La Valdichiana

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Rivoluzione e creatività: creare per crescere – Il 2019 de La Valdichiana

Per La Valdichiana nata sotto il segno del Toro (3 maggio 2013) il 2019 si prospetta all’insegna della rivoluzione. Già nel 2018 questa rivoluzione si è cominciata ad affacciare sul…

Per La Valdichiana nata sotto il segno del Toro (3 maggio 2013) il 2019 si prospetta all’insegna della rivoluzione. Già nel 2018 questa rivoluzione si è cominciata ad affacciare sul nostro magazine con una veste grafica che ne ha migliorato l’impatto visivo, l’architettura delle categorie in cui sono racchiusi gli articoli e l’esperienza di lettura: pagine più veloci e più facili da leggere da smartphone e tablet, con un impianto pensato per mettere al centro storie e personaggi del territorio. Tutto questo tenendo sempre ben presente la promessa fatta al pubblico ben sei anni fa, ovvero quella di porci ai lettori come compagni affidabili al loro servizio.

Questo approccio, che è alla base della nostra linea editoriale, lo abbiamo perseguito fin dagli albori e continueremo a mantenerlo anche per il 2019, sia nei momenti di maggior successo che in quelli di maggior difficoltà, senza mai perdere di vista i valori che consideriamo fondanti per fare buon giornalismo.

Nel 2018, La Valdichiana ha inaugurato un negozio online che continuerà a essere operativo anche nel 2019. Un negozio virtuale dove il nostro pubblico può trovare ebook esclusivi e nuovi prodotti come ‘Il Mercante in Chiana’, il gioco di carte attraverso il quale vogliamo tutelare e tramandare le antiche tradizioni del nostro territorio.

L’esperienza del ‘Mercante in Chiana’, ideato e prodotto insieme ad Andrea Comunicazione, ci ha permesso di avviare nuove collaborazioni e approfondire la conoscenza di realtà locali dinamiche e creative. È anche grazie ai nostri partner che ci miglioriamo di anno in anno, per offrire servizi sempre migliori, informazioni più complete, esperienze più soddisfacenti e contenuti più complessi. Vogliamo essere portatori di un’esperienza che stimoli la crescita, la curiosità e la ricerca personale, sia del pubblico che della redazione stessa.

Uscendo dall’online e continuando la nostra rivoluzione, il 2019 è già partito con una grande novità: se il 2018 era iniziato con una veste grafica nuova, il 2019 è iniziato con una nuova sede operativa.La Valdichiana, infatti, si è trasferita a Chianciano Terme. Un ambiente a disposizione di tutti i membri della redazione per condividere e implementare idee, seguendo un modello di economia collaborativa in cui tutti offrono competenze, conoscenze, tempo, valori comuni e beni, con il fine ultimo di creare e quindi crescere.

Infine, ultimo ma non meno importante, per il 2019 continueremo a dare spazio all’arte e supportare i vostri progetti con tutte le nostre forze, perché l’arte, declinata in ogni sua sfaccettatura, riempie la nostra vita di significato.

D’altra parte, per La Valdichiana il 2018 è stato anche l’anno dei no, i famosi no che fanno crescere, che nel momento in cui li ricevi lasciano sconforto e confusione, ma che nel tempo si trasformano in insegnamenti di grande importanza.
Allo stesso tempo, però, proprio in virtù di questa crescita, cercheremo di fare in modo che il 2019 sia l’anno dei sì.  a mantenere un approccio positivo verso il mondo che ci circonda, sì ad un modello di giornalismo a cui aspiriamo e che perseguiamo dalla nostra nascita, a cercare sempre soluzioni nuove, a nuovi progetti, a guardare le cose da un’altra prospettiva e un enorme all’avere coraggio per superare i nostri limiti e a non arrendersi mai.

Tutti coloro che lavorano per La Valdichiana, giornalisti, redattori e collaboratori, nel 2019 si impegneranno perché questa rivoluzione, iniziata nel 2018, continui all’insegna della sperimentazione, del perfezionamento, della collaborazione e della creatività. Creare per crescere, perché come diceva Albert Einstein ‘La creatività non è altro che un’intelligenza che si diverte’.

La Valdichiana augura, seppur un po’ in ritardo, Buon 2019 a tutti! Se avete consigli, richieste o critiche, o più semplicemente volete parlare con noi, non esitate a contattarci.

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Il gioco del Panforte: una tradizione delle feste

Le festività di fine anno sono il momento perfetto per passare una serata in compagnia di amici e familiari, rispolverando giochi della tradizione popolare per scaldarsi accanto al camino: non…

Le festività di fine anno sono il momento perfetto per passare una serata in compagnia di amici e familiari, rispolverando giochi della tradizione popolare per scaldarsi accanto al camino: non soltanto la tombola o il mercante in fiera (o la nostra versione, il Mercante in Chiana) ma anche un’usanza particolare chiamata il “Gioco del Panforte”.

Protagonista assoluto del gioco è il Panforte, dolce tipico di Natale diffuso a Siena e dintorni, la cui origine risale addirittura all’anno Mille con il nome di Panpepato. Quello che inizialmente era un pane dolce e speziato, destinato ai palati nei nobili e del clero, diventò uno dei prodotti tipici senesi più famosi e apprezzati. La sua grande popolarità è cominciata nel 1879, anno in cui la regina Margherita si recò in visita a Siena e ricevette in dono una versione “bianca” del Panpepato, con una copertura di zucchero vanigliato al posto del pepe nero. Il Panforte Margherita, così chiamato da quell’evento, si diffuse in tutta la popolazione.

Il gioco del Panforte è antico quanto il dolce, diffuso nelle campagne e negli strati sociali più bassi della popolazione, divenuto un intrattenimento tipico del freddo periodo invernale. Poteva infatti essere praticato nei poderi, durante le veglie contadine, attorno alle tavolate in cui si riunivano le famiglie oppure nelle osterie dei borghi.

Per giocare servono pochi elementi: un Panforte incartato alla vecchia maniera (coperto da carta gialla o di giornale, quindi, e non dentro una scatola), un lungo tavolo e un mestolo di legno da cucina per calcolare la distanza (oppure di un metro “a stecca” nelle versioni più moderne) che viene utilizzato da un arbitro per stabilire le misure dei lanci. Al torneo partecipano delle squadre di più giocatori, in cui ogni componente è chiamato a lanciare a turno il Panforte sul lato opposto del tavolo, cercando di arrivare il più vicino possibile al bordo. Similmente al gioco delle bocce, il valore più alto è attribuito al Panforte che si avvicina di più al bordo rispetto ai concorrenti; tuttavia, se il dolce cade oltre il bordo, il tiro è nullo. Il massimo obiettivo è fare una “capanna”, che accade quando il Panforte supera il bordo del tavolo, rimanendo in bilico senza cadere: tale distanza diventa la nuova misura da superare per aggiudicarsi il punto.

Alla fine del gioco, nella tradizione contadina, il Panforte veniva tagliato a spicchi e suddiviso tra i partecipanti, e il suo costo veniva pagato dalla squadra perdente. Si tratta quindi di un gioco perfetto per promuovere la socialità durante le fredde serate invernali, in cui viene utilizzato un dolce che diventa il premio stesso della contesa, che non ha bisogno di accessori complicati o di regolamenti difficili da imparare.

Proprio la semplicità ha favorito la diffusione del Gioco del Panforte a Siena e provincia, e in molte occasioni questa tradizione è sopravvissuta all’abbandono delle campagne. Nel corso degli ultimi anni è infatti diventato un appuntamento abituale a Pienza e in Val d’Orcia, assieme alla tradizione del “Gioco del Cacio al Fuso”

A Torrita di Siena la tradizione è stata ripresa dalla Contrada di Porta Gavina, che porterà il Gioco del Panforte nel centro storico della cittadina dal 12 al 16 dicembre 2018. Il torneo prevede la partecipazione di 32 squadre, formate da cinque lanciatori e una riserva; i gironi eliminatori si terranno da mercoledì al sabato a partire dalle ore 20:30, mentre domenica pomeriggio si svolgeranno le fasi finali dalle 15:00 in poi. I vincitori porteranno a casa i panforti e altri prodotti tipici locali.

L’idea di recuperare il gioco popolare partì nel 2007, da un’idea di alcuni contradaioli durante le veglie invernali: l’impegno a valorizzare le tradizioni locali ha portato la contrada di Porta Gavina a organizzare il torneo, giunto quest’anno alla 12esima edizione. Il Gioco del Panforte si tiene in Piazza Matteotti, nei locali della Fondazione Torrita Cultura, accompagnato da dolci fatti in casa e vin brulé, in una calda atmosfera di festa che vuole richiamare le veglie contadine.

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Racconti di veglia: Halloween e la Morte Secca

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Stanotte non affacciarti alla finestra, perché c’è la processione dei morti e loro ti potrebbero portare via” Questo era…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Stanotte non affacciarti alla finestra, perché c’è la processione dei morti e loro ti potrebbero portare via”

Questo era il monito che le nonne chianine, ma non solo, davano ai nipoti durante le notti dal  31 Ottobre al 2 Novembre, notti in cui secondo la tradizione le anime dei morti tornano sulla terra, una credenza che si trova anche alla base della festa di Halloween. Sono questi i giorni in cui si legano diverse festività e tradizioni, legate da alcuni interessanti fili conduttori: la notte di Halloween del 31 Ottobre, la festa di Ognissanti del 1 Novembre e la Commemorazione dei Defunti del 2 Novembre.

Nella tradizione cristiana più antica, alla vigilia di Ognissanti le anime dei defunti venivano liberate dal purgatorio per 48 ore, per rigenerare il ciclo della vita. Assistere alla processione dei morti che si tiene nelle notti di Halloween è un presagio infausto, perché i mondi dei vivi e dei morti non devono entrare in contatto diretto, altrimenti si correrebbe un grave pericolo. La processione delle anime del purgatorio poteva essere sentita e vista solo da chi non ricordava che giorno fosse e non avesse commemorato i propri defunti. La leggenda parla chiaro: i morti condannati all’oblio dai parenti ingrati, si sarebbero vendicati e li avrebbero portati con loro ed è per questo motivo che fuori dalle case veniva lasciato cibo e vino in loro onore.

Sempre per questo motivo il giorno dei morti nella tradizione cristiana, il 2 Novembre, è il giorno consacrato alla preghiera per le anime del purgatorio. Ognissanti e il giorno dei morti vengono celebrati all’incirca dal III secolo e furono introdotti ufficialmente nel calendario cristiano nel VII secolo; tuttavia, le credenze relative alla notte di Halloween e alle festività per celebrare i defunti sono ancora più antiche e ampiamente diffuse.

