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La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: storia

Gli scioperi in Valdichiana agli inizi del XX secolo

Agli inizi del XX secolo la mezzadria caratterizzava le campagne della Toscana: la maggior parte dell’economia contadina era infatti gestita attraverso il contratto agrario di mezzadria, che prevedeva la divisione dei prodotti…

Agli inizi del XX secolo la mezzadria caratterizzava le campagne della Toscana: la maggior parte dell’economia contadina era infatti gestita attraverso il contratto agrario di mezzadria, che prevedeva la divisione dei prodotti e degli utili tra il proprietario e la famiglia che abitava il podere. Anche la Valdichiana, che dall’epoca della bonifica era diventata una delle più fertili e importanti zone agrarie dell’Italia centrale, veniva condotta a mezzadria, che contribuiva a formare una società tradizionale e rurale.

Alla fine del XIX secolo, tuttavia, il modello produttivo cominciava a mostrare tutti i suoi limiti con l’apertura dei mercati internazionali e l’avvento della meccanizzazione. Nelle campagne regnava una generale situazione di miseria, con patti colonici di retaggio feudale che prevedevano una serie di privilegi nei confronti del padrone e un diffuso disequilibrio nel rapporto tra i proprietari e i contadini. La paura degli sfratti, che avrebbero lasciato le famiglie senza casa né podere, la mancanza di igiene nelle case coloniche e la mancata crescita economica in un periodo storico di forti cambiamenti erano avvertibili in tutte le campagne.

È proprio in questa fase che si inseriscono gli scioperi in Valdichiana, che avvengono nel 1902 e sono considerati uno dei più importanti esempi della storia contadina italiana. Essi avvengono in un quadro di lotte politiche e sindacali sempre più forti, tra il grande sciopero di Genova del 1900 e lo sciopero generale del 1904 dopo l’eccidio dei minatori di Buggerru. La ricostruzione degli eventi in Valdichiana di quell’anno è efficacemente riassunta dal libro di Vittorio Meoni “Gli scioperi del 1902 in Valdichiana” (2002, editrice Le Balze).

I motivi che spinsero i mezzadri a scioperare in quei mesi di tensione non furono soltanto economici, ma anche sociali (relativi alle condizioni di vita dei coloni) e politici, ovvero per sancire l’importanza del riconoscimento di leghe e aggregazioni contadine che potessero difendere i loro diritti. Nella primavera del 1902 si ruppe quindi un equilibrio secolare che aveva caratterizzato le campagne e le aree rurali della Valdichiana.

Prima fase: Chianciano, aprile 1902

La stagione degli scioperi in Valdichiana iniziò il 2 marzo con i contadini di Chianciano che si riunirono in una lega e presentarono un memoriale al Sindaco, in cui si chiedeva una serie di miglioramenti. Principalmente le richieste si concentravano sulla tassa del podere, che volevano a totale carico del proprietario, la ripartizione della ramatura delle viti per far fronte a nuove malattie, la ripartizione della trebbiatura per finanziare i macchinari nuovi, e la cessazione dell’usanza della “capatura” dell’uva migliore da parte dei proprietari. Le richieste più curiose erano quelle di riconoscere la libertà di coscienza e la possibilità di assentarsi dal lavoro nei giorni delle elezioni (che commenterò in seguito). Tale memoriale non venne accolto dai proprietari terrieri di Chianciano, che non solo si rifiutarono di rispondere, ma anche di riconoscere la lega dei contadini.

La risposta dei mezzadri fu dura: in seguito a un’assemblea generale venne indetto lo sciopero per il 7 aprile 1902. La mattina i contadini partirono dai rispettivi poderi, portandosi dietro i buoi, raggiungendo il paese e minacciando di rimanere lì finché non fossero state accolte le loro richieste, a costo di far morire di fame gli animali (la cui proprietà era a metà con i padroni). Inizialmente i proprietari terrieri si rifiutarono di cercare un accordo, e le autorità cittadine rimasero passivamente in attesa.

I contadini in sciopero rimasero fermi nelle loro posizioni e la folla resistette sia alla pioggia del pomeriggio, sia all’arrivo della notte. Il rischio di veder morire di fame gli animali e di rovinare i raccolti costituiva un danno economico troppo grande per i proprietari terrieri di Chianciano, che accettarono infine la trattativa. All’incontro tra i rappresentanti venne siglato un patto che modificava il contratto di mezzadria e garantiva alcune delle richieste fatte dai coloni. Alla firma del patto lo sciopero venne revocato e i contadini tornarono nei rispettivi poderi; quella del 7 aprile 1902 venne quindi considerata come un’importante vittoria dell’aggregazione tra di contadini e uno dei più importanti esempi di presa di coscienza politica.

Seconda fase: Chiusi, maggio 1902

Mentre ancora era in corso la vertenza a Chianciano, anche i contadini di Chiusi cominciano a muoversi, tentando una strategia simile. I mezzadri riuniti in lega consegnarono un memoriale con delle richieste, strutturato in maniera analoga a quanto accaduto nel comune limitrofo; le istanze erano simili, per quanto riguardava le ripartizioni della trebbiatura e le tasse sul podere, ma c’erano anche alcune aggiunte, come la richiesta di estendere la durata del contratto agrario a tre anni e di ottenere una copia del libretto colonico anche nel podere.

Nel frattempo, però, c’era stato lo sciopero di Chianciano, quindi il 9 aprile 1902 i proprietari terrieri di Chiusi non si lasciarono cogliere impreparati e formarono ufficialmente un comitato per rispondere alle richieste dei contadini. Questo comitato si costituì per tutelare i propri diritti e per ottenere il sostegno delle autorità, e questa fu un’importante differenza con Chianciano. I proprietari accettarono alcune delle istanze dei mezzadri e ne respinsero altre, e tale accordo venne inizialmente accettato dai rappresentanti della lega dei contadini di Chiusi. In un secondo momento, tuttavia, l’assemblea dei contadini rifiutò tale accordo e proclamò lo sciopero.

Il 10 maggio 1902 la quasi totalità delle famiglie contadine aderì allo sciopero, senza però radunarsi in paese, ma fermando le attività di gestione del podere e di allevamento dei buoi. A differenza di quanto accaduto a Chianciano, però, i proprietari terrieri di Chiusi rimasero fermi nella loro posizione e ottennero l’appoggio dell’autorità civile, con il sottoprefetto di Montepulciano che fece affiggere un manifesto in cui richiamava i mezzadri all’ordine e al rispetto del primo accordo. La tensione rimase fino al 12 maggio, quando lo sciopero si concluse con i mezzadri che accettarono l’accordo iniziale dei proprietari. Entrambe le parti in causa sentivano di aver vinto: da una parte il comitato dei proprietari, che fece accettare l’accordo iniziale, dall’altra la lega dei contadini, che aveva ottenuto il riconoscimento e la dignità di organizzazione sindacale.

Terza fase: Sarteano, maggio 1902

Seguendo l’esempio dei contadini dei comuni limitrofi, anche i mezzadri di Sarteano iniziarono a organizzarsi a pochi giorni di distanza. Le richieste di migliorie alla vita contadina e al contratto agrario si erano ormai diffuse in tutte le campagne della Valdichiana, e la possibilità di unirsi in leghe permetteva ai contadini di andare a trattare con i proprietari con la forza dei numeri, invece che accontentarsi di una trattativa privata tra latifondista e famiglia colonica.

A Sarteano, però, consci degli avvenimenti nei comuni adiacenti, i proprietari terrieri anticiparono possibili scioperi e il 17 aprile scrissero una lettera al prefetto di Siena, in cui dichiaravano di costituirsi preventivamente in una società difensiva e di voler approntare migliorie al contratto colonico in favore dei contadini, tra cui la concessione di una copia del libretto colonico, una più favorevole suddivisione delle spese per la meccanizzazione dei campi e così via. Tale lettera, mandata anche alle famiglie dei contadini, venne fatta seguire da una diffida a portare il bestiame fuori dai campi senza il consenso dei proprietari, con la minaccia preventiva di ritenerli responsabili di eventuali danni e deperimenti alle proprietà condivise.

La lega dei contadini di Sarteano si riunì il 30 aprile e accettò le migliorie proposte dai proprietari, ma cercò anche di spostare la questione sul piano politico, ovvero di essere riconosciuta come organizzazione sindacale, garantire ai coloni la libertà di pensiero e la possibilità di assentarsi dal lavoro durante le elezioni (come già accaduto a Chianciano). La società difensiva dei proprietari non rispose alla lega, bensì al prefetto di Siena, delegittimando i rappresentanti e lamentando la mancata risposta delle famiglie contadine, intimando inoltre che non sarebbero state date ulteriori concessioni. La tensione continuò a crescere, con i piccoli proprietari che si schierarono dalla parte dei mezzadri e la minaccia di imitare lo sciopero con il bestiame di Chianciano.

Lo sciopero venne indetto il 19 maggio e provocò una mobilitazione in massa dei contadini di Sarteano, che non si spostarono verso il paese ma rimasero nei rispettivi poderi senza lavorare. Contemporaneamente si mossero i proprietari con intransigenza, richiamando le autorità statali ad applicare la forza repressiva, con drappelli di soldati e di carabinieri che si recarono in alcuni poderi dei rappresentanti della lega per contestare la mancata alimentazione del bestiame come inadempienza contrattuale e notificando la citazione in tribunale a Montepulciano. Seguirono alcuni arresti e sfratti, a cui la lega reagì con altrettanta tensione, facendo scendere in sciopero in solidarietà anche i contadini di Chianciano e di Chiusi e facendoli affluire a Sarteano; l’intervento e le cariche della cavalleria, tuttavia, dissolsero l’assembramento.

Il 23 maggio venne dichiarato concluso lo sciopero e la ripresa dei lavori. Lo stesso giorno al tribunale di Montepulciano celebrò rapidamente il processo e la condanna dei contadini arrestati durante i tumulti, affermando i sacri diritti della proprietà contro gli assalti degli scioperanti. Lo sciopero di Sarteano si risolse quindi in un fallimento, e molti contadini abbandonarono la lega, altri subirono sfratti e ritorsioni.

Gli scioperi in Valdichiana nella primavera del 1902, seppur con sorti alterne, contribuirono a migliorare le condizioni delle campagne e i contratti agrari di mezzadria; servirono anche a rafforzare la coscienza di classe dei mezzadri, che in massa si unirono alle leghe dei contadini e successivamente alla Federazione dei Lavoratori della Terra per continuare la lotta sindacale. Fu inoltre una fase di grande tensione che non terminò con le prime organizzazioni ma anzi anticipò le lotte politiche del secondo dopoguerra, con i lunghi e convulsi anni caratterizzati dalle bandiere affisse sui fienili durante la trebbiatura e le agitazioni per ottenere migliori condizioni di vita.

Una riflessione finale va dedicata alla particolare richiesta fatta dai contadini a Chianciano a Sarteano, ovvero la concessione della libertà di pensiero e di assentarsi dal lavoro durante le elezioni. Tale richiesta non venne formalmente accettata dai proprietari durante gli scioperi, perché i mezzadri già la possedevano: essi non erano dipendenti di padroni, nessuno li obbligava a orari precisi di lavoro o a tenere nascoste particolari simpatie politiche. La richiesta però ci suggerisce due cose: innanzitutto che il memoriale preparato dalle leghe dei contadini era probabilmente modellato sulla lotta sindacale di ispirazione socialista già utilizzata nelle città, strutturata nel rapporto tra dipendente e padrone, e che non teneva conto delle differenze dei mezzadri. Secondariamente, suggerisce che i mezzadri, nonostante la loro condizione contrattuale di “proprietari a metà”, si sentissero comunque dipendenti e dovessero chiedere il permesso per esercitare un loro diritto; per quanto formalmente alla pari, infatti, il rapporto di potere nella mezzadria è sempre stato asimmetrico, e le costrizioni a cui erano sottoposte le famiglie coloniche non erano soltanto economiche, ma anche sociali e culturali, rivelando una situazione di subalternità che ha contributo a caratterizzare la società tradizionale delle nostre campagne.

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La battaglia di Scannagallo per il nuovo titolo di Granduca

Niccolò Machiavelli scrisse: «Come si debba Ambizione usarla, lo esempio tristo di costor lo ’nsegna. Da poi che l’uom da sè non può cacciarla, debbe il giudizio, e l’intelletto sano…

Niccolò Machiavelli scrisse:

«Come si debba Ambizione usarla,
lo esempio tristo di costor lo ’nsegna.
Da poi che l’uom da sè non può cacciarla,
debbe il giudizio, e l’intelletto sano
con ordine, e ferocia accompagnarla
».

Proprio l’ambizione fu il tratto distintivo del primo Granduca di Toscana Cosimo I de’ Medici e come auspicava Machiavelli, il fiorentino seppe, attraverso il giudizio, e l’intelletto sano / con ordine, e ferocia domarla per cambiare il corso della storia della Toscana e della dinastia Medici.

Ci fu un passaggio cruciale che portò il giovane Cosimo I a elevarsi per prestigio su tutti gli altri signori d’Italia e del mondo conosciuto. Un avvenimento importantissimo che toccò le terre chianine, legandosi fra storia e leggenda: la Battaglia di Scannagallo. A questo scontro epico, forse il più importante del XVI secolo, si arrivò grazie ad un’accorta e lungimirante strategia politico-militare dell’allora Duca di Firenze.

