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Il turismo del benessere e la crescita economica

Quando si parla di turismo del benessere si intende la pratica di viaggiare verso Paesi o regioni straniere alla ricerca di tranquillità fisiologica e mentale, da ottenere grazie alle terapie…

Quando si parla di turismo del benessere si intende la pratica di viaggiare verso Paesi o regioni straniere alla ricerca di tranquillità fisiologica e mentale, da ottenere grazie alle terapie e alle risorse locali. Questo tipo di turismo è caratterizzato dalla ricerca di un’alimentazione sana, di strutture quali spa, terme, centri fitness e opportunità di sviluppo creativo e spirituale. L’obiettivo del viaggio diventa quindi il raggiungimento e mantenimento di uno stato di benessere psicofisico.

Dati globali e nazionali, previsioni e prospettive future (2015-17)

Il WHO (World Health Organization) definisce il benessere come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, che va oltre la cura delle malattie o delle infermità. L’organizzazione ne promuove il mantenimento proattivo attraverso l’adozione di comportamenti utili a migliorare la propria salute. Nell’era contemporanea, la globalizzazione ha favorito non solo lo scambio di merci e servizi, ma anche di culture. Di conseguenza, l’aspettativa è che la richiesta globale per il turismo del benessere continui ad aumentare nei prossimi anni. Marketing e promozione hanno giocato un ruolo cruciale nel diffondere l’idea che pace mentale e benessere fisico si possano ottenere attraverso una serie di esperienze come trattamenti erboristici o termali, percorsi in spa e attività rigeneranti in località esotiche. Questo fattore, unito all’incrementata capacità di spesa dei viaggiatori rispetto ai decenni passati, ha spinto sempre più la domanda turistica verso la nicchia del benessere.


Il settore del turismo del benessere è in forte crescita. La maggior incidenza di disagi psicologici legati allo stress nella vita quotidiana e professionale, o la maggiore percezione degli stessi, sta facendo aumentare la domanda per terapie di tipo olistico (caratterizzate da un approccio multidisciplinare che enfatizza lo studio di problemi caratterizzati da interazioni complesse tra le loro parti). Un altro fattore determinante per la crescita del turismo del benessere è la crescente propensione dei viaggiatori a immergersi nella cultura di un Paese straniero. L’interesse mostrato dal settore ricettivo ha portato a un notevole aumento dell’attenzione nei confronti di questa nicchia. Grandi catene alberghiere si sono dotate di centri benessere a disposizione dei loro ospiti, offrendo massaggi, trattamenti in spa, sessioni di meditazione e così via.

L’espansione del settore turistico si sta rivelando trainante per la nicchia del benessere. I viaggiatori desiderano sempre più sperimentare la cultura del benessere della loro destinazione, specie se antica e radicata nella tradizione locale. Anche quei viaggiatori per cui il benessere non è una priorità tendono sempre più a usufruire di tali servizi messi a loro disposizione. Il turismo del benessere sta acquisendo popolarità anche tra la generazione dei ‘baby boomers’ (nati tra il 1945 e il 1964), che vanno sempre più alla ricerca di trattamenti anti età e pacchetti spa.

Mantenere o migliorare il proprio stato di benessere è l’obiettivo primario dei wellness traveller. Il GWI (Global Wellness Institute) stima che il turismo del benessere rappresenti un mercato dal valore globale di 564 miliardi di euro (2017), e che stia crescendo al doppio della velocità rispetto al resto del mercato turistico. Con un volume stimato di 639,4 miliardi di dollari nel 2017, il turismo del benessere è un settore in rapida espansione ed è cresciuto del 6,5% annuo dal 2015 al 2017 (più del doppio del tasso di crescita del turismo in generale). Nel 2017 i viaggiatori hanno intrapreso 830 milioni di viaggi per il benessere, 139 milioni in più che nel 2015. La crescita è stata spinta da una classe media globale in espansione, un crescente desiderio di adottare stili di vita salutari, un crescente interesse nel turismo esperienziale e una maggiore convenienza di viaggi e trasporti.

Tra le regioni, l’Europa rimane la destinazione prescelta del maggior numero di viaggi per il benessere, mentre il Nord America primeggia nelle spese. L’Asia è l’area che ha visto la crescita più rapida, con una domanda stimolata da economie forti e una classe media in espansione.

Il volume della spesa per i viaggi di benessere in Europa è pari a 185 miliardi di Euro. Il target di riferimento del mercato del turismo del benessere include due tipi di viaggiatori:

    • quelli primari, che intraprendono il viaggio con l’obiettivo di migliorare la propria condizione psicofisica e scelgono le loro destinazione in base all’offerta di questi servizi;
    • quelli secondari, che auspicano a tenersi in forma o a intraprendere attività benefiche durante viaggi il cui obiettivo primario non è il benessere personale.

I viaggiatori del benessere secondari rappresentano la maggiore fetta di pubblico dei viaggi del benessere e della relativa crescita settoriale: a loro sono da imputare l’89% dei viaggi e l’86% della spesa (2017).

Il turismo del benessere secondario sta crescendo con un tasso annuale maggiore (10%) rispetto al mercato primario (8%) (2015-17). A livello globale, i viaggi domestici rappresentano l’82% del totale dei viaggi di turismo del benessere e il 65% della relativa spesa. I viaggi internazionali invece rappresentano una fetta di spesa proporzionalmente più grande, perché il livello medio di spesa per un viaggio internazionale è assai superiore. Il turismo del benessere internazionale è cresciuto più rapidamente (12% annuo) rispetto al turismo domestico (9% annuo) nel periodo 2015-2017.

I viaggiatori del benessere spendono di più per ogni viaggio rispetto al turista medio. Questo è vero sia per i viaggi domestici che per quelli internazionali: nel 2017, il turista del benessere internazionale ha speso di media 1.528 dollari per viaggio, il 53% in più del turista tipico. Le cifre aumentano per il turismo domestico: 609 dollari per viaggio, ovvero il 178% in più del turista tipico. Le proiezioni del GWI mostrano che il turismo del benessere continuerà a crescere con un tasso del 7,5% fino al 2022, decisamente più in fretta rispetto al 6,4% del turismo generico globale.

L’aspettativa è che la spesa totale per il benessere turistico superi i 919 miliardi di dollari nel 2022, ritagliandosi il 18% del mercato globale. Contemporaneamente, i viaggi dovrebbero aumentare dell’8,1% annuale a 1,2 miliardi di viaggi nel 2022. Più della metà delle spese previste fino al 2022 saranno collocate in Asia e nel Pacifico, America Latina e Caraibi, Medio Oriente e Nord Africa e Africa subsahariana, spinte dalla crescita massiccia del turismo domestico e intraregionale.

Il benessere, l’ospitalità e i viaggi di lavoro stanno convergendo. Da quando il turismo del benessere è entrato nelle tendenze del consumismo mainstream, qualche anno fa, l’industria si è evoluta rapidamente. Aziende e governi stanno investendo nello sviluppo di nuove strategie, prodotti, esperienze e destinazioni. Il benessere, l’ospitalità e il viaggio stanno convergendo in modi diversi e senza precedenti, sperimentando nuove partnership e modelli di business per aiutare i viaggiatori a integrare il benessere in ogni aspetto del loro soggiorno. I 639,4 miliardi di dollari spesi ogni anno dai viaggiatori del benessere sono distribuiti in diversi segmenti dell’industria turistica: cibo, alloggio, attività, escursioni, shopping e altri servizi. Ciascun segmento può includere attività relative al benessere (come la visita a una sorgente termale, concedersi un massaggio, fare una lezione di meditazione o di fitness), mentre altre spese sono più generiche (trasporti, ristorazione e alloggio normale, acquisto souvenir). Più i consumatori incorporano il benessere nel loro stile di vita, più crescono le opportunità per le aziende di integrarlo nella propria offerta, intercettando le spese dei viaggiatori del benessere.

Gli hotel pensati per trasmettere un’idea di benessere sono di tendenza. Più il turismo del benessere diventa popolare, più gli hotel sono incentivati a incorporare questa propensione al relax nel design della struttura, nonché in servizi e altre attività. Ad esempio, letti e illuminazione che aiutano a migliorare la qualità del sonno, finestre e scuri capaci di bloccare del tutto luce e suoni, strumenti da fitness collocati in camera e video guide per la ginnastica; snack e menù salutari, spa e palestre in struttura.

La crescita del settore sta stimolando l’innovazione: alcune aziende del settore offrono servizi aggiuntivi a coloro che intendono trattenersi per soggiorni di lunga durata. Ad esempio, una combinazione di coworking, convivenza e viaggio, in modo che il cliente possa esperire nuove culture e Paesi pur continuando a lavorare e a intrattenere rapporti con gruppi di persone con cui condivide idee e stili di vita.  L’avvento del turismo del benessere sta stimolando la comparsa di novità nel mercato, dando forma a nuove concezioni di turismo esperienziale.

Il marketing territoriale diventa più autentico e locale. Le sorgenti termali sono il settore che ha visto la maggiore crescita di marketing e sviluppo, soprattutto nei Paesi dalle tradizioni termali ben radicate. L’evoluzione del turismo del benessere rende possibile portare benefici su larga scala alle popolazioni ed economie locali: pertanto, il turismo del benessere è sempre più parte integrante della pianificazione turistica locale e dello sviluppo sociale. Il Tirolo austriaco ha fatto leva sul settore per sviluppare una rete regionale di strutture e aziende che offrono servizi di benessere personale, includendo più di 100 realtà che vanno dalla telemedicina all’enogastronomia, alla nutrizione, alla fornitura di equipaggiamenti e tecnologie per le spa, al benessere sul lavoro e così via.  Altre realtà americane hanno messo a punto veri e propri distretti urbani dove l’ospitalità interseca la sanità, con attenzione al design, all’inclusione di strumenti e servizi focalizzati su uno stile di vita sano e rilassante a disposizione non solo dei turisti, ma anche dei residenti e dei lavoratori in loco.

Il benessere del viaggiatore, infatti, è sempre più connesso a quello della popolazione locale. Con l’aumento di consumatori che adottano il benessere come stile di vita, essi pianificano i loro viaggi sempre più spesso secondo questo criterio, ponendo maggiore attenzione al benessere degli abitanti dei luoghi che visitano, dei dipendenti delle strutture dove soggiornano e delle persone con cui interagiscono. Il benessere di un luogo è il DNA della sua autenticità. Sempre più destinazioni e regioni stanno andando in questa direzione, garantendo il benessere dei residenti per poter proporre i propri valori come brand. In ottica olistica, star bene e fare bene sono strettamente connessi. Non possiamo stare veramente bene se le nostre comunità e i nostri ecosistemi non stanno bene. Le ricerche nei campi della felicità, compassione e altruismo suggeriscono che siamo più proni a ottenere un senso di pace e benessere più profondo e durevole se ci focalizziamo sugli altri, aiutando, donando e formando relazioni più solide. Il rapporto del Global Wellness Tourism Economy prevede che i futuri viaggiatori del benessere vedranno sempre più un parallelo tra la trasformazione personale e le relazioni sviluppate durante il viaggio, il loro impatto sulla gente del posto e i luoghi che toccano.

