Tag: celle sul rigo

“Filo&Fibra”, dalla lana un piano di economia circolare per San Casciano dei Bagni

C’è energia nell’aria a San casciano dei Bagni. L’energia dei nuovi progetti, quelli che sanno di coraggio, fantasia e anche un po’ di ambizione, come Filo&Fibra, la cooperativa di comunità…

C’è energia nell’aria a San casciano dei Bagni. L’energia dei nuovi progetti, quelli che sanno di coraggio, fantasia e anche un po’ di ambizione, come Filo&Fibra, la cooperativa di comunità nata da quattro concittadine che lo scorso anno hanno iniziato a interrogarsi su come fosse possibile creare opportunità di lavoro in un comune piccolo, da cui è spesso facile andarsene verso centri urbani più grandi.

La risposta, arrivata in circa sette mesi, si è così concretizzata nella messa a punto di un esempio di economia circolare, un modello di produzione e consumo alimentato dai valori di riutilizzo, condivisione ed ecosostenibilità. Termini che hanno trovato una sintesi perfetta nel progetto Filo&Fibra, come ci ha raccontato Gloria Lucchesi, tra le sue ideatrici.

«Filo&Fibra è un modello di economia circolare innanzitutto perché si basa sul recupero di materiale di scarto, cioè la lana, che nel nostro caso proviene dalle aziende di San Casciano dei Bagni. Trattandosi di un rifiuto speciale, costa molto agli allevatori smaltirlo, circa 2,50 euro al kg, e rende poco venderlo: il prezzo è sui 30 centesimi al kg per acquirenti che commerciano con le industrie di Cina e India, dove poi viene lavorato. La prima fase del progetto è stata intercettare la fornitura di lana grezza, che abbiamo acquistato al prezzo di 1 euro al kg dagli allevatori locali. Con i 2.500 kg di lana raccolti, è iniziata la seconda parte del ciclo produttivo, ovvero la lavorazione dalla quale si è ottenuto il feltro. Con questo tessuto si è iniziato a creare gli articoli che adesso si trovano in vendita nei negozi di San Casciano dei Bagni aderenti al progetto».

Ma perché tutto questo prendesse vita, è stato necessario un investimento iniziale, reso possibile anche in virtù dell’investimento messo in campo dalla Regione Toscana.

«In realtà è stata proprio la Regione ad ispirare Filo&Fibra, nel senso che grazie a un bando regionale destinato a nuove cooperative di comunità, abbiamo pensato di creare questo progetto, il quale poi si è sviluppato sul modello dell’economia circolare in modo tale da sfruttare una materia di scarto, valorizzare le competenze locali e coinvolgere il territorio. La Regione Toscana ha riconosciuto e condiviso le potenzialità di questa iniziativa, concedendoci un finanziamento di 50mila euro. Sicuramente un punto a favore di Filo&Fibra è stata l’originalità, visto che il tema prevalente degli altri progetti era il cibo e l’ospitalità».

Nata dall’idea di quattro donne, la cooperativa ha mantenuto la sua caratterizzazione femminile ed è attualmente composta da nove persone, diverse per età, competenze e percorso di studi.

«La collaborazione è il principio fondamentale su cui si sta sviluppando questa impresa, a cui tutte apportiamo un personale contributo, potendo sempre contare una sull’altra nei momenti di insicurezza, che inevitabilmente possono arrivare in questa fase di partenza di una realtà nuova per tutti».

Una novità nata con l’obiettivo di essere un’opportunità di sviluppo per il territorio, San Casciano dei Bagni e le sue frazioni, non poteva prescindere dall’integrazione con il tessuto sociale.

«Filo&Fibra ha destato fin da subito la curiosità dei nostri concittadini, talvolta insieme ad un po’ di diffidenza, ma c’è da dire che in generale i primi passi li ha mossi in un clima di entusiasmo collettivo nei borghi di Celle sul Rigo, Fighine, Palazzone e Ponte a Rigo. Lì sono già presenti le Vetrine Attive, spazi ricavati da locali in disuso messi a nostra disposizione dal Comune, che abbiamo adeguato ad ospitare l’esposizione dei nostri manufatti. Le abbiamo ultimate una domenica mattina e il pomeriggio c’era già gente a vederle: è stata una bella soddisfazione. L’interesse generale è continuamente dimostrato da chi viene a portarci i bottoni che non usa più, o magari da chi ci aiuta ad assemblare il telaio. In tanti hanno già dato il loro contributo alla causa, che realizza così il suo fine di interessare l’intera comunità».

Le potenzialità di un materiale come la lana si osservano nella varietà dei modi in cui può essere impiegato.

«Dalla prima fornitura di lana è stato ricavato del feltro con cui sono state cucite soprattutto borse, ma anche articoli di biancheria per la casa e cassette di cottura, contenitori in legno rivestiti di lana al loro interno, utili perché sfruttando le proprietà di isolante termico della lana, esse mantengono una temperatura costante ed è possibile utilizzarle per ultimare la cottura di alcuni alimenti, lasciandovi dentro i recipienti, senza il consumo di altra energia. 

Il nostro reparto di sartoria ha sinora prodotto degli oggetti che valorizzassero al meglio il tessuto a nostra disposizione, ma per il prossimo anno abbiamo intenzione di realizzare altri tipi di stoffe, che possano essere impiegate diversamente. All’interno del nuovo museo della macchina da cucire, dove sarà predisposto uno spazio di coworking, saranno inoltre presto organizzati dei laboratori creativi. Ma l’idea è anche quella di fare di San Casciano dei Bagni un centro di interesse per gli appassionati di design, con un concorso biennale a cui presentare oggetti inediti, non solo legati al mondo del taglio e cucito. Già da adesso infatti l’attenzione è rivolta al recupero e al riutilizzo del legno, per dargli nuova vita in altre forme».

In questi suoi primi mesi, Filo&Fibra ha già debuttato alla Fabbrica del Vapore di Milano, con l’iniziativa Design No Brand, sviluppata da Giacimenti Urbani, associazione impegnata nella promozione di valori quali il riciclo dei materiali e l’ecosostenibilità.

«Partendo dal presupposto che per una comunità piccola come quella di San Casciano dei Bagni è utile aprirsi al mondo, piuttosto che chiudersi nel suo territorio, vogliamo cogliere l’opportunità di far conoscere Filo&Fibra in contesti come esposizioni e fiere, momenti fondamentali per stabilire contatti e confrontarsi con altre realtà simili alla nostra».

Il rapporto con il territorio è uno degli aspetti principali di questo progetto. In che modo queste due dimensioni si valorizzano?

