La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: mezzadria

La Bonifica Leopoldina in Valdichiana verso il registro dei Paesaggi Rurali Storici

La Valdichiana toscana, intesa come territorio comprendente la Valdichiana senese e aretina, è caratterizzata dal ruolo storico della bonifica e della gestione delle risorse idriche che ne hanno modellato il…

La Valdichiana toscana, intesa come territorio comprendente la Valdichiana senese e aretina, è caratterizzata dal ruolo storico della bonifica e della gestione delle risorse idriche che ne hanno modellato il paesaggio rurale nel corso degli ultimi secoli, permettendo lo sviluppo dei terreni agricoli e dell’economia attuale. L’assetto del reticolo idrografico che possiamo osservare ancora oggi, così come la rete di fossi e canali e l’assetto poderale in cui sono suddivise le campagne, sono il risultato della gestione del territorio attraverso le grandi fattorie granducali originate dalla bonifica leopoldina.

Proprio per certificare l’integrità di questo paesaggio rurale e testimoniarne l’importanza storica e culturale è nato il progetto di candidatura dell’intera area al registro nazionale dei Paesaggi Rurali Storici. Si tratta di un progetto di area che coinvolge undici Comuni della Valdichiana aretina (Castiglion Fiorentino, Civitella, Cortona, Foiano, Lucignano, Marciano, Monte San Savino) e senese (Chiusi, Montepulciano, Torrita, Sinalunga) uniti per il raggiungimento di questo importante obiettivo, che sta raggiungendo la sua fase finale

La candidatura riguarda infatti il “Paesaggio Storico della Bonifica Leopoldina in Valdichiana”, un’area definita da oltre 23mila ettari del fondovalle interessata dai processi di bonifica e dallo sviluppo agricolo degli ultimi due secoli. Si tratta di un importante percorso di valorizzazione territoriale che comprende un profondo e dettagliato studio tecnico per valutare l’importanza del paesaggio rurale, misurandone l’evoluzione nel corso dei decenni, analizzando l’utilizzo del suolo, le dinamiche sociali e culturali, i processi economici che hanno interessato l’agricoltura locale.

L’obiettivo della candidatura è quello di essere inseriti nel Registro Nazionale dei Paesaggi Rurali Storici, un registro istituito dal Ministero competente (MiPAAFT) al fine di raccogliere le candidature provenienti dagli enti interessati su tutto il territorio nazionale, che soddisfino determinati requisiti di ammissibilità, definendo la loro significatività, integrità e vulnerabilità, tenendo conto sia di valutazioni scientifiche, sia dei valori che sono loro attribuiti dalle comunità, dai soggetti e dalle popolazioni interessate.

Il percorso di candidatura, iniziato già nel 2019 con la scheda di segnalazione, ha  avviato un percorso di studi, ricerche, condivisioni e concertazioni sul territorio che ha portato alla redazione di un complesso dossier per l’iscrizione definitiva nel registro nazionale.

Tale dossier ha messo in luce l’importanza storica del paesaggio della bonifica leopoldina: quello che caratterizza il territorio della Valdichiana preso in esame, infatti, è un paesaggio scaturito dalle trasformazioni operate dalle comunità locali che, grazie alle opere di ingegneria della bonifica, hanno formato un paesaggio rurale unico nel suo genere, attraverso l’importante rete idraulica, principale e secondaria, che contraddistingue anche la forma degli appezzamenti.

Fin dall’antichità il territorio della Valdichiana Toscana è stato caratterizzato dalla gestione delle risorse idriche: l’area fu una campagna fiorente già dall’epoca etrusca e romana, allora attraversata dal fiume Clanis, per poi subire un progressivo impaludamento in epoca medievale. Il processo di bonifica partito dal XVI secolo si è concluso solo nella prima metà del XIX secolo, permettendo il nuovo sviluppo di terreni agricoli, assicurando una notevole salubrità e rendendola una delle aree più fertili d’Italia. Le infrastrutture comprendono un sistema di chiuse, di “chiari” (i due bacini di Chiusi e Montepulciano) e di colmate che costituiscono un reticolo idrografico complesso, che è al centro della presente candidatura. La liberazione di ampie estensioni di terreno coltivabile ha consentito un nuovo assetto del territorio, tutt’oggi perfettamente leggibile anche a una prima analisi: l’assetto poderale presenta in primo luogo le dieci fattorie granducali e la suddivisione in poderi; tale assetto è stato gestito, sino in tempi molto recenti, tramite il contratto di mezzadria.

Il dossier di candidatura ha dimostrato che il paesaggio della Valdichiana Toscana presenta un alto livello di integrità, grazie alla continuità dell’utilizzo del suolo: il fondovalle intorno all’attuale Canale Maestro è stato bonificato appositamente per favorire la coltivazione, e ha mantenuto tale funzione. Anche se il disegno dei campi è variato, la rete di fossi e canali originati dalla bonifica leopoldina si è mantenuta come in origine. Lungo la rete idrografica sono poi presenti antiche opere ingegneristiche e architettoniche che possiamo tuttora apprezzare (come ad esempio la Chiusa dei Monaci, la Botte allo Strozzo o il Callone di Valiano).

Dal punto di vista tecnico, il dossier ha mostrato come il valore di integrità paesaggistica sia pari al 76,75%, una delle classi più avanzate del registro nazionale. Tale valore è stato ricavato attraverso uno specifico strumento chiamato Valutazione Storico Ambientale (VASA), attraverso il confronto e l’elaborazione dei dati tra le cartografie di due epoche differenti (1954-2013). Secondo questo studio, le superfici dedicate ai seminativi lungo il Canale maestro della Chiana si sono mantenute sostanzialmente integre durante il corso degli anni, senza intaccare eccessivamente il paesaggio agricolo dell’area.

Il percorso di candidatura, durato oltre due anni, è giunto alla sua fase finale: il paesaggio della bonifica leopoldina è in attesa della valutazione finale e dell’inserimento nel registro dei Paesaggi Rurali Storici. Nel corso degli ultimi mesi si sono succedute una serie di iniziative pubbliche per coinvolgere le istituzioni locali e la cittadinanza, guidate dal gruppo di lavoro di cui sono stato onorato di far parte. Durante tali incontri sono state raccolte proposte, suggerimenti e idee utilizzate per integrare ulteriormente il dossier di candidatura.

Il soggetto promotore del percorso di candidatura è Qualità e Sviluppo Rurale srl, società del territorio che da anni lavora sul territorio con progetti di valorizzazione e sviluppo sostenibile riconosciuta quale eccellenza; il comitato promotore è formato dai Comuni nei quali ricade amministrativamente l’area interessata. A sostegno della candidatura hanno inoltre aderito la Regione Toscana la Scuola di Rigenerazione Urbana ed Ambientale dell’Università Telematica Pegaso, L’Università Sapienza, la Camera di Commercio Arezzo-Siena, Coldiretti Arezzo, Confindustria Arezzo-Siena, Confcommercio Arezzo, Confesercenti Arezzo, Alpaa Cgil Toscana, Cna Arezzo, Confagricultura Arezzo, Cia Arezzo, Cia Siena, l’Istituto Statale di Istruzione Superiore “A. Vegni” delle Capezzine-Cortona.