La qualità dei trasporti diventa sempre più importante per il mantenimento del benessere psicofisico. Viaggiare può essere logorante per la nostra salute fisica e mentale. Ressa, ritardi, controlli, bagagli e molti altri fattori causano stress, uniti a jet lag, carenza di sonno, alterazione della routine, cibo di scarsa qualità e tempo atmosferico avverso: spesso si torna dalle vacanze più stanchi di quando si è partiti. Nonostante ciò, viaggiare è comunemente considerato un’attività benefica per la salute. Fin dai tempi antichi, le persone si sono spostate per ricercare benessere e guarigione. Oggi, il viaggio è visto come evasione, avventura e rigenerazione. Una recente indagine sui millennials fatta da Expedia ha rivelato che per quattro intervistati su dieci la principale motivazione dei viaggi è la ricerca di relax. Dal momento che il viaggio aereo può essere deleterio e stressante, aeroporti e linee aeree stanno promuovendo programmi di benessere e salute per i loro clienti. Si stanno infatti sviluppando collaborazioni tra aeroporti, compagnie aeree e aziende del benessere: spa di fascia alta, centri fitness e lezioni di benessere all’interno dei terminal e delle lounge room; meditazione in volo, opzioni alimentari più sane fino alluci che aiutino la regolarità del ritmo circadiano dei passeggeri e riducano l’impatto del jet lag.

Il benessere si intreccia con la tradizione e la natura delle località in cui facciamo turismo. In Europa, il turismo del benessere si lega sempre più alle tradizioni e filosofie locali, come saune, banya, hygge e lagom scandinavi e baltici. Grecia, Germania, Ungheria, Portogallo, Francia e Bulgaria hanno dato via a un progetto di partnership internazionale chiamato “Roman Thermal Spas of Europe”, il cui obiettivo è promuovere il turismo termale di spa e resort di origini romane. In relazione a ciò, sta aumentando anche la domanda di attività parallele che abbiano a che fare con la natura, come camminare fino a una località panoramica per meditare, fare yoga o tai chi all’aperto.

Le nuove attività che potrebbero essere integrate nelle offerte alberghiere, tenendo conto del turismo del benessere, sono le seguenti:

    • ESERCIZIO: offrire ai clienti attività di fitness, ginnastica, yoga, meditazione. Assicurarsi che le stanze siano sempre ben areate e salubri, gli strumenti ben mantenuti.
    • ATTIVITÀ ALL’APERTO: offrire tragitti escursionistici, itinerari per jogging e bicicletta, magari legate ai luoghi d’interesse artistico-culturale, storico o naturalistico del territorio.
    • SPA E RIPOSO: offrire servizi che aiutino l’ospite a trovare relax e salute, a vivere emozioni positive. Si può tenere da parte una stanza dotata di una bella vista da usare come sala massaggi e offrire servizi di estetista. Gli ospiti cercano relax e silenzio, camere che trasmettano tranquillità. Un’atmosfera di pace e pulizia aiuta gli ospiti a sentirsi al sicuro dallo stress delle loro vite quotidiane.
    • CIBO E BEVANDE: la destinazione ideale di chi ricerca il benessere offre pasti salutari, ricchi di verdura stagionale e nutrienti. Si possono offrire opzioni per celiaci e vegani. Altra buona pratica è tenere lo staff ben informato sulle varie diete che vengono proposte e su come viene preparato il cibo.

I comparti dell’economia del benessere, a livello globale

Il settore del benessere o del wellness, a livello globale, è cresciuto da 3,2 trilioni di Euro nel 2015 a 3,6 trilioni di Euro registrati nel 2017, secondo la ricerca 2018 Global Wellness Economy Monitor rilasciata dal GWI. I nuovi dati evidenziano che il benessere sia uno dei settori che sta crescendo più velocemente a livello internazionale. Dal 2015 al 2017, l’economia del wellness è cresciuta del 6,4% all’anno, quasi il doppio rispetto alla crescita economica globale (+3,6%). I consumi totali in questo settore a livello globale superano la metà della spesa totale in salute e rappresentano il 5,3% dell’economia mondiale. Ecco nello specifico i dati relativi ai principali comparti.

Turismo del benessere

Mondo: Il mercato mondiale del turismo del benessere che vale 552 miliardi di Euro è cresciuto del 6,5% nel triennio 2015-2017, un dato più che doppio rispetto alla crescita del mercato del turismo in generale nello stesso periodo che si è attestata al +3,2%. Nel 2017 sono stati effettuati 830 milioni di viaggi wellness, 139 milioni in più rispetto al 2015 – oggi il turismo wellness rappresenta il 17% dell’intero mercato del turismo.

Europa: Si classifica al primo posto al mondo per numero di viaggi effettuati ogni anno: 292 milioni di viaggi nel 2017, in crescita rispetto ai 250 milioni del 2015 con un tasso medio di crescita del 8,1% all’anno. In termini di fatturato l’Europa si classifica al secondo posto con 182 miliardi di Euro totalizzati nel 2017, superata solo dal Nord America con 209 miliardi di Euro.

Italia: Si classifica al decimo posto come mercato per il turismo del benessere con un fatturato totale di 11,6 miliardi di Euro, in crescita rispetto agli 11 miliardi del 2015. L’Italia si classifica inoltre al 12° posto per crescita del numero di viaggi che nel 2017 si sono attestati a 13,1 milioni. Il comparto impiega circa 150mila persone.

Settore spa

Mondo: Il mercato mondiale delle spa è cresciuto dagli 85,2 miliardi di Euro del 2015 ai 102,7 miliardi nel 2017, un ritmo di crescita molto più alto di quello registrato nel triennio 2013-2015. Il numero di spa è cresciuto dalle 121.595 del 2015 ad oltre 149.000 nel 2017.

Europa: Rappresenta il primo mercato al mondo in termini di fatturato con un valore di 28,8 miliardi di euro, cresciuto del 10,1% rispetto al 2015. Circa una spa sul tre a livello mondiale si trova in Europa e circa 1 euro su 3 speso in servizi spa viene speso in Europa. Il settore impiega oltre 800mila persone.

Italia: Sesto mercato al mondo nel settore con un fatturato di 2,8 miliardi di Euro nel 2017, in crescita del 32% rispetto ai 2,1 miliardi del 2015. In Italia si contano quasi 4000 spa, in forte crescita rispetto alle circa 3000 del 2015, che impiegano 83 mila persone.

Settore Termale

Mondo: Il settore delle terme, in termini di fatturato, è cresciuto a livello globale dai 44 miliari di Euro del 2015 ai 48,6 miliardi registrati nel 2017, mentre il termini di strutture è cresciuto da 27.507 centri termali a 34.057. Il settore è fortemente concentrato in Europa e nell’area dell’Asia e del Pacifico, che assieme totalizzano il 95% del fatturato mondiale del comparto.

Europa: L’Europa, in cui le terme sono state per secoli al centro della cultura del benessere, rappresenta il secondo mercato mondiale del settore con quasi 6000 strutture che producono un fatturato totale di 18,7 miliardi di Euro, in crescita annua del 4,9% rispetto ai 17 miliardi del 2015. Il settore europeo impiega in totale oltre 438mila persone.

Italia: L’Italia si posiziona al quinto posto mondiale nel mercato delle terme superata solo da Cina, Giappone, Germania e Russia. Il mercato italiano vale 1,5 miliardi di Euro all’anno e conta 768 strutture termali.

Corporate Wellness

Mondo: Il settore vale 41 miliari di euro a livello mondiale, ma il dato è ancora estremamente basso rispetto al massiccio impatto economico che il settore potrebbe avere in termini di maggiore produttività. Si stima infatti che la perdita di produttività legata a malattie e demotivazione sul lavoro si pari al 10-15% dell’economia mondiale. Oggi solo il 9,8% dei lavoratori a livello mondiale sono interessati, in qualche forma, da programmi di benessere aziendale.

Europa: L’Europa è il secondo mercato al mondo nel settore, con un fatturato totale di 14,7 miliardi di Euro, superato solo dal Nord America con un fatturato di 17,6 miliardi di dollari. Si classifica però al primo posto in termini di tassi di crescita del settore. Oggi, circa il 25% dei lavoratori europei (101 milioni) hanno accesso a qualche servizio o programma per il benessere sul posto di lavoro.

Italia: L’Italia si posiziona al settimo posto a livello mondiale per fatturato nel settore corporate wellness che vale in totale 1,4 miliardi di Euro all’anno.


Fonti:
TMR Research
GWI – Global Wellness Tourism Economy Report
International Journal of Hospitality Management

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La Valdichiana nel 2020: diventare grandi, senza manie di grandezza

“Crescendo noi non ci abituiamo soltanto alla legge di gravità bensì al mondo così com’è. Perdiamo a poco a poco la capacità di stupirci per quello che il mondo ci…

“Crescendo noi non ci abituiamo soltanto alla legge di gravità bensì al mondo così com’è. Perdiamo a poco a poco la capacità di stupirci per quello che il mondo ci offre.” (Jostein Gaarder)

Che cosa significa diventare grandi? Crescere, indubbiamente. Diventare più maturi, abbandonando le fasi della vita più infantili per abbracciare l’età adulta. La crescita, vista come un obiettivo positivo e inarrestabile, porta con sé maggiori responsabilità, ma anche la perdita della capacità di stupirsi di fronte al mondo come un bambino ai cui occhi tutto appare nuovo ed entusiasmante.

Per il nostro giornale, diventare grandi significa prendere coscienza delle proprie responsabilità e affrontare il necessario processo di crescita. Quando abbiamo iniziato, vedevamo il mondo come dei bambini, con la carica e il divertimento di chi affronta qualcosa di nuovo. La Valdichiana è stato un esperimento che avrebbe potuto fallire, e invece viaggia a gonfie vele verso il settimo anno di vita, crescendo costantemente. E noi siamo cresciuti assieme ad essa, diventando sempre più consapevoli e responsabili.