«Innanzitutto si rende onore al lavoro degli allevatori locali, utilizzando la lana proveniente dalle loro aziende, poi, passando alla lavorazione del materiale grezzo, si amplificano le competenze di tutti grazie alla consulenza di professionisti, come il perito tessile Antonio Mauro. Infine i manufatti sono il risultato della creatività di chi li realizza, che porta con sé e mette a frutto la cultura e la memoria storica del paese».

Come consiglio a un’altra comunità che voglia intraprendere un percorso come quello della cooperativa Filo&Fibra, quale sono gli ingredienti che non possono mancare?

«Bisogna credere in quello che si fa, trovare il modo di trasmettere nel modo giusto i valori su cui si è costruito il progetto e che rendono, come nel caso di Filo&Fibra, una realtà unica».

Nessun commento su “Filo&Fibra”, dalla lana un piano di economia circolare per San Casciano dei Bagni

La Sagra dei Pici di Celle sul Rigo: i racconti dei protagonisti

Da quasi cinquant’anni la comunità di Celle sul Rigo si riunisce attorno a un elemento fortemente identitario. La Sagra dei Pici, dedicata interamente a un alimento di eccellenza del territorio, è…

Da quasi cinquant’anni la comunità di Celle sul Rigo si riunisce attorno a un elemento fortemente identitario. La Sagra dei Pici, dedicata interamente a un alimento di eccellenza del territorio, è diventata una tradizione molto sentita tra la popolazione del piccolo borgo, grazie a una crescita costante e un’atmosfera di serenità che si respira nell’ultima settimana di maggio.

I pici, tutti rigorosamente fatti a mano dai cellesi nei giorni precedenti alla manifestazione, sono un elemento di fondamentale importanza per Celle sul Rigo. Anche se la Sagra dei Pici è ufficialmente organizzata dalla Società Filarmonica locale per finanziare le attività musicali, in realtà coinvolge l’intera popolazione ed è capace di richiamare centinaia di ospiti dai dintorni. I pici di Celle sul Rigo sono diventati particolarmente famosi e apprezzati, tanto che nel corso della 48° edizione è stata annunciata la candidatura della pratica dell’appiciare a patrimonio immateriale dell’UNESCO.

Per ripercorrere la storia della Sagra dei Pici ho avuto il piacere di intervistare numerosi cellesi, utilizzando le loro esperienze dirette per ricostruire le vicende di questa tradizione. Dai più anziani ai più giovani, tutti hanno storie da raccontare su questo importante momento di aggregazione che dura da cinquant’anni.

Memorie storiche della Sagra dei Pici

La signora Roberta Rocchi è attualmente la responsabile della cucina della Sagra dei Pici: cellese da sempre, si ricorda le primissime edizioni della festa. Fin da bambina era addetta alla distribuzione dei pici, e ha sempre appiciato assieme agli altri bambini: lo ricorda come un importante momento di aggregazione, per stare in compagnia e parlare del loro paese.

“Siamo un paese piccolo, ma nei periodi della sagra tutto il paese partecipa e viene a lavorare, perché vuole bene a Celle. Quando vediamo tutte queste persone che arrivano per la festa, è un grosso piacere. Vengono per mangiare i pici, ma anche perché si sta bene con i cellesi, siamo persone accoglienti.”

Il legame tra celle e i pici è sempre esistito. Roberta appicia anche a casa, non soltanto nei giorni della festa; ha imparato anche a fare i pici senza glutine, per venire incontro alle intolleranze del figlio. Insomma, i pici non possono mai mancare nella sua cucina.

Nara Meloni ha 63 anni e ricorda bene le prime edizioni della festa. A quei tempi i pici non erano ancora famosi: gli organizzatori riuscivano a servire soltanto una cinquantina di porzioni e dovevano andare in giro per il paese a proporli alle persone.

“Ci trovavamo tutti assieme in piazza, ognuno portava il suo tegamino, ognuno con le sue cose. Io avevo 14 anni e già aiutavo, sono sempre stata addetta alla cottura dei pici. Non c’erano ancora i fornelloni, usavamo i paioli, si metteva la brace, si facevano anche i sughi… ancora nessuno conosceva i pici, li portavamo lungo le vie, chi voleva li comprava in giro.”

Anche per Nara i pici sono il tipico piatto dell’ospitalità: quando ha festeggiato quarant’anni di matrimonio, ha invitato a casa gli amici e ha fatto i pici. Ogni volta che un cellese ha un ospite, quindi, i pici sono il tipico piatto da proporre.

La memoria storica della manifestazione è ben rappresentata anche da Giovanni Innocenti, che ha 80 anni ed è stato presidente della Società Filarmonica. Anche lui ricorda bene le primissime edizioni, quando ancora la sagra non era conosciuta e non veniva nessuno da fuori. Poi l’evento ha cominciato a ingranare, e sempre più persone hanno conosciuto i pici.

“Fu una scelta lungimirante quella di puntare sui pici; anche i ristoranti usufruivano di questa pubblicità, il sabato e la domenica erano sempre pieni. Tutti volevano mangiare i pici di Celle, rigorosamente fatti a mano.”

Giovanni divide la storia della manifestazione in tre fasi: quella iniziale, considerata come una fase di rodaggio, in cui tutto era organizzato in maniera più approssimativa, ma con grande impegno e voglia di stare insieme. Nella seconda fase l’organizzazione è migliorata, grazie all’acquisto da parte della Società Filarmonica dello stabile utilizzato per la cucina; hanno dovuto lavorare molto per sistemarlo, perché originariamente era utilizzato come fienile e dependance del palazzo del conte, ma dal 1985 ha consentito alla festa di svilupparsi ulteriormente. E poi la terza fase, a partire dalla fine degli anni ’90, con il passaggio all’interno weekend, l’acquisto di nuove attrezzature per la cucina e i tendoni della piazza, fino agli anni attuali.

Come racconta Giulio Bartolini, i primi anni la Sagra dei Pici si teneva soltanto la domenica; poi, grazie al crescente successo, ha aumentato la durata. I primi anni venivano serviti i pici e alcuni affettati, poi hanno aggiunto la carne alla brace. A quei tempi i banchetti venivano gestiti da tutto il paese: ognuno poteva occupare una parte della piazza e offrire le sue pietanze, tra lumache e porchette, dando un contributo alla Società Filarmonica. Sia commercianti che paesani mettevano un banchetto in piazza e lo gestivano in autonomia.

“I primi anni venivano coinvolte entrambe le macellerie del paese, un anno prendevamo la carne dalla macelleria del mì babbo, l’anno successivo dagli altri. Poi dal 1983 ho sempre gestito io la carne, il mì babbo ha smesso e mi ha lasciato la bottega. Adesso ci sono i figli che mi aiutano, sia alla festa che alla macelleria.”

