La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: toscana

Le Sardine devono creare laboratori di democrazia

Nato dall’idea di tre amici, il Movimento delle Sardine sta riscuotendo un successo inaspettato, confermato dai grandi numeri di adesione alle manifestazioni di piazza. Roberto Morotti, 31 anni, ingegnere, Giulia…

Nato dall’idea di tre amici, il Movimento delle Sardine sta riscuotendo un successo inaspettato, confermato dai grandi numeri di adesione alle manifestazioni di piazza. Roberto Morotti, 31 anni, ingegnere, Giulia Trappoloni, 30 anni, fisioterapista e Andrea Garreffa, 30 anni, guida turistica, sono gli organizzatori della mobilitazione d’esordio a Bologna. Ma cosa propongono di concreto le Sardine?

Il fatto che si identifichino esclusivamente come un movimento anti-Salvini mi fa riflettere sull’incapacità di una certa parte della società civile italiana di indirizzare le energie politiche verso percorsi a lungo termine, che includano proposte, soluzioni, dialogo e confronto. Non sono tra quelli appartenenti a una delle mille sinistre, che criticano a prescindere questo movimento. Mi schiero tra quelli che da una tradizione di sinistra ci provengono per educazione familiare, per trasmissione di valori democratici, antifascisti e resistenziali, tramandati da mio nonno (partigiano medaglia d’argento al valor militare) fino a me.  Sono uno di quelli che la Sinistra non l’ha mai vissuta, se non in contesti locali, associazionistici, familiari, intimi. Sono uno di quelli che per la Sinistra si è mosso e mobilitato, senza mai averla vista nascere.

Delle Sardine sono attualmente un sostenitore e in quanto tale ho aspettative, proposte e critiche per il rilancio di una parte politica avvilita, straziata, ma anche corrotta e smarrita. Qualche giorno fa stavo parlando con il Prof. Paul Ginsborg proprio a proposito di questo “banco di pesci” che sta provando a nuotare controcorrente nelle acque torbide e pericolose della politica. Le parole che più frequentemente risuonavano all’interno del suo studio, nel quale lo scorso anno ci riunivamo insieme ad altri ragazzi sotto il nome di “Serraglini”, erano “dialogo” e “passioni”. Per circa 40 minuti abbiamo discusso della crisi dell’Università, di chi la vive, delle mie incertezze e delle mie paure per il futuro. È stata anche l’occasione per parlare di un argomento che coinvolge proprio le Sardine e che è ben spiegato in un articolo uscito il 27 novembre sul Fatto Quotidiano, in cui Paul Ginsborg fa una breve – ma esaustiva – analisi delle mobilitazioni civili dell’ultimo anno in tutto il mondo. Ad animarle sono soprattutto giovani, a volte giovanissimi; sono studenti di ogni età e grado; sono donne coraggiose e forti. È una generazione in pieno dialogo, forse impaurita dal presente e dal futuro incerto, stanca della precarietà, decisa a muovere i primi passi per cambiare il mondo. Tra le manifestazioni globali dell’ultimo anno ce ne sono state anche di pericolose, come quelle dichiaratamente razziste e fasciste, ma la maggior parte si sono dette democratiche e progressiste, proprio come le Sardine. Qualcosa sta cambiando. Le rivolte contro il sistema liberista (e liberalista) in America latina ci parla di un risveglio di coscienze di proporzioni gigantesche; la lotta di una ragazza di 16 anni per nuove e concrete politiche ambientali, ha smosso milioni di persone in tutti gli angoli del pianeta, unendole come forse solo il Sessantotto era riuscito a fare; il movimento femminista è riuscito perfino a coinvolgere ambienti integralisti arabi, in cui le donne vivono ancora in condizioni di subordinazione inaccettabili. Il 2019 è stato l’anno delle mobilitazioni. Qualcosa sta cambiando e forse cambierà davvero.

Tra le voci di protesta si sono levate anche quelle di tre ragazzi capaci di condensare tutta l’avversione alle politiche fasciste e razziste in manifestazioni di piazza che hanno ormai raggiunto proporzioni impensabili. Solo a Firenze la sera del 30 novembre, secondo gli organizzatori della manifestazione, si sono radunate in Piazza della Repubblica 40mila persone. Il messaggio è contrastare l’avanzata della Lega di Salvini, la sua politica basata sull’odio e sulle bugie. È un popolo disgustato quello che sta scendendo in piazza contro l’arroganza e la volgarità di un leader politico circondato e sostenuto da personaggi scandalosi. Odio, rabbia, discriminazione, ancora odio. La gente non ne può più e allora si è unita, come per un processo naturale, per urlarlo in maniera pacifica e dignitosa all’ex “ministro della propaganda” (cit. G. Carofiglio).

Le Sardine a Firenze in Piazza della Repubblica

Gli ideatori delle Sardine non hanno intenzione di legarsi a nessun partito politico; non si candideranno alle elezioni regionali; e non hanno neanche un programma che contenga proposte o alternative concrete. Non è ancora chiaro quale sarà il loro futuro. Non è ancora chiaro se hanno intenzione di proporre qualcosa oppure se si limiteranno ai flash mob a tempo indeterminato. Ma dopo aver raggiunto un consenso così ampio, dopo essere riuscite a unire migliaia di persone in un’Italia politica altamente divisiva e a portare in piazza così tanti giovani, non costruire alcun programma politico sarebbe l’ennesima, cocente sconfitta della sinistra italiana. Significherebbe lasciare ricadere nella disaffezione politica tutta questa gente. Significherebbe darla vinta a Salvini. Significherebbe (come se già non ce lo avesse dimostrato da tempo) che la sinistra parlamentare non è più in grado di raccogliere la voce delle masse. Questo non se lo possono permettere, anzi non devono permettere che accada.

E allora le Sardine devono assolutamente avviare un profondo e intenso dialogo con la società civile democratica e antifascista come ad esempio Libertà e Giustizia, l’ANPI, Libera, i sindacati. Devono riuscire a riaprire la finestra del dialogo con i partiti politici, dalla quale dovranno passare gli umori della gente, le proposte che arriveranno dalle associazioni e l’aria di cambiamento nel modo di fare politica. Le Sardine dovranno allargarsi per coinvolgere non soltanto giovani e studenti, ma anche i lavoratori, i precari, gli operai, i disoccupati. Nel loro cammino, che auguro loro essere lungo e pieno di felicità, incontreranno ostacoli provenienti non soltanto dagli oppositori politici, ma anche da quella generazione che ha ridotto nello stato attuale l’Italia con incoscienza, arroganza e individualismo e che ha il coraggio di schierarsi a sinistra.

Insomma, se le Sardine vogliono entrare a pieno titolo nelle mobilitazioni che stanno scuotendo il mondo in questi mesi, dovranno cominciare a proporre. Nel 1968 gli studenti, ai quali si unirono gli operai delle fabbriche, avevano fatto delle loro assemblee universitarie dei veri e propri laboratori di democrazia. Occorre ricreare questi laboratori.

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L’impermeabilizzazione del suolo e il rischio idrogeologico in Valdichiana

Quando pensiamo al suolo, come lo vediamo? Come una risorsa, qualcosa di ovvio forse, che è sempre stato lì e sempre ci sarà; il suolo è ciò di cui è…

Quando pensiamo al suolo, come lo vediamo? Come una risorsa, qualcosa di ovvio forse, che è sempre stato lì e sempre ci sarà; il suolo è ciò di cui è fatto il mondo. Il suolo, l’epidermide del pianeta Terra (la nostra casa, l’unica minuscola pallina fluttuante nell’universo in cui ci siano le condizioni adatte allo sviluppo della vita come la conosciamo), quello strato di materia antica e fertile che ci permette di coltivare, di costruire, di vivere. Come molte delle cose che abbiamo, lo diamo spesso per scontato: infatti, il suolo non è una risorsa rinnovabile.

L’importanza del suolo

Il suolo svolge una gamma molto ampia di funzioni vitali per l’ecosistema: è alla base della produzione alimentare e di materiali da costruzione rinnovabili; crea habitat che favoriscono la biodiversità del sottosuolo e di superficie; regola il flusso delle acque verso le falde e filtra le sostanze contaminanti; riduce la frequenza e il rischio di alluvioni e siccità; aiuta a regolare il microclima in ambienti ad alta densità urbana, assorbendo il calore e nutrendo la vegetazione.

L’impermeabilizzazione del suolo intralcia ciascuna di queste funzioni e riduce in maniera considerevole i loro effetti benefici. Questo dovrebbe farci preoccupare molto, dato che il suolo non è una risorsa facilmente rinnovabile: i suoi tempi di rigenerazione sono lunghi e quelli di formazione addirittura secolari.

Cos’è l’impermeabilizzazione del suolo?

Il terreno e il suolo sono risorse fondamentali per la vita. Tuttavia, nel corso degli ultimi decenni l’occupazione di terreno per l’urbanizzazione e la costruzione di infrastrutture è aumentata a un ritmo più di due volte superiore al tasso di crescita demografica.

Quando la terra viene coperta da un materiale impermeabile, come per esempio il cemento o l’asfalto, si verifica un fenomeno chiamato impermeabilizzazione del suolo: una delle prime cause di degrado del terreno nell’Unione Europea (e quindi anche dell’Italia), che accresce il rischio di inondazioni e di scarsità idrica, contribuisce al riscaldamento globale, minaccia la biodiversità e riduce la disponibilità di terreni agricoli fertili.

L’occupazione del terreno in Europa è in aumento costante, specialmente nelle aree urbane, a causa soprattutto di un fenomeno detto città diffusa o sprawl urbano. Questa continua espansione urbana ha un impatto immenso sulla vita e sull’ambiente, anche se spesso non siamo educati a vederlo.