Nel corso degli anni abbiamo contribuito a far crescere giornalisti, abbiamo coinvolto tanti collaboratori, abbiamo creato una redazione stabile e un modello giornalistico che sta dando frutti positivi. Ma crescere significa diventare grandi? Non necessariamente. Si può invecchiare senza mai maturare completamente. Invecchiare è un processo biologico, diventare grandi è un processo culturale. Non avviene naturalmente, c’è bisogno di impegno da parte nostra.

Ci siamo impegnati a crescere, senza coltivare manie di grandezza: lo capiamo ogni giorno di più lavorando a stretto contatto con i ragazzi, un impegno che si rinnova anche nel 2020 nei confronti della scuola, dell’ambiente, del teatro e del mondo giovanile in generale. Perché, pur nella crescita, qualcosa dell’adolescenza va sempre mantenuto, anche in età adulta. Ovvero la curiosità, la leggerezza, l’apertura. La capacità di stupirsi nei confronti del mondo, insomma.

Questo è lo spirito che animerà la nostra testata anche nel 2020, tra vecchi e nuovi progetti. Siamo impegnati su molti fronti, in modo da garantirvi il giornalismo a cui siete abituati con l’arrivo di nuove rubriche e articoli interessanti. Saremo ancora più impegnati in progetti collaterali che contribuiscono a mantenere vivo il nostro stupore mentre diventiamo grandi: i video di Specchio, il nuovo corso della radio, i prossimi arrivi nel negozio dedicato al territorio.

Vi facciamo quindi i nostri migliori auguri per il nuovo anno, con la speranza che anche voi possiate mantenere la capacità di stupirvi di fronte al mondo che ci circonda. Come al solito, siamo sempre pronti a parlare con voi, se avete consigli, suggerimenti o critiche. Buon 2020!

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Quizas, Quizas, Quizas in scena al Teatro Caos di Chianciano: intervista a Manfredi Rutelli e Cristina Aubry

Si intitola Quizas, Quizas, Quizas, come la canzone di Osvaldo Farrés, cantata da più o meno tutti i crooners del mondo, ed è la nuova produzione di LST Teatro, che…

Si intitola Quizas, Quizas, Quizas, come la canzone di Osvaldo Farrés, cantata da più o meno tutti i crooners del mondo, ed è la nuova produzione di LST Teatro, che aprirà la nuova stagione teatrale del Teatro Caos di Chianciano Terme, organizzata e diretta dalla compagnia LST Teatro e patrocinata dal Comune di Chianciano Terme, sabato 30 novembre, alle ore 21:15.

Manfredi Rutelli, dopo il successo di Tacabanda e de Il secondo figlio di Dio che, portato in scena da Simone Cristicchi, ha trionfato nei teatri italiani, scrive una nuova delicata commedia al femminile: Quizas, Quizas, Quizas. Questa volta la protagonista è una donna, la bravissima Cristina Aubry, alle prese con uno dei temi più attuali della società moderna: la perdita del lavoro, tema trattato con leggerezza e umorismo.

Le donne della commedia italiana sono tradizionalmente tratteggiate in maniera peculiare: sono molto spesso donne al limite, sull’orlo di quello che – a seconda delle prospettive – può essere sia un baratro che un trionfo. Una cosa è certa: è molto raro che siano donne passive. Non subiscono quasi mai l’ordine degli eventi ma se ne rendono – prima o poi – artefici. Sarà che le maschere della commedia dell’arte italiana – fondamento del teatro moderno – proponevano figure femminili sempre attive, finanche nei ruoli di servetta o di locandiera. Anzi, era proprio nelle condizioni di subalternità che queste rovesciavano gli schemi ‘patriarcali’ della società, sbeffeggiando i Padroni e rifiutando obblighi sociali, matrimoni forzati, avances di vecchi libidinosi e soldati fanfaroni.

La penna e la visione scenica di Manfredi Rutelli entrano perfettamente in questa tradizione: il suo modo di raccontare e di rappresentare le figure femminili porta con sé le grandi maschere femminili della nostra commedia. Per Quizas Quizas Quizas, la figura femminile è Cristina Aubry, attrice e doppiatrice, che si confronta con un personaggio molto complesso dal punto di vista recitativo: la protagonista dello spettacolo è infatti Anna, una donna sulla cinquantina, che rimane bloccata dentro l’ascensore mentre sta salendo per andare a un appuntamento importante, presso un’agenzia di consulenza per chi perde il lavoro. Collegata con l’esterno solo grazie all’interfono dell’ascensore, Anna cerca una rocambolesca via d’uscita. In un turbinio di situazioni paradossali e comiche, tra ricordi giovanili e familiari, Anna si ritrova a fare i conti con un’esistenza mai facile, mentre intorno a lei le luci vanno e vengono, e le note della canzoncina “Quizas, quizas, quizas”, diffusa dall’interfono dell’ascensore, si confondono con il rumore delle corde d’acciaio e delle lamiere. Abbiamo incontrato Manfredi Rutelli e Cristina Aubry pochi giorni prima del debutto.

Innanzi tutto è interessante parlare di incontri umani: come è avvenuto l’incontro tra Manfredi Rutelli e Cristina Aubry? Che peso ha avuto il rapporto umano nella preparazione di questo spettacolo?  

Manfredi Rutelli: Questa è la fortuna di essere in una compagnia teatrale indipendente, dove cosa fare e con chi possiamo sceglierlo liberamente. Conosco Cristina da tanti anni; abbiamo già avuto occasione di lavorare insieme, quando la diressi in uno spettacolo di Pierpaolo Palladino, L’ultimo angelo. L’avevo vista recitare tante volte a Roma, è stata ospite del Festival Orizzonti con uno spettacolo intitolato Al Pacino e insomma, credo ci sia stata tra noi sempre, oltre che una piacevole amicizia, anche una profonda stima reciproca. Così, quando LST ha deciso di produrre questo spettacolo, è stato abbastanza spontaneo per me pensare a Cristina come interprete. Le ho fatto leggere il testo e, bontà sua, a lei è piaciuto. Così si è concretizzata questa nuova collaborazione. Ci siamo chiusi dentro il Teatro Caos a Chianciano Terme e abbiamo fatto nascere questo spettacolo, tra chiacchiere, mangiate e prove estenuanti…

Perché proprio  “Quizás Quizás Quizás”, come brano da utilizzare in una dimensione claustrofobica dell’ascensore? 

Manfredi Rutelli: Beh, intanto mi divertiva l’effetto paradossalmente comico di una canzoncina così spensierata in una situazione così angosciosa come quella che sta vivendo la nostra ansiosa protagonista. Ma poi c’è  anche il tormentone di questo “chissà, chissà, chissà” che è infondo il canto di una speranza disperata e allo stesso tempo fiduciosa, ottimistica, della nostra Anna, che spera, con il colloquio che deve fare all’agenzia che sta raggiungendo con l’ascensore, di poter risolvere una situazione personale, economica, molto problematica, come può essere quella della ricerca di un lavoro da parte di una donna non più giovanissima che si trova a fare i conti con un’esistenza mai facile. Chissà come le andranno le cose, chissà se l’aiuteranno a ricollocarsi, chissà se risolverà i suoi complessi nei confronti della figlia, e, soprattutto,  chissà se la tireranno fuori da quell’ascensore dove, molto metaforicamente, è rimasta intrappolata.

Lo spettacolo prevede un grande lavoro tecnico di allestimento: ci sono voci fuori scena, particolarissime sonorizzazioni che hanno un peso diegetico; spesso sono dei veri e propri inneschi narrativi: è come se chi sta dietro i mixer abbia una responsabilità “performativa” al pari degli attori. È una caratteristica di LST? Nel processo creativo degli spettacoli, consideri da subito gli elementi tecnici e i props di scena? 

Manfredi Rutelli: Vedi, per me suoni e luci sono fondamentali in uno spettacolo. Probabilmente la mia passione per il cinema, che non ho mai neanche provato a fare, ma di cui mi sono nutrito sin da bambino quando chiudevo tutto e facevo buio nella mia cameretta e proiettavo sulla parete i cartoni animati di Paperino e Topolino, me la porto ancora dietro. Così come porto con me la mia passione per la musica, i suoni, la sonorizzazione. Paradossalmente per uno che scrive, delle parole ne potrei fare anche a meno,  ma non potrei rinunciare alla visione scaturita dai suoni, rumori, azioni su musica, luci suggestive. Per questo ricerco sempre non una colonna sonora, non un sottofondo musicale, ma un partitura musicale, un corpo sonoro concreto; non un accompagnamento per le azioni, ma proprio un’altra azione. Credo che il suono possa avere la stessa energia di un’azione, lo stesso impatto emotivo sullo spettatore. E così per le luci. Ho la fortuna di lavorare, in LST Teatro, con musicisti come Paolo Scatena e Massimiliano Pace, con tecnici appassionati e preparati, con loro ci piace esplorare, e i nostri prossimi progetti, quelli che abbiamo in mente di realizzare nel 2020, saranno un’ottima occasione di studio e ricerca.

Lo schema drammaturgico dello spettacolo sembra familiare ai classici del teatro contemporaneo come Il calapranzi di Harold Pinter o Giorni felici di Beckett. Quando scrivi hai dei riferimenti? Dei “Maestri”?

Manfredi Rutelli: Accidenti, se avessi saputo di poter essere minimamente accostato ai due mostri sacri che hai citato, camminerei a 30 cm da terra! No, il mio è un artigianato molto più semplice: racconto storie. Nient’altro. Questo è il mio unico riferimento. Raccontare una storia. Questa storia mi è balenata in testa in un periodo della mia vita in cui effettivamente avevo delle difficoltà professionali ed economiche e anche relazionali, visto che non è mai facile ammettere, alle persone care che hai vicine, l’ipotesi, il rischio, di un fallimento. È un modo catartico di superare certe situazioni in cui ognuno di noi potrebbe venirsi a trovare. E non chiedermi il perché abbia trasferito tutto questo a un personaggio femminile, anziché in uno maschile,  visto il mio “genere”, perché si potrebbero aprire meandri da psicanalisi che potrebbero lasciar intendere cose che non sono. Chissà, chissà, chissà… Scherzi a parte, mi piace scrivere di personaggi femminili, non so perché, ma mi viene facile. Forse perché ho vissuto e tutt’ora vivo con moglie e due figlie, circondato da donne; sin da bambino sono state tante le presenze femminili nella mia vita. Mi  piace esplorare quella dimensione, che mi affascina, da cui sono infinitamente attratto e di cui sono perennemente incuriosito. E quando ho pensato alla storia da raccontare, ho pensato subito a una donna come protagonista: Anna. Era lì, con l’urgenza di raccontare la sua vita, i suoi rapporti, i suoi problemi con la madre, con la figlia, e con gli uomini, che in questa vicenda non fanno mai una bella figura!

