che il 16% del territorio comunale è vitato, adibito alla produzione di Nobile di Montepulciano Docg e di Rosso di Montepulciano Doc.

Cifre significative anche per quanto riguarda l’occupazione.

 Assolutamente si. Basti considerare che il 70% dell’economia del territorio è indotto diretto del vino. E questo non ci deve far pensare unicamente alle classiche realtà che possono ruotare attorno al settore vitivinicolo. Da una parte, infatti, c’è stato un grande sviluppo dell’enoturismo. Molte delle nostre cantine hanno un agriturismo o offrono ospitalità, e comunque la maggior parte è attrezzata ad accogliere i tanti turisti che arrivano ogni anno a Montepulciano. L’enoturismo conta più di 300 mila visite all’anno in cantina, un dato che dimostra come la diversificazione dell’offerta messa in campo. Ma dobbiamo considerare anche altri tipi di attività, come tipografie o studi di architettura.  Il mondo del vino abbraccia dunque settori tra loro diversi e penetra in profondità il tessuto socio-economico del territorio. Per quanto riguarda il numero di addetti, nelle 76 aziende imbottigliatrici socie, la popolazione lavorativa raggiunge le 2mila unità, che, all’incirca, si dividono equamente tra lavoratori fissi e stagionali.

Ci sono delle caratteristiche specifiche che contraddistinguono gli addetti del mondo del vino?

Due sono gli aspetti principali che si possono riscontrare. Il primo è che il 60% della forza lavoro ha un’età compresa tra i 20 e i 40 anni, e questo è vero per tutte le mansioni. Circa la metà delle nostre aziende sono guidate da under 40. L’altro aspetto è la forte presenza delle donne, e questo sia all’interno del Consorzio sia nelle stesse imprese. Nel primo, sono 3 le donne presenti sui 12 membri del CdA, e le quota rosa sono il 65% degli addetti. Percentuali altrettanto alte si riscontrano nelle aziende. Nel 36% di queste le donne occupano posizioni apicali, e la loro presenza è molto diffusa nell’area commerciale e marketing.

Una presenza così ampia e diffusa di forza lavoro giovane può avere dei risvolti nell’organizzazione all’interno delle aziende?

Questo sta dando vita a una generazione di viticoltori che potremmo definire 2.0, che non supera i 40 anni. Il vino di qualità è sempre più apprezzato da un pubblico giovane e dunque non deve stupirci che le nuove generazioni entrino sempre di più nella filiera produttiva. Questo lo si può constatare in tutte le mansioni. Le aziende del Nobile hanno una percentuale significativa di giovani, pari all’81%, nel marketing, ma si sta registrando una crescita anche in altre posizioni, come quelle di cantiniere, enotecnico ed enologo, senza dimenticare che c’è una domanda sempre più forte di una professionalità che possa permettere all’azienda di confrontarsi con i mercati internazionali, visto che l’export costituisce la prima voce di fatturato per i nostri produttori. Dunque una manodopera giovane, più che modificare l’impianto organizzativo dell’azienda, può essere foriera di nuove competenze, capaci di innovare e leggere in modo diverso le mansioni già presenti nel mondo vitivinicolo.

Riguardo al tema dell’export, le aziende del Nobile sono molto proiettate sui mercati internazionali. Com’è il loro posizionamento?

L’export costituisce il canale principale di vendita per i nostri produttori. Basti pensare che il 78% degli scambi avviene nei mercati internazionali. La Germania costituisce il mercato di riferimento con il 44,5%, seguita dagli Stati Uniti con il 21,5%. Questo denota una forte capacità dei nostri produttori di posizionarsi sui mercati internazionali, che contraddistingue tutto il comparto vitivinicolo made in Italy. Al tempo stesso il Nobile ha avuto il pregio di attrarre un numero considerevole di investitori stranieri, presenti con una percentuale pari al 15%.

Siete preoccupati della svolta protezionistica dell’amministrazione Trump, anche se interessa altri settori, e temete delle ripercussioni negative una volta concluso il processo di uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea?

Partendo da questo ultimo punto, il mercato inglese non costituisce una delle nostre rotte di riferimento, anche perchè si tratta di un mercato nel quale non è facile penetrare, e dove non è semplice riuscire a ottenere un buon posizionamento. Per quanto riguarda il versante statunitense, la svolta dell’amministrazione Trump getta un’ombra di incertezza sul libero scambio. Il settore vitivinicolo è, per ora, al riparo dai dazi, ma certamente ci troviamo in un contesto del quale è molto difficile definirne gli sviluppi futuri.

Altro fattore centrale è l’innovazione. Quanto è importante nel mondo del vino di oggi?

Sicuramente è un valore dal quale non si può più prescindere. Nel vino l’innovazione vuol dire coniugare i valori della tradizione con le nuove professionalità. In questo modo le aziende possono andare incontro ai costanti cambiamenti e prevenire o limitare gli effetti di un’annata meno positiva delle altre. L’innovazione è anche uno sguardo al futuro. In questo senso le aziende del Nobile hanno avviato un percorso che ha al centro la sostenibilità ambientale. Gli investimenti ammontano a circa 8 milioni di euro, e l’obiettivo è quello di arrivare, entro il 2020, a un riduzione totale delle emissioni.

Considerata la grande importanza che il Nobile riveste, non crede che ci possano essere dei rischi connessi al fatto che l’economia del territorio si poggia, in modo significativo, sulla sua produzione?

 Nella tradizione contadina la monocoltura non è mai una scelta di per sé vincente, perchè ci sono sempre delle criticità insite. Lo stesso discorso può valere anche in campo economico.  Le aziende non sono statiche, anzi. Gli investimenti sono molti, nell’innovazione, nella sostenibilità, e tutto questo comporta dei costi. Ovviamente l’attività del Consorzio non è quella di entrare nella governance dell’azienda, ma fornire supporto e coordinare tutti gli sforzi degli attori che operano nel territorio, confidando nell’ottima gestione, da parte dei nostri produttori, del patrimonio vinicolo che abbiamo.

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Confindustria – sindacati, firmato l’accordo sui nuovi modelli contrattuali

Meglio tardi che mai verrebbe da dire. Dopo lunghe trattative e tutta una serie di stop and go, Confindustria assieme a Cgil, Cisl e Uil hanno redatto, nella notte del…

Meglio tardi che mai verrebbe da dire. Dopo lunghe trattative e tutta una serie di stop and go, Confindustria assieme a Cgil, Cisl e Uil hanno redatto, nella notte del 28 febbraio, il documento nel quale sono indicate le linee guida per le future relazioni industriali. Un accordo atteso da tutti i soggetti coinvolti e che forse avrebbe dovuto vedere la luce molto tempo prima. Sicuramente avrebbe indirizzato i temi della campagna elettorale su tutt’altro binario.

Ai contenuti presenti nelle 16 pagine del documento, fanno da cornice due premesse ribadite da tutti e quattro i sindacati: il primo punto riguarda la crescita economica del paese, una crescita da perseguire consolidare attraverso un sistema produttivo produttivo competitivo, nel quale l’occupazione sia sempre più qualificata e i lavoratori siano messi nelle condizioni di rendersi occupabili all’interno del mercato del lavoro. Una crescita dunque inclusiva, capace di superare i dualismi economici e territoriali. Un risultato che, come ribadiscono Confindustria e i sindacati, può essere perseguito solo attraverso un lavoro congiunto.

Seconda premessa, l’autonomia delle organizzazioni di rappresentanza. Contro ogni possibile ingerenza della politica, che potrebbe decidere di legiferare su materie che sono di competenza di delle parti sociali. Una precondizione scandita con forza da chi ha sottoscritto il documento, considerando determinate proposte avanzate da alcune forze politiche, come il reddito di cittadinanza o il salario minimo. Se questo è il quadro d’insieme, andiamo ad analizzare i contenuti nello specifico.

Sul versante della contrattazione, l’accordo conferma i due livelli, nazionale e territoriale/aziendale. Viene inoltre identificato un nuovo meccanismo per calciare gli aumenti salariali. Nei contratti si dovrà individuare il Tec (trattamento economico complessivo) e il Tem (trattamento economico minimo). Il primo comprende sia il Tem, tutti i trattamenti economici comuni ai lavoratori di tutti i settori, le forme di welfare e le quote di produttività erogate al livello nazionale.

Il Tem costituisce il minimo tabellare, che sarà rivalutato in base ai cambiamenti  dell’Ipca (Indice prezzi al consumo armonizzato per i paesi dell’Unione europea). Il valore economico del contratto sarà costituito dalla somma del Tem e degli altri eleggenti retributivi presenti. La ratio è quella di superare la difesa del potere di acquisto dei lavoratori, per andare verso il potere di spesa degli stessi.

Tutto questo sotto l’egida di una governance flessibile. In altre parole, come specificato nel documento, sì a regole condivise, ma sempre nel rispetto delle peculiarità dei diversi settori, azienda e territori.

Altro tema caldo è il welfare contrattuale. Un istituto che è divenuto sempre più di moda all’interno della contrattazione, al quale l’accordo conferisce un ruolo e regole precisi. Per prima cosa si ribadisce il carattere integrativo e non sostitutivo del welfare contrattuale rispetto a quello pubblico universale. Attenzione inoltre ai contenuti. Se ultimamente avevamo assistito a uno sfilacciamento del welfare contrattuale tra buoni benzina, wellness e altro, ora il focus ritorna sui bisogni fondamentali dei lavoratori, come sanità e pensioni integrative.

Ulteriore punto quello della formazione, indispensabile per affrontare al meglio i cambiamenti di Industry 4.0. Sarà dunque centrale il ruolo di Fondimpresa, l’associazione bilaterale Confindustria-sindacati, che dovrà avviare un grande piano formativo per accrescere e migliorare le competenze della forza lavoro. Si prevedono inoltre nuove forme di partecipazione dei lavoratori, molto più incisive rispetto al passato, sia sui temi di natura organizzativa sia sugli indirizzi strategici delle aziende.