Gli impatti dell’impermeabilizzazione del suolo sull’ambiente e sull’uomo

Pressione sulle risorse idriche
L’impermeabilizzazione riduce l’assorbimento di pioggia da parte del suolo. L’acqua, non defluendo correttamente, si infiltra in maniera disordinata e aumenta il rischio di inondazioni (anche per collasso del sistema fognario). I terreni impermeabilizzati sono più soggetti alla siccità e necessitano di irrigazione più frequente: agricoltura e comunità dipendono sempre più dai bacini artificiali.

Perdita di biodiversità
Un quarto delle specie esistenti vive nel terreno e molte di esse si occupano di svolgere funzioni fondamentali (decomposizione, il riciclo dei nutrienti, ciclo del carbonio), rendono il suolo più permeabile da acqua e gas e sono spesso fondamentali per la sopravvivenza di altre specie.
L’impermeabilizzazione lineare (strade, autostrade) è legata alla frammentazione ambientale, fenomeno legato alla diminuzione delle specie selvatiche, al cambiamento climatico locale e all’aumento dell’inquinamento chimico e acustico.

Perdita di terreni fertili
I centri urbani tendono a svilupparsi in aree molto fertili, quindi l’impermeabilizzazione del suolo nelle aree urbane porta inevitabilmente a una diminuzione di terreni produttivi liberi. Questo rappresenta un pericolo per la sicurezza della disponibilità di cibo in Europa: un’analisi condotta dal Centro Comune di Ricerca (CCR) della Commissione Europea ha dimostrato che, tra il 1990 e il 2006, 19 Stati membri hanno perso un potenziale produttivo agricolo totale pari a 6,1 milioni di tonnellate di frumento (circa un sesto del raccolto annuale in Francia). Anche a causa dell’erosione del suolo, l’Italia è il paese che ha sperimentato la perdita maggiore.

Aumento del fenomeno delle isole di calore
La perdita di vegetazione nelle aree urbane, il maggiore assorbimento di energia da parte di superfici scure come l’asfalto e l’emissione di calore degli impianti di climatizzazione e del traffico danno vita al fenomeno cosiddetto ‘isola di calore urbano‘. Queste ondate di calore rappresentano un grande pericolo per le fasce di popolazioni più deboli.

Riduzione della vegetazione
I grandi alberi sono essenziali per l’assorbimento di particelle inquinanti e per mitigare la velocità e la turbolenza del vento. Aumentano l’umidità a livello del terreno, raffreddano, aiutano a regolare le risorse idriche. Una forte impermeabilizzazione del suolo genera ambienti più caldi, ventosi, inquinati, franosi e siccitosi.

Danni all’economia locale
Il degrado del territorio danneggia l’economia locale impattando negativamente sull’agricoltura e sul turismo, riducendo il valore dei terreni e la qualità della vita delle comunità locali.

Nonostante la portata immensa del problema, difficilmente ne sentiamo parlare, anche quando i suoi effetti si fanno sentire nella nostra quotidianità, con il risultato che nella percezione comune i rischi dovuti allo sfruttamento del suolo siano quasi nulli.

Iniziative e politiche locali atte ad arginare il problema sono disincentivate da alcuni importanti fattori:

  • la dipendenza delle autorità locali dal gettito di imposte e tasse di urbanizzazione;
  • l’inadeguatezza del trasporto pubblico o la mancanza di alternative ai veicoli privati;
  • l’aumento del valore del terreno entro i confini urbani e svalutazione delle periferie (che si ricollega allo sprawl urbano);
  • percezione comune che il problema non sussista, data l’abbondanza di spazi verdi nelle zone rurali.

L’impermeabilizzazione del suolo in Valdichiana

La Valdichiana, una pianura alluvionale, potrebbe essere definita un paesaggio d’acqua; per sua natura è un territorio delicato dal punto di vista idrogeologico, specialmente nella zona della piana. Eppure, lo sviluppo dei suoi centri abitati e delle infrastrutture che la attraversano non è stato progettato in modo da tenere conto di questa fragilità.
Quando si parla di impermeabilizzazione del suolo, i fattori da tenere in considerazione per comprenderne le conseguenze sono molti. In Valdichiana ci sono diversi aspetti che rendono il problema critico:

INFRASTRUTTURE VIARIE

Nel corso degli anni, l’urbanizzazione e l’artificializzazione hanno contribuito alla modifica del paesaggio, attraverso la rimozione delle colture miste in favore delle monocolture e l’aumento della pressione sui corsi d’acqua e sulle zone umide.

L’autostrada, la ferrovia e le statali che connettono i paesi ai piedi delle colline (come la direttiva Cortona-Castiglion Fiorentino-Arezzo) creano un effetto barriera longitudinale che attraversa tutto l’ecosistema chianino, che risulta tagliato e frammentato anche da tutte le opere connesse a queste importanti infrastrutture (zone industriali, nuovi centri urbani, centri commerciali). Tutto questo si ripercuote non solo a livello superficiale, ma anche sulla qualità degli ecosistemi acquatici che risentono dell’inquinamento civile e industriale.

AGRICOLTURA INTENSIVA

Il suolo della Valdichiana è fertile e per questo la sua vocazione è sempre stata quella agricola. Tuttavia, l’attività agricola si sta facendo sempre più intensa e specializzata (monocolture di cereali, frutteti, vasti vigneti specializzati, colture industriali come il tabacco e la barbabietola da zucchero), causando effetti collaterali come l’aumento del rischio di erosione del suolo, la pressione sulle risorse idriche, la riduzione della biodiversità e la rimozione della vegetazione nativa.

ESPANSIONE DEGLI INSEDIAMENTI URBANI

In Valdichiana i centri urbani si sono sviluppati attorno ai borghi storici collinari, andando a occupare anche le zone di pianura in maniera spesso dispersiva, causando una frammentazione ambientale. A queste dinamiche si vanno spesso ad aggiungere fenomeni di degrado degli edifici storici (leopoldine e ville granducali) conseguenti al loro abbandono. Oggi, però, si presta molta attenzione al patrimonio rappresentato dalle leopoldine e sono molti i progetti che ambiscono al loro recupero nel rispetto dei caratteri storico-architettonici che le contraddistinguono.

LE ACQUE SUPERFICIALI

I laghi di Montepulciano e Chiusi sono poco profondi e si trovano alla fine di un sistema di drenaggio artificiale che passa attraverso un’area di agricoltura intensiva e densamente abitata. Questo, quindi, rende il sistema idrico della Valdichiana molto delicato, essendo particolarmente esposto al rischio di inquinamento, impoverimento e interrimento. L’acqua che defluisce dalle colline circostanti alla valle e il drenaggio limitato rendono molte aree soggette a un elevato rischio idraulico, aggravato dalla densità di infrastrutture e di aree asfaltate o cementificate.

LE COLLINE

Tutte le debolezze del sistema idraulico a valle aumentano di conseguenza il rischio di erosione del suolo e frane anche in collina, accentuato dall’intensità dell’agricoltura e dall’abbandono. Essendo terreni molto fertili si è sviluppato uno squilibrio a favore delle attività produttive rispetto a quelle di difesa del territorio e dell’integrità dell’ecosistema, mentalità che nel lungo termine potrebbe comportare danni strutturali ingenti. Il dissesto idrogeologico in collina si traduce spesso in eventi franosi: in Valdichiana i rischi maggiori si trovano sulle colline che circondano Arezzo, sul preappennino e sulle colline intorno a Montepulciano.

Come si può arginare il problema?

I dati rendono evidente l’importanza di implementare al più presto politiche sostenibili che riducano gli effetti di degrado e di dissesto territoriale. L’impermeabilizzazione del suolo e il conseguente dissesto idrogeologico possono essere arginati solo tramite una gestione amministrativa consapevole e mirata, integrata con la progettazione del verde urbano, il cui effetto benefico sulle dinamiche del suolo e della rete idrografica è già stato dimostrato.

Le amministrazioni possono intervenire dando priorità al mantenimento della stabilità del reticolo idrografico, delle zone umide e dei sistemi di bonifica. Una buona pratica già in essere è, per esempio, il Contratto di Fiume, un patto volontario tra più soggetti con l’obiettivo comune della riqualificazione del territorio fluviale dell’area in cui operano.

Altre buone pratiche, suggerite anche dall’Unione Europea, sono:

– controllare e limitare lo sprawl urbano progettando con attenzione i nuovi insediamenti e le nuove infrastrutture, specialmente nelle aree pianeggianti di Civitella e Arezzo;

– limitare il più possibile la posa di nuove superfici impermeabili (asfalto, cemento);

– creare nuove aree verdi e boschi di connessione alle aree forestali rimaste;

– salvaguardare le aree verdi, le foreste e i pascoli esistenti, ma anche le aree agricole rimanenti come nel territorio di Sinalunga e Torrita lungo la Foenna;

– optare per colture sostenibili e diversificate, realizzare siepi, boschi e zone tampone nei pressi di fiumi e canali;

– riqualificare e riutilizzare aree già edificate o degradate;

– limitare o trovare soluzioni per ovviare all’effetto barriera costituito dalle infrastrutture viarie;

– proteggere le aree umide dalla contaminazione dei sistemi di drenaggio di superficie.

L’intenzione dell’Unione Europea è quello di far sì che tutte le sue politiche tengano conto delle loro conseguenze sull’uso del terreno, per giungere all’obiettivo di un incremento dell’occupazione netta di terreno pari a zero entro il 2050.

