La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: storia

Il Bravìo degli spingitori: Alessandro Paganelli e Luca Benassi

Piazza Grande, a Montepulciano, trasuda storia. Nella sua perfetta geometria offre ai quattro lati il Palazzo Comunale, dirimpetto a palazzo Contucci, e il Palazzo del Capitano, con accanto il palazzo…

Piazza Grande, a Montepulciano, trasuda storia.

Nella sua perfetta geometria offre ai quattro lati il Palazzo Comunale, dirimpetto a palazzo Contucci, e il Palazzo del Capitano, con accanto il palazzo Nobili-Tarugi. I quattro edifici, sede di quello che nei libri di storia verrebbe definito il potere temporale, fanno quasi da conchiglia alla perla del potere spirituale, il maestoso Duomo, conosciuto anche come cattedrale di Santa Maria Assunta.

In tale suggestiva cornice, cràsi proprio di civiltà e sacralità, ogni ultima domenica di agosto queste due componenti si fondono sopra il sagrato del Duomo, dove arrivano esausti per la fatica gli spingitori delle botti del Bravìo.

E non è un caso che il Bravìo delle Botti sia un’idea nata proprio nella mente di un parroco, Don Marcello Del Balio, che per evitare problemi con la vecchia corsa dei cavalli decise che a sfidarsi sarebbero state le otto Contrade con altrettante botti, simbolo del Vino Nobile e dell’economia del paese. Una tradizione, quella del Bravìo, letteralmente secolare, se si pensa che già verso la fine del 1300 si possono leggere le prime disposizioni in tema negli statuti comunali dell’epoca.

L’evento che ha ricevuto l’etichetta di “Patrimonio d’Italia” dal Ministero del Turismo prende il nome di “Settimana degli eventi del Bravìo delle Botti”, perché naturalmente Bravìo non vuol dire solo gara tra le Contrade, che ne è il culmine, ma anche feste, cene, cerimonie che propiziano l’ultimo atto di una settimana che richiama migliaia di turisti da tutto il mondo.

Aspettative e speranze, fatiche ed emozioni, tuttavia, sono concentrate nei dieci minuti che separano l’inizio del Bravìo delle Botti, sotto la Colonna del Marzocco in via di Gracciano nel Corso, all’arrivo sul sagrato del Duomo, davanti ad un foltissimo pubblico assiepato sulle transenne di Piazza Grande. Il Bravìo, come tutti i palii e le rievocazioni storiche, è il momento in cui ogni Contrada ripone il proprio desiderio di prevalere sulle altre, sia per poter vantarsi della vittoria coi propri “rivali”, ma soprattutto per coronare la settimana di sacrifici che ha impegnato tutta la comunità.

Ovviamente, a caricarsi sulle spalle questo peso non da poco, sono gli spingitori, già impegnati a scalare le ripide salite di Montepulciano spingendo una botte di 80 kg.

Due dei protagonisti hanno così accettato di raccontare cosa significa la parola Bravìo quando si vestono i panni da spingitore. Cosa significano, cioè, quei dieci minuti di ripida scalata vissuti spingendo la botte fino al Duomo, in una Montepulciano che ogni ultima domenica di agosto si trasforma nell’ideale scalinata che porta la profanità sul Paradiso.

Una sorta di Stairway to Heaven, che vi invitiamo a mettere come sottofondo durante la lettura delle imprese che ci hanno raccontato due tra i protagonisti dell’ultimo Bravìo delle Botti: Alessandro Paganelli e Luca Benassi.

Partiamo con il vincitore, assieme ad Attilio “Attila” Niola, del Bravìo 2019, per la contrada di Voltaia.

Alessandro Paganelli quest’anno ha conquistato la sua prima vittoria in coppia con Attila, già trionfante invece in cinque occasioni. Con Attila, curiosamente, ha vinto il Bravìo nelle edizioni 2016 e 2017 anche Matteo Paganelli, che è il fratello gemello di Alessandro, e che in foto potrebbe tranquillamente essere scambiato per lui.

Paganelli, quindi, famiglia di spingitori: Matteo è detto White Kenyan, per la sua silhouette e l’innata capacità di corsa, ça va sans dire; Alessandro, invece, nella settimana del Bravìo è Digiuno, e non servono parole quando sono le immagini a parlare.

Il Bravìo delle Botti, per Alessandro, è una tradizione vissuta fin da giovanissimo, che grazie al padre è diventata poi voglia di spingere.

“Il Bravìo è una tradizione e una passione tramandata da mio padre, che dal 1984 al 1986 ha fatto prima lo spingitore e poi l’allenatore per la contrada di Gracciano. Ho iniziato nel 2012, con l’amico Stefano Chiezzi sotto la guida di Gino Emili, per la contrada di Talosa. Sono stato riserva per due anni, e poi dopo un altro anno in riserva con la contrada di Gracciano mi richiamò Gino. Voleva, stavolta, che corressi il mio primo Bravìo, con Talosa, e non potei dire di no”.

Alessandro, nella sua prima scalata verso Piazza Grande, si è piazzato in sesta posizione, in coppia con Andrea Rosati.

“Fin da subito, dal primo Bravìo corso, ho sentito la necessità di arrivare all’obiettivo. Vincere – lo vedevo da fuori – significava tanto. Significava l’affetto sconfinato della gente della tua contrada, l’abbraccio sul Sagrato, le lacrime di gioia. Fin da subito ho lottato per raggiungere questo traguardo, e per vivere sulla mia pelle queste emozioni”.

E quel momento, il 25 agosto 2019, è arrivato.

“Vincere il Bravìo è il coronamento di un sogno che ho fin da piccolo, con negli occhi l’immagine di mio padre che spinge la botte. Ho rivisto lui in me, anche dopo essermi riguardato nei video e nelle foto. È normale che la prima cosa a cui pensi sono le persone che ti hanno ispirato, oltre a quelle che ti hanno supportato per arrivare dove sei arrivato: la mia ragazza, ovviamente, e mio fratello, che ha sempre avuto grandissima fiducia in me”.

Ovviamente, non c’è solo la famiglia tra i segreti delle vittorie.

“Durante la gara sei tu, il tuo compagno e la botte, ma anche tutta la contrada che ripone in te la speranza di un Bravìo portato dal Sagrato in contrada. Quindi devo ringraziare proprio la contrada di Voltaia per tutto quanto ha fatto per me in quelle delicate settimane prima della gara, e specialmente il mio compagno di spinta Attilio Niola, vero campione, senza il quale non avrei di certo potuto realizzare il sogno. Vincere il Bravìo significa veder festeggiare il proprio popolo: è stato come averli ripagati per il lavoro che sapientemente svolgono non solo durante la settimana della gara, ma durante tutto l’anno contradaiolo”.

Luca Benassi, pur non trionfando, è stato uno dei protagonisti indiscussi di quest’ultimo Bravìo delle Botti. Il Cittino, non solo a livello anagrafico ma anche per quei tratti del viso delicati che lo caratterizzano, è una delle “nuove leve” tra gli spingitori, ma gli addetti ai lavori parlano di lui come uno dei sicuri prossimi dominatori della competizione sportiva.

La sua passione per il ruolo di spingitore viene da lontano, dalle gare viste da giovane spettatore, ed è incrementata anche grazie – o, per meglio dire, a causa – di un record decisamente negativo per la sua contrada: Collazzi, infatti, non ha mai vinto un Bravìo.

“Il mio primo ricordo legato al Bravìo? Difficile dirlo, perché l’ho vissuto da sempre e ormai gli episodi si accavallano nella mia mente. Ho un ricordo abbastanza triste comunque, perché la mia contrada non ha mai vinto e io, piccolo com’ero, volevo che vincesse a tutti i costi. Crescendo ho sempre di più vissuto la contrada, fino a fare il piccolo spingitore col mio migliore amico”.

Luca, cresciuto coi miti degli storici spingitori Piero Bondi e Giacomo Valentini, è stato da sempre uno sportivo. Dopo aver giocato a calcio a ottimi livelli, nonostante la rottura del crociato, Luca ha deciso di dedicare anima e corpo alla corsa, da sempre la sua caratteristica migliore. E, ovviamente, ha iniziato a lavorare quotidianamente per conquistarsi il posto da spingitore.

Allenarsi in vista di un Bravìo, tuttavia, non è certo una passeggiata.

“Quando ci si allena per il Bravìo non conta solo il ‘quanto’, ma soprattutto il ‘perché’, la motivazione che spinge alla fatica. Conta il sacrificio immane che si fa durante l’anno, perché ci si allena sempre. D’altronde, il livello di competitività è altissimo, per cui l’allenamento è settimanale, e non c’è condizione atmosferica che lo impedisca. Il Bravìo, sento dire giustamente, non è la vita, ma ci si dimentica che chi lo prepara ci basa davvero la propria vita”.

Non sono poche le cose a cui si deve rinunciare quindi, soprattutto se si parla di un ragazzo di appena venticinque anni. Aperitivi ridotti al minimo, poche serate e regime alimentare ferreo: la vita dello spingitore è quanto di più lontano ci sia da quello che oggi è considerato godersi la vita.

Il Bravìo di Luca è passato alla storia, tuttavia, per un episodio che ancora lui stesso non riesce a ripercorrere con serenità.

Luca infatti, ad agosto, non è mai arrivato sul Sagrato di Piazza Grande. Si è fermato poco prima, allo stremo delle forze, soccorso dalla tempestività degli altri contradaioli e della Misericordia. Nel video della gara si nota chiaramente che qualcosa lo ha tradito proprio al termine dell’ultima salita prima di Piazza; poi la botte lasciata al compagno, le mani sulle ginocchia, e il vuoto.