Testimonianze e Diffusione

L’usanza di Halloween è legata alla famosa leggenda dell’irlandese Jack, un fabbro astuto, avaro e ubriacone, che per tutta la sua vita ingannò il diavolo per salvarsi l’anima. Ottenne addirittura la promessa di non essere mai accettato all’Inferno, ma, al momento della morte, per via della sua vita piena di peccati, non venne neppure fatto entrare in Paradiso. La vendetta del diavolo fu quella di lasciarlo vagare come anima tormentata, gettandogli un tizzone ardente contro il freddo, che Jack mise all’interno di una rapa per scaldarsi. Da quel momento Jack viene rappresentato con una zucca su cui viene intagliata una faccia, chiamata “Jack -o’-lantern”.

L’usanza di intagliare le zucche in questa maniera, diventata uno dei simboli della festa di Halloween, è in realtà molto antica e ben radicata in molte zone. La rapa è stata usata come una lanterna per ricordare le anime bloccate nel Purgatorio, come nella storia di Jack, sia in Irlanda che in Scozia, per poi essere sostituita da una zucca dopo l’immigrazione in Nord America.  La festa americana infatti altro non è se non la riproposizione, rivista e corretta, della festa celtica che veniva celebrata il 31 ottobre, capodanno celtico e termine di passaggio dalla stagione estiva a quella invernale.

La zucca è ben presente nella cultura contadina della Toscana, infatti per molto tempo nelle nostre campagne si è tramandata l’usanza di intagliare questi ortaggi per creare delle facce grottesche mediante il gioco dello “Zozzo” o della “Morte Secca”.  Nel periodo compreso tra agosto e ottobre (più frequentemente d’estate) si svuotava una zucca, le si intagliavano delle aperture a forma di occhi, naso e bocca; all’interno si inseriva poi una candela accesa. La zucca veniva posta fuori casa, nell’orto, in giardino ma più spesso su un muretto, dopo il tramonto; per simulare un vestito le si applicavano degli stracci o addirittura un abito vero e proprio. In questo modo avrebbe avuto le sembianze di un mostro provocando un gran spavento nella vittima dello scherzo, in genere uno dei bambini, mandato fuori casa con la scusa di andare a prendere qualcosa.

Questo inquietante personaggio veniva popolarmente soprannominato “Morte Secca”, diventando a tutti gli effetti una versione toscana della leggenda di Jack-o’-lantern. Nonostante le sue raccapriccianti sembianze, questo fantoccio possedeva una funzione positiva e bene augurante: serviva ad allontanare le paure, a divertire i bambini che di notte lo portavano in giro cantando filastrocche e a tenere lontani malefici e spiriti maligni. In questo senso può anche ricordare un’altra tradizione locale, quella del befano, che veniva utilizzato per le burle nel periodo dell’Epifania.

La Morte Secca veniva usata anche per festeggiare la nostra versione di Halloween, attraverso un rituale che si svolgeva alla vigilia di Ognissanti. Si prendeva una zucca (o in alternativa una rapa), si estraeva la polpa con un cucchiaio e le si intagliavano i denti e gli occhi; quindi vi si accendeva all’interno una grande candela arancione o dorata a base larga, poggiata su un piatto, e la si lasciava bruciare fino all’alba. Questo rituale serviva per assicurare buona fortuna alla famiglia per tutto l’anno, in quanto la Morte Secca veniva messa fuori dalle finestre o dalle porte con l’intento di spaventare gli spiriti cattivi.
La Morte Secca toscana non è l’unica versione locale di Halloween: le usanze relative alla festa dei morti sono presenti in molte regioni d’Italia. In Piemonte e in Val d’Aosta, ad esempio, veniva presentata una sontuosa tavola per far cenare i defunti: i partecipanti facevano visita al cimitero per lasciare posto ai morti risorti tornati in visita nelle rispettive abitazioni. Sempre in Piemonte si aggiungeva un piatto a tavola, destinato al defunto che veniva a far visita ai vivi nella notte tra l’1 e il 2 Novembre. In alcuni paesi della Lombardia, invece, durante quella notte si lasciava sul davanzale una zucca riempita di vino. Nelle campagne di Cremona ci si alzava presto e si riassettavano i letti, in modo da far riposare le anime dei defunti su di essi.

In Friuli e Veneto era diffusa la tradizione di intagliare zucche con fattezze di teschio, e la credenza che nella notte dei morti questi potessero uscire dalle tombe e muoversi in processione. In Abruzzo e in Calabria si decoravano le zucche e i ragazzi di paese bussavano, di casa in casa, chiedendo offerte per le anime dei morti (una tradizione che ricorda da vicino il “dolcetto o scherzetto” dell’attuale Halloween); similmente accadeva in Campania, dove si chiedeva la questua in giro, con una cassetta di cartone a forma di bara. In Molise e in Puglia era usanza diffusa quella di lasciare delle porzioni a fine di una grande cena, fuori dalle porte o dalle finestre, per le anime che sarebbero venute in visita.

In Puglia nella notte tra l’1 e il 2 Novembre si celebra la notte del “Fucacost”, in cui vengono accesi dei falò davanti a ogni casa per illuminare la strada ai defunti; sulla brace viene poi cucinata la carne che viene mangiata in strada con i passanti. Anche in Sardegna era diffusa l’usanza di cenare a casa con la famiglia durante la notte dei morti; a fine pasto, però, non si sparecchiava, ma si lasciava tutto intatto per gli spiriti dei defunti che sarebbero tornati a visitare la casa. Anche in questo caso i bambini erano soliti andare in giro per il paese a bussare alle porte, ricevendo in cambio dolcetti, frutta secca e denaro, imitando i morti in visita alle case.

Per finire, in Sicilia si è tramandata una versione particolare, chiamata “Fiera dei Morti”, in cui tutti i bambini ricevono dei doni durante la mattina del 2 Novembre, a patto però che si sveglino all’alba e che siano capaci di scovare il loro nascondiglio.

Caratteristiche ed Analisi

Questa carrellata di usanze locali ci permettono di notare dei tratti distintivi che accomunano le varie regioni d’Italia e che ci consentono di trovare relazioni con l’attuale festa di Halloween, dalla Morte Secca fino alla processione dei morti. Innanzitutto, alla base delle diverse festività contenute tra il 31 Ottobre e il 2 Novembre c’è la necessità di celebrare i propri defunti.

La stessa tipologia del nome “Halloween” deriva da “All Hallows’ Eve”, ovvero la “Notte di tutti gli spiriti sacri” che è la vigilia di Ognissanti. Per quanto l’attuale festa sia stata resa famosa in tutto il mondo dalla cultura statunitense, in realtà le sue radici risalgono alle tradizioni europee e le diverse forme locali dimostrano una vasta diffusione anche nelle regioni italiane. Alla base di questa credenza c’è il rapporto tra la vita e la morte, soprattutto in un periodo come quello di metà autunno in cui, secondo i riti agresti della civiltà contadina, i campi vanno a riposarsi in attesa della rinascita primaverile. L’11 novembre, il giorno di San Martino, finiva l’annata agraria e festeggiando Halloween si ricordava anche questo evento: da quel momento in poi, contavano solo i semi che riposavano sotto la terra dei campi arati. La credenza che i morti possano tornare in vita è ampiamente diffusa, e la notte di Halloween è tradizionalmente quella in cui i defunti (sotto forma di spiriti o di creature in carne ed ossa) possono tornare in vita.

Tale evento è vissuto tendenzialmente come nefasto, perché altera il normale svolgimento delle cose (a differenza delle messi che tornano in vita, le persone rimangono morte), ma è ricorrente l’idea che i vivi debbano mostrare timore nei confronti dei morti, o perlomeno rispetto e commemorazione. In molti dei casi sopra citati la tradizione prevede l’allestimento di pasti o cene dedicate ai morti, la sistemazione di letti o di percorsi per facilitare loro la via: i morti non devono quindi essere scacciati ma rispettati, per evitare di ricevere maledizioni.

Altro tipico rituale della festa di Halloween è il legame con i dolci. I bambini che effettuano i riti di questua, imitando la processione dei morti, chiedono dei dolciumi agli abitanti per evitare degli “scherzetti”. Le feste dei morti sono caratterizzate da dolci tipici, che di solito contengono ingredienti semplici come farina, uovo e zucchero; spesso sono presenti mandorle, cioccolato, marmellata o frutta candita. Dolci tipici sono il “Pan coi Santi“, le “Ossa dei Morti” (a Montalcino sono dei biscotti rotondi di farina, zucchero, chiara d’uovo e mandorle, che devono risultare rigorosamente bianchi d’aspetto) oppure le “Fave dei Morti” (biscotti di forma ovale con farina di mandorle, pinoli, albume d’uovo, zucchero e buccia di limone).

Anche l’usanza di mascherarsi nel giorno di Halloween è messa in relazione alla credenza che i defunti possano risorgere per insidiare i vivi. Le persone erano solite indossare maschere e travestimenti, specialmente chi tornava a casa dopo una giornata di lavoro, per evitare di essere riconosciuti e rapiti dagli spiriti maligni; i volti erano anneriti con la fuliggine e i vestiti indossati alla rovescia, per sfuggire agli scherzi di streghe, fate e folletti. Tuttora ci si traveste la notte di Halloween, quando si crede che i confini tra la vita e la morte siano più flebili, per evitare che gli spiriti dei defunti ci riconoscano tra i viventi e che possano nuocerci in qualche modo.
In un contesto del genere è facile capire perché la notte dei morti sia anche considerata una delle più favorevoli per le divinazioni, in quanto l’energia magica e la presenza di spiriti è fortissima. A tal proposito abbiamo trovato molte usanze divinatorie riguardanti l’amore, ma quella che ci sembra più simpatica da narrare è la divinazione dell’aringa. Si dice che se una giovane o un giovane, prima di andare a dormire la notte di Halloween, mangia un’aringa salata cruda o arrostita, il futuro marito o la futura moglie, apparirà in sogno portando da bere per calmare la sete del sognatore. Se qualche lettore o lettrice volesse provare, saremo ben lieti di confermare o meno la verità della predetta diceria.

Influenze nella cultura Pop

Nella tradizione odierna Halloween si ritrova ovunque, dal famosissimo “Nightmare Before Christmas” di Tim Burton (che mette in luce la continuità tra la festa dei morti e la tradizione del Natale) al più recente “Coco” della Disney, ambientato nella tradizione messicana del “Dias de los Muertos”.

La saga cinematografica più famosa è appunto “Halloween”, composta per adesso da 11 film, tutti ambientati nella notte di Halloween, con un unico capitolo senza il serial killer Michael Myers. La lista sarebbe infinita, da “La leggenda di Sleepy Hollow”, a “Piccoli Brividi“, tutti trattano il tema specifico, ma comunque ci sentiamo di consigliare “I Tre Volti della paura”, episodio “La Goccia”: il film in originale si chiama Black Sabbath e ha ispirato il nome della famosa band di Ozzy Osbourne.