Conclusioni

Tutto ciò che abbiamo dipende dal suolo. La situazione sempre più drammatica che ci troviamo a vivere, non solo in Valdichiana, richiede un intervento urgente e serio. Per anni tematiche come quella del cambiamento climatico e dello sfruttamento selvaggio del terreno sono state trascurate, lasciate in secondo piano perché non percepite come prioritarie. Oggi la situazione è ben diversa: dalle scelte e dalle azioni che compiamo oggi dipenderà il futuro delle nostre città, del nostro territorio; esse determineranno la vita dei nostri figli, le loro opportunità, la loro sicurezza, la loro salute. E non è propaganda, non è un argomento che sia colloquialmente che politicamente si può liquidare come demagogia di sinistra o di destra: è dovere dell’intero spettro politico e di tutti i cittadini assumersi le proprie responsabilità e affrontare di petto il problema ambientale. Il benessere collettivo è il solo e ultimo scopo di una società.


Fonti:
http://ec.europa.eu/environment/soil/pdf/guidelines/pub/soil_it.pdf
http://www.regione.toscana.it/documents/10180/11377097/Ambito+15+Piana+Arezzo+Valdichiana.pdf/0dda665f-0b68-4cd5-8b20-8da273d97342
http://www.regione.toscana.it/documents/10180/11403978/Ambito15+Piana+Arezzo+Valdichiana.pdf/0bf4640f-19a4-4349-a9a7-6b625de6c40c
http://www.regione.toscana.it/enti-e-associazioni/pianificazione-e-paesaggio/pianificazione
http://www.globalissues.org/article/170/why-is-biodiversity-important-who-cares
https://geodata.appenninosettentrionale.it/mapstore/#/viewer/openlayers/988

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Cosce di pollo con crema di aglione della Valdichiana

Nel precedente articolo, ci eravamo lasciati con Marisa Bacconi impegnata nella creazione di un accompagnamento adatto ad arricchire i piatti da servire alla figlia minore senza farle correre rischi e…

Nel precedente articolo, ci eravamo lasciati con Marisa Bacconi impegnata nella creazione di un accompagnamento adatto ad arricchire i piatti da servire alla figlia minore senza farle correre rischi e siamo così giunti alla scoperta della crema di aglione della Valdichiana, una salsa adatta per condire sia secondi che primi piatti, ma esamineremo quest’opzione nel prossimo articolo. Stavolta ci concentreremo su un secondo piatto, una gustosa – e ben più economica – alternativa all’arrosto per il quale è stato pensato questo gustoso condimento.

L’arrosto con la crema di aglione era stato un vero e proprio successo, Adelina e tutto il resto della famiglia l’avevano letteralmente adorato, e a Marisa era dispiaciuto molto dover dire loro che, purtroppo, avrebbero dovuto aspettare un altro Natale per mangiarlo. In una famiglia povera come era sempre stata la loro, non era affatto facile procurarsi dell’arrosto al di fuori delle festività e, in generale, la carne rossa era troppo costosa per poter essere servita nei giorni normali; non c’era niente di male nella carne bianca, a tutta la famiglia Bacconi piaceva moltissimo il pollame, ma dopo tanti anni Marisa aveva esaurito le idee per cucinarla in maniera sempre diversa e presto, probabilmente, tutti si sarebbero stancati di poter mangiare solo pollo, piccione, faraona e, ben più raramente, tacchino.

Per di più, da quando avevano scoperto l’allergia di Adelina all’aglio, le varianti per cucinare la carne erano notevolmente diminuite ed il sapore era diventato via via meno intenso e gradevole ed ormai erano sempre meno i piatti che Marisa poteva cucinare e che soddisfacessero tutta la famiglia; la cosa che sembrava mancare maggiormente a tutti, ed anche a lei, erano però le cosce di pollo arrosto che lei era solita cucinare ogni fine-settimana: accuratamente impanate con un battuto di erbe aromatiche, sale e aglio e poi lasciate cuocere lentamente su una brace che sembrava quasi spenta. Da quando era stata costretta ad eliminare l’aglio dagli ingredienti che usava per cucinare, le cosce non avevano più avuto lo stesso sapore e, dopo un paio di tentativi fallimentari durante i quali quasi tutta la carne era rimasta attaccata alle ossa perché non gradevole come al solito, si era vista costretta a eliminare anche quel piatto dall’ampio menù che seguiva ormai da tanti anni. Riusciva a vedere la malinconia negli occhi dei suoi famigliari quando, fin troppo spesso, si vedeva costretta a cucinare semplice petto di pollo al latte e salvia e le sarebbe davvero piaciuto poter tornare a cucinare le cosce per vedere l’entusiasmo rimpiazzare la malinconia; aveva cercato anche delle varianti a quella preparazione, proprio come aveva fatto per gli spaghetti al pomodoro e con l’arrosto di Natale e, anche per le cosce, non era arrivata ad una soluzione soddisfacente prima di scoprire – o meglio, riscoprire – l’esistenza dell’aglione.

Il percorso non era stato semplice, il battuto di aglione non si era dimostrato efficace quanto quello di aglio, così lei era stata costretta a pensare ad un altro modo per condire le cosce; non era riuscita a giungere ad una conclusione prima di Natale, quando scoprì il modo migliore, fino a quel momento, per usare l’aglione all’interno di un piatto di carne. Se la crema di aglione che aveva fatto stava bene con l’arrosto, si era detta, era altamente probabile che stesse bene anche con le cosce di pollo che amava tanto preparare: da un certo punto di vista, aveva ragione; l’aglione ridotto in crema insaporiva bene anche la carne di pollo, il problema principale era che quest’ultima era un po’ insipida e diventava fin troppo dolciastra una volta condita con la salsa. Quello comunque era un ostacolo piuttosto facile da superare, infatti a Marisa fu sufficiente fare un trito di semi (per l’occasione usò quelli di papavero, di zucca e di girasole visto che in campagna erano decisamente i più facili da reperire) e pangrattato e pensare ad un contorno saporito e piuttosto amaro per contrastare l’eccessiva dolcezza della carne; anche quell’ingrediente fu trovato piuttosto in fretta e, da quell’anno in poi, anche le cosce di pollo in panatura di semi, peperoni arrostiti e crema di aglione della Valdichiana entrarono di diritto a far parte dei piatti preferiti di tutta la famiglia Bacconi.

Così, grazie a questo capitolo, abbiamo scoperto un altro impiego di questa deliziosa crema all’aglione e chissà quanti altri potrebbero dimostrarsi validi facendo qualche esperimento! Per ora, comunque, possiamo ancora affidarci alle sapienti mani di Marisa per scoprire altri impieghi non solo di questa crema nello specifico, ma anche del suo ingrediente principale.


La ricetta: ingredienti per 4 persone

4 cosce di pollo
4 peperoni
250 gr di aglione della Valdichiana
2 lt di latte
Mezzo litro di crema di latte
sale, pepe, olio evo qb, timo

Per la paanatura:

100 gr di semi misti
200 gr di pane Panko (o pangrattato)
200 gr di farina
6 tuorli

Pera la crema di aglione della Valdichiana:

Sbucciare l’aglione, bollirlo per circa 2/3 minuti nel latte e ripetere questo passaggio 4 volte; mettere l’aglione nel mixer con la crema di latte e un pizzico di sale e frullare fino ad ottenere un composto omogeneo.

Preparazione:

Pulire le cosce liberando l’osso (senza toglierlo) e avvolgerle singolarmente nella carta velina dando una forma tonda; cuocerle per circa 20 min. in acqua bollente e, una volta fredde, impanarle passandole nella farina, nel tuorlo e poi nel pane Panko misto a semi per poi lasciarle riposare in frigo almeno mezz’ora.

Preparare i peperoni sbucciandoli con una pelapatate e tagliarli a listarelle, disporli poi in una teglia da forno con sale, pepe, olio evo e timo e cuocerli per circa 30 min. a 190°.

Friggere le cosce di pollo in olio evo fino a doratura e servirle accompagnate dai peperoni.

(per la ricetta ringraziamo il ristorante “Le Logge del Vignola” di Montepulciano  e l’Associazione per la tutela e la valorizzazione dell’Aglione della Valdichiana)

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Elezioni Europee 2019 – Guida al voto in Toscana

Mancano pochi giorni alle Elezioni Europee 2019, che si svolgeranno in concomitanza con le Elezioni Amministrative del 26 Maggio 2019 e che riguarderanno anche tutti i cittadini residenti nei Comuni della…

Mancano pochi giorni alle Elezioni Europee 2019, che si svolgeranno in concomitanza con le Elezioni Amministrative del 26 Maggio 2019 e che riguarderanno anche tutti i cittadini residenti nei Comuni della Valdichiana.

Per la nona volta dal 1979, i cittadini italiani potranno eleggere i propri rappresentanti al parlamento di Strasburgo, che sarà in carica per i prossimi cinque anni.  Le elezioni europee sono un momento fondamentale nella definizione dell’indirizzo futuro dell’Unione Europea, determinandone l’impatto sulla nostra vita quotidiana.

Il Parlamento Europeo è la più grande assemblea parlamentare al mondo tra quelle scelte tramite elezioni democratiche a suffragio universale diretto, in cui i cittadini votano direttamente i loro parlamentari, nonché l’unica assemblea transnazionale al mondo a elezione diretta. La sua funzione è quella di rappresentare gli interessi dei cittadini europei nell’Unione.

Elezioni Europee in Toscana

La Toscana appartiene alla Circoscrizione Centro Italia assieme a Umbria, Marche e Lazio. I candidati regionali sono oltre 200.