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Le Fattorie Granducali in Valdichiana

Le fattorie granducali hanno contribuito nei secoli a creare l’immagine più conosciuta e amata della Valdichiana. Provate a sedervi, chiudete gli occhi e pensate a questa meravigliosa terra. Posso supporre…

Le fattorie granducali hanno contribuito nei secoli a creare l’immagine più conosciuta e amata della Valdichiana. Provate a sedervi, chiudete gli occhi e pensate a questa meravigliosa terra. Posso supporre che avrete visualizzato dolci colline, attraversate da bianche strade sterrate delimitate da alti cipressi, che salgono fino a vecchissime ville in mattoni in cui chiunque, almeno una volta nella vita, ha pensato “come sarebbe bello vivere lì”.

La valle attraversata dal Clanis, l’antico fiume dell’Etruria meridionale, abbonda di antiche fattorie costruite nella prima metà del XVIII secolo, come passo conclusivo del processo di bonifica e appoderamento della Valdichiana iniziato nei primi anni del ‘500 dalla dinastia Medici. Dopo decenni dedicati al risanamento della palude, che copriva 8.800 ettari di terreno e si estendeva da Arezzo a Chiusi, i fiorentini, che si erano impossessati dei territori di Arezzo nel XIV secolo e di Siena dopo la Battaglia di scannagallo nel 1554, ordinarono la costruzione di tredici fattorie. Disposte in modo da coprire l’intera vallata, queste imponenti abitazioni erano riservate ai proprietari terrieri o ai loro contadini e servivano a organizzare i lavori agricoli di tutti i terreni coltivati a cui facevano riferimento: i terreni erano suddivisi in poderi, generalmente condotti con il sistema della mezzadria. Le fattorie granducali in Valdichiana erano le seguenti: Foiano, Bettolle, Abbadia, Acquaviva, Dolciano, Chianacce, Creti o S. Caterina, Montecchio Vesponi (che comprendeva anche Capannacce), Brolio, Pozzo, Frassineto e Font’a Ronco.

È possibile leggere la Valdichiana granducale come l’esito di un grande piano che ha proceduto dal generale al particolare: piano territoriale, con la scelta tra le strategie e le opzioni di fondo; bonifica per colmata o per essiccamento; modalità insediative e appoderamento; ruolo delle colmate; ruolo dei canali allaccianti nell’assicurare lo scolo delle acque alte provenienti dalle colline; previsione delle vie e dei ponti principali, del numero e della dimensione delle varie fattorie; il loro piano urbanistico; la suddivisione in poderi ecc. Un percorso che ha permesso a queste meravigliose fattorie del ‘700 di giungere fino a noi, con la loro ricchezza storica che, come scrive il Prof. Gian Carlo Di Pietro nell’Atlante della Val di Chiana, fa di questa terra un monumento dell’identità toscana.

Nel corso degli anni le fattorie sono più volte cadute in disgrazia, ma sono comunque giunte fino a noi nel loro splendore, ricche di fascino e di tradizione. Nel 1799, a seguito dell’avvento di Napoleone in Italia, tutti i beni, comprese queste ville, vennero incamerati dal Governo francese; durante la Restaurazione passarono ai Lorena e da questi, infine, al nuovo Regno d’Italia, che le vendette a privati.

[Le immagini delle fattorie sono tratte da G. F. Di Pietro (a cura di), Atlante della Val di Chiana, Debatte Editore, Livorno, 2009]

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La storia dei trattori arancioni, protagonisti dell’agricoltura in Valdichiana

In concomitanza con la festa dei lavoratori del 1° Maggio, a Foiano della Chiana si è svolto il primo raduno dei trattori d’epoca OM/FIAT, conosciuti da tutti come l’esercito dei…

In concomitanza con la festa dei lavoratori del 1° Maggio, a Foiano della Chiana si è svolto il primo raduno dei trattori d’epoca OM/FIAT, conosciuti da tutti come l’esercito dei trattori arancioni. Durante l’evento organizzato dal Club Amici della Zucca, i mezzi simbolo dell’agricoltura del dopoguerra italiano hanno sfilato per le vie del borgo foianese raccontando la loro storia.  Tra i protagonisti della sfilata i modelli di punta come il Fiat 211, il 411 e l’OM 513, fino ai modelli più recenti come quelli dell’edizione “Nastro d’oro” di cui facevano parte il 450, il 550 e il 650 e “Le gomme alte” o l’OM 850, il Fiat 1000 e il 1300.

La storia dei trattori arancioni inizia nel 1958, periodo in cui comincia a vacillare il sistema mezzadrile del nostro territorio lasciando il posto alla coltivazione diretta dei terreni. All’inizio il trattore, una macchina di piccole dimensioni, affiancava il lavoro delle vacche e dei buoi e solo dopo il 1964, con l’inizio della chiusura delle stalle, le potenze di queste macchine sono cresciute e sono diventate più adatte a svolgere lavori più impegnativi.  Il trattore di media potenza veniva affiancato da una macchina di piccole dimensioni che si sostitutiva al lavoro a trazione animale per i trasporti di cereali, fieno, legna, mais e girasole.

Durante l’evento foianese, ho incontrato Pietro Rampi, coltivatore della Valdichiana ma anche esperto conoscitore di questi mezzi, che mi ha raccontato come è avvenuto il passaggio dalla mezzadria alla coltivazione diretta dei terreni.

I trattori arancioni hanno fatto la storia della nostra Valdichiana. Questi mezzi sono stati comprati dai nostri agricoltori alla fine degli anni ’50 e all’inizio anni ’60. Prima il terreno veniva lavorato dai contadini delle famiglie mezzadrili e da piccoli coltivatori diretti: le vacche e i buoi castrati venivano usati per lavorare la terra, ma questo non bastava più, c’era bisogno di aumentare la produzione per stare dietro al boom economico del dopoguerra italiano. A questo punto, quindi, vennero introdotte delle macchine particolari, piccolissime come la 211, e successivamente la 250, la cui trazione corrispondeva a quella di un paio di buoi” – mi spiega Pietro.

Gli inizi degli anni ’60 sono anni in cui la nostra agricoltura e tutto il territorio si trova in pieno fermento, cadono gli antichi sistemi economici per lasciare il posto a nuovi assetti. Oltre quindici anni di grandi cambiamenti nei quali l’agricoltura cambia faccia e le macchine sempre più performanti nella tecnologia seguono questa evoluzione.