Infine la pesatura della rappresentanza delle parti sociali. Cgil, Cisl e Uil già da tempo avevano accettato questa sfida, che ora viene raccolta anche da Confindustria. La speranza è quella arginare qui sindacati per nulla rappresentativi responsabili del dumping contrattuale. In altre parole evitare la proliferazione di contratti pirata dove prevale una logica al ribasso di tutti gli istituti della contrattazione. Il compito di vigilare sarà affidato al Cnel.

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Industria 4.0: la quarta rivoluzione industriale

Alla fiera di Hannover del 2011 fece la sua prima comparsa il termine industria 4.0 e venne annunciato il Zukunftsprojekt Industrie 4.0. Il piano, concretizzato alla fine del 2013, prevedeva…

Alla fiera di Hannover del 2011 fece la sua prima comparsa il termine industria 4.0 e venne annunciato il Zukunftsprojekt Industrie 4.0. Il piano, concretizzato alla fine del 2013, prevedeva un ammodernamento del sistema produttivo, ma anche di infrastrutture, energia, servizi, scuole e enti di ricerca. Alla base del mondo dell’industria 4.0 c’è il concetto di smart factory, dove la produzione, i servizi e le interazioni tra aziende dalla stessa filiera e le risorse energetiche si basano su sistemi ciberfisici, ovvero sistemi fisici collegati a sistemi informatici. Il concetto di industria 4.0 ci fornisce anche una scansione temporale. Quella che noi stiamo vivendo è la quarta rivoluzione industriale, dopo quella della macchina a vapore, la produzione di massa grazie alla catena di montaggio e, infine, l’avvento dei computer. Una rivoluzione che cambierà radicalmente e rapidamente il mercato del lavoro, con l’auspicio di un significativo miglioramento delle condizioni di lavoro.

Sarebbe tuttavia limitativo pensare a industria 4.0 come a un fatto che riguarda esclusivamente il mondo del lavoro. La logica del 4.0 investirà ben presto altri settori della società, come i servizi, la sanità e la pubblica amministrazione e anche la strutturazione degli spazi urbani. Un processo che dovrebbe portare a un’interconnessione sempre più profonda tra diversi settori della società.

Se questo è lo scenario futuro, con industria o imprese 4.0 oggi facciamo riferimento a una precisa politica industriale che, nel caso del nostro Paese, manca forse da troppo tempo. Nella legislatura che sta volgendo al termine, il Governo e il Ministero dello Sviluppo Economico hanno dato il via a due piani nazionali, rispettivamente nel 2016 e nel 2017, Industria e Impresa 4.0,  con un investimento di quasi 10 mld nell’ultima legge di bilancio. Entrambi i piani contengono tutta una serie di misure organiche volte a promuovere gli investimenti e l’innovazione tecnologica delle aziende nonché lo sviluppo di nuove competenze. Il tema della formazione costituisce un asse portante nell’economia di industria 4.0.

Ed è proprio la formazione il nostro punto debole. Recentemente il Governo ha presentato i risultati di industria 4.0, in un evento tenutosi presso le Officine Grandi Riparazioni di Torino. Il dato principale che emerge è il gap in competenze del nostro paese. Secondo l’Istat solo l’8,3% del lavoratori tra i 24 e i 65 anni è inserito in un programma formativo, contro la media europea che tocca l’11%. Nel 2017 le voci principali nelle quale le aziende hanno investito sono state software (42%), internet of things (33%) e cloud (30%), mentre la voce formazione non era contemplata. Nel 2018, secondo l’Istituto di statistica, la musica dovrebbe cambiare. Ben il 40% delle aziende dovrebbe optare per lo sviluppo di nuove competenze legate alle tecnologie digitali. Un gap che il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda intende colmare anche partendo dal basso, come dagli istituti tecnici superiori.

Un tema dunque ampio, che non investe solo il mondo del lavoro. Ne abbiamo parlato con Gianluca Angusti, Vicepresidente della sezione Servizi Innovativi Tecnologici e delegato alle tematiche legate al digitale di Confindustria Firenze e membro del gruppo tecnico della Confindustria nazionale sulla nuova manifattura, che ha collaborato con il Ministero dello Sviluppo Economico per la stesura del Piano Nazionale Industria 4.0 e del successivo Impresa 4.0.

Angusti, che cosa si  intende con l’espressione industria 4.0?

L’industria 4.0, dal punto di vista normativo, è un piano industriale strategico sottoscritto dal Governo e dal ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda – attraverso due documenti uno del 2017 e l’altro del 2018 -, che contempla una serie di misure, strumenti e agevolazioni per sostenere le aziende ad investire nelle nuove tecnologie digitali. Nel documento del 2017 l’attenzione era maggiormente rivolta al mondo dell’industria manifatturiera e pesante, per incrementare così la produttività attraverso un processo di digitalizzazione dei macchinari. Il piano 2018 rappresenta, di fatto, un’evoluzione. Il cambio lo si può già vedere nel nome. Si passa infatti da industria a impresa 4.0. Questo ci  suggerisce un allargamento della platea dei soggetti che rientrano in questo piano. Si va oltre l’industria “classica”, pesante e manifatturiera, per inglobare ulteriori settori merceologici. Altro elemento di novità del piano 2018 è un’attenzione crescente alla formazione. Come Confindustria nazionale e, soprattutto come delegazione toscano-fiorentina, abbiamo insistito molto affinché il piano di impresa 4.0 si rivolgesse a realtà produttive tipiche del nostro territorio, come quelle che operano nell’agricoltura e nel turismo. L’intento, dunque, è quello di rendere più competitivo il nostro sistema produttivo, attraverso digitalizzazione e formazione. Anche perchè ci muoviamo in un contesto economico nel quale i nostri competitors hanno già avviato processi di questo tipo. Non possiamo più pensare che il made in Italy sia, di per sé, sinonimo di superiorità nei mercati, se non rafforziamo le nostre risorse e il know how con l’innovazione. Usciamo da anni di crisi lunghi e duri che ci hanno insegnato, nostro malgrado, una lezione: chi rifiuta di affrontare e governare i cambiamenti viene automaticamente escluso. In questo senso, industria 4.0 rappresenta una straordinaria opportunità di rilancio per il nostro sistema produttivo, composto, prevalentemente, da piccole e micro aziende, che sono quelle che innovano di più, ma anche le più esposte. E il piano di impresa 4.0 si muove proprio per sostenere queste realtà, attraverso sgravi, ammortamenti e formazione.

Lei ha appena parlato di formazione, quanto è importante nell’economia dell’industria 4.0?

È un elemento di vitale importanza, per certi aspetti ancora più strategico dell’implementazione di nuove tecnologie. Questo vale per tutta la forza lavoro, dai profili professionali più bassi sino a chi occupa posizioni manageriali. Il capitale umano costituisce la chiave di volta per sfruttare al meglio tutte le potenzialità della rivoluzione digitale che sta avvenendo. Un operaio, infatti, deve essere in grado di interfacciarsi con le nuove tecnologie, così come il manager deve saper governare e usare al meglio i cambiamenti in atto. Si tratta quindi uscire dalla logica della “old economy” per ripensare l’intero processo produttivo in un’ottica 4.0. Questo comporta l’introduzione di nuove figure professionali, anche nei settori economici più tradizionali. Affinché tutto questo avvenga, il tema della formazione continua non può essere secondario e, come ho detto, deve essere trasversale all’intera filiera produttiva. Tuttavia questo non basta. Gia da ora dobbiamo pensare a chi un giorno entrerà nel mondo del lavoro. Dai percorsi formativi dovrebbero uscire future professionalità che già hanno introiettato i cambiamenti della svolta digitale, professionalità che oggi le aziende faticano a trovare. In quest’ottica è stato portato avanti un dialogo anche con il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca. C’è una vera e propria carenza di specifiche intelligenze, sia di periti o operai altamente qualificati sia di manager che potremmo definire dell’innovazione.

In che misura industria 4.0 potrà cambiare il mercato del lavoro?

Credo in modo radicale. Industria o impresa 4.0 vuol dire che stiamo vivendo la quarta rivoluzione industriale, dopo quella del carbone, dell’energia elettrica e del computer. La letteratura ci dice che circa il 70% delle professioni che conosciamo scompariranno e ne nasceranno altrettante.   I cambiamenti ai quali andremo incontro saranno molto più rapidi e significativi rispetto alle rivoluzioni precedenti. Credo inoltre che questa rivoluzione possa essere foriera di miglioramenti, per quanto riguarda le condizioni del lavoro. Ci sarà una trasformazione nel rapporto tra vita privata e lavorativa. Si rafforzerà il concetto di smartworking, ci sarà una ottimizzazione del tempo e verrà meno – come del resto già ora sta accadendo –  anche il concetto di performance legata alle ore passate in azienda, per ancorarla al raggiungimento dei risultati, facendo scomparire l’idea del cartellino. E tutti questi mutamenti si ripercuoteranno anche sulle abitudini dei consumatori.

Dunque, attraverso l’industria 4.0 possiamo, in parte, interpretare anche i cambiamenti della società?

Industria 4.0 è, in senso lato, una chiave di lettura per comprendere determinati passaggi e situazioni che stanno accadendo. La sigla 4.0 può essere applica non solo al mondo della produzione e del lavoro, ma anche ad altri segmenti della società. Come detto anche gli stili di consumo si sono notevolmente trasformati. Basti pensare al grande sviluppo dell’e-commerce che è, contemporaneamente, sia un modo di vendere che di acquistare in chiave 4.0. Gli studi e le analisi dicono che cambierà anche il rapporto con il territorio. Stiamo assistendo al superamento del concetto di città-metropolitana per arrivare a quello di area regionale, sia sul versante produttivo che su quello dei servizi. Si sta già ragionando di una pubblica amministrazione in formato 4.0, così come di una solidarietà 4.0. Quello che avremo saranno tante piccole parti 4.0 che andranno a comporre la società futura.

Crede che l’attuale sistema di relazioni industriali sia pronto per governare i cambiamenti in atto, oppure c’è ancora della strada da fare?

