Pillole di storia della Valdichiana con immagini in bianco e nero, foto d’epoca e racconti del passato del nostro territorio.

La partecipazione della Vecchia Cantina a una delle prime edizioni del Vinitaly, la storica manifestazione vitivinicola di Verona, testimonia gli anni dello sviluppo del Vino Nobile di Montepulciano. Fondata nel 1937, la Vecchia Cantina è la cantina sociale in cui nel secondo dopoguerra sono confluiti i piccoli produttori e i coltivatori diretti dopo la riorganizzazione della proprietà terriera, come soci della cooperativa che ancora oggi rappresenta uno dei principali protagonisti della cittadina poliziana.

Il Vino Nobile è uno dei vini più antichi d’Italia, che affonda le sue radici addirittura nella civiltà etrusca. Si trovano testimonianze legate a questo vino lungo il medioevo e il rinascimento, dal poeta Francesco Redi a Papa Paolo III. Fu nel 1787 che in una nota spese del Governatore del Regio Ritiro del Conservatorio di San Girolamo, Giovan Filippo Neri, ci si riferisce a questo vino con il termine “nobile”; termine che venne poi ripreso nel XIX secolo dalla Cantina Fanetti, che ancora oggi è una nota azienda produttrice, e che andò a sostituire il più anonimo “Vino rosso scelto di Montepulciano”, utilizzato fino agli anni ’30.

La crescita del Vino Nobile di Montepulciano durò per tutto il XIX secolo, con la nascita della cantina sociale e lo sviluppo internazionale, assieme a tutti i produttori del Consorzio, che svilupparono il disciplinare fino a ottenere il marchio DOC e, nel 1980, l’ambito marchio DOCG.

Lettura consigliata: Il vino nella storia. Dalla Bibbia al vino nobile (Mario Morganti, Antonio Sigillo) Edizioni Toscana Oggi

Le miniere di lignite erano conosciute a Montefollonico fino dal XVIII secolo, ma lo sfruttamento industriale dei giacimenti di carbon fossile cominciò alla fine del XIX secolo, raggiungendo il suo picco negli anni della Prima Guerra Mondiale. In quel periodo, infatti, le estrazioni venivano precettate dal Comitato Combustibili Nazionali per le esigenze industriali belliche.

Oltre che da Montefollonico, i minatori provenivano anche da Torrita, Montepulciano, Trequanda, Petroio, Montisi e Sinalunga. Il lavoro minerario era duro, dentro a gallerie con temperature elevate e infiltrazioni d’acqua, che potevano causare malattie o incidenti. Un miglioramento si ebbe con l’arrivo dell’energia elettrica nel 1913, che permise di installare una teleferica con telefono, trasportando direttamente la lignite dalla miniera allo scalo ferroviario di Torrita, andando a sostituire i barrocci a trazione animale e i camion di trasporto.

Dal secondo dopoguerra in poi le attività estrattive diminuirono progressivamente, sia per l’esaurimento del materiale che per lo sviluppo degli oli combustibili. Dopo la chiusura delle miniere negli anni ’60, le società estrattive convogliarono le attività nelle industrie laterizie tra Torrita di Siena e Sinalunga.

Lettura consigliata: Le miniere di lignite di Montefollonico (Neda Mechini, Annamaria Ricco), Editori del Grifo

Il territorio di Arezzo e della Valdichiana in generale può vantare una lunga tradizione orafa, di cui le “fedi chianine” sono un ottimo esempio. Già dal tempo degli Etruschi esistevano laboratori artigianali, una tradizione che a partire dal Settecento portò alla diffusione di queste fedi, diffuse in diverse fasce sociali.

La fede chianina era un dono nuziale che tutti potevano permettersi e si tramandava da suocera a nuora nella società contadina. Questo anello, a volte anche vistoso, era generalmente a forma di fiore con otto petali e uno centrale. Era leggero, grande e luminoso; in oro ramato, quindi rossiccio e non giallo. Le montature presentano 20 modelli diversi: tutte leggerissime montate a fiore per un tipo e a riviera per un altro.

Molti di questi anelli sono andati perduti. La consuetudine in Valdichiana di usarli come dono nuziale li diffuse fino all’inizio del Novecento ed oggi ne sopravvivono pochi esemplari, rivalutati e stimati.

Lettura consigliata: Fedi chianine. Un dono come tradizione. (Olimpia Bruni)

Il Bravìo delle Botti è la tradizionale sfida tra le otto contrade di Montepulciano che si svolge l’ultima domenica di Agosto. La gara che vede oggi la partecipazione degli spingitori che fanno rotolare le botti lungo le vie cittadine affonda le sue radici nella gara con i cavalli che venne disputata fino al XVII secolo, poi soppressa per motivi di ordine pubblico.