Cosimo I dei Medici nacque a Firenze, il 12 giugno 1519, da Giovanni detto delle Bande Nere, famosissimo condottiero di ventura, e da Maria Salviati. Rimase però orfano di padre all’età di sette anni, dopo che gli fu trasmesso il culto dell’ardimento ed il gusto dei rischi del mondo della guerra. Altrettanto forte fu l’impronta della madre, donna austera e profondamente religiosa, orgogliosa della propria appartenenza alla famiglia Medici, attenta alle vicende fiorentine e romane. Entrambe le personalità dei genitori andarono a plasmare quella del figlio Cosimo, la quale emergerà prepotentemente nella crescita, tanto da spingerlo a scelte ardite e prese di forza decisive per il suo futuro.

Dopo i problemi emersi negli anni dell’infanzia del piccolo Cosimo, che videro la famiglia costretta a fughe rocambolesche per varie città italiane, tra difficoltà finanziarie e rivalse politiche, i Medici riuscirono a restaurare il loro dominio a Firenze nel 1530, dove però dovettero affrontare una crisi scoppiata in seno al principato. Nel 1537, a soli 18 anni, Cosimo I venne nominato dall’Imperatore spagnolo Duca di Firenze.

Da una posizione fragile che caratterizzò i primi anni di governo, insidiato dagli avversari politici, dai francesi e dal papa, il Duca seppe imporre la propria autorità su Firenze grazie alla precoce fermezza politica, alla spinta dell’orgoglioso ricordo delle proprie origini e dal disegno di ricostruire intorno a sé le milizie paterne.

Ambizioso fin dal giorno della sua nomina alla reggenza del Ducato di Firenze, Cosimo si adoperò in ogni modo per accrescere il prestigio della casata e portare a compimento il processo di concentrazione del potere nelle mani del Duca. Come per ogni grande Stato che si rispetti, la sua politica si concentrò nell’estensione dei confini. Cosimo concentrò i suoi sforzi soprattutto per ricevere un titolo regale che lo affrancasse dalla condizione di semplice feudatario dell’Imperatore e che gli desse quindi maggiore indipendenza politica. Titolo che solo un re, l’Imperatore o il Papa avrebbero potuto concedergli.

Ma l’ambizione del Duca toscano non era ben vista da nessuna delle autorità. Né da quella religiosa né, tantomeno, da quelle laiche, le quali osteggiarono la sua richiesta. La mossa degna di un grande stratega fu, quindi, quella di inserirsi nei conflitti franco-spagnoli all’interno della penisola Italiana. Perfettamente funzionale fu la volontà di espandere il dominio di Firenze su Siena. Non starò qui a dilungarmi sulla vicenda della guerra, perché ciò che m’interessa far emergere da questo racconto è come la nostra bellissima terra sia stata protagonista di un evento eccezionale nella storia europea.

Allo scoppio della Guerra di Siena, inquadrata all’interno dei conflitti franco-spagnoli in Italia del XVI secolo, Cosimo aveva quindi già messo gli occhi sulla città. Siena costituiva una forte minaccia a causa della calda accoglienza qui riservata nei secoli ai fuoriusciti fiorentini, avversari di sangue dei Medici. Inoltre, la città rappresentava pressoché l’unica via d’espansione territoriale praticabile, specialmente dopo la caduta di Piombino nella sfera d’influenza spagnola. Venne stipulato un trattato tra Regno di Francia e Repubblica di Siena, mediante il quale i francesi si impegnavano a difenderla. Enrico II di Francia promise l’invio di un esercito di rinforzo completo di armi, munizionamenti e logistica. Ovviamente, la reazione imperiale non si fece attendere e nel 1552 scoppiarono i conflitti. Fu l’occasione della vita per Cosimo.

La guerra proseguì per tre anni. Dopo la sconfitta nell’epica battaglia di Scannagallo, Siena resistette all’assedio per otto mesi; poi, abbandonata dai Francesi, si arrese il 17 aprile 1555.

Ottenuta la città, nonché i suoi territori e la nomina a Duca di Firenze e di Siena, Cosimo I si vide rifiutare dall’Imperatore la concessione del nuovo titolo tanto desiderato. Non bastò quindi il sostegno dato dai Medici alla dinastia imperiale in una delle guerre più importanti d’Europa.

Ma il fiorentino non si arrese ed escogitò un nuovo piano. Nel 1565 fece sposare suo figlio Francesco con Giovanna d’Asburgo figlia dell’Imperatore, sperando che fosse questa la chiave per la nomina di arciduca: duca due volte, duca di Firenze e duca di Siena. Ma l’Asburgo, preoccupato del prestigio che Cosimo stava acquisendo, non esaudì la richiesta.

Non trovando alcun appoggio da parte imperiale, Cosimo si rivolse al Papa. Già con Paolo IV aveva cercato di ottenere il titolo di Re o arciduca, ma invano. Finalmente però, fattosi strada anche fra l’ambiente ecclesiastico romano e trasformatosi in un devotissimo cattolico, Cosimo, corrompendo il conclave, riuscì a far eleggere Papa Pio V, rigido esponente della controriforma. In questo modo il Papa iniziò la sua carriera con un pesante debito da saldare: doveva al Duca di Firenze e di Siena la sua elezione. La questione venne perciò subito affrontata. Il Papa si adoperò per concedere al duca di Firenze un titolo che non lasciasse dubbio sulla supremazia dei Medici nei confronti degli altri principi italiani. Pio V, il 27 agosto 1569, emanò una bolla che insigniva Cosimo della carica di Granduca di Toscana, andando così a creare un nuovo titolo regale, unico in tutto il mondo.

La bolla attribuiva a chi reggeva lo Stato fiorentino, e pertanto anche quello senese, non solo una riconosciuta superiorità sugli altri principi italiani, ma soprattutto un aperto riconoscimento della natura “monarchica” e assolutistica del potere dei Medici sulla Repubblica Fiorentina.

Ma solo col passare del tempo, che come si sa fa dimenticare le cose, i sovrani italiani ed europei accettarono il titolo concesso a Cosimo: uno dei più ambiziosi uomini della storia, degno principe machiavelliano.

La lotta per la nomina granducale non fu, dunque, solo uno scontro per la preminenza sulla scena italiana nella concorrenza con gli Este o i Savoia, ma uno dei terreni sui quali Cosimo I si impegnò per il consolidamento della nuova dinastia sul piano internazionale e per una sua più forte legittimazione sul piano dell’esercizio del governo sullo stato fiorentino e sul nuovo possesso senese.

Per la realizzazione di questa corona si fece ricorso ad un’antica leggenda, che Cosimo I ritenne fondamentale per la storia toscana. Ricordate il frate Annio da Viterbo, il più grande falsario del tempo che attribuiva a Noè il ripopolamento della Toscana (L’origine di Foiano della Chiana) dopo il diluvio universale? A questo mito ci si ispirò per la fabbricazione, facendo riferimento alla corona dei re di Israele discendenti di David: la corona a raggi. Venne forgiato un capolavoro di oreficeria. Ovviamente diversa da quella principesca e da quella ducale, la corona era caratterizzata da un circolo d’oro ornato di smeraldi, rubini e perle, dal quale partivano punte triangolari d’oro verso l’alto. Priva del berretto di velluto interno, aveva la particolarità unica di avere, al centro nella parte anteriore, un grosso giglio, simbolo di Firenze.


Fonti

 

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Le Terme Sant’Elena raccontate da una mostra di foto storiche

Torna dal 18 al 20 maggio nel parco delle Terme di Sant’Elena, l’appuntamento con Acqua&Vino Chianciano. Se protagonista assoluto della prima edizione era stato il jazz, quest’anno, oltre a eventi…

Torna dal 18 al 20 maggio nel parco delle Terme di Sant’Elena, l’appuntamento con Acqua&Vino Chianciano. Se protagonista assoluto della prima edizione era stato il jazz, quest’anno, oltre a eventi di narrazione e musica che vedranno la partecipazione di Teresa De Sio, David Riondino, Pupo e l’Istituto Bonaventura Somma, non mancheranno iniziative di altro genere, come la mostra di foto storiche sull’età aurea dello stabilimento termale. Visitabile gratuitamente nei giorni del festival all’interno del parco e curata dell’esperta di arte Teresa Guerra, la mostra sarà un vero e proprio viaggio per immagini, come ci ha raccontato l’organizzatore dell’evento, Gionata Giustini.

Come è nata l’idea di organizzare questa mostra?

«Ero andato con il proprietario dello stabilimento, il dottor Ubaldo Ruju Cignozzi, a spostare del  materiale in un garage, quando la nostra attenzione si è posata su degli scatoloni chiusi. Abbiamo pensato di aprirli e vi abbiamo trovato questo archivio di foto. Da lì l’idea di selezionarne una parte, esporla e farla conoscere al pubblico».

Quali foto sono state scelte per la mostra?

«Sono scatti inediti, ovviamente in bianco e nero, risalenti agli anni ’50 e ’60 dei tanti personaggi illustri che si sono esibiti a Sant’Elena: Ella Fitzgerald, Claudio Villa, il Quartetto Cetra e Nino Taranto, solo per citarne alcuni. Ma non solo, perchè ci saranno anche sezioni tematiche sulle corse di auto d’epoca, le gare di ballo e i concorsi di bellezza».

C’è una fotografia particolarmente significativa tra tutte?

«Penso ad una scattata durante una corsa d’auto, perchè rende bene l’idea di cosa fosse Chianciano in quegli anni e la portata delle manifestazioni che vi si svolgevano».

Cosa può rappresentare una mostra di questo tipo per Chianciano?

«Si tratta senza dubbio di una testimonianza documentale importante, proprio per il fatto che le terme di Sant’Elena sono state una pietra miliare nell’evoluzione del turismo in Italia. Ad oggi il complesso termale, con i suoi otto ettari di parco e l’auditorium, rimane degno di essere messo in risalto. Anche Papa Ratzinger, che vi si soffermò alcuni giorni durante il suo pontificato, ne rimase ammirato tanto da definirlo “un santuario ecologico”».

Quale effetto si aspetta che la mostra sortirà nei confronti del pubblico?

«Immagino che sarà un evento interessante da scoprire per tutti, ma soprattutto per i chiancianesi. Rivedersi in quegli scatti potrà essere emozionante ma al tempo stesso motivo di riflessione. L’occasione per ricordare le proprie radici e le potenzialità legate al valore storico e culturale di questo territorio».

Nino Taranto nella famosa macchietta di Ciccio Formaggio, con la celeberrima paglietta tagliuzzata.

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I fatti di Renzino – Le radici della Resistenza foianese: 17 aprile 1921

La repressione delle popolazioni nel corso di tutta la Storia ha puntualmente acceso focolai di rivolta, ed esempi che avvalorano questa naturale connessione fra oppressione e ribellione non mancano di…

La repressione delle popolazioni nel corso di tutta la Storia ha puntualmente acceso focolai di rivolta, ed esempi che avvalorano questa naturale connessione fra oppressione e ribellione non mancano di certo.

Dall’antichità fino ai giorni nostri, persone e popoli interi sono insorti contro politiche e concezioni della società volte alla segregazione e alla sopraffazione dei più deboli. Uno degli eventi più significati e peculiari della Storia italiana, che si iscrive all’interno di questo binomio oppressi-oppressori, fu il movimento della Resistenza nel biennio ’43 – ’45: la grande sollevazione popolare contro la dittatura e le violenze dei regimi fascista e nazista, che per più di 20 anni sconvolsero l’Italia.

La storia che vi voglio raccontare parla di ribellione armata e fallimenti, di coraggio e dolore. I fatti che leggerete in questo secondo numero della rubrica dedicata agli avvenimenti storici nel territorio chianino ebbero luogo in un piccolissimo paesino di contadini, ai piedi del colle dominato da Foiano. Il nome di questo minuscolo agglomerato di case disposte lungo la via che porta ad Arezzo, segnò il punto d’avvio dell’azione antifascista foianese e allo stesso tempo il suo brusco arresto. Questo paese si chiamava, e si chiama tutt’oggi, Renzino.

Nella storiografia è fondamentale indagare la genesi e i processi evolutivi che portano allo sviluppo degli avvenimenti storici. Come il corso di un fiume non è fatto soltanto dalla foce e dal corpo principale, così gli avvenimenti storici non si possono né studiare né, tantomeno, comprendere senza che si risalga anche alla loro sorgente. Quelli che sono passati alla storia come I fatti di Renzino rappresentano metaforicamente la sorgente della Resistenza foianese, l’atto da cui, venti anni più tardi, i giovani di queste zone decisero di lottare per la libertà e la democrazia, sacrificando le proprie vite.

L’opposizione a ciò che sentiamo sbagliato o ingiusto, se ci pensiamo bene, scatta non appena questa situazione di oppressione si manifesta nelle sue primissime forme. Spontaneamente si creano contrasti, proteste più o meno accese e ribellioni. Le radici dell’opposizione al regime mussoliniano vanno cercate nell’ampio quadro dell’antifascismo e non nel fenomeno della Resistenza, che fu invece peculiare del biennio conclusivo della Seconda guerra mondiale. Il movimento resistenziale fu l’ultima fase di questo processo iniziato appena le squadre fasciste si mossero per reprimere con la violenza le forze politiche di sinistra.

Disegno di Ezio Raspanti sui fatti di Renzino – “Proprietà della famiglia Raspanti”

Le umiliazioni, le intimidazioni e i pestaggi contro la gente contadina e operaia di Foiano fecero sfociare tutta la sofferenza e la voglia di riscatto in un gesto di ribellione armata, che può benissimo rappresentare simbolicamente la nascita dell’antifascismo in Valdichiana. Il 17 aprile del 1921 un gruppo formato da anarchici, comunisti e socialisti assaltò e mise in fuga un convoglio fascista. Questa è la storia dei Fatti di Renzino. Questo è il simbolo del popolo di Foiano: un popolo resistente.