C’è  un lavoro congiunto dell’intera compagine sindacale, che sta interessando tutte le sigle in molti settori. Quindi c’è la volontà di governare tutti insieme le trasformazioni in atto. Purtroppo credo che alla nostra società tutta, comprese anche le associazioni che rappresentano il mondo del lavoro, manchi di una visione futura. Se una volta i cervelli migliori erano alla Olivetti dove è stato inventato il primo computer, oggi l’informatica e le tecnologie sono in mano agli indiani o ai cinesi. L’Italia ha ancora molto da fare per colmare il gap con gli altri paesi. Il piano industria 4.0 rappresenta un notevole passo in avanti, sia in termini di risorse investite, e soprattutto perchè ci offre, dopo molto tempo, una logica di lungo termine su come impostare la politica industriale.  La volontà da sola non basta. Dobbiamo essere consapevoli che i cambiamenti in atto sono rapidissimi, e che, a parità di tempo, stiamo vivendo molte più trasformazioni rispetto alle generazioni passate. Due sono le soluzioni: impegnarci a comprendere e governare i processi in atto, oppure saremo tagliati fuori.

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Storia di un amore travagliato tra il mondo della scuola e quello del lavoro

Con questo titolo potremmo sintetizzare il rapporto tra mondo della formazione e del lavoro in Italia: due realtà che molto spesso faticano a dialogare, ma delle quali è necessario un…

Con questo titolo potremmo sintetizzare il rapporto tra mondo della formazione e del lavoro in Italia: due realtà che molto spesso faticano a dialogare, ma delle quali è necessario un punto d’incontro.

Si tratta infatti di un tema di grande importanza, considerando come l’economia del futuro si baserà interamente sulla conoscenza. In uno scenario come questo, una forza lavoro qualificata e con le competenze in linea con il mercato del lavoro, rappresentano un fattore altamente competitivo per le aziende. Non a caso il concetto di Industria 4.0, che può benissimo essere esteso a molti altri comparti, non può prescindere dall’apporto di una formazione continua.

In questa prospettiva, il legislatore ha recentemente avviato tutta una serie di riforme per cercare migliorie o correggere quegli strumenti che legano assieme mondo della formazione e mondo del lavoro. Nel Jobs Act si è operata una riscrittura del contratto di apprendistato ridefinendone i termini, così come è stata rivista l’istituzione dell’alternanza scuola-lavoro.

L’alternanza è stata resa obbligatoria e estesa a tutti gli studenti delle scuole secondarie di II secondo, con delle differenze: negli istituti tecnici e professionali, la durata complessiva, nel secondo biennio e nell’ultimo anno del percorso di studi, è di almeno 400 ore, mentre nei licei le ore previste nel triennio sono almeno 200.

La riforma ha suscitato non poche polemiche che hanno evidenziato determinate criticità: due sono stati gli aspetti più controversi, da una parte, il possibile rischio che le aziende sfruttino i ragazzi che vanno a fare l’alternanza, mentre dall’altra, che il tempo passato in azienda non sia formativo e non congruo con il percorso di studi svolto, problema particolarmente sentito per gli studenti dei licei.

Il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli ha riunito, lo scorso 16 dicembre, gli stati generali dell’alternanza scuola-lavoro, nei quali è stata presentata una nuova piattaforma che consente una gestione più snella da parte delle scuole denominata ‘La carta dei diritti e dei doveri per gli studenti’ e una nuova funzione attraverso la quale è possibile segnalare le criticità e tutta una serie di nuovi elementi.

Per approfondire il tema abbiamo intervistato Maria Luisa Ghidoli, segretaria confederale della Cgil Siena e Marina Cocchi, docente presso l’Istituto d’Istruzione Superiore Valdichiana di Chiusi che si occupa dei percorsi di alternanza.

Ghidoli, qual è il giudizio della Cgil in merito all’alternanza scuola-lavoro?

Per la deriva che sta prendendo assolutamente negativo. L’alternanza scuola-lavoro nasce come  un percorso didattico, che dovrebbe avvicinare il mondo della formazione a quello del lavoro, ma invece sta trasformando la scuola in una sorta di ufficio di collocamento che offre manodopera gratuita alla imprese. Da una parte, i ragazzi svolgono un percorso professionale che, in moltissimi casi, non è congruente con il ciclo di studi, dall’altra, molto spesso, vanno a sostituire dei lavoratori, e questo è un fatto molto grave che merita attenzione. C’è inoltre la necessità di adottare un codice etico da seguire nel momento in cui si vanno a scegliere quelle aziende con le quali avviare l’alternanza scuola-lavoro. Tutte quelle realtà colluse con la mafia, che inquinano il territorio o che sfruttano i lavoratori dovrebbero essere automaticamente escluse. In questo senso la creazione di un albo sarebbe certamente una cosa positiva. Ci sono ancora molti aspetti da migliorare e correggere.

Da poco si sono svolti gli stati generali dell’alternanza scuola-lavoro durante i quali il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli ha cercato di fare dei correttivi. Crede che siano sufficienti?

Questi stati generali hanno evidenziato come, anche il Ministero, si sia accorto delle criticità che ancora sono presenti. È stato inserito, all’interno della piattaforma dell’alternanza, un bottone rosso digitale, attraverso il quale gli studenti possono segnalare tutte quelle situazioni che impediscono il corretto svolgimento dei percorsi. Così come è stata istituita una task force di 100 docenti e 10 esperti del Ministero, distaccati presso gli uffici scolastici regionali, per la risoluzione delle criticità. Ma riteniamo che si tratti di misure e strumenti non ancora sufficienti. Non è stato minimamente toccato il monte ore che gli studenti devono svolgere all’interno dell’azienda e che, a nostro avviso, è ancora troppo elevato. Infine non si è minimamente accennato a come poter aiutare quelle famiglie che da sole non riescono a sostenere i costi delle trasferte dei propri figli quando vanno in azienda.

In che modo il sindacato potrebbe essere coinvolto?

Il sindacato può essere un soggetto indispensabile affinché l’incontro tra mondo della formazione e del lavoro avvenga nel miglior modo possibile. La scuola deve rimanere il luogo nel quale si forma la persona umana e non un ufficio di collocamento. Sul mancato coinvolgimento delle associazioni di rappresentanza, consideri che siamo in un momento nel quale il sindacato non è molto ben visto, ma questo non è un qualcosa di recente. Le sigle sindacali potrebbero rappresentare una sorta di cuscinetto tra scuola e azienda, e offrire così la propria competenza e esperienza per ovviare ai problemi che possono emergere. Ci potrebbe dunque essere un’azione di vigilanza e porre così le basi per una buona alternanza scuola-lavoro, anche attraverso accordi territoriali. Il sindacato potrebbe inoltre aiutare la scuola e lo studente a denunciare quelle situazioni non a norma. Con  il “bottone rosso” sostanzialmente si lascia lo studente da solo nel segnalare le problematicità che vengono a galla. È vero che ha la possibilità di confrontarsi con il proprio tutor, ma, sostanzialmente, la responsabilità ricade tutta su di lui. È chiaro che una ragazza o un ragazzo, a quell’età, non hanno ancora la maturità e le competenza per poter denunciare situazioni non consone all’alternanza scuola lavoro.

Nell’ultimo rapporto dell’Ocse “Getting Skills Right” si evidenzia come, in Italia, il titolo di studio non sempre riesca a comunicare le effettive competenze del giovane, e che quindi le imprese si trovino in difficoltà al momento della selezione.  Crede che l’alternanza scuola-lavoro possa ovviare in parte a questa problematica?

Credo che possa essere fatto, nella misura, in cui la scuola continui a preservare il suo compito volto all’orientamento del ragazzo, per capire le proprie preferenze per quella che potrebbe essere una futura ed eventuale occupazione. Certo il modo in cui l’alternanza scuola-lavoro è stata recepita da una normativa europea e inserita nella riforma della Buona scuola, non farà che aumentare le problematiche sopra elencate. L’istituto andrebbe totalmente rimodulato e ripensato. Vediamo se i correttivi introdotti dal ministro Fedeli riusciranno a ovviare alle problematicità sin qui emerse, ma siamo molto dubbiosi sul fatto che possano essere forieri di un cambiamento radicale.

Cocchi, qual è il ruolo della scuola all’interno dell’istituto dell’alternanza?

Il percorso dell’alternanza scuola-lavoro inizia il terzo anno. Quello che la scuola cerca di fare nel biennio è di preparare gli studenti con un minimo di conoscenze per affrontare nel migliore dei modi l’esperienza che andranno a svolgere in azienda. Questa formazione preliminare fornisce gli strumenti necessari sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro. Inoltre cerchiamo di orientare gli studenti, lavorando sulle loro competenze e aspirazioni, su un possibile percorso professionale. Bisogna sottolineare come questa fase preparatoria sia ancora parcellizzata e priva di una sua uniformità al livello nazionale. Da una parte perché il tessuto produttivo è estremamente variegato, e quindi ogni scuola si confronta con le realtà presenti nel proprio territorio. C’è poi da considerare come i licei da pochissimo hanno avviato l’alternanza. Siamo dunque ancora in una fase di rodaggio.  Stanno tuttavia nascendo delle associazioni, anche ad hoc, che presentano progetti di alternanza scuola-lavoro, soprattutto nei licei, dove magari è più difficile far incrociare il percorso di studi con un’esperienza nel mondo del lavoro che sia congruente e formativa.

In che modo la scuola vigila sul corretto svolgimento dei percorsi di alternanza?

La vigilanza viene svolta da un tutor interno, che solitamente è il coordinatore di classe, il quale, durante i 15 giorni che lo studente passa in azienda, ogni tanto si reca nell’impresa per vedere se effettivamente lo studente stia svolgendo il percorso prestabilito. C’è un tutor anche aziendale, che rimane sempre in contatto con quello scolastico per segnalare qualunque tipo di problema. L’azione di vigilanza si svolge poi anche attraverso la valutazione di ciò che effettivamente lo studente ha appreso, delle competenze che ha acquisito, questo sia alla fine dell’esperienza in azienda sia durante l’esame di maturità. Riguardo alle polemiche sullo sfruttamento dei ragazzi e al fatto che andavano a svolgere mansioni non in linea con il percorso di studi, quello che posso dire è che nella nostra realtà le aziende si sono sempre dimostrate disponibili e attente alla formazione dei ragazzi.