“Dal 1957-58 fino al 1965-66 la lavorazione dei terreni era ancora mista: per metà venivano lavorati con il trattore e per l’altra metà ancora con le vacche o con i buoi. Questi sono gli anni in cui la Fiat si stava evolvendo, le macchine cingolate venivano usate nelle grandi aziende, che finito il lavoro, andavano ad aiutare i contadini mezzadri. In questo frangente si va a inserire una storia particolare, quella di Edro Gabellieri, agricoltore maremmano che vide nella Valdichiana un territorio interessante per la coltivazione della barbabietola da zucchero. Edro, a metà degli anni 60, comprò 1500 ettari di terreno nella campagna di Montepulciano, e per coltivare questo tipo di pianta aveva bisogno di macchine che facessero vari tipi di lavori e che rimpiazzasse del tutto il lavoro degli animali, e quindi comprò circa 40 trattori tra modelli 615 e 715. Sul cofano di questi trattori venne posto un numero per renderli riconoscibili e per celebrare questo grande investimento che per l’economia del territorio rappresentava una boccata di ossigeno”

L’ agricoltura della Valdichiana è stata meccanizzata velocemente e ad alto livello. La coltura della barbabietola da zucchero ha rappresentato un traino per l’economia locale. Insieme alla barbabietola, un’altra coltura che, attraverso la meccanizzazione, ha determinato lo sviluppo economico della Valdichiana è stato il tabacco. Nel 1964 la massima potenza su trattori gommati era di 80 cv, ma gli anni di svolta sono stati il 1966-67: in questo periodo infatti nasce la serie ‘nastro d’oro’ un successo di tecnologia, prestazioni, consumi e affidabilità che, oltre a consacrare la Fiat livello europeo, ha migliorato di gran lunga l’attività agricola dei nostri contadini. Un ulteriore cambiamento è arrivato poi nel 1968, quando arrivano nascono i modelli: 250, 450, 550, mentre con marchio OM arrivarono 650 e 850. Successivamente arrivarono anche 1000 e 1300: con questi modelli la Fiat si rivolgeva al mercato europeo e dopo quasi dieci anni diventò leader in Europa con i modelli della SERIE 80. In concomitanza a ciò, le vacche chianine e i buoi non venivano più impiegati nelle aziende come animali da tiro, bensì venivano usati per la riproduzione e la commercializzazione della carne.

“Negli anni della serie ‘nastro d’oro’, le aziende cominciavano ad avere bisogno di più di una macchina, in quanto una più pesante, sia di cilindrata e che di potenza, serviva per lavorare il terreno mentre una più leggera per fare altri tipi di colture. Alla fine degli anni 90 e con la serie 50 arrivano le potenze più grosse. Il dopoguerra italiano è stato un periodo difficile per tutti. C’era un Paese da ricostruire, un sistema economico da riprogettare, ma la voglia di fare non mancava affatto, come la fantasia dei nostri contadini. Non tutti potevano permettersi di acquistare uno dei trattori descritti fino ad ora e quindi c’è stato chi si arrangiava mettendo insieme varie parti di mezzi agricoli diversi”mi racconta Pietro che mi saluta con un aneddoto molto bello della vita di campagna del dopoguerra chianino: “Quando ero piccolo mi hanno raccontato di un agricoltore che ha montato le ruote di una mietitrebbia su di un trattore, ha attaccato il rimorchio ed è andato a lavorare il campo. Queste ruote però si sono pienate d’acqua e quando il contadino in questione è arrivato a metà campo, il trattore si è impennato e la lavorazione del campo non è stata davvero proficua”.

Il raduno dei trattori arancioni di Foiano della Chiana, oltre a celebrare uno dei mezzi simbolo dell’agricoltura, è stato un bel momento per conoscere e tramandare racconti e aneddoti storici del nostro territorio negli anni del dopoguerra.

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Gli scioperi in Valdichiana agli inizi del XX secolo

Agli inizi del XX secolo la mezzadria caratterizzava le campagne della Toscana: la maggior parte dell’economia contadina era infatti gestita attraverso il contratto agrario di mezzadria, che prevedeva la divisione dei prodotti…

Agli inizi del XX secolo la mezzadria caratterizzava le campagne della Toscana: la maggior parte dell’economia contadina era infatti gestita attraverso il contratto agrario di mezzadria, che prevedeva la divisione dei prodotti e degli utili tra il proprietario e la famiglia che abitava il podere. Anche la Valdichiana, che dall’epoca della bonifica era diventata una delle più fertili e importanti zone agrarie dell’Italia centrale, veniva condotta a mezzadria, che contribuiva a formare una società tradizionale e rurale.

Alla fine del XIX secolo, tuttavia, il modello produttivo cominciava a mostrare tutti i suoi limiti con l’apertura dei mercati internazionali e l’avvento della meccanizzazione. Nelle campagne regnava una generale situazione di miseria, con patti colonici di retaggio feudale che prevedevano una serie di privilegi nei confronti del padrone e un diffuso disequilibrio nel rapporto tra i proprietari e i contadini. La paura degli sfratti, che avrebbero lasciato le famiglie senza casa né podere, la mancanza di igiene nelle case coloniche e la mancata crescita economica in un periodo storico di forti cambiamenti erano avvertibili in tutte le campagne.

È proprio in questa fase che si inseriscono gli scioperi in Valdichiana, che avvengono nel 1902 e sono considerati uno dei più importanti esempi della storia contadina italiana. Essi avvengono in un quadro di lotte politiche e sindacali sempre più forti, tra il grande sciopero di Genova del 1900 e lo sciopero generale del 1904 dopo l’eccidio dei minatori di Buggerru. La ricostruzione degli eventi in Valdichiana di quell’anno è efficacemente riassunta dal libro di Vittorio Meoni “Gli scioperi del 1902 in Valdichiana” (2002, editrice Le Balze).

I motivi che spinsero i mezzadri a scioperare in quei mesi di tensione non furono soltanto economici, ma anche sociali (relativi alle condizioni di vita dei coloni) e politici, ovvero per sancire l’importanza del riconoscimento di leghe e aggregazioni contadine che potessero difendere i loro diritti. Nella primavera del 1902 si ruppe quindi un equilibrio secolare che aveva caratterizzato le campagne e le aree rurali della Valdichiana.

Prima fase: Chianciano, aprile 1902

La stagione degli scioperi in Valdichiana iniziò il 2 marzo con i contadini di Chianciano che si riunirono in una lega e presentarono un memoriale al Sindaco, in cui si chiedeva una serie di miglioramenti. Principalmente le richieste si concentravano sulla tassa del podere, che volevano a totale carico del proprietario, la ripartizione della ramatura delle viti per far fronte a nuove malattie, la ripartizione della trebbiatura per finanziare i macchinari nuovi, e la cessazione dell’usanza della “capatura” dell’uva migliore da parte dei proprietari. Le richieste più curiose erano quelle di riconoscere la libertà di coscienza e la possibilità di assentarsi dal lavoro nei giorni delle elezioni (che commenterò in seguito). Tale memoriale non venne accolto dai proprietari terrieri di Chianciano, che non solo si rifiutarono di rispondere, ma anche di riconoscere la lega dei contadini.