Ospiti di Celle e graditi ritorni

La Sagra dei Pici non è soltanto il principale evento aggregativo dei cellesi, ma è anche capace di favorire l’integrazione di ospiti e immigrati, e di favorire il ritorno di chi ha deciso di spostarsi altrove.

Per esempio, Fatuma Alì non è cellese di origine, bensì di adozione. Nata in Somalia, abita in Danimarca da 40 anni e lavora come psichiatra. È venuta a Celle per la prima volta trent’anni fa, si è innamorata del posto e ha comprato casa sedici anni fa, proprio accanto alle cucine della sagra. Conosce la Sagra dei Pici da quel momento e viene sempre a Celle nel periodo della festa.

“Quello che mi impressiona ogni anno, è questo spirito collettivo. Tutta la gente di Celle partecipa, tutti sono presenti in maniera volontaria, questo non lo trovi in tanti posti. I giovani stanno cominciando a dare ricambio alle signore più anziane. Veniamo dalla Danimarca e questo per noi è un paradiso: la tranquillità, la gentilezza della gente… mi sento molto inclusa fin dal primo giorno, e aiutare durante la festa è un modo per ripagare l’accoglienza che riceviamo.”

Fatuma non è cellese di origine, ma aiuta durante la Sagra dei Pici: serve ai tavoli, a volte coinvolgendo anche gli amici danesi. Partecipare alla festa è anche un modo per sentirsi parte della comunità di Celle sul Rigo e non soltanto turisti, è un modo per entrare a far pienamente parte della comunità.

Un altro racconto degno di interesse è quello di Romolo Rocchi: 68 anni, cellese di origine, ma torinese di adozione. Ha ancora la madre a Celle e torna due o tre volte all’anno a trovarla, in particolare quando c’è la Sagra dei Pici. Abita dal 1971 a Torino, e da cellese ha vissuto soltanto i primissimi anni della festa, ma tutti gli anni torna per partecipare e aiutare. Si occupa di vendere le cartelle della tombola, e ovviamente non può farsi scappare i pici.

“Sui pici cosa devo dire? Piacciono a tutti, a noi e ai nostri figli che non sono nati qui. A volte li facciamo qui e li porto a Torino per mangiarli con tutta la famiglia. I primi anni appiciavamo tutti assieme, poi sono andato via e non ho potuto più partecipare alla preparazione della festa, ma quando riporto i pici a Torino, riporto un pezzo di Celle.”

Le nuove generazioni

Una manifestazione di questo tipo non potrebbe sopravvivere per così tanti anni senza ricambio generazionale. Per fortuna, a Celle sul Rigo ci sono tanti giovani che sembrano intenzionati a portare avanti l’organizzazione della festa e la tradizione dei pici.

Una di essi è Anastasia Fabbrini, 26 anni e cellese da sempre. Già da piccola partecipava alla festa, servendo i pici ai tavoli, anche perché i più grandi obbligavano i più piccoli ad aiutare. Adesso si occupa del banchetto dei dolci, perché ognuno all’interno della festa deve avere il suo ruolo, ma partecipa volentieri anche alle fasi di appiciatura prima dell’inizio della manifestazione.

“Sono diversi anni che appicio, anche quando eravamo piccole venivamo assieme ai genitori. Abbiamo imparato ad appiciare assieme a loro, grazie ai consigli delle donne più anziane, qui alla festa. Le donne più grandi appiciano durante la mattina e il pomeriggio, quelle più giovani la sera. Ci sono turni serali per chi lavora, è utile anche per ritagliarsi un po’ di spazio, per svagarsi insieme agli altri compaesani, è comunque uno spazio sociale per stare insieme.”

Anche Eleonora Pinzi è cellese da sempre: ha 34 anni, ha sposato un cellese ed è mamma da poco. Quand’è nata, c’era già la Sagra dei Pici, e il suo ricordo è che tutta Celle viva per la tradizione dei pici.

“Da sempre il rituale è lo stesso. Le donne si organizzano per la preparazione dei pici, usando prodotti di alta qualità, sia per la pasta che per i sughi. Tutti fanno il possibile e l’impossibile per partecipare ad aiutare. Io ho una bottega commerciale, ho staccato alle 18 per venire qui.”

Eleonora ha iniziato fin da piccola a servire i pici, poi è passata alla carne; adesso alla brace ci sono i genitori, i suoceri sono in cucina, e lei aiuta dove può. Quest’anno ha dato una mano al bar, perché deve anche occuparsi del bimbo, assieme al marito. I giorni precedenti alla sagra, come da tradizione, ha partecipato all’appiciatura. Lo faceva fin da bambina, seguendo una sorta di rituale che è rimasto simile:

“Io avevo meno di dieci anni, ci venivo con la mì nonna. Mi lavavo le mani e mi preparavo. Una signora mi metteva il grembiulino e la cuffietta. C’era la donna che spianava, quella che tagliava… e poi ti passavano a ruota questi piccoli pezzetti di pasta e tutti si appiciava. Dopo aver appiciato, si buttavano i pici dentro la farina, la donna addetta li prendeva e li sistemava nei vassoi.”

L’elemento più importante della festa, secondo Eleonora, è che anche chi non è nato a Celle capisce l’importanza di questa tradizione. Ci sono persone che si sono avvicinate alla Sagra dei Pici, che cercano di aiutare e di integrarsi. E poi ci sono cellesi che non abitano più nel paese da tanti anni, ma che tornano appositamente per la Sagra dei Pici. Da Firenze, Roma, Torino… conoscono il loro ruolo da una vita, e tornano sempre al paese per aiutare la manifestazione, non soltanto per mangiare i pici.

1 commento su La Sagra dei Pici di Celle sul Rigo: i racconti dei protagonisti

Storia ed emozioni del Palio del Cacio 2016 vinto da Borgo Nuovo

Domenica 14 agosto i concorrenti delle quattro contrade di Celle sul Rigo, Case Nuove, Pianetto, Borgo Nuovo e Cantone, si sono sfidati all’ultima scorza di formaggio, per contendersi il tradizionale…

DSC_0042Domenica 14 agosto i concorrenti delle quattro contrade di Celle sul Rigo, Case Nuove, Pianetto, Borgo Nuovo e Cantone, si sono sfidati all’ultima scorza di formaggio, per contendersi il tradizionale Palio del Cacio. Un pubblico numeroso ha seguito con grande partecipazione prima il corteo in abiti tipici della tradizione contadina, la corsa, potendo godere anche di una vista privilegiata, grazie all’apertura della torre campanaria.

L’edizione 2016 ha visto, per la prima volta, le quattro contrade darsi battaglia in tre diverse categorie, bambini, giovani e big. Le Case Nuove hanno dominato nelle prime due, mentre il Borgo Nuovo ha primeggiato nella categoria principe, aggiudicandosi l’ambito Palio dell’Assunta, dipinto da Lara Selva con la tecnica dell’aerografia, che raffigura proprio la Madonna che abbraccia il paese di Celle.