Quanto è rilevante il fatto che la protagonista sia una donna? Quanto di questo personaggio è visceralmente – o sei vuoi stereotipicamente – femminile? 

Cristina Aubry: Con Manfredi ci conosciamo da anni e mi ha già diretta in uno spettacolo di Palladino, L’ultimo angelo. Questo testo è nato proprio per il teatro Caos. È stato importante, per me, venire a Chianciano e già dal primo giorno avere il teatro a disposizione. Si è creata una bella intimità, è stato come un ritiro nel quale la concentrazione era totale. Il personaggio di Anna è quello di una donna sui cinquant’anni che vive una condizione di solitudine e fallimento su tutti i fronti. Perdere il lavoro in un’età in cui non si è più giovani e non ancora vecchi è molto difficile per entrambi i sessi. Forse per una donna, socialmente, è ancora più discriminatorio. È femminile, secondo me, il fatto che abbia il coraggio di mettersi a nudo e a poco a poco crollino tutte le maschere; credo che questo coraggio sia strettamente femminile e in qualche modo dietro tanta fragilità si nasconde una grande forza.

La figura femminile sembra circondata da un’aura simbolica molto forte: tutto sembra significare qualcosa di più grande. Forse che siamo tutti chiusi dentro un ascensore e sta a noi decidere se sia una trappola o una barricata? 

Cristina Aubry: Anna nella sua vita non ha più nulla a cui appoggiarsi: una madre ancora molto ingombrante, una figlia che parte per l’Australia verso la quale nutre un forte complesso di inferiorità, un matrimonio finito e il licenziamento da lavoro. La tentazione di rimanere al sicuro, nel guscio, è forte… ma il suo coraggio è l’arma che le farà fare un ulteriore passo verso la liberazione. Credo che solo la sincerità con se stessi possa aiutarci a ripartire. Anche da zero.

Lo spettacolo Quizas, Quizas, Quizas, fuori servizio, con Cristina Aubry, scritto e diretto da Manfredi Rutelli, con le voci fuori scena di Pierpaolo Palladino, Alessandro Waldergan e Gianni Poliziani, con gli arrangiamenti musicali di Massimiliano Pace, la sonorizzazione di Paolo Scatena, le Luci di Simone Beco e l’allestimento scenico di Lucia Baricci, dopo la prima di Chianciano Terme, sarà a Roma la prossima settimana, al Teatro Tordinona, dal 6 all’8 dicembre, e da qui prenderà il via la sua tourneé per la stagione 2019/20.

Nessun commento su Quizas, Quizas, Quizas in scena al Teatro Caos di Chianciano: intervista a Manfredi Rutelli e Cristina Aubry

L’impermeabilizzazione del suolo e il rischio idrogeologico in Valdichiana

Quando pensiamo al suolo, come lo vediamo? Come una risorsa, qualcosa di ovvio forse, che è sempre stato lì e sempre ci sarà; il suolo è ciò di cui è…

Quando pensiamo al suolo, come lo vediamo? Come una risorsa, qualcosa di ovvio forse, che è sempre stato lì e sempre ci sarà; il suolo è ciò di cui è fatto il mondo. Il suolo, l’epidermide del pianeta Terra (la nostra casa, l’unica minuscola pallina fluttuante nell’universo in cui ci siano le condizioni adatte allo sviluppo della vita come la conosciamo), quello strato di materia antica e fertile che ci permette di coltivare, di costruire, di vivere. Come molte delle cose che abbiamo, lo diamo spesso per scontato: infatti, il suolo non è una risorsa rinnovabile.

L’importanza del suolo

Il suolo svolge una gamma molto ampia di funzioni vitali per l’ecosistema: è alla base della produzione alimentare e di materiali da costruzione rinnovabili; crea habitat che favoriscono la biodiversità del sottosuolo e di superficie; regola il flusso delle acque verso le falde e filtra le sostanze contaminanti; riduce la frequenza e il rischio di alluvioni e siccità; aiuta a regolare il microclima in ambienti ad alta densità urbana, assorbendo il calore e nutrendo la vegetazione.

L’impermeabilizzazione del suolo intralcia ciascuna di queste funzioni e riduce in maniera considerevole i loro effetti benefici. Questo dovrebbe farci preoccupare molto, dato che il suolo non è una risorsa facilmente rinnovabile: i suoi tempi di rigenerazione sono lunghi e quelli di formazione addirittura secolari.

Cos’è l’impermeabilizzazione del suolo?

Il terreno e il suolo sono risorse fondamentali per la vita. Tuttavia, nel corso degli ultimi decenni l’occupazione di terreno per l’urbanizzazione e la costruzione di infrastrutture è aumentata a un ritmo più di due volte superiore al tasso di crescita demografica.

Quando la terra viene coperta da un materiale impermeabile, come per esempio il cemento o l’asfalto, si verifica un fenomeno chiamato impermeabilizzazione del suolo: una delle prime cause di degrado del terreno nell’Unione Europea (e quindi anche dell’Italia), che accresce il rischio di inondazioni e di scarsità idrica, contribuisce al riscaldamento globale, minaccia la biodiversità e riduce la disponibilità di terreni agricoli fertili.

L’occupazione del terreno in Europa è in aumento costante, specialmente nelle aree urbane, a causa soprattutto di un fenomeno detto città diffusa o sprawl urbano. Questa continua espansione urbana ha un impatto immenso sulla vita e sull’ambiente, anche se spesso non siamo educati a vederlo.

Gli impatti dell’impermeabilizzazione del suolo sull’ambiente e sull’uomo

Pressione sulle risorse idriche
L’impermeabilizzazione riduce l’assorbimento di pioggia da parte del suolo. L’acqua, non defluendo correttamente, si infiltra in maniera disordinata e aumenta il rischio di inondazioni (anche per collasso del sistema fognario). I terreni impermeabilizzati sono più soggetti alla siccità e necessitano di irrigazione più frequente: agricoltura e comunità dipendono sempre più dai bacini artificiali.

Perdita di biodiversità
Un quarto delle specie esistenti vive nel terreno e molte di esse si occupano di svolgere funzioni fondamentali (decomposizione, il riciclo dei nutrienti, ciclo del carbonio), rendono il suolo più permeabile da acqua e gas e sono spesso fondamentali per la sopravvivenza di altre specie.
L’impermeabilizzazione lineare (strade, autostrade) è legata alla frammentazione ambientale, fenomeno legato alla diminuzione delle specie selvatiche, al cambiamento climatico locale e all’aumento dell’inquinamento chimico e acustico.

Perdita di terreni fertili
I centri urbani tendono a svilupparsi in aree molto fertili, quindi l’impermeabilizzazione del suolo nelle aree urbane porta inevitabilmente a una diminuzione di terreni produttivi liberi. Questo rappresenta un pericolo per la sicurezza della disponibilità di cibo in Europa: un’analisi condotta dal Centro Comune di Ricerca (CCR) della Commissione Europea ha dimostrato che, tra il 1990 e il 2006, 19 Stati membri hanno perso un potenziale produttivo agricolo totale pari a 6,1 milioni di tonnellate di frumento (circa un sesto del raccolto annuale in Francia). Anche a causa dell’erosione del suolo, l’Italia è il paese che ha sperimentato la perdita maggiore.

Aumento del fenomeno delle isole di calore
La perdita di vegetazione nelle aree urbane, il maggiore assorbimento di energia da parte di superfici scure come l’asfalto e l’emissione di calore degli impianti di climatizzazione e del traffico danno vita al fenomeno cosiddetto ‘isola di calore urbano‘. Queste ondate di calore rappresentano un grande pericolo per le fasce di popolazioni più deboli.

Riduzione della vegetazione
I grandi alberi sono essenziali per l’assorbimento di particelle inquinanti e per mitigare la velocità e la turbolenza del vento. Aumentano l’umidità a livello del terreno, raffreddano, aiutano a regolare le risorse idriche. Una forte impermeabilizzazione del suolo genera ambienti più caldi, ventosi, inquinati, franosi e siccitosi.

Danni all’economia locale
Il degrado del territorio danneggia l’economia locale impattando negativamente sull’agricoltura e sul turismo, riducendo il valore dei terreni e la qualità della vita delle comunità locali.

Nonostante la portata immensa del problema, difficilmente ne sentiamo parlare, anche quando i suoi effetti si fanno sentire nella nostra quotidianità, con il risultato che nella percezione comune i rischi dovuti allo sfruttamento del suolo siano quasi nulli.

Iniziative e politiche locali atte ad arginare il problema sono disincentivate da alcuni importanti fattori:

  • la dipendenza delle autorità locali dal gettito di imposte e tasse di urbanizzazione;
  • l’inadeguatezza del trasporto pubblico o la mancanza di alternative ai veicoli privati;
  • l’aumento del valore del terreno entro i confini urbani e svalutazione delle periferie (che si ricollega allo sprawl urbano);
  • percezione comune che il problema non sussista, data l’abbondanza di spazi verdi nelle zone rurali.

L’impermeabilizzazione del suolo in Valdichiana

La Valdichiana, una pianura alluvionale, potrebbe essere definita un paesaggio d’acqua; per sua natura è un territorio delicato dal punto di vista idrogeologico, specialmente nella zona della piana. Eppure, lo sviluppo dei suoi centri abitati e delle infrastrutture che la attraversano non è stato progettato in modo da tenere conto di questa fragilità.
Quando si parla di impermeabilizzazione del suolo, i fattori da tenere in considerazione per comprenderne le conseguenze sono molti. In Valdichiana ci sono diversi aspetti che rendono il problema critico:

INFRASTRUTTURE VIARIE

Nel corso degli anni, l’urbanizzazione e l’artificializzazione hanno contribuito alla modifica del paesaggio, attraverso la rimozione delle colture miste in favore delle monocolture e l’aumento della pressione sui corsi d’acqua e sulle zone umide.

L’autostrada, la ferrovia e le statali che connettono i paesi ai piedi delle colline (come la direttiva Cortona-Castiglion Fiorentino-Arezzo) creano un effetto barriera longitudinale che attraversa tutto l’ecosistema chianino, che risulta tagliato e frammentato anche da tutte le opere connesse a queste importanti infrastrutture (zone industriali, nuovi centri urbani, centri commerciali). Tutto questo si ripercuote non solo a livello superficiale, ma anche sulla qualità degli ecosistemi acquatici che risentono dell’inquinamento civile e industriale.