Crede che l’alternanza scuola-lavoro sia un buono strumento per collegare i due ambiti, e quali ritiene che debbano essere gli aspetti da migliorare?

Io credo di sì. Il tempo che il ragazzo passa in azienda non è poco, 400 ore permettono di fargli comprendere almeno le dinamiche che accadano all’interno di un posto di lavoro. Se dunque l’alternanza viene svolta nel modo consono può rappresentare un’ottima esperienza e uno strumento di collegamento tra mondo della formazione e del lavoro. Permango, ovviamente, degli aspetti da migliorare. Dobbiamo rammentarci che il primo ciclo di alternanza scuola-lavoro si concluderà solo nel 2019. Siamo dunque in una fase di rodaggio. Sugli aspetti da migliorare, il Ministero potrebbe forse attivarsi per far comprendere meglio ad alcune aziende l’importanza di questo strumento. Molto spesso sentiamo i datori di lavoro lamentarsi del fatto che devono spendere molto, sia in risorse che in tempo, per formare il novizio. Con l’alternanza le imprese hanno la possibilità di plasmare, per tre anni, un ragazzo, e avere quindi per il futuro una manodopera già formata. Dall’altra parte la scuola dovrebbe essere più connessa con il mondo del lavoro e questo evitando di formare il ragazzo su tecnologie molto spesso obsolete che non sono più usate nei luoghi di lavoro. In questo aspetto il Ministero potrebbe investire più risorse, che potrebbero aiutare le scuole a potare avanti l’alternanza nel miglior modo possibile.

Il sindacato non è stato sin qui coinvolto. È un soggetto del quale si è sentita l’assenza e quale potrebbe essere il suo apporto nell’ambito dell’alternanza scuola lavoro?

Fino a questo momento la sua assenza non si è fatta ancora sentire, anche perché è passato poco tempo, e i primi problemi stanno affiorando in questo momento. Sicuramente più avanti potrebbe giocare un ruolo importante, anche come trait d’union tra la scuola e le imprese, e dare seguito a quell’opera di sensibilizzazione nelle seconde prima accennata.

Il rapporto dell’Ocse, Getting Skills Right evidenzia come la “cattiva fama” degli istituti tecnici-professionali in Italia allontani i ragazzi da questa scelta. L’alternanza scuola-lavoro potrebbe, in parte, ovviare a questa situazione?

Questo della cattiva fama degli istituti professionali è un problema vero e sono convinta che lo strumento dell’alternanza possa essere, in parte, un rimedio. Non c’è nulla di negativo nel fatto che una ragazzo non sia portato per il classico. Con lo strumento dell’alternanza si dovrebbe, prima di tutto, esaltare le capacità dello studente, renderlo più consapevole di quello che potrebbe essere il proprio percorso futuro. È sbagliato far passare l’idea che la scelta di frequentare un istituto tecnico-professionale sia un ripiego.

In uno dei ultimi rapporti Getting Skills Right l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha evidenziato una situazione certamente non rosea per quanto riguarda il rapporto tra formazione e lavoro in Italia. L’organizzazione di Parigi ha sottolineato come, nel nostro Paese, “sono ancora troppi i giovani che si formano su tecnologie ormai obsolete e che, per questo motivo, alla conclusione del ciclo di studi professionalizzante non possiedono le competenze adeguate per renderli candidati appetibili nel mercato del lavoro”. Le imprese non riescono a trovare, sul mercato, le competenze richieste. Per quanto riguarda i laureati, la maggior parte di questi rimane intrappolato in un mercato del lavoro che li colloca in posti di lavoro di scarsa qualità e per i quali, di solito, sono sovra-qualificati.

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Lo stato dell’arte dei voucher. Intervista alla vicepresidente di Confcommercio Arezzo Fei

Introdotti per la prima volta nel 2003 dalla riforma Biagi, i voucher fanno il loro debutto nel mercato del lavoro nel 2008, quando il Governo guidato da Romano Prodi ne…

Introdotti per la prima volta nel 2003 dalla riforma Biagi, i voucher fanno il loro debutto nel mercato del lavoro nel 2008, quando il Governo guidato da Romano Prodi ne implementa l’uso all’interno del comparto agricolo, e nello specifico per la vendemmia. Sino a quel momento infatti i buoni lavoro erano stati uno strumento pressoché sconosciuto.

Si assiste, negli anni successivi, ad un progressivo ampliamento del raggio di azione dei voucher. Nel 2010, l’esecutivo guidato da Berlusconi estende l’applicazione di questo istituto a tutti i soggetti contemplati nella riforma Biagi, uscendo così dal solo settore primario. Sotto il Governo Monti, il ministro Fornero ne liberalizza di fatto l’uso, estendendoli a molti più settori, lasciando come unico vincolo il tetto massimo per il lavoratore fissato a 5mila euro, e quello per il prestatore a 2mila euro. Nel 2013, il Governo guidato da Enrico Letta cancella il requisito che le mansioni pagate coi voucher debbano essere di natura meramente occasionale.

C’è stata dunque, fino al 2014, una sostanziale liberalizzazione nelle possibilità d’uso dei buoni lavoro. Il Jobs Act ha poi introdotto dei cambiamenti nella disciplina. Il primo di questi riguarda l’innalzamento del tetto, ma solo per il lavoratore, a 7mila euro, il secondo ne vieto l’uso negli appalti e l’ultimo impone al datore di lavoro di dichiarare in anticipo le generalità del lavoratore soggetto al regime del voucher e le coordinate (il giorno, il luogo e i tempi) entro le quali si svolgerà la prestazione.

La ratio del voucher è stata quella di introdurre uno strumento per disciplinare tutte quelle prestazioni che, data la loro natura occasionale, non potevano essere previste e preventivate dal datore di lavoro e che non potevano rientrare forme contrattuali tradizionali. In questo modo si è cercato di arginare e combattere il lavoro nero, molto presente in determinati settori come quello agricolo o nel mondo dei lavori domestici. Allo stesso tempo il voucher poteva rappresentare una tutela per le fasce di lavoratori più deboli, o chi era a rischio di esclusione sociale, favorendo l’entrata o l’uscita dei giovani e dei meno giovani dal mercato del lavoro.

Il buono lavoro è diventato oggetto di una crescente attenzione negli ultimi mesi, a seguito del duro scontro tra le istituzioni e una parte delle forze sociali. È stato soprattutto il sindacato guidato da Susanna Camusso a evidenziare un uso improprio dello strumento, dietro al quale si nascondevano prestazioni di lavoro che avevano perso del tutto il loro essere occasionale. Il voucher diviene, nella narrazione della Cgil, uno dei simboli della precarietà che contraddistingue il mercato del lavoro attuale.

Così il sindacato di Corso d’Italia avvia, dalla primavera del 2016, una raccolta di firme per chiedere, tramite il referendum, l’abolizione di alcune norme contenute nel Jobs Act, tra cui quella riguardante i buoni lavoro. La Corte Costituzionale ha accolto il quesito referendario (insieme a quello relativo agli appalti e respingendo quello che chiedeva la reintroduzione dell’art. 18), ritenendo che l’evoluzione dell’istituto avesse trasceso i caratteri di occasionalità della prestazione lavatori, per la quale era nato, essendo diventata alternativo ad altri istituti contrattuali, e quindi non più necessario.

Una situazione che ha portato il governo Gentiloni ad abrogare lo strumento con il decreto legge n. 25 del 17 marzo, disinnescando così la bomba referendaria della Cgil, che aveva fissato la data del voto per il 28 maggio. In questo modo i voucher non sarebbero più stati utilizzabili a partire da gennaio 2018. Tuttavia, in seguito al vuoto normativo che si è venuto a creare, con il decreto legge 50/2017 sono stati rimessi nel mercato del lavoro una nuova tipologia di voucher, operativi a partire dal 10 di luglio 2017. I nuovi voucher Inps si suddividono in due tipologie: una destinata per i lavori domestici, il libretto famiglia, e l’altra rivolta alle imprese, il PrestO, acronimo di Prestazione Occasionale.

Non solo dunque strumento giuslavoristico, il voucher è diventato il confine di scontro tra chi considera questo strumento un modo per disciplinare quelle forme di lavoro facilmente suscettibili di cadere nell’irregolarità, mettendo a disposizione a chi percepisce forme di sostegno al reddito, un ulteriore canale per rafforzare le proprie finanze, senza che i due istituti siano in contrasto tra loro. D’altra, c’è chi ne accentua maggiormente gli aspetti distorsivi, evidenziando il fatto che il voucher sia foriero di forti abusi e non faccia che alimentare la precarietà della forza lavoro, non riuscendo di fatto ad apportare legalità in determinati segmenti del mercato del lavoro.

Da punto di vista numerico, il mondo dei voucher copre un segmento del mercato molto limitato: rappresentano infatti solo lo 0,23% del totale del costo del lavoro in Italia. C’è sta una forte crescita a partire dal 2008. I dati forniti dall’Inps evidenziano un aumento del 58% tra il 2014 e il 2015, e del 24% a cavallo tra il 2015 e il 2016. Per quanto riguarda la popolazione lavorativa che utilizza i voucher, il 37% è composte da persone già occupate che integrano il proprio reddito, il 26% da da pensionati o indennizzati in altro modo, il resto da silenti, ossia persone che prima non lavoravano, autonomi e parasubordinati. Stando sempre ai dati forniti dall’Inps, su un totale di un milione e trecentomila lavoratori pagati coi voucher, il 70% di questi è dato da prestatori di lavoro non esclusivi, ossia per persone per le quali i voucher rappresentavano un’integrazione al reddito, e non la fonte principale

Per analizzare lo stato dell’arte dei voucher, anche alla luce degli ultimi cambiamenti, abbiamo intervistato Catiuscia Fei, vicedirettrice della Confcommercio di Arezzo per l’area politico-sindacale.

Fei che cosa ha comportato l’abolizione dei voucher per il terziario?

