“Sicuramente entro l’anno approveremo la legge che impone uno stop nei weekend e nei festivi a centri commerciali ed esercizi commerciali, con delle turnazioni, ma l’orario degli esercizi commerciali non può più essere liberalizzato come fatto dal governo Monti perché sta distruggendo le famiglie italiane” – con queste parole il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi di Maio ha espresso la decisione di porre un freno alla liberalizzazione delle aperture degli esercizi commerciali la domenica e nei festivi.

Era stato il Governo Monti, con il decreto Salva Italia del 2011, a dare piena autonomia negli orari di apertura, con l’obiettivo di accrescere i consumi e l’occupazione.  La proposta del biministro Di Maio ha subito suscitato pareri e reazioni contrastanti.

C’è stato un sostanziale apprezzamento nel mondo sindacato alla proposta avanzata dal leader pentastellato. Cgil, Cisl e Uil hanno sottolineato, benché con toni diversi, il fatto che le aperture domenicali abbiano, in definitiva, favorito la grande distribuzione, penalizzando quella rete di piccoli negozi, della quale è fatta il nostro tessuto produttivo. Sul versante occupazionale, per il sindacato c’è stato un complessivo peggioramento delle condizioni: bassa qualità, precarietà, turni insostenibili. Sono questi gli elementi che per le parti sociali hanno contraddistinto il lavoro degli addetti del commercio in questi anni.

Giudizi meno unanimi sono giunti dal versante delle associazioni datoriali. Per Confcommercio la discussione sul tema deve essere condotta senza ideologie, valorizzando appieno il nostro modello plurale fatto di piccole, medie e grandi imprese per assicurare il massimo del servizio e della qualità alle famiglie e ai consumatori.

Dura invece la replica di Confindustria e Federdistribuzione. Per il presidente degli industriali, Vincenzo Boccia, le chiusure dominicali hanno un sapore dogmatico e punitivo. Per Claudio Gradara, presidente di Federdistribuzione, la decisione del Governo avrebbe risvolti preoccupanti sull’occupazione.

In un’intervista rilasciata al Corriere, Gradara sottolinea come i posti a rischi potrebbero essere 30-40 mila. Inoltre, per quanto riguarda i piccoli esercizi, Gradara fa notare come, dal 2012, gli esercizi chiusi sono stati l’1,9%, non un ecatombe, considerando anche il periodo di recessione.

C’è inoltre chi sottolinea come la domenica sia, dopo il sabato, il giorno di maggior incasso, e che per gli addetti i festivi rappresentano un’opportunità di una maggiore retribuzione. I nodi da sciogliere restano ancora molti, primo fra tutti quello delle turnazioni, soprattutto in quelle zone ad alta vocazione turistica, che potrebbero subire un danno con la regolamentazione delle aperture.

Altro capitolo riguarda l’e-commerce. La chiusura domenicale dei negozi potrebbe favorire ulteriormente un settore già in grande espansione, oppure questo non inciderebbe sulla frequenza del consumatore nel fare acquisti su Amazon e i suoi fratelli?

Resta infine un ultimo punto. Premesso che ci sono alcune professioni attive anche la domenica e nei festivi, come i medici, le forze dell’ordine, il trasporto pubblico, che offrono servizi essenziali per il cittadini, e che non possono essere abdicati, potremmo allora chiederci e i cinema o i ristoranti? Sono anch’essi servizi essenziali per il cittadino? Ovviamente no. E allora perchè un negozio dovrebbe chiudere e un cinema restare aperto? Non si creerebbe così un effetto discriminatorio? Il ministro Di Maio non dovrebbe tutelare le famiglie italiane anche dai ristoranti aperti la domenica? In sostanza non c’è il rischio che questa decisione sia figlia di una logica ormai superata, che faccia compiere al paese un salto indietro?

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