“Non è facile riaffrontare certe emozioni. Prima della gara si percepiva di essere migliorati rispetto all’anno precedente, e anche il cronometro oltre le sensazioni ci dava ragione. Lo spirito era differente, insomma c’era grande fiducia, eravamo convinti di poter competere contro Voltaia, un’altra volta favorita”.

Ma i veri atleti percepiscono tutto, e Luca aveva notato qualcosa di diverso rispetto all’anno del suo primo Bravìo.

“Io avevo sognato tutta l’estate di vincere, mi ero fatto un po’ di film come capita a tutti, ma rispetto ad anno scorso non sentivo la tensione, e questo stonava decisamente; poi, quando tutti appena ti vedono dicono che sei il favorito, inizi anche a crederci davvero”.

La domenica, però, il tracollo.

“Il problema vero è stato la domenica mattina, appena sveglio, quando ho provato un’ansia fuori dal comune, accumulata, che non avevo scaricato nei periodi precedenti. Non stavo bene, e anche durante la corsetta che si fa prima della gara mi sentivo pesante, avevo il voltastomaco. Questo Bravìo, da sogno, si è trasformato in un incubo. Avevamo impostato la gara su Voltaia, e invece sono loro che si sono messi dietro di noi, e così ci siamo ritrovati primi dopo trenta secondi e dentro di me sono iniziate le paranoie: pensare alla contrada, agli amici, a chi avrei potuto deludere. Ho sbagliato in quello”.

In effetti la gara di Collazzi, fino al culmine di via Ricci, era stata perfetta, condotta sapientemente e sempre in testa. Durante la gara, però, Luca si è sentito quasi schiacciato dal peso delle aspettative, da quanti credevano in lui, dalle voci che durante il tragitto si levavano per sostenerlo.

“Gli avversari aspettavano un crollo da parte nostra, e hanno avuto ragione. Passando davanti alla mia contrada, invece di caricarmi, mi è successo esattamente l’opposto. Da un passo all’altro ho sentito freddo alle gambe e mi sono reso conto che mi stava succedendo qualcosa, poi le braccia si sono bloccate ma ho continuato a spingere per inerzia, mentre il mio compagno continuava a dirmi di fermarmi”.

La botte di Collazzi è arrivata ugualmente sul Sagrato del Duomo, mentre Luca è stato soccorso all’istante.

“E stata una bella botta a livello di mentalità, visto che ci tengo così tanto. Tutti mi chiedevano come stavo, mentre a me importava solo di non aver vinto”.

Questo è il manifesto di Luca Benassi, un ragazzo destinato a grandi cose per la propria contrada e per il Bravìo in generale. Un giovane spingitore che ha perso conoscenza pur di raggiungere il Sagrato, quel Paradiso che sicuramente lo attenderà nelle prossime edizioni.

Innamorato della botte, del suono che fa picchiando sui sampietrini, e ammaliato dalla sensazione di fatica che lo avvolge ogni qualvolta la spinge.

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Le Fattorie Granducali in Valdichiana

Le fattorie granducali hanno contribuito nei secoli a creare l’immagine più conosciuta e amata della Valdichiana. Provate a sedervi, chiudete gli occhi e pensate a questa meravigliosa terra. Posso supporre…

Le fattorie granducali hanno contribuito nei secoli a creare l’immagine più conosciuta e amata della Valdichiana. Provate a sedervi, chiudete gli occhi e pensate a questa meravigliosa terra. Posso supporre che avrete visualizzato dolci colline, attraversate da bianche strade sterrate delimitate da alti cipressi, che salgono fino a vecchissime ville in mattoni in cui chiunque, almeno una volta nella vita, ha pensato “come sarebbe bello vivere lì”.

La valle attraversata dal Clanis, l’antico fiume dell’Etruria meridionale, abbonda di antiche fattorie costruite nella prima metà del XVIII secolo, come passo conclusivo del processo di bonifica e appoderamento della Valdichiana iniziato nei primi anni del ‘500 dalla dinastia Medici. Dopo decenni dedicati al risanamento della palude, che copriva 8.800 ettari di terreno e si estendeva da Arezzo a Chiusi, i fiorentini, che si erano impossessati dei territori di Arezzo nel XIV secolo e di Siena dopo la Battaglia di scannagallo nel 1554, ordinarono la costruzione di tredici fattorie. Disposte in modo da coprire l’intera vallata, queste imponenti abitazioni erano riservate ai proprietari terrieri o ai loro contadini e servivano a organizzare i lavori agricoli di tutti i terreni coltivati a cui facevano riferimento: i terreni erano suddivisi in poderi, generalmente condotti con il sistema della mezzadria. Le fattorie granducali in Valdichiana erano le seguenti: Foiano, Bettolle, Abbadia, Acquaviva, Dolciano, Chianacce, Creti o S. Caterina, Montecchio Vesponi (che comprendeva anche Capannacce), Brolio, Pozzo, Frassineto e Font’a Ronco.

È possibile leggere la Valdichiana granducale come l’esito di un grande piano che ha proceduto dal generale al particolare: piano territoriale, con la scelta tra le strategie e le opzioni di fondo; bonifica per colmata o per essiccamento; modalità insediative e appoderamento; ruolo delle colmate; ruolo dei canali allaccianti nell’assicurare lo scolo delle acque alte provenienti dalle colline; previsione delle vie e dei ponti principali, del numero e della dimensione delle varie fattorie; il loro piano urbanistico; la suddivisione in poderi ecc. Un percorso che ha permesso a queste meravigliose fattorie del ‘700 di giungere fino a noi, con la loro ricchezza storica che, come scrive il Prof. Gian Carlo Di Pietro nell’Atlante della Val di Chiana, fa di questa terra un monumento dell’identità toscana.

Nel corso degli anni le fattorie sono più volte cadute in disgrazia, ma sono comunque giunte fino a noi nel loro splendore, ricche di fascino e di tradizione. Nel 1799, a seguito dell’avvento di Napoleone in Italia, tutti i beni, comprese queste ville, vennero incamerati dal Governo francese; durante la Restaurazione passarono ai Lorena e da questi, infine, al nuovo Regno d’Italia, che le vendette a privati.

[Le immagini delle fattorie sono tratte da G. F. Di Pietro (a cura di), Atlante della Val di Chiana, Debatte Editore, Livorno, 2009]

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Il primo romanzo di Emanuele Upini: Incontrando Igino

Uscito nel 2018, il romanzo storico Incontrando Igino proietta il lettore nella realtà foianese di inizio Novecento: quella dei Fatti di Renzino. Grazie al metodico lavoro di ricerca delle fonti…

Uscito nel 2018, il romanzo storico Incontrando Igino proietta il lettore nella realtà foianese di inizio Novecento: quella dei Fatti di Renzino. Grazie al metodico lavoro di ricerca delle fonti e delle testimonianze e al coinvolgimento empatico che nasce dal testo, Emanuele Upini riesce a farci rivivere quelle che furono le vicende e i risvolti, sociali ed emotivi, relativi agli inizi degli anni ’20.

Ciao Emanuele, parlaci di te.

Vivo a Foiano della Chiana. Sono un appassionato di scrittura e disegno, fumetti per la precisione. Adesso mi sto dedicando alla scrittura di romanzi, ma in passato ho fatto il vignettista. Ho anche collaborato con il mensile Fumo di china, il più autorevole in Italia in fatto di critica fumettistica.

Fumettista prima che scrittore. Com’è nata la passione per il disegno?

Dobbiamo tornare molto indietro. È merito di mio nonno, che aveva un’edicola in Foiano e per farmi stare buono, da piccolo, mi metteva sempre un giornalino in mano e pensa che ancora non sapevo neanche leggere e scrivere. Fantasticavo sui possibili risvolti delle avventure pagina dopo pagina, in base a quello che mi proponeva il disegno. È iniziata così. Probabilmente questo ha agevolato la formazione di una particolare fantasia che mi ha accompagnato nel tempo. Crescendo ho continuato a leggerli, li ho abbandonati e ripresi in vari momenti della mia vita. Ad un certo punto sono entrato in contatto con questo mondo, grazie anche al portale internet che curo IMIM. Ho conosciuto autori e scrittori che mi hanno aiutato a integrare le mie conoscenze.

Nel 2018 hai pubblicato “Incontrando Igino”, un romanzo storico. Raccontaci di cosa parla.

Il mio primo romanzo sì. È stato preceduto da una pubblicazione intitolata Spaesati #1 che racconta di vicende comiche ispirate a personaggi di Foiano. È stata la prima volta in cui mi sono confrontato con un progetto davvero strutturato. Dopodiché è uscito Incontrando Igino (Edizioni Helicon), scritto a più riprese dal momento che necessitava di una preparazione più impegnativa. La vicenda ripercorre i giorni dei famosi Fatti di Renzino del 1921: gli scontri tra fascisti e antifascisti in un’epoca in cui il fascismo doveva ancora affermarsi. Ho cercato di raccontare in una forma inedita cosa fosse successo nell’aprile del 1921. Mi sono immaginato un carabinierino, realmente esistito, che in quei giorni si trovava a Renzino per condurre le indagini relative agli scontri armati. Viene risucchiato nella realtà chianina che non gli apparteneva, essendo lui del nord, e si trova a vivere la storia degli abitanti della campagna foianese.

Perché questa esigenza di scrivere su Renzino?

È una vicenda che mi riguarda direttamente. Il titolo riprende il nome del mio bisnonno: Igino, che venne ucciso dai fascisti insieme a moltissimi altri innocenti nella rappresaglia che fecero in seguito agli scontri armati. Emblematicamente è l’incontro con la gente del tempo di Igino, del paese di Igino e non soltanto con lui. Con l’idea di propormi al pubblico come scrittore di romanzi volevo farlo per la prima volta con una storia che mi riguardasse direttamente.