La parola “Bravìo” deriva dal volgare “Bravium” e sta ad indicare il premio assegnato alla contrada vincitrice, consistente in un panno dipinto recante l’immagine iconografica del patrono di Montepulciano, San Giovanni Decollato, in onore del quale si disputa ogni anno la manifestazione.

La storia recente della manifestazione poliziana inizia nel 1974, quando il parroco Don Marcello Del Balio ebbe l’idea di trasformare l’antica corsa dei cavalli nella gara delle botti, legandola alla fama internazionale del Vino Nobile di Montepulciano. Con il recupero delle contrade cittadine e la nuova tipologia di gara, il Bravìo delle Botti è diventato uno dei principali eventi estivi della Valdichiana.

Lettura consigliata: Il Bravìo delle Botti di Montepulciano (SeB editori), Società Storica Poliziana

Camucia è una delle principali frazioni del Comune di Cortona, ma qual è il significato del suo nome? Tra le teorie più gettonate spicca quella di Alberto Della Cella, secondo cui il nome deriva dalle parole Cam, Camello o Camus, che stanno a indicare una società di persone dedite ai lavori di consegne e facchinaggio. Cam ha una corrispondenza biblica, in quanto rappresenta il capostipite dei cameti, condannati a una vita di servitù e lavori di fatica.

L’origine del nome di Camucia è antecedente all’epoca medievale, dal momento che l’insediamento è molto antico. Per questo si ritiene meno valida la teoria che fa derivare il nome da Casa Mucu, dal momento che l’uso della parola “casa” nei nomi della località si riscontra a partire dal medioevo. La corruzione volgare, inoltre, dovrebbe essere Camuzia e non Camucia.

Altre teorie fanno risalire l’origine al nome Camesia o Camesa, moglie di Iano, primo re di Cortona; oppure, quella che deriva dalla Casa di Monna Lucia, che rimane tuttavia poco fondata.

Lettura consigliata: Cortona Antica: Notizie Archeologiche Storiche ed Artistiche, Raccolte e Pubblicate (Tipografia Sociale) Alberto Della Cella

La fase della trebbiatura era uno dei momenti più importanti del calendario agrario e caratterizzava le nostre campagne durante tutta l’epoca della mezzadria: era il momento finale del raccolto che, dopo la mietitura del grano, impegnava tutti i contadini del podere per separare la paglia dai cereali. Con il progresso tecnologico il lavoro di trebbiatura è stato facilitato dall’introduzione della trebbiatrice e della mietitrebbia, ma rimaneva comunque un’attività che aveva bisogno di tanti componenti della famiglia contadina.

La paglia separata dal grano veniva ammucchiata in un pagliaio, tipica immagine rurale delle campagne, utile per foraggiare gli animali. Le attività della trebbiatura si svolgevano nell’aia, il cortile che rappresentava il centro della vita lavorativa del podere, in maniera alternata tra le varie famiglie mezzadrili, in modo da potersi aiutare a vicenda.

La trebbiatura era quindi un momento sociale di scambio e di confronto, in cui i contadini dei diversi poderi univano le forze per uno scopo comune e si aiutavano a rotazione. Diventava anche un momento di scontro politico, con scioperi e lotte tra mezzadri e proprietari terrieri che hanno caratterizzato tutto il Secondo Dopoguerra.

Lettura consigliata: Padrone, arrivedello a battitura! (Ed. Feltrinelli) Orlandini A., Venturini G.

Albero della Vita, Albero d’Oro, Albero dell’Amore: sono i nomi con cui è conosciuto il particolare reliquiario custodito nel Museo Comunale di Lucignano. Si tratta di un esempio unico al mondo di reliquiario d’oro a foggia d’albero, alto circa 2,70 metri, la cui creazione ha richiesto oltre centoventi anni di lavorazione. Iniziato nel 1350 è stato terminato nel 1471 dall’orafo senese Gabriello d’Antonio.

Composto da rame dorato e argento, decorato con smalti, cristalli di rocca e coralli e miniature. Una grande base sorregge un tempietto gotico sul quale si innesta l’albero formato da dodici rami, sei per parte, decorati con foglie di vite, piccole teche e medaglioni, su cui sono incastonati dei rametti di corallo. Sulla sommità dell’albero sono collocati un Cristo crocifisso e sopra di esso un pellicano che si becca il petto, a rappresentare l’animale che si ferisce per sfamare i propri piccoli, così come Cristo ha versato il proprio sangue per poter generare una nuova vita.