La risposta dei mezzadri fu dura: in seguito a un’assemblea generale venne indetto lo sciopero per il 7 aprile 1902. La mattina i contadini partirono dai rispettivi poderi, portandosi dietro i buoi, raggiungendo il paese e minacciando di rimanere lì finché non fossero state accolte le loro richieste, a costo di far morire di fame gli animali (la cui proprietà era a metà con i padroni). Inizialmente i proprietari terrieri si rifiutarono di cercare un accordo, e le autorità cittadine rimasero passivamente in attesa.

I contadini in sciopero rimasero fermi nelle loro posizioni e la folla resistette sia alla pioggia del pomeriggio, sia all’arrivo della notte. Il rischio di veder morire di fame gli animali e di rovinare i raccolti costituiva un danno economico troppo grande per i proprietari terrieri di Chianciano, che accettarono infine la trattativa. All’incontro tra i rappresentanti venne siglato un patto che modificava il contratto di mezzadria e garantiva alcune delle richieste fatte dai coloni. Alla firma del patto lo sciopero venne revocato e i contadini tornarono nei rispettivi poderi; quella del 7 aprile 1902 venne quindi considerata come un’importante vittoria dell’aggregazione tra di contadini e uno dei più importanti esempi di presa di coscienza politica.

Seconda fase: Chiusi, maggio 1902

Mentre ancora era in corso la vertenza a Chianciano, anche i contadini di Chiusi cominciano a muoversi, tentando una strategia simile. I mezzadri riuniti in lega consegnarono un memoriale con delle richieste, strutturato in maniera analoga a quanto accaduto nel comune limitrofo; le istanze erano simili, per quanto riguardava le ripartizioni della trebbiatura e le tasse sul podere, ma c’erano anche alcune aggiunte, come la richiesta di estendere la durata del contratto agrario a tre anni e di ottenere una copia del libretto colonico anche nel podere.

Nel frattempo, però, c’era stato lo sciopero di Chianciano, quindi il 9 aprile 1902 i proprietari terrieri di Chiusi non si lasciarono cogliere impreparati e formarono ufficialmente un comitato per rispondere alle richieste dei contadini. Questo comitato si costituì per tutelare i propri diritti e per ottenere il sostegno delle autorità, e questa fu un’importante differenza con Chianciano. I proprietari accettarono alcune delle istanze dei mezzadri e ne respinsero altre, e tale accordo venne inizialmente accettato dai rappresentanti della lega dei contadini di Chiusi. In un secondo momento, tuttavia, l’assemblea dei contadini rifiutò tale accordo e proclamò lo sciopero.

Il 10 maggio 1902 la quasi totalità delle famiglie contadine aderì allo sciopero, senza però radunarsi in paese, ma fermando le attività di gestione del podere e di allevamento dei buoi. A differenza di quanto accaduto a Chianciano, però, i proprietari terrieri di Chiusi rimasero fermi nella loro posizione e ottennero l’appoggio dell’autorità civile, con il sottoprefetto di Montepulciano che fece affiggere un manifesto in cui richiamava i mezzadri all’ordine e al rispetto del primo accordo. La tensione rimase fino al 12 maggio, quando lo sciopero si concluse con i mezzadri che accettarono l’accordo iniziale dei proprietari. Entrambe le parti in causa sentivano di aver vinto: da una parte il comitato dei proprietari, che fece accettare l’accordo iniziale, dall’altra la lega dei contadini, che aveva ottenuto il riconoscimento e la dignità di organizzazione sindacale.

Terza fase: Sarteano, maggio 1902

Seguendo l’esempio dei contadini dei comuni limitrofi, anche i mezzadri di Sarteano iniziarono a organizzarsi a pochi giorni di distanza. Le richieste di migliorie alla vita contadina e al contratto agrario si erano ormai diffuse in tutte le campagne della Valdichiana, e la possibilità di unirsi in leghe permetteva ai contadini di andare a trattare con i proprietari con la forza dei numeri, invece che accontentarsi di una trattativa privata tra latifondista e famiglia colonica.

A Sarteano, però, consci degli avvenimenti nei comuni adiacenti, i proprietari terrieri anticiparono possibili scioperi e il 17 aprile scrissero una lettera al prefetto di Siena, in cui dichiaravano di costituirsi preventivamente in una società difensiva e di voler approntare migliorie al contratto colonico in favore dei contadini, tra cui la concessione di una copia del libretto colonico, una più favorevole suddivisione delle spese per la meccanizzazione dei campi e così via. Tale lettera, mandata anche alle famiglie dei contadini, venne fatta seguire da una diffida a portare il bestiame fuori dai campi senza il consenso dei proprietari, con la minaccia preventiva di ritenerli responsabili di eventuali danni e deperimenti alle proprietà condivise.

La lega dei contadini di Sarteano si riunì il 30 aprile e accettò le migliorie proposte dai proprietari, ma cercò anche di spostare la questione sul piano politico, ovvero di essere riconosciuta come organizzazione sindacale, garantire ai coloni la libertà di pensiero e la possibilità di assentarsi dal lavoro durante le elezioni (come già accaduto a Chianciano). La società difensiva dei proprietari non rispose alla lega, bensì al prefetto di Siena, delegittimando i rappresentanti e lamentando la mancata risposta delle famiglie contadine, intimando inoltre che non sarebbero state date ulteriori concessioni. La tensione continuò a crescere, con i piccoli proprietari che si schierarono dalla parte dei mezzadri e la minaccia di imitare lo sciopero con il bestiame di Chianciano.

Lo sciopero venne indetto il 19 maggio e provocò una mobilitazione in massa dei contadini di Sarteano, che non si spostarono verso il paese ma rimasero nei rispettivi poderi senza lavorare. Contemporaneamente si mossero i proprietari con intransigenza, richiamando le autorità statali ad applicare la forza repressiva, con drappelli di soldati e di carabinieri che si recarono in alcuni poderi dei rappresentanti della lega per contestare la mancata alimentazione del bestiame come inadempienza contrattuale e notificando la citazione in tribunale a Montepulciano. Seguirono alcuni arresti e sfratti, a cui la lega reagì con altrettanta tensione, facendo scendere in sciopero in solidarietà anche i contadini di Chianciano e di Chiusi e facendoli affluire a Sarteano; l’intervento e le cariche della cavalleria, tuttavia, dissolsero l’assembramento.