Quando e dove si vota

In Italia si voterà domenica 26 maggio, dalle 7:00 alle 23:00, presentandosi nel seggio indicato sulla tessera elettorale muniti anche di documento d’identità. La scheda per le Elezioni Europee sarà di colore rosso – fucsia. Potete leggere il nostro Speciale Amministrative per sapere quali comuni in Valdichiana avranno la doppia scheda (amministrative ed europee) e quali voteranno solo per le europee.

L’alternanza di genere

Per la lista scelta, gli elettori potranno indicare da una a tre preferenze, con alternanza di genere. Infatti, come da normativa, le preferenze devono riguardare candidati di sesso diverso sia nel caso delle due che delle tre preferenze. Chi dovesse esprimere due preferenze per candidati dello stesso sesso si vedrà annullare la seconda; esprimendo invece tre preferenze dello stesso sesso verranno annullate sia la seconda che la terza.

Le liste in Toscana

A questo link è possibile trovare tutti i candidati della circoscrizione del Centro Italia e a questo è possibile consultarne i curriculum vitae e i certificati penali. Si segnalano alcuni casi di incompatibilità per cui, anche se eletti, i candidati non potrebbero ricoprire il ruolo di parlamentare europeo a meno che non si dimettano dal loro incarico attuale:

  • Acquaroli (Fratelli d’Italia), deputato;
  • Alberti (Lega), consigliere regionale;
  • Bonino (+Europa), senatore;
  • Fratoianni (La Sinistra), deputato;
  • Meloni (Fratelli d’Italia), deputato;
  • Nardini (PD), consigliere regionale;
  • Salvini (Lega), vicepremier.

I programmi di ciascuna coalizione si possono trovare in quest’ottimo articolo di ValigiaBlu.


Fonti:

http://www.repubblica.it/static/speciale/2014/elezioni/europee/regioni/toscana.html

https://dait.interno.gov.it/elezioni/trasparenza/europee2019

https://www.valigiablu.it/elezioni-europee-2019/

https://dait.interno.gov.it/elezioni/faq-elezioni-europee-2019

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La crema di aglione della Valdichiana

Il nostro viaggio alla scoperta dell’aglione della Valdichiana continua, e anche stavolta ci occuperemo della nascita di un prodotto che è un ottimo accompagnamento per diversi piatti: la crema di…

Il nostro viaggio alla scoperta dell’aglione della Valdichiana continua, e anche stavolta ci occuperemo della nascita di un prodotto che è un ottimo accompagnamento per diversi piatti: la crema di aglione. Nel precedente articolo abbiamo conosciuto la famiglia Bacconi e, in particolare, la piccola Adelina, la figlia minore allergica all’aglio a cui si deve, probabilmente – o almeno, così ci racconta questa fiaba popolare -, la nascita dei famosi Pici all’aglione (ricordiamo infatti che questo bulbo nello specifico non provoca reazioni allergiche); la storia di questa famiglia non si ferma a questo primo piatto, si dice infatti che gran parte delle ricette che hanno come protagonista l’aglione siano nate proprio all’interno delle mura di casa Bacconi, ed è proprio da qui che riprendere il nostro racconto.

Il Natale si stava avvicinando e, come ogni anno, Marisa si stava dando da fare per preparare tutti i piatti più buoni e sontuosi a cui riuscisse a pensare; l’ultimo arrivo nel menù di Natale erano i pici all’aglione, che aveva perfezionato col tempo e che ormai tutti in famiglia chiedevano come piatto principale. Era davvero un piacere per lei poter vedere la figlia minore spazzolare tutto il piatto senza disdegnare una bella scarpetta, era felice di aver trovato il modo di farle mangiare qualcosa che le piaceva così tanto senza farle correre alcun rischio; si era impegnata quotidianamente per capire cos’altro avrebbe potuto servirle, aveva sperimentato diversi sughi e condimenti ma, fino a quel giorno, non aveva trovato niente che la soddisfacesse appieno. Forse doveva provare un approccio diverso, forse lavorare quel prodotto che conosceva tanto poco non era facile come aveva pensato: dopo tanti anni passati ad usare solamente l’aglio, si affidava a ricette e metodi prestabiliti e, a quanto pareva, non funzionavano sempre se usati su un prodotto simile, ma anche tanto diverso com’era l’aglione.

Aveva ricontrollato tutti i libri di ricette delle sue ave, li aveva esaminati in lungo e in largo ma, a parte il piccolo appunto che aveva trovato (“aglione, non impedisce il respiro”), non sembrava esserci altro che potesse aiutarla: nessuna ricetta specifica, nessuna indicazione, a quanto pareva avrebbe dovuto fare affidamento solo sulle sue capacità e in fondo, se ci era riuscita una volta, poteva riuscirci ancora. Purtroppo, quando la Vigilia di Natale era ormai alle porte, Marisa non aveva ancora trovato un altro modo soddisfacente di usare l’aglione: stava cominciando a perdere le speranze, ma il pensiero di Adelina che guardava l’arrosto fumante condito con un delizioso olio all’aglio senza poterlo neanche assaggiare, le faceva piangere il cuore; così, trasformandosi in qualcosa di molto simile a un alchimista, mise sul fuoco sei pentole diverse e riprese a sperimentare, cercando di non ripercorrere i passi fatti fino a quel momento. Il problema principale era che il gusto piccante e anche un po’ dolciastro dell’aglione non insaporiva l’olio in maniera corretta, come invece faceva il cugino aglio, e ogni volta che ci provava il condimento aveva un sapore strano e non completamente gradevole; aveva provato a metterlo in infusione senza pestarlo, a farlo bollire in un po’ d’acqua prima di cuocere tutto insieme, aveva usato pestati di diversa natura (sale, pepe, prezzemolo, salvia e quant’altro), ma quel gusto particolare non sembrava aver intenzione di sparire. Forse, come aveva già pensato, era il principio a essere sbagliato, forse la chiave era non usare l’olio com’era abituata a fare ma cercare di creare qualcosa di diverso; era ormai notte fonda quando, dopo essersi addormentata con la testa appoggiata sul tavolo della cucina, ebbe come un’illuminazione: quando era bambina a lei non piaceva l’aglio, sapeva che faceva bene ma non riusciva a tollerarne il sapore, eppure sua madre aveva sempre trovato il modo di ingannarla e farglielo mangiare comunque. Ma certo! Era proprio quella la chiave: usare lo stesso trucchetto che sua madre usava con lei; si alzò dalla sedia con entusiasmo crescente, prese il grosso giubbotto del marito e si diresse verso la stalla per mungere un paio delle mucche e poter avere così l’ingrediente che le mancava. Una volta raccolto un po’ di latte tornò in cucina e riprese con gli esperimenti; dapprima neanche quell’idea sembrò funzionare, ma lei era sicura che fosse proprio quello l’unico metodo giusto per creare un condimento perfetto per la figlia, così non si diede per vinta.

Il sole era già alto da un pezzo, la tavola era apparecchiata di tutto punto e la famiglia Bacconi vi si era riunita tutt’intorno quando Marisa uscì dalla cucina con un sorriso raggiante e un grosso arrosto fra le mani; lo posizionò al centro del tavolo e poi sparì di nuovo dietro la tenda, ricomparendo qualche istante dopo con una piccola ciotola stretta fra le mani: tutta quella fatica aveva dato i suoi frutti in fondo, la crema di aglione vedeva finalmente la luce e anche Adelina avrebbe potuto mangiare il delizioso arrosto della mamma.

Ci sono davvero tanti modi diversi di usare l’aglione della Valdichiana; se impiegato nel modo giusto il suo gusto particolare si abbina perfettamente ad ogni pietanza, e questa crema nello specifico si sposa molto bene con primi e secondi piatti. Per scoprirlo non ci resta che continuare il nostro viaggio immaginario insieme a questa famiglia e chissà, magari Marisa ci darà la giusta ispirazione per servire ai nostri amici un piatto che non avrebbero mai immaginato di mangiare.

La crema di aglione della Valdichiana: la ricetta

Ingredienti

250 grammi di aglione
2 litri di latte
Mezzo litro di crema di latte
Sale q.b.

Sbucciare l’aglio, bollirlo per circa 2/3 minuti nel latte e ripetere questo passaggio per quattro volte. Metterlo nel mixer con la crema di latte e un pizzico di sale e frullare fino ad ottenere un composto omogeneo.

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Fibromialgia: ritratto di una sindrome fantasma

“Non lascia segni, perciò va tutto bene, nessuno si è fatto male“ È notizia recente che la Toscana sia stata la prima regione italiana a riconoscere un percorso terapeutico per…

“Non lascia segni,
perciò va tutto bene, nessuno si è fatto male

È notizia recente che la Toscana sia stata la prima regione italiana a riconoscere un percorso terapeutico per il trattamento della fibromialgia, una sindrome idiopatica – cioè senza causa apparente – che si stima colpisca 250mila persone solo entro i confini regionali.

La si sente nominare sempre più spesso da quando, nel 2017, Lady Gaga rivelò al mondo di soffrirne, trovandosi poi costretta a cancellare un intero tour a causa del malessere. Da allora i media hanno cominciato a dare sempre più spazio a questa condizione oscura e ancora oggi incompresa, ma moltissime testate si sono accontentate di riportare informazioni parziali e non del tutto corrette. A loro discolpa, quando si parla di fibromialgia sono molte le teorie e le approssimazioni vendute come fatti certi anche da coloro che dovrebbero prestare attenzione a informare correttamente il pubblico. La mia intenzione, quindi, è quella di cercare di presentarla al pubblico della Valdichiana nella maniera più chiara e misurata possibile, dal punto di vista di qualcuno che ne soffre da oltre dieci anni.

