Ogni paese può vantare le sue particolari tradizioni per le feste natalizie, ma tra esse possiamo spesso riconoscere somiglianze e parentele che possono far pensare a una radice comune, risalendo a un passato sempre più lontano. L’usanza del ceppo di Natale è uno di quegli elementi del folclore popolare più presenti nella nostra storia, non soltanto in Valdichiana: è un elemento caratteristico dell’antichità che si è diffuso in moltissimi Paesi, pur con le innumerevoli varianti locali. E anche se oggi non viene forse considerato parte della celebrazione consueta del Natale, il ceppo può essere ritrovato nei camini delle famiglie che tramandano quest’usanza e in forme derivate che meglio si adattano al consumismo natalizio: ad esempio il tronchetto di Natale, uno dei tipici dolci delle feste.

La storia del ceppo natalizio

Il ceppo di Natale è una delle tradizioni popolari più antiche legate a questa festività: consiste nel bruciare un grosso tronco di legno, chiamato appunto ceppo (o con altri termini dialettali, a seconda della cultura in cui è stato diffuso) all’interno del camino della famiglia, a simboleggiare il focolare domestico. Il ceppo viene fatto ardere per tutte le notti delle feste natalizie, dalla Vigilia fino all’Epifania. I resti del ceppo sono utilizzati in varie forme, per le loro proprietà magiche e di buon augurio: ad esempio le ceneri possono essere sparse nei campi per favorire il raccolto.

Quella del ceppo è una tradizione diffusa in tutta Europa, dai paesi scandinavi fino all’area del Mediterraneo. Sebbene le prime tracce documentate risalgano al XII secolo, le sue origini sono sicuramente più antiche: la somiglianza tra il focolare natalizio e l’altare domestico dedicato agli antenati è chiaramente presente nella civiltà romana e nell’epoca precedente al Cristianesimo, con similitudini che possiamo estendere anche all’usanza dei grandi falò che dovevano scacciare le tenebre del solstizio d’inverno.

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Il tronchetto di Natale

La tradizione è talmente diffusa e talmente legata alle festività invernali che in alcuni contesti il ceppo rappresenta esso stesso il Natale: anche in Toscana, ad esempio, la festa di Natale è stata spesso chiamata “Festa del Ceppo”. Con l’avvento del Cristianesimo l’usanza si è caricata di nuovi significati sacri: il ceppo servirebbe infatti a scaldare il Bambin Gesù, quindi è necessario lasciarlo acceso dalla Natività fino all’Epifania.

Il ceppo porta fortuna e le cerimonie in suo onore sono necessarie per conquistarsi i migliori auguri per i mesi a venire: spesso l’usanza richiede di versare sopra il ceppo i primi bocconi di cibo o i primi sorsi di vino, un gesto propiziatorio che serve ad augurare un buon raccolto. Dal ceppo di legno dell’antichità al tronchetto utilizzato come dessert natalizio, passano secoli di storia, fatti di adattamenti, somiglianze e varianti locali degni d’interesse.

Il ceppo in Valdichiana

La Valdichiana è uno dei territori in cui il ceppo di Natale si presenta in una delle forme più particolari ed è stato oggetto di numerosi studi. Abbiamo infatti testimonianze delle cerimonie, provenienti dalla campagne, con cui veniva appiccato il fuoco al ceppo il giorno della Vigilia di Natale. La cerimonia era accompagnata da varie tipologie di preghiere, filastrocche o canzoncine recitate dai bambini della casa, chiamate “Ave Maria del Ceppo”, di cui la seguente è una testimonianza del 1926:

“Avemmaria del Ceppo,
Angiolo benedetto!
L’angiolo mi rispose:
Ceppo mio bello, portami tante cose!”

È importante sottolineare che il ceppo in Valdichiana non si limitava a svolgere la funzione di focolare domestico, ma era anche un vero e proprio portatore di doni. L’albero di Natale e Babbo Natale, gli elementi più caratteristici della festività attuale, sono arrivati nel nostro territorio dal Nord Europa soltanto nel XX secolo: negli anni precedenti, le loro caratteristiche erano ricoperte proprio dal ceppo.

Il ceppo poteva infatti essere addobbato con candele, ninnoli e dolcetti, da distribuire poi tra i bambini della casa: un utilizzo che richiama chiaramente quello dell’abete dei popoli dell’Europa settentrionale. Ma c’è di più: il ceppo poteva addirittura diventare una vera e propria persona e presentarsi la sera della Vigilia di Natale sulla porta di casa, interpretato da uno degli adulti. In questi casi il ceppo interrogava i bambini, per capire se si erano comportati bene durante l’anno, e regalava dei doni e dei dolciumi a chi si era comportato bene, mentre a chi si comportava male toccavano cipolle e carbone. In altre parti ancora della Valdichiana, i bambini delle campagne mettevano un fantoccio fuori dalla finestra con un canestro, e aspettavano che il ceppo passasse durante la notte per riempirlo di regali. Per dirla in maniera dialettale, in Valdichiana il ceppo “cacava”, ovvero donava dei regali.

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Il ceppo addobbato

In questi contesti il ceppo assume quindi le caratteristiche di Babbo Natale, ma anche della Befana, con la sua funzione giudicante nei confronti dei bambini e il suo aspetto magico e inquietante. Tuttora nelle campagne della Valdichiana non è raro trovare ceppi nei focolari delle case e scoprire le tracce della commistione tra le antiche tradizioni del ceppo, il Natale cristiano e gli effetti del moderno consumismo.

Bibliografia

Accademia della Crusca: “La tradizione del ceppo in Toscana”
P.Fanfani, Vocabolario dell’uso toscano, Barbera, Firenze 1863
G.Giannini e A. Parducci, Il popolo toscano, Trevisini, Milano 1926
A. Paoloni, Cortona e la Valdichiana aretina: tradizioni e costumi
E. Baldini e G. Bellossi, Tenebroso Natale, Laterza, Bari 2012
C.A. Miles, Storia del Natale, Odoya, Bologna, 2010
A. De Gubernatis, Storia comparata degli usi natalizi in Italia e presso gli altri popoli indo-europei, Treves, Milano, 1878

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