AGRICOLTURA INTENSIVA

Il suolo della Valdichiana è fertile e per questo la sua vocazione è sempre stata quella agricola. Tuttavia, l’attività agricola si sta facendo sempre più intensa e specializzata (monocolture di cereali, frutteti, vasti vigneti specializzati, colture industriali come il tabacco e la barbabietola da zucchero), causando effetti collaterali come l’aumento del rischio di erosione del suolo, la pressione sulle risorse idriche, la riduzione della biodiversità e la rimozione della vegetazione nativa.

ESPANSIONE DEGLI INSEDIAMENTI URBANI

In Valdichiana i centri urbani si sono sviluppati attorno ai borghi storici collinari, andando a occupare anche le zone di pianura in maniera spesso dispersiva, causando una frammentazione ambientale. A queste dinamiche si vanno spesso ad aggiungere fenomeni di degrado degli edifici storici (leopoldine e ville granducali) conseguenti al loro abbandono. Oggi, però, si presta molta attenzione al patrimonio rappresentato dalle leopoldine e sono molti i progetti che ambiscono al loro recupero nel rispetto dei caratteri storico-architettonici che le contraddistinguono.

LE ACQUE SUPERFICIALI

I laghi di Montepulciano e Chiusi sono poco profondi e si trovano alla fine di un sistema di drenaggio artificiale che passa attraverso un’area di agricoltura intensiva e densamente abitata. Questo, quindi, rende il sistema idrico della Valdichiana molto delicato, essendo particolarmente esposto al rischio di inquinamento, impoverimento e interrimento. L’acqua che defluisce dalle colline circostanti alla valle e il drenaggio limitato rendono molte aree soggette a un elevato rischio idraulico, aggravato dalla densità di infrastrutture e di aree asfaltate o cementificate.

LE COLLINE

Tutte le debolezze del sistema idraulico a valle aumentano di conseguenza il rischio di erosione del suolo e frane anche in collina, accentuato dall’intensità dell’agricoltura e dall’abbandono. Essendo terreni molto fertili si è sviluppato uno squilibrio a favore delle attività produttive rispetto a quelle di difesa del territorio e dell’integrità dell’ecosistema, mentalità che nel lungo termine potrebbe comportare danni strutturali ingenti. Il dissesto idrogeologico in collina si traduce spesso in eventi franosi: in Valdichiana i rischi maggiori si trovano sulle colline che circondano Arezzo, sul preappennino e sulle colline intorno a Montepulciano.

Come si può arginare il problema?

I dati rendono evidente l’importanza di implementare al più presto politiche sostenibili che riducano gli effetti di degrado e di dissesto territoriale. L’impermeabilizzazione del suolo e il conseguente dissesto idrogeologico possono essere arginati solo tramite una gestione amministrativa consapevole e mirata, integrata con la progettazione del verde urbano, il cui effetto benefico sulle dinamiche del suolo e della rete idrografica è già stato dimostrato.

Le amministrazioni possono intervenire dando priorità al mantenimento della stabilità del reticolo idrografico, delle zone umide e dei sistemi di bonifica. Una buona pratica già in essere è, per esempio, il Contratto di Fiume, un patto volontario tra più soggetti con l’obiettivo comune della riqualificazione del territorio fluviale dell’area in cui operano.

Altre buone pratiche, suggerite anche dall’Unione Europea, sono:

– controllare e limitare lo sprawl urbano progettando con attenzione i nuovi insediamenti e le nuove infrastrutture, specialmente nelle aree pianeggianti di Civitella e Arezzo;

– limitare il più possibile la posa di nuove superfici impermeabili (asfalto, cemento);

– creare nuove aree verdi e boschi di connessione alle aree forestali rimaste;

– salvaguardare le aree verdi, le foreste e i pascoli esistenti, ma anche le aree agricole rimanenti come nel territorio di Sinalunga e Torrita lungo la Foenna;

– optare per colture sostenibili e diversificate, realizzare siepi, boschi e zone tampone nei pressi di fiumi e canali;

– riqualificare e riutilizzare aree già edificate o degradate;

– limitare o trovare soluzioni per ovviare all’effetto barriera costituito dalle infrastrutture viarie;

– proteggere le aree umide dalla contaminazione dei sistemi di drenaggio di superficie.

L’intenzione dell’Unione Europea è quello di far sì che tutte le sue politiche tengano conto delle loro conseguenze sull’uso del terreno, per giungere all’obiettivo di un incremento dell’occupazione netta di terreno pari a zero entro il 2050.

Conclusioni

Tutto ciò che abbiamo dipende dal suolo. La situazione sempre più drammatica che ci troviamo a vivere, non solo in Valdichiana, richiede un intervento urgente e serio. Per anni tematiche come quella del cambiamento climatico e dello sfruttamento selvaggio del terreno sono state trascurate, lasciate in secondo piano perché non percepite come prioritarie. Oggi la situazione è ben diversa: dalle scelte e dalle azioni che compiamo oggi dipenderà il futuro delle nostre città, del nostro territorio; esse determineranno la vita dei nostri figli, le loro opportunità, la loro sicurezza, la loro salute. E non è propaganda, non è un argomento che sia colloquialmente che politicamente si può liquidare come demagogia di sinistra o di destra: è dovere dell’intero spettro politico e di tutti i cittadini assumersi le proprie responsabilità e affrontare di petto il problema ambientale. Il benessere collettivo è il solo e ultimo scopo di una società.


Fonti:
http://ec.europa.eu/environment/soil/pdf/guidelines/pub/soil_it.pdf
http://www.regione.toscana.it/documents/10180/11377097/Ambito+15+Piana+Arezzo+Valdichiana.pdf/0dda665f-0b68-4cd5-8b20-8da273d97342
http://www.regione.toscana.it/documents/10180/11403978/Ambito15+Piana+Arezzo+Valdichiana.pdf/0bf4640f-19a4-4349-a9a7-6b625de6c40c
http://www.regione.toscana.it/enti-e-associazioni/pianificazione-e-paesaggio/pianificazione
http://www.globalissues.org/article/170/why-is-biodiversity-important-who-cares
https://geodata.appenninosettentrionale.it/mapstore/#/viewer/openlayers/988

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Sentieri del Monte Cetona – Itinerario 1 – dalla vecchia cava alla Strada della Montagna

Il monte Cetona, 1.148 metri, appartiene al territorio di 3 comuni, Sarteano, Cetona e San Casciano dei Bagni. Salire alla vetta del monte Cetona è un’esperienza interessante, essendo un cippo…

Il monte Cetona, 1.148 metri, appartiene al territorio di 3 comuni, Sarteano, Cetona e San Casciano dei Bagni.
Salire alla vetta del monte Cetona è un’esperienza interessante, essendo un cippo di confine naturale fra quattro province (Siena, Viterbo, Perugia e Terni) e tre regioni (Toscana, Lazio ed Umbria).
Offre splendide vedute sulla Val d’Orcia, l’Amiata, la Valdichiana e, in giornate limpide di tramontana, si spazia fino ai monti dell’Appennino Centrale. Ricoperto da boschi e da macchia mediterranea fino alla vetta, ospita flora e fauna di montagna. Molte strade sterrate e sentieri attraversano borghi e casali, intersecandosi fra loro. A metà del Novecento in questi borghi vivevano quasi 1.000 abitanti. Oggi i residenti stabili sono meno di 50. Alcuni percorsi sono inagibili, abbandonati da tempo, altri sono invece facilmente transitabili a piedi, a cavallo, in mountain bike e, in parte, anche in auto.

I 12 itinerari proposti in questa rubrica sono tutti agevoli, percorribili senza pericoli, a passo lento adatto anche a famiglie con bambini. Partendo da Sarteano, tutti gli itinerari sono compresi fra la strada provinciale 478 per Radicofani (al km 13,1 – località San Giuliano), la strada sterrata che collega San Giuliano con San Casciano dei Bagni (località Le Murate) e la strada della Montagna che riconduce a Sarteano, attraverso i Cancelli, comprendendo la deviazione al borgo medioevale di Camporsevoli nel comune di Cetona.

Itinerario 1 – dalla vecchia cava alla Strada della Montagna

Partenza: strada provinciale 478 per Radicofani, al km 8,7
Arrivo: strada della Montagna km 2,9 per San Casciano dei Bagni
Lunghezza: 3 km
Grado di difficoltà: •••
Tempo di percorrenza a piedi: 1h 30’

Starting point: provincial road 478 leading to Radicofani, km 8,7
Arrival: Strada della Montagna leading to San Casciano dei Bagni, km 2,9
Length of route: 3 km
Degree of difficulty: •••
Time on foot: 1h 30’

Partendo dalla strada provinciale 478 per Radicofani, al km 8,7 (foto 1.1) si prende la sterrata sulla sinistra. Dopo 50 metri si trova un bivio. Salendo a sinistra per circa 200 metri si raggiunge il culmine della cava, che viene costeggiato per altri 100 metri. A destra una strada sale al podere le Palaie (foto 1.2). Proseguendo in discesa lungo il culmine della cava si giunge a uno spiazzo. Sulla sinistra, un sentiero scende al podere Campitelli (foto 1.3). Proseguendo diritto si supera una sbarra attraversando nel bosco parte del versante sud del monte Cetona fino a raggiungere il podere La Contessina e la strada della Montagna, che da Sarteano conduce a San Casciano dei Bagni, al km 2,9 subito dopo e di fronte alla strada per Cetona (foto 1.4).

Starting from provincial road number 478 (photo 1.1) linking Sarteano and Radicofani, at km8,7 turn left onto the dirt road. After 50 meters you will reach a junction. Take the road going up on your left for about 200 meters to the top of the quarry and continue alongside it for another 100 meters. Here a road on your right leads up to an old farm house – podere Palaie (photo 1.2). Continuing downhill along the edge of the quarry you reach a clearing. On the left, a road leads down to Podere Campitelli (photo 1.3). Continuing ahead, past a bar across the road, the walk will take you through the woods covering part of the southern slopes of the mountain. The, you will reach podere La Contessina at km 2,9 of Strada della Montagna – the main road linking Sarteano to San Casciano dei Bagni – (photo 1.4), just after and on the opposite side of the road of the turning leading to Cetona.