Fibromialgia: cos’è? Cause e diagnosi

Partiamo dall’inizio, dal nome. Fibromialgia è un termine coniato dall’unione del latino fibro e del greco myo (muscolo) e algos (dolore); un nome che non descrive le cause del male ma i sintomi: chiunque presenti quel determinato set di sintomi soffre di fibromialgia. Si usa la parola sindrome proprio perché ci si riferisce ai sintomi di quella che potrebbe essere una malattia, ma non sappiamo di che malattia si tratti, da dove venga o da cosa sia causata. Non sappiamo nemmeno se le cause siano davvero le stesse per tutti.

La fibromialgia (FMS) è spesso definita come sindrome reumatica o muscoloscheletrica, post-traumatica, che in alcuni casi presenta caratteri ereditari. In Italia i trattamenti e le cure sono quindi responsabilità dei reparti ospedalieri di reumatologia. È però interessante notare che all’estero, nello specifico in Canada, la cura della fibromialgia non sia ritenuta competenza dei reumatologi, che quindi non avrebbero tecnicamente il permesso di occuparsene. Non è ben chiaro se la disciplina più adatta a occuparsene sia quindi reumatologia o neurologia: sebbene i sintomi della fibromialgia siano comuni a moltissime condizioni reumatiche e neurologiche, non sono presenti danni o lesioni evidenti su cui gli specialisti potrebbero intervenire. Il corpo di un malato fibromialgico, sulla carta, sembra perfettamente integro e funzionante.

Per questo, l’unico sistema diagnostico per la fibromialgia è quello differenziale: il paziente viene sottoposto a un certo numero di esami (tra cui elettromiografia, esame oculistico, esame ginecologico, valutazione psicologica, esami del sangue e delle urine, ecografie e radiografie etc.) e, se tutto risulta nella norma, la diagnosi è positiva. Si escludono artrite reumatoide, sclerosi multipla, lupus e moltissime altre malattie e condizioni che presentano sintomi molto simili alla fibromialgia ma che trovano un riscontro clinico e che spesso sono di natura degenerativa. La fibromialgia non degenera: i sintomi possono accumularsi, possono andare e venire, sparire per sempre o ripresentarsi dopo anni, ma l’unico vero danno che causa al corpo è quello indiretto da logoramento psicofisico, causato principalmente da un’infiammazione cronica sistemica.

La presenza di un quadro infiammatorio importante è infatti una delle ultime conferme che la ricerca è stata in grado di darci, nello specifico sembra trattarsi di un’infiammazione del cervello. Le nuove scoperte sembrano quindi dare la conferma definitiva che la fibromialgia non è una condizione psicosomatica, con grande sollievo di tutti noi che ci siamo sentiti ripetere per anni o decenni che eravamo stressati e avevamo solo bisogno di una vacanza.

Spesso la fibromialgia viene confusa con la sindrome da affaticamento cronico (CFS, un termine vago e colloquiale che non si riferisce a nessuna condizione in particolare) e soprattutto con la encefalomielite mialgica (ME), una malattia neurologica, spesso mortale, che ha origine da un’infezione virale. FM e ME non hanno in realtà nulla in comune, se non alcuni sintomi.

Come detto in precedenza, la ricerca sembra indicare il trauma come causa scatenante della fibromialgia. A molti viene diagnosticata dopo incidenti stradali; in altri casi è la rottura di un osso, una sindrome da stress post-traumatico. Non è raro che accompagni coloro che soffrono di malattie terminali, rendendo ancora più insopportabile la loro sofferenza.

Nella fibromialgia i fattori fisici e mentali sembrano mescolarsi in maniera indistinta; qualsiasi alterazione dello stato di quiete (quindi qualsiasi stimolo che sia percepito dal cervello come stress) può causare dolore: correre, viaggiare, mangiare pietanze insolite a orari insoliti, stendere i panni, sollevare pesi, essere esposti a sbalzi di temperatura o a rumori forti… tutto questo può allertare il cervello e scatenare i sintomi.

Recentemente sembra che le teorie riguardanti le cause cliniche della FMS stiano trovando conferma: è probabile che all’origine di tutto ci sia una microlesione o compressione a carico del sistema nervoso.

La d.ssa Laura Bazzichi dell’Ospedale Santa Chiara di Pisa ha da poco rilasciato un’intervista in cui presenta i progressi più recenti della ricerca:

  • Si configura un danno del sistema nervoso sia periferico che centrale (polineuropatia)
  • Sono stati identificati alcuni biomarker tipici della fibromialgia che potranno aiutare in fase diagnostica e terapeutica

I sintomi

Tra le caratteristiche della fibromialgia, quelle che suscitano più stupore sono la quantità e la diversità dei suoi sintomi, che sembrano includere tutti quelli più comuni e generici che si potrebbero pensare. Alcune fonti arrivano a elencare anche 100 sintomi diversi, ma è improbabile che un paziente arrivi ad averli tutti.
I sintomi caratteristici che fanno immediatamente indirizzare la diagnosi verso la fibromialgia sono tre:

  • Dolori migranti (simili a brevi contrazioni dolorose dei muscoli che sembrano saltare da un punto all’altro del corpo e che interessano tutti i muscoli, anche quelli più piccoli e misteriosi. Una fitta nel naso o nell’orecchio può sorprendere.)
  • Astenia (affaticamento cronico)
  • Allodinia (percezione di dolore in seguito a stimoli innocui, tender points. Può interessare diverse aree del corpo – anche il cuoio capelluto o gli organi genitali – ed essere scatenata da fattori meccanici o termici: anche il sole può fare male).

La lista potrebbe andare avanti ancora: deve essere chiaro che la FMS è una condizione che interessa tutto il corpo e ne influenza ogni sua parte. Tuttavia si può presentare in modo molto diverso da un paziente all’altro, e non è detto che la terapia che funziona per uno funzioni per l’altro.

Fonte: https://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/fibromialgia.html

Ai dolori e all’esaustione cronica (hai presente come ti senti quando hai l’influenza? La sensazione è simile a quella, ma quotidiana e impossibile da alleviare con i farmaci) si accompagnano frequenti disturbi di natura psichiatrica come alterazioni del sonno (insonnia o ESD), depressione, attacchi di panico, alterazioni della memoria (anche amnesia), sovraccarico sensoriale e la cosiddetta fibro-fog, uno stato di percepito annebbiamento mentale che crea difficoltà di concentrazione, apprendimento e comunicazione.

Se questo non sembrasse abbastanza, onnipresenti sono i disturbi gastrointestinali (sindrome del colon irritabile, difficoltà digestive, disfagia), le infiammazioni intestinali e del sistema urinario (cistite, anite), disturbi della pelle (psoriasi) e altre infiammazioni che possono alterare il funzionamento di una parte del corpo (disordini temporomandibolari, secchezza degli occhi, fotosensibilità, emicrania).

La fibromialgia colpisce principalmente le donne (con un rapporto 9:1), ma sono molti gli uomini che ne soffrono. Se le donne nel tempo si sono trovate ad affrontare stigma e diffidenza da parte della società, è importante non sottovalutare il disagio sociale sofferto dai pazienti di sesso maschile, che oltre al comune ostracismo devono fare i conti con le aspettative di una società che li vorrebbe sempre forti e insensibili al dolore.

«Il problema non sono le cicatrici che ti lascia questa malattia – ha detto un malato a Donna Moderna – Le ferite sono dentro, fuori la patologia non lascia segni. Tutti invece vogliono vedere la tua sofferenza. Per tutti noi, immersi come siamo nella cultura dell’immagine, tutto ciò che non si vede non esiste»

Le terapie

Ad oggi non esiste nessuna terapia universalmente convalidata per curare la FMS. I tipi di trattamento su cui sembra esserci un certo consenso sono:

  • esercizio fisico
  • terapia cognitivo-comportamentale
  • antidepressivi

Il fatto che ci sia consenso, però, non significa che funzionino davvero. La difficoltà nello stabilire un trattamento standard per la cura della fibromialgia sta nel fatto che i pazienti tendono a rispondere in modo molto diverso, quindi si può procedere solo per linee di massima.

Quindi cosa possiamo fare per stare meglio?

  • fare attività fisica dolce: yoga posturale, tai chi, pilates, trekking, stretching, da praticare nei giorni buoni;
  • prendersi cura del proprio sonno come se fosse questione di vita o di morte;
  • seguire una dieta salutare, personalizzata a seconda delle proprie necessità psicofisiche e antinfiammatoria. La mia esperienza personale è quella di evitare le diete preconfezionate (vegan, paleo, keto, senza glutine etc) e sottoporsi piuttosto a esami e alla valutazione di un nutrizionista competente;
  • psicoterapia. Non fa passare la FMS ma allontana lo spettro della depressione ed è indispensabile per riuscire a conciliare vita sociale e malattia, perché ritrovarsi all’improvviso con un corpo che non funziona ha un grandissimo impatto sulla nostra vita quotidiana e sui rapporti con chi ci sta vicino;
  • ignorare la malattia. Perché la mente comanda il corpo. Io neanche mi ricordo più com’è non sentire dolore, ma dedicandosi ad attività mentalmente stimolanti si può riuscire a spingerlo in secondo piano.

Quindi, una delle basi per tenere a bada la fibromialgia è fare quello che ci fa stare bene, ma non quello che è generalmente considerato ‘benefico’. Massaggi, terme, agopuntura, crioterapia, diete salutiste e attività fisica eccessiva sono risultati inutili o controproducenti.
Il fattore psicologico è molto importante in questi trattamenti, tanto che le terapie farmacologiche e i continui esami ospedalieri spesso finiscono per far aumentare lo stress e quindi il malessere del paziente.