Prima di tutto è necessario fare due premesse, una di ordine tecnico ed una di ordine politico. I vecchi voucher, per come erano stati concepiti dal legislatore, costituivano uno strumento ottimo per gestire con grande flessibilità, che non vuol dire deregulation, quei picchi di lavoro tipici di alcuni comparti del terziario. Nel turismo, così come nella ristorazione erano molto utilizzati, proprio perché si verificano situazioni lavorative che, data la loro natura occasionale, non potevano essere precedentemente pianificate. Inoltre il voucher faceva emergere il lavoro nero, limitandolo. E da qui passo alla seconda considerazione più di ordine politico. Se ci sono aziende che ne fanno un uso scorretto bisogna fare i controlli e punirle, perché inquinano il mercato attraverso una concorrenza sleale in termini di costi, ma non abolire lo strumento, perché così si penalizza anche chi opera in modo corretto. Ma abolire del tutto uno strumento utilissimo è un qualcosa di assurdo. Il legislatore avrebbe dovuto avere più coraggio nell’apportare, semmai, maggiori controlli per ridurre gli abusi.

Quali sono stati gli strumenti con i quali le aziende hanno fatto fronte all’abolizione dei voucher?

Con il venir meno dei voucher, abbiamo riscontrato un crescente uso del contratto a chiamata. Si tratta di uno strumento che presuppone una vera e propria assunzione, e che che quindi comporta anche costi maggiori. Ma il punto non è questo. Il vero limite  del contatto a  chiamata risiede nel fatto che, per certi aspetti, è meno snello e agevole dei voucher, per altri, invece, è soggetto a controlli inferiori, perché, ad esempio, non bisogna indicare la fascia oraria nella quale si svolge la prestazione. Dunque anche con il contratto a chiamata si possono perpetrare condotte scorrette da parte dell’azienda. Inoltre non c’è stato un cambiamento nella condizione occupazionale di questi lavoratori. È vero che con il contratto a chiamata una persona è tecnicamente assunta dall’azienda, ma permane il fatto che si tratta, pur sempre, di un percorso lavorativo non contraddistinto dalla continuità. Non c’è stato dunque quel salto di qualità nella condizione professionale di molte persone, una volta cancellati i voucher.

Il legislatore ha introdotto due nuove tipologie di voucher, per sopperire al voto legislativo che si era venuto a creare, il libretto famiglia e il PrestO. Riguardo a quest’ultimo, crede che il legislatore sia riuscito a fornire uno strumento adeguato?

Il PrestO non si sta dimostrando all’altezza del compito per il quale era stato introdotto, a causa di diverse problematiche. La prima risiede nel modo in cui è stata concepita la platea di imprese destinatarie. Infatti il PrestO può essere utilizzato da realtà con fino a 5 dipendenti. Si è dunque, erroneamente, pensato che imprese più grandi e strutturate non utilizzassero i voucher. Il secondo ostacolo è dato dalla fruibilità dello strumento in sé, che è molto farraginoso. L’azienda deve avere aperto un portafoglio telematico. In questo portafoglio l’impresa dovrebbe indicare, in anticipo, sia quando necessiterà delle prestazione, sia pagare, tramite il modello F24, l’importo. Ma se stiamo parlando di prestazioni lavorative occasionali, che appunto si manifestano in modo inaspettato, è impossibile prevederle in anticipo. Inoltre il presto non si può attivare dalla mattina alla sera, come poteva essere fatto coi vecchi voucher, perché occorre un pin dell’Inps sia per l’impresa che per il lavoratore. In più l’azienda deve pagare il lavoratore minimo per quattro ore, anche se la prestazione è solamente di due. È dunque chiaro che abbiamo di fronte uno strumento che di certo non si contraddistingue per la sua immediatezza e facilità di utilizzo.

In che modo dunque dovrebbe essere ripensato lo strumento e cosa avete chiesto, come Confcommercio, per far fronte a questa situazione?

Il PrestO andrebbe del tutto ripensato e rimodificato, perché nelle condizioni attuali è pressoché inutilizzato. Si potrebbe affinare il contratto a chiamata per renderlo più fruibile. La miglior cosa sarebbe riprendere in mano i vecchi voucher e ripensarli in modo diverso, cercando di eliminare i possibili abusi. Abbiamo sempre sostenuto la necessità di fare i controlli, e rafforzali qualora ce ne sia bisogno, punendo le imprese che operano in modo scorretto. Tuttavia questo non vuol dire non riconoscere l’utilità dello strumento e la sua flessibilità, che ripeto non vuol dire deregulation, ma dare alle aziende gli strumenti più idonei per far fronte a quelle situazioni di lavoro impreviste. Inoltre i voucher contemplavano anche una parte di contributi, e bisogna ricordare come il buono lavoro non rappresentava l’unica fonte di reddito per il lavoratore, che, solitamente, si muoveva su più occupazioni.

Secondo le ultime stime dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, tra gennaio e settembre del 2017 le assunzioni a chiamata si attestano a 319mila, con una crescita, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, del 133%. Secondo l’Osservatorio tale incremento potrebbe essere posto in relazione alla necessità per le imprese di ricorrere a strumenti contrattuali sostitutivi dei voucher.

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I Neet, la spina nel fianco del nostro Paese

Vengono definiti Neet, acronimo inglese di Not in education, employment or training, e sta ad indicare tutti quei giovani che non sono occupati o impegnati in percorsi formativi. L’espressione venne…

Vengono definiti Neet, acronimo inglese di Not in education, employment or training, e sta ad indicare tutti quei giovani che non sono occupati o impegnati in percorsi formativi. L’espressione venne usata per la prima volta nel luglio del 1999 dalla Social Exclusion Unit del governo britannico, per indicare qui giovani a forte rischio di esclusione sociale. L’età di riferimento parte dai 15 anni fino ai 24, ma le statistiche tengono conto anche dei giovani fino ai 29 o i 35 anni.

Il tema dei Neet costituisce una spina nel fianco per nostro paese, con percentuali che ci rendono, molto spesso, la “pecora nera” all’interno dell’eurozona. Gli ultimi dati sul fenomeno restituiscono un quadro che non è un eufemismo definire allarmante.

L’indagine 2017, promossa dalla Commissione europea, sull’occupazione e gli sviluppi sociali in Europa (Esde), tratteggia uno scenario critico per l’Italia, con una percentuale di Neet, tra i 15 e i 24 anni, che si attesta al 20%, equivalente a 2,2 milioni di giovani, rispetto alla media europea dell’11,5%. Anche l’Istat, nel suo ultimo rapporto annuale, ha certificato una situazione preoccupante, con i Neet tra i 15 e i 29 anni che raggiungono il 24,3%. Numeri che ci pongono al primo posto di questa ben poco invidiabile classifica, precedendo paesi con un Pil inferiore al nostro, come Romania e Bulgaria. Se poi andiamo a considerare i giovani compresi tra i 20 e i 34 anni, la percentuale dei Neet si attesta al 30,7%, rispetto alla media della zona euro del 18,3%.

Queste percentuali così alte posso essere lette come il frutto dei lunghi anni di crisi, che hanno duramente colpito il tessuto produttivo italiano. Se questa, da una parte, è una riflessione certamente valida, dall’altra, tuttavia, mal si spiega come, anche nel periodo precrisi, la quota di Neet in Italia fosse molto più alta di quella di altri partner europei. I Neet rappresentano dunque la triste conseguenza della mancanza strutturale di politiche attive rivolte ai percorsi formativi e lavorativi dei giovani, e non unicamente uno dei tanti aspetti della recessione economica.

Il mondo dei Neet è un universo estremamente ampio e variegato, ma il filo rosso che lo attraversa e lo lega è un profondo senso di scoraggiamento e frustrazione. Questi due aspetti, estremamente perniciosi, fanno desistere i giovani dalla ricerca di un’occupazione, poiché subentra la convinzione che tanto non se ne troverà una, e, contemporaneamente, abbandonano anche i percorsi formativi. Si innesca così un duplice problematica, che ricade sia sul piano strettamente economico sia su quello sociale.

La mancata attivazione nella ricerca di un’occupazione pone il Neet nella condizione di sperimentare una crescente difficoltà nell’accesso al mondo del lavoro. Una difficoltà acuita dal fatto che il Neet si rende poco appetibile o occupabile sul mercato, a causa del naturale invecchiamento delle competenze, all’interno di un contesto nel quale il lifelong-learning, ossia la prospettiva di una formazione continua, anche durante la vita lavorativa, assume un’importanza crescente.

I paesi del sud Europa, tra cui l’Italia, rispetto alle economie dell’Europa centro-settentrionale presentano un mercato del lavoro molto più fragile, fiaccato dagli anni di crisi e dalla politiche di austerità. Gli under hanno pagato il prezzo più alto, con una crescente difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro, sperimentando percorsi professionali contraddistinti dall’incertezza. Questo ha acuito il senso di precarietà, con un serio rischio di esclusione sociale. Contestualmente è cresciuta anche la povertà tra fasce più giovani della popolazione. Gli ultimi dati Istat certificano come 1 milione 17mila persona tra i 18 e i 34 anni, ossia il 10%, vivano in condizioni economiche estremamente precarie.

Bisogna inoltre considerare le profonde differenze territoriali, poiché essere un Neet al nord o al sud non è sempre la stessa cosa, tanto da poter parlare di un paese diviso a metà. La crisi del 2008 non ha fatto altro che acuire le enormi diseguaglianze preesistenti. Nel Mezzogiorno i Neet tra i 15 e i 29 anni sono 1,2 milioni, pari al 36%, con un’incidenza altissima tra le donne. Al Nord, invece, le percentuali sono dimezzate rispetto al Mezzogiorno.

Resta infine da valutare il ruolo della famiglia. Il nostro sistema di welfare viene definito, dalla letteratura accademica, di stampo “familistico”, perché ha delegato, nel corso del suo sviluppo, molti compiti di cura e assistenza alla rete familiare. In altre parole tutti quegli spazi lasciati scoperti dalla protezione sociale pubblica, sono stati presi in carico dalla famiglia. Il giovane Neet molto spesso trova nella famiglia quella reta di sicurezza che impedisce di scivolare verso una pericolosa esclusione sociale.