Non solo Black Sabbath: anche il gruppo power metal “Helloween” di Amburgo trae il suo nome da questa festa. Secondo l’ex chitarrista Kai Hansen, il nome fu proposto dal bassista Markus Großkopf la sera di Halloween del 1984, giocando sull’assonanza con Hellish Music che i giovani si proponevano di fare. Il gruppo sfruttò questa assonanza: Hansen scrisse una suite di oltre 13 minuti intitolata Halloween, contenuta nel loro secondo album in studio, “Keeper of the Seven Keys Part I”, mentre il loro EP di esordio (Helloween) era introdotto da una breve successione di melodie registrate da una radio, tra cui “Happy Happy Halloween”, sull’aria di “London bridge is falling down”. Jack’o’lantern è una figura ricorrente in tutte le loro copertine (la stessa “o” di Helloween è rappresentata come una zucca maligna).

Nella letteratura oltre i migliaia di libri horror nati come “Penny Dreadful”, ovvero le pubblicazioni periodiche sensazionalistiche che raccontavano storie crude e gotiche, citiamo uno splendido Robert Burns, che, nel poemetto propriamente intitolato “Halloween” (1785), racconta e celebra l’apoteosi della superstizione celtica.

Conclusioni

Oggi Halloween è diventata una festa puramente commerciale, con maschere di plastica, cappelli neri e generici richiami ai mostri e alle storie del terrore. Anche da noi i bambini vanno in giro per le case a recitare la famosa frase “Dolcetto o scherzetto”, la versione italiana del “Trick or treat” anglo-americano. Come accaduto per altre feste del calendario, si rischia di dimenticare la reale antichità di queste tradizioni e di come siano legate strettamente al nostro passato.

Nonostante l’eccessiva banalizzazione commerciale, Halloween è e rimarrà sempre una festa magica, un’occasione per tutta la famiglia di stare insieme e preparare le vecchie ricette di un’amatissima nonna deceduta, raccontare le vecchie leggende di famiglia, gli aneddoti divertenti, condividere le storie di fantasmi: quella della nonna che vide il fratello soldato apparire alla finestra la notte in cui fu ucciso in guerra, quella del patriarca familiare che torna dall’aldilà per spiare nella culla i nuovi arrivati della famiglia, oppure risentire, durante le nozze del nipote preferito, l’odore di tabacco che fumava il nonno morto anni prima. Se durante i giorni delle festività dei morti, oppure in un anniversario di famiglia, abbiamo la fortuna di di sentire o vedere una persona cara, non dovremmo essere spaventati, ma dovremmo essere felici di tale tangibile prova che l’amore sopravvive alla morte.


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Racconti di veglia: il Gatto Mammone

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Ninna nanna, ninna oh, questo bimbo a chi lo do? Lo darò al gatto mammone che lo mangia in…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Ninna nanna, ninna oh,
questo bimbo a chi lo do?

Lo darò al gatto mammone
che lo mangia in un boccone.”

Questa ninna nanna è una delle innumerevoli versioni che ci venivano cantate, con la speranza di farci addormentare, ma con il timore di ottenere l’effetto opposto, come accadeva anche per la Marroca. Questa volta però parliamo di una creatura fantastica più facile da identificare e di più ampia diffusione: il Gatto Mammone (oppure, nella versione femminile, la Gatta Mammona).

Testimonianze e diffusione

Chiamato anche Re Dei Gatti, il Gatto Mammone è una creatura magica della tradizione popolare conosciuta in molte regioni italiane, il cui aspetto assomiglia a un enorme gatto dai connotati terrificanti. Un grande felino che spaventa le mandrie al pascolo, predatore malefico di bambini, il cui nome si riferisce chiaramente a “Mammona”, un demone originario delle civiltà mesopotamiche. Viene generalmente descritto come un gatto completamente nero, ma a volte è caratterizzato dalla presenza di una “emme” bianca sul muso.

Anche se viene inteso come una creatura malvagia, in alcuni racconti il Gatto Mammone viene invece descritto come uno spirito positivo, una sorta di famiglio protettore capace di resistere ai malefici e alle stregonerie: fin dall’antichità, infatti, il gatto è stato di sovente accomunato a credenze esoteriche, come se fosse capace di collegare il mondo dei vivi a quello dei morti, fedele compagno di maghi e fattucchiere.

Il Gatto Mammone non è comunque un semplice gatto, ma presenta elementi magici molto marcati. È una creatura potente, presente nella tradizione fiabesca italiana, in cui viene evocato come monito per spaventare i bambini e per non farli allontanare dai luoghi considerati sicuri. Lo spauracchio è sempre il solito: se non ci si comporta bene saremo puniti da questa creatura. Compare spesso anche nella letteratura italiana (Il Milione di Marco Polo) e in quella tedesca (il Faust di Goethe), addirittura nelle leggende arturiane, come accompagnatore dei cavalieri della tavola rotonda.

In Valdichiana la credenza vede il Gatto Mammone come una creatura incline a vivere nei luoghi bui e isolati,cercando soprattutto bambini cattivi da mettere sotto i denti. Veniva usato anche come spauracchio per non far avvicinare troppi i bimbi piccoli ai gatti randagi per paura di un comportamento sbagliato e il rischio di graffi: “Lascia stare i gatti che sono del Gatto Mammone”.

La presenza di questo animale fantastico nella tradizione popolare è ben documentata anche in Sardegna: per esempio, in provincia di Nuoro, viene chiamato Maimòne e utilizzato come fantoccio per simboleggiare il Carnevale, un gigantesco gatto malevolo che punisce chi non rispetta la sacralità dei giorni di festa. Oppure a Iglesias, dove la “Fontana su Maimoni” mette in relazione questa creatura alle divinità acquatiche ricorrenti in tutta l’isola.

Alla figura del Gatto Mammone fanno riferimento anche le testimonianze in provincia di Belluno, che parlano di un mostruoso felino che era solito spaventare le mucche al pascolo. A tal proposito lo scrittore Dino Buzzati scrisse un commento divertito, ritenendo i racconti frutto di fantasia:

«Ancora nel 1968 venne comunicata ai giornali la fuggevole comparsa, in quel di Cesio Maggiore (Belluno) del Gatto Mammone, che si limitò a spaventare un gruppo di mucche al pascolo. Ma la più parte dei naturalisti è incline a ritenerlo una pura fantasia. Dobbiamo dunque pensare che la signora Serafina Dal Pont sia rimasta vittima di un’allucinazione? Già molto avanti in età, diciamo pure oltre i novanta, siamo riusciti a rintracciarla, nella fattoria di Faverga che da secoli appartiene alla famiglia. La sordità ha reso piuttosto precario il colloquio; tuttavia mi è parso di capire che Dal Pont ribadisce con fermezza, quasi con rabbia, la verità dell’incidente, che avrebbe potuto avere tragiche conseguenze. A sentir lei, Santa Rita sarebbe comparsa sotto forma di un grossissimo topo il quale distrasse l’attenzione del mostro che si mise a inseguirlo attraverso la campagna, sottraendosi ben presto alla vista.»

Oltre alla tipica forma del felino, questa creatura potrebbe comparire anche con la forma di una scimmia. In Puglia, infatti, il termine “Mamone” o “Mamàun”, oltre a essere utilizzato come aggettivo per i bambini monelli, viene usato anche con il significato di buon auspicio e soprattutto di scimmia, mandrillo o babbuino. Nell’antichità il termine Mammona si riferiva a un tipo di scimmia chiamato Papio Maimon, antenato del babbuino, come indicato dal dizionario “Milanese Italiano” di Francesco Cherubini del 1841.

Mammone: gatto o scimmia?

Infine, un ulteriore elemento rende ancora più misteriosa e affascinante la figura del Gatto Mammone, ovvero la possibilità di assumere forma umana. Alla fine del XVIII secolo le imprese del bandito Gaetano Coletta nel regno borbonico furono talmente sanguinare da valergli il soprannome di Mammone, tanto che alcuni lo consideravano come l’impersonificazione stessa del mostro.

Caratteristiche e analisi

Il Gatto Mammone non è semplicemente un gatto, che come abbiamo già detto è una creatura presente fin dal culto egizio nelle credenze esoteriche legate all’aldilà. Questa creatura è fortemente legata a Mammone, che non significa “eccessivamente attaccato alla mamma”, ma ha invece oscuri significati legati alle credenze demoniache.

« Non potete servire a Dio e a Mammona»
(Gesù, in Mt 6,24 e nel Lc 16,13)

Il termine deriva probabilmente dalla lingua aramaica ed è presente fin dai tempi delle culture mesopotamiche come demonio dai tratti negativi. Con l’avvento del cristianesimo il termine è andato a identificare un attributo del Demonio, come accaduto per altre divinità pagane, e nello specifico come demone della ricchezza e dell’avarizia; viene riferito nel Nuovo Testamento per indicare il profitto materiale, l’accumulo in maniera disonesta di ricchezze e lo spreco in lussi inutili.

La presenza della lettera “emme” sulla fronte del Gatto Mammone ha molti significati, che si riferiscono alla natura magica di questa creatura. In alcune leggende legate al Natale, questo marchio deriverebbe dall’aiuto offerto da un micio nel riscaldare Gesù bambino mentre si trovava nella mangiatoia: Maria avrebbe premiato e ringraziato il gatto lasciando come marchio sulla sua fronte l’iniziale del proprio nome.

Un’altra storia dal mondo islamico racconta che Maometto aveva un gatto di nome Muezza. Il gatto una volta gli salvò la vita, ferendo un serpente che voleva attaccarlo. La lettera sulla fronte servirebbe quindi a ricordare che Maometto amava i gatti e che questi animali dovrebbero sempre essere rispettati. I cabalisti ebraici riconosco in questo simbolo una delle “lettere madri”, manifestazione cosmica, simbolo di disincarnazione materiale, di distacco dal tutto ciò che è corruttibile, e dalla morte mistica.

Un ulteriore elemento dalla tradizione orientale è quello di riferire la lettera come iniziale di “Majin”, una parola giapponese composta da due kanji, di cui il primo, “Ma” significa “demone”, e il secondo, “Jin”, significa “dio”. La parola “Majin” quindi può significare “dio-demonio” o anche “dio malvagio” ma spesso in giapponese, una parola composta da due kanji dal significato diametralmente opposto, può voler indicare la duplicità dei significati per il medesimo soggetto. Nel caso in esame si può dire che il termine “Majin” voglia dire “un dio E un demonio” oppure “un dio O un demonio” ed è proprio questa l’accezione più corretta per il nome di questa entità, che può creare e distruggere la fortuna di un individuo.