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Sarteano Living, ProLoco Sarteano, Comune di Sarteano e Terre di Siena.
Puoi scaricare la guida digitale Strade e Sentieri del Monte Cetona (pdf) dal nostro negozio online o da Sarteano Living.
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Dalla Valdichiana al Lucca Comics & Games, fra arte e territorio

Autunno Quando si avvicina ottobre e le foglie sugli alberi ingialliscono, per moltissime persone inizia a farsi sentire lo spirito del Lucca Comics & Games. Per tutti gli appassionati di…

Autunno

Quando si avvicina ottobre e le foglie sugli alberi ingialliscono, per moltissime persone inizia a farsi sentire lo spirito del Lucca Comics & Games. Per tutti gli appassionati di fumetti, giochi e videogiochi, il ponte del 1 novembre è ormai da decenni sinonimo dell’immancabile appuntamento con la fiera lucchese, seconda del settore per importanza mondiale.

Non è un caso che in Toscana si stiano moltiplicando le fiere del fumetto, proprio sull’esempio del Lucca Comics: intere generazioni, dagli anni ’70 in poi, sono cresciute con fumetti, giochi da tavolo e videogiochi, che oggi fanno parte della loro cultura e ne definiscono in parte l’identità. Senza dubbio lo spazio maggiore è riservato alle imponenti e numerosissime produzioni giapponesi e statunitensi, ma è facile notare che il fumetto europeo sta vivendo un momento di rinascita, anche grazie alla mediazione del web. Le nuove produzioni occupano sempre più spazio negli stand della fiera, accanto a pezzi di storia come Tex o Dylan Dog.

È un mondo che diventa sempre più complesso e multisfaccettato: alla satira si affiancano le graphic novel a tema politico e sociale; poi ci sono le strip umoristiche, le strip intimiste, il fantasy, l’horror, le opere ispirate a racconti della letteratura mondiale e molto altro. Ce n’è per tutti i gusti, basta sapere dove cercare.

Il pellegrinaggio verso nordovest

Sono infinite le persone che ogni anno si mettono in viaggio da ogni angolo d’Italia per partecipare al Lucca Comics, e la Valdichiana non fa eccezione. Anche nelle nostre province il Comics viene sempre più percepito come un evento epocale: per andare al Comics si prendono le ferie, si prenota un albergo, si mette in pausa tutto. E se è vero che coloro che vanno al festival come visitatori sono moltissimi, è importante sottolineare la presenza di chianini dall’altra parte dello stand, da quella degli autori. Gli artisti della Valdichiana che espongono i loro lavori al Lucca Comics non sono molti, ma di qualità: l’aretino Lorenzo Palloni, sceneggiatore, disegnatore e docente alla Scuola Internazionale di Comics; il torritese Edoardo Natalini, originario di Poggibonsi, autore in particolare di due volumi su San Domenico e Leonardo da Vinci; il celeberrimo fumettista e illustratore, poliziano d’adozione, Max Frezzato e lo scrittore poliziano Alessio Banini tra i presenti.

Il Fumetto

Il fulcro del Lucca Comics è il fumetto, un media che, per sua natura, si presta a qualsiasi genere e a qualsiasi scopo. Forse l’arte più complessa (anche se paradossalmente la più intuitiva e indulgente), unisce scrittura, sceneggiatura, disegno, grafica e regia, la perfetta via di mezzo fra libro e cinema. Questa combinazione permette al fumetto di massimizzare l’espressività dell’artista, permettendogli di comunicare con il lettore attraverso le parole, il tratto, i colori, le espressioni dei personaggi, le onomatopee e addirittura attraverso la forma delle vignette e dei balloon. Non è difficile capire perché sempre più persone ne siano appassionate e si sentano emotivamente legate alle storie e ai personaggi che li popolano.

I Videogiochi

Più recente è la consacrazione dei videogiochi come vere e proprie opere d’arte narrativa (pensiamo ad Assassin’s Creed o The Witcher) che, infatti, nel tempo si sono ritagliati uno spazio sempre più grande nel comics, tanto da spingere l’organizzazione ad aggiungere la parola games al nome del festival. Proprio ai giochi è dedicato il padiglione più grande. Quando dico games non mi riferisco solo ai videogiochi, ma anche ai giochi da tavolo, giochi di ruolo, giochi di narrativa, LARP (giochi di ruolo dal vivo) e tutto ciò che c’è nel mezzo. Anche in questo caso è dato ampio spazio agli sviluppatori emergenti e alle case di produzione italiane.

Il Libro

Il Lucca Comics è un festival dedicato all’immaginazione in ogni sua forma: è quindi fisiologica la presenza dei libri, specialmente di fantascienza e fantasy. Case editrici grandi e minuscole propongono ai visitatori letture antiche e nuovissime, che traggono nutrimento da miti universali, dalla storia e dal folclore locale. Da sfatare la falsa credenza che videogiochi e fumetti allontanino le persone dai libri.

Aperta a tutti

A differenza delle altre fiere internazionali (l’unica che ha un impianto simile è quella di Angoulême), il Lucca Comics è caratterizzato dall’elemento unico che è la città di Lucca, che con le sue larghe mura, i suoi prati e i suoi baluardi si presta in magnificamente a fare da cornice alle creazioni e all’immaginazione dei visitatori. Proprio le mura sono il luogo più scenografico (e logisticamente adeguato) per ammirare e fotografare i numerosissimi cosplayer.

Uno degli aspetti più curiosi della nuova disposizione del festival è il numero sempre maggiore di padiglioni e mostre ad accesso gratuito, una scelta forse ottima per aprire il festival alla popolazione locale e ai visitatori casuali e per renderlo parte organica della città, anche se solo per cinque giorni.

Il pubblico del comics è un pubblico creativo che ha imparato ad amare la città di Lucca, raccontandola, scoprendola e vivendola. La città è il valore aggiunto, il motivo per cui il festival, per quanto grande possa diventare, non potrà mai spostarsi altrove. Lucca è il Lucca Comics.

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Valdichiana Teatro – Stagione 2019/2020

Stagioni teatrali, spettacoli, corsi di recitazione: in Valdichiana la cultura teatrale è sempre più diffusa e vivace! Il nostro magazine segue da tempo le attività legate al teatro nel territorio,…

Stagioni teatrali, spettacoli, corsi di recitazione: in Valdichiana la cultura teatrale è sempre più diffusa e vivace! Il nostro magazine segue da tempo le attività legate al teatro nel territorio, tra i cartelloni invernali e i festival estivi: Valdichiana Teatro è il tentativo di mettere in relazione tutte le persone che in questo territorio apprezzano e vivono il mondo teatrale. Non soltanto informazioni e calendari degli spettacoli, ma anche un gruppo di discussione, interviste e approfondimenti, un magazine digitale completamente gratuito e tante altre iniziative che andranno ad arricchire tutti gli appassionati locali e non solo.


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Le Stagioni Teatrali in Valdichiana 2019/2020









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Le Fattorie Granducali in Valdichiana

Le fattorie granducali hanno contribuito nei secoli a creare l’immagine più conosciuta e amata della Valdichiana. Provate a sedervi, chiudete gli occhi e pensate a questa meravigliosa terra. Posso supporre…

Le fattorie granducali hanno contribuito nei secoli a creare l’immagine più conosciuta e amata della Valdichiana. Provate a sedervi, chiudete gli occhi e pensate a questa meravigliosa terra. Posso supporre che avrete visualizzato dolci colline, attraversate da bianche strade sterrate delimitate da alti cipressi, che salgono fino a vecchissime ville in mattoni in cui chiunque, almeno una volta nella vita, ha pensato “come sarebbe bello vivere lì”.

La valle attraversata dal Clanis, l’antico fiume dell’Etruria meridionale, abbonda di antiche fattorie costruite nella prima metà del XVIII secolo, come passo conclusivo del processo di bonifica e appoderamento della Valdichiana iniziato nei primi anni del ‘500 dalla dinastia Medici. Dopo decenni dedicati al risanamento della palude, che copriva 8.800 ettari di terreno e si estendeva da Arezzo a Chiusi, i fiorentini, che si erano impossessati dei territori di Arezzo nel XIV secolo e di Siena dopo la Battaglia di scannagallo nel 1554, ordinarono la costruzione di tredici fattorie. Disposte in modo da coprire l’intera vallata, queste imponenti abitazioni erano riservate ai proprietari terrieri o ai loro contadini e servivano a organizzare i lavori agricoli di tutti i terreni coltivati a cui facevano riferimento: i terreni erano suddivisi in poderi, generalmente condotti con il sistema della mezzadria. Le fattorie granducali in Valdichiana erano le seguenti: Foiano, Bettolle, Abbadia, Acquaviva, Dolciano, Chianacce, Creti o S. Caterina, Montecchio Vesponi (che comprendeva anche Capannacce), Brolio, Pozzo, Frassineto e Font’a Ronco.

È possibile leggere la Valdichiana granducale come l’esito di un grande piano che ha proceduto dal generale al particolare: piano territoriale, con la scelta tra le strategie e le opzioni di fondo; bonifica per colmata o per essiccamento; modalità insediative e appoderamento; ruolo delle colmate; ruolo dei canali allaccianti nell’assicurare lo scolo delle acque alte provenienti dalle colline; previsione delle vie e dei ponti principali, del numero e della dimensione delle varie fattorie; il loro piano urbanistico; la suddivisione in poderi ecc. Un percorso che ha permesso a queste meravigliose fattorie del ‘700 di giungere fino a noi, con la loro ricchezza storica che, come scrive il Prof. Gian Carlo Di Pietro nell’Atlante della Val di Chiana, fa di questa terra un monumento dell’identità toscana.

Nel corso degli anni le fattorie sono più volte cadute in disgrazia, ma sono comunque giunte fino a noi nel loro splendore, ricche di fascino e di tradizione. Nel 1799, a seguito dell’avvento di Napoleone in Italia, tutti i beni, comprese queste ville, vennero incamerati dal Governo francese; durante la Restaurazione passarono ai Lorena e da questi, infine, al nuovo Regno d’Italia, che le vendette a privati.

[Le immagini delle fattorie sono tratte da G. F. Di Pietro (a cura di), Atlante della Val di Chiana, Debatte Editore, Livorno, 2009]

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Racconti di Veglia: il pozzo di San Giliberto

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Fammi bere, buona donna!” Queste sono le parole che si sentì dire una contadina nei pressi di un pozzo…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Fammi bere, buona donna!”

Queste sono le parole che si sentì dire una contadina nei pressi di un pozzo nella campagna cortonese, secondo le storie popolari, da parte di un misterioso viaggiatore assetato. La donna diede da bere all’uomo, che stava recandosi in pellegrinaggio a Roma, e da quel momento l’acqua del pozzo si tramutò in vino per tre giorni, consentendo agli abitanti delle campagne di festeggiare e di ringraziare il pellegrino per il prodigio.