Il 23 maggio venne dichiarato concluso lo sciopero e la ripresa dei lavori. Lo stesso giorno al tribunale di Montepulciano celebrò rapidamente il processo e la condanna dei contadini arrestati durante i tumulti, affermando i sacri diritti della proprietà contro gli assalti degli scioperanti. Lo sciopero di Sarteano si risolse quindi in un fallimento, e molti contadini abbandonarono la lega, altri subirono sfratti e ritorsioni.

Gli scioperi in Valdichiana nella primavera del 1902, seppur con sorti alterne, contribuirono a migliorare le condizioni delle campagne e i contratti agrari di mezzadria; servirono anche a rafforzare la coscienza di classe dei mezzadri, che in massa si unirono alle leghe dei contadini e successivamente alla Federazione dei Lavoratori della Terra per continuare la lotta sindacale. Fu inoltre una fase di grande tensione che non terminò con le prime organizzazioni ma anzi anticipò le lotte politiche del secondo dopoguerra, con i lunghi e convulsi anni caratterizzati dalle bandiere affisse sui fienili durante la trebbiatura e le agitazioni per ottenere migliori condizioni di vita.

Una riflessione finale va dedicata alla particolare richiesta fatta dai contadini a Chianciano a Sarteano, ovvero la concessione della libertà di pensiero e di assentarsi dal lavoro durante le elezioni. Tale richiesta non venne formalmente accettata dai proprietari durante gli scioperi, perché i mezzadri già la possedevano: essi non erano dipendenti di padroni, nessuno li obbligava a orari precisi di lavoro o a tenere nascoste particolari simpatie politiche. La richiesta però ci suggerisce due cose: innanzitutto che il memoriale preparato dalle leghe dei contadini era probabilmente modellato sulla lotta sindacale di ispirazione socialista già utilizzata nelle città, strutturata nel rapporto tra dipendente e padrone, e che non teneva conto delle differenze dei mezzadri. Secondariamente, suggerisce che i mezzadri, nonostante la loro condizione contrattuale di “proprietari a metà”, si sentissero comunque dipendenti e dovessero chiedere il permesso per esercitare un loro diritto; per quanto formalmente alla pari, infatti, il rapporto di potere nella mezzadria è sempre stato asimmetrico, e le costrizioni a cui erano sottoposte le famiglie coloniche non erano soltanto economiche, ma anche sociali e culturali, rivelando una situazione di subalternità che ha contributo a caratterizzare la società tradizionale delle nostre campagne.

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Frontiera Due: se una Leopoldina potesse parlare

La leopoldina è la tipica casa contadina: lungo tutta la Valdichiana è possibile osservare queste particolari abitazioni che raccontano la storia del nostro territorio. A volte si trovano in stato di…

La leopoldina è la tipica casa contadina: lungo tutta la Valdichiana è possibile osservare queste particolari abitazioni che raccontano la storia del nostro territorio. A volte si trovano in stato di abbandono, altre volte sono state ristrutturate o riconvertite in abitazioni, magazzini o agriturismi. Le leopoldine racchiudono tra le loro mura le vicende delle campagne della Valdichiana degli ultimi tre secoli, le complicate fasi di passaggio che dalla civiltà contadina hanno portato alle rivoluzioni del Novecento, alla fine della mezzadria, fino all’attuale modello sociale, urbano ed economico.

Proprio queste storie sono alla base del romanzo di Piero Giulio Baricci, “Frontiera Due”, pubblicato pochi mesi fa dalla casa editrice Don Chisciotte. Se una leopoldina potesse parlare, quante storie avrebbe da raccontare? Questa è la domanda a cui ha cercato di dare una risposta l’autore, intrecciando le vicende delle campagne della Valdichiana in un romanzo che ripercorre gli ultimi due secoli di storia.

La leopoldina è infatti la tipica casa settecentesca fatta costruire durante la bonifica della Valdichiana dai Granduchi di Toscana: prendono il nome da Pietro Leopoldo di Lorena, che impiegò grandi sforzi nelle opere di bonifica dei terreni e nella creazione di nuove fattorie. Le leopoldine furono le prime vere case rurali delle campagne, disseminate nei poderi e raggruppate nelle fattorie padronali, in cui venivano poi spostati i mezzadri per la conduzione dei terreni. Queste particolari abitazioni erano costituite da una struttura molto ampia, per ospitare più nuclei familiari, anche trenta persone contemporaneamente: al primo piano si trovavano le abitazioni, mentre al piano terra le stalle e i magazzini. Caratteristico il lucernario in cima al tetto, chiamato “piccionaia”, e il cortile adiacente denominato “aia”; con il passare del tempo le abitazioni si sono dotate di servizi sempre maggiori, senza però mutare la loro funzione fino al termine del sistema mezzadrile.

Questo particolare tipo di abitazione, che si lega in maniera così forte al modello sociale di vita contadina, non poteva che diventare uno spunto per una vicenda avvincente, anzi per più vicende che si intrecciano tra di loro. Baricci ha infatti immaginato una leopoldina abbandonata, “Frontiera Due”, e le ha fatto raccontare le sue storie, percorrendo generazioni su generazioni.Baricci frontiera due

Piero Giulio Baricci è un biologo in pensione, da sempre appassionato lettore, che soltanto in età matura ha realizzato il suo primo romanzo. L’attività letteraria si lega a doppio filo con un’altra passione, quella della musica: Baricci ha infatti suonato per anni la chitarra e il basso, scrivendo molti testi di canzoni.

Con il suo gruppo musicale ha suonato per anni, provando in una leopoldina che ha poi ispirato il podere chiamato “Frontiera Due”; in alcune occasioni ha ospitato anche i giovanissimi Baustelle, una delle band più famose uscite da Montepulciano, ai tempi in cui non avevano ancora gli strumenti con cui provare. Baricci ha visto crescere i Baustelle, prestando loro gli strumenti e la leopoldina, e di quelle esperienze il compaesano Francesco Bianconi ha sempre tenuto gran conto, tanto da scrivere un commento pubblicato a margine di “Frontiera Due”. D’altronde anche Bianconi, come Baricci, ha aggiunto alla passione per la musica quella della letteratura, pubblicando due romanzi con la Mondadori.

Il romanzo di Baricci racconta la vicenda di una tipica casa colonica della Valdichiana, attraverso l’espediente del ritrovamento di un manoscritto in cui si intrecciano le tante storie e i tanti personaggi che sono ruotati attorno al podere “Frontiera Due”. Un nome inventato per una leopoldina come tante, uno dei tanti poderi in rovina che si possono incontrare lungo le strade e le campagne della Valdichiana. Un podere abbandonato che incontra un personaggio abbandonato, lasciato solo da tutti, e queste due solitudini si parlano a vicenda e aprono la via ai racconti del passato.