Esempi di grandi scrittori che con le loro parole hanno reso indelebile parte della storia italiana non mancano di certo. Penso a Elsa Morante, Italo Calvino, Beppe Fenoglio (solo per citarne alcuni). Quant’è importante raccontare il passato, la storia italiana e quella ancora più vicina a noi: quella locale?

Credo che ci siano morali e lezioni profonde che è necessario raccontare e tramandare. Non è mai scontato ripetere che la storia insegna e io mi auguro che possa essere proprio questo il fine ultimo. Un romanzo storico ha l’obiettivo di intrattenere piacevolmente, o comunque di suscitare emozioni, e allo stesso tempo fornire le basi per una riflessione su realtà a noi vicine, nel caso di Incontrando Igino vicinissime.

Un romanzo di questo tipo necessita in maniera imprescindibile di una solida base scientifica: che è la ricerca storica. Come ti sei preparato alla stesura del libro?

La preparazione è stata fondamentale e necessaria, dalla durata di moltissimi mesi. Ho passato tanto tempo in biblioteca dovendo documentarmi su cosa effettivamente fosse successo in quei giorni. Ho letto libri e pubblicazioni, ho consultato archivi fotografici, ho studiato le testimonianze e i documenti raccolti da Ezio Raspanti, partigiano e ricercatore storico, e conservati nell’Istituto storico dell’Antifascismo e della resistenza in Valdichiana “Bernardo Melacci” di Foiano della Chiana. Grazie a Ezio posso dire che abbiamo la fortuna di avere una banca dati di notevoli dimensioni, quindi volendo entrare nello specifico dei giorni del ’21 in cui a Foiano ci furono omicidi e stragi, si ha la possibilità di capire cosa è successo. Ho cercato di rimanere il più possibile distaccato nel raccontare, pur cercando di suscitare nel lettore le emozioni dei protagonisti. Mentre i romanzi storici sono solitamente costituiti dal 20% di realtà, quindi una storia contestualizzata, e dall’80% di invenzione, Incontrando Igino è l’opposto: l’80% corrisponde a dati e fatti reali, ricostruzioni storiche e il restante 20% è fantasia.

Quanti libri ancora si potrebbero scrivere su Foiano e sulla Valdichiana? Sembra una terra inesauribile da un punto di vista umano, storico e culturale.

La storia della Valdichiana in sé è ricchissima. Così come penso sia lo stesso in tutta Italia. Sto preparando un libro, che uscirà a fine anno, un romanzo che io definisco fucsia, cioè non soltanto sentimentale, perché la base storica locale entra comunque a far parte della trama. La protagonista conosce, nel corso della sua vita, persone delle quali vengono svelate le esistenze legate alla guerra, al territorio aretino e del Valdarno. Proprio quello che hai detto io lo cerco di dimostrare con i romanzi.

I fatti di Renzino sono stati un evento importantissimo nella storia aretina del ‘900. Si può dire che da Renzino sia partita la Resistenza foianese. Oggi non è raro imbattersi in revisionismi di quell’evento o in prese di posizione filofasciste. Come si combatte questa pericolosissima ignoranza?

È necessario farlo con il dibattito, ma spesso si sbatte contro un muro che pare essere insormontabile. Non è solo mancanza di cultura: è anche mancanza di intelligenza nel comprendere certe situazioni, che inizialmente possono sfuggire a causa dell’ignoranza, ma se avessimo un minimo di intelligenza dovremmo arrivare a mettere in discussione le nostre convinzioni. Servirebbe un minimo di spirito critico e di autocritica.

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Circolo culturale Fra Jacopo da Torrita, salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali del territorio

Gli anni ’70 sono gli anni della libertà, della trasgressione, delle lotte politiche e delle innovazioni rivoluzionarie. In questi anni esplodono la creatività e la voglia di progresso a tutti…

Gli anni ’70 sono gli anni della libertà, della trasgressione, delle lotte politiche e delle innovazioni rivoluzionarie. In questi anni esplodono la creatività e la voglia di progresso a tutti i costi, sono gli anni degli ‘hippie’ e della ‘Summer of Love’ che ha visto la sua consacrazione con i grandi festival rock come Monterey e Woodstock. Ma se da un lato libertà e trasgressione la fanno da padrone, dall’altro gli anni ’70 saranno ricordati per le contestazioni, le tensioni generazionali e i comportamenti aggressivi. In questi anni si fa sentire in maniera forte e decisa la presenza dei media che entrano di prepotenza nella vita quotidiana; le droghe diventano parte integrante dello stile di vita dei più giovani. Nonostante ciò, gli anni ’70 sono passati alla storia come un’epoca di genialità senza eguali.

Ed è in questi anni che, nella sonnolenta provincia lontana dalla vivacità cittadina, dalle menti di un gruppo di liceali nasce una nuova realtà. Animati dal desiderio di ritrovare le proprie radici, dalla voglia di cambiamento, dalla creatività e dall’amore per la ricerca, danno vita al Circolo Culturale Fra Jacopo da Torrita.

Oggi il presidente del Circolo è Mauro Goracci, ma a farmi da cicerone è la segretaria Raffaella Micheli, entrata a far parte dell’associazione solamente nel 2013. Durante il nostro incontro, avvenuto nello splendido scenario dell’Amorosa a Sinalunga, mi colpiscono subito la sua intraprendenza, la sua spiccata creatività e la sua determinazione, in perfetto stile anni ’70.

“Il Circolo culturale è nato negli anni ’70 da un gruppo di liceali, durante un’estate dove tutto era in trasformazione. I ragazzi avevano deciso di approfondire questioni che riguardavano l’aspetto archeologico del territorio torritese. Nel corso degli anni l’Associazione ha svolto un’attività di ricerca in archivi e biblioteche, ha organizzato scavi e mostre archeologiche, collaborando con gli Enti Locali, Sovrintendenze deputate per legge alla tutela dei Beni Culturali, Istituti Universitari, in particolare con Il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Siena” – mi spiega Raffaella.

Ma le attività del Circolo non si limitarono solo a questo. Quei liceali, ormai cresciuti, hanno sentito l’esigenza di raccogliere tutti i loro studi in una rivista che avesse periodicità annuale e fosse un mezzo per tramandare e far conoscere il territorio, ponendo l’attenzione sugli aspetti della storia di una comunità. Nel marzo 2010 nasce la rivista ‘Torrita Storia Arte Paesaggio’, il cui primo direttore responsabile è stato Alessandro Angiolini, che ha poi passato il testimone a Vittorio Zenardi.

“La rivista si propone di essere uno stimolo per iniziative tese alla valorizzazione e alla salvaguardia dei beni culturali, proponendo restauri di complessi architettonici, opere d’arte, progetti da intraprendere in collaborazione con privati e istituzioni. La pubblicazione della rivista è per l’associazione uno stimolo continuo nella ricerca, cercando di individuare aspetti non esaminati o non conosciuti della storia locale” – prosegue Raffaella.

Raffaella, nell’ultimo numero della pregiata rivista che in copertina ha un particolare della battaglia di Scannagallo, si è occupata del ritrovamento nella zona Pantanelli-Le Gore, a Torrita, di una mansio romana, ovvero una sosta dove il viaggiatore poteva riposare, mangiare ed effettuare il cambio degli animali:

“La testimonianza dell’organizzazione, che ruotava attorno al sito, è pervenuta grazie alla varietà e alla ricchezza di reperti emersi dagli scavi, inclusi i resti di quella che forse fu la capostipite della razza Chianina. Da ultimo viene fatto riferimento alle frequentazioni legate al culto delle acque della risorgiva e alla prima chiesa del territorio torritese” – spiega Raffaella.

E Fra Jacopo da Torrita, chi era? Chiedo io.

“Jacopo da Torrita, ovvero Jacopo Torriti, dal cognome si presume fosse di Torrita, era un pittore e mosaicista vissuto nel 13esimo secolo, che lavorò soprattutto a Roma e ad Assisi e dove i suoi lavori sono presenti tutt’oggi. Viene considerato uno dei più importanti personaggi della cultura torritese e per questo motivo è stato deciso di intitolare a lui il nostro Circolo” – continua Raffaella.

Nella sua particolareggiata descrizione, Raffaella si sofferma su una figura importante per il Circolo: “Questa avventura è iniziata grazie a un gruppo abbastanza ristretto di persone, ma sicuramente un ringraziamento importante per il lavoro svolto va all’avvocato Sante Bazzoni che ha avuto l’idea di trasformare l’impegno dell’associazione in una rivista. Questo perché, alla luce delle più moderne conoscenze e tecnologie che oggi possono essere utilizzate per l’analisi storica, è importante avere supporti cartacei dove si possano effettuare nuove ricerche e scoperte su questioni già studiate. Il passato non è modificabile, ma la conoscenza che ne abbiamo si evolve continuamente ed è quindi importante continuare a studiare, ricercare e approfondire”.

L’associazione sta già lavorando al numero dieci della rivista, ma come per ogni progetto che si rispetti il contenuto è top secret. Raffaella mi ha voluto però assicurare che come sempre si percepiranno l’amore e la passione che il gruppo mette nel portare avanti i propri studi. Un sintomo di attaccamento alla propria terra e alla propria cultura, che sottolinea come la conoscenza sia il modo migliore per valorizzare una comunità: è responsabilità di tutti noi custodirla e difenderla.

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“La bambina si chiamerà Italia!” – Quando Garibaldi passò da Foiano

Indagando sul passato di Foiano della Chiana, la cosa che più colpisce uno storico avventuroso è la tempra del suo popolo: geloso custode di antichissime e nobili tradizioni libertarie, strenuamente…

Indagando sul passato di Foiano della Chiana, la cosa che più colpisce uno storico avventuroso è la tempra del suo popolo: geloso custode di antichissime e nobili tradizioni libertarie, strenuamente difese in ogni epoca. Questi ideali di libertà e rivolta hanno lasciato ricordi legati anche a grandi personaggi della storia.