L’ambiente sociale in Valdichiana si rivelò, fin dai primi mesi successivi alla fine della Grande Guerra, decisamente fertile per quelle nuove ideologie che, sull’eco assordante della Rivoluzione d’Ottobre, stavano investendo il continente europeo. La maggioranza schiacciante di braccianti e contadini fra la popolazione, permise al Partito Socialista di Turati di mettere solide radici in tutta la vallata chianina. In particolare, nel paese di Foiano arrivò presto ad ottenere la maggioranza assoluta nella giunta comunale.

Dopo la scissione di Livorno, dalla quale nacque il Partito Comunista d’Italia, Sindaco e giunta comunale aderirono alla nuova organizzazione politica, pur mantenendo una sincera collaborazione con il Partito Socialista. Fu questo di Foiano della Chiana, uno dei primissimi casi in cui il PCd’I ottenne la maggioranza in una giunta. Fondatore della sezione comunista del paese fu Galliano Gervasi, giovane falegname, definito poi nelle carte di polizia della prefettura di Arezzo come “Convinto ed accanito capeggiatore degli elementi più estremisti del suo paese”. Lo stesso che nel 1947, come deputato, parteciperà alla scrittura della Costituzione italiana.

Ma nello stesso periodo, un altro partito stava nascendo, spinto dall’appoggio della classe dirigente e dai proprietari italiani: il Partito Nazionale Fascista. In breve tempo questo manipolo di violenti venne sguinzagliato contro le leghe e i sindacati di tutta la penisola, portando con sé distruzione e morte.

Divenuti “padroni” di Arezzo i fascisti mal sopportavano la zona più rossa della provincia: la Valdichiana e in particolare Foiano, con sindaco e assessori comunisti. La mattina del 12 aprile del 1921, dopo che il sindaco e la giunta di Foiano della Chiana rifiutarono le minacciose e illegali richieste di dimissione da parte del marchese Perrone Compagni di Firenze, 150 fascisti, scortati dal regio esercito, invasero le strade di Foiano.

Vennero devastate la sezione socialista, la Camera del lavoro, la sede della Cooperativa badilanti e terrazzieri e i locali del Comune. Sfortunati passanti vennero bastonati e percossi, i genitori del sindaco e quelli di Gervasi minacciati. Durante tutta l’incursione le forze dell’ordine mantennero un atteggiamento accondiscendente nei confronti degli squadristi. Così, fra venerdì 15 e sabato 16 aprile, dopo le violenze e le distruzioni di pochi giorni prima, per tutelare l’incolumità dei cittadini si dimisero sindaco e giunta.

La domenica, alle cinque del mattino, partirono dal Capoluogo alla volta di Foiano due camion di fascisti con 22 camicie nere armate. I fucili, che avevano come equipaggiamento, furono messi a disposizione e concessi in prestito dai depositi del Regio esercito di Firenze, Arezzo, Perugia e Siena. Venne nuovamente messo a soqquadro il municipio, fecero irruzione nelle abitazioni minacciando di morte e malmenando i socialisti e i comunisti che vennero sorpresi nei loro letti. Stessa sorte toccò, ancora una volta, agli anziani genitori del Gervasi.

Nel pomeriggio, ad uno dei due camion fascisti di ritorno verso Arezzo, nella località di Renzino, venne tesa un’imboscata da un gruppo di ribelli, tra i quali parteciparono Bernardo Melacci, carismatico capo anarchico, e Galliano Gervasi. Colte alla sprovvista furono uccise tre camicie nere e molte altre vennero ferite.

Una reazione tutt’altro che istintiva. Tutt’altro che dettata da una situazione episodica, perché le violenze delle squadracce fasciste si protraevano da mesi in Valdichiana, addirittura anni nelle regioni del nord Italia. La violenza repressiva indirizzata dai proprietari e dai padroni contro quella povera gente che lottava per migliorare le proprie condizioni di vita, veniva applicata da uomini senza scrupoli, personaggi violenti ed esaltati. Sputavano a chi non si piegava alle loro malefatte, alle loro parole d’ordine. Riempivano di botte fino alla morte gli sventurati attivisti dei partiti di sinistra. Malmenavano i vecchi, stupravano donne e ragazze senza porsi il minimo scrupolo.

Quando i “ribelli di Renzino” decisero di armare i propri fucili da caccia e appostarsi nascosti lungo la strada, la loro indignazione contro questi soprusi non poteva più essere frenata. Tutte le violenze subite fecero sfociare la loro rabbia in un gesto disperato che riecheggiò per giorni sulle pagine di molti giornali italiani.

La reazione nera non si fece attendere. La sera stessa del 17 aprile Renzino pareva tutto un incendio: moltissime case e fattorie vennero bruciate e i contadini uccisi. Donne e madri vennero uccise sulla porta di casa, davanti ai figli e alle figlie. Molti padri vennero trascinati lungo i fossi e freddati con un colpo alla testa, colpevoli soltanto di far parte di quella classe avvilita e straziata dalla Storia. La stessa che in un gesto estremo di ribellione raccolse la rabbia di generazioni antiche, che si riconoscevano fraterne nello stesso misero destino.

Arrivarono squadre di fascisti da tutta la Toscana e perfino da Roma. Il giorno successivo nella piazza centrale di Foiano venne istituito un “tribunale fascista” e un numero mai precisato di abitanti della zona venne giustiziato con un colpo di fucile alla testa. Nelle settimane successive processi farsa e confini vennero imposti agli organizzatori dei Fatti di Renzino.

Questa ribellione spontanea nei confronti del regime venne sedata tramite massacri e arresti. Fu così che lo spirito ribelle foianese subì un bruttissimo colpo di arresto durante i 10 e più anni in cui le menti organizzatrici dei fatti vennero mandate al confino. Dopo la caduta del regime fascista però, tutti i prigionieri politici rinchiusi nelle carceri poterono tornare ai loro paesi d’origine. Ogni rivoluzione necessita di una guida e la rivoluzione antifascista aveva bisogno proprio di questi uomini: preparati politicamente nel sostenere la popolazione indifesa, carichi di esperienza per operare e organizzare la lotta contro il regime nella clandestinità.


Bibliografia:

  • Giorgio Sacchetti, L’imboscata, Foiano della Chiana 1921, un episodio di guerra sociale, Arti Tipografiche Toscane, Cortona, 2000.
  • AA VV, Antifascisti raccontano come nacque il fascismo ad Arezzo, Litostampa Sant’Agnese, Arezzo, 1974
  • Ezio Raspanti e Giovanni Verni, Foiano e dintorni, EE VV, Firenze, 1991.
Nessun commento su I fatti di Renzino – Le radici della Resistenza foianese: 17 aprile 1921

L’origine di Foiano della Chiana – Una leggenda per il prestigio dei Medici

Quando Niccolò Mannozzi pubblica nel 1613 l’opera Apologia, ovvero difesa dell’aria di Foiano dedicandola al Serenissimo Don Cosimo II Medici Granduca di Toscana questi ne rimane estremamente entusiasta, concedendo al…

Quando Niccolò Mannozzi pubblica nel 1613 l’opera Apologia, ovvero difesa dell’aria di Foiano dedicandola al Serenissimo Don Cosimo II Medici Granduca di Toscana questi ne rimane estremamente entusiasta, concedendo al lavoro dello scrittore foianese grande risalto all’interno del suo regno. Ma ciò che mosse davvero l’acuto interesse del grande Cosimo II fu soprattutto un’altra operetta del medesimo [Mannozzi] nel fine, che narra e da chi e quando fu edificata detta sua patria di Foiano.

Ma come mai l’opera di uno storico “minore” sull’origine di un piccolo paesino destò tanta approvazione da parte di uno dei più grandi uomini della storia della Toscana?

Nella storia antica moltissime città vantavano un’origine leggendaria, ne è l’esempio più classico Roma. Le leggende, oltre ad avere valenza di testimonianza storica ufficiosa, conferivano enorme prestigio a dinastie che si riconoscevano discendenti dei protagonisti di quei racconti. E fu esattamente quello a cui mirava la famiglia Medici.

Le ricerche della Dottoressa Elena Giannarelli hanno evidenziato come in un periodo in cui si dibatteva su quali fossero le lingue più antiche, il mondo classico, di origine greca ed ereditato da Roma, non aveva rivali. Firenze, considerata figlia dell’Urbe e fondata dai Romani, era chiamata la nuova Atene e questo imponeva, sul piano politico, una subordinazione con quanto veniva deciso sulle sponde del Tevere. A Firenze serviva un modo per staccarsi da Roma e rivendicare la propria indipendenza. E quale modo migliore se non quello di documentare la discendenza diretta dei Medici con Noè? Colui che ripopolò la Terra dopo la più tremenda punizione di Dio.

Nel 1497 il domenicano viterbese Giovanni Nanni, detto anche Annio da Viterbo, scrisse un’opera intitolata “Antiquitatum variarum volumina XVII” (Diciassette volumi di antichità varie), elaborando così una singolare tradizione: Noè uscito dall’Arca dopo il diluvio universale venne in Italia dove fondò 12 città nell’odierna regione Toscana, tra le quali Arezzo e Cortona. Da qui i suoi discendenti avrebbero dato vita alla civiltà etrusca.

Le testimonianze presentate da Annio provenivano tutte da autori e da opere da lui stesso inventate. Oggi sappiamo che il grande ricercatore, figura di primo piano della corte papale, nonché consulente e teologo di Alessandro VI Bolgia, fu il più celebre falsario di tutti i tempi.

A volte anche le leggende hanno bisogno di “un aiutino”.

Il mito ricomparve nel clima di festa delle nozze fra Cosimo I dei Medici e Eleonora di Toledo nel 1539. In questa occasione una grande processione con rappresentate le personificazioni delle cittadine toscane, si snodò per le strade di Firenze. I paesi sottoposti all’autorità medicea giurarono fedeltà a Cosimo e alla sua politica. Con orgoglio esse vantarono la loro antichissima origine Biblica: dopo il ritiro delle acque, una volta sbarcato dall’Arca, Noè raggiunse il Tevere fino ad arrivare in Tuscia, dove il Patriarca fondò parte del suo regno, che circa 4000 anni più tardi sarebbe stato governato proprio da Cosimo I de’ Medici.

Così le città toscane in quel lontano 1539 riconoscevano a Cosimo I, discendente degli etruschi figli di Noè, il diritto a unificarle sotto il suo potere. Fu un’operazione non soltanto politica, ma anche culturale: il vero sapere era quello dell’oriente, dei semiti, della Bibbia, fondato sulla parola divina e non sull’empirismo e sul sentito dire di Greci e Latini. Cosimo I dette massimo risalto a questa vicenda per il prestigio che avrebbe reso alla Toscana e alla dinastia Medici, mettendosi nella posizione di vantare discendenti che avrebbero popolato l’Europa. Firenze otteneva in questo modo la sua indipendenza da Roma.

Quando il Mazzoni pubblicò il suo libro sull’origine di Foiano della Chiana nel 1613, le ricerche che aveva avviato lo portarono alla lettura delle opere di quegli stessi autori, che dal domenicano falsario Annio da Viterbo vennero inventati e usati come testi di riferimento per il suo Antiquitatum. Ecco, a questo punto, il racconto della nascita di Foiano.

«Dopo a quel grande e universal Diluvio, che inondò tutta la Terra e gran parte dell’Aria […] essendo uscito fuori dall’Arca il Gran Padre della salvata gente del Mondo, Noè, nelli alti monti dell’Armenia, divise ai propri figli il Mondo tutto. […] Se ne venne in Italia […] avanti la venuta di Christo, nostro Redentore, nell’anno 2203. Et questo Noè fu detto ancora Iano, ovvero Giano. […] Questo Iano adunque arrivato in Italia e entrato sù per il fiume Albula, qual poi […] fu detto Tevere […] e mentre contra acqua navigava scoperse un altro fiume […] qual’hoggi Paglia detto viene e entrato in questo, non navigò troppo su per il fiume, che trovò un altro fiume che in Paglia entrava. […] Bellanda nome gli pose.

E vedendo e l’una e l’altra riva di così piacevol fiume […] smaltata di verdeggianti herbette e di vari fiori quali gareggiando insieme e di colore e di suave odore e di lieta vista, li parea che allegramente l’invitassero a riposarsi quivi. […] Et invitato dal garrir de pargoletti augelli, quali salutando con dolce canoro volando da ramo in ramo di diversi alberi fu di grandissimo contento e gioia ripieno. […] Scoperse un Colle tanto ameno, tanto vago e tanto lieto che subito di sé degno lo fece. […] Fece pensier di lasciar qui memoria eterna del suo felice e glorioso nome.

Colle smaltato di mille fiori bianchi, vermigli e gialli e che riempivano il luogo di suave odore e gli occhi di gioconda vita, se lo elesse per suo giardino e nobile diporto e volle che chiamato fosse Foiano, quasi Flos Iani, Fior di Giardino. […] Forum Iani: cioè piazza e mercato di Iano. Quasi volendo dire che per l’abbondanza vi concorresse grandissima moltitudine di gente e che per questo vi fosse continuamente la fiera.

Saper dovete che fece fare molti Tempi e notabili luoghi […] nominandoli dal suo nome e dalli effetti che egli faceva: come Monte Giano, Marciano […] Lucignano, Chianciano e altri simili, dove Iano faceva una cosa e dove un’altra».