Ogni capitolo viene introdotto da una citazione di un brano musicale, per sottolineare con più forza il legame tra musica e letteratura. Nel corso dei capitoli del romanzo, di circa quattrocento pagine, emergono personaggi inventati e personaggi reali, riproposti attraverso l’estro dell’autore in situazioni verosimili. Ad esempio l’ingegnere aretino Fossombroni, artefice delle colmate della bonifica, oppure il Granduca Leopoldo di Toscana, fino a Giuseppe Garibaldi e ai soldati della Grande Guerra.

La storia si intreccia alla biologia, alla musica, all’arte: la personalità poliedrica di Baricci si è cimentata anche nell’illustrazione della copertina, perché l’autore si diletta anche a dipingere. La copertina rappresenta una falena nata dai bachi da seta, un allevamento che è stato molto importante per l’economia della Valdichiana: erano infatti molti i contadini che utilizzavano i piani superiori delle leopoldine e addirittura le camere da letto per l’allevamento del baco da seta, e la stessa Fortezza di Montepulciano ha ospitato un importante stabilimento bacologico nel XIX secolo.

Questo romanzo ha il pregio di ricordarci l’importanza storica della leopoldina, non soltanto come particolarità architettonica, ma per la sua valenza sociale, culturale ed economica. Piero Giulio Baricci ha il merito di aver intessuto, come in un bozzolo di seta, la musica, la biologia, l’arte e la letteratura. Perchè la letteratura, come ha scritto Francesco Bianconi in “Frontiera Due”, è forse l’unica e commovente forma di biologia possibile.

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Il paesaggio culturale tra mezzadria e agricoltura

Quando dobbiamo promuovere il nostro territorio ai turisti, e quando gli ospiti parlano in maniera incantata dei luoghi che hanno visitato in Valdichiana e in Valdorcia, uno dei commenti che…

Quando dobbiamo promuovere il nostro territorio ai turisti, e quando gli ospiti parlano in maniera incantata dei luoghi che hanno visitato in Valdichiana e in Valdorcia, uno dei commenti che più spesso ci capita di sentire è: “che bel paesaggio!”. Indubbiamente questi luoghi, e in più in generale la Toscana, sono famosi a livello internazionale per la bellezza dei paesaggi e per il particolare rapporto che si è instaurato tra l’ambiente naturale e l’opera degli uomini che l’hanno abitato per secoli. Un rapporto certificato dalla denominazione di “Paesaggio culturale patrimonio mondiale” che la Valdorcia ha ricevuto dall’Unesco nel 2004. Ma qual’è il significato del paesaggio culturale, e qual’è il rapporto che esiste con la storia della mezzadria e la civiltà contadina che ha contraddistinto per secoli questi territori?

Vitaleta, cartolina della Valdorcia

Vitaleta, cartolina della Valdorcia

Paesaggio Culturale

Il paesaggio, secondo le definizioni più comuni, può essere spiegato come la “porzione di territorio considerata dal punto di vista prospettico o descrittivo, con senso eventualmente affettivo, artistico ed estetico” e anche come “la particolare fisionomia di un territorio determinata dalle sue caratteristiche fisiche, antropiche, biologiche ed etniche, imprescindibile dall’osservatore e dal modo in cui viene percepito e vissuto”. Risulta già evidente come il paesaggio non possa essere separato dal suo osservatore: che si tratti di un paesaggio di campagna, di un paesaggio invernale o desertico, il paesaggio non va confuso con l’ambiente naturale, che esiste in maniera autonoma. Il paesaggio è tale perché osservato dall’uomo ed esiste in funzione di esso: per certi versi, ogni paesaggio è culturale.

Perché sostengo questa tesi? Perché si è soliti definire l’antropizzazione come l’intervento umano sull’ambiente naturale, con lo scopo di trasformarlo o adattarlo alle sue esigenze. Un paesaggio è un ambiente modificato dall’uomo, se non in maniera fisica, perlomeno come identificazione: anche un paesaggio incontaminato è tale perché percepito tale dall’osservatore, in opposizione a un ambiente totalmente antropizzato.

Per l’Unesco i paesaggi culturali sono frutto dell’opera combinata della natura e dell’intervento umano, in cui si riconosce una conciliazione tra natura e cultura. In realtà, ritengo che ogni paesaggio sia frutto di questa combinazione, e che la differenza nel caso citato sia l’attribuzione di un valore positivo alla particolarità della Valdorcia. Come recita la targa, infatti, quel paesaggio viene visto come un modello degli ideali del buon governo, come un’icona artistica ed estetica. Un paesaggio culturale, quindi, modificato dalla cultura degli abitanti di questo territorio e della loro particolare capacità di modificare l’ambiente naturale.

La cultura, intesa in senso antropologico, non si limita all’oggetto culturale (il libro, il manufatto archiviato nel museo) ma comprende il sistema di norme e valori condivise all’interno di un gruppo sociale. La cultura è l’insieme degli usi e dei costumi, delle tradizioni e delle conoscenze, che vengono apprese dall’individuo come membro di una comunità.

La cultura è stata spesso opposta alla natura: ciò che non è naturale è artificiale, è prodotto dall’uomo sulla base della sua cultura. Tuttavia, la cultura fa parte della natura umana, rappresenta la capacità dell’uomo di apprendere dall’ambiente che lo circonda e trasmettere le sue conoscenze, continuamente modificandole con l’ambiente, le altre culture e gli altri uomini. E per conoscere la nostra cultura, per comprendere il nostro paesaggio culturale, come possiamo prescindere dalla storia della mezzadria e della civiltà contadina che per secoli ha contribuito a plasmare questo paesaggio?

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La tecnologia aiuta la trebbiatura

La mezzadria e il paesaggio

La mezzadria era un contratto agrario di origine antica, che è stato il fondamento della civiltà contadina delle nostre campagne. Il contratto veniva stipulato tra un mezzadro, che rappresentava anche la sua famiglia, e il proprietario, che concedeva l’utilizzo dei terreni in cambio della divisione a metà dei prodotti e degli utili: il proprietario metteva il capitale, la famiglia mezzadrile metteva il lavoro. Il rapporto non era soltanto economico, ma anche sociale, perché la mezzadria era il fondamento della storia e della cultura di questi territori, grazie alle influenze che aveva nella vita familiare. Per approfondire, potete leggere le caratteristiche della famiglia contadina e della divisione all’epoca della mezzadria.

Quello che ci interessa, nel contesto del paesaggio, è la particolare modifica dell’ambiente agricolo operata da questo sistema nel corso dei secoli. Il proprietario terriero suddivideva i terreni in poderi, che venivano abitati e gestiti da famiglie mezzadrili: ma erano quest’ultime ad adattarsi alle dimensioni e alle caratteristiche del podere e della casa colonica, non il contrario. Le famiglie si adattavano al podere e se diventavano troppo grandi si dividevano. Il podere diventava anche il centro di aggregazione e di scambio sociale, un luogo d’incontro esemplificato dalla veglia, in cui le famiglie si spostavano a turno nelle rispettive case coloniche per ballare, raccontare storie, conoscersi e socializzare.