L’artista di Città della Pieve, che ha ricevuto nel 2008 il 1° premio per in concorso internazionale di aerografia e numerose pubblicazioni in riviste di settore, l’ultima delle quali in Aerografo 2.0- The Icons-, è ormai una firma storica della manifestazione cellese, avendo realizzato altri pali in passato, e cerca di raccontare con la propria arte, il clima di unione e condivisione che i piccoli borghi vivono grazie a queste manifestazioni.

DSC_0050I pali, in realtà piccole come quelle di Celle, servono per creare unità e consolidare i rapporti tra le persone e le generazioni. I giovani, che molto spesso navigano senza una rotta ben precisa, riscoprono in queste occasioni un sentimento di appartenenza che per la maggior parte dell’anno resta sopito, e che si infiamma grazie anche alla competizione. La comunità, intesa come luogo di identità e condivisione di un medesimo patrimonio di tradizioni, rivive grazie a questi giochi popolari” –  Sono queste emozioni che attraverso Celle, e numerose altre realtà, in queste giornate di rievocazione, secondo Lara Selva. 

Gli stessi sentimenti che elle stessa cercherebbe di comunicare nel realizzare un palio meno vincolato dalla committenza. Tradizione che però non deve diventare oppressione, e questo fin dalla scelta dei colori.

Il colore deve avere un’impronta giovanile e restituire freschezza, non solo all’opera ma anche all’intera manifestazione. Il rischio di queste manifestazioni è che perdano appeal, e che vedano un calo sensibile di interesse, se vivono unicamente nei fasti del passato.  Un palio deve saper trasmettere visivamente la tensione verso un continuo rinnovamento, che solo l’arte è in grado di dare. Ecco perché la mia scelta nei colori è caduta su colori più vivi, spingendo verso tonalità brillanti, senza dover cadere necessariamente in tinte cupe, che richiamassero ambientazione medievali”.

DSC_0022L’arte è dunque come veicolo principale per il rinnovamento e la sperimentazione, parola questa che assume un rilievo di prim’ordine nel percorso artistico di Lara Selva. Sperimentare vuol dire prima di tutto un percorso esperienziale e di maturazione attraverso la pratica e il contatto diretto con la cosa.

Qualsiasi filtro teorico che non si supportato da un’adeguata preparazione pratica e da una conoscenza delle tecniche, costituisce una zavorra più che un aiuto – continua Lara – ecco perché anche ai giovani che vengono da me per formarsi chiedo prima di tutto di farmi vedere se mano e preparazione teorica vanno di pari passo, senza che la seconda sovrasti o annulli la prima”.

Fare arte significa “sporcarsi le mani” con la materia, come del resto fa chi gioca il cacio, per esprimere non solo emozioni visive, ma anche, dove possibile, olfattive e gustative. La passione per il cibo va di pari passo con quella per l’arte, due strade che per Lara possono costituire una fonte di contaminazione reciproca.

L’amore per il cibo è stata una delle spinte la futura realizzazione di un progetto che contempli dei quadri che non solo possano essere ammirati, ma anche annusati. Questo inserendo degli aromi nei colori affinché si possano riprodurre tutti gli aspetti di un piatto.”

 Un assist perfetto per capire come Lara selva rappresenterebbe una forma di cacio, come la userebbe e in che modo trasmettere il feeling che si crea nel discobolo cellese quando si appresta a tirare il formaggio.

Un quadro astratto che quasi graffia la tela, sarebbe il miglio modo per rappresentare il formaggio. In questo modo riuscirei a comunicare da una parte la perfezione circolare della forma, ma con all’interno la possibilità di trasformare il materiale, e annullare questa perfezione, sia attraverso il calore per fondere il formaggio, sia frantumandolo proprio. Un mix di quiete e movimento, di essere e non essere, che si ritrova nel binomio giocatore-formaggio, dove la concentrazione prima del tiro cela in sé la tensione”.

DSC_1060

 Chi conosce e ha vissuto per molto tempo l’adrenalina che la competizione suscita è Settimio Bonemei, storico giocatore del palio che da due anni ha deciso di appendere il cacio al chiodo per lasciare spazio alle giovani leve.

Ho giocato 15 pali consecutivamente– sottolinea con una nota di orgoglio- e ne ho vinti sei. Ricordo ancora quando da giovane seguivo il gioco, che si svolgeva, secondo la tradizione, il Martedì grasso, ultimo giorno di carnevale. Non c’era contrattempo o intemperia che potesse fermare la contesa: sia con la pioggia che con la neve, ci si sfidava per aggiudicarsi il formaggio dell’avversario. In tempi dove l’abbondanza non faceva da padrona, portarsi a casa quasi un chilo di cacio, voleva dire assicurarsi del cibo per un bel po’.”

 DSC_0147Non mancano poi alcune riflessioni tecniche.

La regola principale è non muovere mai il piede di appoggio dal punto in cui è caduto il cacio. Una volta questo caposaldo veniva rispettato con molta più attenzione di adesso, questo anche dovuto diversità tra le forme di cacio di adesso e quelle di allora. Prima infatti si gareggia con del formaggio che veniva prodotto in modo artigianale. Ognuno portava la sua forma, e queste rendeva impossibile trovarne due identiche. Inoltre erano leggermente più leggere e più schiacciate. Questo faceva sì che le forme scivolassero di meno in salita. Oggi per evitare che tornino indietro nei punti in pendenza, e visto che sono più pesanti e rotonde, si cerca di imprimere una forza maggiore, con il rischio di muovere il piede d’appoggio.”

Le ultime parole vanno alla bellezza e imprevedibilità del gioco del cacio e alle nuove generazioni, che dovranno farsi carico di continuare questa tradizione.

L’esperienza e la bravura sono due fattori importanti, perché ti permettono di poter afferrare e lanciare nel miglior modo, e valutare la traiettoria più adatta. Ma il caso regna sovrano su questo gioco, e anche la maestria viene soppiantata quando la sorte fa rotolare il formaggio addosso ad uno scalino. I giovani saranno coloro porteranno avanti questo gioco, è dunque importante lasciar loro spazio, affinché familiarizzino e si affezionino a questo spaccato di vita cellese. Questa è forse la ragione principale per quale non partecipo più alla gara, pur non risparmiandomi nel dare consigli e suggerimenti”.     