È dunque questa l’origine leggendaria del paese di Foiano in Valdichiana. Ma, chiaramente, nulla di tutto quanto scritto è vero. Si tratta, come più volte ripetuto, di un mito, per di più nato da fonti inventate. Nonostante ciò il nipote e successore del primo Granduca di Toscana, Cosimo II, al quale era dedicata l’Apologia, sulle orme del nonno volle dare massimo risalto a questa leggenda tanto funzionale per la politica e il prestigio mediceo nel difficile scacchiere europeo.

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La storia del Palio raccontata attraverso gli abiti

Il Palio dei Somari di Torrita di Siena non è solo la gara sul tufo disputata dalle otto contrade della città, ma è anche aggregazione, entusiasmo e rievocazione storica. Nei…

Il Palio dei Somari di Torrita di Siena non è solo la gara sul tufo disputata dalle otto contrade della città, ma è anche aggregazione, entusiasmo e rievocazione storica. Nei giorni del Palio, il palazzo comunale, la chiesa SS. Flora e Lucilla, Piazza Matteotti fanno da cornice ad una serie di spettacoli che ripercorrono gli anni in cui il castello di Torrita era conteso tra Siena e Perugia perché considerato territorio fertile e ricco.

Nel 1358, infatti, il Comune di Perugia, a seguito di una cocente sconfitta con Siena, cercò di conquistare Torrita. I perugini inviarono nel campo avverso il guanto di sfida e vedendo avanzare il nemico, Anichino, condottiero di ventura stabilitosi a Torrita, uscì dalle mura del castello, ma i perugini, in superiorità numerica, circondarono i mercenari senesi e catturarono Anichino provocando la ritirata delle milizie. La contesa tra le città di Perugia e Siena si concluse a Firenze nel 1359. Le due città, debilitate dai costi delle battaglie, dalle devastazioni delle milizie mercenarie e dalle loro richieste di ingenti somme di denaro per interrompere i saccheggi, dettero esecuzione ad un accordo già sottoscritto ad Arezzo nel 1358 che stabiliva una limitata autonomia di Montepulciano, mentre Perugia doveva ritirarsi da molti castelli conquistati in Valdichiana.

Ed è proprio dalla vicenda del 1358 che parte la storicità e la spettacolarità del Palio dei Somari di Torrita. Quell’Anichino che richiamava l’attenzione dei torritesi, quel rullio dei tamburi e quello squillare di chiarine che risuonavano nei borghi, quello sventolare di bandiere che coloravano il cielo sopra Torrita, rappresentano tutt’oggi un segnale inconfondibile per i torritesi pronti a combattere e a festeggiare come fecero i loro antenati dal 1358 al 1425.

Ovviamente come in tutte le feste che si rispetti non può mancare un corteo che gioiso sfila per le vie del paese e anche Torrita ha il suo. Un corteo imponente ed elegante che da 51 anni, la mattina della giornata del palio, sfila in maniera impeccabile per i borghi del centro storico e che con i suoi abiti riesce a raccontare l’origine della manifestazione, dagli anni di Anichino e del Podestà, fino agli anni ’60 quando un gruppo di torritesi dette inizio a tutto.

Francesca Ardanese, componente della Commissione Corteo Storico, mi spiega che il corteo  che tutt’oggi sfila per le vie del paese si inserisce proprio in quel lontano 1425 quando Torrita era in festa per la liberazione del castello e la consacrazione della Chiesa di SS. Flora e Lucilla. Abiti rinascimentali preziosi e imperiali tirati a lustro per farsi ammirare nella sua bellezza e rendere la manifestazione ancora più ricca dal punto di vista storico.

La donna, tra il 1400 e il 1500, indossava vesti, lunghe e voluminose, che mettevano in evidenza la vita e scoprivano il seno, reso importante con ampie scollature che variavano a seconda dell’età della dama. Le stoffe si arricchirono rispetto al passato, comparvero infatti sete e velluti molto spessi, a volte intarsiati con oro o argento. Le maniche persero molta della loro ampiezza, diventarono più aderenti e più lunghe, mentre il polsino arrivava fino alla punta delle dita.  Lo strascico rimase solo nelle grandi occasioni cerimoniali, in cui era sorretto dalle damigelle. I vestiti erano spesso composti da due lembi, uno dietro ed uno davanti: la parte anteriore del vestito era composta da due strisce di stoffa che si riunivano all’altezza del busto, e sopra erano tenute insieme da nastrini abbottonati.

Gli abiti degli uomini tendevano a mettere in evidenza la linea del corpo scoprendo tutte le forme. I giovani preferivano vestire con una specie di giaccone, detta guarnacca, e una cinghia in vita. Più tardi la guarnacca prese il nome di farsetto, il giaccone diventò più attillato e venne arricchita con pieghe che si aprivano per lasciar vedere le calzebrache. Spesso le calze erano di colore diverso e poteva essere di panno, velluto o seta.

Dettagli, stoffe e materiali pregiati, sono i particolari che non devono assolutamente mancare in un corteo storico perfetto che cerca di rispecchiare i canoni dell’epoca.

Francesca mi dice che negli anni gli abiti del corteo torritese sono stati oggetto di studio da parte della Commissione Corteo Storico e dalle sarte di contrade. Molte le ricerche filologiche fatte con lo scopo di ricostruire modelli sempre più precisi di quell’epoca per fornire alla manifestazione la giusta collocazione storica e lasciare una testimonianza della moda del tempo. Grazie a queste ricerche il corteo storico si è arricchito di nuovi abiti e infatti, domenica 19 marzo giorno del Palio, sfileranno per la prima volta, nel corteo del Comune insieme ai tamburini, alle chiarine e agli sbandieratori, l’abito del Podestà, delle ancelle e dei soldati con gli scudi ricostruiti fedelmente sia nelle fattezze che nei materiali.

Ciò che più affascina del Palio dei Somari, oltre alla corsa, è l’innegabile tuffo nel passato che gli organizzatori di questo evento riescono a regalare al pubblico. Nonostante la manifestazione abbia avuto una naturale evoluzione, l’atmosfera che si crea a Torrita nei giorni del palio è pregna di storia, notizie e aneddoti che non per forza rimandano ai tempi di Anichino, Ghino di Tacco, Podestà e Ancelle, ma che vivono nella mente della gente, che orgogliosa racconta le sue origini attraverso questa festa.

Gli abiti storici del corteo sono in mostra nei locali della Biblioteca Comunale insieme alla consueta mostra retrospettiva che quest’anno diventa multimediale guardando indietro ai 50 anni di storia del Palio.

Sitografia:

http://www.italiadonna.it/public/percorsi/01052/0105254b.htm

http://ilmondodiaura.altervista.org/RINASCIMENTO/ABBIGLIAMENTO1400.htm

www.comunetorritadisiena.it

 

 

 

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Palio dei Somari, la storia s’impara fin da piccoli

Archiviato con un bilancio più che positivo il primo fine settimana della 61esima edizione del Palio dei Somari, l’intenso programma è continuato al Teatro degli Oscuri, dove i protagonisti sono…

Archiviato con un bilancio più che positivo il primo fine settimana della 61esima edizione del Palio dei Somari, l’intenso programma è continuato al Teatro degli Oscuri, dove i protagonisti sono stati gli alunni dell’Istituto Comprensivo di Torrita.

Dopo lo spettacolo della rievocazione storica, l’estrazione delle batterie eliminatorie, i gustosi piatti delle Taverne allestite dalle otto contrade, la magica esibizione degli artisti di strada, le coinvolgenti melodie folk, il rullio dei tamburi e gli squilli delle chiarine suonate delle giovani leve del gruppo tamburini e sbandieratori, spazio agli alunni delle scuole che con i loro canti, le loro danze e i loro racconti hanno fatto emozionare il pubblico del teatro degli Oscuri.

L’Associazione Sagra San Giuseppe, da sempre molto attenta al mondo dei giovani e delle scuole, anche quest’anno attraverso la collaborazione dei volontari e delle maestre dell’Istituto hanno realizzato un viaggio nella storia del Palio torritese ricostruendo il periodo storico in cui si colloca la manifestazione.

La serata all’insegna della storia e della musica è stata aperta dagli alunni della scuola dell’infanzia Arcobaleno e Mago Burletto, che sul palco degli Oscuri hanno eseguito canzoni popolari come ‘Torrita paese diletto’ e ‘La Rosina bella’, canti che hanno segnato generazioni di torritesi e che tutti in occasione della tanto attesa festa cantano ed intonano con allegria e spensieratezza.

Poi è stata la volta degli alunni delle primarie, classe quinta tempo pieno, che hanno realizzato attraverso melodie contemporanee canzoni dai contenuti strettamente connessi alla festa del Palio. Nello scenario naturale di Piazza Matteotti, gli alunni si sono esibiti in danze medievali, facendo balzare Torrita e i torritesi di colpo indietro nei secoli in un’atmosfera magica e suggestiva.

Dopo la Piazza, il teatro degli Oscuri è tornato di nuovo protagonista e a salire sul palco è toccato gli alunni del tempo prolungato della secondaria di primo grado che insieme alla Commissione Corteo Storico sono stati coinvolti nei lavori di ricerca e riscostruzione storica con lo scopo di rendere i bambini parte attiva nell’organizzazione di un Corteo Storico.

Con un testo riadattato per la serata dalla maestra Cristina Nannotti, gli alunni della secondaria hanno ripercorso, attraverso il racconto, i 70 anni tra la presa del Castello di Torrita, da parte delle truppe perugine, avvenuta nel 1358, fino alla liberazione avvenuta nel 1425 celebrata con una grande festa e un grande corteo storico. Gli alunni, insieme alla commissione Corteo Storico hanno condotto uno studio sulla storia degli abiti di quegli anni, e una ricerca minuziosa e attenta, ha permesso ad uno storico e ad una costumista di ricostruire fedelmente l’abito del Podestà, delle ancelle e dei soldati con gli scudi, anch’essi ricostruiti fedelmente sia nelle fattezze che nei materiali. Gli abiti mostrati durante la serata sfileranno nel corteo storico del Comune, insieme a tamburini, chiarine e sbandieratori, per la prima volta domenica 19 marzo 2017, in occasione della corsa della 61esima corsa sul tufo.

Grazie a tutte le edizioni della serata dedicata ai più piccoli, negli anni si è venuto a formare un patrimonio straordinario realizzato dagli alunni delle scuole e che attraverso un progetto ‘È il nostro palio’, Torrita vuole realizzare una pubblicazione che raccolga tutto il materiale, non solo per la formazione didattica, ma come esperienza reale.

La serata si è conclusa con i ringraziamenti da parte dell’Associazione Sagra San Giuseppe a tutti i volontari per il prezioso tempo dedicato a questo progetto, alla presidente dell’Istituto Comprensivo Parini Silvia Maria Corbelli, alle insegnanti e a tutti i genitori e alunni dell’Istituto.

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La tradizione del Befano

Il territorio della Valdichiana è pieno di tradizioni popolari che si tramandano da molte generazioni e che hanno accompagnato la vita delle campagne durante i secoli della mezzadria, fino a…

Il territorio della Valdichiana è pieno di tradizioni popolari che si tramandano da molte generazioni e che hanno accompagnato la vita delle campagne durante i secoli della mezzadria, fino a sopravvivere in forme più o meno simili nei nostri giorni. Alcune di queste tradizioni popolari sono comuni con aree geografiche o culture confinanti, mentre in altri casi ci troviamo di fronte a elementi unici e particolari, che possono essere considerate come dei tratti distintivi dell’identità della Valdichiana.

Una tradizione fortemente legata alle festività natalizie e particolarmente circoscritta al nostro territorio è quella del Befano. Ancora oggi è possibile sentir dire da famiglie delle campagne o dei borghi della Valdichiana frasi come “Comportati bene, oppure ti fanno il Befano” o espressioni più generiche relative all’usanza di “Fare il Befano”. Anche chi non ha mai vissuto in prima persona questo tipo di tradizione, probabilmente, ne ha sentito parlare in qualche espressione dialettale.

La burla del Befano

La tradizione del Befano è stata riscontrata nella zona della Valdichiana (soprattutto nei paesi e nelle campagne di Chiusi, Montepulciano, Torrita e Sinalunga) fino alla fine del XX secolo. L’usanza prevedeva il confezionamento di un fantoccio di paglia e stoffa, con sembianze umane, nella notte tra il 5 e il 6 Gennaio, ovvero la notte dell’Epifania. Il fantoccio poteva avere sembianze maschile o femminili, più simile alla Befana tradizionale oppure a un pupazzo di Carnevale. Il Befano così preparato veniva appeso a un albero, ai fili della luce o del telefono, o comunque a una sporgenza che potesse essere difficilmente raggiungibile dalla persona presa di mira, ma facilmente visibile dagli abitanti del paese o delle campagne.

Lo scopo dell’usanza era quello di burlarsi di una persona (o, più raramente, di un’istituzione). Lo scherzo del Befano cercava di mettere in ridicolo la persona a cui era destinato, ed era solitamente accompagnato da cartelli con scritte satiriche, poesie o allusioni volgari. I destinatari del Befano erano principalmente i ragazzi e le ragazze che avevano subito una delusione amorosa, che erano stati lasciati dal partner o non erano riusciti a conquistarsene uno durante l’anno; tra i destinatari c’erano anche gli scapoli e le zitelle, oppure le donne che venivano considerate di facili costumi. Meno spesso il Befano colpiva persone che presentavano difetti fisici o morali, oppure veniva utilizzato per scopi politici per mettere in ridicolo enti e istituzioni locali.