Il podere era l’unità di base della fattoria e contribuiva a formare il paesaggio nel corso dei secoli; con i suoi campi coltivati, la casa colonica e le stalle, è diventato l’elemento caratteristico del territorio rurale. Sono tipiche le case leopoldine in Toscana, nelle zone della bonifica e dei piani di sviluppo di Pietro Leopoldo di Lorena, costituite da un modello a padiglione con torretta centrale: i contadini abitavano ai piani superiori, mentre i piani inferiori erano dedicati alle stalle per il bestiame, alla cantina e al granaio.

Ciò che è importante sottolineare è che i mezzadri avevano bisogno di sfruttare ogni angolo del podere per la propria attività, poiché avevano diritto soltanto a metà della produzione. Gran parte del podere era dedicato alle coltivazioni da commerciare, quali il grano e la barbabietola da zucchero, ma era necessario pensare anche all’autosussistenza. Veniva dedicato uno spazio all’orto, per coltivare i prodotti per l’uso giornaliero della famiglia; c’erano le vigne e l’oliveto per produrre vino e olio, oltre all’aia e al pollaio con le galline e gli animali domestici, fino ai filari di frutta e ai bachi da seta ospitati nelle camere da letto.

I mezzadri hanno modificato i poderi sulla base delle proprie necessità, e hanno progressivamente adottato migliorie tecnologiche, d’accordo con i padroni, per aumentare la produzione. La mezzadria ha contribuito a modellare il paesaggio delle campagne, come oggi lo conosciamo, sulla base della propria cultura e delle proprie necessità di adattarsi all’ambiente.

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Le dighe dei castori: cultura o natura?

Il paesaggio oggi: cultura o natura?

Con l’abbandono della mezzadria, le modifiche tecnologiche e le mutate condizioni del mercato agricolo internazionale, le campagne si sono prima svuotate e poi adattate al nuovo contesto. Nuove forme di economia si sono diffuse nelle campagne della Valdichiana e della Valdorcia, diventate luoghi turistici d’eccellenza e non più campagne affidate ai contadini; tra casolari abbandonati e ristrutturati, assistiamo a nuove forme di accoglienza, enogastronomia e recupero della ruralità. Anche in queste situazioni, l’uomo modifica il paesaggio sulla base delle mutate condizioni culturali e ambientali.

Si può quindi parlare di paesaggio culturale da preservare, da opporre ai paesaggi altamente antropizzati? Si può parlare di paesaggio rispettoso della natura, che si concilia con l’opera dell’uomo? Pensiamo per un attimo ai castori che costruiscono una diga e paragoniamoli con i contadini impegnati nella trebbiatura. In entrambi i casi, l’ambiente viene modificato per le rispettive necessità, utilizzando gli strumenti tecnologici a disposizione. Certo, la tecnologia dei contadini è maggiormente sviluppata, ma anche la diga dei castori, per certi versi, può essere considerata artificiale: la diga non si trova in natura, è opera dell’ingegno del castoro, come la trebbiatrice è opera dell’ingegno dell’uomo. Un paesaggio frutto dell’opera combinata di natura e intervento dei castori, quindi, sarebbe un paesaggio culturale degno di una targa Unesco? Si tratta ovviamente di una domanda provocatoria, ma che dimostra quanto il concetto di natura opposto a quello di cultura sia ormai sorpassato nell’antropologia moderna.

Le sfide per il futuro, per quanto riguarda il paesaggio dei nostri territori, sono complesse. Nessuno vorrebbe vedere la Valdorcia rasa al suolo e ricoperta d’asfalto, nessuno vorrebbe perdere l’identità culturale delle campagne e dei borghi della Valdichiana. D’altra parte, pensare soltanto a un paesaggio da cartolina come Vitaleta, con i cipressi perfettamente curati e pronti da fotografare per i viaggiatori, significa creare un paesaggio artificiale, a uso e consumo dell’estetica del turista, con poche attinenze alla cultura che l’ha prodotto. Considerare il paesaggio come un manufatto da preservare in un museo, intoccabile e immutabile al pari di un quadro, significa snaturarlo.

La sfida per il futuro sarà quella di trovare una via di mezzo tra il museo e il cemento, tra la cartolina e il cieco sviluppo. Sarà quella di preservare il paesaggio non in quanto tale, ma nella sua capacità di adattarsi ai cambiamenti, coniugando turismo e agricoltura, tradizione e modernità. Come sempre hanno fatto i mezzadri, vivendo e ricreando il paesaggio con la loro cultura.

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Luoghi del Cuore FAI: ottimo risultato per “Il Torrione”

Il Torrione e i Luoghi del Cuore “I Luoghi del Cuore” è un censimento che si tiene ogni due anni, promosso dal Fondo Ambientale Italiano (FAI) per coinvolgere tutta la…

Il Torrione e i Luoghi del Cuore

“I Luoghi del Cuore” è un censimento che si tiene ogni due anni, promosso dal Fondo Ambientale Italiano (FAI) per coinvolgere tutta la popolazione nella segnalazione di luoghi da conservare, valorizzare e proteggere. Ognuno di noi è legato a un luogo che rappresenta il nostro passato, il nostro territorio, o riveste un’importanza simbolica particolare. Attraverso il censimento del FAI e il sostegno di Intesa Sanpaolo, è stato possibile segnalare questi luoghi con una votazione online durante l’anno 2014 e contribuire concretamente a salvaguardarli, attraverso investimenti e progetti di recupero.

La nostra redazione si è impegnata attivamente a sostegno della candidatura del Torrione della Fattoria Granducale di Abbadia, un luogo simbolico per tutta la Valdichiana, che rappresenta il passato mezzadrile e la bonifica. Abbiamo raccolto le firme, abbiamo dato risalto all’evento e sostenuto la candidatura. Dopo un paio di mesi di attesa passati a conteggiare le schede cartacee e sommarle ai voti online, sono finalmente arrivati i risultati: il Torrione ha raggiunto 5.653 voti totali, piazzandosi al 7° posto nella classifica dedicata all’EXPO 2015 sulle produzioni agricole e al 66° posto nella classifica generale. Un ottimo piazzamento, quindi, anche se purtroppo non ha portato al raggiungimento delle posizioni di classifica che davano accesso al finanziamento diretto da parte del FAI.