A confermare questa indole ribelle delle genti foianesi si possono rievocare a dimostrazione molti eventi di indiscutibile rilevanza storica, sia a livello locale, che a quello più ampio del contesto italiano ed europeo. Procedendo a ritroso negli anni e nei secoli ecco che si ricorda il ruolo attivo di molti giovani nella Resistenza antifascista; il coraggio di coloro che, tra i primi in Italia, si opposero alla violenza fascista con i famosi Fatti di Renzino; la nascente consapevolezza del movimento operaio e mezzadrile di inizio Novecento che, trasformata in coscienza di classe, combatté per il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita, ottenendo grandi successi come la modifica del patto colonico e il diritto di sciopero all’interno della fabbrica di tabacchi; la tradizione giacobina di Foiano, con la sua impermeabilità al movimento del Viva Maria e la profonda fede nella Rivoluzione francese scandita dal motto libertà, fraternità, uguaglianza; e, infine, l’interesse del famosissimo Machiavelli, che ebbe a scrivere il suo “Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati” scritto nel lontano 1503, dopo che i nostri antenati si opposero al dominio fiorentino.

Ma la storia di Foiano si lega anche con quella di un altro famosissimo personaggio storico, conosciuto come l’Eroe dei due mondi, ammirato e stimato in ogni continente: Giuseppe Garibaldi (1807 – 1882). La sua figura è da sempre associata alla spedizione dei Mille e all’Unità d’Italia del 1861, avvenimenti che si collocano in un contesto spazio-temporale molto più ampio della sola missione delle Giubbe rosse. La genesi di questo processo va ricercata nella Rivoluzione francese (1789 – 1799) e nei conseguenti avvenimenti sociopolitici che interessarono il Vecchio Continente.

I movimenti e le ribellioni nazionali che scossero l’intera Europa per tutto l’Ottocento, cominciarono a germinare negli anni successivi alla caduta di Napoleone, come contropartita alla bigotta e repressiva restaurazione dei principi. Verso la metà del XIX secolo una serie di conflitti sociali, economici, istituzionali e politici generatisi durante la restaurazione e usciti allo scoperto durante gli anni Trenta, portarono alla ribalta idee di libertà politica e civile, maturate negli ambienti intellettuali illuminati, espressioni anche della volontà popolare. Queste ideali si mescolarono a quelle di unità nazionale: esigenza che stava infuocando sempre più gli animi dei popoli che si volevano riconoscere liberi e fraterni sotto una comune tradizione e cultura. Erano gli anni dei Moti del 1848.

Fu un anno decisivo anche per l’Italia, dove scoppiarono rivolte sulla scia di quelle europee. Poco dopo quasi tutti i piccoli Stati (tranne il regno Lombardo-veneto e i ducati di Parma e Modena) avevano ottenuto un regime costituzionale. Negli stessi mesi i patrioti italiani intensificarono la loro lotta contro l’Austria usurpatrice e invasore, dando il via alla prima guerra di indipendenza italiana.

A Roma un moto insurrezionale mise in fuga il papa e dette vita alla Repubblica Romana (febbraio 1849), il cui governo provvisorio venne affidato ad un triumvirato formato da Mazzini, Armellini e Saffi; anche in Toscana venne cacciato il Granduca e creato un governo provvisorio. Questa situazione generale, però, si infranse pochi mesi dopo, quando la restaurazione ristabilì l’ordine con gli eserciti regi. A Roma il papa aveva chiesto alle potenze cattoliche di essere aiutato a ripristinare il potere temporale. Alla richiesta risposero la Spagna, l’Austria, il Regno delle Due Sicilie e la Francia repubblicana, il cui presidente, Luigi Napoleone, cercava l’appoggio dei cattolici per legittimare il suo potere. Dunque, nonostante la strenua difesa da parte di un gruppo di volontari capeggiati da Giuseppe Garibaldi, nel luglio 1849 la Repubblica Romana si arrese e i francesi. Solo Venezia, ora ultimo baluardo di speranza per i riformatori italiani, sembrava resistere all’assedio di Napoleone.

Così, il richiamo della libertà e della giustizia spinse Le lion de la liberté (come veniva chiamato Garibaldi in Francia) a intraprendere il pericolosissimo cammino da Roma, dove era appena stato sopraffatto dall’enorme forza francese, verso la Serenissima. Fu proprio per spostare le sue truppe lungo questo itinerario che Garibaldi attraversò la Valdichiana.

Dopo aver radunato i suoi fedeli in Piazza San Pietro, il Generale della Repubblica romana si incamminò al grido “Chi ama l’Italia mi segua!”. Numerose furono poi le tappe in Toscana: dopo l’ingresso a Palazzone risalì la Chiana passando per Cetona, Chianciano, Montepulciano, Foiano, Castiglion Fiorentino e Arezzo.

La sosta a Foiano il 21 luglio 1849, motivata anche dal maltempo oltre che dalla necessità di decidere la strada in base ai rapporti delle pattuglie di cavalleria, lasciò un lieto ricordo alla popolazione. Fatti accampare gli uomini, prese alloggio presso la casa di Pietro Pagliuccola, guardiano addetto ai regi possessi, a ridosso della Porta Cortonese. Nella notte la moglie del padrone di casa diede alla luce una bambina e, nell’entusiasmo generato dalla nascita, venne chiesto al Generale quale nome le si dovesse dare. Garibaldi la chiamò Italia!

La mattina seguente il Comune di Foiano sussidiò di denaro la spedizione garibaldina per il sostentamento dei suoi combattenti volontari, e fra applausi e incitamenti il Generale si allontanò dal piccolo paesino. Dopo quasi tre settimane di marce forzate, la colonna si era ridotta a circa 2000 uomini, causa le molte diserzioni, in fondo del tutto normali in un esercito composto da volontari, così lontani dalla base di partenza, in territorio ostile e braccati da ben 5 eserciti (tra i quali quello austriaco e quello francese).

A San Marino, sfuggito con abilità alla manovra a tenaglia degli austriaci volta a chiudergli la strada verso l’Adriatico, il 31 luglio sciolse la legione e, rifiutata la resa, “con un pugno di compagni” giunse a Cesenatico, dove, con un colpo di mano, s’imbarcò per Venezia. Ma gli eventi giocarono un bruttissimo colpo al Generale barbuto. Intercettati da una squadra navale austriaca, vide prima morire sua moglie e poi fu costretto a consegnarsi alle forze imperiali.

Ma i destini di Foiano e Garibaldi s’incrociarono ancora un’ultima volta. Dopo anni di esilio e dopo aver riunito l’Italia, l’Eroe dei due mondi progettò la conquista di Roma per annetterla al Regno. Durante gli spostamenti logistici dell’esercito in direzione della Città eterna, il Generale attraversò di nuovo la Toscana. Non appena i foianesi seppero del campo militare montato a Rapolano, inviarono una delegazione di cittadini per invitarlo in paese e notificargli la sua nomina a Presidente onorario della locale Società Operaia. Grato dell’affetto che il paese di Foiano gli riservava rispose con una lettera prima di tornare a far visita alla piccola Foiano.

«Poggio di S. Cecilia, 14 agosto 1867

Miei cari amici

accetto con gratitudine l’onorevole titolo di vostro presidente onorario. Circa a vedere la cara città di Foiano, che sì gentilmente mi hai dette ospitalità or sono 18 anni, i latori di questa vi recheranno la mia risposta.

Io sono per la vita il vostro

Giuseppe Garibaldi»

La targa commemorativa a Foiano della Chiana: “L’illustre generale Giuseppe Garibaldi reduce da Roma col nemico alle spalle nel dì 21 luglio 1849 qui soggiornò; al popolo foianese che vivamente l’acclamava rivolse parole di conforto; all’Italia predisse un migliore avvenire”


Bibliografia

Luigi Armandi, Nel nome di Garibaldi. Storia del risorgimento nell’aretino, Regione Toscana, Letizia editore, 2007

Francesco Asso, Itinerari garibaldini in Toscana e dintorni 1848-1867, Regione Toscana, 2011

Wikipedia, “Marcia di Garibaldi dopo la caduta di Romahttps://it.wikipedia.org/wiki/Marcia_di_Garibaldi_dopo_la_caduta_di_Roma

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La storia dei trattori arancioni, protagonisti dell’agricoltura in Valdichiana

In concomitanza con la festa dei lavoratori del 1° Maggio, a Foiano della Chiana si è svolto il primo raduno dei trattori d’epoca OM/FIAT, conosciuti da tutti come l’esercito dei…

In concomitanza con la festa dei lavoratori del 1° Maggio, a Foiano della Chiana si è svolto il primo raduno dei trattori d’epoca OM/FIAT, conosciuti da tutti come l’esercito dei trattori arancioni. Durante l’evento organizzato dal Club Amici della Zucca, i mezzi simbolo dell’agricoltura del dopoguerra italiano hanno sfilato per le vie del borgo foianese raccontando la loro storia.  Tra i protagonisti della sfilata i modelli di punta come il Fiat 211, il 411 e l’OM 513, fino ai modelli più recenti come quelli dell’edizione “Nastro d’oro” di cui facevano parte il 450, il 550 e il 650 e “Le gomme alte” o l’OM 850, il Fiat 1000 e il 1300.

La storia dei trattori arancioni inizia nel 1958, periodo in cui comincia a vacillare il sistema mezzadrile del nostro territorio lasciando il posto alla coltivazione diretta dei terreni. All’inizio il trattore, una macchina di piccole dimensioni, affiancava il lavoro delle vacche e dei buoi e solo dopo il 1964, con l’inizio della chiusura delle stalle, le potenze di queste macchine sono cresciute e sono diventate più adatte a svolgere lavori più impegnativi.  Il trattore di media potenza veniva affiancato da una macchina di piccole dimensioni che si sostitutiva al lavoro a trazione animale per i trasporti di cereali, fieno, legna, mais e girasole.