Il Gatto Mammone sembra quindi, a tutti gli effetti, un felino dagli immensi poteri magici che può compiere stregonerie nocive agli esseri umani, oppure proteggerli grazie alle sue conoscenze esoteriche. In questo senso la sua figura assomiglia molto a quella del Re dei Gatti, ampiamente presente nella tradizioni popolari europee e nella letteratura fiabesca arrivata fino ai giorni nostri (basti pensare al Gatto con gli Stivali). Oltre alla fiaba tramandata da Giovanni Francesco Straparola nel 1550 e successivamente da Perrault, il Re dei Gatti viene nominato nelle tante versioni di “Fiabe dei Gatti”, nella seconda metà del 1800, a partire da “La Bella Caterina” di Vittorio Imbriani, inserita nella raccolta dialettale “Sessanta novelle popolari montalesi” di Gherardo Nerucci, fino ad arrivare alla versione tradotta in italiano da Italo Calvino.

La dinamica di queste fiabe è sempre la stessa, come nella più famosa “Cenerentola”: madri e sorelle terribili vessano costantemente la bella e buona figlia minore, fino a che essa, per obbligo o fatalità, chiede aiuto al Palazzo delle Fate, abitato da dei gatti. La bella Caterina si ritrova ad aiutare i felini nelle varie faccende, senza che le fosse richiesto, finché viene portata di fronte al Re dei Gatti, che le dona ricchezza in cambio dell’aiuto ricevuto. A quel punto la sorella cattiva, gelosa di Caterina, si reca al Palazzo delle Fate a reclamare oro e ricchezze, offendendo e picchiando gli abitanti del palazzo, venendo quindi punita dal Re dei Gatti in maniera atroce per aver peccato di avarizia e cattiveria. In tutti questi casi, siamo di fronte a gatti con poteri magici capaci di cambiare la fortuna di coloro che li incontrano, portando ricchezze o salvezza ai meritevoli, punendo severamente chi non si è invece comportato bene.

Influenze nella cultura pop

Considerando tutti gli aspetti caratteristici del Gatto Mammone fin qui elencati, si può intuire la sua vastissima influenza nella cultura di massa, grazie alla già nutrita presenza nella tradizione fiabesca e letteraria europea. Oltre al già citato Gatto con gli Stivali, si possono notare molte caratteristiche in comune con lo StregattoGatto del Chesire – di Alice nel paese delle Meraviglie: una creatura allucinante e incomprensibile, capace di diventare invisibile.

Lo Stregatto – Chesire Cat

Altre somiglianze si possono notare con Tevildo, signore dei Gatti Mannari, raccontato da Tolkien nel mondo in cui è ambientato “Il Signore degli Anelli”:

« Tevildo era un gatto potente — il più potente di tutti — e posseduto da uno spirito malvagio, come dicono certuni, che stava costantemente al seguito di Melkor; tutti gli altri gatti erano suoi sudditi, e lui e i suoi soggetti erano i cacciatori e i procacciatori di carne per la tavola di Melko e i frequenti banchetti. Per questo ancora c’è odio fra gli Elfi e tutti i gatti, perfino oggi che Melkor non regna più e i suoi animali hanno ormai scarsa importanza. »

Particolarmente interessante è la presenza di gatti magici nella cultura giapponese dei manga e degli anime, soprattutto in quelli che attingono a piene mani dal folclore nipponico. Personaggi legati al Re dei Gatti o al Gatto Mammone possono essere trovati nei film dello studio Ghibli, nelle opere di Rumiko Takahashi (Lamù e Ranma) e soprattutto in Doraemon: questo iconico protagonista è infatti un gatto magico che aiuta un ragazzino umano, salvandolo dai pericoli con i suoi poteri.

Doraemon, Gatto Mammone del futuro

Infine, relativamente alla tradizione del marchio sulla fronte del Gatto Mammone, uno dei più famosi esempi è sicuramente quello di Dragon Ball. Majin Bu è uno degli antagonisti che sembra a tutti gli effetti una personificazione del Gatto Mammone: ha la lettera “emme” come simbolo, i suoi seguaci acquisiscono enormi poteri aggiuntivi grazie al marchio sulla fronte, il suo comportamento è un misto tra quello di un bambino goloso e quello di un felino, vede tutto come un gioco, è goloso e dormiglione.

Per finire, quindi, la figura del Gatto Mammone attraversa molti secoli di storia e diverse forme artistiche. Grazie ai suoi legami con la cultura esoterica ha interessato il paganesimo e il cristianesimo, le tradizioni popolari d’Italia e oltre. Una creatura magica che può diventare un potente alleato o un demone spietato, ma che cammina sempre accanto alla nostra storia, come cantavano Antonio Infantino e i Tarantolati di Tricarico.

 


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Racconti di veglia: il Serpecane di Montallese

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Aiuto! C’è un serpente con la testa di cane!” Questo fu il grido di un testimone che asserì di…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Aiuto! C’è un serpente con la testa di cane!”

Questo fu il grido di un testimone che asserì di essersi trovato davanti una creatura che sembrava frutto della più fervida immaginazione: un serpente con la testa di cane, chiamato anche “Serpecane”, il cui avvistamento apparve sui giornali di tutta Italia circa 40 anni fa.

Immaginate la scena: siamo nel 1980, in una calda estate all’interno di un bar di Montallese, piccola frazione del comune di Chiusi. Nel bar ci sono avventori di ogni età che giocano a carte, bevono e si raccontano storie, delle orecchie attente, che non si lasciano sfuggire nulla.

Un personaggio molto conosciuto in paese entra e grida a tutti il singolare avvistamento del Serpecane. Cala il silenzio, tutti si fermano, nessuno prova a schernirlo, sapendo che provarci potrebbe essere pericoloso, in quanto molto irascibile, ma restio ad inventare menzogne per mettersi in mostra.

Che cos’era questa bestia?

Testimonianze e diffusione

Per comprendere pienamente le leggende che ruotano attorno al Serpecane dobbiamo fare un passo indietro di circa tre anni, sempre nella zona di Montallese, frazione chiusina situata al confine col comune di Montepulciano e quello di Chianciano. In quel periodo iniziarono a essere denunciate diverse sparizioni di animali di varie taglie, mentre tra i contadini, al ritorno dai campi all’imbrunire, circolavano diverse notizie di avvistamenti di “Saettoni” (una tipologia di serpente chiamata anche Colubro di Esculapio) un po’ troppo grandi rispetto al normale. Forse si trattava dello stesso serpente, forse più di uno, avvistato una volta calante da un albero in un orto di un contadino, l’altra davanti alla finestra di casa della proprietaria del negozio di alimentari.

Le descrizioni relative a questo animale passavano di bocca in bocca: “È lungo 4-5 metri” oppure “Ha la testa che sembra quella di un cane”. La diceria iniziava quindi a circolare, insieme a un orario ricorrente, che coincideva sempre con l’inizio dell’imbrunire. A questi avvistamenti si accostavano poi inquietanti sparizioni di galline dai pollai e animali dagli allevamenti, tra l’ilarità degli scettici e la fobia dei previdenti che iniziarono a rientrare la sera presto per cercare sicurezza tra le mura domestiche.

Torniamo all’estate del 1980, quando entrò nel bar di Montallese un operaio, che lavorava presso il cantiere dei viadotti della ferrovia “direttissima” che avrebbe collegato la Valdichiana con Firenze. Entrando affannato gridò a tutti l’allarme: stavolta non sembrava soltanto un grosso serpente, ma la testa era proprio quella di un cane.  “Ho visto un serpente con la testa di cane!”, continuò a raccontare, esortando gli altri ad ascoltarlo, mentre un forestiero al telefono smise di prestare attenzione al suo interlocutore per sentire meglio ciò che stava succedendo all’interno del bar, appena carpite le informazioni necessarie riagganciò e si allontanò velocemente cercando di non farsi notare.

Il caso volle che iniziarono ad uscire una serie di articoli su molti giornali, tra cui “La Nazione” e “Cronaca Vera” nei quali si gridava l’allarme per la mostruosa creatura che già veniva soprannominata “Serpecane”, che svuotava i pollai e terrorizzava gli abitanti di Montallese.

 

(ritagli di giornali d’epoca: “La Nazione” e “Cronaca Vera”)

In un baleno la piccola frazione si trovò piena di curiosi, cronisti, cacciatori e studiosi, con domande di ogni tipo, tra cui la più classica “Scusi per Montallese?” che veniva posta dai forestieri ai passanti delle zone limitrofe.

Si narra di battute di caccia con reti e trappole, al fine di catturare la creatura e rivenderla a un circo, di gruppi di ricerca organizzati, di reportage giornalistici. Addirittura le nostre fonti ci dicono che fino alle spiagge siciliane veniva posta la domanda agli abitanti di Montallese: “Ma il Serpecane?”

Si arrivò addirittura a dedicargli il carnevale del 1981 con un carro allegorico su cui era posizionato un enorme serpente con una testa di cane. Ecco il video di Mauro Bischeri che ben racconta quel periodo:

Caratteristiche e analisi

Nessuno ha mai trovato il Serpecane, né scoperto la sua origine, pertanto la sua leggenda si limita agli avvistamenti degli abitanti di Montallese e alle supposizioni. Nel corso degli anni si sono avvicendate numerose ipotesi per cercare di dare una spiegazione agli eventi di quegli anni, che spaziano dai tentativi di comprensione più realistici ai legami con le tradizioni mitologiche o fantastiche.

Le ipotesi più accreditate furono che la creatura fosse un pitone o un’anaconda, scappato da un treno durante un trasporto di animali esotici destinati ai parchi, oppure un acquisto incauto di qualcuno che avrebbe voluto utilizzarlo come animale da compagnia.  Un’altra possibilità è che si trattasse di uno scherzo, un carnevalata organizzata da un gruppo di giovani del posto, o magari una diceria che è leggermente sfuggita di mano, fino a trasformarsi in una sorta di abbaglio collettivo.

Un’ altra leggenda locale che potrebbe essere affiancata a quella del Serpecane è quella della “Nessie” del Lago di Chiusi, secondo la quale un grande animale acquatico dalla corporatura sinuosa dovrebbe abitare il fondo del chiaro, e che potrebbe trattarsi dello stesso animale avvistato nelle campagne. Quale che sia la vera origine di questa storia, rimane il fatto che sia nato un vero e proprio racconto che i cittadini di Montallese e dintorni tuttora tramandano, e che potrebbe portare a nuovi dettagli o avvistamenti.

Anche se il Serpecane è una leggenda tipicamente confinata a Montallese, ci sono molte somiglianze con la tradizione del Serpe Regolo che interessa gran parte dell’Italia Centrale. Si tratta di un grosso serpente, dalla testa grande come quella di un bambino, che vive per le macchie, i campi e gli orridi dei monti. Può essere rappresentato come un grosso rettile con squame luminose e ali, oppure come una vipera troppo cresciuta, oppure ancora come un serpente a due teste. In Toscana la tradizione vuole che il Serpe Regolo venga creato da una vipera tagliata a metà, che invece di morire cresce a dismisura e comincia a perseguitare tutti i malcapitati per vendetta. Il suo nome rimanda al significato di “Piccolo re”, un chiaro collegamento con il Basilisco, il leggendario serpente in grado di pietrificare o uccidere con lo sguardo.