Adattare lo stile di vita alle proprie condizioni fisiche è essenziale, quindi chiunque soffra di fibromialgia dovrebbe cercare di limitare il più possibile il tempo dedicato al lavoro e di evitare i lavori usuranti (io l’ho imparato dopo due esaurimenti nervosi e dieci anni di visite mediche inutili). In ogni caso, è importante informare le persone con cui si lavora della propria condizione e di quello di cui abbiamo bisogno. Purtroppo la fibromialgia non rientra nei Lea (livelli essenziali di assistenza) e non è riconosciuta come malattia dal Sistema Sanitario italiano, quindi l’unico modo per riuscire a conciliare salute e lavoro è quello di avere una buona comunicazione con capi e colleghi o riuscire a ottenere elasticità negli orari di lavoro (attraverso il lavoro da casa, per esempio). Il lavoro indipendente o part-time può essere una buona soluzione.

Farmaci

Le terapie farmaceutiche si basano principalmente sull’assunzione di integratori, farmaci e cannabis.

Alcuni integratori utili sono vitamina D e magnesio. I loro effetti sono praticamente invisibili, ma se c’è una carenza è sempre meglio compensarla.

La cannabis sembrerebbe essere la terapia farmacologica più efficace. In Toscana, i malati di fibromialgia possono acquistare cannabis terapeutica in farmacia, su prescrizione medica (non mutuata). La sfida è trovare un dottore competente nel prescriverla.

I farmaci che si usano per trattare la FMS sono principalmente antiepilettici (pregabalin), antidepressivi, miorilassanti, analgesici. In certi casi possono essere d’aiuto ketoprofene (per le infiammazioni localizzate) e paracetamolo. La loro efficacia varia da persona a persona.

La terapia ospedaliera più efficace nel trattamento della fibromialgia sembra essere l’ossigeno-ozonoterapia, che forza l’immissione di ossigeno nel corpo e migliora l’attività cerebrale. Non è però chiaro quanto la terapia dovrebbe durare per essere efficace.

Le associazioni a cui rivolgersi

In Italia esistono alcune associazioni che si battono per il riconoscimento della fibromialgia come malattia invalidante e per aiutare i malati nella ricerca di una terapia adeguata. A livello nazionale l’AISF è l’associazione di riferimento, mentre in Toscana opera Fibromialgia Toscana.

È sicuramente positivo che si parli sempre di più di questa sindrome, che affligge così tante persone ma che è anche così difficile da spiegare e da capire. I percorsi AFA che presto partiranno a Sinalunga e a Bettolle sono un’ottima testimonianza dell’impegno che la Regione Toscana sta mettendo nel cercare di migliorare la vita della popolazione affetta da FMS, distinguendosi come regione d’Italia più lungimirante.

Per questo credo che sia fondamentale continuare l’opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul tema, non tanto spiegando cos’è la fibromialgia ma come si può convivere con qualcuno che ne soffre, come comportarsi di fronte alle loro richieste di aiuto o di comprensione. Per quanto si può cercare di evitare che la malattia incida sulla vita sociale, è quasi impossibile che amici o parenti non si ritrovino, a un certo punto, a dover fare i conti con le disabilità che questa comporta. Spesso le reazioni sono di rifiuto e biasimo, e tendono far sentire il malato in colpa, inadeguato, bugiardo, incapace.

La fibromialgia è una condizione molto comune, che pesa sulla vita di tante delle persone che incrociamo per strada. La comunicazione è quindi fondamentale: il malato deve imparare a conoscere i suoi limiti e a comunicare i suoi bisogni; chi gli sta intorno deve imparare ad accettarli, cercando di fargli sapere che non è un problema, senza né sentirsi in dovere di salvarlo né umiliandolo. Anche qui come in ogni cosa, la buona comunicazione è sempre la base per la felice convivenza tra le persone, che sia in salute che in malattia finiranno sempre per percepire il mondo in modo diverso l’una dall’altra.

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Due itinerari per scoprire la Via Lauretana, tra Sinalunga, Torrita di Siena e Montepulciano

Nel 2016, guardando un’esposizione di documenti e pubblicazioni riguardanti la Via Lauretana allestita nella Chiesa di Santa Croce a Torrita, rimasi folgorato da un disegno seicentesco raffigurante un pellegrino alle…

Nel 2016, guardando un’esposizione di documenti e pubblicazioni riguardanti la Via Lauretana allestita nella Chiesa di Santa Croce a Torrita, rimasi folgorato da un disegno seicentesco raffigurante un pellegrino alle porte del Santuario di Loreto. Chiunque sia nato e cresciuto in Valdichiana ha sempre sentito parlare della Via Lauretana, ma pochi conoscono le origini e il significato di quel nome o hanno idea di dove portasse quella strada lunga 300km.

Da lì partì il bizzarro progetto di portare le persone a percorrere quell’antica via. A nostro avviso, la Lauretana meritava ben più che rimanere rinchiusa nei salotti di storici dell’arte e ricercatori. Pochi immaginavano che il percorso potesse essere ancora oggi vivo e attuale, così come la fede e la voglia di avventura di chi sceglieva di percorrerlo.

Siamo partiti da Torrita in tre e siamo arrivati a Loreto in tanti, sotto i riflettori dell’opinione pubblica e con la consapevolezza di aver riportato l’attenzione su questo cammino antico, tra i più importanti per i cattolici dalla fine del tredicesimo secolo ad oggi.

Da allora abbiamo accompagnato diverse centinaia di persone sul tratto che da Siena porta fino a Valiano, stimolando diverse associazioni a fare altrettanto. È stato con grande soddisfazione che abbiamo accolto la novità che la Via Lauretana (nella tratta Siena-Loreto) sia stata inclusa nel progetto del MIBACT per sviluppare, riscoprire e valorizzare i tanti itinerari spirituali e storici d’Italia. Grazie a questa delibera del ministero, entro il 2019 il percorso della Lauretana sarà messo in sicurezza e contrassegnato dalla cartellonistica della Regione Toscana nei comuni di Siena, Asciano, Rapolano, Sinalunga, Torrita, Montepulciano e Cortona.

Sabato 17 e Domenica 18 Novembre, la Pro Loco di Torrita di Siena (per la quale ricopro il ruolo di coordinatore della commissione Via Lauretana) ha organizzato due giorni di cammini sul tratto di Lauretana che dalla Pieve di Sinalunga porta alla Maestà del Ponte a Montepulciano stazione, passando per Torrita di Siena. Andiamo a vedere assieme i percorsi nel dettaglio:

Sabato 17 novembre l’itinerario partirà da Sinalunga alle ore 13:30 e proseguirà per circa 10km con un dislivello di 100mt in salita fino a Torrita di Siena, per una durata complessiva di circa tre ore. L’arrivo è infatti previsto per l’imbrunire.

Dopo il ritrovo nel piazzale della stazione ferroviaria, raggiungeremo a piedi la Pieve di S.Pietro ad Mensulas, la prima tappa del percorso. Di origine antichissima, la Pieve sorge nei pressi di una mansio romana sulla Cassia Adrianea che, come la Statio Manliana di Torrita, fungeva da stazione di posta ed era molto attiva in epoca imperiale. Qui, Don Claudio, parroco della Pieve, accoglierà i pellegrini per la benedizione del cammino.

Dopodiché proseguiremo attraverso diverticoli interni che ci porteranno fino alla zona Santarello e subito dopo a La Fratta, tappa fondamentale della Lauretana. Secondo la tradizione questo fu il Castello natale del famoso brigante Ghino di Tacco, che divenne poi un’importante fattoria fortificata tutt’ora in attività. Qui si alleva la razza Chianina e ha sede la Cappella di S.Michele, una chiesetta cinquecentesca al cui interno è custodito un importante affresco di Antonio Bazzi detto Il Sodoma.

Il percorso continuerà in direzione Petriolo, nella zona collinare che cinge Torrita a nord. Da qui potremo godere di un bellissimo e ampio scorcio sulla Valdichiana. Proseguendo, giungeremo poi al colle di Poggio Manliano, sede del cimitero di Torrita, primo insediamento urbano certificato sul territorio torritese di epoca romana che portava il nome di Ascanellum, dove sorse anche la prima Pieve della parrocchia: la Madonna delle Nevi. Da questa posizione di favore potremo ammirare la classica vista da cartolina di Torrita di Siena, adagiata sul colle con le sue mura, le sue torri e lo spiccato colore rosso dei suoi laterizi. Pochi minuti ci separeranno dall’entrare trionfalmente nel centro storico di Torrita.

Domenica 18 novembre partiremo alle 9:00 dalla stazione di Torrita di Siena per arrivare alla Maestà del Ponte di Montepulciano all’ora di pranzo; il rientro avverrà nel pomeriggio a Torrita di Siena su un percorso ad anello lungo circa 18km e con 100mt di dislivello.

I volontari della Pro Loco, ormai fini conoscitori dell’itinerario, accompagneranno i partecipanti in questa camminata che risveglierà i sensi sulle bellezze naturalistiche e paesaggistiche dei territori attraversati, con storie e racconti inerenti la Via Lauretana, a detti di molti uno dei Cammini più belli d’Italia.

Partendo dalla stazione ferroviaria di Torrita cammineremo in direzione sud-est verso il Greppo, la zona di confine tra i comuni di Torrita e Montepulciano. Attraverso la sterminata pianura della Chiana raggiungeremo la Fila, una fattoria di epoca Leopoldina composta da molti poderi in perfetto stile Lorena/Asburgico. Tra essi spicca la struttura del Torrione, l’antica torre fatta costruire dal futuro imperatore austriaco per controllare l’esecuzione dei lavori di bonifica nella vallata.