Intorno all’Albero della Vita, la cui simbologia è presente sia nella tradizione cristiana che nelle culture islamiche e orientali, è fiorita una leggenda locale secondo la quale porta fortuna agli innamorati scambiarsi promesse d’amore davanti ai suoi rami.

Visita Consigliata: Museo di Lucignano

La liberazione di Chiusi avvenne il 26 giugno 1944, nelle fasi finali della Seconda Guerra Mondiale, nel contesto del passaggio del fronte alleato che da sud risaliva la penisola, in cui le formazioni partigiane anticipavano le azioni di resistenza contro le truppe nazifasciste.

Le truppe alleate dichiararono Chiusi liberata dopo sei giorni durissimi di battaglia, con gran parte degli edifici lesionati o distrutti. Le strade e il corso principale erano minate, la Porta San Pietro era stata fatta saltare in aria dai tedeschi in ritirata. Decine di morti tra i civili, con partigiani o presunti tali fucilati dalla divisione SS Herman Goering.

Le commemorazioni della liberazione, come avviene per molti Comuni circostanti, celebrano gli avvenimenti di quella primavera/estate del 1944: ogni anno viene reso omaggio ai “liberators” alleati, principalmente giovanissimi soldati sudafricani, tutti volontari, che diedero la vita nella battaglia di Chiusi, assieme ai partigiani e ai militari chiusini che combatterono contro il nazifascismo in Italia.

Lettura Consigliata: Prima Pagina Chiusi

La Chiesa di Sant’Agnese a Montepulciano in una cartolina degli anni ’40

Il Santuario della Santa poliziana si trova a poca distanza da Porta al Prato, che si apre nella parte bassa del centro storico. Venne fondato dalla monaca domenicana Agnese Segni nel 1306, in un colle dove si trovavano delle case di piacere. La primitiva chiesa iniziale fu ampliata e trasformata alla fine del XVII secolo, perché era stata costruita con terra e semplici canne. La facciata della chiesa, rivestita nel Novecento da bande orizzontali in travertino bianco ed ocra, presenta ancora il portale trecentesco; l’interno è a navata unica voltata a botte e conserva ancora oggi in marmi pregiati l’urna contenente il corpo di Sant’Agnese.

Agnese Segni visse tra il 1268 e il 1317 ed è stata proclamata santa nel 1726. Proveniente da una nobile famiglia toscana, entrò in giovane età nel monastero di Montepulciano per poi trasferirsi nel convento di Proceno, dove divenne badessa. Alla sua figura risale un culto di grande popolarità fin dalla sua morte, grazie all’agiografia di Raimondo da Capua e alla devozione di Santa Caterina da Siena.

Libro consigliato: Sant’Agnese da Montepulciano. La potenza della misericordia (Ed. Paoline), Barbara Sartori

L’arrivo delle truppe alleate che salivano da sud e risalivano lo stivale segnò un momento molto importante nella storia e nei ricordi del nostro territorio. Tra i mesi di giugno e di luglio del 1944 truppe, carri armati e mezzi bellici attraversarono le strade e, proseguendo verso nord, segnavano la fine della guerra e dell’occupazione nazifascista.

Eravamo nelle fasi finali della Seconda Guerra Mondiale, in cui le formazioni partigiane anticipavano le azioni di resistenza contro le truppe nazifasciste. L’arrivo delle truppe alleate, ovvero “il passaggio del fronte” è un evento fortemente simbolico nella comunità locale, di cui abbondano i racconti nelle nostre campagne. Laddove la vita contadina sembra sempre
uguale a sé stessa, i mezzi bellici che interrompono la quotidianità rimangono fissi nella memoria collettiva.

Il passaggio del fronte nel 1944 e gli scrontri tra partigiani e nazifascisti vanno ad aggiungersi al passaggio delle truppe dell’Imperatore Barbarossa del XII secolo, le compagnie napoleoniche alla fine del ‘700, le soste di Garibaldi e dei suoi uomini, diventando dei punti fissi nelle memorie delle campagne che ne hanno assistito al passaggio.