Durante l’evento foianese, ho incontrato Pietro Rampi, coltivatore della Valdichiana ma anche esperto conoscitore di questi mezzi, che mi ha raccontato come è avvenuto il passaggio dalla mezzadria alla coltivazione diretta dei terreni.

I trattori arancioni hanno fatto la storia della nostra Valdichiana. Questi mezzi sono stati comprati dai nostri agricoltori alla fine degli anni ’50 e all’inizio anni ’60. Prima il terreno veniva lavorato dai contadini delle famiglie mezzadrili e da piccoli coltivatori diretti: le vacche e i buoi castrati venivano usati per lavorare la terra, ma questo non bastava più, c’era bisogno di aumentare la produzione per stare dietro al boom economico del dopoguerra italiano. A questo punto, quindi, vennero introdotte delle macchine particolari, piccolissime come la 211, e successivamente la 250, la cui trazione corrispondeva a quella di un paio di buoi” – mi spiega Pietro.

Gli inizi degli anni ’60 sono anni in cui la nostra agricoltura e tutto il territorio si trova in pieno fermento, cadono gli antichi sistemi economici per lasciare il posto a nuovi assetti. Oltre quindici anni di grandi cambiamenti nei quali l’agricoltura cambia faccia e le macchine sempre più performanti nella tecnologia seguono questa evoluzione.

“Dal 1957-58 fino al 1965-66 la lavorazione dei terreni era ancora mista: per metà venivano lavorati con il trattore e per l’altra metà ancora con le vacche o con i buoi. Questi sono gli anni in cui la Fiat si stava evolvendo, le macchine cingolate venivano usate nelle grandi aziende, che finito il lavoro, andavano ad aiutare i contadini mezzadri. In questo frangente si va a inserire una storia particolare, quella di Edro Gabellieri, agricoltore maremmano che vide nella Valdichiana un territorio interessante per la coltivazione della barbabietola da zucchero. Edro, a metà degli anni 60, comprò 1500 ettari di terreno nella campagna di Montepulciano, e per coltivare questo tipo di pianta aveva bisogno di macchine che facessero vari tipi di lavori e che rimpiazzasse del tutto il lavoro degli animali, e quindi comprò circa 40 trattori tra modelli 615 e 715. Sul cofano di questi trattori venne posto un numero per renderli riconoscibili e per celebrare questo grande investimento che per l’economia del territorio rappresentava una boccata di ossigeno”

L’ agricoltura della Valdichiana è stata meccanizzata velocemente e ad alto livello. La coltura della barbabietola da zucchero ha rappresentato un traino per l’economia locale. Insieme alla barbabietola, un’altra coltura che, attraverso la meccanizzazione, ha determinato lo sviluppo economico della Valdichiana è stato il tabacco. Nel 1964 la massima potenza su trattori gommati era di 80 cv, ma gli anni di svolta sono stati il 1966-67: in questo periodo infatti nasce la serie ‘nastro d’oro’ un successo di tecnologia, prestazioni, consumi e affidabilità che, oltre a consacrare la Fiat livello europeo, ha migliorato di gran lunga l’attività agricola dei nostri contadini. Un ulteriore cambiamento è arrivato poi nel 1968, quando arrivano nascono i modelli: 250, 450, 550, mentre con marchio OM arrivarono 650 e 850. Successivamente arrivarono anche 1000 e 1300: con questi modelli la Fiat si rivolgeva al mercato europeo e dopo quasi dieci anni diventò leader in Europa con i modelli della SERIE 80. In concomitanza a ciò, le vacche chianine e i buoi non venivano più impiegati nelle aziende come animali da tiro, bensì venivano usati per la riproduzione e la commercializzazione della carne.

“Negli anni della serie ‘nastro d’oro’, le aziende cominciavano ad avere bisogno di più di una macchina, in quanto una più pesante, sia di cilindrata e che di potenza, serviva per lavorare il terreno mentre una più leggera per fare altri tipi di colture. Alla fine degli anni 90 e con la serie 50 arrivano le potenze più grosse. Il dopoguerra italiano è stato un periodo difficile per tutti. C’era un Paese da ricostruire, un sistema economico da riprogettare, ma la voglia di fare non mancava affatto, come la fantasia dei nostri contadini. Non tutti potevano permettersi di acquistare uno dei trattori descritti fino ad ora e quindi c’è stato chi si arrangiava mettendo insieme varie parti di mezzi agricoli diversi”mi racconta Pietro che mi saluta con un aneddoto molto bello della vita di campagna del dopoguerra chianino: “Quando ero piccolo mi hanno raccontato di un agricoltore che ha montato le ruote di una mietitrebbia su di un trattore, ha attaccato il rimorchio ed è andato a lavorare il campo. Queste ruote però si sono pienate d’acqua e quando il contadino in questione è arrivato a metà campo, il trattore si è impennato e la lavorazione del campo non è stata davvero proficua”.

Il raduno dei trattori arancioni di Foiano della Chiana, oltre a celebrare uno dei mezzi simbolo dell’agricoltura, è stato un bel momento per conoscere e tramandare racconti e aneddoti storici del nostro territorio negli anni del dopoguerra.

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Gli scioperi in Valdichiana agli inizi del XX secolo

Agli inizi del XX secolo la mezzadria caratterizzava le campagne della Toscana: la maggior parte dell’economia contadina era infatti gestita attraverso il contratto agrario di mezzadria, che prevedeva la divisione dei prodotti…

Agli inizi del XX secolo la mezzadria caratterizzava le campagne della Toscana: la maggior parte dell’economia contadina era infatti gestita attraverso il contratto agrario di mezzadria, che prevedeva la divisione dei prodotti e degli utili tra il proprietario e la famiglia che abitava il podere. Anche la Valdichiana, che dall’epoca della bonifica era diventata una delle più fertili e importanti zone agrarie dell’Italia centrale, veniva condotta a mezzadria, che contribuiva a formare una società tradizionale e rurale.

Alla fine del XIX secolo, tuttavia, il modello produttivo cominciava a mostrare tutti i suoi limiti con l’apertura dei mercati internazionali e l’avvento della meccanizzazione. Nelle campagne regnava una generale situazione di miseria, con patti colonici di retaggio feudale che prevedevano una serie di privilegi nei confronti del padrone e un diffuso disequilibrio nel rapporto tra i proprietari e i contadini. La paura degli sfratti, che avrebbero lasciato le famiglie senza casa né podere, la mancanza di igiene nelle case coloniche e la mancata crescita economica in un periodo storico di forti cambiamenti erano avvertibili in tutte le campagne.

È proprio in questa fase che si inseriscono gli scioperi in Valdichiana, che avvengono nel 1902 e sono considerati uno dei più importanti esempi della storia contadina italiana. Essi avvengono in un quadro di lotte politiche e sindacali sempre più forti, tra il grande sciopero di Genova del 1900 e lo sciopero generale del 1904 dopo l’eccidio dei minatori di Buggerru. La ricostruzione degli eventi in Valdichiana di quell’anno è efficacemente riassunta dal libro di Vittorio Meoni “Gli scioperi del 1902 in Valdichiana” (2002, editrice Le Balze).

I motivi che spinsero i mezzadri a scioperare in quei mesi di tensione non furono soltanto economici, ma anche sociali (relativi alle condizioni di vita dei coloni) e politici, ovvero per sancire l’importanza del riconoscimento di leghe e aggregazioni contadine che potessero difendere i loro diritti. Nella primavera del 1902 si ruppe quindi un equilibrio secolare che aveva caratterizzato le campagne e le aree rurali della Valdichiana.

Prima fase: Chianciano, aprile 1902

La stagione degli scioperi in Valdichiana iniziò il 2 marzo con i contadini di Chianciano che si riunirono in una lega e presentarono un memoriale al Sindaco, in cui si chiedeva una serie di miglioramenti. Principalmente le richieste si concentravano sulla tassa del podere, che volevano a totale carico del proprietario, la ripartizione della ramatura delle viti per far fronte a nuove malattie, la ripartizione della trebbiatura per finanziare i macchinari nuovi, e la cessazione dell’usanza della “capatura” dell’uva migliore da parte dei proprietari. Le richieste più curiose erano quelle di riconoscere la libertà di coscienza e la possibilità di assentarsi dal lavoro nei giorni delle elezioni (che commenterò in seguito). Tale memoriale non venne accolto dai proprietari terrieri di Chianciano, che non solo si rifiutarono di rispondere, ma anche di riconoscere la lega dei contadini.

La risposta dei mezzadri fu dura: in seguito a un’assemblea generale venne indetto lo sciopero per il 7 aprile 1902. La mattina i contadini partirono dai rispettivi poderi, portandosi dietro i buoi, raggiungendo il paese e minacciando di rimanere lì finché non fossero state accolte le loro richieste, a costo di far morire di fame gli animali (la cui proprietà era a metà con i padroni). Inizialmente i proprietari terrieri si rifiutarono di cercare un accordo, e le autorità cittadine rimasero passivamente in attesa.

I contadini in sciopero rimasero fermi nelle loro posizioni e la folla resistette sia alla pioggia del pomeriggio, sia all’arrivo della notte. Il rischio di veder morire di fame gli animali e di rovinare i raccolti costituiva un danno economico troppo grande per i proprietari terrieri di Chianciano, che accettarono infine la trattativa. All’incontro tra i rappresentanti venne siglato un patto che modificava il contratto di mezzadria e garantiva alcune delle richieste fatte dai coloni. Alla firma del patto lo sciopero venne revocato e i contadini tornarono nei rispettivi poderi; quella del 7 aprile 1902 venne quindi considerata come un’importante vittoria dell’aggregazione tra di contadini e uno dei più importanti esempi di presa di coscienza politica.

