Da quasi cinquant’anni la comunità di Celle sul Rigo si riunisce attorno a un elemento fortemente identitario. La Sagra dei Pici, dedicata interamente a un alimento di eccellenza del territorio, è diventata una tradizione molto sentita tra la popolazione del piccolo borgo, grazie a una crescita costante e un’atmosfera di serenità che si respira nell’ultima settimana di maggio.

I pici, tutti rigorosamente fatti a mano dai cellesi nei giorni precedenti alla manifestazione, sono un elemento di fondamentale importanza per Celle sul Rigo. Anche se la Sagra dei Pici è ufficialmente organizzata dalla Società Filarmonica locale per finanziare le attività musicali, in realtà coinvolge l’intera popolazione ed è capace di richiamare centinaia di ospiti dai dintorni. I pici di Celle sul Rigo sono diventati particolarmente famosi e apprezzati, tanto che nel corso della 48° edizione è stata annunciata la candidatura della pratica dell’appiciare a patrimonio immateriale dell’UNESCO.

Per ripercorrere la storia della Sagra dei Pici ho avuto il piacere di intervistare numerosi cellesi, utilizzando le loro esperienze dirette per ricostruire le vicende di questa tradizione. Dai più anziani ai più giovani, tutti hanno storie da raccontare su questo importante momento di aggregazione che dura da cinquant’anni.

Memorie storiche della Sagra dei Pici

La signora Roberta Rocchi è attualmente la responsabile della cucina della Sagra dei Pici: cellese da sempre, si ricorda le primissime edizioni della festa. Fin da bambina era addetta alla distribuzione dei pici, e ha sempre appiciato assieme agli altri bambini: lo ricorda come un importante momento di aggregazione, per stare in compagnia e parlare del loro paese.

“Siamo un paese piccolo, ma nei periodi della sagra tutto il paese partecipa e viene a lavorare, perché vuole bene a Celle. Quando vediamo tutte queste persone che arrivano per la festa, è un grosso piacere. Vengono per mangiare i pici, ma anche perché si sta bene con i cellesi, siamo persone accoglienti.”

Il legame tra celle e i pici è sempre esistito. Roberta appicia anche a casa, non soltanto nei giorni della festa; ha imparato anche a fare i pici senza glutine, per venire incontro alle intolleranze del figlio. Insomma, i pici non possono mai mancare nella sua cucina.

Nara Meloni ha 63 anni e ricorda bene le prime edizioni della festa. A quei tempi i pici non erano ancora famosi: gli organizzatori riuscivano a servire soltanto una cinquantina di porzioni e dovevano andare in giro per il paese a proporli alle persone.

“Ci trovavamo tutti assieme in piazza, ognuno portava il suo tegamino, ognuno con le sue cose. Io avevo 14 anni e già aiutavo, sono sempre stata addetta alla cottura dei pici. Non c’erano ancora i fornelloni, usavamo i paioli, si metteva la brace, si facevano anche i sughi… ancora nessuno conosceva i pici, li portavamo lungo le vie, chi voleva li comprava in giro.”

Anche per Nara i pici sono il tipico piatto dell’ospitalità: quando ha festeggiato quarant’anni di matrimonio, ha invitato a casa gli amici e ha fatto i pici. Ogni volta che un cellese ha un ospite, quindi, i pici sono il tipico piatto da proporre.

La memoria storica della manifestazione è ben rappresentata anche da Giovanni Innocenti, che ha 80 anni ed è stato presidente della Società Filarmonica. Anche lui ricorda bene le primissime edizioni, quando ancora la sagra non era conosciuta e non veniva nessuno da fuori. Poi l’evento ha cominciato a ingranare, e sempre più persone hanno conosciuto i pici.

“Fu una scelta lungimirante quella di puntare sui pici; anche i ristoranti usufruivano di questa pubblicità, il sabato e la domenica erano sempre pieni. Tutti volevano mangiare i pici di Celle, rigorosamente fatti a mano.”

Giovanni divide la storia della manifestazione in tre fasi: quella iniziale, considerata come una fase di rodaggio, in cui tutto era organizzato in maniera più approssimativa, ma con grande impegno e voglia di stare insieme. Nella seconda fase l’organizzazione è migliorata, grazie all’acquisto da parte della Società Filarmonica dello stabile utilizzato per la cucina; hanno dovuto lavorare molto per sistemarlo, perché originariamente era utilizzato come fienile e dependance del palazzo del conte, ma dal 1985 ha consentito alla festa di svilupparsi ulteriormente. E poi la terza fase, a partire dalla fine degli anni ’90, con il passaggio all’interno weekend, l’acquisto di nuove attrezzature per la cucina e i tendoni della piazza, fino agli anni attuali.

Come racconta Giulio Bartolini, i primi anni la Sagra dei Pici si teneva soltanto la domenica; poi, grazie al crescente successo, ha aumentato la durata. I primi anni venivano serviti i pici e alcuni affettati, poi hanno aggiunto la carne alla brace. A quei tempi i banchetti venivano gestiti da tutto il paese: ognuno poteva occupare una parte della piazza e offrire le sue pietanze, tra lumache e porchette, dando un contributo alla Società Filarmonica. Sia commercianti che paesani mettevano un banchetto in piazza e lo gestivano in autonomia.

“I primi anni venivano coinvolte entrambe le macellerie del paese, un anno prendevamo la carne dalla macelleria del mì babbo, l’anno successivo dagli altri. Poi dal 1983 ho sempre gestito io la carne, il mì babbo ha smesso e mi ha lasciato la bottega. Adesso ci sono i figli che mi aiutano, sia alla festa che alla macelleria.”