Libro consigliato: Guerra in Val d’Orcia. Diario 1943-1944 (Le Balze), Iris Origo

La razza chianina è una razza bovina che caratterizza degnamente il territorio della Valdichiana. La chianina è famosa per la sua carne e il suo nome deriva proprio dalla Valdichiana, terra da cui è stata originata e in cui
rimane tuttora una delle eccellenze dell’allevamento locale. Si tratta di un bovino dalla stazza molto grande, viene infatti chiamato “Il Gigante bianco”: fornisce una carne magra, utilizzata per vari tipi di tagli, tra cui la famosa bistecca alla fiorentina, considerata uno dei prodotti più pregiati al mondo.

Un tempo era utilizzata come forza motrice per l’agricoltura delle nostre campagne, legata alle operazioni di bonifica e di risanamento della valle; l’allevamento si svolgeva nelle stalle delle case coloniche, nelle fattorie disseminate lungo le campagne della Valdichiana. Ancora più anticamente, la razza chianina era conosciuta da oltre 2mila anni e usata per il lavoro nei campi da Romani ed Etruschi; inoltre, per il suo candido mantello, era utilizzata nei cortei trionfali e nei sacrifici alla divinità.

Libro consigliato:

Una famiglia allargata nella casa colonica, anni ’30

La mezzadria era un contratto agrario di origine antica, che è stato il fondamento della civiltà contadina in Valdichiana. Il contratto veniva stipulato tra un mezzadro, che rappresentava anche la sua famiglia, e il proprietario, che concedeva l’utilizzo dei terreni in cambio della divisione dei prodotti e degli utili. La fattoria del proprietario veniva divisa in più poderi, che ospitavano altrettante famiglie di mezzadri. Nel podere, sufficientemente grande da garantire il sostentamento dei contadini che vi abitavano, era presente anche una casa colonica; tutti i membri della famiglia abitavano nella stessa casa e partecipavano alla conduzione dei terreni.

La mezzadria non era solamente un contratto agrario, ma anche un rapporto sociale: era infatti un’istituzione che legava tutta la famiglia al proprietario terriero. La famiglia poteva raggiungere un numero elevato di membri, anche venti o trenta. I membri della famiglia erano uniti da una linea di discendenza maschile: erano infatti i figli maschi a costituire il fulcro dei rapporti di parentela. Le figlie femmine uscivano di casa al momento del matrimonio, in seguito al quale la coppia di sposi andava a vivere all’interno del podere del padre del marito.

La famiglia mezzadrile non era solamente un gruppo di parenti, ma una vera e propria famiglia composta da più nuclei: i fratelli convivevano con le rispettive mogli e i figli, nella stessa casa colonica. Tutti i membri della famiglia dovevano partecipare alla conduzione del podere: dall’aratura alla semina, dalla potatura delle piante alla cura del bestiame. La famiglia contadina si occupava di tutto, come una piccola azienda agricola a conduzione familiare. Generalmente, tutti sapevano fare tutto, ma ognuno aveva i suoi compiti specifici: il bifolco si occupava degli animali nella stalla, la massaia si occupava dei pasti, i bambini aiutavano i grandi con piccoli lavoretti, e così via.

Libro Consigliato: Dopo la Mezzadria. Scelte lavorative e familiari nella Valdichiana senese (Effigi ed.), Alessio Banini

La Giostra del Saracino di Sarteano è un gioco equestre che affonda le sue origini nel Medioevo, in cui i cavalieri in gara lottano contro una statua di legno a mezzo busto girevole, il “Buratto” che rappresenta “Il Saracino”, dai predoni arabi che terrorizzarono con le loro scorrerie i popoli del Mediterraneo. Esistono varie versioni di questa giostra: nella tradizione di Sarteano, i cavalieri delle cinque contrade cittadine (Sant’Andrea, San Bartolomeo, San Lorenzo, San Martino e Santissima Trinità) si lanciano al galoppo contro il buratto raffigurante il moro levantino e cercano di infiliare con l’asta un anello del diametro di sei centimetri posto sullo scudo, senza farsi colpire dal mazzafrusto in rotazione.

A Sarteano si praticava almeno dal 1583, fino ad assumere carattere di continuità a partire dal 1712. In epoca più recente, la versione attuale della Giostra del Saracino risale al 1933, con l’organizzazione delle cinque contrade, del cerimoniale e del consolidato appuntamento di Ferragosto (a cui negli ultimissimi anni si sta aggiungendo una seconda edizione a metà luglio). Come accaduto per altre manifestazioni che caratterizzano i nostri piccoli borghi, la giostra è diventata un appuntamento fisso del folclore locale, un patrimonio identitario che affonda le radici nella storia dei giochi popolari, contribuendo a fortificare il tessuto sociale della comunità.