Seconda fase: Chiusi, maggio 1902

Mentre ancora era in corso la vertenza a Chianciano, anche i contadini di Chiusi cominciano a muoversi, tentando una strategia simile. I mezzadri riuniti in lega consegnarono un memoriale con delle richieste, strutturato in maniera analoga a quanto accaduto nel comune limitrofo; le istanze erano simili, per quanto riguardava le ripartizioni della trebbiatura e le tasse sul podere, ma c’erano anche alcune aggiunte, come la richiesta di estendere la durata del contratto agrario a tre anni e di ottenere una copia del libretto colonico anche nel podere.

Nel frattempo, però, c’era stato lo sciopero di Chianciano, quindi il 9 aprile 1902 i proprietari terrieri di Chiusi non si lasciarono cogliere impreparati e formarono ufficialmente un comitato per rispondere alle richieste dei contadini. Questo comitato si costituì per tutelare i propri diritti e per ottenere il sostegno delle autorità, e questa fu un’importante differenza con Chianciano. I proprietari accettarono alcune delle istanze dei mezzadri e ne respinsero altre, e tale accordo venne inizialmente accettato dai rappresentanti della lega dei contadini di Chiusi. In un secondo momento, tuttavia, l’assemblea dei contadini rifiutò tale accordo e proclamò lo sciopero.

Il 10 maggio 1902 la quasi totalità delle famiglie contadine aderì allo sciopero, senza però radunarsi in paese, ma fermando le attività di gestione del podere e di allevamento dei buoi. A differenza di quanto accaduto a Chianciano, però, i proprietari terrieri di Chiusi rimasero fermi nella loro posizione e ottennero l’appoggio dell’autorità civile, con il sottoprefetto di Montepulciano che fece affiggere un manifesto in cui richiamava i mezzadri all’ordine e al rispetto del primo accordo. La tensione rimase fino al 12 maggio, quando lo sciopero si concluse con i mezzadri che accettarono l’accordo iniziale dei proprietari. Entrambe le parti in causa sentivano di aver vinto: da una parte il comitato dei proprietari, che fece accettare l’accordo iniziale, dall’altra la lega dei contadini, che aveva ottenuto il riconoscimento e la dignità di organizzazione sindacale.

Terza fase: Sarteano, maggio 1902

Seguendo l’esempio dei contadini dei comuni limitrofi, anche i mezzadri di Sarteano iniziarono a organizzarsi a pochi giorni di distanza. Le richieste di migliorie alla vita contadina e al contratto agrario si erano ormai diffuse in tutte le campagne della Valdichiana, e la possibilità di unirsi in leghe permetteva ai contadini di andare a trattare con i proprietari con la forza dei numeri, invece che accontentarsi di una trattativa privata tra latifondista e famiglia colonica.

A Sarteano, però, consci degli avvenimenti nei comuni adiacenti, i proprietari terrieri anticiparono possibili scioperi e il 17 aprile scrissero una lettera al prefetto di Siena, in cui dichiaravano di costituirsi preventivamente in una società difensiva e di voler approntare migliorie al contratto colonico in favore dei contadini, tra cui la concessione di una copia del libretto colonico, una più favorevole suddivisione delle spese per la meccanizzazione dei campi e così via. Tale lettera, mandata anche alle famiglie dei contadini, venne fatta seguire da una diffida a portare il bestiame fuori dai campi senza il consenso dei proprietari, con la minaccia preventiva di ritenerli responsabili di eventuali danni e deperimenti alle proprietà condivise.

La lega dei contadini di Sarteano si riunì il 30 aprile e accettò le migliorie proposte dai proprietari, ma cercò anche di spostare la questione sul piano politico, ovvero di essere riconosciuta come organizzazione sindacale, garantire ai coloni la libertà di pensiero e la possibilità di assentarsi dal lavoro durante le elezioni (come già accaduto a Chianciano). La società difensiva dei proprietari non rispose alla lega, bensì al prefetto di Siena, delegittimando i rappresentanti e lamentando la mancata risposta delle famiglie contadine, intimando inoltre che non sarebbero state date ulteriori concessioni. La tensione continuò a crescere, con i piccoli proprietari che si schierarono dalla parte dei mezzadri e la minaccia di imitare lo sciopero con il bestiame di Chianciano.

Lo sciopero venne indetto il 19 maggio e provocò una mobilitazione in massa dei contadini di Sarteano, che non si spostarono verso il paese ma rimasero nei rispettivi poderi senza lavorare. Contemporaneamente si mossero i proprietari con intransigenza, richiamando le autorità statali ad applicare la forza repressiva, con drappelli di soldati e di carabinieri che si recarono in alcuni poderi dei rappresentanti della lega per contestare la mancata alimentazione del bestiame come inadempienza contrattuale e notificando la citazione in tribunale a Montepulciano. Seguirono alcuni arresti e sfratti, a cui la lega reagì con altrettanta tensione, facendo scendere in sciopero in solidarietà anche i contadini di Chianciano e di Chiusi e facendoli affluire a Sarteano; l’intervento e le cariche della cavalleria, tuttavia, dissolsero l’assembramento.

Il 23 maggio venne dichiarato concluso lo sciopero e la ripresa dei lavori. Lo stesso giorno al tribunale di Montepulciano celebrò rapidamente il processo e la condanna dei contadini arrestati durante i tumulti, affermando i sacri diritti della proprietà contro gli assalti degli scioperanti. Lo sciopero di Sarteano si risolse quindi in un fallimento, e molti contadini abbandonarono la lega, altri subirono sfratti e ritorsioni.

Gli scioperi in Valdichiana nella primavera del 1902, seppur con sorti alterne, contribuirono a migliorare le condizioni delle campagne e i contratti agrari di mezzadria; servirono anche a rafforzare la coscienza di classe dei mezzadri, che in massa si unirono alle leghe dei contadini e successivamente alla Federazione dei Lavoratori della Terra per continuare la lotta sindacale. Fu inoltre una fase di grande tensione che non terminò con le prime organizzazioni ma anzi anticipò le lotte politiche del secondo dopoguerra, con i lunghi e convulsi anni caratterizzati dalle bandiere affisse sui fienili durante la trebbiatura e le agitazioni per ottenere migliori condizioni di vita.

Una riflessione finale va dedicata alla particolare richiesta fatta dai contadini a Chianciano a Sarteano, ovvero la concessione della libertà di pensiero e di assentarsi dal lavoro durante le elezioni. Tale richiesta non venne formalmente accettata dai proprietari durante gli scioperi, perché i mezzadri già la possedevano: essi non erano dipendenti di padroni, nessuno li obbligava a orari precisi di lavoro o a tenere nascoste particolari simpatie politiche. La richiesta però ci suggerisce due cose: innanzitutto che il memoriale preparato dalle leghe dei contadini era probabilmente modellato sulla lotta sindacale di ispirazione socialista già utilizzata nelle città, strutturata nel rapporto tra dipendente e padrone, e che non teneva conto delle differenze dei mezzadri. Secondariamente, suggerisce che i mezzadri, nonostante la loro condizione contrattuale di “proprietari a metà”, si sentissero comunque dipendenti e dovessero chiedere il permesso per esercitare un loro diritto; per quanto formalmente alla pari, infatti, il rapporto di potere nella mezzadria è sempre stato asimmetrico, e le costrizioni a cui erano sottoposte le famiglie coloniche non erano soltanto economiche, ma anche sociali e culturali, rivelando una situazione di subalternità che ha contributo a caratterizzare la società tradizionale delle nostre campagne.

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La battaglia di Scannagallo per il nuovo titolo di Granduca

Niccolò Machiavelli scrisse: «Come si debba Ambizione usarla, lo esempio tristo di costor lo ’nsegna. Da poi che l’uom da sè non può cacciarla, debbe il giudizio, e l’intelletto sano…

Niccolò Machiavelli scrisse:

«Come si debba Ambizione usarla,
lo esempio tristo di costor lo ’nsegna.
Da poi che l’uom da sè non può cacciarla,
debbe il giudizio, e l’intelletto sano
con ordine, e ferocia accompagnarla
».

Proprio l’ambizione fu il tratto distintivo del primo Granduca di Toscana Cosimo I de’ Medici e come auspicava Machiavelli, il fiorentino seppe, attraverso il giudizio, e l’intelletto sano / con ordine, e ferocia domarla per cambiare il corso della storia della Toscana e della dinastia Medici.

Ci fu un passaggio cruciale che portò il giovane Cosimo I a elevarsi per prestigio su tutti gli altri signori d’Italia e del mondo conosciuto. Un avvenimento importantissimo che toccò le terre chianine, legandosi fra storia e leggenda: la Battaglia di Scannagallo. A questo scontro epico, forse il più importante del XVI secolo, si arrivò grazie ad un’accorta e lungimirante strategia politico-militare dell’allora Duca di Firenze.

Cosimo I dei Medici nacque a Firenze, il 12 giugno 1519, da Giovanni detto delle Bande Nere, famosissimo condottiero di ventura, e da Maria Salviati. Rimase però orfano di padre all’età di sette anni, dopo che gli fu trasmesso il culto dell’ardimento ed il gusto dei rischi del mondo della guerra. Altrettanto forte fu l’impronta della madre, donna austera e profondamente religiosa, orgogliosa della propria appartenenza alla famiglia Medici, attenta alle vicende fiorentine e romane. Entrambe le personalità dei genitori andarono a plasmare quella del figlio Cosimo, la quale emergerà prepotentemente nella crescita, tanto da spingerlo a scelte ardite e prese di forza decisive per il suo futuro.

Dopo i problemi emersi negli anni dell’infanzia del piccolo Cosimo, che videro la famiglia costretta a fughe rocambolesche per varie città italiane, tra difficoltà finanziarie e rivalse politiche, i Medici riuscirono a restaurare il loro dominio a Firenze nel 1530, dove però dovettero affrontare una crisi scoppiata in seno al principato. Nel 1537, a soli 18 anni, Cosimo I venne nominato dall’Imperatore spagnolo Duca di Firenze.