Il Comitato

Grande soddisfazione da parte di Alessandro Angiolini, tra i promotori del comitato a sostegno della candidatura del Torrione, che nel corso degli ultimi mesi del 2014 ha raccolto centinaia di firme e sensibilizzato l’opinione pubblica sulla necessità di salvaguardare un “monumento” della produzione agricola del nostro territorio:

“La raccolta firme è andata bene, ma non ci fermiamo qui. Adesso viene la parte impegnativa, è necessario salvaguardare un monumento come questo, che si trova in stato di emergenza strutturale, con una grande storia alle spalle. Nel giro di tre mesi sono crollate due ali del tetto, i proprietari hanno sistemato temporaneamente ma è necessario prevedere un progetto di recupero, sviluppo e valorizzazione, anche in virtù dello straordinario risultato conseguito con i Luoghi del Cuore”

Anche se il FAI ha previsto dei finanziamenti diretti soltanto ai primi classificati, infatti, esistono reali possibilità di sviluppo anche per tutti quei Luoghi del Cuore che hanno superato la soglia dei 1.000 voti, per i quali il FAI pubblicherà delle apposite linee guida da seguire per ricevere il sostegno:

“Sarà necessario lavorare una progetto condiviso, portare il FAI a visitare il Torrione ed elaborare un progetto di sviluppo. Il FAI è disponibile a co-finanziare gli interventi di recupero e valorizzazione se fanno parte di un progetto serio. Il Torrione rappresenta un importante simbolo identitario per la mezzadria in Valdichiana senese e aretina, in collegamento con il Sentiero della Bonifica; potrebbe essere inserito in un progetto di realizzazione di un Museo della Mezzadria, un centro di lettura e di recupero della cultura contadina, un centro di studi per la crescita intellettuale del territorio. Abbiamo tutte le carte in regola per elaborare un progetto serio e ricevere l’aiuto del FAI.”

I Risultati

Nella classifica generale, la vittoria è andata al Convento dei Frati Cappuccini di Monterosso al Mare, in provincia di La Spezia (110.341 voti), poi alla Certosa di Calci in provincia di Pisa (92.259 voti) e al Castello di Calatubo in provincia di Trapani (71.967 voti). Per la classifica speciale dedicata ad Expo 2015 e ai luoghi della produzione alimentari, il primo posto è andato alle Saline di Marsala e alla Laguna Lo Stagnone, con 14.764 voti.

Per il Torrione della Fattoria Granducale di Abbadia si tratta comunque di un ottimo risultato, tenendo conto dei 5.653 voti raccolti a fronte della differenza con i bacini d’utenza dei vincitori, e che potrebbero portare comunque a progetti di sviluppo, recupero e valorizzazione grazie ai co-finanziamenti del FAI.

Un grazie di cuore a tutti coloro che hanno votato e hanno contribuito al successo di quest’iniziativa! Vi terremo aggiornati sugli sviluppi e sui progetti riguardanti il Torrione!

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Montepulciano: parte la mostra fotografica di Mauro Guerrini

Si inaugura sabato 18 ottobre, alle 17.00, al Museo Civico – Pinacoteca Crociani di Montepulciano la mostra fotografica di Mauro Guerrini “Rimane solo il ricordo”, dedicata alla vita dei campi…

Si inaugura sabato 18 ottobre, alle 17.00, al Museo Civico – Pinacoteca Crociani di Montepulciano la mostra fotografica di Mauro Guerrini “Rimane solo il ricordo”, dedicata alla vita dei campi durante la mezzadria ed agli splendidi scenari della campagna senese.

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In esposizione oltre cento immagini che accompagnarono, nel 2003, l’inaugurazione del Museo della Mezzadria senese di Buonconvento e che documentano attività e personaggi tipici della vita agricola degli anni ’80 come la produzione del sapone nel paiolo, la “spezzatura” del maiale, la vendemmia e l’aratura con i bovi, le stalle, le cucine dei casolari, la filanda, la cucitrice di materassi, la trebbiatura, la carbonaia, a distanza di trent’anni già sparite.

Oltre all’autore, interverranno l’Assessore alla Cultura del Comune di Montepulciano Franco Rossi, Franca Salerno, Presidente della Pro Loco, titolare dell’iniziativa, il ricercatore di storia e tradizioni locali Alessandro Angiolini, membro della Società Storica Poliziana e anche testimoni dell’epoca della mezzadria che rievocheranno le proprie esperienze.

Alla mostra, che rimarrà aperta fino al 31 maggio, è collegato un progetto didattico che prevede la visita degli studenti di tutte le scuole del territorio, dalle elementari ai licei. La Pro Loco, d’intesa con l’Amministrazione Comunale, proporrà visite guidate “su misura” cioè ideate e realizzate seguendo le esigenze e i metodi di comunicazione per le differenti fasce di età. Per i più piccoli la visita sarà arricchita da una “caccia al tesoro”, alla ricerca di dettagli nascosti nei dipinti per stimolare la capacità di osservazione, e dalla possibilità di disegnare sul posto per realizzare copie dell’opera più gradita o dipinti di fantasia inerenti all’arte e alla storia.Per i più grandi sono stati invece pensati percorsi tematici su argomenti o autori particolari o specifiche epoche in collegamento con i programmi di studio.

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La mostra fotografica che si inaugura sarà infine l’oblò attraverso il quale sarà possibile scrutare un mondo recente eppure già scomparso, fatto di tradizioni ancora vive in molte famiglie e caratterizzato da usi e costumi di cui si vuole preservare la memoria.

Patrocinata dal Comune di Montepulciano, la mostra è stata ammessa tra i supporters della settimana per la candidatura di Siena2019 e gode della collaborazione della Fondazione Musei Senesi. Della Società Storica Poliziana, del Siena Foto Club e della Federazione Italiana Associazioni Fotografiche.

Senese, nato però nel ‘56 a Buonconvento, in un podere chiamato “Lo Stile”, smodatamente appassionato di fotografia dall’età di 14 anni, Mauro Guerrini ha sempre avuto il forte impulso di riprendere con cura quasi maniacale ogni manifestazione evento o tradizione, con taglio antropologico. Il suo senso del documentare qualcosa che è destinato scomparire è in lui da sempre molto presente e vivo. Una dote che gli permette di fermare il tempo, fissare un momento e conservarlo a lungo. Come del resto in lui è intenso l’attaccamento al territorio che conosce davvero metro per metro, con le pievi nascoste, le piccole chiese, i castelli semi scomparsi, le tracce etrusche di cui abbonda il paesaggio senese ma che sono sconosciute ai più.

E’ autore tra l’altro della documentazione fotografica del libro “I castelli del senese”, autentico catalogo dei castelli e fortificazioni dell’antica repubblica senese, riconosciuto anche a livello universitario, che ha richiesto cinque anni di ricerca instancabile tra Siena ed il grossetano; il risultato è un censimento di tutte le antiche costruzioni della “Respublica Senensis”, un ultimo gesto per fotografarle e renderle immortali prima della definitiva scomparsa.
La mostra è dedicata a Nemo, il babbo di Mauro Guerrini, che appare nel manifesto, intento nel lavoro di intreccio di un cesto di vimini.

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