Le somiglianze tra il Serpecane e il Serpe Regolo o il Basilisco sembrano indicare, più in generale, le tipiche paure dei mostri che insidiano la vita rurale e gli abitanti delle campagne. Si tratta di serpenti che assalgono le vittime ignare e che rappresentano l’ignoto della natura selvaggia, non ancora assoggettata alla cultura umana e ai modelli di agricoltura e allevamento. Tali serpenti sono una costante minaccia per le greggi e per i pollai, per le campagne in cui gli uomini hanno costruito la loro civiltà: sono caratterizzati da un temperamento selvatico e ostile, da una grande pericolosità e da un aspetto mostruoso, fuori dal comune. Oltre a rappresentare una minaccia per chi viaggia in campagna da solo, raffigurano anche la parte più inospitale e selvaggia della natura che ci circonda e che la civiltà umana non potrà mai completamente assoggettare.

 

Influenze nella cultura pop

Il Serpecane è diffuso soltanto a Montallese, ma il Basilisco e il Serpe Regolo hanno una vasta presenza nella cultura pop, in virtù della loro grande diffusione. Per esempio, la canzone dei “Ratti della Sabina” riprende la leggenda popolare del Serpente Regolo e le paure collegate alla vita in campagna.

“Dicunu li vecchi de paese
che se taji un serpe llà ‘nnu mezzu,
quillu, mica more ma renasce
più cattivu de la peste,
più ‘gnorante de unu che lavora in un ufficiu pubblicu
e più furbu de nà vorbe e d’un fainu missi ‘nsieme,
te ssé recorda e ssé tt’encontra
poi di pure che ppe tte é arrivata
in quillu momentu l’ora tea.
Stete sempre all’erta
quannu annate p’à campagna
perchè s’ensinua in ogni buciu
a covà l’odio versu l’omini
e quannu scappa fori
ce tè l’occhi come a brace,
è tuttu niru come a pece
e se llù chiami pé nome se ‘ncazza veramente
e te perseguiterà pé sempre,
finu a che nun diventi mattu de capoccia
‘nsieme a tutti quanti i parenti tei.
Tant’è viru che qunn’unu é tantu stranu,
oppure é d’animu cattivu cò a ‘gnoranza che s’uncolla,
ce sta usanza, là ppé parti mei, de chiede a li cristiani
se per casu un giorno da monelli j’esse mica, tante vote, moccecatu u “Regu”.
Oddio! L’ho numinatu, mò che mme succederà?
Lu nome seu nun toccherebbe pronunciallu mai.
Mò spero, solamente, che la sorte sia clemente.
Nnù frattempu cantemo e ballemoce senza pensacce à tarantella,
à tarantella dù serpente.”

Per quanto riguarda i riferimenti cinematografici, la forma del Serpecane non è poi così tanto spaventosa se pensate che potrebbe ricordare molto Fùcur, nei film Falkor, della saga “La Storia infinita”, anzi, fa venire voglia di saltargli in groppa e volare via

Le paure di un serpente più grande del comune, capace di inghiottire vive le persone in ambienti selvatici e ostili, è ben rappresentata dal film “Anaconda”. Una rappresentazione meno realistica e più fantastica, invece, può essere trovata nei tanti riferimenti legati alla figura del Basilisco, ben esemplificati dal film “Harry Potter e la camera dei segreti”

 

(Si ringraziano per l’aiuto e le fonti storiche, immagini, video : Stefano Bistarini e Mauro Bischeri)


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Racconti di veglia: la Marroca

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “E ora a letto senza fare le bizze, altrimenti arriva la strega Marroca e ti porta via” Questo era…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“E ora a letto senza fare le bizze, altrimenti arriva la strega Marroca e ti porta via”

Questo era il monito che molti di noi in Valdichiana hanno sentito, da piccoli, dai nostri genitori o dai nostri nonni, dopo una marachella oppure se testardamente ci rifiutavamo di andare a dormire, sperando di convincerci quando invece un brivido ci correva lungo la schiena. Ma che cos’era questa Marroca di cui abbiamo tanto sentito parlare?

La Marroca è una figura fantastica, un mostro che assume l’aspetto di una grossa biscia o di un grosso lumacone, che vive nei luoghi oscuri dove ristagna l’acqua, nelle fogne e negli acquitrini. Si tratta di un essere ripugnante e pauroso, che fa sentire la sua voce nel gorgoglio del mulinello e che può usare le dita o i tentacoli per catturare le vittime e trascinarle nella sua tana.

Testimonianze e diffusione

La figura della Marroca assume diverse connotazioni a seconda dei territori da cui provengono le testimonianze. I racconti attorno a questo mostro sono particolarmente diffusi nelle campagne chianine, specialmente a Montepulciano e dintorni. Proprio in tale contesto la credenza popolare vede la Marroca come un mostro che può abitare sotto terra, nelle buche o nelle grotte, specialmente se ricoperte di melma o acquitrini: si trova particolarmente a proprio agio nelle fogne, nelle gore e nelle pozze vicino alle stalle. Il caratteristico rumore prodotto dalla Marroca è quello del gorgoglio del mulinello, simile a quello dell’acqua che scende dal lavandino. Ama uscire di notte, quando gli acquitrini sono più pericolosi, e utilizza le sue lunghe dita che sembrano tentacoli, per strisciare lungo il terreno e avvinghiare le prede, portandole in acqua e divorandole.

Di Marroca si parla anche nel viterbese, non molto distante dalla Valdichiana. Anche in questa zona il mostro abita in pozze d’acqua stagnanti, ma il suo aspetto è più simile a una piovra che a quello di un lumacone. Può anche abitare in fondo ai pozzi, e ha la capacità di rendere l’acqua stregata: non soltanto può divorare i malcapitati che finiscono in fondo, per succhiare il loro sangue, ma l’acqua del pozzo è velenosa per chi la beve. I suoi poteri sono ben riassunti dalla canzone dei Razzaparte attraverso il dialetto di Montefiascone:

Si ttu tt’appròme al pózzo, mòca mòca / Te sènte tutt’a m bòtto tirà jjó / Jjó ddrénto sta dde casa la Marròca / Ch’adè nnemica dell’amór. // E ppàssejje lontano mal pózzo traditóre / Si ttu adae fortuna, fortuna coll’amóre / Quell’acqua ammarrocata béella nun ze pò / Perché adè la Marròca, nemica dell’amór. // T’anguanta pe le ciucce la Marròca / Te fa ccapofìccà pòe pell’ignó / Te suga l zangue ché mma llièe ll’anfòca / Perché adè l zangue dell’amór.

Se t’avvicini tranquillamente al pozzo / All’improvviso ti senti tirar giù / Là dentro vive la Marroca / Che è nemica dell’amore. // E stai alla larga dal pozzo traditore / Se hai fortuna in amore / Quell’acqua “marrocata” non si può bere / Perché è la Marroca, nemica dell’amore. // T’afferra per le crocchie, la Marroca / Poi ti capovolge a testa in giù / Ti succhia il sangue perché la infuoca / Perché è il sangue dell’amore.

La Marroca della Tuscia ha quindi molte somiglianze con l’Occhiomalo, una creatura delle leggende della maremma toscana e diffusa in tutto il grossetano: un mostro che vive in fondo ai pozzi e che porta i malcapitati ad annegare. Se si guarda con troppa insistenza in fondo al pozzo, infatti, si potrebbe veder aprire lentamente un grande occhio verde, che ha la capacità di ammaliare le persone che, incapaci di resistere a tale stregoneria, arrivano a buttarsi nel pozzo.

Una figura simile alla Marroca si può trovare anche in zone molto distanti dalla Valdichiana: in alcune zone della Sicilia, soprattutto nella provincia di Caltanissetta, è diffusa la credenza della Biddrina (o della Culobbia), che ha caratteristiche molto simili. Essa infatti vive nelle zone umide delle campagne siciliane, e assume la forme di un grosso e pericoloso rettile con una colorazione tra il verde e il blu, occhi rossi e una bocca talmente larga da inghiottire agnelli e bambini.

La Biddrina è in incrocio tra un serpente d’acqua, un idra e un coccodrillo, ed è lo spauracchio delle paludi, capace di incantare i passanti con lo sguardo e ammaliarli, portandoli nella sua tana per divorarli. Nel paese di Butera, per i festeggiamenti di Ferragosto, viene tuttora portato in giro per le strade il costume in cartapesta di “U Sirpintazzu”, per ricordare l’uccisione di una Biddrina che infestava la zona, mettendo a rischio la vita dei contadini e il lavoro nei campi.

Caratteristiche e analisi

La credenza relativa alla Marroca si riferisce principalmente alle campagne della Valdichiana e dintorni e rappresenta uno spauracchio, una figura negativa che veniva utilizzata principalmente per spaventare i bambini e tenerli alla larga dalle zone pericolose. Proprio in campagne come quella originate dalla bonifica, in cui è frequente la presenza di acquitrini e di pozze stagnanti, è alto il rischio di annegamento per chi non fa attenzione a dove mette i piedi, soprattutto di notte. Le caratteristiche della Marroca (l’aspetto simile agli animali che abitano le zone paludosi, il verso che ricorda il gorgoglio del mulinello, le dita che rappresentano la paura di rimanere avvinghiati) fanno pensare a una creatura nata appositamente per rispondere all’esigenza di tener lontani i bambini dagli acquitrini e dalle falde melmose.

In questo senso, la Marroca può essere intesa come un Babau: uno di quei mostri del folclore europeo che viene evocato per spaventare i bambini. Una sorta di “Uomo Nero” o di “Boogeyman” il cui scopo principale è quello di insegnare alle generazioni più giovani i giusti comportamenti e tenerli lontani dai pericoli dell’ambiente circostante.

Spostandoci nel viterbese, però, la Marroca non si limita a rendere pericolose le zone paludosi, ma assume anche delle caratteristiche simili a quelle delle streghe. Essa può essere rappresentata come una donna brutta e malvagia, oltre che un animale notturno simile a una piovra. La Marroca della Tuscia può ammaliare i malcapitati, attirarli con una malia (a differenza di quella chianina, che invece utilizza le dita o i tentacoli) per attirarli nella sua tana. Anche in questo senso possiamo ritrovare il tentativo di tenere i bambini lontani dai luoghi pericolosi, specialmente dai pozzi in cui si può cadere e annegare.

Le similitudini tra la Marroca e la Biddrina possono far pensare a un processo di diffusione della credenza popolare, magari attraverso forme migratorie successive alla bonifica della Valdichiana. Tuttavia, la tradizione dell’Occhiomalo e la versione viterbese rendono evidente il legame tra questo mostro e la necessità di salvaguardare i bambini dai pericoli delle campagne. Le paludi, le fogne e le grotte melmose, per quanto possano sembrare apparentemente innocue, nascondono invece grandi pericoli, soprattutto di notte. Si tratta di zone facilmente accessibili ai bambini, durante i loro giochi, perché attinenti alla vita contadina, ma a cui bisogna fare molta attenzione.