Da una posizione fragile che caratterizzò i primi anni di governo, insidiato dagli avversari politici, dai francesi e dal papa, il Duca seppe imporre la propria autorità su Firenze grazie alla precoce fermezza politica, alla spinta dell’orgoglioso ricordo delle proprie origini e dal disegno di ricostruire intorno a sé le milizie paterne.

Ambizioso fin dal giorno della sua nomina alla reggenza del Ducato di Firenze, Cosimo si adoperò in ogni modo per accrescere il prestigio della casata e portare a compimento il processo di concentrazione del potere nelle mani del Duca. Come per ogni grande Stato che si rispetti, la sua politica si concentrò nell’estensione dei confini. Cosimo concentrò i suoi sforzi soprattutto per ricevere un titolo regale che lo affrancasse dalla condizione di semplice feudatario dell’Imperatore e che gli desse quindi maggiore indipendenza politica. Titolo che solo un re, l’Imperatore o il Papa avrebbero potuto concedergli.

Ma l’ambizione del Duca toscano non era ben vista da nessuna delle autorità. Né da quella religiosa né, tantomeno, da quelle laiche, le quali osteggiarono la sua richiesta. La mossa degna di un grande stratega fu, quindi, quella di inserirsi nei conflitti franco-spagnoli all’interno della penisola Italiana. Perfettamente funzionale fu la volontà di espandere il dominio di Firenze su Siena. Non starò qui a dilungarmi sulla vicenda della guerra, perché ciò che m’interessa far emergere da questo racconto è come la nostra bellissima terra sia stata protagonista di un evento eccezionale nella storia europea.

Allo scoppio della Guerra di Siena, inquadrata all’interno dei conflitti franco-spagnoli in Italia del XVI secolo, Cosimo aveva quindi già messo gli occhi sulla città. Siena costituiva una forte minaccia a causa della calda accoglienza qui riservata nei secoli ai fuoriusciti fiorentini, avversari di sangue dei Medici. Inoltre, la città rappresentava pressoché l’unica via d’espansione territoriale praticabile, specialmente dopo la caduta di Piombino nella sfera d’influenza spagnola. Venne stipulato un trattato tra Regno di Francia e Repubblica di Siena, mediante il quale i francesi si impegnavano a difenderla. Enrico II di Francia promise l’invio di un esercito di rinforzo completo di armi, munizionamenti e logistica. Ovviamente, la reazione imperiale non si fece attendere e nel 1552 scoppiarono i conflitti. Fu l’occasione della vita per Cosimo.

La guerra proseguì per tre anni. Dopo la sconfitta nell’epica battaglia di Scannagallo Siena resistette all’assedio per otto mesi; poi, abbandonata dai Francesi, si arrese il 17 aprile 1555.

Ottenuta la città, nonché i suoi territori e la nomina a Duca di Firenze e di Siena, Cosimo I si vide rifiutare dall’Imperatore la concessione del nuovo titolo tanto desiderato. Non bastò quindi il sostegno dato dai Medici alla dinastia imperiale in una delle guerre più importanti d’Europa.

Ma il fiorentino non si arrese ed escogitò un nuovo piano. Nel 1565 fece sposare suo figlio Francesco con Giovanna d’Asburgo figlia dell’Imperatore, sperando che fosse questa la chiave per la nomina di arciduca: duca due volte, duca di Firenze e duca di Siena. Ma l’Asburgo, preoccupato del prestigio che Cosimo stava acquisendo, non esaudì la richiesta.

Non trovando alcun appoggio da parte imperiale, Cosimo si rivolse al Papa. Già con Paolo IV aveva cercato di ottenere il titolo di Re o arciduca, ma invano. Finalmente però, fattosi strada anche fra l’ambiente ecclesiastico romano e trasformatosi in un devotissimo cattolico, Cosimo, corrompendo il conclave, riuscì a far eleggere Papa Pio V, rigido esponente della controriforma. In questo modo il Papa iniziò la sua carriera con un pesante debito da saldare: doveva al Duca di Firenze e di Siena la sua elezione. La questione venne perciò subito affrontata. Il Papa si adoperò per concedere al duca di Firenze un titolo che non lasciasse dubbio sulla supremazia dei Medici nei confronti degli altri principi italiani. Pio V, il 27 agosto 1569, emanò una bolla che insigniva Cosimo della carica di Granduca di Toscana, andando così a creare un nuovo titolo regale, unico in tutto il mondo.

La bolla attribuiva a chi reggeva lo Stato fiorentino, e pertanto anche quello senese, non solo una riconosciuta superiorità sugli altri principi italiani, ma soprattutto un aperto riconoscimento della natura “monarchica” e assolutistica del potere dei Medici sulla Repubblica Fiorentina.

Ma solo col passare del tempo, che come si sa fa dimenticare le cose, i sovrani italiani ed europei accettarono il titolo concesso a Cosimo: uno dei più ambiziosi uomini della storia, degno principe machiavelliano.

La lotta per la nomina granducale non fu, dunque, solo uno scontro per la preminenza sulla scena italiana nella concorrenza con gli Este o i Savoia, ma uno dei terreni sui quali Cosimo I si impegnò per il consolidamento della nuova dinastia sul piano internazionale e per una sua più forte legittimazione sul piano dell’esercizio del governo sullo stato fiorentino e sul nuovo possesso senese.

Per la realizzazione di questa corona si fece ricorso ad un’antica leggenda, che Cosimo I ritenne fondamentale per la storia toscana. Ricordate il frate Annio da Viterbo, il più grande falsario del tempo che attribuiva a Noè il ripopolamento della Toscana (L’origine di Foiano della Chiana) dopo il diluvio universale? A questo mito ci si ispirò per la fabbricazione, facendo riferimento alla corona dei re di Israele discendenti di David: la corona a raggi. Venne forgiato un capolavoro di oreficeria. Ovviamente diversa da quella principesca e da quella ducale, la corona era caratterizzata da un circolo d’oro ornato di smeraldi, rubini e perle, dal quale partivano punte triangolari d’oro verso l’alto. Priva del berretto di velluto interno, aveva la particolarità unica di avere, al centro nella parte anteriore, un grosso giglio, simbolo di Firenze.


Fonti

 

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Le Terme Sant’Elena raccontate da una mostra di foto storiche

Torna dal 18 al 20 maggio nel parco delle Terme di Sant’Elena, l’appuntamento con Acqua&Vino Chianciano. Se protagonista assoluto della prima edizione era stato il jazz, quest’anno, oltre a eventi…

Torna dal 18 al 20 maggio nel parco delle Terme di Sant’Elena, l’appuntamento con Acqua&Vino Chianciano. Se protagonista assoluto della prima edizione era stato il jazz, quest’anno, oltre a eventi di narrazione e musica che vedranno la partecipazione di Teresa De Sio, David Riondino, Pupo e l’Istituto Bonaventura Somma, non mancheranno iniziative di altro genere, come la mostra di foto storiche sull’età aurea dello stabilimento termale. Visitabile gratuitamente nei giorni del festival all’interno del parco e curata dell’esperta di arte Teresa Guerra, la mostra sarà un vero e proprio viaggio per immagini, come ci ha raccontato l’organizzatore dell’evento, Gionata Giustini.

Come è nata l’idea di organizzare questa mostra?

«Ero andato con il proprietario dello stabilimento, il dottor Ubaldo Ruju Cignozzi, a spostare del  materiale in un garage, quando la nostra attenzione si è posata su degli scatoloni chiusi. Abbiamo pensato di aprirli e vi abbiamo trovato questo archivio di foto. Da lì l’idea di selezionarne una parte, esporla e farla conoscere al pubblico».

Quali foto sono state scelte per la mostra?

«Sono scatti inediti, ovviamente in bianco e nero, risalenti agli anni ’50 e ’60 dei tanti personaggi illustri che si sono esibiti a Sant’Elena: Ella Fitzgerald, Claudio Villa, il Quartetto Cetra e Nino Taranto, solo per citarne alcuni. Ma non solo, perchè ci saranno anche sezioni tematiche sulle corse di auto d’epoca, le gare di ballo e i concorsi di bellezza».

C’è una fotografia particolarmente significativa tra tutte?

«Penso ad una scattata durante una corsa d’auto, perchè rende bene l’idea di cosa fosse Chianciano in quegli anni e la portata delle manifestazioni che vi si svolgevano».

Cosa può rappresentare una mostra di questo tipo per Chianciano?

«Si tratta senza dubbio di una testimonianza documentale importante, proprio per il fatto che le terme di Sant’Elena sono state una pietra miliare nell’evoluzione del turismo in Italia. Ad oggi il complesso termale, con i suoi otto ettari di parco e l’auditorium, rimane degno di essere messo in risalto. Anche Papa Ratzinger, che vi si soffermò alcuni giorni durante il suo pontificato, ne rimase ammirato tanto da definirlo “un santuario ecologico”».

Quale effetto si aspetta che la mostra sortirà nei confronti del pubblico?

«Immagino che sarà un evento interessante da scoprire per tutti, ma soprattutto per i chiancianesi. Rivedersi in quegli scatti potrà essere emozionante ma al tempo stesso motivo di riflessione. L’occasione per ricordare le proprie radici e le potenzialità legate al valore storico e culturale di questo territorio».

Nino Taranto nella famosa macchietta di Ciccio Formaggio, con la celeberrima paglietta tagliuzzata.