Nei suoi studi sul territorio, Ilio Calabresi ci tramanda altre usanze collegate al Befano: altre burle che si svolgevano nella notte del’Epifania erano quelle di scambiare le insegne delle botteghe, con usanze più tipiche del Carnevale, oppure di spargere fave e lupini dalla casa di una donna presa di mira fino al suo Befano appeso.

Epifania e Befanate

Comprendere i significati profondi dell’usanza del Befano è arduo, perché si tratta di un’usanza circoscritta e di cui abbiamo poche testimonianze etnografiche; le interpretazioni di cui siamo in possesso sono parziali, ma questo non ci impedisce di affrontare una riflessione generale su questa tradizione popolare e sulla sua possibile sopravvivenza locale.

Si può infatti notare una forte forma di continuità con le altre festività del calendario agrario invernale: per quanto l’usanza sia caratteristica della notte dell’Epifania e la sembianze del fantoccio richiamino quelle della Befana, la burla e gli scherzi alla base dell’usanza fanno subito pensare alla Vecchia di mezza quaresima e al Carnevale; i gruppi sociali impegnati nella realizzazione del Befano, in contesti paesani come quelli della Valdichiana, potrebbe essere stati gli stessi impegnati nelle altre feste popolari.

Il territorio del Befano è circoscritto alle zone interessate dalla bonifica, e non abbiamo altre testimonianze all’infuori dei casi di Trequanda e San Giovanni d’Asso; come fa notare Mariano Fresta, quest’usanza non si è sviluppata in forma di dramma itinerante a differenza delle “Befanate” del grossetano o della Garfagnana, forse per via della sua somiglianza con la Vecchia di mezza quaresima.

Spesso i Befani erano volgari e le burle potevano essere difficili da sopportare, soprattutto nei casi in cui colpivano gli insuccessi amorosi. In questo contesto, la pressione sociale esercitata nei confronti delle persone a cui era dedicato il fantoccio potrebbe essere vista come un’usanza volta a perpetuare la società contadina, accentandone riti e consuetudini: una spinta a trovare un partner e a sposarsi, per evitare di diventare gli zimbelli del paese.

Se la minaccia del carbone portato dalla Befana poteva essere un deterrente nei confronti dei bambini più monelli, quindi, il timore di ricevere un Befano poteva diventare altrettanto efficace per gli adolescenti e gli adulti della Valdichiana.

Per approfondire:

  • Ilio Calabresi, Strade, storie, tradizioni popolari nella Valdichiana senese, 1987
  • Mariano Fresta, La tradizione del Befano nella Valdichiana senese meridionale (sito web)
  • Associazione Culturale Ottagono, Di qua dal fosso. Parole chianine raccolte fra Torrita di Siena, Sinalunga, Acquaviva, Montepulciano Scalo e Montallese, Effigi 2010.
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Il ceppo di Natale in Valdichiana

Ogni paese può vantare le sue particolari tradizioni per le feste natalizie, ma tra esse possiamo spesso riconoscere somiglianze e parentele che possono far pensare a una radice comune, risalendo…

Ogni paese può vantare le sue particolari tradizioni per le feste natalizie, ma tra esse possiamo spesso riconoscere somiglianze e parentele che possono far pensare a una radice comune, risalendo a un passato sempre più lontano. L’usanza del ceppo di Natale è uno di quegli elementi del folclore popolare più presenti nella nostra storia, non soltanto in Valdichiana: è un elemento caratteristico dell’antichità che si è diffuso in moltissimi Paesi, pur con le innumerevoli varianti locali. E anche se oggi non viene forse considerato parte della celebrazione consueta del Natale, il ceppo può essere ritrovato nei camini delle famiglie che tramandano quest’usanza e in forme derivate che meglio si adattano al consumismo natalizio: ad esempio il tronchetto di Natale, uno dei tipici dolci delle feste.

La storia del ceppo natalizio

Il ceppo di Natale è una delle tradizioni popolari più antiche legate a questa festività: consiste nel bruciare un grosso tronco di legno, chiamato appunto ceppo (o con altri termini dialettali, a seconda della cultura in cui è stato diffuso) all’interno del camino della famiglia, a simboleggiare il focolare domestico. Il ceppo viene fatto ardere per tutte le notti delle feste natalizie, dalla Vigilia fino all’Epifania. I resti del ceppo sono utilizzati in varie forme, per le loro proprietà magiche e di buon augurio: ad esempio le ceneri possono essere sparse nei campi per favorire il raccolto.

Quella del ceppo è una tradizione diffusa in tutta Europa, dai paesi scandinavi fino all’area del Mediterraneo. Sebbene le prime tracce documentate risalgano al XII secolo, le sue origini sono sicuramente più antiche: la somiglianza tra il focolare natalizio e l’altare domestico dedicato agli antenati è chiaramente presente nella civiltà romana e nell’epoca precedente al Cristianesimo, con similitudini che possiamo estendere anche all’usanza dei grandi falò che dovevano scacciare le tenebre del solstizio d’inverno.

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Il tronchetto di Natale

La tradizione è talmente diffusa e talmente legata alle festività invernali che in alcuni contesti il ceppo rappresenta esso stesso il Natale: anche in Toscana, ad esempio, la festa di Natale è stata spesso chiamata “Festa del Ceppo”. Con l’avvento del Cristianesimo l’usanza si è caricata di nuovi significati sacri: il ceppo servirebbe infatti a scaldare il Bambin Gesù, quindi è necessario lasciarlo acceso dalla Natività fino all’Epifania.

Il ceppo porta fortuna e le cerimonie in suo onore sono necessarie per conquistarsi i migliori auguri per i mesi a venire: spesso l’usanza richiede di versare sopra il ceppo i primi bocconi di cibo o i primi sorsi di vino, un gesto propiziatorio che serve ad augurare un buon raccolto. Dal ceppo di legno dell’antichità al tronchetto utilizzato come dessert natalizio, passano secoli di storia, fatti di adattamenti, somiglianze e varianti locali degni d’interesse.

Il ceppo in Valdichiana

La Valdichiana è uno dei territori in cui il ceppo di Natale si presenta in una delle forme più particolari ed è stato oggetto di numerosi studi. Abbiamo infatti testimonianze delle cerimonie, provenienti dalla campagne, con cui veniva appiccato il fuoco al ceppo il giorno della Vigilia di Natale. La cerimonia era accompagnata da varie tipologie di preghiere, filastrocche o canzoncine recitate dai bambini della casa, chiamate “Ave Maria del Ceppo”, di cui la seguente è una testimonianza del 1926:

“Avemmaria del Ceppo,
Angiolo benedetto!
L’angiolo mi rispose:
Ceppo mio bello, portami tante cose!”

È importante sottolineare che il ceppo in Valdichiana non si limitava a svolgere la funzione di focolare domestico, ma era anche un vero e proprio portatore di doni. L’albero di Natale e Babbo Natale, gli elementi più caratteristici della festività attuale, sono arrivati nel nostro territorio dal Nord Europa soltanto nel XX secolo: negli anni precedenti, le loro caratteristiche erano ricoperte proprio dal ceppo.

Il ceppo poteva infatti essere addobbato con candele, ninnoli e dolcetti, da distribuire poi tra i bambini della casa: un utilizzo che richiama chiaramente quello dell’abete dei popoli dell’Europa settentrionale. Ma c’è di più: il ceppo poteva addirittura diventare una vera e propria persona e presentarsi la sera della Vigilia di Natale sulla porta di casa, interpretato da uno degli adulti. In questi casi il ceppo interrogava i bambini, per capire se si erano comportati bene durante l’anno, e regalava dei doni e dei dolciumi a chi si era comportato bene, mentre a chi si comportava male toccavano cipolle e carbone. In altre parti ancora della Valdichiana, i bambini delle campagne mettevano un fantoccio fuori dalla finestra con un canestro, e aspettavano che il ceppo passasse durante la notte per riempirlo di regali. Per dirla in maniera dialettale, in Valdichiana il ceppo “cacava”, ovvero donava dei regali.

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Il ceppo addobbato

In questi contesti il ceppo assume quindi le caratteristiche di Babbo Natale, ma anche della Befana, con la sua funzione giudicante nei confronti dei bambini e il suo aspetto magico e inquietante. Tuttora nelle campagne della Valdichiana non è raro trovare ceppi nei focolari delle case e scoprire le tracce della commistione tra le antiche tradizioni del ceppo, il Natale cristiano e gli effetti del moderno consumismo.

Bibliografia

Accademia della Crusca: “La tradizione del ceppo in Toscana”
P.Fanfani, Vocabolario dell’uso toscano, Barbera, Firenze 1863
G.Giannini e A. Parducci, Il popolo toscano, Trevisini, Milano 1926
A. Paoloni, Cortona e la Valdichiana aretina: tradizioni e costumi
E. Baldini e G. Bellossi, Tenebroso Natale, Laterza, Bari 2012
C.A. Miles, Storia del Natale, Odoya, Bologna, 2010
A. De Gubernatis, Storia comparata degli usi natalizi in Italia e presso gli altri popoli indo-europei, Treves, Milano, 1878

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Il Sentiero dell’Acqua: intervista al Gruppo Archeologico Sinalunghese

La vita all’interno dei castelli del medioevo non era sempre ricca di acqua, anzi: le difficoltà dovute all’approvvigionamento idrico e le condizioni igieniche portavano a cercare diverse soluzioni, dalla costruzione…

La vita all’interno dei castelli del medioevo non era sempre ricca di acqua, anzi: le difficoltà dovute all’approvvigionamento idrico e le condizioni igieniche portavano a cercare diverse soluzioni, dalla costruzione di acquedotti alla raccolta di acqua piovana nelle cisterne. Nel centro storico di Sinalunga le vicende legate all’acqua hanno invece portato a caratteristiche inusuali e non facilmente riscontrabili negli altri borghi del territorio: la costruzione di una struttura nel XIII secolo che portava l’acqua dal centro alla periferia, e non il contrario.

Grazie al lavoro del Gruppo Archeologico Sinalunghese abbiamo conosciuto meglio il “Sentiero dell’Acqua”: un cunicolo scavato nel 1265 che collega la Fonte del Castagno al Pozzo di San Martino, il pozzo che dal centro della Chiesa di Santa Croce si sviluppa per quasi 30 metri nel sottosuolo. Similmente ai “bottini” di Siena, il cunicolo percorre circa 250 metri e permette all’acqua di fluire verso la Fonte del Castagno, liberamente accessibile alla popolazione fuori dalla cinta muraria.

Abbiamo approfondito la conoscenza con il Gruppo Archeologico Sinalunghese, l’associazione che nel corso degli anni ha studiato i cunicoli sotterranei di Sinalunga e che ha contribuito a renderli accessibili ai visitatori. Il presidente Gianfranco Censini e il vice Giorgio Baldini ci hanno raccontato le caratteristiche del “Sentiero dell’Acqua” e le prime visite effettuate nell’estate del 2015.

Alla scoperta della Sinalunga sotterranea: potete raccontarci le caratteristiche del Sentiero dell’Acqua?

(Gianfranco) Noi ci occupiamo principalmente del sottosuolo. Negli ultimi anni abbiamo esplorato un reperto archeologico del comune di Sinalunga che risale a sette secoli fa, esattamente al 1265: si tratta di un cunicolo scavato nel sottosuolo del centro storico per portare acqua da un antico pozzo, probabilmente di epoca romana, fino a una fonte che venne realizzata all’esterno delle mura. Questo cunicolo presenta delle caratteristiche molto interessanti dal punto di vista estetico, ma anche naturalistico e storico. Dal punto di vista storico dobbiamo infatti capire come mai questo cunicolo venne scavato per portare acqua al di fuori dalle mura di un castello, quando invece all’epoca si usava fare il contrario, portare l’acqua dentro alle mura. Ci sono varie ipotesi per rispondere a questo interrogativo: il motivo è scritto anche nella lapide che sta all’esterno, il XIII secolo era un periodo di tregua, in un periodo di pace probabilmente pensarono che non avevano più bisogno di essere chiusi dentro la cinta muraria, ma magari avevano la possibilità di dare l’acqua anche all’esterno senza problemi. Inoltre il Sentiero dell’Acqua presenta elementi di interesse naturalistico: l’acqua forma delle stallatiti e stalagmiti che sono note all’interno di grotte carsiche e invece qui siamo all’interno di sabbie e conglomerati, quindi probabilmente il calcio che viene depositato nel cunicolo è stato sciolto durante il percorso che fa dal poggio delle carceri verso la fonte.”

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Qual’è il percorso del Sentiero dell’Acqua?

(Gianfranco) Praticamente è un sentiero sotterraneo che si sviluppa per circa 250 metri su due rami, e porta dalla fonte al pozzo principale. Il pozzo si colloca esattamente nel centro storico di Sinalunga, all’incrocio dei due assi principali di quello che all’epoca era il castello medievale. Si tratta di un pozzo scavato nel tufo, che è profondo circa 30 metri, con circa 4 metri di diametro. Non è visibile né accessibile dall’esterno, ma solo dal sottosuolo. Il cunicolo permette di arrivare a questo pozzo e noi l’abbiamo battezzato “sentiero dell’acqua” perché percorriamo in senso inverso il sentiero che l’acqua fa dal pozzo verso la fonte. Lungo il percorso ci sono aspetti interessanti da vedere, ci sono strutture a volta lungo il cunicolo create per rinforzarlo, poi ci sono delle concrezioni carbonatiche che in alcuni punti sono veramente belle da osservare. Stando in silenzio e al buio, si sente gocciolare l’acqua, un’acqua che nasce goccia dopo goccia lungo tutto questo percorso. Tuttora alla Fonte del Castagno escono circa 70 metri cubi d’acqua al giorno, una risorsa che per l’epoca era sicuramente sufficiente.”