Influenze nella cultura pop

La fama della Marroca non si è particolarmente diffusa nella cultura di massa dopo l’abbandono delle campagne: con la fine della mezzadria che ha caratterizzato la Valdichiana, sono lentamente scomparsi anche quei mostri e quelle leggende che erano legati alla vita nei campi e alle paure dei bambini dell’epoca. Oggi si parla di Marroca principalmente nella sua accezione di strega, che porta via il bambino capriccioso o che non vuol dormire.

In questo senso, la Marroca può essere paragonata al mostro che attende di cibarsi dei bambini cattivi: una minaccia estrema, simile alla richiesta di Sarah (Jennyfer Connelly) al Re dei Goblin in “Labyrinth”, di portare via il fratellino perché non dormiva e faceva le bizze (nel suo caso, fortuna volle che il Re dei Goblin fosse David Bowie).

Tralasciando le caratteristiche che rimandano alle streghe e ai babau, la Marroca può essere accomunata alla più vasta credenza dei mostri che abitano le paludi, luoghi tipicamente considerati pericolosi e minacciosi. In tal caso, la produzione della cultura pop è più ampia e ci può portare a tanti riferimenti, tra cui “Swamp Thing” della DC comics, oppure “Il mostro della laguna nera”, film di fantascienza degli anni ’50 diventato un classico del settore.

 


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

 

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Vocabolario chianino: da Zaccherone a Zizzola

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di…

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di queste zone, per comprendere e tramandare le espressioni e le parole dialettali di uso più comune. Se volete approfondire la conoscenza con il dizionario chianino, contenente tante altre parole, proverbi e modi di dire, potete acquistare il volume “Di qua dal fosso” dal nostro shop online!

Z.

Zaccherone (sostantivo): persona sciatta, sporca. Esempio: “Che zaccherone che sei, vai a pulitti!”

Zazzicare (verbo): armeggiare, trafficare. Esempio: “Stai sempre a zazzica’ nell’orto, che c’avrai da fa’?”

Zeppare (verbo): riempire a forza, spingere. Esempio: “Un la zeppa’ troppa la borsa, sennò ti si rompe!”

Zeppito (aggettivo): zeppo, riempito. Esempio: “I panini li fai troppo zeppiti, un te li mangio più!”

Zittare (verbo): zittire, mettere a tacere. Esempio: “Ovvia, ti sei zittato!”

Zizzola (sostantivo): freddo pungente. Esempio: “Senti che zizzola, gnamo a casa!”

Il dialetto chianino mostra numerose parlate differenti al suo interno, con inflessioni diverse a seconda delle zone. Molte differenze esistono tra le caratteristiche linguistiche della Valdichiana senese, la Valdichiana aretina e la Valdichiana romana. In questo contesto ci siamo concentrati principalmente sui comuni e sulle aree adiacenti al Canale Maestro della Chiana, inteso come elemento fondante della storia e dell’identità della Valdichiana, dal punto di vista culturale e linguistico prima che istituzionale. La prevalenza delle parole e dei modi di dire che troverete in questa rubrica sono inoltre indirizzati al versante senese, da dove provengono la maggioranza delle nostre fonti e dei membri della nostra redazione.

Vuoi suggerire delle modifiche o integrare il vocabolario con altre parole e modi di dire? Scrivici a redazione@lavaldichiana.it

Vuoi consultare lo speciale in costante aggiornamento con tutto il vocabolario? Dialetto Chianino


Fonti:

  • Di qua dal fosso. Piccolo dizionario di chianino, Ass. cult. Ottagono,Edizioni Effigi 2010
  • La parlata di Montepulciano e dintorni, Carlo Lapucci, Editori del Grifo 1988
  • A Chianciano si parla(va) così, Alberto Fabbri, Le Balze 2000
  • Lessico chianino. Espressioni vernacolari, Ecomuseo Valdichiana
  • Note sul dialetto aretino, Silvio Pieri, Pisa 1886
  • Vocabolario Aretino
  • Interviste e memoria storica della redazione del magazine “La Valdichiana”
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Vocabolario chianino: da Vedrai a Violo

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di…

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di queste zone, per comprendere e tramandare le espressioni e le parole dialettali di uso più comune. Se volete approfondire la conoscenza con il dizionario chianino, contenente tante altre parole, proverbi e modi di dire, potete acquistare il volume “Di qua dal fosso” dal nostro shop online!

V.

Vedrai! (esclamazione): per forza, chiaramente, certamente. Esempio: “Vedrai! Co’ sto vento tocca mettesi il giubbotto!”

Veglia (sostantivo): incontro serale che si svolgeva nei poderi contadini, radunando i parenti e i vicini. Esempio: “Stasera vieni a veglia? Si gioca a briscola!”

Vetrinario (sostantivo): veterinario. Esempio: “Il mì cane sta male, l’ho porto dal vetrinario.”

Vieto (aggettivo): rancido, inacidito, dal sapore guastato. Esempio: “Un la mangià quell’insalata ché è vieta!”

Violo (sostantivo): viottolo, viuzza di campagna. Esempio: “Ci siamo incontri nel violo, si va a scuola insieme”

Il dialetto chianino mostra numerose parlate differenti al suo interno, con inflessioni diverse a seconda delle zone. Molte differenze esistono tra le caratteristiche linguistiche della Valdichiana senese, la Valdichiana aretina e la Valdichiana romana. In questo contesto ci siamo concentrati principalmente sui comuni e sulle aree adiacenti al Canale Maestro della Chiana, inteso come elemento fondante della storia e dell’identità della Valdichiana, dal punto di vista culturale e linguistico prima che istituzionale. La prevalenza delle parole e dei modi di dire che troverete in questa rubrica sono inoltre indirizzati al versante senese, da dove provengono la maggioranza delle nostre fonti e dei membri della nostra redazione.

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Fonti:

  • Di qua dal fosso. Piccolo dizionario di chianino, Ass. cult. Ottagono,Edizioni Effigi 2010
  • La parlata di Montepulciano e dintorni, Carlo Lapucci, Editori del Grifo 1988
  • A Chianciano si parla(va) così, Alberto Fabbri, Le Balze 2000
  • Lessico chianino. Espressioni vernacolari, Ecomuseo Valdichiana
  • Note sul dialetto aretino, Silvio Pieri, Pisa 1886
  • Vocabolario Aretino
  • Interviste e memoria storica della redazione del magazine “La Valdichiana”
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Vocabolario chianino: da Ugna a Usciata

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di…

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di queste zone, per comprendere e tramandare le espressioni e le parole dialettali di uso più comune. Se volete approfondire la conoscenza con il dizionario chianino, contenente tante altre parole, proverbi e modi di dire, potete acquistare il volume “Di qua dal fosso” dal nostro shop online!

U.

Ugna (sostantivo): unghia. Esempio: “Tagliati l’ugni, un lo vedi quanto so’ lunghi?”

Ugnata (sostantivo): graffio, unghiata. Esempio: “Quel gatto è ‘nguastito, m’ha dato un’ugnata!”

Un (avverbio): non. Esempio: “Un lo so mica che devo fa’ oggi!”

Uncico (sostantivo): artiglio, uncino. Esempio: “Un lo vedi quel gatto che uncichi che c’ha?”

Unguanno (avverbio):  quest’anno, durante l’annata. Esempio: “Dove si va in vacanza unguanno?”

Untare (verbo): ungere, nel senso figurato di percuotere, picchiare. Esempio: “So’ andato a gioca’ con quelli più grandi ma m’hanno untato per bene!”

Usciata (sostantivo): percossa, sconfitta pesante. Esempio: “Che usciata che s’è chiappo a calcetto!”

Il dialetto chianino mostra numerose parlate differenti al suo interno, con inflessioni diverse a seconda delle zone. Molte differenze esistono tra le caratteristiche linguistiche della Valdichiana senese, la Valdichiana aretina e la Valdichiana romana. In questo contesto ci siamo concentrati principalmente sui comuni e sulle aree adiacenti al Canale Maestro della Chiana, inteso come elemento fondante della storia e dell’identità della Valdichiana, dal punto di vista culturale e linguistico prima che istituzionale. La prevalenza delle parole e dei modi di dire che troverete in questa rubrica sono inoltre indirizzati al versante senese, da dove provengono la maggioranza delle nostre fonti e dei membri della nostra redazione.

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Fonti:

  • Di qua dal fosso. Piccolo dizionario di chianino, Ass. cult. Ottagono,Edizioni Effigi 2010
  • La parlata di Montepulciano e dintorni, Carlo Lapucci, Editori del Grifo 1988
  • A Chianciano si parla(va) così, Alberto Fabbri, Le Balze 2000
  • Lessico chianino. Espressioni vernacolari, Ecomuseo Valdichiana
  • Note sul dialetto aretino, Silvio Pieri, Pisa 1886
  • Vocabolario Aretino
  • Interviste e memoria storica della redazione del magazine “La Valdichiana”
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Vocabolario chianino: da Tarpone a Turbolo

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di…

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di queste zone, per comprendere e tramandare le espressioni e le parole dialettali di uso più comune. Se volete approfondire la conoscenza con il dizionario chianino, contenente tante altre parole, proverbi e modi di dire, potete acquistare il volume “Di qua dal fosso” dal nostro shop online!

T.

Tarpone (sostantivo): talpa di grandi dimensioni, nutria. Esempio: “Mica avrai schiacciato quel tarpone?”

Tocco (sostantivo): le ore tredici, scandite dal rintocco singolo della campana. Esempio: “Gnamo a mangià che è il tocco!”

Torbo (aggettivo): torbido, sporco. Esempio: “Un la beve quell’acqua torba!”

Tornare (verbo): trasferirsi, prendere casa da qualche parte, andare ad abitare in una nuova casa. Esempio: “I figlioli del Guerri so’ torni in Chiane”

Tornocasa (avverbio): nei dintorni dell’abitazione, nelle vicinanze. Esempio: “Ho messo la siepe tornocasa”

Torso (aggettivo): torsolo, stupido. Esempio: “Quanto sei torso!”

Trafeo (sostantivo): oggetto inutile o ingombrante. Esempio: “Buttali nel cestino quei trafei!”

Trainoni (avverbio): in disordine, in giro confusamente. Esempio: “Lasci sempre i giocattoli a trainoni!”

Tramelino (sostantivo): rosmarino. Esempio: “Vammi nell’orto a piglià il tramelino”

Trampolo (sostantivo): oggetto o persona ingombrante e fastidiosa. Esempio: “Sei proprio un trampolo, vieni via di costì!”

Transito (aggettivo): molto vecchio, passato. Esempio: “Quel vino è transito, un lo beve!”

Trappola (sostantivo): oggetto inutile, di scarso valore. Esempio: “Spendi tutti i soldi in quelle trappole!”