DSC_0089  

Nessun commento su Storia ed emozioni del Palio del Cacio 2016 vinto da Borgo Nuovo

A Celle su Rigo l’antico Palio del Cacio

Tutto pronto a Celle sul Rigo, piccolo borgo medievale nel profondo sud della provincia senese, per una nuova edizione del Palio del Cacio, che si terrà il 14 agosto. Da…

Tutto pronto a Celle sul Rigo, piccolo borgo medievale nel profondo sud della provincia senese, per una nuova edizione del Palio del Cacio, che si terrà il 14 agosto. Da oltre quindici anni, tra le vie del paese, si può rivivere quell’atmosfera spensierata, quell’allegria pura e autentica che i nostri nonni provavano nel periodo di Carnevale, quando tradizionalmente si giocava “al cacio”.  L’evento, organizzato dalla nuova Associazione Pro Loco di Celle sul Rigo, vede quest’anno una novità assoluta: accanto alla consolidata gara dei big, per le quattro contrade cellesi si sfideranno anche i bambini.

Il gioco del cacio, gemello di quello della ruzzola, ha origini antichissime, e affonda le sue radici in numerose culture popolari di tutta la penisola. Tracciare dunque una storia precisa di questo “sport” millenario risulta alquanto difficile.

L’Ottocento rappresenta un momento importante per la riscoperta e la rivalutazione di questi passatempi popolari, grazie anche alla nascita dell’etnografia. Per la cultura romantica infatti, sono questi piccoli ritagli di vita quotidiana che ci raccontano l’autentico Volkgeist, lo spirito del popolo, l’espressione identitaria più autentica di una comunità. Prima del XIX° secolo le uniche testimonianze reperibili per il gioco del cacio e della ruzzola, sono di matrice giuridica, volte a regolamentare queste attività. Per molto tempo infatti l’interesse di letterati e studioso fu rivolto a giochi più illustri, o che avessero l’aura nobile della classicità greca e latina.

Eppure diversi indizi ci riportano ancor più indietro dell’Ottocento, fino alla tomba dell’Olimpiade nella necropoli etrusca di Monterozzi di Tarquinia, nella quale è raffigurato il discobolo o lanciatore. La posizione del discobolo è quella tipica di chi sta per lanciare una forma di cacio o una ruzzola, e questa iconografia non è presente in altre testimonianze coeve. Anche durante l’impero romano troviamo tracce del gioco della ruzzola, come si evince da un passo di una commedia di Plauto, la Persa.

Nel Medioevo il gioco assunse una connotazione ambivalente. Molto spesso fu inviso all’autorità, in quanto causa di disordini pubblici, poiché legato al mondo delle scommesse e al gioco d’azzardo.  Inoltre la forma di cacio era un premio molto ambito, perché poteva significare la sopravvivenza di una famiglia, e questo rendeva l’agone ancor più sentito.

Come detto con la riscoperta della classicità l’interesse verso i passatempi del popolino andò progressivamente scemando, ritenuti volgari e poco aulici. Questo oblio durò per circa tre secoli, dal Rinascimento fino al Settecento, quando in diverse parti d’Italia il gioco, sia con il cacio che con la ruzzola di legno, venne vietato eccetto che nel periodo di Carnevale.

È del 30 aprile 1863 il documento più antico che attesta la presenza del gioco del cacio nel piccolo borgo di Celle sul Rigo. Lo scritto, appartenente al Comune di San Casciano dei Bagni, è un vetusto regolamento nel quale possiamo leggere, oltre alle norme del gioco, un interessante articolo, che ci mostra come potesse essere, a discapito delle apparenze, alquanto pericoloso lanciare a gran forza una forma di cacio di 1 kg:

Art. 24 –  I giuochi di palla, bocce, ruzzola, e formaggio sono vietati nelle vie e nelle piazze del Paese, destinando a tale scopo per Celle: La strada che conduce a Radicofani partendosi dal Nespolo, per il giuoco della ruzzola, ruzzoloni e formaggio. La strada attorno alla Rocca per il giuoco delle bocce. I contravventori agli articoli contenuti in questo titolo incorreranno nell’ammenda di Lire cinque.

Inoltre un’altra regola aurea, rimasta in vigore fino agli anni’50-60 dello scorso secolo, era che alla competizione potessero partecipare solo gli adulti.

La bellezza di questo gioco risiede dunque nel rischio, nell’azzardo, ma soprattutto nella semplicità, una semplicità mai banale, ma ricca di maestria. I nostri nonni nell’ultimo giorno di Carnevale, dovevano scegliere con cura la migliore traiettoria per condurre la forma di cacio tra le anguste vie del paese. Scalini, sporgenze, avvallamenti, discese improvvise e il piede di qualche spettatore distratto, erano ostacoli frequenti, che potevano compromettere la vittoria finale.

Il vincitore, oltra a coprirsi di gloria imperitura nella memoria dei compaesani cellesi, poteva mettere le mani in qualcosa di ben più ambito, in anni nei quali si eri costretti, dalle necessità, a badare di più alla sostanza. Un chilo di formaggio significava non solo passare un Carnevale all’insegna dell’allegria, ma un’intera annata.

Semplicità dunque, ma anche perfezione e condivisione. Sono questi i termini che meglio di molti altri possono narrare l’anima antica di questo gioco. Nella compiuta circolarità della forma di cacio, è possibile scorgere un susseguirsi senza fine tra le diverse generazioni, il perdurare di una tradizione che non trova esito, l’eterno ritorno dell’uguale.

E quando il formaggio, urtando contro qualche angolo, si rompe e sparge i suoi pezzi sul selciato, ecco che la perfezione diventa condivisione di sapori e aromi con l’avversario.

 

Nessun commento su A Celle su Rigo l’antico Palio del Cacio

Alla scoperta di Celle sul Rigo

Celle sul Rigo è un piccolo borgo di neppure 400 abitanti, una frazione di San Casciano dei Bagni che fa parte dell’unione dei comuni della Valdichiana senese, ma che si trova…

Celle sul Rigo è un piccolo borgo di neppure 400 abitanti, una frazione di San Casciano dei Bagni che fa parte dell’unione dei comuni della Valdichiana senese, ma che si trova ai confini con l’Umbria e con il Lazio. Come ogni piccolo borgo del nostro territorio, nasconde tanti tesori e tante sorprese che affondano le loro radici nella storia e nella cultura locale.

Un attimo di relax

Un attimo di relax

La storia di Celle sul Rigo può essere raccontata attraverso una visita al borgo, dominato da una torre del XII secolo; le strade che circondano il paese, situato in cima a un colle, si chiamano Via Torno al Fosso e Via della Rocca, chiara indicazione del castello e della cinta muraria di epoca antica. Il suo nome, così particolare, potrebbe essere fatto risalire alle celle vinarie delle grotte che si trovano sotto il paese, scavate nel tufo e utilizzate come rifugi in tempo di guerra.