Allo stesso tempo questo ruolo protettivo può avere un effetto che potremmo definire “soporifero”. Il fatto che il disagio sociale non esploda violentemente, o che i suoi effetti si manifestino in modo più diluito, grazie all’azione mitigatrice della famiglia, può forse impedire una piena comprensione della gravità del fenomeno dei Neet, rimandando anche l’attuazione di  quelle necessarie politiche inclusive, volte a facilitare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro o l’inserimento all’interno di programmi formativi. Continuar a far ricadere sulla famiglia la cura dei Neet vuol dire mettere sotto pressione la ricchezza dei nuclei familiari, con il rischio che, qualora questa ricchezza dovesse esaurirsi, ci ritroveremo un esercito di giovani privi di qualsiasi tutela.

Analizzando il contesto toscano, l’Irpet, l’Istituto Regionale Programmazione Economia della Toscana, nel rapporto La situazione economica e sociale in Toscana, presentato a Firenze lo scorso 4 luglio, evidenzia come i Neet, tra i 15 e i 29 anni, siano 96mila unità, il 19,2% della popolazione della medesima fascia di età. Analizzando la composizione dei Neet, un dato che merita di essere evidenziato è che, nel corso della crisi, è cresciuto il numero dei disoccupati rispetto a quello degli scoraggiati.

I motivi di questo cambiamento sono sostanzialmente due. Da una parte va segnalato come, durante la recessione economica, molti abbiano perso la propria occupazione, diventando dei disoccupati. Dall’altra – e qui risiede l’aspetto positivo – una parte di coloro che prima erano inattivi sono usciti da questa condizione, iniziando la ricerca di un lavoro, entrando così nella parte della popolazione attiva. Questo leggero, ma significativo, cambio di rotta, può essere un segnale di una maggiore attenzione, anche da parte delle politiche regionali e nazionali, verso questo problema.

I Neet sono forse la faccia più preoccupante della problematica giovanile del nostro paese, una problematica che, come abbiamo detto, interessa tutta l’eurozona, anche se con percentuali diverse. Proprio per far fronte a queste crisi generazionale, nell’aprile 2013 è stato promosso, al livello europeo, un pacchetto di misure, pensate per i giovani, volte a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro o mirate a fornire percorsi di formazione professionalizzanti, noto con il nome di Youth Guarantee, Garanzia Giovani.

All’interno di questa cornice più ampia, la Toscana ha dato vita ad una propria strategia per combattere la disoccupazione e l’esclusione giovanile, attraverso il progetto “Giovanisì”, che contempla anche misure rivolte ad una platea e ad una fascia di età più ampia, rispetto a Garanzia Giovani.

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Con ‘Incontriamoci’ l’integrazione passa per il teatro

Immigrazione, accoglienza e integrazione, tutte parole che hanno assunto ormai un significato concreto nelle nostre vite. Parole che esprimono condizioni e situazioni non più confinate o confinabili nelle cronache dei…

Immigrazione, accoglienza e integrazione, tutte parole che hanno assunto ormai un significato concreto nelle nostre vite. Parole che esprimono condizioni e situazioni non più confinate o confinabili nelle cronache dei notiziari, ma presenti anche nelle nostre realtà. La scuola rappresenta uno dei luoghi eletti all’incontro con l’altro, altro che non solo si concretizza nel proprio compagno di banco, ma oggi, anche, nell’altro proveniente da una cultura diversa dalla nostra. Un’esperienza vissuta intensamente dai ragazzi della scuola secondaria di primo grado di Cetona, grazie al proficuo rapporto con la onlus Incontriamoci.

Dell’associazione ce ne parla un suo membro, Clori Bombagli.

Quando è nata la onlus e in cosa si concretizza il suo impegno?

Della possibilità di dar vita a questa associazione se ne era incominciato a parlare, non in via ufficiale, nello scorso mese di luglio, e la costituzione ufficiale si è avuta solo nell’aprile di quest’anno. Una delle promotrici di questa iniziativa è stata Donata Origo dei marchesi Origo, che si sarebbe occupata della formazione agricola, mentre a me è stato dato il compito di sensibilizzare i ragazzi delle scuole al tema dell’accoglienza, con la speranza e l’auspicio che il messaggio educativo arrivi anche alle famiglie e alla società tutta. Dunque attraverso un lavoro sinergico con la misericordia di Chiusi, loro si sono occupati di gestire l’accoglienza, mentre la nostra associazione si è mossa sul versante dell’integrazione.

Quanto è importante sensibilizzare le persone all’accoglienza nei confronti dei migranti?

È un aspetto fondamentale. Dobbiamo capire come questi flussi migratori rientrino ormai nell’ordinario e non nello straordinario. Promuovere l’integrazione e sensibilizzare all’accoglienza sono due passi importanti per evitare che queste persone, che sfuggono dal terrorismo, povertà e guerra, non diventino un corpo estraneo all’interno della società, affinché non si creino quelle sacche di esclusione e disagio sociale.

Come è iniziata la collaborazione con la scuola media di Cetona e a che cosa ha portato?

Il corpo docente si è dimostrato fin da subito disponibile e sensibile ad un tema così delicato come quello dell’accoglienza. Una sensibilità che si è tradotta subito nel mettere in moto un serie di attività volte proprio a far interagire tra di loro gli alunni e questi ragazzi. Sono nati così diversi laboratori, che hanno toccato trasversalmente numerosi ambiti disciplinari: inglese, francese, tecnologia, musica e teatro. Il percorso teatrale si è rilevato il più faticoso, ma alla fine estremamente proficuo per i ragazzi, visto che li ha impegnati fin da febbraio. Il tema affrontato, grazie al supporto delle insegnati di lettere e all’esperto teatrale, è stato quello del passaggio, inteso sia come transito tra le diversa fasi della vita, ma anche come abbandono del proprio paese di origine per approdare ad uno nuovo.

Qual’è stato il risultato più importante ottenuto da questa esperienza?

Sicuramente il fatto di dare un nome e un’identità a queste persone, dal momento che molto spesso si aggirano come corpi estranei tra i nostri paesi, soprattutto a causa delle terribili sofferenze che hanno dovuto subire e sopportare nel loro viaggio, del quale raramente ne parlano. Ci sono stati inoltri risvolti positivi anche su un piano più strettamente pratico, poiché l’esperienza teatrale, così come le altre attività svolte, hanno permesso a questi ragazzi di familiarizzare con la lingua e la cultura italiana.

L’attività teatrale non ha rappresentato un’esperienza monodirezionale, ma si è fin da subito rivelata una percorso duplice, nel quale tutte le parti coinvolte hanno avuto modo di intraprendere un cammino di arricchimento. Di queste ce ne hanno parlato le insegnati di lettere, Wanda Lodi e Luisa Baglioni, e l’esperto di teatro Gabriele Valentini.

Dal punto di vista didattico, come si è sviluppato il laboratorio teatrale?

Abbiamo chiesto ai ragazzi di elaborare, in forma anonima, attraverso un percorso di scrittura creativa, le proprie emozioni e sentimenti sul tema del passaggio e dell’incontro con l’altro – spiegano le due insegnati – in questo modo, grazie all’anonimato, i nostri alunni hanno potuto mettere sul tavolo le riflessioni, alle quali erano giunti, con assoluta libertà. Da qui, grazie all’aiuto dell’esperto, abbiamo costruito il testo teatrale, interamente frutto del lavoro dei ragazzi.

Che cosa ha voluto dire l’incontro con questi ragazzi, anagraficamente molto più grandi, e in possesso di un bagaglio di esperienze estremamente complesse e dolorose?

Quello che abbiamo notato è stata l’assoluta naturalezza con la quale è nato questo dialogo. Naturalmente tutto questo ha comportato un cambiamento radicale, da parte degli alunni, nell’approccio e nella percezione del tema dell’altro. Sono passati dunque da un “io credevo”, risultato di una visione molto spesso influenzata dai pregiudizi della società, per passare ad un “io credo”, scevro di tutte queste contaminazioni.

Attraverso il linguaggio del teatro si è potuta sviluppare questa sinergia tra mondi culturali estremamente diversi, uno scambio che però ha dovuto superare un primo grande ostacolo comunicativo, la lingua italiana.

“Una barriera superata in prima istanza attraverso il ricorso alla capacità comunicativa del corpo”. Ci spiega Gabriele Valentini, il regista che ha seguito e curato l’intera attività. “Una volta creato un primo canale di dialogo, ci siamo poi concentrati sulla capacità espressiva dei ragazzi, senza avere nessun testo sul quale lavorare, ma facendo sì che l’amalgama tra questi due gruppi avvenisse nel modo più libero possibile. Una libertà che si è anche concretizzata – conclude Valentini – nel non volere raccontare determinate esperienze ed emozioni”.

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La De.Co. per promuovere i prodotti tipici della Valdichiana

Come ogni anno la Fiera dell’Agricoltura delle Tre Berte è stata un’importante occasione per fare il punto sullo stato di salute del comparto primario della Valdichiana e sulle sfide future…

Come ogni anno la Fiera dell’Agricoltura delle Tre Berte è stata un’importante occasione per fare il punto sullo stato di salute del comparto primario della Valdichiana e sulle sfide future che lo attendono. Un’interessante novità, presentata in anteprima durante l’apertura della fiera, è la volontà di introdurre, da parte del Comune di Montepulciano, la De.Co., la denominazione d’origine comunale. Il progetto, illustrato dal sindaco della città del Poliziano Andrea Rossi, insieme all’assessore per le attività produttive e agricole Michele Angiolini, e Stefano Biagiotti, presidente di Qualità e Sviluppo Rurale, ha l’obiettivo di offrire una certificazione a quei prodotti che esprimono un profondo legame con il territorio di provenienza. Uno strumento utile per salvaguardare quelle produzioni di nicchia, anche se molto spesso ignorato o poco usato dalle amministrazioni locali.