Questi cunicoli ricordano i bottini di Siena?

(Gianfranco) Sì, sono esattamente la stessa opera dal punto di vista della realizzazione. Hanno una funzione inversa, perché nei bottini di Siena l’acqua veniva presa alla sorgente e portata in città. In questo caso il percorso è inverso. Però sicuramente le braccia che le hanno scavate sono le stesse, nel 1260 Sinalunga era uno degli ultimi castelli della Repubblica di Siena.”

Parliamo invece del Gruppo Archeologico Sinalunghese: quali sono le vostre attività?

(Giorgio) Le attività del gruppo principalmente sono le ricerche sul territorio, curando l’aspetto del paesaggio. Abbiamo circa  venticinque soci, è un’associazione interessante. In un paese come Sinalunga ci sono anche testimonianze di ritrovamenti importanti, che magari state portate via. La nostra cittadina offre tanto anche sul tema degli Etruschi, di cui sono appassionato: non è come Chiusi, Montepulciano o Cortona, però Sinalunga forse ha avuto meno ricerche rispetto ad altri posti. Recentemente sono state scoperte alcune tombe, forse già trafugate, ma con dei reperti interessanti. Prossimamente forse riapriremo un antiquarium.”

Quindi la Valdichiana continua a restituire reperti del passato, come questi cunicoli. In che modo li avete resi fruibili al pubblico?

(Gianfranco) Di meraviglie della natura nella nostra zona ce ne sono molte, purtroppo non tutte sono valorizzate nel modo giusto. Un po’ la colpa è la nostra, che non pretendiamo di riavere un po’ di questi tesori che sono conservati in altri musei, e se li abbiamo magari non riusciamo neanche a gestirli perché il problema poi diventa la sicurezza. L’antiquarium, per esempio, era attivo una decina di anni fa, era accessibile e visitabile; poi però per motivi di sicurezza è stato portato in parte al museo di Chiusi, in altra parte non è fruibile al pubblico. Quindi il nostro scopo come Gruppo Archeologico Sinalunghese è quello di raccogliere le testimonianze del passato, dare a tutti la possibilità di conoscerle. Nel caso dei cunicoli sotterranei abbiamo lavorato per farli conoscere; nessuno li vedeva, però sono molto importanti per la vita di ieri, di quella che è stata la comunità dei secoli passati. Alla Fonte del Castagno siamo sempre andati a prendere l’acqua, e magari tuttora la usiamo per annaffiare l’orto o il giardino, però nessuno sapeva da dove veniva l’acqua. E non è l’unico cunicolo, ne abbiamo esplorato recentemente un altro, sempre nei sotterranei di Sinalunga, che porta l’acqua a una fonte privata. Addirittura il proprietario non era mai entrato dentro questo cunicolo perché aveva un po’ paura ad avventurarsi nel sottosuolo, era anche un po’ franato. Noi del Gruppo Archeologico Sinalunghese siamo entrati e abbiamo scoperto uno stupendo cunicolo di circa 60 metri, realizzato con tanti archi di rinforzo, con una cura particolare per rendere disponibile l’acqua.”

Quanti altri cunicoli di questo tipo potrebbero esserci in Valdichiana? Dagli studi storici e dalla morfologia del terreno, si può capire se ne sono presenti altri?

(Gianfranco) Esattamente come quelli di Sinalunga è difficile, qui abbiamo trovato una combinazione favorevole anche per  via della situazione geologica. I cunicoli sono scavati a contatto tra due formazioni diverse, in quella permeabile l’acqua si infiltra, arriva alla base e trova un livello impermeabile; non può andare più giù, quindi esce fuori. In questo caso si parla del centro del paese nel centro storico, una cosa particolare. Che si trovi un’altra situazione in cui il centro storico ha questa sequenza di strati con questa successione e con gli stessi terreni, è una combinazione difficile; un’eventualità accaduta a Sinalunga, in cui l’acqua viene fuori a circa 360 metri sul livello del mare. Di cunicoli di questo tipo a Sinalunga ne possiamo trovare altri, almeno quattro vicino al centro storico e altri fuori, su due ci sono dei cunicoli lunghi, su una forse cunicolo corto, su un’altra di sicuro un cunicolo di due o tre metri, però sono delle condizioni particolari che danno origine a queste strutture.”

Come funzionano le visite al Sentiero dell’Acqua?

(Gianfranco) Innanzitutto va detto che il luogo è pubblico, di proprietà del Comune, quindi non possiamo invitare nessuno; però abbiamo proposto all’ufficio turistico di Sinalunga di raccogliere le richieste, se qualcuno vuole visitare i cunicoli può richiederlo all’ufficio e noi li accompagniamo volentieri, facciamo da guida e spieghiamo la storia. Naturalmente c’è un discorso di responsabilità, si tratta di cunicoli di epoca medievale, vecchi di sette secoli: non ci sono problemi e sono liberamente accessibili, ma potrebbe cadere un sasso da una volta, quindi dotiamo tutti i visitatori di un elmetto con la luce. Quella del Gruppo Archeologico Sinalunghese non è un’opera di divulgazione vera e propria, ma un’attività di promozione sociale, senza fini di lucro. Svolgiamo la nostra attività per promuovere il territorio e crediamo che possa essere un tassello importante per Sinalunga e per la Valdichiana in generale.”

Contatti Utili: Gruppo Archeologico Sinalunghese, via Mazzini 27, 53048, Sinalunga

Pagina Facebook – Mail: gruppoarcheologicosinalunghese@gmail.com

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Brandano da Petroio, il pazzo di Cristo

Passeggiando per il piccolo borgo di Petroio, nel comune di Trequanda, sarà capitato a tutti di trovarsi di fronte alla statua in terracotta dedicata a Bartolomeo Garosi, detto Brandano: una…

Passeggiando per il piccolo borgo di Petroio, nel comune di Trequanda, sarà capitato a tutti di trovarsi di fronte alla statua in terracotta dedicata a Bartolomeo Garosi, detto Brandano: una piccola effige raffigurante un eccentrico personaggio nato all’interno di queste antiche mura, e che ha rivestito una particolare importanze nelle vicende religiose del medioevo.

La vita di Brandano: la conversione e le predicazioni

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Le vite dei personaggi illustri, diventati oggetto di beatitudine o di venerazione popolare, sono spesso caratterizzate da una giovinezza libertina e da un drammatico cambiamento che spinge ad abbracciare la fede. È proprio questo il caso di Bartolomeo Garosi (o Carosi, secondo altre fonti), nato a Petroio nel 1486: gli anni della giovinezza li passò in maniera spregiudicata, tra giochi d’azzardo e bestemmie. La conversione alla religione cristiana avvenne nel giorno in cui, mentre zappava il suo campo, venne colpito sulla fronte e in un occhio da una scheggia di pietra. Brandano lo interpretò come un segno divino e cominciò a predicare la parola di Cristo in Valdichiana: prima nel paese natale di Petroio, poi nel borgo di Montefollonico, dove si trasferì con la famiglia.

Abbandonata anche la famiglia, Brandano proseguì la sua opera di predicazione solitaria a Siena, vivendo soltanto di elemosina. Nei suoi sermoni attaccava i potenti, invitava alla penitenza e diffondeva profezie di sciagura. Era solito girovagare con un abito bianco addosso, scalzo e senza cappuccio, e predicava con un crocifisso in una mano e un teschio nell’altra, per ricordare che la morte arrivava per tutti e che era necessario impegnarsi nelle opere buone durante la vita. Era lui stesso a farsi chiamare Brandano, relativo al “gran brando che mi ha dato Dio per riprendere i ladroni e i peccatori di tutte le specie”.

I suoi modi provocavano venerazione da parte di chi lo ascoltava, ma anche derisione e rabbia: nelle campagne e nelle strade senesi poteva essere sbeffeggiato o preso a bastonate, ma non demordeva. Le sue invettive colpivano principalmente i potenti, che spesso non lasciavano correre le offese senza reagire: godeva però di una particolare protezione a Siena, dove i signori locali gli consentivano di operare nell’assistenza agli ammalati dell’ospedale e nella protezione ai mendicanti di strada.

La corte pontificia, il ritorno a Siena e la morte

Dopo aver viaggiato come eremita per l’Italia, la Francia e la Spagna, Brandano si trasferì a Roma. Alla corte pontificia non abbandonò le sue caratteristiche eccentriche, anzi, si scagliò con forza contro la corruzione dell’epoca: senza alcun rispetto per le autorità ecclesiastiche, insultava i cardinali, distribuiva ossa di morto, ammonimenti e sciagure. Papa Clemente VII arrivò a imprigionarlo più volte, e la leggenda dice che lo fece addirittura incatenare e gettare nel Tevere. Brandano ne sarebbe riemerso miracolosamente vivo, e questo episodio non fece che aumentare la sua venerazione da parte di alcuni e la rabbia da parte di coloro che lo avversavano.

Tornato a Siena, le mutate condizioni politiche gli consentirono di diventare una vera e propria icona della predicazione religiosa contro il potere. Le sue profezie di sciagura e le sue ramanzine fecero infuriare gli spagnoli, che nel 1548 governavano Siena; dapprima venne mandato in esilio per undici giorni, poi, dopo che ebbe preso a sassate un soldato spagnolo per protesta contro la costruzione della Fortezza, venne cacciato definitivamente a Piombino. Brandano tornò a Siena nel 1552, quando la città si liberò dal controllo degli spagnoli, e contribuì a difendere la Repubblica dall’attacco dei Medici, aiutando i poveri, i malati e gli affamati.

Brandano morì nel 1554, all’età di 68 anni, poco prima della caduta della Repubblica senese. La venerazione da parte del popolo era così diffusa da far dimenticare i modi eccentrici; gli atteggiamenti violenti con cui inveiva contro le autorità politiche e religiose avevano rafforzato la sua fama, sia a Roma che a Siena. Gli strati sociali più poveri apprezzavano queste sue caratteristiche, e durante una predica dai toni particolarmente violenti a Radicofani era stato chiamato “Il Pazzo di Cristo”. Dopo la morte il suo corpo venne esposto per tre giorni nella chiesa di San Martino; dei suoi resti si sono però perse le tracce. Nel 1612 l’Arcivescovo di Siena promulgò un editto in cui invitava la popolazione a venerarlo come Beato: la Chiesa non ha però portato avanti il processo di beatificazione.

Le profezie e le storie popolari

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Il ritratto di Brandano custodito nel Museo dell’Arciconfraternita di Misericordia di Siena

Eremita e predicatore, Brandano è diventato famoso nei ceti popolari principalmente per le sue profezie. La sua attitudine a scagliarsi contro i soprusi dei governanti e la corruzione delle autorità ecclesiastiche, come già detto, gli permisero di guadagnarsi una vasta popolarità nelle campagne senesi.

Le sue profezie di sventura gli valsero non soltanto la venerazione, ma anche la sopravvivenza di detti popolari tramandati dal XVI secolo in poi. Sono molte le storie popolari e le espressioni che vengono attribuite al “beato” o al “poro” Brandano, tra cui si fatica a distinguere la sua attività da predicatore da ciò che il folclore locale ha attribuito alla sua figura in fase successiva.

Le sue profezie in rima erano facili da ricordare, simili ai proverbi popolari: “Siena Siena, metti la Signora nel cervello, se no andrai in bordello”; “Guai a te, Siena, quando i tuoi lupi porteranno il campano e i monti scenderanno al piano”; “Siena, Siena, incomincia ad arrivare la piena” erano tutti riferimenti profetici dell’invasione spagnola a opera dei Medici.

Anche a Roma si fece notare per le sue profezie: “Roma, Roma, da qui a poco sarai doma” anticipava il sacco di Roma, mentre “Lume, lume, il papa non vede più lume” e “Non più Medici, siamo tutti sani” anticipava la morte di Papa Clemente VII (Giulio de’ Medici). La più specifica profezia di sciagura rivolta alla corte papale è una delle più famose: “Bastardo sodomita, per i tuoi peccati Roma sarà distrutta. Confessati e convertiti, perché tra 14 giorni l’ira di Dio si abbatterà su di te e sulla città”.

Oltre ai Medici, i bersagli preferiti delle invettive di Brandano erano gli spagnoli, soprattutto nel suo periodo senese. “Don Diego tu questa tela l’ hai ordita male, ti mancherà il ripieno, perché Iddio te la taglierà e non la finirai” diceva sulla costruzione della Fortezza. Il suo patriottismo verso la Repubblica senese risulta evidente anche nelle invettive lanciate contro Giulio III: “Io vi avviso Santo Padre, anzi Pastore, che voi non pigliate impresa contro la città vecchia di Siena, che è città dell’alta Reina che l’ha guardata e guarderà, e chi contra ci verrà malcontento se ne partirà”.

Accanto alle predicazioni di Brandano e alle sue reprimende nei confronti delle autorità esistono una serie di motti, detti popolari e profezie che si sono tramandate nelle campagne, mischiandosi alla religiosità popolare e alla controversa figura del beato di Petroio. Ancora oggi, in Valdichiana è dintorni, è possibile imbattersi in anziani contadini che recitano a memoria le profezie attribuite a Brandano: “Quando le macchie saranno giardini sarà un vivere d’ assassini” oppure “Quando le carrozze cammineranno senza cavalli, sarà un mondo di travagli”.