Dalla piazza principale di Celle sul Rigo è possibile osservare un meraviglioso panorama sulle valli circostanti. Situato lungo la via Francigena, in una posizione strategica nei pressi del fiume Paglia, è facilmente intuibile l’importanza strategica che il borgo ha rivestito nel corso della sua storia; è stato infatti oggetto di contese tra Orvieto e Siena, tra Stato Pontificio e Granducato di Toscana.

La piazza centrale si trova in una posizione particolare, il borgo infatti si sviluppa in direzione nord come una mezzaluna, è come se mancasse una parte in direzione sud. Inoltre la sua grande dimensione rispetto al resto del borgo, unita all’urbanistica regolare e squadrata delle vie, lascia ipotizzare delle origini ancora più antiche di quelle medievali, forse un accampamento militare di epoca romana o longobarda.

La presenza della torre che svetta in cima a Celle sul Rigo testimonia chiaramente la cinta muraria di epoca medievale, di cui oggi non rimane nulla. Tuttavia sono riconoscibili resti di mura lungo il borgo, torrini inglobati nelle abitazioni, che dovevano far parte di un punto difensivo molto importante, con tre porte e altrettanti ponti levatoi. Accanto alla piazza principale, sempre sul versante sud ci sono i resti di una fattoria del 1600, di cui si vede ancora la macina; la fattoria era di proprietà dei conti senesi Bocchi Bianchi, le cui vicende familiari sono strettamente legate a quelle di Celle sul Rigo.

Tre strade principali partono dalla piazza centrale: Via del Cantone (chiamata anche “Via del Teatro”), Via Carducci (chiamata anche “Strada di Mezzo”) e Via San Giovanni. La loro particolarità è che da tutte e tre le strade si vede perfettamente Radicofani, con la maestosa fortezza che svetta sulla collina, come se fosse un punto d’osservazione privilegiato.

Via Carducci è dedicata al personaggio più importante vissuto nel piccolo borgo: Giosuè Carducci, uno dei poeti più importanti della nostra letteratura. Il giovane Carducci abitò nel borgo per qualche anno, quand’era diciottenne, seguendo il padre che svolgeva la professione di medico; ha scritto alcune poesie proprio in queste terre, e i cellesi gli hanno dedicato una targa commemorativa dopo l’assegnazione del Premio Nobel.

Via San Giovanni è la strada in cui si trovano gli edifici religiosi del borgo. La Chiesa di San Giovanni, più piccola e riparata, e la Chiesa di San Paolo Converso, le cui origini risalgono al XIII secolo. Il portale e l’altare maggiore di quest’ultima provengono dalla Chiesa di Sant’Elisabetta, che si trovava nel versante sud del paese ma è stata distrutta dal terremoto e dall’incuria nel corso del XX secolo. Sempre lungo questa via è possibile notare la cisterna che nei secoli passati veniva utilizzata come deposito per l’acqua, con i resti del vecchio meccanismo di carrucole e bicchierini.

La vecchia cisterna

La vecchia cisterna

Infine Via del Teatro, racchiusa tra il palazzo dei conti Bocchi Bianchi e il Teatro della Filarmonica: impossibile raccontare la storia di Celle sul Rigo senza citare la Società Filarmonica, fondata da nove amici musicisti nel 1876. A quei tempi gli unici modi per ascoltare la musica erano quelli di andare ai concerti o di farla in prima persona: il gruppo di amici, amanti della musica, decisero quindi di costituire una società per dare origine a una banda e a un teatro nel piccolo borgo. Non avevano un teatro quindi decisero di costruirne uno, comprando dei locali e affidando il progetto a un ingegnere. Chi non aveva soldi per finanziare il progetto contribuiva in “opere e buoi”, ovvero attraverso il lavoro e il trasporto dei materiali. In pochi anni il lavoro è concluso: dal 1900 Celle sul Rigo può vantare il suo teatro e la sua banda, che rendeva più popolare la musica, svolgendo un’importante funzione culturale e sociale.

Dal 1970 a Celle sul Rigo si tiene la famosa Sagra dei Pici, organizzata proprio dalla Società Filarmonica per finanziare le attività dell’associazione, per sostenere la banda del paese e rafforzare il senso di comunità. A quei tempi parlare di prodotti tipici della tradizione contadina e di gastronomia di qualità non era scontato: oggi assistiamo all’esplosione di sagre e feste popolari, ma la Sagra dei Pici affonda le sue radici in una lunga tradizione e in una storia che viene da lontano. A ben vedere, è la storia dello stesso borgo, abbarbicato su una collina in un territorio di frontiera, che affronta con orgoglio e serenità le sfide del futuro.

Nessun commento su Alla scoperta di Celle sul Rigo

A Celle sul Rigo la 47° Sagra dei Pici

Dal 27 al 29 Maggio 2016 il piccolo borgo di Celle sul Rigo, nel comune di San Casciano dei Bagni, si è animato per la 47° edizione della famosa “Sagra…

sagra dei piciDal 27 al 29 Maggio 2016 il piccolo borgo di Celle sul Rigo, nel comune di San Casciano dei Bagni, si è animato per la 47° edizione della famosa “Sagra dei Pici”, un appuntamento abituale per tutti gli amanti dei prodotti gastronomici d’eccellenza e dei paesaggi mozzafiato.

La nostra redazione è stata ospite della Società Filarmonica di Celle sul Rigo, l’associazione che da quasi mezzo secolo si occupa dell’organizzazione della Sagra dei Pici per finanziare le sue attività musicali e culturali. Un’associazione capace di coinvolgere tutta la popolazione nella preparazione e nella gestione della sagra, che diventa un appuntamento annuale di ritrovo della comunità e di festa per tutti gli abitanti e i visitatori.

Tutto ruota attorno ai pici, eccellenza gastronomica del territorio che proviene dalla tipica pasta della tradizione contadina. I pici di Celle sul Rigo vengono proposti con il classico sugo di carne, oppure con il sugo all’aglione; tutti i pici sono fatti a mano dai cellesi, nei giorni precedenti alla manifestazione, con passione e rispetto della tradizione.

Nel corso della nostra visita alla Sagra dei Pici abbiamo incontrato tante persone che lavorano alacremente dietro le quinte della manifestazione, tanti visitatori entusiasti da Toscana, Umbria e Lazio che si danno appuntamento ogni anno nel piccolo borgo al confine della Valdichiana. Ecco alcune foto scattate durante la prima serata della festa, con i dettagli delle cucine, degli stand gastronomici e dei primi commensali, oltre agli scorci degli stupendi paesaggi che si possono osservare dal centro cittadino.

Durante il nostro reportage da Celle sul Rigo non ci siamo limitati a osservare la Sagra dei Pici, ma abbiamo cercato di ricostruire la storia della manifestazione e di raccogliere le curiosità dagli organizzatori della festa. In questo speciale video, siamo andati alla scoperta dei segreti della cucina, mettendoci in prima persona ad “appiciare” e “insugare”. Buona visione!