Da lì raggiungeremo la Maestà del Ponte, chiesa seicentesca nei pressi di Montepulciano Stazione, costruita ai piedi dell’antico ponte che conduceva fino a Valiano e che conserva moltissimi riferimenti Lauretani. In questa sede, l’accoglienza degli amici dell’Asd Maestà del Ponte ci ospiterà per il pranzo al sacco prima di completare l’anello di rientro fino a Torrita, che percorreremo su un sentiero leggermente diverso da quello di andata per scoprire altri scorci tra Stazione, Abbadia e Torrita Scalo.

Per partecipare alle camminate puoi contattarmi, attraverso il sito o la pagina facebook, oppure contattare la Pro Loco di Torrita di Siena.

Articolo a cura di Manuele De Bellis – Guida Ambientale Escursionistica


Per approfondire:
La Via Lauretana – Prima parte
La Via Lauretana – Seconda parte
La Via Lauretana – Terza parte

1 commento su Due itinerari per scoprire la Via Lauretana, tra Sinalunga, Torrita di Siena e Montepulciano

I Neet, la spina nel fianco del nostro Paese

Vengono definiti Neet, acronimo inglese di Not in education, employment or training, e sta ad indicare tutti quei giovani che non sono occupati o impegnati in percorsi formativi. L’espressione venne…

Vengono definiti Neet, acronimo inglese di Not in education, employment or training, e sta ad indicare tutti quei giovani che non sono occupati o impegnati in percorsi formativi. L’espressione venne usata per la prima volta nel luglio del 1999 dalla Social Exclusion Unit del governo britannico, per indicare qui giovani a forte rischio di esclusione sociale. L’età di riferimento parte dai 15 anni fino ai 24, ma le statistiche tengono conto anche dei giovani fino ai 29 o i 35 anni.

Il tema dei Neet costituisce una spina nel fianco per nostro paese, con percentuali che ci rendono, molto spesso, la “pecora nera” all’interno dell’eurozona. Gli ultimi dati sul fenomeno restituiscono un quadro che non è un eufemismo definire allarmante.

L’indagine 2017, promossa dalla Commissione europea, sull’occupazione e gli sviluppi sociali in Europa (Esde), tratteggia uno scenario critico per l’Italia, con una percentuale di Neet, tra i 15 e i 24 anni, che si attesta al 20%, equivalente a 2,2 milioni di giovani, rispetto alla media europea dell’11,5%. Anche l’Istat, nel suo ultimo rapporto annuale, ha certificato una situazione preoccupante, con i Neet tra i 15 e i 29 anni che raggiungono il 24,3%. Numeri che ci pongono al primo posto di questa ben poco invidiabile classifica, precedendo paesi con un Pil inferiore al nostro, come Romania e Bulgaria. Se poi andiamo a considerare i giovani compresi tra i 20 e i 34 anni, la percentuale dei Neet si attesta al 30,7%, rispetto alla media della zona euro del 18,3%.

Queste percentuali così alte posso essere lette come il frutto dei lunghi anni di crisi, che hanno duramente colpito il tessuto produttivo italiano. Se questa, da una parte, è una riflessione certamente valida, dall’altra, tuttavia, mal si spiega come, anche nel periodo precrisi, la quota di Neet in Italia fosse molto più alta di quella di altri partner europei. I Neet rappresentano dunque la triste conseguenza della mancanza strutturale di politiche attive rivolte ai percorsi formativi e lavorativi dei giovani, e non unicamente uno dei tanti aspetti della recessione economica.

Il mondo dei Neet è un universo estremamente ampio e variegato, ma il filo rosso che lo attraversa e lo lega è un profondo senso di scoraggiamento e frustrazione. Questi due aspetti, estremamente perniciosi, fanno desistere i giovani dalla ricerca di un’occupazione, poiché subentra la convinzione che tanto non se ne troverà una, e, contemporaneamente, abbandonano anche i percorsi formativi. Si innesca così un duplice problematica, che ricade sia sul piano strettamente economico sia su quello sociale.

La mancata attivazione nella ricerca di un’occupazione pone il Neet nella condizione di sperimentare una crescente difficoltà nell’accesso al mondo del lavoro. Una difficoltà acuita dal fatto che il Neet si rende poco appetibile o occupabile sul mercato, a causa del naturale invecchiamento delle competenze, all’interno di un contesto nel quale il lifelong-learning, ossia la prospettiva di una formazione continua, anche durante la vita lavorativa, assume un’importanza crescente.

I paesi del sud Europa, tra cui l’Italia, rispetto alle economie dell’Europa centro-settentrionale presentano un mercato del lavoro molto più fragile, fiaccato dagli anni di crisi e dalla politiche di austerità. Gli under hanno pagato il prezzo più alto, con una crescente difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro, sperimentando percorsi professionali contraddistinti dall’incertezza. Questo ha acuito il senso di precarietà, con un serio rischio di esclusione sociale. Contestualmente è cresciuta anche la povertà tra fasce più giovani della popolazione. Gli ultimi dati Istat certificano come 1 milione 17mila persona tra i 18 e i 34 anni, ossia il 10%, vivano in condizioni economiche estremamente precarie.

Bisogna inoltre considerare le profonde differenze territoriali, poiché essere un Neet al nord o al sud non è sempre la stessa cosa, tanto da poter parlare di un paese diviso a metà. La crisi del 2008 non ha fatto altro che acuire le enormi diseguaglianze preesistenti. Nel Mezzogiorno i Neet tra i 15 e i 29 anni sono 1,2 milioni, pari al 36%, con un’incidenza altissima tra le donne. Al Nord, invece, le percentuali sono dimezzate rispetto al Mezzogiorno.

Resta infine da valutare il ruolo della famiglia. Il nostro sistema di welfare viene definito, dalla letteratura accademica, di stampo “familistico”, perché ha delegato, nel corso del suo sviluppo, molti compiti di cura e assistenza alla rete familiare. In altre parole tutti quegli spazi lasciati scoperti dalla protezione sociale pubblica, sono stati presi in carico dalla famiglia. Il giovane Neet molto spesso trova nella famiglia quella reta di sicurezza che impedisce di scivolare verso una pericolosa esclusione sociale.

Allo stesso tempo questo ruolo protettivo può avere un effetto che potremmo definire “soporifero”. Il fatto che il disagio sociale non esploda violentemente, o che i suoi effetti si manifestino in modo più diluito, grazie all’azione mitigatrice della famiglia, può forse impedire una piena comprensione della gravità del fenomeno dei Neet, rimandando anche l’attuazione di  quelle necessarie politiche inclusive, volte a facilitare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro o l’inserimento all’interno di programmi formativi. Continuar a far ricadere sulla famiglia la cura dei Neet vuol dire mettere sotto pressione la ricchezza dei nuclei familiari, con il rischio che, qualora questa ricchezza dovesse esaurirsi, ci ritroveremo un esercito di giovani privi di qualsiasi tutela.

Analizzando il contesto toscano, l’Irpet, l’Istituto Regionale Programmazione Economia della Toscana, nel rapporto La situazione economica e sociale in Toscana, presentato a Firenze lo scorso 4 luglio, evidenzia come i Neet, tra i 15 e i 29 anni, siano 96mila unità, il 19,2% della popolazione della medesima fascia di età. Analizzando la composizione dei Neet, un dato che merita di essere evidenziato è che, nel corso della crisi, è cresciuto il numero dei disoccupati rispetto a quello degli scoraggiati.

I motivi di questo cambiamento sono sostanzialmente due. Da una parte va segnalato come, durante la recessione economica, molti abbiano perso la propria occupazione, diventando dei disoccupati. Dall’altra – e qui risiede l’aspetto positivo – una parte di coloro che prima erano inattivi sono usciti da questa condizione, iniziando la ricerca di un lavoro, entrando così nella parte della popolazione attiva. Questo leggero, ma significativo, cambio di rotta, può essere un segnale di una maggiore attenzione, anche da parte delle politiche regionali e nazionali, verso questo problema.

I Neet sono forse la faccia più preoccupante della problematica giovanile del nostro paese, una problematica che, come abbiamo detto, interessa tutta l’eurozona, anche se con percentuali diverse. Proprio per far fronte a queste crisi generazionale, nell’aprile 2013 è stato promosso, al livello europeo, un pacchetto di misure, pensate per i giovani, volte a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro o mirate a fornire percorsi di formazione professionalizzanti, noto con il nome di Youth Guarantee, Garanzia Giovani.

All’interno di questa cornice più ampia, la Toscana ha dato vita ad una propria strategia per combattere la disoccupazione e l’esclusione giovanile, attraverso il progetto “Giovanisì”, che contempla anche misure rivolte ad una platea e ad una fascia di età più ampia, rispetto a Garanzia Giovani.

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Ma i toscani discendono davvero dagli etruschi?

L’identità di una persona o di un popolo è qualcosa che si crea attraverso processi tortuosi, influenzati dalla storia, dalla geografia e dalle credenze popolari. Un esempio sono i paesi balcanici, che duecento…

L’identità di una persona o di un popolo è qualcosa che si crea attraverso processi tortuosi, influenzati dalla storia, dalla geografia e dalle credenze popolari. Un esempio sono i paesi balcanici, che duecento anni fa parlavano la stessa lingua che oggi, per via dei nazionalismi e della divisione degli stati, si è trasformata in tante lingue diverse tra loro. Da una sola identità se ne sono create molte diverse nel giro di pochi anni, in seguito a guerre e divisioni geopolitiche.

Un’altra discriminante della creazione delle identità è la genealogia: quanto spesso sentiamo persone che si vantano di discendere dal tal popolo o dalla tale famiglia? Eppure, nonostante molti siano convinti del contrario, il nostro passato biologico in realtà è in gran parte impossibile da conoscere tranne per quelle famiglie che tenevano registri genealogici.