Per approfondire:

Treccani: Bartolomeo da Petroio

Ecomuseo Valdichiana: Brandano

Gianini Belotti, E., Trequanda & Dintorni, Editrice Donchisciotte

Nello Cortigiani, Brandano, Edizione Cantagalli

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La Tavola di Cortona e la lingua degli Etruschi

La civiltà etrusca è stata alla base del nostro territorio: le vestigia del passato raccontano la loro cultura, le loro abitudini e i loro costumi. L’antica Etruria occupava quasi interamente…

La civiltà etrusca è stata alla base del nostro territorio: le vestigia del passato raccontano la loro cultura, le loro abitudini e i loro costumi. L’antica Etruria occupava quasi interamente la Toscana, si spingeva fino alla pianura padana al nord e fino alla Campania al sud. Il territorio oggi rappresentato dalla Valdichiana, ai tempi degli Etruschi, poteva essere definito come uno dei cuori pulsanti della civiltà: importanti città come Chiusi, Cortona o Chianciano conservano tuttora i tesori lasciati dal popolo etrusco, dai reperti archeologici fino alle tombe funerarie.

Tra i reperti di maggiore importanza c’è sicuramente la Tavola di Cortona, chiamata anche “Tabula Cortunensis” custodita al MAEC e liberamente osservabile dai visitatori del museo. Si tratta di una lamina in bronzo con iscrizione etrusche, risalente al III o II secolo a.C, spezzata in otto parti; sette parti sono custodite al Museo di Cortona, l’ottavo tassello è tuttora mancante. Il ritrovamento della “Tabula”, infatti, è ancora avvolto da vicende poco chiare: “Sette furono consegnate nell’ottobre 1992 a Francesco Nicosia, allora sovrintendente ai Beni archeologici della Toscana, che individuò subito l’importanza eccezionale del reperto”, ma che le ha presentate pubblicamente solo nel 1999, nel tentativo di recuperare l’ottavo tassello o altre parti mancanti. I reperti furono ritrovati in località Piagge di Camucia, ma anche sul luogo di ritrovamento non c’è molta chiarezza, dal momento che il punto esatto non è mai stato identificato.

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Sull’importanza della Tavola di Cortona, invece, non ci sono dubbi. Si tratta del terzo testo etrusco più lungo in nostro possesso, con 32 righe di scrittura su un lato e 8 righe sull’altro, iscritte con l’alfabeto arcaico della zona cortonese. Le interpretazioni correnti lo identificano come un atto di vendita, presumibilmente una transazione di vigne o di terreni agricoli nella zona del Trasimeno, da un proprietario a più compratori; questa ipotesi è avvalorata dalla presenza dello “zilath mechl rasnal”, ovvero del pretore di Cortona, che rappresentava la più alta carica cittadina nelle funzioni giuridiche. La presenza del manubrio e della capocchia testimoniano la provenienza da uno schedario notarile, con la lastra che veniva esposta in un luogo pubblico.

Un elemento interessante presente nella Tavola di Cortona è la presenza di tre elenchi di nomi: i venditori, i compratori e i garanti del contratto. Assieme al pretore di Cortona, i figli e i nipoti delle due parti erano considerati garanti dell’atto, a dimostrazione che gli impegni intrapresi dalle persone ricadevano anche sulla famiglia e sui discendenti. Inoltre, la presenza di una serie di numeri a indicare gli oggetti o i terreni messi in vendita aiutano la comprensione dei numerali utilizzati dagli Etruschi.

Il valore archeologico della Tavola di Cortona è testimoniato anche dall’utilità per il mondo accademico per l’interpretazione della lingua etrusca. Contrariamente a quanto si possa pensare, infatti, la lingua etrusca non è affatto misteriosa o indecifrabile. Il presunto mistero, diffuso nella cultura popolare, è stato alimentato dalla probabile origine non indoeuropea della lingua etrusca, e per il dibattito che vede gli Etruschi come una popolazione arrivata in Italia dall’Asia Minore.

Anche se molti elementi della civiltà etrusca rimangono oscuri, la decifrazione della loro scrittura non è tra questi. Siamo infatti in possesso di un elevato numero di reperti archeologici (oltre 10mila) che ci permettono di identificare l’alfabeto etrusco come un derivato di quello greco, presumibilmente proveniente dall’isola di Negroponte; si tratta di un alfabeto in cui a ogni lettera corrisponde un fonema, simile a quello che utilizziamo oggi, e che ha fortemente influenzato quello latino. Siamo in possesso di testimonianze dirette (documenti in lingua etrusca) e testimonianze indirette (citazioni di opere etrusche in testi di altre lingue) che raccontano l’evoluzione dell’alfabeto etrusco con il passare dei secoli, e che mostra le sue sostanziali differenze con le lingue e i dialetti parlati dalle altre popolazioni italiche.

Il problema principale per la lingua etrusca non è quindi relativo alla decifrazione, bensì all’interpretazione: comprendere i testi è difficile, perché la lingua non sembra imparentata con le altre di origine indoeuropea. I reperti che sono giunti fino a noi sono numerosi, ma non particolarmente utili per lo scopo: le iscrizioni sono infatti brevi e di carattere funerario, con indicazioni di nomi, divinità e luoghi. La decifrazione di tali reperti è semplice, considerando l’alfabeto etrusco: per quanto riguarda i testi più complessi come la Tavola di Cortona, la Mummia di Zagabria o la Tegola di Capura, l’interpretazione linguistica diventa più difficile.

La Tavola di Cortona è uno dei reperti più importanti che siano giunti fino a noi, ma le ricerche sulla lingua degli Etruschi non sono ancora concluse: anche se le iscrizioni dell’antica civiltà che abitava il nostro territorio possono essere decifrate, non siamo ancora in possesso di strumenti adatti a un’interpretazione corretta. Gli Etruschi nascondono ancora molti tesori: la speranza è che ulteriori ritrovamenti archeologici e studi accademici possano aiutarci a mettere in luce ulteriori aspetti della loro civiltà e i forti legami con le culture dei secoli successivi.

L'evoluzione dell'alfabeto etrusco

L’evoluzione dell’alfabeto etrusco

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Porsenna e la gallina dai pulcini d’oro

«E ora conviene parlare del [labirinto] italico, che fece per sé Porsenna, re dell’Etruria, per sepolcro, e allo stesso tempo affinché fosse superata la vanità dei re stranieri anche dagli…

«E ora conviene parlare del [labirinto] italico, che fece per sé Porsenna, re dell’Etruria, per sepolcro, e allo stesso tempo affinché fosse superata la vanità dei re stranieri anche dagli Italici. […] Fu sepolto sotto la città di Chiusi, nel qual luogo lasciò un monumento quadrato in pietra squadrata, ciascun lato largo 300 piedi e alto 50. In questa base quadrata c’è all’interno un labirinto inestricabile, dove se qualcuno vi entrasse senza un gomitolo di lino, non potrebbe trovare l’uscita.» (Plinio il Vecchio, Naturalis Historia)

Labirinti, tesori e galline

Dove si trova il famigerato tesoro di Porsenna? Poche leggende, nel territorio della Valdichiana e dintorni, rivaleggiano per antichità e fascino con quella del lucumone etrusco di Chiusi. Sono stati molti i tentativi, da parte degli archeologi o dei più disparati cacciatori di tesori, di rintracciarlo: addirittura Enea Silvio Piccolomini, Papa Pio II, organizzò una spedizione in tal senso, senza successo. I contorni del mausoleo etrusco, tuttavia, sfumano nella leggenda.

Due storici romani, Plinio e Varrone, raccontano di un mastodontico mausoleo in cui era stato sepolto il condottiero etrusco, sotto il quale si snodava un labirinto talmente intricato da far impallidire quello del Minotauro di Creta. Il mausoleo era stato fatto costruire dal Re Porsenna per ospitare le sue spoglie, che ancora oggi riposerebbero al centro del labirinto, adagiate su un cocchio d’oro trainato da dodici cavalli e vegliato da una chioccia con cinquemila pulcini, anch’essi in oro.

Quello che oggi si può visitare sotto il Museo Archeologico Nazionale di Chiusi non è, ovviamente, il labirinto delle leggende. Si tratta di una serie di cunicoli, scoperti negli anni ’20, che si snodano nei sotterranei della città di Chiusi; creati dagli Etruschi nel V secolo a.C., fungevano da sistema di drenaggio e approvvigionamento idrico. Sopra la cisterna, nel XII secolo, venne eretta una torre a difesa, divenuta poi il campanile della cattedrale. L’importanza storica e artistica dei cunicoli è notevole: ma al loro interno non sono state rinvenute tracce del tesoro di Porsenna. Quella che probabilmente era un’esagerazione degli storici romani, rimasta per secoli nelle leggende e nei racconti popolari, nasconde però un elemento culturale di notevole interesse: la gallina dai pulcini d’oro.

Porsenna: storia e leggenda

moneta porsennaPrima di comprendere pienamente il significato del tesoro della leggenda, è necessario soffermarsi sul protagonista di questa storia. Il condottiero Porsenna, lucumone della città di Chiusi, è stata una delle figure più importanti nella storia antica del nostro Paese: non soltanto Chiusi era una delle più potenti delle dodici città Etrusche, ma il Re Porsenna fu in grado di tenere in scacco Roma per molto tempo. La sua figura, ritenuta leggendaria al pari del mausoleo in cui ancora oggi riposerebbe, è in realtà storicamente riconosciuta.

Porsenna (il cui nome etrusco era Lars Porsina) è passato alla storia per via del suo intervento militare a favore dell’ultimo Re di Roma, Tarquinio il Superbo, anch’esso di origini etrusche. Le sue abilità militari furono tali da permettergli di conquistare Roma e di farla ricadere per qualche tempo sotto l’influenza di Chiusi, un’impresa che riuscì successivamente soltanto a Brenno e Alarico.

In qualità di lucumone, ovvero Re delle città etrusche, Porsenna compare in alcune antiche leggende romane come quelle di Muzio Scevola, Clelia e Orazio Coclite, che raccontano gesta eroiche e di resistenza durante il periodo dell’assedio etrusco. Quel che è certo, leggende a parte, è che l’influenza di Porsenna abbia giocato un ruolo fondamentale a Roma nel V secolo a.C. e che abbia dettato condizioni di pace assai dure. Probabilmente risale a questo periodo la leggenda delle straordinarie ricchezze del lucumone etrusco, frutto delle imposte romane e della fine del regno di Tarquinio il Superbo.

Nell’ultimo periodo della sua vita, dopo essere tornato a Chiusi e aver liberato Roma dal giogo etrusco, Porsenna torna ad avvolgersi nella leggenda: si racconta che, sentendosi avvicinare alla morte, fece costruire un labirinto da un esercito di manovali. Poi, grazie ai migliori orafi del territorio, fece trasformare le enormi quantità di oro raccolte durante le sue gesta da condottiero per fondere la carrozza, la chioccia e i cinquemila pulcini che avrebbero dovuto accompagnarlo nell’aldilà. Si dice che i pulcini fossero talmente belli che sembravano poter prendere vita da un momento all’altro, e che simboleggiassero i soldati e le famiglie nobiliari che avevano sempre sostenuto il loro Re. Il corteo funebre dorato, partito da Chiusi e scomparso nelle campagne, è il fulcro di tante leggende popolari che si sono succedute per secoli.

La gallina dai pulcini d’oro

Il tesoro di Porsenna, caratterizzato dalla particolare simbologia della gallina dorata, è una leggenda che presenta caratteristiche in comune con altri territori. A Prato Rosello, in provincia di Prato, si racconta di un tesoro di una gallina con cinquemila pulcini d’oro, sotterrato in una necropoli etrusca; probabilmente il riferimento è sempre quello di Porsenna, ma non si tratta di un caso isolato.

Spostiamoci nella provincia pugliese della Manduria: la “òccula e li puricini ti oru” è una leggenda che racconta di una chioccia dorata con i pulcini, forse di origine greca o alessandrina, sottratta alla città di Taranto e nascosta in un luogo sconosciuto. Le somiglianze con il tesoro di Porsenna sono evidenti, e ne troviamo in tanti altri luoghi: Artimino e Malmantile in Toscana, Randazzo e Novara in Sicilia, Cirò e Longobucco in Calabria, dove la “Chiocchia della Gnazzitta” è ancora nascosta sotto un macigno. Degna d’interesse è una leggenda del Conero, nelle Marche: si dice che nei sotterranei di Camerano si nasconda una grande stanza con un altare al centro, in cui si troverebbe una chioccia d’oro con dodici pulcini dorati. L’intruso potrà tornare indietro soltanto scrivendo con il sangue il vero nome del Demonio sulla roccia. In questo caso tornano molti elementi che abbiamo già incontrato a Chiusi: il labirinto sotterraneo da cui non si può fuggire e il tesoro contraddistinto dai pulcini d’oro.

C7P Chioccia di Teodolinda

Un elemento così diffuso in tutta la penisola non poteva che essere studiato con attenzione dagli storici: spesso le leggende vengono fatte risalire a un’opera d’arte conservata nel Museo Serpero, presso il Duomo di Monza. La chioccia con sette pulcini dorati, chiamata anche “Pitta teodolindea”, è stata rinvenuta nel sarcofago di Teodolinda, regina longobarda del VI secolo. L’opera, di raffinata fattura, è impreziosita da rubini negli occhi della gallina e da zaffiri negli occhi dei pulcini.