Libro Consigliato: La Giostra del Saracino di Sarteano (Grafiche Calosci), Franco Fabrizi

Il Salone Nervi, così chiamato in onore dell’architetto Pier Luigi Nervi che nel 1952 ne disegnò il soffitto, si trova all’interno del Parco Acquasanta di Chianciano Terme. All’epoca era chiamato “Salone delle Feste”, un’opera di grande fascino e suggestione che venne progettata nel suo complesso dall’architetto Loreti, suocero di Nervi che fu l’autore della cupola in cemento, tipica ed elegantemente leggera, che riprese anche nella sala delle udienze in Vaticano.
Il salone fece parte del grande progetto di rifacimento dello Stabilimento Acqua Santa, inaugurando il nuovo impulso del termalismo negli anni ’50 e ’60 come fenomeno di costume e di carattere sociale.

Libro Consigliato: Chianciano fegato sano (Editrice Le Balze), Alberto Fabbri

La strada centrale di Acquaviva di Montepulciano in una cartolina degli anni ’50

Quella che oggi è via Fratelli Braschi, era chiamata Via Cassia e ospitava numerosi bar, negozi e posti di ritrovo. La passeggiata per Acquaviva era un momento di vita sociale che raggruppava molte persone, provenienti dalle campagne circostanti. La domenica pomeriggio, durante il giorno di festa, gli abitanti si radunavano lungo la via principale che tagliava il paese; i giovanotti di campagna venivano in bicicletta dal loro podere e chiedevano alle ragazze di fare la passeggiata insieme.

Libro consigliato: Quando Acquaviva era in Bianco e Nero (Editrice Le Balze)

Un soldato inglese all’interno della semidistrutta chiesa di Santa Maria Assunta, Civitella in Valdichiana.

L’eccidio di Civitella fu una strage compiuta dalle truppe naziste il 29 giugno 1944 a Civitella e nelle località circostanti, che provocò la morte di 244 civili. In seguito a una sparatoria tra un gruppo di partigiani locali e i soldati tedeschi in un circolo ricreativo di Civitella, gli abitanti del paese fuggirono, temendo una rappresaglia. I tedeschi finsero di non voler colpire i civili, incoraggiando i residenti a rientrare in paese e avviando perquisizioni alla ricerca dei partigiani.
Al mattino del 29 giugno, in occasione delle festività dei santi Pietro e Paolo, il centro di Civitella era pieno di persone riunite per celebrare la messa, arrivate anche dalle frazioni limitrofe. Tre squadroni dal comando tedesco si riversarono a Cornia, a San Pancrazio e a Civitella: irruppero nelle case, aprendo il fuoco sugli abitanti. Entrati nella chiesa durante la messa, i soldati tedeschi divisero i fedeli in piccoli gruppi e li freddarono con dei colpi alla nuca. Il sacerdote don Alcide Lazzeri, che sarebbe stato risparmiato, scelse di condividere la sorte dei concittadini.
Compiuta la strage, i tedeschi incendiarono le case di Civitella, provocando così la morte anche di coloro che avevano tentato di salvarsi nascondendosi nelle cantine o nelle soffitte. Solo pochi abitanti riuscirono a salvarsi dal massacro.

Ai martiri di Civitella è stata intitolata la via principale del centro abitato.
La piazza centrale, invece, è stata intitolata a don Alcide Lazzeri.

Libro Consigliato: Perdonare, mai dimenticare (Ed. Effigi), a cura di Santino Gallorini

Il Torrione della Fattoria Granducale di Abbadia è ancora oggi presente al termine della Fila, la lunga strada nei pressi di Valiano che attraversa i poderi dell’antica fattoria, attorno a cui hanno vissuto generazioni di mezzadri, i pilastri della civiltà contadina da cui si è originata l’attuale Valdichiana. Si tratta di un edificio di origine settecentesca, che veniva utilizzato come punto di osservazione sulle colmate della Bonifica della Valdichiana.

Nel corso della sua lunga storia il Torrione è stato utilizzato come granaio, magazzino, sede di scuole primarie per tanti figli di contadini. Nel secondo dopoguerra, divenne anche l’abitazione della guardia campestre e la sede della stalla con i tori della fattoria. Il Torrione era anche un punto di riferimento visivo, sempre presente nel racconto dei mezzadri che hanno vissuto nei dintorni: un punto di raccolta e di aggregazione della comunità, a testimonianza di un passato che ha dato vita alla Valdichiana così come oggi la conosciamo, caratterizzato dalla grande opera di bonifica.

Libro consigliato: Memorie idraulico-storiche sopra la Val di Chiana, Vittorio Fossombroni

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