Nessun commento su A Celle sul Rigo la 47° Sagra dei Pici

I pici, un assaggio di storia

La cucina tipica della Toscana è fatta di sapori semplici e lineari, ma anche schietti e corposi, che ben incarnano le origini contadine, come la pasta, di forma spessa, porosa…

La cucina tipica della Toscana è fatta di sapori semplici e lineari, ma anche schietti e corposi, che ben incarnano le origini contadine, come la pasta, di forma spessa, porosa al tatto e al gusto, e rigorosamente fatta a mano. I pici, insieme alle pappardelle, condividono il primato e rappresentano un marchio di fabbrica della gastronomia toscana. In tutto il territorio senese è possibile gustare il sapore inconfondibile di questa pasta, “lontani parenti degli spaghetti” come li definisce Giovanni Righi Parenti nel libro La cucina toscana in 800 ricette tradizionali (1991), ma molto più corposi. Una pasta che non presenta una grande varietà nella forma e nell’impasto, ma che si presta ad essere accompagnata con diversi condimenti.

La storia dei pici sembra affondare le sue radici in epoca etrusca. Una prima testimonianza si può trovare nella celeberrima Tomba dei Leopardi di Tarquinia, monumento funerario del V secolo a.C. che raffigura un banchetto: un servo porta a tavola una scodella contenete una pasta lunga, irregolare, che presumibilmente possiamo considerare i primi “antenati dei pici”. Dalla cittadina del viterbese i pici poi sarebbero arrivati in Val di Chiana, e da lì in tutta la Toscana.

Per quanto riguarda il nome, le correnti di pensiero sono molte e discordanti. C’è chi lo fa risalire addirittura all’antica Roma, nello specifico alla figura di Marco Gavio Apicio (25 a.C.37 d.C.), uno dei più importanti gastronomi dell’antichità, autore di numerose ricette che vanno a comporre il corpus dell’opera intitolata De re Coquinaria ( L’arte della cucina). Altre voci sostengono che il nome derivi dal gesto che si fa con il palmo della mano per far prendere all’impasto la forma del picio, quello che nel gergo culinario toscano è il verbo “appiciare”. Un’altra strada ci porta a rintracciare l’origine del nome presso la località di San Felice in Pincis vicino Castelnuovo, nella diocesi di Arezzo. Infine si potrebbe cogliere un collegamento con il Pigelleto, l’abete della riserva naturale del Monte Amiata, bianco e dalla forma stretta e allungata, proprio come quella dei pici.

Al di là di quella che è l’etimologia del nome, sono molti oggi i modi con i quali viene chiamata questa pasta. Nel sud della provincia senese il termine più diffuso è quello di “pici”, ma anche “pinci” nelle zone di Montepulciano, Pienza e Montalcino. Se ci spostiamo invece ad Anghiari e nella Valtiberina sono definiti “bringoli”, mentre in Umbria “stringozzi” oppure “strangozzi”, ma anche “umbricelli” e “ciriole”.

Tanti nomi dunque per indicare un’unica pasta. Infatti, sia la forma che l’impasto, sono pressappoco uguali nelle diverse aree dove è possibili gustare questo gioiello gastronomico. I pici sono un piatto “povero”, tipico della realtà contadina, per la semplicità degli ingredienti. L’uovo, presente nelle tavole dei ricchi o usato solamente nei momenti di festa, è assente. Nell’impasto troviamo solo acqua, farina e sale. La vera ricchezza di questa pasta risiede soprattutto nella varietà dei condimenti. Tradizionalmente questa pasta veniva mangiata solo con un po’ di olio o con un trito di cipolla e sale. Ma ogni realtà, anche la più piccola, era ed è ancora capace di offrici una variante di questo straordinario prodotto. A Celle sul Rigo il picio per antonomasia è con l’aglione, sugo a base di aglione, zenzero, olio e pomodoro, mentre a Montepulciano il condimento che va per la maggiore è con le briciole, ottenuto con pane raffermo. A Montalcino, patria del Brunello, non può mancare il ricchissimo ragù di vaccina, pollo, prosciutto, salsiccia e fegatini, una volta cucinato solo per il pranzo delle domenica. Nella zona dell’Amiata i pici sono conditi con funghi freschi. Se poi ci spostiamo in zone lacustri, come il lago di Chiusi, da febbraio a maggio è possibile gustare i pici con un sugo a base di uova di luccio.

Questo caleidoscopio di sapori testimonia come i pici siano un prodotto profondamente radicato in queste terre. Una sorta di filo rosso, anzi un laccio di acqua e farina, che lega queste realtà sotto una comune identità culturale e gastronomica, ma che al contempo traccia e mantiene le varie differenze.

1 commento su I pici, un assaggio di storia

I pici di Celle sul Rigo: una tradizione che guarda al futuro

Ogni anno la comunità di Celle sul Rigo si riunisce per portare avanti una tradizione gastronomica locale che culmina in una grande festa l’ultima settimana di maggio: i pici, protagonisti…

Ogni anno la comunità di Celle sul Rigo si riunisce per portare avanti una tradizione gastronomica locale che culmina in una grande festa l’ultima settimana di maggio: i pici, protagonisti della rinomata sagra della frazione del comune di San Casciano dei Bagni, sono tutti rigorosamente fatti a mano dai cellesi nei giorni precedenti alla manifestazione.

Siamo giunti alla 46° edizione della Sagra dei Pici, organizzata dalla Società Filarmonica di Celle sul Rigo. Lo scopo dichiarato è quello di trovare i fondi per mantenere la banda del paese; lo scopo sottaciuto e ancora più importante è quello di aggregare la comunità del piccolo borgo, mantenere una tradizione culturale e sociale che fa sopravvivere il paese e il senso di appartenenza, non soltanto la banda.

Tutto il paese, infatti, collabora alla sagra: 46 anni fa i vecchi cellesi si misero in testa, quasi per caso, di proporre una sagra dedicata ai pici: quella che è oggi un’eccellenza gastronomica del nostro territorio e un simbolo identitario, è in realtà un piatto tipico della tradizione contadina. Così spiega Giovanni Innocenti, storico membro della Società Filarmonica, che mi racconta la sua storia mentre è intento a preparare i pici per la festa:

IMG_6779“I nostri bisnonni non erano ricchi, ai tempi della civilità contadina c’era la povertà. Facevano i pici, costavano poco e riempivano la pancia. Rispetto ad altri piatti i pici costavano meno, non veniva usato le uova. E ancora oggi li facciamo a mano,  come nella tradizione contadina.”