Ma la ricerca moderna ci ha portati alla scoperta del DNA, da cui si sono aperte le porte verso il passato. Grazie proprio all’analisi del codice genetico e al lavoro dei biologi, oggi possiamo risalire a chi erano i nostri antenati. Ma come?

Il genoma umano viene metà dalla mamma e metà dal papà. Grazie al DNA mitocondriale, ovvero quello che ereditiamo dalla mamma, che si trasmette di generazione in generazione praticamente immutato, possiamo seguire il messaggio genetico che arriva dalle nostre trisavole. Il DNA mitocondriale è quello che si conserva meglio nel tempo, e quindi quello che arriva a noi carico di informazioni ancora intatte.

Questo processo oggi si può applicare agli scheletri di individui vissuti secoli e secoli fa: è lo studio del DNA antico. Estraendo il DNA dai capelli o dalle ossa degli scheletri possiamo sapere qualcosa di loro. Nel nostro genoma, infatti, sono contenuti dei ‘mattoncini’, delle molecole che contengono informazioni riguardo a come siamo fatti: il nostro gruppo sanguigno, il colore dei nostri capelli, la nostra predisposizione ad ammalarci e via dicendo. Il DNA descrive anche quello che possiamo diventare in relazione all’ambiente, come ad esempio se siamo predisposti a ingrassare.

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Questa conoscenza ci ha permesso di cercare le risposte a domande frequenti, come ad esempio quella che molti abitanti di quella che era un tempo l’Etruria si pongono spesso: ma i toscani discendono davvero dagli etruschi?

Partiamo da una premessa.
L’etrusco è una lingua non indoeuropea. Era scritto con un alfabeto di derivazione greca, ma non esistono testi scritti in etrusco sopravvissuti fino ai giorni nostri. Abbiamo lapidi funerarie, tegole, una tavola commerciale conservata al museo dell’Accademia Etrusca di Cortona e poco altro. Il mistero è: come mai una popolazione così evoluta non ha lasciato testi letterari? Questo dilemma è ancora oggi senza una risposta.

La derivazione della lingua fa pensare che gli Etruschi avessero qualcosa di particolare, di speciale. Prima degli Etruschi c’era la civiltà villanoviana, quella che ha posto le fondamenta di città come Volterra, Orvieto e Chiusi, e di cui sono stati ritrovati diversi reperti anche a Brolio, località di Castiglion Fiorentino.

Questo popolo aveva l’usanza di bruciare i morti, quindi per noi è impossibile reperire il loro DNA perchè è letteralmente cotto, e quindi inservibile.

Dopo la civiltà villanoviana è venuta l’epoca degli etruschi, il cui popolo era organizzato in città-stato indipendenti. Nonostante l’assenza di un’unità politica, gli Etruschi sono riusciti a espandere i loro territori in gran parte del’Italia centrale. Infatti, nel VI secolo controllavano buona parte dell’Italia, Roma compresa.

Intorno al 19 a.c., una serie di sconfitte ha costretto la civiltà etrusca a piegarsi alla potenza dell’Impero Romano, ed è da allora che si è persa qualsiasi traccia dei testi etruschi. Di punto in bianco la lingua etrusca sparisce, non è più documentata.

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Per questo motivo, ad oggi tantissimi aspetti della civiltà etrusca ci sono oscuri, e la sua origine è oggetto di grandi discussioni fin dall’antichità.

Secondo Erodoto, gli Etruschi erano arrivati dalla Libia e dall’Anatolia in fuga da una carestia, ma non è credibile che un’intera popolazione possa migrare in massa da un punto all’altro. Certo è che al tempo c’erano fitti rapporti commerciali con la Libia, e il DNA poteva spostarsi attraverso i marinai che si trasferivano in altre terre e mettevano su famiglia. Dionigi d’Alicarnasso sosteneva invece che gli Etruschi fossero dei veri italici, originari della penisola.

Ad oggi si presume che fossero una popolazione locale ma non è chiaro se fossero un popolo dalle origini comuni o gente di origini diverse accomunata dalla stessa lingua, come ad esempio gli inglesi di oggi.

Da dove venivano gli Etruschi e dove sono finiti? In che rapporti genealogici sono con gli attuali abitanti di quella che era l’Etruria?
Gli archeologi ci dicono che, effettivamente, nell’arte etrusca è compresa una componente orientaleggiante e che quindi potrebbe essere credibile un’origine orientale di qualche tipo.

Compito dell’archeologia è quello di parlarci di come si trasformano nel tempo le culture materiali, ma non può raccontarci chi è figlio di chi. Qui entra in gioco la biologia. Le due discipline vanno quindi integrate per indagare in profondità nella misteriosa storia degli Etruschi.

La possibilità di studiare il DNA antico è una scoperta recente. Infatti, fino agli anni ’90 non era pensabile riuscire a risalire l’albero genealogico di persone morte secoli fa.

È proprio grazie a questa tecnica di ricerca che Alberto Piazza, professore dell’Università di Torino, ha scoperto nel 2007 che in Toscana c’è effettivamente una concentrazione di caratteristiche genetiche peculiari rispetto al resto d’Italia.

Un risultato incredibile, ma ancora non soddisfacente.
Uno studio successivo di Antonio Torroni dell’Università di Pavia, condotto raccogliendo il DNA di diversi popoli europei, ha dimostrato una corrispondenza genetica molto forte tra la Turchia e la Toscana. È evidente, quindi, che c’è un filo rosso che lega i due luoghi e che passa inevitabilmente per il popolo etrusco.Si è quindi scoperto che i Toscani sono la popolazione più simile agli Etruschi di tutta l’Europa. La seconda più simile è la popolazione dell’Anatolia.Schermata 2015-06-02 alle 18.39.05

L’indagine doveva andare avanti: i ricercatori sono riusciti a ottenere alcuni reperti etruschi (costole e altri pezzi di ossa, che finiscono inevitabilmente distrutti per studiarne il DNA) provenienti dalla zona compresa tra Adria e Capua, dai quali è stato possibile ottenere ben 27 campioni di DNA etrusco originale.

L’idea di base era: se i Toscani discendono dagli etruschi, confrontando il DNA di toscani moderni e quello antico etrusco, tra i toscani dovremmo trovare tantissime sequenze di DNA identiche a quelle etrusche.

Invece no.
Su 27 sequenze etrusche, in Toscana (campioni presi da Murlo, Casentino e Volterra) ne sono state trovate solo due. Sette sono state trovate in Germania, cinque in Cornovaglia e altre cinque in Anatolia. Bisogna tenere comunque in considerazione che le sequenze antiche non sono perfette, a causa della loro età: il confronto diretto non è ideale perchè il minimo errore può far sembrare diversi due DNA identici.

È necessario quindi un approccio diverso: prendiamo i dati ottenuti sopra come dati di fatto, ma facciamo anche un confronto tra l’insieme delle sequenze antiche e l’insieme di quelle moderne.

I risultati di questo nuovo approccio sono stati questi:
Murlo nel 99,7% dei casi non c’è alcuna continuità genetica con il DNA etrusco.
I campioni di Volterra hanno dato risultati negativi addirittura nel 100% dei casi.
Insomma, è difficile che gli abitanti di queste città discendano anche lontanamente dagli Etruschi.

Nel Casentino invece le cose cambiano radicalmente: l’80% degli esperimenti ha dato risultati positivi di continuità.

I ricercatori che hanno lavorato a questo studio sono andati in Anatolia dell’Ovest a raccogliere personalmente i campioni per fare un raffronto, e hanno scoperto che nell’83% dei casi c’è continuità genealogica con gli etruschi, un risultato molto simile a quello ottenuto nel Casentino.

Il genoma, in Toscana come in tutti i posti del mondo, è molto variegato, ma nel Casentino c’è una percentuale rilevante di similitudine genetica con gli antichi etruschi e i moderni anatolici della Turchia.

In ogni caso, è bene concludere dicendo che le nostre origini biologiche sono molteplici perchè abbiamo tantissimi antenati (andando indietro fino all’anno mille ne avremmo milioni ciascuno!). L’unica cosa che sappiamo per certo è che 60.000 anni fa i nostri antenati erano tutti in Africa, nella Rift Valley: la culla dell’umanità.

La Rift Valley etiope vista dallo spazio Photo: NASA


Questo articolo è un riassunto della bellissima conferenza di Guido Barbujani, professore di genetica all’Università di Ferrara, a cui ho partecipato durante l’edizione del 2010 de i Dialoghi sull’Uomo di Pistoia.  Per chi avesse un’ora da dedicargli, ecco il video dell’evento integrale:

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I saldi anticipati al 3 gennaio in tutta la Toscana

La Toscana anticipa i saldi al 3 gennaio. L’assessore Nocentini: ”Anticipo dei saldi d’accordo con categorie commerciali” La Regione accoglie la proposta delle categorie di settore e anticipa l’avvio dei…

La Toscana anticipa i saldi al 3 gennaio. L’assessore Nocentini: ”Anticipo dei saldi d’accordo con categorie commerciali”

La Regione accoglie la proposta delle categorie di settore e anticipa l’avvio dei saldi a partire da sabato 3 gennaio 2015 per uniformare la Toscana al quadro nazionale.

“Ho aderito volentieri alla richiesta avanzata dagli operatori commerciali attraverso le loro organizzazioni – afferma l’assessore regionale al commercio Sara Nocentini – perché consente al territorio regionale di mantenersi competitivo e di rispondere in modo adeguato al difficile momento attraversato dal sistema delle vendite a livello nazionale”.

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