Il primo a lanciare l’idea di un marchio, che tutelasse le eccellenze di un comune, è stato lo scrittore ed enogastronomo Luigi Veronelli, nel 1959 con il libro “I vini d’Italia”, nel quale proponeva di istituire una denominazione d’origine gestita direttamente dalle amministrazioni locali. Ma bisogna aspettare trent’anni per vedere i primi risultati in campo legislativo. È con la legge n.142 dell’8 giugno 1990 che viene data ai comuni la possibilità di disciplinare la valorizzazione delle attività agroalimentari tradizionali. Un passo ulteriore viene compiuto nel 2000, quando l’Anci, l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, presenta una proposta di legge di iniziativa popolare sul tema “Istituzione delle denominazioni comunali di origine per la tutela e la valorizzazione delle attività agro-alimentari tradizionali locali”. Nel 2002 la stessa Anci redige un “Regolamento Comunale per la valorizzazione delle attività agro-alimentari tradizionali locali. Istituzione della De.Co. Denominazione Comunale di Origine“. Inizia ufficialmente la storia delle De.Co.

Le De.Co. costituiscono dunque una sorta di disciplinare che inserisce all’interno di un elenco tutti quei prodotti dell’enogastronomia che esprimo un forte valore identitario col territorio di provenienza. Si tratta, da una parte, di uno strumento importante per la promozione e la sponsorizzazione di una specifica regione. Le De.Co. hanno dunque un peso considerevole per quanto riguarda l’indotto agricolo e turistico, e offrono al consumatore un’ulteriore certificazione sul prodotto che vanno ad acquistare. Ma soprattutto possono essere un’arma in più in mano alle piccole aziende agricole. Il comparto primario della Valdichiana è composto, prevalentemente, da realtà che contano pochi addetti, capaci di dar vita a delle vere e proprie rarità enogastronomiche, e depositarie di saperi antichi. Tuttavia, proprio per questa loro tipicità, riscontrano molte più difficoltà ad emergere nel mercato, anche perché molto spesso non sono tutelate dai classici marchi di qualità, come Dop e Igp.

Con l’introduzione della De.Co. si apre un nuovo capitolo per l’agroalimentare della Valdichiana. Attraverso questo sigillo si vuole tradurre, in un linguaggio istituzionale, i valori e i saperi che accompagnano da tempo immemorabile la lavorazione di determinate materie. Dunque non un semplice vessillo vuoto di cui fregiarsi, ne tanto meno la volontà di creare una semplice duplicazione di altri prodotti esistenti, ma la testimonianza che, senza l’unicità di determinate produzioni, la Valdichiana perderebbe un pezzo importante della sua tradizione. La susina di Montepulciano, conosciuta come “mascina” o “scoscia monaca”, l’aglione della Valdichiana o l’olio extravergine d’oliva prodotto sulle colline poliziane, sono dei perfetti esempi di quel legame indissolubile tra la cultura culinaria e territorio.

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Il ciambellino, dolce pasquale per eccellenza, tra storia e tradizione

Correva l’anno 1968, e mentre la gioventù di mezzo mondo era impegnata nella lotta di classe, in Valdichiana, in particolare nel piccolo borgo di Rigomagno oltre alla passione politica, non…

Correva l’anno 1968, e mentre la gioventù di mezzo mondo era impegnata nella lotta di classe, in Valdichiana, in particolare nel piccolo borgo di Rigomagno oltre alla passione politica, non disdegnavano la passione per il buon cibo. Fu così che nella Pasqua di 49 anni fa, un gruppo di giovani dette vita alla Sagra del Ciambellino, una festa che aveva l’intenzione di celebrare un dolce immancabile nelle celebrazioni delle festività pasquali: il ciambellino.

Una storia che a dire il vero affonda le sue radici molto più lontano. Se il 1968 segna la nascita della sagra dedicata al ciambellino, già molto tempo prima questo dolce era presente nelle tavole della Valdichiana senese e aretina.

Sacro e profano si fondono in questo dolce dal gusto molto invitante, capace di declinarsi in molteplici varianti. Come per molti cibi della tradizione popolare è difficile ricostruire un percorso univoco sulle origini, perchè ogni borgo, così come ogni casa, ci offre racconti e storie diverse sui natali di questo dolce che contraddistingue la storia delle nostre terre. Ma è proprio questa diversità che arricchisce la nostra tradizione culinaria e che conferisce ad ogni pietanza ancora più mistero con la curiosità di scoprirne i misteri morso dopo morso.

Il ciambellino conserva ancora tutto il suo antico fascino, e puntuale come un vecchio amico si presenta ogni anno sulle nostre tavole in occasione delle celebrazioni pasquali. La maggior parte dei racconti infatti legano la nascita del ciambellino ai riti della Settimana Santa. La tradizionale forma tondeggiante del dolce, del diametro di circa 20 cm, rappresenta la corona di spine del Cristo. Al tempo stesso proprio la forma e la presenza dell’uovo nell’impasto, alludono a tutto l’universo dei simbolismi correlati ai riti della fertilità e della primavera, che segna la rinascita del ciclo naturale e della vita. La perfetta forma circolare del ciambellano e dell’uovo, senza inizio ne fine, esprimono appieno l’idea di resurrezione e vita senza fine.

Per quello che attiene la storia del ciambellino, le tracce più antiche di questo dolce risalgono alla prima metà del XIII secolo, presso il convento delle Vallesi, nelle terre di Rigomagno. Non ci è possibile dare al lettore informazioni certe e dettagliate circa le reali condizioni che portarono alla nascita del ciambellino, ma un aneddoto ci racconta che i frati agostiniani del convento, meticolosi nello studio e devoti nella preghiere, quando si trovarono tra i fuochi della cucina con gli ingredienti del futuro dolce tra le mani fecero cadere il vassoio creando un bel guaio. Allora i frati, per cercare di rimettere insieme i ‘cocci’, secondo il primo principio della termodinamica per cui in un sistema chiuso nulla si distrugge o si crea ma tutto si trasforma, mescolarono in maniera casuale gli ingredienti e dettero vita al ciambellino.

Spostandoci in avanti di qualche secolo, fino al 1800, possiamo trovare le tracce di una versione diversa del ciambellino classico, quello bollito. Rispetto alla versione classica, il ciambellino bollito, che presenta un doppio procedimento di cottura, prima la bollitura e poi la messa in forno, appare molto diverso sia per consistenza che per sapore e aroma. Il ciambellano bollito è come se fosse formato da due ciambelle sovrapposte, a causa di un solco che corre lungo il perimetro per far aderire meglio lo zucchero. Inoltre sapore e odore sono molto decisi e intensi per l’abbondanza di semi di anice e la generosa spennellata di liquore con la quale viene ricoperto. Questa complessità si riflette anche nella preparazione, soprattutto nella fase della bollitura, dove solo piccoli errori nella temperatura sono più che sufficienti per mandare all’aria tutto il lavoro.

Per quanto riguarda la ricetta tradizionale non ne esiste un’unica versione, ma il ciambellino si arricchisce degli aromi, dei sapori e della storia di ogni paese. Possiamo tuttavia ricostruire un canovaccio consolidato di ingredienti che costituiscono il DNA del dolce. Uova, zucchero, farina, burro, vaniglia, liquore, semi di anice, olio extravergine d’oliva, lieto naturale, limone e arancia grattugiata. Ecco il cuore pulsante del ciambellino. A questo punto arriva la parte più interessante: l’assaggio. Ricordate bene, il ciambellino è come un bell’abito nero, va bene in qualsiasi occasione, o se preferite come una persona cara, della quale non ci si stanca mai.

Numerosi sono i momenti nei quali potete gustarvi il ciambellino. Se infatti vi sentite particolarmente mattinieri, desiderosi e impazienti di assaporare un vero fuoriclasse della pasticceria nostrana, non abbiate paura, tirate fuori un po’ della vostra spavalderia culinaria, accompagnando il ciambellino ad una tazza di latte e caffè. Ma si può continuare a gustarlo anche  a fine pasto, accompagnato ad un buon bicchierino di Vinsanto.

In qualsiasi modo vogliate gustarlo ricordatevi questa cosa: una volta passata la Pasqua la festa non finisce, perché potrete sempre e comunque bearvi del gusto del ciambellino, e se qualcuno dovesse farvi notare che siete fuori periodo, vi consiglio di non sprecare tempo a rispondergli, ma riempitivi la bocca con un altro morso di ciambellino.

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L’olio extravergine d’oliva: un convegno tra cultura e salute

Giunge alla sua 3° edizione “La festa dell’olio e dei sapori d’autunno”, l’evento organizzato col patrocinio della Pro Loco di Montepulciano, che celebra uno dei protagonisti indiscussi delle nostre terre,…

Giunge alla sua 3° edizione “La festa dell’olio e dei sapori d’autunno”, l’evento organizzato col patrocinio della Pro Loco di Montepulciano, che celebra uno dei protagonisti indiscussi delle nostre terre, l’olio. Un momento d’incontro per fare il punto sullo stato di salute di un elemento imprescindibile della nostra cultura. L’olio infatti, è portavoce di un patrimonio non solo gastronomico, ma anche identitario, sinonimo di tradizione, civiltà e sacralità. Pianta di una longevità estrema, l’olivo accompagna la civiltà umana fin da suoi albori. La leggenda narra che tra gli dei, che facevano a gara per trovare il dono più prezioso per donare agli uomini, venne scelta Atena, che donò alla stirpe dei mortali proprio l’ulivo.

Un prodotto che però non riceve sempre la giusta importanza. Manca infatti prima di tutto una comunicazione adeguata, che possa promuovere nel miglior modo possibile l’olio, e rendere anche più consapevole il consumatore al momento della scelta. Ma soprattutto, molto spesso, è assente un vero supporto all’attività degli olivicoltori, che da generazioni si dedicano a realizzare un prodotto che non sempre porta con sé il guadagno sperato.

Tutti questi aspetti sono stati affrontati nel pomeriggio di sabato 29 ottobre presso il salone del convento di S. Agnese, in un convegno che ha visto l’intervento di numerosi esperti del mondo dell’olio, che da prospettive diverse hanno sottolineato le criticità, ma anche le potenzialità che contraddistinguo in questo momento la produzione olearia toscana.

