Vengono definiti Neet, acronimo inglese di Not in education, employment or training, e sta ad indicare tutti quei giovani che non sono occupati o impegnati in percorsi formativi. L’espressione venne usata per la prima volta nel luglio del 1999 dalla Social Exclusion Unit del governo britannico, per indicare qui giovani a forte rischio di esclusione sociale. L’età di riferimento parte dai 15 anni fino ai 24, ma le statistiche tengono conto anche dei giovani fino ai 29 o i 35 anni.

Il tema dei Neet costituisce una spina nel fianco per nostro paese, con percentuali che ci rendono, molto spesso, la “pecora nera” all’interno dell’eurozona. Gli ultimi dati sul fenomeno restituiscono un quadro che non è un eufemismo definire allarmante.

L’indagine 2017, promossa dalla Commissione europea, sull’occupazione e gli sviluppi sociali in Europa (Esde), tratteggia uno scenario critico per l’Italia, con una percentuale di Neet, tra i 15 e i 24 anni, che si attesta al 20%, equivalente a 2,2 milioni di giovani, rispetto alla media europea dell’11,5%. Anche l’Istat, nel suo ultimo rapporto annuale, ha certificato una situazione preoccupante, con i Neet tra i 15 e i 29 anni che raggiungono il 24,3%. Numeri che ci pongono al primo posto di questa ben poco invidiabile classifica, precedendo paesi con un Pil inferiore al nostro, come Romania e Bulgaria. Se poi andiamo a considerare i giovani compresi tra i 20 e i 34 anni, la percentuale dei Neet si attesta al 30,7%, rispetto alla media della zona euro del 18,3%.

Queste percentuali così alte posso essere lette come il frutto dei lunghi anni di crisi, che hanno duramente colpito il tessuto produttivo italiano. Se questa, da una parte, è una riflessione certamente valida, dall’altra, tuttavia, mal si spiega come, anche nel periodo precrisi, la quota di Neet in Italia fosse molto più alta di quella di altri partner europei. I Neet rappresentano dunque la triste conseguenza della mancanza strutturale di politiche attive rivolte ai percorsi formativi e lavorativi dei giovani, e non unicamente uno dei tanti aspetti della recessione economica.

Il mondo dei Neet è un universo estremamente ampio e variegato, ma il filo rosso che lo attraversa e lo lega è un profondo senso di scoraggiamento e frustrazione. Questi due aspetti, estremamente perniciosi, fanno desistere i giovani dalla ricerca di un’occupazione, poiché subentra la convinzione che tanto non se ne troverà una, e, contemporaneamente, abbandonano anche i percorsi formativi. Si innesca così un duplice problematica, che ricade sia sul piano strettamente economico sia su quello sociale.

La mancata attivazione nella ricerca di un’occupazione pone il Neet nella condizione di sperimentare una crescente difficoltà nell’accesso al mondo del lavoro. Una difficoltà acuita dal fatto che il Neet si rende poco appetibile o occupabile sul mercato, a causa del naturale invecchiamento delle competenze, all’interno di un contesto nel quale il lifelong-learning, ossia la prospettiva di una formazione continua, anche durante la vita lavorativa, assume un’importanza crescente.

I paesi del sud Europa, tra cui l’Italia, rispetto alle economie dell’Europa centro-settentrionale presentano un mercato del lavoro molto più fragile, fiaccato dagli anni di crisi e dalla politiche di austerità. Gli under hanno pagato il prezzo più alto, con una crescente difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro, sperimentando percorsi professionali contraddistinti dall’incertezza. Questo ha acuito il senso di precarietà, con un serio rischio di esclusione sociale. Contestualmente è cresciuta anche la povertà tra fasce più giovani della popolazione. Gli ultimi dati Istat certificano come 1 milione 17mila persona tra i 18 e i 34 anni, ossia il 10%, vivano in condizioni economiche estremamente precarie.

Bisogna inoltre considerare le profonde differenze territoriali, poiché essere un Neet al nord o al sud non è sempre la stessa cosa, tanto da poter parlare di un paese diviso a metà. La crisi del 2008 non ha fatto altro che acuire le enormi diseguaglianze preesistenti. Nel Mezzogiorno i Neet tra i 15 e i 29 anni sono 1,2 milioni, pari al 36%, con un’incidenza altissima tra le donne. Al Nord, invece, le percentuali sono dimezzate rispetto al Mezzogiorno.

Resta infine da valutare il ruolo della famiglia. Il nostro sistema di welfare viene definito, dalla letteratura accademica, di stampo “familistico”, perché ha delegato, nel corso del suo sviluppo, molti compiti di cura e assistenza alla rete familiare. In altre parole tutti quegli spazi lasciati scoperti dalla protezione sociale pubblica, sono stati presi in carico dalla famiglia. Il giovane Neet molto spesso trova nella famiglia quella reta di sicurezza che impedisce di scivolare verso una pericolosa esclusione sociale.

Allo stesso tempo questo ruolo protettivo può avere un effetto che potremmo definire “soporifero”. Il fatto che il disagio sociale non esploda violentemente, o che i suoi effetti si manifestino in modo più diluito, grazie all’azione mitigatrice della famiglia, può forse impedire una piena comprensione della gravità del fenomeno dei Neet, rimandando anche l’attuazione di  quelle necessarie politiche inclusive, volte a facilitare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro o l’inserimento all’interno di programmi formativi. Continuar a far ricadere sulla famiglia la cura dei Neet vuol dire mettere sotto pressione la ricchezza dei nuclei familiari, con il rischio che, qualora questa ricchezza dovesse esaurirsi, ci ritroveremo un esercito di giovani privi di qualsiasi tutela.

Analizzando il contesto toscano, l’Irpet, l’Istituto Regionale Programmazione Economia della Toscana, nel rapporto La situazione economica e sociale in Toscana, presentato a Firenze lo scorso 4 luglio, evidenzia come i Neet, tra i 15 e i 29 anni, siano 96mila unità, il 19,2% della popolazione della medesima fascia di età. Analizzando la composizione dei Neet, un dato che merita di essere evidenziato è che, nel corso della crisi, è cresciuto il numero dei disoccupati rispetto a quello degli scoraggiati.

I motivi di questo cambiamento sono sostanzialmente due. Da una parte va segnalato come, durante la recessione economica, molti abbiano perso la propria occupazione, diventando dei disoccupati. Dall’altra – e qui risiede l’aspetto positivo – una parte di coloro che prima erano inattivi sono usciti da questa condizione, iniziando la ricerca di un lavoro, entrando così nella parte della popolazione attiva. Questo leggero, ma significativo, cambio di rotta, può essere un segnale di una maggiore attenzione, anche da parte delle politiche regionali e nazionali, verso questo problema.

I Neet sono forse la faccia più preoccupante della problematica giovanile del nostro paese, una problematica che, come abbiamo detto, interessa tutta l’eurozona, anche se con percentuali diverse. Proprio per far fronte a queste crisi generazionale, nell’aprile 2013 è stato promosso, al livello europeo, un pacchetto di misure, pensate per i giovani, volte a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro o mirate a fornire percorsi di formazione professionalizzanti, noto con il nome di Youth Guarantee, Garanzia Giovani.

All’interno di questa cornice più ampia, la Toscana ha dato vita ad una propria strategia per combattere la disoccupazione e l’esclusione giovanile, attraverso il progetto “Giovanisì”, che contempla anche misure rivolte ad una platea e ad una fascia di età più ampia, rispetto a Garanzia Giovani.

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