Giovanni fa parte della banda di Celle sul Rigo da 63 anni; ha fatto parte del comitato cittadino che 46 anni fa diede vita a questa sagra e viene considerato come una sorta di memoria storica delle vicende del paese.

La Sagra dei Pici dura tre giorni, si svolge sempre l’ultima domenica del mese di Maggio. Ha ricevuto il premio touring nel 2013, per certificare l’eccellenza gastronomica dei pici cellesi. Quest’anno si svolgerà dal 29 al 31 maggio: sono previsti concerti di gruppi rock, serate danzanti, tombola, esibizioni di scuole di ballo. E ovviamente gli stand gastronomici con i pici tutte le sere, la domenica anche a pranzo.

Inizialmente la Sagra dei Pici era stata pensata per garantire la sopravvivenza della Società Filarmonica, impegnata in tante attività culturali e sociali nel piccolo borgo. Così racconta Giovanni:

“La sagra finanzia la Società Filarmonica, è importante per mandare avanti le attività della banda e della musica, comprare gli strumenti, pagare i maestri. Inoltre facciamo scuola gratuita di musica a tutti i ragazzini del paese. Il teatro è a disposizione gratuitamente a tutti coloro che lo vogliono utilizzare. Ecco perchè tutto il paese collabora alla riuscita della manifestazione.”

La Società Filarmonica è proprietaria della cucina e del teatro di Celle sul Rigo. Dal 1876 prosegue la sua storia, che è il collante della comunità locale. E che ha trovato nella Sagra dei Pici l’evento principale dell’anno, famoso in tutto il territorio per l’eccellenza gastronomica dei pici fatti a mano dagli abitanti. Di questo ne è convinta anche la presidente della Società Filarmonica, Stefania Gori:

“Il segreto dei nostri pici? Sono più sottili degli altri, sono fatti tutti a mano. E poi ci abbiniamo i sughi buoni! Un sugo classico di carne, oppure un sugo all’aglione (aglio, pomodoro e zenzero). Se ci metti gli ingredienti buoni, la manodopera locale, il piatto viene buono. I pici non si attaccano. Se non fossero fatti a mano sarebbe tutta un’altra cosa. E non sempre si fanno a mano, nelle sagre dei dintorni. L’ingrediente segreto è la manodopera: tradizione e passione.”

Tutti gli anni a Celle sul Rigo si riuniscono più di quaranta persone ad “appiciare”, a rotazione, nei giorni precedenti alla sagra. Preparano lunghe tavolate, graffiano la spianatoia con il coltello, perchè se il piano è ruvido si lavora meglio, altrimenti i pici si schiacciano. Poi si appicia, ovvero si lavora la pasta con le mani fino a formare questi spaghettoni lunghi e grossi. Sette quintali e mezzo di farina ogni anno, cinquemila porzioni di pici. Tutti usati nei tre giorni di sagra dei pici, e il lunedì successivo con la cena della “benfinita”, in cui la gente del paese si ritrova a mangiare ciò che avanza, per festeggiare assieme tra soci e sostenitori, tutta la comunità.

IMG_6786Quella della Sagra dei Pici è una tradizione che guarda al futuro: perché permette alla Società Filarmonica di sopravvivere, portando avanti le sue attività culturali e artistiche, e alla comunità di rafforzare i propri legami. Permette di aggregare gli abitanti di una piccola frazione e di creare un momento rituale, partecipato e condiviso con una grande festa annuale, che è garanzia e conforto per la sopravvivenza futura della comunità stessa.

La tradizione, quindi, crea identità e rafforza il senso di appartenenza a una comunità. Questo è particolarmente importante in piccoli borghi come Celle sul Rigo (neppure 600 abitanti), che nonostante gli splendidi panorami sulla Valdorcia ha la necessità di continuare a sentirsi vivo, mantenere un nucleo attivo di persone che portano avanti una tradizione e un senso di appartenenza. Per evitare che i borghi del nostro territorio, che costellano paesaggi meravigliosi, siano soltanto luoghi da villeggiatura o panorami da cartolina.

Questo è un altro motivo per assaggiare i pici di Celle sul Rigo alla tradizionale sagra di fine maggio: permettere al territorio di essere ancora vivo, e guardare con fiducia al futuro, forte delle caratteristiche ambientali, culturali e sociali del proprio passato. Maggiori informazioni su: www.sagradeipici.it

2 commenti su I pici di Celle sul Rigo: una tradizione che guarda al futuro

Al Palio del Cacio di Celle sul Rigo rivive la tradizione contadina

Si è svolto ieri 17 agosto a Celle sul Rigo, frazione del Comune di San Casciano dei Bagni, lo storico Palio del Cacio. Il Palio del Cacio rievoca un antico…

Si è svolto ieri 17 agosto a Celle sul Rigo, frazione del Comune di San Casciano dei Bagni, lo storico Palio del Cacio.

Il Palio del Cacio rievoca un antico gioco della tradizione contadina, era infatti tradizione, e lo è ancora oggi, che gli uomini del paese e delle campagne ogni martedì di carnevale si ritrovassero per “giocarsi il cacio”. Il gioco consisteva e consiste ancora oggi nell’utilizzare la forma di formaggio come se fosse una ruzzola e tirarla lungo un percorso realizzato nelle vie del centro storico. Il premio era proprio il formaggio, che in epoche più remote rappresentava la felicità di tutta la famiglia del vincitore.

corteoPer rievocare l’origine contadina del gioco, la manifestazione viene aperta da un corteo in costume che ogni anno rievoca un momento particolare della vita di campagna. Negli anni sono state rappresentate, la vendemmia, la trebbiatura e quest’anno è stata rievocata “la veglia”, il momento di ritrovo serale dopo la giornata di lavoro.

Oggi ci sono quattro contrade che si sfidano sul percorso tradizionale: Case Nuove, Pianetto, Borgo Nuovo e Cantone. Ogni contrada gioca per la categoria giovani e per la categoria senior e il tutto si svolge in varie manche ad eliminazione.

L’edizione 2014 del Palio del Cacio di Celle sul Rigo è stata vinta, per la categoria giovani, dalla contrada del Borgo Nuovo con Rossi Francesco e Simone Luongo, e per la categoria senior dalla contrada delle Case Nuove con Gori Tommaso e Seriacopi Riccardo. Come in ogni palio che si rispetti non sono mancate le contestazioni che hanno portato anche a dover rigiocare alcune partite.

Alla manifestazione era presente un notevole pubblico, che ha potuto osservare tratti del corteo storico dall’alto dell’antica Torre Medievale, recentemente ristrutturata e aperta al pubblico.

Foto copertina: i vincitori categoria senior dalla contrada delle Case Nuove 

Nessun commento su Al Palio del Cacio di Celle sul Rigo rivive la tradizione contadina

Type on the field below and hit Enter/Return to search