Traspiggere (verbo): armeggiare, fare rumore. Esempio: “Vieni a dormì invece di traspigge tutta la notte!”

Traventare (verbo): scaraventare, lanciare con poca cura, gettare con forza qualcosa contro qualcuno. Anche nella versione “Attraventare” Esempio: “Se li traventi così, vedrai che li spacchi!”

Tremoto (sostantivo): terremoto. Esempio: “L’hai sentito il tremoto stanotte?”

Tribbia (sostantivo): mietitrebbiatrice. Esempio: “La guidi te la tribbia?”

Tribbiare (verbo): trebbiare il campo con la mietitrebbiatrice. Esempio: “Oggi venite a tribbià?”

Triciolino (sostantivo): pezzettino, frammento. Esempio: “Me lo dai un triciolino di pane?”

Trippe trappe (loc. avv.): fra una cosa e l’altra. Anche nella versione “Trippete e trappete”. Esempio: “Trippete e trappete, s’è belle fatta sera.”

Tritello (sostantivo): confusione, mucchio di cose rotte. Esempio: “Ha preso uno con la macchina e ha fatto un tritello”

Tritìo (sostantivo): ammasso di cose tritate, mucchio confuso. Esempio: “Un c’andà in mezzo a quella calca, che è tutto un tritìo”

Tronata (sostantivo): brutta botta, colpo, schianto. Esempio: “Ha preso ‘na tronata per terra, ancora un si è riavuto”

Tronare (verbo): gettare per terra, schiantare, buttare. Esempio: “Se li troni per terra, vedrai si spaccano!”

Troncico (aggettivo): arrangiato, malmesso, in pessime condizioni. Esempio: “Quel rastrello è troncico, buttalo via”

Truzzicare (verbo): curiosare, trafficare, armeggiare, frugare. Esempio: “Un truzzicà nella mì roba!”

Tufone (sostantivo): botta, percossa, ceffone. Esempio: “M’ha dato un tufone, un lo rifaccio più!”

Turbolo (aggettivo): nuvoloso, se riferito al tempo. Torbido, se riferito a un liquido. Esempio: “Oggi è turbolo, meglio andà a casa!”

Il dialetto chianino mostra numerose parlate differenti al suo interno, con inflessioni diverse a seconda delle zone. Molte differenze esistono tra le caratteristiche linguistiche della Valdichiana senese, la Valdichiana aretina e la Valdichiana romana. In questo contesto ci siamo concentrati principalmente sui comuni e sulle aree adiacenti al Canale Maestro della Chiana, inteso come elemento fondante della storia e dell’identità della Valdichiana, dal punto di vista culturale e linguistico prima che istituzionale. La prevalenza delle parole e dei modi di dire che troverete in questa rubrica sono inoltre indirizzati al versante senese, da dove provengono la maggioranza delle nostre fonti e dei membri della nostra redazione.

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Fonti:

  • Di qua dal fosso. Piccolo dizionario di chianino, Ass. cult. Ottagono,Edizioni Effigi 2010
  • La parlata di Montepulciano e dintorni, Carlo Lapucci, Editori del Grifo 1988
  • A Chianciano si parla(va) così, Alberto Fabbri, Le Balze 2000
  • Lessico chianino. Espressioni vernacolari, Ecomuseo Valdichiana
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Vocabolario chianino: da Salcicciolo a Sviaggiare

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di…

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di queste zone, per comprendere e tramandare le espressioni e le parole dialettali di uso più comune. Se volete approfondire la conoscenza con il dizionario chianino, contenente tante altre parole, proverbi e modi di dire, potete acquistare il volume “Di qua dal fosso” dal nostro shop online!

S.

Salcicciolo (sostantivo): salsiccia. Anche nella versione “Salsicciolo”. Esempio: “Lo voi un salcicciolo col pane?”

Saraccata (sostantivo): batosta, sconfitta. Anche nella versione “Sassata”. Esempio: “M’hanno trovato e m’hanno dato ‘na saraccata!”

Saragia (sostantivo): frutto della ciliegia. Esempio: “Cittino, le voi du’ sarage?”

Saragio (sostantivo): albero del ciliegio. Esempio: “L’ho visto ringuattassi dietro a quel saragio!”

Sbagagliare (verbo): mettere in ordine qualcosa, ripulire una stanza, sgomberare. Esempio: “Ovvia, sbagaglia tutti quei trafei!”

Sbiancucito (aggettivo): sciupato, scolorito. Esempio: “Quei calzoni so’ tutti sbiancuciti!”

Sbilerco (aggettivo): sbilenco, in equilibro precario. Esempio: “Mettilo a posto che è tutto sbilerco!”

Sbonzolato (aggettivo): vestito in maniera disordinata, con la camicia fuori dai pantaloni. Esempio: “Quel citto va in giro tutto sbonzolato”

Sbragione (aggettivo): maldestro, rozzo e incapace. Esempio: “Sei troppo sbragione, il lavoro un lo finirai mai!”

Sbrano (sostantivo): strappo, rottura. Esempio: “Guarda nel giubbotto che sbrano che c’hai!”

Sbrinco (aggettivo): furbo, sveglio e astuto. Esempio: “Tanto sbrinco un sei mai stato, alò!”

Sbroscia (sostantivo): minestra senza sapore, zuppa cucinata male. Esempio: “Io un la mangio ‘sta sbroscia!”

Sbucherare (verbo): fare le buche per terra, ad esempio durante i lavori al manto stradale. Esempio: “Per quella strada stanno sempre a sbucherà, o che ci dovranno fa’?”

Scaciare (verbo): mancare il colpo, sbagliare. Esempio: “So’ andato a tiragli, ma l’ho scaciato”

Scapeare (verbo): scrollare la testa, dire di no. Esempio: “Quel vecchino sta sempre a scapeà!”

Scarca (sostantivo): scarica. Esempio: “Ha piovuto ‘na scarca”

Scatizzolare (verbo): rimestare la legna sul fuoco, muovere le braci. Esempio: “Scatizzola il foco, sennò si spenge!”

Sciabordire (verbo): rintronare, mandare in confusione. Esempio: “Da quanto parli mi fai sciabordì!”

Sciabordito (aggettivo): rintronato, stordito, persona poco sveglia. Esempio: “Quel citto è sciabordito, un ci si compiccia niente”

Sciadatto (aggettivo): inadatto, incapace. Anche nella versione “Sdatto”Esempio: “Quanto sei sciadatto!”

Sciaguattare (verbo): sciacquare, lavare con l’acqua. Si usa anche per definire i vestiti troppo larghi. Esempio: “Ne ‘sti calzoni ci sciaguatto”

Sciaminare (verbo): sparpagliare, disseminare in giro. Esempio: “M’hai sciaminato tutti i soldi, ci stai boncitto?”

Sciaminoni (avverbio): sparpagliati in maniera disordinata. Esempio: “Quando ti vesti lasci tutto a sciaminoni”

Sciaventolare (verbo): sventolare, agitare in aria. Esempio: “Non ti sciaventolà troppo con quel ventaglio!”

Sciaventolone (sostantivo): ceffone, schiaffone. Esempio: “Se mi rivieni intorno ti tiro uno sciaventolone!”

Sciorno (aggettivo): stupido, scemo. Esempio: “Quella citta è proprio sciorna!”

Scollettare (verbo): scollinare, oltrepassare un colle o una vetta. Si usa in senso figurato anche per intendere il superamento delle difficoltà o degli ostacoli. Esempio: “Quest’anno l’esame un lo scolletto!”

Scracchiare (verbo): sputare catarro, scatarrare. Esempio: “Quel vecchio è sempre a scracchià!”

Scracchio (sostantivo): sputo, scaracchio. Esempio: “In quel piantito c’è uno scracchio!”

Scrinata (sostantivo): la riga dei capelli. Esempio: “Quel parrucchiere m’ha fatto ‘na bella scrinata!”

Scrociassi (verbo): farsi male, cadere rovinosamente, spaccarsi. Esempio: “So’ casco dal trattore e mi so’ scrocio”

Scrogellare (verbo): lo scrocchiare del pane fresco tra i denti. Esempio: “Bono ‘sto pane, senti come scrogella!”

Scrollone (sostantivo): forte rovescio, grande quantità di pioggia. Anche nella versione “Sgrollone”. Esempio: “Ero nel campo ma è venuto uno scrollone”

Sculo (sostantivo): sfortuna, maledizione. Esempio: “Che sculo che hai, un te ne va bene una!”

Sdercio (sostantivo): taglio, strappo. Esempio: “M’hai fatto uno sdercio nei calzoni!”

Sderenare (verbo): picchiare, spezzare le reni. Esempio: “Se ti rivedo ti sdereno!”

Sdilabbrato (aggettivo): slabbrato, divaricato. Anche nella versione “Scilabbrato”. Esempio: “Un lo tira’ troppo quel giubbotto, l’hai sdilabbrato tutto!”

Sdiragnare (verbo): togliere i ragni, pulire dalle ragnatele. Esempio: “Devo sdiragnà tutta la cantina”

Sdirazzare (verbo): compiere azioni diverse rispetto a quelle dei genitori o dei parenti, intraprendere una carriera diversa. Esempio: “Il su’ babbo era dottore, ma lui ha sdirazzato!”

Sdolzo (sostantivo): spavento, sorpresa. Esempio: “L’ho vista ringuattata e m’è preso uno sdolzo!”

Seccaticci (aggettivo): persona secca e magrolina. Esempio: “Che seccaticci quel cittino!”

Sfondo (aggettivo): senza fondo, sfondato. Si usa anche in senso figurato per definire una persona particolarmente affamata. Esempio: “O quanto mangi? Sei proprio sfondo!”

Sfuggito (aggettivo): un abito che ormai non entra più, perché si è troppo cresciuti. Esempio: “Quei calzoni so’ sfuggiti, dalli al tu’ fratello!”

Sgoccigliare (verbo): sgocciolare, piovigginare. Esempio: “Prendi l’ombrello che sgocciglia!”

Sguastare (verbo): scucire, disfare. Esempio: “Vallo a fa’ sguastà quel vestito!”

Sguillare (verbo): scivolare, perdere l’equilibrio. Esempio: “Il piantito è mollo, si sguilla!”

Sgusciassi (verbo): procurarsi una ferita superficiale, escoriarsi. Esempio: “Mi so’ sgusciato i ginocchi”

Sie! (esclamazione): no, per niente d’accordo. Esempio: “Sie! Un ci vengo mica costì!”

Sieda (sostantivo): sedia. Esempio: “Ho comprato una sieda nova”

Smannare (verbo): mettere in disordine, fare confusione. Anche nella versione “Sciamannare”. Esempio: “Lascia sta’ quei fogli che me li smanni tutti!”

Smannato (aggettivo): disordinato, vestito malamente. Anche nella versione “Sciamannato”Esempio: “Non andà in giro smannato!”

Sminestrare (verbo): comandare, dare ordini agli altri. Esempio: “Quella citta sminestra tutto lei, bisogna da’ retta!”