Ospiti di Celle e graditi ritorni

La Sagra dei Pici non è soltanto il principale evento aggregativo dei cellesi, ma è anche capace di favorire l’integrazione di ospiti e immigrati, e di favorire il ritorno di chi ha deciso di spostarsi altrove.

Per esempio, Fatuma Alì non è cellese di origine, bensì di adozione. Nata in Somalia, abita in Danimarca da 40 anni e lavora come psichiatra. È venuta a Celle per la prima volta trent’anni fa, si è innamorata del posto e ha comprato casa sedici anni fa, proprio accanto alle cucine della sagra. Conosce la Sagra dei Pici da quel momento e viene sempre a Celle nel periodo della festa.

“Quello che mi impressiona ogni anno, è questo spirito collettivo. Tutta la gente di Celle partecipa, tutti sono presenti in maniera volontaria, questo non lo trovi in tanti posti. I giovani stanno cominciando a dare ricambio alle signore più anziane. Veniamo dalla Danimarca e questo per noi è un paradiso: la tranquillità, la gentilezza della gente… mi sento molto inclusa fin dal primo giorno, e aiutare durante la festa è un modo per ripagare l’accoglienza che riceviamo.”

Fatuma non è cellese di origine, ma aiuta durante la Sagra dei Pici: serve ai tavoli, a volte coinvolgendo anche gli amici danesi. Partecipare alla festa è anche un modo per sentirsi parte della comunità di Celle sul Rigo e non soltanto turisti, è un modo per entrare a far pienamente parte della comunità.

Un altro racconto degno di interesse è quello di Romolo Rocchi: 68 anni, cellese di origine, ma torinese di adozione. Ha ancora la madre a Celle e torna due o tre volte all’anno a trovarla, in particolare quando c’è la Sagra dei Pici. Abita dal 1971 a Torino, e da cellese ha vissuto soltanto i primissimi anni della festa, ma tutti gli anni torna per partecipare e aiutare. Si occupa di vendere le cartelle della tombola, e ovviamente non può farsi scappare i pici.

“Sui pici cosa devo dire? Piacciono a tutti, a noi e ai nostri figli che non sono nati qui. A volte li facciamo qui e li porto a Torino per mangiarli con tutta la famiglia. I primi anni appiciavamo tutti assieme, poi sono andato via e non ho potuto più partecipare alla preparazione della festa, ma quando riporto i pici a Torino, riporto un pezzo di Celle.”

Le nuove generazioni

Una manifestazione di questo tipo non potrebbe sopravvivere per così tanti anni senza ricambio generazionale. Per fortuna, a Celle sul Rigo ci sono tanti giovani che sembrano intenzionati a portare avanti l’organizzazione della festa e la tradizione dei pici.

Una di essi è Anastasia Fabbrini, 26 anni e cellese da sempre. Già da piccola partecipava alla festa, servendo i pici ai tavoli, anche perché i più grandi obbligavano i più piccoli ad aiutare. Adesso si occupa del banchetto dei dolci, perché ognuno all’interno della festa deve avere il suo ruolo, ma partecipa volentieri anche alle fasi di appiciatura prima dell’inizio della manifestazione.

“Sono diversi anni che appicio, anche quando eravamo piccole venivamo assieme ai genitori. Abbiamo imparato ad appiciare assieme a loro, grazie ai consigli delle donne più anziane, qui alla festa. Le donne più grandi appiciano durante la mattina e il pomeriggio, quelle più giovani la sera. Ci sono turni serali per chi lavora, è utile anche per ritagliarsi un po’ di spazio, per svagarsi insieme agli altri compaesani, è comunque uno spazio sociale per stare insieme.”

Anche Eleonora Pinzi è cellese da sempre: ha 34 anni, ha sposato un cellese ed è mamma da poco. Quand’è nata, c’era già la Sagra dei Pici, e il suo ricordo è che tutta Celle viva per la tradizione dei pici.

“Da sempre il rituale è lo stesso. Le donne si organizzano per la preparazione dei pici, usando prodotti di alta qualità, sia per la pasta che per i sughi. Tutti fanno il possibile e l’impossibile per partecipare ad aiutare. Io ho una bottega commerciale, ho staccato alle 18 per venire qui.”

Eleonora ha iniziato fin da piccola a servire i pici, poi è passata alla carne; adesso alla brace ci sono i genitori, i suoceri sono in cucina, e lei aiuta dove può. Quest’anno ha dato una mano al bar, perché deve anche occuparsi del bimbo, assieme al marito. I giorni precedenti alla sagra, come da tradizione, ha partecipato all’appiciatura. Lo faceva fin da bambina, seguendo una sorta di rituale che è rimasto simile:

“Io avevo meno di dieci anni, ci venivo con la mì nonna. Mi lavavo le mani e mi preparavo. Una signora mi metteva il grembiulino e la cuffietta. C’era la donna che spianava, quella che tagliava… e poi ti passavano a ruota questi piccoli pezzetti di pasta e tutti si appiciava. Dopo aver appiciato, si buttavano i pici dentro la farina, la donna addetta li prendeva e li sistemava nei vassoi.”

L’elemento più importante della festa, secondo Eleonora, è che anche chi non è nato a Celle capisce l’importanza di questa tradizione. Ci sono persone che si sono avvicinate alla Sagra dei Pici, che cercano di aiutare e di integrarsi. E poi ci sono cellesi che non abitano più nel paese da tanti anni, ma che tornano appositamente per la Sagra dei Pici. Da Firenze, Roma, Torino… conoscono il loro ruolo da una vita, e tornano sempre al paese per aiutare la manifestazione, non soltanto per mangiare i pici.

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