Il viaggiatore si chiamava Giliberto, da cui il nome di “Pozzo di San Giliberto” che ancora oggi è possibile osservare sul ciglio della Strada Provinciale 31 nei pressi di Monsignolo di Cortona. Ma qual è l’origine di questa leggenda e che significati si celano dietro il suo mistero?

Testimonianze e diffusione

La diffusione di questa storia popolare è legata a un luogo che è possibile visitare ancora oggi: un piccolo pozzo di pietra di forma circolare, risalente al VI secolo, che ha subito numerosi rifacimenti nel corso del tempo. Si trova sul ciglio del manto stradale, lungo la SP31 di Cortona che da Monsigliolo porta verso Montecchio, in una campagna che rappresenta perfettamente la Valdichiana. Il cartello lo identifica come “Pozzo di San Giliberto” e una targa datata settembre 1968 così recita:

Secondo lunga tradizione popolare
A questo pozzo si dissetò l’anno 515
San Giliberto pellegrino
Cambiando in vino l’acqua
Per gli ospitali coloni
Dediti alla rinascita delle vigne
Nella fertile terra cortonese
Dalla loro fatica bonificata

Non sono molte le notizie su questa leggenda, particolarmente diffusa nelle campagne di Cortona e legata alla religiosità popolare e ai riti di fertilità dei terreni. Le fonti non sono concordi neppure sul nome del pellegrino, che poteva chiamarsi Giliberto, Gilberto o Filiberto. La targa in marmo sul Pozzo di San Giliberto venne fatta apporre da don Sante Felici, che fu parroco dell’abbazia di Farneta e studiò la storia locale, fino a pubblicare nel 1967 il volume “L’Abbazia di Farneta in Val di Chiana”. Secondo la sua versione della leggenda, la tramutazione dell’acqua in vino fu opera del pellegrino Gilberto, rappresentato con la croce rossa sul saio, che si fermò a Montecchio per rifocillarsi durante il suo viaggio verso la Terra Santa. Il prodigio avvenne di fronte ad alcune donne, che diffusero la buona notizia per tutte le campagne.

La versione raccolta da Riccardo Gatteschi nel 2002 nel volume “Diavoli, Santi e Bonagente” presenta invece alcune differenze rispetto alla precedente. In questo caso la donna è una sola e il pellegrino si chiama Filiberto, rappresentato con una lunga barba e un saio. Dopo aver bevuto dal pozzo per mezzo di un orciolo, il pellegrino ne rovescia il contenuto e lo mette in testa alla donna, che torna a casa senza accorgersi di nulla e riuscendo a vedere il percorso nonostante l’ingombro. Una volta che i familiari le sfilano di testa il recipiente, si rendono conto che è pieno di vino rosso. La donna e i familiari tornano al pozzo e scoprono che è pieno di vino, sicuramente un prodigio operato dal pellegrino assetato. La notizia si diffonde per le campagne e la gente accorre a festeggiare per tre giorni, al termine dei quali il vino torna di nuovo nella forma originaria e il pozzo perde la sua magia.

Secondo una ulteriore versione, il pellegrino aveva viaggiato molto prima di raggiungere la Valdichiana, aveva addirittura varcato le Alpi per mettersi in viaggio verso la tomba di San Pietro. Fermatosi nei pressi di Montecchio per ottenere ristoro, venne sfamato e dissetato dai contadini, nonostante la loro condizione di povertà. I terreni cominciavano a impaludarsi e l’acqua pulita scarseggiava, ma la gente del posto donò il poco che aveva al pellegrino; in cambio, quest’ultimo trasformò l’acqua del pozzo in vino e lasciò che tutti ne attingessero. Si fermò quindi per la notte in un ovile, e lì morì serenamente. I contadini lo scoprirono la mattina successiva, seduto in ginocchio e con le mani giunte, con le pecore e gli agnelli tutt’intorno che stavano anch’essi inginocchiati in preghiera. Per tali prodigi, la gente di Montecchio lo pianse e lo riverì, fino portarlo nella chiesa più vicina e seppellirlo sotto l’altare.

Caratteristiche ed analisi

La leggenda del Pozzo di San Giliberto è ristretta al territorio circostante e, nelle sue differenti versioni, si concentra sul prodigio della tramutazione dell’acqua in vino. Questa caratteristica ci porta immediatamente al primo miracolo dei Vangeli cristiani, operato da Gesù Cristo durante le Nozze di Cana: descritto nel Vangelo secondo Giovanni, l’episodio è uno dei più celebri:

«Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. Gesù le disse: “Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta”. Sua madre disse ai servitori: “Fate tutto quel che vi dirà”. C’erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure. Gesù disse loro: “Riempite di acqua i recipienti”. Ed essi li riempirono fino all’orlo. Poi disse loro: “Adesso attingete e portatene al maestro di tavola”. Ed essi gliene portarono. Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l’acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: “Ognuno serve prima vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora”»

Nelle agiografie e nelle storie popolari relative ai santi, non è raro trovarsi di fronte a dei prodigi che sono delle versioni minori rispetto ai miracoli descritti nei Vangeli. Questa può essere vista come una forma di continuità con tali storie, diventate parte dell’immaginario collettivo, anche nella vita delle campagne: il prodigio del Pozzo di San Giliberto può essere quindi letto come un riferimento alla figura più importante della sua stessa religione, parte della sua venerazione durante il pellegrinaggio verso Roma.

Un’altra caratteristica interessante è data dalla funzione che questa storia può assumere nei confronti degli abitanti delle campagne in cui era diffusa: a differenza di tante altre leggende popolari che hanno contraddistinto questa rubrica, questa volta non parliamo di minacce, creature ostili o situazioni pericolose che dovevano fungere da monito. Il fulcro della narrazione, stavolta, è un evento magico positivo che crea dei benefici agli abitanti delle campagne, in quanto il misterioso pellegrino ringrazia con un magnifico dono chi era stato così ospitale nei suoi confronti. In un contesto come quello della Valdichiana, i terreni in cui sorge il Pozzo di San Giliberto nel VI secolo dovevano essere ancora fertili, prima dell’impaludamento successivo. Siamo ancora lontani dalle grandi opere di ingegneria idraulica che hanno caratterizzato la Bonifica Leopoldina della Valdichiana in epoca moderna: nell’alto medioevo erano i contadini stessi, tendenzialmente, ad assicurare la salubrità e la fertilità delle campagne (non a caso la frazione adiacente si chiama “Montecchio della Pozzanghera” o “Montecchio del Loto”, nel senso di fango). La ricchezza data da un pozzo magico da cui si attinge vino, in questo senso, può simboleggiare la fertilità dei campi nel fondovalle e la loro importanza nell’economia agraria del territorio fin dalle epoche più antiche.

La parte più misteriosa di questa storia è senza dubbio il protagonista, di cui abbiamo diverse versioni. Santo, frate o semplice viaggiatore, l’unico elemento in comune di Giliberto (o Gilberto, o Filiberto) è un saio da pellegrino e il desiderio di ringraziare i contadini per l’ospitalità ricevuta durante il viaggio. Non è facile trovare riferimenti o fonti storiche relative al Santo Giliberto di questa leggenda; tuttavia, nella frazione cortonese di Montecchio sorge la Chiesa di San Cristoforo, in cui secondo la leggenda sono state accolte le sue spoglie. Questa potrebbe essere la sede ideale dei suoi resti, simbolo di una religiosità rurale che ha attraversato le alterne vicende di bonifica di queste terre.

Una curiosità: esiste una leggenda simile a Lucca, relativa al culto di Santa Zita. Davanti al palazzo Fatinelli, dove la giovane lavorava come serva, avvenne un miracolo: un pellegrino assetato e affamato giunse a chiedere la carità e Zita gli diede l’acqua che si trovava nel pozzo di fronte, che si tramutò in vino. In questo caso il prodigio è compiuto dalla giovane santa che accoglie il pellegrino, a differenza del racconto di San Giliberto.

Influenze nella cultura pop

Dal momento che quella del Pozzo di San Giliberto è una storia popolare legata a un luogo circoscritto, non presenta particolari influenze nella cultura successiva, ed è raramente tramandata. La tematica del pozzo magico, tuttavia, è ampiamente presente in molte opere, soprattutto se è capace di esaudire i desideri: si tratta di una tradizione del folclore europeo molto diffusa e legata all’origine divina dell’acqua, in quanto una delle risorse cruciali per la nostra sopravvivenza. Il tema è stato sfruttato anche nel fumetto italiano, ad esempio da Dylan Dog nel 1993 con “Il Diavolo nella Bottiglia“, in cui l’acqua di un pozzo maledetto permetteva di esprimere tre desideri, che venivano reinterpretati dal demone al suo interno. Nella canzone “Wishing Well” del gruppo metal brasiliano Angra, invece, il pozzo magico permette un contatto diretto con la divinità:

Il pozzo può portare buona fortuna a chi attinge alle sue acque: ne è un esempio il film d’animazione “Daffy Duck e l’isola fantastica” del 1983, in cui i Looney Toons sono alle prese con un pozzo parlante capace di esaudire i desideri. Anche nel film Disney “Biancaneve e i Sette Nani” del 1937, la protagonista canta di fronte a un pozzo dei desideri, ed è proprio in quell’occasione che il principe la nota e si innamora di lei:

Non solo prodigi positivi: i pozzi possono anche nascondere elementi terribili e malefici. Ne è un esempio il famoso horror movie giapponese “Ring” del 1998 (che ha dato origine a una serie di pellicole, anche nella versione americana “The Ring”) in cui lo spirito vendicativo Sadako/Samara esce proprio da un pozzo, prima di uscire dal televisore:

 


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Racconti di Veglia: il fantasma di Palazzo Ricci

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Questo non lo toccare!” Chissà come deve essersi sentito il Monsignor Montiani, quando toccando un libro contenente delle missive,…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Questo non lo toccare!”

Chissà come deve essersi sentito il Monsignor Montiani, quando toccando un libro contenente delle missive, si sentì arrivare un grosso ceffone, accompagnato da questo monito. Voltandosi, però, si rese conto che dietro le spalle non c’era nessuno. Ma che storia è questa?
Una storia di fantasmi, ovvio, una storia locale, riguardante un noto palazzo a Montepulciano, ormai modificato e suddiviso in varie funzioni, ma comunque carico di storia e memorie paesane.