Nessun commento su Le Terme Sant’Elena raccontate da una mostra di foto storiche

I fatti di Renzino – Le radici della Resistenza foianese: 17 aprile 1921

La repressione delle popolazioni nel corso di tutta la Storia ha puntualmente acceso focolai di rivolta, ed esempi che avvalorano questa naturale connessione fra oppressione e ribellione non mancano di…

La repressione delle popolazioni nel corso di tutta la Storia ha puntualmente acceso focolai di rivolta, ed esempi che avvalorano questa naturale connessione fra oppressione e ribellione non mancano di certo.

Dall’antichità fino ai giorni nostri, persone e popoli interi sono insorti contro politiche e concezioni della società volte alla segregazione e alla sopraffazione dei più deboli. Uno degli eventi più significati e peculiari della Storia italiana, che si iscrive all’interno di questo binomio oppressi-oppressori, fu il movimento della Resistenza nel biennio ’43 – ’45: la grande sollevazione popolare contro la dittatura e le violenze dei regimi fascista e nazista, che per più di 20 anni sconvolsero l’Italia.

La storia che vi voglio raccontare parla di ribellione armata e fallimenti, di coraggio e dolore. I fatti che leggerete in questo secondo numero della rubrica dedicata agli avvenimenti storici nel territorio chianino ebbero luogo in un piccolissimo paesino di contadini, ai piedi del colle dominato da Foiano. Il nome di questo minuscolo agglomerato di case disposte lungo la via che porta ad Arezzo, segnò il punto d’avvio dell’azione antifascista foianese e allo stesso tempo il suo brusco arresto. Questo paese si chiamava, e si chiama tutt’oggi, Renzino.

Nella storiografia è fondamentale indagare la genesi e i processi evolutivi che portano allo sviluppo degli avvenimenti storici. Come il corso di un fiume non è fatto soltanto dalla foce e dal corpo principale, così gli avvenimenti storici non si possono né studiare né, tantomeno, comprendere senza che si risalga anche alla loro sorgente. Quelli che sono passati alla storia come I fatti di Renzino rappresentano metaforicamente la sorgente della Resistenza foianese, l’atto da cui, venti anni più tardi, i giovani di queste zone decisero di lottare per la libertà e la democrazia, sacrificando le proprie vite.

L’opposizione a ciò che sentiamo sbagliato o ingiusto, se ci pensiamo bene, scatta non appena questa situazione di oppressione si manifesta nelle sue primissime forme. Spontaneamente si creano contrasti, proteste più o meno accese e ribellioni. Le radici dell’opposizione al regime mussoliniano vanno cercate nell’ampio quadro dell’antifascismo e non nel fenomeno della Resistenza, che fu invece peculiare del biennio conclusivo della Seconda guerra mondiale. Il movimento resistenziale fu l’ultima fase di questo processo iniziato appena le squadre fasciste si mossero per reprimere con la violenza le forze politiche di sinistra.

Disegno di Ezio Raspanti sui fatti di Renzino – “Proprietà della famiglia Raspanti”

Le umiliazioni, le intimidazioni e i pestaggi contro la gente contadina e operaia di Foiano fecero sfociare tutta la sofferenza e la voglia di riscatto in un gesto di ribellione armata, che può benissimo rappresentare simbolicamente la nascita dell’antifascismo in Valdichiana. Il 17 aprile del 1921 un gruppo formato da anarchici, comunisti e socialisti assaltò e mise in fuga un convoglio fascista. Questa è la storia dei Fatti di Renzino. Questo è il simbolo del popolo di Foiano: un popolo resistente.

L’ambiente sociale in Valdichiana si rivelò, fin dai primi mesi successivi alla fine della Grande Guerra, decisamente fertile per quelle nuove ideologie che, sull’eco assordante della Rivoluzione d’Ottobre, stavano investendo il continente europeo. La maggioranza schiacciante di braccianti e contadini fra la popolazione, permise al Partito Socialista di Turati di mettere solide radici in tutta la vallata chianina. In particolare, nel paese di Foiano arrivò presto ad ottenere la maggioranza assoluta nella giunta comunale.

Dopo la scissione di Livorno, dalla quale nacque il Partito Comunista d’Italia, Sindaco e giunta comunale aderirono alla nuova organizzazione politica, pur mantenendo una sincera collaborazione con il Partito Socialista. Fu questo di Foiano della Chiana, uno dei primissimi casi in cui il PCd’I ottenne la maggioranza in una giunta. Fondatore della sezione comunista del paese fu Galliano Gervasi, giovane falegname, definito poi nelle carte di polizia della prefettura di Arezzo come “Convinto ed accanito capeggiatore degli elementi più estremisti del suo paese”. Lo stesso che nel 1947, come deputato, parteciperà alla scrittura della Costituzione italiana.

Ma nello stesso periodo, un altro partito stava nascendo, spinto dall’appoggio della classe dirigente e dai proprietari italiani: il Partito Nazionale Fascista. In breve tempo questo manipolo di violenti venne sguinzagliato contro le leghe e i sindacati di tutta la penisola, portando con sé distruzione e morte.

Divenuti “padroni” di Arezzo i fascisti mal sopportavano la zona più rossa della provincia: la Valdichiana e in particolare Foiano, con sindaco e assessori comunisti. La mattina del 12 aprile del 1921, dopo che il sindaco e la giunta di Foiano della Chiana rifiutarono le minacciose e illegali richieste di dimissione da parte del marchese Perrone Compagni di Firenze, 150 fascisti, scortati dal regio esercito, invasero le strade di Foiano.

Vennero devastate la sezione socialista, la Camera del lavoro, la sede della Cooperativa badilanti e terrazzieri e i locali del Comune. Sfortunati passanti vennero bastonati e percossi, i genitori del sindaco e quelli di Gervasi minacciati. Durante tutta l’incursione le forze dell’ordine mantennero un atteggiamento accondiscendente nei confronti degli squadristi. Così, fra venerdì 15 e sabato 16 aprile, dopo le violenze e le distruzioni di pochi giorni prima, per tutelare l’incolumità dei cittadini si dimisero sindaco e giunta.

La domenica, alle cinque del mattino, partirono dal Capoluogo alla volta di Foiano due camion di fascisti con 22 camicie nere armate. I fucili, che avevano come equipaggiamento, furono messi a disposizione e concessi in prestito dai depositi del Regio esercito di Firenze, Arezzo, Perugia e Siena. Venne nuovamente messo a soqquadro il municipio, fecero irruzione nelle abitazioni minacciando di morte e malmenando i socialisti e i comunisti che vennero sorpresi nei loro letti. Stessa sorte toccò, ancora una volta, agli anziani genitori del Gervasi.

Nel pomeriggio, ad uno dei due camion fascisti di ritorno verso Arezzo, nella località di Renzino, venne tesa un’imboscata da un gruppo di ribelli, tra i quali parteciparono Bernardo Melacci, carismatico capo anarchico, e Galliano Gervasi. Colte alla sprovvista furono uccise tre camicie nere e molte altre vennero ferite.

Una reazione tutt’altro che istintiva. Tutt’altro che dettata da una situazione episodica, perché le violenze delle squadracce fasciste si protraevano da mesi in Valdichiana, addirittura anni nelle regioni del nord Italia. La violenza repressiva indirizzata dai proprietari e dai padroni contro quella povera gente che lottava per migliorare le proprie condizioni di vita, veniva applicata da uomini senza scrupoli, personaggi violenti ed esaltati. Sputavano a chi non si piegava alle loro malefatte, alle loro parole d’ordine. Riempivano di botte fino alla morte gli sventurati attivisti dei partiti di sinistra. Malmenavano i vecchi, stupravano donne e ragazze senza porsi il minimo scrupolo.

Quando i “ribelli di Renzino” decisero di armare i propri fucili da caccia e appostarsi nascosti lungo la strada, la loro indignazione contro questi soprusi non poteva più essere frenata. Tutte le violenze subite fecero sfociare la loro rabbia in un gesto disperato che riecheggiò per giorni sulle pagine di molti giornali italiani.

La reazione nera non si fece attendere. La sera stessa del 17 aprile Renzino pareva tutto un incendio: moltissime case e fattorie vennero bruciate e i contadini uccisi. Donne e madri vennero uccise sulla porta di casa, davanti ai figli e alle figlie. Molti padri vennero trascinati lungo i fossi e freddati con un colpo alla testa, colpevoli soltanto di far parte di quella classe avvilita e straziata dalla Storia. La stessa che in un gesto estremo di ribellione raccolse la rabbia di generazioni antiche, che si riconoscevano fraterne nello stesso misero destino.

Arrivarono squadre di fascisti da tutta la Toscana e perfino da Roma. Il giorno successivo nella piazza centrale di Foiano venne istituito un “tribunale fascista” e un numero mai precisato di abitanti della zona venne giustiziato con un colpo di fucile alla testa. Nelle settimane successive processi farsa e confini vennero imposti agli organizzatori dei Fatti di Renzino.

Questa ribellione spontanea nei confronti del regime venne sedata tramite massacri e arresti. Fu così che lo spirito ribelle foianese subì un bruttissimo colpo di arresto durante i 10 e più anni in cui le menti organizzatrici dei fatti vennero mandate al confino. Dopo la caduta del regime fascista però, tutti i prigionieri politici rinchiusi nelle carceri poterono tornare ai loro paesi d’origine. Ogni rivoluzione necessita di una guida e la rivoluzione antifascista aveva bisogno proprio di questi uomini: preparati politicamente nel sostenere la popolazione indifesa, carichi di esperienza per operare e organizzare la lotta contro il regime nella clandestinità.


Bibliografia:

  • Giorgio Sacchetti, L’imboscata, Foiano della Chiana 1921, un episodio di guerra sociale, Arti Tipografiche Toscane, Cortona, 2000.
  • AA VV, Antifascisti raccontano come nacque il fascismo ad Arezzo, Litostampa Sant’Agnese, Arezzo, 1974
  • Ezio Raspanti e Giovanni Verni, Foiano e dintorni, EE VV, Firenze, 1991.
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