Smontinare (verbo): disfare il mucchio, smucchiare, terminare una riunione. Anche nella versione “Ammontinare”. Esempio: “S’è fatto tardi, si smontina la veglia?”

Solarino (sostantivo): sole tiepido e piacevole. Esempio: “Ora mi riposo al solarino”

Sopressata (sostantivo): soppressata, insaccato del maiale. Esempio: “Lo voi il pane co’ la sopressata?”

Spagliare (verbo): traboccare. Esempio: “Abbassa il foco che l’acqua spaglia!”

Spengere (verbo): spegnere. Esempio: “Spengi la luce quando esci!”

Spertume (sostantivo): posto isolato e selvaggio. Esempio: “È entrato in quello spertume e chi l’ha più trovo?”

Spiccare (verbo): tirare giù, portare a terra. Esempio: “Spicchiamo le mele dalla pianta”

Spisciaccolare (verbo): gocciolare, perdere liquidi. Esempio: “Quella cannella spisciaccola, valla a riparà!”

Spolto (aggettivo): spogliato. Si usa anche in senso figurato per indicare alberi e oggetti. Esempio: “Quella pianta è spolta, so’ casche tutte le foglie”

Sposa (sostantivo): donna. Esempio: “Dove va quella sposa tutta di fretta?”

Spreciso (aggettivo): impreciso. Esempio: “Sei troppo spreciso, un sai manco scrive!”

Stecciare (verbo): sfrecciare, andare veloce. Esempio: “Senti quel motorino come steccia!”

Steccolare (verbo): rompere, fracassare. Esempio: “Gnamo a steccolallo di botte a quel bischero”

Steccolato (aggettivo): rotto e dolorante, con le ossa a pezzi. Esempio: “So’ casco dalle scale e mi so’ steccolato”

Steglia (sostantivo): piccola scheggia di legno. Esempio: “M’è entra ‘na steglia nella mano, mi fa ancora male!”

Stracanassi (verbo): affaticarsi. Esempio: “Un mi garba lavorà pe’ le vigne, c’è da stracanassi troppo!”

Stracanato (aggettivo): affaticato, stancato. Esempio: “Ho fatto ‘na corsa e so’ belle stracanato”

Straccamerigge (sostantivo): sfaccendato, fannullone. Esempio: “Sei proprio uno straccamerigge, un c’hai voglia di fa’ niente!”

Strambuzzolato (aggettivo): scombussolato, stordito. Esempio: “Ho chiappo ‘na pallonata e so’ strambuzzolato”

Striccare (verbo): dividere i litiganti. Esempio: “Quei gatti un c’era verso di striccali!”

Stronito (aggettivo): magro, smagrito. Esempio: “Quella citta è secca stronita”

Strozzicare (verbo): mandare giù, ingoiare. Si usa in senso figurato anche per definire qualcosa da sopportare. Esempio: “Quel citto un si strozzica, è troppo appoioso”

Strucinassi (verbo): strofinarsi, sfregarsi in maniera appiccicosa addosso a qualcosa o a qualcuno. Esempio: “Quella citta sta sempre a strucinassi addosso a te!”

Struffare (verbo): scompigliare i capelli, spettinare. Si usa anche in senso figurato per definire le percosse. Esempio: “Un venì troppo nel mi’ campo, sennò ti struffo!”

Struffato (aggettivo): spettinato, scapigliato. Esempio: “Un vorrai anda’ al giro tutto struffato?”

Strullata (sostantivo): stupidaggine, cosa da nulla. Esempio: “Vai a studia’, un perde tempo co’ le strullate!”

Strullo (aggettivo): stupido, scemo. Esempio: “Quanto ti garberà fa’ lo strullo?”

Sucina (sostantivo): il frutto della susina. Esempio: “La voi la marmellata di sucine?”

Sucino (sostantivo): l’albero del susino. Esempio: “Ci si vede sotto al sucino!”

Sudiciumaio (sostantivo): sporcizia, immondezzaio. Esempio: “Vai a pulì la tu’ camera che è un sudiciumaio!” 

Sviaggiare (verbo): andare veloce, accelerare. Esempio: “Lo senti quelle macchine come sviaggiano?”

Il dialetto chianino mostra numerose parlate differenti al suo interno, con inflessioni diverse a seconda delle zone. Molte differenze esistono tra le caratteristiche linguistiche della Valdichiana senese, la Valdichiana aretina e la Valdichiana romana. In questo contesto ci siamo concentrati principalmente sui comuni e sulle aree adiacenti al Canale Maestro della Chiana, inteso come elemento fondante della storia e dell’identità della Valdichiana, dal punto di vista culturale e linguistico prima che istituzionale. La prevalenza delle parole e dei modi di dire che troverete in questa rubrica sono inoltre indirizzati al versante senese, da dove provengono la maggioranza delle nostre fonti e dei membri della nostra redazione.

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Fonti:

  • Di qua dal fosso. Piccolo dizionario di chianino, Ass. cult. Ottagono,Edizioni Effigi 2010
  • La parlata di Montepulciano e dintorni, Carlo Lapucci, Editori del Grifo 1988
  • A Chianciano si parla(va) così, Alberto Fabbri, Le Balze 2000
  • Lessico chianino. Espressioni vernacolari, Ecomuseo Valdichiana
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Vocabolario chianino: da Rabaschiotto a Ruzzo

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di…

Alla scoperta del dialetto chianino! Quella che troverete in questa pagina è una selezione di parole tipiche della Valdichiana, a uso e consumo delle generazioni più giovani e dei visitatori di queste zone, per comprendere e tramandare le espressioni e le parole dialettali di uso più comune. Se volete approfondire la conoscenza con il dizionario chianino, contenente tante altre parole, proverbi e modi di dire, potete acquistare il volume “Di qua dal fosso” dal nostro shop online!

R.

Rabaschiotto (sostantivo): ragazzino, giovanotto. Esempio: “Lascialo stare, è ancora un rabaschiotto!”

Rabbreggiare (verbo): sistemare in maniera grossolana, rabberciare. Esempio: “Come l’hai rabbreggiata quella camicia?”

Ragionare (verbo): parlare, scambiarsi opinioni. Esempio: “Vieni qua che si ragiona!”

Rallevare (verbo): educare, crescere. Esempio: “O chi t’ha rallevato, cittino?”

Ramaccione (sostantivo): schiaffo, ceffone. Esempio: “Se rivieni qua ti tiro un ramaccione!”

Ramaiolo (sostantivo): mestolo, grande cucchiaio. Esempio: “Mi passi il ramaiolo?”

Ramelino (sostantivo): rosmarino. Anche nella versione “Tramelino”. Esempio: “Vammi nell’orto a piglià il ramelino”

Raspaticcio (sostantivo): brutta calligrafia, pessima scrittura. Esempio: “Scrivi peggio di un raspaticcio di gallina!”

Ravversata (sostantivo): sistemata, aggiustata. Esempio: “Datti una ravversata a quei vestiti!”

Razzare (verbo): sfiorare, passare vicino a gran velocità. Esempio: “Quella macchina t’ha razzato!”

Regio (sostantivo): la carta del re nel mazzo delle carte da gioco. Esempio: “Butta il regio di briscola!”

Riconcogliere (verbo): sistemare, riordinare. Esempio: “Vacci riconcolto a scuola!”

Ricutinare (verbo): ripulire, mettersi in ghingheri. Esempio: “Domenica ti voglio vedè ricutinato per bene!”

Rigirìo (sostantivo): confusione, andirivieni. Esempio: “Fuori da quel bar è sempre un rigirìo!”

Rigonfia! (escl.): di nuovo, ancora una volta. Esempio: “Rigonfia con ‘sta storia!”

Rimbonzolassi (verbo): sistemarsi i vestiti, mettersi in ordine. Esempio: “Rimbonzolati ‘sta camicia!”

Rimpolpettare (verbo): sgridare, rimproverare. Esempio: “Se fai tardi ti rimpolpetto!”

Rincriccassi (verbo): avere le ossa indolenzite o doloranti. Esempio: “Mi s’è rincriccato il collo!”

Rindoppiare (verbo): addoppiare i panni. Esempio: “Rindoppiamo ‘sti lenzoli!”

Rinfacciassi (verbo): tornare in gola, avere la nausea. Esempio: “Ho mangiato troppi fagioli e ora mi si rinfacciano”

Ringambassi (verbo): ripensare, tornare sui propri passi. Esempio: “Si va al mare o ti sei bell’e ringambato?”

Ringarzullissi (verbo): riprendere energia, recuperare le forze. Esempio: “Guarda quel citto come s’è ringarzullito!”

Ringuattare (verbo): nascondere. Esempio: “Dove lo ringuatti quel pane?”

Ringuattino (sostantivo): nascondino. Esempio: “Si gioca a ringuattino?”

Rinnovare (verbo): mettere i vestiti per la prima volta. Esempio: “Quando la rinnovi quella gonnella?”

Rinseccolito (verbo): rinsecchito, dimagrito. Esempio: “Quell’albero è rinseccolito”

Rinvercio (sostantivo): rovescio. Esempio: “Ti sei messo i pantaloni di rinvercio”

Riscontro (sostantivo): corrente d’aria, folata di vento. Esempio: “Chiudi la porta che fa riscontro!”

Risguastare (verbo): rovinare, mettere in disordine, guastare. Esempio: “Quei panni l’hai risguasti tutti!”

Ristoggiare (verbo): risparmiare, mettere da parte i soldi. Esempio: “Bisogna ristoggià prima della pensione!”

Ritta (sostantivo): salita. Esempio: “Pigli pe’ la ritta e arrivi subito!”

Rivisolare (verbo): riprendersi, riaversi. Esempio: “Ho bevuto un po’ d’acqua e so’ rivisolato”

Rivoltare (verbo): tornare indietro, fare marcia indietro. Esempio: “Appena l’ho visto so’ rivoltata”

Robbiccia (sostantivo): materiale di poco valore. Esempio: “Quella è robbiccia, un vale niente”

Rocchio (sostantivo): flusso d’acqua zampillante, grosso getto. Esempio: “Vieni via dal rocchio o t’annaffi!”

Romba (sostantivo): rombo, rumore fastidioso. Esempio: “Che romba che c’è la sera a ballà!”

Rospata (sostantivo): strigliata, aspro rimprovero. Esempio: “Gli ho fatto una rospata, vedrai un lo rifà!”

Ruzzare (verbo): giocare. Esempio: “Quei cittini stanno sempre a ruzzà!”

Ruzzo (sostantivo): voglia di scherzare, di fare pazzie. Esempio: “Gli è preso il ruzzo, un c’è verso di tenello bono!”

 

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  • Note sul dialetto aretino, Silvio Pieri, Pisa 1886
  • Vocabolario Aretino
  • Interviste e memoria storica della redazione del magazine “La Valdichiana”
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