Seppellire una gallina assieme al defunto era un’usanza longobarda, e una regina come Teodolinda meritava nel suo sarcofago un tesoro del genere. La chioccia è attribuita a Teodolinda, anche se non è detto che fosse stata seppellita assieme a lei; quello che è interessante sottolineare, tuttavia, è che una possibile interpretazione dell’opera sia la rappresentazione metaforica della costellazione delle Pleiadi, detta anche “Gallinella”.

Se l’origine della leggenda è longobarda, si potrebbe spiegare la sua diffusione in tutta Italia, ma questo costringerebbe a datarne le origini al VI secolo d.C, e non in epoca etrusca; in effetti, gli storici romani parlano genericamente dei tesori di Porsenna e non fanno riferimento ai pulcini. Le tradizioni popolari di Chiusi e della Toscana potrebbero essersi originate in epoca longobarda, fondendosi alla figura di Porsenna e al suo misterioso labirinto pieno di tesori.

Una cosa è certa: la leggenda del tesoro di Porsenna e la gallina con i cinquemila pulcini d’oro continua ad affascinare le generazioni moderne, a così tanti secoli di distanza. Si dice che in certe sere di tempesta, o durante le notti di plenilunio, si possano sentire in lontananza i pigolii dei pulcini tornati magicamente in vita, e che condurrebbero al tesoro sotterraneo. Forse i pulcini d’oro sono ancora nascosti da qualche parte, nelle campagne di quella che fu l’antica Etruria, in attesa di essere riportati alla luce: o forse è soltanto un’altra storia, che la leggendaria figura di Porsenna si porta appresso da due millenni e mezzo.

 


Fonti bibliografiche

Naturalis historia, Plinio il Vecchio

Chiusi: il labirinto di Porsenna, leggenda e realtà, Franco Fabrizi, Calosci, 1987

L’altra Toscana. Guida ai luoghi d’arte e natura poco conosciuti, Erio Rosetti e Luca Valenti, Le Lettere, 2003

www.summagallicana.it

www.manduriaoggi.it

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Storia, Arte e Natura a Pietraporciana

Raggiungere la Riserva Naturale di Pietraporciana non è semplice, se non si è abituati alle strade bianche e non si ha dimestichezza con i territori tra Chianciano e Sarteano; eppure,…

Raggiungere la Riserva Naturale di Pietraporciana non è semplice, se non si è abituati alle strade bianche e non si ha dimestichezza con i territori tra Chianciano e Sarteano; eppure, quello che ci aspetta al termine del percorso, è una scoperta che vale la pena del viaggio. Un luogo di pace e serenità, che racchiude una storia importante per la Valdichiana e la Valdorcia.

Al centro della Riserva Naturale si trova l’ex podere di Pietraporciana, che è oggi un rifugio escursionistico e un centro visite, che utilizziamo come base per le nostre esplorazioni. Un lungo e approfondito viaggio tra storia, arte e natura, alla scoperta di un autentico patrimonio de nostro territorio, inserito nel circuito degli “Ecomusei della Valdichiana”.

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La Storia a Pietraporciana

Il casolare che sorge al centro della Riserva Naturale di Pietraporciana era il centro di un podere di proprietà dei marchesi Origo, e faceva parte della più vasta tenuta de “La Foce” che si estende tra Chianciano, Sarteano e Montepulciano. Si tratta di un luogo molto importante nella storia locale, in virtù del ruolo fondamentale che ha rivestito durante la Liberazione al termine della Seconda Guerra Mondiale.

Il podere di Pietraporciana fu infatti uno dei centri della lotta partigiana: i marchesi Origo lo lasciarono a disposizione dei combattenti partigiani dopo l’armistizio del 1943, assieme ad altre basi logistiche. Per circa un anno il podere fu centro di comando delle operazioni nella zona, in virtù della sua posizione strategica e della possibilità di osservare Chianciano dall’alto del poggio. Proprio a Pietraporciana, il 27 giugno 1944, avvenne una delle battaglie cruciali per la liberazione di Chianciano Terme dall’occupazione nazifascista.

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In virtù di questo importante evento storico, Pietraporciana è rimasta centrale nella memoria della comunità locale, tanto da spingere la marchesa Iris Origo a donare definitivamente la proprietà del podere al Comune di Chianciano, nell’anno 1985 (anche se la riserva si trova nel Comune di Sarteano). Da quel periodo sono cominciati i lavori di ristrutturazione e valorizzazione, che hanno portato nel 1996 all’inserimento nel sistema delle Riserve Naturali Senesi.

Pietraporciana è rimasta un luogo identitario per la guerra di Liberazione: ogni anno, in occasione della festa nazionale del 25 aprile, ospita infatti un evento organizzato da ANPI e Legambiente per tramandare la testimonianza storica dell’accaduto. Per l’occasione vengono coinvolti i ragazzi delle scuole, viene inaugurata una targa con delle riflessioni sulla Liberazione, i reduci partigiani raccontano storie ed effettuano letture a tema.

La storia a Pietraporciana, tuttavia, non si limita ai tragici eventi della Seconda Guerra Mondiale: inerpicandosi attraverso la faggeta, fino al poggio sopra il casolare, si può incrociare la “Grotta di Bruco”. Si tratta di una piccola caverna ai margini della radura, che secondo la leggenda ospitò Bruco, un templare di ritorno dalle Crociate che decise di vivere come eremita.

Le tante grotte presenti a Pietraporciana testimoniano una chiara presenza umana, probabilmente anteriore anche alla civiltà degli Etruschi, per via delle lavorazioni sulle pareti delle caverne che non sembrano effetto dell’erosione naturale; sono numerosi i ritrovamenti archeologici, dall’età del bronzo fino all’epoca romana. D’altronde, la visuale privilegiata su tutti i territori circostanti che si gode dalla sommità della collina doveva rivestire un elemento strategico fin dall’antichità. I resti di conchiglie e di fossili, inoltre, dimostrano la natura alluvionale dei terreni e il loro forte legame con l’epoca dell’ultima glaciazione.

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La Natura a Pietraporciana

Proprio la glaciazione terminata 10mila anni fa è alla base della straordinaria particolarità in ambito naturalistico di Pietraporciana. Il motivo per cui è stata istituita la Riserva Naturale, infatti, è la faggeta di 341 ettari sul crinale, censita dalla società Botanica Italiana come “biotipo di particolare interesse”. La faggeta di Pietraporciana è considerata eterotipica, ovvero si è formata e conservata al di sotto dei consueti limiti di altitudine (circa 800 msl). Siamo quindi di fronte a un esempio molto importante di “faggeta relitta”, un residuo degli estesi boschi di faggio che durante le glaciazioni vivevano a quote inferiori alle attuali, conservatasi tale grazie al crinale roccioso di tipo calcareo che l’ha protetta dai venti caldi e dagli agenti atmosferici.

La faggeta è al centro delle escursioni naturalistiche: si può attraversare seguendo il percorso che inizia nei pressi del podere e attraversarla fino a giungere al poggio del colle, da cui lo sguardo può spaziare su un panorama vastissimo, fino al Monte Amiata e al Lago Trasimeno. Accanto alla faggeta è presente un Arboreto Didattico, in cui possono essere identificate varie specie vegetali, e un orto sinergico utilizzato per progetti scolastici sulla buona alimentazione.

Particolarmente importante dal punto di vista botanico, è la presenza di due specie piuttosto rare per i boschi italiani che fioriscono tra giugno e agosto: il Giglio Rosso e il Giglio Martagone. Quest’ultimo è un esemplare rarissimo in provincia di Siena, perché è tipico dell’habitat montano. Per quanto riguarda la fauna, invece, l’elemento più caratteristico è costituito dalla Rosalia Aplina, un raro coleottero di colore blu, che nidifica soltanto in alcuni tipi di legno morto. A questo particolare insetto si affiancano tante specie di uccelli come il picchio rosso, il picchio verde e il picchio torcicollo, lo sparviere, il biancone e il falco pecchiaiolo, la poiana e il barbagianni. Per i mammiferi invece si possono trovare scoiattoli, istrici, volpi, faine, martore, tassi, caprioli, daini e cinghiali. Infine, nella fonte accanto al podere c’è una sorgente naturale dove ogni anno i tritoni si radunano per la riproduzione.

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L’Arte a Pietraporciana

Come se l’importanza storica e quella naturalistica non fossero sufficienti, la cooperativa Alma Gea, che cura la gestione di Pietraporciana, ha cominciato già da qualche anno a sviluppare un altro filone, ovvero quello artistico. Nella loro visione, questo posto potrebbe diventare un parco artistico, rendendo sempre più indissolubile il legame tra la natura e la cultura.

Ne è la prova l’iniziativa “Simbiosi” del 2015, una sorta di mostra collettiva che ha coinvolto artisti locali e internazionali, con opere e artefatti lasciati in libera esposizione. Nel corso di questa mostra è stato sviluppato il concetto di arte sostenibile: tutte le opere sono state realizzate con materiale decadente (legno, argilla, paglia e così via) in modo da subire l’effetto dell’erosione naturale con il passare del tempo. Ancora oggi, visitando Pietraporciana, è possibile imbattersi nei resti di queste opere: alcune si sono conservate, altre sono diventate dei rifugi per gli animali, altre ancora hanno trovato una nuova funzione nella circolarità della natura.

Ogni anno la cooperativa Alma Gea cerca di sviluppare questo concetto di parco artistico e di arte eco-sostenibile, in modo da dare una spinta propulsiva anche al settore turistico. Nei giorni in cui abbiamo visitato Pietraporciana abbiamo conosciuto una giovane artista che stava usufruendo del progetto di residenza artistica: in cambio di ospitalità, ha realizzato delle sculture di argilla per la Riserva Naturale, dando ulteriore linfa al legame tra arte e natura.

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Il centro visite di Pietraporciana

Dopo questo viaggio tra storia, natura e arte, torniamo al punto di partenza del nostro viaggio, ovvero il centro visite. Il casolare al centro della Riserva Naturale è infatti il punto di riferimento per i visitatori e gli escursionisti: la struttura è in grado di accogliere fino a 24 persone come ostello, bed&breakfast, mezza pensione o pensione completa. Inoltre è dotato di un piccolo anfiteatro in cui è possibile svolgere eventi artistici, didattici e culturali.

Il centro visite è gestito dal circolo Legambiente Valdichiana e dalla cooperativa Alma Gea, di cui fanno parte Ivan, Giancarlo e Andrea. È proprio Ivan a raccontarci, in maniera autentica e appassionata, il grande lavoro che stanno svolgendo:

“Il nostro sogno è quello di far diventare Pietraporciana un luogo di scambio di culture. Non soltanto un luogo in cui rilassarsi e stare in pace con la natura, ma anche ritrovare la ricchezza della cultura e dell’arte, dello stare bene con sé stessi.”

La cooperativa ha iniziato le sue attività in un’altra Riserva Naturale Senese: il Pigelleto, sul Monte Amiata. Dal 2013 è attiva a Pietraporciana e offre servizi di informazione turistica, supporto ai visitatori e all’organizzazione di eventi. Inoltre è responsabile del punto ristoro, in cui non utilizza i piatti tipici toscani ma delle ricette più ricercate, che si rifanno alla tradizione napoletana o di altre regioni, utilizzando il pesce e delle tecniche particolari di cottura.

Ivan e Giancarlo sono infatti originari di Napoli, e il loro lavoro a Pietraporciana è indice di una riscoperta interiore. Ex bancari, si sono stancati della vita in città e di un lavoro che non dava loro soddisfazioni: hanno ricominciato in Toscana, con una vita che dal punto di vista emotivo restituisce delle sensazioni più forti, capace di rigenerare l’animo con la serenità e l’armonia della natura, scambiandosi esperienze con gli altri ospiti di Pietraporciana.

“Se ci fosse una rete più efficace tra tutte le Riserve Naturali potremmo lavorare su un’offerta più grande dal punto di vista turistico – commenta Ivan – ma non è sempre facile. A volte è difficile far dialogare efficacemente tutti gli attori sociali, sono diversi i gradi di competenza amministrativa a Pietraporciana.”

Eppure, nel loro piccolo, i membri della cooperativa si sforzano di rendere la Riserva Naturale ancora più accogliente. Il centro visite è a disposizione di sportivi, gruppi, associazioni, aziende o artisti. Per la prossima estate sono in programma numerosi eventi: dai campi estivi ai workshop, dal nordic walking alle serate astronomiche, dalle cene ecologiche ai corsi di musica, danza e teatro.

Tutto questo in un clima di serenità e armonia che fonde in maniera efficace storia, natura e arte. Perché la Riserva Naturale di Pietraporciana non è il luogo per fuggire dalla realtà, ma per riscoprirla.


IMG_2746Per informazioni:

La Riserva Naturale di Pietraporciana è raggiungibile da Sarteano prendendo la strada per Castiglioncello del Trinoro: dopo circa 3km abbandonare la SP126 e proseguire sulla strada sterrata verso l’area attrezzata “Le Crocette”, dopo circa 1km si trova il podere. Da Chianciano, invece, proseguire dai giardini de “La Foce” su strada sterrata per circa 3,5km seguendo i cartelli di legno.

Il centro visite è aperto dal martedì alla domenica dalle 10 alle 18. Per prenotazioni si può contattare la mail pietraporciana@gmail.com oppure visitare il sito web www.pietraporciana.it

1 commento su Storia, Arte e Natura a Pietraporciana

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