Il supporto il coordinamento dei produttori, sono i primi elementi da cui partire per mantenere alta la qualità di una delle eccellenze culinarie della nostra terra. Un’attività nella quale da anni si impegna l’O.T.A., l’Associazione Olivicoltori Toscani Associati.

Assistenza tecnica, ma anche innovazione e trasferimento di nuove conoscenze e tecnologie. È questo il supporto maggiore che oggi l’Associazione fornisce ai suoi soci, per un settore, quello oleario, ancora legato a tecniche produttive di uno o due secoli fa, e che rispetto ad altri comparti dell’agroalimentare, necessita maggiormente dell’inserimento di innovazioni tecnologiche e meccaniche. Questo per aumentare anche la resa e il profitto dei produttori stessi, e garantire una maggiore qualità del prodotto finale. A tal fine abbiamo rapporti costanti coi centri di ricerca, le università e il CNR.”   

Sono queste le parole di Giampiero Cresti, presidente dell’O.T.A., che descrivono chiaramente il lavoro incessante che l’associazione porta avanti. Un impegno non solo rivolto agli addetti ai lavori, ma che guarda anche al territorio.

Fare e promuovere la cultura dell’olio significa partire dalle fasce più giovani, attraverso numerose attività sul territorio toscano, per aumentare la conoscenza e la consapevolezza di questo prodotto. Molto spesso la qualità e l’eccellenza faticano ad emergere nel mercato attuale. Questo perché, quando ci si approccia all’olio, mancano gli strumenti per valutare il reale rapporto tra prezzo e qualità. Non ci si rende conto dell’investimento di risorse umane ed economiche che necessita la produzione dell’olio, e soprattutto del piacere e del gusto che un olio di qualità può conferire ad un piatto, anche se questo comporta una spesa maggiore.”

Un fattore oggi imprescindibile per liberare le grandi potenzialità insite nel comparto oleario è l’investimento sia sulle nuove tecnologie sia su pratiche produttive diverse. Una questione che da anni viene portati avanti dal dott. Stefano Biagiotti, direttore di Qualità Sviluppo Rurale, che si occupa di offrire consulenza e servizi alle aziende dell’agroalimentare.

L’innovazione, sia meccanica che nelle pratiche, è ormai un elemento indispensabile nella produzione di olio. I vantaggi in un’agricoltura di precisione, ad esempio attraverso l’impiego di droni, possono essere molti, sia di natura economica per il produttore, ma anche per il consumatore. Una pratica di questo tipo infatti, può ridurre in modo considerevole l’utilizzo dei fitofarmaci. Soprattutto quello a cui oggi si guarda non sono solo più i costi legati alle materie prime – continua Biagiotti – ma anche quelli inerenti lo smaltimento dei rifiuti. Ecco perché accanto all’innovazione tecnologica, si devono unire le buone pratiche. Si sta abbandonando infatti il concetto di un’economia lineare, per abbracciare quello di economia circolare, nella quale gli scarti vengono riutilizzati all’interno del processo produttivo. Tutto questo parte dalla consapevolezza della limitatezza delle risorse a disposizione, e dall’impatto sull’ambiente. Un’agricoltura condotta in modo intensivo oggi non è più ecosostenibile, in termini di sfruttamento del suolo, della produzione di anidride carbonica o degli interventi coi fitosanitari, che molto spesso vengono fatti senza una reale necessità. La coltura dell’olivo, ben prima dell’introduzione della meccanizzazione e delle nuove tecnologie, si muoveva in questa direzione. Dobbiamo – conclude Biagiotti – sostenere l’attività degli olivicoltori non solo per consentire ad una delle nostre eccellenze di essere ancora competitiva sul mercato, con prodotti che fanno del basso costo e della bassa qualità i loro punti forza, ma anche per l’opera di salvaguardia del territorio che portano avanti da decine e decine di anni.”

convegno-olio-2La ricchezza dell’olio si riflette anche sulla nostra tavola. Il sapore che un buon olio extra vergine d’oliva conferisce al piatto è qualcosa di irripetibile. Una bontà che allo stesso tempo è sinonimo di salute. L’olio è infatti uno dei pilastri della dieta mediterranea, fonte di numerosi benefici e segreto per una vita longeva.

Sull’importanza dell’olio in tavola e su una corretta educazione alimentare, da anni il dott. Giorgio Ciacci porta avanti una serie di progetti, come “Mangiocando” nato nel 2002, rivolto ai ragazzi della scuola primaria, e la Onlus “ELEA”, impegnata nel comune di San Quirico d’Orcia con il “Circo del Gusto” nelle mense scolastiche.

Expo 2015 ha lanciato un grande messaggio, ossia quello di arrivare alla consapevolezza che il cibo non sia solo una questa di sopravvivenza, ma anche un elemento di compagnia di tutti i giorni, e arrivare ud una vera cultura del cibo anche in relazione all’ambiente. Questa consapevolezza deve essere sviluppata con un lavoro che inizi proprio dai bambini. I dati europei – prosegue il dott. Ciacci – ci vedono in modo preoccupate al primo posto per quanto riguarda il rischio di obesità. Questo vuol dire che le generazioni future saranno molto più predisposte alle malattie cardiovascolari e anche, purtroppo, ai tumori. Una questione strettamente connessa anche con l’ambiente. Oggi infatti si dice “dimmi cosa mangi e ti dirò come stai e come sta il pianeta intorno a te”, e questo la dice lunga su come il nostro modo di magiare possa avere delle ripercussioni non solo su noi stessi, ma anche sulla realtà circostante. L’auspicio è che questa nuova cultura intorno al cibo sia il frutto di un lavoro congiunto, che veda coinvolte le famiglie, le scuole e le istituzioni.”   

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L’amatriciana, piatto veicolo di gusto e di solidarietà

Dopo la paura e la distruzione arrivano le parole. Parole che cercano di alleviare il dolore di chi ha visto ed è sopravvissuto, di consolare l’inconsolabile ma allo stesso tempo…

Dopo la paura e la distruzione arrivano le parole. Parole che cercano di alleviare il dolore di chi ha visto ed è sopravvissuto, di consolare l’inconsolabile ma allo stesso tempo portatrici di speranza e che presto giudicheranno chi ha delle colpe nell’immane tragedia che ha colpito il Centro Italia il 24 agosto scorso.

Si parla di ricostruire, ricreando quei luoghi com’erano prima che il sisma li spazzasse via, senza cambiare il minimo particolare, come secondo volontà di chi quelle zone le abita, cercando di evitare che queste piccole comunità sparse sull’Appennino non vedano una fuga della popolazionenonostante la terra sia divenuta ostile e priva dei propri punti di riferimento nel giro di una notte.

Ma il terremoto, oltre a radere al suolo palazzi storici, abitazioni, piazze e a ridisegnare la geografia, ha cancellato la quotidianità delle persone tanto che neanche un’abile penna sarà più in grado di descrivere. La quotidianità è qualcosa di pesante e ruvido che ogni giorno ci investe, una coperta che a volte sentiamo troppo stretta e della quale non vediamo l’ora di sbarazzarcene, ma allo stesso tempo, se privi, si avverte subito la mancanza del suo calore. La quotidianità si vive attraverso i gesti, la ritualità, nei momenti di ritrovo, attraverso i suoni, gli aromi e i sapori. Proprio uno dei paesi più duramente colpiti, aveva deciso di condividere con il mondo intero un pezzo della sua quotidianità: il paese di Amatrice si stava preparando a celebrare la tradizionale sagra della pasta all’amatriciana.

Anche noi vogliamo rendere omaggio ad Amatrice e a tutte le popolazioni colpite dal sisma e lo faremo raccontando la storia di uno dei piatti più celebri della cucina del Belpaese. Fin da subito, quello che era un semplice veicolo di piacere e condivisione, è diventato uno strumento per dare nuovamente una speranza attraverso i vari appuntamenti di solidarietà e beneficenza che si sono susseguiti nel nostro territorio dove il piatto principe è stato proprio la pasta all’amatriciana.

L’amatriciana, o come si usa dire in gergo “matriciana”, ha come sua antenata la ‘gricia’ o ‘griscia’, un condimento che secondo le ricette tradizionali dei pastori era composto semplicemente da guanciale e formaggio. Il nome sembra che derivi dal paesino di Grisciano, frazione del comune di Accumoli. Furono poi le massaie di Amatrice a creare la variante rossa, che oggi conosciamo con l’aggiunta del pomodoro.

Un’altra vulgata ci racconta una storia leggermente diversa: pare, infatti, che il nome sia derivato da un vicolo di Roma, dove la pasta alla “matriciana” è particolarmente apprezzata. Questo vicolo, nel rione Ponte, si chiamava prima del 1870, vicolo de’ Matriciani, e dopo degli Amatriciani. In una piazza vicino al vicolo i Grici, termine con il quale erano indicate le popolazioni che venivano dalle zone di Amatrice e Accumoli, tenevano un mercato di prodotti tipici, e fu forse proprio da lì che il condimento all’amatriciana partì alla conquista della Città Eterna. Un piatto semplice, messo insieme con pochi ingredienti, che rispecchia la frugalità delle popolazioni locali, eppure apprezzato anche alla tavola di papi e imperatori.

Il cuoco Francesco Leonardi, che aveva lavorato alla corte di Caterina II di Russia, preparò nell’aprile del 1816 un banchetto per Francesco I Imperatore d’Austria e il Papa Pio VII a base di amatriciana. Il poeta Carlo Baccari dedica alcuni suoi versi alla semplicità e alla naturalezza degli ingredienti del sugo all’amatriciana:   “… e li tra gli armenti, da magica mano, nascesti gioiosa nel modo più strano/la pecora mite e il bravo maiale, donarono insieme formaggio e guanciale. ” »

Quando dunque ci metteremo a tavola per gustare un buon piatto di pasta all’amatriciana, l’augurio più sincero sarà quello di pensare non a qualcosa che fu, ma a qualcosa che è e che continuerà ad essere.

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