Testimonianze e diffusione

Questa leggenda racconta la presenza di un fantasma a Palazzo Ricci, uno storico edificio di Montepulciano situato in Via Ricci, a poca distanza da Piazza Grande. Caratterizzato da un grande portale con una scalinata di pietra, dispone di un cortile interno con vista panoramica; opera dell’architetto Baldassarre Peruzzi, fu fatto erigere dal cardinale Giovanni Ricci nella metà del XVI secolo. Nel corso dei secoli ha avuto diverse funzioni e ha subito molte modifiche architettoniche, dovute ai passaggi di proprietà. Attualmente alcune parti del palazzo sono diventate sede dell’Accademia europea di Palazzo Ricci, emanazione del Conservatorio di musica e danza di Colonia, dove si svolgono corsi, concerti e masterclass. Altre parti sono invece destinate alla contrada di Talosa, che le utilizza principalmente durante la settimana degli eventi del Bravìo delle Botti. Infine, un’altra parte del palazzo fa parte della Cantina De’Ricci, una delle cantine più affascinanti del centro storico.

Le prime testimonianze del fantasma di Palazzo Ricci risalgono proprio ai tempi in cui l’edificio svolgeva principalmente la funzione di cantina e di fattoria per la produzione di Vino Nobile, almeno dagli anni ’60 e ’70: si parla di una misteriosa presenza che si aggira lungo le stanze e i corridoi del palazzo, responsabile di eventi inspiegabili e paranormali.

Esterno di Palazzo Ricci a Montepulciano

I racconti principali sono raccolti nel libro di Giorgio Harold Stuart “L’Italia dei Fantasmi”, dove un capitolo riguarda proprio Palazzo Ricci e la sua biblioteca ormai smantellata. Proprio in questa biblioteca era custodito un manoscritto, chiamato il “Libro dello schiaffo”: un nome curioso, anche perché non si trattava di un vero e proprio libro, ma di una raccolta di missive scritte dal Monsignor Ricci a una sua fantomatica nipote che si trovava a Roma. Secondo la leggenda popolare, nessuno era capace di leggere queste missive: ogni volta che qualcuno tentava di leggere il libro, si veniva presi a scossoni, oppure il libro scappava dalle mani, oppure ancora si subiva uno schiaffo da una figura spettrale. Sempre nel volume di Giorgio Stuart si racconta questo aneddoto: una donna terrorizzata che provò a leggere le missive e a prendere appunti, una sera come tante, si ritrovò a essere scossa sulla sua sedia, spintonata e la cartella contenente le memorie le si chiuse da sola tra le mani; quando provò a riaprirla, le scivolò via da esse come se le fosse stata sfilata da qualcuno invisibile. La luce si spense inspiegabilmente, la donna svenne qualche minuto per lo spavento, e quando si riprese lasciò tutto com’era e telefonò al sig. Stuart, noto esperto di paranormale. Al loro ritorno la mattina successiva in archivio, non trovarono più nulla a terra, ma tutto messo correttamente in ordine; l’unica altra persone presente nel palazzo quella sera era la cuoca e non poteva essere la responsabile, in quanto analfabeta, della corretta ubicazione del fascicolo denominato R23, Carteggi Privati di S.E.1539.

L’altra vicenda citata in apertura racconta del Monsignor Montiani, che aveva ricevuto l’incarico di riordinare alcuni preziosi ed antichi dell’archivio. Come altri prima di lui rimase affascinato da ciò che potevano contenere tali missive, si mise comodo sulla poltrona e iniziò a leggere, quando a un tratto, alzando gli occhi e spingendosi gli occhiali sulla fronte, vide chiudersi violentemente con suo grande stupore il libro, ricevendo uno clamoroso schiaffo su una guancia, mentre una misteriosa voce sussurrava “Questo non lo toccare!”

Queste non sono le uniche leggende popolari legate al libro con le missive; secondo un’altra testimonianza, avvenne una volta che un prete aprì il libro durante una visita a Palazzo Ricci. Dapprima spintonato, il libro chiusosi da solo tra le mani con una forza tale da far saltare il laccetto, il parroco continuò ad andare avanti non rispettando l’avvertimento, ricevendo quindi un sonoro ceffone. Il prete stava per restituire lo schiaffo al chierichetto, pensando fosse stato lui, ma si accorse che non avrebbe potuto essere il responsabile, trovandosi dalla parte opposta della sala. Le minacce non finirono, entrambi si sentirono spintonati fino alla porta dell’archivio, lasciando la sala terrorizzati.

Il “Libro dello Schiaffo” non è l’unica testimonianza del fantasma di Palazzo Ricci, in quanto esistono altri racconti di fenomeni paranormali che sono avvenuti tra queste mura. Come ci ha raccontato il fratello dell’ex-fattore, una volta una porta si chiuse a chiave da sola: pensando che potesse trattarsi solamente di un colpo di vento che l’aveva fatta sbattere, furono costretti a usare gli attrezzi per aprire una porta in una rimessa dove non era bastato nemmeno piegare il grimaldello per impedire una chiusura non voluta. Ci sono inoltre testimonianze di una cameriera storica, sentita camminare con il suo passo tipico da una stanza all’altra come se avesse continuato a svolgere le sue mansioni dopo la morte; si dice inoltre che si aggiri ancora per il cortile la Marchesina con il suo cane, facendo sentire i passi insieme al campanello legato al collo dell’animale. Chiavi tintinnanti, passi misteriosi e rumori incomprensibili sono frequenti nei racconti e nelle testimonianze di chi ha vissuto a Palazzo Ricci, anche se attualmente non vi sono stati più casi paranormali, come se i fantasmi fossero definitivamente scomparsi.

Caratteristiche ed analisi

Chissà cosa contenevano le missive del “Libro dello Schiaffo”, importanti al punto, secondo la leggenda, da essere protette anche dopo la morte di Monsignor Ricci? Secondo le dicerie dell’epoca, forse le lettere non erano state inviate a una nipote, ma ad un’amante romana; secondo altre dicerie riportate nel volume di Stuart, potevano essere addirittura lettere galanti indirizzate a un altro Cardinale. Storie d’amore proibite di questo tipo possono sollecitare la fantasia e si ammantano di un’aura di mistero e segretezza con il passare degli anni. Il fantasma che proteggeva questo segreto, infatti, potrebbe essere stato utilizzato come spiegazione paranormale per tutte le stranezze avvenute a Palazzo Ricci nel corso del tempo.

Quando si parla di case stregate, la presenza di fantasmi può essere spiegata dall’antichità dei luoghi e da fenomeni naturali, alimentati dalla suggestione degli abitanti:  le gallerie di tufo sotterranee possono essere fonti di rumori vari e costanti, fino a sembrare lamenti. Addirittura alcuni gas sprigionati da elementi naturali possono condurre ad allucinazioni visive o uditive. Se la diceria della casa stregata si diffonde, può alimentare fenomeni di imitazione e sviluppare ulteriori testimonianze, portandoci a considerare come paranormali altri fenomeni a cui non avremmo dato peso: se la storia attira, può fare leva sulla mente delle persone, alla ricerca di qualcosa fuori dall’ordinario.

La storia del fantasma del Palazzo Ricci riassume i tratti tipici della “casa stregata” o della “casa infestata”, una particolare tipologia di racconto sovrannaturale in cui un’abitazione è coinvolta in presunti eventi paranormali. Tali racconti sono così ricorrenti da attraversare la storia e la letteratura in innumerevoli forme: già ai tempi dei romani venivano infatti scritte storie su case stregate, così come ne “Le mille e una notte”. In tutte queste storie, le abitazioni (che possono essere case, castelli, ville o palazzi) sono abitate dagli spiriti degli abitanti passati, e le attività sovrannaturali da loro prodotte sono fatte risalire a eventi violenti accaduti in tali luoghi o a segreti che non devono essere rivelati. Dei conflitti irrisolti, quindi, legano i fantasmi (o le anime dei deceduti) a tali edifici e causano problemi ai nuovi proprietari: si passa da innocui dispetti ad atti più ostili come il lancio di oggetti, fino ai casi più estremi in cui le entità sono spinte ad atti malvagi e crudeli.

Nella letteratura dell’orrore la casa stregata è un elemento narrativo ricorrente, che ha raggiunto il suo apice nel XVIII e nel XIX secolo, particolarmente utilizzata nelle trame dei romanzi gotici: basti pensare a “La caduta della casa degli Usher” di Edgar Allan Poe, “Il giro di Vite” di Henry James  o “Il castello di Otranto” di Horace Walpole. Palazzi infestati dai fantasmi sono molto frequenti nelle leggende popolari in tutta Italia e non solo, con una vastissima varietà di casi paranormali e vicende particolari. Proprio in virtù della lunga storia di queste abitazioni, possono portarsi dietro racconti del passato e tramandarli tra le generazioni, contribuendo ad alimentarle e a diffonderle.

Il successo e la diffusioni di queste tipologie di storie non sono casuali. A quanti di noi è capitato di effettuare delle “prove di coraggio” durante l’infanzia, magari assieme a un gruppo di amici, intrufolandosi in qualche casa abbandonata solo perché si era diffusa la diceria che fosse presente un fantasma? Queste storie fanno parte della nostra esperienza e del nostro vissuto, perché colpiscono paure e timori che tutti noi possiamo condividere, ovvero quelli di sentirsi insicuri anche all’interno della nostra stessa abitazione.

Influenze nella cultura pop

Dal momento che la casa stregata è presente in tutta la nostra letteratura e fa parte di innumerevole leggende popolari, ha una grandissima influenza nella cultura attuale e nella nostra vita. Il cinema ha spesso sfruttato questo tema: prima di arrivare al più recente “Crimson Peak” (pellicola del 2015 di Guillermo del Toro di chiara ispirazione gotica) e al classico “Haunting – Presenze” (film del 1999 di Jan de Bont con Liam Neeson e Catherine Zeta Jones), la citazione più importante se la merita “La casa dei fantasmi” del 1959 di William Castle, vero e proprio masterpiece del genere:

Il cinema horror ha sfruttato in maniera così capillare il tema che risulta difficile rendere giustizia alla vastità delle pellicole dedicate all’argomento. A nostro avviso, tuttavia, una citazione particolare la merita “La Casa” di Sam Raimi del 1981, che diventò un vero e proprio cult-movie capace di sviluppare storie successive e serie televisive dedicate.

Anche il mondo della musica ha affrontato questo tema: Michael Jackson, nel suo mediometraggio Ghost del 1996, di cui pubblichiamo un assaggio, vive in una casa stregata:

Nel mondo dei videogiochi, con la loro possibilità di immergersi nella narrazione e di vivere in maniera interattiva l’esperienza, la casa stregata è particolarmente adatta ai giochi “survival horror”. Il primo “Alone in the Dark” del 1992 della Infogrames, che ha dato vita a una serie di successo, era ambientato proprio in una villa infestata.


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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